sabato 26 luglio 2008

Paceco, i meloni della legalità

Paceco, 25.07.2008 di Rino Giacalone


Paceco. Dapprima il grano, adesso i meloni. I terreni che la mafia trapanese ha usato per testimoniare la sua presenza ingombrante ed invasiva, ed anche violenta, nel territorio, adesso sono tornati ad essere produttivi e solo a tutto guadagno della società civile. Prodotti poi “tutta salute” considerato che si tratta di coltivazioni esclusivamente biologiche. Nelle campagne dove ha regnato il capo mafia di Trapani Vincenzo Virga, il boss che è indagato per essere stato il mandante della uccisione di Mauro Rostagno e che sconta l’ergastolo per tutta un’altra serie di delitti, compreso quello orrendo della strage di Pizzolungo del 2 aprile 1985 quando il tritolo destinato al giudice Carlo Palermo dilaniò Barbara Rizzo Asta ed i suoi due gemelli di sei anni Salvatore e Giuseppe, in questi terreni confiscati alla famiglia Virga oggi lavora la cooperativa “Placido Rizzotto” in attesa che anche qui nasca una cooperativa di giovani trapanesi che vogliano coniugare lavoro, di quello regolare, rispettoso dei contratti e della sicurezza, e l’antimafia.


Lunedì mattina, dopo che nelle scorse settimane c’era stata la mietitura, con il grano raccolto che ha preso la direzione dei mulini romagnoli dove si produce la pasta col marchio di Libera, c’è stata adesso la raccolta dei meloni gialli che sono una caratteristica produzione di questi terreni tanto che a Paceco il melone ha ricevuto la denominazione “doc”. Questi meloni però hanno un bollino in più, anzi, come dice Margherita Asta, coordinatrice provinciale di Libera, una vitamina in più, “la vitamina l della legalità”. Grande festa si è fatta durante la raccolta, mentre in serata in piazza a Paceco oltre ad una degustazione dei prodotti che hanno il marchio di Libera e la cui varietà va crescendo sempre di più, c’è stato un dibattito sui temi delle confische dei beni che da queste parti hanno incontrato più di qualche ostacolo per essere realizzate. Su tutte c’è la storia di un prefetto, Fulvio Sodano, che ha anche perduto il posto, trasferito improvvisamente nel 2003 da Trapani ad Agrigento, perché proprio aveva deciso di togliere i beni confiscati dal possesso dei boss che ancora li gestivano.


Lunedì sera è stato il momento di spiegare in piazza, a Paceco, la “rivolta” nei terreni che si trovano nella contrada Gencheria, tra Trapani e Paceco, dove una volta governavano i boss mafiosi e adesso lavorano le cooperative antimafia di Corleone. Lì dove si sono raccolti il frumento e i meloni, si è così messa in moto una catena di produzione e commercializzazione dove ha tutto da guadagnare la società civile a svantaggio della mafia che perde ciò che aveva maltolto. In piazza, davanti al municipio invitati da Libera e dal coordinatore provinciale Margherita Asta, c’erano il comandante provinciale dei Carabinieri e quello della Compagnia, col. Vincelli e magg. Carletti, il sindaco di Paceco Martorana e l’assessore Callotta del Comune di Trapani, Gianluca Faraone presidente di Libera Terra e presidente della coop Placido Rizzotto (per Libera nazionale si occupa del settore beni confiscati), Nino Tilotta, presidente della coop “25 Aprile”, ed il sostituto procuratore di Trapani Andrea Tarondo: si sono ritrovati a parlare di questo passo in avanti nella “riconquista” delle terre, quasi che ci si trovi oggi a perpetuare la storia siciliana, ancora le battaglie dei lavoratori e dei contadini che decenni e decenni addietro si trovarono contro i latifondisti che sfruttavano la manodopera, rendendola schiava. Agricoltori che a loro volta si sono trovati a che fare con i mafiosi, con i campieri-boss, come Francesco Messina Denaro, il capo mafia del Belice, diventati latifondisti.


Il messaggio trasmesso durante il dibattito di lunedì sera è stato quello utile a sollecitare alla cittadinanza maggiore attenzione ai temi delle confische, ma anche e soprattutto raccontare questo anno di lavoro nelle terre tolte al capo mafia di Trapani Vincenzo Virga. Terreni dove hanno lavorato assieme ai giovani delle coop antimafia anche le braccia di uomini e giovani del circondario, agricoltori di Paceco, Salemi, che hanno conosciuto che esiste la possibilità di potere lavorare venendo messi in regola, e che il lavoro nero non è la normalità e la regola come qualche spregiudicato imprenditore e datore di lavoro insiste nel voler fare credere, ma qualcosa di illegale.”E’ stato un successo – ha detto Gianluca Faraone – abbiamo lavorato e abbiamo fatto i nostri raccolti, il prossimo anno pensiamo a triplicare, a coltivare l’aglio caratteristico di questa zona. E’ stato un successo perché eravamo preoccupati che qualcuno potesse venire a far danno questo non è successo e oggi siamo ancora di più contenti per l’attenzione che ci dedicano le amministrazioni ed i cittadini di questo territorio”.


“Questa è una provincia – ha affermato il pm Andrea Tarondo – che è riconosciuta come lo zoccolo duro dell’organizzazione mafiosa, dove si colgono ancora i segni della presenza di Cosa Nostra, mischiata e infiltrata nel sistema imprenditoriale, ma qui non è tutto mafia, la presenza mafiosa può essere forte come lo è ma è minoranza e di questa terra fuori ricomincia sempre di più a parlare anche delle sue positività, delle sue forti esperienze nel campo dell’antimafia, della voglia che c’è da parte di settori dell’impresa di rinascere e operare rispettando la legalità. Mi è successo di recente – ha ancora continuato il magistrato di origine bolognese e che da più di 10 anni lavora in Procura a Trapani, applicato della Dda per le più rilevanti indagini antimafia - quando parlando del mio lavoro a Trapani, c’è stato subito il mio interlocutore che ha subito collegato Trapani alla Calcestruzzi Ericina (azienda confiscata a Virga e rientrata nel circuito imprenditoriale grazie ad una coop formata dai dipendenti ndr) che è uno dei più rilevanti esempi a proposito di beni sottratti alla mafia, sia sotto l’aspetto dell’uso strategico fatto dai boss, sia sotto l’aspetto del risanamento. Un fatto positivo di questo territorio che oggi si sta trasformando in un centro per il riuso dei rifiuti provenienti dagli sfabbricidi dopo che i mafiosi per un periodo erano riusciti a controllarla sebbene confiscata”.


Il pm Tarondo ha voluto parlare anche delle indagini, di quelle concluse con giudizi di colpevolezza, da dove emerge che la mafia per anni è riuscita a trattenere il maltolto anche se confiscato. “Un prefetto, Fulvio Sodano, decise di scoperchiare questa pentola e sbloccare le confische che non si riuscivano ad eseguire. Lui stesso ci ha raccontato di ciò a cui andò incontro per quella sua iniziativa. Il trasferimento da Trapani nel 2003”. La vicenda di Sodano fa parte di un faldone giudiziario ancora aperto. In un processo è stata depositata la trascrizione di una intercettazione, il colloquio tra due mafiosi che dicevano che quel prefetto era tinto e da Trapani doveva andarsene. Cosa che accadde. “Credo – ha concluso Tarondo – che gli applausi oggi vadano rivolti a coloro i quali si occupano dei beni confiscati, a chi ha fatto la mietitura e raccolto i meloni in queste terre, ma non dobbiamo dimenticare che si tratta di risultati non definitivamente acquisiti, ma che vanno sempre difesi, le conquiste in questo territorio hanno il difetto e non per causa loro di essere sempre provvisorie”.


Nel trapanese l’uso dei beni confiscati è stato un lavoro condotto in salita, ma alla fine ci si sta riuscendo: “Credo che per il futuro l’idea migliore è quella della creazione di una agenzia che gestisca i beni confiscati – ha sostenuto Gianluca Faraone – l’esperienza ci ha mostrato spesso l’inadeguatezza degli uffici del Demanio, a Trapani poi si è scoperto come questi uffici erano facilmente avvicinabili”. Sotto processo è un ex funzionario del Demanio, Francesco Nasca, avrebbe avuto il compito di deprezzare il valore di alcuni beni per farli tornare nel possesso dei boss.


L’aspetto commerciale è stato poi un altro dei temi affrontati. Nino Tilotta della coop 25 aprile ha presentato le iniziative di commercializzazioni che presto verranno assunti dai centri commerciali “Coop”: “Puntiamo – ha detto - a commercializzare i prodotti che giungano nei nostri centri a chilometri zero, significa raccogliere ed accogliere la produzione locale, preferendo alle angurie coltivate dal mafioso quelle che portano il marchio della legalità”. I primi 500 quintali di meloni gialli raccolti a Gencheria sono già a disposizione.


Rino Giacalone

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