martedì 10 novembre 2009

Monsignor Mariano Crociata, segretario della CEI: "I mafiosi sono fuori dalla Chiesa, non c'è bisogno di scomuniche esplicite"

Dal nostro inviato ORAZIO LA ROCCA
ASSISI - "E' già scomunicato" chi commette atti criminali come mafiosi, camorristi e affiliati alla 'ndrangheta e non c'è quindi bisogno di ulteriori atti ufficiali della Chiesa.
L'anatema arriva dall'arcivescovo Mariano Crociata, segretario generale della Cei, che ha illustrato oggi il documento sul Mezzogiorno discusso dall'Assemblea della Conferenza episcopale italiana in corso ad Assisi. L'arcivescovo ha anche reso noto il "clima" che si respira all'interno delle assise episcopali dove si stanno confrontando, rigorosamente a porte chuse, i 260 presuli in rappresentanza delle diocesi italiane. Un "clima" - ha riferito - "vivace, nuovo, espressione di una Chiesa che vuole essere sempre più vicina ai problemi della gente comune con sollecitudine pastorale, attenta alle esigenze dei singoli, specialmente dei più poveri e dei più bisognosi". In questo contesto si inserisce il nuovo documento su Chiesa e Mezzogiorno che ha nella severa ed ennesima condanna alla criminalità organizzata uno dei suoi punti fermi. Una nota ha spiegato monsignor Crociata - "in perfetta linea con la condanna ai mafiosi lanciata ai mafiosi dal Giovanni Paolo II nella storica prolusione alla Valle dei Templi di Agrigento quando ricorda agli autori di crimini e di violenze che per loro ci sarà sempre il castigo di Dio. Nei confronti dei mafiosi e degli appartenenti alla criminalità organizzata - ha spiegato Crociata - ''non c'è bisogno di comminare esplicite scomuniche'', perché ''chi vive in queste realta''' e fa parte di ''queste organizzazioni'', ''già automaticamente è fuori dalla comunione e dalla Chiesa, anche se si ammanta di religiosita''', senza bisogno di ulteriori ''pronunciamenti''. Il tema della criminalità organizzata è ''ben presente nel documento in discussione all'assemblea episcopale'', ha precisato il presule. Il fatto che la situazione della criminalità organizzata in alcune zone sia ''drammatica'', ha proseguito, ''non vuol dire però che sia disperata e insuperabile'' e che "riguardi solo le regioni meridionali". ''Siamo consapevoli quanto sia lungo cammino su questo campo'', ha sostenuto ancora monsignor Crociata, ''il nostro punto di riferimento è il grido di Giovanni Paolo II ad Agrigento".
OAS_RICH('Middle');Mons. Crociata ha sottolineato poi che il problema della criminalità organizzata ''si risolve attraverso l'impegno di tutti'', dalla Chiesa a istituzioni come ''magistratura, polizia e carabinieri''. Ma, ha aggiunto il presule, ''ci vuole anche l'impegno di altre istituzioni educative, e di tutti i cittadini''. Il segretario dei vescovi ha ricordato che anche nel Meridione ci sono ''espressioni di una reazione positiva della società civile, dei giovani, degli imprenditori, di associazioni varie''. ''Ma - ha concluso - veramente ci vuole un impegno corale, anche nella Chiesa, in uno sforzo educativo. Non è solo necessaria la repressione e l'azione della magistratura, ma è una questione di mentalità, di educazione dei giovani, su cui dobbiamo investire tutti, Chiesa, scuola e adulti''.
La Repubblica, 10.11.2009

domenica 8 novembre 2009

La mafia non è una favola

di Giorgio Bocca
Sono stato additato come nemico della patria per aver scritto che tra Stato e criminalità organizzata si sono create zone di tolleranza se non di coesistenza. Ma ho solo cercato di capire cosa stava accadendo in Italia

Mi è capitato di recente di incorrere nelle ire e nei sarcasmi della maggioranza di destra al potere per aver scritto che fra lo Stato e la criminalità organizzata delle mafie si erano create, di fatto, zone di tolleranza se non di coesistenza. E la stampa della maggioranza scrisse che ero un nemico della patria o vittima del sonno della ragione, cioè uno che delirava. Il più educato, Fabrizio Cicchitto, disse che: "Da saggista che era, Bocca si è trasformato in romanziere, inventa collusioni fra la mafia e lo Stato". Ma romanziere non lo sono mai stato, ho solo cercato di capire che cosa stesse accadendo in questa strana società che è l'italiana. Cominciai nell'anno Settanta con un'inchiesta sulla mafia dei giardini, cioè sul rifornimento idrico della campagna palermitana controllata dalla mafia. Andai per prima cosa alla caserma dei carabinieri e incontrai l'allora maggiore Carlo Alberto Dalla Chiesa, uomo serio, concreto ma non privo d'ironia. Mi disse: "Ma davvero vuole sapere cosa è la mafia dei giardini? Ma crede davvero che ci sia la mafia?". Lui sapeva benissimo che la mafia c'era, e prevedeva persino che dalla mafia sarebbe stato ucciso, voleva solo mettermi in guardia dalla grande menzogna del potere in Italia che da sempre nasconde i suoi rapporti con la criminalità organizzata dicendo che non esistono. La stessa cosa, in linguaggio mafioso, la diceva in quei giorni il boss Gerlando Alberti al giudice che lo interrogava: "La mafia? Ma cosa è questa mafia di cui lei mi parla, una marca di formaggio?". Quando Totò Riina, il boss dei boss, venne arrestato, mi chiesi, come tutti in Italia, come mai avesse potuto abitare con la famiglia e dirigere l'Onorata Società stando in una villetta di Palermo. E quando seppi che sua moglie aveva partorito due volte nel maggiore ospedale di Palermo chiesi sul giornale come mai il primario non sapesse chi era, dato che a Palermo e a Corleone lo sapevano tutti. Per risposta mi arrivò una telefonata di un medico dell'ospedale con minaccia di morte. Mi chiesi anche in quei tempi lontani perché mai la riserva di caccia di Michele Greco, grande boss mafioso a Bagheria, fosse frequentata da poliziotti e funzionari dello Stato, e poi in quasi mezzo secolo di giornalismo le molte altre domande senza risposta, non solo su Andreotti amico e protettore di Salvo Lima, un amico degli amici, ma anche sui socialisti e liberali e persino i radicali che avevano cercato e gradito i voti della mafia sino a recenti elezioni regionali, dove in 61 circoscrizioni su 61 hanno vinto gli amici dei mafiosi, come il 30 per cento degli eletti nel consiglio regionale. Insomma, cercai di capire, di raccontare che la mafia non era una brutta favola inventata dai cattivi nordisti, ma un'organizzazione con un giro d'affari ogni anno di 100 mila miliardi di vecchie lire, oggi più che triplicato se si aggiungono i buoni affari della 'ndrangheta e della camorra. Senza aggiungere che oggi non è più necessario, come facevo io con la mia Topolino Fiat, scendere da Milano a Palermo, Calabria compresa quando non c'era ancora l'autostrada, basta andare in un sobborgo milanese, nord o sud Milano non fa differenza, o nei ristoranti con specialità di pesce per trovare i capi e i picciotti che minacciano, ricattano e uccidono. E speriamo che nessuno riproponga una bella inchiesta parlamentare sulla mafia. Ce n'è già stata una e Leonardo Sciascia che era un intenditore scrisse: "La mafia si è permessa una commissione parlamentare d'inchiesta", per dire che era destinata al fallimento in un paese dove la mafia è complice se non padrona.
(L'Espresso, 05 novembre 2009)

Antimafia sociale. Continua il viaggio del progetto "Liberarci dalle spine"

Nei prossimi due mesi sono molte le attività programmate. Con questa comunicazione cercherò di elencarle in modo dettagliato.
1) Carovana Antimafie
In Toscana è prevista dal 10 al 19 dicembre. Con noi saranno sempre presenti Salvatore, Bernardo e Mario della Cooperativa Lavoro e Non Solo e in alcune tappe anche Calogero. Tra gli invitati in alcune tappe Rita Borsellino, Pippo Cipriani, Alfio Foti e Dino Paternostro. In carovana ci saranno anche altri ospiti dell'Arci, di Libera , di Avviso Pubblico e della Cgil. In questo caso siamo alla ricerca di 2 volontari che facciano con me l'intera carovana oltra alla disponibilità di 4 volontari per ogni tappa locale.
2) Scatola dei vini "Sorsi di Libertà"
La Cooperativa Lavoro e Non Solo ha prodotto una scatola con i tre vini, Genos, Naca e Limpiu. L'obiettivo è di promuovere e vendere 1000 scatole entro il 28 febbraio. Il confezionamento avverrà a Firenze presso il Circolo Arci di Porta Romana. Siamo alla ricerca di 5 volontari
3) Gruppi locali attivi
Fino al 28 novembre ci sono 4 gruppi locali attivi nella promozione e vendita dei prodotti provenienti dai terreni confiscati alle mafie della Cooperativa Lavoro e Non Solo. L'attività è coordinata ad Arezzo dall'Arci di Arezzo, a Serravalle Pistoiese dell'Arci di Pistoia, ad Empoli dall'Arci Empolese Valdelsa, a Vicarello e Cascina dal Gruppo Giovanile Arci/Cgil di Pisa. Siamo alla ricerca di 3 volontari per ogni gruppo locale.
4) Gruppi locali nei negozi Unicoop Tirreno
L'Unicoop Tirreno farà nei prossimi mesi un attività promozionale e di vendita dei prodotti della Cooperativa Lavoro e Non Solo all'interno dei negozi di Carrara, Massa, Viareggio, Livorno, Rosignano, Cecina, Donoratico, Piombino, Follonica, Gavorrano, Grosseto, Orbetello, Portoferraio in Toscana, oltre ai negozi presenti in Umbria, Lazio (compreso Roma) e la Campania. Oltre ai prodotti singoli vi sarà anche una bellissima e significativa scatola. In questo caso necessitano 4 volontari per collaborare con ogni Sezione Soci Coop locale.
Come vedete 4 iniziative per ben 139 volontari. E' un obiettivo molto rilevante ma siamo sicuri che ce la potremo fare. Ognuno di voi può fare un bel gesto individuale acquistando o facendo acquistare un prodotto della Cooperativa Lavoro e Non Solo di Corleone. Inoltre vi invitiamo a visitare il nuovo sito web http://www.lavoroenonsolo.org e fateci pervenire le vostre osservazioni, critiche e proposte. Ne terremo conto. Il viaggio del Progetto "Liberarci dalle Spine" continua.
Maurizio Pascucci
Coordinatore Progetto Liberarci dalle Spine

Sicilia. Giuseppe Lupo segretario regionale del Pd

Il neo eletto (mozione Franceschini) ha ottenuto al ballottaggio 122 voti su 123. L'altro candidato, Beppe Lumia, ha abbandonato i lavori per protesta: "Volevano un congresso pilotato". La replica: "Non ci vuole molto a vedere che non è così"
PALERMO - Giuseppe Lupo, della mozione Franceschini, è stato eletto segretario regionale del Pd in Sicilia. Ha ottenuto 122 voti su 123 votanti: uno è andato al senatore Giuseppe Lumia, l'altro candidato al ballottaggio, che però aveva abbandonato per protesta i lavori.Dei 180 delegati (71 della mozione Franceschini, 53 della Bersani e 53 di Lumia, candidato autonomo) erano presenti 175, prima che i sostenitori di Lumia abbandonassero i lavori. I delegati della mozione Bersani, già all'indomani delle primarie, avevano dichiarato di sostenere la candidatura di Lupo.Il neo segretario, subito dopo la proclamazione, ha chiesto al capogruppo del Pd all'Assemblea regionale, Antonello Cracolici, di rimettere il mandato a disposizione del partito "com'è stato fatto nel parlamento nazionale"."Si voleva fare un congresso pilotato, senza dibattito, senza progetto, col solo obiettivo di ratificare un organigramma delle poltrone già chiuso: nuovo capogruppo all'Ars Bernardo Mattarella e così via per la presidenza e la vice segreteria regionale", afferma in una nota Lumia. "Per questo - aggiunge - abbiamo deciso di abbandonare i lavori, per non diventare complici di un gioco di potere che vuole stritolare la vera essenza della democrazia e che con il Partito democratico non ha nulla a che vedere"."La presidenza dell'Assemblea - aggiunge Lumia - ha stravolto il programma dei lavori dando a Bernardo Mattarella, escluso dalla competizione, la possibilità di intervenire alla stregua di un candidato al ballottaggio e, allo stesso tempo, impedendo che si aprisse un confronto tra i delegati. Di fronte a questo non potevamo stare al gioco di un preambolo, quello dell'accordo Lupo-Matarella, funzionale alla ricomposizione del centrodestra e al ritorno del cuffarismo. Non è un caso se sia Mattarella che Lupo nei loro interventi non hanno parlato di programma, ma hanno posto come priorità le dimissioni di Antonello Cracolici da capogruppo, con cui hanno condiviso la linea di innovazione del Pd all'Ars"."Il nostro progetto - conclude Lumia - comunque continuerà e metterà al centro la formazione all'interno del Partito, un contrasto netto alla privatizzazione dell'acqua e alla mala gestione del servizio di raccolta e smaltimento dei rifiuti e un grande investimento sulla scuola"."Da domani comincerò a lavorare per un confronto e un dialogo dentro il Pd siciliano, in una prospettiva unitaria, partendo da un punto fermo: un'opposizione franca e seria all'Ars. Non sarà il Pd a tenere in piedi il governo Lombardo e a sostituire pezzi di maggioranza. Faremo quello che fa una vera opposizione", ha detto, dal canto suo, il neo segrettario Lupo. Rispondendo a Giuseppe Lumia, Lupo afferma che "non ci vuole molto a vedere che non è così: abbiamo fatto quello che a livello nazionale ha fatto Bersani, chiedendo a chi ha cariche nelle assemblee elettive di rimetterle a disposizione del partito. Mi sembra un naturale atto di disponibilità nei confronti delle 190 mila persone che hanno votato alle primarie chiedendo un rinnovamento".Alla domanda se il Pd abbia commesso errori rispetto al confronto con il centrodestra, Lupo ha risposto spiegando che è rimasto "sorpreso dai toni del dibattito congressuale di Lumia, che ha marcato la differenza tra i governi Cuffaro e Lombardo. Per me sono due giunte di centrodestra ed entrambe hanno governato male. L'idea che l'autonomismo possa annullare le differenze tra destra e riformismo è sbagliata".
08/11/2009

giovedì 5 novembre 2009

Massimo Ciancimino: "Provenzano tradì Riina"

Nuova rivelazione di Massimo Ciancimino, interrogato dai magistrati sui retroscena della trattativa tra mafia e Stato. Secondo il figlio dell'ex sindaco di Palermo, "Binnu" indicò ai carabinieri la zona esatta del nascondiglio in cui trascorse l'ultima parte della latitanza l'altro boss. Consegnati alla procura ulteriori documenti
PALERMO - "Il boss Bernardo Provenzano indicò ai carabinieri la zona esatta del nascondiglio in cui trascorse l'ultima parte della latitanza Totò Riina". È l'ultima rivelazione di Massimo Ciancimino, figlio dell'ex sindaco mafioso di Palermo, Vito, che sta svelando ai magistrati i retroscena della trattativa tra mafia e Stato. Secondo Ciancimino, dunque, Provenzano avrebbe "venduto" il boss corleonese Riina, consentendone la cattura. Una circostanza che confermerebbe che, a una prima fase della trattativa, che ebbe come protagonista mafioso Riina, sarebbe seguita una seconda fase con un nuovo interlocutore in cosa nostra: Bernardo Provenzano. Ciancimino, nel ricostruire il ruolo di Provenzano nella cattura di Riina, ha raccontato che nel periodo delle stragi mafiose del '92, l'allora capitano del Ros Giuseppe De Donno gli consegnò delle mappe di Palermo, chiedendogli di darle a suo padre e sperando di avere un contributo utile per l'arresto del boss latitante. Secondo quanto raccontato da Ciancimino ai magistrati, don Vito avrebbe trattenuto una copia delle mappe e un'altra l'avrebbe affidata al figlio perché la consegnasse a un uomo di fiducia del geometra Lo Verde, il nome con cui l'ex sindaco indicava Provenzano. L'uomo del capomafia avrebbe, poi, restituito a Ciancimino la mappa con un cerchio proprio sopra la zona del quartiere Uditore in cui si nascondeva Riina. La cartina venne poi fatta avere ai carabinieri e Riina nel gennaio '93 finì in manette. Massimo Ciancimino ha consegnato, questa mattina, nuovi documenti alla procura del capoluogo siciliano. "Si tratta di una serie di carte - ha specificato prima di entrare nell'aula bunker del carcere per rendere dichiarazioni spontanee al processo in cui è indagato per riciclaggio - inerenti al periodo che i magistrati vanno esaminando. Saranno loro a stabilire se si tratta di documenti utili". Ciancimino ha precisato di avere consegnato solo materiale cartaceo. "Ho poi - ha aggiunto - tutta una serie di nastri, ma devo capire di cosa si tratti. Mio padre era solito registrare eventi importanti, ma non ho avuto ancora contezza personale di cosa sia impresso nelle bobine in mio possesso". Secondo quanto riferito da Ciancimino agli inquirenti, nelle scorse settimane, oltre agli appunti vocali per la redazione di un libro, l'ex sindaco avrebbe registrato anche alcuni colloqui avuti con i carabinieri del Ros, tra i quali l'allora colonnello Mario Mori. Nell'inchiesta sulla cosiddetta trattativa al momento sarebbero indagati, oltre a Provenzano i boss Riina e Antonino Cinà. La procura ipotizza il reato di minaccia a corpo politico dello Stato.
05/11/2009

mercoledì 4 novembre 2009

Il Procuratore antimafia Grasso: "Oltre alla mano di Cosa nostra, potrebbe esserci anche l'apporto di "elementi esterni"

Nell'omicidio di Pio La Torre, (avvenuto a Palermo il 30 aprile 1982) parlamentare del Pci, e padre della legge che ha introdotto il reato di mafia e il sequestro dei beni mafiosi firmata insieme all'allora ministro Dc Virgilio Rognoni, oltre alla mano di 'Cosa nostra' potrebbe esserci anche l'apporto di "elementi esterni" non estranei al sistema del potere politico dominante in Sicilia all'epoca. Lo ha detto il procuratore nazionale antimafia Piero Grasso intervenendo alla presentazione - nella sede della Rai di viale Mazzini - della puntata di 'La Storia siamo noi' che andrà in onda su Rai Storia la prossima domenica e che è dedicata alla figura di Pio La Torre. Grasso ha fatto riferimento alle parole del pentito Marino Mannoia. In particolare Grasso ha ricordato che Mannoia, a proposito dell'uccisione di Pio La Torre nel quale, venne colpito a morte anche il suo autista Rosario Di Salvo, disse, in sostanza, che l'esponente del Pci fu ucciso per la sua azione politica di contrasto e non fu ucciso in quanto uomo politico. "Se tutti quelli che fanno politica dovessero essere ammazzati - ha detto Grasso riferendo le parole di Mannoia - allora dovremmo sterminare l'umanità". Grasso ha spiegato queste affermazioni del pentito dicendo che, in questo modo, Mannoia "ammetteva la possibilità che ci fossero elementi esterni nella decisione di uccidere La Torre, ma non ne aveva le prove. Non dobbiamo dimenticare che i vertici assoluti di Cosa nostra, i quali potrebbero fornire informazioni importanti sulla stagione dei cosiddetti delitti politici della mafia, non hanno fatto la scelta di collaborare con lo stato". Grasso non è voluto tornare sul tema della trattativa stato mafia, sul quale è stato interpellato ieri sera durante un' audizione secretata davanti alla Commissione Antimafia, ma ha detto - rispondendo ad una domanda di Minoli - che certamente con l'arresto di Vito Ciancimino, uno degli intermediari della trattativa che riferiva a Totò Riina, si interrompe questo 'flusso' per riprendere la trattativa avevano individuato me come capro espiatorio: uccidermi con un attentato. "Da sempre l'invito, da parte di noi familiari di Pio La Torre, alla magistratura è quello di approfondire le indagini sui mandanti verso livelli superiori e diversi rispetto alle responsabilità già individuate in capo ai componenti della 'Cupola' di Cosa Nostra. Occorre andare a scavare meglio, come ha indicato anche la testimonianza resa oggi dal procuratore nazionale antimafia Piero Grasso". Lo hanno detto Filippo e Franco La Torre, i due figli del parlamentare del Pci ucciso nel 1982 a Palermo dalla mafia insieme all'autista Rosario Di Salvo, intervenendo alla puntata di 'La storia siamo noi' di Giovanni Minoli che andrà in onda la prossima domenica su Rai Storia, alla presentazione della sede Rai di viale Mazzini. Franco e Filippo La Torre hanno giudicato "inquietante" la testimonianza di Giulio Andreotti che a proposito del delitto di Salvo Lima ha detto - nell' intervista rilasciata per la puntata su Pio La Torre - che "si é trattato dell' omicidio di un poveruomo che non ha mai commesso illegalità". A proposito del diniego dell'ex procuratore capo di Palermo Pietro Giammanco che non ha voluto rilasciare interviste, per questa puntata dedicata a Pio La Torre, Filippo e Franco hanno ricordato che "da sempre Giammanco ha fatto la scelta di tacere". Nella puntata su Pio La Torre si ricorda che Giammanco eluse la richiesta di Giovanni Falcone di prendere contatti con i magistrati romani che indagavano su 'Gladio' per verificare se vi fosse anche una responsabilità dei servizi segreti deviati nel delitto La Torre. La puntata a lui dedicata ricorda che per quasi tutta la sua vita l' esponente siciliano del Pci - padre della legge che ha introdotto il reato di mafia e il sequestro dei beni dei boss, firmata insieme all'ex ministro Dc Virginio Rognoni, e della battaglia contro l' installazione degli euromissili nella base siciliana di Comiso - fu pedinato costantemente dai servizi segreti con il sospetto di essere una spia di Mosca.

"Pdl-Sicilia". Un oscuro oggetto di pressione?

di Agostino Spataro
Ora che il “passo decisivo” è stato compiuto, l’on. Gianfranco Micciché dovrebbe spiegare meglio il senso vero, più autentico (o più recondito?) della fondazione del suo “Pdl-Sicilia”. Si sperava nella conferenza di presentazione, ma da lì non sono venuti idee e programmi nuovi, solo giri di parole e propositi di lealtà a Berlusconi. Perciò, in attesa di un chiarimento esaustivo, non resta che tentar di capire dove il sottosegretario vorrebbe andare a parare, partendo da alcune domande che la gente si pone.
Cosa è questa nuova creatura uscita dal cilindro di Micciché? Un oscuro oggetto di destabilizzazione o una vera svolta politica? Quali conseguenze potrà determinare sulla confusa situazione politica siciliana e sul Lombardo-bis? Interrogativi pesanti che meritano risposte puntuali e precise, chiarendo quali sono gli obiettivi al presente e le conseguenze per il futuro. Il dilemma si potrebbe liquidare osservando che un fatto politico che abbisogna di essere molto spiegato è, di per se, poco convincente. Per cercare di scoprirne la natura e le finalità seguiremo la via indiretta, cominciando cioè a vedere cosa non è il Pdl-Sicilia o come lo chiameranno. Tutti convengono che non è il minacciato “partito del sud” di alcuni mesi addietro. Non è una scissione poiché Miccichè e i suoi seguaci dichiarano di restare dentro il PDL del quale, con quest'atto, vorrebbero restaurarne i valori più autentici. Non è uno scisma. Anche se il termine più si addice alle fratture di carattere religioso, applicato a questo caso ne vien fuori che i miccichiani (sic!) non sono scismatici poiché non si separano per divergenze dottrinarie e comunque restano fedeli al “dio unico”, alias Silvio Berlusconi. Non è una secessione giacché - a sentire i promotori - non è una ribellione contro il potere costituito e neanche una defezione, un tradimento verso una linea politica, anzi – come sostiene Micciché - è il suo esatto contrario, ossia una reazione sacrosanta al tradimento perpetrato dai cosiddetti “lealisti”.
Ma se tutto questo non è, allora cos’è il Pdl- Sicilia? Per cercare la risposta siamo andati alla fonte, al blog dello stesso Micciché dove si definisce lo strappo un “detonante shock politico”. Ma anche questa definizione non calza. La nuova formazione politica (a proposito come definirla: partito, movimento, gruppo parlamentare o che cosa?) è molto di più di uno shock, poiché nasce da una spaccatura verticale e violenta all’interno del Pdl isolano. Per stimolare un corpo intorpidito non si spezza in due, col rischio di ammazzarlo. Ritorna, dunque, inevasa, la fatidica domanda: che cosa è la nuova creatura? In attesa che Micciché dia una risposta convincente, vediamo di capire dentro quale contesto il PdL Sicilia nasce e dovrà muoversi. In campo nazionale, la rottura è stata osteggiata apertamente solo da La Russa e Gasparri, il duo ex An divenuti più berlusconiani di Berlusconi. Il resto del partito tace o acconsente. Al massimo consiglia prudenza. Dell’Utri invoca la perduta “armonia” ma da il lasciapassare a Micciché. Fini l’ha benedetta e autorizzato i suoi a farne parte. Ufficialmente, Berlusconi non l’ha disapprovata e quindi - si ritiene - potrebbe sotto sotto appoggiarla. Se così fosse - come pare sia - registriamo una strana concordanza tra Fini e Berlusconi, in Sicilia.

Lombardo assediato cerca rinforzi
Insomma, cosa sta succedendo intorno a questo misterioso soggetto politico? Si è aperta una partita complessa dagli esiti incerti e contrapposti che va ben oltre i confini del’Isola. Anche perché i “lealisti”, che conservano la maggioranza del gruppo all’Ars e della delegazione parlamentare a Roma, sono qui in buona compagnia ossia con personalità di riferimento, come il ministro Alfano e il presidente del Senato, Schifani, che non possono essere associati ad “una gestione del partito ribelle perché antitetica a quei valori …che Berlusconi portò con se”, come Micciché descrive nel suo blog i seguaci di Castiglione e Nania. Vedremo come andrà finire. Tuttavia, il nuovo gruppo all’Ars sancirà la separazione con quello, maggioritario, dei lealisti che potrebbero perfino passare all’opposizione ed aprire, così, per la regione una fase davvero imprevedibile. A cominciare dal destino del governo Lombardo, il quale approva la rottura, ma non spiega come, e fino a quando, potrà governare con una minoranza parlamentare (30 deputati), assediato da un’opposizione che ne conta il doppio. Logica vorrebbe che stia correndo incontro alla disfatta. Tranne che, nottetempo, non arriveranno i rinforzi. Ma quali? Non quelli dei “lealisti” e nemmeno quelli dell’Udc di Cuffaro che esclude un ritorno in maggioranza. Resterebbero quelli del Pd, divenuto il gruppo più numeroso all’Ars (29), ma appare altamente improbabile, specie dopo le primarie, che possa aderire, almeno in toto, ad un progetto così confuso al quale farebbe da stampella. A meno ché il vero gioco non si stia svolgendo nei meandri oscuri del sottosuolo della politica siciliana e romana.
Agostino Spataro
* pubblicato, con altro titolo, in La Repubblica del 4/11/09