venerdì 17 settembre 2010

1977. L'alba del Cavaliere. Il giovane Silvio Berlusconi... con la pistola

di Gianluca Di Feo
Silvio con la pistola...

Il fotografo Alberto Roveri decide di trasferire il suo archivio in formato digitale. E riscopre così i ritratti del primo servizio sul Cavaliere. Immagini inedite che raccontano l'anno in cui è nato il suo progetto mediatico. Con al fianco Dell'Utri. E un revolver sul tavolo per difendersi dai rapimenti. Formidabile quell'anno. È il 1977 quando il Dottore, come l'hanno continuato a chiamare i suoi collaboratori più intimi, diventa per tutti gli italiani il Cavaliere: il cavaliere del Lavoro Silvio Berlusconi. L'onorificenza viene concessa dal presidente Giovanni Leone all'imprenditore quarantenne che ha tirato su una città satellite, sta comprando la maggioranza del "Giornale" di Indro Montanelli e promette di rompere il monopolio della tv di Stato. È l'anno in cui il neocavaliere stabilisce rapporti fin troppo cordiali con il vertice del "Corriere della Sera" e in un'intervista a Mario Pirani di "Repubblica" annuncia di volere schierare la sua televisione al fianco dei politici anticomunisti. Fino ad allora lo conoscevano in pochi e soltanto in Lombardia: era il costruttore che aveva inventato Milano Due, la prima new town che magnificava lusso, verde e protezione a prova di criminalità. Il segno di quanto in quella stagione di terrorismo e rapine, ma soprattutto di sequestri di persona, la sicurezza fosse il bene più prezioso. E lui, nella prima di queste foto riscoperte dopo trentatre anni, si mostra come un uomo d'affari che sa difendersi: in evidenza sulla scrivania c'è un revolver. Un'immagine che riporta a film popolari in quel periodo di piombo, dai polizieschi all'italiana sui cittadini che si fanno giustizia da soli agli esordi pistoleri di Clint Eastwood. "Con una Magnum ci si sente felici", garantiva l'ispettore Callaghan e anche il Cavaliere si era adeguato, infilando nella fondina una piccola e potente 357 Magnum.
È stato proprio quel revolver a colpire oggi il fotografo Alberto Roveri mentre trasferiva la sua collezione di pellicole in un archivio digitale: "Le stavo ingrandendo per ripulirle dalle imperfezioni quando è spuntata quell'arma che avevo dimenticato". Come in "Blow Up" di Antonioni, a forza di ingrandire il negativo appare la pistola: "All'epoca quello scatto preso da lontano non mi era piaciuto e l'avevo scartato". Roveri era un fotoreporter di strada, che nel 1983 venne assunto dalla Mondadori e negli anni Settanta lavorava anche per "Prima Comunicazione", la rivista specializzata sul mondo dei media: "Quando nel 1977 il direttore mi disse che dovevo fare un servizio su Berlusconi, replicai: "E chi è?". Lui rispose: "Sta per comprare il "Giornale" e aprire una tv. Vedrai che se ne parlerà a lungo"".

Silvio Berlusconi con Marcello Dell'Utri
 Quella che Roveri realizza è forse la prima serie di ritratti ufficiali, a cui il giovane costruttore volle affidare la sua immagine di vincente. L'incontro avvenne negli uffici Edilnord: "Fu di una cordialità unica, ordinò di non disturbarlo e si mise in posa. Con mio stupore, rifiutò persino una telefonata del sindaco Tognoli". Il solo a cui permise di interromperlo fu Marcello Dell'Utri, immortalato in un altro scatto inedito che evidenzia il look comune: colletti inamidati e bianchi, gemelli ai polsini, pettinature simili. Sono una coppia in sintonia, insieme hanno creato una città dal nulla, con un intreccio di fondi che alimentano sospetti e inchieste. Una coppia che solo pochi mesi dopo si dividerà, perché Dell'Utri seguirà un magnate molto meno fortunato: Filippo Alberto Rapisarda, in familiarità con Vito Ciancimino. Tornerà indietro nel 1982, organizzando prima il colosso degli spot, Publitalia, e poi quello della politica, Forza Italia.

La loro storia era cominciata nel 1974, trasformandosi da rapporto professionale in amicizia. Dell'Utri è anche l'amministratore di Villa San Martino, la residenza di Arcore. E dopo pochi mesi vi accoglie uno stalliere conosciuto a Palermo che fa ancora discutere: Vittorio Mangano, poi arrestato come assassino di Cosa nostra. Una presenza inquietante, che per la Procura di Palermo suggella le intese economiche con la mafia in cambio di tutela contro i sequestri. Nel 1977 però Mangano è già tornato in Sicilia. E Berlusconi tanto sereno non doveva sentirsi, come testimonia il revolver nella fondina. Ricorda il fotografo Roveri: "Dopo più di due ore di scatti mi invitò a pranzo ma prima di uscire tirò fuori da un cassetto due pistole, una per sé e una per l'autista. Di fronte alla mia sorpresa, si giustificò: "Ha idea di quanti industriali vengono rapiti?". Poi siamo saliti su una Mercedes che lui definì "blindatissima" per raggiungere un ristorante a soli 200 metri da lì".
L'Espresso, 16 settembre 2010

MAFIA. Il pentito Brusca indagato per riciclaggio: "Dal carcere gestisce un tesoro nascosto"

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di SALVO PALAZZOLO
Perquisita la cella di Rebibbia dell'ex capomafia di San Giuseppe Jato. Perquisizioni nelle abitazioni di alcuni suoi prestanome, alla ricerca dei beni mai rivelati. Trovati 188 mila euro in contanti a casa della moglie. Il collaboratore è accusato pure di un tentativo di estorsione
I carabinieri del Gruppo di Monreale sono entrati nel carcere romano di Rebibbia nel cuore della notte, con un ordine di perquisizione firmato dalla Procura di Palermo. Destinazione, la cella super protetta del pentito Giovanni Brusca, l'ex capomafia di San Giuseppe Jato che ha confessato di avere azionato il telecomando dell'esplosivo per Giovanni Falcone e di avere ucciso più di 150 persone: adesso, uno dei più noti collaboratori di giustizia è accusato di riciclaggio, intestazione fittizia di beni e persino di tentata estorsione. Il procuratore aggiunto Antonio Ingroia e i sostituti Francesco Del Bene, Lia Sava e Roberta Buzzolani contestano a Brusca di aver taciuto su gran parte del suo patrimonio, che in questi anni avrebbe continuato a gestire fra il carcere e i permessi premio, concessi ogni 45 giorni. E' lo stesso pentito ad ammetterlo in una lettera inviata a un prestanome, fotocopiata dagli inquirenti prima che arrivasse a destinazione: "Ho mentito spudoratamente", questo scrive il collaboratore a proposito dei suoi beni. Brusca sarebbe arrivato anche a minacciare un suo ex prestanome per tornare a controllare un'azienda. Ecco perché adesso gli viene rivolta l'accusa di tentata estorsione, contestata con l'aggravante di avere commesso il reato col metodo mafioso. Le perquisizioni dei carabinieri sono scattate in contemporanea anche nella abitazioni dei familiari del collaboratore e di alcuni insospettabili prestanome, fra Palermo, Milano, Chieti, Rovigo e la località segreta dove abita la moglie di Brusca. A quanto ammontino le ricchezze del pentito non è ancora chiaro: da alcuni mesi, gli inquirenti indagano in gran segreto, anche attraverso alcune intercettazioni. Così, hanno ascoltato dalla viva voce di Brusca affari e trattative segrete per la gestione del suo patrimonio, in cui figurerebbe pure un'azienda di San Giuseppe Jato. Il pentito terrebbe nascoste in Sicilia persino delle opere d'arte, forse rubate: da questa mattina, i carabinieri del Gruppo di Monreale le stanno cercando in provincia di Palermo. Una prima perquisizione nella casa della moglie di Brusca ha portato al ritrovamento di 188 mila euro in contanti. Giovanni Brusca, 53 anni, è in carcere dal 20 maggio 1996. Già qualche giorno dopo, aveva accettato di parlare con i poliziotti della squadra mobile di Palermo: offrì spunti determinanti per l'arresto di due padrini latitanti, Carlo Greco e Pietro Aglieri. Per i magistrati, fu un segnale di disponibilità importante. Il 26 luglio, Brusca pronunciò le sue prime dichiarazioni a verbale. Ma erano infarcite di omissioni e di troppe bugie, per coprire alcuni complici. Ci vollero tre anni prima che il boia di Capaci fosse ammesso al programma di protezione. E ancora oggi, Giovanni Brusca è indicato come "reticente" nelle sentenze che hanno affrontato il delicato nodo dei rapporti fra mafia e politica in concomitanza con le stragi del 1992. Per la Procura di Palermo, ma anche per quella di Caltanissetta, Brusca resta comunque un testimone fondamentale: è stato lui, per primo, a svelare l'esistenza del papello e della trattativa durante la stagione degli eccidi Falcone e Borsellino. Per questa ragione, l'ex boss è stato citato dai pubblici ministeri al processo che vede imputato il generale Mario Mori di avere favorito la latitanza del capomafia Bernardo Provenzano. Il 22 maggio scorso, in aula, Brusca ha dichiarato: "Riina mi disse il nome dell'uomo delle istituzioni con il quale venne avviata, attraverso uomini delle forze dell'ordine, la trattativa con Cosa nostra". Ma ha subito precisato di non potere ripetere il nome pubblicamente, perché sarebbero in corso delle indagini sulle sue rivelazioni. Poi, il nome è trapelato comunque attraverso indiscrezioni di stampa. E' quello dell'ex ministro dell'Interno Nicola Mancino, che ha subito replicato: "Se Riina, nel natale 1992, parlava con i suoi complici di un messaggio, quel messaggio fu, tre settimane dopo, il suo arresto, da me più volte sollecitato anche pubblicamente alle forze dell'ordine". Giovanni Brusca rischia adesso di essere espulso dal programma di protezione e di perdere la possibilità della scarcerazione anticipata. I magistrati di Palermo, guidati dal procuratore Francesco Messineo, lo interrogheranno in carcere oggi pomeriggio, per chiedergli quale sia la verità che ancora nasconde.
(La Repubblica, 17 settembre 2010)

mercoledì 15 settembre 2010

STORIA. La rivolta del sette e mezzo a Palermo

di Rosetta Faragi
La notte tra il 15 e il 16 settembre 1866 Palermo fu occupata. Andrea Camilleri, nella “Biografia del figlio cambiato”, descrive così l’evento: “…una tinta mattinata del settembre 1866, i nobili, i benestanti, i borgisi, i commercianti all’ingrosso e al minuto, i signori tanto di coppola quanto di cappello, le guarnigioni e i loro comandanti, gli impiegati di ufficio, sottoffici e ufficiuzzi governativi che dopo l’unità avevano invaso la Sicilia pejo che le cavallette, vennero arrisbigliati di colpo e malamente da uno spaventoso tirribillio di vociate, sparatine, rumorate di carri, nitriti di vestie, passi di corsa, invocazioni di aiuto. Tre o quattromila viddani, contadini delle campagne vicino a Palermo, armati e comandati per gran parte da ex capisquadra dell’impresa garibaldina, stavano assalendo la città. In un vidiri e svidiri, Palermo capitolò, quasi senza resistenza…”. La rivolta fu iniziata, dunque, da circa 4000 contadini provenienti dalle campagne intorno a Palermo. In poco tempo la rivolta assunse dimensioni imponenti. Fonti governative parlano di 35-40 mila uomini in armi, che misero in pericolo l’unità d’Italia che faticosamente era stata da poco conquistata. La caratteristica particolare della rivolta, che ne rappresentò la forza ma, nello stesso tempo, la debolezza, fu la presenza tra gli organizzatori di esponenti di diverso orientamento politico: nostalgici dei borboni, clericali, repubblicani, autonomisti, indipendentisti ed ex garibaldini. Ciò che li univa era la profonda delusione verso le promesse mancate del risorgimento e una violenta ostilità verso i “piemontesi“. La giunta rivoluzionaria che si insediò dopo che Palermo era stata “liberata”dai rivoltosi infatti aveva un presidente borbonico, il principe di Linguaglossa ed un segretario mazziniano, Francesco Bonafede. La rivolta, che durò sette giorni e mezzo, fu stroncata dopo l’arrivo della flotta sabauda con circa 4000 soldati agli ordini del generale Cadorna. Palermo fu prima bombardata dal mare e poi conquistata, barricata dopo barricata. La repressione, che seguì la rivolta, fu sanguinosa. Perché dopo solo sei anni dallo sbarco di Garibaldi, una parte consistente del paese si ribellava ai governanti del nuovo stato unitario?
La storiografia ufficiale liquidò tale rivolta come una manifestazione d’insofferenza criminale, organizzata da soggetti legati alla mafia insieme a nostalgici del vecchio regime borbonico. Tali analisi superficiali cercavano di nascondere i veri motivi della rivolta e cioè il fallimento della politica sabauda, che vedeva nel meridione e nella Sicilia non una parte d’Italia da unificare al resto del paese ma una colonia da annettere. Dopo il plebiscito si iniziò una sistematica spoliazione dei beni del vecchio regno. Il regno borbonico al momento della sua caduta aveva un bilancio in attivo, infatti, il banco delle Due Sicilie cioè la Banca nazionale del regno borbonico, aveva nelle sue riserve auree 443 milioni di lire-oro che corrispondevano al 66% di tutto il patrimonio dei vari stati italiani messi insieme. Tale tesoro fu incamerato nelle casse del nuovo stato unitario che si trovò ad avere, al momento della nascita, un capitale liquido nazionale di 668 milioni oro. Questi soldi servirono a ripianare il pesante deficit di bilancio del regno sabaudo e a rilanciare l’economia del nord Italia. La politica liberista portata avanti dal nuovo governo unitario favorì le industrie del nord a scapito di quelle del sud. La maggiore pressione fiscale rese l’economia meridionale sempre più povera e sempre meno competitiva. Con la politica del libero scambio venne disincentivata tutta la produzione industriale meridionale, formata da piccole e medie aziende, a vantaggio delle grosse imprese del nord Italia. Gli unici settori che ebbero dei momentanei vantaggi da tale situazione furono quelli agricoli e quelli dell’estrazione mineraria che puntavano molto sull’esportazione. Ma nel 1887 quando il governo italiano cambiò strategia, da liberista a protezionista, anche questi settori entrarono in crisi. Dopo aver assunto la dittatura dell’isola Garibaldi aveva promesso di abolire la tassa sul macinato e i canoni per le terre demaniali e di volere procedere ad una riforma del latifondo. Dopo l’unità d’Italia tali promesse, non solo non furono mantenute, ma fu inasprito il carico fiscale, fu introdotto il servizio militare obbligatorio e inoltre iniziò l’esproprio dei beni e dei terreni appartenenti alla chiesa e ai vari ordini religiosi, che finirono spesso nelle mani degli stessi latifondisti. Denis Mack Smith scrive: “Lo scioglimento dei monasteri non causò solo gravi privazioni agli stessi religiosi. Ma anche una disoccupazione per i laici che fu di 15.000 unità nella sola Palermo; e il governo non aveva modo di sostituire le attività benefiche che erano state così importanti per i poveri della città”. A queste condizioni si capisce come la rabbia della gente fu strumentalizzata da chi riteneva possibile un ritorno al passato. Il governo di destra invece di portare avanti una politica di riforme pensò di risolvere il problema con la repressione e con le cannonate. Non si sa quante furono le vittime di questa politica ottusa, ma i risultati non furono quelli sperati; la Sicilia continuò ad essere una terra “infida e ribelle”. Vista l’impossibilità di imporre l’ordine, lo Stato cominciò a trattare con chi poteva garantire tale ordine” e cioè con la borghesia latifondista. Si stipulò una specie di “papello” ante litteram. E così accanto alle forze dell’ordine ufficiali nel controllo del territorio si “affiancarono” i campieri vero braccio armato della borghesia terriera e latifondista. Per molti storici quello fu il vero inizio della “mafia”. Il resto è storia recente.
Rosa Faragi

Un ricordo di Don Puglisi. Quell’impegno quotidiano al servizio dei più deboli e degli emarginati

Padre Pino Puglisi
di GIUSEPPE LUMIA
Il 15 settembre del 1993, nel giorno del suo 56° compleanno, davanti al portone di casa veniva ucciso dalla mafia, per mano del killer Salvatore Grigoli, don Pino Puglisi.
Una figura a me molto cara, che mi ha accompagnato da giovanissimo nel mio impegno associativo in Azione Cattolica e nel volontariato. Con lui in particolare, insieme a tanti altri giovani universitari, ho trascorso uno dei periodi più intensi e significativi della mia vita quando don Pino era assistente del gruppo Fuci (Federazione universitaria cattolica italiana) di Palermo ed io il presidente. Ci accomunava l’idea che la scelta religiosa non potesse e non dovesse essere interpretata come una delimitazione di campo, ma piuttosto un modo di essere e di agire in tutti gli ambiti della realtà, nessuno escluso: dal culturale al sociale, dall’economico al politico. Secondo lo stile dell’incarnazione, del dialogo, della condivisione, della ricer ca comune di ciò che favorisce lo sviluppo integrale della persona umana.
Di don Pino ci colpiva la capacità di mettersi subito in relazione con chi incontrava e di attivare immediatamente energie ed entusiasmo attorno ad un’idea, ad un progetto. La sua fede si traduceva in un impegno quotidiano al servizio della persona e della comunità. Tanto mite e umile, quanto tenace e determinato, non conosceva ostacoli quando si trattava di salvaguardare la dignità dei più deboli ed emarginati, soprattutto se bambini. Trasferito nella parrocchia di San Gaetano, a Brancaccio, iniziò un importante lavoro con i ragazzi e le famiglie del quartiere. Brancaccio era, ed è ancora, una delle zone a più alta densità mafiosa della città. Uno di quei quartieri a rischio, dove i giovani possono cedere facilmente al richiamo criminale di Cosa nostra. Qui il degrado economico e sociale, infatti, rappresenta il brodo di coltura ideale della mafiosità e dell’illegalità.
In un posto abbandonato dallo Stato, dove tutto viene controllato dalle famiglie mafiose dei Graviano, don Pino irrompe con la sua semplicità, il suo sorriso dolce, il suo amore per la giustizia, la legalità, la solidarietà. La scelta religiosa si fa impegno per un’opera di evangelizzazione e promozione umana volta ad ottenere diritti e non favori, a far sì che ciascuno si assuma le proprie responsabilità, ad aiutare la gente a liberarsi dal giogo mafioso che umilia e abbrutisce. Si rifiuta di far gestire le feste patronali ai boss che fino ad allora decidevano orari, spettacoli, fuochi d’artificio. Durante le omelie, di fronte agli stessi mafiosi seduti sui banchi della parrocchia, don Pino parla della necessità di ribellarsi alla mafia perchè contro le persone ed il Vangelo. Con il Centro Padre Nostro don Pino voleva dare ai giovani la possibilità di un posto sano dove giocare, fare sport, studiare e crescere insieme agli altri: un percorso di crescita ed emancipazione da un contesto arido e negativo, dove fino ad allora ai ragazzi non era stata offerta nessuna alternativa. Per la mafia, il Centro e l’opera di Padre Pino Puglisi rappresentavano un’insidia. La mafia ha paura dell’istruzione e dell’educazione più di quanto ne abbia del carcere. Don Pino aveva scardinato un sistema culturale, aveva messo in crisi quello che gli studiosi chiamano il “sentire mafioso”. Nessuno poteva permettersi di insidiare il dominio di Cosa nostra, neanche un prete. Quando il 15 settembre del 1993 ricevetti la notizia dell’assassinio di don Pino per me fu un colpo durissimo. La rabbia e lo scoramento però non ebbero il sopravvento e non poteva essere altrimenti dati i suoi insegnamenti. Oggi il ricordo di don Pino è una memoria feconda che ci spinge a non perdere mai la speranza, a fare ognuno la nostra parte fi no in fondo, perché come ripeteva don Pino “se ognuno fa qualche cosa, allora si può fare molto...".
Giuseppe Lumia

domenica 12 settembre 2010

Giuseppe Ayala: "Cosa nostra è cambiata, molte scorte sono inutili"

Giuseppe Ayala
di GIUSEPPE AYALA
"Da oltre diciotto anni Cosa nostra non ammazza più né magistrati, né poliziotti, né uomini politici, né giornalisti. Per fortuna, mi pare superfluo aggiungere", afferma l'ex magistrato del pool antimafia. "Non è forse, allora, giunto il momento di avviare una responsabile, sia pur graduale, rivisitazione delle scorte in circolazione?"
Il tasto è delicato, lo so. Ma lo affronto lo stesso. Le scorte che notiamo al seguito di magistrati e uomini politici rispondono ad un'esigenza reale, o non sono altro che residui di un'epoca per fortuna alle nostre spalle? Propendo decisamente per la seconda ipotesi. Il primo ad essere scortato a Palermo fu Giovanni Falcone. Eravamo agli albori degli anni ottanta. Cosa Nostra aveva inaugurato una nuova strategia, quella di contrapporsi militarmente allo Stato uccidendone i servitori che, con il loro operato, ostacolavano gli interessi mafiosi. Erano stati vilmente trucidati, tra gli altri, Boris Giuliano, il colonnello Russo, Cesare Terranova, Piersanti Mattarella, il procuratore della Repubblica Gaetano Costa. Ed anche un giornalista, Mario Francese. L'allarme era più che giustificato. In quegli anni nasceva il pool antimafia. Il rischio che correvano i suoi componenti fu ritenuto assai elevato. A tutti venne, perciò, assegnata una scorta. Ne so qualcosa. Ne seguirono altre. Cosa Nostra, infatti, continuava a seminare morte.
Pio La Torre e Rosario Di Salvo, il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, Emanuela Setti Carraro e Domenico Russo, Rocco Chinnici, i due carabinieri Trapassi e Bartolotta, il portiere del palazzo Li Sacchi, ed altri ancora. In quel drammatico contesto storico la protezione delle vittime potenziali della furia mafiosa era necessaria e doverosa. Lo Stato doveva pur difenderle in qualche modo. Non sempre ci riuscì. Ne sanno qualcosa, per esempio, i familiari di Beppe Montana, Ninni Cassarà e Roberto Antiochia. Siamo nell'estate del 1985. Il 1992 ci ha lasciato due date che non saranno mai dimenticate: il 23 maggio e il 19 luglio.
Da allora è partita una fase completamente diversa. La strategia di Cosa nostra è radicalmente cambiata. La lista dei cosiddetti cadaveri eccellenti non ha avuto più bisogno di aggiornamenti. È una lista bloccata. Le stragi dell'estate 1993 a Roma, Firenze e Milano, infatti, sono anomale quantomeno per due ragioni. Sono state consumate fuori Palermo e hanno provocato vittime inermi che nulla avevano a che fare con le attività mafiose. Riina e Provenzano che conoscono la chiesa di S. Giovanni al Velabro o l'Accademia dei Georgofili è dura da credere. È ragionevole supporre che Cosa nostra non agì da sola. Come in altre tragiche occasioni. Ultime quelle dell'anno precedente. Ma questo è un altro discorso. Comunque sia, il calcolo è facile. Da oltre diciotto anni Cosa Nostra non ammazza più né magistrati, né poliziotti, né uomini politici, né giornalisti. Per fortuna, mi pare superfluo aggiungere.
Mi si darà atto, quindi, che l'attuale contesto storico è ormai del tutto diverso rispetto a quello del tragico passato che ho rievocato. E lo è stabilmente, visto il tempo trascorso. Non è forse, allora, giunto il momento di avviare una responsabile, sia pur graduale, rivisitazione delle scorte in circolazione? È mai possibile che non bastino diciotto anni per indurre chi di dovere a porsi finalmente il problema? Potrebbero cominciare a dare il buon esempio i diretti interessati. Io l'ho fatto. Non è stato facile. Ci provai per la prima volta nel 1998. Già allora avvertivo l'inutilità della scorta.
Provai a liberarmene. L'allora ministro dell'Interno, Giorgio Napolitano, alla fine di un cordialissimo colloquio mi comunicò che me lo potevo levare dalla testa. Con molto garbo mi spiegò anche le valutazioni che gli impedivano di assecondare la mia richiesta. Erano ragionevoli. Mi è andata meglio al secondo tentativo nel 2001. Dopo quasi diciannove anni di vita blindata ho ritrovato la mia libertà. È stata una sensazione talmente forte che continuo piacevolmente a gustarla.
Ma, ancora di più, il problema se lo devono finalmente porre i responsabili delle assegnazioni di scorte e, cioè, tanto per essere chiari, i componenti del Comitato Provinciale per l'ordine e la sicurezza, presieduto dal Prefetto. Non guasterebbe una direttiva del ministro dell'Interno. Sono un uomo di mondo e, in quanto tale, so bene che la revoca della scorta viene vissuta da alcuni destinatari come una sorta di deminutio. Il venir meno di uno status symbol. Negarlo è da ipocriti. Ciò malgrado, mi piace pensare che non sia questa la ragione per cui non si comincia a intervenire. Con prudenza, certo, ma anche con decisione. Il ritardo è già colpevole. In tempi di vacche magre come quelli che viviamo, il recupero di risorse, mezzi e uomini da destinare ad altre finalità istituzionali, magari preminenti, non rientra forse nei doveri di chi è chiamato a servire al meglio le istituzioni?
E poi, diciamocelo con franchezza, ci sono scorte al cospetto delle quali mi è stato chiesto: "Ma a chistu cu l'av'ammazzari?". Confesso di essermi rifugiato nel silenzio. Unica difesa dall'imbarazzo del dileggio. La mafia, purtroppo, è una cosa seria. Può l'antimafia concedersi il lusso di non esserlo? Non vorrei che l'eccessiva cautela possa avere a che fare con talune, episodiche presunte minacce, quali l'invio a qualcuno di buste contenenti proiettili. Suggerisco, in proposito, di indagare sino in fondo per accertare l'identità del mittente ma, soprattutto, di ricordare che né a Falcone, né a Borsellino, a quanto mi risulta, furono mai recapitati analoghi plichi. Intelligenti pauca.
(La Repubblica, 12 settembre 2010)

venerdì 10 settembre 2010

Corleone: com'è difficile giocare a tennis!

di MARIO CUPPULERI
“Mens sana in corpore sano” dicevano i latini e non a torto. Sembra che negli ultimi tempi, i corleonesi abbiano riscoperto il sapore di questo antico detto. Infatti se un qualsiasi pomeriggio di una giornata di sole si prova ad andare al campo sportivo comunale non si può fare a meno di notare il consistente numero di persone che praticano sport. Si tratta di uomini e donne di tutte le età ma stranamente nonostante l’eterogenea natura delle persone che frequentano l’impianto sportivo l’unico sport da loro praticato è la corsa. Tutti vanno matti per lo stesso sport. Come mai, verrebbe da chiedersi. Forse perché è uno sport che a differenza di altri non richiede infrastrutture specifiche per essere praticato. Infatti giocare ad esempio Tennis nel campo comunale pagato da noi contribuenti non è cosa facile.
Qualche settimana addietro con grande stupore ho notato l’inizio dei lavori presso il campo da tennis comunale in contrada santa Lucia.
Con altrettanto stupore mi sono accorto che in poco tempo lavori sono stati ulòtimati e il risultato è un campo in erbetta sintetica con tappeto nuovo, con reti laterali abbastanza alte, rete centrale nuova e paletti nuovi. Un campo di tutto rispetto, difficile trovarne uno simile nei comuni limitrofi.
Però non venga in mente a qualcuno il desiderio di fare una partitella a tennis dopo le 20:00 o peggio ancora la domenica. Malgrado siano proprio questi i giorni e gli orari in cui le persone hanno più tempo libero e in cui sarebbe più logico potenziare il servizio offerto, è invece impossibile giocare perché il servizio è del tutto abolito. Infatti si può praticare il tennis solo negli orari e nei giorni in cui la maggior parte delle persone è impegnata con il lavoro. Cioè il pomeriggio nei soli giorni feriali.
Si magari si trova un po’ di tempo dalle 19:00 alle 20:00, ma il tennis prevede che si giochi 2 persone per volta e non tutti gli aspiranti tennisti possono concentrarsi in quella fascia oraria, essendoci un solo campo. Alcuni “raccomandati” hanno quindi trovato le chiavi sia della struttura sportiva da dove è possibile accendere le luci del campetto da tennis, sia le chiavi del lucchetto che impedisce ai “non raccomandati” di accedere e farsi una partitella nel campo da tennis. Non c’è da biasimarli più di tanto vista la situazione.
Le soluzioni a parer mio, a meno che non si voglia regalare una copia delle chiavi ad ogni cittadino, possono essere due:
1° soluzione- Prolungare, far scivolare o fare dei turni per quanto riguarda l’orario di servizio di custodi del campetto in modo che questi possano aprire il lucchetto che chiude il campo e accendere le luci. Questo orario si potrebbe attuare almeno nei giorni in cui il campo risulta prenotato. A questo proposito si consiglia di migliorare la comunicazione tra l’ufficio dell’assessorato allo sport e il custode allo scopo di comunicargli preventivamente in quali giorni e in quali ore il campo risulta prenotato. Altrimenti turni fissi almeno fino alle 23:00 in estate e fino alle 21:00 in inverno.
2° - alternativamente adottare una soluzione uguale a quella usata per usufruire del campetto di calcio a 5. Cioè campo sempre aperto e timer delle luci artificiali regolato di volta in volta in base all’ora in cui la luce solare viene meno.
Inoltre visto che il campo da pallacanestro è da anni inutilizzabile e in stato di abbandono si potrebbe trasformarlo in un altro campo da tennis non per forza in erbetta sintetica ma anche in cemento. Basterebbe solo alzare un po’ le reti tratteggiare le linee del campo e mettere la rete centrale. Oppure visto la scarsa presenza di giocatori di pallacanestro si potrebbe trasformare il campo da basket in un campo di calcio a 5 anche non regolare dal punto di vista delle misure. Il calcio a 5 è infatti uno sport molto praticato dai corleonesi e per il quale le strutture non bastano mai. Eventualmente qualora qualcuno in futuro reclamasse spazi per giocare a pallacanestro, questo sport si potrebbe praticare nella palestra comunale.
Se invece volete fare una partita di calcio a 5 al campo comunale tutto a posto basta prenotare, le luci sono sempre accese la sera, però badate bene che trascorrerete più della metà del tempo a rincorrere la palla che scappa dagli innumerevoli fori che sono presenti nelle reti laterali che delimitano il perimetro del campetto. L’altra metà del tempo forse la trascorrerai a giocare. Le soluzioni in questo caso sono sempre 2: giocare a calcetto senza tirare in porta oppure molto meglio rattoppare quantomeno i buchi. Io opto per la seconda la quale mi appare più sensata. Mi chiedo quanto costi comperare qualche metro di rete per tappare almeno i buchi. Evidentemente è un lavoro costoso. ( Mih, quanto sono “camurriusu” mi “lamientu siempri”! ). Umorismo a parte credo che si evinca da quello che ho scritto che il mio vuole essere è un atteggiamento costruttivo che non evidenzia solo i problemi ma prova a dare soluzioni di una sfera sociale molto importante quale è lo sport. “Ohhh e viremmu si finalmenti mi pozzu fare una partita.”
Mario Cuppuleri

mercoledì 8 settembre 2010

Acciaroli, venerdì funerali al porto. L'appello di 'Libera': "Fermiamoci per lui"

Corteo per Angelo Vassallo
L'associazione guidata da Don Ciotti: "Fermati un momento alle 10,30 a pensare a lui". Il vicesindaco: "Per l'ultimo saluto, alla cerimonia, pubblica per scelta dei familiari, si attendono bus di ragazzi da tutta Italia". Gli inquirenti: "Spero possiate sapere tra non molto chi impugnava l'arma che l'ha ucciso" POLLICA (Salerno) - Venerdì mattina l'ultimo saluto a Angelo Vassallo. I funerali del sindaco della cittadina ucciso nella notte di domenica 1, si svolgeranno al porto di Acciaroli. Proprio dove ieri sera si è fermata in silenzio la fiaccolata 2 dei cittadini che in cinquemila hanno sfilato in suo onore. Sono stati la moglie e i due figli a scegliere il porto, per l'amore e il rispetto che Vassallo nutriva nei confronti del mare, motivo per cui veniva chiamato il 'Pescatore'. Il quotidiano "La Città" di Salerno ha lanciato un appello: "Io sono di Pollica" 3, l'associazione "Libera" guidata da Don Ciotti, ha invitato tutti a ricordarlo: "Venerdì alle 10,30, ovunque tu sia, fermati un momento per ricordare Angelo Vassallo. Perché l'hanno ucciso con sette colpi di pistola, ad Acciaroli - continua l'appello -. Perché era un uomo e un sindaco con la schiena dritta. Perché alle 10,30 lo seppelliscono, ma non vogliamo che seppelliscano i suoi sogni. Perché non potremo essere lì, ma vogliamo che la sua famiglia senta forte il nostro abbraccio. Perché dal minuto dopo continueremo il nostro impegno con più forza. Perché - conclude "Libera" - così abbiamo imparato ad onorare la memoria delle vittime innocenti delle mafie". La cerimonia funebre si sarebbe dovuta celebrare oggi, ma il protrarsi dei tempi necessari all'esecuzione dell'autopsia ha fatto spostare di un giorno le esequie. "I familiari hanno scelto di fare un funerale pubblico - ha spiegato il vicesindaco Stefano Pisani che, su indicazione della famiglia, ha chiesto di devolvere in favore dell'iniziativa rivolta alle popolazioni che soffrono la fame nel mondo 'Terra Madre' eventuali offerte in denaro al posto dei fiori. "Al nostro sindaco non piacevano i fiori nei cimiteri e neppure sulle tombe - ha spiegato Pisani - i fiori devono restare nei prati, diceva. E' per questo motivo che, rispettando la sua volontà, abbiamo deciso di lanciare una iniziativa per portare a termine una delle tante cose belle alle quali il sindaco Vassallo stava lavorando".

Come mangiare sano… e morire grassi

La copertina del libro
Un paradosso apparente spiegato dagli esperti che invitano a seguire una dieta intelligente assecondando il metabolismo del proprio corpo per ottenere i risultati desiderati
“La pillola magica, la dieta miracolosa per tutti i problemi di peso, di grasso, o per rimediare ai danni di una cattiva alimentazione non esiste”. È da questo concetto che prende spunto un interessante lavoro a opera del dottor Leoluca Criscione, dottore in farmacia e ricercatore biomedico, e della consulente alimentare Marion Dürr-Gross dal titolo, appunto, Mangiare sano e morire grassi – Uso e abuso di una sana alimentazione, pubblicato per le Edizioni Vitasanas (Basilea). Il dottor Criscione ha lavorato per anni presso una tra le più grandi case farmaceutiche, con sede a Basilea, dove si è occupato di trovare la pillola magica che avrebbe debellato per sempre i problemi legati al grasso corporeo, al sovrappeso e l’obesità. A suo tempo, la scoperta di questa pillola era trapelata e se ne è avuta eco anche sui giornali che titolavano “Arriva da Basilea la pillola contro i grassi”. Ma, questa pillola magica che in un primo tempo sembrava dover essere lanciata sul mercato con grande enfasi, si è rivelata una potenziale bomba a orologeria pronta a esplodere. “Troppo pericolosa”, si è concluso presso la nota casa farmaceutica; troppi effetti collaterali. E così, si è abbandonata la ricerca. Il corpo umano è intelligente, e un farmaco o una terapia (che sia anche una dieta) che intervenga unicamente su un aspetto crea degli squilibri che l’organismo tende a bilanciare. Per cui se si tappa un buco, subito dopo si apre un’altra falla da qualche altra parte. Risultato? Un disastro. Ci si ritrova peggio di prima con, magari, anche qualche strascico a livello della salute. Se dunque il corpo umano è così intelligente, perché allora non assecondare questa sua virtù e invece di imbottirlo di calorie, anche se provenienti da “cibo sano”, magari bio, non proviamo a conoscerlo meglio? A comprendere il proprio metabolismo in modo semplice ed efficace per riuscire finalmente a combattere il sovrappeso e l’obesità in modo sicuro e duraturo? A queste domande rispondono i due esperti con un metodo studiato dal dottor Criscione, denominato “MangiarSano dr. Criscione”, che si prefigge di far dimagrire restando buongustai. A detta di Criscione, è possibile dimagrire anche mangiando cibi da fast-food, e non è vero che non s’ingrassa o non si possono causare danni mangiando cibi “sani”.
Questo metodo ha dei punti fermi che sono così riassunti:
- Non bisogna ridurre drasticamente cibi e bevande, altrimenti il metabolismo basale si mette a risparmio (con l’effetto indesiderato conosciuto con il nome di yo-yo).
- Non lasciarsi “ciarlatanare” diete e abitudini alimentari diverse dalle proprie, e tanto meno liste di “cibi vietati”…
- Non perdere la gioia nel mangiare. Mangiare deve restare una qualità della vita.
- Non diventare schiavi della bilancia.
Ecco che a detta del dottor Criscione un modo intelligente per perdere peso esiste e sfrutta l’altrettanta intelligenza dell’organismo umano. Secondo i due esperti, quindi, esiste la possibilità di mangiare quello che ci piace e tenere a bada la bilancia.
(lm&sdp)
La Stampa, 8/9/2010

lunedì 6 settembre 2010

Toscana, segnali inquietanti. Distrutto il vigneto dell'azienda Poggio Velluto a Seggiano

di Fabio Ceseri
Panorama del comune di Seggiano (Gr)
Da sempre la Toscana è vista come una regione a vocazione turistica dove, la qualità dell’ambiente, le sue ricchezze enogastro-nomiche, culturali e ambientali, sono un valore aggiunto che attirano milioni di turisti ogni anno.Tutte queste caratteristiche, ne fanno una regione tra le più ricche d’Italia dove la qualità della vita ha un indice elevato a livello nazionale.
Negli ultimi anni, queste qualità che creano ricchezza e giro di denaro, attirano numerosi appetiti fra cui quelli della criminalità organizzata. Molte indagini e ricerche, attestano che esiste una presenza costante e attiva di organizzazioni dedite a varie attività criminale sul territorio toscano e che queste, non usino al momento, manifestazioni violente per imporre il proprio volere. Negli ultimi mesi, si sino succedute varie indagini che hanno visto anche l’arresto di un discreto numero di persone, coinvolte nella cosiddetta: “mafia dei colletti bianchi”.
Alcuni segnali inquietanti, che provengono dalla zona dell’Amiata e più precisamente da Seggiano, fanno intravedere una inversione di tendenza nella metodologia dell’azione criminale oppure che alcuni, usino metodi intimidatori abbastanza cruenti e che siano ben presenti su questo territorio. A Seggiano, paesino inerpicato sul Monte Amiata 2700 viti di pregio sono state distrutte con forbici laser presso l’agriturismo Poggio Velluto.Certi atti criminosi, fanno pensare che siano opera di addetti ai lavori perché il taglio è avvenuto al di sotto dell’innesto come testimonia la Signora Rossana proprietaria dell’azienda. Il danno purtroppo, è avvenuto nel momento più eclatante: a pochi giorni dalla vendemmia. "Era una bella vigna - dice la signora Rossana- hanno colpito profondamente l’azienda e tutta la comunità".
Molti imprenditori in questa zona, fanno finanziamenti, comprano, fanno sacrifici e adesso c’è solo tristezza; sacrifici buttati.L’azienda Poggio Velluto, è un’ azienda molto florida che vende bene i suoi prodotti ed è molto conosciuta anche all’estero e per questo ai proprietari, sono arrivate proposte di acquisto, soprattutto da agenzie immobiliari; il che fa pensare che non ci sia un tentativo preciso di estorsione o altro, anche perché in passato, non sono mai arrivate minacce precise ai proprietari. Le piccole aziende sono spesso strette da debiti bancari e costrette a ricorrere a prestiti, a volte anche ad usurai orbitanti nel mondo della criminalità organizzata.
Un dato interessante è quello che a soli 57 chilometri da Seggiano, è presente un importante bene confiscato alla mafia in Toscana: l’azienda agricola di Suvignano nel Comune di Monteroni d’Arbia in provincia di Siena, stimato all’asta a ben 25 milioni di euro.Fino ad ora forse si pensava che questi fatti criminosi, accadessero solo in vigneti confiscati alla mafia in Sicilia; invece c’è stato un brusco risveglio.
Seggiano (Gr), 03.09.2010
Da: Liberainformazione

La zuffa fra medici in sala parto non è malasanità?

di Agostino Spataro
Massimo Russo
Fin dal primo momento, l’assessore alla Salute, Massimo Russo, ha sostenuto che l’episodio di Messina “non è un caso di malasanità”. Oggi, forse, ci spiegherà perché. Nessuno, infatti, ha capito i motivi per i quali egli, di fronte all’indignazione generale e accanto al ministro Fazio precipitatosi a Messina, non abbia voluto qualificarli come casi di malasanità. I fatti sono arcinoti: una partoriente, già in sala parto, assiste, sgomenta, alla rissa furente fra i due medici che dovevano aiutarla a partorire; un’altra donna, giorni prima, aveva abortito, da sola, nel WC dello stesso reparto; mentre una sessantenne è morta in circostanze tutte da chiarire. A ciò bisogna aggiungere le “scoperte” fatte, ieri, dall’inchiesta del Nas: medicinali scaduti, rifiuti speciali abbandonati e non smaltiti; persino la carogna impolverata di un pipistrello in terapia intensiva. Se questa non è malasanità, cos’altro dovrebbe accadere per ritenerla tale? Invece, le prime reazioni hanno teso a minimizzare, a ridurre l’episodio a mera devianza comportamentale individuale. Forse, l’assessore avrà un metro speciale per valutare l’entità e la qualità dei danni e quindi per qualificarne la gravità.A tutti, in Sicilia e in Italia, quella rissa e gli altri episodi citati sono apparsi casi gravissimi, inammissibili di cattiva sanità. Una sottovalutazione, dunque, inopportuna che, per altro, non tiene conto delle dichiarazioni allarmanti rese, a più riprese, dal manager Giuseppe Pecoraro sulla funzionalità e sugli interessi opachi e trasversali che gravano sulla gestione del nosocomio e dei singoli reparti. Insomma, non c’era davvero bisogno che scoppiasse la clamorosa rissa per avviare severi e penetranti controlli. Invece, nulla fino all’altro ieri. Riformare la sanità siciliana, la più costosa e inefficiente fra le regioni italiane, è certamente un compito arduo e di non poco momento. E’ illusorio pensare che per farlo bastino alcuni tagli poco mirati, ma necessari per acquisire nuovi mutui dallo Stato. Per cambiare sul serio, bisogna cominciare a riprogrammare, in armonia col territorio, a tagliare tutte le incrostazioni, gli interessi illeciti e affaristici che ruotano intorno alla sanità. Tagliare, innovare e promuovere dirigenti competenti e rigorosi e non lottizzare come si continua a fare. Forse, minimizzando, l’assessore voleva preservare l’immagine di una sanità siciliana di colpo riformata, vanto e fiore all’occhiello del governo Lombardo, secondo la migliore tradizione dei gruppi dominanti siciliani che più si curano dell’immagine che della realtà effettiva. Ma la gente, i pazienti soprattutto, sanno benissimo come stanno le cose, come e perché (non) funzionano gran parte delle strutture e dei servizi sanitari pubblici. Molti utenti continuano a emigrare al nord o si ricoverano in cliniche private o devono sborsare fior di quattrini per ottenere un’assistenza decente anche nell’ambito del servizio pubblico. E chi non ha queste possibilità? Certo, il problema è antico e i guasti provocati sono troppo grandi. Perciò, nessuno vuole attribuire tutta la responsabilità all’attuale assessore. Tuttavia, egli non ci può propinare analisi riduttive, autoreferenziali, quasi che in Sicilia avessimo un servizio sanitario all’avanguardia dove, casualmente, si sono introdotti medici che si azzuffano in sala operatoria e/o donne che abortiscono, da sole, nel WC del reparto ostetricia. Per altro, la Regione, che nel settore ha competenza primaria, quasi esclusiva, mostrandosi esitante in ordine all’accertamento delle responsabilità, rischia di farsi scavalcare dall’iniziativa del ministro e degli organi parlamentari nazionali. La sbandierata autonomia non vale solo per incassare o per nominare, a piacimento, dirigenti e consulenti, ma anche quando si debbono assumere chiare responsabilità sanzionatorie. Ma se l’assessore minimizza i cittadini s'indignano ancora di più. E a ragione.
Agostino Spataro

domenica 5 settembre 2010

"Occhio, finirai come Giovanni Falcone"

di Umberto Lucentini
Vincenzo Liarda
Un sindacalista siciliano si batte per convertire a usi sociali un latifondo sequestrato a Cosa Nostra. E i capicosca gli mandano messaggi di morte. Un appello al ministro Maroni
La mafia lo ha messo nel mirino: gli sono arrivate lettere anonime, proiettili, altri lugubri avvertimenti. Ora Vincenzo Liarda, 44 anni, sindacalista della Cgil del piccolo paese di Polizzi Generosa (meno di 4.000 abitanti in provincia di Palermo) "gira" la pratica a Roberto Maroni: "Al ministro dell'Interno chiedo di risolvere con una norma l'intoppo burocratico che blocca l'assegnazione di Verbumcaudo, il feudo nelle campagne delle Madonie confiscato a Michele Greco, il "papa" di Cosa Nostra". E' per questa battaglia a favore della cooperativa "Placido Rizzotto" dell'associazione Libera che il sindacalista Liarda è stato minacciato più volte da Cosa nostra negli ultimi mesi. L'ennesimo avvertimento domenica scorsa: una decina di alberi di ulivo del suo piccolo appezzamento di terra, in contrada Chiaretta a Polizzi Generosa, sono stati tagliati a colpi di accetta. Un messaggio che nelle zone rurali della Sicilia suona ancora come l'ultimo della serie. "Dico subito che il ministro Maroni mi è stato vicino. Ha firmato lui l'assegnazione di una tutela dei carabinieri a protezione della mia incolumità", racconta Liarda. "Ma il problema ovviamente non è personale. Il segretario della Cgil, Guglielmo Epifani, ha spedito qui in Sicilia il responsabile della sicurezza e legalità del sindacato in cui milito da venti anni e insieme al segretario regionale Mariella Maggio abbiamo parlato di una serie di iniziative per tenere alta l'attenzione sul caso Verbumcaudo".

Sequestrato nel 1987 dal giudice istruttore Giovanni Falcone (allora aveva un valore stimato di 2 miliardi e mezzo di lire), il feudo si estende per 150 ettari e la sua assegnazione per fini sociali è bloccata: "Sul bene c'è un'ipoteca sottoscritta da Michele Greco quando si impossessò del feudo che apparteneva al conte Salvatore Tagliavia", spiega Liarda. "I diritti della banca creditrice vanno preservati, è ovvio. Ma la legge sui beni confiscati non consente al momento altra strada che la vendita all'asta del feudo. Così lo spirito dell'espropriazione dei beni ai boss, in questo caso, viene tradito da una norma che andrebbe modificata al più presto". Liarda, 44 anni, sposato, vivaista forestale, da maggio scorso ha ricevuto una serie di lettere di minacce: proiettili, avvertimenti a smetterla con la campagna per l'assegnazione del feudo a Libera. Poi un ritaglio di giornale con la foto di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino e una scritta inquietante, destinata al sindacalista e al senatore Giuseppe Lumia del Pd, che ha sposato la sua causa: "Anche se siete meno importanti farete la stessa fine". "Era il 21 dicembre 2007 quando, alla fine di un lunghissimo e complesso iter, il feudo è assegnato al Comune di Polizzi che ha deciso di affidarlo alla cooperativa Placido Rizzotto", scrive il senatore Lumia in una interrogazione presentata il 15 luglio ai ministri dell'Interno e della Giustizia. "L'obiettivo è quello di realizzare attività agricole e agrituristiche per creare occupazione e, allo stesso tempo, dare un segnale forte di legalità e sviluppo". Ma la scoperta dell'ipoteca firmata dal capomafia palermitano rivoluziona tutto: "Il magistrato dell'esecuzione del Tribunale di Termini Imerese blocca di fatto l'assegnazione alla cooperativa Rizzotto", spiega Lumia, "e avvia un percorso che porta inevitabilmente alla vendita del feudo con un'asta pubblica. Nel frattempo decide di assegnarne la gestione, addirittura a titolo gratuito, ai proprietari dei terreni confinanti, i fratelli Battaglia, i quali da sempre hanno condotto, di fatto, il feudo, e sui quali è necessaria una rigorosa verifica sui loro legami con il boss Michele Greco e sugli attuali riferimenti del clan Madonia". Nell'attesa che la magistratura indaghi, Liarda rilancia il suo appello a Maroni: "Ministro, faccia approvare al più presto una norma che sblocchi i tanti casi Verbumcaudo che ci sono in Italia. Perché, mi creda, la malaburocrazia può uccidere come Cosa nostra".
(L’Espresso, 03 settembre 2010)

Capitale umano nell’era della globalizzazione: le nuove sfide per i professionisti delle Risorse Umane

Le persone, le loro competenze e i loro talenti sono una fonte sempre più critica di vantaggio competitivo per le imprese, in grado di fare la differenza anche e soprattutto nei momenti difficili. Le competenze specialistiche, ancorché di alto livello, non bastano più in un mercato in cui la competizione è globale: servono flessibilità, motivazione, orientamento al cambiamento continuo, capacità di gestione delle relazioni e dei conflitti, resistenza allo stress, sensibilità interculturale.
Tutto questo impone alle imprese una rinnovata attenzione ai processi di gestione e di sviluppo delle proprie risorse umane in uno scenario anche giuridico in continuo mutamento, in cui nuove forme contrattuali, nuovi significati del lavoro, nuovi potenziali lavoratori si affacciano in un mercato del lavoro pieno di contraddizioni e sempre più internazionale.
Questo rinnovato fabbisogno rappresenta un’importante occasione di sviluppo per i professionisti delle Risorse Umane, in quanto protagonisti nei processi strategici di allineamento tra persone e organizzazioni, ma, al contempo, richiede l’attivazione di processi di sviluppo di ‘nuove’ competenze anche per la stessa funzione del personale, non facilmente reperibili sul mercato del lavoro in forma integrata.
Le imprese segnalano la necessità di percorsi formativi specializzati. L’Università Cattolica di Milano, risponde sviluppando una iniziativa unica e distintiva, pensata per rispondere ai fabbisogni di competenze globali dei futuri manager delle risorse umane: il Master Universitario in International Human Resource Management, patrocinato della Associazione Italiana dei Direttori del Personale (AIDP).
Il progetto formativo è a numero chiuso. I selezionati partecipanti seguiranno un percorso della durata di dieci mesi a partire dal 2 febbraio 2011, in cui la prospettiva economico-aziendale viene proposta in maniera integrata con quella linguistico culturale, per formare le competenze dei futuri manager, gestori di persone, ma anche di culture nelle aziende internazionali.
La didattica attiva sia in lingua italiana che in lingua inglese, lo stage in azienda, i progetti, la stretta collaborazione con imprese globali e la faculty internazionale sono tra i tratti distintivi della proposta, che si articola in sei aree tematiche integrate tra loro: il contesto istituzionale, l’azienda, le persone, la relazione di lavoro, i sistemi di gestione HR, le competenze linguistico-culturali.
I partner dell’iniziativa offrono numerose borse di studio e, sono proposte ulteriori agevolazioni e opportunità per gli studenti stranieri. Le iscrizioni si chiudono il 19 gennaio 2011, ma il primo turno di selezione è gia’ previsto per il prossimo 2 dicembre.

Scheda Master in International HR Mangement Master di primo livello a.a. 2010/2011
Il Master in IHRM nasce dalla collaborazione tra le Facoltà di Economia e di Scienze linguistiche e letterature straniere per rispondere a uno specifico fabbisogno del mercato del lavoro

Fattori distintivi

- Integrazione delle competenze professionali di gestione delle risorse umane, con le competenze linguistico-culturali

- Forte focalizzazione rispetto ai contesti aziendali internazionali, anche attraverso processi di qualificazione e sostegno di livelli eccellenti delle competenze linguistico-culturali

- Stretto legame con il mondo aziendale e i mercati di sbocco professionale

Sbocchi professionali

- Aziende e istituzioni che si muovono in contesti internazionali complessi nelle aree di: Gestione delle Risorse Umane, Organizzazione, Comunicazione Aziendale.
- Società di consulenza specializzate nella gestione del personale (tra cui società di ricerca e selezione, società di head hunting, società di outplacement, agenzie per il lavoro, società di consulenza).
Destinatari

- Neo laureati o neo inseriti in azienda con una forte motivazione verso i contenuti professionali collegati all’organizzazione e alla gestione delle risorse umane in ambito internazionale


Struttura del processo formativo e metodologie didattiche

- 10 mesi, da febbraio a novembre 2011, 70 crediti formativi

- Didattica d’aula da febbraio a luglio (didattica attiva, laboratori, simulazioni)

- Stage di almeno tre mesi presso primarie aziende nazionali e internazionali, obbligatorio

- Progetto sul campo e attività di studio a distanza

- La lingua ufficiale del master quella italiana; seminari e approfondimenti verranno svolti in lingua inglese

Faculty

- Direttori i professori Enrica Galazzi e Luigi Manzolini

- Professori dell’Università Cattolica, esperti delle tematiche specifiche, affiancati da manager e professionisti aziendali

Aree di contenuto
- Il contesto istituzionale, economia, diritto del lavoro, processi di globalizzazione;

- L’azienda, strategia, misure economico finanziarie, assetti organizzativi

- Le persone, personalità, motivazione e competenze,

- Le competenze linguistico-culturali, scenari culturali, international communication e global english,

- Le relazioni di lavoro, contratti di lavoro e relazioni industriali

- I sistemi di gestione HR, reclutamento e selezione, valutazione e retribuzione, sviluppo e formazione, tecnologia a supporto della Direzione HR, gestione degli expatriate, cross-cultural management.

venerdì 3 settembre 2010

Carlo Alberto Dalla Chiesa: quell'uomo solo contro la mafia

La strage di via Carini
L'intervista a "Repubblica" del generale Carlo Alberto dalla Chiesa fatta a Giorgio Bocca il 10 agosto 1982. Questa è l'ultima intervista rilasciata dal generale Dalla Chiesa che venne ucciso, con la giovane moglie, nell'attentato del 3 settembre 1982 PALERMO - La Mafia non fa vacanza, macina ogni giorno i suoi delitti; tre morti ammazzati giovedì 5 fra Bagheria, Casteldaccia e Altavilla Milicia, altri tre venerdì, un morto e un sequestrato sabato, ancora un omicidio domenica notte, sempre lì, alle porte di Palermo, mondo arcaico e feroce che ignora la Sicilia degli svaghi, del turismo internazionale, del "wind surf" nel mare azzurro di Mondello. Ma è soprattutto il modo che offende, il "segno" che esso dà al generale Carlo Alberto dalla Chiesa e allo Stato: i killer girano su potenti motociclette, sparano nel centro degli abitati, uccidono come gli pare, a distanza di dieci minuti da un delitto all'altro. Dalla Chiesa è nero: “Da oggi la zona sarà presidiata, manu militari. Non spero certo di catturare gli assassini ad un posto di blocco, ma la presenza dello Stato deve essere visibile, l'arroganza mafiosa deve cessare”.
Che arroganza generale ?
A un giornalista devo dirlo? Uccidono in pieno giorno, trasportano i cadaveri, li mutilano, ce li posano fra questura e Regione, li bruciano alle tre del pomeriggio in una strada centrale di Palermo.

Questo Dalla Chiesa in doppio petto blu prefettizio vive con un certo disagio la sua trasformazione: dai bunker catafratti di Via Moscova, in Milano, guardati da carabinieri in armi, a questa villa Wittaker, un po’ lasciata andare, un po’ leziosa, fra alberi profumati, poliziotti assonnati, un vecchio segretario che arriva con le tazzine del caffè e sorride come a dire: ne ho visti io di prefetti che dovevano sconfiggere la Mafia.

Generale, vorrei farle una domanda pesante. Lei è qui per amore o per forza? Questa quasi impossibile scommessa contro la Mafia è sua o di qualcuno altro che vorrebbe bruciarla? Lei cosa è veramente, un proconsole o un prefetto nei guai ?
Beh, sono di certo nella storia italiana il primo generale dei carabinieri che ha detto chiaro e netto al governo: una prefettura come prefettura, anche se di prima classe, non mi interessa. Mi interessa la lotta contro la Mafia, mi possono interessare i mezzi e i poteri per vincerla nell'interesse dello Stato

Credevo che il governo si fosse impegnato, se ricordo bene il Consiglio dei Ministri del 2 aprile scorso ha deciso che lei deve ”coordinare sia sul piano nazionale che su quello locale” la lotta alla Mafia.
Non mi risulta che questi impegni siano stati ancora codificati.

Vediamo un po’ generale, lei forse vuol dirmi che stando alla legge il potere di un prefetto è identico a quello di un altro prefetto ed è la stessa cosa di quello di un questore. Ma è implicito che lei sia il sovrintendente, il coordinatore.
Preferirei l'esplicito.

Se non ottiene l'investitura formale che farà? Rinuncerà alla missione?
Vedremo a settembre. Sono venuto qui per dirigere la lotta alla Mafia, non per discutere di competenze e di precedenze. Ma non mi faccia dire di più.

No, parliamone, queste faccende all'italiana vanno chiarite. Lei cosa chiede? Una sorta di dittatura antimafia? I poteri speciali del prefetto Mori?
Non chiedo leggi speciali, chiedo chiarezza. Mio padre al tempo di Mori comandava i carabinieri di Agrigento. Mori poteva servirsi di lui ad Agrigento e di altri a Trapani a Enna o anche Messina, dove occorresse. Chiunque pensasse di combattere la Mafia nel "pascolo" palermitano e non nel resto d'Italia non farebbe che perdere tempo.

Lei cosa chiede? L'autonomia e l'ubiquità di cui ha potuto disporre nella lotta al terrorismo?
Ho idee chiare, ma capirà che non è il caso di parlarne in pubblico. Le dico solo che le ho già, e da tempo, convenientemente illustrate nella sede competente. Spero che si concretizzino al più presto. Altrimenti non si potranno attendere sviluppi positivi.

Ritorna con la Mafia il modulo antiterrorista? Nuclei fidati, coordinati in tutte le città calde?
Il generale fa un gesto con la mano, come a dire, non insista, disciplina giovinetto: questo singolare personaggio scaltro e ingenuo, maestro di diplomazie italiane ma con squarci di candori risorgimentali. Difficile da capire.

Generale, noi ci siamo conosciuti qui negli anni di Corleone e di Liggio, lei è stato qui fra il '66 e il '73 in funzione antimafia, il giovane ufficiale nordista de Il giorno della civetta. Che cosa ha capito allora della Mafia e che cosa capisce oggi, 1982?
Allora ho capito una cosa, soprattutto: che l'istituto del soggiorno obbligatorio era un boomerang, qualcosa superato dalla rivoluzione tecnologica, dalle informazioni, dai trasporti. Ricordo che i miei corleonesi, i Liggio, i Collura, i Criscione si sono tutti ritrovati stranamente a Venaria Reale, alle porte di Torino, a brevissima distanza da Liggio con il quale erano stati da me denunziati a Corleone per più omicidi nel 1949. Chiedevo notizie sul loro conto e mi veniva risposto: " Brave persone". Non disturbano. Firmano regolarmente. Nessuno si era accorto che in giornata magari erano venuti qui a Palermo o che tenevano ufficio a Milano o, chi sa, erano stati a Londra o a Parigi.

E oggi?
Oggi mi colpisce il policentrismo della Mafia, anche in Sicilia, e questa è davvero una svolta storica. È finita la Mafia geograficamente definita della Sicilia occidentale. Oggi la Mafia è forte anche a Catania, anzi da Catania viene alla conquista di Palermo. Con il consenso della Mafia palermitana, le quattro maggiori imprese edili catanesi oggi lavorano a Palermo. Lei crede che potrebbero farlo se dietro non ci fosse una nuova mappa del potere mafioso?

Scusi la curiosità, generale. Ma quel Ferlito mafioso, ucciso nell'agguato sull'autostrada, si quando ammazzarono anche i carabinieri di scorta, non era il cugino dell'assessore ai lavori pubblici di Catania ?


E come andiamo generale, con i piani regolatori delle grandi città? È vero che sono sempre nel cassetto dell'assessore al territorio e all'ambiente?
Così mi viene denunziato dai sindaci costretti da anni a tollerare l'abusivismo.

IL CASO MATTARELLA
Senta generale, lei ed io abbiamo la stessa età e abbiamo visto, sia pure da ottiche diverse, le stesse vicende italiane, alcune prevedibili, altre assolutamente no. Per esempio che il figlio di Bernardo Mattarella venisse ucciso dalla Mafia. Mattarella junior è stato riempito di piombo mafioso. Cosa è successo, generale?
È accaduto questo: che il figlio, certamente consapevole di qualche ombra avanzata nei confronti del padre, tutto ha fatto perché la sua attività politica e l'impegno del suo lavoro come pubblico amministratore fossero esenti da qualsiasi riserva. E quando lui ha dato chiara dimostrazione di questo suo intento, ha trovato il piombo della Mafia. Ho fatto ricerche su questo fatto nuovo: la Mafia che uccide i potenti, che alza il mirino ai signori del "palazzo". Credo di aver capito la nuova regola del gioco: si uccide il potente quando avviene questa combinazione fatale, è diventato troppo pericoloso ma si può uccidere perché è isolato.

Mi spieghi meglio.
Il caso di Mattarella è ancora oscuro, si procede per ipotesi. Forse aveva intuito che qualche potere locale tendeva a prevaricare la linearità dell'amministrazione. Anche nella DC aveva più di un nemico. Ma l'esempio più chiaro è quello del procuratore Costa, che potrebbe essere la copia conforme del caso Coco.

Lei dice che fra filosofia mafiosa e filosofia brigatista esistono affinità elettive?
Direi di sì. Costa diventa troppo pericoloso quando decide, contro la maggioranza della procura, di rinviare a giudizio gli Inzerillo e gli Spatola. Ma è isolato, dunque può essere ucciso, cancellato come un corpo estraneo. Così è stato per Coco: magistratura, opinione pubblica e anche voi garantisti eravate favorevoli al cambio fra Sossi e quelli della XXII ottobre. Coco disse no. E fu ammazzato.

Generale, mi sbaglio o lei ha una idea piuttosto estesa dei mandanti morali e dei complici indiretti? No, non si arrabbi, mi dica piuttosto perché fu ucciso il comunista Pio La Torre.
Per tutta la sua vita. Ma, decisiva, per la sua ultima proposta di legge, di mettere accanto alla "associazione a delinquere" la associazione mafiosa.

Non sono la stessa cosa? Come si può perseguire una associazione mafiosa se non si hanno le prove che sia anche a delinquere?
È materia da definire. Magistrati, sociologi, poliziotti, giuristi sanno benissimo che cosa è l'associazione mafiosa. La definiscano per il codice e sottraggono i giudizi alle opinioni personali.

Come si vede lei generale Dalla Chiesa di fronte al padrino del Giorno della civetta?
Stiamo studiandoci, muovendo le prime pedine. La Mafia è cauta, lenta, ti misura, ti ascolta, ti verifica alla lontana. Un altro non se ne accorgerebbe, ma io questo mondo lo conosco.

Mi faccia un esempio.
Certi inviti. Un amico con cui hai avuto un rapporto di affari, di ufficio, ti dice, come per combinazione: perché non andiamo a prendere il caffè dai tali. Il nome è illustre. Se io non so che in quella casa l'eroina corre a fiumi ci vado e servo da copertura. Ma se io ci vado sapendo, è il segno che potrei avallare con la sola presenza quanto accade.

Che mondo complicato. Forse era meglio l'antiterrorismo.
In un certo senso si, allora avevo dietro di me l'opinione pubblica, l'attenzione dell' Italia che conta. I gambizzati erano tanti e quasi tutti negli uffici alti, giornalisti, magistrati, uomini politici. Con la Mafia è diverso, salvo rare eccezioni la Mafia uccide i malavitosi, l'Italia per bene può disinteressarsene. E sbaglia.

Perché sbaglia, generale?
La Mafia ormai sta nelle maggiori città italiane dove ha fatto grossi investimenti edilizi, o commerciali e magari industriali. Vede, a me interessa conoscere questa "accumulazione primitiva" del capitale mafioso, questa fase di riciclaggio del denaro sporco, queste lire rubate, estorte che architetti o grafici di chiara fama hanno trasformato in case moderne o alberghi e ristoranti a la page. Ma mi interessa ancora di più la rete mafiosa di controllo, che grazie a quelle case, a quelle imprese, a quei commerci magari passati a mani insospettabili, corrette, sta nei punti chiave, assicura i rifugi, procura le vie di riciclaggio, controlla il potere.

E deposita nelle banche coperte dal segreto bancario, no, generale?
Il segreto bancario. La questione vera non è lì. Se ne parla da due anni e ormai i mafiosi hanno preso le loro precauzioni. E poi che segreto di Pulcinella è? Le banche sanno benissimo da anni chi sono i loro clienti mafiosi. La lotta alla Mafia non si fa nelle banche o a Bagheria o volta per volta, ma in modo globale.

Generale dalla Chiesa, da dove nascono le sue grandissime ambizioni?
Mi guarda incuriosito. Voglio dire, generale: questa lotta alla Mafia l'hanno persa tutti, da secoli, i Borboni come i Savoia, la dittatura fascista come le democrazie pre e post fasciste , Garibaldi e Petrosino, il prefetto Mori e il bandito Giuliani, l'ala socialista dell'Evis indipendente e la sinistra sindacale dei Rizzuto e dei Cannavale, la Commissione parlamentare di inchiesta e Danilo Dolci. Ma lei Carlo Alberto dalla Chiesa si mette il doppio petto blu prefettizio e ci vuole riprovare.
Ma sì, e con un certo ottimismo sempre che venga al più presto definito il carattere della specifica investitura con la quale mi hanno fatto partire. Io, badi, non dico di vincere, di debellare, ma di contenere. Mi fido della mia professionalità, sono convinto che con un abile, paziente lavoro psicologico si può sottrarre alla Mafia il suo potere. Ho capito una cosa, molto semplice ma forse decisiva: gran parte delle protezioni mafiose, dei privilegi mafiosi certamente pagati dai cittadini non sono altro che i loro elementari diritti. Assicuriamoglieli, togliamo questo potere alla Mafia, facciamo dei suoi dipendenti i nostri alleati.

Si va a pranzo in un ristorante della Marina con la signora dalla Chiesa, oggetto misterioso della Palermo del potere. Milanese, giovane, bella. Mah! In apparenza non ci sono guardie, precauzioni. Il generale assicura che non c'erano neppure negli anni dell'antiterrorismo. Dice che è stata la fortuna a salvarlo le tre o quattro volte che cercarono di trasferirlo a un mondo migliore.
Doveva uccidermi Piancone la sera che andai al convegno dei Lyons. Ma ci andai in borghese e mi vide troppo tardi. Peci, quando lo arrestai, aveva in tasca l'elenco completo di quelli che avevano firmato il necrologio per la mia prima moglie. Di tutti sapevano indirizzo, abitudini, orari. Nel caso mi fossi rifugiato da uno di loro, per precauzione. Ma io precauzioni non ne prendo. Non le ho prese neppure nei giorni in cui su "Rosso" appariva la mia faccia al centro del bersaglio da tirassegno, con il punteggio dieci, il massimo Se non è istigazione ad uccidere questa?.

Generale, sinceramente, ma a lei i garantisti piacciono?
Dagli altri tavoli ci osservano in tralice. Quando usciamo qualcuno accenna un inchino e mormora: “Eccellenza”.
10 agosto 1982

giovedì 2 settembre 2010

San Cipirello. E' morto Pino Italiano

di Leandro Salvia
Giuseppe Italiano
SAN CIPIRELLO. E' morto stamattina l'ex sindaco Giuseppe Italiano, storico dirigente del Partito comunista siciliano e del movimento contadino. Aveva 83 anni, trascorsi in prima linea in difesa dei lavoratori della valle dello Jato. Nato nel 1926 da famiglia contadina, a 21 anni è fra i sopravvissuti della Strage di Portella della Ginestra, dove comincia il suo percorso politico. "Quel primo maggio del '47 - raccontò in tante interviste - ebbe inizio il mio impegno sociale e politico". In pochi anni Pino Italiano diventa uno dei "capipopolo" della Valle dello Jato. Guida l'occupazione delle terre incolte. Si fa promotore della legge per il riscatto delle enfiteusi. Diventa un riferimento per migliaia di contadini e di dirigenti regionali come Mario Ovazza, Nino Mannino, Emanuele Macaluso, Nicola Cipolla e Pio La Torre. Collabora con Danilo Dolci nelle battaglie per la costruzione della diga sul Poma. Organizza e partecipa allo sciopero della fame di Roccamena per la costruzione delle diga Garcia. Nel '68, durante il terremoto del Belice, organizza i soccorsi per le popolazioni colpite. Sempre negli Sessanta, insieme ai produttori della zona, costituisce la cooperativa vitivinicola "Valle Jato". Che poi nel 1971 diventerà la cantina sociale Alto Belice, di cui per anni fu presidente. Per diverse legislature a San Cipirello rivestì anche la carica di consigliere comunale, assessore e sindaco. Uno dei più amati. Fece realizzare strade, illuminazioni, opere pubbliche per quel paese di agricoltori di cui andava fiero. Nel 1972 fu lui, semplice sindaco-contadino, ad intuire l'importanza dei reperti archeologici ritrovati su Monte Jato. Fu grazie al suo essere impavido se in quegli anni la missione archeologica di Zurigo poté raggiungere gli scavi dell'antica Jetas, la cui strada di accesso era sbarrata dalle catene e dai lucchetti di un boss della zona. E la mafia tentò in più occasioni di intimidirlo. Nel maggio del 1994, mente era assessore, gli bruciarono l'auto. Per i boss della zona Italiano era un personaggio scomodo. Negli anni in cui regnava l'omertà, era in grado di fare "nomi e cognomi". Le sue denunce erano precise e vibranti. "Con la scomparsa di Pino Italiano se ne va un pezzo di storia siciliana", fa notare Nino Inzirillo, amico e compagno di partito. Nel 2007, in occasione del suo ottantesimo compleanno, la lega delle cooperative e la cantina Alto Belice pubblicarono un volume dedicato a Italiano, dal titolo "L'uomo delle vigne", curato da Ottavio Terranova. Un racconto corale attraverso la testimonianza di decine di vecchi e giovani compagni. Dopo la notizia delle sua scomparsa alla Casa del popolo, che Italiano contribuì a realizzare, è stato affisso uno striscione bianco con una scritta rossa come la bandiera che sventola accanto. C'è scritto: "Ciao compagno Pino".
Da: Vallejato.it, 1 settembre 2010

mercoledì 1 settembre 2010

Giochi fatti, governo tecnico in dirittura d'arrivo. Lumia, Pd: "Cambieremo tutto"

Il senatore Beppe Lumia è stato uno dei protagonisti della complessa trattativa che si è svolta fra i democratici e il governatore, Raffaele Lombardo, con l’obiettivo della partecipazione del Pd al governo della Regione siciliana. Negli ultimi giorni, Lumia, ha seguito con particolare intensità le fasi conclusive dl “dialogo”, attraversato da alcune novità, vere o finte, che non l’hanno agevolato. I “nemici” dell’accordo programmatico fra Lombardo e il PD sono numerosi e importanti, vanno dal Pdl – lealista o ribelle – a frange ampie dell’Udc e dello stesso Pd. Lumia ha condotto con pazienza il filo del dialogo, cercando di raccordarsi con il segretario regionale del partito, cui compete l’onere di rappresentare le posizioni ufficiali senza “sforare”. La sua tenacia nel favorire l’esito positivo dell’incontro fra Mpa e PD, ha fatto dell’ex Presidente della Commissione nazionale antimafia un “amico” di Lombardo e prima di ciò, grazie ad un patto locale con il Pdl Sicilia di Miccichè, un assertore dell’alleanza con i ribelli del partito di maggioranza relativa. La scelta di Miccichè, inevitabilmente, ha destato perplessità nei settori più radicali del centrosinistra, quelli – per intenderci – che fanno dell’antimafia la priorità politica, non solo giudiziaria, al punto che di Lumia di recente è stato disegnato il quadro di un uomo politico che ha abbandonato i
01 settembre 2010
vecchi amici e i temi che gli sono stati cari, facendogli assumere responsabilità nazionali di primo piano (la presidenza della Commissione nazionale antimafia). Il senatore, dunque, ha “pagato” la sua tenacia, ma questo non sembra averlo fatto retrocedere di un passo.

Segno che ci crede o che cosa?

“Certo che ci credo, la politica deve voltare pagina, e mettersi al servizio della Sicilia”, spiega, rammaricato ma affatto preoccupato Lumia. “Faccia un passo indietro se occorre, perché le alchimie della politica non debbono e non possono soffocare i bisogni della gente, che sono pressanti e meritano di stare in testa all’agenda, non in coda”.-

E’ più o meno quel che va dicendo Gianfranco Miccichè da qualche tempo a questa parte.

“C’è una differenza ed è sostanziale. Noi non ci limitiamo agli appelli ed agli auspici, indichiamo gli strumenti e ci mettiamo a disposizione di questi obiettivi, facendo un passo indietro perché è questo che viene chiesto oggi alle persone di buone volontà che hanno responsabilità istituzionali”.

Che significa in concreto?

“Significa che abbiamo l’obbligo, morale ed irrinunciabile di trovare le risorse migliori ed affidare loro il governo della Regione. Invece del manuale Cencelli, il cursus honorum. Invece che il “tavolo” della spartizione, la ricerca dei talenti”

Governo tecnico, pare di capire.

“Esatto, è ormai questo il proposito. Non ci sono alternative. Dobbiamo rivoltare la Sicilia come un guanto, fare le riforme annunciate e metterne in cantiere altre di nuove. Non ci deve essere niente come prima. Vogliamo radicamento radicale e su questo ci ritroviamo con il governatore…

L’accordo è fatto, dunque.

“Siamo sulla buona strada. Dobbiamo affidare questa svolta epocale alle persone giuste, non altro”.

E Gianfranco Miccichè, il Pdl Sicilia?

“Non voglio polemizzare con alcuno, nemmeno con Miccichè, dobbiamo operare in positivo e raccogliere consensi, non dissensi, ma la nostra posizione politica è chiara, l’ha illustrata più volte il segretario Lupo. Miccichè deve superare le sue contraddizioni, non abbiamo alcuna altra perplessità. Se torna a casa nelle braccia di Berlusconi, noi stiamo da un’altra parte, e sfido chiunque a darci torto per questa posizione, che non ha niente di personale. Se invece si comporta in modo conseguente alle sue enunciazioni e taglia il cordone ombelicale con il Pdl, cade ogni remora. Sempre che sciolga anche il nodo Dell’Utri, su cui personalmente la mia intransigenza resta irreversibile e severa. Impensabile che la nuova Sicilia si porti appresso le ombre che hanno reso irrespirabile l’aria della vecchia Sicilia”.

IX Stage di Formazione Socio-Politica di Filaga. Gli economisti: “Tra nord e sud divario di 50 miliardi di euro”

Sotto il tendone di Filaga
“Se il sud fosse una nazione, avrebbe nel proprio bilancio 50 miliardi di euro in meno del nord”. È questo il quadro delineato dagli economisti che si sono incontrati martedì a Filaga, frazione di Prizzi, nel Palermitano, dove è in corso la nona edizione degli Stage di Formazione Socio-Politica, promossi della Lup, la Libera università della politica. Il divario, sostengono gli esperti, è legato al reddito più alto e al maggiore gettito fiscale del settentrione. “Ma uno degli obiettivi del federalismo fiscale è proprio ridurre questo divario”, dice Gianfranco Viesti, economista e docente dell’università di Bari. Per Viesti, questa cifra dovrebbe corrispondere ai trasferimenti “impliciti” assegnati dallo Stato alle regioni meridionali. “Ogni anno – spiega il docente - il saldo economico in favore del nord equivale a circa 80 miliardi, mentre al sud la spesa è superiore al gettito fiscale. In questo scenario l’intento del federalismo fiscale è quello di far si che la spesa sia un po’ maggiore nelle regioni del nord e un po’ minore in quelle del sud. Così si cercherebbe di ridurre il divario”. Per Pierluigi Matta, presidente della Lup, “il federalismo è essenziale, anche per la Sicilia, ma lo Statuto siciliano non deve essere eliminato. Finora questo strumento non è stato applicato correttamente, anche perché la Sicilia si trovava in una posizione di isolamento nell'ambito del decentramento delle competenze. Adesso che si sono 'rotti gli argini' e il federalismo diventa realtà si è creato un contesto idoneo per fare in modo che lo Statuto diventi un vantaggio per la Sicilia".
Oggi l'attenzione dello Stage sarà rivolta alla «Questione dell’energia in Italia. Chi produce energia, come e dove vanno i proventi». Alle 9 introduce e coordina, Ettore Artioli, vicepresidente Svimez, lezioni di Carmine Bianchi, professore di Economia aziendale all’Università di Palermo, Gandolfo Gallina, capo di gabinetto dell’Assessore all’Energia della Regione Siciliana, Carla Monteleone, docente di Scienze Politiche all’Università di Palermo. Alle 16 Spazio di discussione in collaborazione con Associazione Internazionale Noi Ragazzi del Mondo (Ainram). Introduce e coordina Christian Guzzardi, segretario di Ainram Sicilia, interventi di don Franco Monterrubbianesi, fondatore della Comunità di Capodarco, presidente dell’Ainram e della Fondazione «Prima del Dopo Capodarco Onlus», Letizia Bellabarba, responsabile della Progettazione Airam Marche, Salvatore Cacciola, coordinatore regionale della Rete delle fattorie sociali – Sicilia, William Capraro, presidente Ainram Puglia, Eudes Fabien Be, presidente dell’associazione dei bambini e dei giovani lavoratori della Costa d’Avorio, Kone Losseni, associazione dei bambini e dei giovani lavoratori della Costa d’Avorio, Damiano Morelli, assessore al Bilancio e alla cooperazione tra i popoli del Comune di Frascati, Giuseppe Provenzano, professore di Idraulica agraria, Università di Palermo, Ilaria Signoriello, presidente del Consiglio Comunale di Lanuvio, Gianni Tarquini, vicepresidente dell’Ainram Roma, Roberto Tesei, presidente Ainram Marche.
Alle 20,30 incontro-dibattito su «Energia ed ambiente nel confronto nord-sud. Storia ed attualità». Interverranno Antonino Iannazzo, sindaco di Corleone, Carmelo Fontana, presidente Consiglio Comunale Prizzi, Salvino Caputo, deputato regionale Pdl, Adelfio Elio Cardinale, presidente Cerisdi, Marianna Caronia, deputato regionale Udc, Salvatore Gabriele La Spisa, presidente Liberacqua Onlus, Nino Lo Presti, deputato nazionale Fli, Antonio Pappalardo del CdA Stretto di Messina spa, Franco Piro, componente della direzione regionale del Pd, Antonino Salerno, past president Confindustria Palermo. Introduce e modera Giacomo Greco, direttore Generale della Lup.
1 settembre 2010