martedì 18 settembre 2007

Migrazione, la civiltà come arte della fuga

di Vincenzo Consolo

Addio città / un tempo fortunata, tu di belle / rocche superbe; se del tutto Pallade / non ti avesse annientata, certo ancora / oggi ti leveresti alta da terra.
(Euripide: «Le Troiane»)


Presto, padre mio, dunque: sali sulle mie spalle, / io voglio portarti, né questa sarà fatica per me. / Comunque vadan le cose, insieme un solo pericolo / una sola salvezza avrem l’uno e l’altro. Il piccolo / Iulio mi venga dietro, discosta segua i miei passi la sposa.
(Virgilio: «Eneide»)

Questi versi di Euripide e di Virgilio vogliamo dedicare ai fuggiaschi di ogni luogo, agli scampati di ogni guerra, di ogni disastro, a ogni uomo costretto a lasciare la propria città, il proprio paese e a emigrare altrove. Sono dedicati, i versi, agli infelici che oggi approdano, quando non annegano in mare, sulle coste dell’Europa mediterranea, approdano, attraverso lo stretto di Gibilterra, a Punta Carmorimal, Tarifa, Algesiras; approdano, attraverso il canale di Sicilia, nell’isola di Lampedusa, di Pantelleria, sulla costa di Mazara del Vallo, Porto Empedocle, Pozzallo...La storia del mondo è storia di emigrazione di popoli - per necessità, per costrizione - da una regione a un’altra. Nel nostro Mediterraneo, nella Grecia peninsulare, gli Achei lì emigrati nel XIV secolo a.C. danno origine alla civiltà micenea che soppianta la civiltà cretese, che a sua volta viene offuscata dalla migrazione dorica nel Peloponneso. Con questi greci cominciò, nel XXII secolo a.C. la grande espansione colonizzatrice nelle coste del Mediterraneo - in Cirenaica, nell’Italia meridionale (Magna Grecia), in Sicilia, Francia, Spagna. La colonizzazione greca in Sicilia, dove vi erano già i Siculi, i Sicani e gli Elimi, avvenne con organizzate spedizioni di emigranti, di fratrie, comunità di varie città - Megara, Corinto, Messane... - che sotto il comando di un ecista, un capo, tentavano l’avventura in quel Nuovo Mondo che era per loro il Mediterraneo occidentale. In Sicilia fondarono grandi città come Siracusa, Gela, Selinunte, Agrigento, convissero con le popolazioni già esistenti, assunsero spesso i loro miti e riti, stabilirono pacifici rapporti, per molto tempo, con la fenicia Mozia e con l’elima Erice.Ma non vogliamo qui certo fare - non sapremmo farla - la storia dell’emigrazione nell’antichità. Vogliamo soltanto dire che l’emigrazione è fra i segni più forti - oltre quelli delle guerre, delle invasioni - della storia.Segno forte l’emigrazione, della storia italiana moderna.«Dall’Unità d’Italia (1860) non meno di 26 milioni di italiani hanno abbandonato definitivamente il nostro Paese. È un fenomeno che, per vastità, costanza e caratteristiche, non trova riscontro nella storia moderna di nessun altro popolo». Questo scrive Enriquez Spagnoletti, in un numero speciale dedicato all’emigrazione, nella rivista Il Ponte, rivista fondata da Piero Calamandrei.Sull’emigrazione nel Nuovo Mondo esiste, sappiamo, una vasta letteratura storico-sociologica, documentaria, ma anche una letteratura letteraria. Il racconto Dagli Appennini alle Ande, del libro Cuore di Edmondo De Amicis, è il più famoso. E anche, dello stesso autore, Sull’Oceano. Meno famoso è invece il poemetto Italy di Giovanni Pascoli; Sacro all’Italia raminga ne è l’epigrafe.A Caprona, una sera di febbraio,gente veniva, ed era già per l’erta,veniva su da Cincinnati, Ohio.Vi si narra, nel poemetto, di una famigliola toscana, della Garfagnana, che ritorna dall’America per la malattia della piccola Molly. Nella poesia compare - ed è la prima volta nella letteratura italiana - il plurilinguismo: il garfagnino dei nomi, lo slang della coppia e l’inglese della bambina.Non era allora solo nelle Americhe l’emigrazione, essa avveniva anche, e soprattutto dal Meridione d’Italia, dalla Sicilia, nel Magreb, in Tunisia particolarmente. Questa emigrazione comincia nei primi anni dell’Ottocento, ed è di fuoriusciti politici. Liberali, giacobini e carbonari, perseguitati dalla polizia borbonica, si rifugiano in Algeria e in Tunisia. Scrive Pietro Colletta nella sua Storia del reame di Napoli: «Erano quelli regni barbari i soli in questa età civile che dessero cortese rifugio ai fuoriusciti». In Tunisia si fa esule anche Garibaldi.La grossa ondata migratoria di bracciantato italiano in Tunisia avvenne tra la fine dell’Ottocento e i primi del Novecento per la crisi economica che colpì le regioni meridionali. Si stabilirono, questi emigranti sfuggiti alla miseria, alla Goletta, a Biserta, Susa, Monastir, Mahdia, nelle campagne di Kelibia di Capo Bon, nelle regioni minerarie di Sfax e di Gafsa. Nel 1911 le statistiche davano una presenza italiana di 90.000 unità. Alla Goletta, a Tunisi, in varie altre città dell’interno, v’erano popolosi quartieri chiamati «Piccola Sicilia» o «Piccola Calabria». Si aprirono allora scuole, istituti religiosi, orfanotrofi, ospedali italiani. La preponderante presenza italiana in Tunisia, sia a livello popolare che imprenditoriale, fece sì che la Francia si attivasse con la sua sperimentata diplomazia e con la sua solida imprenditoria per giungere nel 1881 al trattato del Bardo e qualche anno dopo alla Convenzione della Marsa, che stabilivano il protettorato francese sulla Tunisia. La Francia cominciò così la politica di espansione economica e culturale in Tunisia, aprendo scuole gratuite, diffondendo la lingua francese, concedendo, su richiesta, agli stranieri residenti, la cittadinanza francese. Frequentando le scuole gratuite francesi, il figlio di poveri emigranti siciliani Mario Scalesi divenne francofono e scrisse in francese Les poèmes d’un maudit, fu così il primo poeta francofono del Magreb.Anche sotto il Protettorato l’emigrazione di lavoratori italiani in Tunisia continuò sempre più. Ci furono vari episodi di naufragi, di perdite di vite umane nell’attraversamento del Canale di Sicilia su mezzi di fortuna (vediamo come la storia dell’emigrazione, nelle sue dinamiche, negli effetti, si ripete). Nel 1914 giunge a Tunisi il socialista Andrea Costa, in quel momento vice presidente della Camera dei deputati. Visita le regioni dove vivono le comunità italiane. Così dice ai rappresentanti dei lavoratori: «Ho percorso la Tunisia da un capo all’altro; sono stato fra i minatori del sud e fra gli sterratori delle strade nascenti, e ne ho ricavato il convincimento che i nostri governanti si disonorano nella propria viltà, abbandonandovi alla vostra sorte».La fine degli anni Sessanta del secolo scorso, nell’Italia dell’industrializzazione, del cosiddetto miracolo economico, della crisi del mondo agricolo e insieme della nuova emigrazione di braccianti dal Sud verso il Nord industriale, del Paese e dell’Europa, quella fine degli anni Sessanta segna la data fatidica dell’inversione di rotta della corrente migratoria nel Canale di Sicilia. Segna l’inizio di una storia parallela, speculare a quella nostra.Di siberie, di campi di lavoro, di mondi concentrazionari, di oppressione di popoli a causa di regimi totalitari o coloniali sono stati i tempi da poco trascorsi. Tempi vale a dire in cui l’umanità, per tre quarti, è stata prigioniera, incatenata all’infelicità. E le siberie hanno fatto sì che il restante quarto dell’umanità, al di qua di mura o fili spinati, vivesse felicemente, nello scialo dell’opulenza e dei consumi si alienasse. Ma dissoltesi idolatrie e utopie, crollati i colonialismi, abbattute le mura, recisi i fili spinati, sono arrivati i tempi delle fughe, degli esodi, da paesi di mala sorte e mala storia, verso vagheggiati approdi di salvezza, di speranza. Ed è il presente - un presente cominciato già da parecchi anni - un atroce tempo di espatri, di fughe drammatiche, di pressioni alle frontiere del dorato nostro «primo» mondo, di movimento di masse di diseredati, di offesi, di oltraggiati.Da ogni Est e da ogni Sud del mondo, da afriche dal cuore sempre più di tenebra, da sudameriche di crudeltà pinochettiane si muovono oggi i popoli dei battelli, dei gommoni, delle navi-carrette, dei containers, delle autocisterne, carovane di scampati a guerre, pulizie etniche, genocidi, fame, malattie. Fugge tutta questa umanità dolente ed è preda ancora dei criminali del traffico, di vite umane, sparisce spesso nei fondali dei mari, nelle sabbie infuocate dei deserti, come detriti di una immane risacca finisce sopra scogli, spiagge desolate o anche fra i vacanzieri stesi al sole per abbronzarsi. Non vogliamo andare lontano, non vogliamo dire del muro di acciaio eretto al confine tra il Messico e gli Stati Uniti, ma dire di qua, del confine d’acqua che separa l’Europa da ogni Sud del mondo, dire del Mediterraneo e della bella Italia, del suo Adriatico e del suo Canale di Sicilia.Tante e tante volto le carrette di mare provenienti dall’Albania, dalla Tunisia o dalla Libia, carrette stracariche di disperati, si sono trasformate in bare di ferro nei fondali del mare, bare di centinaia di uomini, di donne, di bambini, a cui, come all’eliotiano Phlebas il Fenicio, «una corrente sottomarina / spolpò l’ossa in dolci sussurri». E finiscono anche i corpi degli annegati nelle reti dei pescatori siciliani... E si potrebbe continuare con le cronache di tragedie quotidiane, di una tragedia epocale che riguarda i migranti, le non-persone che cercano di entrare nella vecchia Italia, nella vecchia Europa della moneta unica, delle banche e degli affari. Vecchia soprattutto l’Italia per una popolazione di vecchi. «Ci troviamo oggi tra un mare di catarro e un mare di sperma» ha detto icasticamente il poeta Andrea Zanzotto. E la frase-metafora vuole dire di quanto ciechi noi siamo a voler continuare a sguazzare nel nostro mare di catarro e a voler scansare quel mare di vitalità che è arricchimento: fisiologico economico, culturale, umano... Scansare o eludere quell’incontro o incrocio di etnie, di lingue, di religioni, di memorie, di culture, incrocio che è stato da sempre il segno del cammino della civiltà. Respingiamo l’emigrazione dal terzo o quarto mondo erigendo confini d’acciaio con leggi e decreti, come la vergognosa legge italiana sull’emigrazione che porta il nome dei deputati di estrema destra Bossi e Fini, insorgendo con nuovi e nefasti nazionalismi, con stupidi e volgari localismi, con la xenofobia e il razzismo, con la cieca criminalizzazione del diseredato, del diverso, del clandestino.A partire dal 1968, sono tunisini, algerini, marocchini che approdano sulle coste italiane. Approdano soprattutto in Sicilia, a Trapani, si stanziano a Mazara del Vallo, il porto dove erano approdati i loro antenati musulmani per la conquista della Sicilia. In una notte di giugno dell’827 d.C., una piccola flotta di Musulmani (Arabi, Mesopotamici, Egiziani, Siriani, Libici, Magrebini, Spagnoli), al comando del dotto giurista settantenne Asad Ibn al-Furàt, partita dalla fortezza di Susa, attraversato il braccio di mare di poco più di cento chilometri, sbarcava in un piccolo porto della Sicilia: Mazara. Da Mazara quindi partiva la conquista di tutta l’isola, da occidente fino a oriente, fino alla bizantina e inespugnabile Siracusa, dove si concludeva dopo ben settantacinque anni. I Musulmani in Sicilia, dopo le depredazioni e le espoliazioni dei Romani, dopo l’estremo abbandono dei Bizantini, l’accentramento del potere nelle mani della Chiesa, dei monasteri, i Musulmani trovano una terra povera, desertica, se pure ricca di risorse. Ma con i Musulmani comincia per la Sicilia una sorta di rinascimento. Rifiorisce l’agricoltura, la pesca, l’artigianato, il commercio, l’arte. Ma il miracolo più grande che si opera durante la dominazione musulmana è lo spirito di tolleranza, la convivenza tra popoli di cultura, razza, religione diverse. Questa tolleranza, questo sincretismo culturale erediteranno poi i Normanni, sotto i quali si realizza veramente la società ideale, quella società in cui ogni cultura, ogni etnia vive nel rispetto di quella degli altri. Il grande storico dell’800 Michele Amari ci ha lasciato La storia dei Musulmani di Sicilia, scritta, dice Vittorini, «con la seduzione del cuore».Il ritorno infelice è il titolo del saggio del sociologo Antonino Cusumano, in cui tratta dell’emigrazione magrebina in Sicilia, a partire dal 1968, come sopra dicevamo.Sono passati quarant’anni dall’inizio di questo fenomeno migratorio. Da allora, nessuna previsione, nessuna progettazione, nessun accordo fra governi, fino a giungere all’emigrazione massiccia, inarrestabile di disperati che fuggono dalla fame e dalle guerre, emigrazione che si è cercato di arginare con metodi duri, drastici, violando anche quelli che sono i diritti fondamentali dell’uomo.Di fronte a episodi di contenzione di questi disperati in gabbie infuocate, di detenzione nei cosiddetti Centri di Permanenza Temporanea, che sono dei veri e propri lager, di fronte a ribellioni, fughe, scontri con le forze dell’ordine, scioperi della fame e gesti di autolesionismo, si rimane esterrefatti. Ci tornano allora in mente le parole che Braudel riferiva a un’epoca passata: «In tutto il Mediterraneo l’uomo è cacciato, rinchiuso, venduto, torturato e vi conosce tutte le miserie, gli orrori e le santità degli universi concentrazionari».
L’UNITA’, 18.09.07

Palermo, il titolare dell'antica focacceria "San Francesco" riconosce in tribunale il suo estortore

PALERMO - "È lui, l'uomo con le stampelle, quello che veniva nel mio locale a fare le richieste estorsive". Così Vincenzo Conticello, titolare dell'antica focacceria "San Francesco", senza tentennamenti, in una scena giudiziaria rarissima, forse unica a Palermo, ha indicato in aula senza bisogno di imbeccamenti da parte del pm uno dei suoi estorsori: Giovanni Di Salvo, l'uomo che più volte era andato a chiedere il pagamento del pizzo o a proporre mediazioni per conto del racket. È un evento importante dove i criminali delle estorsioni fanno la parte del leone con attentati e omicidi che un imprenditore accusi i suoi aguzzini pubblicamente e davanti ai giudici.E gli accusati non sono balordi prestati al crimine ma personaggi legati alle famiglie di Cosa nostra. Oltre a Di Salvo gli imputati sono Francesco Spadaro, detto Francolino, figlio di Tommaso, il boss mafioso del quartiere Kalsa, ex ras del contrabbando e poi della droga, e Lorenzo D'Aleo. Sono tutti accusati di estorsione aggravata, per avere agevolato Cosa nostra. Vito Seidita, un altro della banda, è stato già condannato in abbreviato a 8 anni di carcere.Conticello in aula ha detto di aver continuato a ricevere 'segnali' intimidatori. Il più significativo quest'estate, quando un misterioso <> agli impianti idraulici dell'Antica Focacceria provocò un allagamento, causando notevoli danni. Esaminato dal Pm Lia Sava, e controesaminato dal proprio difensore, Stefano Giordano, Conticello ha raccontato l'inizio della sua storia di vittima del 'pizzo': dalla prima visita di Giovanni Di Salvo che il 25 novembre del 2005 si presentò alla Focacceria e gli chiese di pagare 500 euro al mese, per "mettersi in regola". Il ristoratore denunciò e i carabinieri filmarono e registrarono le richieste del racket fino agli arresti supportati da tante prove.Conticello non vuole commentare la giornata, non vuole descrivere le proprie emozioni "finchè non sarò ascoltato dalla difesa degli imputati" ma dice di non sentirsi "più solo, la ribellione di alcuni imprenditori minacciati a Catania come a Caltanissetta fino a qualche tempo fa era inconcepibile". "Io continuo a fare il mio lavoro - conclude - Ci metto lo stesso impegno di sempre e rifarei tutto quello che ho fatto". E nell'udienza di oggi, simbolicamente, erano in aula anche Tano Grasso, presidente onorario della federazione nazionale antiracket, e l'ex senatrice dei Verdi Pina Maisano Grassi, vedova dell'imprenditore Libero ucciso a Palermo dalla mafia delle estorsioni, oltre ad alcuni ragazzi di Addiopizzo che indossavano le magliette con le scritte: "Un intero popolo che paga il pizzo è un popolo senza dignità"."Oggi si è realizzato un obiettivo importante: quello di sottrarre alla solitudine il commerciante che si ribella alle estorsioni - ha detto Grasso - Sono qui per testimoniare il sostegno di tutti gli imprenditori del movimento antiracket italiano al nostro coraggioso collega Vincenzo Conticello".E anche la politica dopo gli ultimi attentati a Catania, Agrigento, Caltanissetta sembra aver accesso un riflettore sulle estorsioni. Il presidente dell' Assemblea regionale siciliana, Gianfranco Miccichè, ha annunciato una seduta straordinaria del Parlamento siciliano dedicata alle misure antiracket, dove <
La Sicilia, 18/09/2007

Corleone: il Rally Conca d’Oro. Unica gara su terra di tutto il centro-sud

55 equipaggi in gara domenica sugli sterrati del 27°Rally Conca d’Oro. Al via della penultima prova dello Challenge 8° Zona le Subaru di De Dominicis, Mogavero e Lunardi contro le Mitsubishi dei toscani Falleri e Vita del veneto Trentin e degli isolani Vintaloro, Di Miceli, La Barbera, Cutrera, Caranna e Di Lorenzo e la Punto S1600 di Molica - Partenza ed arrivo a Corleone. Nove le Prove Speciali in programma

Corleone (Palermo), 18 settembre 2007 – Sono cinquantacinque gli equipaggi iscritti alla 27° edizione del Rally Conca d’Oro-Trofeo Franco Vintaloro, che si correrà domenica 23 settembre sugli sterrati del corleonese. Penultima prova, e con il massimo coefficiente 1,5, dello Challenge Rally 8° Zona. Il Rally Conca d’Oro potrà contare su un lotto di ben 13 vetture della classe N4 che ospita le Mitsubishi e le Subaru a quattro ruote motrici e di una Super 1600, oltre alle vetture dei Gruppi A, N e VSO.
Alla manifestazione indetta dall’Automobile Club Palermo ed organizzata da Italia Grandi Eventi con l’indispensabile patrocinio del Comune di Corleone hanno, infatti, aderito gli equipaggi De Dominicis-Daddoveri, vincitori due anni fa con una Mitsubishi e per l’occasione a bordo di una Subaru Impreza STI della scuderia Ateneo, Trentin-Zanella (Mitsubishi-Rubicone Corse), Falleri-Farnocchia (Mitsubishi-Zero 4 più), secondi nel 2005, il toscano Gianluca Vita (Mitsubishi), primo alla Targa Florio del 2001, A questi si contrapporrà la pattuglia isolana capeggiata dalla Fiat Punto S1600 del messinese Carmelo Molica, dalle Subaru Impreza dei madoniti Mogavero-Arcidiacono (Island Motorsport) e dei trapanesi Lunardi-Ranno, abituali frequentatori dell’Impreza Cup, dai corleonesi Franco Vintaloro junior, Renato Di Miceli, Giovanni Cutrera, in coppia con l’organizzatore della gara Marcus Salemi, ed Antonio Di Lorenzo, gli ennesi Mario e Vittorio La Barbera, i messinesi Caranna-Merendino il ragusano Marchese ed il locale Governali, tutti con le Mitsubishi.
Al via, ovviamente, anche tutti i protagonisti dello Challenge di Zona che si giocano la qualificazione alle tre finali della Coppa Italia 2007, una delle quali si svolgerà proprio sullo sterrato. Ci saranno i capofila messinesi Briguglio (Clio RS) e Bellini (Clio Williams) e gli altri protagonisti Trupiano, La Rosa, Cintolo, Mirabile, Leo, Alibrando, Beccarla, Leo e Siragusano. Oltre alla Ford Fiesta STI di Di Sclafani e alla Fiat Uno Turbo VSO di Totò Parisi, presenti una-tantum.
Il percorso di gara sarà imperniato sulle classiche tre prove di “Rocche di Rao” di 8,3 km, “Ponte Arancio” (8,5 km) e “Pietralonga” (8,4 km), tutte da ripetersi tre volte.
Il percorso di gara misura 194 chilometri, 75 dei quali costituiti dalle 9 prove speciali. Due i Parchi Assistenza, che saranno ospitati nella Zona Industriale di Corleone, ed altrettanti i Riordinamenti, tutti a Corleone.
Come consuetudine si partirà da piazza Falcone e Borsellino a Corleone alle ore 8,31 di domenica 23 settembre con arrivo previsto alle 17.00. Le verifiche sportive avranno luogo sempre nel cuore di Corleone a partire dalle ore 10 di sabato. La cartina del percorso, gli orari della gara e tutte le altre informazioni sono già in rete sul sito http://www.palermoaci.it/.
18 settembre 2007

Angelo Provenzano alla BBC: “Mio padre ha potuto sbagliare, ma resta sempre mio padre…”

Pubblichiamo un altro stralcio dell’intervista esclusiva della BBC ai figli del boss di Cosa Nostra, Bernardo Provenzano. Il network inglese ha realizzato un servizio di circa un’ora, dove ricostruisce la lunga attività criminale di “Don” Binnu, la sua latitanza e il suo arresto, avvenuto l’11 aprile 2006, nel casolare di Montagna dei Cavalli, a due chilometri da Corleone.

BBC: Credete che vostro padre sia il mandante di delitti, di stragi?

Angelo Provenzano: Io non credo, non voglio credere nulla, nel senso che… è mio padre, ed è anche un uomo… Ha potuto sbagliare, ha potuto fare delle scelte che io non conosco, che io non so… Sono fondamentalmente cose sue, sue scelte. Per me resta sempre mio padre…

Francesco Paolo Provenzano: A tutti quelli che dicono che mio padre è il Padrino di Cosa Nostra, io dico che ci sono tanti Padrini. Tolto uno ne spunta un altro… arrestato uno ne spunta un altro. Questa è la mia opinione…

lunedì 17 settembre 2007

La BBC è riuscita ad intervistare Angelo e Francesco Paolo Provenzano, figli di don "Binnu"

Clamoroso scoop della BBC, che è riuscita ad intervistare Angelo e Francesco Paolo Provenzano, figli dell'ex "Capo dei Capi" di Cosa Nostra. Il servizio televisivo, andato in onda ieri, ha la durata di circa un'ora e ricostruisce la carriera criminale di Provenzano, la sua lunga latitanza e la sua cattura, attraverso immagini ed interviste ai poliziotti e ai magistrati. I giornalisti sono riusciti ad ottenere in esclusiva l'intervista dei figli del boss.


Ecco la trascrizione dell'intervista:

BBC: Come vivevate prima del 1992?
Angelo Provenzano: Quasi come agli arresti domiciliari...

BBC: Dove eravate stati? Chi vi ha protetti?
Angelo Provenzano: Sono domande che da parte mia non avranno mai risposte...

BBC: Non ci sarà mai una risposta?
Angelo Provenzano: No, mai.

BBC: Quali sono i consigli di vostro padre che apprezzavate di più?
Angelo Provenzano: Alzarsi presto la mattina... non fare agli altri ciò che non vorresti che fosse fatto a te... Sono piccole frasi, che però ti danno la percezione della vita.
Francesco Paolo Provenzano: Io non posso dire di avere dei ricordi che corrispondono a quello che è stato detto dai giornali e dalle forze dell'ordine...

(Guarda il video)

This World tells the tale of how Bernardo Provenzano, the boss of the Sicilian mafia, was finally captured after one of the world's longest manhunts.
17 Sep 2007


Ospedale di Corleone: il documento della Funzione Pubblica Cgil di Palermo



FEDERAZIONE PROVINCIALE LAVORATORI FUNZIONE PUBBLICA
90133 Palermo - Via G. Meli, 5 - Tel. 0916111212 - 6110645 - Fax 611.14.07

Al Direttore Generale dell’Azienda USL 6
Al Direttore Sanitario dell’Ospedale di Corleone
e p.c. All’assessore Regionale per la Salute

OGGETTO: proclamazione stato di agitazione del personale e manifestazioni di protesta.

La CGIL, nel corso dell’assemblea dei lavoratori dell’ospedale di Corleone, di Venerdì 14 settembre 2007, ha proclamato lo stato di agitazione del personale e indetto due manifestazioni di protesta da tenersi, la prima, mercoledì 26 settembre 2007, alle ore 10.00, presso la direzione sanitaria dell’ospedale, la seconda, in assenza di risultati, in data da fissare, presso la Direzione Generale dell’Azienda, in via Cusmano, a Palermo.
Le iniziative sono finalizzate al rispetto degli impegni assunti dal Direttore Generale per dare soluzione ai problemi che compromettono la qualità dell’assistenza sanitaria e il funzionamento della struttura. A più di due mesi dall’ultimo incontro sindacale le condizioni dell’ospedale sono peggiorate. La sala operatoria di chirurgia , chiusa a gennaio per manutenzione, non è stata ancora riaperta, la nuova ala dell’ospedale non viene attivata, il personale infermieristico, socio-sanitario ed ausiliario necessario per garantire i livelli essenziali di assistenza non è stato reperito. Le disposizioni di servizio del direttore sanitario, che trasferivano a Corleone alcuni infermieri da Palazzo Adriano, sono state inspiegabilmente bloccate per le pressioni politiche di alcuni deputati regionali. Molti operatori non sono riusciti a fruire compiutamente delle ferie estive e hanno accumulato decine di ore di straordinario, che vanno ad aggiungersi a quelle già fatte e non pagate degli anni precedenti. La stanchezza, la sfiducia e l’esasperazione crescono pericolosamente.
Il Direttore Generale in visita, nei giorni scorsi, all’ospedale ha incontrato i primari per tranquillizzarli, ma non ha voluto incontrare il restante personale e non ha sentito il bisogno di convocare le organizzazioni sindacali per riprendere il confronto e comunicare i motivi del mancato rispetto degli impegni assunti. La CGIL di fronte a questa situazione, mentre auspica un immediato miglioramento delle relazioni sindacali, si vedrà costretta, in assenza di segnali positivi e di risultati concreti, ad intensificare le iniziative di lotta.
Il Segretario Fp-Cgil
(Mario Scialabba)

sabato 15 settembre 2007

Corleone, la Fp-Cgil e gli operatori sanitari mettono sott'accusa il manager Iacolino

Faceva davvero “caldo” nella tarda mattinata di venerdì scorso, nella sala assemblee dell’ospedale di Corleone. “Caldo” per le parole “di fuoco” degli operatori sanitari, presenti alla riunione indetta dalla Funzione Pubblica Cgil, che ormai sono sempre più “arrabbiati” per le promesse non mantenute dal direttore generale dell’Ausl 6 di Palermo, dott. Salvatore Iacolino, per l’estrema debolezza dei suoi interlocutori del presidio ospedaliero (il direttore sanitario Michele Lumetta e i suoi primari) e per il balbettìo dei vertici istituzionali del comune di Corleone, presenti al “blitz” dell’8 settembre (il sindaco Nino Iannazzo, il vice-sindaco Pio Siragusa, che il manager ha avuto il potere di zittire, l’assessore Carlo Vintaloro e il presidente del consiglio comunale Mario Lanza).
«Siamo di nuovo qui – ha detto Mario Scialabba, della Fp-Cgil – per denunciare che tutti gli impegni assunti dalla direzione generale sono stati disattesi. Per denunciare che non sono stati assunti gli operatori socio-sanitari, che la nuova ala dell’ospedale non è stata inaugurata ed aperta, che la sala operatoria, chiusa da mesi, ancora non è in funzione, che gli infermieri sono insufficienti». Una bocciatura su tutta la linea dell’asse Iacolino-Lumetta. Ma anche della debolezza della politica, ormai ridotta ad aspettare il trasferimento di qualche “amico” infermiere da Palermo o di qualche piccolo incarico professionale. E tutti trattati con sufficienza dal manager, che si atteggia a “padrone delle ferriere”. Deciso l’intervento del dott. Giuseppe Musacchia, della Cisl-medici, secondo cui «l’incapacità di programmazione dei vertici dell’Ausl 6, da Palermo a Corleone, ormai si tocca con mano». Un esempio concreto? «Pensavo – ha denunciato Musacchia – che il dott. Iacolino fosse venuto a Corleone per programmare insieme a noi la prossima apertura della nuova ala dell’ospedale. Ci ha risposto che lui ha già programmato tutto. Ma se i risultati sono quelli che si vedono, allora ha programmato male!».
L’assemblea si è conclusa con l’impegno dei dirigenti della Cgil di redigere un documento di sintesi sulle problematiche ospedaliere, sul quale chiamare gli operatori e i cittadini a mobilitarsi, non escludendo clamorose occupazioni della direzione sanitaria di Corleone o della stessa sede centrale dell’Azienda.
15 settembre 2007

venerdì 14 settembre 2007

Chiamatelo Berlu…sconti!

di Vittorio Malagutti
Un’asta finita nel mirino dei giudici. Un ex manager Fininvest in azione. Così il Cavaliere acquista a metà prezzo 30 ettari di terreno intorno alla villa sarda

Perché Silvio Berlusconi si occupa così tanto del parco di Villa Certosa, la più preziosa delle sue proprietà in Costa Smeralda? Risposta di Silvio Berlusconi medesimo: «Perché voglio donarlo alla regione Sardegna». Generoso. E anche fortunato. Perché poche ore dopo le dichiarazioni berlusconiane su Villa Certosa (alla festa dell'Udeur di Clemente Mastella), un'inchiesta pubblicata da ? L'espresso? innescava lo scandalo delle abitazioni svendute a decine di vip, con i parlamentari in prima fila. «Lui (Berlusconi) le sue ville le paga senza sconti», ha scritto nei giorni scorsi il direttore del "Giornale", Maurizio Belpietro, per replicare a una lettera di protesta del senatore Francesco Cossiga, anche lui tirato in ballo nella lista dei privilegiati.Senza sconti? Non è detto. Documenti, testimonianze, perizie tecniche raccolte in una lunga indagine della Procura di Milano sollevano pesanti sospetti sulla vendita a Berlusconi di una parte importante del parco di Villa Certosa: un terreno di 30 ettari nella zona di Punta Lada. Alla fine, il capo di Forza Italia sarebbe riuscito ad aggiudicarsi questo angolo fatato di Costa Smeralda pagando il 50 per cento in meno rispetto ai prezzi di mercato.

A conti fatti, il presunto sconto ammonterebbe a circa 12 miliardi di vecchie lire. Niente di penalmente rilevante. L'inchiesta dei pm milanesi, uno stralcio di una più ampia indagine sulla gestione irregolare di alcuni fallimenti societari, si è chiusa con una richiesta di archiviazione. Restano agli atti, però, le singolari circostanze con cui il capo dell'opposizione è riuscito ad allargare i confini delle sue già rilevanti proprietà sarde. E per di più a prezzi di saldo.Tutto comincia da un'asta che secondo il consulente tecnico della Procura, Silvano Cremonesi, «presenta aspetti critici e perfino oscuri». Si parte dalla liquidazione, decisa nel 1996, della Techinvest, una società della famiglia Donà delle Rose. A gestire la procedura è un collegio di amministratori composto da tre professionisti: Salvatore D'Amora, Carmen Gocini (condannata nel 2006 a sei anni di carcere per una lunga serie di ruberie ai danni di procedure fallimentari) e Ugo Ticozzi. L'unica attività messa in vendita nell'asta pubblica bandita il 18 marzo 1997 è proprio l'area di Punta Lada su cui all'epoca era prevista la costruzione di un albergo, 50 ville e un campo da golf. A questo punto cominciano le stranezze. Dei sei soggetti che si presentano a ritirare la documentazione per partecipare alla gara, uno (Gianfranco Stella) scompare nel nulla e non viene rintracciato neppure dieci anni dopo in sede di indagine dai pm. Degli altri cinque, quattro risultano legati alla Fininvest e il quinto è il liquidatore D'Amora, che agiva dietro il paravento di una fiduciaria. «Non si capisce bene quale fosse il suo interesse ad acquisire quei documenti», si legge nelle carte dell'indagine. A meno che non volesse partecipare personalmente a un'asta di cui era uno degli organizzatori.

Restano quattro concorrenti: un poker di personaggi tutti, in un modo o nell'altro riconducibili a Berlusconi. C'è Sergio Roncucci, all'epoca dipendente della Fininvest (settore immobiliare) e il geometra brianzolo Francesco Magnano, che in precedenza aveva ricevuto più di un incarico professionale dal gruppo del Biscione. L'agente immobiliare milanese Roberta Alemanni Molteni e l'avvocato Renzo Persico (attuale presidente del Consorzio Costa Smeralda) si muovevano invece per conto di Daniele Lorenzano, manager e poi consulente della Fininvest nella compravendita di diritti cinematografici. Tra le stranezze va citato anche il regolamento dell'asta. Una serie di norme congegnate in modo tale da evitare una vera gara al rialzo che avrebbe avuto l'effetto di aumentare le possibilità d'incasso della liquidazione e quindi dei creditori della Techninvest. L'articolo 7 delle condizioni di vendita prevedeva infatti testualmente che, «nel caso in cui sia pervenuta un'unica offerta di importo non inferiore a lire 3,5 miliardi ovvero un'offerta che superi tutte le altre di almeno il 5 per cento, l'aggiudicazione sarà fatta senza ulteriore gara». Come dire: bastano due proposte d'acquisto di almeno 3,5 miliardi di lire di cui una superiore all'altra di almeno il 5 per cento e la gara è chiusa. Vietati i rilanci.
Da "L'Espresso"


Nella foto: Villa Certosa

giovedì 13 settembre 2007

Io e il fantasma di Alekos. L'amore, il dolore, la scrittura: i miei tre inverni nel tunnel

Un racconto inedito
di Oriana Fallaci


Era morto l'uomo che amavo e m'ero messa a scrivere un romanzo che desse senso alla tragedia. Per scriverlo m'ero esiliata in una stanza al primo piano della mia casa in Toscana ed era stato come infilarsi in un tunnel di cui non si intravede la fine, uno spiraglio di luce. La stanza era in realtà un corridoio brevissimo, arredato con alcuni scaffali di libri, un tavolino, una sedia, e male illuminato da una mezza finestra che s'apriva su un campo di ulivi. Al bordo del campo e proprio sotto la mezza finestra, un pero su cui mi cadeva lo sguardo quando alzavo gli occhi in cerca di sole. Non uscivo di casa neanche per recarmi in giardino o alla piscina, non comunicavo nemmeno con le persone della mia famiglia. All'alba mi alzavo, sedevo al tavolino, ci restavo fino a notte inoltrata ammucchiando fogli scritti che a volte approvavo e a volte gettavo. Tutt'al più mi interrompevo per andare giù da mia madre che si estingueva come una candela in un letto, divorata da un invisibile mostro che Con identici passi, identici gesti, scendevo le scale che portano al piano terreno, attraversavo il salone col grande orologio che ogni sessanta minuti suonava col rintocco della Westminster bell, ed entravo nella camera dove lei giaceva con adirata rassegnazione: il bel volto sempre più smunto, le belle mani sempre più affilate. «Come stai?» «Male». Parlavamo poco, quasi avessimo paura di dirci quel che pensavamo: «Ora te ne vai anche tu» , «Ora me ne vado anch'io». Le pause che trascorrevo con lei erano un susseguirsi di movimenti che rubavo all'infermiera e che avevano l'unico scopo di mascherare il nostro silenzio: sollevarla in una posizione meno scomoda, aggiustarle i guanciali, controllare le bombole dell'ossigeno grazie a cui respirava. Esaurito il cerimoniale, lei bisbigliava una frase: quasi sempre la stessa. «Diventerai cieca su quel libro». Io rispondevo scherzosa che mi sarei messa gli occhiali, posavo un timido bacio sulla fronte d'avorio, riattraversavo il salone, risalivo le scale, e tornavo al mio esilio privo di rapporti col mondo. [...] Una sera di gelo scesi a controllare le bombole dell'ossigeno, aggiustarle i guanciali, sollevarla in una posizione meno scomoda, e quando lei mosse le labbra non uscì alcun suono: l'invisibile mostro era salito fino alle corde vocali. Terrorizzata le suggerii la frase diventerai-cieca-su-quel-libro. Scosse la testa per rispondere no.
Elencai una serie di domande che la aiutassero a farmi capire: aveva sete, voleva andare nel bagno, non sopportava il dolore? Ma ogni domanda scuoteva la testa per rispondere no, no, no. Ci volle un secolo prima che l'infermiera captasse il vocabolo prete, capisse che voleva il prete. E il prete venne, con la sua valigetta di flaconi contenenti acqua santa, olio santo, altri liquidi santi e brevettati per la guarigione dell'anima. Come uno stregone che si accinge a misteriosi esorcismi si addobbò con stole nere e ricamate d'oro e d'argento, brandì la croce, recitò litanie, spruzzò i suoi liquidi santi, la assolse dei peccati che non aveva mai commesso. Poi se ne andò e mi lasciò sola con lei che, sollevata all'idea d'esser stata assolta dei peccati mai commessi, mi indicò la poltrona accanto al letto. Lì sedetti, col cuore che mi scoppiava, e rimasi sei giorni e sei notti dimenticando il fantasma che mi aveva rubato a lei con un libro. La morte della madre non è paragonabile alla morte dell'uomo che amavi: è l'anticipo della tua morte. Perché è la morte della creatura che ti ha concepito, portato dentro il ventre, regalato la vita. E la tua carne è la sua carne, il tuo sangue è il suo sangue, il tuo corpo è un'estensione del suo corpo: nell'attimo in cui muore, muore fisicamente una parte di te o il principio di te, né serve che il cordone ombelicale sia stato tagliato per separarvi. Per rinviar quella morte che era un anticipo della mia morte, dunque mi tenevo sveglia. Per tenermi sveglia la tenevo sveglia e parlavo, parlavo. Le raccontavo ciò che non le avevo mai raccontato e non avrei mai raccontato a nessuno, le mie ferite, i miei rimpianti, i miei dubbi, prezioso fardello tuttavia giacché era esso stesso vita, le dicevo che malgrado quelle ferite e quei rimpianti e quei dubbi mi piaceva tanto la vita, ero così contenta d'esser nata, e la ringraziavo in ginocchio d'avermi partorito. Perfino se non avesse fatto altre cose buone nella sua bontà, nella sua generosità, l'avermi regalato la vita sarebbe stato per me sufficiente a giustificar la sua vita. E io speravo che questa mia gratitudine la ripagasse di ogni dispiacere che potevo averle dato. Per rispondermi che la rendevo felice, fiera del bellissimo gesto che aveva compiuto, lei mi stringeva con forza le dita e mi spalancava addosso gli occhi nocciola. Poi, quando veniva mio padre, me lo indicava con l'indice e con un sorriso: quasi a ricordarmi che il dono veniva anche da lui. La settima notte crollai e di colpo caddi in un sonno esausto da cui emersi scrollata dall'infermiera che strillava in preda al panico: «Si svegli, si svegli! ». Mia madre non respirava quasi più e i suoi occhi improvvisamente celesti fissavano già il nulla. Se ne andò tra le mie braccia, come un uccellino intirizzito dal freddo, e per condurla al cimitero uscii finalmente di casa notando che le strade erano ancora strade, che la gente era ancora la gente. Ma la cosa non mi tentò e subito rientrai nel mio tunnel trasformando l'esilio in prigione. Scomparsa lei che mi strappava al tavolino e mi induceva a scender le scale, attraversare il salone con l'orologio, entrare nella camera ora chiusa a chiave ed evitata da tutti, non avevo più motivo di lasciare la stanza con la mezza finestra aperta sul campo di ulivi. E mentre il fantasma dimenticato per sei giorni e sei notti riprendeva possesso della mia esistenza, mentre il mio cervello tornava ad essere un muscolo da usare esclusivamente in funzione del libro che stavo scrivendo, la stanza divenne una cella sopra il pero che sbocciava in una nuvola di fiori bianchi sicché doveva esser giunta la primavera, poi grondava di nuovo pere sicché doveva esser giunta un'altra estate, poi ingialliva di nuovo le foglie sicché doveva esser giunto un altro autunno, poi le perdeva di nuovo denudandosi in mezzo alla neve sicché doveva esser giunto un altro inverno, poi sbocciava una seconda volta in una nuvola di fiori bianchi sicché doveva esser giunta un'altra primavera che presto sarebbe scivolata in una terza estate e in un terzo autunno e in un terzo inverno. Il mondo, una memoria sempre più lontana. [...] D'un tratto nel buio del tunnel apparve uno spiraglio di luce, e filtrò attraverso il sipario della mia cecità per portarmi la nostalgia del mondo che avevo sepolto con le due persone amate. Questo avvenne, credo, nel periodo in cui il pero sbocciò per la terza volta e il romanzo si avviò verso le ultime pagine. A ogni pagina, un risorgere di curiosità per gli avvenimenti che il mio delirio aveva ignorato, un bisogno di cancellare anche il ricordo di quel delirio, un'impazienza di tornare ai viaggi, alle avventure, alle scoperte, insomma alla vita di un tempo. Allora la cella in cui m'ero rinchiusa diventò insopportabile, l'eco dell'orologio che ogni sessanta minuti ripeteva i rintocchi della Big Ben diventò un incubo anzi una tortura. Con l'ira del prigioniero che s'avventa contro il suo carceriere, scesi nel salone e ne fermai il meccanismo. Poi raccolsi il mio lavoro, mi trasferii in un'altra ala della casa, mi sistemai in un'ampia stanza piena di finestre. L'indomani ripresi a leggere i giornali, a guardare la TV, rispondere a telefono, uscii addirittura in giardino spingendomi fino alla piscina dove per due estati non m'ero mai tuffata, non avevo mai goduto un filo di sole. Mio padre stava strappando le erbacce che erano cresciute sui bordi. Sollevò la testa, mi avvolse in un'occhiata incredula, esclamò: «Redivivi te salutant!». Ed io scoppiai in una risata il cui suono mi spaventò: durante tutti quegli anni trascorsi in compagnia di un fantasma e d'un silenzio che parlava soltanto di morte, avevo perfino dimenticato come si fa a ridere ed era la prima volta che udivo me stessa ridere. Qualche settimana dopo il libro era finito e volavo a New York per affacciarmi all'uscita del tunnel con la riluttanza di un prigioniero rimasto troppo a lungo nell'oscurità. Che farne di tanto spazio, tanta luce? In che modo riprendere le abitudini perdute, le esperienze interrotte, l'esistenza di prima? Un libro appena finito, oltretutto, non restituisce alla libertà che ti tolse il giorno in cui lo concepisti. Come un figlio appena nato va guidato, nutrito, difeso dalle insidie, dalle perfidie, e a ciascun passo questo ti riconduce ai tormenti che ti divoravano mentre lo scrivevi. Insomma, sapevo bene che la sua pubblicazione m'avrebbe avviluppato in una nuova schiavitù e che avrebbe resuscitato il fantasma da cui ero stata rubata a mia madre quando essa aveva bisogno di me.

Questo testo è tratto da un brano letto dalla Fallaci nel 1980 di fronte agli studenti del Columbia College di Chicago
Il Corriere della Sera, 13 settembre 2007
FOTO. Dall'alto: Oriana Fallaci; Oriana con Alekos Panagulis, eroe della resistenza greca; i funerali di Panagulis, morto misteriosamente in un incidente stradale.

PD SICILIA, A CHE SERVONO LE PRIMARIE?

di Agostino Spataro
A liste presentate, è lecito domandarsi: ma era proprio necessario indire le “ primarie” per eleggere i gruppi dirigenti del nascente Partito democratico siciliano? Invece di questa simulazione della democrazia era preferibile, e altrettanto legittimo, che DS e Margherita optassero per una divisione equa degli incarichi, magari riservandone una fetta alle donne e ad altre rinomate minoranze. Ci avrebbero fatto anche una bella figura. In ogni caso, si sarebbe evitata questa fittizia rappresentazione della democrazia che in Sicilia (e in alcune altre regioni del sud ) vede concorrere solo candidati della Margherita. Nessuno dei Ds e/o della tanto decantata “società civile”. In realtà, sta accadendo quello che, a priori, è stato pattuito a livello di vertici. Ovvero una ripartizione proporzionale degli incarichi che, per essere nobilitata, necessitava di una legittimazione democratica. Da qui la chiamata al voto, l’indizione delle primarie. Ma, per quanto addomesticato, il voto è sempre un’incognita, un rischio che può mettere in discussione gli equilibri decisi a tavolino. Ecco, allora, la trovata: gli accordi di desistenza che ciascun partito dovrà rispettare a favore del candidato designato per quella regione. Secondo questa logica- ormai è chiaro- la direzione del PD siciliano spetta alla Margherita, addirittura ad una sua determinata corrente. Perciò, bisognava scoraggiare, con ogni mezzo, altre candidature, specie quelle effettivamente concorrenti.
Fino ad un certo momento, taluni s’illusero che così non fosse, che la competizione fosse davvero aperta e per nulla predeterminata. Sensazione sicuramente rafforzata dall’annuncio dell’entrata in campo dell’on. Giuseppe Lumia, vicepresidente ds della Commissione antimafia. Candidatura autorevole, stimata, suffragata con tanto di documento programmatico, che ha raccolto significativi consensi, anche inattesi, in vasti settori del mondo politico e sindacale, dell’economia e dell’associazionismo, talmente entusiasti da raccogliere le firme a suo sostegno. Una candidatura pesante e perciò stesso insidiosa e, secondo la logica di cui sopra, da evitare assolutamente. E così, a poche ore dalla scadenza regolamentare, ecco giungere la sorpresa: Lumia annuncia la sua malinconica marcia indietro in cambio di generiche “assicurazioni” a recepire il suo progetto da parte dello staff di Veltroni e del suo candidato designato per la regione, il sindaco di Messina, on. Genovese. Quando si dice la forza del programma! Alla vigilia di una consultazione nessuno si è mai rifiutato di far proprio un programma in cambio di pacchetti di voti e/o addirittura del ritiro del candidato concorrente.
Tuttavia, queste sono le motivazioni ufficiali. Non è dato sapere se siano state date altre, più convincenti, assicurazioni. Molti lo pensano e taluni lo scrivono sui giornali. Fatto sta che, il 14 ottobre, a concorrere saranno solo tre esponenti della Margherita. Partito che dimostra una sorprendente vitalità fino al punto di respingere, come nel caso della candidatura del sindaco di Caltanissetta, Salvatore Messana, talune minacciose ingiunzioni (interne) pubblicamente denunciate da autorevoli esponenti di quel partito. Solo candidati della Margherita, dunque. Così l’accordo è salvo, chiunque verrà eletto. Il ritiro di Lumia è stato provvidenziale per l’on. Genovese il quale vede trasformare in alleato di prestigio il suo più insidioso concorrente. Perciò, quasi tutti i pronostici assicurano che ad essere “incoronato” sarà il sindaco di Messina. Come da copione. Per altro, l’abbandono di Lumia crea forti delusioni fra i militanti e restringe l’area di partecipazione alle primarie. Se l’esito è così scontato, molti elettori non andranno a pagare cinque euro per votare.
Insomma, quello siciliano è un caso classico in cui si smentisce la finzione delle “primarie” indette per dimostrare all’universo mondo di voler dar vita a una formazione politica veramente nuova, moderna, scevra da ogni pratica spartitoria. Soprattutto in Sicilia dove, al di là delle rispettabili persone coinvolte, si dimostra che non si vogliono abbandonare vecchie e dannose logiche. Nemmeno in questa fase critica in cui è sotto attacco, ingiustamente o meno, il sistema dei partiti.
Oggi più che mai, la sfida è la riforma del sistema politico, nel senso dell’allargamento della partecipazione dei cittadini ai processi decisionali. Per vincerla i partiti devono entrare in sintonia con i problemi della gente, soprattutto della povera gente. Questo pareva l’intento del nascente PD. Ora più di un dubbio insorge. Prevarrà l’autoriforma o l’autoreferenzialità di un gruppo dirigente sostanzialmente inadeguato? Se è questa la risposta al ciclone Grillo, c’è da stare freschi. All’antipolitica, se di questo si tratta, si risponde con la Politica, quella autenticamente democratica, affidata a gruppi dirigenti nuovi e diversamente motivati.
Agostino Spataro
13 settembre 2007



mercoledì 12 settembre 2007

Corleone, campi di lavoro. I pomodori e poi Portella della Ginestra, via D'Amelio e Capaci...

Un bel cielo sereno e l’aria fresca del mattino ci hanno accolto al nostro risveglio. Siamo ancora tutti un po’ assonnati mentre beviamo la nostra tazza di caffè, ma con le scarpe da lavoro ai piedi e gli zainetti pronti, già parliamo di quanti pomodori riusciremo a fare oggi, la quantità sicuramente non la sappiamo ma di certo l’impegno per farne il più possibile sarà tanto. Arrivati al campo ognuno si posiziona sulla fila prescelta e comincia a riempire la sua cassetta; il lavoro è faticoso ma l’allegria non manca e si susseguono battute e canzoni. Ormai sono 3 giorni che lavoriamo insieme, l’esperienza insegna e la fatica ingegna; le casse di pomodoro piene sono pesanti anche per i ragazzi più forti, ma ad uno di loro viene in mente di provare a portarle insieme formando una sorta di “trenino”. E questa tecnica funziona! Il trenino dei pomodori ha attraversato il campo molte volte per portare via tutte le cassette fatte e guardando questi ragazzi veniva proprio da pensare che quando si lavora insieme e si collabora il successo è assicurato.
Dopo il raccolto della mattina ci aspettava un pomeriggio intenso, perché abbiamo deciso di sfruttare questo tempo libero per visitare alcuni luoghi significativi per la storia siciliana in rapporto alla mafia: Portella della ginestra, via d’Amelio e Capaci. I 4 furgoni sono partiti alla volta di Palermo e fra i ragazzi durante il tragitto c’era la curiosità di vedere quei luoghi e di assaporarne l’aria, la voglia di sapere di più, di conoscere, di capire, di dare un senso a quegli avvenimenti e di dare un senso alla propria permanenza in Sicilia. E’ stata fondamentale la guida di Francesco (operatore della Comunità Il Doccio e responsabile della distribuzione dei prodotti della Cooperativa Lavoro e non solo in Toscana), e Miriam (Arci Palermo) che con le loro spiegazioni riguardo ai luoghi e ai fatti successi ha aperto spazi di riflessione in molti di noi.
Francesco ci ha spiegato che la strage di Portella risale al I maggio 1947, la prima volta che dopo il fascismo la festa dei lavoratori veniva celebrata ufficialmente e liberamente. L’esecuzione materiale è stata attribuita alla banda di Salvatore Giuliano, anche se ancora oggi persistono punti oscuri per quanto riguarda i mandanti. Quello che rincuora e lascia un senso di speranza visitando questi luoghi di morte è il fatto che oggi delle cooperative, come la Lavoro e non solo e la Placido Rizzotto, cercano con tutte le risorse possibili di riscattare queste terre, sfruttandole per produrre qualcosa di buono e di diverso. Il tempo è breve e Palermo ci aspetta.
Anzi a Palermo ci aspetta proprio una bella sorpresa: Francesco è riuscito a contattare Rita Borsellino che è a casa e ci accoglierà per un saluto. Via d’Amelio, eccoci di fronte all’ulivo che oggi è piantato dove 15 anni fa era parcheggiata l’auto dell’attentato. Ci guardiamo intorno aspettando che Rita Borsellino scenda per incontrarci e non si può fare a meno di non essere colpiti dalle case ancora rovinate e segnate da quell’evento e da quell’ulivo carico di oggetti e messaggi che le persone passando di lì hanno voluto lasciare in ricordo e come testimonianza del loro esserci.
Parlare con Rita è emozionante, con la sua semplicità ti entra dentro e ti fa partecipe di quello che è la sua vita oggi e della lotta che porta avanti ogni giorno, sempre con il sorriso anche quando verrebbe voglia di mollare. I passi sono lenti, come ci diceva lei, ma i segnali di un cambiamento ci sono, e anche noi nel nostro piccolo vogliamo essere un segno di questo cambiamento. Non rubiamo altro tempo a questa donna speciale dell’antimafia e ci incamminiamo con i furgoni verso Capaci. Lì sulla strada troviamo uno spiazzo dove fermarci, le macchine ci sfrecciano a pochi metri e l’obelisco in memoria dell’attentato a Falcone e alla sua scorta si innalza solenne e ai suoi piedi ripercorriamo i momenti dell’attentato, sconcertati dalla drammaticità dell’accaduto e alla ricerca di una verità che ancora oggi è oscura.
Ci ha stupito sapere che poco prima della strage di Capaci una cittadina palermitana aveva inviato al Giornale di Sicilia una lettera aperta lamentando i continui controlli e spostamenti della scorta di Falcone e proponendo che i magistrati occupati nella lotta alla mafia vivessero in luoghi isolati. Lo stesso atteggiamento sarà quello assunto dagli abitanti di via d’Amelio. E’ ora di tornare a casa e dopo questo itinerario interessantissimo ci concediamo una buona pizza al ristorante “A Giarra” e la visione della partita Italia-Francia per concludere la serata.
8 Settembre 2007

LE FOTO. Dall'alto: a raccogliere pomodori; a Portella della Ginestra; con Rita Borsellino in via D'Amelio; sull'autostra della strage.

LA LETTERA. Biagio Cutropia: "La nuova ala dell'ospedale sarà aperta presto..."

Sono del 9 del mattino dell’11 settembre...tra un’ora ho una conferenza di servizio con il Direttore Sanitario dell’Ospedale dei Bianchi, il Sindaco di Corleone, l’Ufficiale Sanitario per l’apertura della nuova ala dell’Ospedale, per chi legge di cui ho diretto i lavori. Apprezzo da sempre i tuoi interventi e anche quello sull’Ospedale del 10 c.m. è certamente da stimolo a lavorare ad occuparsi di più della cosa pubblica. Io non mi intendo di sindacato né di politica, quindi probabilmente mi sfuggono alcuni passaggi. Ma una certezza l’ho. L’Ospedale di Corleone, la nuova ala, si aprirà a breve, saranno 15 giorni, saranno 30, ma a brevissimo si aprirà.
E non voglio passare per il difensore d’ufficio del Dott. Iacolino, che peraltro certamente non ne ha bisogno, ma devo, per evitare di buttare acqua sporca e bambino, affermare, per esserne stato testimone privilegiato, che il Dott. Iacolino vuole in maniera determinata aprire la nuova ala. Avrebbe potuto nel tempo trovare mille ragioni valide per rallentare i lavori nel complesso iter tecnico, non l’ha mai fatto, anzi ha sempre cercato le soluzioni per completare l’opera investendo circa 1 milione di euro oltre ai lavori in arredamenti ed opere complementari e necessarie. Credo che vada dato merito al Dott. Iacolino, il quale ha certamente operato all’interno di un mandato istituzionale ritenendo importante l’Ospedale di Corleone. Credo, lo dico da corleonese, che ha fatto qualcosa per Corleone.
Ti confesso che il problema apertura ospedale lo ritengo risolto, ma la tua nota, il ruolo del sindacato, dei partiti credo pongano un problema più complesso. E dopo l’apertura del nuovo ospedale che succederà? E’ il problema del futuro dell’ospedale, l’uso, lo sviluppo, la gestione, le risorse umane, i primariati, i metodi di selezione dei quadri dirigenti, l’accesso ai ruoli dirigenziali, in tutti gli enti e non soltanto nella Sanità. Ecco a me pare che il problema serio di Corleone, ed in generale dell’entroterra, è di non avere accesso, se non raramente, ai ruoli di governo, siano essi politici o dirigenziali. Sarà perché non siamo capaci? Forse. Sarà che i migliori se ne vanno? Forse si. E’ certo che in Italia, in Sicilia, a Corleone l’accesso ai posti dove si decide o si dirige e quindi anche quelli utili all’autogoverno (vedi futuro ospedale di Corleone) sono in mano a pochi. Ci sarà una ragione per cui i Proff. universitari hanno spesso cognomi simili, lo stesso vale per i primari ospedalieri,per i politici, etc.etc. Me ne preoccupo per i miei figli. Ma non ho sentito tante voci in questa direzione, nemmeno quelle del nascente PD. Niente. Pare che in Italia il problema siano i lavavetri. Ma questa è un’altra storia.
Cordialmente
Biagio Cutropia

Caro Biagio, lo scorso 7 giugno ci scrivevi: «… credo che il Direttore Generale sia in attesa di comunicazioni da parte dell'Ufficio Tecnico per poter procedere all'inagurazione ed apertura della nuova ala dell’ospedale, cosa che potrebbe avvenire nei prossimi 20/30 giorni… Questo chiarimento a merito ed onore di quanti da anni si impegnano a completare l'Ospedale e certamente dell'impegno fondamentale del Dott. Iacolino che ha sempre ritenuto, non a parole ma con i fatti, una priorità il completamento e l'apertura dell'edificio…». Da quel 7 giugno, aggiungendoci anche i 20/30 giorni, sono passati oltre 2 mesi, ma la nuova ala dell’ospedale non si inaugura e non si mette in funzione. Ed è stato lo stesso dott. Iacolino (di cui tu continui a “cantare” i meriti) ad aver detto nel suo blitz “a porte chiuse” a Corleone che non c’è fretta…
Purtroppo, le tue rispettabilissime opinioni vengono smentite dai fatti. E, da corleonese, mi dispiace. (d.p.)

Corleone. Siragusa non vuole rinunciare al suo "clientelismo trasparente"...

Niente da fare. Il vice-sindaco Pio Siragusa (ma il sindaco Iannazzo, che ogni giorno fa professione di antimafia e legalità, è all’oscuro di tutto?) non ha nessuna intenzione di rinunciare al suo “clientelismo trasparente”. E pur di praticarlo fino in fondo – costi quel che costi – non ha esitato a prendere in giro lo stesso Comitato dei Sindaci del Distretto Socio-Sanitario D40. Infatti, giovedì scorso, prima ha fatto finta di accogliere la richiesta del predetto Comitato di proporre al Centro Studi “Aurora” la modifica dell’avviso per la selezione degli operatori del progetto “Nelle Piazze dell’Indipendenza con il Camper dell’Indipendenza”, nel senso di prevedere la valutazione dell’esperienza pregressa anche per i 5 posti che erano stati esclusi. Ma, qualche giorno dopo – “dispiaciuto” - ha scritto ai componenti del Comitato che purtroppo il Centro Studi “Aurora” non ritiene opportuno modifica l’avviso. Quindi, niente valutazione dell’esperienza pregressa per 5 posti di operatori, che poi sono quelli dove “l’eroe della trasparenza” intende piazzare i suoi “clientes”. Un gioco delle parti tra questo giovane (ma vecchissimo nei metodi) amministratore comunale e il presidente del Centro Studi “Aurora”, teorico della massima “Viva chi regna!”.
Nessun datore di lavoro, quando cerca personale, rinuncia alla prescrizione della precedente esperienza nel settore. Ma questo “innovativo” presidente di Centro Studi, pur di compiacere chi gli ha affidato una convenzione, è disposto ad assumere comportamenti illogici ed autolesionisti. Sull’intera problematica, con una nota del 12 settembre, la Cgil di Corleone ha preannunciato che si rivolgerà all’Assessorato Regionale alla Famiglia (ente finanziatore del progetto) e alla magistratura per chiedere legalità (vera) e giustizia. E per tutelare il diritto di tutti gli operatori che si sono formati ed hanno fatto un’esperienza lavorativa di un anno ad aver riconosciuti questi titoli. Vedremo come andrà a finire…
13 settembre 2007

lunedì 10 settembre 2007

Blitz del direttore dell'Asl 6, Salvatore Iacolino, a Corleone. Altro che rilancio dell'ospedale...

Vi ricordate dell’ospedale di Corleone? Quello che – prima delle elezioni comunali - tutti i politici del Polo volevano salvare e rilanciare? Vi ricordate degli impegni solenni assunti dal direttore generale, dott. Salvatore Iacolino, che giurava di avere nel cuore questo ospedale, tanto che avrebbe prestissimo inaugurato la nuova ala e riaperto la sala operatoria? E che, semmai, erano i suoi detrattori ad insinuare che volesse affossarlo? Vi ricordate dell’ordine del giorno unitario, votato dal consiglio comunale di Corleone, con cui si chiedeva di essere convocati dall’assessore alla sanità La Galla e dal dott. Iacolino? E vi ricordate che il sindaco Nino Iannazzo, il vice-sindaco Pio Siragusa e il presidente del consiglio comunale Mario Lanza facevano a gara per tuonare contro i vertici dell’Asl 6, rivendicando il diritto dei cittadini della zona del Corleonese ad avere un presidio ospedaliero degno di questo nome?
Bene, cancellate tutto, perché l’ospedale non sarà rilanciato! Anzi, è assai se resterà a languire ancora per qualche anno. La nuova ala – almeno per quest’anno - non verrà inaugurata. La sala operatoria sarà riaperta quando… non si sa. Gli operatori socio-sanitari (i famosi OSS), che dovevano arrivare “a giorni”, chissà quando arriveranno (le buste per l’asta pubblica, necessaria per reperire nuovo personale di pulizia, saranno aperte il… 21 ottobre. E poi bisognerà approvare il verbale di gara. E poi bisognerà definire e firmare il contratto con la ditta aggiudicataria. E intanto… passerà l’anno 2007).
E gli infermieri? Stavano arrivando quelli in esubero di Palazzo Adriano. C’era già l’ordine di servizio, ma, dopo una telefonata della “politica”, non si possono più toccare. Perché… “vuolsi così colà dove si puote ciò che si vuole!” (alla Regione Siciliana, per intenderci, tra i deputati del Polo e tra quelli dell’UDC amici di… Siragusa). Arriveranno quelli dell’Ingrassia? Ma come, se nella pianta organica dell’Asl 6 non è previsto neanche un posto vacante per l’ospedale di Corleone? E non parliamo, infine, di confronto con i sindacati. Iacolino e La Galla non li gradiscono. E basta!
Pessimismo? Insinuazioni? No, resoconto quasi stenografico di quello che (“in gran segreto”) è venuto a dire la settimana scorsa il dott. Iacolino al direttore sanitario, ai dirigenti medici, al sindaco, al vice-sindaco e al presidente del consiglio comunale di Corleone! Una riunione top-secret, appunto. Alla quale non sono stati ammessi i dirigenti sindacali.
E i primari come hanno reagito? Col quasi sostanziale silenzio: sono “dipendenti” di Iacolino e… tengono famiglia. E il direttore sanitario? Balbettando… E sindaco e vice-sindaco? Col sorriso-complice di chi pensa (ma si illude!) di poter “onorare” le promesse di trasferimento di infermieri “amici” e “clienti”. D’altra parte, il dott. Iacolino – forte della presunta riconferma nella carica di direttore generale fino al 2010 - non ha più bisogno di rilanciare la sua immagine. E allora, che vadano a farsi benedire l’ospedale di Corleone, i suoi dipendenti e il bacino dei circa 100 mila cittadini che gravitano attorno ad esso.
Su questi argomenti, venerdì prossimo, intorno alle 10.30, si terrà in ospedale un’assemblea del personale, indetta dalla Cgil. E c’è da scommetterci che farà… molto caldo.
11 settembre 2007

FOTO. Dall'alto: l'ospedale di Corleone; il direttore generale dell'Asl 6, Salvatore Iacolino

A chi da fastidio Lirio Abbate?

Il testo di questo video è di Rino Cascio, giornalista di Rai 3. Le riprese sono di Alberto Caggegi, autore di un bellissimo video pubblicato sul suo blog: www.VoglioDirlaQuandoVoglio.ilcannocchiale.it

Corleone. Siragusa & C. hanno inventato il "clientelismo trasparente"

L’anno scorso le 14 assunzioni clientelari per l’attuazione della prima annualità del progetto “Nelle Piazze dell’Indipendenza con il Camper dell’Indipendenza”, affidato al Centro Studi “Aurora” di Bagheria, le ha gestite l’on. Nicolò Nicolosi, allora sindaco di Corleone. Quest’anno, Nicolosi non è più sindaco, nuovo sindaco di Corleone è il dott. Nino Iannazzo e le 14 assunzioni per l’attuazione della seconda e terza annualità dello stesso progetto le vorrebbe gestire – sempre in maniera clientelare – il vice di Iannazzo, Pio Siragusa. Vittime sacrificali di questo meccanismo opprimente e infernale sono la gran parte di queste 14 ragazze, colpevoli solo di aspirare ad un posto di lavoro. Per questo la Cgil ha deciso di difenderle, chiedendo al Comitato dei sindaci del Distretto Socio-Sanitario D40 del Corleonese (ente gestore del progetto) di riassumerle tutte e 14, accantonando l’idea dell’avviso pubblico, che Siragusa ha spacciato come un metodo “trasparente”. In realtà, si tratterebbe solo di una furbesca operazione di “clientelismo trasparente”, perché l’avviso prevede come criterio di selezione solo un colloquio ed una generica considerazione di esperienze pregresse. Non per tutti i posti, però, ma solo per nove. Per cinque, infatti, quelli dove Siragusa & C. vorrebbero piazzare i loro clienti, l’esperienza non conterebbe nulla. In ogni caso, decisive sarebbero le valutazioni dei colloqui. Come dire: clientelismo, avanti tutta!
Giovedì scorso, queste considerazioni il sindacato le ha esposte al Comitato dei sindaci, ma si è scontrato con un muro di cemento armato. L’unica richiesta accolta (e meno male!) è stata quella di aggiungere la valutazione dell’esperienza pregressa anche per i cinque posti che erano stati esclusi. Per il resto, invece, niente. D’altra parte, amministratori che l’anno scorso avevano persino “digerito” l’assunzione della moglie di un sindaco e della moglie di un assessore, non possono certamente avere particolari sensibilità etiche!
A nulla è valsa la considerazione che gli operatori in servizio da un anno, a prescindere da come sono stati assunti, ormai hanno (come sottolineato dalla relazione dei coordinatori del progetto) una esperienza ed una professionalità, indispensabili per il suo proseguimento. A nulla è valso sottolineare che, per la formazione, l’anno sono stati spesi circa tre mila euro e che per le due annualità rimanenti non sono più previsti finanziamenti per la formazione.
Quindi, sarà selezione. Vedremo quali saranno gli esiti. In ogni caso, la Cgil ha già annunciato che chiederà in copia le schede di valutazione che saranno redatte dai selezionatori e i curricula di ciascun partecipante. E si riserva di investire della questione l’assessorato regionale alla famiglia, il ministero della sanità e la magistratura. Il clientelismo “opaco” dell’anno scorso e quello “trasparente” di quest’anno certamente pari sono. Sarebbe ora, invece, che la politica politicante la smettesse di opprimere il territorio e tanti giovani che aspirano ad un lavoro dignitoso.
9 settembre 2007

Il Ponte Sicilia-Toscana: a Corleone i pomodori, a Capraia e Limite la pizzeria "Vitamina L"

A Corleone i nostri 32 volontari stanno andando avanti nella raccolta dei pomodori, che quest'anno raggiungerà la sua fase di maggiore produzione: sono previste ben 150.000 bottiglie di passata di pomodoro, a fronte delle 50.000 del 2006. In Toscana, invece, si è inagurata la Pizzeria "Vitamina L". Infatti, venerdi pomeriggio alle ore 19, presso la Casa del Popolo di Capraia e Limite, vi è stato questo evento, alla presenza del Presidente del Comitato Arci Empolese Valdelsa, Sergio Marzocchi. I locali sono stati ristrutturati e saranno gestiti da volontari di Limite ai quali va un caloroso ringraziamento. Lì le pizze verranno prodotte con la farina e la passata di pomodoro della Coop Lavoro e Non Solo e potremmo gustare il vino Placido della Coop Placido Rizzotto.
Inoltre, all'interno del circolo è presente una vera e propria "Dispensa della Vitamina L", con tutti i prodotti provenienti dalle Cooperative che gestiscono i terreni confiscati alle mafie . Alle pareti sarà esposta una mostra fotografica dei campi di lavoro "Liberarci dalle Spine" edizione 2005, 2006 e 2007. Durante l'inagurazione è giunto il telegramma di Rita Borsellino e due telefonate importantissime da Calogero Parisi, Presidente della Coop Lavoro e Non Solo e Anna Bucca , Presidente dell'Arci Sicilia. A fine inagurazione, verso le 23, è arrivato anche il giudice Giancarlo Caselli. Ora il via! Questa Casa del Popolo ha deciso di rilanciare la sua attivita associativa e di aggregazione in questo modo. Credo che sarebbe molto utile e anche doveroso che tutti si vada a salutare questi volontari e, perchè no!, anche a mangiare questa pizza che ha in effetti una vitamina in più: la Vitamina L.
Per prenotazioni: Casa del Popolo di Capraia e Limite tel. 0571 57105
Maurizio Pascucci
Esecutivo Arci Toscana
Coord Progetto Liberarci dalle Spine


FOTO. Dall'alto: La pizzeria "Vitamina L"; un momento dell'inaugurazione.

domenica 9 settembre 2007

Le interviste a Lirio Abbate, Dino Paternostro e Giuseppe Lumia

Palermo, 8 settembre 2007. La manifestazione di solidarietà per Lirio Abbate. Interviste a Lirio Abbate, Dino Paternostro e Peppe Lumia

Lirio Abbate, un uomo libero...

sabato 8 settembre 2007

Palermo. Giornalisti, politici e società civile marciano a fianco di Lirio Abbate

PALERMO - Diverse centinaia di persone hanno partecipato alla manifestazione organizzata per testimoniare solidarietà a Lirio Abbate, cronista dell'Ansa, vittima di intimidazioni. Presenti politici, cronisti, sindacalisti ed esponenti della società civile. I sindaci di Palermo e Castelbuono, comune di nascita di Abbate, hanno inviato i gonfaloni delle città per dimostrare solidarietà."Ringrazio tutti per la solidarietà e l'affetto che mi sono stati dimostrati ed in particolare i colleghi che ogni giorno insieme a me sono impegnati a raccontare la cronaca di questa Palermo e di questa Sicilia": queste le parole del cronista, Lirio Abbate, durante la marcia di solidarietà per le strade di Palermo."La manifestazione dimostra che la libertà di stampa è una libertà inalienabile. L'unico modo di fare giornalismo è quello di Lirio Abbate". Lo ha affermato il presidente nazionale dell'Ordine dei giornalisti, Lorenzo Del Boca, poco prima della partenza del corteo radunatosi in piazza Croci."La minaccia al cronista Lirio Abbate non è caduta nel vuoto. La reazione della società si sta dimostrando forte e decisa". Lo ha detto il vice presidente della commissione nazionale antimafia Giuseppe Lumia che ha proseguito: "Adesso è il momento della politica. Dobbiamo colpire i mafiosi prima che loro possano colpire noi".Parole fraterne sono arrivate dal direttore responsabile dell'Ansa, Giampiero Gramaglia: "Siamo qui per portare solidarietà e, noi dell'Ansa, anche la nostra amicizia e ammirazione, a Lirio Abbate per il coraggio con cui affronta questo difficile momento"."Quella di oggi è la testimonianza della città sana - ha dichiarato il sindaco di Palermo, Diego Cammarata - che ha sempre reagito con dignità e determinazione nei momenti in cui ha subito la violenza. Le istituzioni ci devono seguire e far crescere per sperare in un futuro che faccia della battaglia per la legalità un valore essenziale"."Quello che mi ha colpito di più è che oggi in piazza, a Palermo, sono scese tante mamme con i loro bambini". Lo ha dichiarato Enzo Iacopino, segretario nazionale dell'Ordine dei giornalisti. "Manifestazioni come questa - ha proseguito - possono essere una risorsa prodigiosa per una maggiore consapevolezza collettiva"."La difesa dei diritti dei cittadini e della libertà di informare sono i baluardi di un giornalismo di verità che non può e non vuole accettare ricatti e condizionamenti". Lo dicono, in una nota, il presidente della Fnsi Franco Siddi e il segretario generale aggiunto Luigi Ronsisvalle. "I giornalisti siciliani sono da sempre schierati in prima linea - aggiungono - in una battaglia mai conclusa e alla quale - nonostante il pesante sacrificio di vite umane già sofferto - non intendono rinunciare, anche a costo di pagare altri pesantissimi prezzi in termini personali. Un impegno quotidiano nel raccontare e testimoniare, con professionalità e onestà, la realtà di una terra complessa e difficile, dove il potere mafioso cerca di incunearsi a forza"."Il sindacato unitario dei giornalisti italiani - concludono - che ha aderito alla manifestazione di oggi a Palermo, è da sempre schierato al fianco di colleghi come Lirio Abbate che della testimonianza della verità hanno voluto fare una ragione professionale e di vita, disposti a non abbassare mai la testa e a lavorare difendendo a ogni costo il senso dell'onore".
08/09/2007