mercoledì 25 luglio 2007

Sicilia, confiscati 300 milioni al clan mafioso Buttitta

Il patrimonio sequestrato comprende sei società edili, due impreseun'azienda agricola, 600 immobili e 90 mezzi meccanici. Si tratta di una delle più grosse operazioni condotte contro Cosa Nostra negli ultimi anni

PALERMO - Maxi-sequestro di beni a Palermo da parte dei carabinieri del comando provinciale di Palermo che, in esecuzione di un provvedimento emesso d'urgenza dalla Sezione misure di prevenzione del tribunale, hanno confiscato beni per un valore di 300 milioni di euro al clan mafioso Buttitta di Trabia, un centro a una ventina di chilometri da Palermo. Si tratta di una delle più grosse operazioni patrimoniali contro Cosa Nostra condotte negli ultimi anni. Il patrimonio sequestrato comprende sei società edili, due imprese, un'azienda agricola, 600 immobili e 90 mezzi meccanici. A condurre al "tesoro" del clan sono state le indagini svolte in seguito all'arresto del boss Salvatore Rinella. E' attesa una conferenza stampa per le 11 al comando provinciale dei carabinieri.
(La Repubblica, 25 luglio 2007)

Visco: "Meno tasse dal 2008. Entrate per 2 miliardi in più"

L'annuncio del ministro economico nell'audizione in Parlamento. Cresce a sopresa nel 2007 il gettito rispetto alla previsione del Dpef. Riduzione dell'Ici "generalizzata ma graduata". Aumento assegni familiari per i figli. Crescita del pil e recupero di evasione le ragioni delle maggiori entrate

ROMA - Due miliardi in più di entrate. E meno tasse a partire dal 2008. Riduzione dell'Ici "graduata e generalizzata" e sgravi per gli affitti. Tre notizie che il ministro Vincenzo Visco illustra durante l'audizione alla Commissione Bilancio della Camera. "Due miliardi di maggiori entrate" - "I primi risultati - spiega Visco - prospettano per il 2007 un maggior gettito rispetto alla previsione del Dpef 2008-2011 di almeno 2 miliardi di euro, quindi oltre 5 miliardi in più di quanto indicato a marzo e circa 11 miliardi in più dell'obiettivo sottostante alla legge finanziaria scorsa. In realtà, il maggior gettito rispetto alla previsione della legge finanziaria supera i 12 miliardi di euro, dato che parte della manovra rimane inattuata per le deleghe fiscali". Nel primo semestre dell'anno le entrate erariali sono in crescita del 6%. I primi risultati prospettano per il 2007 "un maggior gettito rispetto alla previsione dell'ultimo Dpef di almeno 2 miliardi di euro, quindi oltre 5 miliardi in più di quanto indicato nella relazione unificata di marzo e circa 11 miliardi in più dell'obiettivo sottostante alla legge finanziaria scorsa. In realtà il maggior gettito rispetto alla previsione della finanziaria supera i 12 miliardi di euro". I migliori risultati, ha aggiunto il ministro, "non sono dovuti ad errori di previsione, ma alla maggiore crescita attesa del pil nominale e ad un recupero di evasione superiore a quanto previsto, circa 15 miliardi di euro sommando gli effetti del decreto di luglio 2006 e della legge finanziaria".

Calo delle tasse ma solo riducendo spese - Con queste premesse i "primi passi di riduzione del carico tributario" potranno avvenire con la Finanziaria del 2008. "Per questo - ha spiegato - occorre che le risorse necessarie a finanziare interventi in aumento della spesa primaria siano compensati con interventi di riduzione delle spese primarie". Altrimenti, misure di aumento delle entrate "farebbero lievitare una pressione fiscale già troppo alta a causa dei debiti del passato". Ici - Con questo scenario la diminuzione dell'Ici sarà "un alleggerimento generalizzato, ma graduato a seconda delle situazioni". Visco ha spiegato che attualmente le detrazioni vigenti sull'Ici a favore delle abitazioni principali "provocano forti disparità di trattamento tra abitazioni situate in piccoli comuni, in grandi città e in aree metropolitane". Nel pacchetto casa, Visco ha ricordato anche una riforma delle detrazioni per chi - almeno un quarto delle famiglie italiane - vive in affitto, "prevedendo un sistema di detrazioni fiscali graduate in funzione delle aree geografiche e in relazione con le modifiche che si adotteranno per l'Ici". Assegni fiscali per i figli - Obiettivo del governo è garantire ad ogni figlio, indipendentemente dallo status lavorativo dei genitori, "una più robusta dote" sottoforma di assegno fiscale. Tra le priorità fiscali, infatti, Visco pensa ad "un unico istituto di sostegno del reddito per le famiglie con figli minori" che riunifichi detrazioni Irpef e assegni al nucleo familiare. Tale istituto si configurerà come un assegno: per le famiglie a reddito basso, equivarrà ad una forma di imposta negativa (il reddito disponibile post-assegno risulta maggiore del reddito imponibile). Per le altre famiglie, ciò vorrà dire una riduzione dell'Ire. Lotta all'evasione - Dopo aver definito l'evasione in Italia "pandemica", Visco ha messo in luce che la nuova strategia di lotta all'evasione "sta dando risultati visibili". L'annuncio che non ci saranno più condoni, ha detto, "ha reso chiaro che non vi sono sconti per gli evasori" e che "la riorganizzazione della macchina dei controlli ha segnalato che la probabilità di essere accertati è reale e significativa".

(La Repubblica, 25 luglio 2007)

martedì 24 luglio 2007

Dedicato a Maria Patti

di Giuseppina Carlotta

Appena una settimana fa, nella Chiesa Madre di Corleone, si celebrava il funerale di Maria Patti. Anzi: della Professoressa Patti, come tantissimi hanno continuato a chiamarla nel tempo. Tantissimi. Ex alunni e non. Molto di lei è stato detto in quell’occasione. Dalla mia postazione, a metà della navata, ho ascoltato con attenzione il ritratto che ne ha fatto Monsignor Catarinicchia, la vita e le opere ripercorse dalla voce della professoressa Natalia Scalisi, il breve ricordo del sindaco Antonino Iannazzo, le parole del nostro Decano don Vincenzo Pizzitola… ma io, da quella postazione, restavo muta testimone di un evento traumatico che non riusciva a manifestarsi all’esterno. La morte è corollario della vita. Si dice. Si. Ma non per questo non è un evento doloroso. Ed io qui – permettimi, lettore – in questo spazio che è giusto dedicare alla Professoressa di tanti, mi prendo l’occasione di parlare di lei con lei, chiamandola per nome e dandole del tu, come da anni ormai mi permetteva di fare.
Vorrei avere la capacità e la forza di mettere insieme le parole giuste, calibrate e sicure per esprimere adeguatamente quello che sento e per raccontare chi ho perso. Quelle parole, Maria, io continuo a cercarmele nel cuore e non le trovo. Le cerco nei versi dei poeti che abbiamo amato entrambe e non le trovo…
Ti ricordi, Maria? Quanti pomeriggi abbiamo trascorso insieme su “faticose carte”, o a ragionare di eventi, passati e presenti, di fatti nostri e di fatti del mondo… Riemerge nella mia memoria la tua voce: “All’ombra de’ cipressi e dentro l’urne…” e celebrava Foscolo i suoi eroi “… finché il sole risplenderà sulle sciagure umane”.
Ti ricordi, Maria? “Multas per gente set multa per aequora vectus…” e fluiva, melodiosa, la composta disperazione di Catullo, nella tua voce limpida e pacata mentre scandiva il dolore dell’antichissimo poeta, come se fosse lui presente nel “qui” ed “ora” della tua lettura. Sembrava così facile, Maria, seguire il ritmo della metrica d’Orazio e di Catullo e di Virgilio e, sull’onda sicura della tua lettura, ritrivarsi in quell’altro “quando” ed in quell’altro “dove”!
Ma i miei ricordi di te non sono solo questo. Hanno mille sfumature. Forse hanno tutti i colori della mia vita: eri la mia professoressa di lettere, nel tempo sei diventata un punto di riferimento importante. Una radice imprescindibile.
A me è difficile parlare di te. Posso solo prendere i miei ricordi e fartene una dedica. Parole private da dedicarti in pubblico, oso dire, parafrasando il poeta. Una dedica a chi – e sei tu! – ha vissuto la vita come dono: un dono ricevuto e per questo da donare. Al di là e ben oltre il tuo essere una donna di cultura, appassionata di letteratura, poetessa e scrittrice, ottima ed indimenticabile insegnate di italiano e latino, che è la tua parte pubblica; al di là perfino della tua fede politica (così diversa dalla mia!) e di quella (incrollabile!) religiosa, io ho conosciuto di te l’espressione di un altro magistero, che è la tua parte privata: la profonda umanità che ti viveva in cuore, che ti consentiva l’umiltà dell’ascolto e dell’accoglienza dell’altrui umanità. Questa è la lezione grande, la lezione vera. Tu eri per me l’operosa speranza di chi s’impegna per migliorare se stesso e gli altri. Serenamente.
Ed io per te, nel tempo, sono rimasta l’indocile e cocciuta bimbetta che hai conosciuto appena uscita dalla scuola elementare.
Così, cocciutamente, mi ripeto che “L’uomo mortale… non ha che questo d’immortale. Il ricordo che porta e il ricordo che lascia”. E conservo di te i tuoi scritti e i tupoi racconti di vita, popolati d’affetti e di persone che ho conosciuto soltanto dalla tua voce.
Non ti dirò addio, carissima madrina. Da queste pagine volevo soltanto che quella tua grande lezione andasse in giro per il mondo. Serenamente.
Giuseppina Carlotta
24 luglio 2007

Salvatore Borsellino: «E' ora di vendicare Paolo e i ragazzi della scorta morti con lui!»

"Ricordi il presidente del Consiglio e ricordino tutti i politici - scrive Salvatore Borsellino - che guidare l'Italia non è gestire un tesoretto, disquisire su scalini e scaloni, o azzuffarsi sugli interventi nelle missioni all'estero, e dimenticare che i veri problemi sono nel nostro stesso paese, in un Sud abbandonato alla mafia, alla camorra, alla ndrangheta"

Salvatore Borsellino: «E' ora di vendicare Paolo e i ragazzi morti con lui!» PALERMO - "È ora di smettere di piangere per Paolo, è ora di finirla con le commemorazioni, fatte spesso da chi ha contribuito a farlo morire. È l'ora invece di dimenticare le lacrime, è l'ora di lottare per Paolo, lottare fino alla fine delle nostre forze, fino a che Paolo e i suoi ragazzi non saranno vendicati e gridare, gridare, gridare finché avremo voce per pretendere la verità, costringere a ricordare chi non ricorda". Lo dice Salvatore Borsellino, fratello del magistrato ucciso in via D'Amelio con gli agenti della scorta, in una una lettera aperta, la seconda dopo quella inviata alla vigilia delle manifestazioni per il quindicesimo anniversario della strage.
Borsellino si chiede "dove sono le migliaia di persone che cacciarono e presero a schiaffi i politici che, scacciati dai funerali di Paolo, avevano osato andare nella Cattedrale di Palermo, davanti alle bare dei ragazzi morti insieme a lui, a fingere cordoglio e disputarsi i posti più in vista nei banchi della chiesa?". E ancora: "Dove sono le migliaia di giovani, di gente di tutte le età, che ai funerali di Paolo continuavano a gridare il suo nome, Paolo, Paolo, Paolo?"."Ricordi il presidente del Consiglio e ricordino tutti i politici - scrive Salvatore Borsellino - che guidare l'Italia non è gestire un tesoretto, disquisire su scalini e scaloni, o azzuffarsi sugli interventi nelle missioni all'estero, e dimenticare che i veri problemi sono nel nostro stesso paese, in un Sud abbandonato alla mafia, alla camorra, alla ndrangheta".Quindi l'appello ai giovani: "Ricordate che non ci può essere una repubblica, non ci può essere una democrazia fondata sul sangue, fondata sui ricatti incrociati legati alla sparizione di un'agenda rossa e delle memorie di un computer e a quello che può esserci scritto o registrato. Ricordate che non basta cambiare nome ad un partito e poi, nel discorso programmatico del suo capo in pectore non sentire neanche pronunciare la parola mafia. Ricordate che il futuro è vostro e che ve lo stanno rubando".


La Sicilia, 24/07/2007

lunedì 23 luglio 2007

Corleone. Perchè la città è sempre più sporca?

L'Amministrazione comunale sembra impotente di fronte alle inadempienze della Sicula Ciclat e dell'Ato. Perchè? Quali "segreti" nasconde questa impotenza? E come mai non riapre la discarica di Ponte Aranci e non parte la raccolta differenziata?

di DINO PATERNOSTRO

Al di là della “sceneggiata corleonese” del sindaco e degli assessori
che puliscono la villa comunale, vogliamo parlare seriamente del servizio di raccolta e smaltimento dei rifiuti solidi urbani a Corleone? Che esso sia assolutamente inadeguato ed estremamente costoso non ci sono dubbi. Da quando il comune ha affidato il servizio alla Sicula Ciclat e da quando si è messo in mezzo l’ATO “Belice Ambiente”, le cose sono andate di male in peggio. E l’abbiamo scritto un’infinità di volta, non smentiti.
Quello che oggi possiamo constatare, invece, è l’assoluta incapacità (impossibilità?) dell’amministrazione comunale di richiamare la Sicula Ciclat e l’ATO ai propri doveri contrattuali. Se la ditta che gestisce il servizio ha alcuni operai in malattia (e qui le battute ironiche sui lavoratori si sprecano, ma nessuno dice che il datore di lavoro, se vuole, può sottoporli a visita fiscale), ha il dovere di garantire lo stesso il servizio, assumendo altri operai a tempo determinato, senza ulteriori costi a suo carico, dato che la malattia la paga l’Inps. Perché l’Amministrazione comunale non pretende che la Sicula Ciclat, comunque, assicuri il servizio, piuttosto che imbastire la “sceneggiata” della pulizia della villa? E perché non pretende che l’ATO vigili ed eventualmente sostituisca la Sicula Ciclat nello svolgimento del servizio?
L’impressione che si ha è che il Comune nulla può pretendere né dalla Sicula Ciclat né dall’Ato. Ma quale “segreto” c’è nei rapporti con questi enti, che impediscono all’amministrazione comunale di pretendere il giusto e il dovuto? Certo, con l’Ato il Comune ha circa 900 mila euro di debiti (non ha mai pagato le quote per le spese di funzionamento!), ma ha ottenuto assunzioni e stabilizzazioni… E’ questo il motivo per cui sopporta che il servizio non funzioni? E con la Sicula Ciclat che rapporti ha? Perché, per esempio, non pretende che la ditta attivi più presto di subito il servizio di raccolta differenziata dei rifiuti? Perché sopporta di essere il fanalino di coda dell’Ato nella classifica di questo tipo di raccolta?
Eppure, attivando la raccolta differenziata, il comune risparmierebbe sul costo del servizio, i cittadini risparmierebbero sulle tasse, di darebbe una mano alla difesa dell’ambiente, si avrebbe un paese più pulito. E la discarica di Ponte Aranci, perché non si riapre la discarica di Ponte Aranci? E’ da 5 anni che ne viene annunciata la prossima riapertura, ma non accade mai.
Qualche mese fa, nella sede dell’Ato a Monreale, si è siglato un accordo tra il Comune, l’Ato, la Sicula Ciclat e la Cgil per garantire il regolare pagamento dei salari ai lavoratori. Il sindacato sta verificando se l’accordo verrà veramente rispettato. Ad oggi, è stata pagato il salario di maggio e la 14° mensilità, ma non il salario di giugno. Speriamo che si provveda entro qualche giorno.
La Cgil è, comunque, pronta a sedersi attorno ad un tavolo per far partire subito la raccolta differenziata. Collocando in numero adeguato le campane nelle diverse zone della città, certo. Ma sperimentando, anche quartiere per quartiere, la raccolta differenziata casa per casa, che è l’unico modo per funzionare davvero. Fornendo ai cittadini i diversi sacchetti dove raccogliere la carta, la plastica, il vetro, l’alluminio e quant’altro. Sperimentando anche un accordo con gli esercizi commerciali e con gli ambulanti del mercatino quindicinale che producono questo tipo di rifiuti. Insomma, proviamoci davvero a fare le cose perbene!

23 luglio 2007

domenica 22 luglio 2007

Cidma. Iannazzo scrive a Napolitano

In una lunga lettera, inviata a tutte le autorità dello Stato, della Regione e della Provincia, il sindaco Nino Iannazzo ha denunciato la situazione anomala in cui oggi si viene a trovare il Centro Internazionale di Documentazione sulle Mafie e il Movimento Antimafia (Cidma). Inaugurato il 12 dicembre del 2000 dall’allora Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi, con l’obiettivo di concorrere allo studio e all’approfondimento dei fenomeni della mafia e dell’antimafia, adesso il Cidma è stato snaturato dalle sue funzioni, sostiene il sindaco di Corleone.
E cita le “anomalie” dell’ammissione nell’ultimo giorno utile della presidenza Nicolosi (28 giugno 2007) di ben 7 associazioni, che, statuto alla mano, poco hanno a che fare con la lotta alla mafia: le associazioni culturali “Per Corleone” e “Vivi Corleone”, la delegazione di Corleone dei Rangers d’Italia, l’INFAP – Istituto Nazionale Formazione e Addestramento Professionale -, la FNA – Federazione Nazionale Agricoltura -, la Fe.Na.L.Tu.S./FNA – Federazione Nazionale lavoratori del Turismo e Servizi – e il CNA – Confederazione Nazionale dell’Artigianato e della Piccola e Media Impresa.
«Purtroppo, si è dovuto constatare – scrive Iannazzo – la strana coincidenza che molti rappresentanti dei nuovi soci del Centro erano stati candidati alle scorse elezioni comunali con l’ex sindaco di Corleone (e precisamente i signori Maria Antonina Gennaro, Luca Gazzarra, Giuseppino Scianni e Salvatore Schillaci)…». Non solo, ma l’Associazione “Per Corleone” – aggiunge Iannazzo - «ha dato vita , durante le scorse elezioni, ad una lista civica a supporto dell’ex sindaco Nicolò Nicolosi».
Tra le altre anomalie, Iannazzo cita anche il fatto che l’assemblea del Cidma non ha tenuto in nessuna considerazione un ordine del giorno approvato dal Consiglio comunale di Corleone, dove si chiedeva che il comune avesse 4 rappresentanti nel direttivo e che la presidenza fosse attribuita al sindaco pro-tempore.
L’Assemblea del Cidma, quindi, lo scorso 5 luglio, col voto contrario del comune di Corleone e dell’associazione San Leoluca, ha approvato «le modifiche statutarie proposte dal dottor Nicolò Nicolosi che, senza soluzione di continuità, si è autocandidato alla presidenza del Cidma, ottenendo il voto “scontato” di tutti i soci presenti…». «L’attuale situazione – sottolinea Iannazzo - ha ingenerato una sostanziale paralisi del Cidma esponendolo, al contempo, al rischio di una gestione estranea ai principi di buona amministrazione cui è invece obbligato l’ente pubblico». Poi la stoccata finale: «Assegnare, al di là del dato contingente, la gestione del Centro a soggetti non istituzionali rappresentanti di associazioni private, il cui controllo risulta essere difficile, rende possibile il futuro rischio di infiltrazioni mafiose in seno agli enti partecipanti al Cidma, connesso proprio allo scarso controllo esercitatile sulla loro composizione sociale, come purtroppo, fatti già noti di cronaca ed indagini giudiziarie hanno dimostrato possibile in altre situazioni verificatesi in Sicilia nel recente passato: vedasi, ad esempio, la vicenda del Centro Paolo Borsellino di Palermo già aderente del Cidma». Come dire, che adesso il Centro di Corleone è esposto alle infiltrazioni mafiose!
Nell’annunciare che il comune ha conferito incarico ad un legale per impugnare la modifica statutaria del Cidma, Iannazzo conclude così la lunga lettera: «Stravolgere o modificare con passaggi forzati un cammino di legalità intrapreso da tutti noi cittadini corleonesi agli occhi di chi ci osserva sia dal punto di vista mediatico che sociale, diviene per noi tutti un atto inaccettabile. )…) Il Cidma non deve essere una segreteria politica ma il luogo dove si studiano scientificamente, e non in maniera improvvisata, le mafie e i mezzi per combatterle. Oggi più che mai chiediamo allo Stato di ripristinare le normali condizioni di vita del Centro internazionale di Documentazione sulle Mafie e sul Movimento Antimafia».
22 luglio 2007

Ecco quello che Iannazzo non scrive...

Sono da condividere in diversi passaggi le osservazioni critiche, contenute nella lettera del sindaco Iannazzo, sull’attuale situazione del Cidma. Detto questo, però, vorremmo che la lettera in questione fosse più completa. Iannazzo, infatti, ha “dimenticato” di citare fatti e circostanze indispensabili, per avere un’idea chiara su quello che c’è dietro la “partita Cidma”. L’attuale sindaco salta a piè pari gli ultimi cinque anni di gestione Nicolosi del Cidma, quando lui (almeno per i primi quattro anni) era il suo vice e l’assessore alla legalità. Nel giugno 2002, per protestare contro la nomina ad assessore del comune di Corleone di un legale difensore di Gianni Riina (figlio primogenito di don Totò), diversi componenti del Cidma rassegnarono le dimissioni dal direttivo. Interpretando capziosamente queste dimissioni come dimissioni anche dall’assemblea generale, l’allora sindaco Nicolosi dichiarò decaduti soci fondatori come l’associazione Libera, il Centro Peppino Impastato, il Centro Pio La Torre, la Fondazione Cesare Terranova, il Cepes, l’Istituto Gramsci Siciliano, Antimafia 2000, la Cgil e l’Associazione Città Nuove.
Di fronte a questo “colpo di mano”, però, l’allora vicesindaco-assessore alla legalità Nino Iannazzo non mosse un dito, nè disse una parola. Anzi, si affrettò a votare le delibere di nomina dei legali per le querele intentate da Nicolosi contro chi scrive.
Nel gennaio del 2004, l’allora sindaco Nicolosi, presidente del Cidma, modificò una prima volta lo statuto. Davanti al notaio c’erano solo lui e la prof.ssa Miata, ma l’allora vicesindaco-assessore alla legalità Nino Iannazzo non mosse un dito, nè disse una parola. Una modifica statutaria faceva diventare “eterni” i componenti del Cidma nominati dal comune (come il Papa e gli Imperatori!), ma l’allora vicesindaco-assessore alla legalità Nino Iannazzo non mosse un dito nè disse una parola.
Tranne qualche rara eccezione, in cinque anni il Cidma si è limitato solo a fare presentazioni di libri, spesso poco attinenti col fenomeno mafioso, e delle kermesse (notti “bianche”, musical, etc.) più da “Estati” corleonesi che da centro antimafia, ma l’allora vicesindaco-assessore alla legalità Nino Iannazzo non mosse un dito, nè disse una parola.
Con criteri assolutamente discrezionali-clientelari, l’allora sindaco Nicolosi, presidente del Cidma, ha assunto diverse unità di personale e conferito diversi incarichi professionali, ma l’allora vicesindaco-assessore alla legalità Nino Iannazzo non mosse un dito, nè disse una parola.
Il suo starnazzare, come le oche del Campidoglio, di adesso nasconde solo la rabbia per essere stato estromesso dalla presidenza del Cidma. Una poco credibile "guerra" all'interno del Polo, dunque. Probabilmente, la soluzione, quella vera, sarebbe sciogliere il Cidma, confessando con molta onestà che non ci sono le condizioni etico-politiche per tenere in vita un simile organismo.
Ma questo lo valuteranno le autorità dello Stato, a cui Iannazzo si è rivolto.
d.p.
22 luglio 2007

A Corleone, specialisti in clientele

Con i tempi che corrono e la disoccupazione galoppante, l’assunzione nella zona del Corleonese di 25 animatori per la realizzazione del progetto “Giocare per Crescere” non è poca cosa. Peccato, però, che la notizia della ricerca dei predetti “animatori” si è diffusa dopo la scadenza della data fissata nell’avviso (14 luglio 2007). Ed in maniera del tutto casuale: perché qualche “amico” ha detto che stava recandosi a Trabia, presso la sede della coop “Nuova Generazione”, per la selezione.
Un’operazione da “manuale del clientelismo” quella dell’amministrazione Iannazzo e del suo assessore-vice-sindaco di punta, Pio Siragusa. Formalmente, l’avviso è stato affisso all’albo del comune dal 9 al 14 luglio (ma perché per 6 soli giorni? Per paura che la notizia circolasse troppo?), sostanzialmente la notizia è circolata solo attraverso circuiti privati-clientelari. Addirittura, nessuna copia dell’avviso è stata mandata per l’affissione all’Albo del Distretto Usl, che pure fa parte del Distretto Socio-Sanitario 40. Adesso siamo curiosi di conoscere i nomi del 25 “fortunati”, che la coop ha selezionato. Ce li daranno? Oppure invocheranno la legge sulla privacy?
d.p.
22.07.07

Corleone. Gli amministratori comunali? Braccia rubate al servizio di Nettezza Urbana

Non serve un "colpo di teatro" che pulisca per un giorno la villa comunale, ma la capacità di organizzare in maniera continuativa il servizio di nettezza urbana

Guardando il notevole impegno con cui il sindaco Iannazzo e la sua giunta hanno pulito sabato scorso la villa comunale e il parco della rimembranza - e gli apprezzabili risultati conseguiti (da tempo questi luoghi non erano così puliti…) -, verrebbe da dire: braccia rubate al servizio di nettezza urbana! Ma, al di là delle facili battute, da parte nostra non possiamo che ringraziare l’amministrazione per la solerzia con cui ha accolto la sollecitazione contenuta in un’interrogazione consiliare e in una mozione, depositata in segreteria venerdì mattina. Certo, sia l’interrogazione che la mozione contengono richieste piuttosto articolate, che non si possono accogliere tutte in una mattinata. La buona volontà, però, si è vista.
Dietro la buona volontà, però, traspare l’incapacità di Iannazzo & C. di sapere assolvere al proprio ruolo, che è un tantino più complesso di prendere una ramazza… e pulire. Si tratta, infatti, di pretendere che la Sicula Ciclat e l’Ato “Belice Ambiente” facciano il mestiere per cui vengono profumatamente pagati dai cittadini di Corleone con la tassa sulla nettezza urbana. La Sicula Ciclat giustifica il mancato servizio di pulizia col fatto che, improvvisamente, diversi operai si sono ammalati? Ma la ditta sa benissimo che, in casi simili, “deve” assumere a tempo determinato altri operai per garantire la pulizia, come da contratto. D’altra parte, questo non le comporterebbe nemmeno un aggravio di costi, perché i giorni di malattia vengono pagati dall’Inps.
E l’Ato sa benissimo che ha il dovere di vigilare sulla ditta appaltatrice del servizio. Come il comune sa benissimo che deve pagare il servizio alla Sicula Ciclat (e, in questi ultimi mesi, dopo manifestazioni e scioperi organizzati dagli operai iscritti alla Cgil, l’ha fatto), ma deve pagare le quote arretrate (che non ha mai pagato) all’Ato, per un ammontare di circa 800 mila euro.
E non vengano a dire, Iannazzo & C. che la colpa è del solo ex sindaco Nicolò Nicolosi, perché per quattro anni sono stati tutti in giunta con lui (l’attuale sindaco non era forse il suo vice-sindaco?).
E allora, meno “teatrino” della politica e più amministrazione di qualità, egregio signor sindaco ed egregi assessori! Oggi la villa comunale e il parco della rimembranza erano puliti, ma, se non risolvete alla radice il problema, domani saranno di nuovo sporchi. E i cittadini di Corleone dai loro amministratori pretendono che sappiano fare di più che usare bene,,, la ramazza.
Dino Paternostro
23 luglio 2007
FOTO. Gli amministratori "armati" di ramazza...

4° Rally Valle del Sosio: Boom di adesioni alla quinta gara

Sabato stop alle iscrizioni. Già iscritti Parisi, Runfola, Di Miceli e Giandalone e tutti i protagonisti dello Challenge di Zona. Partenza il 29 luglio da Palazzo Adriano ed arrivo a Chiusa Sclafani - 11 le Prove Speciali in programma

Palermo 18 luglio – Dopo l’annullamento del Rally di Tindari cresce l’attesa e nel contempo anche il numero degli iscritti alla quarta edizione del Rally Valle del Sosio, organizzato da “Italia Grandi Eventi” e patrocinato dalle Amministrazioni di Chiusa Sclafani, Bisacquino, Prizzi, Palazzo Adriano e Giuliana facenti parte dell’Unione dei Comuni Valle del Sosio. Alla quinta prova dello Challenge Italiano Rally 8° Zona che si disputerà il 29 luglio su un percorso di 291 chilometri totali, sono già iscritti una sessantina di equipaggi.
Al via di quest’anno ci saranno sicuramente Parisi, Runfola, Giandalone, Di Miceli, La Barbera, Vintaloro, Mistretta, Trupiano, Leo, Purpura, il sindaco di Chiusa Sclafani, Di Giorgio, e l’equipaggio femminile Burigo-Vanzin che correranno con i colori di Italia Grandi Eventi. Ovviamente presenti anche i primi dello Challenge 2007, ovvero il messinese Briguglio (Renault Clio RS) ed il nisseno Burruano, seguiti da Cintolo, Virgilio, Schembari e La Rosa.
Le prove speciali in programma saranno 11: “Palazzo Adriano”, la “Bisacquino-Giuliana” e la “San Carlo” da ripetersi tre volte e la “Prizzi” che sarà affrontata solamente due volte. In pratica si tratta delle stesse prove della passata edizione nella quale si impose la Clio Williams di Parisi, primo anche nel 2004, dopo una lotta sul filo dei secondi con la Renault Clio S1600 di Giandalone e la Mitsubishi di Di Miceli, vincitore della seconda edizione del rally.
Il rally partirà dalla piazza Umberto I, nella quale furono “girate” le scene di “Nuovo Cinema Paradiso” di Palazzo Adriano alle ore 8,30 di domenica 29 luglio, con arrivo previsto a Chiusa Sclafani in piazza Santa Rosalia alle 18,30, mentre le verifiche tecnico-sportive degli equipaggi iscritti si svolgeranno sabato 28 luglio a Giuliana dalle ore 14,30 alle 20,30.
Al termine delle verifiche in piazza Castello a Chiusa Sclafani si svolgerà un “anguria party” offerto dal Comune e una serie di giochi e prove di abilità riservati a piloti, preparatori, squadre e scuderie che saranno denominati “Sosio senza frontiere”.
Quattro i Parchi Assistenza previsti sono tutti ubicati a Chiusa Sclafani, mentre i Riordinamenti avranno luogo a Chiusa Sclafani (2) e Bisacquino (1).
Le iscrizioni al 4° Rally Valle del Sosio, organizzato con il sostegno dell’Assessorato Regionale al Turismo e della Provincia Regionale di Palermo si chiuderanno alle ore 20 di lunedì 23 luglio.
Gianfranco Mavaro

L'ecobenzina infiamma i prezzi del grano. È guerra tra biocarburanti e spaghetti

Boom del granturco per la benzina ecologica, la pasta rincarerà del 20%. Le coltivazioni di grano duro sono sostituite dal mais e i prezzi salgono alle stelle. La De Cecco ritocca i listini del 10%. Barilla sta per farlo. Allarme dei pastai

di MAURIZIO RICCI

ROMA - Altro che rivolta delle tortillas, con i messicani infuriati per il prezzo sparato alle stelle dalla corsa all'etanolo. Adesso tocca a noi: spaghetti contro ecobenzina. Da qui a settembre, annuncia l'Unipi, l'associazione dei produttori di pasta italiani, il mezzo chilo di spaghetti rincarerà fino al 20 per cento. La De Cecco ha già ritoccato i listini del 10 per cento. Il gigante del settore, la Barilla (oltre 1 milione di tonnellate di pasta, l'equivalente di 10 miliardi di piatti di rigatoni o penne) sta per farlo. Gli altri seguiranno a ruota. Perché il prezzo della semola di grano duro - la materia prima della pasta - è salito, nel giro di sei settimane dall'ultimo raccolto, del 50 per cento sui mercati internazionali, da dove importiamo poco meno della metà del fabbisogno delle nostre industrie. Ma anche il grano duro italiano è diventato più caro: sul mercato di Foggia - la nostrana Chicago delle granaglie - il prezzo è cresciuto di oltre il 30 per cento rispetto ad un anno fa. E la semola rappresenta oltre la metà del costo della pasta. "Con i conti non ci stiamo più" dichiara il presidente dell'Unipi, Mario Rummo. Ma che c'entra l'etanolo? Il rincaro generalizzato delle derrate alimentari a cui stiamo assistendo è dovuto, in parte, ad un'annata pessima, meteorologicamente, per i raccolti, ma il grosso degli aumenti di prezzo, secondo gli esperti, è effetto del rimbalzo a 360 gradi del boom della materia prima per l'etanolo. Simon Johnson, capoeconomista del Fmi, parlava ieri di "sorprendente impennata dei prezzi da primavera", sottolineando che l'etanolo "ha prodotto uno shock macroeconomico". In effetti, il biocarburante oggi più di moda si fa in Brasile con la canna da zucchero e, nel resto del mondo, soprattutto processando le pannocchie di granturco, con il quale si fa semmai la polenta, non gli spaghetti. Ma l'irresistibile attrazione esercitata sugli agricoltori dal raddoppio del prezzo del granturco e dalle previsioni di una domanda in crescita esplosiva, per far fronte alla richiesta di etanolo, li sta portando a cambiare coltivazione, spiazzando gli altri prodotti. Più conveniente produrre mais o girasoli - da cui si ricava l'altro ecocarburante, il biodiesel - che, ad esempio, grano. Il risultato è che l'offerta degli altri prodotti si restringe. "La Siria ha bloccato l'export di grano, il Canada non ne venderà fino a novembre" elenca Rummo. Anche l'Australia ha ridotto le forniture. Dagli agricoltori agli hedge funds, tutti stanno speculando sui rincari. Ma non finisce qui. Perché neanche il granturco basta più, per l'etanolo e per il suo uso tradizionale.
Il mais ha un posto di assoluto rilievo nella catena alimentare, molto al di là di polenta e tortillas. Soprattutto negli Stati Uniti, il più grande mercato del mondo per il cibo. Prodotti diversi come il Gatorade e gli hamburger partono dal granturco. Prendete i "chicken nuggets", i bocconcini di pollo di McDonald's: il pollo è stato cresciuto a granturco, ed è granturco la farina che lo riveste, la colla che lo tiene insieme, l'olio in cui è fritto. Non solo: derivano dal mais la lecitina e il lievito, i mono e trigliceridi aggiunti al pollo, il colorante, finanche l'acido citrico che lo preserva. Insomma, su circa 45 mila prodotti reperibili in supermercato americano, più di un quarto contiene mais: pannolini, sacchi della spazzatura, dentifrici, fiammiferi, batterie, fino al luccichio sulle copertine delle riviste. E poi c'è la carne: in buona sostanza, polli, tacchini, maiali, anche le mucche, per non parlare dei salmoni, vengono allevati - in America, ma non solo - a granturco. Il risultato è un aumento dei prezzi su tutto lo spettro del mondo alimentare. Se noi dobbiamo vedercela con il rincaro degli spaghetti, gli americani si sono trovati a pagare il 70 per cento in più il cartone di popcorn al cinema e il litro di latte quanto uno di benzina. Costano di più i gelati e, in Inghilterra, il pane è quasi raddoppiato. Ma l'ondata sta per sommergere tutto quello che va nella borsa della spesa. Gian Domenico Auricchio, presidente di Federalimentare, denuncia aumenti dei costi nell'industria italiana del 20 per cento per le uova, 50 per cento per il burro, 20-40 per cento per le carni. Un impatto pesante per i consumatori, anche se non drammatico. Il mezzo chilo di spaghetti, sufficiente per cinque persone, assicura Rummo, continuerà, in fondo, a costare "meno di una buona mela e di una tazzina di caffè". Ma, lontano dal ricco Occidente, può essere una tragedia. L'allarme, lanciato da Fidel Castro alcuni mesi fa, ha trovato conferme autorevoli. Il World Food Programme, l'organizzazione Onu per gli aiuti alimentari, dichiara di non essere più in grado, all'attuale livello dei prezzi internazionali, di mantenere i suoi programmi. L'International Food Policy Research Institute di Washington calcola che la sola corsa dell'agricoltura ai biocarburanti, da qui al 2010, farà crescere i prezzi del granturco del 20 per cento, della soia del 26 per cento, del grano dell'11 per cento, della manioca (il cibo base in Africa e in Sud America) del 33 per cento. Del doppio o del triplo al 2020. A questi prezzi, stimano Ford Runge e Benjamin Senauer, due studiosi americani, il numero delle persone che, nel mondo, soffrono la fame, invece di scendere a 600 milioni nel 2025, come ci si aspettava, sarà del doppio, 1 miliardo e 200 milioni. Runge e Senauer fanno un calcolo anche più brutale: riempire il serbatoio di un fuoristrada solo di etanolo richiede oltre 200 chili di granturco, ovvero il fabbisogno di calorie di una persona per un anno. Dietro alla corsa ai biocarburanti, ci sono scelte politiche. L'Unione europea si è fissata l'ambizioso obiettivo di sostituire con ecocombustibili, entro il 2020, almeno il 10 per cento della benzina e del gasolio che consumano le sue macchine. Ma è soprattutto il traguardo fissato da Bush per l'America - 35 miliardi di galloni di etanolo l'anno entro il 2017, sei volte la produzione attuale, un quarto dei consumi totali di benzina - ad avere scatenato la corsa. Con un singolare paradosso: la massa di investimenti messi in moto, nell'agricoltura e nell'industria (il numero di raffinerie di etanolo, negli Usa, sta già raddoppiando) ha senso solo agli attuali livelli di prezzo del petrolio. "La ricerca dell'indipendenza energetica - notano Runge e Senauer - ha già reso l'industria dipendente da alti prezzi del greggio". Ma è un paradosso piccolo, rispetto al successivo. Qui non siamo a spaghetti o pop corn contro ecobenzina. Siamo a spaghetti contro il miraggio della ecobenzina. Perché, con le tecnologie attuali, tutto questo biocarburante non si può produrre. Per fare 35 miliardi di galloni di etanolo con le pannocchie, calcola la rivista Bioscience, bisognerebbe coltivare esclusivamente a granturco un quarto dell'intero territorio Usa (città escluse). Questo non significa che l'intera vicenda dei biocarburanti sia un'illusione. Miscelati con i carburanti fossili, etanolo e biodiesel consentono di ridurre i consumi di benzina e gasolio e di contenere le emissioni di anidride carbonica che determinano l'effetto serra. Ma non sono la ricetta-miracolo del dopo-petrolio. Almeno, qui e ora. Produrre l'etanolo non dalla sola pannocchia, ma dall'intera pianta, o dagli scarti vegetali in genere, insomma direttamente dalla cellulosa, consentirebbe di superare d'un colpo molti dubbi e vicoli ciechi dell'attuale corsa ai biocarburanti, riducendo, dice l'Ifpri, l'impatto sui prezzi. Tecnicamente, ricorrendo a speciali enzimi, è già possibile. Ma ancora troppo costoso, sia rispetto alla benzina che all'attuale etanolo da pannocchia.

(La Repubblica, 20 luglio 2007)

ARRIVA L'ESTATE, FIORISCONO LE STAGISTE

di Marco Travaglio

Tre notizie alla rinfusa. 1) Il senatore Gustavo Selva, quello che usa le ambulanze come taxi per arrivare prima in tv, ritira le dimissioni da senatore perché “i cittadini mi invitano a restare”, insomma “lo faccio per rispetto vostro”. 2) Fabrizio Corona pubblica le sue prigioni, manco fosse Silvio Pellico, e molti giornali dedicano paginoni alle sue decisive “rivelazioni” (tipo quante volte si masturbava in cella). 3) Maurizio Costanzo, essendo praticamente disoccupato visto che lavora solo per Rai, Mediaset, Sky, Messaggero, Libero, Riformista, Panorama, Telecom, ministero delle Comunicazioni, una dozzina di enti locali e P2, ha assunto la direzione del teatro romano Brancaccio (in aggiunta al Parioli e alla Sala Umberto) sfrattandone Gigi Proietti: ora prepara un cartellone a base di Maria de Filippi con tronisti e squinzie al seguito, senza dimenticare Platinette, perché a lui Pirandello gli fa un baffo. Se, come dice Massimo Fini, “volgare non è chi dice parolacce, ma chi non sta al proprio posto”, allora le tre notizie hanno un comune denominatore: la irredimibile volgarità di un paese finito, dove nessuno sta più al suo posto. L’altro giorno il quotidiano che si fa chiamare “Libero” pubblicava un “racconto” di tal Francesco Borgonuovo, dal titolo “Arriva l’estate, fioriscono le stagiste”, illustrato da una pregnante foto di Monica Lewinsky. L’incipit è pura poesia: “Senti il fiato caldo dell’estate e sai che arriveranno, sarà una migrazione in grande stile. Come uccelletti leggiadri le stagiste planeranno, faranno il nido per un po’, giusto il tempo di svernare, e poi se ne torneranno via così com’ eran venute”. Il seguito è ancor più lirico: “Le uniche degne di titolo, quelle purissime e illibate, vengono direttamente dalle scuole, da dove s’attinge la linfa più dolce e saporita”. Che stia parlando di amori minorenni? Niente paura: “A fine giugno ­ spiega il vate ebraico-cristiano in piena tempesta ormonale - le porte delle Università si spalancano e ne esce una folla di canottiere aderenti, unghie dipinte in ciabattine infradito, shorts, minigonne, perizomi e cosce robuste pronte a riversarsi in agenzie di pubblicità, negli uffici stampa dei festival musicali, nelle case di moda e nelle redazioni dei giornali”. Dove Lui vedrà di farsi trovare pronto. Segue una citazione evangelica, per far contento Betulla, in endecasillabi sciolti e rime baciate: “Vi manderò come agnelli in mezzo ai lupi, disse il Signore, e loro si faranno mandare negli open space e dietro le finestre coi doppi vetri, dove le attendono le fauci spalancate di capi cinquantenni disillusi e famelici, di giovani leoni incravattati golosi d’avventure,di veterani che adagiano gli occhi sui glutei ben fatti e fra le camicette coi bottoni innocenti e lascivi. Le stagiste sono caramelline già sbucciate della carta che i professionisti si contenderanno col coltello fra i denti e la sigaretta da accendere ‘dopo’ già pronta sull’orecchio”. Il nuovo Balzac prosegue in dolce stilnovo fra “mani pronte a scivolare sempre più giù fino alla fine dell’esperienza formativa”, “pance retrattili che fibrillano in attesa di scattare all’indietro” e “tette che scendono inesorabilmente”. Non manca un accenno all’”idea marxiana che il lavoro le renderà donne”, così i comunisti sono sistemati; una pennellata di sociale su “quelle precarie lagnose che mugugnano perché si chiamano Roberta, hanno 40 anni e guadagnano 400 euro”; e un tocco di neorealismo, con sapide classificazioni di “culi di piombo” e “culi sodi”. Poi, pagato il dazio all’impegno, si torna alla vita vissuta: “I colleghi si becchettano fra di loro: ‘Questa te la trombi tu’, ‘no tu’, e va a finire che non se la tromba nessuno... Le stagiste abitano spesso insieme con altre amiche, che magari ancora preparano gli esami e succede che parti per trombarti la stagista e ti trombi pure loro”. Il finale è da pelle d’oca: “Amori da spiaggia consumati in ufficio, con i maschi a tramutarsi in dei (sic) Massimo Ciavarro qualsiasi in un Sapore di sale come un altro e le fragoline a prendersi gioco di loro”. Ora, "Libero" è lo stesso giornale che s’è schierato con il Family Day, che fucila qualunque pallida critica al Vaticano, che ospita le lenzuolate del pompo-ciellino Renato Farina e che ha pubblicato qualunque scritto dell’ultima Fallaci, anche la lista della spesa, in difesa della “civiltà ebraico- cristiana” insidiata dai vucumprà. Infatti il pregevole scampolo di prosa compariva nella sezione “Cultura”. Sarà poco poetico, ma una domanda in generale s’impone: quando arriva la Buoncostume?
da l'Unità

Maria Patti: elogio ad una italiana fierissima

Parlare con lei era come fare un bagno nell'intelligenza. In una epoca in cui va di moda la effimera voglia di definirsi cittadini del mondo Lei ribadiva fino all'estremo che era orgogliosa di essere una italiana fierissima. Spesso si lamentava che la società odierna andava sempre più perdendo quei valori che fecero grande la cultura della nostra Patria : il supremo valore del rispetto di Dio e della Chiesa, la totale mancanza di orgoglio di appartenza alla propria Nazione, il degrado incontrollabile della famiglia come mattone fondamentale di ogni sana società. Spesso, parlando della globalizzazione galoppante, non si capacitava del perchè si doveva mettere a rischio secoli di cultura e tradizioni italiane grazie alla imperante "esterofilia" nella lingua, nelle Istituzioni nella cultura in generale. Si commuoveva quando parlava della nostra Patria: l'amore incontrollato per la sua Italia era forte, radicato, immensamente giustificato dalla enorme saggezza culturale di cui era dotata. Fu per me maestra di vita, fonte di granitico convincimento sugli ideali che andava divulgando e che sapevano tanto di apodittica genesi. Il suo sguardo dolce e a tratti indifeso nascondeva una forza intellettuale estrema che incuteva timore reverenziale con la stessa facilità con cui una lama taglia il burro. Ha voluto il Tricolore posto sulla sua bara segno fortissimo che il suo amore verso la sua Patria non avrà mai fine. Con lei se ne va l'ultimo membro della mia famiglia che ha fatto di certi ideali una ragione di vita. Addio littoriana Maria.
DINO LEVITA

giovedì 19 luglio 2007

Paolo Borsellino è ancora vivo!

PALERMO - La giornata della memoria è cominciata con i bimbi delle elementari che fanno il gioco dell'oca della legalità in via Mariano D'Amelio davanti al cippo con l'ulivo che ricorda il procuratore aggiunto Paolo Borsellino, e gli agenti della polizia di Stato che gli facevano da scorta Emanuela Loi, Agostino Catalano, Walter Cusina, Claudio Traina e Vincenzo Limuli, massacrati nella strage del 19 luglio 1992 e di cui quest'anno ricorre il quindicesimo anniversario. Ma almeno finora la città normale, quella degli impiegati, dei commercianti e dei lavoratori, non ha testimoniato il ricordo per il giudice assassinato col tritolo. Non c'erano persone affacciate ai balconi, né lenzuoli appesi come un tempo quando a Palermo la gente esponeva teli bianchi con scritte antimafia.Sul cippo che ricorda la strage vi sono solo le corone d'alloro ufficiali, mancano i mazzi di fiori che fino ad alcuni anni fa portavano le persone lasciando un biglietto con una frase di speranza per il futuro. Una corona l'ha portata il presidente del Senato Franco Marini che ha detto: "Provo una grande emozione a Palermo dove sono venuto a ricordare Paolo Borsellino e gli agenti della scorta uccisi in via D'Amelio 15 anni fa. Si tratta di martiri della democrazia". Marini ha poi aggiunto che "occorre valutare con estrema attenzione tutti i nuovi indizi che emergono, per fare piena e completa luce sulle circostanze in cui maturarono quei tragici eventi, indagando senza alcun limite se non l'attenta ricerca della verità. Bisogna dare risposte al Paeseche chiede ancora di sapere come e perchè lo Stato possa essere stato attaccato, colpito anche se non vinto, da coloro che uccisero Borsellino e Falcone". Quindi il presidente del Senato è andato nell'aula magna del palazzo di Giustizia di Palermo dove politici, tra cui il sindaco di Roma Walter Veltroni, e magistrati commemorano le vittime.Il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha inviato un messaggio alla vedova di Borsellino, Agnese, scrivendo tra l'altro: "Trascorsi ormai quindici anni dal tragico attentato che costò la vita a Paolo Borsellino e agli agenti della sua scorta Catalano, Cosina, Loi, Li Muli e Traina, restano più che mai vivi nella mia memoria e in quella di tutti gli italiani il dolore e lo sgomento per un così terribile evento". Il presidente del Consiglio, Romano Prodi, ha inviato invece un messaggio al Prefetto di Palermo: "L'anniversario della strage di via D'Amelio rinnova in ciascuno di noi momenti di intensa e commossa riflessione su quel tragico evento che, a distanza di anni, è penetrato nel profondo delle nostre coscienze come punto drammaticamente oscuro della nostra storia. Ci stringiamo perciò ai familiari dei caduti. Il giudice Borsellino e gli agenti di scorta debbono essere considerati da tutti martiri gloriosi della nostra patria".E intanto mentre la Palermo ufficiale ricorda il magistrato e gli agenti della polizia di Stato, il giudice per le indagini preliminari di Caltanissetta, Ottavio Sferlazza, ha respinto la richiesta di archiviazione dell'inchiesta sul furto dell'"agenda rossa" di Borsellino, scomparsa dalla borsa del magistrato dopo la strage. Quell'agenda che, dice la sorella del giudice, Rita Borsellino, "se ritrovata potrebbe aiutare a ricostruire tante cose".
La Sicilia, 19/07/2007

QUEL GIORNO IN VIA D’AMELIO. Il ricordo di Rita Borsellino

di SAVERIO LODATO

Lasciamo che sia lei, Rita Borsellino, a raccontare quel giorno di lacrime e sangue di quindici anni fa. E le nostre domande, inevitabilmente, risulteranno inadeguate alla drammatica sequenza di quel ricordo. La cronista d’eccezione, anche se questa cronaca avrebbe preferito non raccontarla, è lei: Rita Borsellino.
Lo fa per la prima volta. Dopo quindici anni. Per un giornale - L’Unità- al quale Paolo, pur essendo di altre idee, era affezionato.
E il lettore ci perdoni se non ricorreremo alla finzione di darci del lei.

Rita, dov’eri il 19 luglio 1992?
«Non ero a Palermo, ero nella mia casa di Trabia, nonostante in quel periodo ogni allontanamento da Palermo mi risultasse difficile. A Trabia non avevo il telefono, e l’idea di non poter sentire Paolo mi faceva stare male, mi metteva in agitazione. Ma in famiglia vigeva quasi un patto: provare a vivere una vita normale in un periodo in cui la vita di normale aveva ben poco. Per noi andare di sabato a Trabia era una consuetudine che non volevamo cambiare. E io quella settimana avevo un problema in più: la sistemazione di mia madre che abitava con me e non volevo lasciare sola».
Perché tua madre non venne a Trabia?
«Perché l’indomani Paolo l’avrebbe portata dal cardiologo, un amico di famiglia, disposto a visitarla di domenica. Risolsi il problema grazie a mio figlio Claudio che si offrì di restare con lei in via D’Amelio».
Era tanto forte quel patto che vi imponeva di non cambiare abitudini?
«Sì. Ma per la prima volta partiì a malincuore. Mi dicevo è tutto normale, tutto a posto: domani mattina Claudio arriva con il treno, e alla cinque di pomeriggio Paolo va a prendere mia madre e la porta dal cardiologo. Normale. Che motivo c’è - mi ripetevo- di cambiare abitudini? E la domenica iniziò a scorrere secondo copione: colazione, un po’ di sole in giardino, pranzo, e di pomeriggio saremmo andati a messa prima di tornare a Palermo...».
Quasi un presentimento della tragedia?
«Non lo so. Me lo chiedo ancora oggi. Ricordo però che avevo voglia di stare un po’ sola e andai in terrazza. Fu da lì che vidi una scena che mi turbò: i vicini di casa si avvicinarono al cancello per parlare con mio marito attraverso le sbarre...un attimo dopo vidi Cecilia, mia figlia, che si avvicinò a loro...dalla sua espressione mi resi conto che era accaduto qualcosa. Corsi giù per le scale e chiesi cosa fosse successo. Mio marito non rispose. Cecilia mi abbracciò: “non lo sappiamo neanche noi, accendiamo la televisione”. E mentre un attimo prima avevo pensato a mia madre, ora capìì che si trattava di Paolo».
Vi metteste tutti davanti alla televisione?
«Sì, un piccolo televisore che funzionava male...Ma per quanto male potesse funzionare lessi la scritta in sovrimpressione che parlava della morte di Paolo...».
Erano le immagini di via D’Amelio appena dopo l’Apocalisse.
«Già. Ma non me ne resi conto. Fu Cecilia a dire: “ma quella è casa nostra...”. Da quel momento in poi ricordo i silenzi. Nessuno disse nulla, non una parola. Non venne versata una lacrima. E tutti, molto freddamente, chiudemmo le imposte, recuperammo il cane, ci mettemmo in macchina, rientrammo a Palermo».
Quale fu il primo impatto con il luogo della tragedia?
«In via D’Amelio ci fermarono. Scendemmo dalla macchina. Suoni, rumori, odori, fumo, lamiere arroventate e accartocciate... Le riprese televisive avrebbero reso solo in minima parte quello che stavo provando dal vivo. Improvvisamente mi ritrovai sola... Il capo dei vigili urbani mi abbracciò e scoppiò a piangere. Solo allora mi resi conto che la scritta sul televisore di Trabia diceva la verità... Paolo non c’era più. Ricordo i vicini, che pur avendo ormai le case sventrate e avendo perduto un pezzo della loro vita, mi abbracciavano, cercavano di consolarmi. Fu quello il primo segnale di una Palermo che fino a quel momento non avevo conosciuto».
Cosa ricordi ancora in via D’Amelio?
«Una figura vestita di bianco che mi colpì come fosse una macchia di colore improvvisa: era Salvatore Pappalardo, il cardinale di Palermo, che era voluto venire a toccare con mano la tragedia. Poi si avvicinò il procuratore Pietro Giammanco. Per chiedermi se volevo vedere mio fratello. Risposi di no. Volevo conservare la vivacità del suo essere, non un immagine di morte e violenza. Ma risposi quasi con disagio perché capivo che forse avrei dovuto dire di sì. Marta invece, la più piccola delle mie figlie, che mi era accanto, si rivolse e a Giammanco e gli disse con determinazione: “io voglio vederlo”. Non dimenticherò mai l’espressione di Giammanco che la guardò con sufficienza più che compassione...».
Reagisti?
«Mi arrabbiai. Ho sempre riconosciuto ai miei figli capacità e diritto di scegliere. Dissi quasi con stizza: “se vuole, deve vederlo”. E fu così che Marta, accompagnata da un vigile, sparì in mezzo al fumo...un attimo dopo mi sentì in colpa, pensando che avrei dovuto accompagnarla...e pensavo a quanto avrei dovuto consolarla dopo. Invece accadde un fatto stupefacente...».
Stupefacente?
«È la parola esatta. Al suo ritorno Marta non piangeva, sorrideva. Mi mostrò le mani sporche di fumo, me le mise sul viso dicendomi: “mamma ho accarezzato lo zio Paolo”, ma aggiunse anche un’altra frase: “Lo zio Paolo sorride”. Pensai che Marta, nella sua infinita tenerezza, volesse consegnarmi un ricordo inesistente. Invece di quel sorriso avrei sentito parlare da altre persone, da Lucia, la figlia di Paolo, da Antonino Caponnetto, ma non solo. Chissà come, chissà perché era rimasta viva la caratteristica più bella di Paolo: sorridere anche nei momenti più difficili».
Tua madre, intanto?
«Non sapevo cosa le fosse successo. Vidi i buchi neri della mia casa e non sapevo cosa ne era stato di lei. Pian piano, attraverso le parole dei vicini, mi resi conto che era salva. Che qualcuno l’aveva portata via dall’inferno. Seppi che la bomba era scoppiata quando Paolo aveva suonato il campanello e ne dedussi che non si erano visti. Ero ansiosa di trovarla».
Come la trovasti?
«Con mio marito, i figli, il cane, iniziammo a girare per gli ospedali di Palermo. A “Villa Sofia” mi dissero che era passata di lì. All’”Ingrassia” seppi che il cardiologo, l'amico di Paolo, l’aveva portata a casa sua. Ma io non sapevo dove abitava il cardiologo. Ci volle qualche ora per scoprirlo. Mi chiesi cosa avrei dovuto dirle appena l’avessi incontrata. Il rapporto fra lei e Paolo era fortissimo».
Che ricordi di quell'incontro, in una giornata di per sé straziante?
«La vidi piccola, indifesa. Vestita a metà: una sottoveste e sopra una camicia. Strane ciabatte ai piedi. Le scarpe le aveva perse quando un vigile urbano l’aveva presa in braccio per portarla via. Con lei c’era mia sorella che quel giorno festeggiava il suo compleanno...».
Che vi diceste con tua madre?
«Fu lei a parlare. E mi sconvolse. Mi disse: “sai cosa è successo? Sai che con Paolo sono morti i suoi ragazzi della scorta? Vai a cercare le madri e ringraziale per il sacrificio dei loro figli”. Furono queste le sue parole. Dopo lo scoppio. Dopo l’incendio. Dopo essere stata portata via di casa. Quella frase avrebbe condizionato le mie scelte, la mia vita successiva. Mia madre aveva trovato il modo giusto: non pensare solo a se stessa, ma anche agli altri.
Ma la giornata non era ancora finita.
«Infatti. Andai a casa dei miei nipoti. La casa dove Paolo aveva abitato sino a quella mattina. Era aperta, piena di gente. Chi andava, chi veniva, chi piangeva. Incontrai Agnese, mia cognata, circondata da tantissime persone che le si stringevano attorno. Cercai i miei nipoti. Trovai Manfredi che parlava in maniera seria, matura, come se all'improvviso fosse diventato adulto. Ora si trattava di prendere decisioni. E mi sembrò all’altezza del compito. Trovai Lucia che ai miei occhi era sempre apparsa la più fragile. La vidi impassibile, calma, serena. Si occupava delle persone presenti, rispondeva al telefono».
Fiammetta invece era all’estero...
«Era in Thailandia. Raggiungerla non era facile. Con Lucia ci capimmo al volo: facevamo la guardia al telefono di casa aspettando che chiamasse, perché volevamo essere noi a comunicarle quello che era accaduto».
Ormai era davvero impossibile rispettare quel patto familiare che vi imponeva di fingere che tutto fosse sempre normale.
«È vero. Ma ne scattò subito un altro: nessuno di noi, in quella casa, avrebbe pianto. E nessuno pianse. E ci dicevamo: “non è il momento delle lacrime. È il momento di riflettere e capire come andare avanti”. Di quelle ore in casa di Paolo ricordo ancora la confusione, l’amara sensazione che fosse diventato importante passare da quel salotto... E per tanti, sedere sul divano, consolare Agnese, fu quasi un passaggio obbligatorio. Quasi un riconoscimento. Questo ci diede fastidio. Ricordo anche che arrivavano notizie del presidio a Piazza Politeama, di cortei...».
Dove trascorresti la prima notte dopo la tragedia?
«In casa di Paolo. Non riuscivo a staccarmi da quel luogo anche se ormai era diventata un’altra cosa. Manfredi chiuse a chiave lo studio di Paolo perché nessuno entrasse: era fastidioso sentire quella casa espropriata, quasi fosse diventata un luogo pubblico. L'aria era diventata irrespirabile. E con Manfredi, a un certo punto, decidemmo di fare una selezione su chi doveva salire. Poi, forse alle prime luci dell' alba, ma non so dire esattamente che ora fosse, decisi di fuggire. Trovai ospitalità a casa dei miei suoceri».
Ormai era il 20 luglio 1992...
«E fu quello il momento più difficile. Quello in cui mi resi conto di ciò che significava davvero il fatto che Paolo non c’era più. Con Paolo ero la sorellina da proteggere. Senza Paolo ero un’altra cosa. Un’altra persona. Me ne sarei accorta nei giorni a seguire quando per me iniziò un' altra vita. Senza Paolo. Ancora di più accanto a lui».
Vivi ancora in via D’Amelio.
«I miei figli mi diedero lezioni di coraggio e di coerenza. Ricordo ancora le parole di Claudio quando appena giunta in via D’Amelio mi lasciai scappare che non avrei più voluto vivere lì: “Ma sei pazza? Non possiamo andare via. Abbiamo il dovere di custodire questo luogo che adesso è diventato sacro”. Ecco perché abito ancora in via D’Amelio.
Proprio in questi giorni, Salvatore Borsellino, fratello di Paolo, ha scritto una dura lettera aperta per denunciare insabbiamenti e depistaggi nelle indagini. E anche qualche strana amnesia. Che ne pensi?
«Condivido in gran parte quanto ha scritto Salvatore. Quelle stesse cose le denuncio anche io da anni. Sono convinta che bisogna pretendere la verità e non accontentarsi solo di alcune verità».

Crediamo non ci sia nulla da aggiungere.

L'Unità, 19 luglio 2007

Venticinque anni fa, la strage di via D'Amelio. La Sicilia e Palermo ricordano Paolo Borsellino

PALERMO - Oggi è il giorno della memoria nel ricordo di Paolo Borsellino, procuratore aggiunto a Palermo, e degli agenti della polizia di Stato che gli facevano da scorta Emanuela Loi, Agostino Catalano, Walter Cusina, Claudio Traina e Vincenzo Limuli, massacrati nella strage di via Mariano D'Amelio il 19 luglio 1992 e di cui quest'anno ricorre il quindicesimo anniversario.
La giornata a Palermo si snoderà tra manifestazioni, spettacoli, dibattiti, messe e commemorazioni e vedrà la partecipazione del presidente del Senato Franco Marini, del leader di An Gianfranco Fini, del sindaco di Roma Walter Veltroni e del governatore della Puglia Nichi Vendola. Ma il magistrato sarà ricordato con diverse cerimonie in tutta la Sicilia e anche in altre città d'Italia.In via D'Amelio sono state deposte le corone di fiori dei rappresentanti delle istituzioni e della forze dell'ordine. Hanno deposto una corona il prefetto Giosuè Marino, il questore Giuseppe Caruso e il comandante provinciale dei carabinieri Vittorio Tomasone. In rappresentanza dell'assemblea siciliana è intervenuto il deputato Raffaele Stancanelli; per il governo regionale l'assessore ai lavori pubblici, Agata Consoli, per il Comune il vice sindaco Giampiero Cannella. Alle 9.30 è stato suonato il silenzio.Paolo Borsellino e Giovanni Falcone che chiacchierano amabilmente sono raffigurati in due statue dello scultore Tommaso Domina poste stamane in via D'Amelio. Le statue sono realizzate in gesso bronzato. Paolo Borsellino è raffigurato in pantaloni e polo, mentre fuma una sigaretta e sorride all'amico Falcone, la cui statua non è ancora terminata. L'opera, nelle intenzioni dell'autore, non appena completata dovrebbe essere collocata in via Libertà. "Ho parlato di questo mio desiderio con la famiglia Borsellino - dice Domina -. Volevo che le immagini di Giovanni e Paolo non avessero un carattere istituzionale, volevo rappresentarli come persone normali tra la gente"."È quasi un miracolo che il ricordo sia ancora così vivo in un Paese che facilmente dimentica i propri morti. È importante che la memoria sia affidata ai bambini che non c'erano quando Paolo è morto". Lo ha detto Rita Borsellino, sorella di Paolo, deputato regionale dell' Unione, davanti al cippo che ricorda la strage in via D'Amelio dove centinaia di bambini delle scuole elementari e medie e scout dell'Agesci si apprestano a cominciare il gioco dell'oca della legalità nel 15/simo anniversario dell'attentato al magistrato e a cinque agenti della polizia di Stato."Se il pool antimafia si sciogliesse con la riforma della giustizia sarebbe una perdita di memoria storica e significherebbe cominciare daccapo. Forse è passato troppo - aggiunge - per riprendere una traccia che poteva essere importante ma confido nella giustizia. Ritrovando l'agenda di mio fratello si potrebbero ricostruire tante cose".Questo anniversario è segnato dalle notizie sulla continuazione dell'inchiesta nissena sui mandanti occulti della strage e dall'accorato appello del fratello di Borsellino, Salvatore, che chiede risposte alle tante domande sulla strage che presenta tuttora lati oscuri.
La Sicilia, 19/07/2007

AMBIENTE. Gratis alla fonte, cara al bar. Minerale, ecco l'oro azzurro!

Nei 40 centesimi di una bottiglia al supermercato, l'acqua pesa solo per un quarto di centesimo. I due terzi dei costi se ne vanno per le bottiglie, un altro dodici per cento serve a coprire marketing e pubblicità. I produttori: "I profitti lordi sono bassi, in media intorno al quattro per cento del fatturato"
di MAURIZIO RICCI

ROMA - Sicura al 100 per cento, giurano i produttori: mai un'infezione da una nostra bottiglia. Saporita, fa capire il 98 per cento di italiani che la preferisce sempre di più all'acqua potabile. Salutare: per chi ha problemi di pressione e ha bisogno di un'acqua leggera o, al contrario, per gli sportivi alla ricerca di un'acqua ricca di sali minerali. Ma cara. L'acqua al rubinetto la paghiamo 60-80 centesimi a metro cubo, che equivale a mille litri. L'acqua minerale 40 centesimi per una bottiglia di 1,5 litri (al supermercato, si intende, perché al bar l'unico limite è la faccia tosta del gestore). Cioè 25 centesimi al litro: 250 euro a metro cubo. Il problema è che non è l'acqua che paghiamo tanto. Quella costa pochissimo, quasi niente. A volte, visto che le fonti d'acqua minerale sono di proprietà pubblica, noi - la collettività - gliela diamo in concessione anche praticamente gratis. Quando va male (all'azienda), Nestlè e concorrenti pagano a noi, oggi, come collettività, l'acqua che finirà sugli scaffali del supermercato o dei bar gli stessi 60-70 centesimi a metro cubo che noi, singolarmente, paghiamo per l'acqua del rubinetto. A fare i conti, si finisce sommersi da virgole e zeri: nei 40 centesimi della bottiglia del supermercato, la materia prima, l'acqua, vale oggi, al massimo, 25 centesimi di centesimo. Praticamente invisibile. Compriamo acqua, ma in realtà paghiamo la plastica della bottiglia, il gasolio per trasportarla, gli spot per pubblicizzarla. Ed è già un bel salto rispetto alla situazione di qualche anno fa. "Liscia, gassata, gratis" titolava un vecchio documento di denuncia del Wwf. La storia delle acque minerali è, in linea di principio, la stessa dei bagnini che sfruttano le spiagge del demanio in concessione. Solo che nella realtà è molto peggio, perché nessun bagnino è un gigante multinazionale come la Nestlè e i soldi in questione sono molti di più. Fino a pochi anni fa, la materia era regolata da una legge del 1927, quando l'acqua minerale era il bicchiere che si andava a riempire alle terme. La concessione, dunque, si pagava in base agli ettari di terreno occupati per gli impianti. Spiccioli, anzi meno: da 5 a 60 euro per ettaro. Questo spiega come la Nestlè potesse pagare poco più dell'equivalente di 2.500 euro per imbottigliare la San Pellegrino (uno dei marchi più famosi al mondo) o 15 mila euro per la Levissima. In totale, la Nestlè spendeva probabilmente meno di 50 mila euro l'anno, in tutta Italia, per avere l'acqua, su cui realizzava un fatturato di 500 milioni di euro. Il Veneto, dove si imbottiglia un quinto dell'acqua minerale italiana, per un fatturato di 600 milioni di euro, ne incassa tuttora, dalla concessione per ettaro, solo 300 mila.
La situazione è cambiata nel 2001, quando la riforma federalista ha dato alle Regioni la competenza sulle acque minerali. Le Regioni hanno cominciato ad intervenire, spinte anche da pronunce della magistratura, come la Corte dei conti piemontese che, nel 2002, mise sotto accusa l'allora giunta di centrodestra proprio per le concessioni sulle acque minerali. Se alcune regioni sono ancora ferme alla vecchia normativa (nelle Marche è di 5 euro per ettaro, in Abruzzo un forfait di 2.500 euro l'anno, tutto compreso) altre, soprattutto quelle dove maggiore è la produzione di acqua minerale, hanno introdotto il principio di commisurare il canone di concessione ai metri cubi di acqua utilizzata, invece che solo agli ettari occupati. In Piemonte, ad esempio, 0,70 euro a metro cubo, in Lombardia 0,51. Gli effetti sono sui bilanci. Il Piemonte prevede un aumento del canone da praticamente zero a un milione di euro l'anno. Il Veneto da 300 mila a 2,7 milioni di euro. Finora sono nove le regioni che hanno introdotto questo parametro, per una quota, stima Ettore Fortuna, presidente di Mineracqua, l'organizzazione confindustriale dei produttori, pari al 65-70 per cento della produzione nazionale. Qualcuna l'ha introdotta con entusiasmo. La giunta veneta aveva recentemente deciso di portare il canone a 3 euro a metro cubo. Suscitando la protesta di Fortuna. "Qui - dice - non è in discussione l'entità del canone. E' un problema di concorrenza. Non è possibile che io paghi in Veneto 3 euro a metro cubo e, nella regione a fianco, il Friuli, praticamente niente. La concorrenza è falsata". L'argomento ha fatto breccia nella giunta veneta che ha deciso di adeguarsi alle linee guida che le regioni stabiliranno a livello nazionale. Per evitare una legislazione a macchia di leopardo, la Conferenza delle Regioni dovrebbe infatti varare una forchetta minimo-massimo dei canoni, per spingere le regioni che ancora non l'hanno fatto ad intervenire ed evitare disparità di concorrenza fra le diverse fonti. La forchetta suggerita alle giunte è fra 1 e 2,50 euro ogni mille litri (o metro cubo) imbottigliati. Se la media fosse di 2 euro a metro cubo, gli incassi dalle concessioni passerebbero dal quasi zero attuale a circa 22 milioni di euro in totale. Meglio di prima, naturalmente, nel capitolo "pagare l'acqua per quello che vale", ma quanto meglio? "Non provi a commisurare i canoni di concessione al fatturato di 3 miliardi di euro del settore" mette le mani avanti Fortuna. "Quello è il fatturato al consumo, che comprende anche la bottiglia a 5 euro al bar del Colosseo o al ristorante di Capri. Per noi conta la grande distribuzione". Attraverso i supermercati passano circa i due terzi delle bottiglie di acqua minerale, per un giro d'affari di circa 2 miliardi di euro. Se tutte le regioni applicassero un canone di 2 euro a metro cubo e incassassero 22 milioni di euro, le concessioni peserebbero sul giro d'affari nella grande distribuzione al massimo per l'1 per cento. Vale poco l'acqua minerale, anche dopo aver decuplicato il vecchio canone di concessione. E allora, cosa paghiamo alla cassa? Soprattutto, la bottiglia: "I due terzi dei costi sono per la plastica delle bottiglie" dice Fortuna. "E un altro 12 per cento è marketing e pubblicità". E i profitti? Bassi, assicura: "I profitti lordi sono, in media, intorno al 4 per cento del fatturato". In molti settori industriali si guadagna di più. Considerando che la materia prima non costa quasi nulla, è un risultato sorprendente. Oppure un paradigma della società dei consumi, in cui la vera merce sono l'involucro (la bottiglia) e l'immagine (la pubblicità).

(La Repubblica, 19 luglio 2007)

martedì 17 luglio 2007

Corleone, se n'è andata Maria Patti


Maria Patti, la professoressa Maria Patti, se n’è andata domenica 15 luglio, dopo una lunga malattia. Ed oggi, nella Chiesa Madre, nella chiesa che lei per tanti anni ha frequentato, sono stati celebrati i funerali. A celebrarli non poteva essere che lui, monsignor Emanuele Catarinicchia, arcivescovo emerito di Mazara del Vallo, ma per noi corleonesi “il decano”, che stimava tanto Maria Patti. «Una donna d’altri tempi», dicono adesso di lei. Per certi versi è cosi. Ma, per la sua coerenza morale, per il suo rigore intellettuale, per il suo valore di educatrice, per la sua grande capacità di amare “oltre le differenze”, noi preferiamo pensarla come una donna d’altri tempi, una donna di questo tempo e una donna di tutti i tempi. Infatti, i valori in cui credeva Maria Patti e che praticava con grande naturalezza, sono valori per ogni tempo, che non tramontano mai.
Amava Dio, la Patria e la Famiglia. Vi sono modi bigotti di vivere questi valori, che rischiano di farli diventare dis-valori. Ma vi sono modi – ed era il modo della professoressa Patti – che li possono rendere condivisi da tutti. Maria Patti si commuoveva pensando ai soldati italiani caduti in guerra. E tanti ricordano i suoi vibranti discorsi in tanti 4 novembre corleonesi. Considerava quasi un luogo sacro il “Parco della Rimembranza”, in villa comunale, dove ogni albero ha una targhetta col nome di un caduto in guerra di Corleone. Oggi, purtroppo, quel parco non è più quello tanto amato da Maria Patti, ma il luogo dell’abbandono e dell’incuria. Dobbiamo rassegnarci che resti tale?
Ci sentiamo di avanzare un pacchetto di proposte al comune: intanto, facciamolo pulire radicalmente; poi, predisponiamo un progetto di restauro-ristrutturazione; infine, rivisitiamo ammodernandola la stessa idea di “Parco della Rimembranza”: ribattezziamolo “Parco della Memoria” di tutte le vittime innocenti della violenza. E, ogni anno, arricchiamolo di nuovi alberi: uno per ogni caduto. I soldati morti nelle guerre folli volute dai potenti del mondo, le vittime della mafia, le vittime del terrorismo. E coinvolgiamo gli alunni delle scuole. Facciamo in modo che adottino un albero, due alberi, tre alberi… tutti gli alberi. E forse Maria Patti sarebbe contenta.
d.p.
17 luglio 2007




FOTO: Un momento dei funerali

Corleone, chi era la professoressa Maria Patti?

Ripubblichiamo un servizio del 25.10. 2003 sulla docente corleonese, in occasione della presentazione di un suo libro

di DINO PATERNOSTRO

CORLEONE - Se pensa a Linuccia, la sorellina morta di difterite nel 1941, all'età di 7 anni, ancora si commuove. «Era una bambina buona e bellissima - dice - e di un'intelligenza straordinaria». Si commuove anche a guardare le foto di papà Leoluca, che gestiva un negozio di generi alimentari nella centralissima via Bentivegna, e di mamma Emanuela, poste su una consolle, accanto a quella di nonno Peppe. All'età di 82 anni, Maria Patti, insegnante di lettere classiche in pensione, è ancora di un candore fuori dal comune. Ama la sua Corleone con grande intensità e non sopporta che se ne parli male, nemmeno per le gesta criminali di personaggi come Riina e Provenzano. «La mia città - sostiene - ha tanti personaggi importanti e positivi che non può essere offuscata da qualche figlio degenere». Non solo Leoluca e Bernardo, i due santi che costituiscono l'orgoglio di ogni corleonese. Non solo Bernardino Verro e Placido Rizzotto, “apostoli” dei contadini, entrambi assassinati dalla mafia. Ma anche dotti sacerdoti come don Biagio Ortoleva e don Giuseppe De Gennaro. Proprio su De Gennaro, figura eminente di sacerdote e di educatore, studioso di storia e di letterature classiche, vissuto tra la metà dell'Ottocento e i primi anni del Novecento, Maria Patti ha scritto un'opera in due volumi, alla quale ha lavorato per dieci lunghi anni. «A farmi scoprire la sua figura è stata una sua pronipote, la mia maestra della scuola elementare. Mi ha donato un volume scritto in latino e greco dal suo illustre congiunto, che io conservo gelosamente. L'ho voluto tradurre e pubblicare, inquadrandolo nel contesto dei fermenti politico-culturali risorgimentali», dice la professoressa Patti, che a Corleone (e non solo) resta una delle poche persone in grado di tradurre dal latino e dal greco e di scrivere in queste due lingue, che lei non considera affatto morte.Maria Patti ha frequentato il liceo classico a Corleone e si è laureata in lettere classiche all'Università di Palermo, in un periodo difficilissimo, durante la seconda guerra mondiale. «L'esame di laurea l'ho sostenuto il 4 luglio 1943 a Santa Flavia, dove il Rettore di allora aveva spostato la sede d'esami, dato che a Palermo i bombardamenti si susseguivano giorno per giorno». Ma l'esercito alleato, in quella terribile estate di sessant'anni fa, bombardò anche Corleone. «Conservo ancora - dice Maria Patti, mostrandocela - una scheggia di bomba che il 13 luglio mandò in frantumi i vetri di questa nostra casa a Corleone». Altri tempi e altri contesti storico-culturali, ma a quei tempi e a quei contesti Maria Patti è rimasta indissolubilmente legata. Ancora oggi, i valori che per lei contano sono Dio, Patria e Famiglia. Ancora oggi si commuove e racconta che, durante la guerra, lei digiunava per solidarietà con i soldati italiani al fronte, che pativano fame e sete.Nel pomeriggio di sabato, la figura di questa studiosa all'antica e la sua ultima fatica letteraria sono state al centro di un incontro-dibattito nel salone di San Ludovico, organizzato dall'amministrazione comunale, al quale sono intervenuti monsignor Emanuele Catarinicchia, già vescovo di Mazara del Vallo e per tanti anni decano-arciprete di Corleone, il prof. Giuseppe Spatafora, la prof.ssa Natalia Scalisi, il prof. Francesco Magno, il provveditore Giuseppe Giambalvo, il vice-sindaco Nino Iannazzo e il sindaco Nicolò Nicolosi.

Dino Paternostro


25.10.2003

Strage di via d'Amelio, si indaga sui servizi segreti


CATANIA - La procura della Repubblica di Caltanissetta indaga sul probabile coinvolgimento di apparati deviati dei servizi segreti nella strage di via d'Amelio in cui morì il procuratore aggiunto Paolo Borsellino e cinque agenti della scorta.
Il procuratore aggiunto, Renato Di Natale, coordina l'inchiesta sui mandanti occulti della strage avvenuta il 19 luglio 1992. Secondo l'ipotesi degli inquirenti ci potrebbe essere la mano di qualcuno degli apparati deviati dei servizi segreti che ha forse avuto un ruolo nell'attentato. Questa pista di indagine, che in un primo momento era stata accantonata ed archiviata, è stata ripresa nei mesi scorsi dagli investigatori in seguito a nuovi input d'indagine.I magistrati stanno valutando una serie di documenti acquisiti dalla procura di Palermo e che riguardano il telecomando che potrebbe essere stato utilizzato dagli attentatori. A questo apparecchio è collegato un imprenditore palermitano. I processi che si sono svolti in passato hanno solo condannato gli esecutori materiali della strage, ma nulla si è mai saputo su chi ha premuto il pulsante che ha fatto saltare in aria Borsellino e gli agenti di scorta.Un altro elemento sul quale è puntata l'attenzione degli inquirenti, è "la presenza anomala" di un agente di polizia in via d'Amelio subito dopo l'esplosione. Si tratta di un poliziotto - già identificato dai magistrati - che prima della strage era in servizio a Palermo, ma venne trasferito a Firenze alcuni mesi prima di luglio dopo che i colleghi avevano scoperto da una intercettazione che aveva riferito "all'esterno" i nomi dei poliziotti di una squadra investigativa che indagava a San Lorenzo su un traffico di droga.

La Sicilia, 17/07/2007

Tutti i misteri sull'assassinio di Paolo Borsellino

CATANIA - La strage di via D'Amelio, in cui morì il 19 luglio 1992 il procuratore aggiunto Paolo Borsellino e cinque agenti della scorta, è ancora avvolta da diversi misteri.
Il telecomando. Le indagini non hanno mai appurato chi è stato a premere il tasto del telecomando che ha innescato l'esplosione davanti all'abitazione della madre del magistrato. Gli inquirenti hanno individuato gli esecutori materiali della strage, che sono stati condannati definitivamente, ma mai nessuno ha rivelato chi ha materialmente azionato l'esplosivo.
Dove fu messo l'esplosivo. L'esplosivo utilizzato per l'attentato potrebbe essere stato inserito in un grande bidone di metallo, creando un cratere profondo, e non nella Fiat 126 come hanno sempre detto i collaboratori di giustizia. A sostenerlo sono i difensori dei boss condannati che attraverso immagini scattate poche ore dopo in via D'Amelio sostengono che il blocco motore dell'auto esplosa non c'era nel luogo in cui è stato poi ritrovato.
La scomparsa dell'agenda. La foto scattata da un reporter di Palermo il giorno dell'attentato mostra l'allora capitano dei carabinieri Giovanni Arcangioli con in mano la borsa di cuoio di Borsellino. Dentro i familiari del magistrato sostengono che vi fosse un'agenda personale che non è mai stata ritrovata e sulla quale Borsellino avrebbe segnato appuntamenti e pensieri.
Il colpo di Stato dei boss. Alcuni collaboratori di giustizia sostengono che dopo la strage di Capaci, Riina voleva dare un altro colpo allo Stato. Giovanni Brusca ha sostenuto che la decisione di uccidere Borsellino sarebbe stata "accelerata" dalla necessità di far decollare la "trattativa" che Riina aveva avviato con uomini delle istituzioni per ottenere vantaggi legislativi in favore di Cosa nostra. Giuffrè ha invece affermato che la strage di via D'Amelio sarebbe stata voluta da Provenzano per impedire al magistrato di avviare indagini sul nodo mafia e appalti.

La Sicilia, 17/07/2007