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martedì 2 ottobre 2007

Al via la Consultazione Nazionale su OGM e modello agroalimentare: “Un sì per il futuro!”

Mille iniziative e tre milioni di voti per una agricoltura senza ogm. L'Alpa Sicilia impegnata per la riuscita dell'iniziativa

Più di mille iniziative su tutto il territorio nazionale per ottenere tre milioni di voti a favore di una agricoltura di qualità e libera da OGM. Con questo obiettivo la Coalizione “ItaliaEuropa – Liberi da OGM” a cui ha aderito l’ALPA ha promosso dal 15 settembre al 15 novembre in tutto il Paese la prima Consultazione Nazionale su OGM e modello agroalimentare, esperienza inedita in Italia e in Europa. In centinaia di convegni, dibattiti, degustazioni di prodotti tipici e mostre-mercato, i cittadini italiani possono votare in una apposita scheda (simile a quella utilizzata in Italia per i referendum) per un modello agroalimentare di qualità, rispettoso dell’ambiente e del clima e, soprattutto, libero da organismi geneticamente modificati. Si può votare anche on line, all’indirizzo http://www.liberidaogm.org/.
La Coalizione “ItaliaEuropa – Liberi da OGM” è costituita dalle maggiori organizzazioni italiane degli agricoltori, della moderna distribuzione, dell’artigianato, della piccola e media impresa, dei consumatori, dell’ambientalismo, della scienza, della cultura, della cooperazione internazionale, del volontariato e delle autonomie locali - ACLI, ADOC, ADUSBEF, AIAB, ALPA, ASSOCAP, AVIS, CIA, CIC, CITTA’ DEL VINO, CNA, CODACONS, COLDIRETTI, CONFARTIGIANATO, COOP, COPAGRI, FEDERCONSUMATORI, FOCSIV, FONDAZIONE DIRITTI GENETICI, GREENPEACE, LEGAMBIENTE, LIBERA, RES TIPICA, SLOW FOOD, VAS, WWF – riunite insieme per la prima volta, in rappresentanza di più di dieci milioni di soci.

Per informazioni:
ALPA SICILIA, via Giovanni Meli 12 Palermo
Tel. 091 6111703
e.m. alpapa@ciaoweb.it
Salvatore Sparacio cell. 335 7744260

domenica 5 agosto 2007

Mascalucia, Federconsumatori cita in giudizio Acoset per tutelare gli utenti

Chiesto il rimborso dei conguagli 2004,2005 e 2006 e lo sgravio del canone per l’acqua inquinata da Vanadio
La Federconsumatori di Mascalucia, su delega del presidente nazionale Trifiletti e assistita dall’avv. Daniela Saitta, il 20 luglio 2007 ha citato in giudizio presso il Tribunale Civile di Catania l’Acoset, la società che distribuisce acqua nei comuni pedemontani.
In particolare la Federconsumatori (associazione di consumatori ed utenti), guidata dal dott. Lucio Traina, contesta la delibera assembleare dell’Acoset del 3 agosto 2006 con cui venivano aumentati, con effetto retroattivo, i costi di erogazione dell’acqua per gli anni 2004,2005 e 2006. Il tutto a danno dei cittadini utenti. Difatti per l’associazione dei consumatori il corrispettivo della prestazione non può essere variato dopo l’avvenuta erogazione della prestazione stessa, come è affermato dalla legislazione vigente e da recenti sentenze del Tar Campania. Dunque Acoset non poteva richiedere aumenti retroattivi. Pertanto la Federconsumatori con la citazione in giudizio ha chiesto al Giudice di dichiarare illegittimi gli aumenti dell’acqua con effetto retroattivo al 2004, 2005 e 2006, fatti pagare da Acoset agli utenti pena la sospensione del servizio.
Conseguentemente viene chiesto il diritto per gli utenti al rimborso dei conguagli 2004, 2005 e 2006 già pagati, oltre gli interessi maturati dalla data di pagamento sino all’effettivo rimborso.
Inoltre si richiede al Giudice che gli utenti del comprensorio del comune di Mascalucia, San Pietro Clarenza e quanti altri serviti dalle acque non potabili perché contenenti concentrazioni di vanadio superiori a quelli previsti per legge, abbiano diritto allo sgravio del canone per tutto il periodo di mancata utilizzazione dell’acqua a causa proprio dell’inquinamento da vanadio.
Una grande iniziativa dunque a favore degli utenti contro un colosso del settore idrico. Una iniziativa che serve ad affermare la certezza del diritto e impedire che le aziende erogatrici di servizi possano sistemare i propri bilanci ricorrendo ad aumenti retroattivi.
Il dott. Lucio Traina dichiara “ diamo appuntamento agli utenti Acoset a settembre quando organizzeremo, insieme agli amici di San Pietro Clarenza, una assemblea pubblica per spiegare dettagliatamente ai cittadini utenti le iniziative a loro favore “. Il dott. Giovanni Consoli, dirigente Federconsumatori e Consigliere Comunale a Mascalucia, raccomanda agli utenti dell’Acoset, che sono oltre 200mila nei comuni di Aci Bonaccorsi, Aci S. Antonio, Adrano, Belpasso, Camporotondo Etneo, Catania( San Giovanni Galermo ), Gravina, Mascalucia, Nicolosi, Pedara, Ragalna, S. Agata Li Battiati, S. Giovanni La Punta, San Gregorio, S. Maria di Licodia, San Pietro Clarenza, Trecastagni, Tremestieri Etneo, Valverde e Viagrande, di conservare attentamente le ricevute dei pagamenti dei conguagli 2004, 2005 e 2006 per poter farli valere ai fini del rimborso “.
Distinti saluti.
Dott. Lucio Traina
Federconsumatori Mascalucia
5 agosto 2007

mercoledì 1 agosto 2007

Ato rifiuti, Di Benedetto (DS): “Dovevano essere dimezzati entro maggio. Colpevole ritardo del governo Cuffaro”

“La colpevole inerzia del governo Cuffaro, che avrebbe dovuto dimezzare il numero degli Ato rifiuti in Sicilia entro la prima metà di maggio, permette il mantenimento di un sistema clientelare che fa lievitare i costi per i cittadini senza minimamente migliorare il servizio di raccolta e smaltimento dei rifiuti”.
Lo dice il deputato regionale DS Giacomo Di Benedetto, che ha presentato una interrogazione urgente al presidente della Regione, nella quale si chiede inoltre di “predisporre un’indagine per accertare se le società d’ambito siciliane hanno rispettato l’evidenza pubblica delle procedure previste per le assunzioni di personale”. Il numero degli Ato deve passare dagli attuali 27 a 14.
“In base ad un articolo della scorsa finanziaria regionale - prosegue Di Benedetto - entro la prima metà di maggio si sarebbe dovuto ridurre il numero degli Ato e si sarebbero dovuti individuare i nuovi ambiti territoriali ottimali per la gestione dei rifiuti urbani, ma ancora nulla è stato fatto. La permanente inattività da parte del Governo continua a consentire il perpetrarsi di una situazione ormai insostenibile che produce danni nei confronti dei cittadini e degli enti locali, con canoni esosi e città sporche”.
Nell’interrogazione Di Benedetto chiede di sapere “se l’Agenzia per i rifiuti e per le acque ha individuato i nuovi ambiti nei termini previsti dalla legge e quali ragioni ritardano la predisposizione del decreto conseguente”. Il deputato regionale DS chiede infine di conoscere la percentuale di raccolta differenziata in atto in Sicilia in ciascuna società d’ambito.

IL TESTO INTEGRALE DELL’INTERROGAZIONE

INTERROGAZIONE
urgente

Al Presidente della Regione

Ricordato che nella legge regionale n. 2 dell’8 febbraio 2007, all’articolo 45, venivano indicate le procedure e i tempi per la individuazione dei nuovi ambiti territoriali ottimali per la gestione dei rifiuti urbani;

Osservato che in tale articolo si specificava (comma 1 secondo capoverso) che “i nuovi ambiti territoriali ottimali sono individuati, entro 90 giorni, dall’Agenzia per i rifiuti e le acque (…) in numero (…) pari a 14”;

Constatato che dalla data di pubblicazione ad oggi sono trascorsi ben più di 90 giorni senza che si sia avuto notizia del decreto del Presidente della Regione per la riperimetrazione degli ATO;

Visto che l’iter di tale decreto prevede una precedente delibera della Giunta regionale, “sentita la competente commissione legislativa dell’ARS” e visto che a tutt’oggi nessuna nuova ipotesi di riperimetrazione degli ATO rifiuti è pervenuta alla suddetta commissione;

Considerato che il parlamento regionale con l’approvazione dell’art. 45 della l.r. n. 2 dell’8 febbraio 2007 ha inteso porre rimedio allo stato di inefficienza e di sprechi che ha caratterizzato l’assetto e la gestione degli Ato rifiuti nella nostra regione;

Rilevato che la permanente inerzia da parte del Governo continua a consentire il perpetrarsi di una situazione ormai insostenibile e che produce danni nei confronti dei cittadini e degli enti locali, con canoni esosi e città sporche;

per sapere

se l’Agenzia per i rifiuti e per le acque ha individuato i nuovi ambiti nei termini previsti dalla legge;

quali ragioni ritardano la predisposizione del decreto conseguente e, precedentemente la delibera di Giunta, la trasmissione delle ipotesi formulate alla competente commissione dell’ARS;

se non ritiene di predisporre una indagine al fine di rilevare se le società d’ambito siciliane hanno rispettato l’evidenza pubblica delle procedure previste per le assunzioni di personale dal comma due del sopraccitato articolo 45 della l.r. 2/07;
quali procedure, ad oggi, l’Agenzia delle acque e dei rifiuti ha messo in opera per ottemperare a quanto previsto dal comma 3 dell’art. 45 l.r. 2/07 per la raccolta differenziata così da raggiungere gli obiettivi lì indicati, e cioè che “la percentuale di raccolta differenziata non potrà essere inferiore al 20 per cento per l'anno 2007, al 30 per cento per l'anno 2008, al 50 per cento per l'anno 2009 e al 60 per cento per l'anno 2010, nel rispetto dell'intesa di cui all'articolo 205, comma 6, del D. lgs. n. 152 del 2006”;

qual è la percentuale di raccolta differenziata in atto in Sicilia in ciascuna società d’ambito.

Palermo, 25 luglio 2007 Di Benedetto

lunedì 23 luglio 2007

Corleone. Perchè la città è sempre più sporca?

L'Amministrazione comunale sembra impotente di fronte alle inadempienze della Sicula Ciclat e dell'Ato. Perchè? Quali "segreti" nasconde questa impotenza? E come mai non riapre la discarica di Ponte Aranci e non parte la raccolta differenziata?

di DINO PATERNOSTRO

Al di là della “sceneggiata corleonese” del sindaco e degli assessori
che puliscono la villa comunale, vogliamo parlare seriamente del servizio di raccolta e smaltimento dei rifiuti solidi urbani a Corleone? Che esso sia assolutamente inadeguato ed estremamente costoso non ci sono dubbi. Da quando il comune ha affidato il servizio alla Sicula Ciclat e da quando si è messo in mezzo l’ATO “Belice Ambiente”, le cose sono andate di male in peggio. E l’abbiamo scritto un’infinità di volta, non smentiti.
Quello che oggi possiamo constatare, invece, è l’assoluta incapacità (impossibilità?) dell’amministrazione comunale di richiamare la Sicula Ciclat e l’ATO ai propri doveri contrattuali. Se la ditta che gestisce il servizio ha alcuni operai in malattia (e qui le battute ironiche sui lavoratori si sprecano, ma nessuno dice che il datore di lavoro, se vuole, può sottoporli a visita fiscale), ha il dovere di garantire lo stesso il servizio, assumendo altri operai a tempo determinato, senza ulteriori costi a suo carico, dato che la malattia la paga l’Inps. Perché l’Amministrazione comunale non pretende che la Sicula Ciclat, comunque, assicuri il servizio, piuttosto che imbastire la “sceneggiata” della pulizia della villa? E perché non pretende che l’ATO vigili ed eventualmente sostituisca la Sicula Ciclat nello svolgimento del servizio?
L’impressione che si ha è che il Comune nulla può pretendere né dalla Sicula Ciclat né dall’Ato. Ma quale “segreto” c’è nei rapporti con questi enti, che impediscono all’amministrazione comunale di pretendere il giusto e il dovuto? Certo, con l’Ato il Comune ha circa 900 mila euro di debiti (non ha mai pagato le quote per le spese di funzionamento!), ma ha ottenuto assunzioni e stabilizzazioni… E’ questo il motivo per cui sopporta che il servizio non funzioni? E con la Sicula Ciclat che rapporti ha? Perché, per esempio, non pretende che la ditta attivi più presto di subito il servizio di raccolta differenziata dei rifiuti? Perché sopporta di essere il fanalino di coda dell’Ato nella classifica di questo tipo di raccolta?
Eppure, attivando la raccolta differenziata, il comune risparmierebbe sul costo del servizio, i cittadini risparmierebbero sulle tasse, di darebbe una mano alla difesa dell’ambiente, si avrebbe un paese più pulito. E la discarica di Ponte Aranci, perché non si riapre la discarica di Ponte Aranci? E’ da 5 anni che ne viene annunciata la prossima riapertura, ma non accade mai.
Qualche mese fa, nella sede dell’Ato a Monreale, si è siglato un accordo tra il Comune, l’Ato, la Sicula Ciclat e la Cgil per garantire il regolare pagamento dei salari ai lavoratori. Il sindacato sta verificando se l’accordo verrà veramente rispettato. Ad oggi, è stata pagato il salario di maggio e la 14° mensilità, ma non il salario di giugno. Speriamo che si provveda entro qualche giorno.
La Cgil è, comunque, pronta a sedersi attorno ad un tavolo per far partire subito la raccolta differenziata. Collocando in numero adeguato le campane nelle diverse zone della città, certo. Ma sperimentando, anche quartiere per quartiere, la raccolta differenziata casa per casa, che è l’unico modo per funzionare davvero. Fornendo ai cittadini i diversi sacchetti dove raccogliere la carta, la plastica, il vetro, l’alluminio e quant’altro. Sperimentando anche un accordo con gli esercizi commerciali e con gli ambulanti del mercatino quindicinale che producono questo tipo di rifiuti. Insomma, proviamoci davvero a fare le cose perbene!

23 luglio 2007

giovedì 19 luglio 2007

AMBIENTE. Gratis alla fonte, cara al bar. Minerale, ecco l'oro azzurro!

Nei 40 centesimi di una bottiglia al supermercato, l'acqua pesa solo per un quarto di centesimo. I due terzi dei costi se ne vanno per le bottiglie, un altro dodici per cento serve a coprire marketing e pubblicità. I produttori: "I profitti lordi sono bassi, in media intorno al quattro per cento del fatturato"
di MAURIZIO RICCI

ROMA - Sicura al 100 per cento, giurano i produttori: mai un'infezione da una nostra bottiglia. Saporita, fa capire il 98 per cento di italiani che la preferisce sempre di più all'acqua potabile. Salutare: per chi ha problemi di pressione e ha bisogno di un'acqua leggera o, al contrario, per gli sportivi alla ricerca di un'acqua ricca di sali minerali. Ma cara. L'acqua al rubinetto la paghiamo 60-80 centesimi a metro cubo, che equivale a mille litri. L'acqua minerale 40 centesimi per una bottiglia di 1,5 litri (al supermercato, si intende, perché al bar l'unico limite è la faccia tosta del gestore). Cioè 25 centesimi al litro: 250 euro a metro cubo. Il problema è che non è l'acqua che paghiamo tanto. Quella costa pochissimo, quasi niente. A volte, visto che le fonti d'acqua minerale sono di proprietà pubblica, noi - la collettività - gliela diamo in concessione anche praticamente gratis. Quando va male (all'azienda), Nestlè e concorrenti pagano a noi, oggi, come collettività, l'acqua che finirà sugli scaffali del supermercato o dei bar gli stessi 60-70 centesimi a metro cubo che noi, singolarmente, paghiamo per l'acqua del rubinetto. A fare i conti, si finisce sommersi da virgole e zeri: nei 40 centesimi della bottiglia del supermercato, la materia prima, l'acqua, vale oggi, al massimo, 25 centesimi di centesimo. Praticamente invisibile. Compriamo acqua, ma in realtà paghiamo la plastica della bottiglia, il gasolio per trasportarla, gli spot per pubblicizzarla. Ed è già un bel salto rispetto alla situazione di qualche anno fa. "Liscia, gassata, gratis" titolava un vecchio documento di denuncia del Wwf. La storia delle acque minerali è, in linea di principio, la stessa dei bagnini che sfruttano le spiagge del demanio in concessione. Solo che nella realtà è molto peggio, perché nessun bagnino è un gigante multinazionale come la Nestlè e i soldi in questione sono molti di più. Fino a pochi anni fa, la materia era regolata da una legge del 1927, quando l'acqua minerale era il bicchiere che si andava a riempire alle terme. La concessione, dunque, si pagava in base agli ettari di terreno occupati per gli impianti. Spiccioli, anzi meno: da 5 a 60 euro per ettaro. Questo spiega come la Nestlè potesse pagare poco più dell'equivalente di 2.500 euro per imbottigliare la San Pellegrino (uno dei marchi più famosi al mondo) o 15 mila euro per la Levissima. In totale, la Nestlè spendeva probabilmente meno di 50 mila euro l'anno, in tutta Italia, per avere l'acqua, su cui realizzava un fatturato di 500 milioni di euro. Il Veneto, dove si imbottiglia un quinto dell'acqua minerale italiana, per un fatturato di 600 milioni di euro, ne incassa tuttora, dalla concessione per ettaro, solo 300 mila.
La situazione è cambiata nel 2001, quando la riforma federalista ha dato alle Regioni la competenza sulle acque minerali. Le Regioni hanno cominciato ad intervenire, spinte anche da pronunce della magistratura, come la Corte dei conti piemontese che, nel 2002, mise sotto accusa l'allora giunta di centrodestra proprio per le concessioni sulle acque minerali. Se alcune regioni sono ancora ferme alla vecchia normativa (nelle Marche è di 5 euro per ettaro, in Abruzzo un forfait di 2.500 euro l'anno, tutto compreso) altre, soprattutto quelle dove maggiore è la produzione di acqua minerale, hanno introdotto il principio di commisurare il canone di concessione ai metri cubi di acqua utilizzata, invece che solo agli ettari occupati. In Piemonte, ad esempio, 0,70 euro a metro cubo, in Lombardia 0,51. Gli effetti sono sui bilanci. Il Piemonte prevede un aumento del canone da praticamente zero a un milione di euro l'anno. Il Veneto da 300 mila a 2,7 milioni di euro. Finora sono nove le regioni che hanno introdotto questo parametro, per una quota, stima Ettore Fortuna, presidente di Mineracqua, l'organizzazione confindustriale dei produttori, pari al 65-70 per cento della produzione nazionale. Qualcuna l'ha introdotta con entusiasmo. La giunta veneta aveva recentemente deciso di portare il canone a 3 euro a metro cubo. Suscitando la protesta di Fortuna. "Qui - dice - non è in discussione l'entità del canone. E' un problema di concorrenza. Non è possibile che io paghi in Veneto 3 euro a metro cubo e, nella regione a fianco, il Friuli, praticamente niente. La concorrenza è falsata". L'argomento ha fatto breccia nella giunta veneta che ha deciso di adeguarsi alle linee guida che le regioni stabiliranno a livello nazionale. Per evitare una legislazione a macchia di leopardo, la Conferenza delle Regioni dovrebbe infatti varare una forchetta minimo-massimo dei canoni, per spingere le regioni che ancora non l'hanno fatto ad intervenire ed evitare disparità di concorrenza fra le diverse fonti. La forchetta suggerita alle giunte è fra 1 e 2,50 euro ogni mille litri (o metro cubo) imbottigliati. Se la media fosse di 2 euro a metro cubo, gli incassi dalle concessioni passerebbero dal quasi zero attuale a circa 22 milioni di euro in totale. Meglio di prima, naturalmente, nel capitolo "pagare l'acqua per quello che vale", ma quanto meglio? "Non provi a commisurare i canoni di concessione al fatturato di 3 miliardi di euro del settore" mette le mani avanti Fortuna. "Quello è il fatturato al consumo, che comprende anche la bottiglia a 5 euro al bar del Colosseo o al ristorante di Capri. Per noi conta la grande distribuzione". Attraverso i supermercati passano circa i due terzi delle bottiglie di acqua minerale, per un giro d'affari di circa 2 miliardi di euro. Se tutte le regioni applicassero un canone di 2 euro a metro cubo e incassassero 22 milioni di euro, le concessioni peserebbero sul giro d'affari nella grande distribuzione al massimo per l'1 per cento. Vale poco l'acqua minerale, anche dopo aver decuplicato il vecchio canone di concessione. E allora, cosa paghiamo alla cassa? Soprattutto, la bottiglia: "I due terzi dei costi sono per la plastica delle bottiglie" dice Fortuna. "E un altro 12 per cento è marketing e pubblicità". E i profitti? Bassi, assicura: "I profitti lordi sono, in media, intorno al 4 per cento del fatturato". In molti settori industriali si guadagna di più. Considerando che la materia prima non costa quasi nulla, è un risultato sorprendente. Oppure un paradigma della società dei consumi, in cui la vera merce sono l'involucro (la bottiglia) e l'immagine (la pubblicità).

(La Repubblica, 19 luglio 2007)

lunedì 9 luglio 2007

Rifiuti. Otto sindaci votano "no" al bilancio dell'Ato di Monreale. Ed è polemica

MONREALE - Approvato a maggioranza il bilancio dell’Ato rifiuti «Alto Belice ambiente». Ma otto sindaci su diciassette votano contro. A guidare il malcontento è Gaetano Caramanno, primo cittadino di Piana degli Albanesi: «C’è un buco di 2 milioni e 700 mila euro che ricadrà sui nostri Comuni e sui nostri cittadini. Per questo ho chiesto le dimissioni del consiglio d’amministrazione». Immediata la replica del presidente dell’Ato Pa 2, Lea Giangrande: «Quello di Caramanno è solo un attacco politico. Il nostro bilancio – assicura il presidente – è uno dei migliori fra tutte le Ato siciliane. Siamo riusciti a garantire gli stipendi ai dipendenti e a pagare i fornitori. Il debito a cui fa riferimento il sindaco è legato ai costi per attivare la raccolta differenziata. E in quella cifra vanno considerati anche i mancati introiti della nostra discarica». Fino allo scorso anno, infatti, a Camporeale venivano conferiti anche i rifiuti di altri ambiti territoriali. «Il debito – precisa Lea Giangrande - non ricadrà né sui bilanci delle amministrazioni né sui cittadini, ma sarà ammortizzato con una rimodulazione della Tarsu. Costerà, infatti, meno conferire in discarica”. A dire “no” al bilancio, venerdì mattina, sono stati però i sindaci di Bisacquino, Contessa Entellina, Giuliana, Palazzo Adriano, Piana degli Albanesi, Prizzi, San Cipirello e San Giuseppe Jato. «In molti casi – minimizza il presidente dell’Ato – si tratta di nuovi eletti che non si sentono rappresentati dal consiglio scelto dalle precedenti amministrazioni. Ritengo comunque che l’approvazione del 70 per cento degli azionisti sia un gran successo».
LEANDRO SALVIA
Giornale di Sicilia 08/07/2007


NELLA FOTO: Lea Giangrande al centro, tra un gruppo di impiegate dell'Ato