sabato 6 dicembre 2008

P2 E' FATTA. Gelli promuove Berlusconi

di Alessio Marri
È un ritorno in grande stile quello del gran maestro Licio Gelli. Una campagna mediatica degna dell'appellativo «Propaganda2», la loggia massonica segreta che per più di quarant'anni ha condotto personalmente segnando direttamente e indirettamente la vita democratica del paese. Due interviste lanciate nello stesso giorno, con toni e accenti diversi ma sempre agghiaccianti nei contenuti: «Con la P2 avevamo in mano l'Italia - ha dichiarato con fare sicuro ai microfoni di Klaus Davi - Con noi c'era l'Esercito, la Guardia di Finanza, la Polizia».
Appena escono le agenzie è bufera politica. Gelli ha spaziato su tutto. Dalla scuola, dove richiede la «mano forte come Scelba» per reprimere le contestazioni, ai sindacati: «Dove ho lavorato avevo i sindacati a libro paga», altrove «hanno impoverito l'Italia». Ce n'è pure per l'autore di Gomorra, Roberto Saviano: «Penso che abbia scritto solo per farsi pubblicità, è solo un costo per lo stato che deve proteggerlo». Berlusconi deve andare avanti anche «senza dialogo con le minoranze» e promuove la sua strategia politica basata su «una ragnatela capillare» che controlla e comanda l'Italia. Aggredisce il partito democratico («dovrebbe sparire»), provocando le timide reazioni del suo leader Walter Veltroni: «Sono onorato dai suoi attacchi». C'è chi chiede alla maggioranza di dissociarsi dalle parole di Gelli. Ma la richiesta cade nel vuoto.
Il gran maestro non teme nulla, e mostra il suo raffinato intendere di mezzi di comunicazione sovrapponendo l'intervista di «Klauscondicio» a quella più approfondita rilasciata a Pandora, il nuovo progetto televisivo promosso da Giulietto Chiesa, parlamentare europeo schieratosi tra le fila degli indipendenti. Di fronte alle domande di Udo Gumpel, giornalista tedesco direttore del network realizzato grazie a una raccolta fondi popolare, e Willan Philip, autore de L'Italia dei poteri occulti, il «venerabile» della P2 si confida ininterrottamente per più di mezz'ora: «Gli extracomunitari? Io non li accoglierei nei centri di permanenza temporanea ma in veri e propri campi di concentramento da cui rispedirli nel loro paese». Attraverso i suoi racconti si rivive la storia d'Italia. Dagli inizi nella P2 alla sua fede mai ripudiata nel fascismo e in special modo nella figura di Mussolini. («Tutti gli Italiani dovrebbero rimpiangere il fascismo, perché sotto Mussolini c'era serenità, lavoro e sicurezza»). È un Gelli tronfio del suo operato quello che si vanta della piena realizzazione del suo «Progetto di rinascita democratica». «O quasi - aggiunge - manca solo la divisione delle carriere giudiziarie, io ho sempre sostenuto che pm e giudici si debbano odiare. Mi sono battuto a lungo affinché nella selezione del personale fosse inserita una visita psichiatrica». E poi la spara grossa: «Prima di renderli operativi, ai giudici farei passare una settimana in carcere, per rendersi conto che non possono sbattere in galera gli imputati solo per teoremi accusatori, ma con prove concrete».
Per Giulio Andreotti la stima è manifestata in più occasioni: «È un grandissimo statista, con il suo umorismo al momento opportuno ha salvato l'Italia». E ancora: «Un'amicizia lontana, in quegli anni tutti lo avrebbero chiamato per un'operazione commerciale». Poi rivela un interessante particolare sul funzionamento degli aiuti al Sud : «In Toscana c'erano i sindacati e mi serviva spostare a sud le mie imprese della Permaflex - aggiunge quasi con il ghigno Gelli - dovevo scegliere un paese incluso nella legge della Cassa del Mezzogiorno e scelsi Frosinone, collegio di Andreotti».
E i rapporti con i socialisti? Su Craxi e Andreotti fece da «paciere». Per Martelli invece «salvai il partito socialista» con un'intermediazione speciale: «L'allora Psi era indebitato con il Banco Ambrosiano per 16 miliardi e per 5 con il Monte dei Paschi - spiega soddisfatto Gelli - l'Eni di Mazzanti aveva tremila miliardi depositati nelle banche, Calvi (presidente dell'Ambrosiano e trovato suicidato sotto un ponte di Londra, ndr) disse di portare mille miliardi nelle sue casse in modo da risanare il partito socialista con gli interessi». A quel punto «Martelli mi scrisse su una busta della camera dei deputati il numero del conto e la storia finì lì».
Si parla anche di Silvio Berlusconi, della sua iniziazione, del come e quanto la P2 contribuì alla sua ascesa, ma Licio Gelli solo su questo punto preferisce glissare: «La nostra selezione avveniva su persone che erano già affermate, non con chi doveva ancora fare carriera». E cambia argomento. «La nostra società vive un momento molto difficile, le Chiese sono tutte vuote e la famiglia è in crisi».«Le donne in politica? Troppe nel governo! E non sono d'accordo, la massaggiatrice di Berlusconi è passata alla camera dei deputati». Il sessismo si spreca: «Donne ministre? Assolutamente no! Neanche sottosegretarie. Ne tanto meno poliziotte o soldatesse. La donna deve occuparsi della famiglia». Giusto il tempo di un'ultima battuta sull'elezione di Obama a presidente degli Stati uniti d'America: «Se lo nominano davvero lo fanno fuori dopo quattro cinque mesi». Ma prima, a Klaus Davi, aveva detto anche di peggio: «Adesso i neri potranno vendicarsi dei bianchi».
dal Manifesto

Si conclude domani a Corleone il 28° Rally Conca d’Oro, organizzato dal Comune

Favorite le Mitsubishi del veneto Pesavento, primo nel 2006, del toscano Pierangioli e dei siciliani Vintaloro e Mogavero e le Subaru di Lunardi e Di Sclafani - 12 le Prove Speciali in programma – Arrivo alle 18,30 in piazza Falcone e Borsellino- 31 gli equipaggi verificati
Corleone (Palermo), 6 dicembre 2008 – Si conclude domani alle 18,30 in piazza Falcone e Borsellino a Corleone la 28° edizione del Rally Conca d’Oro-Trofeo Franco Vintaloro, unica gara su terra di tutto il centro-sud. Gli equipaggi si sono sottoposti oggi alle operazioni di verifica tecnico-sportiva svoltesi dinanzi alla splendida residenza reale di Ficuzza.
Poche le defezioni tra i 35 equipaggi iscritti, e quindi conferma del pronostico tra le Mitsubishi Lancer del veneto Paolo Pesavento, vincitore a Corleone nel 2006, e del toscano Walter Pierangioli, ai quali si opporranno le altre Mitsu del corleonese Franco Vintaloro Jr, figlio dell’ideatore di questa gara, e del madonita Gabriele Mogavero, le Subaru di Di Sclafani-Messina e dei coniugi trapanesi Lunardi, freschi del titolo dell’ottava zona, e le Lancer di Di Lorenzo-Cardella (Phoenix), Di Giorgio-Sinagra (Island Motorsport) e la Renault Clio S1600 “due ruote motrici” della coppia Giandalone-Riggio . Completano la lista le “outsiders” le altre Clio dei giovani Cutrera-Valentina Di Palermo, il primo selezionato per il Supercorso CSAI, e la navigatrice vincitrice del titolo italiano rally femminile 2009 a fianco della campana Gabriella Maniero, e D’Izzia-Ravetto. L’unica defezione di rilievo tra le 4 registrate è quella del corleonese Renato Di Miceli, vincitore di due edizioni della gara.
Il 28° Rally Conca d’Oro-Trofeo Franco Vintaloro, gara indetta dall’A.C. Palermo ed organizzata dal Comune di Corleone e da Italia Grandi Eventi, sarà imperniato su 4 Prove Speciali diverse, le “Scalilli”, “San Loe”, Maranfusa” e “Casale” che saranno teatro di tre passaggi ciascuna nella giornata di domani, e che negli ultimi giorni hanno subito un sostanziale maquillage.
Complessivamente il tracciato misura ben 342 km, 86 dei quali costituiti dalle 12 Prove Speciali. Cinque i Parchi Assistenza, che saranno ospitati nella Zona Industriale di Corleone, ed altrettanti i Riordinamenti, mentre la Direzione di Gara sarà ospitata presso il Comune di Corleone. La cartina del percorso, gli orari della gara e tutte le altre informazioni sono già in rete sul sito http://www.siciliarally.com/.
Gianfranco Mavaro

Ecodem siciliani, Gigi Bellassai eletto presidente regionale, Giovanni Pagano coordinatore

Rifiuti, energia, gestione della acque e sviluppo sostenibile: sono i punti centrali dell’azione politica che gli Ecodem siciliani intendono portare avanti avanti. La prima assemblea regionale degli Ecologisti Democratici si è svolta ieri, venerdì 5 a Comiso: Gigi Bellassai è stato eletto presidente, Giovanni Pagano coordinatore. Nel corso dell’assemblea - Presieduta dal sen. Francesco Ferrante direttore del Gruppo Parlamentare al Senato del PD, da Giuseppe Arnone e Walter Bellomo dell’esecutivo nazionale dell’associazione - è stato eletto il direttivo composto da 39 componenti in rappresentanza dei 23 circoli costituiti in Sicilia.
A fine assemblea è stato anche approvato un documento programmatico dell’associazione, di seguito riportato: “L’ambiente come nuova frontiera, come orizzonte ancora poco esplorato, uno slancio verso il futuro; l’ambiente come opportunità per la Sicilia che costituisce un’idea di futuro desiderabile. E’ questo il punto di vista avanzato dell’ambientalismo politico dell’associazione ecologisti democratici che oggi hanno svolto la propria assemblea regionale.
In questo passaggio stretto per il pianeta affermiamo con forza l’idea di un riformismo possibile che mette al centro la sostenibilità ambientale. Un punto di vista forte che pone politicamente in discussione l’insostenibilità dello sviluppo a partire dalla Sicilia. La nostra proposta è l’affermazione di un pensiero politico nuovo di cambiamento radicale del modello di sviluppo insostenibile: la domanda crescente di energia, di materia prima, l’insufficienza delle risorse, l’aumento delle emissioni. Scelte che producono effetti devastanti sull’economia globale e sul tenore di vita delle famiglie. La Sicilia è un banco di prova difficile per la nostra associazione. Una regione nella quale si producono il 10% delle emissioni di CO2 del nostro paese (58 milioni di tonnellate), nella quale il numero di alberi per ettaro è il più basso d’Italia (760 contro i 1800 dell’Umbria), dove si consuma il maggior numero di chilometri quadrati di territorio, la terza regione d’Italia per numeri di ecomostri fuorilegge (oltre 2000), con una legge urbanistica superata che ingessa lo sviluppo ecologico e consente l’abusivismo, una terra che produce una elevata quantità di rifiuti e non incardina politiche ambientalmente e socialmente sostenibili per lo smaltimento, con la raccolta differenziata fra le più basse dell’occidente che non riesce a chiudere il ciclo avendo affidato la responsabilità alle ATO che sono le macchine mangiasoldi pubblici più efficienti mai viste. In questa regione più che altrove è necessario che il PD e il centrosinistra acquisiscano il tema della sostenibilità come strategico per condurre una opposizione limpida e vigorosa, credibile nel prefigurare un’alternativa di governo e ricostruire il consenso. Noi vogliamo contribuire a questo processo avviando un’azione politica costante che divulghi la consapevolezza della necessità di una modernizzazione energetica per la Sicilia – senza tentennamenti – attraverso le fonti rinnovabili, eolico, fotovoltaico, geotermico a bassa entalpia e progetti di miglioramento dell’efficienza energetica. Accompagnata da una diversificazione del mix dei combustibili fossili, dalla realizzazione dei rigassificatori necessari per l’approvvigionamento di gas naturale da ubicare nei luoghi idonei ed ambientalmente compatibili, per contribuire a costruire un modello energetico sempre più decentrato. Uguale determinazione è urgente nella gestione del problema dei rifiuti attuando in fretta la riforma delle ATO, triplicando la raccolta differenziata e realizzando gli impianti necessari compresi i termovalorizzatori da scegliere nel numero minimo indispensabile a valle di una raccolta differenziata molto spinta e nei siti scelti sulla base di rigidi criteri di compatibilità ambientale.
Su questi argomenti vanno denunciate le responsabilità degli ultimi governi regionali incapaci di decidere secondo criteri di sostenibilità ambientale ed efficienza economica e di assumersi le responsabilità delle scelte sbagliate che sono state fatte con l’approvazione del Piano Regionale dei Rifiuti causa di dissipazione di denaro pubblico e che stanno portando la Sicilia nel pieno di una grave emergenza. Ma contemporaneamente va contestato un certo psudo-ambientalismo capace solo di dire no a tutto e cavalcare paure irrazionali. Tutto ciò favorisce le organizzazioni criminali mafiose che sguazzano nell’inefficienza e nelle non scelte facendo affari d’oro anche nel campo dei rifiuti e dell’energia. Altre questioni sono per noi prioritarie. La mobilità, il governo del territorio con la legge urbanistica regionale e il contrasto del rischio idrogeologico, la realizzazione del processo di “Agenda 21” nelle città, la modernizzazione ecologica dell’agricoltura. Gli ambientalisti democratici sostengono la necessità di una buona infrastrutturazione soprattutto trasportistica in Sicilia. Le infrastrutture non sono nemiche dell’ambiente soprattutto in una regione che mostra un deficit pauroso di strade autostrade sicure e di rete ferroviaria
Gli ecologisti democratici siciliani rappresentano quindi l’opportunità di far vivere un ambientalismo concreto e “del fare”, non solo dentro un partito ma nella società, nei luoghi di lavoro, nella scuola, nelle amministrazioni locali. Un’associazione che promuove un nuovo civismo ecologista a partire dagli stili di vita dei cittadini. Questa è la nostra visione e la finalità del nostro impegno in Sicilia”.

DIRETTIVO REGIONALE
1. Ferrante Francesco
2. Arnone Giuseppe (Agrigento)
3. Walter Bellomo (Palermo)
4. Aurelio Angelini (Palermo)
5. Gigi Bellassai (Comiso)
6. Giovanni Pagano (Palermo)
7. Spata Valentina (Ragusa)
8. Lombardo Massimiliano (Palermo)
9. Manfredi Lombardo (Palermo)
10. Mario Cicero (Castelbuono)
11. Fianchino Fabio (Comiso)
12. Ennio Costanzo (Catania)
13. Salvatore Borgh (Pachino)
14. Biondo Michele (Terrasini)
15. Anselmo Giacomo (Palermo)
16. Vitello Marta (Palermo)
17. Li Castri Salvatore (Palermo)
18. Sittinieri Irene (Ragusa)
19. Di Vita Valerio (Palermo)
20. Bonaffini Cettina (Catania)
21. Luppino Gaspare (Mazara del Vallo)
22. Chiara Marco (Castellana)
23. Maggio Antonella (Agrigento)
24. Fasulo Fabrizio (Messina)
25. Cappello Davide (Palermo)
26. Pizzuto Pietro (Palermo)
27. Consales Carlo (Palermo)
28. Mangiapane Luca (Palermo)
29. Riccobono Giuseppe (Agrigento)
30. Angelo Iemulo (Comiso)
31. Giuseppe Napoli (Palermo)
32. Librizzi Gandolfo (Polizzi Generosa)
33. Guastella Biagio (Comiso)
34. Ragusa Felisiana)
35. Liuzzo Salvo (Comiso)
36. Taranto Biagio (Comiso)
37. Garofalo Biagio (Comiso)
38. Saini Riccardo (Comiso)
39. Garofalo Rosi (Palermo)

NELLA FOTO: Gigi Bellassai

venerdì 5 dicembre 2008

Passa all'Ars la riforma degli enti locali. Alle elezioni amministrative lo sbarramento sale al 5%

L'Assemblea regionale siciliana ha discusso e approvato, in via definitiva, la legge che riguarda gli enti locali. Erano presenti a Sala d'Ercole 54 deputati; in 39 hanno votato sì; in due hanno votato no; in 13 si sono astenuti. Il provvedimento estende alle elezioni amministrative lo sbarramento del 5 per cento; interviene sulla composizione delle giunte e sullo "status" degli amministratori locali; stabilisce misure per il contenimento della spesa pubblica; ridefinisce il numero dei consigli circoscrizionali, sulla traccia della normativa in vigore in campo nazionale. Il numero dei componenti nominati da Comuni e Province negli organi delle società e delle aziende partecipate non potrà superare le tre unità, come previsto da un emendamento del Pd approvato in aula.
In Sicilia viene quindi esteso lo sbarramento del 5%, già in vigore per le elezioni regionali, ai comuni con più di 10 mila abitanti e alle province. Oltre allo sbarramento, il testo dispone che il numero di assessori non può superare un quinto dei componenti del consiglio. In una città come Palermo, che ha 50 consiglieri e attualmente 16 assessori, i componenti dell'esecutivo non potranno essere più di 10. Il ddl, inoltre, conferma i consigli circoscrizionali per Messina, Catania, Palermo e li istituisce per Siracusa. Rimane ancora aperto il confronto sul problema della gestione del servizio idrico integrato e dell'Eas in liquidazione. In questo provvedimento legislativo è stato inserito un emendamento che riguarda i lavoratori forestali.

L'onorevole Trombetta

RICCARDO ORIOLES
L'onorevole Cosimo Trombetta, parlamentare Pd di Voghera, è da oggi segretario del Partito democratico. L'ha deciso il Capo del Governo Silvio Berlusconi per sciogliere la lunga impasse (che data dai corsi delle Frattocchie del 1965) fra Walter Veltroni e Massimo D'Alema. L'obiettivo del Partito Democratico, come tutti sanno, è di tener lontani dal potere Prodi e D'Alema. La "mission" di quest'ultimo, viceversa, è radere al suolo Veltroni e seminarci il sale sopra.La lotta fra i due leader, con alterne vicende, dura da oltre quarant'anni: più delle due guerre mondiali, delle tre puniche e di tutte le guerre di successione. E' eguagliata solo dal lungo conflitto che ha opposto, in un recente passato, l'Egitto di Ramsete II alla Babilonia di Hammurabi. Ha portato, per logoramento, a un completo disinteresse dell'intero partito - uso ormai a risvegliarsi solo per questa o quella dichiarazione dei due cavalli di razza - a qualsiasi altro argomento.In questo clima, ovviamente, alla fine hanno finito per trovar spazio le iniziative politiche più impensate. In alcuni casi, per la verità, s'è trattato di forzature giornalistiche, come nel caso del sindaco di Torino. "Sarebbe come allearsi con la Lega!" aveva detto Chiamparino per illustrare l'assurdità di talune scelte politiche a suo avviso sbagliate: e il giorno dopo i giornali avevano riportato pari pari "Chiamparino vuole accordarsi con la Lega", cosa evidentemente assurda a prima vista.Anche in Sicilia, a causa principalmente della scarsa comprensibilità del dialetto usato da alcuni esponenti democratici, si erano diffuse voci di operazioni decisamente strane, come gli accordi non solo con i leghisti locali (quelli di Lombardo, noto principalmente per la diffusione di pacchi alimentari fra i suoi elettori) ma addirittura con l'Udc di Cuffaro, noto interlocutore di mafiosi."Tutto ciò non avverrà più - ha dichiarato Trombetta - Da ora in poi la linea del partito sarà chiara e indiscutibile, senza incertezze nè inciuci: saremo fedeli collaboratori del Governo nazionale e dell'Uomo che la Provvidenza ha posto al vertice del nostro amato Paese".- Onorevole, ma... Scusi, ma lei è sicuro di poter esercitare così immediatamente il suo mandato, senza prima consultarsi con..."E perché? Quardi, questo è il foglio di nomina. Controlli la firma. Dice che il capo dell'opposizione non può essere scelto dal governo? E perché? Anche per la vigilanza Rai un tempo si diceva così. E invece Villari ora non è al suo posto, non esercita tranquillamente? Li lasci dire, li lasci dire. Tanto, una volta che si sfogano...".In serata il Collegio dei probiviri del Partito democratico ha comunicato di non avere ancora raggiunto una decisione. "Non ci sembra possibile censurare le scelte politiche dell'onorevole Trombetta, che in quanto uomo libero ha il diritto di avere le sue posizioni". Contrario l'onorevole Veltroni, secondo cui "l'iniziativa di Berlusconi e Trombetta è del tutto fuori da ogni prassi istituzionale". Favorevole l'onorevole La Torre, che ritiene la nomina "rispondente alle attese della parte sana del Paese". "No comment" di D'Alema. "Va bene, ma sarei stata meglio io" ha detto la capogruppo al Senato Finocchiaro. "Deciderà il congresso" ha concluso Fassino. "E quando sarà il congresso?". "Il 29 febbraio 2011, naturalmente". Qui Roma, a voi studio è tutto.
La Catena di San Libero n. 3774 dicembre 2008

giovedì 4 dicembre 2008

Compagni Spa

di Gianluca Di Feo
Firenze, Napoli, Roma, Genova, Perugia. L'ondata di inchieste mostra il potere dei comitati d'affari. E rischia di travolgere le giunte rosse. Ora il Pd si trova a fare i conti con gli scandali. Proponiamo l'inchiesta pubblicata su L'Espresso di questa settimana.

Quel parco "mi fa cagare da sempre". Quando il sindaco di Firenze vuole cancellare 80 ettari di alberi, unico polmone previsto tra fiumi di cemento ligrestiano, per inserire lo stadio di un imprenditore amico e per farlo è pronto a "smitizzare il parco e dire che questo è tutto contro una certa sinistra", allora è il segno che non si tratta solo di una questione morale. Da Firenze a Napoli, da Genova a Perugia, da Crotone a Trento, dall'Aquila a Foggia le inchieste giudiziarie che continuano ad abbattersi sulle giunte rosse aprono una questione più profonda: mettono in discussione la capacità di costruire il futuro delle città italiane. Più delle dimensioni degli illeciti, spesso poche migliaia di euro, sorprendono i loro effetti: le opere inutili e i cantieri eterni figli di questa malapolitica che ama il cavillo come strumento di potere. Più che le guerre intestine tra correnti del Pd, stupisce la capacità di impastare ogni genere di interesse privato in danno del bene pubblico: trasversalità e consociativismo sono mode condivise con la destra e con speculatori d'ogni risma. Le giunte traballano sotto il peso di intercettazioni che svelano intrallazzi più che tangenti: i pm contestano contributi elettorali, come le cene dei Ds pagate con i 250 mila euro che sarebbero stati estorti ai broker dal presidente del Porto di Napoli; sponsorizzazioni, come quella del gruppo Ligresti all'opuscolo sulla crociata anti-lavavetri dell'assessore fiorentino Graziano Cioni; oppure incarichi professionali smistati a figli, amici e compari. È una Via Crucis di piccoli episodi, spesso di dubbia rilevanza processuale, e di grandi favori intrecciati in consorterie dove la politica giustifica il disprezzo di qualunque regola, etica o penale, arrivando a negare il buonsenso. Le parole di Leonardo Domenici, presidente di tutti i sindaci italiani, sul parco da cancellare e "smitizzare" testimoniano un male che va oltre la corruzione addebitata ai due assessori di Palazzo Vecchio in rapporti troppo intimi con

Inutile invocare la questione morale. Finora c'è stata a malapena una questione legale. Si muove solo la magistratura, che arresta o manda avvisi di garanzia. La segreteria nazionale non interviene e i vertici locali si barricano dietro la presunzione di innocenza: rinviano qualunque valutazione alla sentenza definitiva e così proseguono sulla stessa strada con le stesse persone. Persino le dimissioni arrivano solo se inevitabili. E la valanga che rischia di sommergere la sinistra toscana ha smascherato figure molto differenti. Ci sono i piccoli Machiavelli di Palazzo Vecchio, maestri dell'intrigo e dell'intesa sottobanco, circondati da una corte di professionisti. Il provvedimento del giudice è spietato nelle imputazioni: l'assessore Gianni Biagi costringe la Provincia a entrare nel progetto Castello e costruire la nuova sede sui terreni di Ligresti. Lo fa - scrivono - con ogni mezzo, arrivando a sfruttare la suo carica per intimidire ogni immobiliarista e impedire soluzioni alternative. I magistrati lo accusano di avere amputato pezzi di parco per consentire altre colate di cemento, di avere fatto passare in secondo piano le opere di urbanizzazione, ossia gli impianti per migliorare la vita dei cittadini. In compenso, infila architetti suoi amici, con parcelle da mezzo milione di euro per progetti che i tecnici di Ligresti predicono come inutili ("Finirà che vi paghiamo e li buttiamo"). Il risultato finale è un mostro, il progetto urbanistico che determina lo sviluppo di Firenze assomiglia "a una discarica", affollata di uffici e abitazioni, dove i palazzi di Provincia e Regione fanno strage di alberi e poi si inserisce anche lo stadio voluto da Diego Della Valle con rischi di ingorghi epocali.Se Biagi si è dimesso, lo 'sceriffo' Cioni invece promette battaglia. È l'altra faccia dello scandalo: il barone rosso, arrogante, populista, con un feudo che garantisce voti. "Chi ha la puzza sotto il naso, cambi mestiere. Io sto con chi combatte", lo difende pubblicamente uno dei suoi consiglieri. Ma Cioni è anche la storia del Pci fiorentino: da 35 anni passa da una poltrona all'altra, dalla Provincia al Comune, poi Montecitorio, il Senato e di nuovo al Comune dove puntava adesso alla fascia di sindaco. Ha conquistato la platea nazionale lanciando il celebre regolamento contro mendicanti e lavavetri. Poi lo hanno intercettato mentre rassicurava gli uomini di Ligresti: "Sto lavorando per voi". In cambio lo 'sceriffo' chiede e ottiene in un paio di minuti da Fondiaria un contributo di 30 mila euro per i 200 mila opuscoli che pubblicizzano la sua tolleranza zero. Chiede un premio, ottenuto, e una promozione, in valutazione, per il figlio che lavora proprio per Fondiaria. Chiede e ottiene al prezzo politico di 600 euro mensili una casa di oltre sette vani "di pregio e in centro" per una sua amica. Alza il telefono per tutto. C'è da mettere la parabola di Sky nell'appartamento della sua amica? Chiama direttamente il braccio destro di Ligresti, Fausto Rapisarda. Il capoufficio sgrida suo figlio e lo rimprovera per i ritardi? Il papà assessore mobilita Rapisarda, la voce del padrone, che bacchetta il capoufficio e poi blandisce il rampollo: "Mi telefoni per qualunque cosa". Per Cioni non c'è il partito né il Comune, ma uno schieramento che chiama "la famiglia". Né lui né gli altri indagati temevano la legge, sembravano sentirsi protetti. L'inchiesta del nuovo procuratore capo Giuseppe Quattrocchi e le registrazioni del Ros li hanno spiazzati. È uno choc, che rischia di abbattere il mito dello sviluppo sostenibile toscano, di uno stile di vita capace di coniugare progresso e tradizione costruito dal Pci in mezzo secolo di governo. Gli eredi di questa tradizione sembrano avere smarrito il contatto con la realtà della città. Progettano opere discusse e discutibili come la linea tramviaria. Infilano nei contratti pubblici società personali, come quella del capogruppo Alberto Formigli: il consiglio comunale che ha respinto le sue dimissioni si è trasformato in una rissa. E l'inchiesta è solo agli inizi. Ogni giorno il Ros va in altri uffici a setacciare capitolati: ci sono accertamenti su decine di progetti di Comune, Regione e Provincia con migliaia di telefonate scottanti da analizzare. Insomma, in Toscana si prepara un inverno di passione.
A Napoli il dramma si è già materializzato nella scelta estrema di Gianni Nugnes, l'ex assessore che si è ucciso dopo l'arresto per i disordini contro una discarica. Un politico che restava ancorato alla sua Pianura, il quartiere con il record di edifici clandestini. Dicono che si sia sentito isolato, chiuso in un angolo per le scelte di suoi ex colleghi. Come Enrico Cardillo, potente assessore al Bilancio, che con le sue dimissioni pare cercare riparo per sé e per il sindaco Rosa Russo Iervolino dal prossimo tsunami giudiziario. In due anni la giunta Iervolino ha già perso sette assessori, tutti azzoppati dalla magistratura e finora sostituiti con personaggi di alto livello. Le anticipazioni del 'Mattino' prefigurano un nuovo terremoto in quei palazzi infausti per la sinistra, dove solo dieci mesi fa naufragò il governo Prodi. Questa volta l'epicentro dovrebbe essere in municipio, tra le poltrone della Margherita. Al centro delle indagini c'è il potere di Alfredo Romeo, un superstite della vecchia Tangentopoli partenopea diventato il monopolista nella gestione di immobili pubblici e considerato vicino all'area di Francesco Rutelli. Il gruppo Romeo ha una rete di relazioni che arriva ovunque: cura persino la manutenzione del Quirinale, del Senato e del ministero dell'Economia. Gli hanno affidato centinaia di migliaia di case popolari e gran parte delle cartolarizzazioni: nel 2001 è stato pure incaricato di vendere lo stadio Olimpico. Gli atti giudiziari lo accusano di aver osato l'impossibile: fa lavori abusivi nella sua splendida villa di Posillipo e quando la procura mette i sigilli al cantiere, lui va avanti. E quando la magistratura lo denuncia, secondo un'inchiesta appena chiusa, un importante giudice si sarebbe mosso per convincere i colleghi ad archiviare la pratica.Ma la questione Romeo potrebbe non essere solo campana. Le sue aziende arrivarono sul Campidoglio negli anni di Rutelli. Poi dalla giunta Veltroni hanno ottenuto il mega-appalto da 650 milioni per la manutenzione stradale, sospeso a fine agosto da Gianni Alemanno con il risultato di lasciare le strade costellate di buche e cantieri che hanno inghiottito fiumi di denaro. Sono disastri che mostrano come il problema non è solo etico: la malapolitica produce arretratezza, servizi inefficienti, sprechi. Se nel Lazio ci fosse un sistema moderno di smaltimento dei rifiuti, la convivialità alla vaccinara tra l'assessore Mario Di Carlo, già numero uno della Margherita, e il monopolista delle discariche forse avrebbe suscitato meno clamore. Invece di emergenza in emergenza la spazzatura dei romani continua a marcire nell'orrido di Malagrotta. O lo spettacolo finale del centrosinistra abruzzese, dove alla vigilia del voto la maggioranza colata a picco dall'arresto di Ottaviano Del Turco corre ad assumere in pianta stabile schiere di portaborse.
Non ci sono pregiudiziali etiche: le porte restano sempre aperte per presunti corrotti o tangentisti. Quando al sindaco pd di Perugia Renato Locchi i magistrati hanno chiesto se aveva incontrato un costruttore, finanziatore della sua campagna, poi arrestato per mazzette e scarcerato, lui risponde: "Il fatto che sia stato 50 giorni in cella non significa che non possa continuare a svolgere il suo lavoro". Anche a Trento la presunzione di innocenza ha un sapore beffardo. Prima delle elezioni un'inchiesta ha coinvolto i vertici dell'Autostrada A22, ipotizzando reati bipartisan: c'era un uomo di Forza Italia ma anche il presidente Silvano Grisenti, legatissimo al governatore pd della Provincia, Lorenzo Dellai. Grisenti viene accusato di corruzione, turbativa d'asta, tentata concussione per sponsorizzazioni e contratti da assegnare a società di suoi familiari: è l'uomo della 'magnadora', la mangiatoia. Una grana a poche settimane dalle elezioni? Dellai l'ha trasformata in un punto di forza, costringendo l'indagato a dimettersi senza se e senza ma. La condanna politica ha trasmesso negli elettori un'immagine di pulizia, contribuendo alla vittoria del centrosinistra. Ma lunedì 1 dicembre, tre settimane dopo il voto e 70 giorni dopo le dimissioni, si scopre che Grisenti ha ottenuto un incarico nell'ente presieduto da Dellai: un ufficio creato su misura per coordinare i programmi di cooperazione internazionale. "Ha il pieno diritto di tornare al lavoro", ha spiegato Dellai, citando la Costituzione. Sintetico il commento dell'interessato: "Ho una famiglia numerosa".'Tengo famiglia' è un argomento che funziona meglio dell'indulto: fa perdonare tutto. Così come si chiude un occhio per cavalleria sulle frequentazioni femminili. A Foggia, per esempio, il sindaco è sotto processo per i favori concessi alla sua "segretaria particolare". L'ha assunta nello staff, con stipendio di 3.500 euro al mese, l'ha poi nominata nel consiglio d'amministrazione di una municipalizzata, ma la signora avrebbe continuato a usare beni del Comune senza titolo: solo di telefonino 6 mila euro di bolletta. Per difenderla il sindaco, sempre secondo i magistrati, avrebbe anche falsificato documenti. Peccati veniali? Orazio Ciliberti è sotto processo per questa storiaccia e per un'altra vicenda, ma rimane primo cittadino, membro della Costituente del Pd e vicepresidente nazionale dell'Anci.Restano relegati in periferia anche i peccati d'omissione, veri o presunti. A Crotone la procura ha preso di mira Europaradiso, il faraonico insediamento turistico dove si sarebbero concentrati gli interessi della nuova mafia calabrese. I pentiti hanno parlato di summit tra emissari delle cosche e i dirigenti locali del Partito democratico: il capogruppo Giuseppe Mercurio si è dimesso dopo un avviso per concorso esterno in associazione mafiosa. Il problema è che questo scenario era stato denunciato un anno fa da Marilina Intrieri, all'epoca parlamentare Pd, per cercare di bloccare l'ingresso nelle liste dei nomi vicini ai clan. Si rivolse a Marco Minniti, all'epoca sottosegretario agli Interni e oggi ministro ombra, e a Marina Sereni, vicepresidente dei deputati Pd. Spiega Marina Sereni: "Vista la gravità di quanto sosteneva, le dissi di rivolgersi alla magistratura". Il Pd non c'entra: l'etica non riguarda il partito, ma è compito esclusivo delle procure. E allora a cosa si riduce la politica?Perché tutta la mappa dell'Italia rossa è costellata di inchieste che rischiano di esplodere o che hanno sfiorato il sistema di potere passato dal vecchio Pci al Pd. Prendete l'Umbria. Il sindaco di Perugia nello stesso verbale in cui difendeva la presunzione di innocenza del costruttore inquisito, parla delle sue frequentazioni con Carlo Carini, il re dell'asfalto. Nello scorso maggio Carini è finito in manette assieme ad altri 30 tra impresari e funzionari di Regione, Provincia e di alcuni comuni. Tre assessori provinciali hanno presentato le dimissioni, subito respinte. Le intercettazioni hanno fatto emergere una cupola che dominava i lavori stradali e che si compiaceva di usare il lessico mafioso: "Sì, sono il capo dei capi". Nessuno ha collaborato, l'istruttoria non è arrivata ai piani alti: è rimasta una storia di geometri. Almeno per ora.
Genova invece si è appena ripresa dallo choc per la retata che a maggio fece traballare il sindaco Marta Vincenzi e le tolse letteralmente il sonno: "Quei cattivi guaglioni mi hanno pugnalato a tradimento". Gli investigatori sono partiti dal municipio e adesso scavano nelle attività di altri enti. Il peggio è passato? I magistrati potrebbero regalare un brutto Natale al centrosinistra ligure: è in arrivo la chiusura delle indagini, che toglierà il segreto su molti dossier. La storia è nota. Un industriale della ristorazione cerca di mettere le mani nel piatto delle mense cittadine, 26 mila pasti al giorno, e vuole "oliare il meccanismo". Sono finiti in carcere il portavoce della Vincenzi e due consiglieri comunali mentre due assessori indagati si sono dimessi. Solo pochi giorni fa è stato pubblicato il verbale di Massimo Casagrande, l'ex consigliere arrestato, che ricostruisce l'inizio della trama: "Era ancora in corso la campagna elettorale della Vincenzi. Roberto Alessio si dichiarò disponibile a dare un contributo. Ventimila euro. Nel frattempo chiese un nostro interessamento...".Rispetto a questi scandali, la crisi sarda è storia diversa: è la sfida finale tra due modi di fare politica e costruire il consenso. La pancia del Pd si è mossa contro Renato Soru per logiche di partito più che affaristiche: l'entroterra non interessa ai palazzinari da spiaggia. Ma l'abitudine di trasformare i capanni agricoli in casette è diffusa nell'isola tra tutti i ceti urbani e rurali. Un mondo che Antonello Cabras, l'antagonista di Soru, conosce bene: è stato segretario del Psi negli anni Ottanta, poi presidente della Regione e parlamentare ds. Soru invece vola alto e vuole chiudere il suo impegno di tutela ambientale: le dimissioni dimostrano che è pronto a tutto, anche a proseguire senza il Pd. E il maltempo furioso di questi giorni, con alluvioni e frane, concretizza gli effetti disastrosi del 'mattone ovunque e comunque', diventando una sorta di spot per Soru. 'Piove, governatore virtuoso', ironizzano i suoi fan: forse l'unica eccezione alla slavina morale del centrosinistra.
(L’Espresso, 04 dicembre 2008)
FOTO. Dall'alto: Leonardo Domenici, sindaco di Firenze; Rosa Russo Jervolino, sindaco di Napoli; il porto di Napoli; Marta Vincenzi, sindaco di Genova.

Cronache dalla Sicilia. Trapani, mafia e sanità

di Rino Giacalone
Trapani - Il rapporto che denuncia malefatte e soggetti che se ne sarebbero resi protagonisti è stato scritto al termine di indagini dalla squadra Mobile di Trapani. E' finito poi agli atti della commissione nazionale antimafia (all'epoca in cui era il senatore di Forza Italia Roberto Centaro a presiederla), e ancora dopo depositato presso la Dda di Palermo. È passato attraverso il cordinamento di diversi pm, adesso ad occuparsene è il sostituto procuratore antimafia Sara Micucci, una dei componenti del pool di magistrati che si occupano delle indagini contro le cosche della provincia di Trapani. L'inchiesta riguarda la sanità e la gestione che nel tempo è stata fatta in provincia di Trapani.Una indagine che si incrocia per un verso con la morte di Salvatore Capizzo, un infermiere di 44 anni, originario di Salemi, assassinato a Mazara nell'ottobre del 2002 sembra alla vigilia di una sua ulteriore scalata dentro la sanità «convenzionata» del trapanese. Da Mazara era pronto ad estendere alcuni suoi interessi proprio a Trapani, un killer lo ha però fermato uccidendolo a Capo Feto. Un omicidio che ancora resta non risolto, ma gli investigatori sono convinti che una chiave di lettura potrebbe cogliersi all'interno delle investigazioni sullo spreco di risorse pubbliche dentro l'Asl 9 che si sarebbe maturato con la «regia» mafiosa.Cosa svela questa indagine? In sostanza una «cupola» avrebbe infatti guidato buona parte di ciò che sino a tempi recenti ha riguardato la sanità trapanese, progetti e finanziamenti, nomine e carriere di sanitari e dirigenti, società private, centri di riabilitazione, che in poco tempo dalla loro creazione hanno assunto ruoli esorbitanti, riuscendo a riscuotere grandi cifre per rimborsi di prestazioni, soldi che una volta liquidati avrebbero preso direzioni diverse, per foraggiare politici e mafia.La commissione nazionale antimafia presieduta dal sen. Centaro dopo avere raccolto quei documenti nella relazioni di maggioranza e di minoranza conclusive prima dello scioglimento della legislatura in cui ha operato, parlando di sanità trapanese ha fatto i nomi di possibili referenti del malaffare, il politico indicato è stato l'ex deputato regionale Pino Giammarinaro, il mafioso il super latitante Matteo Messina Denaro che avrebbe anche usato mezzi della sanità per le sue fughe ed i suoi spostamenti: un'ambulanza per qualche tempo sarebbe stata usata per muoversi tra Trapani, Palermo e guarda caso Bagheria che in Sicilia è dimostrato essere stata una città caposaldo degli affari mafiosi nella sanità.L'individuazione di una serie di centri «con le spalle ben coperte», appoggi e sostegni che secondo le risultanza investigative si trovano sul fronte politico quanto su quello di Cosa Nostra, è solo uno degli aspetti di questa inchiesta, ma ci sono anche le «raccomandazioni», una sessantina quelle individuate dai poliziotti della squadra Mobile diretta dal vice questore Giuseppe Linares, segnalazioni che sono passate anche sul filo del telefono, riguardanti medici e funzionari amministrativi.Tutto sembra essere stato favorito dall'assenza di adeguati controlli a livello regionale. Nessuno dall'interno dell'assessorato regionale alla Sanità mai ha avuto da contestare nulla ai diversi manager della sanità pubblica che si sono succeduti, tutto questo almeno fino a prima dell'insediamento del nuovo assessore, l'ex magistrato Massimo Russo che da pm della Dda di questa indagine si era pure interessato.Una indagine quella trapanese che costituisce l'altra faccia della malasanità che non è fatta solo di errori in sale operatorie.
Trapani, 01.12.2008

martedì 2 dicembre 2008

"Un patto tra Cosa nostra e la politica. I boss scelsero candidati di FI e Udc"

In mille pagine, il giudice motiva la sentenza che condanna i capi mandamento. Provenzano decide di inserire uomini fidati nelle liste, la sua lobby per il comando
di ALBERTO CUSTODERO
PALERMO - Cosa Nostra di Bernardo Binnu Provenzano è "lobby o partito?". S'intitola così, nella motivazione della sentenza che spiega le condanne a 430 anni di carcere di 40 boss, il capitolo più delicato dedicato ai rapporti fra il vertice della mafia siciliana e la politica. Il giudice dell'udienza preliminare Piergiorgio Morosini - che ha depositato ieri le 1000 pagine della motivazione - lascia aperto questo interrogativo. Perché la mafia può essere l'uno o l'altro, lobby o partito, a seconda dei tempi. Quel che è certo, scrive il gup, è che i capimandamento di Cosa Nostra "fin dal 2005 iniziano a tessere la trama" per le future elezioni del 2006. "Vogliono essere pronti per il momento cruciale in cui si giocherà la partita. Pretendono posti nel consiglio comunale e in quello provinciale. Scelgono i candidati per le elezioni ormai prossime e si attivano per affiancarli a uomini influenti dello schieramento del Polo delle Libertà. In particolare di Forza Italia e dell'Udc". Il gup Piergiorgio Morosini traccia la storia di quei "reticoli politico-clientelari e reticoli del potere mafioso" partendo dalla seconda metà degli anni Ottanta, quando, "crescendo la disillusione nei confronti della Dc, Cosa Nostra cerca un nuovo veicolo politico per i suoi interessi". Alle elezioni politiche del 1987 "delle avance furono fatte al Psi", ma è dopo le condanne del '92 al primo maxiprocesso - scartato il progetto di creare il movimento separatista "Sicilia libera" - che il boss Bernardo Provenzano "punta all'immersione" e "suggerisce di cercare rapporti e offrire sostegno a nuove forze politiche nazionali che stanno nascendo sulle rovine del vecchio sistema dei partiti". Provenzano, va detto, è diffidente nei confronti dei politici che definisce ora "truffaldini", ora "sprovveduti". Ma sempre "calcolatori". E allora il leader corleonese arrestato a Montagna dei Cavalli decide di "creare una "cordata riservata" che studi il modo di interagire con la politica". A partire dagli anni Novanta, nella "cordata Provenzano" entra a far parte "un gruppo ristretto di consiglieri e di persone lungimiranti chiamato a raccolta dall'anziano boss per le questioni più delicate". "Quel trust di cervelli - scrive il gup - deve aiutarlo a tessere la trama per recuperare consenso e intrecciare nuovi legami dopo le stragi del '92 e '93". Di questo gruppo fa parte "pure l'onorevole regionale Giovanni Mercadante, eletto nel 2001 nelle liste di Forza Italia". Ma è il 2006 l'anno che vede Cosa Nostra "in stato di fibrillazione: cambiano Camera e Senato, si rinnova l'Assemblea regionale, i consigli comunali. "Gli uomini di Provenzano - annota il giudice Morosini - sono in stato di allerta. Il gotha mafioso è chiamato a scelte importanti che lasceranno il "segno" per gli anni venturi". L'Italia bipolare, osserva il gup, "probabilmente è a un bivio. Ma in Sicilia il Polo delle Libertà è ancora forte di quel 61 a zero del 2001, con una componente Udc che, oltre ad esprimere il presidente della Regione, costituisce quasi un terzo dell'elettorato nazionale di quel partito". "La decisione sulla coalizione da votare sembra scontata, c'è una netta preferenza per il Polo della libertà". Provenzano, il reggente di Cosa Nostra dopo l'arresto di Totò Riina, sceglie di "internalizzare la rappresentanza politica, ossia mobilitare il proprio peso elettorale in favore di membri interni alla associazione da presentare come candidati, appoggiando persone legate da stretti vincoli di amicizia o parentela al capo o ai capi delle cosche". Ma a svelare la nuova strategia politica di Cosa Nostra, il nuovo schema di "internalizzazione" che si ripete anche in altri casi, è il rapporto fra "i Mandalà" e Francesco Campanella. Quest'ultimo è considerato dal gup "uomo ponte" fra le cosche e il mondo politico. "Al suo matrimonio sono suoi testimoni il leader dell'Udeur Clemente Mastella e l'onorevole Salvatore Cuffaro". Nel 2000 è segretario nazionale dei giovani Udeur, quindi resta consulente del sindaco di Villabate, Lorenzo Carandino, di Fi, che lo stesso Campanella indica alle cosche come candidato ideale a primo cittadino. Furono quei due politici, utilizzando di notte gli uffici anagrafici comunali, a confezionare il documento d'identità falso utilizzato da Provenzano per recarsi a Marsiglia a farsi operare. "Non collateralismo, dunque, ma leadership, è questo l'orientamento prevalente di Cosa Nostra". "Internalizzare la rappresentanza - spiega ancora il gup - significa essere più forti nella costituzione di lobby politico-mafiose da utilizzare in posizioni chiave della vita economica, politica e istituzionale". Il quartier generale politico di Cosa Nostra è ricavato in un box di lamiera che, però, la polizia ha imbottito di microspie. Rinchiusi là dentro, è Antonino Cinà a parlare con Nino Rotolo "del deputato regionale Giovanni Mercadante: in cambio dell'appoggio elettorale per il rinnovo dell'Assemblea regionale, Mercadante dovrà sostenere al consiglio comunale di Palermo il prescelto dei boss, Marcello Parisi, nipote dell'associato mafioso Angelo Rosario Parisi". E Mercadante si dà subito da fare, promettendo di "attivarsi con l'onorevole Francesco Musotto, presidente della Provincia di Palermo, proveniente da Fi, nella sponsorizzazione del candidato del Corleonesi" al palazzo delle Aquile.
(La Repubblica, 2 dicembre 2008)

"Noi, figli di Provenzano, assolviamo il papà"

di Gian Marco Chiocci
Roma - Uno davanti l’altro. In silenzio. Nello studio dell’avvocato Rosalba Di Gregorio, difensore del Padrino insieme al legale Franco Marasà, ecco Angelo e Francesco Paolo, figli del capo di Cosa Nostra, Bernardo Provenzano. Il primo ha 33 anni, diplomato, fa il rappresentante di liquori dopo che lo Stato gli ha confiscato la lavanderia di famiglia a Corleone. Il secondo di anni ne ha 26 anni, ad oggi disoccupato, noto alle cronache per aver vinto una borsa di studio come «lettore» in un liceo tedesco, a cui ha dovuto rinunciare per le polemiche sollevate sull’opportunità che un Provenzano, seppur incensurato, potesse rappresentare l’Italia all’estero.
Perché questa decisione di rompere il riserbo e parlare? «Abbiamo accettato di rilasciare questa intervista anche per una sorta di crisi d’identità nei confronti di questo Stato che sosteneva che con l’arresto di nostro padre, il Male Assoluto, l’uomo che ha bloccato la crescita di un intero Paese, Cosa Nostra sarebbe stata finalmente e definitivamente sconfitta. Dopo il suo arresto, invece, le cose continuano ad essere come prima. La mafia c’è ancora, e noi, suoi figli, continuiamo a essere oggetto di gossip e mascalzonate anche sui giornali con rivelazioni sulla nostra vita privata che niente c’entrano col diritto di cronaca. Noi chiediamo solo...»
Cosa?
«... di essere lasciati in pace. Perché si accaniscono su di noi? Che c’entriamo? Ci viene il dubbio che papà, pur con le responsabilità che i tribunali hanno ritenuto di riconoscergli, col tempo sia diventato una sorta di coperchio da non sollevare per lasciare dentro la pentola ben altri segreti».
Vostro padre è al corrente di questa intervista?
«Nostro padre è nostro padre, noi siamo noi. Non ne sa nulla. L’abbiamo incontrato l’altro ieri nel carcere di Novara e abbiamo parlato d’altro. La decisione è stata presa per una serie di motivi».
Il principale?«Lo accennavo all’inizio. Noi figli di Bernardo Provenzano vogliamo vivere la nostra vita. Capiamo il lavoro dei media, possiamo anche capire, ma non giustificare, l’attenzione morbosa nei nostri confronti fino a quando mio padre era latitante. Ma ora che è stato arrestato, anche noi abbiamo diritto a vivere come un qualsiasi cittadino. C’è una sfera intima che va rispettata. Se in un certo senso può non valere per personaggi dello spettacolo che hanno deciso di vivere sotto i riflettori, per chi è diventato personaggio suo malgrado e senza alcun merito, come noi, il rispetto dev’essere assoluto».
Chi sono Angelo e Francesco Provenzano?
«Semplicemente i figli di nostro padre. Noi esistiamo perché lui esiste, è lui che ci ha messo al mondo».
Il pm Ilda Boccassini chiese alla figlia di Totò Riina di dissociarsi dal padre...«Se qualcuno dovesse chiederci di rinnegare papà, risponderemo di no. Ma come si fa solo a pensare una cose del genere? Bernardo Provenzano è nostro padre, e allora? Basta questo per essere considerati figli di serie B? E pensare che in tanti, di diverse strutture, ci chiesero una collaborazione, pure remunerata, per “tradire” papà».
State dicendo che questo Stato fa ricadere su di voi colpe che non vi appartengono?
«Solo per essere figli di Bernardo Provenzano per molto tempo non abbiamo avuto diritto a un lavoro. Faccio un esempio: ci hanno sequestrato la lavanderia, attraverso la quale noi vivevamo, quand’è provato che non era stata acquistata col frutto dei soldi della mafia. E noi ci siamo ritrovati senza lavoro dalla mattina alla sera. Papà ha fatto la sua vita, noi abbiamo fatto la nostra. Due cose diverse. Dopo quel sequestro io e mio fratello siamo stati costretti a inventarci un lavoro autonomo. A fatica, travagliamo (lavoriamo, ndr). Io (Angelo, ndr) vendo vino, io invece (Francesco, ndr) fino a poco tempo fa ero impiegato in un’azienda. Rappresentanti. Campiano del nostro stipendio, il tesoro di Provenzano non sappiamo cosa sia. Se esiste, non sappiamo dov’è».
Indubbiamente il vostro è un cognome pesante...
«Nessuno lo discute. Proprio per questo nel lavoro, come nella vita, cerchiamo sempre di farci conoscere per il nome e non per il cognome che portiamo».
Ha qualcosa da rimproverare a suo padre?
«Gli riconosco alcune attenuanti. No. Non ho da rimproverargli nulla».
Cos’è la mafia, per i figli di colui che è all’ergastolo quale capo della stessa mafia, accusato di stragi d’innocenti e di giudici oltreché di mafiosi?(è Angelo a prendere la parola): «Cos’è la mafia? Bella domanda... Sono ancora oggi alla ricerca di una risposta definitiva. Di primo acchito mi verrebbe da dire che è un atteggiamento mentale. La mafia viene dopo la “mafiosità” che non è comportamento solo ed esclusivamente siciliano. La mafiosità si manifesta a cominciare dalla raccomandazione per arrivare prima a fare una lastra o ad avere un certificato in Comune. Ancora mi chiedo dov’è il limite, tra mafia e mafiosità. Tra l’organizzazione criminale, per come la intende il codice penale, e l’atteggiamento mentale, per come la intendono i siciliani. È il vecchio discorso dell’uovo e della gallina. Secondo me la mafia è un magma fluido che non ha contorni definiti. Per il codice la mafia è un’associazione per delinquere, e su questo non discuto e non entro nel merito. Ma non si può ridurre tutto a persone che sparano. Piuttosto, a proposito di mafia, mi chiedo quale ruolo ha ricoperto lo Stato. Che ruolo ha avuto in avvenimenti inquietanti come la strage di Ustica o Bologna, o per restare in Sicilia con la morte del bandito Giuliano. Per sapere una versione diversa da quella letta sui libri di scuola su Giuliano abbiamo dovuto aspettare 50 anni, per conoscere quella su mio padre quanto tempo ci vorrà?».
Gli uomini dell’antimafia ne hanno date parecchie negli anni.
«Ci mettono a disagio certe affermazioni. E poi siamo sicuri che alcuni di loro fanno davvero antimafia?». Come hanno vissuto e come vivono i figli del riconosciuto capo della mafia mondiale?(È Angelo a prendere la parola): «Dei miei primi sedici anni, vissuti in clandestinità, non voglio parlare perché ci tengo a preservare l’unico periodo realmente mio. Quando nel ’92 rientrammo a Corleone iniziammo a confrontarci con la società. Non ho potuto scegliermi la vita, la mia è stata una latitanza forzata, nato e cresciuto in cattività».
E dal 1992 ad oggi com’è andata?«Io, mio fratello, mia madre, siamo le persone più controllate del mondo. Ci hanno controllato ininterrottamente, in ogni luogo, con microspie e telecamere, per quattordici anni. Abbiamo vissuto come se fossimo dei concorrenti del Grande Fratello, sapevano tutto di noi. Se vogliamo sdrammatizzare, diciamo che siamo stati i protagonisti del più lungo reality della storia. Siamo rimasti perché Corleone è Corleone, con i difetti e i pregi dei piccoli paesi. Se dovesse capitare l’occasione, potremmo anche andare via».
Avete mai parlato di cose di mafia con vostro padre?«Mai».
E a vostra madre avete chiesto notizie su di Lui?«Diciamo che in linea di massima ci siamo tenute le nostre curiosità. Però diremmo una bugia se affermassimo che non abbiamo mai fatto “indagini” su nostro padre».
La tragica morte di Falcone e Borsellino che i pentiti fanno risalire anche a vostro padre, per voi cosa rappresenta?(silenzio). «Crediamo che i giudici Falcone e Borsellino siano da considerare vittime sacrificali delle istituzioni immolati sull’altare della ragion di Stato».
Il giorno che hanno arrestato vostro padre cosa avete provato?«Preferiamo non parlarne, sono emozioni fortissime».
Dalle ultime rivelazioni di Ciancimino jr e da alcuni indiscrezioni a palazzo di giustizia sulla presunta trattativa con lo Stato, si torna a parlare di Provenzano quale traditore di Totò Riina...«Noi possiamo rispondere delle nostre scelte, non di quelle di papà che non sappiamo quali siano perché mai ne abbiamo parlato. Ma a una domanda così posta ci viene da sorridere poiché se fosse come dice lei, non si spiegherebbe perché poi lo Stato lo arresta e lo rinchiude in regime di 41 bis».
Avete mai avuto paura? Ne avete ora?«Non abbiamo paura. Non sono fatti che riguardano noi figli».
A proposito di figli. Giovanni Riina, figlio di Totò, sembra aver seguito le orme del padre. Voi no...«Non ci sono mai piaciuti i paragoni. Io (Angelo, ndr) con Giovanni ci sono andato a scuola».
Che idea avete dei pentiti?«Ogni frase può prestarsi a strumentalizzazioni. Diciamo allora, che se a parlare è Angelo o Francesco Provenzano, non apriamo bocca. Se a parlare è Angelo o Francesco, cittadini italiani, diciamo che i pentiti rappresentano una delle più grandi sconfitte dello Stato».
Pensate di riabbracciare, un giorno, vostro padre fuori dal carcere?«E chi lo sa...».
Momenti di felicità ne avete mai avuti?«La felicità è un’utopia. È quell’intervallo di tempo in cui non si è infelici».
La fiction su vostro padre vi è piaciuta?
«Non l’abbiamo vista tutta. Non ho visto nemmeno Gomorra o Il Divo, se può interessarvi».
Libri di mafia e sui capimafia ne avete letti? «Preferiamo dedicarci ad altro. La mafia è argomento che, vuoi o non vuoi, conosciamo abbastanza bene».
Il Giornale, 1.12.2008

Parlano i figli del boss: "Mio padre Provenzano e i conti con la mafia"

di Francesco Viviano
Sono i figli del Boss dei Boss, il capo dei capi di Cosa Nostra, Bernardo Provenzano, classe 1933, da Corleone, detto Zu Binnu: 43 anni vissuti in clandestinità fino all´arresto del 2006, l´uomo accusato di essere dietro tutte le stragi di mafia che hanno insanguinato l´Italia. Ora per la prima volta i due figli di Provenzano, Angelo, 30 anni, diploma di geometra, e Francesco Paolo, 27, laureato in lingue, rompono il silenzio. Dicono che per parlare con i giornalisti non hanno ricevuto il «permesso» del padre, da sempre contrario ai contatti con la stampa; dicono che è una loro scelta, e che lo fanno per liberarsi, una volta e per tutte, dalle pressioni dei media che scavano nella loro vita.
Vostro padre è accusato di aver guidato Cosa Nostra, di essere il mandante, insieme a Totò Riina, di delitti e di stragi. Per questo è in galera, dove sta scontando alcuni ergastoli proprio perché considerato il Padrino della mafia.
«Quando mio padre fu arrestato lo scoprii dalla radio», dice Angelo, che parla per tutti e due. «E quando andai su internet per avere conferma, restai interdetto: la foto che pubblicarono, confondendola con un altro arrestato, non era quella di mio padre. Ora, a tutti quelli che dicono che mio padre è il Padrino di Cosa Nostra, io dico che ci sono tanti Padrini. Arrestato uno ne spunta un altro. E parlando ancora di mafia in senso lato, io mi chiedo: lo Stato che ruolo ha ed ha avuto in tutti questi anni? Se andiamo indietro nel tempo ricordo stragi come quelle di Bologna e di Ustica oppure la morte del bandito Giuliano. Cosa c´era dietro? Per la morte di Giuliano, per esempio, sono dovuti passare almeno cinquant´anni per fare un po´ di chiarezza. Dobbiamo aspettare altri 50 anni per conoscere le altre verità, anche quella su mio padre? Ecco perché dare una definizione compiuta di mafia adesso è difficile».

La mafia è soprattutto un´organizzazione criminale.
«La mafia? Siamo ancora oggi alla ricerca di una risposta definitiva su che cosa sia. Di primo acchito mi verrebbe da dire che è un atteggiamento mentale. La mafia viene dopo la mafiosità, che non è comportamento solo ed esclusivamente siciliano. La mafiosità si manifesta in mille modi, a cominciare dalla raccomandazione per arrivare prima a fare una radiografia o ad avere un certificato in Comune. Mi chiedo: dov´è il limite, tra mafia e mafiosità? Tra l´organizzazione criminale per come la intende il codice penale, e l´atteggiamento mentale per come la intendono i siciliani? Secondo me la mafia è un magma fluido che non ha contorni definiti. Per quanto riguarda i fatti di sangue e le sentenze di condanna, il codice dice che la mafia è un´associazione per delinquere. E su questo non discuto e non entro nel merito. Ma il discorso è molto più ampio, non si può ridurre tutto a persone che sparano».
Suo padre ha battuto tutti i record della latitanza: sin da giovane, prima che voi nasceste, era già un pregiudicato, accusato di omicidi e di far parte dei corleonesi mafiosi.
«Si è detto che mio padre, in 43 anni di latitanza, quale capo di Cosa Nostra ha bloccato il sistema, l´economia, la crescita di un Paese. È stato dipinto come la personificazione del "male assoluto". Con la sua cattura, ho letto, finiva la mafia. E invece la mafia non è finita. La "mitizzazione" di papà esiste, è un dato incontrovertibile, che ha fatto comodo a molti. Se la latitanza fosse durata un anno anziché 43 il personaggio Provenzano non sarebbe esistito. Avrebbero trovato qualcun altro su cui scaricare l´attenzione per non sollevare coperchi su problemi e sui grandi misteri dell´Italia».Tutti i pentiti di mafia, anche quelli che vi hanno preso parte materialmente, accusano i vertici di Cosa nostra e quindi Totò Riina ed anche suo padre delle stragi Falcone e Borsellino. «Guardi, dei pentiti ci sarebbe tantissimo da dire, ma sono cosciente che anche la più lontana sfumatura si presterebbe a strumentalizzazione o verrebbe interpretata come una minaccia. E allora facciamo così: se a parlare è Angelo Provenzano, non dico nulla. Se a parlare è Angelo, cittadino italiano, dico che i pentiti sono una delle più grandi sconfitte dello Stato».
Le chiedevo delle responsabilità di suo padre
«Io allora ero relativamente piccolo, l´ho vissuta di riflesso. Se mi ci soffermo ora credo che i giudici Falcone e Borsellino sono da considerarsi due vittime sacrificali, giudici immolati sull´altare della ragion di Stato».
I giudici Falcone e Borsellino sono prima di tutto vittime della mafia. E lei non ha nulla da rimproverare a suo padre? Non si è mai posto delle domande su chi fosse, chi è veramente suo padre? Lo ha mai chiesto a sua madre?
«Io a mio padre riconosco alcune attenuanti. Per questo non ho da rimproverargli alcunché. Chi sono io? Semplicemente il figlio di mio padre, io esisto perché lui esiste, è lui che mi ha messo al mondo».
Un magistrato, tempo fa, invitò la figlia di Totò Riina a rinnegare suo padre: non crede anche lei che sarebbe giusto farlo?
«Ma come si fa solo a pensare una cosa del genere? Bernardo Provenzano è mio padre, e allora? Basta questo per essere considerato un cittadino, un figlio, di serie B? Non è giusto. Io rispondo delle mie scelte, non di quelle di mio padre che oltretutto non so quali siano e quali siano state. E poi chi ve lo dice che non abbiamo mai parlato con mia madre di mio padre, che non le abbiamo chiesto qualcosa? Diciamo che in linea di massima mi sono tenuto le mie curiosità, domande dirette mai. Però, è innegabile che poi anche noi abbiamo indagato un po´. Ma Bernardo Provenzano era, e resta, mio padre».
All´interno di Cosa nostra c´è chi sostiene che suo padre abbia "trattato" con lo Stato, attraverso l´ex sindaco di Palermo Vito Ciancimino, poi condannato per mafia, per consegnare Totò Riina ai carabinieri.
«Io posso rispondere delle mie scelte, non di quelle di mio padre, che non so quali siano perché con lui mai ho affrontato simili questioni. Ma a una domanda così posta mi viene da sorridere, poiché se fosse come dice lei non si spiegherebbe perché poi lo Stato lo arresta e lo mette in prigione con il 41 bis».
Come avete vissuto il vostro ritorno a Corleone? E perché avete deciso di tornare?
«Io qui ci sono nato, non l´ho scelto. È un paese come qualsiasi altro paese, siciliano e non. Pregi e difetti dei paesi: talvolta c´è una visione ristretta delle cose, una sorta di chiusura mentale. Per il resto, però, Corleone è Corleone. Ci stiamo bene. Chissà, magari al momento opportuno, a determinate condizioni, potremmo anche decidere di andare via. Il nostro ritorno? Sotto controllo. Io, mio fratello, mia madre, siamo in assoluto le persone più controllate d´Italia, se si pensa alla durata della latitanza di mio padre. Sanno tutto di noi, controllavano (o controllano) ogni ambiente, ogni spazio, in camera da pranzo, in macchina, al bagno, alle finestre. Abbiamo vissuto, e viviamo, come se fossimo dei concorrenti del Grande Fratello. Se vogliamo sdrammatizzare, diciamo che siamo stati i protagonisti del più grosso reality su Cosa Nostra. Se ci controllano ancora, non lo sappiamo. Di certo noi ci comportiamo e ci comporteremo sempre come se lo fossimo».
A dire il vero fino a sedici anni lei e suo fratello più piccolo siete stati "latitanti" anche voi con vostro padre e vostra madre.
«Dei miei primi sedici anni, vissuti in clandestinità, non voglio parlare. Non per omertà o perché devo custodire chissà quali segreti ma perché quello è un periodo della mia vita che resta mio perché mai nessuno me lo ha toccato. Il 5 aprile 1992, quando sono uscito dalla clandestinità e sono andato a Corleone, è iniziata la mia crescita, dopo avere vissuto la latitanza sono entrato in contatto con la gente. Ovviamente è stato difficile l´inserimento nella cosiddetta società civile. La mia vita prima? Ripeto. Non ho potuto scegliere, è stata una latitanza forzata, sono nato e cresciuto in quel contesto».
Perché dopo tanti anni di silenzio vi siete decisi a parlare?
«Ho accettato di rilasciare l´intervista anche per una sorta di crisi d´identità nei confronti di questo Stato, che prima dava la caccia a mio padre sostenendo che era la causa di tutti i mali e che con la sua cattura la mafia sarebbe stata finalmente sconfitta; dopo il suo arresto, invece, le cose continuano ad essere come prima. La mafia c´è ancora. Mi viene il dubbio che papà, pur con le responsabilità che i tribunali hanno ritenuto di riconoscergli, fosse stato fatto diventare una sorta di coperchio su cui scaricare tutti i mali».
Che cosa vuol dire? Lei non può permettersi di lanciare delle accuse generiche senza sostanziarle
«Io chiedo solo un po´ di rispetto per me, mia madre, mio fratello. Allo Stato chiedo anche il rispetto di quello che è scritto nelle aule di giustizia e cioè che la legge è uguale per tutti. È vero, noi portiamo un cognome pesante, ma è per questo che cerchiamo sempre di farci conoscere con il nome, non con il cognome. Io, per esempio, mi presento sempre come Angelo, e solo se c´è bisogno aggiungo il resto. Non solo professionalmente, noi vogliamo farci apprezzare, o farci dire di no, in base a quello che siamo, non per la famiglia da cui proveniamo. Non abbiamo paura: non l´avevamo prima, non l´abbiamo adesso. Noi famiglia Provenzano vogliamo solo essere lasciati in pace. Il nostro disagio è quello di essere personaggi pubblici senza alcun merito. Io non ho avuto la possibilità di scegliere. Si continuano a pubblicare lettere intime di mio padre, lettere mie e di mia madre, per questioni che non hanno nulla a che fare con la mafia. Se io infrango la legge, è giusto che paghi. Se sui giornali finiscono atti coperti dal segreto istruttorio, non paga mai nessuno».
La vicenda di suo padre è diventata anche una fiction tv
«Non l´ho vista, se non a tratti. Me l´hanno raccontata. Possono fare quello che vogliono, anche perché la fiction è su mio padre, non su di noi. È quando invadono la nostra sfera che stiamo male».
Signor Provenzano, lei vota?
«Noi non votiamo, e poi non parliamo di politica, come non parliamo di religione, perché mezza parola potrebbe essere strumentalizzata in un senso o in un altro».
(La Repubblica, 01 dicembre 2008)

lunedì 1 dicembre 2008

Angelo e Francesco Paolo Provenzano: "La nostra vita in cattività con il papà boss"

Parlano per la prima volta i figli di Provenzano
di FRANCESCO LA LICATA
INVIATO A PALERMO
C’è sempre una prima volta. Per tutti, anche per i figli del Padrino. E così ce li ritroviamo sul divano dello studio dell’avvocato Rosalba Di Gregorio, i due rampolli di don Binnu Provenzano. Angelo e Francesco Paolo accettano il colloquio, dopo anni di ostinato rifiuto ai giornalisti, con la sola eccezione di una breve comparsa in un documentario della Bbc proibito al mercato italiano. Angelo ha 33 anni, è iscritto a scienza della comunicazione ma non ha troppo tempo da dedicare allo studio, ora che deve fare il capofamiglia. Francesco ne ha 26 di anni, è laureato in Lettere e faceva il lettore in un liceo della Germania che gli ha rescisso il contratto quando si è saputo di chi è figlio. Sono diversi, i fratelli: il grande è la fotocopia del padre, compresa una certa attitudine nel risultare accattivante. Francesco somiglia più alla madre e, almeno da come si martirizza coi denti i polpastrelli delle mani, tradisce l’età più verde e una emotività più problematica.
Attenzione morbosa
È Angelo a condurre il colloquio, lui è stato determinante nella scelta di uscire allo scoperto e accettare il confronto con la realtà che li circonda. Comprensibilmente sceglie la strategia dell’attacco, come accade a chi sa che dovrà molto difendersi. «Io penso che con noi si è passato il limite. Capisco la necessità dell’informazione, il diritto di cronaca e tutto quello che sappiamo, ma non posso giustificare tutta l’attenzione morbosa scatenatasi nei nostri confronti. Passi per quando mio padre era latitante e ci controllavano notte e giorno e i giornalisti non ci mollavano un minuto e ci prendevano le impronte a noi bambini. Ma ora che mio padre è stato arrestato crediamo di poter rivendicare il diritto a vivere come ogni altro cittadino». E invece? «Invece mi trovo, ci troviamo, al centro di un gossip continuo. Si continuano a pubblicare lettere intime di mio padre, lettere mie e di mia madre che nulla hanno a che fare con le indagini sulla mafia e, dunque, col diritto di cronaca. Se infrango la legge è giusto che mi si dedichi attenzione, qui invece la legge viene infranta da altri visto che i documenti pubblicati sono atti riservati, addirittura al di fuori dei processi. Da dove escono? E perchè si tollera la pubblicazione?».
Sotto i riflettori
Proviamo a introdurre il concetto di personaggio pubblico? «Ma noi, noi figli di Provenzano veniamo trattati come i protagonisti di un gossip infinito, senza essere né Vip né persone che hanno scelto di stare sotto i riflettori. Non ho battuto nessun record, non faccio cinema né teatro, non ho fatto nessuna scoperta eclatante eppure mi trovo al centro dell’attenzione, personaggio pubblico senza alcun merito e senza possibilità di scelta». E’ accorata, la protesta e se cerchi di spiegare che in Italia sono caduti governi per il gossip, lui serafico risponde: «E’ la controprova che il sistema funziona male». Replichiamo che forse tanta è l’attenzione perchè enorme è stato il danno provocato dall’organizzazione che si vuole diretta dal padre. «Capisco - dice Angelo - e per queste problematiche mio padre si trova in carcere. Ma noi? Fino a quando ci chiederanno di pagare il conto anche a noi?». Ma siete stati in latitanza con lui, voi e vostra madre. Angelo si irrigidisce: «Eravamo piccoli. Di quel periodo non voglio parlare, non perché abbia qualcosa da nascondere. Ero piccolo e non ho fatto io certe scelte. Posso rispondere dai sedici anni in poi, dal 5 aprile 1992, quando siamo rientrati a Corleone, nella società, e mi sono dovuto confrontare coi miei simili. Quella prima era stata una latitanza forzata, sono nato e cresciuto in cattività. Non esiste il reato di recidività familiare». Cosa pensa di quelli che chiedono ai figli dei boss di rinnegare il proprio padre? «Ma come si fa soltanto a pensare una cosa del genere? Bernardo Provenzano è mio padre, e allora? Basta questo per essere considerato un cittadino di serie B?». Ha un’idea della mafia? «Mi sento in crisi di identità nei confronti di uno Stato che presenta mio padre come la causa di tutti i mali, un cancro da estirpare per salvare il mondo. Poi vedo che lo arrestano ma tutto continua praticamente come prima. A quelli che indicano mio padre come il “Padrino” di Cosa nostra ricordo che ci sono tanti padrini, tolto uno ne arriva un altro e un altro ancora e allora penso che forse Provenzano era solo un coperchio che nascondeva altro».
La vita a Corleone
Come vivete a Corleone? «Non so adesso, ma siamo stati in assoluto le persone più controllate del mondo. Abbiamo vissuto come concorrenti del Grande Fratello, spiati in continuazione. Se vogliamo sdrammatizzare, diciamo che siamo stati i protagonisti del più grande reality su Cosa nostra. Cosa chiedo allo Stato? Un po’ di rispetto per mia madre, per me e per mio fratello, dopo che in passato sono venuti persino a chiederci di tradirlo, “vi faremo ricchi”, dicevano. Alla gente non chiedo nulla, a certa antimafia di lasciarci in pace». E subito gli fa eco Francesco: «Ho vinto una borsa di studio per insegnare in Germania, me l’hanno tolta perché qualcuno ha detto che non potevo rappresentare l’Italia all’estero. Come se fossi stato l’ambasciatore». E le fiction su suo padre? «Non ho avuto la forza di seguirle, me le raccontano. Comunque riguardano mio padre e non invadono la nostra sfera personale, anche se le sue storie si riversano su di noi. Ogni attività che mi accingo a fare, infatti, viene osteggiata perché “frutto del riciclaggio dei beni illecitamente conseguiti”. Mi chiedo quando potrò avere una mia vita autonoma. Adesso vendo vino e mio fratello lavora in una società di import-export. Così campiamo, senza i miliardi di cui si favoleggia».
Morti e lupare
Ma insomma, questa benedetta mafia? «Sono alla ricerca di una risposta. Certo non può essere solo una storia di morti e lupare: per il codice è un’organizzazione a delinquere, poi però c’è la mafiosità, e dentro c’è di tutto, un magma indefinito». Perché sono morti Falcone e Borsellino? Angelo si ferma a pensare, poi: «Ero piccolo, ha vissuto quei momenti di riflesso. Se ci penso ora dico che quei giudici forse sono stati l’agnello sacrificale immolati sull’altare della Ragion di Stato». Ci andate a votare? «No e non parliamo neppure di religione perchè mezza parola potrebbe essere strumentalizzata e fraintesa». Provenzano è stato indicato anche come l’uomo che ha trattato con lo Stato, che ha consegnato Riina. Sorride, Angelo: «Mio padre è in carcere e al 41 bis, non mi sembra un posto dove stanno i mediatori».
I figli di Riina
Ricorda qualche momento di felicità? «La felicità è un’utopia, quell’intervallo di tempo in cui non si è infelici». Starà sempre a Corleone? «Se si verificheranno certe aspettative, potrei anche andarmene». Spera nella liberazione di suo padre? «E chi lo sa?». Opinione diffusa è che i figli di Provenzano siano altra cosa rispetto, per esempio, ai figli di Riina. «Non amo fare paragoni, sono giochi che lascio a voi giornalisti. Dico solo che col figlio piccolo di Riina andavamo a scuola insieme, a Corleone». E i pentiti? «Come Angelo Provenzano a questa domanda non rispondo perché sarei frainteso. Come cittadino dico che sono la sconfitta dello Stato».
La Stampa, 1.12.2008
FOTO. Angelo Provenzano

Giovanni Impastato. Lettera aperta ad Angelo e Francesco Paolo, figli di Provenzano

di Giovanni Impastato
Il fratello di Peppino Impastato, ucciso dalla mafia nel 1978, risponde ai figli di Provenzano dopo la lettera pubblicata dal nostro giornale
"In risposta all’intervista rilasciata da Angelo Provenzano al giornalista di 'La Repubblica' Francesco Viviano voglio riferire alcune mie considerazioni. Credo di essere una delle persone ad avere più di altre la responsabilità e il diritto di intervenire, visto quanto ho vissuto e viste le vicende che hanno caratterizzato l’esistenza mia, di mio fratello Peppino e di mia madre Felicia.Non è affatto questo il percorso più adatto per risolvere le contraddizioni che riguardano la propria vita quando è partorita da un ambiente mafioso, per distanziarsi da quest’ultimo e chiudere definitivamente i conti con esso.Quanto affermato da Angelo costituisce quasi una continuità con un certo modo tipico di pensare, che ribalta i ruoli, cela la verità e finisce per rendere ancor più complicato combattere una battaglia di giustizia nel nostro paese.Non è vero. Non è vero che Provenzano è stato ed è tuttora l’a gnello sacrificale utilizzato da uno Stato tiranno per coprire le sue malefatte. Non si possono negare le sue enormi responsabilità, la sua direzione dei lavori nella costruzione di un progetto criminale che ha causato ingenti danni economici, ha bloccato lo sviluppo di tutto il territorio siciliano, e, soprattutto, ha lasciato a terra centinaia di vittime.Certo non bisogna dimenticare le connivenze, il ruolo svolto da uomini delle istituzioni e da funzionari dei vari settori che hanno contribuito allo sfascio. Né si può negare l’esistenza di legami tra alcuni settori della vita politica, del governo e dei servizi segreti con ambienti della criminalità organizzata. Che sia chiaro, però, che Provenzano non è stato strumentalizzato da questo sistema, ma è stato un suo complice, anzi, uno dei suoi animatori, ed è per questo che è stato ricompensato con le protezioni che gli hanno garantito una tranquilla latitanza durata quasi mezzo secolo.
È facile riferirsi nei propri discorsi ad entità astratte, quasi incorporee, a concetti genericamente intesi come “lo stato” e “la mafia”. In entrambi i casi parliamo di organizzazioni composte da uomini, a volte corrotti nel primo caso, ma spesso onesti, ligi al dovere, disposti al sacrificio…uomini come Falcone e Borsellino; nel secondo caso solo criminali. E la mafia…sappiamo bene oggi che cosa sia la mafia, come sia strutturata, come al centro converga il potere criminale, attorno al quale si sviluppa un sistema di rapporti con il mondo dell’economia e della politica, tramite gli appartenenti alla cosiddetta borghesia mafiosa, come afferma Umberto Santino. Provenzano non appartiene a quest’ultimo settore, non è stato autore di reati finanziari o simili: è stato un assassino, un mandate di un numero imprecisato di omicidi, è stato capo assoluto di Cosa Nostra per decenni e come tale va considerato e giudicato, non solo nelle aule dei tribunali.Che il fenomeno mafioso sia sopravvissuto alla sua cattura dimostra solo come abbia fatto bene il suo lavoro. Come lo dimostra la diffusione che oggi ha la cultura mafiosa, che non è un atteggiamento mentale connaturato all’essere siciliani, ma è un modo di agire, di intendere i rapporti sociali e la fornitura di servizi, come la necessità dei propri diritti, che è stato diffuso, che si è propagato proprio a partire da Cosa Nostra, da quell’a pparato ingigantito e rafforzato dalle strategie dei più noti boss e, soprattutto, dalla reggenza dello stesso Provenzano. La cultura mafiosa, del resto, pare quasi contaminare le parole dello stesso Angelo, come il comportamento dei suoi familiari. Per liberarsene non bisognerebbe rinnegare il padre, negare a lui il legame d’a ffetto, ma rompere con il suo ruolo e condannare con decisione le sue azioni criminali.Qualche tempo fa, in occasione della cattura del padre, scrissi ad Angelo e a suo fratello Francesco una lettera aperta, chiedendo loro di percorrere questa strada, di divenire parte della società onesta, di compiere una rottura netta, così come abbiamo fatto io e mia madre Felicia seguendo l’esempio di mio fratello Peppino, che più di tutti ha pagato per il suo coraggio e la sua voglia di sottrarsi ai condizionamenti mafiosi, e, nonostante tutto, ha conquistato la sua libertà e ha regalato a noi la nostra. Noi non abbiamo mai negato che la nostra famiglia aveva origini mafiose, che mio padre era un’appartenete a Cosa Nostra, così come alcuni suoi fratelli, e che mio zio Cesare Manzella è stato capomafia fino al 1963, ma abbiamo rotto con quanto era da loro rappresentato. Non è questione di pagare per le scelte del padre, ma di fare la scelta, quella decisiva.E se non vorranno farla, Angelo e Francesco, seguendo la loro cultura, si ricordino che non sono loro le vittime dello Stato, i perseguitati, ma siamo noi cittadini onesti ad essere stati e ad essere tuttora vittime di quel sistema politico-mafioso le cui basi hanno gettato proprio Provenzano e gli altri come lui".
(La Repubblica, 01 dicembre 2008)

Le tappe della carovana antimafia in Sicilia

1 DICEMBRE - Lunedì a CATANIA
Ore 8:00 - C.so dei Martiri della Libertà, via Vittorio Emanuele, via Dusmet. La Carovana invita ........ "volantinaggio e megafonaggio"

Ore 9:30 - Auditorium Istituto Comprensivo "A. Vespucci" via de Nicola, 1 La scuola che verrà. Tavola rotonda su scuola e antimafia sociale. Introduce: Aurelio Cantone. Interventi dei presidi delle scuole che rischiano la chiusura, insegnanti, esponenti del "Comitato delle mamme Andrea Doria" e del "comitato dei genitori in difesa della scuola di via De Nicola". Partecipano: Rita Borsellino, Don Roberto Sardelli (scuola 725), il regista Fabio Grimaldi

Ore 15:30/18:30 - Librino La Carovana Periferica, Animazione con i bambini presso: I.C. Angelo Musco e I.C. Campanella Sturzo. A seguire: "Torciata: illuminare Librino" e raduno in piazza dell'Elefante: "2 minuti per il tuo quartiere" (associazioni e cittadini lanciano brevi messaggi intorno alla salute del loro quartiere). Partecipano: Don Roberto Sardelli (scuola 725), il regista Fabio Grimaldi

Ore 20:00 - G.A.P.A. (Centro di Aggregazione Popolare), via Cordai, 47. "Non tacere", Proiezione del film di Fabio Grimaldi sull'esperienza di Don Roberto Sardelli e della scuola 725 fondata nel 1968 tra le baracche del quartiere Tuscolano di Roma. Interverranno: Don Roberto Sardelli (scuola 725), il regista Fabio Grimaldi. A seguire: Rinfresco a base di dolci, buona volontà e antimafia sociale

SCORDIA - Ore 19:00 - Galleria civica ex Pescheria Inaugurazione mostra "Il primo numero de I Siciliani". A cura della Fondazione Giuseppe Fava. A seguire: Tavola Rotonda "Gli spazi della legalità per una crescita sostenibile. Dall'esperienza di Nicola D'Antrassi ad oggi: buone pratiche a confronto". Partecipano: Marisa Acagnino (Magistrato di Catania), Dario Montana (Libera Catania), Nino Pisasale (ASAES Associazione Antiracket Scordia), Elena Fava e Maria Teresa Ciancio (Fondazione Giuseppe Fava), Addio Pizzo Catania, Salvo Lipari (Arci Palermo), Calogero Parisi (presidente Cooperativa Lavoro e non solo), Angelo Agnello (Sindaco di Scordia). Coordina: Domenico Simone (Circolo Arci Scordialegre)


2 DICEMBRE - Martedì CATANIA
Ore 10:30 - Camera del Lavoro, via Crociferi, 40. Non solo Thyssenkrupp, Conferenza stampa sulla sicurezza sul lavoro nella nostra regione. Presentazione dossier sugli infortuni sul lavoro a Catania e progetto d'inchiesta sulle condizioni di vita dei lavoratori gravemente infortunati - a cura della CGIL. Partecipano: Monica Repetto (regista), Carlo Marrapodi (operai), Paola Scarnati (consiglio nazionale UCCA e AAMOD - Archivio Audiovisivo Movimento Operaio e Democratico). A seguire: Proiezione cortometraggio "3,87" di Valerio Mastrandrea

Ore 19:30 - Auditorium Benedettini, Proiezione del fim "Thyssenkrupp blues". A seguire: Incontro-Dibattito. Partecipano: Carlo Marrapodi (operai), Paola Scarnati (consiglio nazionale UCCA e AAMOD - Archivio Audiovisivo Movimento Operaio e Democratico). Coordina: Domenico Simone (consiglio nazionale UCCA)


3 DICEMBRE - Mercoledì CORLEONE
Ore 10:00 - Liceo Scientifico - Incontro-Dibattito: IL CORAGGIO DELL'INFORMAZIONE. Partecipano: Silvia Baraldini, Anna Bucca (Presidente Arci Sicilia), Umberto Di Maggio (Libera Palermo), Nino Iannazzo (sindaco di Corleone), Dino Paternostro (Città Nuove), Rita Borsellino PARTINICO Ore 16:00 - Tele Jato - CRONACHE ANTIMAFIA. Partecipano: Pino Maniaci (Tele Jato), Silvia Baraldini, Anna Bucca (Presidente Arci Sicilia), Umberto Di Maggio (Libera Palermo)


4 DICEMBRE - Giovedì Palma di Montechiaro
4 dicembre 2008 ore 10:00/12:00, PROTAGONISTI DEL CAMBIAMENTO. Incontro con le scuole di Palma di Montechiaro presso il chiostro comunale. Interverranno: Rosario Gallo - Sindaco di Palma di Montechiaro, Calogero Ganci - Referente di Libera Agrigento, Padre Totino Licata - Presidente Ass. Antiracket Licata, Anna Bucca - Arci Sicilia.


5 DICEMBRE - Venerdì CASTELLAMMARE DEL GOLFO
Ore 9:00 - Corso Bernardo Mattarella. Accoglienza Carovana Stand: Arcidonna, Acal, Addio Pizzo, Libera, Libera Terra, Rifiuti Zero
Ore 10:00 - Teatro Apollo Opera dei Pupi "sul tema della mafia"; Lettura poesie e premiazioni; Spettacolo Giocolieri
Ore 10:00 - Aula Consiliare: "Sottosviluppo economico, mafia e denuncia sociale". Incontro-Dibattito
Ore 13:00 - C.A.R.A. di Salinagrande Pranzo

TRAPANI Ore 16:30/20:00 - via Garibaldi - piazza Vittorio Veneto/Rà Nova. Accoglienza Carovana, Musica, Pittura, Artisti di strada. Chiesa del Carmine, Incontro/Dibattito: I diritti dei diversamente abili. Sala Li Muli: Incontro/Dibattito Aspetti della dichiarazione dei diritti dell'uomo. Partecipano: Prefetto di Trapani, Presidente della Provincia di Trapani, Sindaco di Trapani. Coordina: Enrico Bellavia (La Repubblica Palermo). Incontro/Dibattito Sicurezza nel mondo del lavoro Partecipano: Ispettorato del lavoro, Prefettura di Trapani, Osservatorio Provinciale sulla sicurezza nel lavoro, Sindacati

ERICE Ore 20:00 - Centro Polivalente di San Giuliano, via Isidoro Li Puma, Allestimento Mostre Ore 21:00 Spettacolo Teatrale "Mutu" di Aldo Rapè.

6 DICEMBRE - Sabato MARSALA Ore 9:00 - Istituto Comprensivo "A. De Gasperi", c/da Terrenove-Bambina Rappresentazione Teatrale "W la mafia - Ad un passo dal Cielo" Incontro/Dibattito Memoria e Impegno

CASTELVETRANO Ore 16:00 - Uffici Comunali (Bene Confiscato), via Giallonghi Accoglienza Carovana Ore 16:30 Da via Giallonghi al Sistema delle Piazze Corteo per le vie della città Ore 18:00 - Teatro Selinus Incontro/Dibattito "Libera Informazione Ore 20:00 Musica e Video


9 DICEMBRE - Martedì SIRACUSA
Ore 10:30 - Istituto Comprensivo Scolastico "De Amicis" "Spazi ed Aggregazione" Tavola Rotonda Partecipano: Giovanna Strano (Dirigente Scolastico), Simona Cascio (Presidente Arci Siracusa), Enza Rando (Libera Nazionale), Luciana Carfì (Arci Le Nuvole), Irene Messina (responsabile progetto "Compagno di scuola"), Roberta Caruso (Arciragazzi), Legambiente, Insegnante, Sindaco di Siracusa, Assistenti Sociali, Associazioni. Animazione con gli alunni della scuola Occupazione "Simbolica" Centro di Aggregazione Giovanile Festa

NOTO Ore 15:00 - C.U.M.O. "La mafia restituisce il maltolto" Esperienze di riutilizzo sociale dei beni confiscati alle mafie Partecipano: Armando Rossetto (Assessore alla legalità, cittadinanza e politiche giovanili Comune di Lentini), Calogero Parisi (Presidente Cooperativa Lavoro e non solo), Vincenzo Spadaio (Circolo Arci Glocal Action), Davide Pati (Responsabile Ufficio Beni Confiscati Libera), Alfonso La Pira (assessore alle politiche giovanili, allo sviluppo e alla programmazione Comune di Noto), Vincenzo Belfiore (Assessore all'Ambiente e alle contrade Comune di Noto), Rosario Crocetta (Sindaco di Gela), Ugo Rossi (Procuratore Capo della Repubblica di Siracusa) Coordina: Salvatore Grande (Libera Siracusa)

AVOLA Ore 18:00 - Centro Giovanile "L'Infiltrazione della Criminalità organizzata negli ambienti economici e imprenditori locali" Partecipano: Armando Rossitto (Assessore alla legalità, cittadinanza e politiche giovanili Comune di Lentini), Enza Rando (Responsabile Ufficio Legale Libera), Rosario Crocetta (Sindaco di Gela), Ugo Rossi (Procuratore Capo della Repubblica di Siracusa), Giusy Aprile (Libera Siracusa) Coordina: Salvatore Grande (Libera Siracusa)


10 DICEMBRE - Mercoledì GELA
Ore 9:00 - Liceo Classico "Eschilo" Partecipano: Rosario Crocetta (Sindaco di Gela), On. Giuseppe Federico (Presidente Provincia Caltanissetta), Dirigente Scolastico, Luciana Carfì (Arci Gela), Elisa Nuara (Avviso Pubblico), Don Luigi Petraia (Libera Gela) "A scuola di partecipazione" Spazio alla creatività per un nuovo protagonismo dei giovani: video, musica, danza e poesie.

NISCEMI Ore 11:00 - "Tutti i colori dell'Arcobaleno" Attività Ludica con i bambini della scuola elementare Partecipano: Giovanni Di Martino (Sindaco di Niscemi). Ore 15:30 - Parco giochi Quartire Macello Concerto delle Band Locali. Ore 16:00 Assemblea Nazionale Avviso Pubblico


11 DICEMBRE - Giovedì VITTORIA
ore 9.00 - 11.00 "La memoria costruisce l'impegno". Partecipano: Don Tonio Dell'Olio, Pina Ancona, Fondazione Fava, Sindaco di Vittoria G. Nicosia, Giovanni Avola (CGIL RAGUSA). COMISO Ore 10:00 "Pio La Torre - Da Comiso per un Mediterraneo di Pace" Partecipano: Don Tonio Dell'Olio, Segretari CGIL CISL e UIL Sicilia, Vito Lo Monaco (Centro Pio La Torre), Rita Borsellino.

Il Barbera acceca il Milan. Miccoli, Cavani e Simplicio schiantano i rossoneri

Grande, grandissimo Palermo, capace di schiantare il Milan delle stelle al culmine di una gara perfetta. Il 3-1 finale fotografa al meglio l’andamento di un match costantemente in mano agli uomini di Ballardini, che davvero poco hanno concesso ai più blasonati avversari nell’arco dei novanta minuti. Una boccata d’ossigeno che rilancia le quotazioni dei rosanero. Per gli uomini di Ancelotti una serata da dimenticare, con l’Inter capolista che mantiene i sei punti di vantaggio. In un Barbera tutto esaurito i rosa si presentano con il classico modulo che prevede Simplicio agire dietro Miccoli e Cavani. A centrocampo rientra Bresciano e in difesa Bovo torna a fare coppia fissa con Carrozzieri al centro. Ancelotti, alle prese con le assenze di Kakà (per squalifica) e Gattuso (per infortunio) schiera Ronaldinho e Seedorf a supporto di Pato unica punta. Pirlo in cabina di regia.

Buon inizio del Palermo che per primo va vicino al gol, con Carrozzieri che spedisce fuori di testa una punizione tagliata di Miccoli (6°). Nelle sue sporadiche sortite offensive, il Milan trova la difesa avversaria attenta e ordinata. Primo squillo rossonero al 15°, con Ronaldinho che impatta male un bel traversone dalla destra di Zambrotta; un minuto dopo, Pato si ritrova tra i piedi la palla del vantaggio grazie ad un errato retropassaggio di Nocerino, ma la sua conclusione si perde alta sopra la traversa. La partita è godibile, con Miccoli che risponde al 17° sparando una rasoiata dai venti metri che Abbiati, in affanno, devia in angolo. Direttamente dal corner questa volta è Bresciano a sfiorare il gol, con un bolide a colpo sicuro salvato sulla linea da un difensore avversario.

il video della partita:


Palermo tambureggiante trascinato dal suo pubblico. Miccoli al 20°, servito di petto da Cavani, impegna Abbiati alla miracolosa deviazione in angolo con un tiro dal limite. Al 24° Simplicio offre a Cavani una gran palla, ma l’uruguagio si divora la più facile delle occasioni; sul veloce capovolgimento di fronte, Pato viene atterrato appena fuori dall’area da Amelia: Rocchi è irremovibile nell’assegnare il dubbio rigore; sulla conclusione angolata di Ronaldinho dagli undici metri l’estremo rosanero si supera con una parata che manda in estasi il Barbera. Al 28°, Pato, dolorante, lascia il posto a Inzaghi. Da questo momento in poi è il Palermo a fare la partita. Tra diversi tentativi il più clamoroso è quello che al 40° confezionano Simplicio e Miccoli; la percussione del fantasista su invito del brasiliano viene fermata in corner un attimo prima della stoccata vincente. Al 43° è ancora il numero dieci palermitano a provarci, ma la sua conclusione da fuori si perde sul fondo. Al 45° è il turno di Cavani, in ritardo d’un soffio sulla bella centrata di Nocerino dalla destra. Infine, nel recupero, si rifà vivo il Milan, ma la punizione disegnata da Ronaldinho finisce per impattare contro la parte alta del montante. Giusto così, il Palermo del primo tempo ha brillato sicuramente più del Diavolo.

La ripresa inizia col botto: al 4°, l’ispirato Miccoli fa bingo con una gran conclusione dal vertice sinistro dell’area rossonera sulla quale nulla può Abbiati. Il Barbera esplode per il meritato vantaggio dei proprio beniamini. Ancelotti intanto corre ai ripari, inserendo Shevcenko per Ambrosini ed Emerson per Flamini. Ma al 14° Cavani trasforma lo stadio in una polveriera: sul preciso cross di Liverani la sua inzuccata è letale: 2-0 e Milan tramortito. Al 20° Pirlo, direttamente su punizione da notevole distanza, trova pronto Amelia che para in tuffo. Al 24° Miccoli combina in corsa con Simplicio, il brasiliano da fuori area chiama Abbiati alla respinta a pugni chiusi con Cavani che per poco non ne approfitta . Sterile e confusa la reazione di un Milan che soffre da matti la verve degli indiavolati padroni di casa; sulle ripartenze è invece il Palermo a mettere sovente in seria difficoltà gli uomini di Ancelotti. Al 34° cala il sipario al Barbera: Simplicio è perfetto nello schiacciare a rete l’invito dalla destra di Balzaretti. Al 37°, Ronaldinho si procura il secondo penalty della serata. Dal dischetto questa volta l’ex blaugrana non fallisce il 3-1. Al 41° bolide di Zambrotta e grande risposta di Amelia.

Milan più vivo che mai alla ricerca della disperata rimonta. Al 42° standing ovation per Miccoli che lascia il posto a Kjaer. Il Diavolo in forcing. Al 46° Simplicio, anche lui applauditissimo viene sostituito con Guana. Al 47° sassata di Pirlo; un monumentale Amelia vola a deviare alla sua destra Al 48° Cavani esce per Succi. Dopo quattro minuti di recupero Rocchi fischia la fine. Un grande Palermo viene festeggiato dal boato del Barbera.
Alfredo Minutoli
Da siciliainformazioni.it
30 novembre 2008