lunedì 8 settembre 2008

TUTTI CONTRO TUTTI. TUTTI CONTRO UNO. Boicottata la svolta antimafia

di Lirio Abbate
Il terremoto lo ha provocato un anno fa Ivan Lo Bello, presidente di Confindustria Sicilia, quando ha detto ai suoi colleghi che la mafia doveva restare fuori dagli affari degli industriali siciliani: fuori dall`associazione chi si piega e paga il pizzo. Una svolta storica che non aveva però fatto i conti con la triste realtà siciliana. A un anno di distanza dall`istituzione del codice etico, molti imprenditori fanno fatica a sottrarsi alla mafia. Così, alla richiesta di Lo Bello di cacciar via da Confindustria chi è colluso o versa somme di denaro nelle casse dei boss, i presidenti territoriali siciliani rispondono col boicottaggio. E si girano dall`altra parte.
Emerge, dunque, che a Palermo e Catania nessun imprenditore iscritto a Confindustria è stato espulso finora dall`associazione per non aver denunciato le richieste di pizzo, così come previsto dal codice etico. Tra i dieci casi (a Caltanissetta e Agrigento) citati nei giorni scorsi dal leader degli industriali siciliani, ci sarebbero imprenditori che si sono allontanati spontaneamente, non condividendo la linea della dirigenza, e associati cacciati per varie altre ragioni, come il fatto di non aver collaborato con la giustizia e di essere coinvolti in procedimenti giudiziari di mafia.
Secondo lo statuto dell`organizzazione degli industriali, spetta alle sedi territoriali avviare azioni disciplinari nei confronti di associati che omettono di denunciare il racket. Lo Bello, in questo caso, non ha il potere per cacciarli via. A Palermo e a Catania le inchieste hanno dimostrato che i mafiosi impongono il pizzo su appalti e forniture. In alcuni casi, addirittura, gli imprenditori sono risultati prestanome di boss mafiosi. Fonti confindustriali sostengono tuttavia che gli imprenditori coinvolti nelle operazioni antiracket a Palermo hanno ammesso di essersi piegati al racket. Ora stanno collaborando e nessuno di loro avrebbe contestato i risultati delle indagini. Per questo motivo non ci sarebbero state espulsioni.
Dopo la svolta di Confindustria, alcuni imprenditori hanno trovato quindi il coraggio di denunciare e si sono presentati spontaneamente alle forze dell`ordine, altri invece continuano ad avere paura, se è vero che, come emerge da diverse indagini, l`80 per cento degli imprenditori paga il pizzo. L`iniziativa del presidente Lo Bello sembra dunque non essere stata pienamente messa in pratica all`interno di Confindustria, anche se è servita a creare un movimento di rivalsa nei confronti della mafia. Ad Agrigento e a Caltanissetta gli imprenditori hanno cominciato a denunciare le estorsioni (40 dal primo settembre 2007 a oggi), facendo arrestare i mafiosi. Anche a Palermo un piccolo gruppo di industriali sta collaborando, grazie all`aiuto delle associazìonì antiracket come Libero Futuro e Addiopizzo.
A Catania, territorio appetibile per gli interessi mafiosi e con centinaia di iscritti in Confindustria, di espulsioni per il pizzo nemmeno l`ombra. Eppure il racket è forte nella città etnea: se non paghi ti fanno saltare in aria cantieri e mezzi edili. E` accaduto un anno fa all`imprenditore Andrea Vecchio, che è anche presidente dell`Ance, l`associazione dei costruttori. Lui si è ribellato alle richieste estorsive, e adesso vive una situazione paradossale: Confindustria vorrebbe «cacciare» via lui dall`associazione, e non chi è colluso o fa il prestanome dei boss. A Vecchio, sotto scorta perché la mafia minaccia di vendicàrsi, viene contestato di aver rilasciato dichiarazioni sul conto di Confindustria Catania secondo cui qui esiste uno «strapotere subito dagli industriali», con un chiaro riferimento ai vertici dell`associazione etnea. Per questo, nei suoi confronti, è stato avviato un procedimento davanti ai probiviri. Uno contro tutti. O tutti contro uno?
da la Stampa

venerdì 5 settembre 2008

C'è un'emergenza libertà in Italia

La sentenza siciliana che ha condannato l´informazione in rete, ritenendola né più né meno che un crimine, sta suscitando proteste e allarme sul web e in ogni ambito del paese civile e responsabile. Le ragioni sono pesanti come pietre. Sono stati attaccati princìpi che hanno fatto la storia del pensiero democratico: i medesimi per i quali, nel nostro paese, uomini come i fratelli Rosselli, Piero Gobetti, Antonio Gramsci, Eugenio Curiel, Giovanni Amendola, hanno speso il loro impegno e dato la vita. E´ stato puntato e centrato in particolare il principio della libera espressione, che, rappresentativo delle libertà tutte e momento rivelatorio di uno Stato democratico, costituisce un cardine della Costituzione repubblicanaL´attuale governo italiano, che si sta connotando sempre più in senso illiberale, non può sottrarsi a questo punto al dovere morale di rispondere al moto di protesta di questi giorni. Basta con gli infingimenti. Non si aspetti che l´onda di piena dell´indignazione si plachi. Si farà il possibile perché non si fermi. E´ in gioco appunto la democrazia, nella sua frontiera più avanzata e aperta, rappresentata dalla libera espressione in rete, dalla comunicazione che irrompe e prorompe in senso orizzontale, che rende i cittadini protagonisti in modo nuovo. E´ in gioco, come si diceva, la Costituzione, che, come ci ha ricordato Piero Calamandrei, non è nata nei salotti, né nelle stanze del potere, ma sulle montagne, accanto ai corpi degli uccisi, tra i fuochi delle città in rivolta.E´ necessaria una legge subito, che, distante da ogni possibilità di equivoco sul piano interpretativo, fermi in via definitiva le trame censorie e repressive dei poteri forti del paese, per vocazione illiberali e antidemocratici. E´ altresì necessario che il legislatore prenda atto che l´informazione sul web non può recare limitazioni di principio. La rete è un luogo cardine del nostro tempo, in cui la democrazia prende corpo e voce, con l´esercizio del confronto. Non può essere quindi annichilita, come avviene in Iran e in Birmania. Si fa appello allora alle realtà del web, della comunicazione a tutti i livelli, del paese civile e responsabile, perché la mobilitazione continui ad oltranza, con iniziative forti. La sentenza siciliana, come ha scritto un blogger, potrebbe essere una delle ultime "perle" di una collana che, giorno dopo giorno, sta mutandosi in un cappio. E si tratta di fare il possibile perché questo non avvenga. Occorre impedire che si consumi in Italia il rogo della libera espressione, memori del resto che i roghi delle idee possono essere preparatori di regimi a scena aperta.
Carlo Ruta
Per adesioni a questo appello (indicare nome, cognome, attività, città): accadeinsicilia@tiscali.it. Per testimonianze:carlo.ruta@tin.it
Per notizie e informazioni: www.giornalismi.info/vociliberewww.leinchieste.com

Crisi al comune di Corleone: per conflitto d'interessi, si è dimesso l'assessore Vizzini!

Si è dimesso l’assessore Francesco Vizzini. Si è dimesso lo scorso 30 agosto con una lettera indirizzata al sindaco Nino Iannazzo, dove confessa il “conflitto d’interessi” in cui si è venuto a trovare: dirigente del Banco di Sicilia, tesoriere del comune di Corleone, e assessore al bilancio e alle finanze. Un conflitto, scrive Vizzini, “che non mi consente di affrontare con la diovuta serenità i compiti legati all’incarico di assessore al bilancio…”. Non era una novità questo conflitto d’interessi e l’impaccio in cui si veniva a trovare Vizzini quando si parlava del Banco-tesoriere. Specie dopo l’abolizione dello sportello del tesoriere presso l’agenzia di Corleone del Banco di Sicilia e il trasferimento a Palermo, l’impaccio di Vizzini era aumentato. La scelta del Banco, infatti, effettuata in violazione del contratto di gestione della tesoreria, avrebbe meritato una durissima reazione da parte dell’assessore. Invece, in consiglio comunale quasi difendeva il Banco (suo datore di lavoro).
Comunque sia, un merito a Vizzini bisogna riconoscerglielo: è uno dei pochissimi politici (forse l’unico) che ha la sensibilità di rimuovere un conflitto d’interessi dimettendosi!
Le dimissioni di Vizzini hanno provocato un terremoto all’interno della maggioranza di centrodestra guidata dal sindaco Iannazzo. Non tanto per le dimissioni in se stesse, quanto per la “casella” in giunta da riempire. Tutti vogliono un “posto a tavola”. Quelli dell’Udc, forti dei loro mille voti e dei quattro consiglieri. A scalpitare, in particolare, c’è il consigliere Pippo Cardella, che ha studiato da anni per assessore, che ormai si sentiva ad un passo dalla stanza dei bottoni, ma all’improvviso si è visto sfilare tutto dalle mani, come ad bambino a cui tolgono il vasetto della marmellata. Cardella doveva entrare in giunta al posto di Pio Siragusa, che era stato (almeno così diceva) in predicato di diventare assessore provinciale. All’ultimo momento, però, l’on. Antonello Antinoro, che degli “uddiccini” di Corleone è una sorta di “badante”, ha scelto un altro assessore e Siragusa è rimasto con un palmo di naso, mentre Cardella… senza parole.
È difficile, comunque, che Iannazzo dia un terzo assessorato all’Udc. Più facile che utilizzi il posto vuoto in giunta per allargare la sua maggioranza o ad un pezzo di Forza Italia o all’Mpa, seguaci fino a ieri dell’on. Nicolò Nicolosi, ma adesso tutti alla corte di Iannazzo.
Qualcuno dice che ci sarebbe anche una settima poltrona di assessore da assegnare, una poltrona che è rimasta vuota fin dall’inizio della consiliatura, in nome della riduzione dei costi della politica. Sarebbe davvero paradossale ed incomprensibile, però, che venisse usato adesso per soddisfare l’appetito di qualche politico politicante.
Intanto ieri sera fino a tardi le finestre di palazzo Cammarata, sede del municipio, sono rimaste illuminate. Erano riuniti il sindaco e i rappresentanti della maggioranza per discutere di questi argomenti. Una discussione talmente impegnativa ed esclusiva, che tutti i partecipanti hanno “dimenticato” di recarsi alle 20.00 in consiglio comunale per la prosecuzione della seduta del 2 settembre. E la seduta è andata ignominiosamente deserta, slittando a stasera alle 19.00. Bravissimi!
5 settembre 2008
NELLA FOTO: l'ex assessore Francesco Vizzini.

Il Tg1 annuncia l'assassinio di Carlo Alberto Dalla Chiesa, della moglie e dell'agente di scorta

mercoledì 3 settembre 2008

Rosario Crocetta, sindaco di Gela: "La lotta alla mafia deve essere ovvia"

Indicato da Ivan Lo Bello, presidente di Confindustria Sicilia, come l'esempio da seguire, il primo cittadino di Gela, Rosario Crocetta, rilancia: "Se continuo a fare notizia perchè dico che bisogna combattere i mafiosi, significa che questo nell'Isola non è il normale adempimento degli amministratori"
PALERMO - Indicato ieri da Ivan Lo Bello, presidente di Confindustria Sicilia, come l'esempio da seguire a cui i sindaci dovrebbero ispirarsi per la lotta contro la mafia e il racket delle estorsioni, Rosario Crocetta, primo cittadino di Gela, osserva che "se io continuo a fare notizia perchè dico che bisogna combattere i mafiosi, significa che questo nell'Isola non è il normale adempimento degli amministratori".Intervenuto alla commemorazione di Carlo Alberto Dalla Chiesa, della moglie Emanuela Setti Carraro e dell'agente di scorta Domenico Russo, Crocetta ha spiegato che "ci sono amministratori che guardano con terrore all'arrivo delle informative antimafia sulle imprese, perchè temono il blocco gli appalti; noi, a Gela, dove ben 90 imprenditori hanno denunciato le richieste di pizzo, anche grazie al nostro incoraggiamento, la certificazione antimafia la vogliamo alla presentazione dell'offerta"."Ricordo - dice Crocetta - un episodio significativo: chiesi all'ex presidente della Regione Salvatore Cuffaro, quando era in carica, di bloccare alcuni appalti e la gestione dei Sanità, tagli e polemiche L'assessore regionale Massimo Russo replica alle critiche: "Non mi farò tirare per la giacchetta da nessuno. Il mio piano per cambiare il sistema si ispira ai principi della trasparenza e del rispetto del fabbisogno dei cittadini. Per i laboratori in convenzione serve una cura dimagrante. Nessun taglio sui disabili". Intanto, nelle strutture private partono le prime lettere di licenziamento: "Colpa dei tagli messi in pratica dal piano di rientro", dicono i titolari. Attivato un indirizzo e-mail per i cittadini dissalatori di Trapani e Gela all'ex presidente di Confindustria Caltanissetta, Pietro Di Vincenzo, a cui sono stati ora confiscati i beni. Non se ne fece niente"."Sono stanco - conclude - di amministrazioni che firmano protocolli di legalità: l'antimafia non è una formalità ma una questione di sostanza".
03/09/2008

Sanità, tagli e polemiche in Sicilia

L'assessore regionale Massimo Russo replica alle critiche: "Non mi farò tirare per la giacchetta da nessuno. Il mio piano per cambiare il sistema si ispira ai principi della trasparenza e del rispetto del fabbisogno dei cittadini. Per i laboratori in convenzione serve una cura dimagrante. Nessun taglio sui disabili". Intanto, nelle strutture private partono le prime lettere di licenziamento: "Colpa dei tagli messi in pratica dal piano di rientro", dicono i titolari. Attivato un indirizzo e-mail per i cittadini
PALERMO - Sono già pronte le prime dieci lettere di licenziamento dei dipendenti del Centro medico Mantia, presidio ambulatoriale di recupero e riabilitazione funzionale tra i più storici di Palermo. A queste si aggiungono altre 300 lettere di licenziamento giunte negli uffici del Ctds (coordinamento tutela diritti sanità). Per il titolare del Centro, Fabrizio Mantia, questi "tagli" sono provocati dalle manovre del piano di rientro predisposto dall'assessorato regionale alla Sanità."Domani dovrò dire a 10 dipendenti che lavorano nel mia struttura - dice Mantia - di non venire più a lavorare perchè materialmente non ho come pagare i loro stipendi. Queste sono le prime conseguenze dei tagli messi in pratica dal piano di rientro: immobilizzare il sistema del lavoro con ricadute sulla qualità del servizio sanitario. Saranno messi alla porta personale amministrativo, fisioterapisti e ausiliari sanitari".Intanto Mimmo Marasà, rappresentante del Ctds lancia l'allarme "in sede sono arrivate altre 300 lettere di licenziamento di dipendenti sanitari di varie strutture di Palermo e provincia. Lavoratori che dall'oggi al domani si trovano senza uno stipendio". Infine aumentano ogni giorno "le firme di cittadini che - conclude Marasà - sottoscrivono petizioni contro la politica dell'assessorato regionale alla sanità. Siamo arrivati a diverse migliaia""Non mi farò tirare per la giacchetta da nessuno. Il mio piano per cambiare il sistema sanitario siciliano si ispira ai principi della trasparenza e del rispetto del fabbisogno dei cittadini. E il presidente Raffaele Lombardo mi dice di andare avanti con 'rigore e imparzialità". L'assessore regionale siciliano alla Sanità, Massimo Russo, ex pm, respinge così la critiche alla sua azione amministrativa. "Ho programmato il mio mandato per i prossimi cinque anni - ha aggiunto in una conferenza stampa - se mi cambiano il piano di rientro sarò ben lieto di applicarne un altro. Ma sino a quando vi è in vigore questo contratto siglato dal mio predecessore Roberto La Galla io lo applicherò alla lettera". Russo ha annunciato che "entro mercoledì prossimo incontrerò il ministro del Welfare Maurizio Sacconi a cui devo riferire i risultati raggiunti. Il rischio è perdere un mutuo da 2 miliardi e 200 milioni di euro. Per questo devo andare avanti senza cedimenti". "La rete dei laboratori di analisi pubblici e privati è perfettamente in grado di assorbire la domanda di tutti i siciliani e anche forse dei calabresi". "Ed è anche per questo - ha aggiunto - che è necessaria una cura dimagrante di queste strutture che non penalizzerà il sistema. Ho fatto una verifica con i responsabili sanitari e ho scoperto fra l'altro che solo al Policlinico di Palermo vi sono ben 36 laboratori di analisi con una moltiplicazione di reagenti clinici e di personale"."Le aziende ospedaliere - ha continuato - sono state allertate e hanno assicurato di avere la capacità di risposta ai fabbisogni dei cittadini". Per quanto riguarda i convenzionati esterni "se esauriscono il budget - ha affermato - essi devono applicare la tariffa sociale che prevede l'abbattimento del costo del 60 per cento". Russo ha inoltre annunciato di avere incontrato l'assessore regionale al Bilancio Michele Cimino con il quale "abbiamo trovato dei risorse liberate dei fondi europei da destinare a progetti di sviluppo". "Non sarà effettuato alcun taglio alle prestazioni dei disabili. Non saranno penalizzati da alcun provvedimento restrittivo previsto dal piano di rientro" ha detto l'assessore regionale alla Sanità, Massimo Russo, durante una conferenza stampa. "Non ho la stella di sceriffo - ha aggiunto - nè il cappello a falde larghe nè la toga, ma un abito blu da tecnico in giunta. Le prestazioni di riabilitazione sono garantite dall'articolo 26 di una legge statale del 1978 che la Regione ha fatto propria e che prevede che le prestazioni sanitarie dirette al recupero funzionale e sociale dei soggetti affetti da malformazioni fisiche, psichiche o sensoriali, sono erogate dalle unità sanitarie locali attraverso i propri servizi". Russo respinge quindi ogni forma "di terrorismo politico e allarme sociale".È attivo e a disposizione dei cittadini, per segnalazioni e lamentele, un indirizzo email predisposto dall'assessorato regionale alla Sanità. L'indirizzo è: staffsanita@regione.sicilia.it. "Ho deciso di utilizzare un indirizzo al quale rivolgersi per le segnalazioni dei cittadini utenti - ha detto Russo -, grazie alle quali posso ascoltare le loro esigenze. Tutti hanno una ricetta ma nessuno ascolta il malato e la sanità è malata".
03/09/2008

Le strutture convenzionate sono il capro espiatorio dei mali della sanità!

Aldo Altese, vicepresidente regionale ANISAP, ci ha inviato questa "lettera aperta", che pubblichiamo.

Ci pare che il “pianeta sanità siciliano” affondi sempre più nel caos, e ciò anche in riferimento alla tipologia e ai contenuti della comunicazione mediatica che la stampa quotidianamente diffonde.
Partiamo dal dato di fondo: la Sicilia è la terza regione in ordine all’entità del “buco” della sanità. E non è difficile identificarne le ben note cause che, in una allegra (per non dire dissoluta) gestione che si è protratta per troppo tempo senza che alcuno abbia voluto intervenire, hanno prodotto il deficit che oggi fa tanto scalpore.
In tutto questo una cosa è certa e incontrovertibile: i Convenzionati, erogando prestazioni a basso costo e praticamente senza liste d’attesa, non hanno mai superato la spesa prevista dalla regione, dunque con il deficit non hanno nulla a che spartire.
Di contro, chissà perché, sono stati designati quale capro espiatorio dei mali della sanità per pagare il fio delle malefatte altrui.
Ma la politica di questa regione ha fatto una scelta da cui non recede: i Convenzionati, per quanto virtuosi, devono pagare il conto. Non è dunque tanto peregrino il sospetto che la “pulizia etnica“ di un comparto debba essere la premessa per lasciare spazio a nuovi “gestori” di un ipotetico business della salute.
Ci preoccupa poi il regime inquisitorio che traspare da alcune notizie giornalistiche. Si dice che l’Assessore voglia “controllare la spesa” delle strutture convenzionate. Onestamente non capiamo. Perché se esistono truffatori è chiaro che questi vanno comunque perseguiti, ma posto che ogni specialista utilizzerà il proprio budget erogando le relative prestazioni richieste, è altrettanto ovvio che, esaurito tale budget, non potrà che far pagare anche i soggetti esenti che lo sceglieranno.
In questa incresciosa realtà i Cittadini esenti, per non pagare, dovranno ricorrere alle strutture pubbliche, peraltro neanche verificate ai fini dell’accreditamento e quindi probabilmente non in possesso dei relativi requisiti, col risultato che da un lato è stato calpestato il diritto alla libera scelta del Cittadino e dall’altro la Regione spenderà molto di più. Per non parlare delle bibliche liste d’attesa. Dove è dunque il tanto pubblicizzato contenimento della spesa?
Ricordiamo poi, per inciso, che gli ospedali istituzionalmente non sono nemmeno legittimati ad erogare prestazioni specialistiche (che attengono alla medicina del territorio) se non ai degenti.
Ma tutto quanto detto è una scelta della politica che non può certamente essere scaricata sui Convenzionati.
Ognuno si assuma le proprie responsabilità di fronte all’opinione pubblica e alla propria coscienza.
Grazie per l’ospitalità.
Aldo Altese
Vicepresidente regionale ANISAP

Incredibile a Corleone. In due minuti approvato il conto consuntivo 2007!

Se ha un minimo di buon senso, un Comune che ha organizzato con altri una serata importante come quella di ieri a Ficuzza per ricordare Carlo Alberto Dalla Chiesa, non convoca per la stessa serata il consiglio comunale. E se, per una serie di incomprensibili disguidi, lo fa, ripara alla “gaffe procedurale”, rinviando la seduta e precipitandosi a Ficuzza. Ma buon senso politico e buon gusto istituzionale non sono di casa nel consiglio comunale di Corleone e nell’amministrazione. Tant’è che, ieri sera alle 20,20 (la manifestazione di Ficuzza era fissata per le 21.00 e per arrivarci da Corleone occorrono circa 15 minuti), il consigliere Giuseppe Giandalone (An) ha chiesto il prelievo di alcuni punti dell’ordine del giorno (variazioni di bilancio e conto consuntivo 2007) per trattarli immediatamente. Mi ero permesso di chiedere il rinvio della seduta, perché argomenti così importanti, per una questione di serietà e di rispetto istituzionale, non si possono trattare in pochi minuti, annunciando l’abbandono dell’aula per andare a Ficuzza alla commemorazione di Dalla Chiesa. Ma la maggioranza consiliare (ormai quasi tutti i consiglieri comunali) non hanno voluto sentire ragioni. Sono gli stessi che hanno rinviato sedute e sedute per i motivi più banali. Stavolta, invece, hanno messo ai voti la proposta di Giandalone, se la sono votata ed hanno approvato in pochi minuti tutto, approfittando dell’opposizione che era andata via per recarsi a Ficuzza. Poi anche questi consiglieri e questi amministratori hanno avuto la faccia tosta di recarsi a Ficuzza, riempiendosi ipocritamente la bocca di parole come democrazia, libertà, rispetto delle istituzioni, confronto, condivisioni di percorsi.
Ma perché questa fretta di approvare il consuntivo 2007? Perché questo non voler sentire ragioni? L’amministrazione Iannazzo ha ormai in consiglio una maggioranza “bulgara”. Quindi, nessuna preoccupazione di non avere i numeri. Allora, l’unica spiegazione è che Iannazzo & C. non volevano sentirsi rivolgere domande imbarazzanti. Ecco la sfilza di domande, che avrei voluto fare durante il dibattito, ma che mi è stato impedito. Perché, nonostante gli impegni assunti, il comune ancora non ha un inventario attendibile dei beni immobili, allegati al consuntivo? È serio che non si sappia con certezza quali sono i beni che il comune possiede, il loro valore, l’uso che ne viene fatto (chi li ha in uso? A quali condizioni?)? E poi ancora: perché c’è un crollo delle entrate per investimenti (da 10-12 milioni di euro del 2005-2006, si è passati a 3 milioni nel 2007)? Perché tanti mandati non pagati? Perché non si riesce a riscuotere i ruoli acqua e i canoni delle case popolari? Tutte osservazioni fatte dal Collegio dei revisori (in maniera felpata perché c’è aria di rinnovo….), alle quali ieri sera nessuno ha dato risposte. Anche perché il presidente Mario Lanza, il suo vice Lillo Marino e tantissimi altri consiglieri non hanno la “curiosità” di sapere queste cose.
Dino Paternostro
3 settembre 2008

Il Presidente Napolitano: "Il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa è un esempio"

Il presidente Giorgio Napolitano interviene con un messaggio nell'ambito delle commemorazioni a 26 anni dall'assassinio del generale a Palermo: "Punto di riferimento per la comunità nazionale". Fini: "Insegnamento prezioso". Manganelli: "Il suo sacrificio non è stato vano"
PALERMO - Le cerimonie per commemorare il prefetto Carlo Alberto dalla Chiesa, la moglie Emanuela Setti Carraro e l'agente di scorta Domenico Russo, uccisi 26 anni fa in un agguato, sono iniziate stamani a Palermo con la deposizione di una corona di fiori nella caserma dei carabinieri in cui ha sede il Comando regione carabinieri "Sicilia". Il generale Arturo Esposito, accompagnato dagli ufficiale del comando provinciale di Palermo, ha deposto la corona, ed ha ricordato in un beve discorso la figura e l'esempio del generale assassinato dalla mafia."A ventisei anni dall'agguato di via Carini a Palermo, ricordo con immutata commozione il Prefetto Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, la giovane moglie Emanuela Setti Carraro e il coraggioso agente di scorta Domenico Russo, vittime di un barbaro atto di violenza eversiva che intendeva affermare il predominio del potere criminale mafioso sulle leggi dello Stato e minare le basi della civile convivenza". È quanto scrive il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, nel messaggio inviato al Prefetto di Palermo, Giancarlo Trevisone."Il tremendo e vile attentato - sottolinea il capo dello Stato - colpì un servitore dello Stato che, per la sua profonda adesione ai valori della Costituzione e per il rigoroso impegno civile e morale nella lotta al terrorismo e alla criminalità organizzata, ha costituito un essenziale punto di riferimento per l'intera comunità nazionale e, in particolare, per tutti coloro che avevano potuto quotidianamente apprezzarne la ferrea determinazione e la capacità di adottare innovativi metodi di investigazione. L'impegno delle istituzioni e la reazione della società civile hanno permesso di ottenere significativi successi nella lotta alle organizzazioni mafiose: quell'impegno e quella reazione devono continuare con pari intensità, traendo forza dall'esempio e dalla memoria di quanti hanno saputo servire gli interessi della collettività fino al sacrificio della vita".L'esempio del gen. Dalla Chiesa fornisce un "insegnamento prezioso" per affermare la legalità: lo dice il presidente della Camera dei deputati, Gianfranco Fini, nel messaggio al Prefetto di Palermo."Mi unisco a voi - scrive Fini - nel commosso ricordo delle vittime di un eccidio che ha segnato profondamente la storia repubblicana, rimanendo nella memoria degli italiani come uno dei momenti più tragici e dolorosi nella lotta condotta dallo Stato e dalla società civile contro la mafia e contro tutte le forme del crimine organizzato"."I miei sentimenti vanno all'uomo straordinario che ha pagato con la vita la dedizione nello Stato, ma anche a quanto questo Stato ha fatto fino ad oggi, penso ad esempio ai pericolosi latitanti arrestati". Queste le riflessioni del capo della polizia, prefetto Antonio Manganelli. "I miei pensieri sono quelli di un investigatore - ha proseguito Manganelli - che ha messo le proprie mani nel fango della mafia. Ma il sacrificio non è stato vano e questo mi stimola sempre più ad essere, oggi da capo della polizia, al fianco di chi combatte ancora questa dura battaglia".
03/09/2008

Ficuzza. I corleonesi onesti hanno ricordato Carlo Alberto Dalla Chiesa

Una serata “magica” e pubblico delle grandi occasioni, ieri a Ficuzza, per ricordare Carlo Alberto Dalla Chiesa. Insieme ai giovani volontari del campo “Liberarci dalle spine” e ai soci lavoratori della coop sociale “Lavoro e non solo”, c’erano l’Arma dei Carabinieri, l’Arci, la Cgil, il Comune e la Rai-Sicilia, rappresentata dal direttore Vincenzo Morgante, il sen. Giuseppe Lumia. E poi – circostanza importantissima – anche tanti cittadini comuni di Corleone e della borgata, che hanno voluto fare memoria di un servitore dello Stato come Carlo Alberto Dalla Chiesa, che i primi passi da investigatore li mosse proprio qui, nel lontano 1949. Allora Dalla Chiesa era un giovane capitano, che aveva scelto di venire volontario a Corleone per combattere mafia e banditismo. E subito affrontò il “caso Rizzotto”, cioè l’assassinio per mano mafiosa del giovane segretario della Camera del lavoro di Corleone, avvenuto la sera del 10 marzo 1948. “Scoprirò gli assassini – promise alla famiglia – perché Rizzotto era un partigiano come me!”. E fu di parola. Arrestò Pasquale Criscione e Vincenzo Collura, denunciò Luciano Liggio, ritrovò i resti di Placido. Ma la giustizia ingiusta di allora assolse gli imputati per insufficienza di prove.
Il 20 agosto 1982, proprio a Ficuzza, da prefetto di Palermo, Carlo Alberto Dalla Chiesa tenne il suo ultimo discorso pubblico, onorando la memoria del suo amico e collaboratore colonnello Giuseppe Russo, che la mafia dei “corleonesi” aveva assassinato nel 1977. Con lui c’era il ministro degli interni di allora Virginio Rognoni. Dalla Chiesa definì “vigliacchi” i mafiosi, chiese a Rognoni gli strumenti per combatterli. Non fu ascoltato, rimase solo, fu assassinato con la moglie Emanuela Setti Carraio e l’agente di scorta Domenico Russo la sera del 3 settembre 1982, in via Isidoro Carini, a Palermo. “Qui è morta la speranza dei palermitani onesti!”, scrisse quella sera una mano anonima su un manifesto. Ma, sull’onda dell’emozione per quelle tragiche morti, il 13 settembre il Parlamento fu quasi costretto ad approvare la legge La Torre-Rognoni, che per la prima volta introdusse nel codice penale italiano il reato di “associazione mafiosa” (art. 416/bis) e la possibilità di sequestrare e confiscare i patrimoni mafiosi. Strumenti importanti nella lotta alla mafia, che oggi hanno consentito la nascita delle coop sociali che lavorano sui terreni confiscati. Strumenti che vanno affinati, ammodernati, resi più incisivi, come hanno messo in rilievo l’ex sindaco di Corleone, Pippo Cipriani, coordinatore della serata, e il sen. Lumia. Il comune di Corleone la sua parte ha cercato di farla – ha sottolineato il sindaco Nino Iannazzo - assegnando tutti i beni confiscati nella sua disponibilità, tra cui le case confiscate ai fratelli Grizzaffi, nipoti di Totò Riina, e al fratello di Bernardo Provenzano. Ma la memoria resta importante per orientarci oggi, per avere una “stella polare”, per riconoscere nei soci lavoratori delle cooperative che operano sui terreni confiscati i naturali eredi dei contadini di Rizzotto, come ha messo in rilievo l’intervento del segretario della Camera del lavoro di Corleone, Dino Paternostro. In questo campo, la Rai siciliana può fare molto, “rispolverando” i propri archivi, che contengono materiali importanti, utilissimi a conoscere il passato. E Morgante si è impegnato ad agevolare questi percorsi. Già ha cominciato a farlo, mettendo a disposizione dell’Arma l’intervento di Dalla Chiesa a Ficuzza del 20 agosto 1982, che è stato proiettato nella piazza prima del dibattito, nell’ambito di un documentario. A ringraziare i presenti ci ha pensato Calogero Parisi, presidente della “Lavoro e non solo”, che ha parlato della fatica e della soddisfazione provate lavorando sui terreni dove scorazzavano i boss mafiosi. Infine, ha invitato a degustare i prodotti provenienti dai beni confiscati: dell’ottima pasta a forno, del buonissimo sfincione, e del generoso vino bianco. Tutti prodotti con in più la vitamina “L” della Legalità.
3 settembre 2008

martedì 2 settembre 2008

Confiscati beni al figlio del boss mafioso Benedetto Spera

La Dia di Palermo ha bloccato beni immobili, imprese e rapporti bancari per un valore di oltre tre milioni di euro a Giovanni Spera, 48 anni, accusato di mafia e figlio di Benedetto, uomo di fiducia di Bernardo Provenzano
PALERMO - La Direzione investigativa antimafia di Palermo ha confiscato beni immobili, imprese e rapporti bancari per un valore di oltre tre milioni di euro, nei confronti Giovanni Spera, 48 anni, accusato di mafia e figlio del boss Benedetto Spera, detenuto, ritenuto il capomafia di Belmonte Mezzagno, uomo di fiducia di Bernardo Provenzano.Il provvedimento, emesso dai giudici della sezione misure di prevenzione del tribunale di Palermo, su proposta del procuratore della Repubblica di Termini Imerese, ha interessato beni situati in due comuni della provincia di Palermo ed in altrettante cittadine della provincia dell'Aquila. I giudici hanno anche ordinato l'applicazione, a carico di Spera, della misura di prevenzione personale della sorveglianza speciale, con obbligo di soggiorno, per la durata di tre anni.La confisca dei beni eseguita dalla Dia di Palermo non ha riguardato solo l'imprenditore Giovanni Spera, figlio del capomafia di Belmonte Mezzagno, Benedetto Spera, ma anche alcuni suoi familiari e persone a lui legate. I giudici hanno confiscato quattro appezzamenti di terreno in provincia di Palermo e dell'Aquila; due appartamenti a Palermo, ed uno ad Avezzano (Aquila); l'intero capitale sociale, nonchè i beni aziendali della Calcestruzzi Santa Rita snc, con sede a Belmonte Mezzagno; vari conti correnti bancari intrattenuti presso la filiale del Banco di Sicilia di Belmonte Mezzagno ed un deposito a risparmio nominativo della filiale di Capistrello (Aquila) della Banca Popolare della Marsica.Giovanni Spera è ritenuto socialmente pericoloso in quanto inserito in Cosa nostra, nell'ambito della quale riveste un ruolo di assoluta preminenza. Nel 1994 Giovanni Spera si trasferì in Abruzzo, nella provincia dell'Aquila, allo scopo di sottrarsi ad una sanguinosa faida che, a partire dal luglio 1991, si era scatenata tra la famiglia di appartenenza e fazioni contrapposte. Nel luglio 1999, a conclusione di indagini svolte dalla Dia di Palermo, Giovanni Spera venne arrestato per associazione mafiosa. In seguito è stato condannato in Appello a cinque anni di reclusione.
02/09/2008

Confindustria Sicilia non molla!

L'associazione siciliana degli imprenditori prosegue sulla linea della fermezza nella guerra al racket: 10 espulsi, altri 30 associati sospesi, in totale 51 provvedimenti al vaglio dei probiviri. C'è pure chi ha preferito allontanarsi per evitare l'espulsione. Il presidente Lo Bello: "Essere cacciati vuol dire esporsi alla gogna pubblica. Un modello? Gela, dove non si fa antimafia di facciata. E adesso dobbiamo compiere un salto di qualità e collaborare nella lotta al riciclaggio e all'aggressione dei patrimoni degli imprenditori collusi ". Aumentano gli iscritti: "Oggi Libero Grassi non sarebbe più solo".
Palermo, 2 settembre 2008 – Ad un anno dalla riunione straordinaria a Caltanissetta del Consiglio direttivo di Confindustria Sicilia che introdusse nel Codice etico l’incompatibilità fra l’essere associati a Confindustria e avere rapporti con la criminalità organizzata, oggi a Palermo il presidente degli industriali siciliani, Ivan Lo Bello, ha tracciato un bilancio “qualitativo e quantitativo” dell’impegno dell’organizzazione per l’affermazione della legalità nell’economia dell’Isola.
“Sotto il profilo qualitativo – ha spiegato Lo Bello – è aumentata notevolmente la percezione del fenomeno mafioso come fattore che impedisce lo sviluppo economico e civile ed in questo contesto oggi la Sicilia è percepita nel Paese e all’estero come la regione del Mezzogiorno che sta cercando più concretamente di cambiare. E c’è un pezzo di società civile, nazionale ed internazionale, che guarda con fiducia alla Sicilia. Tant’è che registriamo un fronte importante di imprenditori che sta valutando positivamente l’esistenza finalmente di condizioni per realizzare investimenti nella nostra regionale”.
Quanto ai dati, Ivan Lo Bello, assieme ai presidenti Antonello Montante (Caltanissetta), Giuseppe Catanzaro (Agrigento), Nino Salerno (Palermo), Davide Durante (Trapani), Ivo Blandina (Messina), Marco Venturi (Piccola Industria) e Giorgio Cappello (Giovani), ha dichiarato che dopo l’1 settembre 2007 64 imprenditori hanno deciso di collaborare attivamente con le forze dell’ordine o denunciando gli estortori o confermando le evidenze investigative (prima erano meno di 5) e che per 51 associati è scattata l’applicazione del Codice etico.
Di questi, 30 sono sospesi e, se non decideranno di collaborare, saranno espulsi; per altri 10 è scattata la sanzione massima, mentre 10 si sono allontanati spontaneamente prima dell’adozione del provvedimento estremo. Confindustria Trapani e Messina hanno inoltre invitato gli associati a produrre i certificati antimafia e dei carichi pendenti, e quelli che non l’hanno fatto saranno deferiti ai probiviri per l’adozione dei provvedimenti necessari.
L’azione antimafia ha prodotto altri due risultati positivi: chi deve aprire una nuova azienda, piuttosto che chiedere alla mafia la “messa a posto”, oggi chiede assistenza preventiva alle forze dell’ordine e alle associazioni industriali. E l’azione per la legalità è diventata un punto di forza del sistema associativo, tanto che le richieste di nuove iscrizioni alle associazioni provinciali nell’ultimo anno sono aumentate.
Lo Bello, a dimostrazione che la strada imboccata è quella giusta, ha citato varie novità.
E’ aumentata la collaborazione con le associazioni antiracket e con le altre organizzazioni di categoria e, laddove si è consolidata la fiducia nelle istituzioni, gli imprenditori hanno visto bene l’azione di Confindustria e hanno scelto di collaborare.
Ivan Lo Bello ha, in particolare, apprezzato “il ruolo efficace che sta avendo a Palermo un originale modello come l’esperimento di Libero Futuro, perché associa la freschezza dei giovani di ‘Addiopizzo’ e la consolidata competenza e esperienza del mondo antiracket”.
Su questa strada si andrà avanti nel prossimo anno, rinnovando l’invito agli associati a prendere coraggio e denunciare gli estortori, ma anche intensificando il rapporto con le forze dell’ordine “per disboscare la zona grigia e di collusione – ha detto Lo Bello - fra la mafia e una minoranza dell’imprenditoria che non paga il pizzo, ma che sta sul mercato artificialmente grazie al sostegno della criminalità”. Di questo Lo Bello e gli altri presidenti hanno discusso oggi in un incontro con il neo-questore di Palermo, Alessandro Marangoni.
Altra importante innovazione, oltre all’aumento di costituzioni di parte civile, è la possibilità, introdotta per la prima volta ad Agrigento in un procedimento, di svolgere l’incidente probatorio molto tempo prima dell’avvio del dibattimento, per consentire agli imprenditori di confermare le denunce e di sottrarsi subito alle minacce di ritorsione.
“Solleciteremo gli avvocati difensori – ha dichiarato Lo Bello – affinché questo schema sia ripetuto sempre”.
Il presidente di Confindustria Sicilia, poi, ha annunciato l’imminente nascita di altre associazioni antiracket.
Riferendosi, infine, all’altro nodo che frena lo sviluppo, cioè l’infiltrazione di Cosa nostra nel sistema pubblico, Lo Bello ha auspicato che “il presidente della Regione, Lombardo, così come promesso, accolga al più presto la nostra richiesta di una commissione di altissimo livello, composta da magistrati non più in prima linea e da studiosi, per definire un codice etico di governance delle pubbliche amministrazioni che issi un argine alle infiltrazioni mafiose. Ma già consideriamo segnali positivi le dichiarazioni dell’assessore alla Presidenza, Ilarda, e l’iniziativa per la riforma dei consorzi Asi assunta dall’assessore all’Industria, Gianni”.
Su questo versante è stato rinnovato l’invito ai sindaci “ad un impegno costante a fianco degli imprenditori per sostenerne il coraggio”. Lo Bello, ammettendo che vi sono numerosi primi cittadini impegnati, ma anche “tante situazioni di timidezza”, ha citato per tutti l’esempio “del sindaco di Gela, Rosario Crocetta, che pur operando in un contesto difficilissimo, ha adottato provvedimenti amministrativi concreti sul fronte antimafia ottenendo risultati esaltanti: 90 imprenditori che collaborano, di cui 40 dopo l’1 settembre (20 sono associati a Confindustria Caltanissetta) e una grande società come l’Eni aiutata a superare una complessa situazione di infiltrazioni”.

2 settembre 2008

Libertà sul web e caso Ruta. Sentenza shock

Le motivazioni della condanna non appartengono ai contesti di una vera democrazia. Secondo il giudice, il blog Accadeinsicilia era addirittura un giornale quotidiano. Per l´informazione in rete potrebbe essere l´inizio del countdown.Il testo della sentenza emessa dal giudice Patricia Di Marco, che per la prima volta in Italia e in Europa ha condannato per stampa clandestina il curatore di un blog, non solo legittima la preoccupazione e la protesta che si sono levati dalle rete e dal paese negli ultimi mesi, ma offre ulteriori motivi di allarme. Come attestano le carte processuali e le note informative della polizia postale di Catania, la periodicità regolare di "Accadeinsicilia" non è stata assolutamente provata. Non poteva esserlo del resto, trattandosi di un normale blog. Il giudice conclude nondimeno che il sito citato non era soltanto un periodico: era addirittura un giornale quotidiano, condotto in clandestinità. Un assurdo, evidentemente: ma per far quadrare il circolo di una condanna necessaria, a dispetto della discontinuità di pubblicazione che emergeva dai dati, non ci poteva essere altra soluzione.Tale fatto giudiziario viene da un contesto difficile. Come testimoniano numerosi eventi, alcuni poteri forti della Sicilia, sottoposti a critica, stanno facendo il possibile per far tacere Carlo Ruta, reo solo di credere nel proprio lavoro di ricerca e documentazione. Basti dire che solo negli ultimi mesi sono state inflitte allo storico ben quattro condanne, a pene pecuniarie e risarcimenti ingentissimi, per complessivi 97 mila euro, presso tre tribunali della regione. La gravità della condanna di Modica, pur rappresentativa del "senso della giustizia" che vige in taluni ambiti della frontiera siciliana, va comunque ben oltre gli scenari di riferimento, recando un naturale riscontro nell´attuale situazione politica, che sempre più pone in discussione le libertà sancite dall´articolo 21 della Costituzione. Lontana dai motivi di una vera democrazia, ma prossima alle logiche che vigono a Teheran e a Pechino, la sentenza siciliana apre di fatto un varco pericolosissimo, offrendo ai potentati italiani, sempre più timorosi della libertà sul web, un precedente per poter colpire i blogger scomodi, i siti che fanno informazione libera, documentazione, inchiesta. E´ quindi importante che la risposta a tale atto, già imponente in rete e significativa in altri ambiti, si estenda ulteriormente.
Giovanna Corradini (redattrice)

Nikos Klitsikas (storico - Grecia)

Paolo Fior (giornalista)

Nello Lo Monaco (geologo)

Vincenzo Gerace (cancelliere)

Roberto S. Rossi (giornalista)

Carlo Gubitosa (giornalista scrittore)

Carla Cau (associazionismo ragusano)

Serena Minicuci (giornalista)

Vincenzo Rossi (giornalista)

Teodoro Criscione (studente)

Antonella Serafini (giornalista)


Per contatti e informazioni:

accadeinsicilia@tiscali.it - cell. 347-4862409 - www.giornalismi.info/vocilibere Per testimonianze: carlo.ruta@tin.it

lunedì 1 settembre 2008

Morti sul lavoro, strage infinita: tre vittime a Catania e Lodi

In Sicilia un treno ha travolto due operai vicino alla stazione di Motta Sant'Anastasia. Le Ferrovie: non indossavano cuffie antirumore né gli indumenti ad alta visibilità. Ferrero: "Questi drammi sono una vergogna nazionale"
CATANIA - Si allunga l'elenco dei morti sul lavoro. Una lista che non fa distinzioni tra nord e sud. Le ultime vittime, in ordine di tempo, sono due operai a Catania ed un altro nel Lodigiano. Giuseppe Virgillito, 35 anni, si sarebbe sposato a breve, mentre il suo collega, Fortunato Calabrese, 58 anni, era a soli sei mesi dalla pensione. I due operai delle Ferrovie sono stati travolti nella tarda mattinata dal treno regionale 382 Palermo-Catania, nei pressi della stazione di Motta Sant'Anastasia, nel catanese. Giuseppe e Fortunato, entrambi iscritti alla Cisl di Catania, facevano parte di una squadra di 5 tecnici che stava lavorando a linea aperta. I due stavano utilizzando un martello pneumatico. Il treno, partito da Palermo con destinazione Catania, non doveva fermarsi in quella stazione, ma soltanto rallentare. E sembra che l'abbia fatto. Ma il macchinista avrebbe visto soltanto all'ultimo momento i due operai sui binari: avrebbe avviato il fischio di segnalazione più volte e frenato bruscamente. Ma inutilmente. L'impatto è stato inevitabile, e i due operai sono morti sul colpo. Sul posto si sono recati agenti della polizia ferroviaria del capoluogo etneo e carabinieri della compagnia di Paternò per le indagini. La Procura della Repubblica di Catania ha aperto un fascicolo ipotizzando il reato di omicidio colposo plurimo: "Il nostro primo obiettivo - ha spiegato il procuratore aggiunto Vincenzo Serpotta - sarà ricostruire la dinamica dell'accaduto e accertare eventuali responsabilità nel caso in cui la tragedia poteva essere evitata". Un'inchiesta interna è stata avviata anche da Rfi e da Ferrovie dello Stato, che in base ai primi accertamenti sostiene che le due vittime non indossavano cuffie antirumore né gli indumenti ad alta visibilità in dotazione a tutto il personale operativo e di cui è previsto l'uso in caso di lavori sui binari, in prossimità e lungo le linee ferroviarie. Accertamenti sono stati disposti anche dal ministro ai Trasporti, Altero Matteoli, auspicando che "in tempi rapidi si arrivi ad accertare modalità dell'incidente, alle cause che lo hanno determinato, individuando eventuali responsabilità". Per la Cgil "l'incidente è frutto dei tagli continui sulla sicurezza" e la "tragedia poteva essere evitata se non fosse mancata la figura di norma preposta al controllo dei transiti di treni durante le manutenzioni".
01/09/2008

Le reazioni: durissimi Prc e Pdci
ROMA - "La morte dei due lavoratori delle Fs avvenuta oggi nei pressi della stazione di Motta Sant'Anastasia, tra Catania e Palermo, è una vera vergogna nazionale": Lo afferma Paolo Ferrero, segretario del Prc. "Al magistrato che indagherà su come si sono svolti i fatti - prosegue - consigliamo di rivedere un vecchio film del regista inglese Ken Loach, 'Paul, Mick e gli altri', che racconta di quante morti, tragedie, disperazione,drammi umani e sociali, hanno causato l'esternalizzazione delle Ferrovie e le privatizzazioni selvagge, in Gran Bretagna come in Italia. È una vera vergogna inoltre che le stesse Fs che licenziano il ferroviere Dante De Angelis, la cui unica colpa è stata quella di denunciare gli incidenti e i rischi dei tagli e dell'alta velocità nel sistema ferroviario italiano, non sappiano fare altro che risparmiare sui costi, esternalizzando servizi essenziali e mettendo a rischio la vita dei loro stessi dipendenti"."Il ripetersi di questi drammatici eventi risulta davvero inaccettabile": è quanto scrive il Presidente del Senato, Renato Schifani, nel messaggio inviato al prefetto di Catania, dopo aver appreso - "con immenso dolore" - la notizia della tragica morte degli operai Giuseppe Virgillito e Fortunato Calabrese. "Intendo ribadire ancora una volta - aggiunge il Presidente Schifani - che le istituzioni e tutte le forze sociali del paese hanno il dovere morale, ancor prima che civile, di continuare ad agire con determinazione ed energia per vincere una volta per tutte la piaga delle morti sul lavoro"."Quello che è accaduto a Catania dimostra che le morti bianche non sono un problema statistico, non una fatalità ma una strage quotidiana". Lo afferma il parlamentare dell'Italia dei valori Giuseppe Giulietti. "Si continua a morire nei cantieri, nelle fabbriche. Da Roncadelle, a Brescia e oggi di nuovo a Catania - aggiunge l'esponente dell'Idv - e con la ripresa dell'attività è ripresa la cronaca degli infortuni mortali. Nessuno pensi di cavarsela modificando le statistiche nè tanto meno con facili battute. Sono anche queste le ragioni - osserva Giulietti - per cui Articolo21 promuove la carovana per il lavoro sicuro che toccherà le principali città che sono state teatro di incidenti sul lavoro e che partirà da Venezia venerdì prossimo alle 11, all'interno della 65a Biennale del Cinema che proprio al tema delle morti bianche ha voluto dedicare una proiezione speciale in collaborazione con Articolo21"."Colpevole" della morte dei due operati delle Fs "è il padrone del vapore, cioè l'a.d. delle Ferrovie, che portando avanti una politica del massimo risparmio taglia in primo luogo sulla sicurezza: manutenzione, controlli, squadre di lavoro ridotte": così Dino Tibaldi responsabile lavoro del Pdci. "Due morti evitabili - sottolinea - infatti era sufficiente che la squadra fosse composta, oltre che dai due operai che indossavano le cuffie antirumore, da altri due che presiedessero ai lavori, così come previsto dalla normativa vigente. Non si tratta di un incidente, di una tragica fatalità ma la morte di Giuseppe Virgillito e Fortunato Calabrese ha un colpevole". "La dirigenza delle Fs - conclude - dovrebbe affrontare questi problemi invece di accanirsi nel perseguitare e licenziare lavoratori ed Rls"."Due operai sono morti travolti da un treno a Motta Sant'Anastasia. La Uil ammaina le proprie bandiere in segno di lutto e, intanto, denuncia un nuovo, gravissimo incidente sul lavoro in provincia di Catania". Lo afferma Angelo Mattone, segretario provinciale del sindacato. Il sindacalista chiede "il rigoroso accertamento delle cause di un episodio tanto tragico quanto inspiegabile che avrebbe potuto avere ben altre dimensioni se fosse stata presente al completo la squadra dell'Armamento ferroviario solitamente composta da quattro operai". "Alle Ferrovie dello Stato, oltre che alle istituzioni pubbliche - conclude Mattone - chiediamo subito iniziative a favore delle famiglie dei due operai, la cui morte allunga la inquietante lista dei caduti catanesi sul lavoro"."Esprimo le mie condoglianze personali e quelle del governo regionale alle famiglie di Giuseppe Virgilito e Fortunato Calabrese e invito tutte le forze politiche e le istituzioni a un intervento deciso, determinato e definitivo per mettere la parole fine a questa carneficina. Siamo di fronte a una vera emergenza", ha detto il vicepresidente della Regione Siciliana, Titti Bufardeci. "Siamo sconvolti per quanto accaduto - ha concluso Bufardeci - ed è impossibile restare in silenzio di fronte a quello che accade. Servono misure drastiche. Sono certo che il governo regionale si farà portatore di questa battaglia civile per la sicurezza sul lavoro".
01/09/2008

sabato 30 agosto 2008

Frank Sinatra era ligure o siciliano?

Il padre del celebre cantante italo-americano era un pugile di Lercara Friddi, la madre una casalinga di Lumarzo, nella riviera ligure. Entambi sono emigrati quando il figlio aveva solo un anno. In questi anni le due città hanno deciso di gemellarsi nel nome di "The Voice" organizzando due festival musicali in suo onore
GENOVA - Genova e Palermo, uno a uno e palla al centro. Non si parla di pallone, anche se a poche ore dall'inizio del campionato, ma di note. O meglio di voci, The Voice. Frank Sinatra era più ligure o siciliano? Chiedetelo ai sindaci di Lumarzo, paese dell'entroterra genovese, e di Lercara Friddi, in provincia di Palermo. La risposta non sarà la stessa. Ma per carità non si parli di lite tra i due comuni. Anzi."Stiamo mettendo le basi per una collaborazione futura - fanno sapere dalla Regione Liguria - per un gemellaggio tra i due paesi nel nome di Frank Sinatra". Con la visita in Liguria di una delegazione della giunta siciliana a Lumarzo, in occasione della manifestazione "Hallo, Frank!", il 6 settembre.Il padre Anthony Martin (1894-1969) è un pugile siciliano, originario di Lercara Friddi, nei pressi di Palermo (ma Frank Sinatra nel 1986 durante un concerto a Milano disse che suo padre era nato a Catania), emigrato negli Usa con la sua famiglia quando aveva solo 1 anno, mentre la madre, nativa di Rossi di Lumarzo, nell'entroterra della riviera ligure di Levante, è Natalina Garaventa (1896-1977), una forte donna casalinga dagli occhi blu, divenuta poi influente quando impegnatasi in politica acquisisce credibilità coi voti degli emigranti liguri nei Democratici del North Jersey.La finta sfida a distanza ha preso il via dai natali di The Voice e da due manifestazioni organizzate in suo onore. Una a Lercara Friddi e una a Lumarzo. Il festival del paese palermitano si è già concluso qualche giorno fa. Quello di Lumarzo prenderà il via il 6 settembre.E tra gli ospiti ci saranno anche il sindaco, il vice sindaco e due assessori di Lercara. Sono stati proprio loro a contattare il comune di Lumarzo e a chiedere di potere partecipare a proprie spese all'iniziativa.
29/08/2008

Istat, arriva il crollo delle vendite al dettaglio

Il calo rispetto a giugno 2007 è del 3,4%. In crisi soprattutto la piccola distribuzione (-4,8%). Giù anche hard discount (-2,3%) e ipermercati (-1,7%)
ROMA - Le vendite al dettaglio a giugno sono diminuite dello 0,5% rispetto a maggio e del 3,4% rispetto a giugno 2007, il calo tendenziale più significativo da aprile 2005 (-3,9%). Lo rende noto l'Istat.L'istituto di statistica ricorda che i dati sul commercio al dettaglio si riferiscono al valore corrente delle vendite ed incorporano quindi la dinamica sia delle quantità sia dei prezzi. A giugno l'inflazione è stata pari al 3,8%.Il calo del 3,4% rispetto a giugno 2007 deriva da una diminuzione del 2,3% delle vendite di prodotti alimentari e da un più marcato -4,1% delle vendite di prodotti non alimentari. Tra questi tutti i gruppi di prodotti hanno registrato variazioni tendenziali negative. La flessione più marcata è stata quella dei prodotti di profumeria e cura della persona (-6%), seguita da quella di giochi, giocattoli, sport e campeggio (-5,3%), da elettrodomestici, radio, tv e registratori (-5,1%) e da dotazioni per l'informatica, per le telecomunicazioni e la telefonia (-5%).Guardando alle varie forme distributive a giugno sono state soprattutto le imprese di piccola superficie a soffrire: il calo è stato per queste del 4,8%, mentre la grande distribuzione ha registrato un -1,5%. Nella gdo hanno visto scendere le vendite sia gli hard discount (-2,3%) sia gli ipermercati (-1,7%).Nei primi 6 mesi del 2008 infine il valore totale delle vendite al dettaglio è diminuito dello 0,5% rispetto al primo semestre 2007. Le vendite della grande distribuzione sono aumentate dell'1,3%, mentre quelle delle imprese operanti sulle piccole superfici hanno subito una flessione dell'1,8%. Nei 6 mesi i prodotti alimentari hanno registrato un aumento dello 0,7%, mentre le vendite di prodotti non alimentari sono diminuite dell'1,4%
La Sicilia, 29/08/2008

Baggio: io felice senza calcio. Second life per Robi il saggio

Uno dei campioni più amati rompe un lungo silenzio e racconta la sua seconda vita. A 4 anni dall'ultima partita spiega perché non vuole un "dopo" nel mondo del pallone
di IVAN ZAZZARONI
ALTAVILLA VICENTINA (Vicenza) - Passi vent'anni sperando che torni il più presto possibile e gli altri venti augurandoti che non torni più. Perché hai invocato ostinatamente il miracolo: il rientro sempre più rapido dall'infortunio sempre più grave, per la voglia di rivedere in campo le sue giocate e la sua fantasia. E perché, soltanto dopo il ritiro, hai scoperto che l'uomo con i suoi desideri più semplici aveva preso il posto del campione e delle emozioni uniche che sapeva regalare. Dalla normalità della straordinarietà alla straordinarietà della normalità: un percorso che Roberto Baggio ha saputo compiere senza ostentazioni, con umiltà e tenacia. In mutande l'avevo lasciato quattro anni fa, Milan-Brescia l'ultima partita, e in mutande me lo ritrovo di fronte in un giorno d'agosto, "nel limbo del nulla estivo". Altavilla Vicentina, una strada in salita e una mezza curva a destra prima del portone di legno: Robi è rientrato un paio d'ore fa da Asiago e ha cominciato a tagliare l'erba con una macchina moderna eppure rumorosissima. Ettari di prato all'inglese. I pantaloni li ha sacrificati al caldo e all'umidità, ha tenuto addosso soltanto una camicia verde bottiglia e un berretto calzato alla ciclista. s ul berretto è impressa una delle tante battute importate dall'Argentina, "que perro camorrero...", "che casinista...". Indimenticabile la volta in cui Robi si presentò a Lippi - stagione nervosamente interista - con la scritta "matame si no te sirvo", ammazzami se non ti servo.
Sudato, le cicatrici che gli segnano le ginocchia e raccontano la sua storia più tormentata, conserva ancora il brillantino al lobo sinistro. "Negli ultimi mesi ho ripreso qualche chilo", quasi si scusa, "colpa del vino. Quando sono a tavola non so resistere a un paio di bicchieri di prosecco bello fresco, soprattutto in giornate come questa. Se smetto per un mese, di chili ne perdo subito quattro o cinque. E poi ho un metabolismo che fa schifo: ingrasso soltanto guardandolo, il cibo. Sono fuori registro, da sempre. Quanti aerei ho perso per colpa dell'antidoping quando giocavo. Catania, Lecce, Napoli, troppe volte mi è toccato dormire fuori e rientrare da solo la mattina seguente. Finivo la partita totalmente disidratato: le funzioni riprendevano dopo sei, sette ore. Ti lascio immaginare cosa accadeva dopo una notturna. Soltanto negli ultimi due anni a Brescia sono riuscito a risolvere il problema, evitando di fare pipì nelle ore che precedevano la partita. Poi, però, mi toccava tenerla per novanta minuti". Cosa fa Baggio? come vive? quando torna? ma ha voglia di tornare? si annoia senza il pallone? davvero non gli manca? e i vuoti come li riempie? Sempre le stesse domande per quattro anni, quelli dell'assenza. Poste con un affetto e un rispetto speciali però. "Sto bene, sul serio. Questo che vedi è il mio mondo, la casa, il prato, il bosco, il capanno, gli uccelli, il magazzino. Non credo che potrei azzerare tutto per risalire sulla giostra, oggi. Un altro trasloco non è possibile e in questo momento neanche lo desidero. Siamo in cinque, devo pensare innanzitutto ai figli, diciotto, quattordici e tre anni: hanno il diritto di essere seguiti da vicino. Mi godo la libertà di guardare con fiducia a ciò che li attende. Con tutte le cose che devo fare non ho il tempo per annoiarmi, e in fondo un po' di noia l'avevo messa in conto. Mi sento padrone delle mie giornate, è una sensazione fantastica. Avevo a lungo sognato di potermi permettere una vita del genere: di non avere più presidenti, direttori, allenatori, obblighi, scadenze, orari da rispettare. Quel che dovevo fare l'ho fatto, al calcio ho dato tutto me stesso. Fin da quando ero ragazzino, domandalo a mio padre, non ho pensato ad altro. Allenamenti, ritiri, viaggi, alberghi, partite e ancora allenamenti: mi sembrava di essere Cutolo... Non ho fatto un passo indietro, ma due avanti". Soprattutto come uomo. "Non mi va di fare discorsi troppo seri ma questo pezzo di vita l'avevo preparato. Se ci pensi, in quattordici anni di amicizia e collaborazione con Vittorio (Vittorio Petrone, il suo agente, ndr) non abbiamo mai progettato una seconda carriera, un dopo nel calcio. Volevo vedere com'è il mondo, provare il gusto delle cose semplici e fare a tempo pieno tutto quello che da calciatore mi era permesso di fare per solo venti giorni all'anno. Anche frequentare gli amici: l'amicizia è il più alto valore dell'essere umano, come mi ripeteva Ikeda, il maestro". Al polso destro porta due braccialetti di gomma con la stessa scritta, "Heroes Company". Spiega che è una delle iniziative che lo impegnano maggiormente. "Un'organizzazione no profit che ho fondato con Vittorio un anno fa, settembre duemilasette. Eravamo ospiti in un villaggio a una settantina di chilometri da Vientiane, la capitale del Laos, dove avevamo portato degli strumenti didattici per combattere l'aviaria - da sei anni sono ambasciatore della Fao. Mi aveva conquistato il lavoro dei volontari, gli eroi moderni, e ho sentito il desiderio di dare una mano. Lì è nata Heroes Company. Da mesi stiamo progettando interventi di assistenza alle persone rimaste ferite in modo grave dalle mine anti-uomo, donando arti artificiali. Sogno anche di andare in Birmania per consegnare al Nobel per la Pace San Suu Kyi - agli arresti domiciliari - il riconoscimento che le hanno assegnato il presidente Napolitano e Walter Veltroni, da sindaco di Roma. È stata lei a volere che fossi io a riceverlo al suo posto. Il problema è che in questo momento sia io sia Vittorio siamo nella black list degli indesiderati dal governo birmano". Robi sembra appagato, in perfetta armonia con le cose che lo circondano. E al presente. Gli unici ritorni che si concede sono quelli dall'Argentina, dalla Pampa. Il più recente a fine luglio. Mi mostra una foto scattata dopo una battuta di caccia: la metà del cinghiale di oltre due metri che ha centrato nella notte. "Di giorno animali di queste dimensioni non li vedi. Un maschio di 168 chili, furbo, doveva averne viste di tutti i colori: conosceva il cacciatore, le cartucce, i cani, li sentiva a chilometri. Tre uscite a vuoto e finalmente l'abbiamo incrociato di nuovo. Nelle sere precedenti avevamo incontrato soltanto femmine e piccoli, e le femmine e i piccoli non si toccano. Riuscire a pensare come l'animale che stai inseguendo, anticiparne le mosse è un gioco alla pari: istinto contro istinto, esperienza contro esperienza. E siamo nel suo territorio. Sapessi quanti contadini ci chiamano per chiederci di fermare i cinghiali che devastano i loro campi... Diverse volte ho provato a spiegare il mio rapporto con la caccia, senza riuscirci. Soltanto chi la vive con il mio stesso entusiasmo e rispetto può capire". Da una prima vita costruita con i piedi a una seconda fatta con le mani, nuovi strumenti, nuovi temi, nuovi elementi. Robi colleziona gabbie per uccelli, le restaura personalmente: ne ha più di duecento. E specchietti per le allodole: ne possiede di inglesi, di francesi, dei primi del Novecento. E poi richiami, stampi, anatre di legno povero annerite col catrame: quattro appartenevano a Giacomo Puccini ("le ho trovate sul lago di Massaciuccoli dove andava a caccia"). Lavora volentieri e con insospettabile abilità il legno, ha anche rimesso a posto un barcone da pescatori acquistato a Grado. L'ha piazzato al centro di una delle tre stanze dedicate a questa sua passione. Poche le tracce di calcio, nella villa su tre livelli. Alle pareti foto di Ronaldo, Zamorano, Zanetti con Valentina e Mattia (i due primi figli di Baggio, ndr). Il Pallone d'oro ha il posto più nobile, nel corridoio che porta alla camera da letto e di fianco ai primi scarpini, del numero ventotto, che sua madre gli ha restituito trentatré anni dopo, quando Robi ne ha fatti quaranta. Le maglie ci sono tutte, riempiono una serie di armadi bianchi chiusi a chiave, di sotto, nel magazzino. "Non le ho mai mostrate a nessuno, ne avrò più di seicento, quella di Maradona ai Mondiali, di Pelé nel Santos, e poi Van Basten, Gullit, Zico, Baresi. Ho conservato anche le scarpe e le tute". Un ordine sorprendente, quasi maniacale. "Tengo dietro a tutto io. Non ho più bisogno dei fuochi d'artificio, ma neppure di sacrifici. Ricordo gli anni con Sacchi in Nazionale, ogni stagione con lui ne valeva cinque con un altro. Non staccava mai. Tra campionato e coppe giocavamo la domenica, il mercoledì e di nuovo la domenica. Ci allenavamo tutti i giorni, anche il trentuno dicembre e il primo gennaio e, insomma, lui nella settimana libera, a febbraio mi pare, si inventò gli stage alla Borghesiana. Campo, pranzo, videocassette, e ancora campo. Quando mi riusciva di scappare a casa per un giorno mi sembrava di entrare in Paradiso. La fatica era soprattutto mentale, per uno spirito libero come il mio. A Vale, a Mattia ho portato via quattordici anni di presenza". Ricicla una delle sue battute: "Leonardo, il mio più piccolo, quando mi ha visto la prima volta ha urlato: nonno!". Una doccia rapida, il codino non c'è più da un pezzo: capelli corti e grigi, comodi. Mi porta a pranzo a dieci minuti d'auto da Altavilla: da Benetti, che curiosamente si chiama Romeo, alleva gustosissimi polli ruspanti e coltiva amicizie di qualità, da Mario Rigoni Stern ("abbiamo trascorso tante giornate insieme e non mi ha mai parlato dei suoi libri, se non una volta, alla vigilia di Natale di qualche anno fa, quando sottolineò il rapporto tra la ricchezza di oggi e la miseria di allora: è stata una grande perdita") a Gian Antonio Stella, a un altro straordinario giornalista, Gigi Riva. Con noi c'è Claudio, il padre della moglie di Roberto, Andreina. Chiacchierano senza soluzione di continuità - e bevono - in veneto strettissimo, una lingua che si apre ogni tanto al calcio. "Quando Berlusconi e Galliani hanno cominciato a parlare di Ronaldinho", dice Robi, "ho capito che l'avrebbero preso. Al Milan sono fatti così, amano quel genere di giocatore: volevano costruire un blocco brasiliano e soprattutto recuperare Ronaldinho stimolandolo con la concorrenza di Kakà e Pato. Non può permettersi di arrivare terzo nel suo Brasile. Non so cosa gli sia capitato a Barcellona, ma qualcosa dev'essere successo perché a un certo punto Rijkaard non l'ha più convocato e hanno cominciato a far uscire voci su presunti dissapori con Eto'o, ai quali non ho mai creduto. Se hai Ronaldinho non lo tieni in panchina. A meno che tu non abbia un motivo molto serio. Adesso il Barcellona lo allena il mio amico Pep Guardiola: un tipo molto intelligente, gli auguro di ottenere i successi che merita. Ha iniziato alla grande, nei preliminari di Champions". Un secondo di silenzio prima di parlare di Inter. "Mancio si è tagliato la testa da solo dopo la partita col Liverpool, lì l'allenatore mi ha ricordato il calciatore. Un giocatore formidabile ma con un limite, o almeno così dice la sua storia: nelle sfide che contavano andava in difficoltà". Un'altra pausa e una sorta di affondo: "E non era, non è il solo. Rimpianti? Piuttosto pensieri che ogni tanto si riaffacciano. Il tiro al volo nella partita con la Francia ai Mondiali del '98, ad esempio. In quell'occasione Barthez scivolò ma io me ne accorsi in ritardo, quando avevo già preparato la battuta di prima intenzione. Se fossi stato più freddo, avrei segnato di sicuro e non ci avrebbe più fermato nessuno".
(La Repubblica, 24 agosto 2008)

Il discorso di Barak Obama a Denver

È con profonda gratitudine e grande umiltà che accetto la vostra nomination per la presidenza degli Stati Uniti.Lasciate anzitutto che ringrazi i miei avversari nelle primarie e in particolare colei che più a lungo mi ha conteso la vittoria – un faro per i lavoratori americani e fonte di ispirazione per le mie figlie e le vostre – Hillary Rodham Clinton. Grazie anche al presidente Clinton e a Ted Kennedy, che incarna lo spirito di servizio, e al prossimo vicepresidente degli Stati Uniti Joe Biden.Il mio amore va alla prossima First Lady, Michelle Obama e a Sasha e Malia. Vi amo e sono fiero di voi. Quattro anni fa vi ho raccontato la mia storia, la storia di una breve unione tra un giovane del Kenya e una giovane del Kansas, persone qualunque e non ricche, ma che condividevano la convinzione che in America il loro figliolo potesse realizzare i suoi sogni. È questa la ragione per cui mi trovo qui stasera. Perchè per 230 anni ogni qual volta questo ideale americano e’ stato minacciato, gli uomini e le donne di questo Paese – studenti e soldati, contadini e insegnanti, infermieri e bidelli – hanno trovato il coraggio di difenderlo.Attraversiamo un momento difficile, un momento in cui il Paese e’ in guerra, l’economia e’ in crisi e il sogno americano e’ stato ancora una volta minacciato. Oggi molti americani sono disoccupati e moltissimi sono costretti a lavorare di più per un salario inferiore. Molti di voi hanno perso la casa. Questi problemi non possono essere tutti imputati al governo. Ma la mancata risposta e’ il prodotto di una politica fallimentare e delle pessime scelte di George W. Bush. L’America è migliore della nazione che abbiamo visto negli ultimi otto anni.Il nostro Paese è più generoso di quello in cui un uomo in Indiana deve imballare i macchinari con i quali lavora da venti anni e vedere che vengono spediti in Cina e poi con le lacrime agli occhi deve tornare a casa e spiegare alla famiglia cosa è successo. Abbiamo più cuore di un governo che abbandona i reduci per le strade, condanna le famiglie alla povertà e assiste inerme alla devastazione di una grande città americana a causa di un nubifragio. Stasera agli americani, ai democratici, ai repubblicani, agli indipendenti di ogni parte del Paese dico una cosa sola: basta! Abbiamo l’occasione di rilanciare nel ventunesimo secolo il sogno americano. Siamo qui stasera perchè amiamo il nostro Paese e non vogliamo che i prossimi quattro anni siano come gli otto che abbiamo alle spalle.Ma non voglio essere frainteso. Il candidato repubblicano, John McCain, ha indossato la divisa delle forze armate degli Stati Uniti con coraggio e onore e per questo gli dobbiamo gratitudine e rispetto. Ma i precedenti sono chiari: John McCain ha votato per George Bush il 90% delle volte. Al senatore McCain piace parlare di giudizio, ma di quale giudizio parla visto che ha ritenuto che George Bush avesse ragione più del 90% delle volte? Non so come la pensate, ma a me il 10% non basta per cambiare le cose.La verità è che su tutta una serie di questioni che avrebbero potuto cambiare la vostra vita – dall’assistenza sanitaria all’istruzione e all’economia – il senatore McCain non è stato per nulla autonomo. Ha detto che l’economia ha fatto «grandi progressi» sotto la presidenza Bush. Ha detto che i fondamentali dell’economia sono a posto. Ha detto che soffrivamo unicamente di una «recessione mentale» e che siamo diventati una «nazioni di piagnucoloni». Una nazione di piagnucoloni. Andatelo a dire ai metalmeccanici del Michigan che hanno volontariamente deciso di lavorare di piu’ per scongiurare la chiusura della fabbrica automobilistica. Ditelo alle famiglie dei militari che portano il loro peso in silenzio. Questi sono gli americani che conosco.McCain sarà in buona fede ma non sa come stanno le cose. Altrimenti come avrebbe potuto dire che appartengono al ceto medio tutti quelli che guadagnano meno di 5 milioni di dollari l’anno? Come avrebbe potuto proporre centinaia di miliardi di sgravi fiscali per le grandi aziende e per le compagnie petrolifere e nemmeno un centesimo per oltre cento milioni di americani? Da oltre due decenni McCain è fedele alla vecchia e screditata filosofia repubblicana secondo cui bisogna continuare a far arricchire quelli che sono già ricchi nella speranza che qualche briciola di prosperità cada dal tavolo e finisca agli altri. Perdi il lavoro? Pura sfortuna. Non hai assistenza sanitaria? Ci penserà il mercato. Sei nato in una famiglia povera? Datti da fare.È ora di cambiare l’America. Noi democratici abbiamo del progresso una idea completamente diversa. Per noi progresso vuol dire trovare un lavoro che ti consenta di pagare il mutuo; vuol dire poter mettere qualcosa da parte per mandare i figli all’università. Per noi progresso sono i 23 milioni di nuovi posti di lavoro creati da Bill Clinton quando era presidente. Noi misuriamo la forza dell’economia non in base al numero dei miliardari, ma in base alla possibilità di un cittadino che ha una buona idea di rischiare e avviare una nuova impresa. Vogliamo una economia rispettosa della dignità del lavoro.I criteri con cui valutiamo lo stato di salute dell’economia sono quelli che hanno reso grande questo Paese e che mi consentono di essere qui stasera. Perchè nei volti dei giovani reduci dell’Iraq e dell’Afghanistan vedo mio nonno che andò volontario a Pearl Harbour, combattè con il generale Patton e fu ricompensato da una nazione capace di gratitudine con la possibilità di andare all’università. Nel volto del giovane studente che dorme appena tre ore per fare il turno di notte vedo mia madre che ha allevato da sola mia sorella e me e contemporaneamente ha finito gli studi. Quando parlo con gli operai che hanno perso il lavoro penso agli uomini e alle donne del South Side di Chicago che venti anni fa si batterono con coraggio dopo la chiusura dell’acciaieria.Ignoro che idea abbia McCain della vita che conducono le celebrità, ma questa è stata la mia vita. Questi sono i miei eroi. Queste sono le vicende che mi hanno formato. Intendo vincere queste elezioni per rilanciare le speranze dell’America. Ma quali sono queste speranze? Che ciascuno possa essere l’artefice della propria esistenza trattando gli altri con dignità e rispetto. Che il mercato premi il talento e l’innovazione e generi crescita, ma che le imprese si assumano le loro responsabilità e creino posti di lavoro. Che il governo, pur non potendo risolvere tutti i problemi, faccia quello che non possiamo fare da soli: proteggerci e garantire una istruzione a tutti i bambini; preoccuparsi dell’ambiente e investire in scuole, strade, scienza e tecnologia.Il governo deve lavorare per noi, non contro di noi. Deve garantire le opportunità non solo ai più ricchi e influenti, ma a tutti gli americani che hanno voglia di lavorare. Sono queste le promesse che dobbiamo mantenere. È questo il cambiamento di cui abbiamo bisogno. E sul tipo di cambiamento che auspico quando sarò presidente voglio essere molto chiaro.Cambiamento vuol dire un sistema fiscale che non premi i lobbisti che hanno contribuito a farlo approvare, ma i lavoratori americani e le piccole imprese. Il mio programma prevede tagli fiscali del 95% a beneficio delle famiglie dei lavoratori. In questa situazione economica l’ultima cosa da fare e’ aumentare le tasse che colpiscono il ceto medio. E per l’economia, per la sicurezza e per il futuro del pianeta prendo un impegno preciso: entro dieci anni sarà finita la nostra dipendenza dal petrolio del Medio Oriente. Da presidente sfrutterò le nostre riserve di gas naturale, investirò nel carbone pulito e nel nucleare sicuro. Inoltre investirò 150 miliardi di dollari in dieci anni sulle fonti energetiche rinnovabili: energia eolica, energia solare, biocombustibili. L’America deve pensare in grande.È giunto il momento di tenere fede all’obbligo morale di garantire una istruzione adeguata a tutti i bambini. Assumerò un esercito di nuovi insegnanti pagandoli meglio e appoggiandoli nel loro lavoro. È giunto il momento di garantire l’assistenza sanitaria a tutti gli americani. È giunto il momento di garantire ai lavoratori il congedo per malattia retribuito perché in America nessuno dovrebbe scegliere tra mantenere il lavoro o prendersi cura di un figlio o di un genitore ammalato. È giunto il momento di realizzare la parità salariale tra uomini e donne perché voglio che le mie figlie abbiano esattamente lo stesso trattamento dei vostri figli.Molti di questi programmi richiederanno grossi investimenti ma ho previsto la copertura finanziaria per ogni progetto di riforma. Ma realizzare le speranze americane comporta qualcosa di più del denaro. Comporta senso di responsabilità e la riscoperta di quella che John F. Kennedy definì «la forza morale e intellettuale». Ma il governo non può fare tutto. Nessuno può sostituire i genitori. Il governo non può spegnere il televisore nelle vostre case per far fare i compiti ai figli e non è mpito del governo allevare i figli con amore. Responsabilità personale e collettiva: è questo il senso delle speranze americane.Ma i valori dell’America vanno realizzati non solo in patria, ma anche all’estero. John McCain dubita delle mie capacità di fare il comandante in capo. Mi ha sfidato a sostenere un dibattito televisivo su questo tema. Non mi tirerò indietro. Dopo l’11 settembre mi sono opposto alla guerra in Iraq perché ritenevo che ci avrebbe distratto dalle vere minacce. John McCain ama ripetere che è disposto a seguire bin Laden fino alle porte dell’inferno, ma in realtà non vuole andare nemmeno nella grotta in cui vive. L’Iraq ha un avanzo di bilancio di 79 miliardi di dollari mentre noi sprofondiamo nel deficit eppure John McCain, testardamente, si rifiuta di mettere fine a questa guerra insensata. Abbiamo bisogno di un presidente capace di affrontare le minacce del futuro e non aggrappato alle idee del passato. Non si smantella una rete terroristica che opera in 80 Paesi occupando l’Iraq. Non si protegge Israele e non si dissuade l’Iran facendo i duri a parole a Washington. Non si può fingere di stare dalla parte della Georgia dopo aver logorato i rapporti con i nostri alleati storici. Se John McCain vuol continuare sulla falsariga di Bush, quella delle parole dure e delle pessime strategie, faccia pure, ma non è il cambiamento che serve agli americani.Siamo il partito di Roosevelt Siamo il partito di Kennedy. E quindi non venitemi a dire che i democratici non difenderanno il nostro Paese. Come comandante in capo non esiterò mai a difendere questa nazione. Metterò fine alla guerra in Iraq in maniera responsabile e combatterò contro Al Qaeda e i talebani in Afghanistan. Rimetterò in piedi l’esercito. Ma farò nuovamente ricorso alla diplomazia per impedire all’Iran di dotarsi di armi nucleari e per contenere l’aggressività russa. Creerò nuove alleanze per vincere le sfide del ventunesimo secolo: terrorismo e proliferazione nucleare; povertà e genocidio; cambiamento climatico e malattie. E ripristinerò la nostra reputazione morale perchè l’America torni ad essere per tutti il faro della speranza, della libertà, della pace e di un futuro migliore. È questo il mio programma.Sono tempi duri, la posta in gioco è troppo alta perchè si continui a demonizzare l’avversario. Il patriottismo non ha bandiere di partito. Amo questo Paese, ma lo ama anche John McCain. Gli uomini e le donne che si battono sui campi di battaglia possono essere democratici, repubblicani o indipendenti, ma hanno combattuto insieme e spesso sono morti insieme per amore della stessa bandiera. Il compito che ci aspetta non è facile. Le sfide che dobbiamo affrontare comportano scelte difficili e sia i democratici che i repubblicani debbono abbandonare le vecchie, logore idee e la politica del passato. Negli ultimi otto anni non abbiamo perso solamente posti di lavoro o potere d’acquisto; abbiamo perso il senso dell’unità di intenti.Possiamo non essere d’accordo sull’aborto, ma certamente tutti vogliamo ridurre il numero delle gravidanze indesiderate. Il possesso delle armi da fuoco non è la stessa cosa per i cacciatori dell’Ohio e i cittadini di Cleveland minacciati dalle bande criminali, ma non venitemi a dire che violiamo il secondo emendamento della Costituzione se impediamo ai criminali di girare con un kalashnikov. So che ci sono divergenze sul matrimonio gay, ma sono certo che tutti siamo d’accordo sul fatto che i nostri fratelli gay e le nostre sorelle lesbiche hanno il diritto di fare visita in ospedale alla persona che amano e hanno il diritto a non essere discriminati. Una grande battaglia elettorale si vince sulle piccole cose.So di non essere il candidato più probabile per questa carica. Non ho il classico pedigree e non ho passato la vita nei Palazzi di Washington. Ma stasera sono qui perchè in tutta l’America qualcosa si sta muovendo. I cinici non capiscono che questa elezione non riguarda me. Riguarda voi. Per 18 mesi vi siete impegnati e battuti e avete diffusamente parlato della politica del passato. Il rischio maggiore è aggrapparsi alla vecchia politica con gli stessi vecchi personaggi e sperare che il risultato sia diverso. Avete capito che nei momenti decisivi come questo il cambiamento non viene da Washington. È Washington che bisogna cambiare. Il cambiamento lo chiedono gli americani.Ma sono convinto che il cambiamento di cui abbiamo bisogno è alle porte. L’ho visto con i miei occhi. L’ho visto in Illinois dove abbiamo garantito l’assistenza sanitaria ai bambini e dato un posto di lavoro a molte famiglie che vivevano con il sussidio di disoccupazione. L’ho visto a Washington quando con esponenti di entrambi i partiti ci siamo battuti contro l’eccessiva invadenza dei lobbisti e quando abbiamo presentato proposte a favore dei reduci. E l’ho visto nel corso di questa campagna elettorale. L’ho visto nei giovani che hanno votato per la prima volta, nei repubblicani che non avrebbero mai pensato di poter scegliere un democratico, nei lavoratori che hanno scelto di auto-ridursi l’orario di lavoro per non far perdere il posto ai compagni, nei soldati che hanno perso un arto, nella gente che accoglie in casa un estraneo quando c’è un uragano o una inondazione.Il nostro è il Paese più ricco della terra, ma non è questo che ci rende ricchi. Abbiamo l’esercito più potente del mondo, ma non è questo che ci rende forti. Le nostre università e la nostra cultura sono l’invidia del mondo, ma non è per questo che gente di ogni parte del mondo viene in America. È lo spirito americano – quella promessa americana – che ci spinge ad andare avanti anche quando il cammino sembra incerto. Quella promessa è il nostro grande patrimonio. È la promessa che faccio alle mie figlie quando rimbocco loro le coperte la sera, la promessa che ha indotto gli immigranti ad attraversare gli oceani e i pionieri a colonizzare il West, la promessa che ha spinto i lavoratori a lottare per i loro diritti scioperando e picchettando le fabbriche e le donne a conquistare il diritto di voto. È la promessa che 45 anni fa fece affluire milioni di americani a Washington per ascoltare le parole e il sogno di un giovane predicatore della Georgia.Gli uomini e le donne lì riuniti avrebbero potuto ascoltare molte cose. Avrebbero potuto ascoltare parole di rabbia e di discordia. Avrebbero potuto cedere alla paura e alla frustrazione per i tanti sogni infranti. Ma invece ascoltarono parole di ottimismo, capirono che in America il nostro destino è inestricabilmente legato a quello degli altri e che insieme possiamo realizzare i nostri sogni. «Non possiamo camminare da soli», diceva con passione il predicatore. «E mentre camminiamo dobbiamo impegnarci ad andare sempre avanti e a non tornare indietro». America, non possiamo tornare indietro. C’è molto da fare. Ci sono molti bambini da educare e molti reduci cui prestare assistenza. Ci sono una economia da rilanciare, città da ricostruire e aziende agricole da salvare. Ci sono molte famiglie da proteggere. Non possiamo camminare da soli. In questa campagna elettorale dobbiamo prendere nuovamente l’impegno di guardare al futuro. Manteniamo quella promessa – la promessa americana. Grazie. Che Dio vi benedica. Che Dio benedica gli Stati Uniti d’America.

Traduzione di Carlo Antonio Biscotto
L'Unità, 29.08.08

lunedì 25 agosto 2008

Il nuovo questore di Palermo, Alessandro Marangoni: «Colpiremo i patrimoni dei boss»

Il nuovo questore di Palermo, Alessandro Marangoni, cinquantasettenne originario di Gorizia, annuncia un impegno straordinario nel contrasto agli affari della mafia: "Affonderemo la mani nelle tasche di Cosa nostra"
PALERMO - "Affonderemo la mani nelle tasche della mafia. Cosa nostra agisce per conquistare il potere ed arricchirsi: noi colpiremo i guadagni illeciti dei boss".Annuncia "un impegno straordinario" nel contrasto ai patrimoni illegali di Cosa nostra il nuovo questore di Palermo Alessandro Marangoni, 57 anni, originario di Gorizia che si è insediato oggi nella questura del capoluogo siciliano.Ai giornalisti, che oggi ha incontrato, ha detto: "useremo tutti i mezzi che il governo ci ha dato e si appresta darci nelle indagini e nelle misure patrimoniali"."Finora abbiamo incassato una serie di vittorie nella guerra contro la mafia. Adesso l'obiettivo va consolidato nell'ottica del traguardo finale che è l'annientamento della struttura criminale"."Cosa nostra - ha aggiunto - sta ridisegnando la sua geografia, cerca di contrattaccare e noi dobbiamo essere pronti e tempestivi cercando di arrivare prima".Marangoni ha parlato dell'importanza di puntare sulle indagini per la cattura dei latitanti di mafia."Molto è stato fatto - ha concluso - bisogna ora concentrarsi su quelli rimasti liberi e tagliare tutte le radici dell'organizzazione".E infine: "Il problema sicurezza, assai avvertito dalla gente, deve avere una risposta forte. Studierò cosa si può fare, tenendo conto dei mezzi a disposizione, per migliorare la nostra azione in questo ambito. Investiremo le risorse dando priorità alle esigenze della popolazione anche impiegando più poliziotti nelle strade"."C'è una forbice - ha aggiunto - tra la sicurezza reale e quella percepita dalla popolazione: dovremo lavorare anche su questo, convincendo i cittadini che molto sta cambiando in meglio"."Tenteremo di delocalizzare - ha concluso - gli aspetti di polizia amministrativa: ciò ci consentirà, probabilmente, anche di avere più risorse per la sicurezza".
25/08/2008

sabato 23 agosto 2008

Il campo di lavoro di Corleone. Di mattina i pomodori, di pomeriggio i "lampadieri"

Corleone alle 6.00, quando suona la sveglia per i più, è ancora buia e sorprendentemente fresca. L’attenta puntualità dell’intero gruppo viene svilita da una foratura alla ruota di uno dei pulmini, che ci costringe a partire alle 7.30, alla volta del campo di pomodori. Battesimo della raccolta del pomodoro per quelli di noi arrivati ieri, qualche affaticamento alla schiena, ma certo non all’entusiasmo, di coloro che già ieri hanno contribuito a riempire le prime 100 cassette. Oggi si “bissa”: inviatene un centinaio allo stabilimento per la lavorazione, tante altre cassette vengono riempite, con grande soddisfazione di tutti, Presidenti compresi. E’ venuto infatti a trovarci Vincenzo Striano, Presidente di Arci Toscana. Il secondo Presidente contento presumiamo sia Calogero Parisi, ovviamente della Cooperativa Lavoro e non Solo, che però non ha dato grande sfogo alla sua soddisfazione. Avido, se l’è tenuta tutta per sé!
L’avventura verso il “pomodorificio” coinvolge Valentina e Luana, che percorrono, insieme a Luciano e Mario della Cooperativa, chilometri e chilometri in condizioni precarie: partiti con una portiera bloccata, si scopre ben presto che i freni hanno qualche problema e, come se non bastasse, anche la marmitta si è staccata. Rimediato l’arrivo al lontanissimo e altissimo (sulle montagne!) laboratorio, l’accoglienza è calorosa e gentile. Le quasi due ore a tratta sono appagate e giustificate dal fatto che questa pare essere l’unica soluzione per avere la garanzia di ottenere un prodotto finito contenente solo e soltanto i pomodori della “nostra” terra, e senza collusioni ed ambiguità di sorta… Nell’attesa di poter, speriamo prima possibile, poter produrre da soli la passata alla vitamina “L”.
Interessantissimo l’incontro del pomeriggio, con la presentazione del libro di Francesca Balestri “Come quei Lampadieri” e gli interventi di Vincenzo Striano e Dino Paternostro, segretario della Camera del Lavoro di Corleone, intitolata a Placido Rizzotto. E’ incredibile constatare come le parole dei diretti protagonisti, come Dino, dalle spiegazioni puntuali sul fenomeno mafioso e sulle radici sociali dell’antimafia, ai racconti di episodi e vita vissuta, siano sempre più toccanti rispetto a tutto quanti si possa aver letto su un libro o sentito ad TG e trasmissioni TV.
Particolarmente positiva la partecipazione all’incontro di Andrea ed altri suoi amici di Corleone, che poi si sono anche fermati a cena ed ci hanno accompagnato al dopocena “in Villa”, nonché dei ragazzi provenienti da vari paesi del Mondo grazie ad un progetto di ARCI Catania.
Valentina, Luana e Dario
Giovedì 21 Agosto 2008