mercoledì 10 novembre 2010

NINO GENNARO: “O si è felici o si è complici”


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I 50 anni di Punta Raisi fra lutti e sogni di gloria

Punta Raisi, anni '60
di ENRICO DEL MERCATO

Il volo fu tranquillo e a bordo servirono una cena da grandi occasioni. Era il 2 gennaio del 1960, quel giorno moriva Fausto Coppi e il Convair 440 dell'Alitalia in servizio da Roma a Palermo inaugurò la pista del nuovo aeroporto internazionale di Punta Raisi. Cinquant'anni di storia dello scalo che si intrecciano con quelli della città. Gli arrivi "famosi" e le tragedie entrate a far parte del sentimento collettivo dei palermitani. Quella sera, a bordo, le hostess servirono un menu da grandi occasioni: antipasto di prosciutto, involtini di carne con contorno di funghetti, formaggio, dolce, frutta. E, ovviamente, vino. Qualcosa di infinitamente lontano dal succo di frutta o dal caffè (molto spesso a pagamento), che riesci a ottenere oggi nell'era del low cost. Ma quello, era il volo che inaugurava il nuovo aeroporto internazionale di Palermo Punta Raisi.
Alle 20,32 del 2 gennaio 1960 il "Metropolitan Convair 440" del'Alitalia posava le sue ruote sulla pista a due passi dal mare battezzando lo scalo che fa parte dell'immaginario personale di ogni palermitano sparso per il mondo. E che, soprattutto, è uno dei punti cardinali di quella mappa non scritta che disegna il sentimento collettivo di una città. I cinquant'anni dell'aeroporto, la Gesap (la società che gestisce l'aeroporto) li ricorda con una gigantografia in bianco e nero appesa nell'area partenze nella quale si vedono operai al lavoro per spianare il terreno pietroso sul quale sarebbe sorta la prima pista. E già quei gesti suscitano, accanto al languore che ogni ricordo si porta appresso, la nebbia fosca del mistero e delle trame. Sì, perché l'aeroporto di Punta Raisi non sarebbe dovuto sorgere lì, in quella zona ventosa e stretta tra l'acqua e le montagne.
Correva l'anno 1953 e l'aeroporto di Boccadifalco, terzo in Italia a quel tempo per volumi di traffico, si mostrava insufficiente a garantire la richiesta dei viaggiatori palermitani. Il nuovo scalo cominciò a prendere forma con la costituzione del "Consorzio autonomo per l'aeroporto di Palermo" sul quale piovve subito un finanziamento di cinque miliardi di lire da parte del governo centrale.
Servivano, quei soldi, ad avviare la progettazione. Peccato, però, che i tecnici incaricati degli studi avessero individuato come zona idonea sulla quale costruire il nuovo aeroporto quella che va da Aspra ad Acqua dei Corsari. Da tutt'altra parte, dunque. Sapremo dopo, a cose fatte, che gli interessi della mafia (del clan Badalamenti in particolare come denuncerà Peppino Impastato) e della politica si appuntavano, invece, sui terreni della zona a ovest della città. Terre di pascolo di vacche, poco adatte - per posizione ed esposizione ai venti - ad ospitare decolli ed atterraggi, ma dalla cui cessione Cosa nostra - che anni dopo di Punta Raisi avrebbe fatto il centro di un proficuo traffico di eroina via cielo con gli Stati Uniti - ricavò denaro a palate.
Quando le relazioni dei tecnici incaricati dal consorzio sulla scarsa affidabilità della zona si fecero insistenti, la Regione decise di avocare a sé la pratica. Costituì un ufficio ad hoc presso l'assessorato ai Lavori Pubblici e scelse, senza indugio, Punta Raisi. Era il 1956. Quattro anni dopo - con un anticipo di 18 mesi sui tempi previsti per la consegna, un record che sarebbe rimasto isolato nella successiva storia delle opere pubbliche in Sicilia - il "Convair 440" dell'Alitalia inaugurò il nuovo aeroporto internazionale di Palermo.
Era il 2 gennaio del 1960, quel giorno moriva Fausto Coppi e alla Regione Silvio Milazzo provava a tenere in piedi quel che rimaneva del suo governo autonomista, inviso alla Dc di Amintore Fanfani. Cominciava allora, con una lavagna sulla quale col gesso venivano scritte le destinazioni (c'erano voli per Roma, Milano, Tunisi, Catania) la cinquantennale storia dell'aeroporto che, spesso, si sarebbe intrecciata con quella della città.
Viaggiarono, i passeggeri di quel primo volo, a 4 mila metri di quota da Roma Ciampino a Palermo in un'ora e dieci minuti. La cena fu servita quando dai finestrini si scorgevano le luci di Napoli e, al momento del caffè, sotto la fusoliera scorreva la sagoma di Ustica abbandonata alla deriva nel Tirreno. Fu un volo piacevole, raccontano le cronache. Il primo passeggero a mettere piede sulla nuova pista si chiamava Gaetano Russo, avvocato palermitano con studio a Roma. Il pilota che, per primo, saggiò Punta Raisi, invece, fu un triestino di 29 anni, Ferdinando Fioretti, che riferì le sue impressioni: "Illuminazione buona, visibilità ottima, pista lunga e sicura". Ma - aggiunse il pilota - "difettano un poco le segnalazioni sulla montagna".
Non immaginava, il comandante Fioretti, che quelle sue parole sarebbero suonate come vaticinio triste. Su quella montagna, dodici anni dopo, si sarebbe schiantato un Dc 8 dell'Alitalia in arrivo da Roma consegnando il nome di quella cresta rocciosa - Montagna Longa - alla triste toponomastica della città. Fu la prima, grande tragedia dell'aviazione civile. A tutt'oggi il disastro maggiore occorso alla ormai ex compagnia di bandiera. Era il 5 maggio del 1972, due giorni dopo il Paese sarebbe andato alle urne per le prime elezioni anticipate dell'era repubblicana e sul Dc 8 "Antonio Pigafetta" con 115 persone a bordo c'erano tantissimi palermitani che tornavano a casa proprio per votare.
Morirono, tra gli altri, il regista Franco Indovina, l'allora consulente giuridico della commissione Antimafia Ignazio Alcamo, il figlio dell'allenatore della Juventus Cestmir Vycpaleck - che proprio a Palermo era riparato dalla natìa Cecoslovacchia - i giornalisti de L'Ora Angela Fais e Antonio Scandone. Su quella tragedia sorsero leggende come quella che voleva che sul Dc 8 viaggiasse anche la compagna di Francesco De Gregori e che, proprio a lei, il cantautore avesse dedicato la sua canzone "Disastro aereo sul Canale di Sicilia" e i versi di "Buonanotte fiorellino" ("un raggio di sole si è posato proprio sopra il mio biglietto scaduto").
Da allora, comunque, per i piloti Punta Raisi divenne "la trappola d'Europa" e l'aeroporto fece dolorosa irruzione nella memoria collettiva. Magari non sarà qualcosa di paragonabile a quello che accade agli americani che ancora oggi si chiedono l'un l'altro dove fossero nel giorno in cui uccisero Jfk, ma su internet c'è un blog dedicato alla tragedia di Montagna Longa, sul quale compaiono i post di chi ricorda un parente o un amico perduto. O, semplicemente, dove si trovava quel giorno. È la prima, tragica, esperienza condivisa dei palermitani alla quale lo scrittore Eduardo Rebulla ha dedicato il suo romE - come su tutte le esperienze condivise che intessono il destino irresoluto della città - grava il peso del non detto. Del non spiegato fino in fondo. Su quella montagna, adesso, c'è una croce (la fece mettere l'ingegnere Salatiello ex patron della Keller che nella sciagura perse un figlio) e un carico di dubbi. Sollevati da alcuni dei parenti delle vittime per i quali non si indagò abbastanza sullo scenario tracciato nel rapporto del vice questore di Trapani Vincenzo Peri. Il poliziotto attribuiva la tragedia non all'errore del pilota, ma ad un attentato maturato nel mondo che metteva assieme la mafia e le organizzazioni neofasciste.
In quegli anni cresceva la città che si riempiva di palazzi e cemento e cresceva pure l'aeroporto. Più traffico, una nuova torre di controllo. La zona di Punta Raisi si trasformava nella grande dependance estiva dei palermitani. Tutta la costa, oggi, è punteggiata di villette. Sono quelle le luci che i piloti del Mc Donnel Douglas in volo da Roma a Palermo scambiarono per la pista il 23 dicembre del 1978. Anche quella volta l'aereo era pieno di gente che tornava a casa, stavolta per il Natale. L'aereo piomba sul mare, dei 129 passeggeri a bordo se ne salvano 21. È un'altra tragedia che entra nel sentimento collettivo della città. Solo che, stavolta, ci sono i sopravvissuti che possono raccontarla.
Il "passeggero Pavone" (l'urologo Carlo Pavone che nuotò fuori dalla carlinga riuscendo a mettersi in salvo) diventa figura centrale del libro "Notizie del disastro" di Roberto Alajmo che raccoglie le storie e i destini incrociati dei passeggeri di quel volo. E che conferma, una volta di più, come l'aeroporto sia talmente inserito nel panorama interiore dei palermitani da diventare topos letterario, in una città condannata a riconoscere i luoghi dell'appartenenza comune attraverso le tracce del dolore e del mistero. Perché Punta Raisi negli anni a venire accoglierà Papa Woytjla in visita, capi di Stato, le squadre di calcio che vengono a Palermo per i campionati mondiali del 1990. Ma, l'aeroporto stretto tra l'acqua e la montagna, si legherà irresolubilmente alla memoria della città nel 1992.
Giovanni Falcone atterra lì, con la moglie Francesca Morvillo, il 23 maggio. E lì, da qualche parte, qualcuno ne scruta le mosse. Avverte i sicari appostati sull'autostrada. Nell'inconscio collettivo non c'è distanza tra l'aeroporto e Capaci dove il giudice viene fatto saltare in aria. E, infatti, oggi l'aeroporto si chiama "Falcone e Borsellino". Molti, quando ci atterrano, riflettono sul fatto che quei nomi al viaggiatore che arriva comunicano il senso di una Sicilia nuova, perfino capace di slegarsi dalle catene di sopraffazione e dolore che la storia le cuce addosso. A qualcuno non piace. Gianfranco Micciché, nel 2007 da presidente dell'Assemblea regionale, si lascia sfuggire un sentimento di fastidio: "Che immagine negativa trasmettiamo subito col nome dell'aeroporto". Insomma, l'aeroporto c'è sempre nei pensieri dei palermitani. Che si chiami Punta Raisi o "Falcone e Borsellino".
Che evochi le dolcezze di un arrivo, le speranze di una partenza o il dolore di un ricordo. Sono stati cinquant'anni non banali quelli trascorsi insieme dalla città e dal suo aeroporto. Dalle relazioni dei tecnici - nel 1953 - che sconsigliavano di costruirlo lì, a quelle di questi giorni che rivelano come oltre la metà dei casi di windshare registrati in Italia si verificano proprio a Punta Raisi come sa bene il pilota del jet finito fuori pista a settembre, per fortuna senza conseguenze. È una storia lunga, dolorosa e intensa quella che lega i palermitani al loro aeroporto. Forse anche per questo quando si atterra, ancora oggi, i passeggeri applaudono il pilota. E, fuori, appena oltre la porta della zona arrivi, c'è sempre tanta gente. Come se ogni arrivo fosse un evento memorabile.
La Repubblica, 9.11.2010

I diari di chi partiva inseguendo la fortuna

Famiglia di emigrati
di TANO GULLO
Sabatino Basso attraversò le Ande a dorso di mulo per andare a vendere vestiti e patacche in Sudamerica mentre Santo Garofalo, uno che aveva fatto fortuna negli Usa, fece il viaggio inverso per rivedere la sua San Mauro Castelverde. E stavolta viaggiando in prima classe. Storie di emigrati partiti dalla Sicilia raccontate nel volume curato da Santo Lombino "Avendo trovato l'America", pubblicato dalla Fondazione Buttitta
Il mercante valica le Ande a dorso di mulo per andare a vendere vestiti e patacche nei paesi dell'America latina. Lo zio d'America carico di dollari gira in lungo e largo la Sicilia in un forsennato tour che tocca alberghi di lusso e parenti festanti. Santo Garofano e Sabatino Basso raccontano le loro peripezie di emigranti, ma anche i loro trionfi, in due diari che ora vengono assemblati in un unico libro "Avendo trovato l'America. Scritture di viaggio tra Sicilia e Nuovo Mondo" pubblicato, a cura di Santo Lombino, dalla Fondazione Buttitta con la prefazione di Tommaso Romano. Due storie molto diverse che cominciano a dispiegarsi in quel 1907 in cui si vanno spegnendo le luci della Belle epoque e si vanno addensando i nuvoloni neri di nuovi sommovimenti politici e sociali. Mettiamoci ora sulle tracce dei protagonisti.
Quattordicenne si imbarca per l'America in una carretta del mare, onde grosse e schiaffi di vento, un quarto di secolo dopo ritorna in Sicilia su un grande bastimento, stordito dal lusso, prima classe e servizio in camera. È la parabola di Santo Garofalo nato quasi povero nel 1893 a San Mauro Castelverde, baciato dalla fortuna del miracolo americano. L'inizio della sua storia di emigrante è comune a milioni di siciliani, il prosieguo no, visto che non tutti ce la fanno a diventare self made man. Agli inizi del Novecento il padre Domenico, come altri suoi milleseicento compaesani, getta per aria la zappa e parte per "la Merica". Poi quando si sente i piedi ben piantati per terra si fa raggiungere dalla moglie Maria e dal figlio Santo.
I due salpano sulla nave "Konig Albert" ammassati nella stiva come in un carro bestiame. Soffrono e vedono soffrire. Le peripezie del loro viaggio non sono poi così diverse dalle traversate di oggi dei disperati in fuga dalla miseria dei Sud. Due settimane d'inferno e poi le visite nei casermoni di Ellis Island, nella rada di fronte a Manhattan. Superano gli esami medici e ricomincia il viaggio per raggiungere il capofamiglia a Chicago. È un turbinio di smarrimento e speranze. Provenienti da un paesino di cinquemila abitanti arroccato sulle Madonne, si ritrovano in una delle zone più densamente abitate del pianeta.
Santo, che nel paesello natìo è garzone in una calzoleria, si adatta presto al nuovo mondo. Negli States i Garofano si inseriscono nel settore agroalimentare e diventano fornitori delle comunità siciliane. Importano ed esportano accumulando in breve tempo ingenti fortune. Facendo un salto nel tempo, eccoci in quel 1931 in cui Santo già ricco, padre di figli - come vuole il codice dell'emigrazione ha sposato una ragazza, Geneviève Grace Mattaliano, nata a Brooklin ma rigorosamente figlia di siciliani - decide di tornare nella terra natia da turista. La rivincita che cova per tutta la vita. Tornare da ricco per dimostrare a tutti di avercela fatta. Emblema di una sorta di fenomenologia dello zio d'America. Gli emigranti divisi dalle differenti sorti - gli arricchiti sono un'infinitesima parte di chi rimane al palo o di chi vive decorosamente sì, ma senza sciali - sono però accomunati dallo stesso desiderio di offrire un'immagine vincente ai paesani inchiodati nel luogo di nascita.
Sbarca dal "Conte Grande" nel porto di Palermo carico di dollari, spende e spande, e, dei tre mesi del tour (dopo la Sicilia altre città d'Italia e poi Parigi) annota ogni minuzia della sua giornata. Un elenco maniacale di persone, di alberghi, di menu, di oboli, di luoghi. Un diario, che pur non avendo alcuna qualità letteraria, diventa spia di un'epoca e di una mentalità. Comincia una girandola estenuante. I parenti, ma anche i parenti dei parenti, gli amici e gli amici degli amici se lo contendono, lo tirano per la giacca per annusare l'odore dei dollari. A San Mauro Castelverde ma anche in altri centri isolani dove si reca per portare i regali che gli hanno consegnato i congiunti d'oltreoceano.
Abbuffate, cavalcate, passeggiate e improvvisate nei luoghi dell'infanzia per riassaporare il sapore della quagliata, della ricotta calda, dei frutti della sua campagna. Sempre in mezzo, imbrigliato in una morsa mortale che però lo gratifica. Osserva e annota in una maniacalità geometrica. Si dice estimatore del fascismo, ma, come osserva Santo Lombino, scrive che nelle campagne è sempre la solita miserabile vita. Nel suo gran tour cerca di capitalizzare conoscenze e incontra i capitani d'industria del tempo: Auricchio, Berio, Costa, Locatelli, Bianchi, Lindner, Pelagatti e altri. Con qualcuno progetta affari. Il suo più grande affare è comunque la proiezione del suo ego. Morirà cinquantanovenne nel 1953.
Il suo diario viene inviato da Marc Garofano, manager nipote di Santo, alla scrittrice americana Mary Taylor Simeti, da tempo siciliana di adozione. Il quaderno, in formato tascabile tipo moleskine - 149 facciate più 39 in cui è annotata tutta la corrispondenza - finisce nelle mani di Santo Lombino, cacciatore di manoscritti, il quale come tanti altri di cui viene in possesso li invia al concorso di Pieve di Santo Stefano, dove con i diari della gente comune si sta riscrivendo una sorta di controstoria d'Italia (per restare in Sicilia ricordiamo il boom de "La Spartenza" di Tommaso Bordonaro e "Terra matta" di Vincenzo Rabito, due ex contadini che raccontano le loro piccole vite in balia della grande storia).
Dell'autobiografia di Sabatino Basso, nato a Secondigliano, Napoli, nel 1869 ma trapiantato fin da ragazzo in Sicilia, abbiamo già scritto due anni fa quando è stato premiata a Pieve. La Sicilia gli sta stretta ma il passo che fa è davvero spericolato. Spedisce un grosso stock di merce in Ecuador e si imbarca per l'Argentina. Ma è solo l'inizio. Deve attraversare anche il Perù per raggiungere le balle di vestiti. E le Ande non sono uno scherzo. Stenti, paure, neve, tormente e un'esperienza stordente a contatto con le altre culture. Finisce a lieto fine anche per questa controfigura del Melquìades della caraibica Macondo - venditore di merci e sogni - il viaggio gli frutta un bel gruzzoletto. Grazie anche ai 500 orologi introdotti in America Latina di contrabbando.
La Repubblica, 10.11.2010

lunedì 8 novembre 2010

Schifani avvocato di mafia

Giovanni Bontade e Renato Schifani
di Lirio Abbate e Gianluca Di Feo Nel 1983 Giovanni Bontate, l'uomo più ricco di Cosa Nostra, si affidò a un legale palermitano ancora poco noto. Che lo difese fino alla Cassazione. Era il futuro presidente del Senato. Che non l'ha mai rivelato
Il 4 dicembre 1983 dal carcere dell'Ucciardone parte una raccomandata. È firmata da Giovanni Bontate, l'uomo più ricco di Cosa nostra, fratello del padrino Stefano che armi alla mano aveva lottato per fermare l'ascesa dei corleonesi ed era stato ucciso su ordine di Totò Riina: l'ultimo esponente della famiglia mafiosa più importante di Palermo. Giovanni Bontate è ancora temuto, ma tutte le sue proprietà - immobili e aziende per un valore di decine di miliardi di lire - sono finite sotto sequestro.
Per questo dalla cella decide di affidarsi a due difensori di fiducia, un penalista e un brillante civilista, Renato Schifani.
L'attuale presidente del Senato all'epoca aveva 33 anni ed era un giovane avvocato di belle speranze. Di quell'incarico, che segnò il suo ingresso tra i nomi di rilievo del foro di Palermo, Schifani non ha mai parlato. Due mesi fa, di fronte alle rivelazioni di Gaspare Spatuzza che ne hanno determinato l'iscrizione nel registro degli indagati con l'ipotesi di concorso esterno in associazione mafiosa, il suo portavoce ha precisato: "La sua pregressa attività di avvocato è stata sempre improntata al pieno e totale rispetto di tutte le leggi e di tutte le regole deontologiche proprie dell'attività forense".
"L'espresso" ha recuperato gli atti di quel procedimento, in cui come legale di Giovanni Bontate Schifani ha prodotto corpose memorie difensive, seguendo il tesoriere di Cosa nostra fino alla Cassazione. L'avvocato non si è mai occupato delle questioni penali, ma soltanto di contestare il sequestro dei beni ed impedire che venissero confiscati. Per quasi cinque anni ha assistito il boss, studiandone le proprietà per sostenere con minuziosi interventi la legittimità delle sue ricchezze e soprattutto cercando di dimostrare i limiti dell'attività degli investigatori. In ballo c'erano due grandi società di costruzione, decine di appartamenti ma si discute anche di alcuni agrumeti - acquistati negli anni Settanta per circa mezzo miliardo di lire - intestati a Giovanni e al fratello Stefano, nomi che dominavano le cronache di mafia dell'epoca.
Con precisione e competenza, l'avvocato Schifani analizza i fondi del suo assistito, fa le pulci alle iniziative della procura e della Guardia di Finanza. È una sorta di causa pilota, perché la legge Rognoni-La Torre era recentissima: era stata approvata meno di un anno prima, sulla scia dell'orrore per l'omicidio del parlamentare comunista Pio La Torre. Per questo l'avvocato Schifani congegna una difesa molto articolata, ispirata a principi garantisti, criticando l'uso di tutte le indagini precedenti la legge ai fini dei provvedimenti di sequestro. Analizza uno per uno i beni di Giovanni Bontate - una figura di mafioso borghese, laureato in legge e attivissimo dal punto di vista imprenditoriale mentre gestiva il traffico di droga con gli States - sottolineandone la congruità con il tenore di vita, anche se in un passaggio si fa riferimento al condono fiscale che rende difficile confrontare i redditi dichiarati con quelli reali. Discute nei dettagli vita e opere della Atlantide Costruzioni, un'azienda controllata dal suo assistito che poi nel 1996 verrà indirettamente citata nelle prime indagini sui presunti rapporti tra l'entourage berlusconiano e Cosa nostra.
Nella sua memoria difensiva, Schifani sottolinea più volte i "fondati e sostanziali rilievi di incostituzionalità della legge Rognoni-La Torre" che inverte l'onere della prova: sono i mafiosi a dover dimostrare come hanno fatto a guadagnare i loro beni per evitare che il sequestro divenga confisca. Proprio questo era stato l'elemento rivoluzionario di quel provvedimento, che aveva costretto Cosa nostra a riorganizzare l'investimento dei colossali profitti del narcotraffico sull'asse Palermo-New York dominato dai Bontate. Fenomeni criminali ampiamente descritti nella documentazione usata da Schifani nelle udienze per tutelare il suo assistito, che intanto veniva condannato a nove anni nel maxiprocesso.
L'attività legale prosegue fino alla Cassazione, cercando di evitare che lo Stato incamerasse il più grande sequestro di beni realizzato in quella drammatica stagione segnata dai novecento morti della guerra di mafia scatenata da Totò Riina. Ma a rendere superflua l'opera dell'avvocato furono i killer corleonesi: nel settembre 1988 Giovanni Bontate, agli arresti domiciliari per motivi di salute, e la moglie vennero assassinati in uno degli ultimi delitti eccellenti di quella stagione. Automaticamente, con la loro morte una parte del sequestro venne annullata e altre misure di prevenzione furono bloccate: case e terreni vennero riconsegnati agli eredi che ne sono ancora i legittimi proprietari (vedi articolo a pag. 58). Un buco nero nella legge Rognoni-La Torre, nata come provvedimento d'emergenza, cancellava infatti ogni misura al momento del decesso del boss.
Oggi il senatore Schifani ha un'altra linea e nei suoi interventi parlamentari si vanta di avere eliminato quella falla, che per 16 anni ha impedito di chiudere la rete intorno a molti tesori di Cosa nostra: "Questa legislatura ha dimostrato di essere partita bene per ciò che riguarda l'aggressione ai patrimoni dei mafiosi. In particolar modo sono state inasprite le norme che riguardano la possibilità di sequestrare i patrimoni, coprendo anche quelle zone d'ombra ancora esistenti nella legislazione che ci erano state segnalate da diversi magistrati. Tra queste spiccano norme che offrono la possibilità di sequestrare anche i beni di persone nel frattempo morte, rivalendosi sugli eredi".
È interessante notare la descrizione di quel periodo terribile che il presidente Schifani ha illustrato nel 2008 durante la presentazione del libro di Giuseppe Ayala, magistrato al fianco di Borsellino e Falcone: "Il momento in cui, all'inizio degli anni Ottanta, l'esplosione della "guerra di mafia", con la sua scia di morte, fece da riflettore su quella realtà criminale, scuotendo un'intera generazione da quella "colpevole indifferenza" che Paolo Borsellino arrivò a rimproverare addirittura a se stesso". Ancora più dura la condanna della mafia pronunciata durante la commemorazione del giudice Rocco Chinnici, ucciso da un'autobomba nel 1983. Secondo le sentenze, fu l'arresto di Giovanni Bontate a spingere Cosa nostra ad assassinare Chinnici. E in quel lontano 4 dicembre 1983, dalla cella dell'Ucciardone il boss oltre a Schifani nominò come suo difensore di fiducia anche un penalista: Paolo Seminara. Nel suo diario Chinnici, sentendo avvicinarsi la morte, aveva scritto: "Se mi succederà qualche cosa di grave i responsabili sono due". E uno dei due nomi elencati era proprio "l'avvocato Paolo Seminara". Uno sfogo rimasto agli atti ma senza nessuna rilevanza processuale: solo un altro elemento per rendersi conto di quanto fossero duri quegli anni a Palermo.
L'Espresso, 4 novembre 2010

Il lato oscuro dei festini

Emilio Fede e Lele Mora
di Lirio Abbate e Paolo Biondani Su escort e politica si indaga a Milano e a Palermo. E l'interesse dei giudici non è certo rivolto alle prestazioni del premier. Ci si chiede, piuttosto, da dove e attraverso chi arrivava la droga di cui parlano le ragazze
Si allunga da Milano a Trapani l'inchiesta sul giro di escort che sta facendo tremare il governo: l'incrocio tra indagini diverse sta alzando il sipario non solo su presunte feste a base di sesso, con ragazze anche minorenni, nelle dimore di Silvio Berlusconi, ma anche su forniture di stupefacenti all'ombra della criminalità organizzata. Due inchieste parallele, una a Milano e una a Palermo, con personaggi comuni: escort che frequentavano le serate del premier, ma sempre attraverso la mediazione di Lele Mora. Le ragazze venivano portate ad Arcore, secondo l'accusa milanese, da Mora, fabbricante di carriere tra tv e discoteche, sul quale è in corso una nuova istruttoria per verificare lo spessore dei suoi rapporti con il sottobosco criminale. E l'inchiesta nata in Sicilia, oltre ad avere individuato fanciulle mandate a villa Certosa sempre da Mora, ricostruisce party con i politici - ma senza riferimenti al Cavaliere - con l'ipotesi che vi venisse spacciata cocaina fornita da trafficanti vicini a Matteo Messina Denaro: il padrino latitante di Cosa Nostra. Retroscena inquietanti, scoperti indagando su reati di strada. Al Nord c'è la procura di Milano, che parte da un giro di prostituzione di lusso e arriva a Ruby, la minorenne marocchina (ha compiuto 18 anni il primo novembre) che si vendeva mentre sognava il successo con Mora. Nella sua storia c'è un evento eccezionale: il 27 maggio, quando viene fermata senza documenti per furto, in questura arriva una telefonata di Berlusconi, che chiede di rilasciarla raccontando ai poliziotti una bugia: la accredita come nipote del presidente egiziano Mubarak. Ma ora i pm di Palermo mettono altra legna al fuoco: con un'indagine da poco trasmessa a Milano, scoprono infatti che pure una escort di Reggio Emilia parla di sesso a pagamento con il premier. Lo confessa lei stessa e precisa di aver incassato 10 mila euro per due incontri.

Gola profonda
Si chiama Nadia Macrì e ha ricostruito, molto prima che sui giornali si parlasse di Ruby, uno scenario quasi identico: feste sexy nelle case di Berlusconi, con l'intermediazione di Lele Mora ed Emilio Fede, già indagati a Milano. L'inchiesta di Palermo è partita da una trentenne di Parma, Perla Genovesi, ex assistente di un parlamentare del Pdl. Arrestata in luglio dai carabinieri per traffico di droga, ha parlato anche di eventi speciali. Party con ragazze pagate per prostituirsi con gli ospiti: oltre a Berlusconi, nei verbali compaiono altri politici. E altri se ne aggiungono negli interrogatori che proseguono a Palermo. I primi riscontri arrivano da intercettazioni iniziate cinque anni fa. In una nota riservata alla procura, ad esempio, i carabinieri scrivono che già nell'aprile 2005 Perla "contatta Villa San Martino in Arcore", cioè "la residenza dell'on. Berlusconi". E riassumono che la donna "ha fatto da tramite in una transazione economica tra soggetti di Milano e gli indagati" (ovvero i presunti trafficanti): "Si ipotizza che la merce venduta sia droga". Si legge nella nota: "Un centralinista risponde "Villa San Martino". Perla chiede del dott. Giuseppe Villa che però non c'è. Chiede anche di tale Bondi ma non c'è neanche quest'ultimo". Per gli investigatori Villa, candidato nel 2006 alla Camera, era il segretario dell'attuale ministro. Ora però Perla deve chiarire ai pm il contenuto di molte altre conversazioni, come quella con l'allora presidente dei deputati di An, Ignazio La Russa. E con la parlamentare emiliana del Pdl Isabella Bertolini.

Cosa Nostra.
Perla è legata a un impiegato trapanese, Paolo Messina, considerato vicino ai favoreggiatori del boss Denaro. Ed è legatissima a Vito Faugiana, un politico di Castelvetrano arrestato in luglio. Secondo l'accusa Paolo Messina commerciava cocaina, Faugiana gestiva i clienti e Perla faceva il corriere: portava droga dalla Spagna in Sicilia, Emilia e Lombardia. Alle regionali del 2005, lei con Faugiana si candida con il Nuovo Psi in Emilia: finanziati con la droga, ma bocciati dagli elettori. Quindi Perla diventa assistente del senatore Pdl Enrico Pianetta. Nel 2007 cominciano i guai. Viene fermata con Faugiana: ha cocaina in macchina. Evita l'arresto perché è incinta. Nel 2010 però finisce in carcere. E decide di parlare. Di narcotraffico. E di "banchetti orgiastici" con sesso e droga, a suo dire organizzati da Paolo Messina nelle ville di politici del Pdl in Sicilia. Perla accenna anche a party al Nord. E indica ai pm il nome dell'amica Nadia. Perla ricordava solo di averle presentato, tra gli altri, Renato Brunetta, non ancora ministro. E Nadia aggiunge di aver fatto sesso a pagamento anche con lui (che però smentisce). Entrambe parlano di un giro più grande, quello di Berlusconi, e dicono di aver partecipato a feste sexy a Milano e in Sardegna. Ora anche su questo indaga Milano, dove soffia l'uragano Ruby.

I soldi di Lele.
Il capitolo più delicato dell'indagine lombarda riguarda i soldi che la minorenne Karima El Mahroug, alias Ruby Rubacuori, ha ricevuto a Milano 2 da un emissario di Lele Mora: fino a 5 mila euro alla volta, come lei stessa aveva ammesso alla polizia che la fermò in settembre. I pm ipotizzano che quei soldi possano essere usciti da un fondo gestito da Giuseppe Spinelli, storico amministratore del patrimonio di Berlusconi. A Milano è in corso anche un'altra indagine sulle finanze segrete di Mora, per fatture false e bancarotta: 4 milioni che Lele fece uscire in nero dalla sua società-scuderia poi fallita. Dove sono finiti? Mora giura di averli regalati a Fabrizio Corona per amore. Ma il pm Eugenio Fusco gli contesta di raccontare balle sul fotografo per nascondere il proprio patrimonio. E gli attuali beneficiari. Ma ad allungare altre ombre su Mora è la genesi dell'indagine sulle escort: nel 2008 un informatore indica alla polizia gli autori di un pestaggio di prostitute. Ed è lo stesso confidente, nel 2009, a parlare del giro di squillo per milionari in cui nel 2010 spunta Ruby.

La bugia del premier.
Dopo gli interrogatori dei vertici della polizia milanese, il procuratore Edmondo Bruti Liberati ha scagionato la questura: Ruby, il 27 maggio, fu "regolarmente identificata", nonostante le pressioni, e "legittimamente affidata" a Nicole Minetti, 25 anni, ex ballerina, poi igienista dentale e consigliere lombarda del Pdl, amica di Berlusconi e ora indagata. L'inchiesta però continua, per rispondere ad altre domande: perché il capo del governo è arrivato a raccontare una bugia su Mubarak per far rilasciare la diciassettenne? E perché la Minetti, dopo aver "preso in affidamento, consapevole delle conseguenze giuridiche, la minore", l'ha rimandata a casa di una brasiliana, Michele, che ora accusa Ruby di essersi prostituita con clienti ricchissimi?

Gli effetti sul divorzio.
I nuovi giri di escort che ruotano attorno al Cavaliere rischiano di costargli caro anche nella causa che lo oppone a Veronica. In questi mesi infatti si è ormai chiusa la prima fase della procedura, con il fallimento del tentativo di trovare un accordo tra ex coniugi. A questo punto, già nelle prossime udienze, partiranno le richieste di prove: documenti e, soprattutto, testimoni. Che in questo caso potrebbero essere le decine di ragazze presenti ai party di Arcore e di villa Certosa. L'obiettivo infatti è capire a chi, tra Silvio e Veronica, si possa "addebitare" la responsabilità del divorzio. Con tutte le pesanti conseguenze familiari ed economiche.
L'Espresso, 4 novembre 2010

Tour della Legalità dei Folli Folletti Folk lungo la penisola: da Milano a Corleone

Il gruppo musicale
E' la calda giornata autunnale di Sabato 6 Novembre a dare il via ufficiale alle numerose attività del Gruppo Anti-Mafia Pio La Torre, ma soprattutto inizia il Tour della Legalità dei Folli Folletti Folk lungo la penisola, da Milano a Corleone, passando per Firenze, Ravenna ed altre città italiane. I prodotti della cooperativa Lavoro e non solo, ottenuti con il sudore e l'impegno quotidiano dei soci lavoratori e dei volontari di LiberArci dalle spine, macineranno chilometri assieme ai FFF per dimostrare che c'è una parte d'Italia che ancora lotta ogni giorno per risollevarsi e combattere la mafia.

La destinazione è San Pietro in Casale, paesino situato tra le province di Bologna e Ferrara: al Circolo Arci Asìa troviamo ad attenderci la bandiera che sventola, raffigurante il Quarto Stato dipinto da Pellizza da Volpedo. La testa viaggia e torna a quelle mattinate di lavoro a Malvello, fuori Corleone, a sistemare il vigneto e riposarsi all'ombra del murales del "cammino dei lavoratori".
Il pomeriggio passa veloce tra il montaggio del palco, il check-sound e la preparazione del banchetto del G.A.P., finalmente con i cesti natalizi confezionati con i prodotti della cooperativa e utilizzando delle casse da frutta riciclate destinate al macero: come far coincidere un mercato più equo e libero dalle mafie con una scelta responsabile, per ridurre al minimo l'impatto ambientale.
Piano piano la serata entra nel vivo, arrivano facce amiche, volontari dei campi di lavoro e auto da Ravenna, Parma, Bologna e Rimini, mentre la sala si riempie di famiglie, coppie, giovani ed anziani. La cena scivola via tra battute, risa e qualche appunto sulle prossime attività intraprese dal G.A.P e il resto del tour della Legalità.
Il presidente del Circolo prende dunque parola per presentare la serata, all'interno della due giorni della Festa della Birra Anti-Mafia, che l'indomani vedrà presenziare vari personaggi legati alla lotta alla criminalità organizzata, tra cui l'ex pm Libero Mancuso. Brevemente Biagio, in qualità di musicista FFF e volontario dei campi di Lavoro 2009 e 2010 spiega il motivo della nostra presenza a San Pietro in Casale, come è nato il Gruppo Pio La Torre, le nostre prossime attività - dalla cena della legalità a Rimini del 27 Novembre alla vendita dei cesti natalizi - e cosa fa concretamente la Cooperativa Lavoro e non Solo.
Tempo di musica ed ecco salire più o meno velocemente sul palco i Folli Folletti Folk: violino e flauto intrecciano melodie irlandesi, con il tempo scandito da batteria, basso e da una vorticosa chitarra elettrica. Le canzoni cedono il passo l'una all'altra, i bimbi sotto al palco che saltano e ballano - a modo loro - gighe irlandesi, mentre i più anziani alzano senza timore il pugno all'intonar di Bella ciao, dedicata per questa prima tappa del tour della Legalità, alla figura che ha dato il nome al nostro gruppo: Pio La Torre, comunista, ucciso dalla mafia.
Dopo un'ora e mezza di musica e "bis" doverosi e richiesti a gran voce da tutta la sala si conclude quindi il primo concerto di questa nuova esperienza: per quanto abituati a suonare assieme, è emozionante intraprendere questa nuova avventura, ma ben consapevoli che tutto ciò servirà alla Cooperativa Lavoro e non solo, Calogero, Franco, Salvatore, Mario e tutti quanti per ricevere l'attenzione e il sostegno che meritano, per il lavoro che stanno portando avanti.
Al banchetto dei prodotti - come durante tutta la serata - si avvicinano famiglie e persone interessate, si informano sulla Cooperativa e i campi di lavoro, chiedono dei prodotti e si complimentano per il lavoro che stiamo svolgendo: Limpiu, Naca, caponate e sughi finiscono velocemente nelle borse degli acquirenti soddisfatti, l'elenco delle prenotazioni per i cesti "Falcone e Borsellino" e "Pio La Torre" si allunga visibilmente e a fine serata scopriamo di esser riusciti a vendere praticamente tutto quel che ci siam portati da Rimini: decisamente un inizio col botto per il Gruppo AntiMafia Pio La Torre.
L'appuntamento per il resto del Tour della Legalità è previsto per il 3 Dicembre a Forlì presso l'Associazione Culturale "Il pane e le rose", ora si tratta di impegnarsi perché la Cena della Legalità è sempre più vicina e l'attesa è molta, dal momento che si tratta di un'occasione unica per ritrovare e incontrare nuovamente tutti i volontari dei campi di Liberarci dalle spine di questi anni (la prenotazione, ricordiamo, è obbligatoria, così come i pacchi); ma ci faremo trovare pronti perché, come canta Giorgio Gaber : "La Libertà è partecipazione"
Un abbraccio resistente
FolliFollettiFolk
Gruppo Anti-Mafia Pio La Torre

domenica 7 novembre 2010

La lotta per l’ospedale è sacrosanta, ma attenzione… ai politicanti di mestiere

Fermare il depotenziamento dell’Ospedale di Corleone e rilanciarlo come presidio sanitario a difesa della salute dei circa 70 mila cittadini della vasta zona del Corleonese e del Lercarese è un dovere di tutti noi. E lo stiamo facendo. Bisogna evitare, però, le furbizie da “politica politicante”, che sono dure a morire. La nuova pianta organica del P.O. “Dei Bianchi” depotenzia la chirurgia generale, il servizio di cardiologia, il laboratorio di analisi. Bisogna battersi per ri-potenziali. Di più: bisogna ottenere le attrezzature sanitarie necessarie per la perfetta diagnosi e la cura più efficace delle patologie. Di più ancora: bisogna vigilare affinché arrivi davvero il finanziamento per completare la costruzione della seconda ala e ristrutturare la vecchia, all’interno della quale ubicare il PTA (Punto Territoriale di Assistenza). Nel contempo, per spirito di verità (e per non auto-flagellarci inutilmente), bisogna dire che le iniziative (quelle vere e unitarie) dei mesi scorsi, nel corso delle quali abbiamo incontrato due volte l’assessore regionale alla salute Massimo Russo e il presidente della Commissione Sanità dell’Ars Giuseppe Laccoto, hanno strappato tre risultati importanti: 1. il ripristino del Servizio di Psichiatria, che era stato soppresso, con i posti-letto raddoppiati e il personale necessario; 2. la trasformazione del “punto nascite” in Unità Operativa Semplice di Ostetricia e Ginecologia, col relativo personale; 3. il mantenimento del Servizio di Pediatria, con la sua dotazione organica. Non è giusto che, pur di dire peste e corna dell’assessore Russo, si dimentichino (o si faccia finta di dimenticare) queste cose. Serve solo ad auto-scoraggiarsi (se si è in buona fede). O a strumentalizzare per fini di parte (se si è in mala fede). Invece, mettendo al bando scoraggiamenti e strumentalismi, dobbiamo convincerci che, se siamo uniti, possiamo muovere le montagne.
L’invito alla politica (e ai politici), quindi, è di non combattere la battaglia per la difesa dell’ospedale come un capitolo del regolamento dei conti col presidente della Regione Siciliana Raffaele Lombardo e i suoi amici, ma come un capitolo della sacrosanto diritto/dovere di difendere la salute dei cittadini. In questo spirito, la campagna di sensibilizzazione del 14 novembre, l’assemblea cittadina del 21 e la manifestazione cittadina / sciopero generale (non impicchiamoci alle parole, anche perché il consiglio comunale di Corleone può suggerire lo sciopero, non proclamarlo), sono strumenti utili per raggiungere l’importante obiettivo che ci prefiggiamo: riaprire le trattative con l’assessore Russo e il direttore generale Cirignotta sul futuro della sanità nella nostra zona.
Dino Paternostro

lunedì 1 novembre 2010

Meeting presso l'Ospedale "Cervello" di Palermo. Novità nella cura della sclerosi multipla

Il dott. Salvatore Cottone
Vi sono importanti novità terapeutiche nella cura della Sclerosi Multipla. È quanto emerso nel corso di un importante meeting svoltosi nell’aula magna dell’Ospedale Vincenzo Cervello di Palermo. L’incontro è stato organizzato dal dottor Salvatore Cottone, direttore dell'Unità Operativa di Neuroimmunologia dell'Azienda Ospedaliera Ospedali Riuniti Villa Sofia-Cervello. Il tema dell’incontro tra medici, pazienti ed associazioni come l’AISM (Asssociazione Italiana Sclerosi Multipla), che raccoglie in Sicilia 5.000 iscritti, è stato “Nuove prospettive terapeutiche nel campo della cura della Sclerosi Multipla”. Particolare riguardo è stato riservato alle nuove terapie cosi dette orali, che hanno un minore impatto sulla qualità della vita dei pazienti rispetto alle terapie immunomodulanti tradizionali. “Le terapie tradizionali con gli interferoni iniettati sotto cute – spiega Salvatore Cottone - causano reazioni cutanee fastidiose, saranno sostituite da terapie orali con farmaci di nuova generazione, che eviteranno gli inconvenienti determinati dalla terapia iniettiva con un notevole miglioramento delle qualità della vita dei pazienti che abbiamo in cura”. Nel corso della giornata e' stato affrontato e dibattuto l'argomento la (CCSVI) (insufficienza venosa cerebrospinale cronica) e Sclerosi Multipla con la presentazione, tra l'altro, di una revisione critica altamente scientifica di tutti gli studi sino ad ora pubblicati. Proiettato anche un video sulla regata velica internazionale Palermo-Montecarlo, che ha visto protagonisti alcuni pazienti del centro di neuro immunologia di Villa Sofia e dell’Ospedale Cervello, nell'ambito del progetto “Sailing for health” (Navigando per la salute). Il progetto, realizzato in collaborazione con la Lega Navale Italiana (sezione Palermo centro), che ha visto giovani pazienti siciliani guidare una barca a vela con l’ausilio di velisti volontari. Sono intervenuti il Direttore generale dell'A.O.O.R. Villa Sofia-Cervello, Dr. Salvatore Di Rosa, il direttore sanitario del P.O. Cervello, Dr.ssa Gabriella Filippazzo, componente della commissione parlamentare sugli Errori in sanità, Angelo La Via, presidente regionale A.I.S.M., il professore Giuseppe Crapanzano, coordinatore A.I.S.M. per la provincia di Agrigento, Toto' Giudice, coordinatore A.I.S.M. per la provincia di Caltanissetta, Aldo Grammatico, vice-coordinatore A.I.S.M. della provincia di Trapani e Marcello Oddo, coordinatore A.I.S.M. per la provincia di Palermo. Il centro di riferimento regionale di meuroimmunologia, diretto da Cottone, inizierà la sperimentazione dei nuovi farmaci tra meno di un mese.

Cosmo Di Carlo

Corleone ricorda B. Verro, dirigente contadino e sindaco della città, assassinato dalla mafia il 3 novembre 1915

venerdì 29 ottobre 2010

La FP-CGIL: "la nuova pianta organica dell'ASP di Palermo peggiorerà la qualità dell'assistenza sanitaria"


L'ospedale di Corleone

Nella conferenza stampa svolta stamattina a Palermo, nella sala delle feste dell'ex P.O. "Pisani", la CGIL ha manifestato il suo punto di vista sulla rideterminazione della dotazione organica dell'Azienda Sanitaria Provinciale di Palermo, adottata con delibera n. 788 dello scorso 22 ottobre. "La CGIL - è stato ribadito dagli interventi di tutti i suoi dirigenti - ritiene che il provvedimento produrrà il progressivo peggioramento dell'assistenza sanitaria, sia ospedaliera che territoriale, per i cittadini e delle condizioni di lavoro per tutti gli operatori". QUESTA SARA’ LA GRAVE CONSEGUENZA DEL MANCATO POTENZIAMENTO DEI SERVIZI TERRITORIALI, CHE IN MOLTI CASI VENGONO ADDIRITTURA RIDOTTI E DEL PROGRESSIVO RIDIMENSIONAMENTO DEGLI OSPEDALI IN PARTICOLARE DELLE ZONE INTERNE , COME CORLEONE E PETRALIA SOTTANA.
LA CGIL INDIVIDUA, INOLTRE, UNA PROFONDA CONTRADDIZIONE FRA L’ELEVATO NUMERO DI OPERATORI, ALMENO 950, DI FATTO, IN ESUBERO E LA CONSISTENTE MOLE DI ATTIVITA’ AZIENDALI ESTERNALIZZATE.
CIO’ COMPORTA UN GRAVE SPRECO DI RISORSE.
SI LASCIANO FUORI DALLA DOTAZIONE ORGANICA 703 LAVORATORI CONTRATTISTI, COMPLETAMENTE IGNORATI NONOSTANTE LA LORO PRESENZA IN AZIENDA DA ALMENO 20 ANNI, MENTRE SI CONTINUANO A SPENDERE INGENTI RISORSE PER ACQUISTARE ALL’ESTERNO SERVIZI CHE POTREBBERO ESSERE PRODOTTI ALL’INTERNO MEDIANTE LA LORO STABILIZZAZIONE E UNA LORO PIU’ EFFICACE UTILIZZAZIONE.
AL POSTO DI “INTERNALIZZARE” ATTIVITA,’ OGGI IN CONVENZIONE, SI RISCHIA, CON LA DIMINUZIONE DEL PERSONALE, DI PRODURRE LA SPINTA PER NUOVE E CORPOSE “ESTERNALIZZAZIONI”.
I DISTRETTI SANITARI, I PRESIDI OSPEDALIERI DELLE ZONE INTERNE, I PTA, I SERVIZI TERRITORIALI CHE DOVREBBERO RICOPRIRE IN UNA AZIENDA SANITARIA UN RUOLO CENTRALE DIVENTANO SEMPRE PIU’ MARGINALI.
I SERT (SERVIZI CONTRO LE DIPENDENZE PATOLOGICHE) A PALERMO SONO STATI RIDOTTI DA 5 A 3 E LA LORO DOTAZIONE ORGANICA E’ STATA FALCIDIATA. LA PRESENZA DEGLI PSICOLOGI ALL’INTERNO DEI SERT PASSA DA TREDICI A TRE, UNA PRESENZA ASSOLUTAMENTE INSUFFICIENTE.
MOLTI CONSULTORI RESTERANNO SULLA CARTA PERCHE’ CON LA DOTAZIONE ORGANICA DI UN CONSULTORIO SE NE VOGLIONO FAR FUNZIONARE DUE.
ANALOGHE SCELTE SI RISCONTRANO PER I MODULI DI SALUTE MENTALE.
LO SQUILIBRIO NELLA PREVISIONE E NELL’ ALLOCAZIONE DELLE DIVERSE FIGURE PROFESSIONALI, MEDICI, PSICOLOGI, PEDAGOGISTI, ASSISTENTI SOCIALI, FISIOTERAPISTI E TECNICI DI VARIO PROFILO METTE IN DISCUSSIONE IL CARATTERE MULTIDISCIPLINARE DELL’INTERVENTO SANITARIO E DETERMINA LA PROGRESSIVA MEDICALIZZAZIONE DELLA SANITA’ A DISCAPITO DELL’AREA PSICOTERAPICA, RIABILITATIVA E SOCIALE. L’AZZERAMENTO DELLE 13 UNITA’ OPERATIVE DI PSICOLOGIA CONFERMA QUESTO DATO.
SI RIDUCE IL PERSONALE, GIA’ ASSOTTIGLIATO DAI PENSIONAMENTI, MA SI AUMENTANO LE UNITA’ OPERATIVE INUTILI, CHE PER PROMUOVERE QUALCHE DIRIGENTE,SOTTRAGGONO RISORSE ALLE ATTIVITA’ DI BASE E ALLE STRUTTURE CHE EROGANO ASSISTENZA, AGGRAVANDO LA GIA’ COMPLESSA E FARRAGINOSA ORGANIZZAZIONE AZIENDALE.
LA CGIL PRESENTERA’, NEL CORSO DELL’INIZIATIVA, I NUMERI DELLA NUOVA DOTAZIONE ORGANICA ED EVIDENZIERA’ I LIMITI CHE RENDONO DIFFICILE LA RIORGANIZZAZIONE DI UNA GRANDE E COMPLESSA AZIENDA SANITARIA.
LA CGIL RAPPRESENTERA’ LE PROPRIE PROPOSTE, PORTATE NEL CONRONTO CON LA DIREZIONE AZIENDALE, PER CONTRIBUIRE ALLA SOLUZIONE DI PROBLEMI CHE IMPEDISCONO DI GARANTIRE LA TUTELA E LA PROMOZIONE DI UN BENE FONDAMENTALE COME LA SALUTE.
Palermo lì 26/10/2010

giovedì 28 ottobre 2010

LA PROPOSTA. Alberi e panchine per abbellire spazi pubblici abbandonati. Lo facciamo?

Qualche anno fa, passeggiando sulle sponde del fiume Passirio, a Merano (Bolzano) abbiamo notato che sulle panchine disposte lungo il percorso erano incise delle poesie di vari autori. Idea bellissima: passeggiare in un luogo alberato e fiorito e intanto lasciarsi portare dalle suggestioni ispirate dalla lettura. Abbiamo di recente letto sul sito del Comune di Merano che il Comune ha individuato delle zone da rimboschire (sembra un paradosso, in una regione già verdissima, sulle Alpi, ma al meglio non c’è fine), e propone agli stessi abitanti di contribuire a questa operazione, con una donazione di 100 euro per l’acquisto di un albero, di 70 per l’acquisto di un rampicante, di 50 all’acquisto per un cespuglio. Gli alberi ecc. saranno piantumati dai giardinieri del Comune e sarà posta su di essi una targhetta col nome del donatore. Se poi qualcuno desiderasse piantarli in zone diverse da quelle individuate, deve proporlo al settore apposito che, col supporto di esperti, individuerà il tipo di pianta più adatta al clima, alla zona ecc. Elementare.


Qualche giorno fa abbiamo letto su un quotidiano di una giovane architetta pugliese, trapiantata a Palermo, che ha avuto la felice idea di ripulire, col supporto di alcune persone del luogo, alcune zone, individuate all’Albergheria, in cui sono state interrate piante grasse. In queste piccole aree è stata posta un’immagine di santa Rosalia, allo scopo di incentivare nelle persone della zona (inabituate totalmente al mantenimento di un giardino, e abituate all’accumulo di munnizze di tutti i tipi) un senso di rispetto per il luogo. Su internet abbiamo visionato i molteplici filmati in cui sono ripresi i cosiddetti “Giardinieri sovversivi romani”, un gruppo di persone che, armate di pale, zappe, piantine e buona volontà, si adoperano per far comparire un giardino dove prima c’era un terreno abbandonato. A Parigi abbiamo passeggiato sulla “promenade plantée”, una ex ferrovia, ora in disuso, che attraversa la città, trasformata in un percorso alberato, fiorito, a tratti sopraelevato. Abbiamo visto biciclette elettriche, utilizzabili con tessera prepagata, posteggiabili in una gran quantità di luoghi in cui si possono ricaricare. Anni fa, all’interno del Centro sociale s. Saverio, le donne dello “spazio donne” (che esiste da più di 20 anni) hanno voluto festeggiare la fine di un corso di preparazione alla menopausa piantando un albero di mimosa nel giardino del Centro.

Partecipando al funerale di un amico, qualche giorno fa, abbiamo pensato che sarebbe bello accompagnarne la memoria con un segno tangibile che resti nel territorio, visibile a tutti: un albero a lui dedicato. Ma lo stesso si potrebbe fare per accompagnare la nascita di un bambino, o per ricordare un evento festoso, privato (un matrimonio, ad esempio) o pubblico (un avvenimento storico, un personaggio particolare…). Non fiori (recisi, quindi di brevissima durata) ma “opere di bene” che resistono e anzi crescono nel tempo, abbelliscono uno spazio, lo rendono godibile, fruibile, lo restituiscono alla gente, la invogliano ad avere un rapporto diverso con lo spazio abbellito, di custodia, di appartenenza, di tutela. E sottraggano lo spazio pubblico a quell’orrendo senso di estraneità, di bruttezza, di abbandono, di discarica pubblica a cui da sempre i loro occhi sono stati abituati, e a cui da sempre sono abituate Pubbliche Amministrazioni cieche e sorde, abituate anch’esse all’abbandono e alla bruttezza. Schiere di politici e amministratori frequentemente in viaggio internazionali e intercontinentali, a spese dei contribuenti, incapaci di importare in loco idee banali, semplici, perfette come l’uovo di Colombo.

Come da sempre nelle chiese si sono viste panche offerte “in memoria di” o, per le strade delle città e dei paesi, edicole votive “dedicate a”, oggi potrebbero, più laicamente, offrirsi giochi in legno, panchine, attrezzi ginnici, altalene ecc. A un incontro a cui partecipavamo come Centro sociale S. Saverio, anni fa, abbiamo conosciuto a Palermo alcuni membri di una cooperativa sociale (di cui colpevolmente non ricordiamo il nome, che potrebbe però essere recuperato facilmente), costituita da detenuti o ex tali, che costruivano manufatti in legno (panche ecc.). Si potrebbero mettere in sinergia, quindi, buone idee e bravi artigiani, ed innescare un positivo effetto domino. Semplice, bello, fattibile. Lo facciamo?
Maria Di Carlo

mercoledì 27 ottobre 2010

Saviano sfugge al confronto con il presidente del Centro Umberto Santino su Peppino Impastato

Roberto Saviano
Era già accaduto in occasione della pubblicazione sul quotidiano la Repubblica di una lettera del presidente del Centro Umberto Santino in cui si smentiva, date alla mano, l'affermazione contenuta nel volume La parola contro la camorra secondo cui il film I cento passi aveva "riaperto il processo" ai responsabili dell'assassinio di Peppino Impastato. La lettera, inviata il 25 marzo, è stata pubblicata, con un vistoso taglio, il 3 aprile 2010 e il redattore del quotidiano, per giustificare il ritardo, a un nostro sollecito ci ha informato che avevano chiesto a Saviano di replicare, cosa che non ha fatto. Ora, dopo la lettera di diffida all'editore Einaudi inviata il 4 ottobre, in cui si chiede la rettifica all'affermazione non veritiera contenuta nel libro, dobbiamo registrare il silenzio stampa di gran parte dei giornali, ad eccezione del Corriere della sera, di Liberazione, della Sicilia e di alcuni blog, il reiterato rifiuto di Saviano a confrontarsi, chiestogli, tra gli altri, da Radio Città aperta che ha mandato in onda un'intervista a Umberto Santino.
La ragione di tale rifiuto è evidente: è una fuga dalla verità, che dimostra quanto il giovane Saviano tiene a quella affemazione non veritiera, che a suo avviso sarebbe la prova più significativa dalla potenza della parola, considerata come una sorta di Logos neoplatonico e di Verbo del vangelo di Giovanni.
Non possiamo che prendere atto del silenzio della stampa italiana, anche di quella democratica e di sinistra, che ha creato o avallato il mito di Saviano, e delIa scarsa considerazione per la verità dei fatti del giovane scrittore ormai assurto a personaggio mediatico internazionale e predicatore televisivo.
Abbiamo espresso solidarietà al giovane scrittore per le minacce ricevute ma già prima del successo avevamo rilevato che Gomorra è un romanzo che confonde fiction e realtà, molto meno utile per la comprensione della camorra di altri testi più documentati e attendibili. Avevamo anche fatto notare che nel volume La bellezza e l'inferno si parla di una telefonata della madre di Peppino allo scrittore, che, da quello che ci dice Felicia, la cognata di Peppino, non risulta essere stata effettuata. Nello stesso testo si parlava del funerale della madre di Peppino in termini inesatti (c'erano "molti ragazzi", non c'era il sindaco ecc.). Al funerale hanno partecipato centinaia di persone, purtroppo poche di Cinisi, non solo "ragazzi", c'erano magistrati, giornalisti, protagonisti del moviemento antimafia degli ultimi decenni, il sindaco c'era e aveva proclamato, su nostra richiesta, il lutto cittadino, e il saluto laico è stato tenuto dal presidente del Centro Umberto Santino.
Anche questo, assieme a varie imprecisioni, rilevate da più d'uno, che costellano Gomorra, dimostra la superficialità di Saviano e il pochissimo conto in cui tiene l'informazione e la documentazione. Tanto, bisogna credergli sulla Parola!

Centro Impastato
Via Villa Sperlinga 15
90144 Palermo
Tel. +39 91.6259789, fax +39 91.7301490
e.mail: csdgi@tin.it
sito: www.centroimpastato.it

sabato 23 ottobre 2010

Focus sulla «società dell'eccesso»

di Michele Guccione
Lo storico Prestigiacomo racconta con documenti inediti gli sfarzi della nobiltà di inizio '900. Domina la cronaca il mito di Donna Franca Florio, sempre in prima fila ad accogliere regnanti e magnati della finanza. La storia di Oscar Wilde che fu respinto da tutte le famiglie aristocratiche
L'ultimo libro di Vincenzo Prestigiacomo, «Vita mondana e Mano Nera nella Palermo della Belle Epoque» (Nuova Ipsa Editore), è storicamente collocato a cavallo tra '800 e '900 ed ha sullo sfondo la follia dilapidatrice di una aristocrazia che consuma l'ultimo lembo di patrimonio ereditato dagli antenati. In luce tanti aspetti di una città che segna uno dei momenti economicamente più floridi e politicamente più travagliati della storia siciliana. Nella cronaca mondana il mito dei Florio è lei, Donna Franca. Alta, snella, flessuosa, ondeggiante, con quel passo che gli antichi veneziani chiamavano alla «levriera». Dinanzi al suo fascino si inchinano re e imperatori, poeti e pittori. «L'Unica» la definisce Gabriele D'Annunzio. Nei giorni assolati di gennaio 1897 c'è molta elettricità tra le giovani signore della nobiltà; tutte a perdere il sonno pensando all'incontro con Nathaniel Rothschild. Per il banchiere vengono organizzati ricevimenti da mille e una notte. Il valzer delle serate viene aperto dai Papè di Valdina. Alla festa partecipano i Florio. Donna Franca indossa un capo viola di Worth, maison d'alta moda parigina detentrice indiscussa del gusto e dell'eleganza della Belle Epoque. Tra gli invitati anche il duca Emanuele Filiberto di Savoia Aosta e la consorte Elena d'Orleans. A prima vista molte signore sembrano giovani e belle, ma ad uno sguardo attento appaiono sciupate, consumate dal tempo, dalla vita mondana, dal piacere. Due giorni dopo, tutta l'aristocrazia palermitana si trasferisce dai Florio all'Olivuzza. Tra le nobildonne si apre una competizione di sfoggio di gioielli siciliani. Donna Franca indossa un paio di orecchini pendenti in oro con pietre rosse bollati «Palermo 1775». Non ci sono occhi per ammirare una spilla a forma di ramo fiorito, con diamanti, smeraldi, rubini e perle. Ospiti che partono ed altri che arrivano. Sbarcano al molo Santa Lucia i Morgan, i Krupp, i Lipton. Intanto lo sfarzoso mondo interno dei palazzi nobiliari contrasta con quello esterno. Per la strada si parcheggiano carretti, si collocano tavoli sgangherati e sgabelli per gli oziosi e per i senza lavoro che si consolano della inattività giocando a scopone con carte untose. La posta in palio è un bicchiere di vino. Palermo usa sempre più spesso il tram elettrico, allegro e comodo. E mentre in parte avanza l'impetuoso progresso industriale, dall'altra persistono i malumori della classe operaia. Intanto ad aprile sbarca in città Oscar Wilde. Capelli lunghi, un libro e una rosa in mano, il fedelissimo «bastone animato» al fianco. A Palermo il nome dello scrittore irlandese corre di bocca in bocca. Il suo capolavoro «Il ritratto di Dorian Gray» gira per i salotti buoni della nobiltà e dell'alta borghesia Ma la sua vita scandalosa non piace al perbenismo dei Mazzarino, dei Florio, dei Lanza di Trabia, e di tutta la loro compagnia. La prima a non riceverlo nel salotto dell'Olivuzza è Donna Franca. A Wilde si condanna il comportamento ambiguo che tiene con lord Alfred Douglas, studente biondo, efebico e dagli occhi cerulei. Durante l'estate si sviluppa l'agonismo marino. Nelle spiagge di Sferracavallo e Acquasanta si vedono sguazzare uomini e donne con costumi goffi. L'attività ludica è ristretta soltanto ad una cerchia sparuta di palermitani. Vincenzo Prestigiacomo crea una cronaca che si avvale di un ritmo incalzante capace di calamitare il lettore al libro quasi come si trattasse di un giallo. I colpi di scena sono caratterizzati da un sequestro di una adolescente e da tre inquietanti omicidi, che vengono a sconvolgere la vita quotidiana di Palermo, non più «felicissima».
La Sicilia, 23/10/2010

Javier Pastore si racconta: "Voglio restare a Palermo"

Javier Pastore
di MASSIMO NORRITO

Javier Pastore a tutto campo. Il campione argentino si racconta e parla dell´espulsione nella partita con il Cska, del suo futuro in rosanero, della sua famiglia, della sua vita a Palermo, del matrimonio, del suo rapporto con Maradona e Zamparini. Una intervista nella quale il Flaco giura fedeltà alla maglia rosanero e auspica di poter firmare presto il nuovo contratto con il Palermo
Javier Pastore partiamo dall´espulsione contro il Cska Mosca...
«Lo so, ho sbagliato».
L´ha capito subito?
«Sì. Tanto è vero che uscendo ho chiesto immediatamente scusa ai miei compagni e ai tifosi. È stato un gesto che non avrei dovuto fare, ma ».
Rossi dice che si cresce anche grazie a queste cose.
«È la prima volta che mi capita, ma ero piuttosto nervoso. Ero molto dispiaciuto, credevo fossimo vittime di una ingiustizia e ho chiesto spiegazione all´arbitro. Volevo farmi sentire in prima persona. Volevo dire qualcosa io».
Insomma come fa il leader di una squadra. Lei si sente di potere ricoprire questo ruolo?
«Sicuramente sì. Nel Palermo di leader ce ne sono molti e io credo di potere essere uno di questi».
Troppo pesante il 3 a 0 rimediato contro il Cska?
«Il Cska è una squadra forte, ma il Palermo è stato in partita per larghi tratti. Nel primo tempo abbiamo giocato sicuramente meglio noi. Abbiamo però commesso qualche errore e siamo stati puniti subito. Allo stesso tempo però c´è stato fischiato un fuorigioco che non c´era. Insomma, la partita ha avuto un andamento diverso da quello che dice il risultato».
Un risultato che vi tiene ancora in corsa per la qualificazione?
«Sicuramente sì. Il pareggio tra Losanna e Sparta Praga mantiene aperte le porte dei sedicesimi. Dobbiamo vincere sia con Losanna che con lo Sparta. Possiamo sicuramente farcela».
Anche contro il Cska Mosca in molti erano allo stadio solo per vedere Pastore. Che effetto le fa essere l´oggetto di tante attenzioni?
«Mi fa stare bene. Mi piace. Sono contento che i tifosi mi vogliano bene. Io voglio solo continuare a fare bene e migliorarmi giorno dopo giorno».
Si aspettava un inserimento così rapido nel calcio italiano?
«No. La cosa ha sorpreso anche me, ma Palermo è l´ambiente ideale per crescere. Qui ci sono tanti giovani che fanno bene e i giocatori con maggiore esperienza ti aiutano. È un po´ come mi capitava all´Huracan. Non c´è grande pressione e poi c´è Rossi che mi aiutato molto a crescere».
Rossi ha anche detto che a volte lei esagera con i colpi di tacco.
«Ma io li faccio finalizzati al gioco. Io mi diverto. Con un colpo di tacco a volte si può velocizzare il gioco. Se poi trovi gente come Ilicic e Hernandez che ti asseconda diventa tutto uno spasso».
Quanto l´ha aiutata in questa crescita il Mondiale?
«Mi ha aiutato molto. Dopo l´esperienza in Sudafrica mi sento molto più sicuro dei miei mezzi».
Saranno state anche le parole di Maradona che l´ha definita "un maleducato del calcio"?
«Maradona è tutto. È stato il numero uno del calcio. le sua parole per me sono state una spinta incredibile. Per un argentino quello che dice Maradona è importantissimo. Figuriamoci il piacere che possono avermi fatto i suoi complimenti».
Da un argentino all´altro. Anche Messi ha avuto parole di elogio nei suoi confronti. Il sogno è un giorno poterci giocare accanto?
«Messi è un grande. Un grande calciatore, ma anche un grande uomo. Chi è che non vorrebbe giocare con lui?».
Qual è invece il giocatore italiano che le piace di più?
«Sicuramente Del Piero. Alla sua età è ancora un esempio per tutti. Un grande campione. Magari potessi un giorno diventare come lui».
Kakà, Zidane, Riquelme. Sono alcuni dei grandi nomi ai quali lei è stato accostato. lei in chi si rivede?
«Io mi ispiro a Kakà. Lo ritengo un giocatore straordinario. Mi piacciono le sue accelerazioni. il suo modo di giocare. Nell´anno in cui il Milan ha conquistato la Champions, Kakà vinceva le partite da solo».
Quanto le manca ancora per diventare come Kakà?
«Mi manca tanto. Devo ancora migliorare molto. Ecco perché non passa giorno che non impari qualcosa. Lavoro per questo, per arrivare a certi livelli».
Alla fine Kakà è andato via dal Milan. Lei andrà via dal Palermo?
«Io sto bene a Palermo e non penso a nulla. Sono felice di essere qui. La squadra sta crescendo e con la squadra cresco pure io. Non vedo perché dovrei andare via».
Ma se le dico Chelsea, Real Madrid, Barcellona, Manchester City, Inter?
«Mi fa l‘elenco di tante grandi squadre».
Tutte squadre che farebbero pazzie per averla.
«Ma queste sono solo voci. Con il campionato in corso tutte queste notizie lasciano il tempo che trovano. Qualcosa di vero potrebbe esserci semmai durante il mercato. A me non può che fare piacere che si parli di me. Chi inizia a giocare a calcio sogna da bambino di arrivare in squadre come queste, ma a Palermo, lo ripeto, sto benissimo».
Tanto che i suoi procuratori trattano il rinnovo del contratto con il presidente Zamparini?
«Sì. Le cose stanno proprio così. Il Palermo vuole tenermi, io voglio restare. Lavoriamo perché questo accada. Spero che alla fine le cose si concretizzino».
Zamparini la considera quasi un figlio. Per lei è veramente un secondo papà?
«Sicuramente. I primi tempi, quando ancora non ero arrivato a Palermo, lo sentivo al telefonino dall´Argentina e già allora lo percepivo molto vicino. Quando sono arrivato in Italia mi è stato molto accanto, mi ha coccolato. Un giorno mi ha portato pure a comprare le scarpe da calcio».
Insomma, uno Zamparini diverso dall´immagine del presidente burbero che esonera gli allenatori e polemizza con gli arbitri?
«Ma quella è l´immagine per l´esterno. Con noi è una persona molto dolce, sempre vicina ai calciatori e alle nostre esigenze. Quando viene al campo per l´allenamento è sempre molto attento a quello che facciamo».
Parliamo invece della sua vera famiglia. In molti dicono: Pastore è così bravo perché alle spalle ha una famiglia che gli vuole bene.
«È vero. Io devo tutto a mio padre e mia madre. Da quando ho iniziato a giocare loro hanno sacrificato tutte le loro domeniche per starmi accanto. Sapevano che per me giocare a pallone era tutto e quindi mettevano da parte ogni cosa per starmi vicino. Non finirò mai di ringraziarli. Sono stati fondamentali per la mia crescita di uomo e di calciatore».
Quanto è importante averli qui a Palermo?
«Molto. È fondamentale sentire il loro affetto. Mia sorella si è trasferita qui con i miei nipotini. Mio fratello vive a Palermo con me. I miei arrivano in città martedì e non vedo l´ora di una bella grigliata di carne argentina».
A Palermo lei ha trovato anche l´amore.
«Sì ed è bellissimo. Mi mancava l´affetto di una donna. La mia fidanzata mi dà tutto questo».
Pronto per il matrimonio?
«No. Sono ancora troppo giovane. magari a ventiquattro, venticinque anni ne potremo riparlare».
Come trascorre le sue giornate a Palermo?
«Tolto l´allenamento e il campo, mi piace molto andare a mangiare fuori. Gioco spesso al bowling e sono un appassionato di cinema. Quando è possibile vado a vedere un buon film. Quando sono a casa sfido mio fratello in interminabili partite di play station».
Parliamo del Palermo. dove può arrivare questa squadra. C´è chi dice addirittura che potrebbe essere un outsider per lo scudetto.
«Non so se possiamo lottare per lo scudetto, ma sono sicuro che possiamo arrivare molto in alto. Noi possiamo giocare alla pari con tutti e, soprattutto adesso che abbiamo iniziato a vincere anche fuori casa, possiamo vincere con chiunque e puntare al massimo».
(La Repubblica-Palermo, 23 ottobre 2010

mercoledì 20 ottobre 2010

Giuseppe Casarrubea e Mario Cereghino: "Mai detto che il cadavere non sarebbe quello di Giuliano ma di un sosia"

Vi segnaliamo un grave errore che si trascina da vari giorni per colpa di varie agenzie di stampa, a cominciare dall'Ansa. Noi non abbiamo mai affermato che nella tomba della famiglia Giuliano a Montelepre "il cadavere non sarebbe quello di Giuliano ma di un sosia". L'Ansa, addirittura, ha scritto negli ultimi giorni che "secondo Casarrubea, il bandito in realtà sarebbe stato fatto fuggire all'estero e il cadavere esposto sarebbe di un sosia". Ieri sera, abbiamo avuto una lunga conversazione con il dott. Pecoraro, giornalista dell'Ansa di Palermo, il quale ha subito rettificato la notizia errata, diramata nel tardo pomeriggio del 19 ottobre.
Ecco il testo redatto dal giornalista Pecoraro:
BANDITO GIULIANO: STUDIOSI, DA NOSTRO ESPOSTO VIA A INDAGINE (V. 'SALMA BANDITO GIULIANO...' DELLE 18.21 CIRCA)
(ANSA) - PALERMO, 19 OTT - Secondo lo storico Giuseppe Casarrubea e il ricercatore Mario J. Cereghino, la Procura di Palermo ha riaperto il caso del bandito Salvatore Giuliano, avviando una indagine a carico di ignoti per omicidio e sostituzione di cadavere, con lo scopo di verificare ''una serie di contraddizioni che emergono dai dati ufficiali relativi alla morte del bandito'', ucciso la notte tra il 4 e 5 luglio del 1950 a Castelvetrano (Pa). Sono stati proprio Casarrubea e Cereghino a fornire alla Procura il 5 luglio gli elementi che hanno indotto i magistrati ad aprire l'inchiesta e a disporre la riesumazione del cadavere, prevista per il prossimo 28 ottobre. Per i due studiosi ''vi sono elementi tali che e' legittimato il ricorso all'esame del
 Dna per accertare l'identita' del cadavere giacente nella tomba di famiglia dei Giuliano''. Nell'esposto Casarrubea e Cereghino chiedevano ''di volere intraprendere un'indagine conoscitiva per accertare l'identita' della persona uccisa nel cortile dell'avvocato Di Maria (Castelvetrano) rispondente al nome di Salvatore Giuliano, autore di stragi e omicidi, commessi in Sicilia negli anni che vanno dal 2 settembre 1943 e fino alla data del luglio 1950''. ''Gli scriventi - si legge - ritengono che vi sono fondati motivi per ritenere che il cadavere ritratto nel suddetto cortile e nell'obitorio del cimitero di Castelvetrano non siano la medesima persona ritratta in decine di fotografie e in un filmato del dicembre 1949 come il bandito Salvatore Giuliano''. (ANSA).
Il 5 maggio 2010, infatti, nell'istanza presentata al questore di Palermo, Roberto Marangoni, abbiamo scritto: I sottoscritti [...] chiedono alla S.V. di volere intraprendere un'indagine conoscitiva per accertare l'identità della persona uccisa nel cortile dell'avvocato Di Maria (Castelvetrano), la notte tra il 04 e il 05 luglio 1950, rispondente al nome di Salvatore Giuliano, autore di stragi e omicidi, commessi in Sicilia negli anni che vanno dal 2 settembre 1943 e fino alla data del luglio 1950. Gli scriventi ritengono che vi sono fondati motivi per ritenere che il cadavere ritratto nel suddetto cortile e nell'obitorio del cimitero di Castelvetrano non siano la medesima persona ritratta in decine di fotografie e in un filmato del dicembre 1949 come il bandito Salvatore Giuliano. Questa è una precisazione doverosa, che stiamo inviando a tutti i mezzi di informazione. Le notizie non veritiere, come si può bene immaginare, non fanno altro che apportare danno e confusione a una ricerca che conduciamo, con serietà e impegno, da oltre quindici anni.
Cordiali saluti
Giuseppe Casarrubea e Mario J. Cereghino
Partinico (Palermo), 20 ottobre 2010

Le minacce a Pino Maniaci non sono un caso isolato

di Alberto Spampinato
Pino Maniaci
Le nuove minacce a Pino Maniaci e alla sua famiglia dimostrano quanto sia rischioso fare informazione giornalistica nei territori soggetti alla criminalità organizzata. Esprimo solidarietà a Pino, ai suoi familiari e a tutti i collaboratori di Telejato. Auspico misure di sicurezza rafforzate e invito a non considerare quello di Partinico un episodio isolato. Bisogna sapere che in Italia, nel biennio 2009-2010, si sono verificati almeno altri 78 gravi episodi simili che hanno coinvolto non meno di 400 giornalisti; che altri dieci di questi episodi si sono verificati nella stessa Sicilia; che lo stesso Maniaci è stato già oggetto di minacce. Questa drammatica situazione è stata rappresentata con nomi, cognomi, date e particolari nel Rapporto 2010 di Ossigeno per l’Informazione. Il rapporto nonsi limita all’elencazione, formula alcune proposte per fronteggiare un contesto così allarmante. E’ necessario, infatti, denunciare ed esprimere solidarietà, ma non basta. Sono necessarie iniziative concrete per rendere più sicuro e socialmente riconosciuto il lavoro di cronaca. Non si può lasciare solo e indifeso, come spesso avviene, chi per informare i cittadini si assume un rischio che sta diventando sempre più elevato. Il carattere pubblico del giornalismo di cronaca dovrebbe essere riconosciuto apertamente, e non solo a parole. Chi informa l’opinione pubblica in modo professionale merita di essere protetto attivamente, di essere difeso, da tutti e innanzi tutto dagli altri giornalisti, sul piano dell’organizzazione del lavoro e da una legislazione adeguata. Una società democratica non può lasciare che criminali e prepotenti scelgano i fatti e gli argomenti dei quali i giornalisti possono scrivere sui giornali e parlare in televisione. In Italia, purtroppo, questo aspetto è da tempo trascurato, nonostante proliferino gli episodi di violenza contro i giornalisti e altri abusi commessi per oscurare notizie di rilevante interesse generale. In gioco non c’è solo il diritto di cronaca, c’è anche il diritto dei cittadini di essere informati.
Roma, 20.10.2010

mercoledì 13 ottobre 2010

Gli orfani piangenti. E i figli della mafia

Sonia Alfano “superstar” in senso mediatico. Sul celebre blog del “Fatto” torna sulla questione dei figli dei boss, uscita a proposito dei beni confiscati e rinfocolata da successivi interventi. Una replica a una replica (del legale di Provenzano, (ndr). Ora l’onorevole Alfano scrive: “La mia lettera non era scritta da parlamentare europeo, ma da figlia di una vittima innocente della mafia e non chiedeva l’impiccagione per i figli dei mafiosi ma un minimo di rispetto. (…) In realtà la cittadina italiana che ha subito violenza sono io e siamo noi, razza detestata degli “orfani piangenti”. Io, noi, e non lei o Roberta Bontate, ho subito la violenza dei suoi assistiti e dei loro sodali che hanno assassinato mio padre, come molti altri padri. La storia (e non io) dice che la Sicilia non è abbastanza grande per ospitare gente come i suoi assistiti e gente come le vittime di mafia, e lei sa bene che a pagare sono sempre stati i giusti. Ora basta, mettere i puntini sulle “i” diventa un dovere morale”. La lettera continua: “Mai detto che i figli debbano pagare per le colpe dei padri mafiosi. Quello che pretendo, sì, stavolta lo pretendo, è che non salgano in cattedra a dare lezioni se non prima di aver rinnegato non il padre, attenzione, ma la mafiosità dei padri, degli zii e dei fratelli. Dov’è lo scandalo, l’imbarbarimento, l’accanimento? Mi creda, nessuno più di un familiare di una vittima innocente della mafia può sapere cosa siano l’isolamento e l’etichettamento in una società in costante declino come quella siciliana; il diritto a vivere una vita dignitosa appartiene a me come alla signora Bontate. A dar fastidio è stato il suo orgoglioso salto sul pulpito. Un pulpito che noi, familiari delle vittime innocenti della mafia, non abbiamo mai preteso. Io, avvocato, sono andata a trovare Bernardo Provenzano in carcere, e direttamente da lui ho avuto rassicurazioni: “Sto bene, non mi manca niente”. Se non manca niente a lui che vive in regime di 41bis, si figuri ai suoi figli”.
LiveSicilia, 13.10.2010

“Se il boss è un padre di famiglia”

di Roberto Puglisi
Bernardo Provenzano
Rosalba Di Gregorio, legale di Bernardo Provenzano, è intervenuta nella querelle sulle responsabilità dei figli dei boss, una ferita riaperta da Sonia Alfano con un articolo sul “Fatto”. L’avvocato ha scritto, in replica: “Esprimo il mio pensiero da cittadina italiana e, nel caso specifico, manifesto il mio vivo disappunto. Ho sempre ritenuto che si debba essere valutati per quello che si è e per ciò che si fa e non per ‘l’eredità’ che, senza alcun merito e, dunque, senza alcun demerito, si riceve dai genitori. Sono autorevolmente confortata, in questo mio pensiero, dalla nostra Costituzione, che detta il principio di personalità della responsabilità penale. Come cattolica, poi, ricordo che ci si confessa e si fa ammenda dei propri peccati e non di quelli commessi da altri”.
E poi, avvocato, il boss è anche un padre, no?
“La dimensione familiare è unica. Il rapporto tra figli e genitori è personale, inviolabile, fa parte di un patrimonio affettivo disponibile solo a chi lo sperimenta”.
Lei difende Provenzano. E ha conosciuto Roberta Bontate.
“Quando era piccolissima. Che responsabilità può avere una bambina con papà in cella? Di cosa è colpevole, oggi, rispetto ai suoi ricordi e ai suoi sentimenti?”.
Sonia Alfano invoca la cultura della legalità.
“La legalità ha confini certi.Ognuno risponde delle proprie azioni. Chi vuole affermare un altro codice superiore, basato magari sul razzismo del nome, viola proprio quei principi”.
Chi sono i figli dei boss?
“Ragazzi che hanno avuto un papà normale, uno che gli diceva di fare i compiti e di lavarsi i denti. Come gli altri padri. I boss, generalmente, non si portano appresso la prole in fasce quando vanno a sparare”.
Quindi?
“Gli uomini devono essere valutati per quello che sono e per quello che fanno. Il figlio di una vittima di mafia non vale di più del figlio di un boss, in partenza, per un fattore generico e pregiudiziale. Contano i comportamenti e sulla base di questi si subisce il giudizio. E pure sulle ricchezze…”.
Sì?
“Non è vero che le famiglie dei boss vivano nello sfarzo di soldi illecitamente accumulati. Spesso non c’è un euro”.
Come s’è accorta della riflessione di Sonia Alfano?
“E’ stato Angelo Provenzano a segnalarmela. Voleva rispondere lui”.
E non ha risposto?
“L’ho bloccato. Non aveva titolo per replicare”.
Come sta Provenzano padre?
“Malissimo, in cella, con i riscaldamenti intermittenti per risparmiare. E può usare un numero limitato di maglioni”.
Perché?
“E’ la regola”.
LiveSicilia, 13.10.2010

martedì 12 ottobre 2010

Umberto Santino, presidente del Centro Impastato, diffida l'Editore Einaudi e Roberto Saviano a rettificare il libro "La parola contro la camorra"

Umberto Santino
Gli avvocati Pietro Spalla e Antonina Palazzotto, per conto di Umberto Santino, presidente del Centro siciliano di documentazione “G. Impastato”, hanno diffidato l’editore Einaudi a rettificare quanto contenuto nelle pagine 6 e 7 del libro di Roberto Saviano La parola contro la camorra, a ritirare dal commercio l’edizione in corso di distribuzione e a rettificare le edizioni successive, ripristinando la verità storica. «In mancanza – scrivono i legali - saremo costretti ad agire in giudizio per la tutela delle ragioni tutte – anche risarcitorie – del nostro cliente, con conseguente aggravio a Vostro carico anche per spese legali, interessi e risarcimento danni come per legge». Ma cosa ha scritto di tanto grave Saviano da scatenare l’offensiva legale del presidente del Centro Impastato? Ha scritto, per esempio: “Quando Impastato fu ucciso, l’opinione pubblica venne inconsapevolmente condizionata dalle dichiarazioni che provenivano da Cosa Nostra. Che si fosse suicidato in una sottospecie di attentato kamikaze per far saltare in aria un binario. Questa era la versione ufficiale, data anche dalle forze dell’ordine. Poi dopo più di vent’anni, nasce un film, I cento passi, che non solo recupera la memoria di Giuseppe Impastato – ormai conservata solo dai pochi amici, dal fratello e dalla mamma – ma addirittura la rende a tutti, come un dono. Un dono alla stato di diritto e alla giustizia. Questa memoria recuperata arriva a far riaprire un processo che si chiuderà con la condanna di Tano Badalamenti, all’epoca detenuto negli Stati Uniti. Un film riapre un processo. Un film dà dignità storica a un ragazzo che invece era stato rubricato come una specie di matto suicida, un terrorista”. Ma scrivendo questo, sottolineano i legali di Santino, Roberto Saviano ignora la storia. «Dimentica l’autore (consapevolmente?) più di vent’anni di lavoro del dott. Umberto Santino e del Centro di ricerca da lui diretto: le lotte, le manifestazioni all’indomani dell’assassinio nonché quelle annuali (ma non solo) organizzate per gli anniversari dell’assassinio dal Centro Impastato e dai familiari, i lavori di ricostruzione del delitto e le pubblicazioni del Centro Impastato; senza considerare che l’autore ha ignorato il lavoro della Commissione Parlamentare Antimafia (stimolato peraltro dal predetto Centro di ricerca), il lavoro dei magistrati e degli avvocati dei familiari.

Roberto Saviano

Nessun film ha “riaperto” il processo. Senza il lavoro continuo e costante del Centro di ricerca diretto dal dott. Umberto Santino, con il prezioso e instancabile contributo quotidiano della dott.ssa Anna Puglisi, e dei familiari di Giuseppe Impastato, le indagini non si sarebbero riaperte». E Vito Palazzolo e Gaetano Badalamenti non sarebbero stati riconosciuti colpevoli dell’omicidio e condannati, il primo a 30 anni e il secondo all’ergastolo. «È palese, a questo punto, concludono i due legali, la violazione del principio della verità storica che grava su chi fa o assume di fare informazione e pubblica notizie. Senza considerare che un testo come quello in questione è destinato a circolare in numerosissime copie e a divulgare una falsa rappresentazione dei fatti. Non solo, ma il libro viola l’identità personale e l’immagine del Centro siciliano di documentazione “Giuseppe Impastato” quale soggetto che, sin dal 1977, è impegnato a lottare la mafia sul territorio e che ha avuto un ruolo essenziale nella ricostruzione dei fatti relativi all’omicidio dell’Impastato, tant’è che ne porta dal 1980 il nome!» (d.p.)