martedì 4 agosto 2009

Ci scrivono. "Direttore, la smetta di criticare sempre il sindaco Iannazzo e parli bene di Corleone e del torneo di calcio e di volley!"

Egregio Direttore, dico io, perchè si danna solamente a far critica all'amministazione comunale? Perchè, invece, non pubblica un sondaggio sul suo sito, ma anche di tipo cartaceo per tutti coloro i quali non posseggono internet, su ciò che pensano i cittadini corleonesi sul Suo conto? Sarebbe una bella idea!! Poi, cosa Le interessa se sono stati e/o saranno assunti cittadini di Corleone all'Aps? E' meglio mantenere alto il tasso di disoccupazione nella cittadina? Mah! E non mi venga a dire le solite baggianate perchè il passaggio privatizzato dell'acqua fu "un'idea" dell'allora sindaco Pippo Cipriani.. "Idea" portata avanti e messa in pratica dall'attuale sindaco Iannazzo!! La smetta di crtiticare, e criticare, e criticare, e criticare!! Piuttosto parli bene di Corleone perchè le notizie che Lei mette a fuoco sul Suo sito danneggiano ancora di più l'immagine del paese!! E poi, al posto di diffamare sempre di tutti coloro che Le stanno sugli zebedei, perchè non pubblica un bellissimo articolo sulla terza edizione del torneo di calcio e volley in piazza? Non Le ho mai visto citare, da tre anni a questa parte, una parola di elogio sulla manifestazione!! Ecco, siamo sempre là, Lei contribuisce solamente a distruggere l'immagine di Corleone, non a migliorarla!!
mailto:paolomaldiniilcapitano@virgilio.it

***
Egregio signor “paolomaldiniilcapitano”,
complimenti per il grande coraggio che dimostra, trincerandosi dietro un banale pseudonimo! Pretende di dare lezioni etiche e di vita agli altri e non ha il coraggio di presentarsi a testa alta e col proprio nome e cognome!
Di che ha paura? Di cosa si vergogna? Sicuramente chi scrive sbaglierà il 99% delle cose che fa, almeno però ha il coraggio di metterci la faccia e il proprio nome e cognome.
Un sondaggio su cosa pensano sul mio conto i cittadini corleonesi? Non credo che interesserebbe nessuno. Ai cittadini corleonesi interessa di più sapere perché è raddoppiata la bolletta dell’acqua, perché è triplicata quella della nettezza urbana, perché il paese è sporco, perché le periferie sono abbandonate. Interessa sapere se tutto questo ha un collegamento con le spudorate assunzioni clientelari (e parentali) dell’amministrazione Nicolosi prima e dell’amministrazione Iannazzo oggi. Se, in sostanza, con i soldi delle bollette dobbiamo pagare noi cittadini gli stipendi a squallidi personaggi “parassiti” e “servi” di partiti, assunti non perché utili alle loro aziende, ma perché così hanno voluto i loro “padrini” (e padroni) politici.
A me (e ai cittadini corleonesi in buona fede) interessa che APS assuma non 1, 2 o 3 unità di personale, ma almeno 6, quante erano quelle impiegate nella gestione del servizio idrico quand’era a carico del comune. Ed ha fatto male il sindaco Iannazzo a non contrattare con APS i livelli occupazionali nell’interesse della città di Corleone. A me (e ai cittadini corleonesi in buona fede) interessa anche che le assunzioni non vengano fatte in maniera spudoratamente e vergognosamente clientelare. L’idea che solo chi ha santi possa andare in paradiso è incompatibile con i percorsi di legalità che l’amministrazione Iannazzo (a parole) dice di voler praticare. Bisogna praticare concretamente la legalità, la giustizia sociale e le pari opportunità per tutti i cittadini, attraverso assunzioni trasparenti, che premino la professionalità e non l’appartenenza clientelare e/o familiare. Perché – tanto per fare un esempio – il parente o l’amico di un assessore o di un sindaco devono poter essere assunti e il figlio o la figlia di un cittadino normale non devono avere nessuna speranza?
Credo che difendere il “buon nome” di Corleone non significhi tacere delle tante cose che non vanno. Le critiche, anzi, dimostrano la vitalità democratica di Corleone. Del torneo di calcio e volley in piazza non è facile parlarne… bene. Sono senz’altro d’ammirare la passione e la voglia di partecipazione degli atleti e di tanti sportivi (lo dice uno che per 4 anni è stato presidente – senza demeriti, oso dire! – della società di calcio del Corleone), ma gli organizzatori lasciano molto a desiderare. L’anno scorso, per esempio, hanno “ritagliato” un calendario su misura per consentire a Riina jr. di poter giocare, nonostante i limiti di orario imposti dal tribunale (per un “picciutteddu ri muraturi” l’avrebbero fatto?). E quest’anno hanno chiesto ed ottenuto (da un'amministrazione comunale che, pur di carpire un grammo di consenso, chiude un occhio o tutti e due) piazza S. Maria per lo svolgimento del torneo di calcetto, senza tenere conto che il pubblico, durante lo svolgimento delle partite, rischia di bloccare l’unica strada di accesso all’ospedale. E senza tenere conto dei rischi per gli atleti, derivanti dagli spigoli in dura pietra dei marciapiedi così pericolosamente vicini a bordo campo. Vede che era meglio se non parlavo del torneo?! (d.p.)
FOTO. Il campo di calcetto montato a piazza S. Maria

lunedì 3 agosto 2009

Mafia/ Rita Borsellino: "Mancino ha perso la memoria sull'incontro con Paolo"

di Floriana Rullo
Mafia e Stato, una trattativa che da sempre interroga i magistrati. Un rapporto che sembra aver portato alla morte il giudice Paolo Borsellino, personaggio scomodo per i vertici di Cosa Nostra. Una trattativa cercata da Cosa Nostra per avere dei vantaggi di cui non godeva: tra cui l'abolizione dell'art. 41 bis (che prevede il carcere duro per i boss). E poi tanti misteri. Mai risolti. Celati dietro la morte dei due magistrati, nascosti dietro incontri da sempre negati (come quello di Mancino e Borsellino) e dietro documenti cancellati e mai trovati. Dopo la riapertura delle indagini e dell'interessamento del Copasir sulla strage di via d'Amelio Affaritaliani ha intervistato Rita Borsellino, sorella di Paolo Borsellino per capire a cosa dovranno portare le nuove inchieste di Caltanissetta.

Rita Borsellino, dopo la riapertura delle indagini crede che qualcosa si stia muovendo e che finalmente si arriverà alla verità sulla morte di Paolo Borsellino?
Noi abbiamo sempre aspettato che arrivasse la verità. Sinceramente ci sono stati dei momenti in cui abbiamo disperato. Oggi, dopo la riapertura dell’inchiesta si sta indagando su direzioni diverse. Direzioni che dovevano essere percorse molto tempo fa. Sicuramente la cosa è positiva. Il nostro timore è che, dopo aver visto la luce, si possa ritornare nel buio. E già arrivano le prime notizie inquietanti. Adesso qualcosa viene alla luce, ma incomincia anche a sparire qualcosa…In questo paese ci sono troppe sparizioni…

Come la scheda telefonica che Ciancimino consegnò alla procura di Palermo e che testimonia l’esistenza di un’uomo dei servizi segreti che aveva rapporti con la mafia…
Si come la scheda preannunciata da Ciacimino . E ora attendiamo che metta fuori questo papello prima che sparisca anche quello…

Ma lei allora crede che esista il papello che proverebbe il legame tra lo Stato e la Mafia?
Certo che esiste. Non ho dubbi, se ne parlò nei giorni dopo la strage. Poi non si disse più nulla. Ma nei giorni dopo le stragi si parlò di tante cose di cui non si è parlato più. Adesso si sta ritornando a quelle cose dette e poi abbandonate. Facciamo in modo che dopo 17 anni non passino di nuovo inosservate…

Di che cosa parla esattamente?
Si è parlato del papello, dei servizi segreti che potevano essere implicati, si è parlato di Castel Utveggio come luogo da cui potrebbe essere partito l’impulso della strage. Non erano solo ipotesi. C’erano indizi che non erano stati approfonditi. Si è parlato dell’agenda rossa, del fatto che era stata portata via. Poi è calato il silenzio per tanti anni da parte di chi avrebbe dovuto scoprire la verità. Noi abbiamo continuato a parlarne. Ora che ciò diventa oggetto d’indagine sicuramente si riapre la speranza, ma anche la preoccupazione che si possano far sparire per sempre...

L’agenda rossa e i molti misteri. Il magistrato Ayala sostiene di aver consegnato la borsa ai carabinieri…
I carabinieri l’hanno consegnata a qualcuno, tra questo qualcuno ci dovrebbe essere Ayala. Il magistrato Ayala l’ha riconsegnata ai carabinieri. La borsa è stata ritrovata sul sedile, sottratta dal sedile, ritrovata sul sedile: certo è che in tutti questi passaggi l’agenda rossa è sparita.

Ayala ha dichiarato ad Affari: “La borsa nera di Borsellino l'ho trovata io, dopo l'esplosione, sulla macchina. Che ci fosse nessuno lo può sapere meglio di me, perché l'ho presa io. Ma io sono arrivato per primo sul posto perché abito a 150 metri. Quando l'ho trovata l'ho consegnata ad un ufficiale dei carabinieri. E' verosimile che l'agenda fosse dentro la borsa e che sia stata fatta sparire”. Che cosa ne pensa?
Abitava lì dietro, lo so bene perché ci abito anche io. Noi abbiamo le immagini di un carabiniere, che poi è Giovanni Arcangioli, che dice che l’ha presa e consegnata a qualcuno. Poi è stata riportata sul sedile. Abbiamo le immagini della borsa che va via e si ritrova nella macchina. Non metto in dubbio le parole di Ayala. Ma in questi passaggi l’agenda rossa è sparita. Dobbiamo capire dove quando e perché. Il perché lo possiamo intuire, ma dobbiamo capire dove e quando.

Quindi l’agenda esiste davvero…
Certo che esiste. Se incominciamo a mettere in dubbio che esista dalle nostre parti si dice laviamoci i manu e non ne parliamo più. E che cos’è una favola?

False dichiarazioni, misteri su via D’Amelio. I magistrati di Caltanissetta si stanno concentrando sul verbale d’interrogatorio di Scarantino del '94, verbale pieno di annotazioni. L’agente dichiara che fu Scarantino a dettargli le note, lui smentisce. Ma questi elementi risolverebbero molti dubbi, se veri, sul rapporto Stato –mafia e soprattutto sul depistaggio ideato da qualcuno…
Scarantino ha detto e si è smentito centomila volte. Non ci meraviglia. Qui si tratta di appurare la verità dopo 17 anni, dopo che sono state fatte tante operazioni e tante cose. Dove ognuno racconta la sua verità. Qui la scommessa è quella, dopo 17 anni quando tutto è più difficile, capire qual è la verità. Perché non esistano più verità. E’ una sola. Qui bisogna trovare il bandolo della matassa e scoprirla…

La strage di Capaci fu una stage di mafia con interessi di Stato, quella di via d’Amelio una strage di stato con interessi di Mafia.
Si. Le dico una cosa oggetto di deposizioni durante il processo Paolo disse: “Quando mi ammazzeranno ricordate che non fu soltanto mafia”

Ciò che sosteneva anche Falcone quando nel giorno dell’attentato dell’Addaura nell’89 disse che a tentare di ucciderlo fu chi quel giorno lo chiamò per primo…
Certo, le così dette menti raffinatissime. Si è voluto far finta che questo non esistesse. Ci sono molte responsabilità, perché altrimenti si sarebbero seguite delle piste che non sono state seguite
Due colleghi di Marsala di Paolo Borsellino hanno messo a verbale le loro parole. "Un giorno di quell'estate siamo andati a trovare Paolo nel suo ufficio a Palermo, era stravolto. Si è alzato dalla sedia, si è disteso sul divano, si è coperto il volto con le mani ed è scoppiato a piangere. Era distrutto e ripeteva: "Un amico mi ha tradito, un amico mi ha tradito..."".
Se l’ha detto mio fratello è vero. Mi chiedo perché parlare dopo 17 anni. Non so se non venne preso in considerazione, come tante altre cose. Ma se l’hanno detto dopo 17 anni è molto grave. Avrebbero dovuto riferire prima queste parole, se non altro per aiutare a capire chi era stato a tradirlo

Parliamo di Mancino. A quel tempo era Ministro dell’Interno. Ayala racconta che l’incontro con Borsellino c’è stato, l’agenda grigia di Borsellino lo conferma, lui continua a smentire....
Adesso si è dimenticato, la cosa ci spiace. Che cerchi di ricordarsi. Borsellino lo ha annotato sull’agenda. Era conosciuto, era la vittima designata. Il ministro dell’Interno avrebbe dovuto sapere che Paolo Borsellino era la vittima designata, così come tutti gli altri. E non dimenticare. Ha fatto una dichiarazione sinceramente che mi ha stupito e amareggiato. Ha detto: “Un ministro appena eletto e un magistrato che cosa avrebbero dovuto dirsi”…Credo che avrebbero dovuto dirsi tante cose e soprattutto credo che un ministro dell’Interno appena insediato avrebbe dovuto chiedere tante cose a Paolo…cosa che non ha fatto.

Secondo lei ci fu un’accelerazione nell’uccisione di suo fratello perché aveva scoperto troppo ed era diventato un pericolo?
E’ un fatto oggettivo ed è oggetto di una sentenza in cui si parla di un’accelerazione nella decisione di uccidere Paolo Borsellino e oggetto di una dichiarazione pubblica alla biblioteca comunale. Borsellino dice:“ Io so delle cose di cui parlerò solo alle autorità giudiziaria” Che non gliele chiese o non potè farlo…

Si parla ancora di un uomo senza nome presente sia sulla strage di Capaci che su quella di via d’Amelio…Non l’abbiamo mai visto. Forse sarebbe meglio anche lì cercare di capire la verità …. E poi c’è la telefonata fatta una manciata di secondi dopo l’attentato che raggiunge il capo palermitano dei servizi, Contrada in gita nel golfo di Palermo su una barca…
Si, quelle in oggetto delle perizie di Genchi, di lui ho grande stima.

La stessa che ha per Ayala?
Lui sta raccontando la sua verità, ciò che ha vissuto, anche se mancano dei pezzi. Che magari non conosce. Cioè le premesse e le conseguenze di quella situazione. Lui racconta il suo momento…Ora vorremmo che altri raccontassero le loro

Le parole di Riina, crede che lui conosca la verità?
Lui sa sicuramente. Il fatto che lancia messaggi inquietanti mi fa pensare che stia lanciando messaggi a qualcun altro per fagli capire che non solo sa, ma che probabilmente è anche disposto a raccontare se si creano le condizioni adatte. E’ chiaro che è un messaggio quello che lancia. Bisogna vedere a chi e perché questo è oggetto di lavoro da parte dei magistrati e della procura di Caltanissetta che hanno il grande merito di aver ripreso in mano questo lavoro

La strage di via D’Amelio. Spatuzza smentisce Scarantino sul furto della 126 che uccise Borsellino. Che cosa ne pensa?
Scarantino si smentisce sempre da se. E’ un pentito poco affidabile. Ho l’abitudine, proprio per quello che mio fratello mi ha insegnato, di fidarmi di sentenze e giudici. Spatuzza parla adesso, racconta la sua versione e viene ritenuto attendibile perché questi fatti sono stati riscontrati. Se quindi è un collaboratore attendibile, nel senso che sta raccontando la verità, bisogna allora capire perché Scarantino si auto accusa per ciò che non ha commesso.

Perché lo fa?
Ci saranno tanti motivi ma certo che auto accusarsi di una cosa del genere non è una cosa da poco. Non può essere frutto della mente di Scarantino che è una persona non di altissimo livello dal punto di vista ampio della cultura.

Che cosa si aspetta ora dalla riapertura delle indagini?
Che non passino altri 17 anni per avere altri pezzi di verità. Mi aspetto la verità. Ma il fatto che si ricominci a parlare di sparizioni è la cosa che mi inquieta di più.

Salvatore Borsellino sostiene che il pm Lari non verrà fermato se non con il tritolo. E’ d’accordo?
Ho grande stima di Lari, lo conosco. Ha avuto il coraggio e la determinazione di andare avanti. Mi auguro che chi gli deve proteggere la vita lo faccia. Non possiamo permetterci un altro Borsellino

Caselli sostiene che l’Italia ha sconfitto il terrorismo e non la mafia. E’ vero?
Si. Perché il terrorismo attaccava al cuore lo Stato, il suo nemico era lo Stato. Con la mafia ci sono troppe commissioni, troppi interessi convergenti. La mafia è uno Stato nello Stato, il terrorismo è invece l’anti Stato. Questo il motivo. Putroppo ci sono sentenze passate in giudicato e realtà e verità che ci mostrano che i rapporti tra uomini dello stato ci sono state. Ci sono state complicità e intromissioni. Lo stato per me è sacro, le istituzioni sono sacre. Gli uomini un po’ meno.

Si è fatta un’idea su chi possa aver voluto la morte di suo fratello?
Se avessi avuto un idea sarei corsa a raccontarla. Ma so bene che non si possono raccontare ipotesi. Solo fatti.

Da "Affaritaliani.it", 03.08.2009
FOTO. Dall'alto: Rita Borsellino; il carabiniere Giovanni Arcangioli con la borsa di Paolo Borsellino dov'era l'agenda "rossa".

giovedì 30 luglio 2009

Corleone. Il campo di lavoro antimafia. Tour dello Spi-Cgil della Sicilia e della Toscana

Ieri è stata una giornata molto intensa per la delegazione dello SPI-CGIl e la troupe televisiva di AIDA in visita al nostro progetto. Siamo convinti che chi condivide con noi questa "avventura" e anche chi lavora nella comunicazione sociale deve comprendere fino in fondo il valore di questa esperienza. Pertanto sempre proponiamo un percorso intenso e faticoso convinti che deve emergere la passione e la convinzione che il loro sostegno o il loro intervento comunicativo è una cosa concreta, utile ed efficace. Poi come spesso capita , i sorrisi, la vitalità e le passioni dei giovani volontari e dei soci della Cooperativa lavoro e Non Solo riescono ad affascinare e rendere meno faticoso anche un tour di 18 ore. Non potevamo non incontrare Rita Borsellino e quindi ci siamo diretti nel pieno del "Solleone" a Palermo, presso Villa Travia, dove, in attesa della celebrazione di un matrimonio, Rita è stata intervistata. In questa occasione ci siamo trovati in una situazione meravigliosa ricca di sfarzo e di spreco economico. Mi sono domandato: forse ha ragione Berlusconi la crisi economica non c'è più!! Ma il dibattito che è seguito alle 18 nel bene confiscato a Corleone, promosso dallo SpiCgil della Toscana e della Sicilia insieme alle compagne lavoratrici e oggi pensionate della Lebole di Arezzo, ci ha riportato alla realtà fatta di ingiustizie, sfruttamenti e rinuncie nel passato e precariato e incertezze del presente. L'inagurazione della Cucina donata dallo Spi/Cgil è stata effettuata nel migliore dei modi; infatti abbiamo gustato un' ottima caponata al forno preparata da Lina e da Franco. Alla cucina abbiamo messo una targhetta per ricordare l'impegno economico e di condivisione di tanti pensionati della Toscana convinti che il futuro si può costruire solo conoscendo e apprezzando il nostro passato ricco di belle storie. Infatti a loro il ruolo non solo di gestire la cucina ma anche di trasmettere memoria ai giovani volontari. Vi sono storie fatte di conquiste sociali, di impegno e di lotte che tanti ragazzi non conoscono, che nessun libro scolastico riporta. Noi ci impegniamo a favorire questo incontro con un bel percorso di partecipazione popolare tra generazioni. Anche questo è il nostro progetto Liberarci dalle Spine.
Maurizio Pascucci
Esecutivo Arci Toscana
Coordinatore Progetto Liberarci dalle Spine
FOTO. Dall'alto: i volontari ascoltano i sindacalisti; si "legano" le viti; la cucina donata dal Sindacato Pensionati Cgil della Toscana.

mercoledì 29 luglio 2009

Corleone. La "Bottega dei sapori" a casa Provenzano...

di Cosmo Di Carlo
Corleone - Approvati dal Ministero dell’Interno nell’ambito del Pon Sicurezza 2007 – 2010 due progetti per un ammontare complessivo di un milione e mezzo di euro. Serviranno per realizzare una moderna azienda agricola, un centro di stoccaggio per vino, olio e cereali, ed una “ Bottega dei Sapori” che sarà ospitata in un immobile confiscato a Corleone al boss Bernardo Provenzano. L’azienda agricola ed il centro di stoccaggio invece sorgeranno su terreni ed altri fabbricati da ristrutturare, un tempo proprietà del mafioso Giovanni Genovese, in contrada “ Don Tommasi” a San Cipirello . “I due progetti sono stati presentati al Ministero degli Interni dal “Consorzio Sviluppo e Legalità” che gestisce i beni confiscati alla mafia nei Comuni di Altofonte, Camporeale, Corleone, Monreale, Piana degli Albanesi, Roccamena, San Cipirello,San Giuseppe Jato. “Viene premiato il lavoro svolto dal 2000 al 2006 - dice Lucio Guarino, direttore del consorzio sviluppo e legalità – i nostri progetti sono stati ritenuti validi e finanziati e possono essere esportati a livello nazionale”. Soddisfatto il presidente pro tempore di Sviluppo e Legalità Antonino Giammalva , sindaco di San Cipirello. “La promozione della legalità genera occupazione e sviluppo. – spiega - Decine di giovani lavorano sui terreni confiscati a temuti e potenti boss di “cosa nostra”. Vino, pasta olio e cereali vengono commercializzati in tutta Italia. Questo ci inorgoglisce e ci stimola a proseguire nel nostro impegno”. La casa di Via Colletti, che sorge nel centro storico di Corleone, confiscata alla famiglia di Bernardo Provenzano ospiterà una vetrina dei sapori. Qui sarà possibile acquistare pasta, olio, vino, legumi e conserve . Vi sarà uno spazio destinato ad incontri e dibattiti, ed una biblioteca con volumi, e film documentari sulla mafia e sui movimenti e gli uomini che nel tempo le si sono opposti. “Nascerà un vero e proprio museo dedicato alla storia della mafia ed al fenomeno mafioso – spiega Nino Iannazzo, sindaco di Corleone – che sarà gestito da alcune associazioni che insieme hanno dato vita al “Laboratorio della Legalità”. Si tratta di un gruppo di giovani e meno giovani, tutti di Corleone, a conferma di un percorso di risveglio culturale già ben avviato. Cittadini che vogliono farsi portavoce delle istanze di una terrà che ha scelto di liberarsi dal giogo mafioso”. Fermenti di legalità dalle terre di mafia, si potrebbe dire, alimentati dal Ministero degli Interni, che ci ha messo i soldi, ma anche dai 50 giovani toscani che in questi giorni lavorano sui campi di pomodori dall’alba al tramonto al fianco dei ragazzi delle cooperative antimafia dell’Arci e di Libera . Vento fresco arriva da Roma ad alimentare la speranza e ad allontanare le nubi e le paure dei giorni scorsi, quando furono tagliate le gomme all’auto di Calogero Parisi, presidente della cooperativa “Lavoro e non Solo”. (*codi*)

martedì 28 luglio 2009

Mafia: 10 anni a Mercadante, radiologo ed ex deputato F.I. in Sicilia. I pm: "Pienamente inserito nel sodalizio criminoso"

Per il gip che, nel 2006, ne ordinò l'arresto, sarebbe stato tanto vicino al capomafia Bernardo Provenzano da far parte di "una Cosa sua", più che di Cosa Nostra. Un'espressione che dà l'idea dello stretto legame che univa il padrino di Corleone a Giovanni Mercadante, il medico eletto all'Assemblea Regionale Siciliana nelle fila di Forza Italia, oggi condannato per mafia a 10 anni e 8 mesi. La sentenza è stata pronunciata dai giudici della II sezione del tribunale di Palermo poco prima delle 2 di notte, dopo oltre 17 ore di camera di consiglio.Radiologo, 61 anni, parente dello storico boss di Prizzi Tommaso Cannella, Mercadante sarebbe stato medico di fiducia delle cosche e punto di riferimento dei boss nel mondo della politica. Indagato già in passato, la sua posizione venne archiviata per due volte. Poi, nel 2006, la svolta nell'inchiesta e l'arresto. A carico dell'ex deputato, alle accuse dei pentiti, si sono aggiunte le intercettazioni ambientali realizzate nel box del capomafia Nino Rotolo, luogo scelto dai clan per i loro summit. Nei colloqui, registrati per oltre un anno, il nome di Mercadante è emerso tante volte, collegato sempre ad affari illeciti.Per i pm Nino Di Matteo e Gaetano Paci, l'ex parlamentare azzurro sarebbe stato "pienamente inserito nel sodalizio criminoso". Una conclusione riscontrata anche dalle testimonianze di numerosi collaboratori di giustizia: da Nino Giuffrè ad Angelo Siino e Giovanni Brusca. Giuffrè racconta di essersi rivolto al medico, su indicazione dello stesso Provenzano, per fare eseguire alcuni esami clinici al latitante agrigentino Ignazio Ribisi. Siino parla del professionista come di "uno dei più grossi favoreggiatori" del padrino di Corleone; Brusca lo definisce "persona disponibile".Per gli inquirenti, il medico-politico avrebbe anche fornito "il proprio ausilio e la disponibilità della struttura sanitaria della quale era socio (l'Angiotac, ndr) per prestazioni sanitarie in favore degli associati mafiosi, anche latitanti, e la redazione di documentazione sanitaria di favore, ricevendo, in cambio, l'appoggio elettorale di Cosa nostra in occasione delle regionali in cui era candidato".
E un ruolo strategico in Cosa nostra avrebbe avuto anche uno degli otto coimputati di Mercadante, Nino Cinà, oggi condannato a 16 anni, l'uomo dei tanti misteri, della presunta trattativa tra Stato e mafia: reggente del mandamento di Resuttana, sarebbe stato "mediatore e pacificatore". Tra le stragi del '92, prima; poi, nel 2005, quando avrebbe tentato di evitare lo scontro fra le cosche a seguito del rientro dei cosiddetti scappati", mafiosi esuli negli Usa dai primi anni '80 per sfuggire alla mattanza dei corleonesi.Medico di Toto' Riina e di Bernardo Provenzano, Cinà è già stato condannato due volte per associazione mafiosa: "Ma le condanne e la detenzione - secondo i magistrati - non hanno interrotto la sua partecipazione alle attività mafiose".Tra gli imputati condannati, anche il boss di Torretta, Lorenzino Di Maggio, ritenuto vicino ai capimafia palermitani Sandro e Salvatore Lo Piccolo; Bernardo Provenzano, accusato in questo processo di tentata estorsione. Assolto, invece, Marcello Parisi, figlio di Angelo Parisi, ritenuto vicino al capomafia Nino Rotolo. Secondo la Procura la sua candidatura al Consiglio comunale di Palermo sarebbe stata sponsorizzata da Rotolo e Cinà che si sarebbero rivolti per un appoggio politico proprio a Mercadante. Ma i giudici non hanno ritenuto sufficienti le prove portate a suo carico dai pm.Nel processo scaturito dall'operazione Gotha, che portò all'arresto di colonnelli e gregario di Bernardo Provenzano, accanto ai vertici delle cosche, c'erano anche quattro commercianti palermitani: accusati di avere negato le richieste di pizzo. Solo uno di loro è stato condannato.
(La Repubblica, 28 luglio 2009)

lunedì 27 luglio 2009

Patto mafia-Stato, Violante dai pm: "Mori mi disse: Ciancimino vuol parlarle"

di Salvo Palazzolo
L'ex presidente dell'Anti-mafia rifiutò l'incontro. Nell'inchiesta sulla "trattativa" indagati Riina e il suo medico Cinà

Arrivano i primi riscontri al racconto di Massimo Ciancimino sulla trattativa fra Cosa Nostra e pezzi delle istituzioni durante la stagione delle stragi del 1992. Il figlio dell'ex sindaco aveva parlato di "garanzie politiche" chieste da suo padre al colonnello Mario Mori: "Della trattativa doveva essere informato il presidente della commissione antimafia Luciano Violante. Un altro misterioso interlocutore aveva invece detto che il ministro Mancino già sapeva". Queste rivelazioni di Massimo Ciancimino sono apparse nei giorni scorsi sui giornali. Dopo averle lette, Violante ha contattato i magistrati di Palermo, chiedendo di essere ascoltato. Ieri mattina, davanti al procuratore aggiunto Antonio Ingroia e al sostituto Roberto Scarpinato, ha spiegato che per davvero qualcuno gli chiese di incontrare "in modo riservato, a quattr'occhi" Vito Ciancimino. La proposta arrivò da Mario Mori subito dopo la sua nomina all'Antimafia, nel settembre 1992. Violante ha messo a verbale di aver rifiutato qualsiasi contatto con il sindaco boss. È questa l'ultima novità nell'inchiesta sulla trattativa, che al momento è ritornata ad avere come indagati Totò Riina e il suo medico Antonino Cinà. Nessuno, prima di Massimo Ciancimino, aveva mai parlato delle "garanzie Mancino e Violante" chieste da don Vito per portare avanti la trattativa con gli ufficiali del Ros. Non ne aveva fatto cenno Vito Ciancimino, quando nel 1993 aveva raccontato al procuratore Caselli alcuni passaggi dei suoi rapporti con i carabinieri. Di garanzie politiche non ha mai parlato neanche il generale Mori, poi diventato capo del Sisde e oggi consulente per la Sicurezza del Comune di Roma mentre è imputato a Palermo per la mancata cattura del latitante Provenzano. Mori e il capitano Giuseppe De Donno sono stati sempre categorici: "Parlammo con Ciancimino solo per indurlo alla collaborazione". I carabinieri negano di aver mai preso in consegna il "papello" con le richieste di Riina e di averlo girato nei palazzi delle istituzioni.
Ma le ombre sono rimaste. Sul reale contenuto del dialogo fra Ciancimino e gli ufficiali del Ros, sugli altri protagonisti ancora senza nome, e soprattutto sui tempi della trattativa. Mori sostiene di aver incontrato Ciancimino dopo la strage Borsellino, prima ci sarebbero stati solo dei contatti preliminari fra De Donno e Massimo Ciancimino. Ma il giovane Ciancimino smentisce e riempie quei mesi di particolari. Un pool di magistrati, che comprende anche Nino Di Matteo e Paolo Guido, sta cercando riscontri al fiume di dichiarazioni. Ciancimino, si ribadisce in Procura, non è un collaboratore. Resta un imputato, condannato per riciclaggio, che si difende. o fra Ciancimino e gli ufficiali del Ros, sugli altri protagonisti ancora senza nome, e soprattutto sui tempi della trattativa. Mori sostiene di aver incontrato Ciancimino dopo la strage Borsellino, prima ci sarebbero stati solo dei contatti preliminari fra De Donno e Massimo Ciancimino. Ma il giovane Ciancimino smentisce e riempie quei mesi di particolari. Un pool di magistrati, che comprende anche Nino Di Matteo e Paolo Guido, sta cercando riscontri al fiume di dichiarazioni. Ciancimino, si ribadisce in Procura, non è un collaboratore. Resta un imputato, condannato per riciclaggio, che si difende.
(La Repubblica, 24 luglio 2009)

sabato 25 luglio 2009

L'Estate Corleonese 2009

Per ingrandire il manifesto, cliccaci sopra...

giovedì 23 luglio 2009

Giuliana. Arrestato per maltrattamenti in famiglia e violenza sessuale un pregiudicato

di Cosmo Di Carlo
Giuliana - Aveva reso la vita impossibile alla moglie ed ai figli, con angherie di ogni genere, per questo è stato arrestato dai carabinieri un cinquantasettenne, pregiudicato di Giuliana (PA), Giuseppe Guella; per lui l’accusa è pesante “atti persecutori, maltrattamenti in famiglia e violenza sessuale”, reato più noto come ”stalking”.
L’arresto, è stato ordinato dal G.I.P. del Tribunale di Termini Imerese su richiesta della Procura della Repubblica, ed è giunto a conclusione di una lunga indagine dei Carabinieri della Stazione di Giuliana e del Nucleo Operativo e Radio mobile della Compagnia di Corleone che da un anno seguivano le mosse del pregiudicato. I carabinieri ieri sera hanno atteso Guella al settore arrivi dell’aeroporto Falcone e Borsellino e qui lo hanno ammanettato, appena sceso da un volo proveniente da Londra. Finiva così l’incubo della moglie e dei figli che avevano trovato il coraggio, 12 mesi fa, di raccontare al maresciallo Giuseppe Bono, comandante la stazione carabinieri di Giuliana, le violenze subite. “Aiutatemi – aveva detto tra le lacrime al sott’ufficiale dell’arma – mio marito ha reso un inferno la vita mia e quella dei miei figli”. La donna riferì di anni di sopraffazioni e violenze, pedinamenti, insulti, minacce, telefonate notturne e provocazioni. Giuseppe Guella veniva descritto come soggetto dall’indole violenta che non esitava a passare alle vie di fatto anche per piccoli dissensi. Scattarono le indagini. I carabinieri acquisivano anche i filmati delle telecamere interne del supermercato che avevano documentato numerosi episodi di violenza. Le molestie non si fermarono neanche quando la moglie ed i figli decisero di andare a vivere in un’altra abitazione. L’uomo pedinava i familiari e non perdeva occasione di ingiuriarli e offenderli ovunque, anche in pubblico. Secondo le risultanze delle indagini, obbiettivo primario di Giuseppe Guella, era quello di rientrare in possesso di un piccolo supermercato che i suoi familiari gestiscono in Giuliana. E, per costringerli a cedere l’attività commerciale, talvolta si soffermava all’ingresso del negozio e cercando di dissuadere i clienti dal farvi la spesa, nell’intento di far calare gli incassi e costringerli a cedergli l’attività. Le indagini inoltre hanno permesso di rinvenire anche una pistola calibro 9 di marca “Tanfoglio” e 49 proiettili detenuti illegalmente e trovati in perfetto stato di conservazione. L’arma e le munizioni sono state sequestrate. La pistola verrà sottoposta all’esame balistico presso il RIS dei Carabinieri di Messina per verificare se sia stata utilizzata per compiere qualche reato. Guella è stato ristretto preso il carcere “Cavallacci” di Termini Imerese a disposizione dell’Autorità Giudiziaria. (*Co.Di*)
FOTO. I carabinieri con l'arma sequestrata.

mercoledì 22 luglio 2009

Il campo di lavoro di Corleone. La nostalgia dei volontari nel penultimo giorno di lavoro...

La sveglia è suonata alle sei e mezzo per i noi volontari e, dopo un’abbondante colazione, ci siamo diretti nei campi per il lavoro mattutino… Era respirabile un’aria di triste nostalgia che circondava ogni nostro movimento e ogni nostro sguardo, tutto ciò ci rendeva facilmente commuovibili e consapevoli della fine di questa bellissima e significativa esperienza. Oggi infatti è stato il nostro ultimo giorno di fatica nei territori confiscati alla mafia. In questi giorni abbiamo convissuto assieme confrontandoci con le nostre personalità e, non senza difficoltà, abbiamo raggiunto un equilibrio positivo che ha permesso a 32 persone di combattere il fenomeno mafioso in un clima sereno e di collaborazione. Dopo lo squisito pranzo preparato dai bravissimi volontari dello SPI abbiamo visitato Portella della Ginestra, dove due anziani signori ci hanno raccontato il terribile fatto del primo maggio del 1947 quando il bandito Giuliano sparò in mezzo alla folla dei lavoratori in festa per difendere gli interessi dei padroni e dei mafiosi e per spaccare il movimento contadino per la conquista delle terre. Ancora oggi non si è fatta pienamente luce su chi furono i mandanti di questo atto terroristico e lo stato come allora pensiamo abbia il dovere di fare luce su quella terribile esperienza. Dopo la visita al luogo della strage ci siamo diretti alla Casa del Popolo di Piana degli Albanesi, lì abbiamo assistito alla presentazione di un libro che parla del bandito Giuliano e della strage di Portella. Anche oggi, come in altri momenti in queste due settimane, abbiamo vissuto sensazioni molto forti, portiamo con noi un altro pezzo di storia di questa terra così dilaniata da terribili esperienze e stragi che hanno colpito chi, in questo ultimo cinquantennio, ha cercato di combattere il fenomeno mafioso. Al ritorno a casa abbiamo cenato e dopo cena ci siamo riuniti per esprimere ognuno di noi ciò che abbiamo provato in questi quindici giorni, cosa ci ha portato qua ma soprattutto cosa ci portiamo a casa, e cioè un bagaglio di esperienze, incontri, lavoro nei campi, rapporto con i soci della Cooperativa… in questo momento così emozionante le parole sono difficili da esprimere così come è complicato descrivere ciò che abbiamo provato ma di una cosa siamo tutti certi, siamo orgogliosi di aver partecipato e contribuito ad un progetto ma soprattutto ad un’idea così importante per la Sicilia; ci siamo resi conto che non è facile lavorare in un contesto così difficile, soprattutto per i ragazzi della Cooperativa, e siamo convinti che il resto dell’Italia, dalla Toscana alla Lombardia al Lazio e via dicendo, continuerà a dare il proprio appoggio ad un’idea di Sicilia più democratica e libera dalla mafia.
Chi leggerà ci scuserà l’emozione e la confusione di questo ultimo pezzo di diario.. in bocca al lupo al lavoro della Cooperativa, un abbraccio a Calogero, Franco, Salvatore e tutti quelli che lottano ogni giorno per una Sicilia migliore, ci auguriamo che ogni anno sempre più ragazzi decidano di partecipare ai campi… grazie a tutti…
Diario 21 luglio 2009
P.S. domani giorno di pulizia generale in attesa della partenza…

martedì 21 luglio 2009

Intervista a Dino Paternostro dopo la bocciatura della mozione sull'acqua pubblica

Intervista a Dino Paternostro, consigliere comunale presentatore della mozione sull’acqua pubblica

Intervista al sindaco Nino Iannazzo dopo la bocciatura della mozione sull'acqua pubblica

Intervista a Nino Iannazzo, sindaco di Corleone

Intervista a Giuseppe Crapisi dopo la bocciatura della mozione sull'acqua pubblica

Intervista a Giuseppe Crapisi, presidente “Dialogos”

Ato rifiuti in Sicilia, il governo presenta la nuova riforma, mentre desta scalpore il bilancio in attivo dell'Ato di Ragusa

di Ignazio Panzica
Mentre la giunta regionale di Governo sforna un ddl alternativo a quello già depositato all’ARS, può accadere che il presidente “dell’Ato rifiuti Ragusa” pubblichi, in mezza pagina del Giornale di Sicilia, una inserzione, nella quale reclamizza il “fatto straordinario” che il suo Ato ha il bilancio in attivo, addirittura, per 8 milioni e 267mila euro.
Il capace amministratore ragusano si chiama Gianni Vindigni. Gli Ingredienti principali del segreto del suo successo sono: non aver fatto assunzioni di personale più del necessario; aver fatto partire in modo serio ed attrezzato la raccolta differenziata dei rifiuti; aver preteso che i comuni/soci pagassero sempre all’ATO le loro quote di corrispettivo periodico; aver pagato puntualmente i creditori dell’ATO senza far maturare inutili interessi e rivalutazioni; essere riuscito a creare discariche pubbliche a gestione Ato, senza essere costretto a pagare per lo smaltimento dei rifiuti in impianti di privati. In sostanza, Vindigni ha solo seguito “le regole” a cui si dovrebbero attenere ogni amministratore d’ATO. Sorge spontanea la domanda : e perché altri 19 Ato su 27 non l’hanno fatto? E perché l’hanno potuto fare ? Ricordiamo che, adesso, il buco ufficiale di tutti i bilancio degli Ato rifiuti in Sicilia è all’incirca di un miliardo e cento milioni di euro. E vale poco l’osservazione dell’Assessore Armao, secondo la quale, però, in compenso, la massa dei loro crediti sfiori i 700 milioni di euro. Del nuovo disegno di legge del governo regionale, si sa soltanto che gli Ato diminuiranno da 27 a 9, uno per provincia, più un decimo dedicato alla gestione dei rifiuti sulle isole minori. Altresì, pare che Lombardo voglia consentire a tutti gli ATO di poter disporre di finanza diretta (ossia non più raccogliendo le quote di partecipazione periodica dei singoli comuni), assumendo la gestione della TIA. Ossia, riscuotendo in prima persone la nuova “tariffa dei rifiuti”, direttamente dai singoli cittadini, quindi mandando in pensione il sistema di tassazione “TARSU comunale”. Una nuova previsione di legge nazionale, che si era deciso di “congelare” per tre anni, cioè sino alla fine dell’anno in corso. Una “innovazione”, per carità, interessante che, però, pone due problemi oggettivi. Anzitutto, il tasso di affidabilità della riscossione diretta di un “tributo”, in una terra dove “l’evasione” dei pagamenti è una realtà usuale; insomma la percentuale di TIA che alla fine risulterà raccolta, riuscirà a coprire l’intero costo del servizio raccolta rifiuti, incluso gli ammortamenti societari ? Ed in caso di differenza tra spese ed entrate, chi pagherà ? Nel caso del “regime TARSU” pagavano (e pagano) i Comuni. Siccome non crediamo di avere il monopolio del buonsenso e del corretto uso della matematica di base, parrebbe annunciarsi all’orizzonte dei siciliani la concreta ipotesi di un futuro, progressivo, inasprimento, delle “cartelle esattoriali” per il pagamento del servizio raccolta rifiuti. Pare, inoltre, che dal nuovo ddl governativo per gli ATO rifiuti non sembra emerga con chiarezza, come si siano posti in condizioni gli ATO di poter pagare i debiti arretrati, né quale struttura assuma l’onere della vigilanza sulle situazioni finanziare dell’intero sistema regionale. Un universo variegato, dove l’ATO Ragusa chiude il bilancio consuntivo 2008-2009 con otto milioni di euro di attivo, mentre il l’ATO Coinres dell’area di Palermo-provincia , è finito sotto commissariamento, per un deficit gravissimo, e senza neanche aver mai comprato un solo automezzo per la raccolta dei rifiuti, ancorché il Coinres risulti il titolare diretto del servizio. E raccontiamola questa storia degli Ato in Sicilia ! Partiti in 27, oggi, ben 19 sarebbero già al limite del fallimento , o sono di fatto già falliti. Cinque , risulterebbero in leggero attivo. Tre in pareggio o con perdite spiegabili di lieve entità. Abbiamo usato il condizionale, perché l’ARRA, l’Agenzia regionale anche competente sul controllo degli obiettivi degli ATO rifiuti, ha fatto si una ricognizione sulla situazione alla data odierna. Ma si è limitata a commissariare solo dieci ATO al disastro, e a diffidarne altri tre, che si incamminano sulla stessa via. Gli esiti dell’intera ricognizione, sono perciò, “top secret” , perché l’intera documentazione non è stata ancora trasmessa al Presidente della Regione. Ricordiamo, che gli ATO sono società consortili SpA, composte dai comuni del comprensorio – i cui sindaci oltre a formare l’assemblea dei soci, possono far parte del CDA - con l’obbligo di espletamento del servizio di raccolta e smaltimento dei rifiuti. Il punto critico del modello, che ha portato al cortocircuito, si trova esattamente nella facoltà dei Comuni di nominare sia gli amministratori, che i revisori dei conti del Consorzio. Cioè, coloro che in modo occhiuto dovrebbe esercitare il controllo sulla gestione economica e finanziaria degli ATO. Così, i sindaci dei comuni, per lo più, hanno fatto carne di porco di “queste nomine” negli ATO. Per lo più, usandole per compensazioni di natura politica locale : “non ti candidi contro di me alle prossime amministrative, ed allora ora Ti nomino all’ATO”; “sei stato trombato alle elezioni Ti consolo nominandoti all’ATO”; “vuoi un assessore in più che non ti posso dare nella giunta Ti do un consigliere del Cda dell’ATO”; “sei mio parente, l’anno prossimo ti devi sposare e sei disoccupato, ti nomino all’ATO”. Senza mai aver rispettato, né accertato, competenze e compatibilità di legge. Una palese e pubblica indecenza. Infine, quando un comune non paga puntualmente, o non paga mai la sua quota annuale all’ATO, è accaduto di sovente che l’ATO abbia chiuso entrambi gli occhi. Posto che – in caso di inadempienza dei comuni - gli amministratori ATO che avrebbero dovuto mettere in mora gli enti locali/soci ed inadempiente, troppo spesso, erano gli stessi sindaci, che nelle loro funzioni di primi cittadini, incassavano la TARSU, ma non pagavano l’ATO. Per nota di cronaca, vi segnaliamo che i quattro ATO rifiuti a livello di “eccellenza”, che risultano segnalati per come hanno svolto e svolgono bene la loro mission sono : Ato Ragusa, Ato Sciacca, Ato Palermo 5 (Termini Imerese), Ato Trapani 2 ( Mazara del Vallo). Dice Lombardo, per il nuovo ddl sul sistema regionale degli Ato rifiuti, abbiamo scelto di presentare un progetto di legge snello solo di un articolo e tre commi, contro i dieci articoli di quello da tempo già depositato all’ARS. Scegliendo la via di semplificare, abbiamo deciso di completare il disegno della riforma, accertato che potremo intervenire a completamento, utilizzando dei decreti amministrativi. Parimenti, nel ddl ci siamo preoccupati di provvedere a semplificare le procedure destinate all’autorizzazione per l’apertura di nuove discariche.
SiciliaInformazioni, 21 luglio 2009

Il tragico incidente sulla SS 188 Giuliana-Sambuca: il ponte è senza guard-rail!

di Cosmo Di Carlo
Giuliana - Lo hanno ribattezzato il “ponte della morte”. E sorge in contrada “ Piscopo”, al km 103 della strada statale 188 che collega Giuliana con Sambuca. Qui, nella sera di sabato, in un tragico incidente stradale, hanno perso la vita Agostino Randazzo, 46 anni, fratello di don Rino Randazzo, arciprete di Ghibellina, che lavorava per la società «Belice Ambiente»;
Antonino Salamanca, 56 anni di professione meccanico e Salvatore La Rocca di 38 anni, che era dipendente dell’oleificio «Frantoio del Belice». I tre amici di Partanna, appassionati di Rally, stavano tornando da Giuliana (PA) a Partanna (TP), dopo aver assistito alle prove speciali sul percorso del Rally del Sosio, quando la loro autovettura ha urtato sul bordo del ponte ed è uscita di strada precipitando da un’altezza di quindici metri. È ancora un mistero la dinamica dell’incidente e l’esatta traiettoria della macchina prima dell’impatto con la bassa spalletta del ponte. Nessun evidente segno di frenata, nessuna traccia evidente è stata lasciata dalle gomme della “Mercedes Classe C” su cui viaggiavano le tre vittime. A poche ore dalla tragedia sull’asfalto resta solo il tracciato con il gesso, segnato dai carabinieri della compagnia di Sciacca, che hanno effettuato i rilievi, e la macchia di olio coperta dalla sabbia, lasciata dalla vettura dopo il suo recupero. Sulla spalletta nel punto dell’impatto l’abrasione provocata dai cerchi dell’auto, poi più nulla. Difficile fare delle ipotesi, un malore del conducente, una distrazione, l’eccessiva velocità nell’affrontare quella che sembra una semplice curva. Solo ipotesi comunque. Il dato più appariscente che si nota è che, sino a pochi metri dal ponte in direzione Sambuca–Giuliana, è stato collocato un guard-rail rinforzato con doppia fascia, a protezione di una scarpata di tre metri. Se solo avessero allungato la dislocazione delle protezioni metalliche sino alle spallette del ponte, oggi non ci sarebbero tre morti da piangere. Ad indicare la pericolosità del tratto solo quattro pannelli con strisce bianche e nere trasversali all’ingresso di ciascun lato del manufatto. Nel rimanente tratto di strada la segnaletica è rara, quando non è assente del tutto. A terra nessuna striscia segna il limite della carreggiata, poiché la strada 188 è stata asfaltata di recente. Si sono appresi intanto altri particolari sui soccorsi. A dare l’allarme per primi, pare siano stati alcuni agricoltori che a bordo di una mietitrebbiatrice stavano operando su un fondo vicino e che avrebbero visto sparire nel vuoto la macchina. Sarebbe stato impossibile, infatti, dalla strada vedere il fondo della scarpata e la macchina sotto il ponte. Per primi sono arrivati sul posto i carabinieri della stazione di Giuliana e di Sambuca che hanno smistato l’allarme al 118 ed all’elisoccorso. In poco tempo sono arrivate 4 ambulanze e un elicottero che è atterrato su un campo di grano a ridosso della strada. Ma purtroppo nessuno degli occupanti la vettura era più in vita. Una delle tre vittime è stato sbalzato fuori dall’abitacolo della automobile nell’impatto. Grande lavoro per la squadra dei Vigili del Fuoco del distaccamento di Corleone che hanno lavorato sino a tarda notte per recuperare la macchina ed i corpi delle vittime. (*codi*)

Nella foto (Di Carlo) un brigadiere dei carabinieri indica il punto dell’impatto dell’auto con il bordo del ponte.

La vedova Borsellino rompe il silenzio: "Perdono gli assassini solo se dicono la verità"

La signora Agnese ricorda quel 19 luglio 1992 e gli uomini della scorta: "Paolo voleva salvarli". Grasso alla commemorazione di Boris Giuliano: pazzesco un patto Stato-mafia
PALERMO - Dopo 17 anni di silenzio Agnese Borsellino, la moglie del magistrato ucciso nella strage in via D'Amelio, ha deciso di infrangere la regola del silenzio che si era imposta, parlando di suo marito, del suo esempio, di quel 19 luglio 1992 e di chi ha dato la vita per proteggerlo. La vedova ha ricordato quei giorni in un'intervista a La Storia siamo noi, per una puntata dal titolo "57 giorni a Palermo. La scorta di Borsellino", in onda domani alle 23.30 su RaiDue. Anche Pietro Grasso torna a parlare della strage di via D'Amelio dopo le recenti dichiarazioni di Totò Riina e dopo la riapertura dell'inchiesta sull'omicidio del giudice Paolo Borsellino e della sua scorta. Rivelazioni da cui sono scaturite reazioni e commenti - da Nicola Mancino all'epoca ministro dell'Interno, al procuratore aggiunto di Palermo Antonio Ingroia - proprio nei giorni della marcia delle agende rosse e dell'anniversario della strage. "Pensare che si possa venire a un qualsiasi accordo con la mafia è fuori da qualsiasi considerazione" ha detto il procuratore nazionale antimafia Grasso a Palermo, a margine della deposizione di una corona di fiori in memoria di Boris Giuliano, ucciso dalla mafia il 21 luglio 1979. "La cosa terrificante - ha aggiunto Grasso - è che a Palermo si muore mentre si fa il proprio dovere. Quello di Boris Giuliano è stato l'inizio di una serie di morti terribili, con l'eliminazione fisica di tutti coloro che ostacolavano l'organizzazione mafiosa".
Nell'intervista a La storia siamo noi, Agnese Borsellino racconta a distanza di tanti anni che il marito era sicuro che la sua morte avrebbe scosso le coscienze. "Due giorni prima che lui morisse mi ha detto: 'Io non vedrò i risultati del mio lavoro, li vedrete voi dopo la mia morte, perché la gente si ribellerà, si ribelleranno le coscienze degli uomini di buona volontà ". Parlando degli assassini che hanno ucciso suo marito, la signora Agnese ammette di essere pronta a perdonarli ma solo se avranno il coraggio di dire la verità, tutto quello che sanno. "Se mi dicono perché l'hanno fatto, se confessano, se collaborano con la giustizia, perché se arrivi a una verità vera, io li perdono, devono avere il coraggio di dire chi glielo ha fatto fare, perché l'hanno fatto, se sono stati loro o altri, dirmi la verità, quello che sanno, con coraggio, con lo stesso coraggio con cui mio marito è andato a morire". "Di fronte al coraggio io mi inchino - aggiunge - da buona cristiana dire perdono, ma a chi?, io perdono coloro che mi dicono la verità ed allora avrò il massimo rispetto verso di loro, perchè sono sicura che nella vita gli uomini si redimono, con il tempo, non tutti, ma alcuni si possono redimere è questo quello che mi ha insegnato mio marito". Poi ricorda quel 19 luglio del 1992. "Era una giornata normale, mio marito si sentiva molto stanco, voleva accontentare me e i miei figli e fare una passeggiata a Villa Grazia, al mare. Alle 16.30 quando sono venuti gli altri sei uomini della scorta, è andato dalla sua mamma perché doveva accompagnarla dal medico. Ha baciato tutti, ha salutato tutti, come se stesse partendo. Lui aveva la borsa professionale, e da un po' di giorni non se ne distaccava mai. Allora mi è venuto un momento di rabbia, quando gli ho detto: 'Vengo con te'. E lui 'No, io ho fretta'; io: 'Non devo chiudere nemmeno la casa, chiudo il cancello e vengo con te'. Lui continuava a darmi le spalle e a camminare verso l'uscita del viale, allora ho detto: 'Con questa borsa che porti sempre con te sembri Giovanni Falcone'. Sono arrivata a dire queste ultime parole". Agnese parla poi degli uomini della scorta. "Per me erano persone, come per mio marito che facevano parte della nostra famiglia e vivevano quasi in simbiosi con noi, condividevamo le loro ansie, i loro progetti. Un rapporto oltre che di umanità, di amicizia e di reciproca comprensione e rispetto".
(La Repubblica, 21 luglio 2009)

lunedì 20 luglio 2009

Parla Mancino dopo il "messaggio" di Riina: "Patto con la mafia, lo Stato disse no"

di FRANCESCO VIVIANO
e ATTILIO BOLZONI
"Mai saputo in anticipo dell'arresto". Il vicepresidente del Csm negli anni '90 è stato ministro dell'Interno. "La trattativa fu respinta anche come ipotesi di alleggeri mento dello scontro con Cosa Nostra". "Una giornalista mi chiese: chi prenderete? Risposi: Riina: era un auspicio, non una rivelazione"

ROMA - Le ultime indagini sulle stragi siciliane dicono che Paolo Borsellino è morto intorno alla "trattativa" fra mafia e Stato. "O l'hanno ucciso perché non la voleva, o l'hanno ucciso proprio per costringere lo Stato a venire a patti", ha spiegato il procuratore capo di Caltanissetta Sergio Lari, il magistrato che ha riaperto le indagini sui massacri di Palermo scoprendo un intreccio fra boss e servizi segreti. La "trattativa" al centro di tutti i misteri e di tutti i delitti. Ne hanno parlato pentiti come Giovanni Brusca, l'assassino di Falcone. Ne sta parlando Massimo Ciancimino, il figlio di don Vito. Ne ha parlato anche il capo dei capi Totò Riina. Ciascuno con la sua versione, ciascuno con la sua verità. Ma ora e per la prima volta, dopo le nuove rivelazioni sulle stragi e le polemiche che ne sono seguite, di quella "trattativa" parla un uomo delle istituzioni, un protagonista dell'estate di 17 anni fa. E' Nicola Mancino, oggi vice presidente del Consiglio superiore della magistratura e al tempo - dal 1992 al 1994 - ministro dell'Interno. Mancino fa capire che la "trattativa" c'è stata o, comunque, qualcuno l'avrebbe voluta. Però, l'ex ministro dichiara a Repubblica: "Noi l'abbiamo sempre respinta. L'abbiamo respinta anche come semplice ipotesi di alleggerimento dello scontro con lo Stato portato avanti dalla mafia. La riprova di tutto questo sta nella politica di fermezza adottata dal precedente governo e da quello in cui ero responsabile del Viminale". L'ex ministro non va oltre, conferma il tentativo fatto da Cosa Nostra di scendere a patti - fermare le stragi in cambio dell'abolizione del carcere duro e della legge sui pentiti - ma sostiene che lo Stato non ha accettato quel ricatto. Poi Mancino torna sull'affaire della cattura di Riina, sulle vecchie e nuove "esternazioni" del boss che vorrebbe sapere proprio da lui "come faceva a conoscere prima che sarebbe stato arrestato". Già qualche anno fa il capo dei capi chiese ai giudici della Corte di Assise di Firenze - quelli che hanno condannato i boss di Cosa Nostra per le stragi del '93 - di ascoltare come teste l'ex ministro. Riina ha citato ancora Mancino e quella vicenda. Racconta oggi il vicepresidente del Csm: "Io non ero a conoscenza della cattura di Riina, come lui afferma, una settimana prima. Era solo un auspicio, ma anche una precisa direttiva impartita a tutte le forze dell'ordine con l'urgenza che la situazione richiedeva". Ricorda: "E fu questa la risposta che diedi anche ai giornalisti della stampa estera convocati al Viminale l'11 gennaio 1993, cioè quattro giorni prima della cattura di Riina. Una giornalista mi chiese: chi prenderete? Risposi: Riina. Coincidenza volle che Riina fosse arrestato dai carabinieri pochi giorni dopo. Ma se fossi stato al corrente dell'imminente arresto sarei stato così ingenuo da dirlo pubblicamente, dirlo con il rischio di far fallire l'operazione?". Trascinato in un mistero da Riina e trascinato nel vortice palermitano dalle accuse lanciate da Salvatore Borsellino, il fratello del procuratore ("E' una persona indegna che mente, mente spudoratamente dicendo di non avere incontrato Paolo il primo luglio del 1992 quando a Paolo venne prospettata quella scellerata ignobile trattativa con lo Stato"), l'ex ministro risponde ancora: "Se ci fosse stato davvero quell'incontro, perché mai avrei dovuto nasconderlo? E poi: che cosa si sarebbero dovute dire due persone che prima non avevano mai avuto rapporti fra di loro, il primo giorno dell'insediamento di un ministro al Viminale?". E' la sempre la "trattativa" che divide e che resta la chiave per decifrare la Palermo dell'estate 1992. Nega di averla portata avanti addirittura Riina, cioè quello che ha organizzato le stragi e - fra una strage e l'altra - ha presentato a qualche emissario dello Stato il famigerato "papello" con le richieste mafiose. "E' passata sopra di me", ha fatto sapere fuori con il suo avvocato Luca Cianferoni. "Io consegnerò il papello" ha promesso qualche giorno fa Massimo Ciancimino al procuratore Antonio Ingroia. "Per saperne di più chiedete al figlio di Ciancimino e ai carabinieri", ha spiegato ancora Riina. "Io sono pronto a incontrarlo per un confronto", ha ribattuto ieri il rampollo dei Ciancimino a Klaus Davi, conduttore del programma KlausCondicio su You Tube. Un botta e risposta quasi surreale. C'è solo da immaginare quali sorprese e quali colpi di scena potrebbe riservare un faccia a faccia "all'americana" tra il "contadino" di Corleone e il figlio scapestrato di don Vito. In tutto questo convulso rincorrersi di informazioni e di accuse e di chiarimenti, la decodificazione autentica delle "esternazioni" di Riina sul coinvolgimento di pezzi dello Stato viene dal procuratore di Caltanissetta Sergio Lari: "E' un messaggio alla mia procura". Il capo dei capi ha parlato con i giornali ma, in realtà, voleva parlare con chi sta indagando. Non è cosa da poco: è stato il primo "discorso" del boss di Corleone dopo 17 anni.
La Repubblica, 20 luglio 2009

Clamorosa dichiarazione del boss Totò Riina sul delitto Borsellino: "L'hanno ammazzato loro"

di ATTILIO BOLZONI e FRANCESCO VIVIANO
Dopo diciassette anni di silenzio totale parla il boss di Corleone. E sulla strage di via d'Amelio accusa i servizi e lo Stato
TOTÒ RIINA, l'uomo delle stragi mafiose, per la prima volta parla delle stragi mafiose. Sull'uccisione di Paolo Borsellino dice: "L'ammazzarono loro". E poi - riferendosi agli uomini dello Stato - aggiunge: "Non guardate sempre e solo me, guardatevi dentro anche voi". Dopo diciassette anni di silenzio totale il capo dei capi di Cosa Nostra esce allo scoperto. Riina lo fa ad appena due giorni dalla svolta delle indagini sui massacri siciliani - il patto fra cosche e servizi segreti che i magistrati della procura di Caltanissetta stanno esplorando. Ha incaricato il suo avvocato di far sapere all'esterno quale è il suo pensiero sugli attentati avvenuti in Sicilia nel 1992, su quelli avvenuti in Italia nel 1993. Una mossa a sorpresa del vecchio Padrino di Corleone che non aveva mai aperto bocca su niente e nessuno fin dal giorno della sua cattura, il 15 gennaio del 1993. Un'"uscita" clamorosa sull'affaire stragi, che da certi indizi non sembrano più solo di mafia ma anche di Stato. Ecco quello che ci ha raccontato ieri sera l'avvocato Luca Cianferoni, fiorentino, da dodici anni legale di Totò Riina, da quando il più spietato mafioso della storia di Cosa Nostra è imputato non solo per Capaci e via Mariano D'Amelio, ma anche per le bombe di Firenze, Milano e Roma.
Avvocato, quali sono le esatte parole pronunciate da Totò Riina?

Sono proprio queste: "L'ammazzarono loro"? "Sì, sono andato a trovarlo al carcere di Opera questa mattina e l'ho trovato che stava leggendo alcuni giornali. Neanche ho fatto in tempo a salutarlo e lui, alludendo al caso Borsellino, mi ha detto quelle parole... L'ammazzarono loro...".

E poi, che altro ha le ha detto Totò Riina?

"Mi ha dato incarico di far sapere fuori, senza messaggi e senza segnali da decifrare, cosa pensa. Lui è stato molto chiaro. Mi ha detto: "Avvocato, dico questo senza chiedere niente, non rivendico niente, non voglio trovare mediazioni con nessuno, non voglio che si pensi ad altro". Insomma, il mio cliente sa che starà in carcere e non vuole niente. Ha solo manifestato il suo pensiero sulla vicenda stragi".
Ma Totò Riina è stato condannato in Cassazione per l'omicidio di Borsellino, per l'omicidio di Falcone, per le stragi in Continente e per decine di altri delitti: che interesse ha a dire soltanto adesso quello che ha detto?

"Io mi limito a riportare le sue parole come mi ha chiesto. Mi ha ripetuto più volte: avvocato parlo sapendo bene che la mia situazione processuale nell'inchiesta Borsellino non cambierà, fra l'altro adesso c'è anche Gaspare Spatuzza che sta collaborando con i magistrati quindi...".

Le ha raccontato altro?

"Abbiamo parlato della trattativa. Riina sostiene che è stato oggetto e non soggetto di quella trattativa di cui tanto si è discusso in questi anni. Lui sostiene che la trattativa è passata sopra di lui, che l'ha fatta Vito Ciancimino per conto suo e per i suoi affari e insieme ai carabinieri: e che lui, Totò Riina, era al di fuori. Non a caso io, come suo difensore, proprio al processo per le stragi di Firenze già quattro anni fa ho chiesto che venisse ascoltato Massimo Ciancimino in aula proprio sulla trattativa. Riina voleva che Ciancimino deponesse, purtroppo la Corte ha respinto la mia istanza".

E poi, che altro le ha detto Totò Riina nel carcere di Opera?

"E' tornato a parlare della vicenda Mancino, come aveva fatto nell'udienza del 24 gennaio 1998. Sempre al processo di Firenze, quel giorno Riina chiese alla Corte di chiedere a Mancino, ai tempi del suo arresto ministro dell'Interno, come fosse a conoscenza - una settimana prima - della sua cattura".

E questo cosa significa, avvocato?

"Significa che per lui sono invenzioni tutte quelle voci secondo le quali sarebbe stato venduto dall'altro boss di Corleone, Bernardo Provenzano. Come suo difensore, ho chiesto al processo di Firenze di sentire come testimone il senatore Mancino, ma la Corte ha respinto anche quest'altra istanza".

Le ha mai detto qualcosa, il suo cliente, sui servizi segreti?

"Spesso, molto spesso mi ha parlato della vicenda di quelli che stavano al castello Utvegio, su a Montepellegrino. Leggendo e rileggendo le carte processuali mi ha trasmesso le sue perplessità, mi ha detto che non ha mai capito perché, dopo l'esplosione dell'autobomba che ha ucciso il procuratore Borsellino, sia sparito tutto il traffico telefonico in entrata e in uscita da Castel Utvegio".

Insomma, Totò Riina in sostanza cosa pensa delle stragi?

"Pensa che la sua posizione rimarrà quella che è e che è sempre stata, non si sposterà di un millimetro. Ma questa mattina ha voluto dire anche il resto. E cioè: non guardate solo me, guardatevi dentro anche voi".
(La Repubblica, 19 luglio 2009)

sabato 18 luglio 2009

L'anniversario di Paolo Borsellino. "Senza verità non c'è giustizia". Palermo e quelle stragi del '92

Nel pomeriggio "la marcia delle agende rosse" per ricordare Paolo Borsellino. La sorella Rita: "C'è puzza di rassegnazione, ma non dobbiamo arrenderci"
PALERMO - "Una verità che si attende da 17 anni: troppi per potere aspettare ancora. Solo con la verità si può avere giustizia. Questo quadro inquietante che si sta delineando sulle stragi del '92 e del '93 merita la massima attenzione, sia a livello nazionale che europeo". Rita Borsellino non ha mai avuto dubbi. Meno che mai ora che è stata riaperta l'inchiesta sul tritolo mafioso che diciassette anni fa ha insanguinato la Sicilia. L'eurodeputato Pd dice questo mentre partecipa assieme a duecento persone a un corteo antimafia che si è tenuto nel pomeriggio a Palermo. Una manifestazione che qualcuno ha già chiamato "la marcia delle agende rosse", perché tutti hanno in mano un'agenda simile a quella custodita gelosamente dal magistrato e sparita nel nulla dopo l'attentato di via d'Amelio. Rita Borsellino sente "puzza di rassegnazione. Non e' possibile rassegnarsi. Non abbiamo questo diritto, dobbiamo continuare a impegnarci giorno per giorno perché solo l'impegno quotidiano puo' costringere chi ha il compito di fare delle scelte a intraprendere la strada giusta. Ci vuole il coraggio della rabbia, della denuncia". L'europarlamentare si riferisce alle parole pronunciate ieri da procuratore aggiunto Vittorio Teresi, che ha denunciato minore rabbia di una parte della magistratura nella lotta alla mafia rispetto al 1992. "Dal '92 ad oggi si è fatto poco - ha detto Salvatore Borsellino, fratello del magistrato - Sembra quasi che qualcuno stia pagando delle cambiali alla mafia. Oggi finalmente, dopo anni di tenebre, la lotta che si sta conducendo nelle procure di Palermo e Caltanissetta sta andando nel verso giusto. Si stanno acquisendo elementi positivi. Fino ad oggi ci sono stati tanti depistaggi, ora si sta lavorando per coprire la complicità di pezzi deviati delle istituzioni".
(La Repubblica, 18 luglio 2009)

Corleone. La maggioranza di centroderstra ha bocciato la mozione sull'acqua pubblica

di Giuseppe Crapisi
Il Sindaco Iannazzo ha detto: "Cari cittadini e caro Comitato per l’acqua pubblica aviti ragiuni ma va manciati squarata”. I consiglieri al rimorchio della Giunta Iannazzo si astengono dal voto e bocciano l’ordine del giorno sull’acqua pubblica. Vergognoso!!!
Sarà stato per la data, venerdi 17, o sarà stato perché la politica corleonese è così, ma sta di fatto che nel Consiglio Comunale abbiamo assistito a qualcosa di tragicomico perché anche nell’essere ridicoli c’è un limite e invece lo si è superato abbondantemente, tragico perché stiamo parlando di un bene come l’acqua che è un bene primario. Finalmente venerdi è stato convocato il Consiglio Comunale per discutere dell’ordine del giorno proposto dal Comitato per l’acqua pubblica, sottoscritto e presentato dai Consiglieri Colletto, Di Giorgio, Marino, Paternostro e Schillaci. La mozione doveva e voleva essere un modo per spronare la politica corleonese a riflettere sulla vicenda APS. Il consiglieri Di Giorgio, Marino e Paternostro hanno duramente criticato la fretta con la quale il Sindaco di Corleone ha ceduto le reti idriche e fognarie della nostra città. Hanno ribadito il fatto che se le bollette sono aumentate esponenzialmente dall’altro i servizi non ci sono, mancanza di uno sportello, ritardi nelle riparazioni delle condutture. Si è parlato delle assunzioni fatte e non fatte. Si è parlato della storia di questo paese che negli anni ha assicurato a questa comunità, con enormi investimenti, una rete idrica e fonti di approvvigionamenti non solo bastevoli per il Comune di Corleone ma anche per poter rifornire altri paesi. Il tutto in cambio di cosa? Caro Sindaco è questo che non si capisce, vogliamo valutare a quanto ammonta questo patrimonio che abbiamo regalato? Sulle tariffe non c’è alcun dubbio, nessuno ha saputo smentire gli aumenti, anzi si è capito che gli aumenti continueranno nei prossimi sette anni, cioè questo è stato il primo aumento. Il Sindaco Iannazzo ha preso la parola dopo il Consigliere Paternostro e devo dire che l’ho visto molto confuso. Ha fatto una bella dietrologia sulla normativa, nazionale, regionale e su come sono andati i fatti eppure nemmeno lui è obiettivo come vuol far credere. Infatti, una cosa è la legge che impone una gestione attraverso gli ATO che in virtù della legge sono soggetti pubblici e che in molte realtà italiane funzionano, altra cosa è la scelta fatta dall’ATO, di affidare il servizio ad un’impresa privata, che poi sarà APS. Per il Comune di Corleone, tale scelta fu fatta e condivisa dall’amministrazione Nicolosi, durante la quale lo stesso Iannazzo era vicesindaco. Una cosa è il rispetto della legge, condivisibile o meno, del Consiglio comunale nel 2002 altra cosa è decidere di affidare il servizio ad un privato. Il Sindaco ha ribadito che lui condivide non solo la mozione, anche se andrebbe limata, ma che condivide anche lo spirito del movimento per l’acqua pubblica, e si giustifica dicendo che lui ha rispettato la legge e che non poteva fare altrimenti, eppure dimentica che gli altri Sindaci del comprensorio non hanno ceduto la rete ad APS, che sono in prima linea nel movimento per l’acqua pubblica e non sono stati commissariati. Non lo sono anche perché c’è un ricorso al TAR proprio sulla vicenda ritenuto ammissibile e che quindi sospende gli effetti giuridici di cui parla il nostro primo cittadino. Non si capisce se APS è conveniente o meno, ma forse lo sa ma non può e non vuole dirlo pubblicamente. Da un lato dice che è costretto, che è per l’acqua pubblica, ma poi dice che i comuni che hanno cedute le reti sono in maggioranza. Ma è proprio questo il tema, cioè se i Sindaci contrari fossero la maggioranza, se questi con il loro peso riuscissero a fare approvare il testo presentato all’assemblea regionale allora ci può essere la volontà politica di ritornare ad una gestione pubblica dell’acqua. Ultima difesa del sindaco Iannazzo è stato quello del non voler rifiutare gli investimenti fatti per Corleone, bene poi dall’Ing. Delfino, dell’ATO, abbiamo saputo che nella tariffa c’è una quota parte che paghiamo noi per gli investimenti, allora è una presa in giro se gli investimenti saranno in parte pagati da noi cittadini. Siamo sicuri di una cosa che APS è efficiente su un aspetto, nell’inviare le bollette salate. APS è stata unico soggetto che si è presentato al bando di gara, ha dettato le sue leggi, ha in mano tutte le reti idriche della Provincia di Palermo con un valore che farebbe impallidire anche i grandi magnati, senza rischiare nulla. Caro Sindaco è vero che la proprietà rimane pubblica ma la gestione no, è privata, chi ce lo dice che fra trenta anni avremo la proprietà sì ma di un colabrodo? Ma il bello è venuto alla fine quando da parte di tutti maggioranza e opposizione si è detto che la nostra mozione era condivisa da tutti, ma andava limata e corretta nella premessa, ma alla fine il colpo di scena. Infatti , il Presidente ha detto che la mozione non poteva essere modificata in quanto mancava Salvatore Schillaci che aveva sottoscritto la mozione e quindi era immodificabile. Ci si aspettava allora uno scatto di orgoglio da parte di tutti e quindi un voto unanime a favore della mozione. Invece tutti i consiglieri della maggioranza esclusi quelli dell’opposizione si sono astenuti. Con quest’atto Sindaco e consiglieri hanno pensato di salvare la faccia, ma il dato politico è che hanno bocciato la mozione che prevedeva questo: di impegnare il Sindaco e la Giunta. A porre in essere tutte le azioni politiche, tecniche, giuridiche e amministrative per ritornare a gestire il Servizio Idrico Integrato del Comune di Corleone, modificando la scelta sbagliata e contraria agli interessi dei cittadini, che ha portato il Sindaco a “regalare” ad Acque Potabili Siciliane Spa il prezioso patrimonio idrico della Città, costato impegno, sacrifici e lotte agli Amministratori comunali e ai Cittadini negli anni ’80; Di unirsi al “Comitato Cittadino per l’Acqua Pubblica” nel chiedere che, comunque, Acque Potabili Siciliane Spa sospenda il pagamento di tutte le bollette idriche, informi gli utenti del nuovo sistema di tariffazione, applichi l’art. 18, comma 6), della Convenzione, prevedendo un’articolazione temporale non inferiore a 7 anni “entro la quale progressivamente allineare le tariffe attuali a quella media di riferimento”. Con quest’atto hanno confermato che questi consiglieri, che questa Giunta, a parte le parole è a favore di APS, dei disservizi e delle bollette salate. Certamente noi la battaglia la continueremo.
Giuseppe Crapisi
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