E' stato un tg particolare quello cui hanno assistito l'11 febbraio i circa 150 mila telespettatori di Telejato, l'emittente del comprensorio di comuni attorno a Partinico (Palermo), il cui direttore Giuseppe Maniaci era stato picchiato dal figlio di un boss mafioso il 29 gennaio scorso.Dalle 15.30 alle 16.15 i protagonisti del tg sono stati infatti, oltre al conduttore Maniaci, Lorenzo Del Boca, presidente nazionale dell'Ordine dei giornalisti, Franco Siddi, segretario della Fnsi, e il presidente dell'Unci, Guido Columba. I vertici rappresentativi del giornalismo italiano hanno voluto così portare la loro solidarietà al collega minacciato dalla mafia, organizzando una secie di tavola rotonda nella parte conclusiva del notiziario."La cronaca locale è il cuore del giornalismo - ha detto Del Boca - e i colleghi che lavorano, come Maniaci, in frontiera hanno molto da insegnare anche ai cronisti più quotati. E' in questi luoghi che il giornalismo mantiene il suo contatto con il territorio ed esercita il ruolo di denuncia più difficile". A Maniaci, non iscritto all'ordine dei giornaliti, Columba ha voluto regalare la tessera d'iscrizione all'Unci. "Per continuare a fare in modo che l'informazione continui nel suo mestiere, in un periodo in cui mafia, leggi e magistratura ne ostacolano il lavoro - ha concluso Siddi - dobbiamo stringere un patto con la società civile affinché alzi la voce assieme a noi". "Sono davvero commosso per la solidarietà dei colleghi - ha detto Maniaci - e continuerò a fare quello che ho sempre fatto, senza padroni e stigmatizzando le ingiustizie sia di destra sia di sinistra". .mercoledì 13 febbraio 2008
Telejato, un tg speciale con i vertici della categoria, dopo l'aggressione al direttore Giuseppe Maniaci
E' stato un tg particolare quello cui hanno assistito l'11 febbraio i circa 150 mila telespettatori di Telejato, l'emittente del comprensorio di comuni attorno a Partinico (Palermo), il cui direttore Giuseppe Maniaci era stato picchiato dal figlio di un boss mafioso il 29 gennaio scorso.Dalle 15.30 alle 16.15 i protagonisti del tg sono stati infatti, oltre al conduttore Maniaci, Lorenzo Del Boca, presidente nazionale dell'Ordine dei giornalisti, Franco Siddi, segretario della Fnsi, e il presidente dell'Unci, Guido Columba. I vertici rappresentativi del giornalismo italiano hanno voluto così portare la loro solidarietà al collega minacciato dalla mafia, organizzando una secie di tavola rotonda nella parte conclusiva del notiziario."La cronaca locale è il cuore del giornalismo - ha detto Del Boca - e i colleghi che lavorano, come Maniaci, in frontiera hanno molto da insegnare anche ai cronisti più quotati. E' in questi luoghi che il giornalismo mantiene il suo contatto con il territorio ed esercita il ruolo di denuncia più difficile". A Maniaci, non iscritto all'ordine dei giornaliti, Columba ha voluto regalare la tessera d'iscrizione all'Unci. "Per continuare a fare in modo che l'informazione continui nel suo mestiere, in un periodo in cui mafia, leggi e magistratura ne ostacolano il lavoro - ha concluso Siddi - dobbiamo stringere un patto con la società civile affinché alzi la voce assieme a noi". "Sono davvero commosso per la solidarietà dei colleghi - ha detto Maniaci - e continuerò a fare quello che ho sempre fatto, senza padroni e stigmatizzando le ingiustizie sia di destra sia di sinistra". .LA LETTERA. Auspico una campagna elettorale vivace, ma educata...
In Italia c’è bisogno di una politica alta, vera, onesta, trasparente, quella che una parte dei politici fa già, quella priva d' interessi personali, una politica che sia al servizio dei cittadini, degli interessi generali, una politica che abbia a cuore il bene comune degli italiani. Per far si che la non politica, il qualunquismo, l’indifferenza, l’egoismo, e quella dei no, sia superata con l’impegno morale diretto, con la passione, con la responsabilità, con il protagonismo. Per far si che sia una politica ricca di risorse umane, di idee, una risorsa democratica, e che si dia anche un codice etico di comportamento. Un codice etico di comportamento ci sarebbe bisogno in ogni settore pubblico e privato della società italiana, per renderli più sani e limitare i costi. Qui ce ne sarebbe molto da dire, dai calciatori, allenatori, dirigenti, corridori di bici, di moto, di automobili, personalità di spettacolo, di conduttori di trasmissioni tv, di dirigenti pubblici e privati, e tante altre categorie, che guadagnano fior di milioni di euro all’anno, e magari, tanti di loro evadono anche il fisco. Anche in queste categorie ci sarebbe bisogno di ridurre i costi, che sono pur sempre direttamente o indirettamente a carico della collettività. Su queste categorie privilegiate, inviterei anche i mezzi d'informazione a parlarne molto di più, dare il proprio contributo a fare un‘informazione a trecentosessanta gradi, e non solo sul costo della politica come hanno fatto fin ora, ma anche di tutte queste categorie privilegiate che ci sono in Italia.
In conclusione invito, tutti a fare una campagna elettorale ascoltando molto bene la gente, i cittadini, i loro suggerimenti, i loro bisogni, analizzarli a fondo, ed inserirli nei programmi elettorali, e negli obbiettivi da raggiungere, per arricchirli di contenuti reali. Obiettivi che devono essere quelli di costruire e raggiungere una società più equa, più giusta, migliore, piena di diritti, e di valori veri per tutti i cittadini italiani.
Francesco Lena
Via Provinciale, 37
24060 Cenate Sopra Bergamo
martedì 12 febbraio 2008
Scoperto il covo di Salvatore e Sandro Lo Piccolo
PALERMO - Cadono poco a poco abbattuti dalle rivelazioni di ben quattro nuovi pentiti i segreti del clan vincente di Cosa nostra palermitana e oggi è stato reso noto che i poliziotti della squadra mobile hanno localizzato la residenza dove Salvatore Lo Piccolo e il figlio Sandro, arrestati il 5 novembre scorso in una villa di Giardinello (Pa), avrebbero trascorso gli ultimi anni di latitanza.Il rifugio, individuato proprio con le indicazioni del collaboratore Gaspare Pulizzi, è a Terrasini, comune balneare a 30 km da Palermo e a poca distanza da Giardinello. Si tratta di una grande villa a due piani, che si trova nei pressi della strada statale, a poche decine di metri da un supermercato della catena Sisa.Un uomo e una donna, in mattinata, si sono presentati in procura accompagnate dal proprio legale. Secondo indiscrezioni, i due, marito e moglie, si sarebbero difesi spiegando di aver accolto in casa "quell'uomo anziano e suo figlio" per paura, perchè pur non conoscendo i loro nomi, avevano intuito che si trattava di persone alle quali non era possibile opporre un rifiuto, senza andare incontro a seri pericoli.Al pm che li ha interrogati i due hanno precisato che i Lo Piccolo avrebbero soggiornato nella villetta di Terrasini durante gli ultimi tre anni. I coniugi sono accusati di favoreggiamento aggravato dall'articolo 7, per aver agito nell'interesse di Cosa nostra, ma sono in libertà.Nella villa, che è già stata sottoposta a un'accurata perquisizione, sono stati ritrovati alcuni oggetti personali appartenenti ai mafiosi, ma, pare, nessun documento utile alle indagini. Gli inquirenti ritengono che il covo sia stato "ripulito"subito dopo la cattura dei due Lo Piccolo, probabilmente dall'altro figlio del boss, Calogero, anche lui arrestato ma il 16 gennaio scorso nell'operazione denominata "Addio Pizzo".Giovanni Marino, proprietario del covo di Corleone, dove venne arrestato Bernardo Provenzano raccontò che un giorno si presentò da lui il boss con una valigia in mano dicendogli: "Sono Provenzano vorrei ospitalità". Il pastore capì che quella richiesta non poteva avere una risposta negativa e gli mise a disposizione la casetta accanto alla casupola in cui produceva ricotta e formaggi ritenuti nel comprensorio di ottima qualità.Continuano intanto gli scavi con le ruspe dei vigili del fuoco nel terreno a 10 km da Palermo adiacente all'autostrada per Mazara del Vallo dove il pentito Pulizzi ha detto venivano sepolte le vittime dei Lo Piccolo. Due giorni fa sono stati trovati i primi resti umani che apparterrebbero al boss Giovanni Bonanno e che saranno sottoposti all'analisi del Dna.11/02/2008
A Gela la mafia contro il vescovo
11/02/2008
Il procuratore: "Partinico è un paese in fibrillazione"
12/02/2008
Agguato a Partinico: uccisi due imprenditori
Vittime dell'omicidio di chiaro stampo mafioso i figli di Salvatore Riina, omonimo del boss, assassinato nel '98 a poca distanza dal bar davanti al quale sono stati "freddati" Giuseppe e Giancarlo. Almeno due i sicari, inutile il tentativo di fuga. I fratelli gestivano una piccola azienda edile, ferito un loro dipendentePARTINICO (PALERMO) - E' un agguato di stampo mafioso quello in cui sono state uccise due persone e una terza è rimasta ferita a Partinico, un paese a 30 chilometri da Palermo. Le vittime sono Giuseppe e Giancarlo Riina, rispettivamente di 37 e 31 anni, figli di Salvatore Riina, omonimo del boss di Cosa nostra, un imprenditore ucciso nel '98 e accusato di avere coperto la latitanza di alcuni mafiosi; poco prima della sua morte era entrato in contrasto con i capi mafia della zona, i Vitale, per ragioni di controllo delle attività illecite del territorio.Anche i figli di Riina svolgevano l'attività di imprenditori, nel settore del movimento terra. L'agguato è scattato poco dopo le 7 davanti al bar "Le goloserie" nella piazza Santa Caterina, omonima della chiesa che vi si affaccia a poca distanza dal luogo dove venne ucciso Salvatore Riina. Un cadavere si trova proprio davanti l'ingresso del bar mentre l'altro è a una decina di metri vicino a un'automobile. Il ferito, Fulvio Giordano, originario di Giardinello (Pa), è un dipendente della loro impresa. I due fratelli erano apena usciti da casa, in via Merla, quando è scattato l'agguato. I tre uomini hanno tentato di fuggire ma sono stati raggiunti dai colpi dei sicari che erano almeno due. Secondo le testimonianze, in piazza stamattina si trovavano pochissime persone e le uniche che potrebbero aver visto qualcosa erano nel bar. Il ferito è stato portato nell'ospedale di Partinico e le sue condizioni non sarebbero gravi. Giuseppe e Giancarlo Riina gestivano una piccola impresa e avevano ottenuto appalti, non di grossa entità, anche da enti pubblici come i comuni di Partinico e Giardinello. Proprio in una villetta nel territorio di Giardinello vennero arrestati, il 5 novembre scorso, i boss Salvatore e Sandro Lo Piccolo insieme a altri due capimafia.Ieri a Partinico si era svolta una manifestazione di solidarietà nei confronti del responsabile dell'emittente televisiva Tele Jato, bersaglio di aggressioni e intimidazioni mafiose. All'iniziativa avevano partecipato il presidente dell'ordine nazionale dei giornalisti, Lorenzo Del Boca, il segretario nazionale della Fnsi, Franco Siddi, e il segretario dell'Unci, Guido Columba.
12/02/2008
Marco Venturi (Sicindustria): "Priorità la legalità e la lotta al lavoro nero"
Palermo, 11 febbraio 2008 – Legalità e lotta al lavoro nero sono in cima alle priorità della Piccola industria di Confindustria Sicilia presieduta da Marco Venturi che, al termine dell’incontro con il presidente nazionale Giuseppe Morandini e dell’elezione dei vicepresidenti Giuseppe Seminara, Alessandro Spadaro, Luigi Costanza e Davide Guastella, ha tracciato le linee programmatiche del prossimo biennio per le piccole imprese che in Sicilia rappresentano il 95% del tessuto produttivo.“Confindustria Sicilia – ha dichiarato oggi Marco Venturi in conferenza stampa - sostiene in generale che legalità e sviluppo è un binomio imprescindibile per la crescita della nostra società. Pertanto, per affermare la legalità occorre anche contrastare il lavoro nero, sommerso e irregolare a tutti i livelli. E’ una piaga regionale che va combattuta tanto quanto racket, usura e malaffare”.
Venturi, dunque, ha annunciato una forte campagna di persuasione sull’intero sistema produttivo siciliano e ha proposto l’estensione a livello regionale del protocollo provinciale contro il lavoro nero e irregolare siglato a Caltanissetta fra istituzioni, associazioni di imprese e sindacati.
Marco Venturi si è anche soffermato sui prossimi appuntamenti elettorali, riferendo che Confindustria Sicilia sottoporrà le richieste degli industriali a tutti i candidati, nei confronti dei quali “l’organizzazione – ha detto - assumerà un atteggiamento di osservazione degli impegni inseriti nei programmi di governo e della loro successiva attuazione”.
Quattro, in questo caso, le priorità: riforme, semplificazione amministrativa e burocratica, politiche di sviluppo e impiego virtuoso dei fondi europei, infrastrutture.
“Alla politica nazionale e regionale – ha sottolineato il presidente regionale della Piccola industria – chiediamo il coraggio di varare riforme autorevoli, anche impopolari, e di sapere dire dei no, perchè non si può pensare solo a dare risposte ai precari da stabilizzare; bisogna riformare profondamente un sistema che non funziona più e che costa troppo a causa dell’eccessiva ingerenza della politica”.
Venturi ha puntato l’indice contro i tanti enti inutili, sovrapposti o ingessati, e ha fatto l’esempio dei consorzi Asi: “Per rinnovare il Consiglio generale del consorzio Asi di Caltanissetta – ha osservato Venturi - è stato elevato il numero dei componenti da 23 a 56, inserendo rappresentanti di comuni nel cui territorio non vi sono aree industriali. Così gli enti vengono ridotti solo al rango di posti di sottogoverno e di stipendifici, di assemblee pletoriche e ingessate che non decidono”. Ma vi sono anche le Camere di commercio che “da Bolzano a Reggio Calabria svolgono attività di marketing territoriale, mentre in Sicilia non hanno risorse da spendere in quanto gravate dal deficit del sistema previdenziale dei dipendenti”.
“Il nostro parametro di confronto – ha spiegato Venturi – è il resto d’Italia, ma anche l’Europa. Nel nostro Paese i consorzi Asi sono gestiti dai privati imprenditori come dei condomini, la politica ne è estranea. In Sicilia, secondo noi, i consorzi Asi o si privatizzano o è meglio sopprimerli. In Europa le pubbliche amministrazioni sono efficienti e i mercati economici sono floridi grazie ad un corretto equilibrio fra pubblico e privato, Noi crediamo che in Sicilia sia giunto il momento, una volta per tutte, di spezzare quel filo che spesso lega malapolitica, malaburocrazia e malaffare o, peggio, criminalità organizzata. E questo lo si può fare solo con coraggiose riforme”.
Di “coraggio” Venturi ha parlato anche in tema di infrastrutture: “Le merci oggi passano per il Nord Europa, dove hanno realizzato porti immensi. Gioia Tauro al confronto è un piccolo scalo e non è considerato un punto di riferimento. I prossimi governi devono avere il coraggio di realizzare in Sicilia un grande porto merci che sia riferimento per il Mediterraneo, di individuare e attrezzare un aeroporto che sia il terzo hub italiano a servizio del Nord Africa, di completare l’alta velocità fino a Reggio Calabria e di velocizzare ferrovie e strade in Sicilia, di completare gli invasi fermi dagli anni Cinquanta per offrire una corretta politica delle acque”.
Dunque, la Piccola industria di Confindustria chiede “il riordino e la sburocratizzazione delle pubbliche amministrazioni, la riduzione della spesa regionale, una politica di attrazione degli investimenti che si basi sulla fiscalità di vantaggio, un limite alla parcellizzazione della spesa dei fondi europei”.
“La sfida imminente – ha concluso Venturi – è quella di spingere la politica nazionale e regionale affinché il distretto automobilistico di Termini Imerese, che ruota attorno allo stabilimento Fiat, possa diventare un punto di svolta per la creazione di occupazione e per la crescita economica di tutta la Regione”.
Infine, in tema di export, Venturi ha comunicato che Confindustria Sicilia ha aderito all’Enterprise Europe Network, rete consortile europea per la ricerca di partner commerciali stranieri in un contesto di 23 milioni di piccole e medie imprese.
11.02.2008
domenica 10 febbraio 2008
Ecco come hanno visto Corleone gli studenti della Syracuse University di Firenze
Gli studenti della Syracuse University Corleone l’hanno scoperta nell’aprile scorso, con i campi di lavoro sui terreni confiscati alla mafia, ai quali hanno partecipato insieme ai giovani volontari toscani. L’hanno scoperta lavorando su quelle terre, dove, fino a pochi anni prima, scorazzavano indisturbati i feroci boss di Cosa Nostra. L’hanno scoperta sudando e sporcandosi le mani accanto ai soci della coop sociale “Lavoro e non solo”, che aderiscono a “Libera Terra”. E, l’estate scorsa, per condividere con loro questa esperienza di antimafia sociale, sono arrivati a Corleone anche la direttrice della Syracuse University, Barbara Deimling, e il console americano di Firenze Nora Dempsey.
questi ultimi anni probabilmente è riuscita a modificare un po’ il modo di percepire Corleone fuori da Corleone. Ed hanno tradotto questa loro idea con la proposta di realizzare una grande piazza verde davanti l’attuale sede del Tribunale, che sorge proprio all’ingresso della città. Sarebbe il “biglietto da visita” della città della legalità. Poi hanno pensato di trasformare in biblioteca per i giovani i locali dell’ex Colonia Firmatruri e di realizzare una piscina nell’area dell’ex baraccopoli. Poi un mercato dei prodotti agricoli a piazza S. Maria, diversi parcheggi (anche sotterranei) ed un’area di verde attrezzato all’interno dell’ex ospedale dei Bianchi, del quale pensano che si potrebbero consolidare le mura, ma lasciandolo senza tetto, com’è adesso.Dino Paternostro
10 febbraio 2008
E l'Arcobaleno si prepara in Sicilia: «non un voto inutile»
«La vera novità è la costruzione di un soggetto unitario a sinistra, un soggetto che incroci giovani, precari, lavoratori e che punti a determinare un'ipotesi di alternativa di società. Un soggetto assolutamente indisponibile a larghe intese e a patti con la destra». Lo ha detto il segretario di Rifondazione comunista, Franco Giordano, intervenendo all'assemblea "Fare presto" al cinema Farnese a Roma. Uno degli appuntamenti di quel pezzo di sinistra che si riconosce nella sigla dell'arcobaleno. I partiti a sinistra del Pd, da Rifondazione alla Sinistra democratica, ai Verdi fino ai Comunisti di Diliberto, da qualche giorno stanno lavorando alla creazione di una identità la cui natura ancora non è stata chiarita: cartello elettorale, indistinto soggetto politico o il nucleo di una vero e proprio partito.
Per Giordano «il processo unitario a sinistra deve essere accelerato in virtù delle scadenze elettorali. È inutile nasconderci dietro un dito ci sono delle resistenze alla costruzione della soggettività unitaria e plurale in forme nuove, ma io penso che queste resistenze possano essere battute se tutti quanti insieme mettiamo la nostra volontà di innovazione». Il segretario di Rifondazione ha ribadito il parere favorevole del suo partito al tesseramento per il nuovo soggetto politico.
«Sull'ipotesi di patto di consultazione lanciato da Veltroni - ha aggiunto Giordano - penso che sia stato indotto dalla spinta del senso di responsabilità. Noi però siamo una forza alternativa alla destra: la sinistra si muove esattamente su questo terreno ed è una sfida leale e costruttiva con il Pd a chi rappresenta meglio l'alternativa alla destra». Circa l'invito lanciato dai leader del Pdl e del Pd a evitare voti inutili, infine, Giordano ha ricordato che «il voto per la sinistra in Italia non è mai stato inutile: se dovesse prevalere questa opzione ci troveremo di fronte a un'intera classe sociale senza rappresentanza».
La Sinistra democratica di Fabio Mussi ha raccolto invece in un documento approvato all'unanimità dal comitato promotore di Sd. Per gli esponenti del movimento, nato da una costola dei Ds dopo il congresso di Firenze, bisogna dire «no» ad un «semplice cartello elettorale», è «molto importante» che la sinistra vada unita alle elezioni, «con un simbolo, quello della «Sinistra-l'Arcobaleno», e un programma, sulla base della carta degli intenti presentata l`8 e il 9 dicembre agli Stati Generali, coerenti con quel progetto politico» dice il documento.
diffusi attraverso cui costruire le liste, la proposta politica, il profilo della campagna elettorale e la squadra di donne e uomini che insieme al leader della lista, Fausto Bertinotti, la deve condurre».
«Avendo ben chiara la crisi politica che ha attraversato l`Unione - spiega - avremmo voluto un nuovo centro sinistra, fondato su un nuovo programma, per governare il Paese. La scelta di solitudine del Partito democratico ha reso questa prospettiva impossibile. In tale quadro il voto per la «Sinistra-l'Arcobaleno» è il voto più utile per fermare Berlusconi ed evitare quelle larghe intese di cui parla il sindaco di Torino, che cancellano le distinzioni tra destra e sinistra e con esse, incredibilmente, le differenze nelle risposte tra l`una e l`altra alle domande di sviluppo del Paese».
Pubblicato il: 10.02.08
L'intervento integrale di Walter Veltroni a Spello
"Un discorso per l'Italia" Cominciare da qui, da questa piazza, da questo borgo, con alle spalle questo magnifico panorama italiano, è un modo per dire a cosa pensiamo: non al destino di questo o quel leader, non a questo o quel partito, ma al destino dell’Italia, al nostro Paese, alla sua struggente e meravigliosa bellezza e alla sua storia grande e tormentata, alle gravi difficoltà del suo presente e alle straordinarie potenzialità del suo futuro.
E’ un modo per metterci in sintonia con quelle che sono state chiamate le correnti profonde della storia. Perché tutti noi viviamo, giorno per giorno, sulle increspature superficiali, quelle sulle quali si scatenano le tempeste e poi si distendono le bonacce. Ma è solo se scendiamo più in profondità, che possiamo provare a capire dove il mare della storia ci sta portando.
Le correnti profonde della storia non sono fenomeni fisici, anonimi, che ci sovrastano e ci schiacciano. Sono vite concrete di donne e uomini in carne e ossa, sono i nostri padri e i nostri nonni, che attraverso di noi congiungono i loro giorni a quelli dei nostri figli e dei nostri nipoti. Sono la memoria che si fa speranza, il passato che si apre al futuro e attraversando il presente lo riempie di senso.
Sembra di vederla, da quassù, la storia straordinaria e dura, aspra e sofferta, del nostro popolo, del nostro Paese. Un popolo che per secoli ha lavorato la terra, l’ha come addomesticata, addolcita, umanizzata. Ed ha impreziosito le straordinarie bellezze naturali d’Italia – dalle coste del Mediterraneo, attraverso le colline e la grande pianura, fino alle Alpi – con un immenso tesoro di borghi e castelli, di templi e cattedrali, di ville e palazzi.
Nessun popolo della terra ha ereditato tanto dai suoi progenitori. E nessun popolo, meglio del nostro, è messo nelle condizioni di capire come lo sviluppo economico non solo non sia in contrasto, ma possa e debba sposarsi con la qualità della vita.
Troppo a lungo crescita economica e salvaguardia dell’ambiente, espansione urbanistica e tutela del patrimonio artistico, perfino lavoro e cultura, occupazione e scolarizzazione, sono stati pensati come valori contrapposti, come se l’uno fosse una minaccia per l’altro.
E invece, oggi abbiamo compreso che quei valori sono tali solo se promossi insieme. Lo sviluppo contro l’ambiente non è sviluppo. Ma anche viceversa: una difesa dell’ambiente che si riduca alla moltiplicazione di vincoli e veti contro la crescita è sterile e perdente. E invece, un nuovo ambientalismo, un ambientalismo positivo, un “ambientalismo del fare”, come lo abbiamo chiamato, inserito in una nuova cultura della sostenibilità e della qualità della vita, può diventare un formidabile volano di sviluppo. Prendiamo il sole: non è solo un’alternativa al petrolio per la salute della Terra, ma uno dei principali traini della crescita di domani.
Questa è la modernità che ci piace. Quella che unisce l’incremento del Pil alla qualità della vita e alla tutela della natura.
In un mondo che si va facendo sempre più piccolo e nel quale miliardi di donne e uomini, pur tra mille contraddizioni e tra enormi disuguaglianze, si vanno finalmente affacciando da protagonisti del nuovo contesto globale, l’Italia potrà restare protagonista solo se saprà e vorrà nutrire l’ambizione di puntare al primato nello sviluppo di qualità. Anche per questa via, la nostra memoria può trasformarsi nella nostra speranza.
La qualità è la nostra unicità. E’ la sola cosa che nessuno può clonare o delocalizzare. La qualità è l’Italia. E l’Italia è la qualità.
Non bisogna aver paura del nuovo. Il futuro è l'unico tempo in cui possiamo andare. Ma il nostro paese, i suoi meccanismi politici ed istituzionali, sembrano temere le cose nuove. Sembrano paralizzati dal demone del conservatorismo. Sembrano pensare che il mestiere di chi può decidere sia solo quello di rinviare; il mestiere di chi ha il potere sia solo quello di usarlo per mettere veti, paletti, bloccare sul nascere quella meraviglia che è il nuovo. Il nuovo che sorge dal talento, dalla scienza, dall’energia delle donne e degli uomini.
Il nostro Paese deve tornare ad avere voglia di futuro.
Una nuova generazione di italiani chiede una Italia più aperta e dinamica, più giovane e mobile.
L'Italia del nuovo millennio, non l'Italia della fine del secolo precedente.
L'Italia dell'ascolto e della ricerca, l'Italia del rigore e della responsabilità, l'Italia dei doveri e non solo dei diritti.
L'Italia della mobilità sociale e non dei corporativismi asfissianti.
L'Italia della ricerca, della scienza e della tecnologia e non degli steccati ideologici.
L’Italia della legalità e non della furbizia.
L'Italia che ritrova i valori, il senso della sua grandezza e l'orgoglio di sé.
Perché una comunità umana non vive senza i valori, senza le ragioni che illuminano il cammino collettivo e forniscono un senso alle cose.
Non possiamo essere una società che conosce “il prezzo, ma non il valore delle cose”. Una società arida, in cui rapporti umani sono puramente strumentali e si vive schiacciati dall’egoismo, dall’insicurezza e dalla solitudine.
Oggi il Paese, chi vive e parla con gli italiani lo sa, sembra cupo, impaurito. Sembra aver perso quella certezza che domani sarà meglio di oggi. Certezza che è l'energia vitale di una comunità. L’energia che si ritrova nei racconti di quella generazione che ha ricostruito l'Italia dopo la guerra.
I contadini speravano e sapevano che il loro figlio non aveva un destino obbligato, che un giorno volendo avrebbe potuto andare a cercar fortuna in città, e diventare un operaio, un impiegato, un insegnante.
Gli immigrati speravano e sapevano che loro o i loro figli un giorno sarebbero tornati nel loro paese sereni e rispettati per il lavoro svolto lontano da casa.
Operai ed artigiani di talento mettevano su laboratori e poi fabbriche, individuando originali tecniche e nuovi prodotti. E cambiavano così la loro condizione sociale.
Il Paese si rimboccava le maniche, faticava ma sorrideva al futuro che stava costruendo.
Il Paese correva, animato da fiducia e da uno spirito solidale, non bloccato dalle divisioni politiche e ideologiche, assai più drammatiche, allora, di quanto non siano oggi.
E' quello spirito che dobbiamo ritrovare.
L'orgoglio di essere italiani, la voglia di correre, di rischiare, di conquistare nuove frontiere e nuove possibilità.
Mai come oggi la scienza ci ha dato la possibilità di migliorare la nostra vita.
Ogni anno la sua durata media si allunga di qualche mese. Gli italiani che cercavano le foto della famiglia tra le macerie delle case bombardate vivevano in media poco più di sessant’anni. Oggi viviamo vent’anni di più, e i dati demografici dicono che nel 2017 gli ultraottantenni saranno quasi raddoppiati.
La nostra vita media è più lunga perché ci curiamo meglio, perché c'è meno povertà, perché nonostante ciò che si pensa l'acqua, l'aria e il cibo sono più controllati.
Viviamo più a lungo perché viviamo meglio.
So che dire questo contrasta un po’ col luogo comune per cui ieri è sempre meglio di oggi. Ma è proprio di questo che ci dobbiamo liberare.
Non restiamo con la testa rivolta all’indietro, ad un passato del quale dobbiamo riconoscere la grandezza e dal quale, come abbiamo detto, possiamo trovare stimoli. Ma invece viviamo pienamente il presente e volgiamo lo sguardo al futuro.
Oggi abbiamo immense possibilità: di sapere, di conoscere, di viaggiare e dialogare, di scoprire.
Eppure. Eppure sembriamo smarriti. Perché abbiamo perso il senso delle cose. Perché ci hanno detto per anni che gli altri sono solo concorrenti, persino nemici. Che il destino dell'altro non ci riguarda. E così abbiamo smarrito la voglia collettiva di cercare, di rischiare, di cambiare.
La società italiana nel tempo del suo possibile massimo dinamismo sembra ferma, inchiodata da spiriti di conservazione, da logiche di veto. Degli uni e delle altre una certa politica è la massima responsabile.
Una politica che nello stesso giorno in cui un uomo che fa onore all’Italia, Umberto Veronesi, indicava vie nuove per il futuro della lotta al cancro, dava un triste spettacolo di sé, con quegli schiamazzi e quegli sputi nell’Aula del Senato che hanno dato un’immagine dell’Italia che non meritiamo e non vogliamo più vedere. E state certi che quel senatore troverà ospitalità in qualche lista.
Quelle urla sono la più brutta espressione di una politica senza radici nella grande storia italiana, ripiegata su se stessa, priva della voglia di rischiare, di conoscere le sfide brucianti di un tempo nuovo. Dell’incapacità di fare ciò per cui il Presidente Napolitano non ha mai smesso di spendere energie e saggezza: mettere al primo posto il bene del Paese, al primo posto l’amore per le istituzioni. Quello che nelle ultime settimane avrebbe dovuto far scegliere non la propria presunta convenienza, ma la riscrittura delle nostre regole comuni: una legge elettorale per la stabilità e la riduzione della frammentazione del sistema politico, una sola Camera legislativa, la riduzione del numero dei Parlamentari e dei costi della politica.
Si è scelto altro. E noi siamo pronti.
E' all'Italia vera, che noi parliamo.
Verrà presto, tra solo sei giorni all’Assemblea Costituente del Partito democratico, il tempo di tornare a parlare il linguaggio asciutto e severo dei programmi. Il tempo di spiegare e chiarire le nostre proposte, e di ribadire ad esempio che oggi è possibile ridurre le tasse, perché la lotta all’evasione ha dato risultati. Io rimango della mia idea: pagare meno, pagare tutti. Oggi, grazie al lavoro del governo Prodi, possiamo fare quello che non è mai stato fatto. Quello, gli italiani lo sanno, che è stato ogni volta annunciato ai quattro venti, ma non realizzato.
Verrà il tempo per dire agli italiani ciò che è nostro dovere dire: questo è il nostro progetto per cambiare il Paese, queste sono le cose che faremo per fronteggiare i problemi e trovare soluzioni.
E lo potremo dire guardando negli occhi l’Italia, perché abbiamo deciso, unilateralmente, di correre liberi. Liberi, più che soli.
Liberi di poter finalmente non mediare parole, non attenuare cambiamenti possibili, non rinunciare a ciò che si crede giusto.
Guardiamo negli occhi l'Italia e le diciamo: comincia un tempo nuovo.
Il tempo del coraggio e del cambiamento. Il tempo della decisione e della responsabilità.
Gli occhi degli italiani hanno visto troppo odio e divisioni in questi anni.
Unire l'Italia, restituirle forza e orgoglio di sé.
Ritrovare quel desiderio del nuovo che è l'energia vitale di una comunità.
Chi, più di noi, più degli italiani, può unire passato e futuro?
L'Italia deve essere unita. L'odio e le divisioni di questi anni ci hanno fatto perdere occasioni importanti.
Non si è voluto capire ciò che è naturale ad esempio nelle grandi democrazie anglosassoni: che è necessario scrivere insieme le regole del gioco per poter poi competere per il governo nella distinzione di programmi e valori. Sempre nella consapevolezza che c’è una cosa più importante di ogni altra: l’interesse generale, il bene dell’Italia e degli italiani.
Ora bisogna rimettersi in cammino.
Perché non ci sono due Italie separate da muri invisibili. Né è giusto mettere sulle regioni, sulle città, sulle case e persino sulle teste degli italiani delle bandierine di colori diversi.
Gli italiani non “appartengono” a nessuno, se non a se stessi. Appartengono alla propria coscienza, alla propria mente, al proprio cuore. Ed è così che decideranno, il 13 aprile.
Di una cosa sono certo: gli italiani vogliono uscire dalla confusione, dall’instabilità e dall’immobilismo. Vogliono una stagione nuova.
L'Italia deve lasciare l'odio e scegliere la speranza.
L'Italia deve lasciare la paura e scegliere il nuovo.
La memoria impressa nel paesaggio italiano, lo splendido paesaggio che sta alle mie spalle, racconta la storia dell’Italia delle cento città: una storia di eroiche lotte per la libertà e, insieme, di crudeli guerre fratricide. Firenze contro Siena. E dentro Firenze, guelfi contro ghibellini. E guelfi neri contro guelfi bianchi, via via frazionando e frammentando.
Come se la libertà non potesse affermarsi se non contro l’unità. E come se l’unità dovesse fatalmente comportare il sacrificio della libertà. Una frattura mai del tutto ricomposta e che troppe volte è costata all’Italia il prezzo della subalternità ad altre potenze, a umilianti domini stranieri.
E invece è proprio quando si sono mossi spinti dal desiderio di unità, che gli italiani hanno fatto le cose più grandi.
E’ così che una terra divisa in piccoli regni, granducati e domini stranieri è diventata una nazione: grazie a chi immaginò ciò che non esisteva, a chi lottò per realizzarlo.
E’ così che l’Italia è uscita dal buio della dittatura, dalla vergogna delle leggi razziali, dall’abisso della guerra : grazie a donne e uomini che ebbero il coraggio e la moralità di mettere la libertà del loro Paese davanti a tutto, davanti alle loro stesse vite.
Uniti sotto il tricolore, sotto la bandiera italiana. Uniti nella Resistenza: quella attiva dei partigiani, quella silenziosa dei deportati, quella operosa dei tanti giusti che seppero aprire la porta a chi cercava aiuto.
L’altro giorno, la sera stessa in cui abbiamo presentato il nuovo sito internet del Partito democratico, è arrivata una mail. Poche righe, a raccontare un pezzetto della nostra storia. “Ricordo con grande nostalgia – dice la lettera – quando mio nonno mi portava nella stalla a vedere i buoi, io avevo quattro cinque anni. Mi raccontava tante storie, ma una la ricordo molto bene. E' quella di quando lui aveva nascosto nella stalla un gruppo di partigiani che erano sfuggiti ad un rastrellamento fascista e aveva messo a repentaglio la sua vita e quella di tutta la sua famiglia. Però l'aveva fatto e ancora ricordo che me lo diceva come se fosse la cosa più ovvia. Di fronte alla difesa della libertà e della propria patria non c'è esitazione, si fa cosa si deve fare e basta. Non l'ho mai ringraziato abbastanza per queste storie, certo che ancora oggi che ho 51 anni le ricordo volentieri, sono parte di me stesso me le porto dentro di me. Vorrei che il Partito Democratico avesse questi sapori veri, autentici”.
L’Italia è questo. L’Italia è andata avanti così. Così è diventata una grande democrazia, uno dei pilastri della nuova Europa unita, dell’utopia di Altiero Spinelli divenuta realtà.
L’Italia ha costruito il meglio, ha dato le prove più belle di sé, quando ognuno, da chi aveva le più grandi responsabilità alla persona più semplice, ha saputo curare più di ogni altra cosa l’interesse nazionale, ha saputo fare nel modo più naturale, “come fosse la cosa più ovvia”, ciò che sentiva giusto, ciò che serviva davvero al Paese.
E’ così, unita, che l’Italia è uscita dagli anni di piombo. Avevano il tricolore in mano, quei lavoratori che la mattina del 16 marzo del ’78 riempirono le piazze d’Italia contro gli assassini che aveva lasciato a terra cinque ragazzi delle forze dell’ordine e avevano portato via un uomo di stato e di dialogo come Aldo Moro. Con il senso di quella unità il terrorismo è stato sconfitto.
E’ di uno spirito così che il Paese ha bisogno. La priorità sono gli interessi nazionali, non quelli di parte.
Oggi come ieri. Oggi che, come un albero sotto il peso della neve, l’Italia appare piegata, oppressa, legata da nodi strutturali che nessuno sembra in grado di sciogliere.
Sono trascorsi ormai quasi vent’anni dal crollo del Muro di Berlino e dalla crisi definitiva della politica ideologica. L’Italia ha conosciuto l’alternanza al governo e la competizione bipolare tra centrodestra e centrosinistra. Ma non è ancora riuscita a liberarsi dai fantasmi di quella stagione.
Da quasi quindici anni, questi due schieramenti si sono alternati alla guida del Paese. Hanno fatto cose buone e meno buone. Ma nessuno dei due è mai riuscito a vincere le elezioni per due volte di seguito. Ogni volta la delusione per chi stava al governo ha spinto gli elettori a premiare l’opposizione.
Il bipolarismo che abbiamo conosciuto in questi anni si è dimostrato incapace di uscire dallo schema dello scontro ideologico. L’ideologia non c’era più, ma è come se la politica non fosse capace di rinunciare ai suoi cascami: la cultura del nemico, il dualismo manicheo, la demonizzazione dell’avversario, a volte un vero e proprio sentimento di odio, almeno predicato e ostentato, nei confronti della parte avversa.
“Non faremo prigionieri”, è la frase celebre di un ministro della Difesa: anno del Signore 1996. L’Italia non era in guerra con nessuno, per fortuna, quindi non c’erano nemici alle porte da minacciare. L’Italia stava entrando nel bipolarismo politico, mimando i toni e i linguaggi di una guerra civile. Due alleanze sempre più sterminate, accomunate più dalla eccitata volontà di battere l’avversario, che da un chiaro programma di interventi incisivi e netti sui mali strutturali del Paese.
Non sorprende che in questi anni nessuno di questi mali sia stato affrontato in modo risolutivo: non il debito, non lo squilibrio Nord-Sud, non i ritardi delle infrastrutture, non l’inefficienza della pubblica amministrazione.
Le cose buone che pure sono state fatte sono state fatte quasi sempre sull’onda dell’emergenza, a cominciare dalla spettacolare rimonta che all’Italia governata da Romano Prodi, nel tempo del primo Ulivo, nella stagione più feconda della recente storia italiana, consentì di centrare l’obiettivo dell’ingresso da subito nell’Euro.
Ma la politica in questi anni non è riuscita a imprimere forza, a portare avanti quelle grandi riforme, quelle liberalizzazioni e modernizzazioni di cui l’Italia ha bisogno.
Non sorprende allora che i cittadini stiano scoprendo una crescente insofferenza nei confronti di un sistema politico roboante e inconcludente, invadente e impotente, costoso e inefficiente.
Una politica che divide il Paese, invece di unirlo per far fronte ai problemi di tutti. Una politica che divide non solo tra destra e sinistra, ma anche tra Nord e Sud, tra italiani e immigrati, tra dipendenti e autonomi, tra padri e figli, tra laici e cattolici.
La stragrande maggioranza degli italiani è stanca di una politica come questa, che crea una conflittualità esasperata e la usa come alibi per non affrontare i veri problemi del Paese: come far ripartire la crescita economica, come rimettere in moto l’ascensore della mobilità sociale, come valorizzare talenti e meriti, allargando gli spazi di libertà delle persone, come ridare potere di decisione alla democrazia.
Gli italiani non ne possono più di piccoli interessi e di vedute ristrette. Riconoscono le soluzioni semplicistiche offerte a problemi complicati. Capiscono quando poche minoranze cercano di imporre la propria visione come fosse una verità indiscutibile, senza curarsi del fatto che così si alimentano solo divisioni, contrapposizioni, conflitti che non portano a nulla.
Gli uni contro gli altri armati. Sempre e comunque. Costi quel che costi.
Gli italiani vogliono altro. Meritano altro. Perché sono altro.
L’Italia non si deve rialzare.
L’Italia è in piedi. Sono in piedi gli italiani.
E’ la politica che si deve rialzare.
Gli italiani sono i milioni di donne e di uomini che ogni giorno faticano e lavorano, e che a volte per quel lavoro, con indosso una divisa o addirittura una tuta da operaio, rischiano la vita.
Gli italiani sono gli imprenditori che hanno le idee, che hanno il coraggio di spendersi in prima persona per vederle realizzate, che scelgono la strada della qualità e dell’innovazione, che mettono tutta la tenacia e tutta la capacità di lavorare per ore e ore ogni giorno nel progetto in cui credono.
Gli italiani sono i ragazzi che studiano, che investono su stessi, che non si perdono d’animo anche quando si accorgono che per salire devono spendere energie cento volte di più di altri, perché conta ancora troppo dove si nasce e perché l’ascensore sociale che l’intelligenza e la preparazione consentirebbe loro di prendere non funziona.
Gli italiani sono gli insegnanti che, nonostante stipendi e condizioni inadeguate, non rinunciano a vedere il loro mestiere come una missione, perché sanno che sono loro a poter fare la differenza nella vita di un bambino, di un ragazzo, soprattutto lì dove le situazioni sono più difficili, dove la vita è più dura.
Gli italiani sono le persone che si spendono volontariamente per chi è più debole e ha bisogno, che si prendono cura degli altri, che sanno che questo riempie la vita molto più che avere in tasca l’ultimo modello di telefonino o apparire per pochi minuti in qualche programma televisivo.
Gli italiani sono le persone che tengono duro in silenzio e con dignità, che magari fanno mille sacrifici per mantenere la loro famiglia, ma non rinunciano all’onestà, al rispetto delle leggi, all’accoglienza, alla solidarietà verso il proprio vicino così come verso chi arriva da un paese lontano.
Questa fatica, queste speranze, questa generosità non meritano di scomparire sotto la nuvola di parole e il rumore dello scontro politico.
Luoghi meravigliosi come questo, le nostre città, ogni nostra comunità, non meritano di essere divisi da steccati politici e poi definiti da etichette o bandierine colorate.
Per questo è nato il Partito Democratico. Per unire l’Italia.
Per provare a superare una volta per sempre la politica faziosa e settaria.
Per raccogliere le energie migliori del Paese attorno ad un programma di riforme che affrontino i mali strutturali che lo affliggono da troppo tempo.
Per dare alla politica un respiro nuovo.
La politica è impastata di tre ingredienti. C’è la lotta per il potere, per l’affermazione di sé o della propria parte contro le altre. Una lotta che usa la forza come l’astuzia, lo scontro in campo aperto come l’intrigo.
Forse è impossibile che la politica si liberi del tutto di questa dimensione. Ma guai se la politica si riduce solo a lotta per la conquista e la conservazione del potere. Guai se dimentica che il potere è un mezzo e non un fine. Così la politica finisce per perdere il suo senso, il suo scopo. Per diventare, talvolta, prepotente e corrotta. E finisce per annullare le due altre dimensioni, che sono invece la parte bella della politica, quella che può far innamorare, che può riempire di senso una vita intera.
E’ la politica intesa come lotta per grandi principi e grandi valori: la libertà, la giustizia, la pace. Ideali grandi, per i quali si può dare la propria vita, donandola ogni giorno nella fatica dell’impegno quotidiano, o addirittura accettando di perderla, pur di non tradire in nome della vita ciò che alla vita dà significato.
Ed è la politica come impegno concreto per risolvere i problemi quotidiani delle persone, per rendere più lieve la vecchiaia, la malattia, la solitudine, per incoraggiare la speranza di una giovane coppia che pensa di mettere al mondo un figlio ma prima deve risolvere la sua prima preoccupazione, quella della casa; per aumentare le opportunità per chi vuole mettere alla prova i propri talenti.
La politica è rapporto con la vita reale dei cittadini.
La politica è ben poco, se non capisce la preoccupazione di una madre e di un padre che si domandano che tipo di educazione e di ambiente civile riusciranno a garantire al proprio bambino.
Se non sente sua l’ansia di un anziano pensionato costretto a fare i salti mortali quando a fine a mese arriva la bolletta del riscaldamento.
Se non dà risposta alla domanda angosciata di un operaio che vuol sapere se sono vere le voci che annunciano la chiusura della sua fabbrica perché la produzione si trasferisce altrove, in un paese dove si possono pagare salari ancora più bassi e preoccuparsi ancora di meno delle condizioni di sicurezza.
Se non vede l’inquietudine di un imprenditore che per fare il proprio lavoro si trova a dover lottare contro mille difficoltà: le complessità burocratiche, il peso fiscale, l’assenza delle infrastrutture, con uno Stato che spesso sembra essergli nemico.
La politica è miope, non riesce a guardare lontano, se si preoccupa solo di chi ha già garanzie e trascura gli interrogativi e la vita di un giovane laureato che non sa che fare, se provare a vincere un dottorato di ricerca e continuare a studiare, a fare quel che gli piace e per cui si sente portato, oppure essere realista e cercarsi subito una qualsiasi occupazione, anche precaria, anche sottopagata. Costretto a scegliere una vita, quella della precarietà, che è un furto di futuro. Per un’intera generazione.
La politica è miope se non capisce che un bambino disabile, autistico o down, è la creatura al mondo che ha più bisogno di avere la società vicina, di sentire la comunità solidale. Se non capisce che c’è una spesa pubblica che non può mai essere tagliata: quella per loro.
Nessuna di queste persone si aspetta che un governo possa risolvere tutti i loro problemi. Ma ognuno di loro, giustamente, chiede ascolto, chiede attenzione, rispetto, e vuole avere la percezione concreta che qualcuno i suoi problemi li sta affrontando davvero.
Il Partito Democratico nasce per questo. Per far riamare la buona politica, quella che in uno straordinario giorno di ottobre tre milioni e mezzo di persone hanno animato con al loro passione, con al loro partecipazione.
Il Partito democratico nasce per dare alle donne e agli uomini e ancor più alle ragazze e ai ragazzi del nostro Paese la certezza che se vogliamo, insieme, noi possiamo cambiare la politica e cambiare l’Italia.
La scelta è tra passato e futuro.
Dobbiamo credere in ciò che l’Italia può essere.
Conosciamo le sfide che abbiamo di fronte. Ciò che ci ha impedito di vincerle, nella legislatura che si è appena traumaticamente conclusa, non è stata la mancanza di politiche valide, e nemmeno di donne e uomini capaci. E’ stata la divisione. Una politica divisa si è dimostrata troppo piccola di fronte alla grandezza delle sfide.
Per questo il Partito Democratico ha deciso di rompere il vecchio schema politico, quello delle grandi alleanze pensate solo per battere l’avversario, e di aprire la strada ad un bipolarismo nuovo, fondato sul primato dei programmi e sulla garanzia della loro attuazione.
Noi ci presentiamo agli italiani con una chiara proposta di governo: un programma, una leadership, una squadra coesa e affiatata.
Lo state vedendo. Dopo la nostra scelta tutto si è messo in movimento. Anche nell’altro campo. Ma guardate bene quel che succede nelle loro file: sono preoccupati di “come” vincere, non del “perché” vincere. Di come organizzarsi meglio, non di cosa offrire di nuovo all’Italia, di cosa fare di nuovo per gli italiani.
D’altra parte hanno già governato l’Italia per sette anni, e propongono solo di tornare a farlo, esattamente come prima.
Noi vogliamo voltare pagina.
Noi diciamo: non cambiate un governo, cambiate l’Italia.
Cominciamo. Cominciamo a farlo insieme. Trasformiamo l’Italia.
Possiamo essere la generazione di italiani alla quale domani i nostri figli e i nostri nipoti guarderanno con orgoglio dicendo: “hanno fatto ciò che dovevano, l’hanno fatto pensando a noi”.
Non toccherà certo solo a me. Non sarò, non sono solo io, a credere nel cambiamento, a lottare per realizzarlo, a voler fare le cose necessarie.
Tocca a noi. Tocca a milioni di italiani.
Dipende da noi, quello che possiamo fare insieme. Quello che insieme faremo.
Una Italia moderna, serena, veloce, giusta.
Si può fare.
Questi due mesi ci metteremo in viaggio, toccheremo tutte le 110 province italiane, tutta la bellezza e la meravigliosa diversità del Paese.
Questi due mesi saranno il modo più appassionante che abbiamo per far vivere le nostre speranze e dare corpo ai nostri sogni.
Non sono le speranze e i sogni di pochi.
Sono le speranze e i sogni di milioni di persone, che insieme cambieranno l’Italia.
La speranza, il sogno: parole che alcuni giudicano ingenue, astratte, poco adatte alla politica e alle sue esigenze di realismo.
Ma “speranza” vuol dire immaginare qualcosa che non c’è e impegnarsi per renderla possibile. Cosa di più bello nella vita?
La speranza, la fiducia nel futuro, è il motore del cambiamento che serve all’Italia.
E’ per questo che io mi candido. Non per ricoprire una carica.
E vi chiedo, nei prossimi mesi, di pensare non a quale partito, ma a quale Paese.
Facciamo un Paese grande e lieve.
Una Italia in cui non si muoia per lavorare. In cui studiare e intraprendere sia facile. In cui le donne e gli uomini ritrovino la voglia di viaggiare, insieme e sicuri, verso il futuro. In cui la politica riscopra il coraggio di rischiare il nuovo.
E forse, un giorno, ricorderemo che qui, oggi, in una bellissima domenica italiana, tutto è cominciato.
Da Spello Veltroni lancia la sfida: "Cambiamo l'Italia, non il governo"
Nel primo comizio della campagna elettorale, il segretario rivendica le scelte del Pd: "Possiamo guardare gli italiani negli occhi perché abbiamo deciso di correre liberi". "Ora possiamo ridurre le tasse, pagare meno, pagare tutti"SPELLO (PERUGIA) - Ha scelto lo sfondo delle dolci colline umbre Walter Veltroni per iniziare la sua campagna elettorale e lanciare la rincorsa solitaria del Partito democratico al centrodestra, al momento in forte vantaggio secondo tutti i sondaggi. "Cominciare da qui, da questa piazza, da questo borgo, è un modo per dire a cosa pensiamo: non al destino di questo o quel leader, non a questo o quel partito, ma al destino dell'Italia, al nostro paese, alle gravi difficoltà del suo presente e alle straordinarie potenzialità del suo futuro", ha esordito il sindaco di Roma.
Parlando con alle spalle la splendida campagna di Spello, quasi a farsi incorniciare in un quadro rinascimentale, Veltroni ha puntato buona parte del suo discorso sull'ambizione di cambiare il Paese attraverso la rivoluzione della politica, più che sulla polemica con
"Guardiamo negli occhi l'Italia e le diciamo: comincia un tempo nuovo, il tempo del cambiamento", ha proseguito Veltroni. "Io - ha detto ancora - mi candido per cambiare il Paese, non per ricoprire una carica. Per questo, chiedo agli italiani, in questi sessanta giorni, di pensare non a quale partito ma a quale Paese" vogliono. "Possiamo guardare negli occhi gli italiani - ha sottolineato - perché abbiamo deciso unilateralmente di correre liberi, più che da soli", una "scelta coraggiosa", per rompere con il vecchio e garantire il nuovo.
Solo in seconda battuta il leader del Pd ha sfiorato i temi del programma. "Verrà presto l'assemblea costituente del Pd - ha ricordato - e il tempo di tornare a parlare il linguaggio asciutto e severo dei programmi. Il tempo di spiegare e chiarire le nostre proposte e di ribadire, ad esempio, che oggi è possibile ridurre le tasse perché la lotta all'evasione ha dato risultati". "Io - ha aggiunto Veltroni - rimango della mia idea: pagare meno, pagare tutti. Oggi, grazie al lavoro del governo Prodi, possiamo fare quello che non è mai stato fatto. Quello, gli italiani lo sanno, che è stato ogni volta annunciato, ma non realizzato. Possiamo finalmente pensare anche ad un aumento dei salari".
La polemica con Fini e Berlusconi è rimasta quindi solo sullo sfondo. Il centrodestra, ha ricordato il segretario del Pd, ha già "governato l'Italia per sette anni, sono gli stessi di prima" e cioè quelli del '94. Il Pdl propone "solo di tornare a farlo, esattamente come prima. Noi vogliamo voltare pagina. Noi diciamo: non cambiate un governo, cambiate l'Italia. Cominciamo a farlo insieme. Trasformiamo questo nostro paese. Si può fare. Possiamo essere la generazione di italiani alla quale domani i nostri figli e i nostri nipoti guarderanno con orgoglio dicendo: hanno fatto ciò che dovevano, l'hanno fatto pensando a noi".
Nel pomeriggio Veltroni ha presenziato a una cerimonia sul "Giorno del Ricordo", in onore delle vittime delle foibe. "E' la mia ultima domenica da sindaco, è stato un lavoro meraviglioso. Siamo riusciti a tenere unita questa città".
Di Pietro, accordo possibile. In serata, al loft, incontro con Antonio Di Pietro. Oggetto: studiare una possibile intesa con l'Idv. Al termine, da entrambe le parti, c'è ottimismo. L'Idv sembra disponibile a sottoscrivere il programma del Partito Democratico, ma intende mantenere il simbolo: "Non siamo qui per scioglierci - dice Di Pietro al termine - . Abbiamo avviato un dialogo costruttivo". Gli fa eco il vice di Veltroni, Dario Franceschini: "Di Pietro ci ha confermato la volontà di presentarsi al voto con il proprio simbolo, ma anche la volontà politica di collegarsi sulla base di un programma condiviso. Naturalmente è un primo incontro e ragioneremo dentro il Pd nei prossimi giorni, in fretta, per valutare modi e forme di questa proposta". Di Pietro, in sostanza, conferma: "Di incontri - ha ribadito - ce ne saranno tanti e ravvicinati perchè bisogna condividere un programma. Abbiamo ascoltato le linee programmatiche di Veltroni con molto interesse e le abbiamo valutate in modo molto positivo e contiamo di concludere positivamente questo dialogo".
(10 febbraio 2008)
sabato 9 febbraio 2008
XIII Giornata della Memoria e dell’Impegno in ricordo delle vittime delle mafie

Il termine ultimo per l'adesione è prorogato al 25 febbraio.
Per ciò che concerne il viaggio, Bari è una grande città, facile da raggiungere con tutti i mezzi di locomozione. Prevederemo dei parcheggi per gli autobus e delle navette da stazione e aeroporto. Anche quest’anno l’impegno è di fornire un contributo forfettario per le delegazioni che arrivano da tutta l’Italia, per agevolare l’organizzazione dei viaggi. In relazione alla tipologia (dando priorità alle associazioni e alle scuole aderenti a Libera), alla provenienza e a eventuali situazioni particolari sono definite tre fasce di contributo (fino ad esaurimento risorse): 200,00 €, 400,00 € 600,00 € per i gruppi da 50 unità e multipli. A tal proposito è necessario far pervenire l’adesione alla Giornata entro il 25 febbraio 2008 via e-mail all'indirizzo: bari.15marzo@libera.it o tramite fax allo 080 5772071. Per ulteriori informazioni vai al sito www.memoriaeimpegno.it FOTO. Logo XIII giornata memoria e impegno in ricordo delle vittime delle mafie
di Bari, in modo da consentirci di raccogliere tutte le esigenze che emergeranno.
Per prepararsi e riflettere sul valore e l’importanza della Giornata della Memoria e dell’Impegno, la giornata è preceduta da molte iniziative, quest’anno, tutte riunite in un cartellone denominato “I centopassi verso il 21 marzo” che si svolgono in tutte Italia.
Regione Sicilia, Lombardo c'è
Il leader del Mpa ha ufficializzato la sua candidatura alla presidenza ed entro mercoledì si dimetterà dalla carica di presidente della Provincia di Catania: "Raccoglieremo adesioni e convergenze". L'europarlamentare sarà anche capolista del suo partito alla Camera e al Senato
CATANIA - Il leader del Movimento per l'Autonomia, Raffaele Lombardo, conferma la sua intenzione di correre alla presidenza dalla Regione siciliana. "Per il momento - dice l'europarlamentare - ho il sostegno del Mpa e mi basta, certo non mi avanza e per questo sicuramente faremo due liste". Sulla possibile convergenza con l'Udc, Lombardo afferma che il Mpa "presenterà un programma e - aggiunge - chi ci vorrà stare ci starà. Raccoglieremo le adesioni e le convergenze di chi ci vorrà". Lombardo conferma che entro mercoledì si dimetterà dalla carica di presidente della Provincia di Catania, lasciando l'incarico alcune settimane prima della scadenza naturale, e che guiderà le liste del Mpa alla Camera o al Senato. "Stasera da Catania - sottolinea l'europarlamentare - parte una campagna elettorale certamente esaltante e importante. Senza condizionamenti che vengono da alleanze, mediazioni e compromessi potremo portare avanti un discorso di autonomia e di 'liberazione' della nostra terra. Il nostro è il polo autonomista e da solo è alternativo agli altri candidati".
In chiave nazionale, l'europarlamentare afferma: "Alle politiche cercheremo il nostro spazio con altre forze federaliste del territorio, possibilmente di una cordata cristiano democratica, che può essere l'Udc,
"In questa fase politica, come noi sostenevamo, il falso bipolarismo viene a galla. Ma vedete come cinguettano morevolmente Veltroni e Berlusconi? Era un falso bipolarismo, erano falsi schieramenti che fingevano di farsi la guerra. Ora fanno d'accordo non per fare le grandi riforme della Costituzione o della legge elettorale, bensì per portare avanti questa falsa politica che è un teatrino".
09/02/2008
D'Alema: possiamo vincere. «Riduciamo subito le tasse»
di Alessia Grossi «L'azzardo e l'innovazione sono la chiave per vincere una sfida che non si vince sommando i vecchi frammenti che peraltro non corrispondono più all'orientamento reale dell'opinione pubblica». Così il Ministro degli Esteri Massimo D'Alema definisce la scelta del Partito Democratico di «correre da solo» al direttore Antonio Padellaro durante la videochat di sabato all'Unità online . E quanto ad un suo disaccordo con Walter Veltroni su questa scelta, D'Alema smentisce: «Sono d'accordo con la soluzione di Veltroni, dietro queste voci c'è solo un ipotesi di complotto o un modo, forse per indebolire il Partito Democratico. D'altra parte che il Pd abbia fatto la scelta giusta lo conferma il fatto, ha detto D'Alema che «Berlusconi insegue il Partito democratico., cosa che non succedeva da anni». E «Berlusconi ha molti difetti» ma certamente non gli si può attribuire il fatto di non avere «il fiuto» di capire l'opinione pubblica. per questo motivo «insegue il partito democratico». Il Paese «vive la crisi del bipolarismo», c'è «un enorme stanchezza», c'è un elettorato in movimento che cerca qualcosa di nuovo, con una guida forte e una speranza di futuro». per questo, se il Pd intercetta «come sta intercettando queste domande può cambiare il panorama elettorale e politico».
Quanto alla sinistra, D'Alema non usa mezzi termini. L'alleanza della sinistra riformista con quella radicale, si è ormai «consumata in una fatica a governare che il paese non accetta più». Lo stesso Bertinotti è entusiasta della separazione con il Pd perché anche lui «sente di potersi liberare da un peso e un vincolo del governo». Sia il Partito Democratico che la sinistra ora devono «dispiegare il proprio progetto. Non possiamo rimetterci a scrivere un programma in cui siamo tutti costretti a dire e a non dire e poi una volta al governo trovarci a decidere se fare o non fare».
E a proposito dell'intervista che Mussi ha rilasciato all'Unità in cui definisce «un azzardo liquidare il centro sinistra» che il ministro della Ricerca e dell'Università attribuisce alla «voglia di una grande coalizione D'Alema risponde con fermezza. «È un azzardo, quello del Pd che ritengo sia in lena con quello che succede in Europa, in Spagna anche Zapatero è al governo con una sinistra riformista e poi c'è una sinistra radicale. Quanto alla voglia di coalizione credo che questa affermazione di Fabio Mussi rientri nella cultura del sospetto». «E- conclude fermamente il vicepremier- non credo che con questa legge elettorale sia possibile che se vinciamo e con il premio di maggioranza prendiamo il 55% dei voti cercheremo di fare una coalizione con Berlusconi. Lui, poi, con tutte quelle bocche che dovrà sfamare se vince non credo che chiamerebbe noi».
L'Unità, 09.02.08
giovedì 7 febbraio 2008
Quei boss mafiosi a passeggio per le strade della Grande Mela
di SALVO PALAZZOLOLe immagini degli emissari di Provenzano, il capo di Cosa nostra siciliana, a New York. Ma non sono turisti come tutti gli altri
PALERMO - Nelle foto al ristorante, in albergo e in limousine hanno l'aria di bravi ragazzi in vacanza a New York. Ma non sono turisti come tutti gli altri. Sono gli emissari di Bernardo Provenzano, il capo di Cosa nostra siciliana: nel novembre 2003, fu proprio lui a mandarli in missione, per rinsaldare i rapporti con i cugini della famiglia Gambino. Nicola Mandalà e Gianni Nicchi avevano questo incarico, e tutte le spese pagate. Lavorarono a lungo, così ha documentato l'Fbi, ma furono poco prudenti. Scattarono persino delle foto con le fidanzate, che la squadra mobile di Palermo ha poi trovato durante una perquisizione a casa di un amico di Nicchi, oggi latitante. Eccoli, i padrini siciliani a cena. Il primo a sinistra, è Frank Calì, l'emissario della famiglia Gambino. Al centro, c'è Nicola Mandalà, il rampante boss manager di Villabate che era ormai entrato nelle grazie di Bernardo Provenzano. A destra, Gianni Nicchi, 27 anni e già killer fidato dei padrini. Tutti con signora. Non hanno resistito a farsi immortalare anche in limousine e per le strade di New York, dopo aver fatto shopping. Scene dalla nuova Cosa nostra, quella che Provenzano aveva riformato dopo le stragi Falcone e Borsellino. Ma, probabilmente, non immaginava che le sue nuove leve si sarebbero concessi tanto. Lui, il capo di Cosa nostra, continuava a fare una vita riservatissima: non era ancora arrivato nel casolare di Corleone dove poi è stato arrestato nel 2006, ma di certo non si concedeva alcun lusso. Anche perché era reduce dall'operazione alla prostata, a Marsiglia, dove era stato accompagnato dal fidato Nicola Mandalà. E pure in Francia, il rampollo di Villabate aveva fatto la bella vita: la sera, quando finiva di assistere lo "zio Bernardo", andava sempre al casinò. In America, Mandalà e Nicchi si fermarono fino al 7 dicembre 2003. Le fidanzate tornarono subito a Palermo. Loro fecero invece una tappa a Milano. Due giorni dopo, Mandalà diceva alla fidanzata, al cellulare: "Ho preso due chili di coca... micidiale". Ecco il motivo del viaggio. A Palermo, i magistrati avevano compreso. Il pool costituto dai pm Prestipino, De Lucia, Di Matteo, Gozzo, Buzzolani e dagli aggiunti Pignatone e Lo Forte, aveva già segnato una svolta nell'indagine. Qualche tempo dopo, le intercettazioni chiarivano ancora. Qualcuno doveva essersi lamentato per le spese pazze dei rampolli a New York. Così Mandalà diceva alla fidanzata, e non sospettava di essere ascoltato al telefono: "Troppi soldi abbiamo speso. Troppi, troppi, troppi. Quarantamila euro. Solo l'albergo e l'aereo sono stati diciannovemila. E poi abbiamo speso ventimila euro lì". Mandalà rassicurava: "Non sono soldi nostri tanto...". Il 18 marzo 2004, il boss di Villabate tornò a New York, questa volta con due collaboratori, Ignazio Fontana e Nicola Notaro. Anche quella volta c'era l'Fbi a riprenderli. Eccolo, Nicola che scende dall'auto. Ignazio è il ragazzone con la camicia a righe e il borsello al collo. Notaro ha un gilet marrone e la giacca al braccio: è il più discreto della compagnia, in realtà era lui il vero manager. Con Frank Calì aveva costituito la Haskell international trading, che si era aggiudicata dalla multinazionale Nestlè un accordo di esclusiva per la distribuzione in America di uno dei marchi più amati dagli italiani. Il primo atto della società italo-americana fu una donazione di 300 chili di pasta ai pompieri della nuova caserma di Liberty Street, costruita davanti la voragine delle torri gemelle. Durante la cerimonia ufficiale di consegna a Ground zero, il 5 dicembre 2003, c'era anche il governatore dello Stato di New York a ringraziare i benefattori italiani, i soci della Haskell international trading. Ma presto, la Nestlè cominciò ad avere qualche dubbio, e fece saltare l'accordo con i distributori italiani.
90 jailed in Palermo and New York, the bosses of the new Italy-Usa pact
by ATTILIO BOLZONIIt's the biggest mafia haul since the days of the "Pizza Connection". Striking the bosses from Palermo and New York, the Inzerillo 'family' and the Gambino 'family' these 90 arrests represent a simultaneous attack on 'Cosa Nostrà on both sides of the Atlantic. An attack on an organization that was becoming once again a force on the world stage of international trafficking. Last night the heirs of the historical Sicilian and American 'Dons' have been arrested. Thirty of them were captured in the districts of Palermo at Passo di Rigano, Boccadifalco and Cruillas, they were captured in the villages of Torretta and Carini. The others were taken away in Cheery Hill Brooklyn. It's an operation which the FBI and Italian police codenamed "Old Bridge" This 'haul' is still only the beginning of a vast anti crime initiative put into action by authorities in Italy and the USA, the first of a series of assaults against the "Cosa Nostra" 'families' in New York. It's just two years since investigators started to track down the American Godfathers and allies of the Inzerillo, Mannino, Di Maggio and Gambino families. They followed them day after day, listened to their conversations with microphones and filmed their movements. They discovered their companies and their business arrangements. Above all, they uncovered a pact between Sicilians and Americans after more than two decades of mafia domination by the Corleonesi family. Indeed it was a strategy of rebuilding of Cosa Nostra harking back to the 'old' days. This is how the criminal bands were seeking to create new opportunities and new markets after the era of Toto Riina. And this is how the 'escapees' - or mafia runaways from the wars between bands of the eighties - wished to reconquer territory. They had returned to their old districts in Palermo. And they were ready to take back everything. The names that have slipped into the hands of Italian and F. B. I. police investigators are big ones; custody warrants were signed by the Palermo Prosecutors Giuseppe Pignatone, Maurizio di Lucia, Domenico Gozo, Roberta Buzzolani, Michele Prestipino, Nino Di Matteo and Guido Lo Forte. More arrest warrants were ordered by the District Prosecutor of New York. The name at the top of the list is Francesco Paolo Augusto Calì, better known as 'Frank' or 'Franky Boy'. He is considered to be the American 'ambassador' of Cosa Nostra to Sicily with the task of tidying up relations with the families of Palermo. Right back from the beginning of 2003 many Sicilian mafia bosses have flown from Italy to New York to meet him, to do business, and to keep Franky Boy up to date on Sicilian affairs. For more than ten years Franky Boy has been a 'wise guy', or man of honour, of the Gambino 'family'. The FBI has two informers - Frank Fappiano and Michael Di Leonardo - who have revealed to the American police all of Frank Cali's activities inside the Gambino organization of America. "Frank is our friend and he is everything over there" Gianni Nicchi confided to his district boss Antonio Rotolo.
Nicchi is one of the Sicilian 'men of honour' who went back and forth between Palermo and the U. S. to traffic narcotics. His reference to 'and everything over therè is a clear admission that it was Frank who commanded in New York. If "over there" Cosa Nostra's US ambassador has been arrested, in Palermo Giovanni Inzerillo has also wound up in the investigation. He is the second born of Totuccio, one of the great Sicilian mafia bosses before the rise of the Corleonesi. Giovanni Inzerillo is a construction entrepreneur as was, officially, his father. He is 36 years-old, and according to investigators he 'debutted' in Cosa Nostra in a summit held on 11th August 2003 at the restaurant 'Al Vecchio Mulino" (the old windmill) in Torretta, a small village about twenty kilometers from Palermo on the provincial road that takes you to Trapani. On that day, at the 'Old Windmill', fifteen or so 'Mafiosì came to the meeting. Giovanni's cousin, Giuseppe Inzerillo was there, along with his uncles Giovanni Angelo Mannino and Calogero Mannino. They met to discuss their grand return to Cosa Nostra in Palermo. A few months later Giovanni Inzerillo was given the task of accompanying the old boss Filippo Casamento on a business trip first to Toronto and then to New York. The journey was to meet Canadian 'men of honour' of Italian origin such as Michele Modica and Michele Marrese. Filippo Casamento is another mafia boss involved in last night's blitz. Ex-lieutenant in the Boccadifalco 'family' (before the Corleonesi took power) he was an organizer of narcotics trafficking in the "Pizza Connection". He is one of the main figures involved in the return of the Inzerillo to Sicily. It was he who 'guaranteed' for the heirs of those who were once the masters of Passo di Rignano. The investigation into Inzerillo and Gambino hasn't explained in detail yet what has happened in the mafia of Sicily and New Jersey in the last few months. What is certain is that Inzerillo's 'plan' to 'reconquer' Palermo has failed. The historical bosses of the Sicilo-American mafia connection have been stopped in their tracks just as they were reforming. In fact they themselves had had some intuition that the project wasn't going to go very far. It was a hidden surveillance microphone that revealed their fears. On the 30th August 2000 Giovanni Inzerillo and his cousin Giuseppe went to visit their uncle Francesco in the district prison of Turin. They greeted each other and began by talking of their 'return' to Palermo, which the papers had already been writing about, and manifesting all their trepidation. Every word was taped. Francesco Inzerillo disclosed his alarm to his nephews thus: "Here the only thing to do is to get out and that's it ..... if you do nothing you have to pay.. And if you do do something you have to pay ten times over. You've got to get out of Europe, not just Italy. You've got to get out of Europe because you just can't stay here anymore, there's just no future. You're constantly under control, in chains and padlocks, one's got to get out to South America... all you need is to be indicted under article 416 bis and automatically all your possessions are confiscated. There's nothing worse than getting all your assets seized". 90 arresti tra Palermo e New York. Presi i boss del nuovo patto Italia-Usa
Operazione "Old bridge": blitz congiunto polizia-Fbi dall'una e dall'altra parte dell'Oceano. Due anni d'indagini: nel mirino le famiglie Inzerillo, Gambino, Di Maggio. E' la vecchia mafia sconfitta dai corleonesi che cercava di rialzare la testa. Affari enormi e nuovi per riconquistare i territori e il potere perdutiROMA - E' la più grande retata antimafia dai tempi della "Pizza Connection". I boss di Palermo e quelli di New York, la "famiglia" Inzerillo e la "famiglia" Gambino, un attacco a Cosa Nostra che da una parte all'altra dell'Atlantico stava prepotentemente tornando sulla scena mondiale dei grandi traffici. Nella notte ci sono stati una novantina di arresti: sono tutti gli eredi degli storici "Don" siculo-americani. Trenta li hanno catturati nelle borgate palermitane di Passo di Rigano, di Cruillas, di Boccadifalco, nei paesi di Torretta e di Carini. Gli altri li hanno presi a Cherry Hill e a Brooklyn. E' un'operazione che la polizia italiana e il Federal Bureau of Investigation hanno chiamato in codice. "Old bridge". Questa retata è comunque solo l'inizio di una più vasta iniziativa anticrimine pianificata fra Italia e Usa, il primo degli assalti alle "famiglie" della Cosa Nostra di New York. Da almeno due anni gli investigatori erano sulle tracce dei Padrini americani alleati degli Inzerillo, dei Mannino, dei Di Maggio e dei Gambino. Li hanno seguiti giorno dopo giorno, ascoltati con le microspie, filmati nei loro spostamenti. Hanno scoperto le loro società e i loro nuovi affari. Soprattutto hanno scoperto un patto fra "siciliani" e "americani" dopo più di due decenni di dominio mafioso corleonese. Una strategia di ristrutturazione di Cosa Nostra che puntava "all'antico". Così le tradizionali consorterie criminali volevano ritrovare nuove opportunità e nuovi mercati dopo l'èra di Totò Riina. Così gli "scappati" - i mafiosi sfuggiti alla morte nella guerra fra cosche degli Anni Ottanta - volevano riconquistare territori. Erano tornati tutti nelle loro borgate di Palermo, erano pronti a riprendersi tutto.
Sono personaggi importanti quelli scivolati nell'indagine della polizia italiana e dell'Fbi, le ordinanze di custodia cautelare sono state firmate a Palermo dai procuratori Giuseppe Pignatone, Maurizio De Lucia, Domenico Gozo, Roberta Buzzolani, Michele Prestipino, Nino Di Matteo e Guido Lo Forte; a New York i mandati di arresto sono stati ordinati dal procuratore distrettuale. Il primo nome è quello di Francesco Paolo Augusto Calì, meglio conosciuto a Brooklyn come Frank o Franky Boy. E' considerato l'"ambasciatore" di Cosa Nostra americana nell'impresa di mettere ordine nei rapporti con le "famiglie" di Palermo. Sin dalla fine del 2003 molti mafiosi siciliani sono volati dall'Italia a New York per incontrarlo, per fare business, per riferire proprio a Franky Boy come andavano le cose in Sicilia. Da più di dieci anni Franky Boy è un "wiseguy", un uomo d'onore della "famiglia" Gambino. Ci sono due collaboratori dell'Fbi - uno è Frank Fappiano e l'altro Micheal Di Leonardo - che ai poliziotti americani hanno rivelato tutte le attività di Frank Calì all'interno dell'organizzazione dei Gambino d'America. "Frank è amico nostro, è il tutto di là", confidava in una telefonata il mafioso Gianni Nicchi - uno degli uomini d'onore siciliani che hanno fatto la spola fra Palermo e gli States per un commercio di stupefacenti - al suo capomandamento Antonino Rotolo. Era chiaro che "è il tutto di là" voleva dire che era Frank a comandare a New York. Se "di là" è stato arrestato l'"ambasciatore" della Cosa Nostra americana, a Palermo è finito nell'inchiesta Giovanni Inzerillo, il figlio secondogenito di Totuccio,
uno dei grandi capimafia siciliani prima dell'avvento dei Corleonesi. Giovanni Inzerillo fa l'imprenditore edile come ufficialmente lo era anche il padre, ha 36 anni, secondo gli investigatori ha "debuttato" in Cosa Nostra in un summit tenuto l'11 agosto del 2003 al ristorante "Al Vecchio Mulino" di Torretta, un paesino a una ventina di chilometri da Palermo sulla strada provinciale che porta a Trapani. Quel giorno, al "Vecchio Mulino", si riunirono una quindicina di mafiosi - c'erano anche il cugino Giuseppe Inzerillo e gli zii Giovanni Angelo Mannino e Calogero Mannino - per discutere il loro gran rientro nella Cosa Nostra palermitana. Qualche mese dopo a Giovanni Inzerillo fu affidato il compito di accompagnare il vecchio boss Filippo Casamento prima a Toronto e poi a New York, un viaggio di affari per incontrare in Canada uomini d'onore di origine italiana come Michele Modica e Michele Marrese. E' Filippo Casamento un altro dei mafiosi coinvolti nel blitz di questa notte. Già sottocapo della "famiglia" di Boccadiflaco (prima che i Corleonesi prendessero il potere) e fra gli organizzatori dei traffici della "Pizza Connection", Filippo Casamento è fra i protagonisti del ritorno in Sicilia degli Inzerillo. E' stato lui a "garantire" per gli eredi di quelli che erano una volta i padroni di Passo di Rigano. L'inchiesta sugli Inzerillo e sui Gambino per il momento non spiega fino in fondo cosa è accaduto negli ultimi mesi nella mafia siciliana e in quella del New Jersey, ma di certo rivela che il "piano" degli Inzerillo di riconquistare Palermo è fallito. I boss della mafia storica siculo-americana sono stati fermati proprio mentre si stavano riorganizzando. Anche loro stessi avevano intuito che non sarebbero andati molto lontano. E' stata una microspia a svelare le loro paure. Era il 30 agosto del 2007 quando Giovanni Inzerillo e suo cugino Giuseppe erano andati insieme a trovare in carcere lo zio Francesco, rinchiuso nella casa circondariale di Torino. Si sono salutati, hanno cominciato a fare commenti sul loro "ritorno" a Palermo già raccontato dai giornali italiani, hanno manifestato tutte le loro paure. Ogni loro frase è stata registrata. Ecco lo sfogo di Francesco Inzerillo ai suoi due nipoti in visita al carcere di Torino: "Qua c'è solo da andare via e basta.. se non fai niente devi pagare, se fai devi pagare per dieci volte.. Bisogna andarsene dall'Europa, non dall'Italia, dovete andare via dall'Europa perché non si può più stare, qua futuro non ce n'è, sei sempre sotto controllo, è tutta una catena e una catenella, bisogna andarsene in Sud America... basta essere incriminato per l'articolo 416 bis e automaticamente scatta il sequestro dei beni. Cosa più brutta della confisca dei beni non c'è".