giovedì 15 novembre 2007

Sul trasferimento di Don Francesco Carlino Parroco della parrocchia di Santa Rosalia in Corleone.

E’ mortificante oggi, apprendere dell’ennesimo atto relativo al tentativo di chiusura della Parrocchia di Santa Rosalia. L’ultima trovata da parte della Diocesi di Monreale, per il tramite della massima carica Sua Ecc. Mons. Di Cristina, viene giustificata con la “ necessità di dotare la Comunità cattolica di Prizzi di un prete giovane, considerata l’età dei preti già presenti presso la predetta Comunità“. Premesso che, da quanto appreso detta giustificazione è spudoratamente non veritiera, in quanto a Prizzi è presente tale Padre Massimo, sicuramente tutt’altro che “ vecchio “, vale la pena di dover ricordare come già in passato, si sia tentato di chiudere la Parrocchia di Santa Rosalia. Il rinnovato accanimento nei confronti di una comunità sana e in forte crescita come quella della Parrocchia in questione, da parte di chi invece dovrebbe appoggiare il lavoro svolto da una persona perbene quale è Don Francesco Carlino, il quale è riuscito negli anni ad aggregare ed a far crescere in maniera eccezionale la Comunità della propria parrocchia ma anche l’intera Comunità Cattolica e laica corleonese, suona purtroppo come una presunta punizione nei confronti della collettività tutta. Mi chiedo infatti: perché, quando era alla guida di Santa Rosalia tale Padre Domenico, sempre per la mancanza di Preti a Prizzi, lo stesso fu trasferito ed allora come oggi la Comunità di Santa Rosalia dovette subire l’allontanamento della propria guida a discapito di tante altre parrocchie?
E visto che ancora oggi la storia si ripete, è lecito pensare che probabilmente a qualcuno il prosperare della Comunità corleonese e della Parrocchia di Santa Rosalia dia qualche fastidio?Ma Sua Ecc.Mons. Di Cristina, oltre ad essere presente per le Sue passerelle in occasione del Sacramento della Cresima, ha mai vissuto la Comunità di Santa Rosalia? Ed in ultimo, l’accorpamento con la parrocchia di San Martino, dovendo chiamare anche questo eventuale accorpamento con nome e cognome, significa nient’altro che la chiusura della Parrocchia di Santa Rosalia. Mi meraviglia altresì, la mancanza di coraggio legata alle responsabilità delle proprie azioni da parte di Sua Ecc. Mons. Di Cristina, il quale, non ha avuto ad oggi il coraggio di confrontarsi in pubblica udienza con la Comunità di Santa Rosalia sulle vere motivazioni del trasferimento di Don Francesco Carlino ad altra sede.
Probabilmente, credo di essere l’ultima persona deputata a sollevare dubbi su quanto sta accadendo, ma voglio esprimere la mia piena solidarietà all’amico Don Francesco, lanciando contemporaneamente un messaggio a tutta la Comunità di Santa Rosalia: Don Francesco, non può far altro che dire obbedisco; ma dove sta scritto che lo stesso dobbiamo fare noi? Ed allora, mobilitandoci, diciamo tutti in maniera forte e convinta giù le mani dalla nostra parrocchia e dal Nostro Parroco.
Mario Di Giorgio
15 novembre 2007

mercoledì 14 novembre 2007

Corleone, il trasferimento di don Francesco. Ancora lettere...

Consapevoli che le nostre parole non cambieranno la situazione, vogliamo mettere in evidenza, anche se solo per sfogo, che siamo davvero stanchi di episodi come questo. E'la seconda volta che a Santa Rosalia accade che, mentre si lavora per la fioritura, il Sacerdote venga trasferito in un altro paese. Tutto ciò non può che suscitare sdegno e tristezza nei parrocchiani che, dopo quattro anni si sono ovviamente legati affettivamente a Don Francesco.Giusy ha ragione, quando dice che a Corleone succede qualcosa di bello passa poco e viene abolito.La risposta non la conosce quasi mai nessuno. Purtroppo si parla di Famiglia e di Comunità e poi non si bada alle persone. I Preti vengono spostati come oggetti senza neanche esprimere il proprio parere, per volere dei Vescovi che si divertono a spostarli, come se fosse uno sport ... il loro preferito! E dovrebbero essere Padri!La cosa che fa ancora più male è che ciò potrebbe determinare la chiusura della Parrocchia e come farebbero i parrocchiani che sono cresciuti a Santa Rosalia? La risposta la vorremmo da chi impone decisioni...Grazie!P.S.:Vorremmo anche, per favore, la tua risposta Giusy!
rosalia 68

Cara Rosalia 68 penso che il motivo per cui Padre Francesco venga trasferito a Prizzi non è proprio quello che la Curia ci ha riferito bensì un'altro. Credo che anche tu sai che a Prizzi non ci sono solo i due parroci anziani, ma c'è pure Padre Massimo che è abbastanza giovane.Ultime informazioni arrivate da circa una settimana dicono che Padre Massimo non vuole stare più a Prizzi non so naturalmente per quale motivo. Adesso io mi chiedo perchè tra le tante Parrocchie e Chiese esistenti a Corleone viene penalizzata sempre la Parrocchia di Santa Rosalia? C'è quella di San Leoluca, c'è quella di Santa Maria, c'è quella della "Madonna delle Grazie ecc ...Per essere un Buon e bravo Parroco non ha importanza l'età bensì la disponibilità verso gli altri. Questa è una qualità che purtroppo viene invidiata. Comunque quello che è successo realmente non lo so però so di certo che questa decisione ha distrutto psicologicamente la serenità di tante famiglie che insieme avevano formato una bellissima comunità.Tengo a precisare un particolare: io non sono una parrocchiana di Santa Rosalia, ma a distanza guardavo con meraviglia ciò che veniva svolto ed era bellissimo.
Giusy

Il problema é piu a monte: il celibato! Tante altre Religioni CRISTIANE (Protestanti, Anglicani, Cattolici Cristiani), che non conoscono o hanno abolito il celibato, non hanno problemi di 'anzianità' e vivono molto CRISTIANAMENTE con parroci e preti sposati, che hanno, quindi, anche un'esperienza di vita familiare. Qui a Möhlin l'unica Parrocchia ad avere problemi di 'ricambio generazionale' é SOLTANTO quella cattolica, attualmente senza parroco. Quella Protestante ha avuto la fortuna di poter scegliere il parroco, anzi la PARROCA (quella attuale é infatti una donna) tra ben 19 candidati!! Questo stato di cose vale per tutta la Svizzera. Chiaramente, anche qui il celibato 'soffoca la vocazione'. Se non ricordo male, il celibato è stato introdotto 'post Cristum'. Mi auguro solo che il 'caso S. Rosalia' non escali e che serva a riflettere (a Corleone, ma non solo).
Leoluca Criscione, Svizzera

Corleone, Comune "sfratta" il Centro antimafia

CORLEONE (PALERMO) - Al Comune di Corleone servono i locali per evitare di pagare altri affitti e per questo motivo, con una delibera, sfratta il Centro internazionale di documentazione sulla mafia, inaugurato il 12 dicembre 2000 dall'allora capo dello Stato Ciampi. Al suo interno vi sono anche conservati, tra l'altro, i faldoni dei maxi-processi a Cosa nostra. La notizia per i cittadini di Corleone non è nuova. Ma è stata rilanciata ieri dai giornali, che hanno appreso del ricorso al TAR contro lo sfratto. Infatti, alla decisione della Giunta di centrodestra, guidata dal sindaco Nino Iannazzo, assunta il 17 settembre scorso, si era opposto il Centro che aveva fatto ricorso al Tar. «Il Tribunale amministrativo - afferma adesso il legale Mario Milone - si è pronunciato venerdì scorso, ma ancora non ha comunicato le sue decisioni». In attesa della sentenza, il centro non ha traslocato. Il restauro del complesso, che ospitava un orfanotrofio e che si trova vicino al municipio, è stato completato con i fondi stanziati in occasione della Convenzione delle Nazioni Unite contro la criminalità transnazionale svoltasi nel 2000.Alla guida del Cidma c'è Nicolò Nicolosi, ex sindaco di Corleone e rivale di Iannazzo nelle ultime comunali: entrambi sono del Polo. Nicolosi, che non è stato eletto per tre voti di scarto, ha presentato un ricorso al Tar dichiarato ammissibile. Il Comune aveva concesso al centro in comodato gratuito per nove anni i locali. Ma la Giunta ha invocato l'applicazione dell'art. 12, secondo cui «se durante il termine convenuto sopravviene un urgente ed imprevisto bisogno al comodante, questi può esigere la restituzione immediata». L'urgente ed imprevisto bisogno sopravvenuto è la necessità di dare dei locali all'Ufficio tecnico, per lasciare un edificio in affitto che comporta una spesa di oltre 100mila euro l'anno. «La Giunta comunale - dice Iannazzo - parla con atti amministrativi e ha l'obbligo di risparmiare». I beni del Cidma, afferma una lettera del Comune, sarebbero trasferiti presso un'altra sala, la "Cataldo Naro", e in una saletta adiacente.
14/11/2007

Tre giorni di festa per Banca Etica a Palermo

Dal 15 al 17 novembre Banca Etica riunisce le reti della società civile siciliana per rilanciare un percorso comune nel segno della legalità e della responsabilità.

Palermo, 13 novembre 2007. Finanza etica, rete con la società civile siciliana, cultura della legalità, costruzione di un percorso partecipato e condiviso, forti valori etici ai quali ancorare attività imprenditoriali, associative e di cittadinanza responsabile. Queste le parole chiave dell'attività di Banca Etica in Sicilia, che ricorreranno spesso dal 15 al 17 novembre nel corso dell'inaugurazione ufficiale, presentata oggi in una conferenza stampa. Una tre giorni di incontri, dibattiti e momenti conviviali aperti al terzo settore, al mondo dell'economia, alle istituzioni e ai cittadini, al fianco delle forze buone che si impegnano tutti i giorni per vedere sbocciare il seme della giustizia sociale e di una convivenza serena. "Sono emozionato ed orgoglioso di presentare Banca Etica a Palermo in questo momento particolare per la città e per la Sicilia - afferma Tommaso Marino, vicepresidente di Banca Etica. In questi giorni densi di avvenimenti significativi, come la nascita dell'associazione antiracket "Libero Futuro" e le vittorie sul fronte della lotta alla mafia, inauguriamo la filiale di Banca Etica. Un risultato reso possibile dalla fiducia delle reti sociali con le quali abbiamo iniziato da tempo un percorso di condivisione di valori e progetti per uno sviluppo, economico, sociale e culturale, rispettoso della dignità umana e dell'ambiente. Percorso in cui proseguiremo anche attraverso i nostri soci, vero motore della nostra azione per il loro legame con il territorio e la partecipazione alla vita della banca". In soli due mesi di attività lo sportello siciliano dell´istituto di credito, ispirato ai principi della finanza etica, presenta un incremento del 6% del numero dei soci e dei conti correnti, una convenzione in fase di perfezionamento con Addio Pizzo, un aumento del 10% dei finanziamenti. "Dati che ci confortano e confermano il lavoro fatto da Banca Etica in Sicilia con il terzo settore e la società civile - dice Steni Di Piazza, direttore della filiale Banca Etica di Palermo. I tre giorni di inaugurazione serviranno a rafforzare questo legame e a coinvolgere tutta la città, le imprese sociali, le reti associative, il mondo dell'università e tutti coloro che vorranno condividere questo percorso per un nuovo modello di sviluppo. In particolare ricordo che stiamo perfezionando una convenzione con Addio Pizzo per sostenere le imprese aderenti alla campagna "Contro il pizzo cambia i consumi". Un primo passo per promuovere una cultura d'impresa fondata sulla responsabilità sociale ed ambientale." Nei giorni dell'inaugurazione, spazio alle realtà siciliane socie di Banca Etica, vere protagoniste degli eventi che si susseguiranno. Quattro le tavole rotonde: "Credito e sviluppo integrale" (giovedì 15, ore 9.30, Palazzo Steri), "Il microcredito in Sicilia come strumento di sviluppo economico per una nuova cultura della legalità" (giovedì 15, ore 17.00, Sala Gialla Palazzo dei Normanni), "Etica e legalità nella finanza: la chance per la Sicilia" (venerdì 16, ore 9.30, Convento San Giovanni Battista a Baida), "La Banca Etica in Sicilia nel contesto di una cultura della legalità a favore del lavoro" (venerdì 16, ore 17.30, Parrocchia San Filippo Neri, quartiere Zen). Sabato alle 16 gran finale presso la filiale di Banca Etica (via Catania 24) con animazione, musica, artisti di strada, degustazione di prodotti del commercio equo e solidale, presentazione di alcune realtà finanziate in Sicilia. "Oggi provo la stessa emozione di quando incontrai Banca Etica per la prima volta - è Rita Borsellino, socia della prima ora della banca a parlare. Un istituto attento sia ai bisogni che alle proposte provenienti dal territorio e dalla società, come dimostra l'esperienza delle cooperative sociali antimafia. Un'iniziativa che ha trovato in Banca Etica non solo un sostegno finanziario, ma anche un accompagnamento culturale e una condivisione di valori. Banca Etica inaugura la filiale di Palermo in un momento di vivacità della società civile siciliana: sta a noi tutti fare in modo che non rimanga solo un momento, ma si traduca in un percorso di crescita culturale ed economica nel segno della responsabilità e della legalità". Sono intervenuti anche Roberto Perrotta di Addio Pizzo, Umberto Santino del Centro Impastato, Enrico Colajanni dell'associazione antiracket "Libero Futuro", Calogero Parisi della Cooperativa Sociale "Lavoro e non solo" e Ninni Di Pisa in rappresentanza dei soci palermitani di Banca Etica. Per rinnovare il sostegno e la fiducia a Banca Etica e testimoniare che, insieme, si può costruire un mondo migliore nei fatti e non solo nelle parole.

Per informazioni :

Ufficio Stampa Banca Popolare Etica

Email : ufficiostampa@bancaetica.org

Cell . 334.6452317

lunedì 12 novembre 2007

Il Consorzio "Sviluppo e Legalità" scrive alla Direzione Distrettuale Antimafia per conoscere le imprese che pagano il "pizzo"

CONSORZIO SVILUPPO E LEGALITA’

Alla Procura della Repubblica di Palermo
Direzione distrettuale antimafia
presso il Tribunale di Palermo
Palermo

E p.c. Al Prefetto di Palermo
Palermo


Oggetto: Appalti pubblici di lavori. Clausole di salvaguardia. Richiesta di notizie.

Il Consorzio Sviluppo e Legalità è destinatario di finanziamenti pubblici da parte del Ministero dell’Interno Dipartimento della Pubblica Sicurezza gestore dei Fondi del Programma operativo nazionale “Sicurezza per lo sviluppo del Mezzogiorno d’Italia” cofinanziato dalla Comunità Europea per il recupero, per finalità produttive, di beni confiscati alla mafia entrati a far parte, ex L.575/65 e successive modifiche ed integrazioni, nel patrimonio dell’Ente.
Ormai da tempo purtroppo si assiste a fenomeni patologici di assoluta gravità, destinati a suscitare allarme sociale particolarmente intenso ed a pregiudicare il corretto svolgimento dell'attività amministrativa, quali i tentativi da parte della criminalità organizzata di infiltrarsi nel sistema degli appalti, sia in sede di aggiudicazione sia in sede di esecuzione dei lavori.
Tale penetrazione della criminalità organizzata nel settore imprenditoriale si è realizzata attraverso l’assunzione diretta di iniziative imprenditoriali da parte delle associazioni mafiose ovvero mediante la strumentalizzazione, attraverso diverse modalità operative, di imprese originariamente non contigue alle stesse.
Allo scopo di garantire l’affidabilità dell’impresa contraente in relazione all’utilizzo di risorse della collettività e al fine di prevenire o reprimere eventuali condizionamenti da parte della criminalità organizzata, questa Amministrazione ha inserito nei propri bandi di gara apposite clausole a salvaguardia, tra l’altro, dell'ordine e della sicurezza pubblica e a tutela di quelle imprese che operano sul mercato in condizioni di assoluta trasparenza.
Il fenomeno, tanto noto quanto esteso e preoccupante, del pagamento del “pizzo” da parte di imprese impegnate nell’esecuzione di lavori pubblici a favore della criminalità organizzata ha stimolato questa Amministrazione ad adottare una serie d'iniziative normative di contrasto tra le quali la previsione nei bandi di gara per l’affidamento dei lavori pubblici dello specifico obbligo a carico delle ditte aggiudicatarie dei lavori di segnalare all’Ente qualsiasi tentativo di turbativa, irregolarità o distorsione nelle fasi di svolgimento della gara e/o durante l'esecuzione del contratto, o di denunciare alle forze di polizia ogni tentativo di estorsione, intimidazione o condizionamento di natura criminale (richieste di tangenti, pressioni per indirizzare l'assunzione di personale o l'affidamento di subappalti a determinate imprese, danneggiamenti/furti di beni personali o in cantiere, etc.).
L’inosservanza dei suddetti obblighi determina la revoca dell’appalto da parte dell’Amministrazione.
Considerato che da notizie diramate dagli organi di stampa si apprende che nel corso delle operazioni che hanno condotto all’arresto di Lo Piccolo Salvatore e altri, sarebbero stati ritrovati “libri mastro” contenenti indicazioni su ditte impegnate nell’esecuzione di lavori pubblici che avrebbero versato indebitamente somme a favore dell’organizzazione criminale denominata “Cosa Nostra”, con la presente anche al fine di dare effettività alle superiori previsioni si chiede a codesta spettabile Procura, nel momento in cui verrà meno il segreto istruttorio, di comunicare a questo Ente, se a carico di taluna delle imprese di cui all’allegato elenco sussistano elementi che inducano a ritenere che le stesse abbiano subito tentativi di estorsione da parte della criminalità organizzata e non abbiano formalmente denunciato i fatti.
Cordiali saluti.
San Giuseppe Jato 7.11.2007

Il Direttore
F.to Avv. Lucio Guarino

Signor Sindaco, almeno faccia stampare manifesti 100 x 70!!

di DINO PATERNOSTRO

La decisione del TAR Sicilia di accogliere il ricorso presentato dall’on. Nicolò Nicolosi e di disporre la verifica delle schede elettorali contestate sembra non aver turbato più di tanto il sindaco in carica, l’esponente di An Nino Iannazzo. In una dichiarazione al “Giornale di Sicilia” di domenica 11 novembre, il primo cittadino ha dichiarato – spavaldo – di essere sicuro che continuerà a fare il sindaco di Corleone per tutti e cinque anni. Concetti analoghi ha espresso nell’intervista a Telejato del 10 novembre, dove però ha anche criticato il TAR, “reo” di aver ammesso un ricorso inammissibile.
Se ha ragione o no di essere ottimista, ce lo diranno i risultati della verifica, che dovrà essere completata entro il 20 marzo 2008. In tempi abbastanza celeri, come si vede. In attesa del 20 marzo, buon senso vorrebbe che si abbassassero i toni e si pensasse ad amministrare la città con spirito di servizio e con grande tolleranza.
Purtroppo, non sembra che si stia andando in questa direzione. Abbiamo appreso dal sito del circolo Arci di Corleone, che l’amministrazione sta marciando decisa verso la nascita del Museo/Laboratorio dell’Antimafia, da ubicare nella casa di cortile Colletti confiscata a Bernardo Provenzano. Una scelta legittima, anche se qualcuno osserva che Corleone ha già il Cidma, che potrebbe svolgere le stesse funzioni del Museo/Laboratorio. Il punto non è questo. Il punto è che l’avviso pubblico, con cui si invitano associazioni ed enti pubblici e privati a manifestare la volontà di aderire al Museo/Laboratorio, è un avviso “segreto”. Infatti, è stato pubblicato solamente all’Albo Pretorio del Comune su un foglietto A4, apposta per non essere visto… Non è il modo migliore per far nascere una struttura che dovrebbe battersi per la legalità, per la partecipazione democratica dei cittadini, contro la mafia ed ogni altra forma di prevaricazione.
Faccia manifesti grandi, 100 X 70, e tappezzi le mura della città, signor sindaco! Non abbia paura della democrazia! Anzi, la pratichi concretamente!

Considerazioni sulla decisione del T.A.R. del 9 novembre 2007

di NICOLO' NICOLOSI

La decisione della terza sezione del T.A.R. di Palermo, presieduta da un magistrato esperto e di grande prestigio professionale, che ha disposto la verifica delle schede anomale attribuite nel corso del ballottaggio del 27 e 28 maggio u.s., credo debba essere salutata da tutti, soggetti in causa e partigiani dell’uno e dell’altro schieramento, con serenità ed equilibrio.
La riconta delle schede anomale effettuata da un soggetto terzo, presenti le parti in causa, darà la possibilità senza dubbio alcuno o di confermare il sindaco inizialmente proclamato oppure di ribaltare quel dato sulla base di elementi certi che conseguiranno alla verifica. E, considerato lo scarto irrisorio che ha separato i due candidati alla carica di sindaco (tre voti), servirà a legittimare in maniera più netta colui che risulterà avere ottenuto più preferenze.
D’altronde il voto degli elettori del centro di Corleone, che rappresenta il 99% dei votanti, essendo soltanto poco più dell’1% coloro i quali hanno votato a Ficuzza, si è distribuito, stando ai dati emersi a seguito dello scrutinio, in maniera perfettamente paritaria tra i due candidati alla carica di sindaco. La spaccatura registratasi avrebbe consigliato al sindaco proclamato vincitore e alla sua compagine un atteggiamento meno “aggressivo” nei confronti degli avversari politici nell’intento di riassorbire le fratture determinatesi in campagna elettorale. Così non è stato. E questa è stata una delle ragioni che mi ha spinto a proporre ricorso.
L’altra ragione è stata quella legata ai metodi e alle valutazioni da tanti evidenziati circa le modalità di conduzione della campagna elettorale da parte dello schieramento che si è contrapposto a quello da me guidato.
Molti, troppi hanno parlato di voto “drogato” o peggio condizionato da favori, promesse, minacce di ritorsioni ed altro, fino a far ritenere possibile il controllo del voto.
In una terra come Corleone in cui le “prepotenze” hanno caratterizzato lunghissimi periodi della sua storia, funestata dalla devastante presenza della mafia, la prima cosa che bisogna assicurare è che i meccanismi della democrazia rappresentativa non siano viziati da comportamenti né mafioseschi né omertosi. Ecco la ragione per la quale i dubbi che io e tanti abbiamo avuto circa l’utilizzo di pressioni improprie esercitate sugli elettori, è bene possano essere chiariti attraverso la verifica disposta sulle modalità in cui il voto è stato espresso, sia per scusarci con gli avversari, ove i nostri convincimenti si dimostrassero infondati, ovvero di denunciare alla cittadinanza e a tutte le istituzioni preposte alla tutela della Legge e dei Diritti dei cittadini, tutte le anomalie che dovessero emergere, in particolare ove risultassero evidenti violazioni e obblighi imposti dalla legge.
Da ora al 20 marzo, quando sarà ultimata la verificazione delle schede disposta dal T.A.R., è mio auspicio che il confronto politico-amministrativo si svolga nel rispetto reciproco, evitando quanto di deplorevole si è registrato dal mese di giugno ad oggi. Non dimenticando mai che dovere degli amministratori è il buon governo della città e il bene dei suoi cittadini.
Nicolò Nicolosi
12.11.2007

Partito Democratico siciliano: Genovese segretario, Lumia presidente

Ieri a Palermo la Costituente regionale del Partito Democratico

PALERMO - Francantonio Genovese è stato acclamato dall'assemblea costituente segretario regionale del Partito democratico. Tonino Russo, suo vice. E non poteva essere altrimenti, considerato che il duo, frutto dell'accordo tra i vertici di Ds e Margherita alle primarie dello scorso 14 ottobre, aveva ottenuto circa l'85% dei voti. Analogo accordo, però, non ha funzionato per l'elezione del presidente dell'assemblea del Pd. Ruolo in cambio della quale il diessino Beppe Lumia, vice presidente della commissione Antimafia, aveva ritirato la propria candidatura alla segreteria regionale. La carica Lumia l'ha ottenuto ugualmente, ma con sofferenza: ha avuto, infatti, 167 voti contro i 152 di Mariolina Bono. Quattro le schede bianche e una nulla, per un totale di 324 votanti. Gli aventi diritto, cioè i componenti dell'assemblea costituente, invece, sono 380. 56 hanno disertato l'urna. Secondo l'intesa raggiunta a settembre tra i big dei Ds e della Margherita che convinsero Lumia a non candidarsi per la segreteria regionale, il risultato avrebbe dovuto essere plebiscitario. Mariolina Bono, eletta nelle liste «ecodem» che sostenevano la candidatura di Veltroni, sulla carta avrebbe potuto raggiungere al massimo il 20-25% dei voti. Spezzoni di ex Ds ed ex Margherita, dunque, non hanno votato per Lumia. Non si può parlare di veri e propri franchi tiratori, ma di una scelta politica che ha voluto valorizzare il ruolo delle donne nel nuovo partito e anche un tentativo di rinnovamento.«Il Pd parte in Sicilia con una bella prova di democrazia - ha sottolineato l'on. Vladimiro Crisafulli - in cui la candidata Mariolina Bono ha ottenuto uno straordinario risultato che da solo dimostra quanto grande sia la voglia di rompere le logiche dei patteggiamenti precostituiti. C'è una grande richiesta di cambiamento e questo risultato, in base al quale nessun candidato supera il 51% dei voti degli aventi diritto della platea congressuale, fa capire che abbiamo dato vita ad un partito realmente aperto».Anche per Lumia, quella di ieri, è stata «una grande prova di democrazia. Ora sappiamo che tutte le cariche devono passare attraverso il confronto democratico interno alla società».L'assemblea costituente ha dato vita a quattro commissioni: manifesto, infrastrutture, statuto e programma. La commissione statuto sarà presieduta da Ferdinando Latteri, quella per il programma dal rettore dell'università Kore di Enna, Salvo Andò. Un riconoscimento al mondo della ricerca e della formazione siciliana. Delle varie commissioni fanno parte anche Salvo Gigliuto, Pierluigi Flamigni, Rosaria Leonardi e Sonia Sofia, della componente di Enzo Bianco.
Lillo Miceli
Giusy Ciavirella
La Sicilia, 11.11.2007

Mafia: è sempre Totò Riina a scegliere il nuovo capo

di GIORGIO PETTA
Tempi duri e futuro incerto per Cosa Nostra. Soprattutto dopo la cattura di Salvatore Lo Piccolo, «Totò u baruni», il boss incaricato di perpetuare il «modello corleonese» di un'organizzazione omogenea, verticistica e obbediente agli ordini del capo dei capi. Una politica criminale abbozzata alla fine degli anni '60 da Luciano Liggio ed ulteriormente elaborata ed affinata da Salvatore Riina «Totò u curtu» dieci anni dopo. Con il risultato finale – al termine della più sanguinosa guerra di mafia che la storia ricordi – di avere portato i «corleonesi» nella stanza dei bottoni. Praticamente da un quarto di secolo all'interno di Cosa Nostra e nei rapporti tra i boss di tutta la Sicilia la regola è che «non si muove foglia che Riina non voglia». Chi non ha accettato questo diktat – come i ribelli «stiddari» – ha pagato con al vita il suo dissenso.La Cosa Nostra partorita dalla testa e dalla volontà di Riina è un vero e proprio Stato capace di elaborare una politica e dotato – sia pure sul piano della più totale illegalità – di territorio, forze militari, apparato normativo, sistema fiscale e programma economico. Fu il giudice Giovanni Falcone, negli anni '80, ad intuire la pericolosità di questo disegno portato avanti con ogni mezzo dai «viddani» corleonesi. E fu ancora Falcone a capire – fra l'incredulità generale – che lo scontro tra questa Cosa Nostra e le Istituzioni avrebbe raggiunto punte di inaudita violenza. Per questa ragione chiedeva interventi ed iniziative per centralizzare – sul piano legislativo e su quello istituzionale – la lotta alla mafia di Riina cresciuta, come un cancro, nel tessuto della Nazione. L'eliminazione sistematica di uomini dello Stato e le stragi – le due di Capaci e di via D'Amelio seguite dalle altre di Firenze, Milano e Roma – hanno dimostrato quanto fossero corrette ed avvedute le analisi del magistrato palermitano.Formalmente Riina & soci hanno sempre rispettato la democrazia del voto a maggioranza negli organi «amministrativi» di Cosa Nostra. Ma l'esito di ogni decisione è stato scontato grazie al ferreo controllo del voto sia nelle Commissioni provinciali sia nella Cupola che ha approvato anche la strategia di attacco diretto allo Stato voluta dai corleonesi.Eletto capo dei capi nell'82 dopo l'uccisione del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, Salvatore Riina è in carcere, sottoposto al 41 bis, dal 15 gennaio 1993. Stando alle regole avrebbe dovuto dimettersi dalla carica per cederla ad un boss in libertà e quindi in condizione di gestire meglio gli affari e le necessità contingenti di Cosa Nostra. Invece nulla. Il capo è sempre lui pur avendo delegato Bernardo Provenzano a gestire, in sua vece, carica e funzioni. Dall'11 aprile 2006 anche Provenzano è in carcere e Salvatore Lo Piccolo si è dato da fare per subentrargli – sempre su delega di Riina – nell'incarico. Lunedì scorso in cella c'è finito pure lui, insieme con il figlio Sandro. Insomma, si ricomincia da capo. Tre i candidati in corsa, giovani e ambiziosi: Salvo Riina, figlio di «Totò u curtu»; Gianni Nicchi, «figlioccio» di Nino Rotolo; Pietro Tagliavia della cosca palermitana di Corso dei Mille. Se non ci sarà dissenso, la scelta di «Totò u curtu» sarà accettata e rispettata ancora una volta da tutti. In caso contrario, esploderà inevitabile il contrasto e non si può escludere un'altra guerra di mafia. Però i tempi non sono più quelli di 25 anni addietro e la reazione dello Stato si prevede che sarà dura e inflessibile. E allora? «I boss – spiega un investigatore esperto di cose di mafia – se avranno la possibilità sceglieranno di non scegliere. "Calati juncu ca passa la china", consiglia, infatti, la saggezza popolare. Magari in attesa di tempi migliori e con la speranza di ritornare a quella Cosa Nostra precedente l'avvento della tirannia di Totò Riina e dei corleonesi».
La Sicilia, 11.11.2007

domenica 11 novembre 2007

Sedici anni dopo l'omicidio di Libero Grassi, a Palermo si respira un'aria diversa

L'ANALISI. Così la città muta e complice ha deciso di rialzare la testa. Se non c'è più estorsione non c'è controllo del territorio, non c'è più la mafia

di ATTILIO BOLZONI

SONO passati tre anni ma è come se ne fossero passati trenta o trecento. È stata la prima volta di Palermo. È vero che "sta cambiando solo l'aria". E' vero che in questi giorni hanno trovato altri cinquecento nomi di commercianti nel libro mastro del boss Salvatore Lo Piccolo e neanche uno di loro ha ancora confessato in questura o in procura che era costretto a pagare. Ma a Palermo "l'aria" conta più che in ogni altro luogo d'Italia. Prima, i signori del pizzo controllavano anche quella. Solo un palermitano - un palermitano e non un siciliano qualunque - può capire fino in fondo cosa è accaduto ieri, sabato 10 novembre 2007, in quel bellissimo teatro davanti al mercato della Vucciria. È stato l'inizio di una rivolta. È Palermo che sta provando a non morire soffocata dalla sua mafia. Una mafia che si sta velocemente trasformando, che è padrona quando può essere padrona ma non è più padrona sempre e ovunque. È soltanto il principio di una guerra che si combatterà non solo a colpi di indagini e denunce, di blitz polizieschi, di microspie e di telecamere che filmano in diretta gli esattori del racket. Un principio che sembrava sempre lontano in quella città che era muta o complice, serva o piegata dalla paura. Palermo lentamente, faticosamente sta rialzando la testa. Quasi tre anni fa avevano disertato tutti al teatro Biondo. Non si era presentato il presidente della Confcommercio Roberto Helg (che in verità non è stato visto neppure ieri), non c'erano gli uomini politici più rappresentativi della Regione, in prima fila era vuota la poltrona del governatore Totò Cuffaro che pure qualche settimana prima aveva difeso l'"onore" dell'isola contro "lo sciacallaggio mediatico ai danni dell'intero sistema produttivo siciliano". Un reportage di RaiTre sul crimine. Proprio sul racket delle estorsioni.
È stata probabilmente l'ultima volta che Palermo si è voltata dall'altra parte. Qualche mese dopo la città si è risvegliata con i muri coperti da manifesti, da lenzuola che pendevano dai cavalcavia. Tutti con la stessa scritta: "Un popolo che paga il pizzo è un popolo senza dignità". Erano stati alcuni ragazzi di "Addiopizzo", un'associazione allora sconosciuta. Sembrava solo una provocazione. Oggi "Addiopizzo" ha raccolto intorno a sé 209 imprenditori e commercianti che non pagano. Ci sono 9.105 palermitani che li sostengono. E che non fanno la spesa in tutte quelle botteghe dove si vendono prodotti made in mafia. Non comprano il caffè nelle torrefazioni dei boss, non comprano i loro cannoli di ricotta, la loro frutta e la loro carne. La grande partita di Palermo si giocherà nei prossimi mesi sul "pizzo". È quella "messa a posto" di qualche centinaio o di qualche migliaio di euro al mese che segna il confine fra libertà e schiavitù. È sulla mesata che il capo di una "famiglia" o di un "mandamento" può perdere per sempre la faccia e il potere. L'estorsione è la prima attività mafiosa, quella essenziale per la sopravvivenza dell'organizzazione criminale. Se non c'è più estorsione non c'è più controllo del territorio, se salta quel sistema non c'è più mafia. È il momento giusto. L'ha compreso anche Tano Grasso, l'ex commerciante di scarpe di Capo d'Orlando che è diventato bandiera per le sue battaglie contro il racket. Ha aspettato sedici lunghi anni per far nascere anche a Palermo un'associazione contro i boss del pizzo. Era commosso, ieri, in quel teatro palermitano dei primi del Novecento. Come era commosso l'altro Grasso, Pietro, il procuratore nazionale antimafia che per primo ha voluto conoscere nel 2005 i ragazzi di Addiopizzo. L'hanno compreso gli imprenditori siciliani, in tanti. Quelli di Catania come Andrea Vecchio, che in quattro giorni d'estate ha sentito le bombe devastare per quattro volte i suoi cantieri. E quelli di Caltanissetta, di Agrigento, di Siracusa. Nuove generazioni di imprenditori che non sono più disposti a "calare le corna", che probabilmente non ce la fanno nemmeno più a sostenere le richieste di una nuova mafia sempre più aggressiva. Hanno deciso di non sopportare più. Senza sfida. Ma anche senza paura. È però a Palermo, più che altrove in Sicilia, che si vince o si perde tutto. Nella Palermo dove 16 anni fa uccisero Libero Grassi, l'industriale tessile che si scagliò contro i Madonia della Piana dei Colli e i Galatolo dell'Acquasanta mentre il presidente degli industriali di allora raccomandava i colleghi "di pagare tutti per pagare meno". E dileggiò Libero pubblicamente. Gli disse: "Le buone famiglie tendono a tacere". Libero Grassi era diventato un obiettivo "politico" dei boss. E poi militare. Era solo. E uno da solo non può ribellarsi a Cosa Nostra. Sarà l'inizio della fine di un'epoca il grande raduno al teatro Biondo? Quella dei libri mastri, dei contabili dei mafiosi che con maniacale precisione custodiscono il registro delle entrate e delle uscite, che concedono pagamenti a rate ai commercianti in difficoltà, che fanno sconti in caso di lutto in famiglia? Sarà l'inizio della fine per le sanguisughe di Palermo?

(La Repubblica, 11 novembre 2007)

sabato 10 novembre 2007

"Libero futuro - associazione antiracket Libero Grassi": Palermo finalmente ci crede

PALERMO - Un teatro Biondo gremito di gente ha accolto a Palermo la nascita di "Libero futuro - associazione antiracket Libero Grassi", la prima associazione antiracket del capoluogo siciliano composta da commercianti e imprenditori impegnati nella lotta contro le estorsioni. Il 21 gennaio 2005 Confindustria e Associazione nazionale magistrati organizzarono un convegno per parlare del fenomeno del racket, ma nessun commerciante di Palermo partecipò e la sala rimase vuota. Dopo quasi tre anni il comitato Addiopizzo è riuscito nell'intento di riempire il teatro con esponenti delle istituzioni, dell'imprenditoria della società civile.A sedici anni dall'omicidio di Libero Grassi, l'imprenditore che si ribellò al pizzo imposto dai boss mafiosi e per questo suo atto non venne sostenuto da nessuno dei suoi colleghi che lo lasciarono da solo. Adesso Palermo cerca di cambiare in meglio."Dobbiamo continuare su questa strada - ha detto Pietro Grasso, procuratore nazionale antimafia -, la presenza di tutta questa gente dimostra che c'è una nuova consapevolezza del fenomeno mafioso e di come combatterlo. Oltre alla creazione di associazioni, occorre che lo Stato continui a essere presente e sia vicino alle aziende". "Ho sempre detto che il fenomeno mafioso non si combatte di certo con la presenza dell'esercito - ha aggiunto Grasso -, è inutile continuare a chiedere interventi di questo tipo allo Stato. C'è bisogno invece di arginare gli introiti economici che derivano dal pizzo. Il lavoro della Procura antimafia ne è la migliore testimonianza. Quando Bernardo Provenzano è stato arrestato disse: 'Non sapete cosa state facendo'. Abbiamo dimostrato il contrario. Per i mafiosi è sempre più difficile avere un consenso condiviso e questo facilita la cattura dei boss. Dico anche grazie ai magistrati di Palermo. Pure io nel mio passato recente sono stato in trincea, ho visto il nemico negli occhi, ne ho sentito le voci e le intercettazioni e so cosa significa operare in questo contesto".A "Libero Futuro" hanno già aderito 40 imprenditori. Presidente è Enrico Colajanni. Ma il riferimento forte resta proprio Libero Grassi; il presidente onorario, infatti, è la vedova, Pina Maisano Grassi. L'annuncio è stato fatto dal presidente onorario della Fai, Tano Grasso, suscitando l'applauso della vastissima platea. Colajanni ha annunciato che l'associazione prenderà presto possesso di un appartamento confiscato a un prestanome di Bernardo Provenzano."Provavo a fare nascere un'associazione del genere da 16 anni, finalmente ci sono riuscito. Per la prima volta abbiamo creato un'associazione fatta da operatori economici che si ribellano al pizzo", ha detto Tano Grasso, presidente onorario del Fai.Al teatro Biondo si sono presentati anche i sottosegretari agli Interni Alessandro Pajno ed Ettore Rosato, il presidente della Commissione parlamentare antimafia, Francesco Forgione, il questore di Palermo, Giuseppe Caruso, e il prefetto Giosuè Marino. La gente ha applaudito Damiano Greco, il commerciante del Borgo Vecchio, un quartiere di Palermo, che ha denunciato i suoi estortori; ma anche Vincenzo e Fabio Conticello. Tra i tanti, pure l'appello lanciato agli imprenditori palermitani da Rodolfo Guajana, a cui fu incendiata l'azienda il 31 luglio scorso, dopo che si era rifiutato di pagare il pizzo: "Lo Stato è forte, lo Stato è vicino agli imprenditori. Dovete avere fiducia nelle istituzioni: è l'unico modo per combattere la mafia"."Quando la mia azienda ancora bruciava - ha continuato - molti imprenditori mi guardavano come se a loro non potesse succedere, perchè probabilmente pagavano il pizzo. Adesso io mi sento più forte di loro". L'impresa di Guajana dovrebbe riaprire l'1 gennaio prossimo. "Sulla data ancora sono incerto, perché mancano dei permessi delle amministrazioni locali. Inoltre, il Comune mi ha mandato una lettera dicendo che la ristrutturazione dei locali è interamente a carico mio. Tutto questo però non mi scoraggia, continuerò nella mia attività".L'iniziativa, che ha avuto la sua sigla finale con la canzone di Eduardo Bennato "L'isola che non c'è", è stata chiusa da Tano Grasso che ha invitato tutti a fare il gesto di vittoria con le dita della mano, "lo stesso segno - ha ricordato - che Davide Grassi, figlio di Libero, fece nel giorno dei funerali del padre mentre portava in spalla la sua bara".
La Sicilia, 10/11/2007

Banca Etica è a Palermo: inaugurazione ufficiale 15, 16 e 17 novembre 2007

In soli due mesi di attività lo sportello siciliano dell’istituto di credito ispirato ai principi della finanza etica presenta un incremento del 6% del numero dei soci e dei conti correnti, una convenzione con Addio Pizzo, un aumento del 10% dei finanziamenti. Solo l’inizio di un percorso di sviluppo dell’istituto di credito al servizio delle realtà e dei cittadini che credono nella legalità e nella difesa del bene comune.

Conferenza stampa

Martedì 13 novembre 2007, ore 11.30
Via Catania 24 - Palermo
nei nuovi locali di Banca Popolare Etica

Presentano:
Tommaso Marino, vicepresidente di Banca Popolare Etica
Stanislao Di Piazza, direttore Filiale Banca Etica di Palermo
Rita Borsellino, socia Banca Etica

Non un semplice taglio del nastro, un rito o una formalità. Ma un momento forte di confronto e dialogo con i soci, i sostenitori e le reti sociali siciliane. Per costruire insieme un percorso di sviluppo, anche economico, fondato sulla legalità e sul rispetto della dignità umana e dell’ambiente. E’ questo il significato delle tre giornate con cui Banca Etica vuole festeggiare la sua nuova filiale palermitana, che ha iniziato ad operare lo scorso 18 settembre in via Catania 24. E che registra già i primi risultati positivi.

Una convenzione con il Comitato Addio Pizzo, in fase di perfezionamento, per sostenere le imprese aderenti alla campagna “Contro il pizzo cambia i consumi” e sensibilizzare i consumatori ad acquistare presso i commercianti che hanno deciso pubblicamente di opporsi al racket delle estorsioni mafiose. Un incremento del 6% del numero dei soci e dei conti correnti ad indicare che il progetto Banca Etica raccoglie la fiducia dei siciliani. Una fiducia che Banca Etica è pronta a ricambiare, come dimostra l’aumento del 10% dei finanziamenti, ponendosi al fianco delle forze buone che si impegnano tutti i giorni per vedere sbocciare il seme della giustizia sociale e di una convivenza serena.

Durante la conferenza stampa saranno resi noti i più significativi finanziamenti concessi da Banca Etica in Sicilia, oltre a analizzare i confortanti dati di crescita dell’istituto che si batte per un’etica nell’uso del denaro e che anche in Sicilia ha colto un bisogno e sta provando a dare una risposta.

Sarà anche presentato e commentato il programma della tre giorni palermitana prevede dibattiti, momenti di animazione e di riflessione per confrontarsi e condividere le questioni legate allo sviluppo, alla finanza etica, alla legalità, alla promozione sociale e al microcredito.


Per informazioni: Ufficio Stampa Banca Popolare Etica
Email: ufficiostampa@bancaetica.org
Cell. 334.6452317

COS'E' BANCA POPOLARE ETICA?

L’ISTITUTO DI CREDITO CHE FINANZIA L’ECONOMIA SOLIDALE E LE PRATICHE SOSTENIBILI

La storia, i valori
L’idea di Banca Etica nasce dall'esperienza maturata nel corso degli anni Ottanta dalle Mag, quelle piccolissime cooperative finanziarie che avevano scelto di finanziare soggetti diversi rispetto a quelli ritenuti bancabili dal sistema finanziario tradizionale. Per volontà di 22 organizzazioni del Terzo Settore e con il sostegno di migliaia di persone che hanno creduto nel progetto, nel 1999 ha iniziato ad operare l’unico istituto italiano che ispira tutta la sua attività secondo i principi della finanza etica.
Le banche sono in genere luoghi dove il denaro, depositato dai risparmiatori, transita velocemente, senza fermarsi. Banca Etica non vuole essere soltanto un luogo di passaggio ma di relazioni: il percorso del denaro, la sua provenienza e il suo utilizzo, l’identità dei risparmiatori e dei beneficiari sono un aspetto fondamentale, e in questo consiste gran parte della sua diversità. Ai risparmiatori, viene spiegato come un uso consapevole delle proprie risorse finanziarie possa diventare uno strumento per cambiare e migliorare il mondo, promuovendo uno sviluppo umano ed economico sostenibili dal punto di vista sociale e ambientale.

La sua operatività
Banca Etica è una "banca dalle pareti di vetro": la sua peculiarità consiste nella trasparenza (tutti i finanziamenti sono pubblicati nel sito www.bancaetica.it), nella partecipazione, nelle modalità di utilizzo del denaro. Delle banche tradizionali Banca Etica propone i principali servizi e prodotti destinati al singolo, alle famiglie e alle organizzazioni. Sul fronte dei finanziamenti, Banca Etica concede prevalentemente credito alle realtà che operano all’interno del Terzo settore e dell’economia civile - purché socie della banca- in particolare nell’ambito dei servizi sociosanitari ed educativi, dell’inserimento lavorativo dei soggetti deboli, della cooperazione allo sviluppo, del volontariato internazionale, della tutela ambientale e della salvaguardia dei beni culturali. Dal 2003 vengono finanziate anche società profit attive nell’ambito dell’agricoltura biologica e della produzione di energia da fonti rinnovabili (purché orientate da precisi criteri etici), e persone fisiche alle quali è stata destinata una serie di prodotti che vanno dal mutuo per l’acquisto della prima casa a prestiti personali mirati a particolari esigenze: dalla copertura di spese sanitarie alle adozioni, dalla ristrutturazione di edifici per l’abbattimento delle barriere architettoniche all’installazione di impianti per l’utilizzo di energie rinnovabili.

I numeri di Banca Etica
Banca Etica è presente in tutta Italia con 11 filiali (Palermo, Padova, Milano, Torino, Brescia, Vicenza, Treviso, Bologna, Firenze, Roma e Napoli) e una rete capillare di promotori finanziari chiamati "banchieri ambulanti". Ad otto anni dalla sua creazione, Banca Etica ha raggiunto una raccolta di capitale sociale che sfiora i 20 milioni di euro, conferito da quasi 28 mila soci, di cui 3.900 sono persone giuridiche (tra queste 9 Regioni, 40 Province, 300 Comuni). L’Istituto raccoglie oltre 450 milioni di euro di depositi, sta finanziando più di 2.300 progetti per un valore che supera i 350 milioni di euro. Il Presidente di Banca Etica è Fabio Salviato, il Direttore Generale è Mario Crosta.

Il sistema Banca Etica
Attualmente Banca Etica è un vero e proprio sistema, che comprende altre tre realtà: Etica Sgr, Consorzio Etimos e Fondazione Culturale Responsabilità Etica. Ovvero: una società di gestione del risparmio, che investe in fondi comuni con un elevato grado di trasparenza e responsabilità sociale; un consorzio finanziario transnazionale, che promuove la finanza etica nei paesi in via di sviluppo; e una fondazione, che riconduce queste attività all'interno di un più vasto progetto culturale. Queste organizzazioni condividono una storia e obiettivi comuni, sono formalmente distinte ma possono essere considerate complementari sotto il profilo operativo, soprattutto per quanto riguarda le tipologie e gli ambiti di intervento.

IL VITTIMISMO: NUOVO MANIFESTO POLITICO DELLA CDL SICILIANA

di Agostino Spataro

Il vittimismo piagnone sembra sia diventato il nuovo manifesto politico del centrodestra dominante in Sicilia. L’ultima dimostrazione di questa bizzarra concezione della politica si è avuta l’altro ieri a Roma con la manifestazione, organizzata dal Movimento per l’Autonomia dell’on. Lombardo con la copertura (non unanime) dell’Unione delle province siciliane presieduta dallo stesso Lombardo, per chiedere al governo centrale l’emanazione dei decreti di assegnazione dei finanziamenti di strade secondarie in Sicilia e in Calabria.
Per come è stata ideata, gestita e propagandata, infatti, l’iniziativa si configura come un’altra tappa dell’escalation politico-mediatica che il centrodestra siciliano ha deciso di scatenare contro il governo Prodi. Forza Italia per non essere da meno ha lanciato una petizione popolare all’insegna della parola d’ordine: un euro e una firma per cacciare Prodi.
Insomma, nella CdL è tutto un gran fermento che non lascia presagire nulla di buono. Tanto che perfino alcuni dirigenti del centro sinistra se ne sono accorti e hanno cominciato a reagire. Anche se diversi esponenti e parlamentari del PD si sono fatti notare a Roma fra la folla eccitata dei manifestanti, assicurando a Lombardo e a Cuffaro un’insperata “trasversalità” contro il governo dell’Unione.
Ciò detto, preciso che nessuno vuol mettere in discussione la legittimità di quella manifestazione, ma solo rilevarne il suo carattere smaccatamente strumentale, pre-elettorale.
E, in quanto tale meritevole di una più incisiva reazione, non solo verbale, da parte delle forze destinatarie le quali dovrebbero tener conto di un particolare inquietante: il centro destra, che in Sicilia governa senza intralcio, sta mutuando gli stessi metodi e forme di lotta, perfino gli stessi slogan, un tempo usati dalla sinistra d’opposizione e dal movimenti sindacale.
Siamo di fronte ad un plagio evidente, ad una carenza di spirito creativo che, tuttavia, può dare i suoi frutti in un momento così opaco come quello che si vive in Sicilia.
Perciò, se il centrosinistra desidera neutralizzare questa offensiva deve rendere visibile e credibile il suo ruolo di opposizione e il suo progetto di alternativa di governo, uscire dalle logiche delle conventicole politiche e dai sollazzi delle aule parlamentari e consiliari e “riconquistare” la piazza, i quartieri, i luoghi di lavoro, le scuole, le università.
Evidenziando gli errori, gli abusi e le contraddizioni di questo centrodestra piagnone.
A cominciare dal fatto che marcia su Roma per reclamare autonomia per poi accentrare tutto a Palermo, che dell’autonomia dovrebbe essere la culla, dove non si muove foglia…che il presidente non voglia.
Ma andiamo al merito delle rivendicazioni. Intanto, c’è da rilevare che mai il governo ha posto in dubbio o addirittura “scippato” i finanziamenti in favore di Sicilia e Calabria.
Semmai, c’è stato un ritardo procedurale, tuttavia non tale da far gridare allo scandalo e comunque da giustificare questo tipo di mobilitazione e gli attacchi pesanti contro il governo di Romano Prodi.
D’altronde, il ritardo era stato già colmato con la firma del ministro Di Pietro (seguita da quella di Bersani) del decreto interministeriale per l’erogazione della prima quota di 500 milioni. Ma la gita a Roma – sostengono gli organizzatori- era stata già programmata e non si poteva più fermare la partenza dei pulmans. A proposito, sarebbe interessante rispondere alle interrogazioni parlamentari che chiedono di sapere chi paga per questo trasferimento di massa.
Insomma, tutti capiscono che si è trattato di una forzatura politica mirante a rassicurare quanti cominciano a nutrire dubbi sulla rotta intrapresa dal centrodestra alla regione e in molte di queste province delle quali nessuno comprende l’utilità effettiva.
In pratica, si urla contro Prodi per lanciare un messaggio a quei settori aggrappati alla spesa pubblica i quali vedono che le cose non girano come dovrebbero e che molte loro attese sono andate deluse.
Si è imbastita una manovra diversiva anche per confondere le idee ai cittadini siciliani che vedono arrivare soltanto tagli ai servizi sanitari e alla spesa sociale e bollette sempre più esose da pagare.
Tutto ciò si spiega, poiché siamo all’antivigilia d’importanti scadenze elettorali (in 7 Province e in quasi duecento comuni), rispetto alle quali i giochi non sono per nulla scontati, è c’è bisogno assoluto di far affluire finanziamenti per far fronte agli impegni assunti (e non mantenuti) e così riconfermare il vasto consenso ricevuto. Se non arrivano, o semplicemente ritardano (come in questo caso), allora bisogna trovare un nemico sul quale scaricare le responsabilità.
E se non si trova, s’inventa. Così il gioco è fatto. E chi meglio di Prodi può svolgere questo ruolo di capro espiatorio? Basta cucirgli addosso un’accusa diretta, personalizzata.
Questo fanno i vertici politici e istituzionali siciliani, quando accusano il capo del governo di coltivare un truce pregiudizio nei confronti della Sicilia.
La ragione di cotanto accanimento non è stata mai chiarita, lasciando ad intendere che potrebbe essere dovuto al fatto che l’Isola è una delle poche regioni governate dal centrodestra.
In realtà, la rivalità politica non c’entra nulla. Semmai, il governo di centrosinistra avrebbe tutto l’interesse di occuparsi benevolmente dei problemi della Sicilia per tentare di recuperare lo sfavorevole divario elettorale.
Per altro, tale, presunto astio non si riscontra nei rapporti con altre regioni governate dal centro-destra. Come, ad esempio, la Lombardia che costituisce il più importante bastione politico della CdL. Una conferma di ciò l’ho avuta, nei giorni scorsi, assistendo ai lavori della conferenza ministeriale fra Italia e America latina e Caraibi, tenutasi alla Farnesina con la partecipazione della presidente cilena Bachelet, di Prodi, D’Alema e di vari esponenti dei governi invitati.
Nei loro interventi Roberto Formigoni, presidente della regione Lombardia, e Letizia Moratti, sindaco di Milano, si sono relazionati col governo centrale in termini di proficua collaborazione su aspetti importanti riguardanti quella regione. Negli stessi termini si sono espressi gli esponenti del governo Prodi nell'accogliere le istanze dei dirigenti lombardi.
Insomma, a tutti è parso che fra la Lombardia del centro-destra e il governo centrale di centrosinistra esistano rapporti di cordiale e reciproca cooperazione. Com’ è giusto che sia.
Perché Prodi dovrebbe avercela solo con la regione siciliana?
Credo che per il bene della Sicilia sia auspicabile smettere questa capziosa polemica e concentrarsi sulle tante cose serie che restano a fare, per dare una risposta alla gran massa di siciliani onesti che, in questi giorni di successi contro la mafia, stanno riassaporando la speranza di un futuro migliore nella legalità..
10 novembre 2007

Il Tar Sicilia ordina la riapertura delle schede elettorali del turno di ballottaggio di Corleone

Una prima decisione favorevole all'ex sindaco. Entro il prossimo 20 marzo si saprà se sindaco di Corleone sarà ancora Nino Iannazzo, oppure se tornerà Nicolò Nicolosi. Delusione tra i sostenitori del sindaco in carica, che puntavano sull'inammissibilità del ricorso...

PALERMO – Lo scorso 27-28 maggio, il ballottaggio per l’elezione del sindaco di Corleone era stato vinto da Nino Iannazzo, sostenuto dal Polo, con uno scarto di appena tre voti sul sindaco uscente Nicolò Nicolosi. Un risultato risicatissimo, contro il quale l’ex sindaco ed alcuni suoi sostenitori hanno presentato ricorso al TAR Sicilia, per chiedere il riconteggio delle schede. “Diverse schede attribuite a Iannazzo sono da considerare nulle!”, era la tesi di Nicolosi e dei suoi amici, che chiedevano il riesame di tutte le schede. E il TAR Sicilia, nella seduta del 9 novembre, ha dato loro ragione, dichiarando ammissibile il ricorso e decidendo la riapertura dei plichi e il controllo delle schede. Il tutto da concludere entro il prossimo 20 marzo. Tra poco più di quattro mesi sapremo, quindi, se sindaco di Corleone resterà Nino Iannazzo, oppure se tornerà ad esserlo Nicolò Nicolosi. Sapremo, cioè, se Iannazzo manterrà ancora voti in più, oppure se sarà scavalcato da Nicolosi. Ovviamente, i legali di Nino Iannazzo avevano puntato tutto sulla inammissibilità del ricorso. La decisione del TAR li ha lasciati con l’amaro in bocca, anche se una simile decisione era nell’aria. Troppo pochi i tre voti di differenza tra i due candidati e troppo dettagliate le contestazioni di Nicolosi & C. per non ammettere i ricorsi. Nella stessa seduta del 9 novembre, il TAR Sicilia ha ammesso anche il ricorso elettorale di Antonio Vella dell’Udc contro il seggio dei Ds. Anche in questo caso saranno riaperte le schede per verificarne i contenuti.
10 novembre 2007
FOTO: Un momento della seduta del TAR Sicilia del 9 novembre

giovedì 8 novembre 2007

Dalla Sicilia. Album di famiglia (mafiosa)

PALERMO - Un album con una trentina di fotografie a colori con le immagini di Salvatore e Sandro Lo Piccolo ritratti con l'intera famiglia sullo sfondo di un giardino fiorito, è stato sequestrato dagli inquirenti durante il blitz che lunedì scorso ha portato all'arresto dei boss di San Lorenzo in una villetta di Giardinello (Palermo). Le immagini, a quanto pare, risalirebbero a non più di 2 anni fa.Si tratta degli scatti di un intero rullino, foto molto simili tra loro, dove compaiono sempre le stesse persone. Il capofamiglia Salvatore Lo Piccolo, all'epoca ritenuto tra i più pericolosi latitanti di mafia, posa sorridente, in abiti estivi, accanto alla moglie Rosalia Di Trapani, al figlio Sandro, anche lui in quel momento latitante, al figlio minore Claudio, alla di lui consorte Maria Grazia Di Maggio e a una bambina di pochi anni, figlia di Claudio, l'unica nipote del boss. Proprio in base all'età di questa bimba, che oggi ha circa quattro anni, gli investigatori sono riusciti a datare le fotografie, scoprendo che durante la latitanza i Lo Piccolo, padre e figlio, incontravano regolarmente la famiglia, partecipando a pranzi e gite, al sicuro in qualche villetta della provincia palermitana, opportunamente "bonificata" dai guardaspalle dei capimafia.Intanto sono ancora in corso le ricerche del covo dove avrebbero alloggiato i due boss. Sono condotte dagli investigatori della squadra mobile di Palermo nella zona tra Giardinello e Partinico, dove lunedì mattina i due sono stati arrestati insieme ad altri due boss latitanti, Andrea Adamo e Gaspare Pulizzi.La villetta dove è avvenuto il blitz, di proprietà dell'allevatore Filippo Piffero, sarebbe stata utilizzata solo per il summit, mentre in un'altra villa, individuata dalla polizia a circa 200 metri di distanza, padre e figlio avrebbero solo trascorso la notte, in vista dell'incontro fissato per il giorno successivo.Gli investigatori stanno setacciando la zona, perché sono convinti che il rifugio dei Lo Piccolo non dovrebbe essere molto lontano. In particolare viene utilizzato un telecomando, sequestrato al boss, che potrebbe aprire un cancello automatico. La Sicilia, 08/11/2007

Ecco il decalogo del "perfetto" mafioso

PALERMO - Il decalogo del "perfetto mafioso", ritrovato tra i documenti sequestrati al boss Salvatore Lo Piccolo, è scritto a macchina in caratteri tutti maiuscoli e ha addirittura un titolo che ricorda la Costituzione: "Diritti e doveri". Seguono i dieci comandamenti che il soldato di Cosa nostra non può mai trasgredire. Il primo comandamento recita testualmente: "Non ci si può presentare da soli ad un altro amico nostro, se non è un terzo a farlo". Il secondo:"Non si guardano mogli di amici nostri". Il terzo: "Non si fanno comparati con gli sbirri". Quarto comandamento: "Non si frequentano né taverne e né circoli". Quinto: "Si ha il dovere in qualsiasi momento di essere disponibile a cosa nostra. Anche se c'è la moglie che sta per partorire". Sesto: "Si rispettano in maniera categorica gli appuntamenti". Settimo: "Si deve portare rispetto alla moglie". Ottavo: "Quando si è chiamati a sapere qualcosa si dovrà dire la verità". Nono: "Non ci si può appropriare di soldi che sono di altri e di altre famiglie". Il decimo comandamento è il più articolato e fornisce indicazioni precise sulle affiliazioni, ovvero su "chi non può entrare a far parte di cosa nostra". L'organizzazione pone un veto su "chi ha un parente stretto nelle varie forze dell'ordine", su "chi ha tradimenti sentimentali in famiglia", e infine su "chi ha un comportamento pessimo e che non tiene ai valori morali".
Con i fogli del decalogo, gli investigatori hanno sequestrato un'immaginetta sacra con la formula rituale di affiliazione: "Giuro di essere fedele a cosa nostra. Se dovessi tradire le mie carni devono bruciare come brucia questa immagine".
(Repubblica, 7 novembre 2007)

martedì 6 novembre 2007

Mafia. Individuato il covo dei Lo Piccolo. Adesso è cominciata l'analisi dei "pizzini"

PALERMO - È durata tutta la notte la catalogazione dei pizzini e dei documenti trovati ieri nella villetta di Giardinello in cui sono stati arrestati i quattro latitanti mafiosi Salvatore e Sandro Lo Piccolo, Andrea Adamo e Gaspare Pulizzi. I boss sono stati ieri sera rinchiusi in quattro istituti di pena differenti, che si trovano fuori dalla Sicilia e che non sono stati resi noti. Per Salvatore Lo Piccolo, ricercato da 25 anni, è stata dunque la prima notte trascorsa in cella. Il boss negli ultimi mesi, dopo l'arresto di Provenzano, era diventato il suo erede naturale alla guida di Cosa nostra a Palermo, e aveva iniziato a imporre il pizzo a commercianti e imprenditori.

I "PIZZINI" - Gli agenti della Squadra mobile hanno proseguito per tutta la notte l'analisi dei foglietti di carta e degli appunti trovati in possesso dei latitanti, tutti ritenuti importanti e che sono adesso al vaglio dei magistrati della Direzione distrettuale antimafia di Palermo. Un lungo elenco di nomi di imprenditori che pagano il pizzo a Cosa nostra, una serie di attività commerciali accanto alle quali è segnata una cifra. Le indicazioni sono riportate su alcuni fogli trovati ieri nella valigetta in cuoio del boss Salvatore Lo Piccolo. Sono centinaia i documenti sequestrati, pieni di particolari e di riferimenti ad attività illecite e di contatti con tutte le famiglie mafiose di Palermo. Nei pizzini vi sono riferimenti a persone incensurate che però sarebbero affiliate o contigue alle cosche mafiose. È su di loro che ora sono concentrate le indagini.


INDIVIDUATO IL COVO - Gli investigatori della Squadra mobile hanno individuato la villa in cui viveva il boss Salvatore Lo Piccolo insieme al figlio Sandro. Gli agenti sono arrivati al covo attraverso una serie di accertamenti effettuati nei giorni scorsi. I poliziotti sono sul posto e stanno effettuando una serie di rilievi.


NUOVO ARRESTO - La polizia di Stato ha arrestato un terzo favoreggiatore dei boss Salvatore e Sandro Lo Piccolo, bloccati ieri mattina in una villetta a Giardinello. L'uomo finito in manette è Giuseppe Di Bella, 50 anni, allevatore di Montelepre, che ieri è stato visto arrivare alla guida di una Bmw. L'arresto è avvenuto ieri sera, dopo che la polizia lo ha identificato e bloccato nei pressi della sua abitazione nel paesino del Palermitano. Gli altri due favoreggiatori arrestati ieri erano il proprietario della villetta, Filippo Piffero, e Vito Palazzolo, titolare di un Bed e Breakfast nel vicino paese di Terrasini, entrambi incensurati.


INCONTRO AL VIMINALE - Per rinnovare il ringraziamento alle forze dell'ordine e alla magistratura per l'impegno che stanno dimostrando nella lotta alla mafia e fare il punto sul contrasto alla criminalità organizzata, il ministro dell'Interno, Giuliano Amato, con il vice ministro Minniti, incontreranno questa mattina al Viminale i responsabili dell'operazione che ha permesso l'arresto dei boss mafiosi oggi a Palermo tra i quali Salvatore Lo Piccolo. All'incontro parteciperanno il capo della Polizia Antonio Manganelli, il comandante dell'Arma dei Carabinieri Gianfrancesco Siazzu, il comandante della Guardia di Finanza Cosimo D'Arrigo, il Procuratore nazionale antimafia Piero Grasso e una rappresentanza degli uomini della polizia di Palermo che hanno preso parte all'operazione.


La Sicilia, 06/11/2007



Il pentito Franzese fa tremare la Cupola




PALERMO - L' uomo-Rolex, Francesco Franzese, 43 anni, il sicario che gestiva le estorsioni per conto di Salvatore Lo Piccolo, mafioso del quartiere palermitano di Partanna-Mondello, per ora dichiarante e forse presto collaboratore a tutti gli effetti si affaccia all'orizzonte e i boss tremano considerato che le sue prima ammissioni hanno contribuito all'arresto del gotha di Cosa nostra palermitana.Lo spessore criminale di Franzese, nome conosciuto come "Franco di Partanna" nell'ambiente criminale ma non molto noto alla cronaca, è stato evidenziato subito dagli investigatori della squadra mobile che dopo l'arresto, nell'agosto scorso, trovarono nella villetta (ufficialmente di due coniugi, arrestati per favoreggiamento) bigliettini di Salvatore Lo Piccolo, appunti sulle estorsioni, contabilità interna delle cosche, dal quale emergevano gli stipendi dei boss e degli uomini d'onore, e altri documenti importanti per le indagini.Nella casa in cui Franzese venne arrestato, dopo il lungo pedinamento di un ras della droga, Antonino Nuccio, che lavorava alle dipendenze del mafioso, furono trovati anche 15 orologi Rolex, oltre centomila euro il valore. Franzese, al momento dell'arresto, avevano detto gli inquirenti gestiva le estorsioni per conto di Lo Piccolo e stava preparando un omicidio. Condannato per mafia e poi latitante dopo una nuova condanna per mafia e omicidio inflittagli dalla corte d' assise di Messina, Franzese per un periodo aveva lavorato in un' impresa edile a Palermo come capocantiere.


La Sicilia, 05/11/2007

Mafia, partita ancora aperta

di GIUSEPPE D'AVANZO

Cosa Nostra non è invincibile. Se ci appare ciclicamente inattaccabile nel nucleo centrale del proprio sstema di potere e del network di relazioni che la protegge, lo si deve soltanto alla ciclica debolezza dello Stato e della società siciliana; alle molteplici linee di frattura che hanno impedito di chiudere la forbice tra repressione giudiziario-poliziesca e rinnovamento politico ed economico. L'arresto di Salvatore Lo Piccolo - l'uomo capace per "autorevolezza" di tenere insieme una Cosa Nostra indebolita - è una buona opportunità per ridurre l'invasivo peso sociale della mafia, per sradicarne la patologia criminale. Lo Piccolo è a Palermo l'ultimo anello della catena di comando di Bernardo Provenzano (l'altro Matteo Messina Denaro non è palermitano, è trapanese). E' il solo riconosciuto "capo" ancora in grado di "amministrare" il doppio modello organizzativo di Cosa Nostra nell'area nevralgica di Palermo: da un lato, la protezione e l'estorsione nelle borgate della città, quindi la raccolta violenta delle risorse destinate ai "picciotti", alle loro famiglie, alle spese legali, al sostentamento delle famiglie degli arrestati; dall'altro, gli affari che - orizzontalmente - coinvolgono le cosche e i capitali di tutti i mandamenti regionali. Se il primo modulo (l'estorsione) non è stato mai un problema per Cosa Nostra, il secondo (gli affari) è stato mortificato nel tempo dall'arcaicità dei Corleonesi di Riina e Provenzano che hanno cancellato il protagonismo della mafia siciliana sulla scena internazionale. A questa arretratezza Lo Piccolo lavora con pazienza e mano forte, coltivando un programma ambizioso e agevole come un uovo di Colombo. Se vedono giusto indagini lunghe e accurate, egli pretende che Cosa Nostra si risvegli dal suo torpore tornando come sempre "all'antico". Il mafioso arrestato a Carini scorge soltanto una possibilità per restituire a Cosa Nostra "centralità" e influenza, quindi il potere economico di un tempo. Occorre concedere agli "sconfitti" della guerra di mafia degli Anni Ottanta (gli Inzerillo di Passo di Rigano, gli Spatola dell'Uditore, i Di Maggio di Torretta, i Gambino del New Jersey) di rientrare a Palermo, di essere "ponte" tra l'Isola e gli Stati Uniti, dove gli esiliati sono cresciuti, per restituire all'organizzazione siciliana una rispettata e riconosciuta funzione di broker nel mercato mondiale legale/illegale. L'arresto di Lo Piccolo interrompe ora il disegno in una congiuntura molto favorevole alla legalità. Non ci sono più a Palermo (non ci sono ancora) leader mafiosi che siano stimati così affidabili e carismatici per un piano tanto ambizioso da imporre alle "famiglie" una fiducia reciproca, l'abbandono di antichi rancori, l'oblio dei lutti che i Corleonesi hanno distribuito a piene mani. Può essere allora l'occasione per assestare un colpo formidabile alla mafia siciliana a condizione che le ruote di politica, economia, istituzioni e società non girino divaricate; che si sappia - per una volta - avvertire il momento storico e lavorare finalmente insieme accompagnando la crisi mafiosa con il rinnovamento di metodi, strategie, élites. Da questo punto di vista, si osserva qualche lama di luce e ancora troppi coni d'ombra. Ci si può fare soltanto degli auguri, con controllato ottimismo. Ci si può augurare che il governo, che finora ha avuto soltanto un approccio moraleggiante alla sfiducia e alla passività dell'Isola, sappia offrire risposte più coerenti alle difficoltà siciliane, precisando obiettivi condivisi di sviluppo più soddisfacenti e dinamici delle proposte offerte dal sistema affaristico-mafioso. Ci si può augurare che i procuratori di Palermo non trasformino questo successo che viene da lontano - da un'altra stagione giudiziaria - in un pretesto per nascondere sotto il tappeto le divergenze che attardano l'ufficio, per occultare l'imbarazzante conflitto che, prima che tecnico-giudiziario, è culturale, "ideologico". Può essere la magistratura, e soltanto la magistratura, la protagonista del rinnovamento politico e sociale dell'Isola come qualcuno, con troppa autoreferenzialità e risentimento, sembra pensare a palazzo di Giustizia? Ci si può augurare che l'imprenditoria voglia liberarsi dell'antico giogo del "pizzo". Confindustria è impegnata a espellere chi paga il prezzo del ricatto, ma i commercianti? Con Lo Piccolo in carcere, ci si augura che sapranno trovare la forza per avere fiducia nelle capacità di prevenzione e protezione dello Stato. Infine, la politica. Soltanto il sottosegretario alla Giustizia Luigi Li Gotti ha avuto l'audacia di osservare, nel turbinio ipocrita delle facili lodi, quanto sia "schizofrenico" che ci siano partiti politici entusiasti dell'arresto di Lo Piccolo mentre nel contempo "non solo accettano comportamenti gravi di collusione di propri esponenti ma, con la loro inerzia, li avallano", li giustificano, quasi li esibiscono per soddisfare quella "richiesta di mafia" che attraversa periodicamente la società siciliana. Per uscire dal vago, non si può accettare senza battere ciglio che il governatore dell'Isola, Totò Cuffaro, contratti in un retrobottega il tariffario sanitario regionale con Michele Ajello, probabilmente un prestanome di Bernardo Provenzano, senza che nello schieramento politico che lo sostiene si levi un dubbio o una sola voce di dissenso. Non è buon segno che, mentre i pubblici ministeri chiedono in tribunale la sua condanna per favoreggiamento, l'imputato sia sommerso, nelle assemblee elettive, di abbracci solidali. Della mafia spesso si dice che "tutto sembra nuovo perché tutto viene dimenticato". Oggi vale la pena, nell'entusiasmo provocato dalla "caduta" di Lo Piccolo, di ricordare che Cosa Nostra è apparsa spegnersi anche in altre occasioni e sempre è riuscita a risorgere. Se ci riuscirà ancora una volta o se, consapevole degli straordinari successi degli ultimi tre lustri, Stato e società sapranno finalmente ridurre a fisiologia il crimine siciliano, è purtroppo una partita ancora incerta.
(La Repubblica, 6 novembre 2007)

Il grande vuoto di Cosa Nostra

di FRANCESCO LA LICATA
PALERMO - E adesso? Ora che Salvatore Lo Piccolo, «Totuccio», è finito in galera, e pure il figlio, Sandrino, l’ha seguito insieme con due pezzi grossi del «dopo Provenzano», ora che Palermo è di nuovo senza «testa dell’acqua», come finirà col problema degli scappati? C’è una generazione di Inzerillo - quelli di New York che hanno fatto i matrimoni incrociati coi Gambino e con gli Spatola - in attesa di riprendere il proprio posto dentro Cosa nostra. Sono i sopravvissuti della guerra di mafia degli Anni Ottanta, i superstiti della mattanza ordinata da Totò Riina, salvi solo dopo aver assicurato che avrebbero ubbidito all’ordinanza corleonese che li mandava in esilio negli Usa, con l’esplicita clausola che mai e poi mai sarebbero tornati a Palermo. Ma questo editto di recente era stato messo in discussione e capofila del partito del ritorno degli scappati era proprio Salvatore Lo Piccolo. Il vuoto totale Ovviamente c’era uno schieramento opposto, ma chi lo guidava - Nino Rotolo e il medico Antonino Cinà - non può più accampare diritti perché ha preso la via del carcere già da un anno e mezzo. Ecco, in questo vuoto totale, che ne sarà dei progetti di riannodamento dei fili coi paisà d’oltre Oceano? La domanda ha la sua importanza, anche se al procuratore antimafia, Piero Grasso, può sembrare addirittura riduttiva, perché - dice lui - «io mi chiederei: che ne sarà di Cosa nostra?». Già, non sta affatto bene la vecchia consorteria. Il procuratore vede un grande vuoto di potere: «Riina malato in carcere, come Provenzano. Quelli che avrebbero dovuto “continuare il lavoro”, Rotolo innanzitutto, immobilizzati dal carcere duro». E l’altro fronte non può certo sorridere perché da ieri ha perso l’uomo che sembrava capace di controllare il territorio ed imporsi come «naturale sbocco» (parole di Grasso) per il popolo di Cosa nostra, per gli affari e per le sinergie politiche. Il vertice trapanese Resiste il vertice trapanese, Matteo Messina Denaro, ma non è pensabile un «commissariamento» di Palermo sotto la tutela di Trapani. Il risultato è che la “sede sociale” è rimasta senza rappresentanza legale. E’ ovvio che, in un simile clima, il «problema americano» assume la sua importanza perché non può che aggravare lo stato di debilitazione di Cosa nostra. Nell’anno precedente, dentro la mafia, si era molto dibattuta la questione e la spaccatura non si era fatta attendere: favorevoli agli Inzerillo, contrari e possibilisti con la «benedizione» di Bernardo Provenzano, specialista della mediazione e quindi mai completamente favorevole e mai del tutto contrario. Le turbolenze erano arrivate ed erano ricomparse le armi, anche se in «operazioni chirurgiche» come quella che avevano portato all’eliminazione del vecchio Lino Spatola, il boss che era stato il capo di Salvatore Lo Piccolo. Ma lui, «Totuccio» (sempre affiancato dal suo Sandrino che ieri mattina, vedendolo in manette, gli ha urlato: «Papà ti amo»), sembrava abbastanza saldo e contribuiva a trasmettere sicurezza e fiducia nel futuro all’intera organizzazione. Chissà, se Lo Piccolo avesse scelto uno stile di vita più vicino alle scelte minimaliste di Provenzano, forse non sarebbe stato arrestato. E invece i Lo Piccolo hanno sempre ceduto all’esteriorità. Negli Anni Settanta, quando sparava per conto di Saro Riccobono, padrino della borgata di Partanna e Pallavicino, ogni omicidio commesso da lui era una vera e proprio firma, per la cura con cui veniva eseguito. Ma poi non spariva, «Totuccio». Anzi si faceva vedere, spendeva, esibiva, non riusciva a nascondere neppure lo «scandalo» di una relazione extraconiugale. Bon vivant anche il figlio Sandrino, gran frequentatore di locali pubblici. Eppure riuscivano a comandare, anche dopo esser saliti sul carro dei corleonesi, e forse credevano di essere al di sopra di tutto e di tutti. Ora sverneranno al 41 bis, con il non secondario cruccio di aver lasciato un’organizzazione allo sbando. Già, perché non è roseo lo scenario che si prefigura. Al di là della miccia degli scappati, problema rimasto irrisolto, ci sono altri «problemini» di non facile soluzione. «Con il boss catturato - avverte Piero Grasso - si chiude la lista dei componenti la "Commissione". Gli ultimi rimasti erano, come dicono gli stessi boss intercettati, Rotolo, Cinà e Lo Piccolo. C’è da chiedersi, dunque, chi prenderà le decisioni importanti?». Il Procuratore vede una destrutturazione di Cosa nostra dal basso e dall’alto. Già si era verificata una semplificazione della catena di comando con l’abolizione dei mandamenti, non più in grado di reggere all’assenza di quadri qualificati, e l’istituzione di «aree d’influenza» molto estese per poter far fronte alla carenza di dirigenti. Oggi, con le famiglie indebolite dalla repressione, si potrebbe arrivare a ipotizzare una sorta di ritorno alla mafia «ante Commissione», quando i dissidi interni non erano ammortizzati da nessun «organo centrale» e si risolvevano con la legge della lupara. Soldi e droga Oppure, per paradosso, proprio il benessere prodotto dall’eventualità dell’arrivo dei soldi degli americani e della droga potrebbe convincere quello che rimane degli schieramenti ad un accordo. D’altra parte la storia della mafia è piena di «improvvise pacificazioni» favorite dagli affari: «Il morto è morto, pensiamo ai vivi», è uno degli slogan più concreti e fortunati dentro Cosa nostra. C’è da sottolineare semmai, ricorda ancora Grasso, che una linea pacifista basata sui soldi potrebbe essere resa problematica dall’altro grande problema della mafia: i carcerati che non si sentono garantiti da chi sta fuori. Ce ne sono, dunque, di ipotesi inquietanti. Scenari favorevoli e positivi per un miglioramento dello stato della lotta alla mafia. Lo Piccolo, si sa, è stato soprattutto il signore del racket. Si deve a lui la ripresa in grande stile delle estorsioni e persino del «pizzo» imposto anche ai piccoli commercianti. Un’oppressione che aveva già provocato qualche accenno di ribellione degli imprenditori, proprio per la voracità delle richieste. Chissà, dopo la sua cattura, potrebbe essere giunto il momento per dare la spallata agli esattori di Cosa nostra. Questo auspica Piero Grasso.
La Stampa, 6 novembre 2007