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martedì 17 luglio 2007

"Se il mio fondoschiena vale più di due lauree"

LA LETTERA. Una lettrice risponde all'articolo del Financial Times, che critica il trionfo di veline e donne nude in Italia

di MILA SPICOLA

CARO DIRETTORE, ad Adrian Michaels che sul Financial Times critica il trionfo di veline e donne nude in Italia vorrei dire che il problema non è femminile. Non è tanto il femminismo ad aver fatto passi da gigante però all'indietro, semmai è il maschilismo italo-pakistano (per parafrasare una recente affermazione di Giuliano Amato) che ormai troneggia da tutte le parti. Per come la vedo io, la signorina Canalis ha raggiunto benissimo il suo obiettivo e cioè successo e soldi e alzi la mano chi tra le donne non rinuncerebbe al proprio stipendiuccio e ad un po' di amor proprio femminile se gli mettessero sul piatto un milione di euro per mostrarsi sorridente... ma anche un uomo direi, no? Della serie: chi è più scemo signor Michaels, la Canalis o chi gli va dietro? Per quel che mi riguarda sono problemi che vivo ogni giorno, ma davvero ogni giorno. Ho 39 anni, sono single, due lauree, (una in architettura e una in conservazione dei beni architettonici), due master, uno in economia e uno in studi storici, una specializzazione in consolidamento, un dottorato di ricerca e ... un gran bel fondoschiena.
Ebbene sì, signori miei, il mio primo impatto con la classe "maschio italico" è sempre il suo sguardo insistente su quella "qualità" (a meno che non mi metto un bel burka) della quale io non ho nessun merito; nonostante il mio quoziente intellettivo, la mia cultura, la mia ironia, eccetera... ho un bel affannarmi a parlar di politica, a ricostruire le tappe del disfacimento etico della nostra attuale società, a discutere dei massimi sistemi, di pensioni, di Mozart, di cuneo fiscale, di travi in precompresso... La replica , nel migliore dei casi, è sempre "pure intelligente..." e sorrisino, nel peggiore uno sbadiglio. E io penso: ma davvero sono così poveri di spirito? Poveri di argomenti con l'altro sesso? Assolutamente incapaci di confrontarsi su altri terreni che non siano quelli delle schermaglie sessuali? o anche amorose? In ogni caso la mia idea è, tranne qualche valida eccezione, "penso di te che sei solo uno scemo" e dio solo sa quanto vorrei essere smentita, visti i problemi che vivo. So anche che chi legge questa mail, se è un uomo, ha già alzato il ciglio. Potrei metterci la mano sul fuoco, così come lui poserebbe felice la mano su un mio gluteo. Scusatemi se sono sfrontata. Allora io mi chiedo, cosa dovremmo fare noi mamme italiane con questi ragazzini maschi? perché il problema sono fondamentalmente loro; annegarli da piccoli? buttarli giù dalla rupe tarpea della selezione intellettuale? fargli sistemare la cameretta già a 8 anni così da capire che la parola "maschio" andrebbe sostituita con quella di "persona"? Delle donne italiane caro signore, mi preoccuperei di meno. Le statistiche le danno sempre più brave nei risultati a scuola, sempre più agguerrite, più flessibili, più forti, forse sempre meno fornite di scrupoli... ma lei mi insegna: in una giungla di uomini davvero poco evoluti almeno tentano di ottenere qualcosa sfruttando le armi che rimangono loro. Quasi tutte le signorine svestite sono ben più consapevoli di quello che fanno , sicuramente il doppio anche del preparato professore che fa zapping in tv e si sofferma ad ammirarle. "Che male c'è?", direbbe la ragazza, ma anche il professore. Ovviamente ho esagerato, ovviamente sono d'accordo con lei nel giudicare davvero orrendo, mortificante dell'intelligenza umana, un tale costume, un tale andazzo... ma toglierei da parte sua l'accento solo sulle donne e lo sposterei su ragioni e cause ben più complesse e variegate. Lo sposterei sulla totale deriva di tutti i media italiani. Lasciamo perdere la tv, sulla quale si aprirebbe il baratro da lei già prospettato, ma, se lei si connette con la home page di un qualunque quotidiano sul web, a partire anche da Repubblica, troverà sempre una bella ragazza, possibilmente svestita, ben in vista. Immagino anche chi le sceglie tali foto: si tratterà di un solerte giornalista... di sesso maschile, al quale la redazione avrà detto "una bella fighetta ci sta benissimo, attira l'attenzione"; ancora troppo sfrontata? Del resto in Italia i giornali non fanno giornalismo, fanno mercato, e la domanda di tette e fondoschiena in vista è altissima. Qua, caro signor Michaels, si tratta di vendere. Mica roba da poco. E gli uomini sono davvero come i bimbi mi sa, sembra un luogo comune e mi vergogno quasi a scriverlo. Del resto in Francia ha destato scalpore il servizio realizzato su una rivista di moda su una brava donna politica. Siamo alle solite: è più facile il compartimento stagno della bella/elegante/scema e brutta/malvestita/autorevole ergo intelligente. Bambini, indubbiamente. La complessità, signori miei è sempre più bandita, è sempre più difficile da accettare, da comunicare, da vendere. Se io vado in cantiere con i tacchi a spillo attiro l'attenzione... non perché vado contro il decreto sulla 494, ma perché ho pur sempre una bella caviglia... e mi sogno di poter essere presa sul serio nel dare indicazioni sull'impianto elettrico. Se dico queste cose ad un uomo, o affronto un discorso del genere il meno che mi replica, è già successo del resto, è "cavolo quanto sei acida". Ma io non sono acida, sono peggio: furiosa. E a quel punto sapete come diventerei? petulante e nevrotica.. o meglio... magari oggi ho il ciclo. E festa finita.

(La Repubblica, 17 luglio 2007)

domenica 15 luglio 2007

L'accusa del Financial Times:"L'Italia un paese di veline e di donne-oggetto"

"Dimenticato il femminismo". Per il giornale inglese, le donne sono trattate peggio solo a Cipro, Egitto e Corea

di ENRICO FRANCESCHINI
LONDRA - Fin dal titolo, è un'accusa senza mezzi termini: "La terra che ha dimenticato il femminismo", sovraimpresso sul noto cartellone pubblicitario di Telecom Italia in cui Elisabetta Canalis, seduta a gambe incrociate con un telefonino in mano, piega il busto in avanti, in una posizione non proprio comodissima, rivelando una generosa scollatura. E' la copertina dell'inserto patinato del Financial Times di ieri, che in un articolo di quattro pagine denuncia severamente il trattamento riservato alle donne nel nostro paese: l'uso di vallette seminude in ogni genere di programma televisivo, gli spot pubblicitari dominati da allusioni sessuali, il prevalere della donna come oggetto, destinata a stuzzicare "i genitali dell'uomo, anziché il cervello". Non solo: secondo l'autore del servizio, Adrian Michaels, corrispondente da Milano dell'autorevole quotidiano finanziario, potrebbe esserci un legame fra l'onnipresenza di maggiorate in abiti discinti sui nostri mezzi di comunicazione e la scarsità di donne ai vertici della politica, del business, delle professioni in Italia.
Arrivato a Milano tre anni fa da New York insieme alla moglie, Michaels ammette di essere rimasto stupefatto dal modo in cui televisione e pubblicità dipingono le donne; e ancora più sorpreso dal fatto che apparentemente nessuno protesta o ci trova qualcosa di male. Come esempi del fenomeno, oltre al cartellone della Canalis per la Telecom, cita le vallette del gioco a quiz di Rai Uno L'eredità, la pubblicità dei videofonini della 3, le vallette di Striscia la notizia, l'abbigliamento della presentatrice sportiva Ilaria D'Amico di Sky Italia. L'articolo considera quindi una serie di dati da cui risulta che le donne italiane sono fra le più sottorappresentate d'Europa nelle stanze dei bottoni: il numero delle parlamentari, 11 per cento, è lo stesso di trent'anni fa; nelle maggiori aziende italiane le donne rappresentano solo il 2 per cento dei consigli d'amministrazione (rispetto al 23 per cento nei paesi scandinavi e al 15 negli Stati Uniti); e un sondaggio internazionale rivela che la presenza di donne in politica, nella pubbica amministrazione e ai vertici del business è più bassa che in Italia soltanto a Cipro, in Egitto e in Corea del Sud. "La mia sensazione è che il femminismo, dopo importanti battaglie per il divorzio e l'aborto, da noi non esista più", gli dice il ministro Emma Bonino, interpellata sul tema. Altri fattori aumentano le difficoltà delle donne ad avere una diversa posizione sociale, osserva il quotidiano londinese: il lavoro part-time è raro in Italia (15 per cento della forza lavoro rispetto al 21 in Germania e al 36 in Olanda), cosicché le donne che cercano di giostrarsi tra famiglia e carriera sono spesso costrette a scegliere l'una o l'altra. L'articolo ricorda un discorso del governatore della Banca d'Italia Draghi secondo cui il nostro è uno dei paesi europei in cui meno donne tornano all'occupazione dopo la maternità. Un altro motivo è che gli orari dei negozi ("impossibile fare la spesa il lunedì mattina, il giovedì pomeriggio, la sera e la domenica") complicano la vita della donna che lavora, su cui continua comunque a pesare la responsabilità di casa. La lettera di Veronica Berlusconi pubblicata da Repubblica, in cui chiedeva le pubbliche scuse di Silvio per il suo comportamento con le donne, potrebbe segnalare l'inizio di un cambiamento, ipotizza Michaels. Ma uno dei pubblicitari da lui intervistati avverte: "L'Italia è indietro nel modo in cui sono trattate le donne rispetto ad altri paesi, ma abbiamo un metro per giudicare cos'è accettabile diverso dal vostro. Gli uomini e le donne italiani non saranno mai come gli uomini e le donne britannici".

(La Repubblica, 15 luglio 2007)


NELLA FOTO: Le letterine di "Passaparola"

mercoledì 11 luglio 2007

Il ministro Amato: "Picchiare le donne è un'usanza siculo-pakistana". Ed è polemica

ROMA - "Nessun Dio autorizza un uomo a picchiare la donna. E' una tradizione siculo-pakistana che vuole far credere il contrario". Da questa frase di Giuliano Amato si è scatenata una bufera. Il ministro dell'Interno l'ha pronunciata durante il suo intervento al convegno su Islam e integrazione, ricordando più volte come "solo fino agli anni 70 si trovavano in Sicilia costumi e tradizioni non molto distanti da quelle che ora in Italia sono importate dagli immigrati di certi gruppi musulmani". E qualcuno si è offeso, anche tanto. "Le parole del ministro Amato sono inaccettabili", ha reagito Stefania Prestigiacomo, parlamentare di Forza Italia e siciliana di Siracusa. "Se il ministro non chiede scusa io lo denuncio".Altrettanto sconcertato si dichiara il governatore dell'Isola, Salvatore Cuffaro. "Sorprende e sconcerta il superficiale disprezzo da parte del ministro Amato nei confronti di una tradizione sociale e culturale ricca come quella siciliana, nella quale sono cresciuti e hanno vissuto i suoi antenati".Per il deputato siracusano della Margherita Rino Piscitello "anche un dotto può dire una sciocchezza. Anche in un discorso animato dalle migliori intenzioni possono venir fuori i peggiori stereotipi e pregiudizi. Sono certo che Giuliano Amato correggerà le sue affermazioni e si scuserà con i siciliani. La sua gaffe però è quasi la prova provata di come il ceto politico del nostro Paese, di destra o di sinistra, ha un'idea della Sicilia assolutamente macchiettistica e fuori dalla realtà".Il deputato Dl Riccardo Villari è stupito "dalla leggerezza con il quale il ministro ha trattato il problema della violenza sulle donne. Una personalità del calibro di Amato, che riveste un'importante carica istituzionale, dovrebbe sapere che talvolta ragionamenti troppo sottili, poi sintetizzati e riportati, diventano rozzi e imprecisi e possono suonare addirittura come offensivi".
Inviperito Ignazio La Russa, presidente dei deputati di Alleanza nazionale: "Pur di non urtare la sensibilità degli interlocutori islamici a un recente convegno il ministro Amato non si fa scrupolo di attribuire ad una non meglio precisata comune tradizione 'siculo-pakistana' l'origine del convincimento che sia Dio a permettere (o addirittura a 'volerlo') che l'uomo picchi la donna". Durissimo anche il leader del Movimento per l'autonomia, Raffaele Lombardo: "Abbiamo difficoltà a credere che un uomo di cultura, per di più ministro di un governo della Repubblica Italiana, si sia lasciato andare a dichiarazioni così infamanti per il popolo siciliano di stampo nettamente razzista. Dal Viminale aspettiamo, a stretto giro, una rettifica e un chiarimento".Stesso senso per il commento del coordinatore regionale di Forza Italia in Sicilia, Angelino Alfano: "Non comprendo come mai il ministro Amato, peraltro di origini siciliane, abbia potuto asserire affermazioni così abnormi. Questi violenti costumi non sono mai esistiti. Non soddisfatto della mia memoria, ho chiesto subito informazioni ai miei genitori, ai loro amici e persino a mia nonna. A nessuno risulta che, in Sicilia, fosse costume abituale picchiare la donna. Amato non può non saperlo! Chieda immediatamente scusa".Una pioggia di contestazioni, dunque. Tanto abbondante da costringere il ministro a una successiva precisazione: "Da siciliano ho parlato di una Sicilia che non esiste più. Da bambino, essendo figlio di famiglia siciliana, ho conosciuto una Sicilia che, insieme alle tante cose positive che amavo, era anche la tradizione cui ho fatto riferimento. Ci sono capolavori del cinema e della letteratura su questo; per fortuna, come ho detto questa mattina, dagli anni 70 quell'aspetto della Sicilia non esiste più".
11/07/2007

NELLA FOTO: Il ministro dell'interno Giuliano Amato

In 400mila chiedono che l'acqua sia solo pubblica

Un brindisi in piazza Montecitorio per ripartire a base di prosecco e di acqua rigorosamente del rubinetto. I comitati per l'acqua pubblica sono appena usciti dalla Camera dove hanno consegnato al presidente Fausto Bertinotti le 406mila e 626 firme a sostegno della legge di iniziativa popolare per la ripubblicizzazione dell'acqua e riprendono le fila del discorso, riorganizzano le idee per continuare la battaglia.
Non prima però di avere brindato e gioito per il grande risultato ottenuto: «La campagna nazionale è stata un grande successo», sostengono. Dice Marco Bersani, uno dei leader del movimento: «Abbiamo chiesto al presidente della Camera un impegno per l'immediata calendarizzazione della nostra proposta di legge - spiega - e Bertinotti ci ha assicurato il suo impegno».
L'idea che pare possa affascinare il presidente la ipotizza Vincenzo Migliucci: «Questo Parlamento per la prima volta nella storia della Repubblica ha l'occasione di "farsi" ricordare come quello che ha approvato una legge di iniziativa popolare». Ora serve una mossa di peso: il Senato - chiedono i rappresentanti dei movimenti - approva la moratoria per la privatizzazione dell'acqua.
Come ha già fatto l'aula della Camera. Anche per questo motivo, il movimento per l'acqua come bene pubblico lavorerà in tre direzioni: una grande manifestazione a ottobre per tenere alta l'attenzione sul principio che l'acqua è un bene comune, la pressione a governo e Parlamento perché anche al Senato sia approvata la moratoria dei processi di privatizzazione della gestione dell'acqua come è già avvenuto a Montecitorio e infine l'iniziativa di alcuni parlamentari di «inserire alcuni principi della proposta di legge popolare - spiega Walter Mancini - nel processo di modifica del decreto ambientale». Cosa inimmaginabile appena sei anni fa, come spiega Emilio Molinari: «Adesso però possiamo dire di essere riusciti a sensibilizzare i cittadini - chiarisce - e a condizionare l'agenda politica nazionale».
Anche sui territori è cresciuta l'attenzione. Corrado Oddi spiega infatti che, grazie al lavoro svolto capillarmente dai comitati in tutta Italia, la campagna "acqua bene comune" ha intercettato tante vertenze territoriali «che sono molto forti e che sosteniamo».
Dopo le parole è il momento del brindisi. E di Tonino Mancino, battagliero rappresentante del foro contadino, che mostra a favore di telecamera una bottiglia d'acqua con un'etichetta che fa il verso a una famosa marca. C'è scritto: «Liscia? Gassata? no, pubblica. Pubblicità progresso».
L’Unità, 10.07.07

lunedì 9 luglio 2007

Valle dei Templi (Agrigento), niente biglietti gratis per 38 bimbi figli di extracomunitari

L'episodio di discriminazione durante la gita di una scuola di Palermo. L'addetta agli ingressi ha chiesto il certificato di nazionalità. Cammarata: "Intollerabile, sono esterrefatto". Il ministro Ferrero: "Atto di razzismo"

AGRIGENTO - Discriminazione razziale o rigidità burocratica, il risultato non cambia: niente biglietti gratuiti per 38 bambini di una scuola di Palermo, alcuni dei quali figli di extracomunitari in regola, in gita alla Valle dei Templi di Agrigento. L'ingresso gratuito, infatti, è previsto per i minori, purché appartenenti alla Comunità Europea. I bimbi, alcuni dei quali con la pelle scura ma tutti residenti a Palermo, non avevano nessun documento che attestasse la loro nazionalità. Quindi, niente visita gratis. Una vicenda che ha fatto indignare il sindaco di Palermo Cammarata e il ministro della Solidarietà sociale. E che probabilmente non mancherà di avere conseguenze. Il caso, denunciato dall'associazione palermitana Ziggurat che si occupa di organizzare attività per i bambini dei quartieri più difficili, risale al 5 luglio. Quando i 38 bambini - tra i 6 e i 12 anni - della scuola elementare Cascino, nella zona Ballarò, sono arrivati alla Valle dei Templi, gli accompagnatori hanno chiesto gli ingressi gratuiti, ma l'addetta alla biglietteria ha applicato in modo rigido la normativa. Niente "certificazione della nazionalità vidimata dalla Regione", spiega Gabriele Tramontana di Ziggurat. E niente visita gratis. I bimbi, infatti, non avevano con sé nessun documento, visto che la carta d'identità si può richiedere solo a 14 anni. Gita saltata, dunque, per i piccoli palermitani. A trarre in inganno l'addetta alla biglietteria, facendole dimostrare un'eccessiva diffidenza, forse il colore della loro pelle o i tratti del viso. L'ente Parco archeologico, che non gestisce direttamente le biglietterie affidate a una società esterna ("I luoghi dell'Arcadia"), si dice rammaricato ma si difende spiegando che si è trattato solo di un malinteso burocratico e sottolinea che gli addetti agli ingressi non avrebbero visto i bimbi, in attesa sul pullman. "Purtroppo la circolare parla chiaro e la biglietteria può richiedere la certificazione di nazionalità - dice Antonio Infantino dell'ente Parco - Se Ziggurat ci avesse fatto pervenire prima i nomi dei bambini avremmo potuto chiudere un occhio, come facciamo spesso in altri casi".
Il sindaco di Palermo, Diego Cammarata, sottolinea con forza la "grande mortificazione subita dagli alunni extracomunitari che risiedono nel quartiere di Ballarò. Si tratta di una vicenda incredibile che non ha giustificazioni e che risulta intollerabile a chiunque ritenga fondamentali i valori di uguaglianza e solidarietà". E si dice "esterrefatto e dispiaciuto" per quanto successo. "Questi bambini - conclude il sindaco - sono a tutti gli effetti cittadini italiani e non si comprendono le motivazioni che hanno causato questa gravissima forma di discriminazione che, in ogni caso, non può essere in alcun modo condivisa. Mi auguro che episodi come questi non si verifichino mai più". Dure anche le parole di Paolo Ferrero, ministro della Solidarietà sociale, su quanto accaduto: "E' un atto di razzismo che non bisogna sottovalutare perché mina le basi del futuro del nostro paese". Il fatto che dei bambini la cui "unica colpa è di essere figli di immigrati - continua il ministro - vengano discriminati rispetto ai propri compagni di classe, crea risentimento ed emarginazione". Un tentativo di distensione arriva dall'assessore regionale ai Beni culturali, ambientali e alla pubblica istruzione, Lino Laenza. "Il fatto è molto grave. M'impegno, comunque, affinché nella prossima seduta del Consiglio del Parco venga proposta l'estensione dell'ingresso gratuito ai bambini e ai ragazzi fino ai 18 anni, comunitari ed extracomunitari". Inoltre, l'assessore invita i bambini a tornare ad ammirare i templi: delle spese del viaggio, assicura, si farà carico la Regione.
(La Repubblica, 9 luglio 2007)

Vi racconto la storia di un'adozione

di Maurizio Chierici

Nei giorni dei corvi e delle spie, la storia di Massimo e Maria, milanesi sui 30 anni, non varrebbe la pena d’essere raccontata: banale, trasparente, acqua fresca. Inutile pedinare e registrare. Non eccita nessuna Betulla, più o meno in divisa. Briciole inutili di umanità. Un anno fa marito e moglie senza figli hanno deciso di adottare un bambino. Le procedure stanno finendo: lente ma è la lentezza della quale Maria e Massimo riconoscono l’opportunità.Da un colloquio all’altro il loro progetto cambia. Quando pensavano a un figlio, vedevano questo figlio come cosa propria; lentamente si sono resi conto che non doveva essere così. Lo volevano straniero e fra i bambini lontani preferivano un bambino dell’America Centrale perché - in modo diverso - marito e moglie sono legati a quella realtà. Piano, piano hanno capito che le porte andavano lasciate aperte: nessuna prevenzione se arrivava un piccolo latino, o africano o italiano. «Ci hanno fatto ragionare e ci siamo messi in gioco». L’importante è che un bambino senza famiglia trovi una famiglia. Una volta riconosciuti idonei a fare i genitori, restano prigionieri della burocrazia. Altra attesa: un anno, due, forse tre. E intanto un bambino sta aspettando che i protocolli si esauriscano... Una storia come tante ma il caso vuole che questa s’intrecci con la professione di chi racconta la vita degli altri. E la conclusione ripropone il grande vuoto che separa la quotidianità di marito e moglie milanesi, da un mondo senza speranza ai confini delle nostre vacanze. Un giornalista parla di cose che quasi tutti sanno: radio, tv, internet le distribuiscono con la fretta delle slot machine. La fiducia dell’approfondire le cose che tutti sanno dipende dalla convinzione che ogni essere umano somigli all’altro, non importa dove è nato e come vive. Perché la maggioranza delle persone del pianeta condivide le stesse sensazioni, angoscia per frustrazioni invisibili, per lo più dolori da raccogliere in una definizione che è sempre la stessa in latitudini sconosciute: paura e insicurezza dovute all’esclusione. Il mondo progredisce e loro sempre lì con gli stessi problemi: mangiare, un tetto, un filo di luce e l’acqua e le malattie da curare coi medicinali scaduti che la carità internazionale fa arrivare goccia a goccia. Non hanno voglia di pensare al testamento biologico o se il loro funerale possa essere in latino. O se il mondo libero ha talmente bisogno di petrolio da accendere piccole e grandi guerre per puntellare l’ordine economico che traballa. Ma la non notizia di oggi diventa notizia perché anni fa un testimone era finito nei panni di chi aveva paura; i ricordi tornano dal passato. Nel 1981 un gruppo di giornalisti italiani visita in Salvador uno strano campo profughi: raccoglie i figli di genitori assassinati dalle squadre della morte. Bimbi di pochi mesi, bambini di 4 o 5 anni. Stagione delle piogge. Strisciano nel fango sotto la tettoia delle colline verso Chalatenango. Due suore salvadoregne distribuiscono bicchieri di plastica: acqua e purea di fagioli. Nient’altro.Ma quando avranno l’età quale scuola potrà accoglierli? Una piccola madre risponde con malinconia: nessuno bambino vivrà così a lungo da poter andare a scuola. Verminosi, tubercolosi. Chi ce la fa sarà a prova di pallottola. Assieme a Italo Moretti e all’operatore Romolo Paradisi il testimone vuota le tasche: quanto costa il soggiorno in un istituto più o meno normale? Cento dollari l’anno. Mettono assieme 600 dollari. Sei bambini, mormora la suora. Scegliete. E i giornalisti scappano senza alzare un dito e il Corriere della Sera e il Tg2 documentano questa disperazione. Al ritorno in Italia il giornalista trova la lettera di una ragazza appena sposata. Lavora a Mani Tese ed è sconvolta. Vuole adottare tutti i bambini possibili. Si chiama Sabina, il marito è Gianpiero, tecnico dell’Enel. Vivono in tre stanze a Saronno. Genitori giovani impegnati portare via i bambini dal fango. Spariscono per rifarsi vivi un anno dopo: sono andati in Salvador ed hanno trovato quattro fratellini nascosti nella casa della nonna. Una notte le squadre della morte hanno portato via i genitori per seppellirli chissà dove. I problemi di quel Salvador erano problemi che nessuno ha risolto: continuano ad inondare le cronache 2007 di ogni parte del mondo. La violenza non cambia, l’ipocrisia continua. Venticinque anni fa l’America di Reagan non sopportava la Chiesa dei poveri disegnata dal Concilio Vaticano II: preti rossi, preti comunisti, soprattutto perché a quella chiesa dei poveri si aggrappavano non solo il vescovo Romero o i sacerdoti o le suore assassinate dalle milizie di Orden, militari in borghese, scarpe e armi dell’esercito regolare nutrito dai 6 milioni di dollari quotidiani messi a disposizione dal finanziamento ufficiale della Washington di Reagan-Bush padre doverosamente impegnati nella lotta al comunismo. Quella chiesa dei poveri rappresentava la speranza estrema dei contadini poveri subito definiti contadini comunisti: pretendevano dal latifondo delle multinazionali fazzoletti di terra per piantare i fagioli della sopravvivenza attorno a distese di caffè e cacao. Padre e madre dei quattro fratellini avevano pagato questa alterigia.Un anno dopo Sabina e Gianpiero telefonano al testimone con l’allegria trattenuta di chi ha realizzato una parte del sogno: sono andati in Salvador e sono tornati con due fratellini piccoli, Napoleone (pochi mesi) e Lucilla, che appena cammina. Difficile imbarcare nel viaggio Jolanda e Maria, 5 e 7 anni. La legge italiana del tempo chiudeva le porte obbligando ad attese estenuanti, e gli sposi di Saronno sono tornati a casa passando dalla Svizzera. Non se la sentivano di abbandonare nel Salvador affamato e sconvolto due bambini destinati a non sopravvivere alla precarietà. In treno da Zurigo a Lugano e una domenica pomeriggio Napoleone e Lucilla attraversano Chiasso fra le sigarette e la cioccolata dei contrabbandieri innocenti di ogni week end. Ma Sabina e Gianpiero devono aver pensato al destino diverso che divideva gli orfani della stessa famiglia. E nel ’83, appena la legge italiana cambia, Gianpiero rifà il viaggio in Salvador e torna a Saronno con le altre due bambine. Maria e Jolanda vivono consapevolmente la meraviglia di un viaggio fantastico. Dalla baracca senza luce attraversano gli aeroporti e scoprono dove sono finiti i fratelli, soprattutto con quali piaceri: subito dopo il riabbraccio si chiudono in bagno per lavarsi i denti, due, tre, dieci volte, sapore di menta. Storia come tante che non fa notizia anche se cambia la vita di quattro orfani alla deriva in un paesino del quale i giornali hanno smesso di interessarsi dopo che il vescovo Romero, dodici religiosi (cattolici e protestanti) e quattro gesuiti, rigorosamente «comunisti», sono stati eliminati e la democrazia dei paesi liberi ha finalmente insediato la felicità del liberismo occidentale. La storia è tutta qui, modesti aggiornamenti. Gianpiero e Sabina hanno cambiato casa con l’aiuto delle loro famiglie preoccupate per quei quattro bambini stretti nelle tre stanze. Gianpiero Borghi continua il lavoro di tecnico in un’impresa area Enel, mentre Sabina Siniscalchi dopo Mani Tese va e viene da Roma, da un anno deputato di Rifondazione Comunista. Napoleone sta laureandosi in scienze della comunicazione; Jolanda fa l’ingegnere; Lucilla ha lasciato scienze politiche per la reception di un grande albergo, mentre Maria è infermiera all’ospedale Sacco di Milano, reparto diabetologia. Massimo Di Giuseppe, il marito col quale divide l’urgenza di accogliere un bambino troppo solo nella casa troppo grande di Bollate, insegna Popoli, Cultura e Confessioni religiose in età moderna e contemporanea all’università Iulm di Milano e all’università di Bologna, polo Ravenna. Ha scritto saggi su La Pira, Turoldo, Balducci; sta concludendo una lunga ricerca dedicata alle popolazioni indigene del Messico e dell’America Centrale. «Ho avuto la possibilità di avere due nuclei familiari», ricorda Maria che ha difeso ogni piega della memoria, dall’ultimo sguardo della madre quando le squadre della morte la portavano via, agli sguardi attenti dei genitori che l’hanno aiutata a crescere. «Aiuteremo il bambino a diventare adulto senza dimenticare la cultura dalla quale è stato rifiutato». Resta la curiosità: perché un’extracomunitaria strappata alla sofferenza sta lottando per impedire che la stessa sofferenza avvilisca la vita di chi non può difendersi, mentre i brianzoli del paese accanto, o i bergamaschi, o i veneti che hanno sudato l’Europa con le valige di cartone, una volta rientrati nel benessere seppelliscono il passato nella xenofobia e nel disprezzo per lo straniero che li aveva angosciati quando sospiravano in terra straniera? Il testimone ricorda lo smarrimento di Maria nelle luci dell’aeroporto dove cominciava la sua seconda vita, e lo sbalordimento dei bambini della Val Camonica «deportati» in Italia da Winterthur, Svizzera, perché figli di immigrati, quindi senza il diritto di crescere nell’esilio accanto ai genitori. Due maturità diverse: Maria affronta il passato per impedire solitudini che devastano il cuore mentre gli ex bambini bresciani lo negano con la tessera e il fazzoletto verde delle leghe antistranieri. Forse dipende dal diverso valore respirato nelle famiglie a proposito della ricchezza invisibile della solidarietà o del piacere del denaro al quale non resiste un’infinità di desideri. Vite quasi parallele che si dividono: chi non se la sente di dimenticare la solitudine di quand’era vittima e chi fa la voce grossa per imitare i padroni di casa che deportavano gli intrusi, rumorosi e rompipalle. Che erano loro, prima della fabbrichetta e dei dané.mchierici2@libero.it
L'Unità, 09.07.2007