mercoledì 11 febbraio 2009

Trapani, città del sole, della vela e... del cemento "pulito"

di Rino Giacalone
Non è una legalità tanto per dire, fatta a parole, di quella che in giro ce ne è tanta. E’ un percorso di legalità intriso di risultati, positivi; dentro questo tragitto assieme alla rivolta di un gruppo di operai contro i mafiosi che li volevano o asserviti o disoccupati, c’è il lavoro e la tutela dell’ambiente, che non sono poca cosa in un momento in cui l’occupazione è in costante pericolo, per colpa di un sistema di mercato che è già criminale di suo quanto è perverso, e poi l’ambiente che non vive di tanti riguardi. Un’azienda di Trapani confiscata alla mafia, la Calcestruzzi Ericina è tornata così sul mercato con più di una sfida. È la prima in Italia tra quelle confiscate che esce dalla gestione straordinaria. Resta proprietà dello Stato, ma sarà affidata dal Demanio a una «coop» costituita dagli operai della precedente azienda: quella nuova, la Calcestruzzi Ericina Libera, produrrà sempre cemento, «della legalità» precisano, facendo però da sé le materie prime, trasformando gli inerti, sfabbrici, i rifiuti non pericolosi.

Trapani, da oggi anche città del cemento pulito

Una idea don Luigi Ciotti a proposito di parole e antimafia, l’ha lanciata con chiarezza, lunedì 9 febbraio 2009 in occasione dell’inaugurazione del nuovo impianto, quasi una sfida dietro un suggerimento rivolto al sindaco della città: «Arrivando a Trapani – ha detto – ho visto un cartello che presenta la città legando il nome al sale e alla vela, io adesso aggiungerei anche città della Calcestruzzi Ericina Libera e del calcestruzzo pulito». Perché questa proposta? «Perchè la prima mafia da combattere è quella delle parole, sono i fatti che contano. La lotta alla si fa anche dando lavoro, dando alla gente la garanzia dell’occupazione, restituendo dignità a chi lavora, come abbiamo fatto qui a Trapani». «Questa è la vittoria della buona economia contro gli interessi della mafia. Da un bene confiscato alla criminalità organizzata nasce un’impresa che trasforma i rifiuti in risorsa» ha detto Enrico Fontana dell’osservatorio «Ambiente e legalità» di Legambiente. Pensate ciò che farà questo impianto (che ha il nome, al plurale, di un fiore, Rose, ossia Recupero omogeneizzato scarti edilizi): finisce l’era dello scriteriato abbandono di rifiuti edili, in discariche abusive.

La legalità che crea sviluppo per l'economia

In tutto il Sud questa «industria» non ha eguali. È frutto di un investimento di due milioni di euro, vi ha concorso un finanziamento Por Sicilia, un mutuo con la Unipol Banca, un intervento dell’Agenzia del Demanio, di Anpar e Legacoop, e la partecipazione tratta dal bilancio della Calcestruzzi Ericina. «Un grande risultato - prosegue Fontana - in Sicilia deve essere data concretezza a quelle norme europee che prevedono l’obbligo, negli appalti pubblici, dell’utilizzo di materiale che deriva dal riciclaggio degli inerti».Determinante è stato il mutuo di 700 mila euro “liquidato” da Unipol Banca. Quando non c’erano molte garanzie di quelle solite che cercano le banche. «Sono garanzie formidabili – ha detto Pierluigi Stefanini il presidente di Unipol Banca (la “nuova Unipol” ha sottolineato don Ciotti) – quelle di don Ciotti e di Libera, ma la verità è un’altra, il nostro approccio verso i progetti da finanziare si basa maggiormente sulle garanzie fornite a proposito di lavoro e legalità, noi al fianco dei mafiosi non saremo mai».

Confindustria Sicilia

Da Palermo si è fatto sentire il presidente di Confindustria Sicilia Ivan Lo Bello: «Il caso Trapani – ha detto – è una conferma delle novità positive di una Sicilia che cambia pelle e dove risulta sempre più incisivo il ruolo di don Ciotti e Libera». E c’è anche in questa storia la dimostrazione che la lotta alla mafia riesce quando ci sono le sinergie, come quelle tra magistratura, forze dell’ordine e società civile rappresentata anche dalle banche. Era l’azienda, la Calcestruzzi Ericina, che apparteneva al capo mafia di Trapani Vincenzo Virga, che dopo la confisca la mafia voleva riprendersi o fare fallire. Non accadde niente di tutto questo per l’opera dell’allora prefetto Fulvio Sodano che nello stesso periodo aveva smosso le acque delle confische, non trovando al suo arrivo nel 2001 a Trapani un solo bene assegnato, mentre i mafiosi restavano nei loro possedimenti. Per la gestione dei beni confiscati si rivolse a Libera e a don Ciotti e da allora si è andato avanti, sino a ieri con la inaugurazione del nuovo impianto della «Calcestruzzi Ericina Libera», Sodano nel frattempo non è più a Trapani, trasferito dal Governo d’improvviso nel luglio 2003 ad Agrigento (oggi ammalato è a disposizione) senza uno straccio di ringraziamento per l’opera compiuta e non solo a favore della Calcestruzzi Ericina. Anzi un sottosegretario dell’epoca, Antonio D’Alì, secondo il racconto fatto ai magistrati da Sodano, gli chiese conto di quello che “stava combinando”.

Un prefetto scomodo e la sua battaglia

I mafiosi intercettati sono stati ascoltati auspicare questa “cacciata”, lui, Sodano, era “cosa tinta” per essersi messo di traverso rispetto agli intendimenti dei boss. Ai magistrati che perciò indagano sul suo trasferimento, il prefetto ha consegnato alcune considerazioni e ricostruzioni: "Non appena assunte le funzioni di prefetto di Trapani mi resi conto che la situazione dell'amministrazione dei beni confiscati alla mafia era estremamente grave, nel senso che erano numerosissimi i beni confiscati ma mai assegnati e che molti di tali beni erano ancora nella materiale disponibilità dei soggetti mafiosi cui erano stati confiscati. Immediatamente mi attivai per promuovere incontri con tutti gli enti interessati per tentare di fare attivare le procedure burocratiche di assegnazione incontrando difficoltà ed inerzie, per asserita mancanza di personale"…..."Ho avuto conoscenza del mio trasferimento nel tardo pomeriggio del giorno precedente la seduta del Consiglio dei Ministri. Mi telefonò il capo di gabinetto del ministro facendomi presente che l'indomani sarei stato nominato prefetto di Agrigento. Alle mie rimostranze basate sul mio momento non facile di salute, noto al ministero, e per il quale avevo chiesto di rimanere a Trapani almeno altri sei mesi, ebbe a dirmi che la distanza che rispetto ad Agrigento c'era con Palermo era identica a quella con Trapani, mi invitò a prendere servizio ad Agrigento perché l'amministrazione mi sarebbe stata vicina. Tutto questo avveniva mentre non molto tempo prima aveva avuto garanzia che per un po' di tempo non sarei stato trasferito. All'epoca di quel mio trasferimento molti altri colleghi che avevano raggiunto le loro sedi in concomitanza con la mia assegnazione a Trapani erano ancora in quelle stessi sedi".Storia «pesante» quella della Calcestruzzi Ericina, ma come si è arrivati a questo risultato? «La mafia qui – risponde il pm Andrea Tarondo – ha cercato di strangolare questa impresa, impedendo la vendita di cemento, esercitando pressioni, la mafia ha fatto di tutto, ha messo in campo il suo peso, questo (dice indicando l’area dell’impianto messo a nuovo) è stato un campo di battaglia dove lo Stato ha vinto cancellando quella che era il simbolo del controllo mafioso sull’imprenditoria, qui che era casa del boss Virga e dei suoi figli Franco e Pietro, si pagava il pizzo, adesso vedo qui sventolare la bandiera italiana, giusto, su questo terreno è stata riconquistata la dignità dello Stato, grazie alla figura del prefetto Sodano che è riuscito, su una linea del Piave, di riappropriarsi del bene, quella resistenza è stata da stimolo a tanti altri». Si dice ci sono i mafiosi ma non c’è più la mafia, è vero?

La mafia a Trapani oggi

«La mafia – risponde il magistrato – si è trasformata si è evoluta e tenta di adattarsi ai tempi ed è più pericolosa. Oggi tenta di selezionare fra le sue attività quelle meno rischiose dal punto di vista penale e più redditizie. In provincia di Trapani sta raggiungendo massima espressione, è più avanti nel fare credere che non ci sia più, che sia in regressione. Nessuno deve illudersi che sia finita qui, la mafia cerca nuove strade per svuotare di contenuti il lavoro che si sta facendo».Il prefetto Sodano invitato non c’era all’inaugurazione della nuova Calcestruzzi Ericina Libera, non ha possibilità di muoversi, ha perduto la voce, vive su una sedia a rotelle attrezzata per permettergli di ricevere ossigeno e alimenti, la malattia che lo ha colpito si è aggravata forse anche da quel trasferimento, per la situazione di tensione che si è determinata, ma anche perché ad un certo punto si è ritrovato da solo all’interno del proprio apparato ministeriale. Ha però mandato un suo scritto: «Quando lo Stato fa pienamente il suo dovere con tutte le sue istituzioni non c’è spazio per l’antistato». Ha chiesto di immaginarlo con indosso la tuta blu: «Per un giorno non sono stati gli uomini con la toga a scrivere pagine di giustizia, oggi sono stati altri uomini, quelli che indossano la tuta blu di chi va in cantiere, in fabbrica, a dirci che la mafia si può sconfiggere».

La voce dei lavoratori

All’interno del nuovo impianto della Calcestruzzi Ericina Libera, un gruppo di imprenditori edili, portavoce se ne è fatto il presidente dell’Api (associazione piccole imprese) Ninni D’Aguanno, ha voluto dedicare una statua in bronzo a colui il quale si battè per impedire che l’azienda fosse riacquistata da Cosa Nostra, il prefetto Fulvio Sodano: «In questo luogo lo Stato, rappresentato da un uomo solo, si affermò», si legge sulla base del monumento costituito da tre finestre, due aperte, dalle quali escono delle colombe. «Oggi è un giorno di festa – ha detto il commissario del Governo per i beni confiscati prefetto Antonio Maruccia – suscita ottimismo e dimostra la capacità che si ha di togliere i beni ai mafiosi. Quello di oggi è un esempio ma in Italia ce ne sono tanti altri, ma molti altri restano da assegnare, serve una legge per velocizzare le procedure, c’è un impegno del Parlamento e del Governo per dare effettività a quello che è un diritto dei cittadini a riavere questi beni».Una realtà emersa quella che non è agevole il percorso per la fruizione dei beni confiscati. «Ce ne sono tanti, 1700– dice don Ciotti – che non possono essere assegnati per le ipoteche, allora diciamo alle banche di fare un gesto chiaro, trasparente, un segnale forte al paese cancelliamo le ipoteche e mettiamo in grado Comuni e associazioni di occupare questi beni, di gestirli, creando servizi. la vera festa la faremo quando avremo dinanzi la grande corresponsabilità del nostro Paese, ognuno di noi deve concorrere per creare situazioni di libertà, ce lo dicono gli operai della Calcestruzzi Ericina Libera».

La storia, giudiziaria, si diceva.

I beni confiscati non venivano assegnati e la magistratura ha dovuto aprire a Trapani più di una indagine per scoprire come questo accadeva. Un funzionario del Demanio oggi è sotto processo. I mafiosi intercettati a Trapani, si legge sugli atti processuali, quelli che hanno portato alla condanna del “padrino” Francesco Pace, dicevano che la legge sulle confische andava cambiata, ma a loro favore. «Intercettati ridevano – ricorda don Ciotti – sostenevano che non sarebbe stato possibile tutto quello che oggi invece succede a loro sfavore e non solo in Sicilia. In Italia ci sono botteghe dove si vendono i prodotti che vengono dai terreni confiscati. Allora è possibile, è possibile affermarsi, ci vuole si una legge più incisiva, più efficace, lo Stato quando vuole dà segnali di grande valore, ieri come oggi, poi ci sono le aree grigie, troppe persone hanno depenalizzato i reati nella loro coscienza e quindi questo ritorno di colletti bianchi, di corruzione, ci inquieta molto. Uniamo allora le forze, l’energia, usiamo la testa, diamo una bella graffiata alla realtà». A proposito del boss Francesco Pace. Il caso ha voluto che mentre si inaugurava la nuova «Calcestruzzi Ericina Libera», compariva davanti ai giudici del Tribunale di Trapani Francesco Pace, il «padrino» erede di Vincenzo Virga, che la voleva far comprare ai suoi «amici», per poi pensare di farla fallire quando il tentativo non riuscì anche per l’opposizione alla vendita condotta dal prefetto dell’epoca Fulvio Sodano. Il boss Francesco Pace da ieri è imputato in nuovo processo (in un altro è stato condannato a 20 anni), scaturito da una indagine della Dia – denominata operazione «Betòn» – su intrecci malavitosi tra le “famiglie” di Paceco e Castellammare, anche in questo caso di mezzo cementi e gestione di impianti «in odor di mafia». Ma il nome di «don» Ciccio Pace è riecheggiato anche per altro durante l’inaugurazione della nuova azienda. Tra le proprietà che gli sono state tolte anche una cascina con giardino molto lontano da Trapani, a Moncalvo d’Asti, trasformata in centro di accoglienza per donne vittime di violenza sessuale. La struttura sarà gestita dall’associazione Onlus «Rinascita » di Asti. È stato il presidente di Libera, don Luigi Ciotti, ad annunciarlo: «C’è, dunque, un sottile filo conduttore tra il Piemonte e la bella Sicilia».Ma di fili conduttori ce ne sono altri. Un ficus, che ricorda l’albero Falcone di Palermo, è stato piantata all’interno dell’area della nuova azienda. L’iniziativa è dell’ordine degli Architetti della provincia di Trapani: «Ne pianteremo uno per ogni nuovo iscritto» ha detto il presidente Vito Corte.

La nuova Calcestruzzi Ericina Libera

A guidare il cammino della nuova azienda gli amministratori giudiziari, Luigi Miserendino e Carmelo Castelli, presidente della coop è stato nominato l’ex ragioniere della Ericina Giacomo Messina: «Quando scattò il sequestro – ricorda Messina – è stato un incubo, impressionante vedere posti dalla Polizia i sigilli nei nostri impianti, per noi la paura di aver perso il lavoro, vedevamo lo Stato come nemico, l’approccio per noi è stato del genere che quell’azione era brutale, contro di noi, ma ci sbagliavamo, se non c’era lo Stato oggi nessuno poteva essere qui. Oggi l’incubo è finito, ci siamo svegliati da quel brutto sogno, la realtà è risultata essere diversa da come sembrava dovesse essere. Continuiamo a lavorare e a dare lavoro, grazie ad una persona che è diventato nostro collega in forma “onoraria”, il prefetto Sodano, lui è un nostro collega, non finiremo mai di ringraziarlo». Luigi Miserendino, commercialista, palermitano, è l’amministratore giudiziario che con l’avv. Carmelo Castelli ha guidato la “ripresa” della Calcestruzzi Ericina. Con lui ci siamo trovati a chiederci se tutto quello che oggi accade non doveva avvenire molto tempo prima. «Meglio tardi che mai – risponde – l’importante è che sia riuscito il nostro progetto, abbiamo superato difficoltà enormi ma non ci voglio più pensare, oggi interessa il lavoro, oggi c’è il grazie alle istituzioni, a tanti uomini, che hanno permesso questo risultato. E’ stato raggiunto l’obiettivo perché questi operai una volta dipendenti dal mafioso Virga oggi da imprenditori possano avere un futuro».Ricorda il primo giorno in cui mise piede qui da amministratore giudiziario? «Ho conosciuto tutti i dipendenti, ho cercato di capire cosa stavano facendo per conoscere i loro problemi, già erano chiare le avvisaglie, il calo delle commesse, il rischio della chiusura dell’impianto, abbiamo avuto diversi periodi di cassa integrazione, grazie al prefetto Sodano siamo riusciti a riprendere quota nel mercato. Oggi c’è grande soddisfazione, penso che per Trapani sia una cosa importante, si comprende, e lo comprendono soprattutto gli imprenditori, che stare dalla parte della legalità contiene una grande convenienza, oggi gli imprenditori non hanno più qualcuno che dica loro dove comprare il cemento, gli imprenditori possono fare una scelta e non subire imposizioni». Oggi gli operai-imprenditori della Calcestruzzi Ericina offrono grandi sorrisi. Don Luigi Ciotti li ricorda quando incontrandoli non nascondevano i loro lacrimoni. «La Calcestruzzi Ericina non è più “cosa loro”, ma è “cosa nostra” – dice don Ciotti - un “noi” importante nel contrasto all’illegalità, ce lo dicono i meravigliosi operai e amministratori di questa azienda. Qui si è affermata la nostra Costituzione, gli articoli 1 e 4, quelli che riguardano il lavoro e la dignità del lavoro. Oggi qui c’è la dignità del lavoro, c’è la libertà di tante persone, è “cosa nostra” perché tutto questo è stato restituito alla gente onesta, agli operai, alle loro famiglie, qui col ciclo di recupero degli inerti c’è un nuovo lavoro, una nuova dignità, piccoli segni bisogna essere realisti rispetto al grande bisogno che c’è nel Paese. Ma i mafiosi debbono sapere che debbono restituire tutto quello che hanno guadagnato con la violenza, col sangue, ai mafiosi diciamo che è lo Stato che vince, vince il bene rispetto al male. Gli operai li ho visti piangere per l’insicurezza rispetto a quello che sarebbe successo, ma dalla loro parte hanno avuto la testardaggine di un bravo prefetto che si è opposto a tutte le manovre per fa fallire la Calcestruzzi Ericina, non ha mollato e insieme si è costruito, ecco perché il “noi” importante, è importante perché si sia tutti in gioco anche come singoli cittadini, no alla rassegnazione, no alla delega, finiamola di dire che non cambia niente, tiriamo fuori le unghie, mettiamo forza e passione cominciando dalle piccole cose, così si può voltare pagina». E però non tutto è risolto. A pochi chilometri dalla nuova Calcestruzzi Ericina Libera, su terreni confiscati alla mafia nelle campagne tra Paceco e Trapani ci sono i giovani della cooperativa Placido Rizzotto di Corleone a coltivare meloni, aglio e grano. Ma manca la manodopera locale, forse il passaparola dei mafiosi ancora funziona.
Trapani, 11.02.2009

Monsignor Giuseppe Casale, vescovo emerito di Foggia: «Io dico che Eluana ha finito di soffrire»

di Roberto Monteforte
«Escludo che per Eluana si possa parlare di omicidio. Rifiuto questa lettura perché, come molti altri, ritengo che quando c’è la dichiarazione di volontà di rifiutare l’accanimento terapeutico, si rifiuta un intervento tecnico e si lascia che la natura faccia il suo corso. Come si può parlare in questo caso di eutanasia in questo caso?».
È lineare il ragionamento di monsignor Giuseppe Casale, vescovo emerito di Foggia. Con serenità ribadisce il suo punto di vista sul caso Englaro. Un punto di vista molto diverso da quello di altre voci anche autorevoli della Chiesa, per le quali non vi sarebbe dubbio, quello di Eluana è stato omicidio, eutanasia.
Eppure nella Chiesa c’è chi si dice sicuro che la sospensione di alimentazione e idratazione sia eutanasia...
«Molti medici ritengono che l’idratazione e l’alimentazione forzata siano un medicamento. Non si tratta di un dar da magiare o da bere, ma di nutrire medicalmente con un sondino, con una miscela o altro che servono a tenere il corpo in vita. È alimentazione articificiale. Se uno la rifiuta, lasciando che la propria vita vada avanti secondo quello che è il pensiero di Dio, la sua volontà e la natura, allora quello che rifiuta è l’accanimento terapeuetico. Nel caso in cui non ci siano più prospettive o possibilità di una vita nuova, perchè ormai la lunga degenza esclude questa ipotesi, si tratta di affidarsi al corso della natura. Non è assolutamente eutanasia. Affermarlo è forzare le cose. È dare seguito ad interpretazioni politiche esasperate e unilaterali, forzate con questo vizio d’origine. Ci rifacciamo tanto alla natura e alle sue leggi e in questo caso ritieniamo che le sue leggi debbano essere violate? Diciamo che ci vogliono gli interventi tecnologici o biotecnici?».
Eppure la polemica monta nel paese. Non le pare che ci sia il rischio di una lacerazione profonda nella società?
«Dobbiamo lavorare perché si crei una nuova mentalità. Davanti alla morte di questa giovane creatura dobbiamo essere indotti a riflettere. A liberarci dai pregiudizi e dagli interessi di parte. Se dovessi dire il mio pensiero chiederi al Signore di tenermi in vita finché è possibile. Mi affiderei alla sua bontà. Aspettando che mi chiami. Non rinuncerei a seguire le cure che i medici mi consigliano, ma non vorrei trovarmi nella condizione di essere affidato a delle tecniche che prolungano artificiosamente la vita. Vorrei viverla ricca almeno di un rapporto con gli altri. Ho assistito molti ammalati terminali. Sino al momento in cui vi è possibilità di comunicazione con lo sguardo, con un canto, con un tocco della mano allora sì che c’è una comunicazione, che c’è la vita. Ma non è questo il caso che stiamo esaminando...».
Il mondo cattolico protesta vivacemente...
«C’è stata tutta questa mobilitazione. Io che sono uomo libero rifiuto di farmi mobilitare».
Lei è una voce fuori dal coro...
«No. Sono nel coro che è la Chiesa cattolica. Sarò forse un solista. E i solisti mettono in evidenza alcuni aspetti della partitura. In questo coro io ho voluto mettere in evidenza un’aspetto: quello della libertà della persona, quello della vita che è vita quando è fatta di relazioni, quello del rispetto della volontà anche quando non è espressa con un atto formale, come è stato per questa giovane donna che lunedì sera ha concluso il suo cammino. Rifiuto qualsiasi forma di “intruppamento”, di mobilitazione, di crociata. Perché le crociate hanno lasciato brutti segni nella storia della Chiesa».
Come costruire il “dopo Eluana”?
«Evitando di cadere nel tranello dei marpioni della politica sempre pronti a tirare l’acqua al loro mulino. Non è giusto usare strumentalmente un caso così drammatico per fini che non sono neanche politici, ma di rivincita di un gruppo sull’altro. Dobbiamo avere la dignità di uno sguardo nuovo della politica che rispetti le persone, che vada nella direzione della “polis”, la città al cui servizio noi siamo».
Come arrivare ad una legge sul testamente biologico che aiuti a definire il “fine vita”?
«Attraverso un confronto che rispetti le etiche diverse e la libertà delle opinioni. In un regime democratico la libertà va costruita nel rispetto reciproco e nell’accoglienza delle varie esperienze. Soprattutto nel rispetto delle persone che soffrono. E non credo che Bettino Englaro abbia fatto quello che ha fatto senza passare attraverso una grossa sofferenza. Abbiamo il dovere di rispettarlo e lui ha il diritto al nostro rispetto e alla nostra amicizia».
L'Unità, 11 febbraio 2009

Donne di mafia

di WALTER MOLINO
"Quello su Giusy Vitale non è un libro sulla mafia. E' un libro sulle donne di mafia. Una storia che, pur arrivando agli anni '90 è una perfetta rappresentazione del medio evo siciliano". Così Francesco La Licata, cronista de La Stampa e memoria storica della mafia, ha aperto la presentazione di "Ero cosa loro", ieri pomeriggio alla Feltrinelli della Galleria Alberto Sordi a Roma. Insieme all'autrice Camilla Costanzo c'era anche il Procuratore nazionale Antimafia Piero Grasso, il primo magistrato a raccogliere le confessioni della boss di Partinico: "Sono qui perché penso da tempo che le donne possono avere un ruolo dirompente nel processo di ripudio sociale di Cosa nostra - ha spiegato -. Il caso di Giusy Vitale è emblematico. E’ una donna cresciuta nella mafia e tra i mafiosi, che ordinava omicidi e procurava le armi, ma appena ha avuto la prima occasione per una vita diversa, per sé e per i figli, ha rotto con il passato denunciando anche i suoi fratelli". Camilla Costanzo, che non presenterà il libro a Partinico per una promessa fatta a Giusy Vitale, ha spiegato che oggi la collaboratrice di giustizia "è una donna sola ma con una forza straordinaria".

Secondo Francesco La Licata quello di Giusy Vitale è un libro importante: “Perché racconta da dentro la mafia vista con gli occhi di una donna. E racconta una Sicilia medievale, in particolare nel rapporto con i fratelli. Quei maschi di famiglia di fronte ai quali, anche da sposata, Giusy Vitale si toglieva il rossetto prima di parlare, per una questione di rispetto. E penso che se i fratelli non fossero stati in carcere per lei sarebbe stato molto difficile fare questo passo, non l'avrebbero lasciata in pace. Lo ammette lei stessa quando dice, nel libro, che questo giogo mortale dei fratelli può essere vinto solo con l'aiuto dello Stato”. In merito alle polemiche suscitate dall’operazione editoriale, La Licata ha invitato ad “abbandonare l’idea sbagliata che la collaborazione con la Giustizia preveda necessariamente un pentimento morale. Quel che conta ai fini giudiziari è la capacità del collaboratore di mettersi dalla parte dello Stato. E il bilancio del fenomeno del pentitismo mafioso è in attivo, lo Stato ci ha guadagnato, a partire da tutti i crimini che sono stati evitati”.

A Camilla Costanzo abbiamo chiesto cosa ne pensa della cattiva accoglienza del libro a Partinico. “La madre di Giusy Vitale ci ha fatto sapere che a Partinico il libro è già andato esaurito più volte, ma a parte questo credo che un certo fastidio da parte dei parenti delle vittime di mafia sia comprensibile. Quel che posso dire è che nel libro non c’è alcuna giustificazione, nessuna assoluzione. E’ solo un tentativo di capire. Io e Giusy Vitale siamo coetanee: quando io discutevo la mia tesi di laurea, lei era capo mandamento a Partinico. Col mio lavoro ho cercato di raccontare come si finisce in quel vortice, come si cresce, da donna, in mezzo alla mafia. Penso sia importante, pure, che chi ha commesso degli errori ne capisca il senso, e condivida con gli altri il proprio percorso”. Ma che donna è, oggi, Giusy Vitale? "Una donna sola. Ma con un'energia incredibile. Penso che se l'avesse messa al servizio del bene, anzichè della mafia, avrebbe smosso perfino le montagne. Penso che si possa sempre scegliere da che parte stare, anche a Partinico. Lei, cresciuta in mezzo alla mafia, mi ha detto che quando è finita in carcere, per la prima volta nella sua vita, si è sentita libera".
"Far parte di Cosa nostra non è come fare parte di una qualunque banda criminale: è una scelta di vita fondamentalista - ha aggiunto Piero Grasso -. Molti mafiosi sono votati all'obbedienza tanto da non conoscere spesso neppure i motivi per cui hanno ucciso, come un esercito di kamikaze usato da chi, dietro le quinte, regge i fili. Per questo, quando un mafioso decide di collaborare è importante usare il massimo della cautela, verificare tutte le possibilità. Nel caso di Giusy Vitale siamo di fronte a una persona che ha deciso di stare dalla parte dello Stato, dopo aver retto un mandamento mafioso, aver procurato armi per commettere omicidi. Eppure, quando ha avuto la possibilità, ha abbandonato tutto ed ha avuto il coraggio di denunciare persino i suoi fratelli". Riguardo al ruolo dei pentiti mafiosi, Grasso ha ricordato che "grazie a loro sono stati messi in crisi due pilastri di Cosa nostra come l'omertà e la solidarietà tra gli affiliati. Giovanni Brusca racconta che nel suo ultimo periodo di latitanza, quando i colpi dello Stato e le rivelazioni dei collaboratori stavano mettendo in ginocchio l'organizzazione criminale, i killer giungevano incappucciati agli appuntamenti prima di commettere un omicidio, tanta era la paura che gli stessi complici, un giorno, potessero accusarli".
Camilla Costanzo presenterà il suo libro in Sicilia nelle prossime settimane, nell'ambito della nuova edizione di Libera Mente Media lab, i laboratori sulla storia della mafia promossi dal Consorzio Sviluppo e legalità dell'Alto Belice corleonese, che quest'anno si svolgeranno a Palermo, Corleone, Monreale, San Giuseppe Jato e Altofonte, con la partecipazione di magistrati, storici e giornalisti. "Ma non a Partinico - ha precisato- così mi ha chiesto Giusy Vitale".

Libera Mente – 10 Febbraio, 2009 – 23:27

martedì 10 febbraio 2009

Tecnica del colpo di stato

RICCARDO ORIOLES
Ci sono due tipi di persone completamente differenti, in questi giorni, che appaiono confuse fra loro ma non hanno, come esseri umani, assolutamente nulla in comune. Quelli che in buona fede "difendono la vita" e la danno giustamente un valore superiore a ogni altra cosa. E quelli che difendono semplicemente un potere. I primi sbagliano solo, secondo me, su un elemento di fatto: un corpo che credono vivo (per come presentato dai media) e che in realtà non lo è. I secondi, lucidissimi, gestiscono il passaggio finale del Piano di Rinascita: l'abolizione dell'odiata democrazia (comunista, faziosa, antifascista, demagogica, senzadio, modernista e chi più ne ha più ne metta: sono tutte definizioni storicamente usate in un momento o nell'altro) e l'instaurazione del regime d'ordine, della dittatura dei pochi.Ai primi bisogna tributare più che mai rispetto, perché seguono una coscienza, e la diversità di opinioni non menoma la loro onestà di cittadini. E' ormai da generazioni che i cattolici, in Italia, hanno superato il loro esame civile. Non c'è stata battaglia sociale, dagli anni Settanta in poi, in cui credenti e non credenti si siano sostanzialmente differenziati. Il triste Vaticano di Ratzinger non è che un episodio passeggero e ha le sue radici in luoghi "laici" (neoconneries, razzismi, idolatrie dei consumi), non in una cultura cattolica diffusa.Non è il primo papa che "fa politica" e s'illude, facendola, di esercitare chissà quale funzione provvidenziale. Ma costruisce sull'acqua: la chiesa è papa Giovanni, non è lui. Due cose, dal sessantotto in poi, sono veramente cambiate nella società italiana: i cattolici e le donne. Chi vuol resuscitare i Pii dodici ha la stessa consistenza storica e la stessa probabilità di successo di una Carfagna che teorizzasse un ritorno ai poteri monarchici di qualche madame Pompadour.* * *E' vero invece che, su un terreno accuratamente scelto e con una programmazione evidentemente ben meditata, il regime sonda il colpo di stato. Alcune cose dette da Berlusconi in questi giorni sono da impeachment ai sensi dell'articolo 90 della Costituzione. Benissimo ha fatto il Presidente della Repubblica a fare - sostanzialmente - appello al popolo in questo caso. Garante della Repubblica e Capo delle forze armate, egli ha materialmente i poteri per fermare il putsch. Che non è fatto solo di propaganda e politica ma di risorse concrete (ultras, camorristi, squadristi organizzati) che potrebbero in un domani essere mobilitate, non per la prima volta, a sostegno di un golpe neanche tanto "legale".In questi giorni difficili, i più decisivi dalla fondazione della Repubblica in poi, manca però un protagonista fondamentale, la sinistra. Nella sua connotazione moderata come in quelle più radicali, essa sta dando una prova penosa di superficialità, leggerezza e disunione. Fra i "democratici", i grotteschi egocentrismi di Veltroni; fra i "rivoluzionari", cinque o sei partiti e aspiranti partiti ridicolissimi, non in grado nemmeno di fare una lista unica in un momento come questo; Di Pietro a condire il tutto con le tirate "rivoluzionarie" contro Napolitano.Tocca a noi "cittadini semplici", a quanto pare, tirarci fuori dai guai. Un esempio da seguire c'è, ed è quello del movimento antimafia degli anni Ottanta e Novanta. Che in momenti difficili, con i politici nel pallone e la Repubblica sotto il mirino dei potenti, ha pur saputo unirsi, fare Cln e fare rete, essere trasversale ma risoluto, attaccare. Certo è durato poco, ma forse allora, in quegli anni, ha impedito molte cose. E' ora di ristudiarlo con attenzione, capire i suoi punti di forza ed i suoi errori, rifarlo senza questi ultimi ma con la stessa decisione. E' l'unica via d'uscita, adesso, e in fondo è sempre la stessa e si potrebbe anche chiamare Resistenza.
La Catena di San Libero n. 38110 febbraio 2009

domenica 8 febbraio 2009

Palermo, parco della Favorita. Cani randagi attaccano chi fa attività fisica

di Antonio Fiasconaro
Il fenomeno del randagismo si sta diffondendo in città sempre più a macchia d'olio. Si fa davvero poco per debellarlo, anzi niente. Stavolta branchi di cani randagi hanno preso d'assalto nei giorni scorsi diversi appassionati che la mattina svolgono attività fisica tra i viali della Favorita. Sbucano all'improvviso dai cespugli senza farsi accorgere mentre i podisti stanno svolgendo la loro attività di «footing». Non sono mancati anche i «morsicamenti» e di cittadini che hanno dovuto fare ricorso alle cure mediche.Non sono mancate nemmeno le denunce e, in questo caso, le forze dell'ordine interpellate hanno dovuto fare «spallucce», come si dice in questi casi perchè il problema non è di competenza.Sembra, attraverso le testimonianze dei cittadini che da anni frequentano i viali della Favorita, attualmente nella Real Tenuta ci sarebbero almeno due-tre branchi di randagi che terrorizzano quanti corrono per sport o per tenersi in linea.La situazione è davvero preoccupante. I cani che «scodinzolano» tra i viali sono affamati e in cerca di cibo.E' pur vero che il fenomeno si allarga sempre più anche grazie agli stessi cittadini che «impietosendosi» alla vista dei randagi, fanno di tutto per aiutarli e quindi al loro sostentamento.«Non se ne può più – sottolinea Alessandro Vinci, appassionato podista e frequentatore della Favorita dal 1989 – da qualche tempo i randagi sbucano dalle aiuole che si trovano sia nei pressi del piazzale dei Matrimoni che da piazza Niscemi. Io finora non sono stato attaccato e quindi aggredito, ma so di altri colleghi che nei giorni scorsi hanno dovuto faticare non poco per avere ragione dei cani che puntualmente attaccano al passaggio dei podisti».Gli fa eco Vincenzo Lo Re, altro ex atleta oggi amatore e che partecipa a diverse manifestazioni che si svolgono in città ed in provincia che dal 1978 frequenta la quiete dei viali della Favorita per tenersi in forma.«Proprio l'altro ieri – racconta – un mio compagno che fa footing con me è stato attaccato da un branco di randagi ed uno di questi lo ha morsicato ad una coscia. L'ho dovuto accompagnare di corsa al vicino pronto soccorso di Villa Sofia dove è stato medicato».E le istituzioni? Fanno quel che possono. Si dovrebbe fare di più. Come al solito a vincere sono sempre i «branchi» che si moltiplicano, terrorizzando la gente.

sabato 7 febbraio 2009

Corleone. Sabato mattina i funerali di Giovanna Vasi, la donna morta di meningite

CORLEONE – Si sono svolti sabato mattina, alle 10.30, nella Chiesa Madre di Corleone, i funerali di Giovanna Vasi, la giovane donna di appena 31 anni, morta di meningite da pneumococco venerdì mattina all’Ospedale Civico di Palermo. Molti i cittadini presenti alla cerimonia funebre, che poi hanno accompagnato la bara in corteo fino al cimitero. La donna lascia il marito e un bambino di appena quattro anni, che frequenta la scuola materna. La sera dello scorso mercoledì, la donna era stata colta da febbre alta e lancinanti dolori alla testa e i familiari hanno chiamato il 118, che l’ha trasportata al pronto soccorso dell’Ospedale, dove era stata prontamente soccorsa dai medici. Ma, data la gravità del caso, ne hanno disposto il trasferimento all’Ospedale Civico di Palermo, dove le è stata diagnosticata una meningite da pneumococco. La notizia ha suscitato vivo allarme nella popolazione, specie tra le mamme con bambini in età scolare. Presi d’assalto gli ambulatori dei medici di base, i centralini dell’ospedale, del Distretto sanitario e dell’Ufficio di Igiene Pubblica di Corleone. Prese d’assalto anche le farmacie per l’acquisto dell’antibiotico specifico. Per tranquillizzare i genitori degli alunni e l’intera popolazione, nella tarda mattinata di venerdì è stato diffuso un comunicato dall’Ufficio di Igiene Pubblica, dal Distretto Sanitario e dall’Associazione dei Medici di famiglia. «In ordine al recente caso di meningite – c’era scritto - è stata già attuata in forma cautelativa la profilassi antibiotica nei confronti dei conviventi stretti dell’ammalata. La terapia non va somministrata a chi ha avuto contatti occasionali: parenti amici e conoscenti». Si ribadiva, in sostanza, che non esisteva nessun pericolo di epidemia e che le strutture sanitarie avevano già adottato tutte le misure del caso. Su disposizione del Comune di Corleone, ieri sono rimaste chiuse tutte le scuole e si è provveduto alla disinfestazione e all’igienizzazione dei locali. Lunedì, comunque, dovrebbero riprendere regolarmente le lezioni.
Dino Paternostro

Corleone. Meningite da pneumococco la probabile causa della morte di una giovane

di Cosmo Di Carlo
Stupore, paura e grande emozione ha suscitato la morte causata probabilmente da una meningite da pneumococco di una giovane signora corleonese di 31 anni, Giovanna Vasi, sposata e madre di un bambino di 5 anni, che frequenta uno degli asili comunali.
La donna si era sentita male la sera di mercoledì scorso, quando aveva avvertito i primi sintomi della malattia: febbre alta e lancinanti dolori alla testa. I familiari hanno chiamato il 118 e con un’ambulanza la donna è stata portata al pronto soccorso dell’Ospedale dei Bianchi: Qui è stata prontamente soccorsa dai medici del nosocomio, che in considerazione della gravità del male ne hanno disposto il trasferimento presso l’unità di rianimazione e terapia intensiva dell’Ospedale Civico di Palermo. La notizia dell’evento ha suscitato allarme tra i cittadini e paura tra le mamme con bambini in età scolare. Presi d’assalto gli ambulatori dei medici di base, i centralini dell’ospedale, dei servizi territoriali e dell’Ufficio di Igiene Pubblica del distretto n° 5 di Corleone. Ieri mattina, per tranquillizzare i genitori degli alunni, il dottor Michele Musacchia, responsabile dell’Ufficio di Igiene Pubblica, ed il sindaco Nino Iannazzo hanno incontrato, con il dirigente scolastico Leoluca Sciortino, i familiari dei ragazzi per tranquillizzarli. “L’evento non è avvenuto in ambiente scolastico né in un ambiente di lavoro e si tratta di un caso sporadico – ha spiegato il dottor Michele Musacchia – tutti coloro che hanno avuto contatti diretti sono stati trattati secondo il protocollo previsto e non esiste nessun rischio per la popolazione”. Nella tarda mattinata è stato diffuso un comunicato dall’Ufficio di Igiene Pubblica nel quale si leggeva: “In ordine al recente caso di Meningite si comunica che è stata già attuata in forma cautelativa la profilassi antibiotica nei confronti dei conviventi stretti dell’ammalata e che la terapia non va somministrata a chi ha avuto contatti occasionali: parenti amici conoscenti”. Si ribadiva che non esisteva nessun allarme di epidemia e che le strutture sanitarie avevano già adottato tutte le misure del caso. Il comunicato è stato firmato dal vicedirettore del Distretto dottor Liborio Moscato, dal dottor Michele Musacchia, dalla dottoressa Giuseppina Calia e per i medici di base dal dottor Angelo Dragna. Mentre dal comune il sindaco rendeva noto di aver disposto la disinfestazione e l’igienizzazione di tutti i locali scolastici. La giovane donna è morta all’Ospedale Civico alle ore 9 di ieri mattina. Dai primi esami sembra che non si sia trattato di una meningite da meningococco di tipo “C”, ma da pneumococco. La salma della giovane è arrivata nella serata di ieri in città. I funerali si svolgeranno oggi alle 10,30 nella Chiesa Madre. (*CO:DI:*)

venerdì 6 febbraio 2009

Il Cimitero di Piana degli Albanesi non può essere un grande affare speculativo

di Giancarlo Cuccia
La nostra proposta è semplice. Mantenere pubblico il cimitero, garantendo pari trattamento per tutti i cittadini. Storicamente la gestione pubblica del cimitero di Piana ha garantito pari dignità ai cittadini, annullando innanzi alla morte le differenze sociali ed economiche e ciò lo dimostra l'uniforme composizione strutturale e l'assenza di tombe gentilizie. In questi anni l'Amministrazione di centrodestra ha di proposito trascurato il Cimitero di Piana per motivare la cessione dello stesso ad un soggetto privato. Si sono ereditati dalla passata amministrazione oltre 400 loculi e in questi anni non si ha avuta l'accortezza di programmare la costruzione di nuovi loculi, ma si è cercato solo di tamponare il problema con costruzioni di blocchi da 40 loculi alla volta, che hanno causato numerosi disservizi. Infatti in questi ultimi due anni le salme sono state accantonate in maniera provvisoria nei loculi di proprietà della Società Agricola per poi essere spostate nei loculi manmano costruiti con notevoli disagi per i familiari. Pertanto l'emergenza delle salme accantonate è stata costruita ad arte dal Sindaco per giustificare il processo di privatizzazione.E in più le somme entrate dalla vendita dei loculi non sono state accantonate in capitoli di bilancio con la finalità di costruire altri loculi, ma sono stati sperperati in altre attività.Noi come Opposizione consiliare abbiamo proposto una soluzione semplice:La mortalità media nel nostro paese è di circa 80-90 persone all'anno.Per costruire 80-90 loculi servono circa 100.000 euro.Basterebbe:1. utilizzare la somma di 60.000 euro annui che il Comune vuole dare alla ditta privata per la gestione del Cimitero per la costruzione di nuovi loculi;2. adeguare il costo del loculo per i cittadini a 800-900 euro;3. accantonare i soldi derivati dalla vendita dei loculi in appositi capitoli di bilancio da utilizzare per la realizzazione di nuovi loculi;4. che si intervenga nella parte vecchia del cimitero, recuperando i loculi.E' assurdo che la nostra Amministrazione impieghi 66.000 euro per pagare due consulenti per il nostro Comune che ricoprono incarichi di competenza degli Assessori e dei Dirigenti del Comune, che già sono pagati per svolgere queste funzioni. Basterebbe impiegare questa somma riservata ai consulenti per avere un Cimitero efficiente, visto che un servizio come quello del cimitero è da considerare fondamentale e utile per la cittadinanza e non è semplicemente un costo di cui liberarsi come vuole fare credere la maggioranza di centrodestra.
"PROJECT FINANCING CIMITERO COMUNALE DI PIANA DEGLI ALBANESI

Ecco schematicamente cosa prevede: DURATA DELLA CONCESSIONE: 22 ANNI LOCULO PER I CITTADINI RESIDENTI; COSTO PREVISTO PER I PRIMI DUE ANNI: 1.100 euro(attualmente con la gestione pubblica costa 544,88 euro); COSTO PREVISTO A PARTIRE DAL TERZO ANNO: 1.540 euro con successivo adeguamento in base all'inflazione.
LOCULO PER I CITTADINI NON RESIDENTICOSTO PREVISTO PER I PRIMI DUE ANNI: 3.465 euro (attualmente con la gestione pubblica costa 1060,88 euro) COSTO PREVISTO A PARTIRE DAL TERZO ANNO: 4.180 euro con successivo adeguamento in base all'inflazione.COSTO PER ALLESTIMENTO DEI LOCULI (portafiori, portafoto, scritte e rifinitura)COSTO IMPOSTO DALLA DITTA IN REGIME DI MONOPOLIO 1044 euro più adeguamento in base all'inflazione. A fronte di un attuale regime di concorrenza che porta il prezzo di mercato attorno ai 600 euro.COSTO INSTALLAZIONE DELLL'ILLUMINAZIONE VOTIVACOSTO IMPOSTO DALLA DITTA 84 euro più adeguamento in base all'inflazione.A fronte di un attuale prezzo di 17 euro.IN PIU' L'AMMINISTRAZIONE DA UN COMPENSO DI 60.000 EURO ANNUI ALLA DITTA CHE GESTIRA' IL CIMITERO (PIU' L'ADEGUAMENTO IN BASE ALL'INFLAZIONE).IN PIU' IL COMUNE SI IMPEGNA A DEFINIRE A PROPRIE SPESE GLI ESPROPRI DELLE AREE, DI INDIVIDUARE E BONIFICARE CON DEMOLIZIONI, SISTEMAZIONE ESTERNA, ESTUMULAZIONE E SUCCESSIVE TUMULAZIONI, LE AREE DEL VECCHIO CIMITERO OGGETTO DI INTERVENTO ASSEGNANDOLI AL CONCESSIONARIO.IN PIU' LA CUSTODIA DEL CIMITERO RIMANE A CARICO DEL COMUNE.

DATI PRESI DALLA BOZZA DI CONVENZIONE

06 febbraio, 2009

mercoledì 4 febbraio 2009

Stretta sul carcere duro ai mafiosi. Voto bipartisan al Senato

A grande maggioranza passa la modifica che inasprisce l'isolamento ai boss. L'interpretazione permissiva finora applicata ha cancellato il 41bis a più di 500 detenuti
ROMA - Maggioranza e minoranza insieme per il carcere duro ai mafiosi. Con cinque soli voti contrari e 14 astenuti, il Senato ha approvato a larghissima maggioranza (249 favorevoli) il giro di vite sul 41bis contenuto nel ddl sicurezza. L'inasprimento della norma aumenta a quattro anni la durata dei provvedimenti restrittivi e corregge le disfunsioni di una legge che aveva costretto i magistrati di sorveglianza a cancellare a un numero sempre maggiore di carcerati i pesanti limiti previsti per i delinquenti affiliati alla malavita organizzata. Carlo Vizzini, presidente della Commissione affari costituzionali, è stato uno dei firmatari dell'emendamento: "Era indispensabile irrigidire il regime penitenziario: seppure al 41bis, i mafiosi continuavano a gestire il malaffare dall'interno del carcere". La modifica al progetto governativo sulla sicurezza era stata annunciata dal ministro alla Giustizia Angelino Alfano. "Bisogna risolvere le carenze dovute alle interpretazioni della legge che spesso hanno determinato la fine dell'applicazione per molti detenuti", aveva scritto in una nota ufficiale il Guardasigilli. L'allarme era stato lanciato da Repubblica. Nei primi sei mesi 2008, trentasette padrini hanno lasciato le celle del 41 bis: Giuseppe La Mattina, uno dei mafiosi che uccise il giudice Paolo Borsellino; Giuseppe Barranca e Gioacchino Calabrò, che si occuparono degli eccidi del 1993, fra Roma, Milano e Firenze; Antonino Madonia, il capofamiglia di Palermo Resuttana che in gioventù assassinò, fra tanti, il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa e il commissario Ninni Cassarà. A luglio 2008, sono tornati al ruolo di detenuti semplici, il 6,5 per cento dei detenuti sottoposti al 41bis, 566 reclusi distribuiti in 12 istituti penitenziari.
(La Repubblica, 4 febbraio 2009)

martedì 3 febbraio 2009

Piana degli Albanesi (Palermo). Bocconi avvelenati, ecatombe di animali

Da venerdì scorso il territorio comunale di Piana degli Albanesi è cosparso di bocconi avvelenati che già in cinque giorni hanno fatto numerose vittime tra i cani e i gatti randagi e padronali. La moria degli animali e lo spargimento a tappeto del veleno nella pubblica via, fenomeno diffuso in tutta la provincia di Palermo, in quest'ultimo caso ha assunto dimensioni allarmanti. Sono stati gli stessi cittadini di Piana a denunciare alla LAV l'incredibile ecatombe di animali ed a tutt'oggi il ritrovamento fin sull'uscio della propria casa di numerose carcasse di animali. Per alcune di queste sarà l'Istituto Zooprofilattico di Palermo, tramite esame autoptico, a stabilire il tipo di veleno usato. La LAV ha scritto al Sindaco di Piana degli Albanesi per chiedere dei provvedimenti urgenti che mettano in sicurezza gli animali, ma anche gli stessi cittadini, poiché è noto che i casi di avvelenamento di randagi non sono solo un esempio di intolleranza e maltrattamento di animali, perseguibile per legge, ma costituiscono anche un serio problema di sicurezza pubblica. Un tale spargimento di veleno, sia dentro che fuori il centro urbano, impone un intervento immediato come prescritto dall' Ordinanza Ministero del Lavoro, della Salute e delle Politiche Sociali del 18 dicembre 2008 "Norme sul divieto di utilizzo e di detenzione di esche o di bocconi avvelenati." Nell'Ordinanza, il Sindaco, in caso di episodi di avvelenamento anche solo sospetto, deve dare immediate disposizioni per l'apertura di una indagine, da effettuare in collaborazione con le altre Autorità competenti. Qualora venga accertata la presenza di bocconi o esche contenenti sostanze tossiche o nocive e/o la loro ingestione deve provvede ad attivare tutte le iniziative necessarie alla bonifica dell'area interessata. Entro 48 ore dall'accertamento della violazione deve provvedere ad individuare le modalità di bonifica del terreno e del luogo interessato dall'avvelenamento, prevedendone la segnalazione con apposita cartellonistica nonché a intensificare i controlli da parte delle Autorità preposte.
"Quanto successo a Piana è intollerabile e rende l'idea di come un atto grave come lo spargimento di veleni nella pubblica via sia diventata una pratica quasi quotidiana e purtroppo sottovalutata dalle Istituzioni. – dichiara Marcella Porpora, Coordinatrice regionale LAV Sicilia -. Oltre ad aver scritto al Sindaco di Piana degli Albanesi perché attivi gli immediati interventi previsti dall'Ordinanza Ministeriale, abbiamo scritto al Prefetto di Palermo affinché istituisca un Tavolo tecnico al fine di contrastare in maniera efficace ed organizzata il fenomeno dello spargimento di bocconi avvelenati e di mettere in sicurezza animali e persone." L' Ordinanza prevede, infatti, l'istituzione di un Tavolo tecnico di coordinamento presso la Prefettura per la gestione degli interventi da effettuare e per il monitoraggio del fenomeno. Il Tavolo tecnico, coordinato dal Prefetto o da un suo rappresentante, deve essere composto da un rappresentante della Provincia, dai Sindaci delle aree interessate e da rappresentanti dei Servizi Veterinari delle Aziende Sanitarie Locali, del Corpo Forestale dello Stato, degli Istituti Zooprofilattici Sperimentali competenti per territorio, delle Guardie zoofile e delle Forze di Polizia locali.
Palermo, 03.02.2009

PER UNA RELIGIONE CIVILE

di Francesco Palazzo
Recentemente si è avviato il dibattito su come i cattolici italiani possono contribuire alla realizzazione di una religione civile. Intesa, quest´ultima, come principio unificatore, non confessionale, di un popolo. Una sorta di etica pubblica condivisa. Parlare di cattolicesimo italiano, come se fosse un blocco monolitico, può essere fuorviante. Occorre guardare da vicino le singole realtà regionali per farsi un´idea meno approssimativa. Concentriamoci sulla Sicilia. Sul piano teorico si possono avanzare tante considerazioni. Può essere, però, utile riferirsi a due casi concreti e recenti. Ciò consente di allargare subito il campo dal cattolicesimo al cristianesimo e di comparare due modi diversi di porsi nei confronti della società dei due spezzoni fondamentali del cristianesimo: quello cattolico e quello protestante. Cominciamo dal primo. Abbiamo appreso che l´arcivescovo di Palermo, durante un incontro con il rettore dell´ateneo del capoluogo, svoltosi qualche giorno dopo l´epifania, ha chiesto, per gli universitari, l´apertura al culto della cappella di S. Giuseppe, che si trova presso la facoltà di giurisprudenza, e l´individuazione di un simile presidio di fede in viale delle Scienze, dove sorge il principale polo dell´università palermitana. Entriamo nel merito. Se la religione cattolica fosse minoritaria, agente in territorio nemico, povera, il suo massimo rappresentante in città avrebbe tutta la necessità nel chiedere siti dove esercitare il culto. Si da, però, il caso, evidente a chi conosca anche solo superficialmente il centro antico di Palermo, che la zona compresa tra la facoltà di giurisprudenza e viale delle Scienze è piena di chiese cattoliche. Peraltro, nella stessa area si trovano pure la cattedrale, la curia, il seminario e la facoltà teologica. Posti che, in quanto a spazi per riti liturgici o incontri di altro tipo, potrebbero semmai ospitare altri che ne fossero sprovvisti. C´è anche da valutare la laicità dei luoghi pubblici. L´università è il luogo del sapere. Funzione che dovrebbe contemplare l´universalità e non sposarsi con frammenti, seppure maggioritari, come la chiesa cattolica. Infine. Perché i cattolici hanno sempre questa impellenza di chiedere pur avendo e ricevendo già in sovrabbondanza? Ci pare, quella descritta, una strada che difficilmente può portare alla creazione di una religione civile. Perché mostra una chiesa più attenta ad aumentare la quantità dei riti, delle strutture per sé e non la qualità della sobria contaminazione con il tessuto sociale. Guardiamo il versante protestante. Nella prima domenica di ogni mese, i Valdesi celebrano la cena del Signore. Non ci sono trasformazioni di sostanze, il pane e il vino rimangono tali. E´ un memoriale, vuole sottolineare la presenza del Cristo e la comunione con lui. A noi importa il modo con cui la chiesa Valdese vive tale momento. Ci interessa perché indica un possibile percorso, tra i tanti, verso una religione civile. Le parole del pastore Giuseppe Ficara, durante la celebrazione del 4 gennaio, nel tempio che sorge nel centro di Palermo, sono state le seguenti. "La tavola è apparecchiata, questa non è la cena dei valdesi, dei credenti, di alcuni e alcune, ma la cena del Signore, aperta a tutti, è lui che ci invita, avvicinatevi". Si rimane colpiti nel profondo. Ci troviamo di fronte a una chiesa che dona e non chiede. Che accoglie e non discrimina. Che, pur essendo estremamente povera di mezzi, non ne domanda, ma estende a tutti quel poco che ha. Che pone, perciò, le basi per un discorso comune e non per ragionamenti di parte. In tal modo i Valdesi contribuiscono alla formazione di una cittadinanza responsabile, che potrebbe essere una traduzione della religione civile di cui parliamo. L´esortare tutti ad avvicinarsi per condividere qualcosa di cui nessuno è padrone, ma tutti responsabili e chiamati, stimola a una cittadinanza attiva e attenta nei confronti di quanti gestiscono la cosa pubblica. E ciò proprio perché insegna a non attendere passivi dal potere, religioso o civile che sia, un qualcosa che spetta in quanto esseri umani partecipanti liberamente a un´assemblea comune. Sono due esempi minimi. Ma a volte, partendo dal piccolo, si possono meglio osservare e capire i grandi processi.
Da "Centonove", 30.1.09

Al via il progetto formativo-culturale per comunicatori sociali "Giorgio Bonelli"

La comunicazione sociale e l’editoria del Terzo settore rappresentano realtà di interesse crescente. Contemporaneamente nei media si sta facendo strada una maggiore sensibilità verso i temi e le problematiche sociali. Sono nuove frontiere nelle quali tanti giovani si stanno sperimentando.Pensando a queste nuove sfide il Forum Permanente del Terzo Settore, parte sociale riconosciuta cui aderiscono le principali realtà del mondo del Volontariato, dell’Associazionismo, della Cooperazione Sociale, della Solidarietà Internazionale, della Finanza Etica e del Commercio Equo e Solidale, si è fatto promotore di un progetto dedicato alla formazione dei giovani che vogliono intraprendere la professione di “comunicatori sociali”. Il Progetto è intitolato a Giorgio Bonelli, per 40 anni capo ufficio stampa delle Acli, decano del giornalismo associativo, membro della Giunta esecutiva dell’Associazione Stampa Romana e tra i promotori della riforma dell’accesso alla professione giornalistica, scomparso nel dicembre 2003.Con questo Progetto formativo, il Forum Permanente del Terzo Settore intende valorizzare il patrimonio culturale e professionale di cui Giorgio Bonelli era portatore.

Obiettivi e ambiti di attività. Il progetto è finalizzato a favorire concrete occasioni formative a persone fortemente motivate ad una formazione specifica nel settore non profit e all’apprendimento di tecniche e di metodologie di lavoro nell’ambito della Comunicazione e Informazione del Terzo Settore. Gli ambiti di attività interessati sono:
1. Uffici stampa e strutture di comunicazione ed editoria di organizzazioni aderenti al Forum del Terzo Settore o coinvolte nel progetto;
2. Redazioni di testate di informazione sociale di organizzazioni aderenti al Forum del Terzo Settore o coinvolte nel progetto.

Destinatari. La IV edizione del Progetto “Giorgio Bonelli” prevede tre profili:
A. 2 stage di “aggiornamento sociale” per giornalisti pubblicisti o professionistiB. 8 stage formativi per giovani neo laureati (laurea di base, magistrale o vecchio ordinamento) di cui:
tre aperti a tutti i laureati;
cinque riservati ai laureati associati Arca-Enel;
C. 10 stage per studenti iscritti al corso di laurea magistrale che daranno diritto a crediti formativi, di cui:
cinque aperti unicamente agli studenti iscritti alle Facoltà e Corsi di Laurea di Scienze della Comunicazione dell’Università “Sapienza” di Roma, e delle Università degli studi di Bologna, Padova, Pisa e Sassari, del corso di Laurea in Comunicazione per le Istituzioni e le Imprese presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell'Università di Torino e dei Corsi di Laurea in Comunicazione pubblica e d'impresa e in Comunicazione politica e sociale dell’Università di Milano
cinque riservati agli studenti associati Arca-Enel, iscritti a qualunque Corso di Laurea, purchè con i requisiti previsti al capitolo Requisiti per il profilo C

Requisiti. Sono condizioni necessarie di partecipazione: Per il profilo A essere iscritto all’Ordine dei giornalisti alla data di pubblicazione del bando (10 dicembre 2008), senza limiti di età; Per il profilo B essere laureato (laurea di base, magistrale o vecchio ordinamento) alla data di pubblicazione del bando (9 dicembre 2008), avere meno di 28 anni alla data indicata del termine di partecipazione ed essere in possesso di una conoscenza informatica di base. Per il profilo C essere iscritti alla data di pubblicazione del bando (9 dicembre 2008) a uno dei corsi di laurea previsti al capitolo Destinatari, avere meno di 28 anni alla data indicata del termine di partecipazione ed essere in possesso di una conoscenza informatica di base. Non sono ammesse candidature di studenti iscritti al Vecchio Ordinamento. Nel caso in cui un candidato, iscrivendosi al profilo C, si laurei nel periodo precedente all’attivazione dello stage, non passerà di profilo.

Beneficiari ARCA (solo per i profili B e C). Sono ammessi a concorrere al bando i figli a carico e quelli non a carico (purché conviventi) dei soci ordinari, gli equiparati ai figli ai sensi di legge, gli orfani dei soci ordinari deceduti per cause di servizio, i figli dei soci ordinari cessati dal servizio per infortunio sul lavoro o malattia professionale, riconosciuti totalmente inabili a proficuo lavoro da parte del Fondo di Previdenza Elettrici, dell'INPDAP o INAIL. Domande di partecipazione


Per partecipare occorre:

- compilare il modulo pubblicato sul sito www.forumterzosettore.it/progettobonelli/ allegando un file con un dettagliato curriculum vitae ed eventualmente un file con una breve lettera di motivazione.E’ possibile presentare domanda per uno solo dei profili, pena la esclusione.Il candidato riceverà a mezzo posta elettronica conferma dell’avvenuta ricezione della domanda di partecipazione.
In caso di mancata ricezione entro 48 h. dalla compilazione del modulo sul sito si prega di contattare la Segreteria Organizzativa del Progetto (cfr. riferimenti in fondo al Bando).

Tutti i dati che verranno raccolti saranno utilizzati esclusivamente per le finalità previste dal presente Bando e con le modalità previste dal Dlgs 196/2003.

Durata e modalità. Gli stage prevedono un monte di 310 ore da svolgersi in tre mesi. Lo stage comprende una borsa di studio di 1.000,00 (mille) euro lordi per ciascun candidato ammesso per il profilo A e B; gli studenti del profilo C acquisiranno crediti formativi (per gli associati Arca-Enel è prevista l’erogazione della borsa di studio anche per il profilo C e crediti formativi a discrezione delle Università frequentate). L’erogazione della borsa di studio e dei crediti formativi avverrà al termine dello stage.Gli stage potranno prendere avvio a partire dal mese di aprile 2009. Tempi e modalità saranno stabiliti dall’organizzazione ospitante, l’inadempimento di questi termini comporterà l’interruzione dello stage e la perdita della borsa di studio e dei crediti formativi.I candidati selezionati, oltre a seguire la pratica quotidiana dell’attività degli uffici stampa e Comunicazione della Redazione in cui sono inseriti, saranno invitati a seguire le iniziative culturali attivate dal progetto stesso.A tutti i vincitori sarà anche consegnata una copia della nuova edizione completa dell’Agenda del Giornalista.


Ammissione. Una apposita commissione valuterà domande e curricula dei candidati.I candidati idonei potranno essere successivamente chiamati per un colloquio motivazionale per completare le informazioni relative alla selezione.I vincitori del bando saranno informati a mezzo telefonico e/o posta elettronica.


Termini di partecipazione. Le domande di partecipazione dovranno essere compilate entro e non oltre il 13 marzo 2009 secondo la modalità indicata nel sito www.forumterzosettore.it/progettobonelli

Rinuncia
Al candidato selezionato sarà proposta una sola sede dove svolgere lo stage, e qualora vi rinunciasse perderà, salvo seri e documentati motivi, il diritto allo stage e di conseguenza la borsa di studio e tutti i premi annessi.Luogo svolgimento stageNei limiti delle possibilità gli stage si svolgeranno nella regione di residenza o di domicilio indicata dai candidati all’interno della domanda o segnalata nel corso dei colloqui orientativi. Per informazioni
Segreteria Organizzativa "Progetto Bonelli”
tel 06 68.13.68.44 fax 06 68.59.522 (lunedì-venerdì h. 10:30-13:30)e-mail: progettobonelli@forumterzosettore.it

lunedì 2 febbraio 2009

La giornata della memoria promossa da Libera e da Avviso Pubblico. Verso il 21 marzo a Napoli

Le fatture sbagliate di "Acque Potabili Siciliane". "Pronti alle rettifiche"

Palermo, 2 febbraio 2009 – Acque potabili siciliane, società del gruppo Acque potabili Torino, gestore dell’Ato idrico Palermo 1, a seguito dell’approvazione della struttura tariffaria da parte della Conferenza dei sindaci, ha inviato nelle scorse settimane le prime 19 mila fatture a conguaglio ad altrettanti utenti dei 26 Comuni prima serviti dall’Eas, mentre a 9 mila utenti, i cui contatori sono risultati guasti, la fattura sarà inviata solo dopo un nuovo calcolo basato sui consumi medi per tipologia di consumo e si procederà a breve con la sostituzione del misuratore. Il 2% di queste 19 mila fatture, pari a circa 400 casi, ha evidenziato errori dovuti, nella maggior parte dei casi, a dati sbagliati comunicati dall’Eas ad Aps, relativi alle precedenti letture del triennio 2004-2006. Sono state riscontrate anche perdite a valle del contatore mai registrate prima o in altri casi vi è il sospetto che il contatore sia guasto. E’ anche vero che le verifiche hanno consentito di mettere in luce casi limite, come utenze registrate a suo tempo come residenze domestiche e allacciate invece a caseifici, oppure condomini con dieci appartamenti che indicano consumi pari a zero. L’area Clienti di Aps sta provvedendo alle necessarie verifiche e, laddove siano dimostrati errori imputabili alle passate comunicazioni dell’Eas, emetterà nuove fatture corrette. Qualora l’errore accertato dipendesse da guasto del contatore, l’apparecchio sarà sostituito a breve e il pregresso consumo sarà regolarizzato a transazione. Aps invita gli utenti che presumano di ritrovarsi in queste situazioni, a rivolgersi agli sportelli sul territorio per segnalare le presunte anomalie e a richiedere la verifica.

domenica 1 febbraio 2009

Sicilia, radiografia di due delitti di mafia, celati dal cono d’ombra. Intervista a Carlo Ruta.

di Gianluca Floridia
Attraverso una inedita investigazione dei delitti Tumino e Spampinato, lo storico, con Segreto di mafia, illumina gli scenari in ombra dell’est siciliano nei primi anni settanta, quando Catania costituiva, per numeri, la capitale del neofascismo italiano e l’isola tutta una sponda strategica del regime greco dei colonnelli.

È il caso di delineare anzitutto lo sfondo. Cosa rappresentava l’est siciliano negli ultimi anni sessanta e all’imbocco del decennio successivo?
Negli anni sessanta Catania veniva chiamata la Milano del sud. Siracusa e Ragusa venivano reputate le province più amene dell’isola. L’intera fascia ionica, da Messina agli Iblei, veniva considerata, per tradizione, priva di fenomeni mafiosi. In realtà, relativamente a quel decennio, la situazione era ben complessa. Dopo la chiusura del porto franco di Tangeri, nel 1960, la mafia siciliana aveva sottratto ai marsigliesi il predominio internazionale del contrabbando dei tabacchi lavorati. Malgrado i deficit di radicamento, aveva quindi dovuto rendere l’est della Sicilia un territorio pienamente operativo, per due ragioni: la maggiore vicinanza dalle nuove sedi di deposito, localizzate di massima lungo le coste iugoslave, albanesi e greche; la buona reputazione di cui godeva l’area, che rendeva le coste maggiormente permeabili, ai fini degli sbarchi.

Cosa costituiva l’area iblea per Cosa Nostra?
La provincia ragusana poté godere, per certi versi, di uno «statuto» a sé. Pur mancante infatti di una tradizione, di una organizzazione di affiliati, propriamente detta, divenne un’area di rilievo strategico, in virtù della sicurezza inusuale dei suoi litorali. Se le province di Siracusa e Messina, prive di famiglie organizzate, per ragioni di contiguità territoriale, vennero poste allora sotto l’autorità del boss catanese Giuseppe Calderone, il territorio ibleo, al pari di alcune aree campane, finì sotto la diretta «giurisdizione» dei boss contrabbandieri di Palermo, che ne fecero una sorta di enclave, amministrato localmente dal boss vittoriese Giuseppe Cirasa. E le presenze nell’Ippari, lungo gli anni settanta e ottanta, di personaggi come i Rimi di Trapani, i Greco di Palermo, i cugini Salvo di Salemi, il vice capo della commissione Girolamo Teresi, ne furono un significativo risvolto.

Fatta questa premessa, circa i caratteri del cono d’ombra, andiamo allo specifico dei due delitti del 1972. Da un'ampia sequela di indizi esposti in Segreto di mafia, emerge che l’uccisione dell’ingegnere Angelo Tumino, palazzinaro e viveur ragusano di una certa fama, potè essere originato da uno sgarro, sullo sfondo dei contatti che il medesimo, grosso collezionista d’arte, aveva stabilito con il mercato illegale, sotto l'egida dei boss contrabbandieri che operavano nell’area. Tumino era allora un colluso o una vittima?
Dai dati disponibili non emerge che l'ingegnere fosse un colluso: che fosse uso, per esempio, a ricevere regalie in cambio di favori. Né del resto era in condizione di farne, perché prese a interessarsi di cose d'arte negli ultimi tre-quattro anni della sua vita, quando non ricopriva cariche pubbliche, aveva ridotto notevolmente i propri impegni nell'edilizia residenziale, si era pressoché ritirato dalla vita mondana, recava infine un figlio da accudire, nato da una relazione occasionale. Tanti elementi fanno evincere piuttosto che Tumino, nel momento più gramo della sua carriera, si introdusse nel mercato illegale da privato, convinto che con la mafia si potessero fare affari senza rischi. E con buona probabilità, proprio la convinzione di avere a che fare con contraenti normali, tale da fargli sentire normale pure la vicinanza di un pluripregiudicato come Giovanni Cutrone, che si qualificava come esperto d’arte, gli fu fatale. L’ingegnere non dovette calcolare a sufficienza che l’insorgere di un qualsiasi contenzioso lo avrebbe esposto al rischio di vita. In definitiva, non doveva conoscere a fondo la mafia. E anche questo comprova che, per quanto disinvolto nel condurre i propri affari, non poteva esserne autenticamente colluso.

Come si pone in tale quadro la figura di Roberto Campria, figlio del presidente del tribunale di Ragusa e grande amico di Tumino? Fu un colluso o una vittima?
L'ipotesi che il giovane Campria fosse un colluso appare anch’essa inattendibile. Con buona probabilità, non lo fu in nessun passaggio della vicenda. Era un giovane problematico, recante una personalità fragile. Si ritrovò, verosimilmente, nella medesima condizione del Tumino, perché a questo si accompagnava, seguendone le movenze e gli stili. Di certo conosceva le cose del passato recente, per esserne stato testimone. Non poteva essere quindi all’oscuro delle ragioni per le quali il suo amico era stato ucciso. E già una cosa del genere, tenuto conto del carattere e soprattutto dello status del Campria, che non poteva essere appunto quello di un colluso, dovette bastare a mettere in allarme gli uccisori del palazzinaro. In definitiva, a prescindere da tutto, esistevano le condizioni perché il giovane fosse tenuto sotto osservazione. Ma numerosi fatti, dal 25 febbraio 1972 in avanti, testimoniano che la situazione dovette essere ben più complessa. Il figlio del magistrato non recava le movenze di chi conosce solo le esteriorità e gli antecedenti di una storia. Sin dai primi momenti si mosse goffamente, manifestando atteggiamenti che destarono sospetti. Circa gli spostamenti nel giorno del delitto, di cui diede testimonianza appena un giorno dopo, fu inoltre sconfessato clamorosamente da una testimone, Elisa Ilea, le cui parole, se meglio considerate, avrebbero potuto costituire il punto di svolta dell’intera inchiesta giudiziaria. Le movenze del Campria erano in sostanza quelle di chi interagisce con gli eventi in modo sincrono, muovendosi magari con difficoltà, ma con una forte cognizione delle cose.

Il figlio del giudice poté avere responsabilità dirette riguardo alla morte dell’ingegnere?
Il sospetto, emerso sin da subito, rimane fino a oggi privo di riscontri e manifesta delle incongruenze. È invece altamente verosimile che Campria fosse presente, quale testimone involontario, sulla scena dell’uccisione oppure ad eventi direttamente collegati al delitto. In tutti i casi, le conoscenze del medesimo, del presente più che delle cose passate, del delitto più che degli eventi scatenanti, dovettero creare non poca inquietudine negli uccisori di Tumino, tanto più dopo l’irruzione in scena del giornalista Giovanni Spampinato, appena due giorni dopo il delitto.

Perché gli uccisori non provvidero a eliminare subito Campria, se ravvisarono nella sua persona un testimone scomodo e pericoloso?
Gl’indizi passati al vaglio suggeriscono una ipotesi congrua. L’eliminazione fisica del Campria avrebbe potuto avere effetti devastanti. Attraverso una sequela di messaggi depistanti, il caso Tumino era stato ricondotto, tanto in sede istruttoria quanto nelle voci della città, lungo tre percorsi alternativi, tutti inconsistenti: il delitto passionale, il regolamento di conti nell’ambito del commercio antiquario, il delitto per rapina. Ebbene, se dopo quel 25 febbraio fosse stato ucciso il figlio del più alto magistrato di Ragusa, le tre piste sarebbero sfumate in un baleno. A quel punto, la pista della grande criminalità sarebbe emersa clamorosamente e senza indugio. Il cono d’ombra del sud-est ne sarebbe uscito interamente illuminato, dieci anni prima che Giuseppe Fava, con l’esperienza de «I Siciliani», e poi con la sua morte, ne mettesse a nudo l’essenza, i traffici, i potentati occulti. Le strategie dell’ordine pubblico ne sarebbero potute uscire quindi rivedute, gli organici delle caserme rafforzati. In definitiva, i traffici che si svolgevano nell’area, garantiti fino allora dal mito della Sicilia senza mafia, di fatto da una impenetrabile sordina, sarebbero potuti finire in discussione, con effetti imponderabili.

Quale significato ebbe la presenza in scena di Giovanni Spampinato?
Con il breve scoop del 28 febbraio, il giornalista de «L’Ora» e de «L’Unità» non puntò sul Campria solo perché aveva saputo dell’interrogatorio cui era stato sottoposto il giovane la sera del 26. Oggi si conosce l’esito di quel colloquio. Si sa con certezza che il figlio del giudice non era stato ascoltato nelle vesti di persona sospettata. Spampinato aveva raccolto bensì il sospetto da una fonte di prim’ordine, costituita Mario Tumino, fratello del palazzinaro ucciso. E solo forte di tale aggancio decise di incalzare il Campria. L’informatore del cronista di certo non era a conoscenza dei rapporti che aveva intessuto il fratello con certi ambienti, ma, come emerge dalle sue deposizioni, aveva il sentore di qualcosa, che gli venne facile associare con le condotte anomale del Campria, del passato e del presente. Dal canto suo, Spampinato mancava di troppi tasselli per potersi orientare con pienezza. Colse tuttavia quel sentore, elaborò quel sospetto sul giovane, corroborato appunto dalle movenze goffe e incoerenti del medesimo nei giorni successivi al delitto.

Come poté essere avvertito l’impegno di Spampinato dagli uccisori di Tumino?
Di certo il cronista era finito su una pista pericolosa. Come emerge dalla lettera che inviò alla collega de «L’Ora» Angela Fais il 28 febbraio, dalla memoria che il 5 aprile indirizzò alla federazione del PCI di Ragusa e da alcune inchieste sullo squadrismo in Sicilia che uscirono sul quotidiano da fine febbraio a maggio, andava convincendosi che l’uccisione di Tumino fosse maturata nell’ambito di una trama che riuniva trafficanti d’arte ed eversori neofascisti. Ebbene, sulla scorta dei dati che si possiedono, tale ipotesi appare caduca. Pur non potendo recare alcuna cognizione dei fatti, il giornalista era tuttavia nel perimetro della verità, partecipando, si direbbe per induzione, a quella di cui era custode Campria. Al di là dei propri convincimenti, più di ogni altro, quindi, era nelle condizioni di svelare il segreto dell’uccisione del 25 febbraio. E tanto più lo divenne quando ebbe modo di interloquire di persona con il figlio del magistrato. In definitiva, più preoccupante della parola di Spampinato, dovette risultare il gesto. Prova ne è che il giornalista venne ucciso dopo che aveva smesso da mesi di scrivere sul caso.

Le inchieste di Spampinato sul caso Tumino quale impatto recavano sugli ambienti che avevano determinato il delitto del 25 febbraio?
Di certo, gli articoli usciti su «L’Ora» recavano uno rilievo a prescindere. Il cronista andava necessariamente a tentoni, sollecitato tuttavia da un sentire divergente che gli consentiva di slargare il circolo delle supposizioni. Nei suoi scritti, se non poteva offrire quindi risposte, poneva numerose domande, che, seppure in modo necessariamente largo, evocavano poteri occulti e criminali. Il primo sulla vicenda usciva con il seguente titolo: Delitto Tumino. Una pista è la mafia. E non si trattava evidentemente di una pista seguita dagli inquirenti, ma di una intuizione, per certi versi di un suggerimento investigativo. Il 28 aprile Spampinato dava conto delle tattiche di depistaggio in corso, che evocavano menti molto sofisticate, mentre scartava l’ipotesi del delitto per rapina. Nell’articolo del 7 luglio, quando l’inchiesta giudiziaria non faceva alcun passo in direzione del delitto organizzato, si chiedeva: «Come mai il corpo appariva rivestito e sistemato con cura? Poteva un uomo solo spostare il cadavere dell'ingegnere, che pesava più di cento chili?». Nelle inchieste che il giornalista andava conducendo in quei mesi, sulle trame neofasciste, erano inoltre costanti i riferimenti alle attività di contrabbando nel sud-est.

Ecco, le inchieste di Spampinato sull’eversione nera in Sicilia, che rilievo avevano?
Tali approfondimenti dovevano destare non poca preoccupazione, soprattutto negli ambiti di mafia. Con le sue denunce il giornalista finiva infatti con l’orientare l’attenzione pubblica, non soltanto siciliana, su un’area che doveva rimanere in ombra, con possibili pregiudizi per gli affari che vi si conducevano.

Esistevano in quegli anni degli accordi, tattici o strategici, fra eversori neri e mafia?
Gli obiettivi e le metodologie operative erano del tutto differenti. Il neofascismo faceva in quegli anni un gran rumore. E anche nell’est siciliano le cose andavano così. A Catania, divenuta in quegli anni la maggiore roccaforte italiana della destra con il 30 per cento dei voti al partito di Almirante, si giunse alla distruzione della federazione provinciale del Pci. A Siracusa fu un succedersi di attentati, soprattutto alle sedi della CGIL. Ragusa conobbe numerosi atti di squadrismo. Le operazioni di sbarco e di transito dei tabacchi lavorati, gestite dalla mafia, necessitavano invece del massimo di sordina. Si può quindi escludere che potessero esistere accordi strategici, o solo tattici, fra i boss del contrabbando e i neofascisti, tanto più nel «quieto» sud-est.

Dinanzi agli azzardi del giornalista come si poterono porre gli uccisori di Tumino?
Evidentemente, l'uccisione in stile mafioso del giornalista che indagava sulla vicenda avrebbe fatto in Italia un gran rumore, con l'effetto di mettere a repentaglio gli equilibri e i silenzi su cui reggevano il contrabbando e le connessioni del sud-est. Va ricordato d’altronde che appena due anni prima il rapimento del redattore de «L’Ora» Mauro De Mauro aveva destato indignazione in tutto il paese e aveva attratto cronisti da ogni parte del mondo. Si avrebbe potuto avere beninteso buon gioco nel depistare l'attenzione generale e le indagini in direzione del neofascismo su cui indagava il giornalista, ma le cose non sarebbero cambiate di tanto. Il clamore si sarebbe avuto a prescindere. La pista della mafia sarebbe potuta emergere ugualmente, pure avvalorata da talune intuizioni dello stesso Spampinato. Campria, che costituiva il punto più permeabile della vicenda, sarebbe potuto finire poi stretto d'assedio, da segmenti dell'informazione, dalla magistratura, con il rischio fondatissimo di un definitivo crollo. La storia è andata tuttavia diversamente, perché l’uccisione del cronista, compiuta da Campria nella notte del 27 ottobre 1972, è stata registrata come l’epilogo di una storia privata.

Su Segreto di mafia viene tuttavia documentata, sulla scena dell’uccisione, la presenza di un misterioso individuo. È la prova che anche nel caso di Giovanni Spampinato si trattò di un delitto organizzato?
Tale presenza sul luogo e nel momento dell’uccisione, avvenuta appunto in piena notte, costituisce evidentemente un dato importante, che pone numerosi interrogativi, cui non è possibile, al momento, dare risposte definitive. I dati che sono stati documentati legittimano comunque una lettura del delitto ben distante da quella emersa nei vari gradi del processo.
“L’Isola Possibile”. Rivista supplemento mensile de “Il Manifesto”, 28 gennaio 2009.

Petizione per i parcheggi nel centro storico

I sottoscritti commercianti del centro storico, vista la grave situazione economica in cui versano e la oggettiva difficoltà di potere esercitare la propria attività a causa anche del problema di parcheggio, e i sottoscritti cittadini che lamentano la grande difficoltà di poter esercitare il loro diritto di fruire dei servizi degli uffici comunali, dell’ufficio postale e dell’agenzia delle entrate, a causa della mancanza di aree a parcheggio che il centro storico nel suo complesso presenta, desiderano sottoporre alla SS.LL. la seguente soluzione: Dotare tutta la via Bentivegna, piazza Garibaldi, piazza Sant’Orsola e altre zone limitrofe collegate (opportunamente scelte secondo un ordinato piano traffico) di colonnine parchimetro a pagamento con la possibilità di temporizzazione differenziata. Tale soluzione offrirebbe la possibilità di un guadagno per il comune e tempi di sosta differenziati con spesa differenziata secondo le esigenze dei cittadini. Si chiede pertanto un incontro in tempi brevi con le SS.LL. per questa o altre soluzioni da concordare.
PER FIRMARE QUESTA PETIZIONE CI SI PUO' RIVOLGERE AL BAR RUGGIRELLO (VIA BENTIVEGNA)

sabato 31 gennaio 2009

Cracolici (Pd): "Siciliani, il Lombardo innovatore è un inganno. E il Pd così com'è non mi piace"

di Salvatore D'Anna
Qualcuno vuole fare passare il presidente della Regione Raffaele Lombardo come un politico innovatore, bloccato però da un parlamento che gli mette i bastoni tra le ruote. Per Antonello Cracolici, capogruppo del Pd all’Assemblea regionale siciliana, è un grande inganno. Lombardo è piuttosto un temporeggiatore, che trascina la sua esperienza di governo anche se non ha più una maggioranza che lo sostiene. Intervistato da SiciliaInformazioni Cracolici affronta i temi caldi della politica siciliana, non tralasciando di parlare del Pd, partito appena nato ma che “andrebbe rifatto”.


All’Assemblea regionale siciliana in questo momento regna la confusione. Mpa e governo da una parte, Pdl e Udc dall’altra. Il Pd sembra stare nel mezzo. Che sta succedendo?
La verità è una. La Sicilia in questi anni ha avuto una maggioranza che “gestiva” la Regione. Mai il centrodestra si era posto il problema di introdurre elementi di riforma nel sistema. Adesso stanno venendo i nodi al pettine: sanità, rifiuti, tra un po’ ne verranno altri, a partire dalla formazione professionale, la riforma della macchina della Regione che si è varata ma non è stata ancora attuata. Si sta manifestando in tutta la sua drammaticità che questa alleanza di centrodestra non ha un’idea comune su nulla. È una maggioranza che si è messa insieme nell’intento di gestire il potere. Quando il potere ha avuto bisogno, per essere gestito, di essere cambiato, si è innescato un cortocircuito. Sta crescendo, inoltre, un sentimento di litigiosità al loro interno che è difficile ricomporre.

Come si esce da questa situazione?
Mi pare che il presidente della Regione abbia un dovere. Lui non può continuare a galleggiare, non può pensare che questa sia la strada per andare avanti. Proseguire a tenere in vita un’alleanza che è in evidente stato di coma è da parte di Lombardo un atto di profonda irresponsabilità. La conseguenza è che da un mese e mezzo la giunta non viene convocata, e non esiste decisione su cui non si celebra uno scontro durissimo. Stanno paralizzando la Sicilia. Il presidente della Regione ha l’obbligo di dichiarare la fine politica di questa maggioranza, prendere atto che non esiste più e comportarsi di conseguenza. Non si può continuare a fare finta che quello che sta succedendo sia un semplice fuoco di paglia. La maggioranza è collassata perché i partiti di centrodestra non hanno un’idea comune su come gestire la Sicilia.

Il capogruppo dell’Udc all’Ars, l’onorevole Rudy Maira, l’ha attaccata dichiarando: “Cracolici non esercita il diritto che spetta alle opposizioni, quello di chiedere le dimissioni del capo del governo. Forse pensa a maggioranze variabili”.
È singolare che l’onorevole Maira dica a me di chiedere le dimissioni del presidente della Regione. Vista la situazione politica in atto, dovrebbe invece chiedere ai suoi assessori di riferimento di uscire dalla giunta. L’Udc forse pensa di mantenere il piede in due scarpe, gestendo da una parte e entrando in conflitto dall’altra. Questa è schizofrenia politica, recitare più parti all’interno di una commedia. Sono a sostegno del governo? Lo dimostrino. Sono in conflitto? Prendano atto di non fare più parte di questa maggioranza. Il Pd ha votato con il governo solo quei testi, come quello degli Ato, da noi stessi proposti. E aggiungo che in queste ore il problema non è chiedere le dimissioni di Lombardo, ma prendere atto che il presidente ha un governo espressione di una maggioranza che non c’è più, che non esiste. Forse la prima cosa che bisogna chiedere sono le dimissioni del governo.

Molti dei passi futuri di governo come l’approvazione del bilancio regionale, sono legati ai fondi Fas. Quanto “pesano” Lombardo e l’Mpa a Roma, dove fanno parte dell’esecutivo nazionale, alla luce di quanto accade oggi in Sicilia?
La situazione è tragicomica. C’è un presidente della Regione che rivendica l’autonomia, ma che ha legato il destino e le azioni del suo governo alle decisioni di Silvio Berlusconi, con la conseguenza che anche il potere di rappresentanza e di difesa degli interessi della Sicilia sono legati alla “generosità” del premier. Lombardo sta commettendo un tragico errore, cioè ritenere che il rapporto con lo Stato possa essere basato su questi presupposti. Io lo chiamo ascarismo, non rivendicazione dell’autonomia. L’Mpa sta indebolendo il profilo della Sicilia. Mai un governo aveva deciso di legare il suo Bilancio alle decisioni di quello nazionale. Lombardo, inoltre, prima critica le decisioni di Berlusconi, ma poi non fa mai mancare il suo voto al Parlamento nazionale. Questo mi pare trasformismo.

C’è chi vede Lombardo come l’uomo delle riforme. Lei che ne pensa?
Vedo un desiderio di riforme, ma anche una sostanziale paralisi nell’azione. Quello del presidente della Regione innovatore che viene bloccato da un parlamento conservatore è un grande inganno. Noi abbiamo in realtà un presidente che in questi otto mesi ha dimostrato di essere un temporeggiatore. L’unica decisione che assume è il rinvio di ogni decisione. Non c’è atto azione che non sia frutto di un’estenuante rinvio. Forse il presidente della Regione pensa che il tempo lo aiuti a stancare i suoi avversari. Questa tecnica non fa i conti con una regione che ha dei problemi che vanno affrontati e risolti subito.

Alcuni deputati del Pd, Apprendi e Barbagallo, hanno sollevato il problema dei costi della politica regionale, tra missioni e indennità ai deputati.
Le ragioni poste dall’onorevole Barbagallo non possono essere liquidate come demagogia. Ogni volta che viene posto un problema sulla sobrietà che il sistema politico ha il dovere di avere, c’è chi ritiene che porre questo tipo di tematiche sia pura demagogia. È un atteggiamento inaccettabile. Con altrettanta nettezza devo dire però che non mi convince anche chi di fatto favorisce una campagna tesa a rappresentare chi fa politica come una sorta di criminale. Le indennità che percepiscono i deputati regionali, equiparate a quelle dei senatori, sono state fissate da una legge istituita nel 1962. Non è una decisione presa di recente e costituisce un parametro, nel bene e nel male. E io dico “meno male!”. Se non ci fosse stata, nel corso di questi 47 anni chissà dove saremmo arrivati. Tra l’altro negli ultimi sei anni l’assemblea regionale non ha volutamente adeguato gli aumenti che si sono attuati in Senato, per cui oggi noi abbiamo delle indennità che sono inferiori a quello dei senatori. Rappresentare il tema dei costi della politica come un tema di chissà quale dimensione criminale non è corretto.

Resta comunque il fatto che le indennità per i deputati che fanno parte della commissioni esistono.
Credo che la politica debba dare un livello di accettabilità alle sue azioni. Barbagallo ha posto un esempio. Si può costituire una commissione, come quella dello Statuto, che si è riunita pochissime volte in sei mesi e dove ci sono delle indennità che i deputati che ne fanno parte percepiscono? Se le commissioni si fanno devono servire a qualcosa, non solo a elargire indennità. È un ragionamento che condivido.

A marzo ci saranno le primarie per scegliere il nuovo segretario regionale del Pd. Un partito unico, ma è innegabile che esistono due correnti, quella che fa riferimento agli ex diessini e quella che invece raccoglie gli uomini della Margherita. Lei come vive il Pd attuale?
Lo vivo male perché vedo dei pericolosi passi indietro. Non solo non c’è l’amalgama, ma addirittura vedo rischi di irrigidire dentro profili identitari ciò che era l’esperienza dei Ds e della Margherita. Io credo che bisogna rilanciare il progetto del Pd. Oserei dire che bisogna rifare il Pd, forse in Sicilia bisogna addirittura ancora farlo, superando alcune suggestioni e scorciatoie con cui abbiamo costruito il partito. Pensare che le primarie fossero il fine di questo partito e non un mezzo per selezionare la sua classe dirigente rischia di indebolirci. Le primarie durano un giorno. Bisogna fare politica, costruire consenso, fare sentire il partito come una comunità di valori, di idee condivise. Rischiamo invece di costruire un modello che è quello del “partito della domenica”, che si esalta il giorno delle primarie e poi negli altri giorni affida la sua politica a un ceto molto ristretto.

Ha nostalgia dei vecchi partiti?
Quel modello ideologico non esiste più. Penso che un partito oggi debba promuovere nella società un’idea condivisa delle soluzioni da dare ai problemi. Le modalità non devono essere per forza quelle del passato, penso a un luogo di appartenenza. Io adesso non la vedo, non solo nel Pd. Dobbiamo decidere cosa vogliamo. Ci muoviamo all’interno di dinamiche molto ampie, Stato, Ue, pensare di risolvere tutto con una verniciatina di sicilianismo non porta da nessuna parte. Dobbiamo rappresentare la bella Sicilia, il Pd deve essere un partito che parla più il dialetto e meno la lingua italiana, perché il dialetto sia compreso nel resto del Paese, non per continuare a parlare tra di noi.
SiciliaInformazioni.com, 31 gennaio 2009