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mercoledì 19 settembre 2007

Palermo, uno stadio per Vito Schifani, eroe della scorta di Falcone

L'impianto di atletica di Palermo avrà il nome di uno degli agenti morti a Capaci. La moglie commosse l'Italia ai funerali. L'iter per l'intitolazione è stato lungo e complesso. Poliziotto, ma anche atleta: era uno dei più forti in Italia sui 400 metri

di PASQUALE NOTARGIACOMO

PALERMO - Il 23 maggio del 1992 Vito Schifani avrebbe dovuto correre i campionati regionali di atletica leggera. Smessi i panni di agente della scorta di Giovanni Falcone, avrebbe indossato gli scarpini chiodati e la canottiera della sua società per correre i 400 metri piani, la specialità che tanto amava. Quel giorno, andò diversamente: allo svincolo di Capaci, Vito Schifani saltò in aria per mano della mafia insieme al giudice che proteggeva, a sua moglie Francesca Morvillo, e ad altri due agenti della scorta, Rocco di Cillo e Antonio Montinaro. Due giorni dopo, ai funerali nella chiesa di San Domenico, la vedova dell'agente, Rosaria Costa, rivolta agli uomini della Mafia, commosse l'Italia con un appello tanto straziante quanto disatteso: "Io vi perdono, però vi dovete mettere in ginocchio, se avete il coraggio di cambiare...ma non cambiano". Il grido di dolore di un Paese ferito. Quindici anni dopo, l'ondata emotiva dello stragismo mafioso è ormai sopita. Anniversari istituzionali, tenacia investigativa degli inquirenti e dolore dei parenti e amici sono spesso i soli a "celebrare" il ricordo delle vittime. Qualcos'altro però resta, e colora di tensione morale, anche luoghi e contesti lontani dalle aule giudiziarie e dai monumenti funebri. È notizia di oggi: lo stadio delle Palme, storico tempio dell'atletica palermitana, avrà il nome di Vito Schifani. Vittima della mafia, ma anche atleta.
Si tratta dello stadio in cui si sono allenati campioni storici come Salvatore Antibo, e per restare ai giorni nostri Anna Incerti. A due passi dal parco della Favorita, sotto Monte Pellegrino. Impianto per agonisti ma anche per centinaia di appassionati, ristrutturato a tempo di record e pronto per i campionati italiani di atletica leggera del 29 e 30 settembre. Evento storico per l'isola: per la prima volta si assegna lo "scudetto" dell'atletica a Palermo. Ma qualcosa di storico, c'è anche in questa intitolazione. Un'iniziativa tanto lodevole, a lungo sostenuta da Repubblica. Ma spesso rallentata, ostacolata e per diverso tempo dimenticata. L'idea originale risale a diversi anni fa, subito dopo la strage. Ma dopo il memorial Schifani del 1993, è stato per lungo tempo tutto fermo. Gli amici di Vito, l'hanno perseguita con inusuale tenacia, scontrandosi con prevedibili lungaggini burocratiche e con i silenzi delle istituzioni. Ci sono volute tre amministrazioni comunali, prima di arrivare al nulla osta. L'ultima, quella riconfermata del sindaco Cammarata, ha dato primo parere positivo il 13 agosto, prima della delibera definitiva del 18 settembre. Una gioia a questo punto quasi inaspettata, ma fortemente voluta da quanti soprattutto in Fidal, hanno sempre portato avanti questa causa. Lontano da politici, con "la terzietà dello sport" e soprattutto come sottolinea il consigliere nazionale Bartolo Vultaggio "per unire e non per dividere". La cerimonia ufficiale avverrà in concomitanza con i campionati nazionali, previsti tra dieci giorni, per i quali lo stadio delle Palme è stato rimesso a nuovo in 4 mesi, con una spesa di 1,3 milioni di euro. Una nuova pista, un nuovo anello esterno e nuove attrezzature per l'unico impianto palermitano di atletica leggera. Sono emozionati gli amici di Vito Schifani. Ce lo racconta Bartolo Vultaggio, che lo ha conosciuto bene: "Un ragazzo spensierato, con la leggerezza dei suoi 27 anni, ma anche il senso del dovere di chi ha sacrificato la vita per lo Stato, con un figlio di quattro mesi". Amava lo sport, l'atletica prima di tutto, ma anche il paracadutismo. "Molti si sono accostati all'atletica, soprattutto nei quartieri più degradati di Palermo - racconta Vultaggio - e poi hanno scelto un percorso in polizia, grazie ai gruppi sportivi, tanti che non avrebbero voluto vederlo neanche da lontano "uno sbirro". Non è il caso di Vito Schifani, ma di tanti altri ragazzi palermitani. "Certo - continua il consigliere Fidal - per amore della verità bisogna dire che il percorso non è stato facile". Pesano e non poco i pregiudizi storici-culturali che ancora resistono sulla figura degli agenti, sempre più "sbirri" che eroi. È molto contenta anche la vedova Schifani, Rosaria Costa. Felice per tanta tenacia. Lei adesso ha una nuova vita, lontano dalla Sicilia. Ma un pensiero speciale, per tutti quei ragazzi che correranno come il suo Vito, lo avrà.

(L'Unità, 19 settembre 2007)
FOTO: Lo stadio delle Palme di Palermo

giovedì 13 settembre 2007

Io e il fantasma di Alekos. L'amore, il dolore, la scrittura: i miei tre inverni nel tunnel

Un racconto inedito
di Oriana Fallaci


Era morto l'uomo che amavo e m'ero messa a scrivere un romanzo che desse senso alla tragedia. Per scriverlo m'ero esiliata in una stanza al primo piano della mia casa in Toscana ed era stato come infilarsi in un tunnel di cui non si intravede la fine, uno spiraglio di luce. La stanza era in realtà un corridoio brevissimo, arredato con alcuni scaffali di libri, un tavolino, una sedia, e male illuminato da una mezza finestra che s'apriva su un campo di ulivi. Al bordo del campo e proprio sotto la mezza finestra, un pero su cui mi cadeva lo sguardo quando alzavo gli occhi in cerca di sole. Non uscivo di casa neanche per recarmi in giardino o alla piscina, non comunicavo nemmeno con le persone della mia famiglia. All'alba mi alzavo, sedevo al tavolino, ci restavo fino a notte inoltrata ammucchiando fogli scritti che a volte approvavo e a volte gettavo. Tutt'al più mi interrompevo per andare giù da mia madre che si estingueva come una candela in un letto, divorata da un invisibile mostro che Con identici passi, identici gesti, scendevo le scale che portano al piano terreno, attraversavo il salone col grande orologio che ogni sessanta minuti suonava col rintocco della Westminster bell, ed entravo nella camera dove lei giaceva con adirata rassegnazione: il bel volto sempre più smunto, le belle mani sempre più affilate. «Come stai?» «Male». Parlavamo poco, quasi avessimo paura di dirci quel che pensavamo: «Ora te ne vai anche tu» , «Ora me ne vado anch'io». Le pause che trascorrevo con lei erano un susseguirsi di movimenti che rubavo all'infermiera e che avevano l'unico scopo di mascherare il nostro silenzio: sollevarla in una posizione meno scomoda, aggiustarle i guanciali, controllare le bombole dell'ossigeno grazie a cui respirava. Esaurito il cerimoniale, lei bisbigliava una frase: quasi sempre la stessa. «Diventerai cieca su quel libro». Io rispondevo scherzosa che mi sarei messa gli occhiali, posavo un timido bacio sulla fronte d'avorio, riattraversavo il salone, risalivo le scale, e tornavo al mio esilio privo di rapporti col mondo. [...] Una sera di gelo scesi a controllare le bombole dell'ossigeno, aggiustarle i guanciali, sollevarla in una posizione meno scomoda, e quando lei mosse le labbra non uscì alcun suono: l'invisibile mostro era salito fino alle corde vocali. Terrorizzata le suggerii la frase diventerai-cieca-su-quel-libro. Scosse la testa per rispondere no.
Elencai una serie di domande che la aiutassero a farmi capire: aveva sete, voleva andare nel bagno, non sopportava il dolore? Ma ogni domanda scuoteva la testa per rispondere no, no, no. Ci volle un secolo prima che l'infermiera captasse il vocabolo prete, capisse che voleva il prete. E il prete venne, con la sua valigetta di flaconi contenenti acqua santa, olio santo, altri liquidi santi e brevettati per la guarigione dell'anima. Come uno stregone che si accinge a misteriosi esorcismi si addobbò con stole nere e ricamate d'oro e d'argento, brandì la croce, recitò litanie, spruzzò i suoi liquidi santi, la assolse dei peccati che non aveva mai commesso. Poi se ne andò e mi lasciò sola con lei che, sollevata all'idea d'esser stata assolta dei peccati mai commessi, mi indicò la poltrona accanto al letto. Lì sedetti, col cuore che mi scoppiava, e rimasi sei giorni e sei notti dimenticando il fantasma che mi aveva rubato a lei con un libro. La morte della madre non è paragonabile alla morte dell'uomo che amavi: è l'anticipo della tua morte. Perché è la morte della creatura che ti ha concepito, portato dentro il ventre, regalato la vita. E la tua carne è la sua carne, il tuo sangue è il suo sangue, il tuo corpo è un'estensione del suo corpo: nell'attimo in cui muore, muore fisicamente una parte di te o il principio di te, né serve che il cordone ombelicale sia stato tagliato per separarvi. Per rinviar quella morte che era un anticipo della mia morte, dunque mi tenevo sveglia. Per tenermi sveglia la tenevo sveglia e parlavo, parlavo. Le raccontavo ciò che non le avevo mai raccontato e non avrei mai raccontato a nessuno, le mie ferite, i miei rimpianti, i miei dubbi, prezioso fardello tuttavia giacché era esso stesso vita, le dicevo che malgrado quelle ferite e quei rimpianti e quei dubbi mi piaceva tanto la vita, ero così contenta d'esser nata, e la ringraziavo in ginocchio d'avermi partorito. Perfino se non avesse fatto altre cose buone nella sua bontà, nella sua generosità, l'avermi regalato la vita sarebbe stato per me sufficiente a giustificar la sua vita. E io speravo che questa mia gratitudine la ripagasse di ogni dispiacere che potevo averle dato. Per rispondermi che la rendevo felice, fiera del bellissimo gesto che aveva compiuto, lei mi stringeva con forza le dita e mi spalancava addosso gli occhi nocciola. Poi, quando veniva mio padre, me lo indicava con l'indice e con un sorriso: quasi a ricordarmi che il dono veniva anche da lui. La settima notte crollai e di colpo caddi in un sonno esausto da cui emersi scrollata dall'infermiera che strillava in preda al panico: «Si svegli, si svegli! ». Mia madre non respirava quasi più e i suoi occhi improvvisamente celesti fissavano già il nulla. Se ne andò tra le mie braccia, come un uccellino intirizzito dal freddo, e per condurla al cimitero uscii finalmente di casa notando che le strade erano ancora strade, che la gente era ancora la gente. Ma la cosa non mi tentò e subito rientrai nel mio tunnel trasformando l'esilio in prigione. Scomparsa lei che mi strappava al tavolino e mi induceva a scender le scale, attraversare il salone con l'orologio, entrare nella camera ora chiusa a chiave ed evitata da tutti, non avevo più motivo di lasciare la stanza con la mezza finestra aperta sul campo di ulivi. E mentre il fantasma dimenticato per sei giorni e sei notti riprendeva possesso della mia esistenza, mentre il mio cervello tornava ad essere un muscolo da usare esclusivamente in funzione del libro che stavo scrivendo, la stanza divenne una cella sopra il pero che sbocciava in una nuvola di fiori bianchi sicché doveva esser giunta la primavera, poi grondava di nuovo pere sicché doveva esser giunta un'altra estate, poi ingialliva di nuovo le foglie sicché doveva esser giunto un altro autunno, poi le perdeva di nuovo denudandosi in mezzo alla neve sicché doveva esser giunto un altro inverno, poi sbocciava una seconda volta in una nuvola di fiori bianchi sicché doveva esser giunta un'altra primavera che presto sarebbe scivolata in una terza estate e in un terzo autunno e in un terzo inverno. Il mondo, una memoria sempre più lontana. [...] D'un tratto nel buio del tunnel apparve uno spiraglio di luce, e filtrò attraverso il sipario della mia cecità per portarmi la nostalgia del mondo che avevo sepolto con le due persone amate. Questo avvenne, credo, nel periodo in cui il pero sbocciò per la terza volta e il romanzo si avviò verso le ultime pagine. A ogni pagina, un risorgere di curiosità per gli avvenimenti che il mio delirio aveva ignorato, un bisogno di cancellare anche il ricordo di quel delirio, un'impazienza di tornare ai viaggi, alle avventure, alle scoperte, insomma alla vita di un tempo. Allora la cella in cui m'ero rinchiusa diventò insopportabile, l'eco dell'orologio che ogni sessanta minuti ripeteva i rintocchi della Big Ben diventò un incubo anzi una tortura. Con l'ira del prigioniero che s'avventa contro il suo carceriere, scesi nel salone e ne fermai il meccanismo. Poi raccolsi il mio lavoro, mi trasferii in un'altra ala della casa, mi sistemai in un'ampia stanza piena di finestre. L'indomani ripresi a leggere i giornali, a guardare la TV, rispondere a telefono, uscii addirittura in giardino spingendomi fino alla piscina dove per due estati non m'ero mai tuffata, non avevo mai goduto un filo di sole. Mio padre stava strappando le erbacce che erano cresciute sui bordi. Sollevò la testa, mi avvolse in un'occhiata incredula, esclamò: «Redivivi te salutant!». Ed io scoppiai in una risata il cui suono mi spaventò: durante tutti quegli anni trascorsi in compagnia di un fantasma e d'un silenzio che parlava soltanto di morte, avevo perfino dimenticato come si fa a ridere ed era la prima volta che udivo me stessa ridere. Qualche settimana dopo il libro era finito e volavo a New York per affacciarmi all'uscita del tunnel con la riluttanza di un prigioniero rimasto troppo a lungo nell'oscurità. Che farne di tanto spazio, tanta luce? In che modo riprendere le abitudini perdute, le esperienze interrotte, l'esistenza di prima? Un libro appena finito, oltretutto, non restituisce alla libertà che ti tolse il giorno in cui lo concepisti. Come un figlio appena nato va guidato, nutrito, difeso dalle insidie, dalle perfidie, e a ciascun passo questo ti riconduce ai tormenti che ti divoravano mentre lo scrivevi. Insomma, sapevo bene che la sua pubblicazione m'avrebbe avviluppato in una nuova schiavitù e che avrebbe resuscitato il fantasma da cui ero stata rubata a mia madre quando essa aveva bisogno di me.

Questo testo è tratto da un brano letto dalla Fallaci nel 1980 di fronte agli studenti del Columbia College di Chicago
Il Corriere della Sera, 13 settembre 2007
FOTO. Dall'alto: Oriana Fallaci; Oriana con Alekos Panagulis, eroe della resistenza greca; i funerali di Panagulis, morto misteriosamente in un incidente stradale.

martedì 7 agosto 2007

La Cassazione: "Via Rasella fu atto di guerra". Il Giornale condannato per diffamazione

I giudici condannano il quotidiano di Paolo Berlusconi"Un atto rivolto contro un esercito straniero occupante". Il gappista Bentivegna: "E' la quarta sentenza che ci dà ragione"

ROMA - Nel 1996 Il Giornale scatenò una vera e propria campagna contro i partigiani che compirono l'azione di via Rasella. Quell'attacco che provocò 33 morti e scatenò la rappresaglia delle Ss alle Fosse Ardeatine. Articoli che, in pratica, tendevano a "scaricare" sul gruppo dei gappisti guidato da Rosario Bentivegna, le responsabilità della strage che provocò 335 morti. Ora, però, la Cassazione, confermando la condanna al risarcimento per diffamazione (45 mila euro) a beneficio dei gappisti e di Rosario Bentivegna che li guidava, boccia quella campagna di stampa, ne sottolinea le falsità e condanna il quotidiano di Paolo Berlusconi. La Cassazione parte da un dato di fatto: l'attentato contro i tedeschi del battaglione 'Ss Bozen', fu un "legittimo atto di guerra rivolto contro un esercito straniero occupante e diretto a colpire unicamente dei militari". Militari che non erano, come aveva sostenuto Il Giornale "vecchi militari disarmati", ma "soggetti pienamente atti alle armi, tra i 26 e i 43 anni, dotati di sei bombe e pistole". Ed ancora. Non è vero che il 'Bozen' "era formato interamente da cittadini italiani" in quanto, continuano gli ermellini, "facendo parte dell'esercito tedesco, i suoi componenti erano sicuramente altoatesini che avevano optato per la cittadinanza germanica". Poi la Cassazione si dedica alla contabilità delle vittime civili dell'attentato. Secondo Il Giornale erano sette. Ma non è così: "Ora nessuno più mette in discussione che le vittime civili furono due". Così come non era vero che dopo l'attentato erano stati affissi manifesti che invitavano gli attentatori a consegnarsi per evitare rappresaglie". Un punto, questo, portato avanti da una certa storiografia revisionista. Per smentire, la Cassazione parte dai fatti. "L'asserzione trova puntuale smentita nel fatto che la rappresaglia delle Fosse Ardeatine era iniziata circa 21 ore dopo l'attentato - dicono i giudici - , e soprattutto nella direttiva del Minculpop la quale disponeva che si tenesse nascosta la notizia di Via Rasella, che venne effettivamente data a rappresaglia già avvenuta".
Ad avviso dei supremi giudici, tutti questi fatti "non rispondenti al vero non possono essere considerati di carattere marginale". E anche se la Corte di Appello di Milano ha riconosciuto che si sarebbero potute esprimere "dure critiche sulla scelta dell'attentato, l'organizzazione, i suoi scopi", questo non basta per mettere in piedi un castello di inesattezze e falsità. Per questo è da ritenersi "lesiva dell'onorabilità politica e personale" di Bentivegna "la non rispondenza a verità di circostanze non marginali come l'ulteriore parificazione tra partigiani e nazisti con riferimento all'attentato di via Rasella e l'assimilazione tra Erich Priebke e Bentivegna". Un parallelo che Vittorio Feltri, allora direttore del quotidiano, aveva azzardato in un editoriale. Soddisfatto il commento di Bentivegna: "E' la quarta sentenza di un'alta corte italiana, militare penale o civile che ci dà ragione con le stesse motivazioni, ma il il mondo è pieno o di imbecilli o di faziosi ancora disposti a sostenere il contrario. C'è poco da fare..".
(La Repubblica, 7 agosto 2007)

giovedì 19 luglio 2007

Paolo Borsellino è ancora vivo!

PALERMO - La giornata della memoria è cominciata con i bimbi delle elementari che fanno il gioco dell'oca della legalità in via Mariano D'Amelio davanti al cippo con l'ulivo che ricorda il procuratore aggiunto Paolo Borsellino, e gli agenti della polizia di Stato che gli facevano da scorta Emanuela Loi, Agostino Catalano, Walter Cusina, Claudio Traina e Vincenzo Limuli, massacrati nella strage del 19 luglio 1992 e di cui quest'anno ricorre il quindicesimo anniversario. Ma almeno finora la città normale, quella degli impiegati, dei commercianti e dei lavoratori, non ha testimoniato il ricordo per il giudice assassinato col tritolo. Non c'erano persone affacciate ai balconi, né lenzuoli appesi come un tempo quando a Palermo la gente esponeva teli bianchi con scritte antimafia.Sul cippo che ricorda la strage vi sono solo le corone d'alloro ufficiali, mancano i mazzi di fiori che fino ad alcuni anni fa portavano le persone lasciando un biglietto con una frase di speranza per il futuro. Una corona l'ha portata il presidente del Senato Franco Marini che ha detto: "Provo una grande emozione a Palermo dove sono venuto a ricordare Paolo Borsellino e gli agenti della scorta uccisi in via D'Amelio 15 anni fa. Si tratta di martiri della democrazia". Marini ha poi aggiunto che "occorre valutare con estrema attenzione tutti i nuovi indizi che emergono, per fare piena e completa luce sulle circostanze in cui maturarono quei tragici eventi, indagando senza alcun limite se non l'attenta ricerca della verità. Bisogna dare risposte al Paeseche chiede ancora di sapere come e perchè lo Stato possa essere stato attaccato, colpito anche se non vinto, da coloro che uccisero Borsellino e Falcone". Quindi il presidente del Senato è andato nell'aula magna del palazzo di Giustizia di Palermo dove politici, tra cui il sindaco di Roma Walter Veltroni, e magistrati commemorano le vittime.Il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha inviato un messaggio alla vedova di Borsellino, Agnese, scrivendo tra l'altro: "Trascorsi ormai quindici anni dal tragico attentato che costò la vita a Paolo Borsellino e agli agenti della sua scorta Catalano, Cosina, Loi, Li Muli e Traina, restano più che mai vivi nella mia memoria e in quella di tutti gli italiani il dolore e lo sgomento per un così terribile evento". Il presidente del Consiglio, Romano Prodi, ha inviato invece un messaggio al Prefetto di Palermo: "L'anniversario della strage di via D'Amelio rinnova in ciascuno di noi momenti di intensa e commossa riflessione su quel tragico evento che, a distanza di anni, è penetrato nel profondo delle nostre coscienze come punto drammaticamente oscuro della nostra storia. Ci stringiamo perciò ai familiari dei caduti. Il giudice Borsellino e gli agenti di scorta debbono essere considerati da tutti martiri gloriosi della nostra patria".E intanto mentre la Palermo ufficiale ricorda il magistrato e gli agenti della polizia di Stato, il giudice per le indagini preliminari di Caltanissetta, Ottavio Sferlazza, ha respinto la richiesta di archiviazione dell'inchiesta sul furto dell'"agenda rossa" di Borsellino, scomparsa dalla borsa del magistrato dopo la strage. Quell'agenda che, dice la sorella del giudice, Rita Borsellino, "se ritrovata potrebbe aiutare a ricostruire tante cose".
La Sicilia, 19/07/2007

QUEL GIORNO IN VIA D’AMELIO. Il ricordo di Rita Borsellino

di SAVERIO LODATO

Lasciamo che sia lei, Rita Borsellino, a raccontare quel giorno di lacrime e sangue di quindici anni fa. E le nostre domande, inevitabilmente, risulteranno inadeguate alla drammatica sequenza di quel ricordo. La cronista d’eccezione, anche se questa cronaca avrebbe preferito non raccontarla, è lei: Rita Borsellino.
Lo fa per la prima volta. Dopo quindici anni. Per un giornale - L’Unità- al quale Paolo, pur essendo di altre idee, era affezionato.
E il lettore ci perdoni se non ricorreremo alla finzione di darci del lei.

Rita, dov’eri il 19 luglio 1992?
«Non ero a Palermo, ero nella mia casa di Trabia, nonostante in quel periodo ogni allontanamento da Palermo mi risultasse difficile. A Trabia non avevo il telefono, e l’idea di non poter sentire Paolo mi faceva stare male, mi metteva in agitazione. Ma in famiglia vigeva quasi un patto: provare a vivere una vita normale in un periodo in cui la vita di normale aveva ben poco. Per noi andare di sabato a Trabia era una consuetudine che non volevamo cambiare. E io quella settimana avevo un problema in più: la sistemazione di mia madre che abitava con me e non volevo lasciare sola».
Perché tua madre non venne a Trabia?
«Perché l’indomani Paolo l’avrebbe portata dal cardiologo, un amico di famiglia, disposto a visitarla di domenica. Risolsi il problema grazie a mio figlio Claudio che si offrì di restare con lei in via D’Amelio».
Era tanto forte quel patto che vi imponeva di non cambiare abitudini?
«Sì. Ma per la prima volta partiì a malincuore. Mi dicevo è tutto normale, tutto a posto: domani mattina Claudio arriva con il treno, e alla cinque di pomeriggio Paolo va a prendere mia madre e la porta dal cardiologo. Normale. Che motivo c’è - mi ripetevo- di cambiare abitudini? E la domenica iniziò a scorrere secondo copione: colazione, un po’ di sole in giardino, pranzo, e di pomeriggio saremmo andati a messa prima di tornare a Palermo...».
Quasi un presentimento della tragedia?
«Non lo so. Me lo chiedo ancora oggi. Ricordo però che avevo voglia di stare un po’ sola e andai in terrazza. Fu da lì che vidi una scena che mi turbò: i vicini di casa si avvicinarono al cancello per parlare con mio marito attraverso le sbarre...un attimo dopo vidi Cecilia, mia figlia, che si avvicinò a loro...dalla sua espressione mi resi conto che era accaduto qualcosa. Corsi giù per le scale e chiesi cosa fosse successo. Mio marito non rispose. Cecilia mi abbracciò: “non lo sappiamo neanche noi, accendiamo la televisione”. E mentre un attimo prima avevo pensato a mia madre, ora capìì che si trattava di Paolo».
Vi metteste tutti davanti alla televisione?
«Sì, un piccolo televisore che funzionava male...Ma per quanto male potesse funzionare lessi la scritta in sovrimpressione che parlava della morte di Paolo...».
Erano le immagini di via D’Amelio appena dopo l’Apocalisse.
«Già. Ma non me ne resi conto. Fu Cecilia a dire: “ma quella è casa nostra...”. Da quel momento in poi ricordo i silenzi. Nessuno disse nulla, non una parola. Non venne versata una lacrima. E tutti, molto freddamente, chiudemmo le imposte, recuperammo il cane, ci mettemmo in macchina, rientrammo a Palermo».
Quale fu il primo impatto con il luogo della tragedia?
«In via D’Amelio ci fermarono. Scendemmo dalla macchina. Suoni, rumori, odori, fumo, lamiere arroventate e accartocciate... Le riprese televisive avrebbero reso solo in minima parte quello che stavo provando dal vivo. Improvvisamente mi ritrovai sola... Il capo dei vigili urbani mi abbracciò e scoppiò a piangere. Solo allora mi resi conto che la scritta sul televisore di Trabia diceva la verità... Paolo non c’era più. Ricordo i vicini, che pur avendo ormai le case sventrate e avendo perduto un pezzo della loro vita, mi abbracciavano, cercavano di consolarmi. Fu quello il primo segnale di una Palermo che fino a quel momento non avevo conosciuto».
Cosa ricordi ancora in via D’Amelio?
«Una figura vestita di bianco che mi colpì come fosse una macchia di colore improvvisa: era Salvatore Pappalardo, il cardinale di Palermo, che era voluto venire a toccare con mano la tragedia. Poi si avvicinò il procuratore Pietro Giammanco. Per chiedermi se volevo vedere mio fratello. Risposi di no. Volevo conservare la vivacità del suo essere, non un immagine di morte e violenza. Ma risposi quasi con disagio perché capivo che forse avrei dovuto dire di sì. Marta invece, la più piccola delle mie figlie, che mi era accanto, si rivolse e a Giammanco e gli disse con determinazione: “io voglio vederlo”. Non dimenticherò mai l’espressione di Giammanco che la guardò con sufficienza più che compassione...».
Reagisti?
«Mi arrabbiai. Ho sempre riconosciuto ai miei figli capacità e diritto di scegliere. Dissi quasi con stizza: “se vuole, deve vederlo”. E fu così che Marta, accompagnata da un vigile, sparì in mezzo al fumo...un attimo dopo mi sentì in colpa, pensando che avrei dovuto accompagnarla...e pensavo a quanto avrei dovuto consolarla dopo. Invece accadde un fatto stupefacente...».
Stupefacente?
«È la parola esatta. Al suo ritorno Marta non piangeva, sorrideva. Mi mostrò le mani sporche di fumo, me le mise sul viso dicendomi: “mamma ho accarezzato lo zio Paolo”, ma aggiunse anche un’altra frase: “Lo zio Paolo sorride”. Pensai che Marta, nella sua infinita tenerezza, volesse consegnarmi un ricordo inesistente. Invece di quel sorriso avrei sentito parlare da altre persone, da Lucia, la figlia di Paolo, da Antonino Caponnetto, ma non solo. Chissà come, chissà perché era rimasta viva la caratteristica più bella di Paolo: sorridere anche nei momenti più difficili».
Tua madre, intanto?
«Non sapevo cosa le fosse successo. Vidi i buchi neri della mia casa e non sapevo cosa ne era stato di lei. Pian piano, attraverso le parole dei vicini, mi resi conto che era salva. Che qualcuno l’aveva portata via dall’inferno. Seppi che la bomba era scoppiata quando Paolo aveva suonato il campanello e ne dedussi che non si erano visti. Ero ansiosa di trovarla».
Come la trovasti?
«Con mio marito, i figli, il cane, iniziammo a girare per gli ospedali di Palermo. A “Villa Sofia” mi dissero che era passata di lì. All’”Ingrassia” seppi che il cardiologo, l'amico di Paolo, l’aveva portata a casa sua. Ma io non sapevo dove abitava il cardiologo. Ci volle qualche ora per scoprirlo. Mi chiesi cosa avrei dovuto dirle appena l’avessi incontrata. Il rapporto fra lei e Paolo era fortissimo».
Che ricordi di quell'incontro, in una giornata di per sé straziante?
«La vidi piccola, indifesa. Vestita a metà: una sottoveste e sopra una camicia. Strane ciabatte ai piedi. Le scarpe le aveva perse quando un vigile urbano l’aveva presa in braccio per portarla via. Con lei c’era mia sorella che quel giorno festeggiava il suo compleanno...».
Che vi diceste con tua madre?
«Fu lei a parlare. E mi sconvolse. Mi disse: “sai cosa è successo? Sai che con Paolo sono morti i suoi ragazzi della scorta? Vai a cercare le madri e ringraziale per il sacrificio dei loro figli”. Furono queste le sue parole. Dopo lo scoppio. Dopo l’incendio. Dopo essere stata portata via di casa. Quella frase avrebbe condizionato le mie scelte, la mia vita successiva. Mia madre aveva trovato il modo giusto: non pensare solo a se stessa, ma anche agli altri.
Ma la giornata non era ancora finita.
«Infatti. Andai a casa dei miei nipoti. La casa dove Paolo aveva abitato sino a quella mattina. Era aperta, piena di gente. Chi andava, chi veniva, chi piangeva. Incontrai Agnese, mia cognata, circondata da tantissime persone che le si stringevano attorno. Cercai i miei nipoti. Trovai Manfredi che parlava in maniera seria, matura, come se all'improvviso fosse diventato adulto. Ora si trattava di prendere decisioni. E mi sembrò all’altezza del compito. Trovai Lucia che ai miei occhi era sempre apparsa la più fragile. La vidi impassibile, calma, serena. Si occupava delle persone presenti, rispondeva al telefono».
Fiammetta invece era all’estero...
«Era in Thailandia. Raggiungerla non era facile. Con Lucia ci capimmo al volo: facevamo la guardia al telefono di casa aspettando che chiamasse, perché volevamo essere noi a comunicarle quello che era accaduto».
Ormai era davvero impossibile rispettare quel patto familiare che vi imponeva di fingere che tutto fosse sempre normale.
«È vero. Ma ne scattò subito un altro: nessuno di noi, in quella casa, avrebbe pianto. E nessuno pianse. E ci dicevamo: “non è il momento delle lacrime. È il momento di riflettere e capire come andare avanti”. Di quelle ore in casa di Paolo ricordo ancora la confusione, l’amara sensazione che fosse diventato importante passare da quel salotto... E per tanti, sedere sul divano, consolare Agnese, fu quasi un passaggio obbligatorio. Quasi un riconoscimento. Questo ci diede fastidio. Ricordo anche che arrivavano notizie del presidio a Piazza Politeama, di cortei...».
Dove trascorresti la prima notte dopo la tragedia?
«In casa di Paolo. Non riuscivo a staccarmi da quel luogo anche se ormai era diventata un’altra cosa. Manfredi chiuse a chiave lo studio di Paolo perché nessuno entrasse: era fastidioso sentire quella casa espropriata, quasi fosse diventata un luogo pubblico. L'aria era diventata irrespirabile. E con Manfredi, a un certo punto, decidemmo di fare una selezione su chi doveva salire. Poi, forse alle prime luci dell' alba, ma non so dire esattamente che ora fosse, decisi di fuggire. Trovai ospitalità a casa dei miei suoceri».
Ormai era il 20 luglio 1992...
«E fu quello il momento più difficile. Quello in cui mi resi conto di ciò che significava davvero il fatto che Paolo non c’era più. Con Paolo ero la sorellina da proteggere. Senza Paolo ero un’altra cosa. Un’altra persona. Me ne sarei accorta nei giorni a seguire quando per me iniziò un' altra vita. Senza Paolo. Ancora di più accanto a lui».
Vivi ancora in via D’Amelio.
«I miei figli mi diedero lezioni di coraggio e di coerenza. Ricordo ancora le parole di Claudio quando appena giunta in via D’Amelio mi lasciai scappare che non avrei più voluto vivere lì: “Ma sei pazza? Non possiamo andare via. Abbiamo il dovere di custodire questo luogo che adesso è diventato sacro”. Ecco perché abito ancora in via D’Amelio.
Proprio in questi giorni, Salvatore Borsellino, fratello di Paolo, ha scritto una dura lettera aperta per denunciare insabbiamenti e depistaggi nelle indagini. E anche qualche strana amnesia. Che ne pensi?
«Condivido in gran parte quanto ha scritto Salvatore. Quelle stesse cose le denuncio anche io da anni. Sono convinta che bisogna pretendere la verità e non accontentarsi solo di alcune verità».

Crediamo non ci sia nulla da aggiungere.

L'Unità, 19 luglio 2007

Venticinque anni fa, la strage di via D'Amelio. La Sicilia e Palermo ricordano Paolo Borsellino

PALERMO - Oggi è il giorno della memoria nel ricordo di Paolo Borsellino, procuratore aggiunto a Palermo, e degli agenti della polizia di Stato che gli facevano da scorta Emanuela Loi, Agostino Catalano, Walter Cusina, Claudio Traina e Vincenzo Limuli, massacrati nella strage di via Mariano D'Amelio il 19 luglio 1992 e di cui quest'anno ricorre il quindicesimo anniversario.
La giornata a Palermo si snoderà tra manifestazioni, spettacoli, dibattiti, messe e commemorazioni e vedrà la partecipazione del presidente del Senato Franco Marini, del leader di An Gianfranco Fini, del sindaco di Roma Walter Veltroni e del governatore della Puglia Nichi Vendola. Ma il magistrato sarà ricordato con diverse cerimonie in tutta la Sicilia e anche in altre città d'Italia.In via D'Amelio sono state deposte le corone di fiori dei rappresentanti delle istituzioni e della forze dell'ordine. Hanno deposto una corona il prefetto Giosuè Marino, il questore Giuseppe Caruso e il comandante provinciale dei carabinieri Vittorio Tomasone. In rappresentanza dell'assemblea siciliana è intervenuto il deputato Raffaele Stancanelli; per il governo regionale l'assessore ai lavori pubblici, Agata Consoli, per il Comune il vice sindaco Giampiero Cannella. Alle 9.30 è stato suonato il silenzio.Paolo Borsellino e Giovanni Falcone che chiacchierano amabilmente sono raffigurati in due statue dello scultore Tommaso Domina poste stamane in via D'Amelio. Le statue sono realizzate in gesso bronzato. Paolo Borsellino è raffigurato in pantaloni e polo, mentre fuma una sigaretta e sorride all'amico Falcone, la cui statua non è ancora terminata. L'opera, nelle intenzioni dell'autore, non appena completata dovrebbe essere collocata in via Libertà. "Ho parlato di questo mio desiderio con la famiglia Borsellino - dice Domina -. Volevo che le immagini di Giovanni e Paolo non avessero un carattere istituzionale, volevo rappresentarli come persone normali tra la gente"."È quasi un miracolo che il ricordo sia ancora così vivo in un Paese che facilmente dimentica i propri morti. È importante che la memoria sia affidata ai bambini che non c'erano quando Paolo è morto". Lo ha detto Rita Borsellino, sorella di Paolo, deputato regionale dell' Unione, davanti al cippo che ricorda la strage in via D'Amelio dove centinaia di bambini delle scuole elementari e medie e scout dell'Agesci si apprestano a cominciare il gioco dell'oca della legalità nel 15/simo anniversario dell'attentato al magistrato e a cinque agenti della polizia di Stato."Se il pool antimafia si sciogliesse con la riforma della giustizia sarebbe una perdita di memoria storica e significherebbe cominciare daccapo. Forse è passato troppo - aggiunge - per riprendere una traccia che poteva essere importante ma confido nella giustizia. Ritrovando l'agenda di mio fratello si potrebbero ricostruire tante cose".Questo anniversario è segnato dalle notizie sulla continuazione dell'inchiesta nissena sui mandanti occulti della strage e dall'accorato appello del fratello di Borsellino, Salvatore, che chiede risposte alle tante domande sulla strage che presenta tuttora lati oscuri.
La Sicilia, 19/07/2007

martedì 17 luglio 2007

Quando in via D’Amelio cadde il ramo dell’olivo

di Vincenzo Consolo

L’omerica immagine dell’olivo e dell’olivastro, del ceppo che nutre due rami diversi, è simbolo della civiltà che s’innesta, con gesto di coltura e cultura, di volontà e di sapienza, sul tronco dove insieme è cresciuto, spontaneo, selvatico, il ramo dell’olivastro; della civiltà che, se non è curata, difesa, può regredire e perdersi nel caos, nel disordine da cui proviene. È simbolo più che mai, quel ceppo dai due rami fittamente intrecciati, di questa «nostra terra bellissima e disgraziata», come l’ha definita Paolo Borsellino, della Sicilia della più antica, più ricca civiltà e insieme della barbarie più feroce e rovinosa.La figura dell’inciviltà più buia, della regressione più umiliante; di quest’Isola che fu dimora ideale dell’albero mediterraneo, dell’argenteo olivo del nutrimento e della luce che i Greci consacrarono all’Atena della ragione e della sapienza. È l’albero che immaginò, che vide sul palcoscenico d’un palcoscenico Pirandello, la notte della sua agonia, a risolvere l’ultimo atto di un dramma, di un mito che non avrebbe potuto più scrivere, è l’olivo della cultura e della poesia contro l’irrompere a valle dei barbarici Giganti della montagna.Fuori dal simbolo, dentro la realtà, dentro la storia, sappiamo che il duplice atroce destino della Sicilia, l’intreccio suo inestricabile di civiltà e di barbarie, non è dovuto a un evento della natura, a una legge dell’esistenza, a un destino, a una condanna genetica, come spesso neo-lombrosiani d’accatto hanno voluto far credere, ma a precise responsabilità, a colpe della storia. Chi ha uso di ragione, possesso di cognizione sa che la mafia, questa mala pianta, questo olivastro infestante e devastante, è nata in Sicilia per il ritardo storico in cui l’Isola è stata tenuta, per l’ingiustizia a danno di essa costantemente perpetrata da dominazioni, governi, da ottuse, cieche caste di privilegio e sopruso; sa che in Sicilia la mafia s’è sviluppata con l’abbandono, con l’assenza dello Stato, con la connivenza, l’aiuto di regimi politici, di poteri statali insipienti o corrotti. Un Medioevo di illiberalità, di ingiustizia, di violenza ha gravato su questa regione, una lunga storia di oppressione e sfruttamento dei deboli, di ribellioni popolari, di feroci repressioni, un’assenza dei grandi principi liberali instauratisi in Europa con la Rivoluzione francese.C’è, nel museo Pepoli di Trapani, una terribile macchina; c’è, alta sui due montanti tenuti dall’architrave del potere, una ghigliottina, questa truce scenografia per la rappresentazione della giustizia. Priva qui del terrifico, disumano, ma grandioso sfondo storico contro cui si ergeva la francese consorella, dialettale com’è nel lessico e nella sintassi dei suoi congegni, diventa ancora più incomprensibile, più crudele. Si sa che la ghigliottina di Trapani veniva anche montata sulle piazze dei vari paesi del Circolo giudiziario; si sa che essa funzionò fin dopo l’Unità, sotto i Savoia; si sa che non tagliò teste di re, di nobili, di Amici del popolo o di Incorruttibili, ma solamente teste di ribelli o banditi. Proviamo orrore per ogni tipo di pena di morte, diciamo con Voltaire che quella pena offre vantaggi solo per il boia, ma è vero che la tremenda macchina di Trapani non tagliò mai teste di mafiosi. Chè allora della mafia, da parte di magistrati, di funzionari statali, di politici, di intellettuali, si negava l’esistenza o se ne dava una spiegazione di ordine psicologico o folclorico. Qualche magistrato, qualche politico avvertì della mafia la vera natura, la sua forza invasiva e distruttiva: il procuratore generale di Trapani don Pietro Ulloa, il giudice agrigentino Alessandro Mirabile, il socialista corleonese Bernardino Verro, il repubblicano ennese Napoleone Colajanni. La negazione della mafia come associazione, come ferrea, gerarchica struttura criminale, da parte del potere politico, degli organi dello Stato è durata, si sa, fino a ieri. Dura, ahi noi, fino ad oggi. Tanto più negata la mafia, si direbbe, quanto più le sue azioni criminose si facevano frequenti e clamorose, la sua azione antisociale, antistatale sempre più distruttiva e arrogante, quanto più la pubblicistica, l’informazione su di essa si arricchiva e diffondeva. Negazione della mafia, nei migliore dei casi, per quella regressiva, falsa difesa dell’«onor di Sicilia», per insipienza, per malafede: per privato, meschino tornaconto, per colpevole connivenza con gruppi di potere. Sicché i morti, tutti i morti di mafia pesano, oltre che sui diretti assassini, su quei responsabili, su quegli uomini che meritano di giacere nel “tristo buco”, nel “pozzo scuro” della dantesca Caina. Pesano su quei responsabili i braccianti, i capilega, i sindacalisti uccisi sopra le terre dei feudi nel 1894, negli anni Venti e nel Secondo Dopoguerra; pesano i contadini, le donne, i bambini uccisi a Portella della Ginestra. Pesa su quei responsabili la morte di tutti quelli - magistrati, militari, politici, burocrati, imprenditori, sacerdoti, comuni cittadini - che nella tremenda, lunga guerra contro la mafia sono caduti. Pesa su di loro la morte di due uomini eroici, di due simboli alti: Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.C’è, nella storia di Borsellino, uno sfondo storico siciliano, una dimensione umana spesso ignorata. C’è una parca, dignitosa misura della vita, un pudore, una ritrazione di gesto e di parola, un rigoroso, inflessibile senso morale e civile, una disillusa, lucida conoscenza e accettazione della realtà e un modo aspro, diretto e schietto di affrontarla; c’è un senso privo di limiti del sacrificio, una generosità di sé senza risparmio; c’è infine in quest’uomo orgoglio e candore: tutto che gli viene da una matrice agrigentina, dell’Agrigento di Pirandello. L’eredità culturale paterna, del rigoroso, severo farmacista di via Vetriera, è temperata dalla dolcezza della madre, di Maria Lepanto, cresciuta in quel Belmonte Mezzagno che s’affacciava sulla meraviglia della Conca D’Oro.L’adolescente Borsellino si muove in quello spazio ricco di segni, di echi, di memorie, di immagini e di suoni ormai perduti che era il cuore antico della Palermo tra la Cala, la Kalsa, Piazza Marina e la Magione, la chiesa di San Francesco e la Gancia. È lo stesso spazio, quello di Borsellino, la stessa geometria, la stessa scenografia entro cui si muove negli stessi anni Giovanni Falcone, si muovono tantissimi altri ragazzi che prenderanno altre strade, avranno altro destino. Si trasformeranno, sbucando da quella couche, da quella cultura, in spinosi, selvatici olivastri. «La rilevanza di una tale “promiscuità” tra mafia e società siciliana non è sempre chiara. Palermo è al riguardo un tipico esempio. Io vi ho convissuto fino all’età di venticinque anni e conoscevo a fondo la città. Abitavo nel centro storico, in Piazza Magione, in un edificio di nostra proprietà. Accanto c’erano i catoi, locali umidi abitati da proletari e sottoproletari. Era uno spettacolo la domenica vederli uscire da quei buchi, belli, puliti, eleganti, i capelli impomatati, le scarpe lucide, lo sguardo fiero» ricorda Giovanni Falcone.Vinto il concorso in magistratura, Borsellino compie il suo apprendistato a Palermo presso il collega anziano Cesare Terranova. Nessuno ancora sapeva, ma si stava formando a Palermo, in Sicilia, e naturalmente anche nel resto del Paese, verso la fine degli anni Sessanta, una nuova leva di magistrati, di giovani di nuova cultura, di nuova etica, di nuovo impegno.La famiglia di Borsellino, quella d’origine, la madre e i fratelli, la nuova che aveva appena formato, il lavoro di magistrato unito alla scelta, alla passione per il diritto civile ci fanno pensare che il magistrato immaginasse - com’era normale, com’era giusto immaginare - di vivere in uno stato di diritto, in una società civile in cui la sfera privata, l’umano regno degli affetti, trovasse rispetto e difesa; dove anche l’avere, il frutto dell’onesto lavoro, trovasse legittimità e protezione.Abbiamo tutti, tutti creduto, noi cittadini, forse hanno creduto anche alcuni magistrati, per molto tempo, che la vecchia, parassita velenosa malapianta della mafia fosse qualcosa di separato dal nostro contesto civile, che essa sarebbe stata prima o dopo tagliata con un colpo d’ascia dal ceppo sano della nostra società da parte di organi a questo delegati: magistratura e forze dell’ordine. Borsellino e altri magistrati hanno visto a un punto che la mafia tutto invadeva e distruggeva, in Sicilia, nel Paese, che era un mostro osceno, un bestiale Polifemo che stritola e divora uomini, che minacciava ogni giorno di più, nonché l’avere, il primo dei beni, la vita, minacciava la sfera privata della famiglia, la pubblica sfera, distruggeva i valori della civiltà. Uccideva e uccideva la mafia, spargeva morte per le strade di Palermo e di ogni città di Sicilia, la morte - lo diciamo qui con Savinio - «che insudicia quello che era pulito. Intorbida quello che era limpido. Inlaidisce quello che era bello. Intenebra quello che era luminoso. Istupidisce quello che era intelligente. Immiserisce quello che era ricco...». La mafia umiliava e infamava nel mondo la Sicilia della storia, della cultura, dell’arte, della filosofia, del diritto. Dopo l’uccisione dei magistrati Terranova, Costa, del capitano Basile, del commissario Boris Giuliano, Chinnici e gli altri magistrati capirono che in Sicilia era la guerra: la guerra contro la civiltà, contro la democrazia. Decisero di combattere, quei magistrati, e si fecero, per la Sicilia, per noi tutti, soldati in prima linea. Non vogliamo qui raccontare ancora la vita di sacrifici a cui si sottoposero i magistrati del pool antimafia, l’altissimo prezzo che hanno dovuto pagare in quella guerra le loro famiglie. Uno dopo l’altro caddero quei magistrati. Caddero Chinnici, Saetta, Livatino, Falcone, Borsellino...Noi, non più giovani o vecchi, riusciamo solo a dire, parafrasando il poeta de La terra desolata: con il ricordo di Borsellino, con la lezione del sacrificio di tutte le vittime della mafia, riusciamo a puntellare le nostre macerie. Le macerie della nostra vita civile.
L'Unità, 16.07.07