martedì 17 novembre 2009

Il denaro "pesa" più dell'acqua!

di ALEX ZANOTELLI
E’ stato uno shock per me sentire che il Senato , il 4 novembre scorso, ha sancito la privatizzazione dell’acqua. Il voto in Senato è la conclusione di un iter parlamentare che dura da due anni. Infatti il governo Berlusconi, con l’articolo 23 bis della Legge 133/2008, aveva provveduto a regolamentare la gestione del servizio idrico integrato che prevedeva, in via ordinaria, il conferimento della gestione dei servizi pubblici locali a imprenditori o società , mediante il rinvio a gara , entro il 31 dicembre 2010. Quella Legge è stata approvata il 6 agosto 2008, mentre l’Italia era in vacanza. Un anno dopo, precisamente il 9 settembre 2009, il Consiglio dei ministri ha approvato un decreto legge (l’accordo Fitto- Calderoli), il cui articolo 15, modificando l’articolo 23 bis, muove passi ancora più decisivi verso la privatizzazione dei servizi idrici, prevedendo:
a) L’affidamento della gestione dei servizi idrici a favore di imprenditori o di società, anche a partecipazione mista (pubblico-privata) , con capitale privato non inferiore al 40%;
b) Cessazione degli affidamenti ‘in house’ a società totalmente pubbliche, controllate dai comuni alla data del 31 dicembre 2011.
Questo decreto è passato in Senato per essere trasformato in legge. Il PD , che è sempre stato piuttosto favorevole alla privatizzazione dell’acqua, ha proposto nella persona del senatore Bubbico, un emendamento-compromesso:l’acqua potrebbe essere gestita dai privati, ma la proprietà resterebbe pubblica. Questa proposta , fatta solo per salvarsi la faccia , passa con un voto bipartisan! Ma la maggioranza vota per la privatizzazione dell’acqua. L’opposizione (PD e IDV), vota contro il decreto-legge.
E così il Senato vota la privatizzazione dell’acqua, bene supremo oggi insieme all’aria! E’ la capitolazione del potere politico ai potentati economico-finanziari. La politica è finita!E’ il trionfo del Mercato, del profitto. E’ la fine della democrazia.
”Se la Camera dei Deputati- ha detto correttamente il Forum dei movimenti dell’acqua –non ribalterà il misfatto del Senato, si sarà celebrata la delegittimazione delle Istituzioni.”
Per questo dobbiamo denunciare con forza:
- il governo Berlusconi che , con questo voto al Senato, ora privatizza tutti i rubinetti d’Italia. “Questo decreto segna un passaggio cruciale per la cultura civile del nostro paese e per la sua Costituzione- scrivono Molinari e Lembo del Contratto Mondiale dell’Acqua. I Comuni e le Regioni vengono espropriati da funzioni proprie con un vero attentato alla democrazia.”
- il partito di opposizione , il PD, che continua a nicchiare sulla privatizzazione dell’acqua (sappiamo che il nuovo segretario Bersani è stato sempre a favore della privatizzazione).
- ed infine tutta l’opposizione, per non aver portato un problema così grave all’attenzione dell’opinione pubblica.
Per questo rivolgiamo un appello a tutti i partiti perché ritirino questo decreto o tolgano l’acqua dal decreto.
E questo devono farlo adesso che il decreto legge passa alla discussione nella Camera dei Deputati. Si parla che il decreto potrebbe essere votato il 16 novembre.
E ai partiti di opposizione chiediamo che dichiarino ufficialmente la loro posizione tramite il loro segretario nazionale e diano mandato al partito di mobilitarsi su tutto il territorio nazionale.
E chiediamo altresì , ai partiti di opposizione di riportare in aula la Legge di iniziativa popolare che ha ottenuto nel 2007 400.000 firme ed ora dorme nella Commissione Ambiente della Camera.
Chiediamo alle Regioni di:
- impugnare la costituzionalità dell’articolo 15 del decreto Fitto-Calderoli;
- varare leggi regionali sulla gestione pubblica del servizio idrico.
Chiediamo ai Comuni di:
- Indire Consigli Comunali monotematici sull’acqua;
- dichiarare l’acqua bene di non rilevanza economica;
- fare la scelta dell’Azienda Pubblica speciale per la gestione delle proprie acque. Questa opzione ,a detta di molti avvocati e giuristi, è possibile anche con l’attuale legislazione . Si tratta praticamente di ritornare alle vecchie municipalizzate.
Chiediamo ai sindacati di :
- pronunciarsi sulla privatizzazione dell’acqua tramite i propri segretari nazionali;
- mobilitarsi e mobilitare i cittadini contro la mercificazione dell’acqua.
Chiediamo infine alla Conferenza Episcopale Italiana(CEI) di :
- proclamare l’acqua un diritto fondamentale umano , come ha fatto il Papa Benedetto XVI nell’enciclica Caritas in veritate dove parla “dell’accesso all’acqua come diritto universale di tutti gli esseri umani, senza distinzioni né discriminazioni”(n.27);
- protestare , in nome della vita, come afferma il Papa nell’enciclica,contro la legge che privatizza l’acqua;
- chiedere alle comunità parrocchiali di organizzarsi sia per informarsi sia per fare pressione a tutti i livelli, perché l’acqua non diventi merce.
Infatti l’acqua è sacra, l’acqua è vita, l’acqua è un diritto fondamentale umano. Questo bisogna ripeterlo ancora di più, in un momento così grave in cui con il surriscaldamento del pianeta, rischiamo di perdere i ghiacciai e i nevai, e quindi buona parte delle nostre fonti idriche. E lo ripetiamo con forza alla vigilia della conferenza internazionale di Copenhagen, dove l’acqua deve essere discussa come argomento fondamentale legato al clima. Per questo chiediamo a tutti, al di là di fedi o di ideologie perché ‘sorella acqua’ , fonte della vita, venga riconosciuta da tutti come diritto fondamentale umano e non sottoposta alla legge del mercato.
Si tratta di vita o di morte per le classi deboli dei paesi ricchi , ma soprattutto per i poveri del Sud del mondo che la pagheranno con milioni di morti per sete.
Alex Zanotelli

domenica 15 novembre 2009

LEONARDO SCIASCIA E IL PCI

di Agostino Spataro
1.. Il 20° anniversario della morte di Leonardo Sciascia rischia di passare quasi inosservato. Il 2009 doveva essere l’anno sciasciano, specie in Sicilia. La visita del presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, alla tomba dello scrittore, a Racalmuto, lasciava ben sperare.
Purtroppo, così non è stato per ragioni che ai più restano ignote.Anche per novembre, il mese della ricorrenza, non si annunciano eventi importanti. Questo passa il convento, anzi il governo. C’è da sperare che qualcuno non pensi di scaricarne la colpa sulla concomitanza con un altro, memorabile ventennale: quello del crollo del muro di Berlino che cade 11 giorni prima della morte di Sciascia. Come dire, oltre al danno, la beffa irriverente della morte che si è preso lo scrittore a 68 anni e per giunta 9 giorni dopo lo storico crollo. D’altra parte, nessuno può decidere né quando nascere né quando, e come, morire. Solo ai suicidi è concesso il secondo, tragico “privilegio”.

2.. Ma lasciamo questo infausto preambolo e andiamo ad alcune cose, che ancora ricordo, riguardanti il rapporto di Leonardo Sciascia con il Pci che, prima del partito radicale, fu per lui la forza politica di riferimento. Con questo partito, specie a livello siciliano, lo scrittore ebbe, una relazione lunga e intermittente che si romperà nella seconda metà degli anni ’70 quando, nel volgere di quattro anni, (1975-79) passò da consigliere comunale di Palermo eletto nelle liste del Pci a deputato radicale. Discutendo con lui, a più riprese, ho cercato di indagarne i motivi, almeno quelli più connessi con taluni passaggi importanti della vita del Pci isolano. Nei miei appunti non c’è molto, perciò scrivo quel che rammento (magari rischiando qualche imprecisione e omissione), prima che il ricordo svanisca fra le nebbie della memoria. Può darsi che qualcuno non apprezzerà o se ne lagnerà. Pazienza. Posso, comunque, assicurare che questo ricordo corrisponde alla realtà dei fatti vissuti o raccontatemi; in ogni caso non è esaustivo del rapporto più complesso fra Sciascia e il Pci che, forse, andrebbe meglio indagato. L’anniversario potrebbe essere l’occasione per stimolare gli studiosi ad avviare la ricerca anche su questo versante della personalità dello scrittore che resta poco conosciuto, specialmente dalle nuove generazioni.

3.. Premetto anche che non sono stato “amico” di Sciascia nel senso che con lui non ebbi mai un’intimità, una frequentazione intensa sul piano personale. L’ho incontrato in qualche convegno. Una sola volta lo andai a trovare alla “Noce”, nella sua casa di campagna, a Racalmuto e un’altra volta lo vidi a Porta di Ponte, ad Agrigento, mentre, con la busta della spesa in mano, usciva dalla Standa con a fianco la moglie. Prendemmo un caffè al bar Milano. Di più mi è capitato d’incontrarlo alla Camera dove, di tanto in tanto, veniva quando era deputato radicale. Nelle lunghe attese si rifugiava nella sala dei giornali. Sebbene fossimo colleghi, lo salutavo con un rispettoso “professù” come lo chiamavano i compagni di Racalmuto. Incontri casuali, dunque, (per me molto graditi) come possono avvenire fra due compaesani che si ritrovano in una piazza di una città lontana.Un caffè alla buvette e poi quattro chiacchiere, avanti e indietro, nel corridoio dei “passi perduti”. Sciascia, talvolta, si appoggiava al bastone anche se apparentemente sembrava non averne bisogno.

4.. Prima che politico, il mio approccio con lo scrittore era quello del lettore, dell’estimatore del suo stile letterario, del suo scrivere conciso ed efficace nella rappresentazione e nell’intuizione. Tuttavia, quasi mai parlammo dei suoi libri e di letteratura in genere. Eravamo nel tempio della politica ed era giocoforza parlare di cose politiche sulle quali, per altro, non sempre si era d’accordo. Del resto, eravamo deputati di due partiti diversi e sovente in polemica. Tuttavia, ero molto interessato a conoscere il suo punto di vista di scrittore su determinate questioni politiche.
L’elezione a deputato non gli aveva fatto superare del tutto il disagio verso la politica attiva. Nei suoi scritti Sciascia aveva mostrato un buon fiuto politico, ma non riusciva ad adattarsi al ruolo di parlamentare. O, forse, non desiderava adattarvisi. Credo che sia venuto in Parlamento solo per far parte della Commissione d’inchiesta sul sequestro e l’assassinio di Aldo Moro.

5.. Leonardo Sciascia, pur essendo nativo di Racalmuto, centro minerario dell’agrigentino a cui rimase legato per tutta la vita, non ebbe molte frequentazioni col Partito e i dirigenti della provincia di Agrigento. Di più frequentò alcuni dirigenti e intellettuali comunisti di Caltanissetta (Giuseppe Granata, Emanuele Macaluso, Calogero Roxas, Gino Cortese, ecc) dove studiò e visse per un certo tempo. Tuttavia, per quanto a me risulta, la Federazione comunista di Agrigento lo interpellò per averlo candidato, anche per il Senato. Sciascia, pur dichiarando una certa affinità d’idee col Pci, rifiutò dicendo che desiderava continuare a scrivere senza essere distratto dall’attività politica verso la quale non si sentiva portato.

6.. La sua “discesa in campo” avvenne nel 1974, in occasione della campagna per il referendum per l’abolizione della legge sul divorzio. Una battaglia importante per i diritti civili e di libertà molto cari allo scrittore il quale decise d’impegnarsi in prima persona nel fronte del “No” (pro-divorzio) che in Sicilia non era, sulla carta, maggioritario. Ad Agrigento eravamo ancor più preoccupati poiché in questa provincia periferica era forte l’influenza politica e culturale della Dc e della Chiesa cattolica. Sciascia non si limitò a firmare qualche appello, ma diede una mano in concreto, partecipando a conferenze e incontri pubblici che, credo, in altre circostanze avrebbe evitato. Ad Agrigento tenne un’affollata conferenza al cinema Astor. Ricordo che nella città dei Templi gli eventi più rimarchevoli di quella campagna referendaria furono la citata conferenza di Sciascia e la memorabile manifestazione popolare con Enrico Berlinguer. Per la cronaca, nell’agrigentino il “No” vinse alla grande. L’impegno di Sciascia, di Renato Guttuso e di altri intellettuali di sinistra e progressisti fu decisivo per scuotere il mondo della cultura, dell’Università e della scuola in genere che, per la prima volta, dopo il 1968, si schierava a difesa di una conquista laica, di civiltà, che rischiava di essere travolta.

7.. Dopo la vittoria, per noi si pose il problema di assicurare continuità a questa battaglia di progresso estendendola ad altri campi della condizione civile e sociale siciliana e soprattutto di non disperdere il grande patrimonio di forze intellettuali, anche di tendenza moderata, che sull’onda della vittoria referendaria potevano spostarsi a sinistra. Per altro, il referendum trovò il partito siciliano nel vivo di un confronto interno, a tratti anche duro, per il rinnovamento dei gruppi dirigenti e del modo di fare politica. Anche la vecchia struttura, prevalentemente, contadina del Pci siciliano stava facendo i conti col ’68. Non quello importato da Milano o da Roma, ma quello più fecondo esploso, anche per tutto il ’69, nelle università e nelle scuole siciliane. A quel tempo, (dal 1973) segretario regionale del Pci era Achille Occhetto (inviato in Sicilia da Longo nel 1970, per “punizione” dicevano le malelingue) il quale s’intestò la battaglia del rinnovamento che in alcune federazioni era già iniziata qualche tempo prima e con successo. Significativa quella che abbiamo combattuto, e vinto, ad Agrigento che culminò nel congresso provinciale del febbraio 1972. Subito dopo quel congresso, fu sciolto il Parlamento e quindi fummo costretti a correre per preparare le liste e la campagna elettorale. Per dare un chiaro segnale di rinnovamento anche della nostra rappresentanza parlamentare ponemmo il problema di non ricandidare due compagni di grande prestigio, ma avanti con le legislature: il senatore Francesco Renda e l’on. Salvatore Di Benedetto. Iniziò la ricerca di nomi alternativi. Per il collegio del Senato formulammo una rosa ristretta fra cui Leonardo Sciascia che, interpellato, declinò l’invito.

8.. Dopo la campagna elettorale del 1972, Achille Occhetto subentrò ad Emanuele Macaluso alla segreteria regionale. Il cambio si caratterizzò all’insegna del rinnovamento generazionale e del “nuovo modo di fare politica” in Sicilia. Sotto accusa andò il cosiddetto “notabilato rosso” ossia una serie di personalità carismatiche, di capipopolo, affermatisi durante le lotte del dopoguerra, che il tempo aveva logorato. Per altro, Occhetto chiamò in segreteria e alla guida di alcune federazioni provinciali alcuni compagni esterni, suoi collaboratori ai tempi della Federazione giovanile comunista italiana. L’intento era quello d’innestare nel gruppo dirigente siciliano, già in fase di rinnovamento, un gruppo di giovani provenienti dal Nord. Una folata di “vento del nord” per modernizzare, cambiare gli assetti dirigente del Partito in terra di mafia e di predominio della Democrazia cristiana. E così, oltre a Michele Figurelli già in loco, giunsero, fra gli altri, Valerio Veltroni (fratello di Walter) che dalla segretaria regionale sarà catapultato a Trapani, e i toscani Giulio Quercini segretario a Catania e Alessandro Vigni segretario a Enna. Qualcuno parlò di “colonizzazione” del partito siciliano. Leonardo Sciascia, invece- mi dirà alla Camera- la vide di buon occhio, anzi la ritenne necessaria. Occhetto fece leva su questo suo interesse per avviare, tramite Figurelli e V. Veltroni, un contatto piuttosto intenso con lo scrittore. Sciascia, dunque, approvò la “calata” in Sicilia di questi giovani dirigenti del nord, anche se rimase restio verso l’adesione a un partito-chiesa come un po’ gli appariva il Pci, verso il quale, per altro,
aveva accumulato alcune perplessità riferite a fatti antichi (la contrastata esperienza del milazzismo) e più recenti riconducibili alla segreteria di Macaluso.

9.. Occhetto e i suoi inviati del Nord garantirono a Sciascia che quel tempo era finito, per sempre.
Ora a dirigere il Partito c’erano loro, forze nuove, fresche formatesi in altri contesti, nell’alveo delle lotte per la pace e del movimento studentesco e affermatisi in Sicilia dopo una lotta durissima proprio contro i personaggi verso i quali lui aveva riserve. L’idea che si voleva accreditare era quella che nel partito siciliano e negli organismi collaterali fosse in atto una sorta di “rivoluzione culturale” che stava liquidando ogni residua mentalità compromissoria e aperto il Partito alla società civile, agli intellettuali progressisti, agli imprenditori onesti. Insomma, a Sciascia fu prospettato un mondo nuovo, una sorta di rivoluzione copernicana della politica siciliana. Lo scrittore- ammetterà- che un po’ si lasciò sedurre dai discorsi di questi giovani “colonizzatori” i quali, provenendo dal nord, erano immuni dai difetti mostrati dai dirigenti siciliani.

10.. Perciò ruppe gli indugi e nel 1974 partecipò attivamente alla campagna referendaria e l’anno successivo accettò la candidatura, come indipendente, a consigliere comunale di Palermo nella lista del Pci. Un bel colpo per Occhetto che era riuscito dove tanti avevano fallito. Quello stesso Sciascia che aveva rifiutato le profferte del Pci per un seggio nel Parlamento nazionale ora accettava di candidarsi per un posto al consiglio comunale di Palermo, insieme a Renato Guttuso e allo stesso Occhetto, capolista. Ovviamente, sarà eletto. Si parlò di svolta per Palermo, ma nel nuovo consiglio i numeri non promettevano facili cambiamenti. Nonostante la discreta avanzata del Pci, la Dc e il centro-sinistra (di allora) conservavano una solida maggioranza. Per di più, Sciascia a ogni riunione del consiglio comunale era costretto a bighellonare per ore fra i banchi di Sala delle Lapidi, impacciato e nervoso, in attesa che s’iniziassero quelle interminabili, e spesso inconcludenti, sedute notturne. Una situazione frustrante che lo porterà, a pochi mesi dall’insediamento, alle dimissioni dal consiglio comunale di Palermo. Lo scrittore, che mesi dopo sarà seguito da Guttuso, motivò la sua inattesa decisione con i lunghi ritardi sui tempi d’inizio delle sedute e in generale col confuso andamento dei lavori d’aula. Tutto ciò era vero, ma oltre quelle motivazioni c’era un disagio politico che l’inquietava. Probabilmente, Sciascia, in quei pochi mesi d’impegno attivo nel gruppo consiliare del Pci, cominciò ad avvertire una certa delusione rispetto alle attese e alle promesse di cambiamento annunciate da Occhetto e dai suoi inviati.

11.. Ne parlammo in quelle chiacchierate a Montecitorio. Mi fece capire che presto si accorse che il cambiamento dato per avvenuto in realtà era in gran parte di facciata, anzi di facce. Insomma, un po’ millantato dai dirigenti del nord per indurlo ad entrare in lista a Palermo. E - aggiungo io- per fare di Sciascia un bel fiore all’occhiello da esibire nelle riunioni romane e nei salotti buoni dell’intellighenzia di sinistra. Lo scrittore riteneva (e diversi fra noi) che Emanuele Macaluso, anche da Roma, continuasse a influire sul partito siciliano, soprattutto sul gruppo parlamentare all’Ars dove operava Michelangelo Russo, uomo di sua stretta fiducia. A parte l’amarezza per l’esperienza del milazzismo, citava in particolare l’episodio, verificatosi ai primissimi anni ’70, della fusione tra Realmonte-Sali (società dell’Ente minerario siciliano) e la Sams dell’avvocato Francesco Morgante, potente imprenditore del sale e intimo dell’ex presidente dc della regione on. Giuseppe La Loggia.
Sciascia conosceva bene la vicenda perché edotto dal prof. Antonio Lauricella, sindaco dc di Grotte e comproprietario di una miniera di salgemma in territorio di Petralia minacciata dal piano Ems-Sams. Lauricella non sapendo più dove sbattere la testa (gli amici democristiani gli avevano chiuso la porta in faccia) si rivolse all’uomo di cultura di sinistra, quasi compaesano, che sapeva sensibile ai temi della trasparenza e della moralità pubblica. Consegnò a Sciascia un dettagliato memoriale dal quale si evidenziava la supervalutazione degli apporti privati (Sams) e i comportamenti quantomeno distratti dei partiti politici di maggioranza e d’opposizione.

12.. Anche molti fra noi consideravano quella fusione un inganno che avrebbe fruttato miliardi alla Sams di Morgante e soci e non avrebbe dato corso ai programmi di sfruttamento dei grandi giacimenti di salgemma esistenti e di quelli scoperti, di recente, lungo la costa agrigentina, da Realmonte a Ribera. Così è stato. Sciascia prese a cuore la questione e la girò ai suoi amici del Pci, facendone una sorta di banco di prova per verificare la loro coerenza politica. Vista la sordità dei suoi interlocutori, inviò il memoriale alla segreteria nazionale del Pci, accompagnato da una sua lettera in cui chiedeva un intervento di Roma sul partito siciliano. Non ebbe risposta. La fusione si fece, con la benedizione anche dei vertici regionali del Pci. Non cercai riscontri su ciò che Sciascia mi disse anche perché avendo seguito, da responsabile economico del Pci agrigentino, quella vicenda e i comportamenti dei vari protagonisti, fui incline a crederlo per vero. Per altro quella chiacchierata fusione finirà in tribunale. Chi ne avesse voglia potrà consultare le carte del processo, soprattutto, consiglio, le relazioni del prof. Piga, perito della pubblica accusa.

13.. Ma torniamo al percorso politico di Leonardo Sciascia che nel 1979 è pluri - capolista alla Camera per i radicali. Sarà eletto in più collegi con una valanga di voti di preferenza. Il grande scrittore arriva, dunque, alla Camera nella veste di deputato radicale, accompagnato dalla stima generale anche da parte di tanti esponenti siciliani di quella Democrazia cristiana che lui accusava di contiguità con la mafia e col malaffare. Confesso che vedere lo scrittore tra i banchi radicali mi procurava un certo rammarico. Ero convinto che se ci fosse stata più correttezza l’avremmo potuto portare noi in Parlamento, anche se- vedendolo all’opera - mi persuasi che quella radicale fosse la casacca a lui più appropriata. Politicamente, Sciascia era un libertario. Mai sarebbe diventato un comunista, anche se anticomunista non fu mai. Nemmeno dopo l’increscioso episodio delle presunte “rivelazioni” che Enrico Berlinguer gli avrebbe fatto sui collegamenti delle Brigate Rosse con i servizi di Praga. Sciascia mi raccontò questa vicenda un paio di volte, in Transatlantico, una prima su mia richiesta e una seconda in uno sfogo contro Guttuso.

14.. Cos’era successo? Secondo Sciascia, in un incontro informale e alla presenza di Guttuso, Berlinguer gli avrebbe confidato che, da informazioni in suo possesso, risultava che settori della Brigate Rosse erano in collegamento con i servizi di Praga, fra i più fedeli al Kgb. La qualcosa, detta dal segretario generale del Pci, avvalorava la tesi, da taluni sostenuta durante il sequestro Moro, di un interesse di Mosca a eliminare il presidente della Dc per impedire l’attuazione del progetto del “compromesso storico” che avrebbe aperto al Pci le porte del governo. Com’è noto, tale progetto era stato propugnato da Berlinguer e non condiviso dalle alte sfere del Pcus che temevano un distacco, una deriva “revisionista” del Pci e di altri partiti comunisti europei (Pcf e Pce), impegnati nella svolta dell’eurocomunismo. Sciascia, troppo preso della vicenda umana e politica di Aldo Moro, sulla quale scrisse un pamphlet controcorrente (“L’affaire Moro”), svelò la confidenza fattagli da Berlinguer creando scandalo nell’opinione pubblica e gravissimo imbarazzo nel gruppo dirigente del Pci. Berlinguer smentì su tutta la linea e minacciò querela. Sciascia, invece, confermò e chiamò Guttuso a testimone. Quest’ultimo si venne a trovare in una situazione davvero drammatica giacché doveva scegliere di confermare la parola del segretario del Partito, del cui Comitato centrale era membro prestigioso, o quella del suo amico scrittore, siciliano come lui e compagno di tante battaglie. Guttuso diede ragione a Berlinguer. Non sapremo mai se scelse la verità o l’onorabilità del suo segretario generale. Mentre raccontava queste cose, Sciascia più che indignato mi parve amareggiato. Credo che, in cuor suo, se ne fosse fatta una ragione. Fra i due capiva di più Berlinguer che certo non poteva ammettere d’aver detto quelle cose. Le conseguenze sarebbero state davvero disastrose, incalcolabili. Lo ferì di più la testimonianza sfavorevole del suo amico Guttuso, che, da artista, aveva il dovere della verità facendola prevalere sull’appartenenza politica.

15.. Ricordo che in quel periodo il suo chiodo fisso era la drammatica condizione della Dc dopo i delitti Moro e Mattarella. Una domenica, (19 settembre 1982) andai a trovarlo alla Noce, pochi giorni dopo l’assassinio del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa. Gli portai una copia del mio libro “Per la Sicilia”. Lo trovai fisicamente un po’ giù. Mi elencò quattro - cinque malattie di cui soffriva. Soprattutto si lamentò di una fastidiosa cervicale. Ovviamente, parlammo del fatto di Dalla Chiesa e del suo articolo, apparso sul “Corriere della Sera” quella mattina, in cui sosteneva la tesi, un po’ ardita, della mafia come fenomeno eversivo. Una mafia che, avendo perduto la protezione della Dc e quindi dello Stato, uccide tutti quelli che incontra sulla sua strada. Gli feci osservare che questi delitti potevano essere letti anche come la sfida tracotante di una mafia che aspirava al predominio sulla Sicilia. Anche la strage di via Carini poteva essere interpretata come una dimostrazione di forza attuata come da prassi. Quando cioè fu chiaro a tutti che il generale-prefetto era stato un po’ abbandonato dallo Stato in una condizione di solitudine e diffusa ostilità, (non solo mafiosa) e senza i poteri speciali promessi. Gli riferii le “difficoltà”, soprattutto di carattere giuridico, prospettatemi dal ministro dell’interno, on. Virginio Rognoni, a proposito dei poteri non attribuiti a Dalla Chiesa e le “preoccupazioni” circolanti a Montecitorio, prima dell’assassinio, a proposito dei trascorsi piduisti di Dalla Chiesa e di certe riserve provenienti dagli uffici giudiziari di Milano. Sciascia ascoltò, ma restò fermo nella sua posizione. Secondo lui, la Dc, a differenza dei tempi di Portella della Ginestra, oggi vorrebbe distaccarsi dalla mafia. Molti democristiani vivono nel terrore d’essere uccisi. Perciò, non capiva il motivo di tanto accanimento contro la Dc quando, invece, bisognerebbe incoraggiarla in quest’opera di distacco. Accennò a un colloquio avuto, di recente, con l’on. Calogero Mannino.

16.. Si passò, infine, all’argomento che più mi premeva conoscere: il suo futuro politico.
Sciascia fu chiarissimo e conciso. Mi ribadì l’intenzione di dimettersi da deputato a conclusione della commissione d’inchiesta sul delitto Moro e di non volersi ripresentare alle prossime elezioni. Smentì anche la voce secondo la quale potrebbe ricandidarsi col Psi di Craxi. Mi rispose: “Se dovessi rifare questa “pazzia” mi ripresenterei coi radicali”. Nel PR si era trovato bene, giacché il regime interno gli consentiva la più ampia libertà, anche se era destinato a dissolversi. In ultimo, il discorso ri-cadde sul suo impegno nelle liste del Pci a Palermo. Sciascia scosse la testa e chiuse con un laconico “Si è sbagliato da entrambe le parti”.
(novembre 2009)

* Agostino Spataro è stato dirigente e parlamentare nazionale del Pci. E’ direttore di “Informazioni dal Mediterraneo” (www.infomedi.it) e collaboratore di “La Repubblica”.

La scalata al potere del "Veterinario"

Ecco chi è Domenico Raccuglia,il boss preso oggi nel Trapanese
TRAPANI - Il boss Domenico Raccuglia, arrestato oggi dalla squadra mobile di Palermo a Calatafimi (Trapani) è nato il 27 ottobre 1964 ed è ricercato dal 1996 per omicidi, mafia, rapina, estorsione. È stato condannato a tre ergastoli, tra cui quello del piccolo Giuseppe Di Matteo, figlio del pentito Santino, rapito per far ritrattare il padre e poi strangolato e sciolto nell’acido. Il nome di Raccuglia e la sua foto sbiadita, scattata parecchi anni fa, sono inseriti nell’elenco dei 25 latitanti di "massima pericolosità" che fanno parte del programma speciale di ricerca del ministero dell’ Interno. In meno di 20 anni il mafioso è riuscito a salire i gradini della scala gerarchica di Cosa nostra allargando il suo potere da Altofonte fino a Partinico passando per San Giuseppe Jato, il feudo del suo padrino Giovani Brusca. Soprannominato il "veterinario", per la sua passione per gli animali, o il "dottore", Raccuglia potrebbe essere la cerniera di collegamento per Cosa nostra di quel vasto territorio che da Palermo arriva a Trapani. Il suo arresto a Calatafimi, territorio del latitante numero uno di Cosa nostra, Matteo Messina Denaro, darà certamente il via a nuove ipotesi investigative sulle spartizioni territoriali della mafia. Ricercatissimo da polizia e carabinieri che seguivano anche i suoi familiari (un fratello, Salvatore, è stato condannato per mafia) Raccuglia è riuscito a sfuggire alla cattura nonostante, ad esempio, i magistrati sapessero che da oltre dieci anni, agli inizi di giugno, in genere tre giorni dopo la chiusura delle scuole, la moglie partisse da Altofonte per andare a trascorrere le vacanze estive col marito latitante. Nonostante i servizi di osservazione potenziati la donna è riuscita sempre a sfuggire agli investigatori: tornava nel suo paese a settembre, poco prima che i figli, una ragazza e un bambino, tornassero a scuola. Poco più di un mese fa il pm della Dda Francesco Del Bene ha emesso l’avviso di conclusione delle indagini nei confronti di Raccuglia che sarebbe, secondo gli inquirenti, il mandante dell’uccisione del mafioso di Altofonte Pietro Romeo, eliminato col metodo della lupara bianca il 13 marzo ’97. Le accuse e i processi per il mafioso arrestato oggi pomeriggio non sono quindi terminati.
La Stampa, 15.11.2009
FOTO: Una vecchia foto segnaletica di Raccuglia

Mafia in Sicilia. Arrestato il boss latitante Domenico Raccuglia

Il ministro degli Interni Maroni: «È il numero due di Cosa Nostra». Latitante da 15 anni, è considerato uno dei successori di Riina. Grasso: «Successo investigativo importantissimo»
MILANO - Era ricercato da 15 anni Domenico Raccuglia, boss mafioso di Altofonte (Palermo) arrestato dalla polizia a Calatafimi, nel Trapanese. È a tutti gli effetti il numero due di Cosa Nostra, dopo Matteo Messina Denaro, ed era inserito nell'elenco dei latitanti più pericolosi.
HA TENTATO LA FUGA - Raccuglia, 45 anni, detto "il veterinario", è stato arrestato dagli agenti della sezione catturandi della mobile di Palermo. Si nascondeva in un appartamento di via del Cabbasino, in periferia di Calatafimi. Al momento dell'irruzione era solo: ha tentato di fuggire dal terrazzo, ma è stato bloccato dai poliziotti che avevano circondato l'edificio. Nell'appartamento, che aveva scelto come covo solo da pochi giorni, sono state trovate diverse pistole. In serata il capomafia è arrivato nella questura di Palermo accompagnato da una decina di auto della polizia. Gli agenti che hanno partecipato al blitz sono stati accolti dagli applausi dei ragazzi del comitato antiracket Addiopizzo. Dalle finestre della squadra mobile, gli agenti della catturandi, col volto coperto dal passamontagna, hanno fatto il segno della vittoria.
DELFINO DI BRUSCA - Già "delfino" del boss di San Giuseppe Jato - oggi pentito - Giovanni Brusca, "il veterinario" è stato condannato a tre ergastoli (uno per l'omicidio del piccolo Giuseppe Di Matteo), a 20 anni di reclusione per tentato omicidio e ad altre pene per associazione mafiosa. Durante la sua latitanza, nonostante il continuo controllo nei confronti della moglie, Raccuglia è riuscito a diventare padre per la seconda volta. Da tempo era considerato uno degli aspiranti al vertice della mafia palermitana come successore di Totò Riina, essendo il capo incontrastato delle cosche a Partinico, grosso centro fra il capoluogo e Trapani.
MARONI: ERA IL NUMERO DUE - «L'arresto di Raccuglia è uno dei colpi più duri inferti alle organizzazioni mafiose negli ultimi anni perché era di fatto il numero due di Cosa Nostra» ha commentato il ministro dell'interno Roberto Maroni, che ha telefonato al capo della Polizia Antonio Manganelli per congratularsi dell'operazione. A Maroni sono arrivate invece le congratulazioni del presidenti del Senato Schifani e della Camera Fini. «L'arresto del boss Raccuglia - si legge in una nota di Palazzo Madama - rappresenta un evento importantissimo e un'ulteriore vittoria dello Stato sulla criminalità organizzata». Fini parla di «un successo dello Stato e della democrazia che testimonia l'importanza di proseguire con determinazione nella lotta alla mafia e a ogni forma di criminalità organizzata».
GRASSO: SUCCESSO IMPORTANTE - Per il procuratore nazionale antimafia Piero Grasso si tratta di un «successo investigativo importantissimo». «Ho fatto le mie congratulazioni al ministro Maroni, al questore di Palermo e ai ragazzi della sezione catturandi della mobile - ha detto -. Quando ho sentito il questore era insieme ad alcuni degli agenti della sezione catturandi, ragazzi che conosco bene e con cui ho lavorato quando ero procuratore a Palermo. Ho potuto complimentarmi anche con loro». «Raccuglia - spiega Grasso - è considerato il numero due, per peso criminale, nella lista dei ricercati di Cosa Nostra dopo Matteo Messina Denaro. In questi anni ha esteso il suo dominio da Altofonte fino al confine con la provincia di Trapani, come conferma il fatto che si nascondeva proprio nel Trapanese».
INGROIA: UN CAPO ASSOLUTO - Anche il procuratore aggiunto di Palermo Antonio Ingroia parla di un arresto di straordinaria importanza. «Abbiamo preso uno dei capi assoluti di Cosa Nostra ancora in circolazione in un momento di ascesa all'interno delle gerarchie mafiose - spiega -. È stata un'indagine molto difficile perché Raccuglia si è dimostrato attento e accorto nella gestione della sua latitanza e lo dimostra il fatto che l’arresto è avvenuto fuori dalla sua zona, in un'area più tranquilla». Secondo Ingroia, all'interno di Cosa Nostra «si crea adesso un ulteriore vuoto dove i latitanti di spicco sono sempre meno. Adesso assumono maggiore importanza Nicchi a Palermo e Messina Denaro a Trapani. Raccuglia era l'uomo cuscinetto che controllava i territori fra Palermo città e la provincia di Trapani».
Corriere della sera, 15 novembre 2009
FOTO. A sinistra, la vecchia foto segnaletica; a destra Raccuglia com'è oggi

Telejato: la premiazione delle eccellenze

Al Liceo classico e scientifico "Giovanni Colletto" di Corleone si premiano le "eccellenze"

di COSMO DI CARLO
Corleone - Premiati con Decreto Ministeriale due studenti del Liceo Scientifico Don Giovanni Colletto. Laura Picardo, 20 anni, studia alla Bocconi di Milano Economia Aziendale; Salvatore Milazzo, 20 anni, fa giurisprudenza alla LUMSA (Libera Università Maria Santissima Assunta) di Palermo.
Maturati nell’anno scolastico 2007 – 2008 con cento e lode, hanno ricevuto mille euro ciascuno. Per la preside professoressa Maria Rafti: “L’eccellenza premia anche i docenti e l’offerta formativa dell’Istituto che è in crescita costante”. Presente il professore Giuseppe Simplicio, che fu presidente della commissione esaminatrice agli esami di maturità dell’anno scolastico 2007.2008. “La preparazione degli studenti del Liceo Colletto era certamente di livello alto – spiega Giuseppe Simplicio – Ricordo però con piacere l’esame di Laura Picardo, che ci ha favorevolmente colpiti e per la preparazione e per la chiarezza dell’esposizione.. L’esame, brillante fugò i dubbi e le incertezze della vigilia. Sono felice di essere stato invitato dalla preside signora Maria Rafti, a questa che è una festa per tutta la scuola italiana”. Nell’aula magna gremita da amici, genitori, parenti e studenti è stato consegnato ai due giovani un assegno da mille euro ciascuno. Presente il vice sindaco di Corleone Pio Siragusa, che ha annunciato che a dicembre 25 studenti dei licei corleonesi avranno la possibilità di recarsi a Bruxelles per visitare la sede del Parlamento Europeo. Salvatore Milazzo dal canto suo si è maturato al Classico. Per diversi anni sua docente di latino e greco è stata la vice preside professoressa Natalia Scalisi. “Salvatore Milazzo – dice - ci stupiva per la grande capacità di apprendimento, di sintesi e di esposizione – l’eccellenza è stata meritata per la costanza nello studio di tutte le materie. Il riconoscimento odierno premia il suo impegno negli studi”.
Nella foto (Di Carlo) da sinistra: i professori Natalia Scalisi, Giuseppe Simplicio, Salvatore Milazzo, la preside Maria Rafti e Laura Picardo.

sabato 14 novembre 2009

Sicilia. Il Pd tra demonizzazione e adulazione

di Agostino Spataro
L’immondizia dilaga in centri grandi e piccoli del palermitano e assedia la stessa Palermo, capitale di questo centro-destra rissoso e includente che aggrava i problemi invece che risolverli. L’altra sera all’Ars se ne avuta un’ulteriore dimostrazione col voto contro il Pdf che segna la sconfitta del governo Lombardo ed appone il sigillo parlamentare sopra una rottura che appare insanabile.
Questa è la sostanza delle cose. E nulla cambia se il regolamento (dei conti) ha preso le mosse da un oculato documento del Pd che, semmai, dimostra d’aver raggiunto un certo grado di coesione interna, non scontata fino al giorno prima. Insomma, la sconfitta dello schieramento governativo di minoranza (MpA e Pdl-Sicilia) era ampiamente prevedibile. Eppure nulla si è fatto per evitarla. Addirittura, oggi, è accettata con nonchalance anche da chi l’ha subita. Tutto ciò è strano, molto strano. Come se la sconfitta fosse registrata in due verbali contrastanti: quello ufficiale del parlamento cha la sancisce e quello del governatore che quasi l’esalta. Insomma, in questa confusa vicenda si va avanti (o indietro?) di stranezza in stranezza, fra ossimori ed eccentricità mai visti in precedenza. I responsabili della maggioranza, che dovrebbe assicurare un governo alla regione, procedono a tentoni, fuori di ogni canone e sulla base di logiche e dinamiche talmente originali da apparire stravaganti. Di questo passo- è certo- si corre verso la paralisi amministrativa e il caos politico. L’anomalia più evidente è che il centro-destra, spaccato in tanti rivoli, non cerca al suo interno la soluzione della crisi, ma all’esterno. Segnatamente, nel concorso strumentale e sottobanco di un Pd, da mesi strattonato da tutte le parti, che quasi aveva abboccato al gioco ingannevole. Altra bizzarria! Adulato e tentato da ogni fazione, il Pd, dopo il voto sul Dpf, viene indicato dalle stesse come la pietra dello scandalo che inquina o incrina la fedeltà delle parti contrapposte della maggioranza. In questa fin troppo scoperta finzione vediamo i seguaci di Micciché accusare i loro confratelli separati di Castiglione di flirtare, e di votare, con il Pd e viceversa. E così dicasi per i gemelli rivali di Udc e del Mpa. Tutto ciò, quando si sa che, sotto sotto, tutti lo cercano (il Pd) per farne una stampella, per utilizzarlo nelle loro oscure manovre. Insomma, confusione su confusione, tanto che la gente non capisce più nulla e si chiede: ma se il Pd è il male perché tutti continuano a fargli la corte? Compreso Lombardo che, mentre invoca l’intervento di Berlusconi per mettere in fila i due PdL e ricostituire il centro-destra, annuncia una trattativa anche col Pd che- come tutti i suoi esponenti hanno giurato- sembra deciso a restare all’opposizione del centro-destra attuale o di quello che si vorrebbe ricostituire. E nemmeno convince la prosaica proposta di “gross koalition” affacciata dall’assessore Venturi. Qui non siamo in Germania, ma nel regno delle tante Sicilie l’una contro l’altra armata. Il contesto è molto diverso. E poi in queste grandi ammucchiate lo scotto lo paga sempre la sinistra. Com’è accaduto, di recente, con la Spd che ha pagato, sull’altare della grosskoalition della signora Merkel, un prezzo elettorale altissimo per avere offuscato la sua carica alternativa. La questione del PD siciliano si pone, oggi, sotto una nuova luce. A parte le preferenze politiche di ciascuno, salvare l’autonomia del Partito democratico oggi vuol dire salvaguardare il nucleo centrale di una possibile aggregazione alternativa all’attuale andazzo “autonomistico”. Pur con tutte le riserve che nutriamo, oggi questo Pd, che sembra aver ritrovato l’intesa unitaria e il senso vero della sua missione, rappresenta la speranza, l’unica speranza, dei siciliani per il cambiamento. Non a caso si voleva, e si vuole ancora, irretire per distruggerne ogni potenzialità alternativa in vista delle elezioni che prima o poi verranno. E in questa prospettiva, credo che la “solitudine” del Pd all’Ars non è isolamento, anzi è un modo degno d’entrare in sintonia con la società; un valore prezioso da proporre a quanti desiderano un’alternativa di governo alla regione. La nuova dirigenza deve essere più consapevole di tale ingente, e tremenda, responsabilità e cogliere la crisi del centro-destra come occasione irripetibile per sconquassarlo e avviare un processo di vero cambiamento. Il problema attuale della Sicilia non è, infatti, quello di intubare un governo morente per farlo sopravvivere per qualche mese o un anno, ma quello di realizzare, col concorso più ampio, una svolta radicale che riformi la regione dalla testa ai piedi e la rilanci nel novero delle grandi regioni europee e mediterranee che faranno il futuro in questo nuovo secolo.
Agostino Spataro
13 novembre 2009

venerdì 13 novembre 2009

Giustizia & Processi. Effetto colpo di spugna

di Lirio Abbate
Giusto accelerare i tempi, ma senza serie riforme e più risorse sono a rischio processi importanti: da Eternit a Thyssen. Parla il procuratore di Torino. Colloquio con Giancarlo Caselli
Il procuratore della Repubblica di Torino, Giancarlo Caselli, è d'accordo nel celebrare processi nel più breve tempo possibile, ma suggerisce di "calarsi" nel quotidiano della giustizia prima di fare nuove mosse. La norma è stata chiesta da Silvio Berlusconi per abbreviare i dibattimenti e concluderli entro sei anni. Superato questo termine il processo sarà dichiarato estinto. Per il capo dei pm torinesi potrebbe provocare negli uffici giudiziari l'azzeramento di migliaia di processi.
Procuratore Caselli, Niccolò Ghedini, consigliere giuridico e avvocato difensore del premier, ha pensato a nuove regole per accorciare i processi, che dovrebbero essere applicate a procedimenti già in dibattimento di primo grado. Cosa ne pensa?
"Chiedere ad un operatore di giustizia se sia a favore del "processo breve" è come chiedere ad un medico se sia a favore dell'abolizione del cancro. Domanda retorica per eccellenza. Se si vogliono valutare gli effetti di una riforma processuale si deve por mente agli effetti reali che quella riforma avrà non su questo o quel processo ma sulla generalità dei processi. Altrimenti si rischia di fare la figura di quei giacobini napoletani del 1799 di cui narra Vincenzo Cuoco: con le note conseguenze della loro "astrattezza di patrioti". Ed il paragone è, a ben vedere, molto benevolo".
Ipotizzando che le nuove regole sul processo penale breve prevedono una durata massima di sei anni, con fasi massime di due per indagini preliminari, primo grado e appello, e alla fine l'estinzione se il calendario non viene rispettato, che ripercussioni potrebbero esserci?
"L'ipotesi, in base a queste coordinate, non potendo ancora leggere un testo definitivo della norma, potrebbe mettere a rischio, a Torino, il processo "Eternit" (morti da amianto, ndr) e forse persino quello della Thyssen. Potrebbero saltare anche i processi sui produttori e sull'ente certificatore delle valvole brasiliane usate in cardiochirurgia alle Molinette di Torino. Per fare un altro esempio, c'è un processo con una decina di imputati per usura ed estorsione, la cui inchiesta avviata nel 2005, si è chiusa a luglio 2007 ma siamo ancora oggi in pieno dibattimento e la fine non appare prossima. Aggiungerei poi fra i processi che potrebbero saltare anche quelli per bancarotta, che per definizione, a causa della loro complessità, sono sempre lunghissimi".
Le sentenze della Corte di giustizia Ue sostengono che i nostri processi sono troppo lunghi. Cosa si potrebbe fare per accorciare i tempi senza creare danni alle inchieste?
"Se si vogliono ridurre i tempi del processo, come giustamente l'Europa ci chiede, perché non prevedere, come avviene in tutti i paesi europei, dei seri filtri per il giudizio di appello? Perché non ritoccare il principio del divieto di reformatio in pejus: per cui, in caso di appello da parte del solo imputato condannato, la sua sentenza può essere riformata soltanto in suo favore e mai ritoccata in negativo. Neppure se, ad esempio, l'imputato è confesso, ha avuto in primo grado una pena quasi minima e ciononostante chiede l'appello?".
Il ddl di iniziativa parlamentare frutto d'intesa tra il premier e il presidente della Camera, Gianfranco Fini, potrebbe dare un'accelerata ai tempi della giustizia?
"Ho letto la lettera che l'onorevole Giulia Bongiorno ha inviato al "Corriere della sera" il 9 novembre, e sono d'accordo con lei. Scrive che per "valutare nuove leggi dirette a ridurre i tempi della prescrizione... è importante calare l'astratta previsione legislativa nella concreta realtà quotidiana". E, più avanti, invita a chiedersi quali conseguenze "questa riduzione dei tempi di prescrizione] può avere se prima non si mette il sistema in condizione di celebrare i processi in tempi brevi". Ebbene. La "concreta realtà quotidiana" ci dice che, mentre invochiamo le rose, quel che ogni giorno manca è il pane. Mancano i cancellieri. Mancano i soldi per i loro straordinari: per cui, in una sede come Torino, è impossibile tenere udienze pomeridiane, cosa che, si noti, accadeva normalmente negli anni Ottanta e Novanta".
Oltre a pensare di accorciare i tempi di "alcuni" processi si dovrebbero trovare adeguati stanziamenti finanziari per la giustizia?
"Mancano i soldi per interpreti e periti: che vengono pagati poco e con vergognosi ritardi, a volte di anni. Tanto che, ormai, i migliori tra loro non accettano più incarichi. E per comprendere quanto gli interpreti siano oggi indispensabili per la giustizia del quotidiano basta entrare in un'aula in cui ogni giorno si celebrano le direttissime: e scoprire che, in una grande città del Nord, l'85 per cento degli arrestati di strada sono stranieri. Mancano i cancellieri, non si pagano gli interpreti e allo stesso tempo si vogliono ridurre i tempi di durata del processo: è come se si facesse cessare il vento e poi si imponesse ad una barca a vela di doppiare la boa a gran velocità".
Giulia Bongiorno aveva anticipato la posizione del presidente della Camera, Gianfranco Fini, il quale ha reso noto che in Finanziaria saranno stanziate più risorse per il settore giustizia.
"Dice Giulia Bongiorno: per una giustizia più veloce ci vogliono più risorse, umane e finanziarie. Ovvio. Ma neppure queste basteranno se non si deciderà di "aggiornare la disciplina del codice di procedura penale". Mantenendo e casomai rinsaldando le reali garanzie dell'imputato. Ed invece sfoltendo quei formalismi che creano soltanto appesantimenti e lungaggini. Sarebbe questo un bel terreno di confronto e di riflessione tra politica, avvocatura e magistrati: una scommessa che varrebbe davvero la pena di essere giocata".
Quanta responsabilità hanno i magistrati in questa giustizia lenta?
"Non si deve mai dimenticare che il processo è un'attività complicata e ci vuole tempo. Spesso lavorare in fretta significa lavorare male, con decisioni che possono essere annullate. Di qui la necessità di un sistema che dia a ogni processo il tempo occorrente, pur facendosi carico delle necessità di accelerare le procedure. Va pure detto che anche i magistrati hanno una parte di responsabilità. A lungo la cultura dell'organizzazione e dell'efficienza è rimasta loro sostanzialmente estranea, ma da una decina d'anni ormai questa mentalità è cambiata e si stanno facendo passi importanti nella direzione giusta".
Un mese fa aveva detto che le riforme della giustizia sono più complesse di quanto certi disinvolti riformatori vorrebbero farci credere. È ancora di questo avviso?
"C'è la tendenza a burocratizzare il ruolo dei magistrati. Negare che l'essenza del lavoro dei magistrati sia l'interpretazione delle leggi è negare l'ovvio. Tutte le forze politiche devono saper rinunciare all'insofferenza verso i controlli su di loro. Occorre comprendere che l'assetto istituzionale della magistratura e la sua indipendenza sono un patrimonio per tutti i cittadini. Il funzionamento della giustizia è un po' più complesso di come la vorrebbero far comprendere alcuni riformatori. Se adesso si vuole spingere sull'acceleratore per concludere i processi in sei anni sarebbe anche il caso di controllare bene le condizioni della pista sulla quale si vuole correre, per evitare incidenti di percorso".
(L’Espresso, 12 novembre 2009)

Sicilia, hanno perso la testa. Il Partito Democratico e le spaccature congressuali

di Francesco Palazzo
Hanno perso la testa. Vedendo in rete alcuni spezzoni dell'assemblea regionale dei democratici, consumatasi, in tutti i sensi, domenica 8 novembre, non si può dire che questo. L'hanno persa, e alla grande, i vincitori e i vinti. Nel PCI e nella DC, che sono, grosso modo, i contenitori di provenienza degli iscritti al partito, mai sarebbe accaduta una cosa del genere. Almeno nella misura in cui è avvenuta questa spaccatura verticale, con un'intera mozione che lascia il campo e con il parapiglia che ne è conseguito. Insomma, se il Partito Democratico in Sicilia voleva trovare il modo migliore per farsi del male, c´è perfettamente riuscito. E ciò avrà senza dubbio conseguenze negli enti locali. Per fare un solo esempio, al comune di Palermo, dove l'opposizione nell'ultimo periodo ha fatto un buon lavoro, dopo questa vicenda sono già volate parole grosse tra chi ora si trova arroccato su fronti contrapposti. Sì, il partito ha un segretario, ma il partito c'è ancora? Crediamo che la domanda sia del tutto legittima. Soprattutto perché, dopo la nascita del PDL Sicilia, si parla del possibile varo del PD regionale. Non ci facciamo mai mancare niente. A livello nazionale, lo abbiamo visto, sabato 7 novembre sono riusciti a salvare, pur nel permanere di aspre e profonde contrapposizioni, la forma e, forse, pure la sostanza. In Sicilia, e pensiamo sia l'unico caso tra quelli in cui era previsto il ballottaggio, è andato in onda uno psicodramma che potrebbe pure fare ridere se non facesse solo piangere. Forma e sostanza sono andate a farsi benedire. Sembrava il congresso di un pezzo minoritario della più estrema sinistra, o destra se volete, e non la celebrazione di un momento fondamentale del secondo partito italiano. Facce paonazze, parole lanciate come clave, accuse da una parte e dell'altra che neanche i più acerrimi nemici usano rivolgersi. Non è neanche tanto importante capire i dettagli della lite, c'importa davvero poco pesare torti e ragioni. Non è questo il nostro compito. Anche perché in questa storia non pare ci siano state ragioni e ragionevolezza. Dobbiamo solo dire che non si doveva, e non si poteva, arrivare a tanto. Segno che l´elezione con il metodo delle primarie, giubilata in ogni dove, che in Sicilia ha portato dentro i gazebo a votare quasi duecentomila persone, non può essere una messa cantata per l'occhio delle telecamere, se poi è esclusivamente l´antefatto di uno scontro che non riguarda tanto il partito ma le persone. O, per meglio dire, i gruppi contrapposti di tifosi, possiamo ben dirlo, scesi nell´arena per darsele di santa ragione. Accecati dall'ira e non condotti dal ragionamento politico, dal rispetto di regole democratiche che senz'altro disciplinano tutto il percorso delle primarie. Ora la domanda è una sola. Diretta e brutale, se volete. Ma al momento non ce ne vengono di più interessanti. Cosa può farsene la politica siciliana, in un momento in cui anche dal centrodestra giungono forti segnali di ingovernabilità, di una formazione politica siffatta? Davvero molto poco. Eppure le premesse per scrivere una storia diversa c´erano tutte. Bastava vedere le file interminabili di uomini e donne che il 25 ottobre cercavano, imbucando le loro schede dentro le urne, un nuovo partito di cui fidarsi e su cui puntare per fare in modo che la politica dell´alternanza non sia nella nostra regione solo teoria, ma pratica da potere applicare. Altro che infiltrati di altri partiti del centrodestra, come si temeva, che avrebbero tirato la corsa a questo o a quel candidato. Qui il problema stava e sta altrove. E coincide nell´incapacità, per usare un pietoso eufemismo, di un´intera classe dirigente, di un pur grande partito, nel non sapersi porre nella lunghezza d´onda dei drammatici problemi che vive questa terra. Spiace dirlo. Ma un partito, che a quindici giorni da una giornata di democrazia partecipata e serena, non riesce a organizzare tra centoottanta delegati una semplice assemblea e un ballottaggio tra i due primi arrivati, è una collettività politica in cui non si salva proprio nessuno. Ora si cercherà di mettere una pezza a quanto accaduto. I pontieri, da una parte e dall'altra, proveranno a ricucire e a minimizzare. Temiamo però che la pezza sarà più visibile e dannosa del guaio procurato. Servirebbe personale politico autorevole, gente in grado di farsi capire da un partito che ancora non c'è. Oggi più di ieri. Ma all'orizzonte non si intravede niente di tutto ciò.
Da CENTONOVE
Settimanale di politica, cultura, economia
n. 43 del 13/11/09

giovedì 12 novembre 2009

La Croce nelle mani di Gasparri e Calderoli?

di Raniero La Valle
Vorrei dire il mio sentimento riguardo alla sentenza della Corte europea sul crocefisso nelle scuole. La sentenza è ineccepibile: una volta investita del caso, la Corte non poteva che decidere così; infatti in discussione non c’era l’utilità, l’opportunità, il significato, religioso o civile, del crocefisso, la percezione positiva o negativa che dei minori, per lo più ignari del cristianesimo, possono avere di un uomo “appeso nudo alla croce” e, così umiliato e ucciso, esposto alla vista di tutti.
Non su questo verteva il giudizio e non su questo dovrebbe svilupparsi il dibattito sulla sentenza, in odio alle ragioni degli uni o degli altri, come ho visto fare anche in giornali amici. Il giudizio verteva sull’obbligo, imposto dallo Stato, di mettere il crocefisso nelle aule scolastiche; come dice la Corte di Strasburgo “sull’esposizione obbligatoria di un simbolo di una data confessione religiosa” nel contesto di una funzione pubblica gestita dal governo. È evidente che a quest’obbligo, derivante da decreti reali e da circolari fasciste che imponevano insieme al crocefisso il ritratto del re, si oppongono tutti i principi del moderno Stato di diritto, le norme della Costituzione, la Convenzione europea e forse anche la Dichiarazione conciliare “Dignitatis humane” sulla libertà religiosa.
Nondimeno vorrei dire il mio sentimento di dolore per ciò che è accaduto e ancor più per ciò che può accadere. Inzitutto mi dispiace che ad attivare il procedimento nelle sue diverse fasi, con innegabile tenacia, sia stata una madre di due bambini che è anche socia dell’Unione Atei e Agnostici Razionalisti (UAAR), il che fa pensare che oltre alla difesa dei due figli da indesiderate interferenze religiose, tra i motivi del ricorso ci fosse un più generale interesse ideologico.
Mi dispiace anche che la giurisdizione amministrativa italiana e il governo siano stati così miopi, sia nella sostanza che nelle motivazioni, nel respingere le ragioni della ricorrente (mentre per darle ragione sarebbe bastata la Costituzione), da provocare l’appello alla Corte di Strasburgo e da chiamare perciò in causa addirittura la Convenzione dei diritti dell’uomo; testo normativo certo pertinente, ma alquanto sproporzionato se si pensa a quali e quanti diritti umani sono impunemente e atrocemente violati in tutto il mondo, e alla compressione vicino allo zero che per contro la presenza del crocefisso nelle aule scolastiche infligge ai diritti umani dei fanciulli che sono costretti a vederlo. Inoltre mi dispiace che l’Italia, in una sede significativa come la Corte di Strasburgo, abbia mostrato il grado infimo a cui la considerazione del diritto è arrivata nel governo del nostro Paese, mettendo tra le motivazione della sua memoria difensiva “la necessità di trovare un compromesso con i partiti di ispirazione cristiana”, che nella migliore delle ipotesi è una ragione inerente alla politica politicante, cioè al potere, e non al diritto.
Ma soprattutto mi dispiace che, riconoscendosi da parte di tutti che non c’è più una religione di Stato, e che non si può imporre a tutti la rappresentazione simbolica di una sola confessione, ci sia una gara per dire che il crocefisso andrebbe mantenuto perché avrebbe cessato di essere un
simbolo religioso, e sarebbe invece “un simbolo dello Stato italiano”, “un simbolo della storia e
della cultura italiane”, un segno “dell’identità italiana”, “una bandiera della Chiesa cattolica, l’unica – ha osservato il tribunale amministrativo di Venezia – a essere nominata nella Costituzione italiana”; anzi, secondo il Consiglio di Stato, la croce sarebbe diventata un valore laico della Costituzione e rappresenterebbe i valori della vita civile. Come dice giustamente un terzo intervenuto nel giudizio di Strasburgo (un’organizzazione per l’attuazione dei principi di Helsinki), questa posizione “è offensiva per la Chiesa”.
Questa posizione è infatti atea, ma è devota, e tende a lucrare i benefici della religione come
religione civile. E io dico la verità: se il Crocefisso diventasse la bandiera di un’identità, di un
nazionalismo, di un razzismo, di una lotta religiosa, e se la sua difesa dovesse essere messa nelle
mani di Gasparri, di Calderoli o di Pera, della Lega o di Villa Certosa, e cessasse di essere la
memoria di un Dio che si è fatto uomo, per rendere gli uomini divini, e che “avendo amato i suoi
fino alla fine” ha accettato dai suoi carnefici la sorte delle vittime, e continua a salire su tutti i
patiboli innalzati dal potere, dal danaro e dalla guerra, allora io non vorrei più vedere un crocefisso in vita mia.
E mi dispiace infine che questa controversia abbia preso il via da una regolamentazione giudiziaria, norma contro norma, obbligazione contro abolizione. Il diritto non può che operare così, e quello che era obbligatorio prima può rendere illegittimo oggi. Ma io penso che non c’è solo il diritto scritto; ci sono le consuetudini, c’è una cultura comune, che pian piano muta, che ieri era
“cristiana”, oggi è agnostica, domani sarà laica; si possono far crescere i processi, senza
imposizioni e senza strozzature, accompagnando col variare delle proposte educative, dei mondi
vitali, delle culture diffuse, delle etnie compresenti, il variare delle forme e dei simboli mediante i
quali una società rappresenta se stessa. E non è detto che tutto il cambiamento debba avvenire
tutto in una volta e in tutto il Paese, come quando a un solo segnale vennero rovesciati i ritratti del re e i simboli del fascismo.
Non credo che quello che oggi manca in Italia sia il riaccendersi di un conflitto religioso, di una
guerra ideologica. Certo al governo piacerebbe, perché sarebbe ancora un altro modo per dirottare l’attenzione, per restare esente dal giudizio sul disastro prodotto dalle sue politiche reali.
Se dovessi dire come procedere, direi che lo Stato smetta di imporre alle scuole il crocefisso, e non impugni Strasburgo; che la Chiesa non ne rivendichi l’obbligo, tanto meno come simbolo d’identità e di radici, piuttosto che come simbolo di salvezza, e per ottenerlo non corra nelle braccia del governo; e che con buon senso, secondo le tradizioni e le esigenze dei luoghi, si trovi un consenso tra genitori, alunni e maestri, sul lasciare o togliere la croce. L’ultima cosa che vorrebbe quel Dio schiavo che vi si trova appeso, è di portare l’inquietudine, l’inimicizia e lo scontro nei luoghi dove una generazione sta scegliendo, e forse solo subendo, il suo futuro.

Raniero La Valle ha diretto, a soli 30 anni, L’Avvenire d’Italia, il più importante giornale cattolico
nel quale ha seguito e raccontato le novità e le aperture del Concilio Vaticano II. Se ne va dopo il
Concilio (1967) quando inizia la normalizzazione che emargina le tendenze progressiste del
cardinale Lercaro. La Valle gira il mondo per la Rai, reportages e documentari, sempre impegnato sui temi della pace: Vietnam, Cambogia, America Latina. Con Linda Bimbi scrive un libro straordinario, vita e assassinio di Marianela Garcia Villas (“Marianela e i suoi fratelli”), avvocato salvadoregno che provava a tutelare i diritti umani violati dalle squadre della morte. Prima al mondo, aveva denunciato le bombe al fosforo, regalo del governo Reagan alla dittatura militare: bruciavano i contadini che pretendevano una normale giustizia sociale. Nel 1976 La Valle entra in parlamento con Sinistra Indipendente; si occupa della riforma della legge sull’obiezione di coscienza. Altri libri “Dalla parte di Abele”, “Pacem in Terris, l’enciclica della liberazione”, “Prima che l’anno finisca”, “Agonia e vocazione dell’Occidente”. Nel 2008 ha pubblicato “Se questo è un Dio”. Nel 2008 è stato promotore del “Manifesto per la sinistra cristiana” nel quale propone il rilancio della partecipazione politica e dei valori del patto costituzionale del ’48 e la critica della democrazia maggioritaria.

La Carovana Antimafia in viaggio per la Lombardia. Le tappe di Lodi e Pavia

Martedì 10 novembre: sole! Il pulmino fila sull’autostrada, direzione Lodi: dopo il casello ci infiliamo in un banco di nebbia, si rallenta. Scorro il fitto programma della giornata, la carovana entra nel vivo. Prima tappa, Liceo Gandini, incontro con i gruppi che nel corso dell’anno hanno approfondito temi impegnativi su mafia e dintorni. Nell’Aula Magna, tante facce attente, facile e naturale qui parlare di legalità come progetto di vita, un impegno che contiene un cuore di futuro- proprio per loro. Si vede che il tema sta sedimentando nei loro pensieri. Persino più sorprendente l’incontro all’Arci “Primo Maggio” di Lodivecchio con una classe di terza media. Molta timidezza iniziale, ma riusciamo a superare il muro e fioccano le domande: “ma lei non ha paura a stare su un pulmino antimafia? Ha mai incontrato un mafioso? “ Capiscono bene che la mafia fa quel che fa perché è sostenuta dalla cultura della prevaricazione, dello sfruttamento, dell’illegalità generale .
Molto intenso l’incontro al carcere, una tappa consueta di Carovana a Lodi. Qui si sente lo sforzo di non mortificare la dignità della persona nell’esperienza carceraria, proprio perché il carcere è il luogo dove viene ristabilito il ruolo della legalità e la giustizia fa il suo corso. Colpisce una grande fotografia della casa di Peppino Impastato… ma come, se all’esterno, nel mondo degli uomini “liberi”, qualche solerte amministratore cerca di cancellarne persino il nome … Viene da chiedersi se non siano fuori i veri carcerati, chiusi in gabbie mentali da cui difficilmente si sfugge.
Conclude il pomeriggio un incontro al Comune tenuto da “Avviso pubblico”, con i sindaci del lodigiano allertati sulle infiltrazioni criminali e una bella mostra alla Coop di una Sicilia fatta di volti onesti, sorrisi, case, campi e vigneti sorti sui terreni confiscati. Poi, un salto a Pavia, Aula Magna dell’Università per la conferenza “No ecomafia Tour “di Legambiente.
E’ tardi, le stelle son già tutte fuori per la notte, noi torniamo a casa stanchi e appagati.
Angela Lanzi

mercoledì 11 novembre 2009

Contessa Entellina. "Tombarolo" di Paternò "in trasferta" arrestato dai carabinieri sul sito archeologico di Rocca d'Entella

Domenica notte i Carabinieri della Stazione di Contessa Entellina, coadiuvati dal Nucleo Operativo e Radiomobile e della Stazioni di Giuliana e Campofiorito, hanno tratto in arresto il “tombarolo” Alfio Asero, 35enne di Paternò (CT), con l’accusa di tentato furto aggravato. L’uomo è stato fermato in flagranza mentre effettuava degli scavi archeologici clandestini alla ricerca di reperti storici. Asero ha tentato di scappare, ma è stato bloccato dai militari dell’Arma proprio sul sito archeologico, a pochi metri dalle buche poco prima realizzate. I Carabinieri della Stazione di Contessa Entellina negli ultimi giorni avevano infatti ricevuto diverse segnalazioni di tentati trafugamenti da parte dell’ente che gestisce la riserva naturale, ed hanno quindi predisposto un mirato servizio per cogliere in flagranza i “tombaroli” e mettere fine ai loro scempi. Così intorno all’una di notte, dopo un breve appostamento, hanno fermato Asero nei pressi degli scavi. I militari hanno rinvenuto diversi attrezzi da scavo e anche un sofisticatissimo metal detector, che ha convinto i Carabinieri che l’uomo, in trasferta da Paternò, era un professionista di quell’attività illecita e non un semplice avventuriero in cerca di fortuna. Inoltre è stata sequestrata anche un’autovettura con la quale il “tombarolo” si era recato sull’importante sito archeologico, risalente al 400 a.C. L’arrestato, ultimate le formalità di rito, è stato tradotto presso la casa circondariale di Termini Imerese, a disposizione dell’Autorità Giudiziaria, e ieri pomeriggio è stato giudicato con rito direttissimo, riportando una condanna ad un anno di reclusione. Con l’odierno arresto, salgono a 9 le persone arrestate in poco meno di un anno sul sito archeologico di “Rocca d’Entella”. I primi 5 fermati risalgono infatti al 17 novembre del 2008. Anche loro erano tutti originari di Paternò e anche loro furono trovati in possesso di oggetti da scavo e metal detector. Mentre altre 3 persone sono state arrestate a febbraio di quest’anno, ma quella volta erano tutti originari di Contessa Entellina. In tutte le operazioni i Carabinieri hanno potuto contare sul prezioso e puntuale contributo degli operatori dei CAI Sicilia, impegnati in prima linea nella tutela della riserva naturale integrale “Grotta di Entella” e del sito archeologico, che hanno ormai istaurato ottimi rapporti di collaborazione con i militari dell’Arma, consentendo così di ottenere eccellenti risultati.

martedì 10 novembre 2009

Monsignor Mariano Crociata, segretario della CEI: "I mafiosi sono fuori dalla Chiesa, non c'è bisogno di scomuniche esplicite"

Dal nostro inviato ORAZIO LA ROCCA
ASSISI - "E' già scomunicato" chi commette atti criminali come mafiosi, camorristi e affiliati alla 'ndrangheta e non c'è quindi bisogno di ulteriori atti ufficiali della Chiesa.
L'anatema arriva dall'arcivescovo Mariano Crociata, segretario generale della Cei, che ha illustrato oggi il documento sul Mezzogiorno discusso dall'Assemblea della Conferenza episcopale italiana in corso ad Assisi. L'arcivescovo ha anche reso noto il "clima" che si respira all'interno delle assise episcopali dove si stanno confrontando, rigorosamente a porte chuse, i 260 presuli in rappresentanza delle diocesi italiane. Un "clima" - ha riferito - "vivace, nuovo, espressione di una Chiesa che vuole essere sempre più vicina ai problemi della gente comune con sollecitudine pastorale, attenta alle esigenze dei singoli, specialmente dei più poveri e dei più bisognosi". In questo contesto si inserisce il nuovo documento su Chiesa e Mezzogiorno che ha nella severa ed ennesima condanna alla criminalità organizzata uno dei suoi punti fermi. Una nota ha spiegato monsignor Crociata - "in perfetta linea con la condanna ai mafiosi lanciata ai mafiosi dal Giovanni Paolo II nella storica prolusione alla Valle dei Templi di Agrigento quando ricorda agli autori di crimini e di violenze che per loro ci sarà sempre il castigo di Dio. Nei confronti dei mafiosi e degli appartenenti alla criminalità organizzata - ha spiegato Crociata - ''non c'è bisogno di comminare esplicite scomuniche'', perché ''chi vive in queste realta''' e fa parte di ''queste organizzazioni'', ''già automaticamente è fuori dalla comunione e dalla Chiesa, anche se si ammanta di religiosita''', senza bisogno di ulteriori ''pronunciamenti''. Il tema della criminalità organizzata è ''ben presente nel documento in discussione all'assemblea episcopale'', ha precisato il presule. Il fatto che la situazione della criminalità organizzata in alcune zone sia ''drammatica'', ha proseguito, ''non vuol dire però che sia disperata e insuperabile'' e che "riguardi solo le regioni meridionali". ''Siamo consapevoli quanto sia lungo cammino su questo campo'', ha sostenuto ancora monsignor Crociata, ''il nostro punto di riferimento è il grido di Giovanni Paolo II ad Agrigento".
OAS_RICH('Middle');Mons. Crociata ha sottolineato poi che il problema della criminalità organizzata ''si risolve attraverso l'impegno di tutti'', dalla Chiesa a istituzioni come ''magistratura, polizia e carabinieri''. Ma, ha aggiunto il presule, ''ci vuole anche l'impegno di altre istituzioni educative, e di tutti i cittadini''. Il segretario dei vescovi ha ricordato che anche nel Meridione ci sono ''espressioni di una reazione positiva della società civile, dei giovani, degli imprenditori, di associazioni varie''. ''Ma - ha concluso - veramente ci vuole un impegno corale, anche nella Chiesa, in uno sforzo educativo. Non è solo necessaria la repressione e l'azione della magistratura, ma è una questione di mentalità, di educazione dei giovani, su cui dobbiamo investire tutti, Chiesa, scuola e adulti''.
La Repubblica, 10.11.2009

domenica 8 novembre 2009

La mafia non è una favola

di Giorgio Bocca
Sono stato additato come nemico della patria per aver scritto che tra Stato e criminalità organizzata si sono create zone di tolleranza se non di coesistenza. Ma ho solo cercato di capire cosa stava accadendo in Italia

Mi è capitato di recente di incorrere nelle ire e nei sarcasmi della maggioranza di destra al potere per aver scritto che fra lo Stato e la criminalità organizzata delle mafie si erano create, di fatto, zone di tolleranza se non di coesistenza. E la stampa della maggioranza scrisse che ero un nemico della patria o vittima del sonno della ragione, cioè uno che delirava. Il più educato, Fabrizio Cicchitto, disse che: "Da saggista che era, Bocca si è trasformato in romanziere, inventa collusioni fra la mafia e lo Stato". Ma romanziere non lo sono mai stato, ho solo cercato di capire che cosa stesse accadendo in questa strana società che è l'italiana. Cominciai nell'anno Settanta con un'inchiesta sulla mafia dei giardini, cioè sul rifornimento idrico della campagna palermitana controllata dalla mafia. Andai per prima cosa alla caserma dei carabinieri e incontrai l'allora maggiore Carlo Alberto Dalla Chiesa, uomo serio, concreto ma non privo d'ironia. Mi disse: "Ma davvero vuole sapere cosa è la mafia dei giardini? Ma crede davvero che ci sia la mafia?". Lui sapeva benissimo che la mafia c'era, e prevedeva persino che dalla mafia sarebbe stato ucciso, voleva solo mettermi in guardia dalla grande menzogna del potere in Italia che da sempre nasconde i suoi rapporti con la criminalità organizzata dicendo che non esistono. La stessa cosa, in linguaggio mafioso, la diceva in quei giorni il boss Gerlando Alberti al giudice che lo interrogava: "La mafia? Ma cosa è questa mafia di cui lei mi parla, una marca di formaggio?". Quando Totò Riina, il boss dei boss, venne arrestato, mi chiesi, come tutti in Italia, come mai avesse potuto abitare con la famiglia e dirigere l'Onorata Società stando in una villetta di Palermo. E quando seppi che sua moglie aveva partorito due volte nel maggiore ospedale di Palermo chiesi sul giornale come mai il primario non sapesse chi era, dato che a Palermo e a Corleone lo sapevano tutti. Per risposta mi arrivò una telefonata di un medico dell'ospedale con minaccia di morte. Mi chiesi anche in quei tempi lontani perché mai la riserva di caccia di Michele Greco, grande boss mafioso a Bagheria, fosse frequentata da poliziotti e funzionari dello Stato, e poi in quasi mezzo secolo di giornalismo le molte altre domande senza risposta, non solo su Andreotti amico e protettore di Salvo Lima, un amico degli amici, ma anche sui socialisti e liberali e persino i radicali che avevano cercato e gradito i voti della mafia sino a recenti elezioni regionali, dove in 61 circoscrizioni su 61 hanno vinto gli amici dei mafiosi, come il 30 per cento degli eletti nel consiglio regionale. Insomma, cercai di capire, di raccontare che la mafia non era una brutta favola inventata dai cattivi nordisti, ma un'organizzazione con un giro d'affari ogni anno di 100 mila miliardi di vecchie lire, oggi più che triplicato se si aggiungono i buoni affari della 'ndrangheta e della camorra. Senza aggiungere che oggi non è più necessario, come facevo io con la mia Topolino Fiat, scendere da Milano a Palermo, Calabria compresa quando non c'era ancora l'autostrada, basta andare in un sobborgo milanese, nord o sud Milano non fa differenza, o nei ristoranti con specialità di pesce per trovare i capi e i picciotti che minacciano, ricattano e uccidono. E speriamo che nessuno riproponga una bella inchiesta parlamentare sulla mafia. Ce n'è già stata una e Leonardo Sciascia che era un intenditore scrisse: "La mafia si è permessa una commissione parlamentare d'inchiesta", per dire che era destinata al fallimento in un paese dove la mafia è complice se non padrona.
(L'Espresso, 05 novembre 2009)

Antimafia sociale. Continua il viaggio del progetto "Liberarci dalle spine"

Nei prossimi due mesi sono molte le attività programmate. Con questa comunicazione cercherò di elencarle in modo dettagliato.
1) Carovana Antimafie
In Toscana è prevista dal 10 al 19 dicembre. Con noi saranno sempre presenti Salvatore, Bernardo e Mario della Cooperativa Lavoro e Non Solo e in alcune tappe anche Calogero. Tra gli invitati in alcune tappe Rita Borsellino, Pippo Cipriani, Alfio Foti e Dino Paternostro. In carovana ci saranno anche altri ospiti dell'Arci, di Libera , di Avviso Pubblico e della Cgil. In questo caso siamo alla ricerca di 2 volontari che facciano con me l'intera carovana oltra alla disponibilità di 4 volontari per ogni tappa locale.
2) Scatola dei vini "Sorsi di Libertà"
La Cooperativa Lavoro e Non Solo ha prodotto una scatola con i tre vini, Genos, Naca e Limpiu. L'obiettivo è di promuovere e vendere 1000 scatole entro il 28 febbraio. Il confezionamento avverrà a Firenze presso il Circolo Arci di Porta Romana. Siamo alla ricerca di 5 volontari
3) Gruppi locali attivi
Fino al 28 novembre ci sono 4 gruppi locali attivi nella promozione e vendita dei prodotti provenienti dai terreni confiscati alle mafie della Cooperativa Lavoro e Non Solo. L'attività è coordinata ad Arezzo dall'Arci di Arezzo, a Serravalle Pistoiese dell'Arci di Pistoia, ad Empoli dall'Arci Empolese Valdelsa, a Vicarello e Cascina dal Gruppo Giovanile Arci/Cgil di Pisa. Siamo alla ricerca di 3 volontari per ogni gruppo locale.
4) Gruppi locali nei negozi Unicoop Tirreno
L'Unicoop Tirreno farà nei prossimi mesi un attività promozionale e di vendita dei prodotti della Cooperativa Lavoro e Non Solo all'interno dei negozi di Carrara, Massa, Viareggio, Livorno, Rosignano, Cecina, Donoratico, Piombino, Follonica, Gavorrano, Grosseto, Orbetello, Portoferraio in Toscana, oltre ai negozi presenti in Umbria, Lazio (compreso Roma) e la Campania. Oltre ai prodotti singoli vi sarà anche una bellissima e significativa scatola. In questo caso necessitano 4 volontari per collaborare con ogni Sezione Soci Coop locale.
Come vedete 4 iniziative per ben 139 volontari. E' un obiettivo molto rilevante ma siamo sicuri che ce la potremo fare. Ognuno di voi può fare un bel gesto individuale acquistando o facendo acquistare un prodotto della Cooperativa Lavoro e Non Solo di Corleone. Inoltre vi invitiamo a visitare il nuovo sito web http://www.lavoroenonsolo.org e fateci pervenire le vostre osservazioni, critiche e proposte. Ne terremo conto. Il viaggio del Progetto "Liberarci dalle Spine" continua.
Maurizio Pascucci
Coordinatore Progetto Liberarci dalle Spine

Sicilia. Giuseppe Lupo segretario regionale del Pd

Il neo eletto (mozione Franceschini) ha ottenuto al ballottaggio 122 voti su 123. L'altro candidato, Beppe Lumia, ha abbandonato i lavori per protesta: "Volevano un congresso pilotato". La replica: "Non ci vuole molto a vedere che non è così"
PALERMO - Giuseppe Lupo, della mozione Franceschini, è stato eletto segretario regionale del Pd in Sicilia. Ha ottenuto 122 voti su 123 votanti: uno è andato al senatore Giuseppe Lumia, l'altro candidato al ballottaggio, che però aveva abbandonato per protesta i lavori.Dei 180 delegati (71 della mozione Franceschini, 53 della Bersani e 53 di Lumia, candidato autonomo) erano presenti 175, prima che i sostenitori di Lumia abbandonassero i lavori. I delegati della mozione Bersani, già all'indomani delle primarie, avevano dichiarato di sostenere la candidatura di Lupo.Il neo segretario, subito dopo la proclamazione, ha chiesto al capogruppo del Pd all'Assemblea regionale, Antonello Cracolici, di rimettere il mandato a disposizione del partito "com'è stato fatto nel parlamento nazionale"."Si voleva fare un congresso pilotato, senza dibattito, senza progetto, col solo obiettivo di ratificare un organigramma delle poltrone già chiuso: nuovo capogruppo all'Ars Bernardo Mattarella e così via per la presidenza e la vice segreteria regionale", afferma in una nota Lumia. "Per questo - aggiunge - abbiamo deciso di abbandonare i lavori, per non diventare complici di un gioco di potere che vuole stritolare la vera essenza della democrazia e che con il Partito democratico non ha nulla a che vedere"."La presidenza dell'Assemblea - aggiunge Lumia - ha stravolto il programma dei lavori dando a Bernardo Mattarella, escluso dalla competizione, la possibilità di intervenire alla stregua di un candidato al ballottaggio e, allo stesso tempo, impedendo che si aprisse un confronto tra i delegati. Di fronte a questo non potevamo stare al gioco di un preambolo, quello dell'accordo Lupo-Matarella, funzionale alla ricomposizione del centrodestra e al ritorno del cuffarismo. Non è un caso se sia Mattarella che Lupo nei loro interventi non hanno parlato di programma, ma hanno posto come priorità le dimissioni di Antonello Cracolici da capogruppo, con cui hanno condiviso la linea di innovazione del Pd all'Ars"."Il nostro progetto - conclude Lumia - comunque continuerà e metterà al centro la formazione all'interno del Partito, un contrasto netto alla privatizzazione dell'acqua e alla mala gestione del servizio di raccolta e smaltimento dei rifiuti e un grande investimento sulla scuola"."Da domani comincerò a lavorare per un confronto e un dialogo dentro il Pd siciliano, in una prospettiva unitaria, partendo da un punto fermo: un'opposizione franca e seria all'Ars. Non sarà il Pd a tenere in piedi il governo Lombardo e a sostituire pezzi di maggioranza. Faremo quello che fa una vera opposizione", ha detto, dal canto suo, il neo segrettario Lupo. Rispondendo a Giuseppe Lumia, Lupo afferma che "non ci vuole molto a vedere che non è così: abbiamo fatto quello che a livello nazionale ha fatto Bersani, chiedendo a chi ha cariche nelle assemblee elettive di rimetterle a disposizione del partito. Mi sembra un naturale atto di disponibilità nei confronti delle 190 mila persone che hanno votato alle primarie chiedendo un rinnovamento".Alla domanda se il Pd abbia commesso errori rispetto al confronto con il centrodestra, Lupo ha risposto spiegando che è rimasto "sorpreso dai toni del dibattito congressuale di Lumia, che ha marcato la differenza tra i governi Cuffaro e Lombardo. Per me sono due giunte di centrodestra ed entrambe hanno governato male. L'idea che l'autonomismo possa annullare le differenze tra destra e riformismo è sbagliata".
08/11/2009

giovedì 5 novembre 2009

Massimo Ciancimino: "Provenzano tradì Riina"

Nuova rivelazione di Massimo Ciancimino, interrogato dai magistrati sui retroscena della trattativa tra mafia e Stato. Secondo il figlio dell'ex sindaco di Palermo, "Binnu" indicò ai carabinieri la zona esatta del nascondiglio in cui trascorse l'ultima parte della latitanza l'altro boss. Consegnati alla procura ulteriori documenti
PALERMO - "Il boss Bernardo Provenzano indicò ai carabinieri la zona esatta del nascondiglio in cui trascorse l'ultima parte della latitanza Totò Riina". È l'ultima rivelazione di Massimo Ciancimino, figlio dell'ex sindaco mafioso di Palermo, Vito, che sta svelando ai magistrati i retroscena della trattativa tra mafia e Stato. Secondo Ciancimino, dunque, Provenzano avrebbe "venduto" il boss corleonese Riina, consentendone la cattura. Una circostanza che confermerebbe che, a una prima fase della trattativa, che ebbe come protagonista mafioso Riina, sarebbe seguita una seconda fase con un nuovo interlocutore in cosa nostra: Bernardo Provenzano. Ciancimino, nel ricostruire il ruolo di Provenzano nella cattura di Riina, ha raccontato che nel periodo delle stragi mafiose del '92, l'allora capitano del Ros Giuseppe De Donno gli consegnò delle mappe di Palermo, chiedendogli di darle a suo padre e sperando di avere un contributo utile per l'arresto del boss latitante. Secondo quanto raccontato da Ciancimino ai magistrati, don Vito avrebbe trattenuto una copia delle mappe e un'altra l'avrebbe affidata al figlio perché la consegnasse a un uomo di fiducia del geometra Lo Verde, il nome con cui l'ex sindaco indicava Provenzano. L'uomo del capomafia avrebbe, poi, restituito a Ciancimino la mappa con un cerchio proprio sopra la zona del quartiere Uditore in cui si nascondeva Riina. La cartina venne poi fatta avere ai carabinieri e Riina nel gennaio '93 finì in manette. Massimo Ciancimino ha consegnato, questa mattina, nuovi documenti alla procura del capoluogo siciliano. "Si tratta di una serie di carte - ha specificato prima di entrare nell'aula bunker del carcere per rendere dichiarazioni spontanee al processo in cui è indagato per riciclaggio - inerenti al periodo che i magistrati vanno esaminando. Saranno loro a stabilire se si tratta di documenti utili". Ciancimino ha precisato di avere consegnato solo materiale cartaceo. "Ho poi - ha aggiunto - tutta una serie di nastri, ma devo capire di cosa si tratti. Mio padre era solito registrare eventi importanti, ma non ho avuto ancora contezza personale di cosa sia impresso nelle bobine in mio possesso". Secondo quanto riferito da Ciancimino agli inquirenti, nelle scorse settimane, oltre agli appunti vocali per la redazione di un libro, l'ex sindaco avrebbe registrato anche alcuni colloqui avuti con i carabinieri del Ros, tra i quali l'allora colonnello Mario Mori. Nell'inchiesta sulla cosiddetta trattativa al momento sarebbero indagati, oltre a Provenzano i boss Riina e Antonino Cinà. La procura ipotizza il reato di minaccia a corpo politico dello Stato.
05/11/2009

Il Procuratore antimafia Grasso: "Oltre alla mano di Cosa nostra, potrebbe esserci anche l'apporto di "elementi esterni"

Nell'omicidio di Pio La Torre, (avvenuto a Palermo il 30 aprile 1982) parlamentare del Pci, e padre della legge che ha introdotto il reato di mafia e il sequestro dei beni mafiosi firmata insieme all'allora ministro Dc Virgilio Rognoni, oltre alla mano di 'Cosa nostra' potrebbe esserci anche l'apporto di "elementi esterni" non estranei al sistema del potere politico dominante in Sicilia all'epoca. Lo ha detto il procuratore nazionale antimafia Piero Grasso intervenendo alla presentazione - nella sede della Rai di viale Mazzini - della puntata di 'La Storia siamo noi' che andrà in onda su Rai Storia la prossima domenica e che è dedicata alla figura di Pio La Torre. Grasso ha fatto riferimento alle parole del pentito Marino Mannoia. In particolare Grasso ha ricordato che Mannoia, a proposito dell'uccisione di Pio La Torre nel quale, venne colpito a morte anche il suo autista Rosario Di Salvo, disse, in sostanza, che l'esponente del Pci fu ucciso per la sua azione politica di contrasto e non fu ucciso in quanto uomo politico. "Se tutti quelli che fanno politica dovessero essere ammazzati - ha detto Grasso riferendo le parole di Mannoia - allora dovremmo sterminare l'umanità". Grasso ha spiegato queste affermazioni del pentito dicendo che, in questo modo, Mannoia "ammetteva la possibilità che ci fossero elementi esterni nella decisione di uccidere La Torre, ma non ne aveva le prove. Non dobbiamo dimenticare che i vertici assoluti di Cosa nostra, i quali potrebbero fornire informazioni importanti sulla stagione dei cosiddetti delitti politici della mafia, non hanno fatto la scelta di collaborare con lo stato". Grasso non è voluto tornare sul tema della trattativa stato mafia, sul quale è stato interpellato ieri sera durante un' audizione secretata davanti alla Commissione Antimafia, ma ha detto - rispondendo ad una domanda di Minoli - che certamente con l'arresto di Vito Ciancimino, uno degli intermediari della trattativa che riferiva a Totò Riina, si interrompe questo 'flusso' per riprendere la trattativa avevano individuato me come capro espiatorio: uccidermi con un attentato. "Da sempre l'invito, da parte di noi familiari di Pio La Torre, alla magistratura è quello di approfondire le indagini sui mandanti verso livelli superiori e diversi rispetto alle responsabilità già individuate in capo ai componenti della 'Cupola' di Cosa Nostra. Occorre andare a scavare meglio, come ha indicato anche la testimonianza resa oggi dal procuratore nazionale antimafia Piero Grasso". Lo hanno detto Filippo e Franco La Torre, i due figli del parlamentare del Pci ucciso nel 1982 a Palermo dalla mafia insieme all'autista Rosario Di Salvo, intervenendo alla puntata di 'La storia siamo noi' di Giovanni Minoli che andrà in onda la prossima domenica su Rai Storia, alla presentazione della sede Rai di viale Mazzini. Franco e Filippo La Torre hanno giudicato "inquietante" la testimonianza di Giulio Andreotti che a proposito del delitto di Salvo Lima ha detto - nell' intervista rilasciata per la puntata su Pio La Torre - che "si é trattato dell' omicidio di un poveruomo che non ha mai commesso illegalità". A proposito del diniego dell'ex procuratore capo di Palermo Pietro Giammanco che non ha voluto rilasciare interviste, per questa puntata dedicata a Pio La Torre, Filippo e Franco hanno ricordato che "da sempre Giammanco ha fatto la scelta di tacere". Nella puntata su Pio La Torre si ricorda che Giammanco eluse la richiesta di Giovanni Falcone di prendere contatti con i magistrati romani che indagavano su 'Gladio' per verificare se vi fosse anche una responsabilità dei servizi segreti deviati nel delitto La Torre. La puntata a lui dedicata ricorda che per quasi tutta la sua vita l' esponente siciliano del Pci - padre della legge che ha introdotto il reato di mafia e il sequestro dei beni dei boss, firmata insieme all'ex ministro Dc Virginio Rognoni, e della battaglia contro l' installazione degli euromissili nella base siciliana di Comiso - fu pedinato costantemente dai servizi segreti con il sospetto di essere una spia di Mosca.