domenica 10 maggio 2009

Storie di mafia e antimafia. Telejato e la vita spericolata di Pino Maniaci

di Salvatore Parlagreco
Pino Maniaci, proprietario di una piccola emittente di Partinico, è diventato “il caso Maniaci” quando è stato picchiato dal figlio minorenne di un boss mafioso dopo una lite per il parcheggio di un’autovettura. L’incendio di una delle auto dell’emittente, attribuito a una volontà mafiosa, ha consegnato alla cronaca regionale TeleJato.
La rappresentazione dell’emittente su You tube e sulla rete l’ha incoronata come “una sorta di Cnn amatoriale e in miniatura, che fa del giornalismo d’inchiesta e di denuncia la propria bandiera”. Ma a differenza della Cnn, si legge nel sito di Telejato, l’emittente di Paretinico trasmette “il telegiornale più lungo del mondo, due ore di servizi dalle 14.30 alle 16.30 seguiti da quasi tutto il suo bacino di utenza, le 150mila persone in venticinque comuni della provincia di Palermo raggiunte dal segnale della tv di Partinico”.
Una città, quest’ultima che ha ospitato (e ospita) boss di prima e seconda grandezza dando gran daffare alle forze dell’ordine ed alla magistratura. Il caso Maniaci, per queste ragioni, ha attraversato lo Stretto ed è diventato nazionale, in Sicilia si trova nelle pagine dei giornali e sulla rete un giorno sì ed uno no, per le minacce subite (e denunciate) da Pino Maniaci, e per un procedimento giudiziario per esercizio abusivo della professione giornalistica a carico dello stesso Maniaci. A riprova della considerazione guadagnata da Telejato, un articolo recente del quotidiano Terra, che riferisce di altre minacce e “dell'ordine di zittire Maniaci venuto dal territorio di Cinisi”. Le armi della mafia, a quanto pare, hanno fatto cilecca. All’indomani di ogni minaccia subita e denunciata, il proprietario di Telejato, fa prontamente sapere di essere “molto tranquillo”.
Coraggio, passione civile? Probabilmente tutte e due le cose. “Facendo informazione antimafia avevo messo in conto anche una reazione del genere”, spiega Pino Maniaci. E avverte: “Non mi lascerò condizionare dal mio lavoro perché ho fiducia nell'azione delle forze dell'ordine". Possiamo stare sicuri, dunque, Telejato non si piegherà mai al dispotismo mafioso, Pino Maniaci sarà una trincea antimafia. Ma il nostro campione dell’antimafia ha dovuto affrontare altri problemi accanto a quelli di una convivenza forzata con i boss nella sua città difficile. Il più grave di questi problemi è dovuto al fatto che Pino Maniaci non è un giornalista: né un giornalista professionista, né un giornalista pubblicista. Informa senza avere l’autorizzazione ad esercitare la professione. Perché possa esercitarla, al pari di ogni altra professione, ha bisogno di essere abilitato (se giornalista professionista) o autorizzato (se pubblicista). Maniaci non è né abilitato né autorizzato. Un guaio, perché l’informazione antimafia di Partinico, a quanto pare, non può fare a meno di lui. Chiunque ne venga a conoscenza, in Alaska o Sud Africa, a Voghera o a Catania, di questa vicenda, non può che chiedersi perché mai un uomo così coraggioso ed un professionista così tenace debba subire a causa delle “solite scartoffie” un procedimento penale per esercizio abusivo della professione. Invece che tutelarlo e premiarlo, lo Stato e l’Ordine dei giornalisti gli rendono la vita difficile? Oltre che con i boss deve vedersela con giudici e giornalisti? L'infaticabile attività antimafia della piccola Cnn siciliana correrebbe il rischio di chiudere battenti per ragioni burocratiche. Solo burocratiche o c’è qualcosa sotto? Essendoci di mezzo la mafia, tutto è possibile. È questa l’opinione prevalente. Il “caso Maniaci” perciò fa vibrare di passione civile, obbligando più d’uno a sospettare che si voglia impedire all’antimafia di Telejato di informare sulle malefatte dei mafiosi, e lasciare il povero Pino Maniaci nelle grinfie di Cosa nostra, facendone una vittima dei boss. Ben sette giornalisti in Sicilia ci hanno lasciato la pelle, adoperarsi perché Pino Maniaci sia autorizzato a informare costituirebbe una concreta manifestazione di solidarietà ed uno schiaffo ai mafiosi. Le carte per ottenere l’autorizzazione sono state mandate al consiglio dell’Ordine affinché si pronunci; in considerazione del rilievo assunto dall’episodio, in più, un autorevole rappresentante dell’Ordine nazionale dei giornalisti, Enzo Iacopino, è venuto a Partinico. Un modo per confermare la solidarietà a Maniaci. Il Consiglio si è riunito giovedì e ha però deciso di ascoltare Pino Maniaci e di chiedere il certificato dei carichi pendenti.
Perché mai? La legge dell’Ordine pretende che un giornalista abbia una condotta irreprensibile, il documento tuttavia non viene chiesto frequentemente, di conseguenza la richiesta avvalorerebbe il sospetto che il Consiglio stia trattando malamente un campione dell’antimafia. Se non ci si trovasse in Sicilia, nessuno avrebbe alcunché da obiettare ma qui è diverso, la cautela diventa sospetta se a subirla è un professionista che si è guadagnato la fama di un nemico della mafia. Il 26 giugno prossimo, a Partinico, Maniaci sarà processato per esercizio abusivo della professione e potrebbe subire la condanna a meno che non arrivi l’attesa iscrizione all’albo dei giornalisti pubblicisti. Non si può che tifare per lui. Ma chi ha in gran considerazione la legalità, il rispetto delle leggi e la verità dei fatti, ha l’obbligo di capire che cosa stia succedendo. Il caso Maniaci ha “inquinato” l’immagine dell’Ordine dei giornalisti. Perché? I giornalisti, ed il loro Ordine, sono generalmente pronti a esprimere solidarietà a chiunque, anche quando non sarebbe necessario, e invece stanno mettendo il bastone fra le ruote al proprietario di Telejato? Nei giorni scorsi si è addirittura sparsa la voce che l’Ordine potesse costituirsi parte civile nel processo contro Piano Maniaci, una eventualità che ha fatto vibrare d’indignazione quelli che già vibravano di passione civile. Benzina sul fuoco. La zona grigia si allarga agli operatori dell’informazione?“Abbiamo ritenuto doveroso schierarci al fianco di Pino Maniaci” – ha detto Iacopino, segretario nazionale dell’Ordine – “Da anni conduce un lavoro preziosissimo nella lotta alla criminalità. Il suo importante contributo stride con l’incomprensibile silenzio dell’organismo regionale di rappresentanza della nostra categoria. Il lavoro antimafia che svolge Telejato – ha aggiunto il segretario nazionale – è sotto gli occhi di tutti, così come sono sotto gli occhi di tutti i tanti discorsi dei professionisti dell’antimafia parolaia”.
Una difesa appassionata e non solo, una riflessione durissima su come va il mondo dell’antimafia. “Mi riferisco a coloro i quali ritengono che sia sufficiente scrivere un libro o partecipare a una trasmissione televisiva per fare la lotta alla criminalità. L’Ordine nazionale è accanto a Pino Maniaci non per un atto di affetto, non per un gesto di solidarietà, ma per un dovere morale nei confronti di chi, con o senza tesserino, è testimone di una battaglia di riscatto sociale di una terra tormentata”. L’Ordine nazionale, non quello regionale. Una vistosa lacerazione, forse senza precedenti, sul terreno minato dell’antimafia. L’episodio merita di essere analizzato con grande cautela. Abbiamo fatto, dunque, ciò che chiunque fa in queste circostanze, cercare qualcosa che ci faccia capire. Abbiamo trovato senza troppa fatica (nonostante il riserbo del Consiglio dell’Ordine, che sulla questione tace) notizie documentate su episodi che fanni di Pino Maniaci, il protagonista, per usare un eufemismo, di una vita spericolata: per ben venti anni, dal 1982 al 2002, Pino Maniaci non ha combattuto contro la mafia, ma contro giudici e polizia. Ha collezionato una sfilza di condanne penali (tutte passate in giudicato): emissione di assegni a vuoto, furti, abuso d’ufficio, truffa, ricettazione. Le vicissitudini giudiziarie hanno costretto Pino Maniaci a subire una pena detentiva e a svolgere servizio civile (come pena alternativa) in affidamento. Nella maggior parte dei casi non ha pagato i suoi debiti con la giustizia, avendo usufruito di indulto, amnistia e pene alternative, anche di carattere pecuniario. Fosse finito sui giornali per un banale fatto di cronaca – come capita a tanta gente comune – accanto al nome e cognome avrebbero aggiunto “pregiudicato”, abitudine incivile del giornalismo di casa nostra. Ma è diventato protagonista dell’informazione antimafia, e la sua sorte è diventata altra. I suoi venti anni difficili non possono essere cancellati con il bianchetto perché ha scelto di informare e di ingaggiare una battaglia per ottenere l’autorizzazione di informare. È diventato un caso di cronaca.
L’Ordine regionale, nel mirino di quello nazionale, vuole ora sapere come si è comportato Pino Maniaci dopo il 2002. Ha fatto male? Non amiamo gli ordini professionali e riteniamo che la professione di giornalista debba essere svolta per scelta di chi la decida, avendo i requisiti idonei, e non debba invece essere decisa dagli editori. È bene comunque che chi informa, non abbia una fedina penale lunga tre pagine. Crediamo altresì che anche chi ha avuto una vita difficile ed abbia fatto errori, possa cambiare vita e svolgere ruoli sociali importanti ed utili, ed esercitare la professione di giornalista se si è lasciato alle spalle il passato. Ciò che è insopportabile, in questa storia – e lascia l’amaro in bocca - è la superficialità con la quale si affrontano i fatti, tanto più quanto riguardano proprio i giornalisti. La superficialità e l’ignoranza sono la causa di pregiudizi e rendono un pessimo servizio alla convivenza civile, figuriamoci alla lotta contro la mafia, che è una cosa terribilmente seria. La superficialità e l’ignoranza sono incompatibili, dunque, con un'onesta informazione.
SiciliaInformazioni, 09 maggio 2009

Il segretario nazionale dell'Irdine dei Giornalisti spiega perchè sta con Pino Maniaci

Il segretario nazionale dell'Ordine dei giornalisti, Enzo Iacopino, con una lettera inviata alla redazione di SiciliaInformazioni, torna sul caso che ha come protagonista Pino Maniaci, volto noto dell'emittente partinicese Telejato. Il cronista, che il prossimo 26 giugno sarà processato con il rito abbreviato per esercizio abusivo della professione giornalistica, ha recentemente presentato all'Ordine regionale la richiesta di iscrizione all'Albo.

Caro Direttore,
mi costituisco. Sono Enzo Iacopino, iscritto all’Ordine dei giornalisti con tessera n. 52279, elenco professionisti dal 1976. Nei cinque anni precedenti ho avuto quella dei pubblicisti. Sono, ahimè, recidivo, come vede. Ho letto quanto scrive, pur non trovandomi “in Alaska o Sud Africa, a Voghera o a Catania”, ma a Roma, gli interrogativi che lei si pone e che in gran parte condivido.
Non capisco. E non mi adeguo. Ho già detto che non è la tessera dell’Ordine a fare di una persona un giornalista. Ho ripetuto, fino alla noia, credo, che la competenza, la prima competenza a deliberare sulla richiesta di iscrizione di Pino Maniaci è dell’Odg della Sicilia. Senza se e senza ma. I colleghi siciliani hanno, all’interno del loro Consiglio, risorse culturali adeguate a valutare se i demeriti (mi perdoni, l’ultimo di Maniaci è del 1994 – vado a memoria – data del reato e non del 2002, anno della sentenza) dell’interessato sono superiori ai meriti che ha guadagnato con la sua attività in prima linea, mentre altri – nei loro salotti, in Sicilia, in terraferma o nel Continente – pontificavano su quel che occorre per combattere la mafia. Senza bisogno di “badanti” a livello nazionale, con fini scarsamente comprensibili, l’Ordine della Sicilia ha le risorse economiche per farsi consigliare da un legale. Ad esempio, quelle stesse che aveva in un primo tempo deliberato di investire – leggo – in una costituzione di parte civile contro Maniaci per esercizio abusivo della professione. Un’ipotesi rientrata – ne sono lieto – anche perché, presentata la domanda di iscrizione era evidente che l’attività precedente di Maniaci rispondeva agli obblighi che la legge detta per poter essere iscritto all’Ordine. Poteva l’Ordine regionale non sapere che la legge impone che la domanda può essere presentata solo dopo che siano decorsi “almeno due anni” di attività giornalistica? No, non poteva. E, francamente, avrebbe dovuto saperlo lo stesso magistrato che, avuta la notizia della presentazione della domanda avrebbe ben potuto chiedere l’archiviazione del procedimento, e non la unificazione con altro contenente ben diversa ipotesi di reato, cancellando così un capo di incolpazione che fa riferimento ad un esame di abilitazione professionale al quale gli aspiranti pubblicisti non sono tenuti dalla legge.
Non so se, come lei ipotizza, ci siano, trascrivo, difficoltà “solo burocratiche o c’è qualcosa sotto? Essendoci di mezzo la mafia, tutto è possibile. È questa l’opinione prevalente”. Ad essere sinceri, penso che molto più banalmente ci sia la preoccupazione di evitare che una decisione immediata (?: dopo quasi due anni da una pubblica manifestazione di solidarietà a Telejato) appaia come un favoritismo inaccettabile, soprattutto per i professorini dell’antimafia parolaia che non mancano tra i giornalisti. E, si sa (senza scomodare Nostro Signore) c’è sempre un Giuda che ti bacia in pubblico, ti sussurra parole affettuose all’orecchio e poi tenta di accoltellarti o ostacolarti lontano dai riflettori. E, a volte, ce n’è più d’uno.
Tifo, con lei direttore, per il Maniaci di oggi. Sono stato con lui due giorni. L’ho conosciuto di persona pochi minuti prima di accompagnarlo, con il consigliere Giacomo Clemenzi, a presentare la domanda di iscrizione, il 4 maggio. Mi è bastato chiederglielo, senza che ci conoscessimo, per telefono la sera del 30 aprile. Sì, è bastata una telefonata. Ricorda la pubblicità? Beh, in questo caso, una telefonata tutela la dignità dell’Ordine (al quale mi spiace lei non creda). E’ bastato non restare in attesa che accadesse l’irreparabile, per lui e per l’Ordine (prima di tutto per quello della Sicilia) di una condanna di Maniaci per esercizio abusivo della professione, magari ottenuta anche grazie alla costituzione di parte civile da parte dell’Ordine regionale. E’ questo che sarebbe stato “scandaloso”, non – come qualcuno ha detto – la mia presenza a Partinico, accanto al cittadino Maniaci, per testimoniare non una solidarietà parolaia, ma qualcosa di più profondo che o lo si capisce, se si hanno dentro sentimenti, oppure non vale la pena di spiegare. Questa, come lei scrive, è una “vistosa lacerazione, forse senza precedenti, sul terreno minato dell’antimafia” con l’Ordine della Sicilia? Non lo credo. Non lo voglio. Spenderò energie per evitare che così venga interpretato. E comincio da qui, approfittando per altre due righe di lei. Lasciamo lavorare i colleghi del Consiglio della Sicilia. Con serenità e con scrupolo sapranno dare, confido, la risposta che in tanti attendono. A cominciare dal cittadino Pino Maniaci. La ringrazio, direttore. Di cuore.
Enzo Iacopino
segretario del Consiglio nazionale dell'Ordine dei giornalisti
SiciliaInformazioni, 09 maggio 2009

Regione Siciliana. Fondi regionali a pioggia, il commissario dello Stato blocca tutto

di Emanuele Lauria
Bande musicali, associazioni di rugbisti e di specialisti del “tiro dinamico” e musei del giocattolo: erano saliti tutti, sulla giostra del contributo siciliano

Alla fine anche il commissario dello Stato, il prefetto che controlla le leggi approvate in Sicilia, ha dovuto prendere atto che l’antico parlamento di Palermo aveva proprio esagerato. E ha bocciato, in un sol colpo, la pioggia di contributi a 253 fra enti, associazioni, centri studi, per una spesa record di 78 milioni. C’e ra davvero di tutto, nella legge che - secondo il commissario Alberto Di Pace - «compromette il principio costituzionale del buon andamento della pubblica amministrazione». Anche perché, segnala ancora il prefetto, almeno 47 sussidi non consentono neppure “«l’i ndividuazione certa dei destinatari della provvidenza pubblica». L’A rs ha dato soldi a enti che neppure figurano su Internet. Bande musicali, associazioni di rugbisti e di specialisti del “ tiro dinamico” e musei del giocattolo: erano saliti tutti, sulla giostra del contributo siciliano. Non aveva badato a spese, la sempre prodiga Assemblea regionale siciliana. Passando sopra la crisi e il risanamento annunciato con i tagli alla sanità. Buone intenzioni che avevano ceduto il passo a una manovra pre-elettorale che aveva fatto impallidire i blitz del passato. Come quello di Benito Paolone, l´ex deputato di An che nel gennaio del 2007 sbucò a Palazzo dei Normanni e si fece approvare un contributo da 500 mila euro per l´Amatori Catania di rugby. Nel capoluogo non hanno retto all´invidia e quest´anno è spuntato, nella rubrica del turismo, un finanziamento per la «Palermo rugby»: 200 mila euro. Nella foga, la mano anonima di un deputato dell´Mpa ha piazzato il suo contributo da 50 mila euro per il Combat club Gela: può la Regione non incoraggiare la giovane arte del «tiro dinamico», disciplina che consiste nello sparare a bersagli mobili in un set costruito con finte porte e finestre? Non può.
Per carità: la lista contiene molte iniziative meritevoli. Ma non c´è un criterio di scelta. E ogni organismo finanziato ha, naturalmente, un preciso sostenitore politico. La parte del leone, in Sicilia, la fa il mondo cattolico, cui vengono indirizzati finanziamenti per 5,5 milioni: fra le new entries quest’anno i «Legionari di Cristo» che ricevono un contributo da 100 mila euro. Nella lunga lista dei beneficiari c’è l´Osservatorio dell´autonomia (50 mila euro) che evidentemente sta a cuore a un presidente autonomista, l´Accademia degli zelanti e dei dafnici con sede ad Acireale (130 mila euro), i giuristi cattolici di Agrigento che fanno il pieno con 200 mila euro. E i musei, anche i più piccoli, noti o poco frequentati: dal museo del giocattolo di Catania a quello sulla pena e sulla tortura con sede a Bronte. La Regione Siciliana pensa ai presepi: soldi per quello di Custonaci, ed è una conferma, ma pure per quello di Agira. Per lo più “aiutini” da 50 mila euro, nella sagra dei contributi a pioggia. Quando le cifre sono maggiori, finiscono per essere premiati enti che, per la cattiva gestione, faticano a risollevarsi dal tracollo finanziario: un milione va alla fondazione Federico II, il cui ex direttore generale Alberto Acierno è accusato dall’attuale consiglio d’amministrazione di aver fatto viaggi alle Maldive e shopping a Madrid con la carta di credito aziendale. Insomma, un mare magnum dove annega ogni giudizio di valore. Alla fine, a pagare dazio potrebbe essere solo (o quasi) il Centro studi filologici e linguistici siciliani, una delle maggiori istituzioni internazionali di questa disciplina, che ha visto dimezzato il contributo della Regione. E che grida allo scandalo in un documento firmato da decine di studiosi fra i quali Tullio De Mauro e il presidente dell’accademia della Crusca Francesco Sabatini: «Con tutto il rispetto, siamo trattati come il circolo culturale di un paese delle Madonie». Ma il commissario dello Stato, stamattina, ha bloccato tutto. Bloccando 78 milioni di contributi a pioggia erogati malgrado una crisi finanziaria che aveva costretto il governo Lombardo a chiedere un nuovo mutuo per 650 milioni.
(La Repubblica, 09 maggio 2009)

venerdì 8 maggio 2009

Il racconto. Tra le reduci del Pinar: meglio morire che tornare lì. "Voi italiani siete buoni, come potete fare una cosa del genere?"

"Li avete mandati al massacroin quei lager stupri e torture". Le lacrime di Hope e Florence per i disperati riportati in Libia: i nostri mesi all'inferno
dal nostro inviato
FRANCESCO VIVIANO

LAMPEDUSA - "Li hanno mandati al massacro. Li uccideranno, uccideranno anche i loro bambini. Gli italiani non devono permettere tutto questo. In Libia ci hanno torturate, picchiate, stuprate, trattate come schiave per mesi. Meglio finire in fondo al mare. Morire nel deserto. Ma in Libia no". Hanno le lacrime agli occhi le donne nigeriane, etiopi, somale, le "fortunate" che sono arrivate a Lampedusa nelle settimane scorse e quelle reduci dal mercantile turco Pinar. Hanno saputo che oltre 200 disgraziati come loro sono stati raccolti in mare dalle motovedette italiane e rispediti "nell'inferno libico", dove sono sbarcati ieri mattina. Tra di loro anche 41 donne. Alcuni hanno gravi ustioni, altri sintomi di disidratazione. Ma la malattia più grave, è quella di essere stati riportati in Libia. Da dove "erano fuggite dopo essere state violentati e torturati. Non solo le donne, ma anche gli uomini". I visi di chi invece si è salvato, ed è a Lampedusa raccontano una tragedia universale. La raccontano le ferite che hanno sul corpo, le tracce sigarette spente sulle braccia o sulla faccia dai trafficanti di essere umani. Storie terribili che non dimenticheranno mai. Come quella che racconta Florence, nigeriana, arrivata a Lampedusa qualche mese fa con una bambina di pochissimi giorni. L'ha battezzata nella chiesa di Lampedusa e l'ha chiamata "Sharon", ma quel giorno i suoi occhi, nerissimi, e splendenti come due cocci di ossidiana, erano tristi. Quella bambina non aveva un padre e non l'avrà mai. "Mi hanno violentata ripetutamente in tre o quattro, anche se ero sfinita e gridavo pietà loro continuavano e sono rimasta incinta. Non so chi sia il padre di Sharon, voglio soltanto dimenticare e chiedo a Dio di farla vivere in pace". Accanto a Florence, c'è una ragazza somala. Anche lei ha subito le pene dell'inferno. "Quando ho lasciato il mio villaggio ho impiegato quattro mesi per arrivare al confine libico, e lì ci hanno vendute ai trafficanti e ai poliziotti libici. Ci hanno messo dentro dei container, la sera venivano a prenderci, una ad una e ci violentavano. Non potevamo fare nulla, soltanto pregare perché quell'incubo finisse". Raccontano il loro peregrinare nel deserto in balia di poliziotti e trafficanti. "Ci chiedevano sempre denaro, ma non avevamo più nulla. Ma loro continuavano, ci tenevano legate per giorni e giorni, sperando di ottenere altro denaro".
OAS_RICH('Middle');Il racconto s'interrompe spesso, le donne piangono ricordando quei giorni, quei mesi, dentro i capannoni nel deserto. Vicino alle spiagge nella speranza che un giorno o l'altro potessero partire. E ricordano un loro cugino, un ragazzo di 17 anni, che è diventato matto per le sevizie che ha subito e per i colpi di bastone che i poliziotti libici gli avevano sferrato sulla testa. "È ancora lì, in Libia, è diventato pazzo. Lo trattano come uno schiavo, gli fanno fare i lavori più umilianti. Gira per le strade come un fantasma. La sua colpa era quella di essere nero, di chiamarsi Abramo e di essere "israelita". Lo hanno picchiato a sangue sulla testa, lo hanno anche stuprato. Quel ragazzo non ha più vita, gli hanno tolto anche l'anima. Preghiamo per lui. Non perché viva, ma perché muoia presto, perché, finalmente, possa trovare la pace". Le settimane, i mesi, trascorsi nelle "prigioni" libiche allestite vicino alla costa di Zuwara, non le dimenticheranno mai. "Molte di noi rimanevano incinte, ma anche in quelle condizioni ci violentavamo, non ci davano pace. Molti hanno tentato di suicidarsi, aspettavano la notte per non farsi vedere, poi prendevano una corda, un lenzuolo, qualunque cosa per potersi impiccare. Non so se era meglio essere vivi o morti. Adesso che siamo in Italia siamo più tranquille, ma non posso non stare male pensando che molte altre donne e uomini nelle nostre stesse condizioni siano state salvate in mare e poi rispedite in quell'inferno, non è giusto, non è umano, non si può dormire pensando ad una cosa del genere. Perché lo avete fatto?". "Noi eravamo sole, ma c'erano anche coppie. Spesso gli uomini morivano per le sevizie e le torture che subivano. Le loro mogli imploravano di essere uccise con loro. La rabbia, il dolore, l'impotenza, cambiavano i loro volti, i loro occhi, diventavano esseri senza anima e senza corpo. Aiutateci, aiutateli. Voi italiani non siete cattivi. Non possiamo rischiare di morire nel deserto, in mare, per poi essere rispediti come carne da macello a subire quello che cerchiamo inutilmente di dimenticare". Hope, 22 anni, nigeriana è una delle sopravvissute ad una terribile traversata. Con lei in barca c'era anche un'amica con il compagno. Viaggiavano insieme ai loro due figlioletti. Morirono per gli stenti delle fame e della sete, i corpi buttati in mare. "Come possiamo dimenticare queste cose?". Anche loro erano in Libia, anche loro avevano subito torture e sevizie, non ci davano acqua, non ci davano da mangiare, ci trattavano come animali. Ci avevano rubati tutti i soldi. Per mesi e mesi ci hanno fatto lavorare nelle loro case, nelle loro aziende, come schiavi, per dieci, venti dollari al mese. Ma non dovevamo camminare per strada perché ci trattavano come degli appestati. Schiavi, prigionieri in quei terribili capannoni dove finiranno quelli che l'Italia ha rispedito indietro. Nessuno saprà mai che fine faranno, se riusciranno a sopravvivere oppure no e quelli che sopravviveranno saranno rispediti indietro, in Somalia, in Nigeria, in Sudan, in Etiopia. Se dovesse accadere questo prego Dio che li faccia morire subito".
(La Repubblica, 8 maggio 2009)

Clandestini e legge sugli immigrati. Vaticano: "Violati i diritti dei rifugiati"

La protesta del segretario del Pontificio Consiglio per i Migrantimonsignor Marchetto: "Si criminalizzano gli emigranti irregolari". L'Osservatore Romano: "L'Italia preoccupa, dare aiuto a chi ha bisognoè priorità". La Cei: "Reato di immigrazione clandestina da rivedere"
CITTA' DEL VATICANO - L'Italia che respinge in Libia i migranti intercettati in mare "preoccupa", perché dare aiuto a chi si trova in condizioni gravi è una priorità. La dura presa di posizione arriva dall'Osservatore Romano, dopo che contro il rimpatrio dei clandestini in Libia, che "ha violato le norme internazionali sui diritti dei rifugiati", aveva protestato già il segretario del Pontificio Consiglio per i Migranti e gli Itineranti, monsignor Agostino Marchetto. E la Cei si lancia contro il nuovo pacchetto sicurezza del governo, per l'introduzione del reato di immigrazione clandestina, che allarma i vescovi perché mette a rischio diritti fondamentali. Una norma che la Cei invita a rivedere. Osservatore Romano: "Garantire assistenza e diritti umani". Il quotidiano della Santa Sede sottolinea "la priorità del dovere di soccorso nei confronti di chi si trova in gravi condizioni di bisogno. I migranti devono poi essere ricoverati presso strutture - si conclude - che possano fornire adeguate garanzie di assistenza e di rispetto dei diritti umani''. Vaticano e Cei: Pacchetto sicurezza contro i diritti umani degli immigrati. Secondo il Vaticano, anche alcune norme del pacchetto sicurezza, come quella sulla denuncia obbligatoria dei medici, preludono a "gravi difficoltà" per la realizzazione dei diritti umani dei migranti in Italia. "La normativa internazionale, alla quale si è appellata anche l'Onu - ha ricordato poi monsignor Agostino Marchetto - prevede che i possibili richiedenti asilo non siano respinti, e che, fino a che non ci sia modo di accertarlo, tutti i migranti siano considerati 'rifugiati presunti". "Capisco che gli attuali flussi misti complicano le cose anche per i governi - ha aggiunto - ma c'è bisogno comunque di rendere operative le norme concordate e riaffermate più volte nelle sedi internazionali".
OAS_RICH('Middle');Monsignor Marchetto ha poi espresso la convinzione, già espressa più volte ma non sottoscritta dalle massime autorità ecclesiastiche, che la legislazione italiana in materia migratoria sia macchiata da un "peccato originale", rappresentato dalla volontà di "criminalizzare gli emigranti irregolari", una realtà di fronte alla quale "i cittadini sono posti e devono giudicare". "Ciascuno si assumerà le proprie responsabilità. Per quanto mi riguarda - ha concluso - cerco solo di rappresentare la dottrina sociale della Chiesa che, nel valutare la soluzione ad un problema impone di verificare non solo se è efficace, ma se è giusta". Anche il direttore dell'Ufficio per la pastorale degli immigrati della Cei, padre Gianromano Gnesotto, sottolinea che le norme contenute nel nuovo pacchetto sicurezza del governo mettono a repentaglio i diritti umani degli immigrati, e in pericolo, più in generale, il riconoscimento dei diritti "fondamentali" alla salute e all'istruzione di tutti i cittadini. Si rischia in questo modo di creare dei cittadini di serie B, ammonisce Gnesotto, e di fare degli immigrati delle "non persone". La Cei lancia quindi un invito a rivedere il reato di clandestinità, e trovare, se possibile, "una via di mezzo".

LA STORIA . Silvio, Veronica e le altre. Bugie e domande senza risposta

di GIUSEPPE D'AVANZO
C'È IN giro una semplificata idea di democrazia. "Le regole del gioco in una democrazia decente sono chiare: ciascuno dice la sua". Memorabile e coerente perché è appunto questo che abbiamo nelle orecchie, a proposito di Silvio, Veronica e le altre.

Slogan demagogici (tra moglie e marito...); frasi fatte (i panni sporchi si lavano in famiglia); chiacchiericcio (la vicenda è privata). Dire democrazia, questo frastuono, pare un azzardo. E' rumore che ogni cosa confonde. E' un dispositivo che distrugge la realtà nell'immagine riflessa del contenitore vuoto dei media. L'operazione non è senza conseguenze perché "il falso indiscutibile" prima cancella l'opinione pubblica che diventa incapace di farsi sentire; poi anche solo di formarsi. C'è chi in questo andazzo ci sta come il topo nel formaggio o perché ha già conquistato il suo posticino a corte o perché spera di conquistarlo al prossimo turno o perché, più umanamente, non ha voglia di darsi il coraggio necessario per chiedere di non essere preso per il naso, almeno. Sarà anche legittimo non farselo piacere l'andazzo, no? Sarà ancora legittimo credere ancora che la realtà esista o che la rimozione non aiuta a guarire le nevrosi - siano esse di un individuo o di una società. E' ancora legittima, per questa destra nichilista, l'esistenza di chi crede che negare la verità significa sempre negare dei fatti e quindi concedergli di conoscerli? Si potrà forse acconsentire che un principio della cultura dominante (Leitkultur) dell'Occidente europeo e liberale è l'"uso pubblico della ragione". Allora, diciamo che è in nome della ragione o, senza esagerare, di una mediocre ragionevolezza che si può chiedere a Silvio Berlusconi, presidente del Consiglio, di inventare meglio la frottola perché così come ce la offre è troppo taroccata per crederla vera. Dovunque la sfiori, suona falsa. E' in cerca di risposta qualche domanda: Berlusconi "frequenta minorenni", come sostiene Veronica Lario quando si convince a divorziare? Che rapporto, negli anni, Berlusconi ha intrattenuto con Noemi Letizia, 18 anni il 26 di aprile? In quale clima psichico vive il premier? "Ha bisogno di aiuto perché non sta bene", come sostiene preoccupata sua moglie? La febbre o l'inclinazione psicopatologica che lo accalda può definirsi, come hanno scritto il Riformista e l'Unità senza ricevere smentite, un'impotente satiriasi o sexual addiction sfogata in "spettacolini" affollati di escort e "farfalline" tra materassi extralarge in quel palazzo Grazioli, impernacchiato di tricolore, dove si decidono le politiche del Paese? E, per ultimo ma non ultimo - perché questione politica per eccellenza - può essere, per dirla con le parole di Veronica Lario, "il divertimento dell'imperatore", questo "ciarpame senza pudore in nome del potere", a selezionare le classe dirigenti, a decidere della rappresentanza politica? Non emerge oggi "attraverso il paravento delle curve e della bellezza femminile (ancora la Lario) la sfrontatezza e la mancanza di ritegno del potere che offende la credibilità di tutte le donne soprattutto di quelle che sono state sempre in prima linea e che ancora lo sono, a tutela dei loro diritti"? Abituato a scriversi in solitudine l'agenda dell'attenzione pubblica, assuefatto a dettare il menabò dell'informazione scritta e televisiva, Berlusconi barcolla quando lo assale l'imprevisto e non ha il copione scritto. Bersaglio delle critiche al "velinismo in politica" di Sofia Ventura, politologa di Fare Futuro, sorpreso a festeggiare a Casoria, Napoli, una diciottenne, Berlusconi da Varsavia improvvisa e sbaglia le sue mosse. Dice che non ha mai pensato a sistemare "veline" (escluse a sorpresa e in gran fretta, una miss Veneto, una "meteorina" di Retequattro lo smentiscono mentre tacciono deluse una "rossa" del Grande Fratello, una valletta Mediaset, un star di "Incantesimo", un'"Elisa di Rivombrosa"). Dice che Noemi è soltanto "la figlia di un vecchio amico, ex autista di Craxi" (lo smentiscono Bobo Craxi e Giulio Di Donato, vicesegretario del Psi e per di più un napoletano che dovrebbe conoscere l'autista napoletano del segretario). Dice che si tratta di un "tranello mediatico" in cui è caduta anche "la signora", cioè sua moglie. Trappola di chi? Di Fare Futuro, think tank di Gianfranco Fini? La teoria del complotto non fa molta strada, è buona soltanto per babbei e turiferari. Muore lì. Tornato in Italia da Varsavia, Berlusconi guadagna qualche ora per rimettere insieme e meglio i cocci della sua storia. Che, sulla scena gregaria di Porta a Porta, diventa questa. "E' una menzogna che frequento minorenni. Il padre della ragazza mi ha chiamato perché voleva un appuntamento con me per parlarmi delle candidature nel sud di Franco Malvano e Flavio Martusciello. E' stata soltanto Repubblica a sottendere la frequentazione della ragazza". La favola è scritta male, può contare - per essere accettata - soltanto su una pulsione servile. E' stata Noemi, che lo chiama "papi", a raccontare come sono andate le cose in questi anni. "Papi mi ha allevata. Non mi ha fatto mai mancare le sue attenzioni. Un anno, ricordo, mi ha regalato un diamantino; un'altra volta, una collanina. Domenica, una collana d'oro con un ciondolo. Lo adoro. Gli faccio compagnia. Lui mi chiama, mi dice che ha qualche momento libero e io lo raggiungo a Milano, a Roma. Resto ad ascoltarlo. E' questo che lui desidera da me. Poi cantiamo assieme. No, non mi candiderò alle prossime regionali. Preferisco candidarmi alla Camera. Ci penserà papi Silvio". Di questi incontri e promesse, Berlusconi non parla. Lascia pubblicare a un periodico della Casa le foto della festa di Casoria. E che c'entrano? Mica Veronica Lario lo ha accusato di atti osceni in luogo pubblico? La strategia di Berlusconi è nota, e le foto la confermano. Non confuta, ma distrae. Non offre alcun certo punto di riferimento per orientarsi nella polemica, ma disintegra nel rumore quel che poco che si sa nella convinzione che, presto, affiorerà la consueta "indifferenza per come stanno davvero le cose". La fanfaluca ("non frequento minorenni") non regge nemmeno se la si verifica, diciamo così, dal lato del padre di Noemi, Benedetto Letizia. E' lui, Benedetto, il "contatto" tutto politico di Berlusconi? L'uomo, commesso in municipio, dovrebbe essere un influente esponente del Popolo della Libertà meridionale se il presidente del Consiglio discute con lui, proprio con lui e solo con lui senza intermediari, le candidature europee. Purtroppo nel Popolo della Libertà nessuno conosce Benedetto Letizia. Ignorano chi sia Benedetto anche Franco Malvano e Flavio Martusciello. Il primo è stato questore di Napoli e, investito da Berlusconi, candidato sindaco di Napoli. Il secondo è il fratello di Antonio Martusciello, dirigente di Publitalia prima di entrare nella task force di Marcello Dell'Utri che creò Forza Italia, diventato parlamentare e anche viceministro dei Beni culturali. Un buon veicolo, il fratello, per raggiungere il Capo. E' ragionevole credere che se i due avessero voluto discutere delle loro candidature si sarebbero rivolti direttamente a Berlusconi e non ai buoni uffici di un commesso del Comune che nel PdL non si è mai visto. Berlusconi ammette di aver incontrato la ragazza in qualche occasione, ma sempre alla presenza dei genitori. Né la madre né il padre di Noemi hanno mai parlato di incontri a Milano o a Roma con Berlusconi. Si può scommettere qualche euro che lo faranno nei prossimi giorni. Se si sbriciolano tutti gli argomenti preparati per smentire gli incontri con una minorenne (tre regali, tre compleanni vuol dire che Noemi incontra Berlusconi da quando aveva sedici anni e lo ha conosciuto quindicenne), è più assennato credere alle parole inquiete di Veronica Lario: è vero, il presidente del Consiglio frequenta minorenni che "magari" fossero sue figlie segrete. Trascuriamo le ricostruzioni degli "spettacolini" e gli "accappatoi di un bianco che quasi abbaglia" e il vigore ritrovato con un misterioso "farmaco che si inietta", assunto ormai "fuori da ogni controllo medico". Abbandoniamo queste scene tra le cose dette e mai contraddette perché è ben più critico (o molto coerente) che la questione politica, sollevata all'inizio di questa storia da due donne, Sofia Ventura e Veronica Lario, sia stata affrontata soltanto da altre donne (Aspesi, Bindi, Bonino, Spinelli, Dominijanni) nel raggelante silenzio dell'élite nazionale come se questa "valorizzazione" delle donne non riducesse "la loro libertà a libertà di mostrarsi in tv e offrirsi come gadget al circuito del potere" o a un dominio proprietario e "spettacolare". Sembra che soltanto le donne abbiano capito che quest'ambigua, violenta atmosfera che consente di ridicolizzare le loro storie e il loro destino, tra sghignazzi, ironie e magari qualche "palpatina di classe", educa "la gente per bene ad abituarsi ad ascoltare cose che, nel passato, sarebbe stata orripilata di pensare e alle quali non sarebbe stata concessa pubblica espressione". O alcun "uso pubblico della ragione".
(La Repubblica, 8 maggio 2009)

giovedì 7 maggio 2009

LA FINE INGLORIOSA DEI FONDI EUROPEI

di Francesco Palazzo
"L´ultima occasione". Leggendo di sfuggita e da lontano mi ero prefigurato due possibilità. L´offerta pubblicitaria di qualche prodotto che qualcuno m´invitava a acquistare oppure il messaggio elettorale di un candidato alle europee. Il messaggio del manifesto, che poi ho rivisto affisso ovunque, parla invece di tutt´altro. In alto la scritta Sud a tre colori molto vivaci, in basso un´agenda che fa vedere il 2007 e il 2013. Senza altre specificazioni, sembra un appello per iniziati di un gruppo esoterico. Quell´agenda, in effetti, rimanda solo per gli addetti ai lavori a un´altra agenda famosa in ristretti circuiti, cui da anni è associato il numero 2000. Dunque il riferimento è ai fondi strutturali europei. Il manifesto riguardava l´incontro di lunedì al Teatro Massimo. Ma qual è questa inquietante ultima occasione? Il riferimento è ai nuovi fondi europei che coprono il periodo 2007-2013, miranti a ridurre i divari tra le regioni. In particolare, l´Obiettivo 1 promuove lo sviluppo delle aree che presentano forti ritardi. La Sicilia è ancora - e per qualcuno è motivo di contentezza - tra le regioni deboli. Per l´ultima volta, come recita lo slogan. Perché l´allargamento dell´Ue farà convergere i futuri aiuti verso territori ancora più malmessi. Parliamo di miliardi di euro che in altri luoghi hanno stimolato crescita e ricchezza. Prima di esprimersi sul futuro occorre tuttavia dire del presente. Com´è andata Agenda 2000 in Sicilia? C´è chi sostiene che la Regione non ha lasciato un euro, c´è chi afferma che si è perso tanto di quello che era stato assegnato. Numeri di dubbia utilità, a dire il vero, che spesso descrivono la forma e non entrano nella sostanza. Che è quella che più c´interessa. Non ha senso dire quanto si spende, piuttosto occorre vedere la qualità della spesa. Se essa ha prodotto, trattandosi di fondi strutturali, passi avanti decisivi su questioni strategiche. Vi pare che con Agenda 2000 la nostra regione sia progredita? La realtà è sotto gli occhi di tutti. Una risposta autorevole la fornisce l´Europa. Che, facendoci rimanere nell´area Obiettivo 1, certifica al di là di ogni ragionevole dubbio, che siamo rimasti al palo. Ora abbiamo quest´ultima chance. Un altro consistente flusso di miliardi di euro bagnerà la nostra regione. Riusciremo, stavolta, a fare il salto di qualità? Oppure alla fine, con una Sicilia che presenterà la stessa sbiadita fotografia, la lite sarà nuovamente intorno alla quantità di spesa? In questo momento è molto difficile ipotizzare che, cambiati i musicanti, ammesso che alla regione si possa registrare qualche novità politica in positivo, cambierà pure la musica. Ciò che sappiamo è che tutte le discussioni sui tali fondi sono passate sulla testa dei siciliani. Tolti, ovviamente, i pochissimi che hanno avuto interessi personali su questo fiume di moneta sonante. Dovrebbe essere ormai chiaro che non sono i soldi a palate le precondizioni dello sviluppo. Posso avere poco, spenderlo nella giusta direzione, e andare avanti. Posso, al contrario, ottenere per decenni, com´è accaduto alla Sicilia, mezzi economici rilevanti e rimanere fermo o quasi. Vedremo se la prossima agenda avrà pagine più liete.
LA REPUBBLICA, 07 MAGGIO 2009

mercoledì 6 maggio 2009

Corleone. I Carabinieri trovano due fucili nascosti nell'ex Ospedale dei Bianchi

CORLEONE – L’altro ieri, i Carabinieri di Corleone hanno trovato due fucili a canne mozze nel cantiere edile per la messa in sicurezza dell'ex Ospedale dei Bianchi. Le armi, in pessimo stato di conservazione, erano nascoste nell'interno di un contro-soffitto, tra il primo e il secondo piano dell'edificio. Da una prima valutazione, sembrerebbero risalirebbero a più di 50 anni fa. Ad allertare i militari sono stati gli operai impegnati nei lavori di ristrutturazione del vecchio edificio ospedaliero. Le armi sono state immediatamente inviate ai laboratori del Ris (reparto investigazioni scientifiche) di Messina per gli accertamenti balistici. Le indagini dei Carabinieri puntano a verificare se quelle armi possano essere state utilizzate per omicidi di mafia negli anni ‘40-‘50. Proprio in quegli anni, infatti, direttore sanitario dell'ex ospedale dei Bianchi era il dottor Michele Navarra, capomafia di Corleone. Il medico-boss venne assassinato dal suo “fido” luogotenente Luciano Liggio il 2 agosto del 1958, mentre percorreva la strada tra Prizzi e Corleone a bordo della sua Fiat 1100. La morte di Navarra e la “guerra di mafia” che ne seguì avrebbero aperto la strada per la scalata ai vertici di Cosa nostra a Luciano Liggio e ai suoi due “picciotti”, Totò Riina e Bernardo Provenzano.
Nel 1947 fu ricoverato per poche ore in quell’ospedale il cavalier Rossi, mentre veniva trasportato nel carcere dell’Ucciardone, con l’accusa di essere uno dei mandanti dell’assassinio di Accursio Miraglia, segretario della Camera del lavoro di Sciacca. E il dott. Navarra gli rilasciò subito un certificato medico che gli evitò il carcere. Nel 1948, in questo famigerato ospedale, qualche giorno dopo il sequestro e l’assassinio di Placido Rizzotto, segretario della Cgil di Corleone, venne ricoverato il giovane pastore Giuseppe Letizia, in preda a febbre alta e delirio. Diceva di aver visto gli assassini di Rizzotto. E Navarra lo fece tacere per sempre con una iniezione letale.
Durante una delle più cruente battaglie della guerra tra “liggiani” e “navarriani”, quella del 6 settembre 1958, proprio nell’Ospedale dei Bianchi ricevette i primi soccorsi il “liggiano” Bernardo Provenzano, ferito di striscio alla testa nella sparatoria di via San Rocco. Dopo la medicazione, il futuro boss ringraziò e fece perdere le sue tracce. Meno fortunati di lui furono invece i “navarriani” Pietro Maiuri e i fratelli Giovanni e Marco Marino. Quella sera furono portati pure in ospedale. I sanitari provarono a tamponare le ferite, ma per loro non ci fu nulla da fare.
Negli anni ’60 e negli anni ’70 era voce abbastanza diffusa a Corleone che nei locali abbandonati dell’ex Ospedale dei Bianchi si potessero nascondere latitanti di mafia. C’era addirittura chi giurava di aver visto di sera tardi e di notte finestre che si aprivano e si chiudevano. I fucile ritrovati martedì scorso potrebbero essere appartenuti a qualcuno di questi.
Dino Paternostro
NELLA FOTO: I Carabinieri di Corleone mostrano i due fucili rinvenuti nell'ex Ospedale dei Bianchi

Mafia: Cipriani (ass. antiracket Bagheria), no alla cancellazione dei risarcimenti per enti che si costituiscono parte civile

“La previsione del governo nazionale di svuotare il peso della costituzione parte civile degli enti locali, anche nei processi per mafia, sarebbe un duro colpo alle amministrazioni che si battono contro ogni forma di condizionamento criminale”. Lo dice Pippo Cipriani presidente dell’Associazione Antiracket e Antiusura di Bagheria (Pa) a proposito della norma (art. 37) inserita nel ‘pacchetto sicurezza’ del governo Berlusconi che prevede, di fatto, che gli enti che si costituiscono parte civile, in caso di riconoscimento del danno potranno ottenere esclusivamente il rimborso delle spese processuali e non potranno più accedere al Fondo per le vittime della mafia per eventuali risarcimenti.
“In questo modo – aggiunge Cipriani – la costituzione parte civile si ridurrebbe ad una partecipazione puramente simbolica da parte degli enti locali. In questi anni i risarcimenti si sono dimostrati molto utili per l’azione di contrasto alla criminalità da parte delle amministrazioni locali, anche dal punto di vista sociale. Bisogna poi considerare che il fenomeno del racket dimostra di non arretrare, nonostante i duri colpi inferti dalla magistratura e dalle forze dell’ordine.
Nella sola città di Bagheria anche dopo la recente operazione ‘Perseo’, che ha decapitato le cosche che gestivano il racket a livello locale, si sono verificati: sei incendi di autovetture; tre incendi ad attività imprenditoriali; tre danneggiamenti, un furto e segnali di minacce in cantieri edili; tre lucchetti bloccati con il ‘classico metodo dell’Attack’. Questo -aggiunge Cipriani – è il ‘bollettino’ dei soli ultimi quattro mesi, e dà l’idea della drammatica tenacia della morsa del racket, anche dopo importanti affermazioni della presenza dello Stato”.
Il Pd ha presentato un emendamento per modificare la norma del ddl sulla sicurezza del governo che riguarda proprio la costituzione parte civile. “La proposta del PD – conclude Cipriani – tiene conto della necessità di risarcire le persone fisiche, ma anche dell’importanza dell’impegno per la legalità da parte degli enti locali, prevedendo per questi l’utilizzo del 20% del Fondo per le vittime della mafia”.
mercoledì 6 maggio 2009

martedì 5 maggio 2009

Sulla Sicilia arriva un'Onda Libera...

A Palermo, il 9 maggio, concerto acustico la mattina alla Bottega dei Sapori e dei Saperi della Legalità e gran finale, la sera a Cinisi, in ricordo di Peppino Impastato
E’ partita la carovana, guidata dai Modena City Ramblers, con musica, teatro di strada, giocoleria, poesia e gastronomia "resistente" sui beni confiscati alle mafie e riutilizzati grazie al lavoro di Libera. Associazioni, nomi e numeri contro le mafie. Itinerante dal 25 aprile al 9 maggio: dalla giornata dedicata alla Resistenza alla giornata in cui perse la vita Peppino Impastato; un viaggio per ripercorrere i valori che congiungono il sacrificio dei partigiani al sacrificio di chi oggi in Italia combatte ogni giorno contro le mafie. In queste due settimane di viaggio i Modena City Ramblers porteranno la loro musica ed il loro nuovo album "Onda Libera" (in uscita il 10 Aprile su etichetta Mescal e distribuito da Sony), in una serie di luoghi ove i beni confiscati alla mafia si sono trasformati in realtà oneste e produttive. Il titolo del nuovo album non è un caso, come non lo è quello del primo singolo: Libera Terra! Oltre alla musica dei MCR, in questi luoghi si svolgeranno incontri; saranno coinvolte band locali; gruppi teatrali; di giocoleria e molto altro. La voglia di stare insieme e di festeggiare queste vittorie sulla mafia, si concretizzerà nell'allestimento di giornate nelle quali il bene confiscato sarà il grande protagonista, pronto ad accogliere la cittadinanza, le famiglie delle vittime di mafia e tutti coloro che vorranno dare il loro contributo artistico. A ogni tappa un'esibizione diversa rispetto al solito assetto rock: niente orari canonici da concerto, palco adattato alla situazione, luci quanto basta. Per ogni data ci saranno collegamenti via radio e web, con report in tempo reale su http://www.onda.libera.it. A Palermo, nella giornata conclusiva, l'appuntamento è doppio, con il concerto acustico la mattina (ore 11) alla Bottega dei Sapori e dei Saperi della Legalità di LIBERA Palermo in piazza Castelnuovo 13, e la sera a Cinisi alle 21 per il Forum sociale antimafia "Felicia e Peppino Impastato" 2009.

TOUR CAROVANA LIBERA: Tour della Legalità contro le mafie sulle terre d´Italia!
Le tappe in Sicilia
07-05 Belpasso (CT) : In mezzo agli agrumeti ove sorgerà una nuova cooperativa Libera Terra.
08-05 Trapani : c/o la Cava di cemento dell'impresa confiscata Calcestruzzi Ericina.
09-05 Mattina in Bottega a Palermo, sera a Cinisi (PA) : Per Peppino Impastato.

Divisi dalla maglietta di "Don Corleone"

La senatrice Burani Procaccini lancia la proposta di vietare la vendita di gadget che richiamano a Cosa nostra: "Modelli pericolosi per i giovani". Contrario il fotografo Oliviero Toscani che ha brevettato il marchio "Mafia": "Il problema dell'Italia è la tv e il Grande Fratello"
PALERMO - Magliette e accendini, tazze e bandane, con la faccia ammiccante di Don Vito Corleone, protagonista del romanzo di Mario Puzo "Il Padrino" e dell'omonimo film di Francis Ford Coppola, o con la scritta Cosa nostra, imperversano nella bancarelle non solo siciliane di souvenir. Periodicamente divampano le polemiche sull'opportunità di riprodurre sui gadget motti o immagini dell'immaginario mafioso. Oggi ritornano."Non è concepibile che si vendano magliette e accendini con la fotografia di don Vito Corleone, con immagini e frasi del linguaggio mafioso: si tratta di un'impostazione altamente negativa per la pedagogia e induce molti nostri ragazzi a identificarsi in personaggi e situazioni che rappresentano il crimine e l'anti Stato" commenta la senatrice Maria Burani Procaccini, ex presidente della commissione bicamerale per l'Infanzia."Non amo molto i divieti - dice Burani Procaccini - ma penso, per esempio, alla pubblicità di una famosissima bibita molto in voga fra i giovani in cui si vede un uomo buttato nel mare e si sente una voce siciliana inequivocabile"."Si tratta di modelli pericolosi che legittimano inconsciamente la mafia - aggiunge - e che vanno respinti con forza e con sdegno. Chiedo che ci sia una levata di scudi per comprendere la negatività di messaggi che, invece, passano nell'indifferenza generale come se fossero semplici provocazioni culturali"."Se vietano la vendita delle magliette con il Padrino o con la scritta mafia dovrebbero vietare anche la vendita dei crocefissi. La polemica sui gadget che richimano al Padrino o alla mafia mi sembra una pura follia. Chi la pensa così dovrebbe vietarsi di parlare" risponde il creativo-fotografo e assessore di Salemi, Oliviero Toscani. "Il vero problema dell'Italia è la televisione - ha detto - Questo è il guaio. Non sono diseducative le magliette o le tazze con immagini dell'iconografia mafiosa. È molto più diseducativo il Grande Fratello. Finchè non capiremo questo non andremo da nessuna parte".Toscani ha anche depositato il brevetto con il marchio 'M.a.f.i.a' (Mediterranean association for international affair). "Non mi interessa speculare sul marchio Mafia - conclude - mi piaceva l'idea di brevettarlo".Di parere opposto il sindaco di Gela Rosario Crocetta, che da sempre lotta e sfida la mafia nel suo paese. "È un'oscenità. Fare business sfruttando la parola mafia o le immagini del Padrino è una delle cose più volgari che siano mai state pensate. Non si può scherzare su un fenomeno come quello della criminalità organizzata"."Non credo che da parte delle giovani generazioni ci sia pericolo di emulazione - ha ribadito Crocetta - ma in ogni caso il fenomeno è diseducativo. Da una parte parte spinge verso l'aggressività dall'altra fanno apparire la mafia come qualcosa di folcloristico, da portare a casa come un souvenir. Sono assolutamente a favore del divieto di vendere questo tipo di oggetti. Si potrebbe parlare di apologia della mafia: penso che questo tipo di reato dovrebbe essere previsto".
04/05/2009

domenica 3 maggio 2009

Il comunicato stampa dell’Associazione Culturale Peppino Impastato

Anche quest’anno, in occasione del trentunesimo anniversario della morte di Peppino Impastato, vogliamo rinfrescare la memoria ad un paese come l’Italia che troppo spesso tende ad ignorare e a dimenticare. Ricorderemo Peppino con la sua ribellione contro l’oppressione mafiosa, partendo dalla sua stessa famiglia, e la madre Felicia, con la sua determinazione che l’ha spinta a non mollare mai nell’impegno in difesa della verità. Come sempre,però, il ricordo non sarà l’unica prerogativa del forum, ma il fine sarà quello di creare un’occasione in cui si possa far circolare liberamente le informazioni riguardo le reali condizioni politiche, sociali ed economiche del nostro paese e costruire collettivamente percorsi alternativi per la partecipazione democratica e la sua crescita civile.Peppino resta per noi, e non solo, il punto di partenza, per la sua lucida analisi del fenomeno mafioso e le strategie innovative che ha sperimentato nel fronteggiarlo, che sono ancora attuali.La tre giorni che avrà luogo a Cinisi dall’8 al 10 maggio 2009 affronterà tematiche quanto mai urgenti, come le speculazioni mafiose che mettono in pericolo gli equilibri ambientali, favorite da politiche di governo compiacenti come il ritorno all’energia nucleare e la costruzione del ponte sullo Stretto; i nuovi equilibri tra il sistema politico ed economico e il potere mafioso; la sempre più pericolosa deriva fascista delle istituzioni nazionali e locali che comporta la limitazione delle libertà e dei diritti, arrivando a ledere quelli fondamentali come il diritto allo sciopero, al lavoro sicuro, alla libertà di espressione, all’uguaglianza.Non mancherà la musica con il suo importante ruolo di aggregazione e di comunicazione, con il progetto che unirà virtualmente Casa Cervi a Casa Memoria Impastato con l’esibizione dei Modena City Ramblers, per unire la resistenza civile antifascista a quella antimafia.Persistono per noi, purtroppo, le difficoltà economiche che ci costringono a fare di nuovo appello agli amici, ai compagni, a tutti coloro che si riconoscono negli ideali di Peppino, che sono anche i nostri, e che vogliano manifestare la loro vicinanza con un contributo, anche minimo, per coprire le spese di organizzazione del forum.Certamente sarà difficile raggiungere il livello di partecipazione dello scorso anno, in occasione del trentennale. In quella circostanza abbiamo potuto usufruire di un contributo di 35.000 euro del Ministero della Pubblica Istruzione, che ci ha consentito di far fronte alle spese di organizzazione. Quest’anno il contributo non è stato, sino a questo momento, rinnovato e molto probabilmente non lo sarà più. Per questo, come al solito, siamo senza una lira.Pur rendendoci conto che, in questo momento esistono altre priorità, come quella in Abruzzo, chiediamo un contributo economico anche minimo per ricordare Peppino e per potere ancora andare avanti nella lotta per una Sicilia libera dalla mafia.Chi vuole partecipare può fare riferimento al conto corrente postale 26951889 intestato all’ Associazione Culturale Peppino Impastato - Casa Memoria, Corso Umberto I, 220 - 90045 Cinisi.IBAN IT24 K076 0104 6000 0002 6951 889 - CIN K - ABI 07601

Programma del Forum Sociale Antimafia 2009

7 maggio
Ore 15.00 Casa Memoria Impastato: “I cento passi”, gara podistica con i bambini delle scuole da Casa Impastato a Casa Badalamenti.

8 maggio
Ore 15.00 Salone Comunale: Forum ambiente
Interverranno: Gino Sturniolo, Rete No Ponte; Vincenzo Miliucci, Confederazione Cobas Nazionale; Gioacchino Genchi, dirigente chimico Regione Sicilia; Alfonso di Stefano, promotore campagna “Smilitarizzazione di Sigonella”. Coordina Carlo Bommarito.
Ore 21.00 Salone Comunale: Anteprima nazionale del nuovo video di Fulvio Grimaldi: “Araba fenice, il tuo nome è Gaza”.

9 maggio
Ore 9.30 Salone Comunale: Forum Mafia e Antimafia
Interverranno: Franca Imbergamo, magistrato; Pia Blandano, preside Istituto Comprensivo Antonio Ugo – Palermo. Introduce e coordina Umberto Santino.
Presentazione libro di Giovanni Impastato a cura di Franco Vassia “Resistere a Mafiopoli. La storia di mio fratello Peppino Impastato”.
Ore 12.30 Presentazione fumetto di Marco Rizzo e Lelio Bonaccorso sulla vita di Peppino Impastato, interverrà Salvo Vitale. Il pittore Gaetano Porcasi omaggerà Casa Memoria Impastato con un quadro dedicato a Peppino e Felicia.
Ore 16.30 Concentramento presso Radio Aut (Terrasini)
Ore 17.00 Partenza del corteo da Radio Aut (Terrasini) a Casa Memoria Impastato (Cinisi)
Ore 21.00 Piazza Vittorio Emanuele Orlando: Concerto con i Modena City Ramblers, Fabrizio Varchetta, Zen.it Posse.

10 maggio
Ore 9.30 Salone Comunale: Forum sul lavoro e diritto allo sciopero
Interverranno: Renato Franzitta, Confederazione Cobas; Riccardo Faranda, BIN Italia. Coordina Salvo Vitale.
Ore 16.00 Salone Comunale: Forum Neofascismi e resistenze sociali
Interverranno: Graziella Bertozzo, No Vat; Antonella De Blasio, ricercatrice Università di Bologna; Simona Cusimano, Collettivo Malefimmine – Palermo.
Ore 18.00 Casa Memoria Impastato: estemporanea di pittura a cura dell’Accademia di belle arti di Palermo

Il programma non è definitivo e può subire variazioni.

Come ogni anno faremo di tutto per realizzare al meglio il Forum sociale antimafia dal 7 al 10 maggio: il programma prevede una serie di forum su temi scottanti d’attualità e interventi di artisti che si esibiranno gratuitamente, ma per i quali è necessario almeno il rimborso spese. Non è nostra intenzione trasformare la ricorrenza in un momento ludico, ma alternare “musica e cultura”, nel ricordo di Peppino. Tuttavia rischiamo di non potere realizzare alcune attività a causa delle scarse risorse economiche Non disponiamo di particolari contributi e cerchiamo di mantenere la nostra indipendenza e la nostra libertà di pensiero.
Tocca a voi, alla vostra volontà e alla vostra fiducia. Chiediamo, non solo ai singoli compagni, ma ad enti e associazioni che si occupano di antimafia, un contributo anche minimo, attraverso una sottoscrizione, a livello nazionale, sul conto corrente postale della nostra Associazione.
E' necessario che questo messaggio abbia la massima diffusione:possiamo contare soltanto sull'impegno dal basso di ognuno di voi: le adesioni formali vanno traformate in contributi sostanziali, oltre che in collaborazione nella gestione dei vari momenti del Forum.
Il 9 maggio invitiamo tutti a scendere in piazza non solo in ricordo di Peppino, ma per contribuire a cambiare il percorso della nostra democrazia.
Associazione Culturale Peppino Impastato Corso Umberto 220 Cinisi

Parla ancora Massimo Ciancimino: "Così Provenzanospuntava a casa mia"

Nuove rivelazioni di Ciancimino jr nell'aula bunker di Milano: "Dopo le stragi il super boss aveva una missione e si muoveva liberamente in Italia e all'estero, veniva spesso a trovare mio padre a Roma. Si presentò pure Riina". E il padrino di Corleone per la prima volta rinuncia al collegamento video
MILANO - "Mio padre era certo che ci fosse uno pseudo-accordo che riguardava Provenzano sul suo modo tranquillo e libero di muoversi, in Italia e all'estero. Provenzano aveva quasi una missione, un ruolo ben preciso dopo le stragi, e mio padre era sicuro che la presa del timone di Cosa nostra da parte sua fosse la cosa migliore". Così Massimo Ciancimino ha ricordato gli incontri fra suo padre Vito, morto nel 2002, e il vecchio padrino di Corleone, adombrando accordi dopo le stragi. Il dichiarante lo ha detto davanti ai giudici di Palermo deponendo nel processo nell'aula bunker di Milano, in trasferta per motivi di sicurezza, in cui sono imputati, fra gli altri, Bernardo Provenzano e l'ex deputato regionale Giovanni Mercadante. Rispondendo alle domande del pm Nino Di Matteo, Ciancimino ha detto che nel tempo il padre e il boss di Corleone si erano incontrati più volte: "Ricordo la presenza a casa mia di Provenzano, che mio padre chiamava ingegnere Lo Verde, fin da quando avevo nove anni; mio padre lo riceveva nella sua stanza da letto. Questi incontri riservati sono proseguiti fino a poco prima che mio padre morisse a Roma. Ma vennero a casa anche Totò Riina, Franco Bonura, i fratelli o cugini Buscemi, Pino Lipari, Tommaso Cannella. Prima che venisse arrestato, cosa che avvenne alla fine del 1984, mio padre aveva quattro linee telefoniche e una sola era quella riservata sulla quale riceveva le chiamate solo di quattro persone, una era l'ingegnere Lo Verde, alias Provenzano". Fra il 1999 e il 2002, ha aggiunto Ciancimino jr, "mio padre, che era agli arresti domiciliari a Roma, incontrò diverse volte Bernardo Provenzano". Il figlio dell'ex sindaco di Palermo ha sostenuto che del super boss suo padre "aveva grande stima", rivelando che il capomafia "non aveva grandi problemi a muoversi in Italia e all'estero. Mio padre si preoccupava di essere un elemento a rischio per Provenzano per via del fatto che era agli arresti domiciliari e poteva subire controlli. Ma nonostante ciò Provenzano arrivava a Roma". L'appartamento in cui avvenivano gli incontri era in via San Sebastianello, a pochi passi da piazza di Spagna. Il teste ha parlato anche di incontri con Totò Riina, del quale però Vito Ciancimino "non aveva grande stima". Massimo Ciancimino ha anche riferito ai giudici del tribunale di Palermo di avere ricevuto minacce. Ha fatto riferimento a proiettili e messaggi intimidatori che sono stati lasciati davanti alla sua abitazione dieci giorni fa. Già in passato era stato oggetto di altri episodi intimidatori, che si erano verificati a Palermo e che erano stati denunciati. Infine Ciancimino ha spiegato che il suo rapporto di collaborazione con la giustizia "nasce con il dottor Falcone. Ma adesso la mia volontà a rendere dichiarazioni è arrivata solo dopo aver rilasciato un'intervista, in seguito alla quale sono stato chiamato dai magistrati". Provenzano ha rinunciato, per la prima volta da quando è stato aperto il dibattimento, a presenziare al processo in video collegamento. Il vecchio padrino di Corleone, amico del padre del teste, ha preferito restare in cella e non ascoltare i retroscena descritti da Ciancimino. L'esame del teste, sentito come imputato di reato connesso, assistito dall'avvocato Francesca Russo, è durato quasi quattro ore, durante le quali ha risposto alle domande del pm Nino Di Matteo. Breve è stato il controesame della difesa: l'unico a far domande è stato l'avvocato Leo Mercurio, difensore del medico Giovanni Mercadante. Il dibattimento è stato chiuso e rinviato al 7 maggio a Palermo.
02/05/2009

sabato 2 maggio 2009

Sicilia, i democristiani crescono...

di Agostino Spataro*
La vorace metamorfosi di “Forza Italia” siciliana
Per quanto ovattato da un certo contegno, non c’è dubbio che nel Pdl siciliano si è svolto uno scontro durissimo per le candidature alle europee e per la nomina de coordinatori regionali.
Alla fine, un armistizio è stato raggiunto, a Roma, (chissà perché mai a Palermo), ma si teme che la guerra ri-esploderà, violenta, fra candidati, correnti e componenti per le preferenze.
E’ noto infatti che la coperta del Pdl è troppo stretta per coprire tutte le aspirazioni in corsa.
Con la confluenza di An sono, infatti, cresciute le componenti mentre il numero dei seggi attribuibili al Pdl potrebbe rimanere invariato. Vedremo. Per intanto, un dato politico emerge, inequivocabile, dal pentolone del PdL siciliano: l’ulteriore emarginazione, il sostanziale isolamento di Gianfranco Miccichè. Il tipo di lista e la nomina a coordinatore di Giuseppe Castiglione, del gruppo Alfano- Schifani, (anche se in combine col sen. Nania) esaltano e rendono più pressante il senso di questa emarginazione politica che un po’ colpisce, se non altro per il fatto che Miccichè è stato il fondatore di “Forza Italia” siciliana. Colpa del destino cinico e baro? Il fato, ovviamente, non c’entra nulla. C’entrano, e molto, la natura orgiastica della creatura (in senso dionisiaco, s’intende) e l’eccessiva spinta concorrenziale delle sue componenti e personalità. Dalla fondazione ad oggi, questo partito ha subito una vera e propria metamorfosi: è cresciuto troppo in fretta e a dismisura, inglobando e divorando tutto quello che gli si è parato davanti. Una voracità sfrenata che oggi fa temere anche per il suo fondatore.

I frutti amari della vigna dell’on. Micciché
Forse, nell’intraprendere l’opera di fondazione, l’ex dirigente di Pubblitalia non tenne conto della metafora della vigna nuova che ogni contadino conosce a menadito: per impiantare un nuovo vigneto su uno vecchio bisogna arare il terreno in profondità (in gergo si chiama “scasso”) fino ad estirpare l’intero apparato radicale preesistente.Un’aratura superficiale, infatti, rischia di compromettere l’attecchimento dei nuovi vitigni che potrebbero essere addirittura soffocati dalle radici della vigna vecchia che conservano una forte capacità di germinazione, talvolta perfino soverchiante. Qualcosa del genere è accaduto con la fondazione del partito di Miccichè il quale, forse, non si è accorto di avere impiantato la sua vigna sopra un’altra molto più antica e radicata qual era, in Sicilia, la Democrazia cristiana. Basta guardarsi intorno, scorrere i nomi dei suoi più accesi concorrenti per accorgersi che egli si ritrova circondato, assediato, avviluppato da (ex) democristiani vecchi e soprattutto giovani, allevati in ottime scuole di formazione clientelare, che hanno tanta voglia di affermarsi senza troppo andare per il sottile. Insomma, i “berluscones” doc sono stati, in gran parte, estromessi dai più importanti ruoli di gestione del potere da un sedicente “nuovo personale politico” che ha costruito dentro l’involucro berlusconiano una macchina del consenso quasi perfetta che nel suo vortice stritola chiunque tenti di fermarla. Nulla di diabolico, per carità. Solo un mix fra la rodata efficienza elettorale democristiana e la gioiosa impudenza berlusconiana. Il PdL in Sicilia è la risultante di questi due elementi costituenti, con l’aggiunta, recente, del fervore, un po’ infantile, degli apprendisti di An che, volendo imitare i loro sodali, sono portati all’esagerazione. Come l’assessore regionale Incardona il quale, in sol colpo, voleva aumentare di oltre un centinaio gli enti della cosiddetta “formazione professionale” convenzionati con la regione.

Dove andrà a parare la diaspora democristiana?
Ma al di là di tali, discutibili comportamenti, il punto politico è un altro e riguarda l’incidenza di questa metamorfosi sul complesso della realtà politica siciliana. Pertanto, appare utile avviare una riflessione per capire dove potrebbe andare a parare. Le conseguenze di questa metamorfosi, che oggi sta pagando Miccichè in termini d’isolamento, domani potrebbero scaricarsi sull’intera situazione politica siciliana, attivando processi e dinamiche che potrebbero modificarla radicalmente. In Sicilia, infatti, il peso e il ruolo dei diversi gruppi che, in vario modo, si richiamano alla tradizione della Democrazia Cristiana stanno divenendo davvero preponderanti. Forse più di prima. Anche perché prima c’era la sinistra che li contrastava oggi quasi nessuno. Sotto sotto, tutti paventano la soverchiante influenza democristiana nel PdL, il peso di due forti partiti Udc e Mpa, entrambi d’emanazione e cultura democristiane, e – perché no- anche quello della componente “ex Margherita” presente nel PD. Provate a fare una somma e avrete un potenziale elettorale mai visto prima, nemmeno ai tempi d’oro della Dc. A ben guardare, vi sono più democristiani oggi che la Dc è morta che di quando era in vita. Certo, molte cose sono cambiate e le somme non sono facili a farsi. Tuttavia, le varie componenti della diaspora democristiana mostrano ancora forti affinità politiche e culturali e talvolta un malcelato orgoglio frammisto al disagio di doversi camuffare per sopravvivere. E come la storia insegna, il desiderio insopprimibile dei gruppi appartenenti a qualsiasi diaspora è quello di ritornare nella casa avita, specie quando- come nel nostro caso- c’è di mezzo la gestione del potere al cui richiamo i democristiani sono molto sensibili.

L’inizio della fine del berlusconismo
D’altra parte, in questa interminabile fase di transizione, nulla si può escludere a priori.
Sotto la scorza di ostentate certezze circolano, insistenti, un paio di domande, angoscianti o speranzose (secondo il punto di vista): che cosa ne sarà del PdL qualora il suo leader dovesse abbandonare “il campo” ? Chi potrà riempire quel vuoto enorme?
Credo che la galassia democristiana abbia le migliori chances. Tutto ciò è un bene o è un male?
In ogni caso, bisogna mettere nel conto un’eventualità del genere, senza strapparsi i capelli.
Nell’Isola potrebbe aprirsi una fase molto difficile per il berlusconismo che sembra aver raggiunto il punto critico della sua ascesa nel quale coincidono l’apice del successo e l’inizio del declino.
Vedremo. Comunque andranno le cose, notiamo che qui si stanno incubando diversi elementi e fattori che mettono in discussione l’asse di ferro esistente, da un ventennio a questa parte, fra Berlusconi e le forze fondamentali siciliane. La virata nordista e leghista e- perché no- “personalista” del Cavaliere, che pure attinge a piene mani nell’elettorato siciliano e meridionale, non piace a molti che cominciano a mordere il freno verso un’alleanza determinata più dalle circostanze che dalle convenienze. Perciò, visto come stanno andando le cose in Sicilia e in Italia, una ricomposizione del polo democristiano potrebbe risultare auspicabile, perfino desiderabile. Purché a competere vi sia una sinistra rinnovata, unitaria e motivata da una forte volontà di cambiamento. In fondo, un ri-assetto di questo tipo, a livello nazionale, potrebbe aiutare l’Italia a rimettersi in sintonia con l’Europa e con il mondo e con la sua più autentica tradizione democratica, popolare e antifascista.
Agostino Spataro
* giornalista, collaboratore “La Repubblica” Palermo

giovedì 30 aprile 2009

Palermo ha ricordato Pio La Torre. Una cerimonia per l'anniversario anche a Corleone

Cerimonia in ricordo di Pio La Torre a Palermo. Ninni Terminelli, segretario cittadino del Pd, ha ricordato il segretario del Pci siciliano ucciso da Cosa nostra 27 anni fa, davanti alla lapide sul luogo del delitto. Breve e semplice la commemorazione davanti a decine di amici e compagni di partito di La Torre. C'erano, tra gli altri, Rita Borsellino, il presidente della commissione antimafia dell' Assemblea regionale Lillo Speziale, il capogruppo del Pd all' Ars, Antonello Cracolici, l'assessore regionale Francesco Scoma in rappresenta del governo regionale. Il ricordo di Terminelli è cominciato dalla figura di Rosario Di Salvo, il collaboratore di La Torre ucciso insieme con l'esponente comunista. Il suo spirito di "militanza" esprimeva quello che Terminelli ha definito un impegno civile portato fino alle rinunce e al sacrificio personale. Per rimarcare il rigore etico di La Torre, Terminelli ha ricordato un episodio riferito da varie testimonianze. Il figlio del deputato del Pci doveva partecipare ad una partita di calcio tra ragazzi. Ma quando La Torre ha saputo che uno dei proprietari del campetto aveva collegamenti con ambienti mafiosi chiese al figlio di rinunciare alla partita perché, gli spiegò, "con la mafia non bisogna avere alcun tipo di contatti". La Torre, a cui si deve il ddl con cui è stato introdotto il reato di associazione mafiosa e la confisca dei patrimoni dei boss, sarà ricordato anche a Roma con una targa nell'atrio di Montecitorio. Anche a Corleone è stato ricordato Pio La Torre, nel corso di un incontro svoltosi alle 18 nella sede della coop “Lavoro e non Solo”, che gestisce terreni confiscati alla mafia. Alla presenza di un gruppo di toscani, organizzati dall’Arci, venuti in Sicilia per visitare i luoghi di resistenza alla mafia, dei soci della cooperativa e di alcuni giovani corleonesi, sono intervenuti Maurizio Poggi, presidente di Arci Firenze, Calogero Parisi, presidente della Coop “Lavoro e non Solo”, e Dino Paternostro, segretario della Camera del lavoro di Corleone. Gli intervenuti hanno sottolineato che l’impegno di La Torre ha prodotto la legge che punisce il reato di associazione mafiosa e che consente di espropriare e confiscare i beni illecitamente accumulati. “Oggi le cooperative che gestiscono i beni confiscati rappresentato un po’ gli eredi del movimento contadino degli anni ‘40”, ha sottolineato Dino Paternostro. Nel pomeriggio, accompagnati dai ragazzi del circolo Dialogos-Arci, la delegazione toscana aveva percorso l’itinerario di mafia e antimafia, visitando i “luoghi” più significativi del paese. Appuntamento per tutti a Portella delle Ginestre…

mercoledì 29 aprile 2009

Volontari Unicoop Tirreno. Una settimana di lavoro a Corleone, nelle terre confiscate alla mafia

Un gruppo di volontarie Unicoop Tirreno in partenza per la Sicilia, a coltivare i campi confiscati alla mafia
L’idea è nata nel luglio 2008, in occasione della visita ai terreni confiscati alla mafia nei pressi di Corleone (Palermo) da parte di una delegazione Unicoop Tirreno: tornare un anno dopo con l’intento di dare una mano concretamente, mettendo a disposizione tempo ed energie sui campi gestiti dalla piccola e coraggiosa cooperativa Lavoro E Non Solo (di cui Unicoop Tirreno è socia sostenitrice). E’ nato così un gruppo di volontarie, tutto al femminile: una squadra di sedici donne che, pagandosi il viaggio e utilizzando le proprie ferie, trascorreranno sei giorni (dal 3 al 9 maggio) a Corleone, alloggiando nella palazzina confiscata al boss Totò Riina e coltivando le vigne di Chardonnay e Nero D’Avola e i campi di pomodori un tempo di proprietà dei prestanome di Bernardo Provenzano. Ci saranno anche lenticchie da insacchettare e un agriturismo da arredare. Le volontarie avranno anche modo di conoscere rappresentanti della lotta alla mafia come Rita Borsellino (sorella del giudice Paolo), il senatore Giuseppe Lumia (Commissione Parlamentare Antimafia), Pippo Cipriani (ex Sindaco di Corleone, oggi sotto scorta), il Sindaco di Gela Rosario Crocetta, gli anziani sopravvissuti alla strage di Portella della Ginestra del 1° maggio 1947. Il gruppo delle volontarie, che tra l’altro inaugura la stagione 2009 dei campi organizzati ogni estate dall’Arci “Liberaci Dalle Spine”, è formato da dieci dipendenti Unicoop Tirreno: Giuliana Giuggioli, Lidia Zanaboni, Laura Alberti, Monica Agostini, Fiorenza Dini, Lucilla Ciuchi, Elisabetta Falsettini, Luana Chiappafreddo; Angela Grasso, Margherita Travagli; tre consigliere di amministrazione: Daniela Levantino, Germana Monni e Marilù Ricci; due ex-dipendenti oggi in pensione: Anna Mencarelli e Diva Malotti. Le sedici donne provengono dai territori in cui la Cooperativa è presente: province toscane di Grosseto, Livorno, Lucca; dall’Umbria (Terni) e dal Lazio (Roma e Viterbo). Con loro, a rendere l’esperienza ancora più viva, ci sarà anche una bambina di cinque anni, Domitilla, figlia di una delle partecipanti.
Chiunque fosse interessato a partecipare ai campi di lavoro estivi a Corleone può rivolgersi all’Arci di Piombino (tel. 0565.221310) oppure al sito www.arci.it (Liberarci dalle Spine 2009).
Beatrice Ramazzotti
Ufficio stampa Unicoop Tirreno
Tel. 0565.24324 / 335.6713052
beatrice.ramazzotti@unicooptirreno.coop.it

Pio La Torre, 27 anni dopo quel tragico 30 aprile...

di PIETRO ANCONA
Domani ricorre il ventissettesimo anniversario della uccisione di Pio La Torre.Gli anni trascorrono implacabili stratificandosi l'uno sull'altro ed allontanandoci dagli eventi della nostra vita che quasi sbiadiscono nella memoria. Ho conosciuto Pio La Torre dentro la CGIL nei primissimi anni sessanta. Era il Segretario Generale della Cgil siciliana, lottava per migliorare la condizione dei braccianti agricoli e dei contadini ma seguiva con molta attenzione il processo allora crescente di industrializzazione. Tenne a battesimo i primi nuclei di classe operaia, di proletariato industriale che si andavano formando in Sicilia nel fervore delle tante attività che si installavano attorno ai grandi impianti della Chimica. Venne ad Agrigento dove io ero segretario della Camera del Lavoro a seguire la grande vicenda dello sciopero alla Montecatini di Porto Empedocle. L'industrializzazione in corso in Sicilia lo entusiasmava: era enormemente felice della nascita di nuclei di migliaia di lavoratori delle fabbriche e la considerava una svolta epocale dopo un millennio di stasi feudale interrotto all'inizio del novecento dalla stagione dei Florio subito riassorbita e lasciata fallire dallo Stato.
Pio La Torre mi volle nella segreteria regionale della CGIL sin dal 1962 dove poi restai fino al 1986. Quando fu assassinato ero Segretario Generale della CGIL sicilianaed avevo lavorato mesi e mesi con lui nella realizzazione delle iniziative per la pace, contro la base missilistica di Comiso e contro la mafia da lui considerata il tumore che divorava la Sicilia e ne impediva lo sviluppo.
Aveva una capacità di trascinazione straordinaria dovuta alla innocenza e genuinità dei suoi ideali: credeva davvero nelle cose che proponeva. La forza enorme delle sue convinzioni seduceva e mobilitava le persone.
Nella campagna contro i missili di Comiso riusci a far muovere diecine di migliaia di ragazzi e ragazze,compagni e compagne delle sezioni del Partito (che allora era diffuse in tutta l'Isola), le tre confederazioni sindacali e le Acli. Riusci a trascinare anche Salvatore Lauricella ed Anselmo Guarraci eminenti dirigenti socialisti il primo Presidente dell'Assemblea regionale l'altro segretario regionale del PSI assieme ai quali io, segretario socialista della CGIL siciliana, mi beccai un duro e nervoso richiamo di Bettino Craxi che, in un corsivo apparso sull'Avanti!, ci richiamava all'ordine e cioè a disertare la lotta per la pace ed isolare Pio La Torre che agiva peraltro non avendo un consenso pieno ed esplicito della direzione del PCI essendovi in questa molti dubbi e perplessità sulla opportunità della sua frontale contrapposizione ai missili di Comiso.

Nei ripetuti raduni di migliaia e migliaia di persone a Comiso nasceva una nuova Sicilia. Pio La Torre aveva fatto balenare ai siciliani la possibilità di un profondo storico cambiamento. I missili erano oramai lo scenario in cui si muoveva una nuova politica di dura profonda e vera alternativa alla conservazione ed alla mafia. Niente sarebbe più stato come prima se Pio La Torre non fosse stato ucciso. Il movimento popolare avrebbe potuto sconfiggere il blocco sociale da sempre al potere. Poteva cambiare tutto!! Pio La Torre aveva rotto due fili che non si possono rompere senza pagare con la vita. Il filo di Jalta per il quale il mondo era diviso in sfere di influenza ed ognuno nel suo ambito si organizzava militarmente come riteneva senza intralci interni; ed il filo dell'equilibrio di potere in Sicilia in cui il potere della borghesia mafiosa non deve essere toccato e la dialettica politica non deve superare certi precisi limiti. La rottura di questi due fili gli è stata fatale. Il grande movimento suscitato a Comiso attorno alle sue tre direttrici: mafia, sviluppo, pace fu traumatizzato e letteralmente distrutto dalla sua uccisione. Non si è più mai ripreso. Il PCI siciliano, dopo di lui, si ricorda per due cose: l'appoggio dato al movimento per l'abusivismo edilizio capeggiato dall'Onorevole Monello Sindaco di Vittoria e legittimato dalla segreteria regionale del partito ed il convegno di Villa Witaker con i cavalieri del lavoro catanesi che tracciava un progetto di sviluppo sul modello Catania spacciata per la Milano del Sud, due scelte che hanno inciso profondamente anche all'Assemblea regionale siciliana aprendo una fase di degenerazione dell'Autonomia oggi culminata nel governo Lombardo dopo i governi Capodicasa, Cuffaro...
Oggi la Regione Siciliana è una mostruosa sanguisuga che assorbe le risorse della Sicilia. Spende miliardi di euro per la sua stessa burocrazia e per alcune categorie sussidiate. Sono convinto che se non esistesse i siciliani starebbero assai meglio. Il sogno di Pio di una Sicilia sviluppata dalla sua Autonomia è finito in una palude. Sul versante della lotta alla mafia, l'opera di Pio La Torre ha dato i suoi frutti maggiori non solo per la legge che porta il suo nome ma anche per avere aperto la strada ad una generazione di magistrati che si è impegnata e che ha avuto i suoi martiri da Falcone a Borsellino a tutti gli altri. Sulla lotta alla mafia si è fatto molto, moltissimo ma la partita non è stata vinta dal momento che la mafia è ancora parte integrante dello Stato e che la politica non ha alcuna intenzione di debellarla. Oggi i magistrati più esposti sono sottoposti ad un durissimo stress dalle modifiche che si stanno apportando all'ordinamento giudiziario e dalla mancanza di un riferimento istituzionale di sostegno e supporto alla loro azione. Oggi, ventisette anni dopo, siamo impantanati in una palude e tutto sempra tralignare malignamente dai partiti ai sindacati alle istituzioni. Ma c'è un movimento maturo, colto, generoso, che esiste nella società e che può darci qualche speranza per il futuro.
Pietro Ancona

martedì 28 aprile 2009

Il libro di Norma Rangeri sulla TV italiana: Primum auditel, deinde informare

Norma Rangeri è una delle penne più acuminate non solo della critica televisiva, ma del giornalismo italiano. Nell’89 ha scritto Pci, la grande svolta. Autrice di saggi sulla tv (Lo schermo baby-sitter, Il bello addormentato della televisione, Il lavoro nella tv, Politica e internet), dal 1992 commenta velenosamente fatti e misfatti della televisione italiana nella sua rubrica “Vespri” sul “manifesto”. Dal ’98, ogni domenica, racconta la tv sulle pagine culturali del “Tirreno”.

Sinossi
Giornalisti, bellimbusti. Direttori e peones salottieri. Funamboli della politica e conduttori-condottieri. Nientologi, telemammoni e criminologi. Veline, tronisti e comici di regime. Calciopoli, TeleCogne e vanity-reality.

Norma Rangeri trascorre 5-6 ore al giorno davanti al televisore. Dice di essere una persona coraggiosa, forse l’unica in Italia ad aver visto tutte le puntate di Porta a Porta.

Il peggior tg? “Il Tg1 di fine anni Novanta. Dopo due minuti correvi a sprangare le porte per paura che ti arrivasse in casa qualche squartatore, naturalmente albanese.”


Teledivi e mezzibusti.
Donnine senza testa e senza veli. Lolite in lingerie. Quindici anni davanti alla tv, raccontati con coraggio e umorismo, da Porta a Porta all’era dei reality, passando per il divorzio in diretta di Al Bano e Loredana Lecciso.
In questo libro Norma Rangeri, firma pungente del quotidiano “il manifesto”, autrice di una rubrica di culto sulla televisione, compila il suo personale elenco facendo sfilare protagonisti e comprimari del piccolo schermo. Senza pietà, per nessuno. “Al mattino soffritti, soap, oroscopi e massaggi con fondoschiena in primo piano. Nel pomeriggio cronaca, tanga, e starlette. Di sera, la grande fiera del silicone.”
Nel mirino soprattutto l’informazione e la politica-spettacolo: “Uno show completamente sottomesso agli indici di ascolto, che sfiora pericolosamente il porno, condito da agghindate opinioniste e donne sgabello rigorosamente mute”.
Primum auditel, deinde informare: dalle parole dell’autrice emerge un’Italia virtuale dominata dal tubo catodico. Un bel Paese obbediente alla scatola luminosa che Norma Rangeri defi nisce “la succursale di Montecitorio”. I salotti televisivi sono diventati il centro del confronto ideologico e politico della nazione. Arbitri, i conduttori. E chi non si adatta è perduto, anzi, oscurato.
Ma, se la tv di qualità esiste, bisogna continuare a cercarla nel terreno minato dalla guerra dell’audience che ha trasformato il servizio pubblico nazionale in una brutta copia della concorrenza commerciale.

sabato 25 aprile 2009

25 APRILE. Da Napolitano appello all'unità: "Il rispetto deve accomunare tutti"

Il leader del Pd Franceschini apprezza la partecipazione del premier alle celebrazioni, ma chiede coerenza: "La pietà è una cosa, equiparare repubblichini e partigiani un'altra". Poi rivolto a Berlusconi: "Ritiri il disegno di legge su Salò". A Milano contestato Formigoni. A Roma Alemanno rinuncia ad andare a Porta San Paolo. ROMA - La festa della Liberazione deve diventare un'occasione di ricordo, riconoscimento, omaggio per tutte le componenti "di quel gran moto di riscatto patriottico e civile che culminò nella riconquista della libertà e dell'indipendenza del nostro Paese". Aprendo le celebrazioni del 64esimo anniversario del 25 aprile, il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano pone l'accento sulla condivisione chiedendo - come Silvio Berlusconi, che ha partecipato alla cerimonia per la prima volta - rispetto e pietà per tutti, necessaria base per una "rinnovata unità nazionale". Eventi e manifestazioni in tutto il Paese. Dopo la cerimonia all'Altare della Patria, alla quale hanno partecipato le massime cariche dello Stato, Napolitano si è recato presso il sacrario militare di Mignano Montelungo in provincia di Caserta. Berlusconi è tornato in Abruzzo, a Onna, cittadina distrutta dal terremoto, vicino alla quale avvenne una strage nazista nel giugno del '44. In Abruzzo anche il segretario del Pd, Dario Franceschini, e il leader dell'Udc Pier Ferdinando Casini. Mentre a Roma, il sindaco Gianni Alemanno ha dovuto rinunciare ad andare a Porta San Paolo, per la mobilitazione dei centri sociali contro la sua presenza. Fischi a Milano, per il presidente della Regione Lombardia Roberto Formigoni, contestato durante il suo intervento dal palco in piazza Duomo. Napolitano, appello all'unità. Prima all'Altare della Patria, poi al sacrario militare di Mignano Montelungo, nel casertano (dove si costituì nel 1943 il primo raggruppamento motorizzato del nuovo esercito italiano, che riprese le armi dopo l'armistizio per combattere contro l'occupante tedesco) il capo dello Stato ha invitato all'unità, insistendo sulla necessità che rispetto e pietà "accomunino tutti". A nessun caduto negli anni della lotta di liberazione dell'Italia dal nazifascismo si devono negare "rispetto e pietà", ed è questa "la base" necessaria perché il Paese possa uscire da vecchie polemiche e ritrovare unità - ha sottolineato il presidente - non più segnata da vecchie, fatali e radicali contrapposizioni".
La prima volta di Berlusconi, reazioni. La partecipazione del premier alle celebrazioni è stata apprezzata da più parti come un significativo passo in avanti sulla via della condivisione. Ma l'idea di equiparare repubblichini e partigiani fa discutere. Franceschini riconosce come dal premier siano venute "parole importanti" anche se sarebbe stato meglio pronunciarle prime. Ma, arrivando alla manifestazione di Milano, il segretario del Pd aggiunge: "Chiedo a lui di essere coerente, e ritirare domani il disegno di legge per l'equiparazione dei repubblichini ai partigiani. La pietà umana è una cosa, equiparare i repubblichini ai partigiani è un'altra".

Convegno del Rotary Club a Corleone: "E' allarme punteruolo ruolo per le palme"

di Cosmo Di Carlo
CORLEONE - E’ allarme per il punteruolo rosso che, dopo aver attaccato le palme di Palermo, minaccia le piante dei paesi dell’entroterra. Se l’infestazione attaccasse le palme della villa comunale questa sarebbe distrutta al 90 per cento. Per fare il punto sui mezzi di contrasto al coleottero, il Rotary Club cittadino ha organizzato un convegno dal titolo “Rete per la cattura massale del punteruolo rosso delle palme, per prevenire l’infestazione nelle aree interne del palermitano”. Nella sala convegni dell’Istituto Santa Chiara, sono intervenuti l’entomologo Stefano Colazza ed il professore Salvatore Raimondi, pedologo, entrambi dell’Università degli Studi di Palermo, Domenico Musacchia, direttore del dipartimento Territorio ed ambiente del comune di Palermo, Agatino Sidoti, dell’Azienda Foreste Demaniali, e Lino Ferrantello, dell’Assessorato Regionale Agricoltura e Foreste. "Abbiamo il dovere di preservare la bellezza ornamentale e monumentale delle nostre piazze, delle nostre ville, dei nostri giardini dall'infestazione del punteruolo rosso - ha detto la presidente del Rotary cittadino, Giuseppina Triolo - è il momento in sinergia con le amministrazioni di avviare una campagna di prevenzione e di vigilanza”. Il “rhynchophorus ferrugineus" apparve per la prima volta in Sicilia, ad Acireale, nel 2005. Fino ad oggi ha fatto strage di dodici mila esemplari su di un patrimonio isolano di trecento mila piante. Colpite inizialmente le fasce costiere, l'infestazione si è spinta celermente nelle aree limitrofe fino ad altitudini di 475 metri sul livello del mare. Domenico Musacchia ha evidenziato come ci sia "poca attenzione per i nostri spazi a verde e scarso senso del bene comune, sacrificato talvolta ad un effimero vantaggio economico. Forse non c'è stato un controllo adeguato, - ha concluso - quando sono state introdotte in Italia palme dall'Egitto al costo di cinquanta euro, contro i settecento euro di costo di quelle nostrane. In quelle d’importazione probabilmente si nascondevano le larve del coleottero”. Dell’invasione ad occidente dell’insetto ha parlato Stefano Colazza, entomologo della Facoltà di Agraria dell'università di Palermo, che ha ripercorso il propagarsi, fin dal 1891 del coleottero, dal sud est asiatico ai paesi rivieraschi del mediterraneo, fino all'ingresso in Italia nel 2005. Vari i mezzi di lotta, anche se non si può ancora parlare di eradicazione. Taglio della pianta infetta, risanamento dendrochirurgico, metodi biologici, biotecnici, trappole. Nell’intervento del sindaco di Marineo, Franco Ribaudo, la preoccupazione per la presenza del punteruolo rosso segnalata già a Bolognetta. Per Salvatore Raimondi, bisogna creare una rete per la cattura massale del punteruolo, monitorare le presenze delle palme nei territori comunali, creare unità di osservazioni intercomunali, effettuare interventi rapidi per eliminare le piante attaccate. (*Co.Di.*)

Nella foto (Di Carlo) un momento del convegno: da sinistra Lino Ferrantello, in piedi Stefano Colazza, Salvatore Raimondi Giuseppina Triolo, Domenico Musacchia, Agatino Sidoti.