lunedì 16 marzo 2009

Corleone, la maggioranza di destra impedisce ai consiglieri di opposizione l'esercizio di controllo

Pur di impedire ai consiglieri di opposizione (in particolare a chi scrive) di esercitare il diritto di controllo sulle scelte di “Quelli del Palazzo”, il sindaco di Corleone Nino Iannazzo e i suoi fidi scudieri hanno invocato la rigida applicazione del regolamento, che consente di dedicare solo un’ora per ogni seduta alla discussione delle interrogazioni e delle mozioni. Peccato che all’ordine del giorno del consiglio comunale di lunedì sera c’erano solo interrogazioni e mozioni. Invocare il regolamento è stata una scelta strumentale, quindi, dettata solo dal desiderio di impedire la discussione dell’interrogazione sui vertici burocratici del comune. Da quasi tre mesi, infatti, quasi tutti i capisettore sono stati pesantemente diffidati dal sindaco, che li ha accusati di ripetute e colpevoli negligenze. Da quasi tre mesi si rincorrono “sussurri e grida” su presunte denuncie penali nei confronti di un giovane funzionario, accusato di tante nefandezze. Il consiglio ha diritto di sapere come stanno le cose? Ha diritto di conoscere le qualità (etiche e professionali) dei dirigenti comunali? Secondo il segretario generale / direttore generale del comune, no. Secondo il sindaco Iannazzo, no. Teorie curiose, che, se fossero vere (ma non lo sono), impedirebbero ogni controllo rispetto a quello che accade a “Palazzo”. All’interrogazione sui vertici burocratici, il sindaco ha risposto per iscritto lo scorso 10 marzo. Stasera doveva rispondere “oralmente” e, rispetto alle denunce, non avrebbe più potuto giocare sugli equivoci. E sulle diffide avrebbe dovuto sostenere un serrato contradditorio. Allora meglio strozzare il dibattito, impedirlo, almeno rinviarlo. Omertà, silenzi, complicità! Accuse troppo pesanti? Può darsi, ma i comportamenti di “lorsignori” spesso non possono essere definiti diversamente. E, infine, se a un consigliere di opposizione viene impedito di esercitare il diritto i controllo, che ruolo gli resta? A questo punto potrebbe persino dimettersi e non “disturbare” più “i manovratori”. È un’opzione su cui sto riflettendo. Cosa ne pensano i lettori? (d.p.)

domenica 15 marzo 2009

Con la crisi gli emigrati tornano a casa

di MASSIMO LORELLO
A Milano se vuoi un ciuffo di prezzemolo lo devi pagare. A Santa Margherita Belice se ti servono tre mazzi di cicoria «li capiti». Procurarsi qualcosa da mangiare spendendo il meno possibile, anche niente, è la missione quotidiana degli emigranti di ritorno. "C´è la crisi e al Nord non riusciamo a farcela. Avevo messo in piedi un´azienda a Treviso e pagavo tutti gli operai. Con la recessione ho chiuso. Si rischia il conflitto sociale fra i nostri compaesani ricomparsi e gli extracomunitari”
Partiti per il Nord in cerca di fortuna, hanno trovato lavoro, hanno messo su famiglia, hanno cambiato le abitudini e l´accento. Ma poi, d´improvviso, sono stati risucchiati in Sicilia. Tutta colpa della crisi economica che fa chiudere le imprese. Quanti siano gli emigranti di ritorno nessuno lo sa. Non esiste un censimento dell´Istat e nemmeno un´analisi dei sindacati. Di certo, ogni municipio dell´Isola da qualche settimana ha cominciato a riempirsi di persone che in passato si vedevano in paese solo per le feste comandate e invece adesso hanno deciso di rimanere per chiedere aiuto. Paolo Cicio ha lasciato Santa Margherita Belice (Agrigento) nel 1990. Ha fatto il muratore a Bologna e in Svizzera. Poi si è fermato ad Alessandria dov´è riuscito a mettersi in proprio: «Ho conosciuto la sofferenza e la felicità. Ho dormito al gelo dentro un capannone di lamiera ma ho anche portato i mie figli in Costa Azzurra». Dopo anni di sacrifici, Paolo era convinto di avere svoltato. Ma presto è arrivata la crisi e con lei la paralisi degli appalti pubblici e privati: «Da mesi non mi affidano nemmeno un lavoretto, così ho congelato l´impresa e sono tornato da dov´ero venuto. Questa crisi è colpa soprattutto delle banche che hanno concesso prestiti folli, stimando i beni in garanzia anche il 110 per cento del loro valore. Il mercato è impazzito. La gente ha comprato case che non poteva pagare e oggi Alessandria è piena di appartamenti vuoti». Cicio parla accanto alla madre Lucia, l´unica persona che oggi può assicuragli un tetto sotto al quale ripararsi. «Con una famiglia sulle spalle - sottolinea Paolo, quasi a giustificarsi - non avevo altra scelta. Qui anche se non hai soldi, tre mazzi di cicoria li puoi capitare, a Milano ti fanno pagare pure un ciuffo di prezzemolo». Questo però non significa che la vita di un emigrante rispedito al mittente dalla crisi economica trascorra tra atti di generosità dei compaesani e rimpatriate con amici e parenti. «Io faccio fatica a riadattarmi alla mentalità dei siciliani - confessa Cicio - Per esempio, negli uffici postali del Nord sono molto più organizzati. Qui, ancora, c´è troppa arretratezza». È una critica che suona come una sentenza e che ogni emigrante di ritorno ha fatto propria. «Non sopporto di vedere i miei concittadini che buttano i pacchetti di sigarette per terra, anche se il cestino è a un metro di distanza», polemizza Antonio Polizzi, 44 anni, macchinista edile costretto, dallo scorso dicembre, a tornarsene nel suo paese di nascita, Marineo. «Ho scavato gallerie in Islanda - racconta - ho partecipato alla costruzione della metropolitana di Napoli e dell´acquedotto di Salerno. Ma dalla fine dell´anno scorso il lavoro è finito. Per questo sono tornato in Sicilia, mi campa mia madre con la pensione e ci sto male. Mi sale il nervoso, ogni giorno, a camminare chiazza chiazza». A Marineo gli operai rientrati dal Nord sono settanta e hanno tutti storie simili a quella di Polizzi. Racconta Ciro Bianchi, macchinista manovratore con esperienza trentennale: «Ho costruito una diga in Algeria, ho lavorato in Germania, il mio ultimo appalto è stato per un tratto della ferrovia Milano-Lecco. Chiuso il cantiere, ci hanno rimandato a casa. Ma io a casa non ci so stare e faccio arrabbiare mia moglie». Antonio La Sala ha lavorato in Lombardia per l´alta velocità e oggi passeggia «molto lentamente» nella piazza di Marineo: «Tanto qua, cosa c´è da fare?». La Caritas del paese, in poche settimane, ha triplicato il numero degli assistiti, mentre il sindaco Francesco Ribaudo parla di «allarme sociale» e chiede che venga avviato il maggior numero possibile di opere pubbliche. «L´aspetto più grave di questa crisi - osserva il primo cittadino - è che non sappiamo quanto durerà». Gli imprenditori del Nord, chiamati al telefono ogni giorno dagli operai siciliani, rispondono sempre allo stesso modo: «Nessun appalto in vista». E allora, cresce la speranza che il lavoro possa realizzarsi direttamente qui. Al momento, però, è solo una chimera legata al "passante ferroviario", cioè al raddoppio del binario tra Palermo e Punta Raisi. Una maxi opera appaltata un po´ di anni fa ma che procede a passo di lumaca perché l´amministrazione del capoluogo non ha i soldi per spostare le sottoreti. Insomma, nessuna assunzione in vista. Eppure, ci speravano in tanti. Ci puntava Giovambattista Azzara, anche lui macchinista edile, anche lui nato a Marineo: «Ho un figlio ancora a casa - dice - vorrei assicurargli un futuro migliore del mio presente».
Un futuro in Sicilia è la scommessa alla quale è stato costretto Silvio Lo Presti, imprenditore edile originario di Sinagra (Messina). «Ho messo su un´impresa a Treviso - racconta - Ho lavorato bene per un po´ di anni. Ma poi è arrivata la crisi e quel poco di lavoro che c´era ancora se lo sono preso gli extracomunitari che si fanno pagare pochissimo. I miei dipendenti erano tutti in regola e questo inevitabilmente faceva aumentare i costi». Lo Presti è finito rapidamente fuori mercato e se n´è tornato a Sinagra: «In paese mi do da fare, soprattutto mi occupo di imbiancare le facciate delle case. In questo modo ho ripreso a guadagnare anche se le differenze con il Nord sono evidenti. Lì ti pagavano per tempo, in Sicilia devi faticare per recuperare i soldi». La concorrenza con gli extracomunitari, in verità, è matura per manifestarsi anche nell´Isola. «Da quando i nostri paesani sono andati al Nord in cerca di fortuna, le campagne si sono svuotate - racconta Francesco Santoro, sindaco di Santa Margherita Belice - I terreni, inevitabilmente, hanno cominciato a coltivarli gli albanesi. La stessa cosa è accaduta con la pastorizia. Ora che tanti compaesani sono tornati, per sopravvivere ricominceranno soprattutto dall´agricoltura e dalla zootecnia. Dobbiamo scongiurare con ogni mezzo il rischio che si crei un conflitto sociale. Dalle nostre parti nessuno è mai morto di fame: è bene che questa tradizione venga preservata. Ma siamo molto preoccupati». I sindaci dei piccoli centri si stanno passando la voce, contano ogni giorno i paesani che sono ritornati dal Nord e cominciano a censire gli extracomunitari, anche se non è facile. «Gli africani vengono da noi quand´è tempo di raccogliere le arance - racconta Antonino Scaturro, sindaco di Ribera - In autunno, invece, si spostano a Canicattì, per la vendemmia». Per la prossima raccolta dell´uva, sicuramente, i lavoratori a giornata non saranno solo magrebini e senegalesi. Sui camion monteranno pure tanti siciliani rientrati dal Nord per colpa della grande depressione. E stanno cominciando a tornare anche gli extracomunitari che finora erano solo transitati dall´Isola. «Ne abbiamo visti tanti che nei mesi scorsi avevano fatto tappa al centro di accoglienza di Pian del Lago o nelle strutture allestite dal nostro Comune - racconta la dirigente dei Servizi sociali di Caltanissetta, Giuseppina Riggi - Sono tornati pure loro in Sicilia perché al Nord non c´è lavoro e qui da noi un pezzo di pane non te lo nega nessuno». Ma non tutti vedono l´emigrazione di ritorno solo come un problema. «I conterranei che rientrano in Sicilia portano la loro esperienza professionale che potrà sicuramente aiutarci a migliorare le nostre città», osserva Emanuele Giglia, presidente del Consiglio comunale di Sinagra. Tuttavia, chi non è ancora stato risucchiato dal vortice che riporta in Sicilia, cerca di aggrapparsi a ogni cosa pur di evitare il rientro. «Spero che da qui a giugno le cose cambino, mi sono dato un po´ di tempo. Faccio gli scongiuri». Trepida, da Bologna, il palermitano Federico Collovà. Ventisei anni, laurea in Ingegneria meccanica e prima occupazione direttamente in Ferrari a Maranello. Scaduto il secondo contratto, a Collovà è toccato incrociare le braccia. La stima delle grandi aziende non gli manca ma da sola non basta. «Ho appena avuto un colloquio alla Ducati - racconta Federico - Vorrebbero utilizzarmi per il reparto corse. Ma al momento le attività sono sospese». E quando Collovà ne ha chiesto la ragione, gli hanno dato la risposta che s´aspettava. «C´è la crisi».
La Repubblica, 15 marzo 2009

“Pane e libertà”, un film sulla vita di Giuseppe Di Vittorio, mitico capo della Cgil degli anni '40

La prima puntata è andata in onda domenica 15; lunedì 16 marzo, alle ore 21.15, su Rai Uno andrà in onda la seconda ed ultima puntata. Un film intenso, che racconta la vita e la figura di un grande uomo e di uno straordinario dirigente sindacale, che ha segnato la storia italiana
La mini-serie tv “Pane e libertà”, diretta dal regista Alberto Negrin e interpretata da Pier Francesco Favino, sulla vita di Giuseppe Di Vittorio, è andata in onda domenica 15 marzo e si concluderà lunedì 16 marzo in prima serata su Rai Uno. Con l’aiuto della Fondazione Di Vittorio e della figlia Baldina Di Vittorio, è stato realizzato un film intenso che racconta la vita e la figura di un grande uomo e di uno straordinario dirigente sindacale, che ha segnato la storia italiana. Il film, inoltre, narra il ruolo che ha avuto la CGIL nei difficili anni del dopoguerra e della ricostruzione del Paese. La Palomar S.p.a., che ha prodotto il film in collaborazione con Rai Fiction, offre l’opportunità alle strutture CGIL di realizzare delle proiezioni. L’opera è di grande pregio artistico e altissimo valore sociale e attraverso il racconto della vita e dell’impegno di uno straordinario dirigente sindacale ripercorre i difficilissimi anni del dopoguerra e della ricostruzione democratica, morale, civile ed economica del paese. Nel film emerge inoltre con forza il ruolo decisivo che la CGIL ha avuto in quegli anni nella affermazione dei valori del lavoro e come fondamento di una ritrovata identità nazionale. I temi trattati e il riferimento costante alla condizione delle persone che vivono del lavoro o che cercano lavoro, scontando le differenze relative al diverso periodo e contesto in cui gli avvenimenti si svolgono, rimandano alla attualità, alla drammatica crisi che ha investito l’economia del paese e alla fase estremamente delicata e non priva di preoccupazioni che sta attraversando la nostra democrazia.

ALCUNE SEQUENZE DELLA FICTION

giovedì 12 marzo 2009

Palermo, celebrato il centenario dell'assassinio di Joe Petrosino

Una folla di persone, semplici cittadini, autorita' e delegazioni di altre citta' hanno partecipato stamani, a Villa Garibaldi, a Palermo, alla celebrazione del centenario dell'assassinio di Joe Petrosino, ucciso dalla mafia proprio a piazza Marina il 12 marzo 1909. Iniziative organizzate dall'Amministrazione comunale, in accordo con l'Istituto superiore per la Difesa delle Tradizioni, con l'Universita' degli Studi, con l'Accademia di Belle Arti e con Poste Italiane. All'interno del giardino, fra le statue di Giuseppe La Masa e di Enrico Albanese, l'assessore comunale alla Cultura, Giampiero Cannella, ha scoperto la scultura raffigurante Petrosino che, nell'attesa della collocazione definitiva, verra' esposta provvisoriamente nel palazzo che fu dell'Hotel de France, di fronte a Villa Garibaldi, dove alloggio' il poliziotto. Oggi l'edificio, di proprieta' dell'Universita' e completamente ristrutturato, e' sede di un pensionato studentesco.

"Il tenente Joe Petrosino - ha detto l'assessore alla Cultura - e' il primo rappresentante delle istituzioni ucciso dalla mafia perche' indagava sulle sue collusioni criminali fra le due sponde dell'oceano. In un'epoca in cui la mafia non era ancora una cancrena sociale, quell'omicidio non fu colto nella luce in cui possiamo vederlo oggi, cioe' come il sacrificio di un uomo di giustizia che seppe capire con largo anticipo gli intrecci perversi di una criminalita' in espansione, che avrebbero avuto effetti sempre piu' devastanti sulla vita civile siciliana, italiana e internazionale. E', dunque, doveroso - ha concluso Cannella - che, a cento anni da quel delitto, Palermo ricordi Joe Petrosino come merita".

Presenti alla cerimonia, tra gli altri, il pronipote di Petrosino, Nino Melito; il presidente dell'Istituto superiore per la Difesa delle Tradizioni e promotore dell'iniziativa, Roberto Trapani della Petina; il rettore dell'Universita', Roberto Lagalla; il console generale degli Stati Uniti, J. Patrick Truhn; il comandante provinciale dei Carabinieri, Teo Luzi, e il questore di Palermo, Alessandro Marangoni. All'interno dell'ex Hotel de France (aperto al pubblico per la prima volta), poi, e' stata scoperta una lapide in memoria degli ultimi giorni trascorsi a Palermo da Petrosino. Quindi, l'annullo speciale commemorativo su 200 cartoline numerate (con veduta dei primi del '900 di piazza Marina), di rilevante interesse filatelico, curato dall'International Hinner Wheel Palermo Centro insieme all'Istituto superiore per la Difesa delle tradizioni; infine, un intervento dello storico Giuseppe Carlo Marino.

12 marzo 2009

Ha aperto le porte a Palermo la Bottega "I Sapori e i Saperi della Legalità

Ciotti: abbiamo fatto tutti insieme il nostro dovere. Di Maggio "la vera sfida comincia domani "
Prima non c’era, ora c’è. Apre le porte oggi in piazza Castelnuovo a Palermo la prima bottega in Sicilia nella quale si venderanno i prodotti delle cooperative che lavorano sui beni confiscati alle mafie. Dopo la nascita a Roma e Napoli delle botteghe che portano il marchio di Libera Terra, anche nel capoluogo siciliano prende il via - su un bene confiscato ad un boss di Brancacccio - il percorso che consentirà la vendita a dettaglio dei prodotti (pasta, ceci, olio, vini e quant’altro) che portano con se una vitamina in più, la vitamina L quella per la legalità. “Si tratta di un momento importante per tutto quello che concerne il progetto di riutilizzo sociale sui beni confiscati sulla città di Palermo - dichiara Valentina Fiore di Libera Terra – da oggi parte per noi la possibilità di avere uno spazio nel centro di una città come Palermo nel quale vendere i beni prodotti dalle cooperative che proprio qui hanno dato il via a questo percorso”. Un cammino che si è rivelato negli anni innovativo e vincente, a suo modo rivoluzionario - nella lotta a Cosa nostra. “Un centro come questo inoltre - continua Fiore - è l'occasione per far conoscere e diffondere quello che c’è dietro il singolo lavoro che produce questi alimenti biologici. Speriamo che questo centro diventi un punto di riferimento intorno al quale convogliare le energie dei palermitani, le loro iniziative culturali e sociali e tutte le forze positive della Sicilia e del resto dell’Italia”. E’ stato un percorso faticoso quello che vede oggi la luce ma come aveva sottolineato il presidente di Libera Don Luigi Ciotti - il 22 maggio scorso, giorno della consegna delle chiavi dell’immobile confiscato – “la presenza di questa Bottega qui in centro, su un bene confiscato, è un segno forte di Libertà”. Una libertà che deve essere liberata, aveva detto quel giorno ai giornalisti presenti Don Ciotti. (guarda video e videointerviste del 22 maggio scorso). Oggi all'inaugurazione il presidente di Libera ha invitato a tenere alta l'attenzione sulla situazione dei beni confiscati: "su 1091 aziende confiscate, 665 sono state chiuse e 257 sono ancora da assegnare; solo 64 sono sopravvissute: ''sono dati allarmanti che dovrebbero far riflettere''. Anche per questo l'apertura della bottega dei "Sapori e dei Saperi" - come conferma Umberto Di Maggio responsabile di Libera Palermo - è un tassello che deve segnare un momento di svolta, oggi più che mai necessario nella lotta a Cosa nostra in Sicilia. “Dal 22 maggio scorso quando abbiamo ricevuto le chiavi di questo immobile – dichiara Di Maggio - tutta la rete di Libera si è messa in moto per aiutarci; dal Piemonte, alla Toscana, dall’Emilia alla Sicilia, hanno fatto ciascuno la propria parte, economicamente e non solo”. L’immobile, un ex negozio di abbigliamento confiscato al boss Ienna, dopo anni dalla chiusura ha necessitato di una ristrutturazione che è costata circa 75.000 euro. I soldi sono stati raccolti su tutto il territorio nazionale da Libera grazie alla campagna di autofinanziamento. Presenti oggi all'inaugurazione anche il Sindaco Diego Cammarata, il Prefetto Giancarlo Trevisone, il questore Alessandro Marangoni, il procuratore capo Francesco Messineo e il vicedirettore di Banca Etica Gabriele Giulietti. “Questa bottega – continua Di Maggio - è un piccolo “miracolo” tutto umano, frutto di umiltà e lavoro quotidiano di tutti i ragazzi che ogni giorno si sono dati da fare perché la bottega oggi potesse aprire le porte a tutti i palermitani e alle autorità". "Questi prodotti devono far sentire alle mafie "il fiato sul collo" - dichiara Di Maggio - il circuito virtuoso di un'economia pulita fatti di prodotti come questi, competitivi per la qualità e superiori per la trasparenza etica del lavoro che li produce". La bottega di Palermo - lo ricordiamo - non sarà solo il luogo della vendita dei prodotti di Libera Terra, sarà anche un laboratorio aperto che consentirà di creare una rete di lavoro e scambio per la legalità. Al suo interno già presenti, a partire da stamani, un angolo di consultazione di libri (sul tema mafie e antimafie) un altro spazio per informazioni e comunicazioni su tutto il percorso che dal ’96 anima e sostiene giornalmente il lavoro dei ragazzi che lavorano sulle cooperative Libera Terra e tanti altri spazi per incontrarsi e confrontarsi. "Vorrei dire un grazie a tutti i ragazzi di Libera Palermo che si sono spesi in questi mesi – conclude Di Maggio – loro come me hanno accettato questa sfida – che si traduce giornalmente in: fatti e parole, gioie e fatiche. "Noi ci siamo- coscienti che questo è uno dei punti di svolta nella lotta alle mafie e alla mentalità mafiosa qui e nel resto del Paese". Noi ci siamo da domani, al fianco di ragazze e ragazzi di Libera Palermo. E voi?
NORMA FERRARA
Liberainformazione, 12 marzo 2009

Carabinieri di Corleone. Operazioni di controllo del territorio: scattano denunce per abusivismo edilizio e segnalazioni amministrative

Operazione di controllo del territorio nel week-end da parte dei Carabinieri della Compagnia di Corleone nel territorio della giurisdizione che ha portato alla denuncia di una persona e alla segnalazione di tre giovani.
A Corleone i Carabinieri della Stazione cittadina hanno effettuato un controllo anti abusivismo edilizio scoprendo un’opera di ampliamento di uno stabile di due elevazioni fuori terra in piazza S. Agostino. La proprietaria, per la quale è scattata la denuncia alla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Termini Imerese, aveva infatti realizzato un ulteriore piano abitabile in assenza delle prescritte concessioni edilizie. Oltre alla denuncia è quindi scattato anche il sequestro del piano abusivo.

A Chiusa Sclafani i militari della locale Stazione hanno invece deferito per porto ingiustificato di oggetti atti ad offendere T.N. 65enne pregiudicato di Chiusa Sclafani. L’uomo è stato sorpreso nei pressi di un bar con indosso un coltello a serramanico della lunghezza complessiva di 18 cm. I militari dell’Arma erano intervenuti presso l’esercizio commerciale poiché T.N. , che poco prima aveva giocato per ore ai Video Poker, evidentemente scontento di come aveva girato la fortuna, aveva cominciato ad agitarsi ed ad urlare contro il titolare del Bar. Immediatamente bloccato e calmato dai Carabinieri intervenuti sul posto, veniva sottoposto a perquisizione personale che veniva poi estesa anche alla sua autovettura e che si concludeva proprio con il rinvenimento e il sequestro del coltello di tipo vietato che T.N. nascondeva nei pantaloni.

A Giuliana nella notte tra Sabato e Domenica i Carabinieri della locale Stazione, impegnati in specifici servizi, hanno controllato decine di giovani soprattutto presso i punti i maggior aggregazione. E proprio nei pressi di una sala giochi hanno scoperto tre giovani, tra i 23 e i 27 anni, che fermi nella loro autovettura, occultavano una modica quantità di sostanza stupefacente del tipo “hascish”. Per i tra ragazzi è scattata quindi la segnalazione amministrativa alla Prefettura di Palermo per uso personale mentre la sostanza è stata sottoposta a sequestro penale e verrà sottoposta alle prescritte analisi chimiche. Con queste tre salgono a 8 le segnalazioni amministrative dall’inizio dell’anno.

mercoledì 11 marzo 2009

La mappa della nuova sanità siciliana, meno Asl, più dirigenti

di Salvatore D'Anna
10 marzo 2009
Meno manager, meno Asl, ma più dirigenti intermedi. È questa la proposta che il governo regionale ha fatto agli alleati sulla Sanità. Presentato ieri sera, il maxiemendamento è l’ennesimo tentativo di Raffaele Lombardo di porre la parola fine a una telenovela che si trascina da alcuni mesi. Le aziende ospedaliere passano da 29 a 17, nove Asl e otto grandi ospedali. Le strutture rimanenti verranno accorpate all’interno di ciascuna provincia. Secondo la riforma, cui ha lavorato anche l’assessore alla Sanità Massimo Russo, nascono quindi le Asp, le aziende sanitarie provinciali. In pratica si tratta di ospedali “capofila” gestiti dai nove manager di ogni provincia e guidati da un direttore amministrativo. Dagli ospedali capofila dipendenderanno i nosocomi dei centri più piccoli. Saranno quelli di Agrigento e Sciacca; Caltanissetta e Gela; Acireale, Paternò e Caltagirone; Enna; Barcellona e Patti; Partinico, Termini Imerese; Ragusa e Vittoria; Siracusa e Lentini; Trapani e Mazara del Vallo. Quindi 17 aziende guidate da altrettanti manager, nove provinciali, tre policlinici, due grandi aziende ad alta specializzazione: il Civico a Palermo e il Garibaldi a Catania. Tre grandi aziende ospedaliere con Cervello e Villa Sofia insieme a Palermo, con il Cannizzaro a Catania e con il Papardo a Messina. Quelle universitarie gestiranno il Rodolico e il Vittorio Emanuele a Catania, il Martino a Messina e il Policlinico Giaccone a Palermo. Nasce la figura del dirigente intermedio che avrà un ruolo di rilievo in quelle strutture che passeranno sotto la gestione dell’Asl. I nosocomi più piccoli che saranno guidati direttamente dalle Asl verranno raggruppati e guidati a loro volta dal presidio più grande. Secondo Lombardo ciascun capofila verrebbe guidato tecnicamente da un direttore amministrativo delegato della Asl. Resterebbe però anche la figura del direttore sanitario. In questo modo l’ospedale manterrebbe una forte autonomia sul territorio pur muovendosi sotto l’influenza della Asl per la gestione politico economica. Il tutto diviso in due grandi bacini, quello della “Sicilia occidentale”, e quella della “Sicilia orientale”. Prevista contabilità separata per la gestione delle diverse aziende e il monitoraggio informatizzato delle prestazioni erogate dalla varie sanitarie pubbliche e private. Il testo è una sintesi del ddl approvato in commissione da Udc e Pdl. Questo fissa a 23 il numero delle aziende con lo scorporo degli ospedali dalle Asl e il mantenimento nelle sei province non metropolitane di doppie strutture, con aziende sanitarie e aziende ospedaliere. Resta ancora il problema della scelta tra l’accorpamento della gestione di Asl e ospedali, così come previsto inizialmente da Russo o della separazione netta voluta dall’emendamento Leontini-Maira. Il Pdl tende la mano all’assessore, sottolinenando che ci sono “degli aspetti condivisi, che sono sostanziali”, ma anche alcune “parti che meritano una riconsiderazione e una riformulazione”. Domani all’Ars il capogruppo Innocenzo Leontini e altri deputati prenderanno una posizione ufficiale con una conferenza stampa. “Con il contributo di tutti – dicono i deputati del Pdl -, è comunque intervenuto un avvicinamento fra le posizioni originarie”. Molto critica, invece, la Cgil, che non è convinta della nuova proposta del governo. Il sindacato viene però criticato dai partiti di centrodestra. “C’è già chi non ha perso tempo - dice Rudy Maira, capogruppo Udc all’Assemblea regionale siciliana - per dire che la proposta del governatore è da affossare. Così infatti si è espressa la Cgil. Viene da chiedersi come mai il sindacato che finora si è espresso sempre a favore delle scelte dell’assessore Russo, e cioè di un componente del governo presieduto da Raffaele Lombardo, oggi abbandona queste posizioni per criticare così aspramente il lavoro di mediazione del presidente della Regione?”. “La Cgil non prende atto strumentalmente e ipocritamente dello sforzo della mediazione fatta anche dall’Udc. Credo ancora – continua Maira - che la politica non sia geometria né tantomeno matematica, ma finora le posizioni della Cgil le avevamo interpretate sempre come delle equazioni alle iniziative dell’assessore Massimo Russo, quasi fosse un pigmalione del sindacato. Ora, alla luce della sortita odierna, sarebbe interessante capire – conclude Maira - se Russo e la Cgil la pensano sempre allo stesso modo”. Intanto il partito dello scudocrociato prende tempo sulla nuova proposta. “Il nostro giudizio e, quindi la valutazione politica sugli emendamenti del presidente Lombardo al ddl di riforma sanitaria, è ancora sospeso”, dicono quelli dell'Udc. Contro il sindacato rincara la dose il Pdl. “E’ evidente che la Cgil soffre di crisi confusionale, almeno in tema di Sanità. Affermare che Lombardo abbia fatto un patto con Leontini, Maira e Caputo per fare passare la riforma della Sanità sconfessando il suo assessore Massimo Russo, significa che siamo alla farsa - attacca Salvino Caputo -. Forse Lombardo – conclude – ha preso atto che il modello Russo era fallimentare e ha condiviso le proposte della maggioranza”. La Cgil non è però sola. Anche il Pd esprime “fortissime perplessità”, e il maxiemendamento sarebbe “un bluff che lascia immutato l’attuale sistema di potere e di controllo politico nella sanità siciliana”. Secondo l’opposizione, la riforma mette in atto una finta riduzione. La riduzione a 17 aziende farebbe scendere i manager, attualmente 87 tra direttori generali, amministrativi e sanitari, fino a 51, “ma a questi si aggiungeranno i dirigenti amministrativi e sanitari di ognuno dei nuovi 18 ospedali capifila individuati dal governo: altri 36 manager, e il totale fa sempre 87”.
Domani la discussione del disegno di legge sulla riforma del sistema sanitario regionale approderà in Aula.

Il programma del Venerdì Santo a Corleone

PROGRAMMA E LOCATION

Sabato 04 aprile 2009 ore 18.30
Rappresentazione teatrale “La Passione”
sacra rappresentazione vivente per le vie della città di Corleone
Villa comunale, Piazza S. Maria, Largo S. Rocco, Piazza Nascè, Piazza Garibaldi, Piazza S . Agostino e Piazza Asilo


Giovedi 09 aprile 2009 ore 19,00
Messa in "Cena Domini"
Chiesa Madre


Giovedi 09 aprile 2009 ore 21,00
Visita alle sette chiese della reposizione (sette Sacramenti)
Chiese di San Martino, Santa Rosalia Sant’Elena,Santa Maria,
Maria SS delle Grazie, San Leoluca e Maria SS Addolorata


Giovedi 09 aprile 2009 ore 23,00
Adorazione notturna
Santuario Maria SS Addolorata


Venerdì 10 aprile 2009 ore 11,00
Adorazione della Croce
Chiesa Madre


Venerdì 10 aprile 2009 ore 13,30
Processione al Calvario per la crocifissione
Chiesa di San Ludovico


Venerdì 10 aprile 2009 dalle ore 16,00 alle ore 20,00
Visite al Calvario delle confraternite, gruppi e comunità parrocchiali
Cda Calvario

Venerdì 10 aprile 2009 ore 20,00
Deposizione dalla Croce
c.da Calvario

Venerdì 10 aprile 2009 ore 20,30
Processione con l'Addolorata e il Cristo morto per le vie cittadine
Piazza S. Nicolò


Venerdì 10 aprile 2009 ore 24,00 circa
Rito del "baciapiedi del Cristo Morto"
Piazza S. Nicolò

Domenica 12 aprile ore 20,00
Incoronazione dell'Addolorata
Piazza S. Nicolò

martedì 10 marzo 2009

La ballata di Sacco e Vanzetti

Alle 8,15 della mattina di venerdì 14 ottobre 1927 un treno merci si ferma nella stazione di Villafaletto, paese in provincia di Cuneo. Dal carro merci staccato dal resto del convoglio scendono un commissario, un tenente della milizia e quattro militi in borghese. Ad attenderli c’è il questore. Dal treno non scende un criminale in carne e ossa, ma qualcosa che per il regime è molto più pericoloso: una scatola, una cassetta per l’imballaggio delle merci. Dentro, un’urna metallica. Dentro all’urna, le ceneri di due uomini, due italiani, due anarchici mandati a morte in America. Innocenti. Sono le ceneri di Nicola Sacco e Bartolomero Vanzetti. Le ceneri vengono divise, quelle di Sacco proseguiranno il viaggio verso Torremaggiore, Puglia, le altre si fermano qui. In entrambi gli scali, due diversi tipi d’uomo e stati d’animo accolgono quel che resta dei due emigrati: il potere che teme disordini, teme che i due possano diventare simboli, martiri della libertà e i poveri, i vinti, i contadini, i paesani venuti a salutare i propri simili. Incomincia con queste immagini il libro di Lorenzo Tibaldo Sotto un cielo stellato. Vita e morte di Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti (Claudiana, 19,50 euro). Incomincia dalla fine e poi torna indietro e, attraverso lettere e documenti inediti ricostruisce la Ballata di Nick e Bart da quando partirono lasciando un’Italia che non aveva niente da dare per trovare un’America che poteva dare soltanto a chi fosse disposto a depredarla. Niente prima e niente dopo. Scrive Vanzetti: “Diroccammo montagne, estirpammo foreste, erigemmo palazzi, per poi aver nulla, tal è la mia storia”. Quello che colpisce è vedere come, attraverso le lettere ai familiari, soprattutto quelle di Vanzetti, maturi in loro l’idea di ingiustizia, il rifiuto di sottostare all’odio, all’ignoranza, all’intolleranza, alla legge che affama gli uomini. Come dopo giornate di lavoro, settimane senza pausa trovassero il tempo di leggere, studiare, cercare risposte a tanta sofferenza. E’ un mondo fatto con materiali poveri, come i vinti piemontesi di Nuto Revelli, i braccianti sotto il sole del Sud, la discreta solidarietà civile di De Amicis, l’isolamento degli italiani in America, Tolstoj, Marx. Un impasto che porta all’anarchismo, l’unica risposta che potesse contenere nella sua assenza di confini tutto questo annaspare. Ma qui la sofferenza si trasforma in persecuzione. Con la paranoia che solo la società americana riesce a produrre e instillare nei propri cittadini, i due si ritrovano accusati, condannati e giudicati senza prove, senza indizi, senza movente per un delitto che non hanno commesso. Ma sono italiani, sono anarchici e questo basta. Il libro contiene una ricca bibliorafia e un inserto fotografico con immagini mai viste prima in parte riprodotto in questa galleria fotografica.
La Repubblica, 10 marzo 2009
NELLA FOTO: Nicola Sacco e Bartolomero Vanzetti.

Le mozzarelle della legalità "Terre di don Peppe Diana

Trasformare le terre di camorra, confiscate a spietati criminali, nelle Terre di don Peppe Diana, per continuare, nel suo segno, a costruire comunità alternative alle mafie. Questo il sogno di quanto, in questi anni, hanno tenuta accesa la fiaccola della memoria. Il progetto, che sta per vedere la luce, è produrre la mozzarella più buona del mondo, quella che aggiunge al suo inconfondibile sapore, il gusto in più della giustizia e della libertà, utilizzando i terreni, gli allevamenti e i caseifici confiscati al clan dei casalesi in provincia di Caserta. Un'azienda diffusa sul territorio casertano, che opererà nel settore agroalimentare e lattiero-caseario, partendo dai comuni di Castel Volturno e Cancello d Arnone. Un'area considerata la capitale mondiale della mozzarella.L'iniziativa vedrà insieme le Istituzioni e la società civile responsabile per lavorare al riscatto culturale, sociale ed economico di un territorio, che non vuole più essere terra di camorra.Il piano d'impresa prevede la realizzazione di una fattoria sociale sperimentale, al servizio dello sviluppo ecosostenibile del territorio, dove vengano utilizzate tecnologie produttive innovative. Una fattoria in grado di produrre energia da fonti rinnovabili (sole e biogas); fortemente attenta alla salubrità e qualità dei prodotti e del territorio ed alla formazione delle maestranze del comparto. Un progetto fortemente simbolico, che prenderà avvio il 19 marzo a Casal di Principe, quando don Luigi Ciotti avvierà il percorso di costituzione della cooperativa "Le terre di don Peppe Diana - Libera Terra", i cui soci saranno selezionati con bando pubblico, favorendo le capacità, i talenti e le sensibilità locali. Perché il 19 marzo passerà ma le Terre di don Peppe Diana dovranno restare.
Puoi aiutare Libera a continuare il proprio lavoro nella realizzazione delle "Terre di Don Peppe Diana! Manda subito un SMS al numero 48544 da qualsiasi gestore dal 9 al 30 marzo 2009 !!! Così potrai donare 2 euro!

lunedì 9 marzo 2009

Comune di Milano. Istituita la Commissione comunale antimafia

Libera: “Un segnale importante, non perdiamo l’occasione per fare luce sugli affari delle mafie”
“Milano e la Lombardia sono il caso emblematico della ramificazione molecolare della ‘ndrangheta in tutto il Nord”: così si legge nella relazione sulla ‘ndrangheta, presentata nel febbraio 2008 dalla Commissione Parlamentare antimafia. Nonostante fosse stata approvata all’unanimità la relazione suscitò forti polemiche a Milano, sia a livello istituzionale che di opinione pubblica. In quel clima, le forze di minoranza avanzarono la proposta di istituire una Commissione d’inchiesta sul fenomeno mafioso a livello comunale, ma proprio un anno fa una prima iniziativa venne respinta. Partì allora una campagna di sensibilizzazione civile prima e di raccolta di firme dei cittadini poi, promossa da Libera per invitare il Consiglio Comunale a rivedere la decisione presa. A distanza di un anno, l’importante risultato è stato finalmente raggiunto, perché il Consiglio Comunale di Milano ha votato, nella seduta di ieri sera, l’istituzione di una “Commissione d’inchiesta sugli interessi mafiosi attivi nel territorio milanese”. “Siamo contenti – ha dichiarato l’avvocato Ilaria Ramoni, referente di Libera Milano – per la decisione presa ieri sera del Consiglio Comunale. Era da tempo che chiedevamo l’istituzione di una Commissione comunale che servisse ad approfondire la questione delle infiltrazioni mafiose in città, anche in vista del prossimo Expo 2015. Anche la raccolta delle firme dei cittadini, promossa da Libera Milano, è sicuramente servita allo scopo”. La Commissione è chiamata ad approfondire ambiti ampi e articolati: dalle eventuali infiltrazioni mafiose negli immobili di proprietà del Comune o nelle aziende partecipate, al racket della tratta degli esseri umani e della prostituzione, dal traffico delle sostanze stupefacenti ai fenomeni dell’usura e dell’estorsione, dalle morti bianche all’immigrazione clandestina, dagli affari delle mafie nostrane a quelli delle mafie straniere. Ulteriore compito dei commissari sarà la valutazione critica dell’impatto negativo delle mafie nel tessuto produttivo, economico e sociale del capoluogo lombardo, alla vigilia delle grandi opere connesse alla realizzazione dell’Expo 2015.
“È un segnale importante – ha sottolineato ancora Ramoni – perché anche qui, a Milano, si deve prendere coscienza del fatto che le mafie non sono un problema del sud del nostro paese, ma una realtà globale. Non possiamo perdere questa occasione per fare luce su tanti questioni che coinvolgono Milano così da vicino”.
Milano, 6 marzo 2009

LA LETTERA. A proposito di quel prete palermitano appartato con un giovane...

Ho letto sui quotidiani locali e anche su “Città nuove” la notizia del giovane parroco sorpreso di notte da una volante della polizia mentre era appartato con un altro giovane in atteggiamento intimo. “La Repubblica” ha dato spazio anche alle voci di alcuni parrocchiani, alcuni scandalizzati da un simile comportamento, altri, a difesa del parroco, che dicono che non può essere vero, che sarà una bufala carnevalesca, che il parroco è tanto buono e onesto che non può mai aver fatto ecc. ecc. Il fatto pare sia accaduto qualche mese addietro, ma la ghiotta notizia è rimbalzata agli onori della cronaca solo ora, dopo che il parroco, insegnante di religione al liceo Umberto, è stato rimosso dall’incarico e anche dalla parrocchia di Regina Pacis, a Palermo. “La Repubblica” riporta anche, molto in breve, una notizia invece riportata in dettaglio da “Città nuove” riguardante un altro episodio relativo allo stesso prete: tempo fa la famiglia del noto ex esattore siciliano Ignazio Salvo, tutt’altro che morto in odore di santità, anzi condannato per mafia e poi ammazzato, aveva donato alla chiesa Regina pacis, dove il prete suddetto era parroco, un confessionale con tanto di targhetta-ricordo dell’onorato congiunto. Senza che il parroco, evidentemente, trovasse niente da ridire.
Questo il fatto, su cui vorrei esprimere ora il mio commento personale.

a) Preti e suore sono, secondo me ma non solo, uomini e donne, e come tali capaci di provare sentimenti e pulsioni tipici degli esseri umani. Quale disumanità invece muove chi vorrebbe che essi si disincarnassero al punto da non averne? Il celibato, voluto dalla chiesa cattolica e non anche dalle altre chiese cristiane (protestanti, anglicana, ortodossa) e introdotto definitivamente col concilio di Trento, è una scelta rispettabilissima e validissima appunto quando è una scelta, non quando è un’imposizione subita come un giogo.
b) La sessualità ha per me, ma non solo per me, ampio diritto di cittadinanza, sia essa di marca etero o omosessuale. In altre parole: io non posso giudicare se una persona fa bene o fa male, pecca o non pecca, se pratica una sessualità che può anche non corrispondere ai miei gusti. Credo che nessuno possa erigersi a dettare norme a nessun altro in questo campo, assolutamente fondato su scelte o propensioni naturali assolutamente personali.
c) Il prete è stato rimosso dal suo incarico di lavoro (insegnamento della religione) presso il liceo Umberto. Certo, essendo gli insegnanti di religione scelti dalla curia (ma pagati dallo Stato!), non ci si poteva aspettare altro.
Ma perché ritenere il prete in questione indegno moralmente, e quindi allontanarlo dal contatto con i giovani? Non mi sento di condividere chi reputa sia pericoloso che una persona, dotata di pulsioni sessuali, possa insegnare. Ogni insegnante sarebbe allora pericoloso? Un insegnante uomo di tendenze eterosessuali sarebbe un potenziale pericolo per le studentesse liceali? E un’insegnante donna, eterosessuale, potrebbe essere una potenziale seduttrice di studenti? Sarebbe assurdo. Ma, guarda caso, questi discorsi (sulla immoralità e pericolosità) si caricano di un’aggravante se si tratta di omosessualità. Intanto, nella mente di molti, si fa spesso e in maniera quasi automatica il passaggio potenziale dal concetto di omosessualità a quello di pedofilia, cose assolutamente diverse ma spesso ignorantemente accomunate.
Nel caso specifico, a parere di molti, la situazione del prete (oltre che “grave” in sé in quanto trattasi di un uomo che ha contravvenuto alla sua promessa di celibato) si “aggrava” ancor di più in quanto trattasi di omosessualità. In fondo, molto in fondo, si finisce con l’avere indulgenza nei confronti del prete che mette incinta la sua clandestina compagna (altro fatto successo anni addietro a Palermo) e che sceglie, anche se gli costa la gogna mediatica, di accettare quella gravidanza e di mettere su famiglia con la sua non più occultata fidanzata. Non sarebbe stata molto più riprovevole l’idea di un eventuale aborto? Alla fine trionfa l’amore, la coppia (etero!), e con figli!
Ma il poveretto in questione, il prete dell’ultima ora, schiaffato sui giornali con fotografia, nome e cognome, indirizzo e codice fiscale, che va cercando? Pratica un sesso che non ha fini procreativi nemmeno potenziali. Quindi... al patibolo mediatico!
d) Si dirà: era un prete, ed entrando nella Chiesa (cattolica, specifichiamo) sapeva di doversi attenere a una precisa promessa, quella del celibato.
Voglio ora tralasciare il fatto che anche nell’ambito della chiesa cattolica da più parti viene messo in discussione il celibato. Su questo argomento sarebbe bene che qualche prete che sostiene questa posizione (ce ne sono e qualcuno lo conosco) potesse esprimere molto meglio di come potrei farlo io il perché di questa messa in discussione.
Voglio solo attenermi alla promessa che, intimamente accettata o meno, è stata comunque fatta. Ma vorrei che in cuor suo, nel chiuso della propria mente (per carità, in assoluto privato, non esposto alla gogna mediatica!) ognuno si facesse un esame di coscienza e confessasse (solo a se stesso!) se ha mai contravvenuto a una promessa. Una per tutte: quella di essere fedele al proprio coniuge. Eppure ognuno sa, sposandosi religiosamente, di fare promessa di fedeltà. Ma certo è più facile essere indulgenti con se stessi e le proprie debolezze e mettere alla berlina le debolezze altrui. Ergerci a giudici di un comportamento privato altrui ci dà un patentino ulteriore di moralità. Perché appunto, si potrà pensare, se chi giudica avesse il carbone bagnato ci penserebbe due volte prima di puntare l’indice sugli altri. Quindi se giudica severamente gli altri vuol dire che il suo comportamento sarà irreprensibile. Mi risparmio commenti personali su questo automatico sillogismo. Valga per tutti la serafica frase di Gesù “chi è senza peccato scagli la prima pietra”. In fondo solo della prima pietra si trattava, già la seconda avrebbe potuto scagliarla chiunque, anche chi aveva peccato. Ma la prima, solo la prima, non si trovò nessuno che avesse i requisiti per lanciarla.
e) Nel caso specifico del prete in questione l’accusa è quella di “atti osceni” in luogo pubblico”. Stento a credere che una persona qualsiasi, a meno che non sia un esibizionista, consumi certi atti in pubblico. In special modo se, come nel caso specifico, è un prete, avrebbe tutto da nascondere e niente da mettere in mostra, dato l’attuale stato delle cose. La polizia lo ha beccato in flagrante mentre era imboscato di notte in qualche anfratto, come miriadi di altre persone hanno fatto e fanno ancora. Ma il fatto che uno dei due fosse prete ha stimolato in tanti la voglia di “inzupparci il pane”.
f) Mi chiedo ancora: il giovane che era con lui stava subendo una violenza, cioè un atto contrario alla sua volontà, o era consenziente? Bene, nella espressione della sessualità penso che l’unica cosa che non si possa ammettere è la mancanza di consenso fra le parti in causa. L’unica. Ma nel caso in questione, essendo i due maggiorenni, vaccinati e, credo proprio, consenzienti (a meno che il giovane non abbia puntato la pistola al petto al prete o viceversa, cosa che stenterei a supporre), non essendoci quindi le caratteristiche della violenza (non solo quella brutale, ma neanche, credo, quella sottile, che non è meno violenta della prima) niente mi appare degno di stigmatizzazione. Chiediamoci, invece, quante volte, anche nel chiuso della propria casa, non vengano consumati rapporti coniugali, quindi dotati di tutti i crismi e le benedizioni di padre Stato e di madre Chiesa, fondati sulla prevaricazione e sul non rispetto, quindi violenti.
g) Mi fa un po’ specie constatare, soprattutto su “Città nuove” e, specificamente, di pugno del suo direttore, Dino Paternostro, che per tanti altri versi stimo, che il caso in questione venga trattato banalmente come è stato fatto. Che si riporti, cioè, la notizia com’è, nuda e cruda, unendosi al coro dei tanti che mettono il prete alla berlina, e che l’unica osservazione che si sappia fare è quella relativa al confessionale regalato dalla famiglia Salvo (a proposito! Ma a Corleone, nella chiesa madre, non c’è un banco offerto dalla famiglia Navarra? Quello non fa impaccio a nessuno?).
Ma aggiungerei un’altra notizia che piacerà al direttore: il prete in questione è anche quello che ha officiato, e ne hanno parlato i giornali, una messa “a suffragio” a Totò Cuffaro, il giorno prima della sentenza che lo avrebbe condannato per favoreggiamento alla mafia. Io, personalmente, non condivido né il confessionale a memoria di Ignazio Salvo, né la messa a favore di Cuffaro. Ma credo che queste considerazioni vadano tenute assolutamente discoste da quelle di carattere personale. In passato ho trovato fosse aberrante che Sircana, portavoce del governo Prodi, beccato mentre contattava una transessuale, fosse esposto al pubblico ludibrio. Penso siano fatti che riguardino solo lui, sua moglie, se ne ha, e la sua famiglia. Punto. Così anche di quel Mele, deputato dell’UDC, che festeggiava con droghe e prostitute, e fu beccato solo a causa del malore di una di esse. Penso, ripeto, che siano cose che riguardano loro e le loro famiglie.
Solo in un caso penso riguardino l’opinione pubblica: quando queste persone di rilievo (politici, preti e quant’altri) si arrogano il diritto, a loro volta, di sentenziare moralisticamente sugli altri. Quando, magari, il deputato UDC si trova a sparare sentenze e votare leggi su dio-patria-famiglia, magari, ad esempio, contro i pacs. O quando il presidente del consiglio nomina alcuni ministri con lo stesso criterio con cui Caligola nominava senatore il suo cavallo, ma al contempo alliscia il pelo alla Chiesa, la sottrae al pagamento dell’Ici (che noi comuni mortali paghiamo e come!), o manometterebbe la Costituzione solo per apparire come il novello Carlo magno, a difesa della cristianità (una “cristianità” che, mi concedo una supposizione, farebbe rivoltare Cristo nella tomba). O quando la Chiesa (quella composta da preti e laici) non sa opporsi ai suoi vertici e pratica silenziosa obbedienza verso di essi anche quando questi si oppongono a che l’omosessualità non venga più considerata, nel mondo, come un reato. Reato di omosessualità che, ricordiamo, in certi paesi comporta l’incarcerazione e anche la pena di morte. Non so se il prete in questione, che ha dato spunto a questa mia riflessione, sia uno di questi o meno. Nel caso specifico, se fosse uno di quelli che dal pulpito non hanno mai speso una parola, ad esempio, sui diritti delle persone omosessuali e anzi si fosse speso per ribadire le posizioni sull’argomento, a mio giudizio retrive, della chiesa attuale (ma non solo); se fosse uno, come tanti, che avocano diritti per sé ma li conculcano agli altri... be’, il mio giudizio su di lui varierebbe considerevolmente.
Maria Di Carlo - Palermo
FOTO. Dall'alto: padre Aldo Nuvola; la targa in memoria di Ignazio Salvo

sabato 7 marzo 2009

"La verità sull'8 marzo delle donne per quel libro scovato per caso"

di SILVANA MAZZOCCHI
PASSAPAROLA. Rieditato, con un dvd, Storie, miti e riti della giornata internazionale della donna. Parlano le autrici

SE, NELLA PARIGI del Fronte popolare si distribuivano i mughetti, nel 1946 quando l'Udi, l'Unione donne italiane, si trovò a organizzare il primo 8 marzo dell'Italia libera, le partecipanti alla discussione decisero di optare per le gialle mimose. "A noi giovani romane vennero in mente gli alberi coperti di fiori gialli... pensammo che quel fiore era abbondante e, spesso, disponibile senza pagare...", recita tra l'altro la testimonianza di Marisa Rodano, una delle tante voci raccolte nel bel volume 8 marzo, una storia lunga un secolo, in cui Tilde Capomazza (femminista e programmista televisiva) e Marisa Ombra (ex partigiana e presidente, negli anni Settanta, dell'editrice di Noi donne) ricostruiscono un secolo d'impegno femminile, restituendo dignità e adeguata importanza a una data troppo spesso ridotta a puro rito consumistico. Il libro, già uscito nel 1987 con il titolo: Storie, miti e riti della giornata internazionale della donna per la casa editrice di nicchia Utopia e presto andato esaurito, esce ora per Jacobelli con una nuova edizione impreziosita dal Dvd originale, (anche questo introvabile fin dal 1988), che intreccia rare immagini storiche con le interviste e le testimonianze di alcune protagoniste della politica italiana degli ultimi cinquant'anni. Un documento molto utile per comprendere il vero significato dell'8 marzo e, dunque, per incentivare l'indispensabile passaggio di memoria tra le generazioni. E' ricco di notizie e di ricostruzioni storiche il lavoro di Capomazza e Ombra. E, già all'epoca, fece scalpore soprattutto una scoperta: il fatto che non fosse in realtà basata su alcun dato certo la convinzione comune che Clara Zetkin, nel 1910, avesse scelto l'8 marzo per ricordare le operaie americane morte due anni prima durante un incendio avvenuto nel corso di uno sciopero. E come, invece, fosse provato da una ricca documentazione che, a fissare il giorno delle donne all'8 marzo, fosse stata la Conferenza internazionale delle donne comuniste nel 1921 "per ricordare una manifestazione di donne con cui si era avviatala prima fase della rivoluzione russa".
IL VIDEO
Tilde Capomazza, il vostro libro ha sfatato la leggenda che l'8 marzo sia nato per ricordare la morte delle operaie americane nell'incendio del 1908. Come lo avete accertato?
"Potrei dire 'per puro caso', ma in realtà fu la tappa felice di una ricerca che cominciata nel 1985 durò due anni: Marisa Ombra passava giornate in vari archivi, io sfogliavo libri, le poche riviste storiche esistenti; Internet allora per noi ancora non esisteva. Un giorno alla storica libreria delle donne 'Al tempo ritrovato' a piazza Farnese, a Roma, chiesi a Maria Luisa Moretti se per caso le fosse mai passato tra le mani qualche libro o rivista che parlasse della Giornata della donna, anche in lingua straniera, magari. Lei si mise a pensare, poi, rivolta a Simone, sua partner nella gestione della libreria, disse: 'Guarda un po' su quello scaffale ... ti ricordi quando venne una ragazza francese e ci lasciò un libro?' Simone non ricordava, ma cercò e trovò quel libro. Mancò poco che non svenissi. Titolo 'La journée internationale des femmes. La clef des énigmes, la verité historique'. Autrice Renée Coté , canadese del Quebèc, quindi di lingua francese. Era un libro farraginoso, ma ricco di riproduzioni, di citazioni, di appunti relativi alla confusa storia della Giornata, tutta interna al Movimento socialista internazionale e successivamente alla Internazionale comunista. Fu lì che scoprimmo che di incendio non si parlava affatto, ma decisiva fu la lettura degli atti della Conferenza internazionale delle donne socialiste a Copenaghen 1910 dove di Gdd si parlò ma non di incendi... La giornata, dopo vari tentativi fatti da Clara Zetkin fu poi approvata a Mosca nel 1921 , definita giornata dell'operaia, e ispirata alla rivolta delle donne di Pietrogrado contro lo zarismo avvenuta il 23 febbraio 1917( corrispondente nel nostro calendario gregoriano all'8 marzo)".
Il libro e il dvd raccontano i 50 anni di questa ricorrenza. Qual è, oggi, il significato dell'8 marzo?
"Il libro per la verità, uscito nel 1987 cioè 21 anni fa, non aveva alcun intento celebrativo di una ricorrenza. Ci eravamo buttate in questa impresa Marisa ed io, non storiche, ma militanti del Movimento con percorsi diversi, perché avvertivamo che le manifestazioni dell'8 marzo stavano perdendo di forza, di efficacia, al limite, di senso. E pensammo di ripercorrerne la storia per capire cosa aveva spinto le donne che ci avevano precedute a costruire questo appuntamento annuale di lunga durata che aveva certamente prodotto importanti esiti. Era il caso di mollarlo o era bene rifletterci? Scegliemmo la seconda via scoprendo eventi impensati. Ma di tutto questo l'unica cosa che colpì la stampa fu la cancellazione dell'incendio e pareva che, con quella scoperta, avessimo voluto cancellare addirittura la giornata".
Qual è il testimone che la generazione del femminismo e del Movimento ha trasmesso alle ragazze di oggi?
"Noi abbiamo studiato e scritto di quel filo affascinante che ha attraversato la storia del Movimento e che ha portato attraverso le piazze d'Italia le proteste, le denunce e le richieste che le militanti intendevano far conoscere sia alle altre donne , sia ai vari governi. Ma non abbiamo fatto storia del Movimento, anche se abbiamo dovuto attraversarlo. Sull'argomento le opinioni delle donne che sono state soggetti attivi possono essere molto diverse. Noi due, con il nostro lavoro, abbiamo voluto fare memoria storica di questo appuntamento annuale ricco di eventi, di sofferenze, di allegria, di grande impegno che è stato il prodotto di un soggetto collettivo molto forte e che ha impegnato ogni donna che ne faceva parte". "Al mito dell'incendio che ha avuto una funzione aggregante agli inizi, abbiamo sostituito la storia di questi soggetti reali che si sono fatti carico per sé e per tutte le donne di un processo di emancipazione e liberazione che deve continuare. Di fronte alla commercializzazione e volgarizzazione dell'8 marzo, noi proponiamo una riflessione sulla storia, molto gradevole nel dvd, molto avvincente nel libro. Questo è il nostro testimone e speriamo che passi in più mani lasciando tracce ispiratrici di nuovi impegni".
Tilde Capomazza, Marisa Ombra
8 marzo, una storia lunga un secolo
Prefazione di Loredana Lipperini
Jacobelli editore
Cofanetto libro*dvd, euro 19,50
(La Repubblica, 7 marzo 2009)

COMUNICAZIONE. Non solo vip, dominio per tutti. Arriva il biglietto da visita web

di ALESSANDRO LONGO
Non dovremo comprare spazio di hosting né preoccuparci di costruire il sito: potremo inserire le nostre informazioni di contatto direttamente sull'indirizzo .tel creato per noi
FRA POCO POTREMO digitare Angelinajolie.tel e trovare tutti i contatti dell'attrice o (più probabile) del suo agente e con un clic contattarla (o almeno provarci): Skype, Facebook, il numero di telefono, il suo eventuale blog personale, Twitter, la mail, il canale ufficiale su YouTube e altre cose che ci possono venire in mente per entrare in contatto con una persona. È nato infatti il "biglietto da visita 2.0", il figlio evoluto del classico cartoncino che ormai sempre meno spesso ci si passa di mano pre dichiarare (o millantare) il proprio status sociale. La novità è dovuta all'arrivo dei domini .tel, che si affiancano ai noti .com, .it e agli altri, ma da tutti si distinguono. Non fanno capo, infatti, a siti web tradizionali, ma a pagine che appunto si presentano come biglietti da visita digitali. La pagina contiene l'elenco di tutti i punti di contatto di quella persona o di quell'azienda, online e offline, in un formato molto leggero, pensato per essere visto anche dai cellulari. Rispondono a un'esigenza: concentrare in un posto solo, facilmente accessibile e comunicabile agli altri, i vari contatti di una persona, che ormai sono una selva. Immaginiamo la scena: ci si incontra in discoteca; oltre al numero di telefono i ragazzi si dicono "cercami su Facebook", poi "ce l'hai Msn?" e segue elenco di programmi di instant messenger alla ricerca di quello in comune. Se è un incontro di lavoro, bisogna dare la mail, il blog personale, il nome su Linkedin, quello su Skype. Sarebbe più facile dire "mi trovi su mariorossi.tel e lì vedi tutti i modi per contattarmi".
Ad oggi hanno sottoscritto un dominio .tel 20 mila tra persone e aziende, a due mesi dal lancio, ma si tratta di marchi già registrati o di personaggi famosi: a parte Angelina, ci sono Bill Clinton, Bill Gates, Johnny Depp, David Beckham, Benetton, Gucci, Ferrari, la Fox, tra gli altri. "I siti saranno online a breve", fanno sapere dalla Telnic, l'azienda inglese che ha inventato i domini . tel. I quali saranno in vendita, per tutti gli utenti internet, dal 24 marzo. Il prezzo varia a seconda del rivenditore (per l'Italia per ora ci sono Register. it, Tuonome. it e Own Identity). Quello consigliato da Telnic è di circa 20 euro l'anno. L'aspetto positivo è che non ci sono altri costi né fatica per mettere in piedi il nostro biglietto da visita 2.0, a differenza di quanto avviene con gli altri domini che possiamo comprare per creare il nostro sito web. Non dovremo comprare spazio di hosting, infatti, né preoccuparci di costruire il sito web: potremo inserire le nostre informazioni di contatto direttamente sul dominio .tel creato. Una particolarità tecnica, che contraddistingue i siti .tel, è che i dati di contatto sono custoditi a livello di server dns. La conseguenza pratica è che i visitatori ci mettono un attimo a caricare la pagina con i nostri dati, anche se utilizzano connessioni lente. Per le aziende ci sono altre prerogative: possono aggiungere la propria posizione su Google Maps o utilizzare il dominio per offrire assistenza online ai propri clienti. Quasi tutti i canali Sky hanno registrato un . tel: le trasmissioni tv, infatti, possono usarli per comunicare con gli spettatori, dare alcune notizie (tramite Twitter, come fa la Cnn) oppure per sondaggi e televoti, che pure possono essere aggiunti tra le opzioni presenti nella propria pagina.
(7 marzo 2009)

Polizia, mancano i soldi: in tutt'Italia ferma un'auto su tre

di ALBERTO CUSTODERO
Indagine nelle grandi città. Ma a Milano, Napoli e Torino sono oltre la metà. L'allarme: Questure al collasso, sono tutte sotto organico
ROMA - Non ci sono soldi per le forze dell'ordine e le macchine della Polizia sono ferme. Una su tre, con punte di una su due a Torino. Ma ogni città è in difficoltà. A Milano mancano 600 agenti, 257 auto sono ferme perché mancano i fondi per le riparazioni. E le violenze sessuali sono il 50 per cento in più rispetto a Roma. A Parma in questura mancano anche i soldi per le pulizie. A Palermo le auto guaste sono 140, e così quelle sul territorio sono state dimezzate: da 25 a 12, che si riducono a sei nel turno di notte in una città con un milione di abitanti, e la mafia. A Torino, invece, la banca dati interforze funziona in modo sporadico rendendo difficoltosi il rilascio dei passaporti, i permessi di soggiorno e i controlli delle targhe. A Bari il 50 per cento degli automezzi è fermo. L'elenco della sicurezza al collasso in Italia è lungo, e non si ferma qui. A lanciare un nuovo allarme, ieri, è stato il presidente della Provincia di Milano, Filippo Penati, all'indomani dell'ultima violenza sessuale subita da una studentessa di 14 anni. L'attacco alla politica della sicurezza del governo Berlusconi questa volta viene dal Nord. Ed è Penati a sfidare in casa il ministro dell'Interno, Roberto Maroni, che, presentando qualche giorno fa il dl antistupri, ha indicato proprio Milano - e i suoi City Angels - come modello per regolamentare le ronde. "Chiedo al prefetto - tuona il presidente della Provincia - di convocare il comitato sicurezza invitando anche Maroni per parlare di adeguamento organici". "Se non arriveranno nuovi agenti - è la sua minaccia - chiederò al sindaco Letizia Moratti di organizzare una manifestazione in città". Il controllo dell'ordine pubblico, per Penati, "non è di destra, né di sinistra". "Ma il centrodestra - ricorda Enzo Letizia, del sindacato funzionari di polizia - ha sfruttato il sentimento di insicurezza fra la gente promettendo di stanziare più soldi per le forze dell'ordine. Una volta al governo, però, non s'è fatto scrupolo di tagliare alla voce 'ordine e sicurezza pubblicà 254 milioni per il 2009, 270 per il 2010, e 480 per il 2011. Un miliardo nel triennio".
Una autorevole conferma a questo drammatico quadro - che contraddice il governo che parla di aumento di fondi - del resto, arriva dagli stessi uffici del Viminale. E' la Direzione centrale per le risorse umane del dipartimento pubblica sicurezza, questa volta, in una recente circolare, a invitare tutte le questure d'Italia a risparmiare sui costi delle indagini in quanto "la decurtazione degli stanziamenti per il capitolo delle missioni è stato, per il 2009, particolarmente rilevante". Il questore di Palermo, a causa di queste "progressive e consistenti riduzioni delle risorse finanziarie determinata dalla politica di rigore del governo", è stato costretto a fissare, per le indagini antimafia, un tetto mensile di spesa per missioni di 33 mila euro.
(La Repubblica, 7 marzo 2009)

Palermo, ancora veleni in Procura

Il procuratore capo Francesco Messineo nuovamente attaccato su presunte nuove indagini sul cognato, considerato vicino ad ambienti mafiosi. "Incondizionata stima" dai colleghi del capoluogo. Si profila l'intervento del Csm
PALERMO - La stagione dei veleni al tribunale di Palermo non si è mai chiusa, ma da due anni le tensioni e gli scontri sono rimasti sotto traccia. L'articolo apparso oggi su alcuni quotidiani a proposito delle parentele del procuratore capo, Francesco Messineo, ridà materia prima agli alchimisti. Si tratta di Sergio Maria Sacco, 64 anni, originario di Camporeale, imparentato con Vanni Sacco, boss camporealese degli anni '50 e '60. L'accusa nei confronti di Sacco si basa anche su alcune intercettazioni effettuate nel dicembre 2006 in cui l'uomo consigliava a Monica Burrosi, moglie del boss Giovanni Bonanno, di lasciare Palermo. Attualmente, precisano da ambienti giudiziari, Sacco non è indagato al contrario di quanto apparso oggi sui quotidiani, anche se secondo gli investigatori, sarebbe stato vicino ai boss mafiosi Sandro e Salvatore Lo Piccolo. Il nome del cognato di Messineo era però emerso in passato nell'ambito di altre inchieste antimafia da cui venne poi assolto. Le stesse accuse erano venute a galla proprio due anni fa quando Messineo, con l'appoggio di settori di Magistratura democratica, riuscì, a farsi eleggere a capo della procura palermitana dal Consiglio superiore della magistratura.
Stima dei pm a Messineo. A difesa del loro procuratore si sono schierati tutti i piemme di Palermo rinnovandogli la loro "incondizionata stima" e sollevando non pochi dubbi sull'articolo: "Suscita perplessità ed inquietanti interrogativi tale improvvisa e concentrica attenzione mediatica - sostengono i magistrati in un documento - su una circostanza molto datata, già nota al Csm e valutata come irrilevante in occasione della nomina di Messineo a procuratore capo di Palermo; circostanza che non ha mai prodotto all'interno dell'ufficio riserve o limiti di alcun genere, anche per il ritrovato entusiasmo nel lavoro di gruppo, nella tradizione dello storico pool antimafia, e per l'effettiva gestione collegiale dell'ufficio". Per i pm palermitani, "in una fase storica nella quale la procura della Repubblica di Palermo è impegnata in uno straordinario sforzo di contrasto al sistema di potere mafioso, che si è concretato in risultati straordinari quali la disarticolazione della compagine interna dell'organizzazione mediante l'arresto di centinaia di uomini d'onore, anche di vertice, nonché nell'aggressione alle sue immense ricchezze mediante il sequestro di patrimoni per un valore di circa due miliardi e cinquecento milioni di euro, alcuni quotidiani puntano l'attenzione della pubblica opinione sul rapporto di parentela del procuratore Messineo con alcuni soggetti in passato indagati". Anche sui tempi i magistrati sollevano più di un interrogativo: "Tali perplessità si accrescono in considerazione della coincidenza temporale con il progredire di delicatissime indagini sulle relazioni esterne di Cosa nostra. In tale momento i magistrati della procura avvertono la necessità di rinnovare la propria incondizionata stima al procuratore capo Francesco Messineo".
Scontro tra opposte fazioni. La netta presa di posizione dei magistrati palermitani dell'accusa a difesa del loro procuratore non chiude comunque il lungo braccio di ferro fra le cordate dei magistrati che si fronteggiano dentro e fuori il tribunale di Palermo. Non si è mai effettivamente chiuso, infatti, lo scontro che fra febbraio e marzo di due anni fa obbligò il Csm a convocare Messineo e il suo predecessore, Pietro Grasso, passato alla Direzione nazionale antimafia. Uno scontro al calor bianco perché Messineo aveva deciso di reinserire negli organici della Direzione distrettuale antimafia due magistrati, Guido Lo Forte e Roberto Scarpinato, allontanati proprio da Grasso nel periodo in cui guidava la procura di Palermo. Davanti al Csm Grasso non solo accusò il successore di aver rivoluzionato la Dda senza informarlo e consultarlo, ma addirittura di aver spezzettato le competenze sulle inchieste relative ai rapporti fra mafia, politica e affari, provocando nei fatti una parcellizzazione delle indagini. In più avrebbe riconsegnato a Scarpinato ruolo e poteri troppo vasti. Un metodo, secondo Grasso, avversato a suo tempo già da Giovanni Falcone.
Interverrà ancora il Csm. Si profila l'intervento del Csm sulla vicenda che riguarda il procuratore di Palermo Francesco Messineo. E a sollecitarlo già lunedì prossimo sarà il laico di An Gianfranco Anedda, che intende chiedere l'apertura di una pratica in Prima Commissione, quella competente sui trasferimenti d'ufficio dei magistrati e che si occupa anche di tutti gli esposti che riguardano le toghe. "Il Csm non può rimanere indifferente di fronte a una vicenda di questo genere -sostiene Anedda- Se il vice presidente Nicola Mancino non aprirà d'ufficio una pratica sul caso, credo che lo chiederemo noi lunedì prossimo, quando si riunirà la Prima Commissione". Tra le prime possibili iniziative che il Csm potrebbe adottare, la convocazione del procuratore generale di Palermo perchè riferisca sul caso. "Dovremmo quanto meno sentire il Pg come abbiamo fatto di recente per un altro magistrato", dice il consigliere, spiegando che si tratta della prassi seguita in casi del genere.
06/03/2009

giovedì 5 marzo 2009

Il manifesto col programma del 61° anniversario dell'assassinio di Placido Rizzotto


"Il diavolo esiste, io l'ho incontrato". Intervista con fra Benigno, dei frati minori rinnovati

INTERVISTA CON FRA BENIGNO – PARTE PRIMA



INTERVISTA CON FRA BENIGNO – PARTE SECONDA

Da sabato 7 marzo ad Agrigento torna in edicola “Fuoririga Speciale Mafia”

Da sabato 7 marzo “Fuoririga Speciale Mafia” torna in edicola con una nuova sconvolgente edizione. Ancora una volta esperti siciliani e internazionali di criminalità organizzata analizzano la mafia dell’Agrigentino. Tante storie sconosciute che tracciano nuovamente la forza delle “famiglie” mafiose e la loro prepotenza nella corsa all’arricchimento e alla gestione illecita degli appalti. Il pm della Dda Fernando Asaro, lascia tutti di stucco quando nell’intervista dichiara che il posto dei boss arrestati o uccisi è stato preso subito dai figli o dai parenti prossimi. La potenza dei clan agrigentini viene confermata dalle intercettazioni dei boss palermitani che prima di formare la nuova Cupola mafiosa volevano sapere cosa succedeva a Ribera. E’ proprio a Ribera e Sciacca i boss tracciano la “classifica” dei politici facendo i nomi di chi è stato a loro vicino o chi è “avvicinabile”. In “Fuoririga Speciale Mafia” si parla anche della “bella vita” condotta in America dai cattolicesi Rizzuto e dai siculianesi Caruana-Cuntrera: donne, hotel, feste, golf col traffico internazionale di droga e gli appalti. Intervista al magistrato di Bivona Alfonso Sabella: da esperto cacciatore di mafiosi a giudice monocratico a Roma. Storie del passato: quando don Masino Buscetta fu preso in giro dai boss dell’Agrigentino durante un processo. Si va a Porto Empedocle dove il superlatitante Gerlandino Messina è riuscito ad incontrarsi con la moglie. Sempre a Porto Empedocle il collaboratore di giustizia Luigi Putrone accusa addirittura il fratello di un triplice omicidio di Palma di Montechiaro. A Racalmuto il pentito Maurizio Di Gati descrive il racket del “pizzo” e fa i nomi. “Paesi senza Memoria”: pochi comuni onorano chi è morto per combattere la mafia nell’Agrigentino. Il “capo dei capi” Totò Riina venne incoronato ad Agrigento. Viaggio a Favara dove i nuovi boss volevano scatenare una guerra di mafia e fanno i nomi degli obiettivi. Il ricordi di “Serpico”: il commissario agrigentino che venne ucciso a Palermo su ordine dei Corleonesi. Il “Ragazzo dei Sogni”: la vicenda di Giuseppe Gatì di Campobello morto tragicamente dopo avere condotto una battaglia antimafia. La caccia al super latitante campobellese Giuseppe Falsone e le mille difficoltà per catturarlo. A Sciacca si torna per parlare con Nico Miraglia dell’uccisione del padre con sullo sfondo la mafia e i servizi segreti americani. Si va a Porto Empedocle dove il pentito Alfonso Falzone racconta gli omicidi commessi in tanti paesi dell’Agrigentino.
Queste e tante altre storie, su tutti i paesi dell’Agrigentino, su “Fuoririga Speciale Mafia”: in tutte le edicole da sabato 7 marzo.

Il giornalista Nino Randisi denuncia la mafia su Facebook. E la sua pagina scompare…

Un messaggio in italiano. Freddo, burocratico. “Sì dice così: il tuo account è stato disabilitato da un amministratore. Se hai domande o dubbi consulta le Faq”. Scompaiono così da Facebook centinaia di contatti ma soprattutto una intensa attività di comunicazione sulla mafia e la realtà siciliana. E la posta personale. Nino Randisi è un giornalista. Un dirigente sindacale della sua categoria nell’isola, uno che ha preso molto sul serio il social networking come strumento di comunicazione civile: “Mica si potrà solo scrivere, ho mangiato, ho dormito e tutte quelle altre fesserie che si leggono, no? Si potrà pur comunicare qualcosa di più serio e di più drammatico?“. "Avevo 500 amici. Ogni giorno pubblicavo video di YouTube sui latitanti più pericolosi. Mettevo materiali che scottano, tutta documentazione seria su argomenti importanti. E mi seguivano in molti. Adesso tutto quello che ho pubblicato finora è andato perso. Ma io non mi arrendo, mi sono rifatto l’account con altri dati e ho ripreso a pubblicare. Voglio proprio vedere cosa succede adesso. Pensa un po’, hanno tolto qualche pagina su Riina, ma ne hanno lasciato altre dove si parla di mafia in tono elogiativo, e il mio spazio, che è una pagina "contro" la mafia, me lo disabilitano?".
Sicuro che non te lo abbiano riattivato? Guarda che Facebook è in piena confusione tecnologica, a causa della sua crescita tumultuosa… Potrebbe essere solo un disguido…
“Macchè! Niente e la cosa più irritante è che non c’è nessuno cui scrivere. Non si trova un punto di riferimento in Italia. Questi signori chi li rappresenta? Con chi si deve parlare? Non è possibile che non ci sia un indirizzo cui scrivere”
Randisi è uno dei tanti cui accade questa disavventura facebookistica. A un certo punto qualcuno ti “denuncia”, le tue cose scompaiono, i dati e i contenuti che hai immesso, compresa la posta personale, svaniscono nel nulla. In molti casi - ci risulta - l’account viene riabiliato dopo le proteste, è successo perfino per qualche deputato. Ma intanto sapere “dove” e con chi protestare è molto complesso. Randisi sembra pensare che qualcuno, dall’Italia, possa aver chiesto l’intervento contro la sua pagina. Ma il punto certo è che Facebook, piattaforma dove ormai più di 6 milioni di italiani esprimono i loro pensieri e le loro proteste, pubblicano le loro immagini e si mandano la loro corrispondenza, non ha nel nostro paese - che si sappia - nemmeno uno “sportello” cui indirizzare i propri reclami. Quella che ha colpito Randisi potrebbe essere censura o disguido. Si vedrà. Ma se almeno il danneggiato potesse parlarne a qualcuno, forse anche i sospetti diminuirebbero.