venerdì 23 gennaio 2009

Obama taglia gli stipendi dei collaboratori. In Sicilia invece...

di Salvatore Parlagreco
Galileo Galilei scrutava le stelle e vide l’universo come mai prima di allora era stato visto; Beethoven è stato uno dei più grandi compositori della storia dell’umanità. Quando sento “per Elisa” mi commuovo sempre, specie se a suonare è mio figlio Federico.
Galileo era quasi cieco, Beethoven completamente sordo. La cecità e la sordità più gravi non sono quelle di natura fisica, ma mentale. Da questa cecità e da questa sordità si guarisce più difficilmente, perché a differenza dell’handicap fisico, di essa non si ha coscienza. Il cieco che non vede, sa di non vedere. L’uomo che non vede, nonostante abbia occhi per vedere, non saprà ciò che ha sotto il naso.
Queste considerazioni ho fatto quando ho ascoltato qualche brano del discorso di Barack Obama in occasione del suo primo giorno da Presidente degli USA. Ha preso di petto questione vitali per il destino dell’umanità – i rapporti con il mondo arabo, la pace in Medio Oriente, i diritti umani, la crisi economica – e dato segnali straordinariamente efficaci, come la decisione di congelare gli stipendi del suo staff per chi guadagna più di centomila dollari l’anno (ottantamila euro circa). Un segnale inequivocabile e una lezione salutare: per chiedere sacrifici al popolo, quelli che hanno il potere devono dimostrare di saperli fare per primi. Non è umano pretendere che chi sbarca il lunario si privi dell’indispensabile se quelli che hanno di che vivere senza badare a spese, possono migliorare ancora la qualità della loro esistenza. Ingiusto, diseducativo, dannoso. Il risparmio di misure siffatte non è mai significativo, ma l’esempio lo è eccome. Se facciamo sacrifici tutti quanti, possiamo chiederne aanche a chi deve fare rinunce. Questo esempio non è mai venuto nel nostro Paese dalla politica. Mai. Si tratta di cecità politica. I nostri governanti non sanno rinunciare a niente e credono che questo loro limite sia ininfluente. Non è così, la loro credibilità, autorevolezza si riduce enormemente, insieme alla “governabilità” del Paese. Che non è solo il risultato di politiche condivise e di efficienza istituzionale, ma di carisma. Credibilità ed autorevolezza, per l’appunto (…).
Siciliainformazioni.com, 22 gennaio 2009

mercoledì 21 gennaio 2009

Mafia, decapitati i clan di Partinico e Borgetto

Sedici arresti tra le famiglie al centro di una faida per il controllo del racket e degli appalti. La Dda di Palermo ha decapitato i mandamenti di Partinico e Borgetto: 16 arresti, dall'inchiesta sono emersi rapporti anche con le famiglie degli Stati Uniti. Nei nuovi equilibri all'interno di Cosa nostra, secondo gli inquirenti comandavano i boss Salvatore Corrao e Nicolò Salto
PALERMO - La guerra fra cosche mafiose esplosa negli ultimi anni alle porte di Palermo ha portato i carabinieri del Gruppo di Monreale ad eseguire 16 ordini di custodia cautelare. I provvedimenti sono stati emessi dal gip del tribunale su richiesta della Direzione distrettuale antimafia e riguardano indagati accusati di essere affiliati a Cosa nostra.L'indagine di fatto azzera il mandamento mafioso di Partinico e Borgetto, due paesi alle porte del capoluogo siciliano, dove negli ultimi anni si è registrata una vera e propria faida tra "famiglie" rivali. Gli investigatori ricostruiscono retroscena e movente dei delitti.La guerra di mafia si è combattuta in una fetta di territorio che è a cavallo tra i territori che erano guidati dai boss Lo Piccolo, che tentavano di espandersi nel trapanese, e quello in cui comanda il latitante Matteo Messina Denaro. Una faida che ha portato numerosi morti.Dall'inchiesta emergono, inoltre, rapporti fra i palermitani con le famiglie mafiose degli Stati Uniti.L'indagine fa luce sulla faida che negli ultimi due anni aveva sconvolto i due paesi.L'operazione, denominata "Chartago", mette in evidenza gli equilibri mafiosi del palermitano e sul dato che la "guerra di mafia" sembrava essersi conclusa a favore della fazione capeggiata da Salvatore Corrao e Nicolò Salto.Il denaro necessario per il sostentamento dei detenuti ed il mantenimento dei familiari dei mafiosi, infatti, cominciava ad essere assicurato dalle fiorenti attività illecite, che erano appannaggio esclusivo della gestione "vincente".I carabinieri della compagnia di Partinico, alcuni mesi fa, fermarono durante un posto di controllo, Antonio Salto, figlio minore del boss di Borgetto, e gli sono stati trovati 70 mila euro in contanti e un "pizzino" con la lista degli imprenditori che pagavano il "pizzo".Il mandamento mafioso colpito dagli arresti era temuto da tutte le altre famiglie palermitane proprio per l'incertezza gestionale che vi regnava e per l'effervescenza criminale più volte dimostrata. Basti pensare al tentato omicidio di Nicolò Salto (18 ottobre 2008) che fa ipotizzare nuovi scenari.

Tutti gli arrestati. Ecco i 16 destinatari del provvedimento cautelare emesso dal gip del tribunale, eseguito dai carabinieri del gruppo di Monreale. Si tratta di: Gaspare e Giuseppe Bacarella, di 51 e 43 anni, entrambi allevatori, residenti a Borgetto; Santo Musso, di 38 anni, meccanico di Borgetto; Nicolò, Antonio e Alessandro Salto, di 53, 25 e 30 anni; Antonio Nania, di 71, già agli arresti domiciliari a Partinico; Francesco e Giuseppe D'Amico, di 50 e 24 anni, di Borgetto; Pietro Brugnano, di 35 anni, imprenditore di Borgetto; Andrea D'Arrigo, di 68, pensionato; Salvatore La Puma, di 31, allevatore residente a Borgetto. In carcere il provvedimento è stato notificato a Francesco Nania, Giuseppe Giambrone e Salvatore Corrao. Nell'indagine figura anche il mafioso latitante Domenico Raccuglia.
(21 gennaio 2009)

martedì 20 gennaio 2009

Sicilia. Radiomafiopoli, disonorarli è una questione d'onore

di NORMA FERRARA
Seconda Tappa a Palermo in piazza contro il pizzo. La web radio che riparte da Radio Aut e si mette in cammino nel segno dell'ironia graffiante e dell'informazione

Lo dice chiaro il suo spot: "disonorarli è una questione d'onore". L'onore quello vero, s'intende. E una volta erano i Tano seduto (Badalamenti) i Buscetta, i Riina e i Provenzano che venivano da Corleone e oggi sono gli Aiello e Co., imprenditori, politici, portaborse, garanti di latitanze eccellenti. E' cambiata Cosa nostra ma alcune cose sono nel suo Dna e radiomafiopoli sembra pronta a colpire duro. La neoweb radio, si ispira trent'anni dopo all'esperienza di Radio Aut e rinasce sotto nuove spoglie per sbeffeggiare mafiosi e corrotti. Principali animatori saranno Pino Maniaci (Telejato), Giulio Cavalli (autore teatrale) e Salvo Vitale (ex radio aut)."L'obiettivo è sfotterli dichiara Pino Maniaci - intervistato dal servizio Tg3 notte - ovvero quello che Maniaci ha iniziato a fare da alcuni anni, fra una denuncia e una querela dagli schermi di Telejato a Partinico, non lontano da Cinisi. Il motto di Radiomafiopoli si rifà direttamente all'esperienza che fu di Peppino Impastato e dei ragazzi di Cinisi negli anni '70 - e Salvo Vitale, amico e compagno di Peppino Impastato, oggi commenta cosi la nascita di questo progetto: "se c'è una cosa che i mafiosi non perdonano è essere presi per il culo, o essere trattati da canovacci, è quello che facevamo a Radio Aut, ed è quello che ci auguriamo faccia anche questa nuova radio su web".E chissà se per la mafia di oggi, quella sua nuova (che poi nuova non è) imprenditoriale e politica, ha fatto i conti con questo movimento antimafia, che come tutte le cose attraversa fasi cicliche ma non si spegne mai e non conosce confini geografici. Il principale animatore della radio infatti, autore dei testi, è un attore che arriva dalla Lombardia, Giulio Cavalli di Milano che dichiara "sono dentro questo progetto perchè ho avuto la fortuna di conoscere gente come loro (Maniaci, Vitale, Impastato, ndr) in Sicilia e penso che la leglità non sia una questione geografica". Dopo trent'anni Giovanni Impastato ricorda inoltre ai microfoni della terza rete - che ancora oggi "la figura di Peppino fatica ad essere vista come positiva; qui - commenta rammaricato - la cultura mafiosa è ancora molto radicata e lo diceva anche Sciascia, in un contesto dove domina la cultura mafiosa il livello di civiltà si abbassa sempre più". La tappa di lunedì a Palermo davanti alla famosa Focacceria di San Francesco porta in piazza però l'altra Sicilia insieme al direttore di Telejato, al sindaco Crocetta e Vincenzo Conticello, l'imprenditore che si è ribellato al racket, mettendo insieme il meglio della cucina siciliana e della Sicilia antimafiosa. E viene da pensare: se ci fosse stato il web ai tempi di Peppino Impastato, chissà cosa sarebbe riuscito ad inventarsi quel ragazzo di Cinisi che per primo ruppe il muro di un silenzio assordante che soffocava la sua terra. E che c'entra la Rete con l'antimafia, diranno alcuni? convergono, per fortuna, pare convergano. http://www.radiomafiopoli.org/

Palermo, 19.01.2009

Il Paese del sogno

di Concita De Gregorio
Come il gospel di Aretha Franklin. Il discorso di Obama è sembrato una specie di preghiera, quasi un poema, un poco una poesia. Breve, semplice che arriva alla gente comune, facile che lo capiscono i bambini. Umile e fermo, confidenziale e sicuro. In crescendo, come il canto della signora nera nel soul che ha cantato per festeggiarlo e per accoglierlo: Obama ha recitato una litania religiosa e laica insieme che in venti minuti ha fatto piazza pulita della retorica vuota e reazionaria del bushismo e ha riportato sulla scena le parole antiche della modernità.Le parole vecchie sono parole vere, ha detto. Le ha scelte con cura da un repertorio a cui ciascuno può dare il nome che crede: democratico, socialista, utopistico, realista, egualitario. Noi, popolo, ha cominciato. Poi le frasi chiave: sei parole ciascuna. Siamo rimasti fedeli ai nostri ideali. La crisi è grave ma ce la faremo. Abbiamo scelto la speranza sulla paura. La grandezza va conquistata. Tutti liberi, tutti uguali, tutti in diritto di perseguire la felicità. Dare agli ultimi non è beneficenza, è la strada più sicura per il bene comune. Rifare l’America: scuola, sanità, energia pulita. Prendersi le responsabilità: non perseguire il piacere della ricchezza e della fama ma la fatica oscura di chi si assume i rischi. Le nostre diversità sono una forza non una debolezza. Il nostro spirito è più forte dell’odio. Al mondo musulmano: interesse, rispetto. A chiunque nel mondo cerchi pace e dignità: eccoci, siamo amici. Sessant’anni fa un uomo come me non era servito al tavolo in un ristorante, oggi sono qui a parlarvi. Poi una lista di aggettivi: gentilezza, altruismo, coraggio, generosità. Ecco il paese del sogno: è un paese gentile, generoso, coraggioso, altruista. Il mondo è cambiato e noi dobbiamo cambiare con lui, ha detto Obama. Con queste poche parole semplici, così fuori moda nel mondo a cui gli ultimi vent’anni ci hanno ridotti. Responsabilità, sobrietà, rispetto, solidarietà. Cura di ciascuno per il bene di tutti. “A coloro che restano aggrappati al potere con la corruzione e con l’inganno dico: siete dalla parte sbagliata della storia ma vi daremo una mano se sarete disposti ad abbassare il pugno”. Siete dalla parte sbagliata. Lavoro e coraggio. Speranza, non paura.
L’Unità, 20 gennaio 2009

Il primo discorso di Obama da presidente

"Un uomo, il cui padre 60 anni fa non sarebbe stato neanche servito nei bar, è diventato presidente e oggi può pronunciare il giuramento più solenne. Questo è il significato della nostra libertà e del nostro credo: uomini, donne e bambini di ogni razza e ogni fede religiosa tutti insieme in questo luogo. Dio benedica gli Stati Uniti d'America".
Cari concittadini, mi trovo qui oggi con l'umiltà per il compito che è davanti a noi. Ringrazio il presidente Bush per il servizio alla Nazione. Quarantaquattro americani a questo punto hanno fatto il giuramento presidenziale. Il compito che mi è stato affidato viene dal sacrificio dei nostri antenati. Il fatto che siamo nel mezzo di una crisi è ben noto, la Nazione è in guerra. I dati della crisi sono ben noti a tutti noi ed è una situazione figlia di avidità e irresponsabilità. Si apre una nuova era di responsabilità. Le sfide che dobbiamo affrontare sono reali, gravi e numerose. E' ora di rialzarsi, di togliersi la polvere di dosso e di darsi da fare abbiamo davanti a noi una nuova era di responsabilità.Oggi si respira un clima di grande sfiducia, come ce si fosse il timore strisciante che il declino dell'america sia inevitabile. Sappiate questo Americani, tutti i problemi saranno affrontati. Siamo qui oggi perchè abbiamo scelto la speranza sulla paura. Ci siamo riuniti per porre fine alle lamentele meschine e alla false promesse, alle recriminazioni e ai dogmi consumati che per troppo tempo hanno strangolato la nostra politica. Restiamo una nazione giovane. Ma è il momento di mettere da parte le cose infantili. Bisogna rimboccarsi le maniche per ricostruire l'America, perchè dovunque guardiamo c'è lavoro da fare. A partire da oggi dobbiamo rimetterci in moto per rifare l'America. Oggi io vi dico che le sfide che abbiamo dinanzi sono reali: che sono serie e che sono tante. Non le affronteremo facilmente nè in breve tempo. Ma sappiate questo: America, queste sfide le affronteremo. Abbiamo dei doveri nei confronti di noi stessi, della nostra nazione e del mondo intero. Nulla ci definisce meglio come americani della nostra determinazione nell'affrontare i nostri compiti. Un giorno si dovrà dire di noi che quando siamo stati messi alla prova, ci siamo rifiutati di darci per vinti».
Per la nostra economia servono decisioni coraggiose e rapide e siamo pronti a prenderle. Creeremo infrastrutture, ammoderneremo le reti elettriche e investiremo sulle energie alternative. Useremo le nuove tecnologie, ci muoveremo non solo per creare nuovi posti di lavoro ma per porre nuove fondamenta per la crescita. Gli Stati Uniti combatteranno lo spettro del surriscaldamento del pianeta e ridaranno alla scienza la sua giusta collocazione. Ci sono alcuni che mettono in dubbio la portata delle nostre ambizioni. Hanno la memoria corta, perchè hanno dimenticato ciò che ha già fatto questo Paese. Per la sicurezza respingiamo la falsa alternativa tra ideali e sicurezza. I nostri padri hanno steso una carta con i diritti per tutti. Siamo i guardiani di questa eredità, ci faremo guidare dai principi dei padri per affrontare le minacce cui andiamo incontro. L'America è un Paese amico di ogni nazione, ogni uomo, donna, bambino che cerchi un futuro di pace e dignità. Siamo pronti a guidare il mondo di nuovo. Possiamo far fronte alle nuove sfide che chiedono uno sforzo ancora più grande, oltre che una maggiore cooperazione e comprensione tra le nazioni. Cominceremo a lasciare in modo responsabile l’Iraq alla sua gente e a forgiare una pace difficile da ottenere in Afghanistan. Lavoreremo senza senza tregua con vecchi alleati ed ex nemici per ridurre la minaccia nucleare.Siamo più uniti di prima, più forti di prima per affrontare e battere il terrorismo. A tutti coloro che perseguono i propri scopi con il terrore e l'assassinio degli innocenti possiamo dire...non sopravviverete, non durerete più a lungo, noi vi sconfiggeremo». Al mondo musulmano: cerchiamo un modo nuovo per andare avanti basato sul rispetto reciproco e sul reciproco interesse. Ai leader che cercano di dare le colpe all'Occidente, sappiate che il vostro popolo vi giudicherà per quello che farete. Anche se mostrerete il pugno, noi vi tenderemo la mano. Ai popoli delle nazioni povere: c'impegnamo a lavorare con voi per dar da mangiare a tutti. E alle altre nazioni che vivono a un alto livello di benessere diciamo che non possiamo più permetterci di vedere questa povertà. Il mondo è cambiato e noi dobbiamo cambiare con lui Un uomo, il cui padre 60 anni fa non sarebbe stato neanche servito nei bar, è diventato presidente e oggi può pronunciare il giuramento più solenne. Questo è il significato della nostra libertà e del nostro credo: uomini, donne e bambini di ogni razza e ogni fede religiosa tutti insieme in questo luogo. Dio bendica gli Stati Uniti d'America.
(sintesi del discorso pronunciato dopo il giuramento)

Obama è Presidente, il mondo cambia pagina

Il presidente Barack Obama ha teso la mano al mondo islamico non radicale nel discorso dell'insediamento. Rivolgendosi a «quei leader islamici nel mondo che cercano di seminare zizzania o che danno all'Occidente la colpa dei mali delle loro societa», Obama ha detto che «tenderemo loro la mano se sono disposti ad aprire il pugno». Mano tesa contro ai leader ma linea dura contro i terroristi. "Il nostro spirito è più forte e non può essere vinto" ha detto Obama. E ha aggiunto: "Vi batteremo"Le sfide che l’America ha davanti sono "reali, sono gravi e sono molte" ha proseguito Obama. "Non le supereremo facilmente o in un breve arco di tempo. Ma sappi questo, America, le supereremo". Obama ha detto che la sua elezione significa che l'America ha preferito "la speranza alla paura, l'unità di obiettivi al conflitto e alla discordia". Barack Obama ha ringraziato poi George W. Bush «per aver servito il Paese». "L'America è pronta a tornare essere una guida" ha aggiunto Obama, che nel suo discorso ha ribadito che gli Stati Uniti saranno sempre al fianco di chi lotta per la libertà. "Si sappia" ha detto, "che l'America è amica di ogni paese e ogni uomo, donna o bambino che sia alla ricerca di un futuro di pace e dignità e che siamo di nuovo pronti a fare da guida»"Il presidente ha invocato un uso "prudente" della forza "che deve sempre essere preceduta da "una giusta causa, dalla forza del nostro esempio e dalle tempranti qualità di umiltà e moderazione". Poi parlando dell'Iraq Obama ha anche detto che gli Stati Uniti inizieranno "un ritiro responsabile. Possiamo far fronte alle nuove sfide che chiedono uno sforzo ancora più grande, oltre che una maggiore cooperazione e comprensione tra le nazioni" ha detto, "cominceremo responsabilmente a lasciare l'Iraq al suo popolo e a forgiare una pace conquistata a duro prezzo in Afghanistan. Lavoreremo senza senza tregua con vecchi alleati ed ex nemici per ridurre la minaccia nucleare". Queste le sue parole nel momento del giuramento davanti a due milioni di persone: "Io, Barack Hussein Obama, giuro solennemente che eserciterò lealmente l'incarico di presidente degli Stati Uniti ed eserciterò le mie capacità al massimo per preservare, proteggere e difendere la Costituzione degli Stati Uniti": Prima di arrivare a Capitol Hill il neo presidente si è intrattenuto con il predecessore George Bush . Bush e Obama hanno salutato dal portico della Casa Bianca la folla che gridava oltre la cancellata della residenza presidenziale. Poi sono saliti insieme sulla limousine presidenziale che li ha condotti proprio a Capitol Hill, lungo Pennsylvania Avenue. Obama percorrerà ora lo stesso tragitto, da presidente, in senso opposto. Centinaia di migliaia di persone hanno preso posto lungo Pennsylvania Avenue, salutando il passaggio del corteo presidenziale. Intanto il Papa il Papa «prega» perchè Obama promuova«comprensione, cooperazione e pace tra le nazioni». Lo afferma un telegramma di Benedetto XVI al neopresidente.
L’Unità, 20 gennaio 2009

3° Premio "Rocco Chinnici - Città di Misilmeri" al regista bagherese Giuseppe Tornatore


di SEBASTIANO CORSO
Erano presenti le maggiori cariche istituzionali dell´isola
Si è svolta stamane, presso il Cinema King, la terza edizione del Premio “Rocco Chinnici - Città di Misilmeri - La cultura per la legalità”, assegnato quest’anno al regista bagherese Giuseppe Tornatore.
La manifestazione, introdotta da Antonio Rametta, presidente della “Fondazione Rocco Chinnici”, e moderata dal giornalista Rai Rino Cascio, si è aperta con il saluto del sindaco di Misilmeri Salvatore Badami, che, nel ringraziare tutte le autorità presenti, ha espresso la sua solidarietà all’onorevole Vitrano destinatario, nelle ultime ore, di un vile atto intimidatorio. «Chiudo il mio intervento - ha concluso Badami – sperando di poter riaprire il quarto premio Rocco Chinnici con l’annuncio di un film sulla vita del magistrato nostro concittadino, magari proprio diretto dal grande Peppuccio Tornatore». A seguire l’intervento del presidente della Regione Siciliana, Raffaele Lombardo. «Anch’io voglio accodarmi ai pensieri di solidarietà nei confronti dell’onorevole Vitrano - ha detto Lombardo – e voglio incoraggiarlo ad andare avanti nel perseguimento della legalità proprio come il misilmerese Chinnici». Fulcro della manifestazione la relazione tenuta da Gregorio Napoli, uno dei più alti nomi della critica cinematografica italiana, sul tema “Il linguaggio cinematografico veicolo di legalità” . A seguire gli autorevoli interventi di Giovanni Avanti, presidente della Provincia Regionale di Palermo, di Giovanni Pepi, condirettore responsabile del Giornale di Sicilia, di Giuseppe Lumia, senatore del Partito Democratico, di Leonardo Guarnotta, Presidente del Tribunale di Termini Imerese, e di Gaspare Vitrano, deputato ARS del Partito Democratico. Importanti le riflessioni dei figli di Rocco Chinnici, Caterina e Giovanni, rispettivamente Procuratore della Repubblica presso il Tribunale per i minorenni di Palermo e Coordinatore del Comitato Studi della “Fondazione Rocco Chinnici”. «È un piacere per noi essere qui oggi come ogni anno ricordando nostro padre - ha affermato Caterina Chinnici -. Ormai per noi questo è un appuntamento fisso e ritrovarci insieme a tante persone e, soprattutto, studenti, per i quali Rocco Chinnici ha tanto lavorato, è qualcosa di eccezionale». Al termine delle testimonianze sulla vita del magistrato, ucciso nella strage di via Pipitone Federico, l’intervento conclusivo di Lillo Speziale, presidente della Commissione Regionale Antimafia. Al Premio Chinnici, al quale hanno pazientemente partecipato gli studenti delle scuole elementari e medie di Misilmeri, erano presenti le autorità civili e militari della Provincia. Hanno preso parte alla manifestazione, tra gli altri, Francesco Messineo, procuratore della Repubblica di Palermo, Alessandro Marangoni, Questore di Palermo, Antonello Tubiolo, vice presidente del consiglio provinciale di Palermo, e i sindaci dei paesi limitrofi, Biagio Sciortino, sindaco di Bagheria, Franco Ribaudo, sindaco di Marineo, Gaetano Di Chiara, sindaco di Villabate, e il vicario episcopale, Mons. Antonio Todaro. Prima della premiazione un breve sketch dell’attore comico palermitano Ernesto Maria Ponte insieme al presentatore Massimo Minutella. Al termine è stato assegnato il Premio Chinnici dal Sindaco Badami, da Rametta e dal nipote e i figli del magistrato misilmerese al Maestro Tornatore, impegnato ultimamente nelle riprese del suo colossal “Baarìa”. «Oggi è un giorno straordinario per me - ha detto il premio oscar Tornatore -. Mai trent’anni fa, quando strinsi la mano al consigliere Chinnici e, solo poco tempo dopo, appresi la terribile notizia del suo tragico assassinio, avrei immaginato di ritrovarmi qui a ricevere un premio che porta il suo nome. A prescindere da questo riconoscimento è un onore aver passato una splendida giornata insieme a tanti misilmeresi nel ricordo del grande Rocco». Il Sindaco Badami ha ribadito la proposta di produrre un film o una fiction su Chinnici, come già aveva fatto nelle precedenti edizioni, e scherzosamente ha invitato Tornatore a mettere la statuetta argentea in bacheca a fianco del Premio Oscar. A conclusione della manifestazione, un cortometraggio sulla storia del piccolo Giuseppe Di Matteo, ucciso brutalmente dalla mafia nel 1996, realizzato dalla giovane regista siciliana Marina Paterna.
Sebastiano Corso
Misilmeri News, 19/01/2009

domenica 18 gennaio 2009

Tangenti inceneritori: Woodcock indaga in Sicilia

FRANCESCO VIVIANO
Intercettazioni svelano contatti tra politici e imprenditori. Tra gli indagati l´imprenditore della Ecopadana, Celestino Zuccotti, il politico campano dell´Udeur, Gerardo De Rosa e l´ex generale dei carabinieri, Gianfranco Milillo, palermitano, che sarebbe stato il "raccordo" tra gli imprenditori e gli esponenti politici agrigentini
Il Pm di Potenza, l´anglo-napoletano, Henry John Woodcock, è sbarcato anche in Sicilia dove ha preso a indagare sulla progettazione e la realizzazione di termovalorizzatori a Sambuca di Sicilia e a Porto Empedocle. Dietro il business gli investigatori ipotizzano un giro di tangenti a politici comunali e regionali, il 2 per cento in un investimento di 60 milioni di euro. Un affare nel quale, allo stato, sono indagati l´imprenditore della Ecopadana, Celestino Zuccotti, il politico campano dell´Udeur, Gerardo DeRosa e l´ex generale dei carabinieri, Gianfranco Milillo, palermitano, che sarebbe stato il "raccordo" tra gli imprenditori e gli esponenti politici agrigentini. Da intercettazioni telefoniche tra Zuccotti, De Rosa e Milillo,è emerso che l´ex presidente della Regione Siciliana, Salvatore Cuffaro, avrebbe dato il suo assenso alla costruzione di un termovalorizzatore a Sambuca, in provincia di Agrigento, nonostante il ministero dell´Ambiente avesse invitato gli amministratori locali a non realizzare inceneritori in quella zona. Gli uomini di Woodcock, poliziotti e carabinieri giunti da Potenza, per settimane e settimane hanno pedinato, registrato, fotografato, incontri e conversazioni a Palermo ma anche dentro i palazzi comunali di Sambuca e di Porto Empedocle, raccogliendo materiale che, secondo l´accusa, proverebbe gli affari illeciti che ruotano attorno alla realizzazione di termovalorizzatori ed impianti fotovoltaici da realizzare in Sicilia. Per Woodcock l´inchiesta, partita da quella che a Potenza ha coinvolto i vertici della Total, ha svelato «un quadro allarmante pieno di commistioni tra affari, politica e logge massoniche che incidono in modo pesante sulcorretto e imparziale ruolo delle istituzioni». Secondo quanto emerge dall´inchiesta, il generale Milillo che aveva costituito anche una propria società consorziata con quella di Celestino Zuccotti, avrebbe aperto la pista che portava gli imprenditori in Sicilia. Il progetto per la realizzazione del termovalorizzatore comincia a muovere i primi passi nell´estate del 2007 ed è il generale Milillo che «al fine di prospettare agli amministratori siciliani» il progetto «pianifica» una riunione presso la sede della Società Ato a Palermo alla quale partecipano, oltre a Milillo, Gerardo De Rosa, Giovanni Lo Schiavo, Celestino Zuccotti, Salvatore Montalbano, dirigenti della società ed il presidente della Regione Siciliana Salvatore Cuffaro («circostanza emersa - è scritto nei rapporti investigativi - solo dalle intercettazioni telefoniche sulla linea di Celestino Zuccotti»). Un incontro che è stato però monitorato dagli 007 di Woodcock. Altri incontri sarebbero avvenuti con il presidente del Consiglio provinciale di Agrigento e con il sindaco di Porto Empedocle, Fioretto. Ma il progetto per la realizzazione del termovalorizzatore a Sambuca di Sicilia subisce qualche rallentamento per problemi creati da alcuni consiglieri comunali. E, riferendosi a questi rallentamenti in una conversazione telefonica tra Gerardo De Rosa e la moglie, l´imprenditore dice che la vicenda. «è lunga perché vogliono mangiare questi, vuole mangiare quell´altro... ». Il problema era legato ai tre consiglieri comunali dell´opposizione del Comune di Sambuca di Sicilia - scrivono gli inquirenti - i quali in un primo momento erano contrari alla costruzione del termovalorizzatore. Difatti la realizzazione dell´impianto era legata all´unanimità da parte dell´intero Consiglio comunale di quella città». A tentare di fare scorrere agevolmente il progetto interviene il generale Milillo che conversando con Salvatore Montalbano lo rassicura dicendogli «ci sono tre consiglieri dell´opposizione, diciamo dissidenti, no, che nutrono dubbi... Questi tre che nutrono dubbi io li conosco e i dubbi gli passeranno. Va bene?». Gli investigatori seguono da molto vicino tutta la vicenda e registrano anche una riunione del consiglio comunale di Sambuca avvenuta nell´agosto del 2007. L´investimento previsto per il termovalorizzatore è di circa 60 milioni di euro ed in una conversazione intercettata l´imprenditore De Rosa dice ad Antonino Raso che: «il discorso della Sicilia, siccome li ci sono tre o quattro pescecani che vogliono mangiarci sopra..... è mirata all´ambiente, loro invece sono anche ambientalisti e oggi cercano di fare i furbi! Gli è stato promesso il due per cento!... chi è che gli dà il due per cento al Comune se non lo facciamo noi?». A settembre però il consiglio comunale di Sambuca dice no alla realizzazione del termovalorizzatore. Le indagini continuano e le carte di Woodcock finiranno presto alla procura della Repubblica di Palermo.
LA REPUBBLICA, SABATO, 17 GENNAIO 2009

Il pensiero debole dei cattolici siciliani

ROSARIO GIUÈ
Dunque, è dal superamento dello scontro tra cattolici e laici, dal loro mettersi insieme in vista del bene comune, che può sorgere in Italia una robusta «religione civile». In questa prospettiva, suggerisce il teologoVito Mancuso, i cattolici italiani dovrebbero mettere la propria fede a servizio del Paese pensandosi, nello spirito di due parabole evangeliche, «come seme che marcisce nel campo o come lievito che scompare nella pasta» senza curarsi tanto di una identità da difendere dal nemico laico o laicista. Fin qui Mancuso.
E in Sicilia? In Sicilia più che la parabola del seme che marcisce nel campo o del lievito che si perde nella pasta della società, sul piano teologico si potrebbe richiamare un´altra parabola: quella del sale che perde il suo sapore. Se il sale (i cattolici) perde il suo sapore non serve ad altro che a essere gettato via e ad essere ritenuto inutile dagli uomini (società). Sì, anche in Sicilia non è nata una «religione civile». Ma non perché icattolici hanno dovuto affrontare il «nemico» ghibellino, il «nemico» laico o laicista. In Sicilia, dove i cattolici sono maggioranza e hanno governato per sessanta anni, non c´è stata nessuna guerra tra guelfi e ghibellini, tra laici e cattolici. Da noi i cattolici si sono fatti la guerra, semmai, tra loro. Qui la domanda «perché devo essere giusto verso la società? Perché devo esserlo anche quando la mia convenienza mi porterebbe a non esserlo?» forse nemmeno è mai sorta o quasi. Altrimenti come avrebbe potuto attecchirecosì fortemente la mafia? Come avrebbe potuto avere campo aperto la corruzione, come ci dice ancora l´attualità di questi giorni? Ovviamente tra i cattolici siciliani vi sono state personalità del calibro di Piersanti Mattarella che hanno vissuto l´esperienza di fede spendendola al servizio del bene comune, nel senso indicato da Mancuso. Ma sono state minoranza. Per persone come Mattarella l´unica contrapposizione daaffrontare non veniva dai «ghibellini» laici. Veniva da altri cattolici. Da altri cattolici che hanno badato essenzialmente ad usare la religione per conservare il consenso elettorale, al di là dei risultati della loro azione amministrativa. Spesso con un sostanziale silenzio della leadership ecclesiale. In una regione dove tutti o quasi ci tengono a dirsi cattolici, mafiosi compresi, la dialettica tra il lievito (i cattolici) e la pasta (la società) non esiste. Perché qui tutto è cattolico. Ma cosa è cristiano? Una formazione cattolica tesa a salvarsi l´anima (attenta sul piano etico essenzialmente sul peccato individuale) che non a salvarsi come comunità e, quindi, attenta a mettere l´accento sui peccati strutturali e collettivi (mafia, corruzione, abusivismo) è, a mio parere, alla base della debolezza del cattolicesimo siciliano. Se è così, probabilmente è la consistenza dello stesso cattolicesimo siciliano la questione su cui aprire una discussione serena. È la separazione tra forma del cattolicesimo (uso e abuso dei simboli cristiani) e l´essenza dell´essere cristiani ciò su cui si potrebbe riflettere per contribuire al nascere anche in Sicilia di una «religione civile» popolare e di liberazione.
LA REPUBBLICA, SABATO, 17 GENNAIO 2009

sabato 17 gennaio 2009

Belice: alla riscoperta del terremoto di 41 anni fa

di Mario Pintagro
Spira un vento gelido fra le colline e le valli del disastro. Ogni tanto, qualche macchina si avvicina al luogo delle rovine. C´è chi scende dall´auto, passeggia per quello che una volta era il corso e ora è solo un accenno di strada divorato da incuria ed erbe infestanti.
C´è chi cammina fra alberi di ailanto e cespugli di artemisia e si ferma a guardare ciò che rimane della madrice, dei palazzi baronali, delle case.Quelle Case umili e fragili travolte dal terremoto del 1968. È un copione che si ripete identico in tutti i paesi del Belìce. A Santa Ninfa, in via Roma, ci sono due portali a tutto sesto di un palazzo padronale ancora in piedi. Tutto intorno i muri sono crollati. L´area è recintata da una lamiera ed è contigua alle nuove case. A Gibellina vecchia il nuovo paese non si vede nemmeno. Bisogna andare al di là di una cresta di colline, in pianura, per vedere l´utopia possibile immaginata e realizzata negli anni Settanta da urbanisti e architetti di vaglia con il mecenatismo di Ludovico Corrao. Ci sono ancora ruderi a Gibellina che non fanno parte del vasto sudario di cemento bianco che Alberto Burri realizzò negli Ottanta. Un esteso lenzuolo funebre, di un bianco abbagliante, che ora ha perso vigore e necessita di restauri. Si percorre il Cretto come un tempo gli anziani, i bambini, le mamme, percorrevano corso Umberto I, la strada principale, o arrancavano su per la muntata, nelle vie Cavour e Messina. Il Cretto ha lasciato intatta la vecchia trama viaria, basta prendere una mappa dell´antica Gibellina, per attraversarla. Dall´alto, si vede anche qualche rudere non inglobato nel cretto. Pochi resti e una costruzione in cemento armato. È la scuola realizzata negli anni Sessanta. Ma il sisma arrivò prima che gli operai alzassero i muri. L´hanno lasciata in piedi per far capire quanto sia stata distruttiva l´ondata sussultoria del 15 gennaio di 41 anni fa. C´è un pilastro portante piegato come se fosse burro, un solaio che ha ceduto di schianto. Poco prima c´è la chiesa il cui tetto crollò quando il sisma raggiunse il decimo grado della scala Mercalli. Oggi c´è una copertura metallica che la protegge da ulteriore rovina. Pietro Cucchiara, 65 anni, è di Camporeale. Ogni volta che attraversa la statale 119, rattoppata e malconcia, rallenta e si ferma a guardare il teatro delle rovine. «Quando arrivò la scossa devastante, in piena notte, ci mancava il terreno sotto i piedi, ballava tutto. Faceva freddo e c´era la neve, cosa piuttosto inusuale dalle nostre parti. Allora prendemmo delle traversine di legno e le bruciammo».Nel silenzio irreale della valle ogni tanto il vento trasporta un´eco stranissima. È il rumore di alcune pale eoliche che si muovono stancamente. Poi si sente la voce al megafono che invita i cittadini a partecipare alle celebrazioni del terremoto. Cortei, discorsi, deposizioni di corone d´alloro. Di solito ai cimiteri. A Salaparuta, nel nuovo centro, un anziano signore si propone di fare da guida e così si scopre che il Bèlice si chiama Belìce, come d´altronde è indicato anche nelle cartine geografiche. La vecchia Salaparuta sta su una collina di fronte il paese, in un paesaggio di argille fragili, punteggiata da qualche vigneto, a 2 chilometri. Rosario Drago, commerciante in pensione, ci va spesso. Lì ci sono i suoi ricordi, la sua vita: «Era una giornata fredda, ma c´era il sole, ero andato a consegnare una lavatrice. Alle 3,30 di notte si scatenò il finimondo. Avevo 37 anni, un negozio avviatissimo e tre macchine. Scappai e mi infilai nella 1100. Mi ricordo che ondeggiava e non avevo ancora acceso il motore».Ora lì c´è la cantina Giacco, con grandi serbatoi metallici, unico presidio di vitalità in un teatro di distruzione. Poco prima è la sede del Banco di Sicilia. A Poggioreale, nella zona della massima devastazione, i ruderi hanno un aspetto ancora più disarmante. Perché il paese c´è ancora, ma sembra che sia stato abbandonato di colpo. Il Comune ha demanializzato l´area e messo un bel cartello di off limits. Questo per scoraggiare i numerosi emigranti di ritorno dagli States. Giungono con i pullman d´estate, per vedere le rovine delle case degli avi. Ma non possono entrare. C´è il rischio di crolli. Un teatro di rovine simile non può che solleticare la fantasia degli artisti. E l´occasione non se l´è fatta sfuggire Peppuccio Tornatore, che qui ha girato alcune scene di "Malèna". E le rovine possono anche essere un´ottima palestra per i pompieri. Piuttosto che fare le solite esercitazioni su una finta parete in caserma, i vigili del fuoco del nucleo speleo alpino fluviale, guidati dall´architetto Francesco Sirchia, della direzione regionale, sono intervenuti per mettere in sicurezza la chiesa di Sant´Antonio, d´intesa con il Centro regionale del restauro. A Santa Margherita Belice, nell´agrigentino, le rovine sono a due passi dalla piazza dove è il palazzo del Gattopardo. «Lì c´era la mia casa - dice Gaetano La Marca, 55 anni, muratore - , indicando la zona di San Vito - Non è rimasto più niente». È un benvenuto che è memoria e dolore.
La Repubblica, 16 gennaio 2009

giovedì 15 gennaio 2009

Andreotti, auguri. Ma ricordiamo quelle sentenze

di CLAUDIO FAVA
Auguri, senatore Andreotti. Detto senza celia, come si deve a chi arriva ai novant'anni. Dispiace solo che delle infinite vicende accadute durante questi suoi anni, alcune resteranno orfane di verità, archiviate tra le cose superflue di cui è bene smarrire ogni memoria. Per cui non se ne dolga se qui riannoderò qualche filo di quella memoria. Il 15 ottobre 2004 l'hanno definitivamente scagionata da un'accusa assai grave: essere mafioso. Scagionata, non assolta. La corte ha deciso di non doversi procedere nei suoi confronti perché alcuni fatti e alcune colpe appartenevano a un passato non sufficientemente prossimo. Insomma, erano trascorsi più di vent'anni e il reato di associazione a delinquere era caduto in prescrizione. Buon per lei, senatore. Ma per il paese? Per le istituzioni che lei ha rappresentato? Quel tempo non è poi così remoto, senatore. Racconta la guerra che Cosa Nostra scatenò contro lo Stato: il nostro e il suo. Facciamo l'elenco degli ammazzati? Il colonnello dei carabinieri Giuseppe Russo, il capo della squadra mobile Boris Giuliano, Peppino Impastato, il giornalista Mario Francese, il segretario della DC Giuseppe Riina, il capo dell'ufficio istruzione Cesare Terranova, il maresciallo Lenin Mancuso, il presidente della Regione siciliana Piersanti Matarella: macelleria mafiosa.Alcuni di quei morti sono bottino di guerra dei Bontate e dei Badalamenti, la vecchia aristocrazia di Cosa Nostra: gli stessi capi mafia che la sentenza indica come amici suoi, senatore Andreotti. Leggiamo insieme? "La Corte ritiene che un'autentica, stabile e amichevole disponibilità dell'imputato verso i mafiosi si sia protratta fino alla primavera del 1980... anche (attraverso) dirette relazioni del senatore Andreotti con gli esponenti di spicco della cosiddetta ala moderata di Cosa Nostra, Stefano Bontate e Gaetano Badalamenti", amichevoli relazioni che "hanno determinato il solerte attivarsi dei mafiosi per soddisfare, ricorrendo ai loro metodi, talora anche cruenti, possibili esigenze dell'imputato o di amici del medesimo...".Metodi talora anche cruenti, senatore. Per soddisfare possibili sue esigenze. Non accadeva sulla luna ma in Sicilia, una trentina di anni fa, quando lei era già stato cinque volte capo del governo e sedici volte ministro. Perché dovremmo far finta che tutto ciò non sia accaduto? Che due sentenze pronunciate in nome del popolo italiano siano solo cialtronerie? Cosa infiamma gli adulatori d'ogni parrocchia politica che oggi si prostreranno e le rivolgeranno i loro benevoli auguri, senza trovare il coraggio di chiederle conto e verità, almeno per una volta, di ciò che sta scritto su quelle sentenze?

Gestione rifiuti in Sicilia: un'idra dalle 27 teste!

di Agostino Spataro
Sembra che sui siciliani si sia abbattuta una sorta di maledizione: costretti a pagare le tariffe più elevate in cambio di servizi fra i più scadenti d’Italia. In realtà, la maledizione non c’entra nulla. C’entrano, e molto, il malgoverno, la cattiva amministrazione, l’irresponsabilità politica e l’assenza di adeguati controlli. Ossia un complesso di fattori che ha generato un sistema “impazzito” che divora enormi risorse finanziarie, pubbliche e private, e produce sprechi, debiti e favoritismi. La situazione siciliana sta andando alla deriva, fuori d'ogni controllo politico e amministrativo. La conferma viene dalle tante statistiche, ma ogni cittadino può constatarlo da se, nella vita quotidiana: nei campi della sanità, dei trasporti, nella pubblica amministrazione, nella gestione del mercato del lavoro, in gran parte al nero, dei servizi. Un esempio? La disastrosa gestione (tranne rarissime eccezioni) dei servizi di raccolta e smaltimento dei rifiuti urbani, affidati ad una pletora di 27 A.T.O, acronimo beffardo che sta per Ambito territoriale ottimale. Nonostante le leggi e i decreti emanati dal presidente Lombardo, le circolari dell’Agenzia regionale competente che impongono una riduzione nel numero e una riorganizzazione giuridica e funzionale, gli Ato erano ventisette e tanti sono restati. E continuano ad accumulare debiti, a bruciare risorse pubbliche e/o prelevate direttamente dalle tasche dei cittadini attraverso tassazioni e tariffazioni fra le più alte del Paese.

In Sicilia si paga la tariffa più alta per famiglia
Dall’Osservatorio prezzi e tariffe 2008 di Cittadinanza attiva, si rileva che, nel 2007, in Sicilia si è pagata la tariffa più elevata per famiglia tipo (tre persone e un’abitazione di 100 mq): precisamente 280 euri l’anno (con un incremento del 7,7% rispetto al 2006), contro una tariffa media nazionale di 217 euro. Dopo la Sicilia segue la Campania (262), la ricca Lombardia (184); ultimo è il Molise con 117 euri. Fra le prime 10 città per spesa annua più elevata, sei sono localizzate nel meridione, delle quali tre siciliane: Siracusa al 1° posto (con 400 euri), Agrigento al 3° (con 367 ), Catania al 4° (con 365 ). Palermo è al 16° posto con 261. Ci sono città, anche del mezzogiorno, con una spesa molto più ridotta di quelle sopra citate: Reggio Calabria (95 euri), Brescia (123 ) Cremona (127). Perché queste forti disparità di spesa? Sarebbe il caso che gli enti gestori e le graziose autorità siciliane lo spiegassero ai contribuenti siciliani. Sappiamo, da tempo, che una delle cause principali sta negli sprechi prodotti dall’elefantiaca organizzazione territoriale articolata in 27 Ato, invece che 9, ossia uno per provincia come nel resto d’Italia. Come il solito, è stata usata l’Autonomia per dar vita ad una “nuova idra dalle 27 teste” che brucia risorse e produce un carente servizio di raccolta e smaltimento dei rifiuti, con un’incidenza infima della raccolta differenziata e dei processi di riciclo. Di chi le responsabilità? Precisamente, nessuno lo sa. Anche se è certo che la mostruosa creatura è stata generata nel periodo a cavallo fra le presidenze del ds Angelo Capodicasa e dell’udc Totò Cuffaro. In una fase, cioè, molto turbolenta ed opaca della politica siciliana, vissuta, pericolosamente fra ribaltoni e contro-ribaltoni, all’insegna del trasformismo più deteriore e di temerarie acrobazie politiche. Un inciucio nel quale era difficile distinguere il confine fra politica e affarismo e quindi le responsabilità in ordine ai diversi provvedimenti adottati dai governi.

Ridurre a sei gli Ato - rifiuti
Comunque sia, sperando che un bel dì sapremo, il problema attuale è quello di rimediare al danno procurato ai siciliani mediante la riduzione del numero degli Ato-carrozzoni. Facile a dirsi, ma difficilissimo a farsi! A questa ipotesi s’oppongono, infatti, tre quarti delle forze di maggioranza e, sottobanco, taluni settori dell’opposizione. Grosso modo lo stesso fronte delle forze che osteggiano il piano di rientro e di riorganizzazione della sanità siciliana. Com’è noto, il nuovo presidente della regione, Lombardo, anche in aderenza con un pronunciamento dell’Assemblea regionale, ha decretato la riduzione degli Ato da 27 a 14 e di trasformarli in autorità d’ambito, una specie di consorzi fra comuni. Certamente, un passo nella giusta direzione. Ma non basta. In altre realtà regionali si sta procedendo ad accorpamenti interprovinciali per migliorare il servizio e realizzare economie di scala, a tutto vantaggio dei cittadini. Cito fra i tanti, l’esempio della Toscana dove si è passati da 10 a 3 Ato interprovinciali, già operativi, con risultati davvero notevoli in termini di tariffe e di ottimizzazione delle risorse umane e finanziarie. In Sicilia ne basterebbero sei: uno per ciascuna grande provincia (Palermo, Catania e Messina) e tre interprovinciali per accorpare Siracusa con Ragusa, Caltanissetta con Enna, Agrigento con Trapani. Chi o che cosa impedisce di fare una riforma del genere in Sicilia? Bisogna agire e subito. Prima che arrivino le nuove tariffe che s’annunciano come vere stangate per i cittadini, soprattutto dei medi e dei piccoli comuni siciliani.

Penalizzati i cittadini dei piccoli e medi comuni
Ho sotto gli occhi le previsioni di spesa, per gli anni 2008 e 2009, che l’Ato Gesa Agrigento 2 ha comunicato al sindaco del mio paese, Joppolo Giacaxio, un borgo di 1200 abitanti, di cui il 60% pensionati al minimo, per il quale si calcola un costo medio annuo pro-capite di 363,92 euro, contro i 125, 38 della vicina Raffadali. Le malelingue dicono che Joppolo è penalizzato perché paese di residenza dell’on. Capodicasa, ex presidente della regione, mentre Raffadali è favorita per essere il paese del suo successore, on. Cuffaro. Chiacchiere da bar, naturalmente. Anche se resta lo sconcerto, l’incredulità direi, per una stima dei costi così elevata che se non dovesse essere corretta potrebbe comportare un aumento per tre o per quattro degli importi delle nuove bollette. Il caso qui citato non è l’unico, ma uno dei tanti provocati da un sistema perverso che genera disservizi e odiose differenze di costi fra comuni dello stesso “ambito”. Insomma, per Joppolo il passaggio all’Ato non è stato, certo, un ottimo affare poiché ha comportato un incremento vertiginoso della spesa comunale: da circa 60.000 euro del 2003 agli attuali (preventivati) 451.000 euro. Ossia 7,5 volte in più in cinque anni. Assolutamente incomprensibile, visto che nel quinquennio è calata la produzione dei rifiuti perché è calata la popolazione a causa dell’emigrazione e del saldo demografico negativo. Viene da chiedersi: se questo è “l’ottimo” cosa sarà il pessimo?
Agostino Spataro
La Repubblica, 14 gennaio 2009

mercoledì 14 gennaio 2009

Mafia / Dopo 15 giorni il boss mafioso palermitano Mimmo Ganci torna al 41-bis

La difesa annuncia reclamo contro la decisione del Guardasigilli
Palermo, 14 gen. (Apcom) - E' durata 15 giorni la permanenza nel settore ordinario del carcere di Rebibbia per il boss mafioso della Noce di Palermo, Domenico 'Mimmo' Ganci. Giusto il tempo di 'festeggiare' il Capodanno e trascorrere l'Epifania fra i detenuti comuni. Da questa sera tornerà al 41 bis, il carcere duro, nel quale è stato ininterrottamente dal giugno 1993 e fino al 30 dicembre scorso quando il Tribunale di sorveglianza di Roma ha ritenuto di accogliere l'istanza di revoca avanzata dal suo difensore, l'avvocato Domenico La Blasca.
Il ministro della Giustizia, Angelino Alfano, dopo le veementi polemiche scoppiate in seguito alla diffusione della notizia della revoca del 41 bis a Ganci, dopo averlo annunciato oggi a Milano, ha firmato in serata il decreto che riporta in una cella 'più sicura' il boss. Per il Tribunale di sorveglianza di Roma il boss non aveva più collegamenti con l'esterno; secondo il Ministero, invece, Mimmo Ganci non avrebbe li avrebbe interrotti. E a dimostrazione di ciò afferma che, ci sono "elementi nuovi" e viene citato il fatto che nell'inchiesta antimafia 'Perseo' è indagato pure un suo cugino, Giuseppe Spina, figlio di un fratello della madre.
Il difensore del boss, che al tribunale romano aveva prodotto, per farle valutare, oltre 10mila pagine di fascicoli riguardanti il suo assistito, compresa tutta la documentazione dell'operazione 'Perseo', sostiene che Mimmo Ganci non ha "neppure collegamenti con la moglie, che da detenuto al 41 bis ha visto di rado e neppure con i familiari...", e dopo aver appreso della decisione del ministro annuncia: "Attendo di leggere il provvedimento del ministro della Giustizia e, ovviamente, presenterò reclamo". Il giudice al quale si rivolgerà adesso la difesa di Ganci, dovrà valutare l'iniziativa del Guardasigilli, prevista dalla Legge 270/2002, alla luce dell'articolo 2 comma 2-sexies che impone al Ministro, ove intenda disporre un nuovo provvedimento "di tenere conto della decisione del tribunale di sorveglianza ed evidenziare elementi nuovi o non valutati in sede di reclamo".
Figlio di Raffaele Ganci, storico capo mandamento del mandamento mafioso della Noce di Palermo, fratello di Calogero, un killer di Cosa nostra divenuto collaboratore di giustizia, e cugino del pentito Francesco Paolo Anzelmo, Mimmo Ganci ha subito varie condanne all'ergastolo, alcune delle quali definitive, per le stragi di Capaci, via D'Amelio e Chinnici ed una quarantina di omicidi. La sua 'specialità' era quella di fare i sopralluoghi nei posti dove poi si sarebbe agito, ma è stato anche condannato in via definitiva quale killer dell'ex sindaco di Palermo, Giuseppe Insalaco. "La coraggiosa e doverosa decisione" del Ministro Alfano di riapplicare il provvedimento previsto dall'art. 41 bis al boss Mimmo Ganci, però "non può certamente aggirare il vero problema scaturito dall'assurdità del provvedimento adottato dal Tribunale di sorveglianza

martedì 13 gennaio 2009

Maschi adulti e bambini a Gaza City

di RICCARDO ORIOLES
Va molto bene, la guerra contro i bambini. Dopo tanti falsi allarmi e delusioni, finalmente stiamo vincendo noi adulti, senza discussioni. Dopo anni e anni di lotta - in Bosnia, in Africa, alle fermate dei bus a Tel Aviv, davanti alle baracche dei campi profughi in Palestina - si comincia a intravvedere una svolta, una soluzione. Non possono più resistere molto a lungo. Non è solo questione di tecniche moderne, di bombe al fosforo e cinture esplosive. E' che finalmente ci siamo liberati da tutte quelle vecchie superstizioni (quanta gente, fino a pochi anni fa, ci credeva ancora!) per cui non puoi cacciare le rondini, non puoi bruciare i cani per divertirti con la benzina, non puoi picchiare le donne e manco ammazzare i bambini. Medioevo, tabù. Ora tutto è diventato più moderno e più civile. Che crepino! Abbiamo delle strategie da seguire. Non si può fare la frittata senza rompere qualche uovo. Effetti collaterali. Ci dispiace.E, tutto ciò, in nome delle culture più moderne - geopolitk, squilibri demografici, spazi vitali - come delle più antiche. Tornano i vecchi dei del deserto - Jahvè, Allah, Baal, Marduk e altri ancora - di nuovo ghignanti e urlanti, nutriti a dismisura di sangue umano. "Zitto, che sei un ragazzo!" urlano i sacerdoti. "Femmina immonda, taci!". "Ammazza, ammazza anche tu, se sei un uomo!". Luride barbe di patriarchi e visi di giovani maschi hanno le stesse espressioni dure e tese, religiosamente concentrate a ben ammazzare. Urlano disperatamente i bambini, ma il tabù è finito. Due sono morti così, urlando di paura, finchè il piccolo cuore è esploso. E questa è la terra santa, terra di dio.Se mai un governo civile - per qualche benedizione di alieni, per una qualche invasione da qualche altro pianeta - dovrà reggere prima o poi quelle terre, la prima cosa da fare sarà radere al suolo tutte le pietre antiche, dalle moschee di Omar ai muri del pianto. Grandi totem preistorici intrisi di sangue umano, giochi sanguinolenti di sacerdoti. Bruciate le bibbie, per Dio, fate a pezzi i corani! I libri delle stragi, dell'occhio per occhio, dei pastori feroci coi greggi delle pecore e quelli degli esseri umani.* * *Io, io sto con gli ebrei, come son sempre stato. Ma dove sono gli ebrei? Qualche migliaio, ne è rimasto; quelli che nelle piazze dicono, con immenso coraggio, "non ammazzate". Gli altri sono ormai un'altra cosa, una tribù medioorientale, una delle tante. Alauiti di Siria, sunniti di Mesopotamia, sciiti, askenaziti, sefarditi: nomi che un tempo erano religiosi e nobili e aspiranti al divino, e ora mero pretesto per un'identità di dominatori. Nessuno parli più di Anna Frank., o dell'Islam di Dio, o dell'"Ascolta Israele". Come, in questo macello ipocrita, se ne può parlare?Qualcuno, alla fine, avrà torto, qualcuno avrà avuto ragione. Ma tutti avranno ammazzato i bambini, chi più e chi meno, chi prima e chi dopo, a seconda delle opportunità. Pochissimi saranno rimasti veri ebrei e veri palestinesi. Nella storia, se storia ancora ci sarà, resterà l'impazzimento collettivo di una razza umana ferocemente suicidata dai suoi maschi adulti. Ed essi, sulle macerie di tutto, sono lì a martellarsi coi due pugni il petto urlando a denti scoperti il grido della vittoria, pre-umano.
La Catena di San Libero
n. 38014 gennaio 2009

Il diritto e la cura

di IGNAZIO MARINO
"Credo nella libertà di scelta", "non si può costringere un ammalato a curarsi contro le sua volontà", "sacra è la vita e sacra l'autodeterminazione". Sono alcune delle frasi dei cinquanta mila cittadini che, in questi giorni, hanno aderito all'appello per il diritto alla libertà di cura (http://www.appellotestamentobiologico.it/). Sono voci che rappresentano il Paese e che vanno considerate nel momento in cui il Parlamento si avvia a fissare, per legge, alcune regole che riguardano la fine della vita. Il mio convincimento è che vada garantito sempre e comunque il diritto alla libertà di cura come previsto dalla Costituzione, un diritto che esiste in teoria per tutti, ma che non può essere esercitato da chi ha perso l'integrità intellettiva e con essa la capacità di esprimere le proprie volontà. Proviamo a calare il principio nella realtà: un paziente con un cancro all'esofago, nella fase avanzata della malattia, si troverà a non poter più deglutire e ad alimentarsi naturalmente. Per continuare a nutrirsi potrà ricorrere a tecniche artificiali, ovvero ad un tubo inserito chirurgicamente nello stomaco attraverso il quale introdurre nutrimenti chimici per la sopravvivenza. Di fronte a questa prospettiva, il paziente può scegliere se accettare oppure rifiutare. Se accetta forse vivrà più a lungo, altrimenti arriverà alla fine della sua esistenza, secondo il destino segnato dalla malattia. Qualunque essa sia, la scelta sarà rispettata. Ma nel caso di una persona in stato vegetativo, chi deciderà? E chi farà rispettare le volontà del malato? Di qui la necessità di una legge sul testamento biologico, che fissi le regole in base alle quali il diritto costituzionale della scelta delle terapie sia sempre garantito e i cittadini non debbano rivolgersi ai tribunali. Vi sono molti progetti in Parlamento ed io, assieme ad altri cento senatori, propongo una legge che dia, soltanto a chi lo vuole, la possibilità di indicare quali terapie si intendono accettare e quali no, se un giorno si perderà la capacità di esprimere il proprio consenso. Si tratta di una norma molto semplice, a mio modo di vedere persino conservatrice, perché non cambia nulla, semplicemente ribadisce il diritto alla libertà di cura già previsto dalla Costituzione. Altri, come il sottosegretario Roccella e l'onorevole Binetti, propongono una vera rivoluzione: l'alimentazione artificiale sia somministrata sempre, diventi terapia obbligatoria per legge e, quindi, venga esclusa dalla nostra libertà di scelta. Tale impostazione tradisce la Costituzione ed implica gravissime conseguenze. Esistono casi in cui l'alimentazione artificiale è consigliata, altri in cui prolunga solo un'inutile agonia. La valutazione spetta ai familiari del paziente e ai medici che li accompagnano in una scelta che va fatta caso per caso e non in base ad una legge uguale per tutti. Quali le conseguenze per i medici? Si troverebbero davanti ad un bivio: violare la legge restando fedeli alla deontologia che impone di non fare nulla contro la volontà del paziente, oppure rompere, in nome di un'imposizione dello Stato, il patto di alleanza terapeutica con l'ammalato. Un patto che io, come chirurgo, considero sacro. Le difficoltà aumenteranno e, con esse, il numero delle persone che si rivolgeranno ai tribunali. E così il Parlamento otterrà il risultato di aumentare i contenziosi. In questo contesto la Chiesa si mostra preoccupata. Alcuni temono il rischio che la libertà di scelta si trasformi in abbandono e nell'interruzione delle cure ai più deboli. Anche su questo dobbiamo essere chiari: non si può immaginare di aiutare i più bisognosi limitando la libertà degli individui. La difesa della fragilità non è in discussione e non è una discriminante tra credenti e non credenti, è un dovere del nostro convivere civile. Va ricordato poi, che nella tradizione cristiana, l'accettazione della morte per sciogliersi dal corpo e ricongiungersi al Padre è elemento essenziale della fede. Essa è rintracciabile nei secoli, nella fine della vita di San Francesco come in quella del patriarca Athenagoras: l'arcivescovo di Costantinopoli, che lavorò con Paolo VI per l'unità dei cristiani, ricoverato in seguito ad una frattura del femore, chiese di non essere nutrito ma lasciato morire come un monaco, pregando e ricevendo come unico cibo la Santa Comunione. Come si sarebbero comportati il sottosegretario Roccella ed il ministro Sacconi con il patriarca? Ne avrebbero ordinato la nutrizione forzata per decreto? Infine la politica, e le scelte che il Pd è chiamato a fare. Nel Partito Democratico, è noto, vi sono approcci più o meno scientifici nell'affrontare le questioni bioetiche, ciò è normale in un partito che cerca di unire culture diverse. Io, da credente, rispetto le posizioni di chi non lo è e non sento l'esigenza di imporre una visione univoca del mondo e della vita. Mi pare tuttavia urgente, oltre che logico, arrivare ad una posizione chiara del Pd, espressione della maggioranza se non di tutti, da difendere senza esitazione nelle sedi parlamentari e nel dibattito pubblico; una posizione che caratterizzi il Pd e che rifletta l'orientamento e le istanze dei suoi sostenitori. Se la libertà di pensiero rappresenta un punto di forza per un moderno partito riformista, l'assenza di una posizione definita rischia di trasformarsi nel suo tallone d'Achille.
L'autore è presidente della Commissione parlamentare d'inchiesta sul Servizio Sanitario Nazionale
(La Repubblica, 13 gennaio 2009)

Vittorio Sgarbi contestato ad Agrigento: "Viva Giancarlo Caselli e il pool antimafia!"

lunedì 12 gennaio 2009

Shemà, Israel! (Ascolta, Israele!)

di Stefano Sarfati Nahmad
Ascolta, ascolta Israele!

Hai fatto una strage di bambini e hai dato la colpa ai loro genitori dicendo che li hanno usati come scudi. Non so pensare a nulla di più infame. A distanza di una generazione in nome di ciò che hai subito, hai fatto lo stesso ad altri: li hai chiusi ermeticamente in un territorio, e hai iniziato ad ammazzarli con le armi più sofisticate, carri armati indistruttibili, elicotteri avveniristici, rischiarando di notte il cielo come se fosse giorno, per colpirli meglio. Ma 688 morti palestinesi e 4 israeliani non sono una vittoria, sono una sconfitta per te e per l'umanità intera.

Ascolta Israele! Io non rinnego la mia storia, la storia della mia famiglia, che è passata dalla Shoah. Però rinnego te, lo Stato di Israele, perché hai creduto di poter far valere il credito della Shoah per liberarti del popolo palestinese e occupare la sua terra. Ma non è così che vanno le cose, non è così la vita. Il popolo di Israele deve vivere di vita propria e non vivere della morte altrui.

Ascolta Israele! Io non rinnego la mia storia, la storia della mia famiglia che è passata dalla Shoah, ma io oggi sono palestinese. Io sto dalla parte del popolo palestinese e della sua eroica resistenza.
Io sto con l'eroica resistenza delle donne palestinesi che hanno continuato a fare bambine e bambini palestinesi nei campi profughi, nei villaggi tagliati a metà dai muri che tu hai costruito, nei villaggi a cui hai sradicato gli ulivi, rubato la terra. Sto con le migliaia di palestinesi chiusi nelle tue prigioni per aver fatto resistenza al tuo piano di annessione.

Ascolta Israele! Non ci sarà Israele senza Palestina ma potrà esserci Palestina senza Israele, perché il tuo credito, ormai completamente prosciugato dalla tua folle e suicida politica, non era nei confronti del popolo palestinese che contro di te non aveva alzato un dito, ma era nei confronti del popolo tedesco, italiano, polacco, francese, ungherese e in generale europeo; ed è colpevole la sua inazione.

Ascolta Israele, ascolta questi nomi: Deir Yassin, Tel al-Zaatar, Sabra e Chatila, Gaza.
Sono alcuni nomi, iscritti nella Storia, che verranno fuori ogni qualvolta si vedrà alla voce: Israele.

domenica 11 gennaio 2009

Palermo. Il sindaco Diego Cammarata batte i pugni: "Mai più pass ad auto private!"

di Antonio Fraschilla
Proteste bipartisan, il Comune dà lo stop
Mai più permessi ad assessori, politici, deputati, professionisti e onlus. Niente più pass nemmeno alle auto intestate a mogli, figli e collaboratori. Il sindaco Diego Cammarata, dopo l´inchiesta di Repubblica che ha pubblicato l´elenco completo dei permessi rilasciati dal Comune, ha dato mandato al suo assessore con delega al Traffico, Mario Tinervia, di rinnovare solo i pass intestati a mezzi di servizio pubblico. Niente più permessi ad personam, insomma, né tagliandi collegati ad auto private, per dire addio all´era dei furbetti del traffico. «Quando mi sono insediato - spiega Tinervia - ho notato subito che i permessi rilasciati per circolare sulle corsie preferenziali erano troppi. A guardare l´elenco, poi, saltavano subito agli occhi anomalie che non mi convincevano. Così, pochi giorni dopo aver varato le targhe alterne, ho parlato al sindaco delle mie perplessità e lui mi ha detto che avremmo rivisto tutto prima di procedere con i rinnovi». Nel frattempo però è arrivata l´inchiesta di Repubblica che ha svelato come dietro molte targhe di vetture autorizzate a posteggiare gratis e a imboccare le corsie preferenziali ci fossero in realtà privati cittadini, dal cardiologo vicino a Forza Italia all´avvocato cassazionista organico al partito, e parenti di politici e dipendenti comunali, dalla moglie del ministro Angelino Alfano a quella dell´ex assessore al Traffico Lorenzo Ceraulo. «Nessun pass verrà mai più rilasciato a mezzi privati - assicura Tinervia - Mi assumo la responsabilità di questa scelta perché certi ingiusti privilegi non si possono più tollerare. Se il Consiglio comunale vorrà poi dotarsi di un regolamento ad hoc, faccia pure. Ma intanto decido io». Soddisfatta l´opposizione, a partire dal capogruppo del Partito democratico, Davide Faraone, che aveva presentato un atto ispettivo a Sala delle Lapidi per rendere pubblico l´elenco dei permessi rilasciati dall´ufficio Traffico, senza alcun regolamento.
«Apprezziamo la scelta del sindaco, che ogni tanto mostra sensibilità su certe ingiustizie - dice Faraone - ma rimarremo vigili affinché queste dichiarazioni di intenti, suoi e di Tinervia, siano resi concreti. Comunque il Pd presenterà in Consiglio una delibera per fissare un regolamento chiaro che vada oltre un´ordinanza del sindaco o un atto dell´assessore Tinervia». Levate di scudi contro il meccanismo di rilascio dei permessi erano arrivate anche da pezzi della maggioranza, con il capogruppo di Forza Italia a Sala delle Lapidi, Giulio Tantillo, che aveva chiesto di «rivedere completamente l´iter che ha portato il Comune a rilasciare permessi perfino a dirigenti del Comune o a enti di formazione». E già nei giorni scorsi il neo-dirigente dell´ufficio Traffico, Renato Di Matteo, aveva annunciato una stretta al rilascio dei pass e ne aveva bloccato il rinnovo, che prima era stato quasi automatico. Ora Cammarata, che non risulta possessore di alcun pass né per sé né per i suoi familiari, va oltre, chiedendo di cancellare dall´elenco degli autorizzati tutte le auto private. E concorda con l´assessore Tinervia, anche lui assente dalla lista, di bloccare il rilascio di permessi intestati ad auto che non siano di pubblica utilità.Rimane comunque l´irritazione del sindaco, all´oscuro della leggerezza con la quale l´ufficio Traffico negli anni ha rilasciato i pass. Tanti, troppi, i dirigenti comunali e i politici con auto blu che avevano un secondo o un terzo permesso intestato spesso ad auto di parenti. E tanti i politici che in questi giorni hanno fatto dei distinguo, dopo aver visto il loro nome nell´elenco dei permessi, con pass rilasciati per una macchina di famiglia. Come nel caso dell´ex capogruppo dell´Udc all´Ars, Nino Dina: «Ho un permesso a nome di mia suocera, che ha 85 anni e non guida - ripete Dina - Ho intestato un pass alla sua auto, che uso io perché non ne ho».Da oggi però non ci sarà più bisogno di alcun distinguo. A Palermo non si vedrà più un´auto privata sfrecciare in corsia preferenziale con il pass del Comune sul cruscotto. Parola di sindaco.
(La Repubblica-Palermo, 11 gennaio 2009)

Pippo Fava e Beppe Alfano, due vite di siciliani coraggiosi e onesti spese al servizio della verità

di Anna Foti
A distanza di 25 e di 16 anni, il dovere della memoria non cede all’oblio. Ci sono luoghi in cui essere cittadini onesti significa sacrificare tutto e chi possiede una penna per esercitare la propria onestà, forse rischia di più. La Sicilia è tra questi luoghi meravigliosi e al contempo maledetti. Sono stati troppi i suoi intellettuali fermati dalla ferocia di Cosa Nostra.
Ricordiamo due momenti di questa mattanza che comincia il 5 gennaio 1984 quando a Catania cinque proiettili calibro 7.65 raggiungono fatalmente la nuca dello scrittore giornalista Giuseppe Fava, considerato il primo intellettuale ucciso da Cosa Nostra. Una mattanza che prosegue poi l’8 gennaio 1993 con l’assassinio di Beppe Alfano, raggiunto da tre proiettili calibro 22. Una coraggiosa lotta alla mafia. Nessuna verità definitiva. Una famiglia che difende la memoria. L’indifferenza, a volte degenerata anche in infamia, che batte sempre sul tempo la giustizia e punisce doppiamente le vittime ancora prima che i tribunali condannino i responsabili. La storia purtroppo si ripete. Sono trascorsi sedici anni da quella sera dell’otto gennaio 1993, quando via Marconi di Barcellona Pozzo di Gotto, cittadina di quarantamila abitanti nella provincia di Messina, diventa teatro di morte. Quando nella sua Renault 9, il professore con la passione per il giornalismo, Beppe Alfano, corrispondente per il quotidiano catanese La Sicilia che neanche si costituirà parte civile nel processo, è freddato da tre colpi di pistola. Quattro i processi celebrati tra le due sponde dello Stretto Reggio Calabria e Messina. Un mandante condannato a 30 anni di reclusione dalla Cassazione, il boss Giuseppe Gullotti, che consegnò a Giovanni Brusca il telecomando per la strage di Capaci e uomo di fiducia dell’allora latitante Santapaola. Poi una pioggia di assoluzioni tra cui quella dell’altro presunto mandante Antonino Mostaccio, presidente dell’Associazione Assistenza ai Disabili (Aias) sul cui dubbio patrimonio Alfano aveva scritto per denunciare. Assolto in appello anche il presunto esecutore materiale Antonino Merlino, il cui processo attende ora, dopo varie vicissitudini, di essere discusso davanti alla Suprema Corte. Intanto le dichiarazioni del pentito Maurizio Avola, ex sicario di Cosa Nostra che confessò agli inquirenti oltre ottanta omicidi tra cui quello dello stesso direttore de I Siciliani Pippo Fava, gettano luce su altra zona d’ombra nell’ambito della quale la penna di Beppe Alfano aveva cercato di fare chiarezza. Accanto allo scandalo Aias, infatti le inchieste giornalistiche di Alfano avevano spaziato anche sul commercio di agrumi sul litorale tirrenico messinese in cui erano implicati interessi economici dei Santapaola e di alcuni imprenditori legati alla massoneria. Se dunque questa nuova pista sembrava escludere lo scandalo Aias, su cui si erano orientate le indagini dei pm messinesi Gianclaudio Mango e Olindo Canali, non la stessa indulgenza poteva riservarsi all’estraneità di Cosa Nostra dalla mente e dalla mano del delitto. E’ proprio Avola a fornire ai sostituti procuratori catanesi Amedeo Bertone e Nicolò Marino il nome di Giovanni Sindoni, potente massone in affari con il clan Santapaola per un traffico di arance che frodava, prassi consolidata nel Mezzogiorno, le sovvenzioni agroalimentari dell’Unione Europea. Una vicenda complessa perché profondamente radicata al Sud dove dietro un’apparente stasi si celano in realtà attività di spessore criminale notevole. Attività che Alfano, arrivato anche a denunciare il commercio di uranio impoverito e traffici di armi, cercava di portare alla luce. Il tutto mentre si ostinava a sottolineare che la provincia messinese era solo impropriamente definita “babba” (libera dalla presenza mafiosa nel gergo di Cosa Nostra), poiché era invece zona franca per latitanti e traffici consolidatisi grazie a quell’artefatto silenzio. Proseguono le vicende giudiziarie nonostante i depistaggi, a volte anche infamanti che hanno macchiato la memoria di Beppe con le accuse di abusi sugli alunni e sulla figlia, Sonia, oggi in prima linea per la difesa della memoria del padre e l’affermazione di giustizia. Ma Beppe Alfano non è stato l’unico a dover pagare per la denuncia della verità nella terra di Sicilia. Anche la penna coraggiosa di Giuseppe Fava è stata fermata dal crimine di Cosa Nostra. Ciò accadeva nove anni prima, nel 1984, a Catania.
Pippo Fava aveva diretto il Giornale del Sud e fondato I Siciliani, secondo giornale antimafia dell’isola. Saggista e sceneggiatore, fece del teatro e del giornalismo le sue principali attività, trasponendo sulla scena molti dei suoi scritti e collaborando con numerose testate nazionali. Denunciò già nel 1981 il traffico di droga gestito nel capoluogo etneo da Cosa Nostra perché sapeva che oppio fosse la mafia nella sua terra e perchè non avrebbe potuto essere complice di un’indifferenza che uccideva libertà e giustizia, come scrisse nel suo famoso editoriale “Lo spirito di un giornale” sul Giornale del Sud. La verità sul suo omicidio condanna nel 1998 il boss Nitto Santapaola, Aldo Ercolano, ritenuti i mandanti del delitto, Maurizio Avola, esecutore materiale e pentito chiave nel processo per il delitto Alfano. L’ultimo processo chiude i battenti nel 2003, dopo l’assoluzione nel 2001 di Marcello D’Agata e Franco Giammuso, condannati in primo grado all’ergastolo. A legare i destini di Pippo Fava e Beppe Alfano, l’integrità della coscienza prima che la brutalità di Cosa Nostra. Pur avendo, quest’ultima, insanguinato la terra di Sicilia e la storia dell’Italia onesta e coraggiosa, ad essa non può e non deve essere consentito di vincere sulla forza della memoria e sulla volontà di riscatto. "Io ho un concetto etico del giornalismo. Ritengo infatti che in una società democratica e libera quale dovrebbe essere quella italiana, il giornalismo rappresenti la forza essenziale della società. Un giornalismo fatto di verità impedisce molte corruzioni, frena la violenza della criminalità, accelera le opere pubbliche indispensabili, pretende il funzionamento dei servizi sociali, tiene continuamente allerta le forze dell'ordine, sollecita la costante attenzione della giustizia, impone ai politici il buon governo" - Pippo Fava. “Lo spirito di un giornale” 11 ottobre 1981. Teniamo a mente. Giornalisti e non.
FOTO. Da sx: Pippo Fava e Beppe Alfano.

"Quel terrorista di Fabrizio De Andrè". Così la polizia schedò il cantautore genovese

di MIMMO FRANZINELLI
Per 10 anni dal 1969 al 1979 il cantante fu tenuto sotto controllo, fino al sospetto più incredibile: "E' un simpatizzante delle Br"
TRA I possibili approcci alla musa di Fabrizio De André, il tema del potere è tra i più suggestivi, considerato che attraversa l'intero arco della sua produzione, dalla traduzione delle ballate di Georges Brassens (da "Il gorilla" a "Morire per delle idee") a un brano come "Il testamento di Tito", grondante ribellione esistenziale. Un potere non soltanto politico, ma che snatura la religione e s'insinua anche in ambito familiare. L'intero canzoniere del musicista genovese dispiega valenze libertarie, che hanno influenzato una parte significativa della generazione del '68 e ancora oggi parlano ai giovani. De André non si è mai atteggiato ad agit-prop. Ciò nonostante, la polizia lo ritenne un personaggio infido e pericoloso. A ridosso dell'attentato di piazza Fontana gli attivisti dell'ultrasinistra sono sottoposti a perquisizioni e interrogatori. Tra le centinaia di extraparlamentari inquisiti figura un certo Isaia Mabellini, in servizio di leva con gli alpini, considerato dal questore di Brescia un marxista-leninista; in calce alla relazione inviata il 20 dicembre 1969 alla Direzione generale della PS, un'osservazione significativa: "É in rapporto di amicizia con tale De André Fabrizio, non meglio generalizzato, ligure, universitario a Milano, filo cinese, noto cantautore e contestatore". Con inflessibile logica burocratica, la segnalazione coinvolge il musicista nelle indagini; dal ministero dell'Interno chiedono infatti ragguagli al questore di Brescia, Manganiello che il 25 maggio 1970 aggiorna il fascicolo Milano - Roma - Attentati dinamitardi del 12.12.1969: "Le Questure di Milano e Genova sono pregate di identificare il De André Fabrizio e fornire sul suo conto dettagliate informazioni direttamente".
Nel giro di un paio di settimane la questura di Genova redige una circostanziata scheda: "Il De André Fabrizio, noto cantautore, pur essendo studente universitario fuori corso in giurisprudenza, si interessa di questioni artistiche, provvede alla incisione dei dischi delle proprie canzoni, ha effettuato qualche spettacolo in televisione, ma non appare mai nei pubblici teatri. Accompagnato sempre dalla moglie, viaggia a bordo dell'auto Fiat 600 targata GE-293864 ed è titolare del passaporto nr. 5191279 rilasciato a Genova il 10.12.1969. Non risultano precedenti penali a suo carico, salvo una denuncia, risalente al 28.8.1959 ad opera della Polizia di frontiera di Bardonecchia, per danneggiamento su edificio destinato al culto. In linea politica, pur non essendo aderente ad alcun partito o movimento - viene indicato come simpatizzante per l'estrema sinistra extraparlamentare e frequenta, in Genova, persone note per tale orientamento o favorevoli al PCI e al PSIUP". Alla vicenda s'interessa il questore di Milano Marcello Guida, assertore della pista rossa per la bomba stragista, che fa sorvegliare le frequentazioni milanesi del "sedicente De André": "Il predetto De André, cantautore, viene regolarmente in questo capoluogo ogni mese, alloggiando sistematicamente all'Hotel Cavour in questa via Fatebenefratelli n. 21 e ripartendo il giorno successivo, dopo aver preso contatti con dirigenti di case discografiche". Per qualche tempo l'attenzione investigativa si affievolisce, tranne riprendere con maggiore insidiosità nel giugno 1976, quando l'Antiterrorismo relaziona sull'acquisto di "un appezzamento di terreno in località Tempio Pausania (Sassari) dove intenderebbe istituire una comune per extraparlamentari di sinistra. Nei periodi di permanenza in Genova, lo stesso avrebbe contatti con elementi appartenenti al gruppo anarchico ed a quello filocinese. Il De André è persona nota a codesto Ministero". L'antiterrorismo ligure accerta che il musicista è "emigrato in data 12/3/1976 a Tempio Pausania" e invia all'Ispettorato Generale per l'Azione Contro il Terrorismo e al Nucleo Antiterrorismo di Cagliari un nutrito rapporto, in cui si registra la sua adesione al Comitato genovese per la difesa del divorzio, come se rivestisse risvolti penali. Trascorso un triennio, un aggiornato promemoria viene inserito dal SISDE in due distinte collocazioni archivistiche: "Brigate Rosse - Varie" e "Fabrizio De André". Stavolta il cantautore viene definito senza mezzi termini un simpatizzante dei terroristi e un loro finanziatore: "Secondo la nota fonte confidenziale il Circolo "Due Porte" è una recente creazione di copertura per le Brigate Rosse. In esso si tengono normali riunioni di circolo politico-ricreativo e riunioni ristrette per l'organizzazione eversiva. Lo stesso Circolo deve servire da strumento economico e la raccolta dello sfruttamento dei fondi economici necessari alle Brigate Rosse. Una delle prime iniziative è stato lo spettacolo del cantautore Fabrizio De André alla Fiera del Mare. Il cantante, simpatizzante delle BR, è stato invitato da il "Due Porte"". I malevoli investigatori ignorano la produzione artistica del musicista, che nel 1973 - quando il terrorismo di sinistra era in incubazione - dedica il 33 giri Storia di un impiegato a un sessantottino deluso tramutatosi in giustiziere proletario, visitato da incubi notturni in cui il sistema si fa beffa di lui e lo utilizza per rafforzarsi: "Noi ti abbiamo osservato dal primo battere del cuore / fino ai ritmi più brevi dell'ultima emozione, / quando uccidevi, favorendo il potere / i soci vitalizi del potere ammucchiati in discesa / a difesa della loro celebrazione". Pur senza disporre di riscontri minimamente verosimili, questori e agenti investigativi diffidano di De André, indirettamente ricollegato all'eccidio di Milano e poi trasformato in fiancheggiatore delle Brigate Rosse... Un'immagine totalmente fantastica, frutto di ottusità e di pregiudizio, oltre che di abissale incomprensione. Più che su De André, questi rapporti segnaletici ci informano sulla mentalità dei loro estensori: inadeguati sul piano professionale, disponibili a dare ombra a fantasmi, secondo i desideri dei loro superiori, in un pauroso deficit di cultura democratica.
(La Repubblica, 10 gennaio 2009)