giovedì 20 novembre 2008

Palermo. Una valanga di nuovi disabili tutti in macchina con il pass. In dieci mesi 1.200 certificati. Toccata quota 21 mila

di SARA SCARAFIA
Milleduecento nuovi pass per invalidi rilasciati dall´inizio dell´anno. Tanti sono i cittadini che nel 2008 hanno ottenuto un tagliando per la macchina dall´ufficio H del Comune. Un vero e proprio boom legato molto probabilmente all´avvio delle Ztl, più tardi annullate, e al nuovo piano traffico che bloccherà la circolazione nelle ore di punta all´ottanta per cento delle auto. A Palermo una macchina ogni venti porta appiccicato sul parabrezza il tagliando arancione che permette di parcheggiare gratis sulle strisce blu, di utilizzare le corsie preferenziali, di ottenere su richiesta un posto auto davanti al portone e soprattutto di circolare in barba a qualunque ordinanza di limitazione del traffico. I permessi rilasciati dall´ufficio H sono 21 mila: moltissimi se si pensa che solo nel 2003 erano appena diecimila. Un pass, quello "H", che dovrebbe essere riservato solo a quegli automobilisti che hanno un handicap limitante. Veri disabili che per primi chiedono a gran voce controlli rigidi contro i finti invalidi. Ma come si fa a ottenere un permesso? La procedura è fin troppo semplice. Basta un certificato, con modulo prestampato, rilasciato dal servizio di Medicina legale dell´Ausl che attesti la «capacità di deambulazione sensibilmente ridotta», e in allegato una copia della carta d´identità. Per ottenere il certificato non occorre essere invalidi civili, ma basta avere problemi permanenti o temporanei di deambulazione. Con il modulo che attesta la ridotta capacità motoria, ci si presenta poi all´ufficio H che però non fa alcun controllo incrociato con l´Ausl per verificare se il certificato presentato (un semplice modulo con carta intestata, timbro dell´Ausl e firma non leggibile di un medico) sia stato realmente rilasciato dal servizio di Medicina legale. E del resto nemmeno l´Ausl ha alcuna competenza sui controlli successivi.Una volta conquistato il contrassegno, che vale per cinque anni, il più è fatto. Secondo il regolamento di Palazzo delle Aquile, il certificato dell´Ausl è necessario soltanto quando si richiede il tagliando per la prima volta: per il rinnovo basta un certificato del medico di base. Di fatto, quindi, ai furbi della strada basta avere un parente anziano per ottenere il prezioso lasciapassare che mette al riparo da strisce blu, code, targhe alterne e Ztl. I controlli sono difficili. La polizia municipale, che dall´inizio dell´anno ha denunciato per truffa e falso più di cinquanta persone che circolavano con pass contraffatti, non nascondono le difficoltà nello scovare i finti disabili. Difficoltà che altri grandi Comuni hanno superato ingegnandosi. Torino, per esempio, ha dichiarato guerra ai finti disabili dopo le tante denunce dei cittadini. Qui i vigili adottano la tecnica del pedinamento: in due, in borghese, ogni giorno seguono le auto munite di contrassegno con la carrozzina. Se al volante, insieme con il conducente, non c´è il disabile intestatario del permesso, il tagliando viene ritirato. In meno di quattro mesi sono stati ben trenta i furbi smascherati.Ma c´è di più: il Comune di Torino, indagando sui finti handicappati, ha trovato anche 1.200 tagliandi di persone ormai defunte ma che i familiari non avevano restituito. Contro le falsificazioni, poi, ha ritirato tutti i quasi novemila permessi, meno della metà di quelli di Palermo, per applicare un bollino a prova di contraffazione. Il vice comandante della polizia municipale, Serafino Di Peri, fa quello che può. Ha destinato un pattuglia solo al controllo dei finti invalidi: «Andiamo avanti giorno dopo giorno». E il numero uno di via Dogali, Nunzio Purpura, assicura che con l´avvio del piano traffico i controlli verranno intensificati: «I furbi stiano attenti, con meno macchine saranno molto più riconoscibili».

La Repubblica, 20.11.2008

Lotta alla mafia. Spunta un nuovo indagato per l'attentato all'Addaura contro il giudice Falcone

La Procura di Caltanissetta ha aperto una nuova inchiesta sul fallito attentato al giudice Falcone, sventato quasi per caso il 21 giugno del 1989. Le rivelazioni di un pentito coinvolgono un altro presunto appartenente a Cosa Nostra.
CALTANISSETTA - La Procura della Repubblica di Caltanissetta ha aperto una nuova inchiesta sul fallito attentato al giudice, Giovanni Falcone, sventato il 21 giugno 1989 nella villa a mare dell'Addaura, a Palermo. I magistrati hanno iscritto una persona nel registro degli indagati. Si tratterebbe di un mafioso di Palermo accusato di essere fra gli esecutori materiali e che fino adesso non è stato mai sfiorato dalle indagini. Il nuovo retroscena è stato raccontato ai pm nisseni dal collaboratore di giustizia, Angelo Fontana, un sicario delle cosche di Palermo condannato all'ergastolo. Secondo il pentito, in seguito al fallito attentato a Falcone, venne ucciso uno spacciatore la cui colpa era stata quella di aver assistito alle fasi esecutive del commando che piazzò la borsa con l'esplosivo tra gli scogli, a pochi metri dalla riva, a fianco del passaggio obbligato che dalla villa in cui alloggiava il magistrato conduceva al mare. Il testimone ucciso era Francesco Paolo Gaeta, il quale, secondo Fontana, aveva assistito, per caso, mentre faceva il bagno nel mare dell'Addaura. Fra i nomi che il collaboratore ha fatto c'è anche quello di Angelo Galatolo, 42 anni, condannato a 13 anni in Appello per il fallito attentato. Gaeta, tossicomane, era ritenuto un personaggio inaffidabile. "Per questo motivo - ha rivelato Fontana - Vito Galatolo, padre di Angelo, appariva preoccupato: se a questo lo pigliano, diceva, ci consuma a tutti". Il pentito ha quindi riferito che Vito Galatolo, boss dell'Acquasanta, mai coinvolto nell'inchiesta, in un primo tempo provò a tenere Gaeta sotto controllo, ma in seguito decise di farlo eliminare. Per questo motivo i Galatolo si rivolsero a Fontana, nipote di Vito e cugino di Angelo. Francesco Paolo Gaeta fu ucciso a Palermo il 2 settembre 1992 a colpi di pistola. La causale finora conosciuta di quell'omicidio che costò a Fontana l'ergastolo, fa riferimento ad un regolamento di conti tra trafficanti di droga. er l'attentato all'Addaura sono già stati condannati a 26 anni di reclusione ciascuno Totò Riina, Salvatore Biondino ed Antonino Madonia, mentre Vincenzo Galatolo, zio di Angelo, a 18 anni, a nove anni e quattro mesi il collaboratore di giustizia Francesco Onorato.
La Sicilia, 20/11/2008

mercoledì 19 novembre 2008

Il futuro incerto dei giovani studenti e senza lavoro nella cappa del clientelismo

di SALVATORE BUTERA
Bisogna riconoscere che nelle proteste contro i provvedimenti su scuola e università di Mariastella Gelmini la Sicilia ha fatto la sua parte. I cortei si continuano e la protesta appare civile e contenuta rispetto ad alcuni episodi di violenza verificatisi nelle grandi città. Qui da noi questi cortei giovanili (lo si può dire con tranquillità) sono apparsi scevri da strumentalizzazioni politiche e addirittura venati di una sorta di avversione alla politica qualunque essa sia, di destra o di sinistra. Di fronte a queste masse di giovani che hanno sfilato nelle vie di Palermo e di Catania mi sono posto alcune domande forse ingenue. Chi sono questi ragazzi rispetto alle parti politiche dominanti nella nostra regione? Sono i figli della maggioranza berlusconiana o al contrario i figli della, per la verità sparuta, minoranza antigovernativa? Probabilmente sono vere entrambe le cose. È difficile distinguere all´interno di un corteo per chi hanno votato i giovani o addirittura i loro genitori. Poi a un certo punto un autorevole docente palermitano mi ha in qualche modo aperto gli occhi: non sai, mi ha detto, quanta parte di Alleanza nazionale e Forza Italia vi sia fra questi giovani. Figli dunque di chi ha votato Berlusconi in passato ma, ha aggiunto il docente, che continuerà in ogni caso a votarlo. Ma allora che cos´è Mariastella? Un incidente di percorso o una sorta di valvola che ha consentito e consente uno sfogo alle classi giovanili, sia pur manifestato, come ho detto, con compostezza e civiltà? La situazione politica siciliana impone taluni interrogativi veramente inquietanti, anche perché nel frattempo giungono dati illuminanti a proposito della realtà sociale ed economica della nostra terra. Nella mappa della povertà in Italia il Mezzogiorno conta una percentuale di famiglie povere pari a quattro volte quella del Nord, doppia rispetto alla media italiana. All´interno di questo dato la Sicilia purtroppo è al primo posto con oltre il 27 per cento di famiglie povere, circa un terzo del totale. E, come è noto, allo stesso tempo la Sicilia è una delle regioni più berlusconiane d´Italia, che ha conferito al Cavaliere e alla sua maggioranza, in sede nazionale e regionale un voto che non si definisce plebiscitario per prudenza. I poveri dunque votano per Berlusconi, probabilmente sperando in provvedimenti a loro favorevoli, ma meglio ancora in singoli atti, in procedimenti clientelari che sollevino le famiglie stesse più o meno indigenti dalla loro condizione, conferendo magari ai più giovani la qualifica di precario in attesa di sistemazione. E un politico esperto, rispetto alle mie ingenue evocazioni di candidature a sindaco di Palermo, ha formulato un paio di osservazioni assolutamente penetranti, una a destra e una a sinistra. La prima è appunto quella della costruzione da parte dei partiti dominanti di un reticolo clientelare tanto fitto da essere divenuto impenetrabile. L´altra, a sinistra, è quella di uno schieramento talmente scombiccherato da essere divenuto, almeno per il momento, irrecuperabile, nel quale eterogenei personaggi e gruppuscoli impediscono il saldarsi di un fronte che possa quantomeno cominciare a ipotizzare un disegno alternativo a quello della destra. Ma le notizie inquietanti sulla realtà sociale della Sicilia non si fermano qui. È recente la decisione di una delle maggiori banche italiane di triplicare in Sicilia la propria rete di sportelli dedicata specificatamente al private equity (e cioè all´investimento e alla gestione del risparmio privato) individuando nella nostra regione la presenza di «grandi patrimoni» da impiegare in modo non solo adeguatamente redditizio ma anche moderno ed efficiente. Siamo sempre alle solite: vorrei che sociologi ed economisti di vaglia, che in Sicilia non mancano, mi spiegassero la provenienza di questi patrimoni. Sono essi solo palermitani o provengono dalla provincia? Come si sono formati? Perché, a questo proposito, la generica attribuzione alla mafia e ai mafiosi di queste fette di mercato mi pare francamente insufficiente o, come si suol dire, un po´ di repertorio. Per capire sarebbe necessario compiere indagini più approfondite che superassero la genericità delle denunce. Nel frattempo le gioiellerie di lusso a Palermo aumentano di numero e di qualità, soverchiando e mortificando talune insegne storiche cittadine destinate proprio in questi mesi alla mesta conclusione del loro ciclo storico che ha coinciso con periodi meno infelici del presente della vita sociale della nostra città. Mediobanca in uno studio recente ha rilevato che nel Sud esistono sei imprese ogni 1.000 abitanti contro le 11 del Nord e le 13 dell´Italia centrale. In sostanza per essere in linea con quelle medie nel Sud del Paese mancano 75.000 imprese. Inutile soggiungere che a un esame più approfondito le imprese del Mezzogiorno hanno rendimenti largamente inferiori e costi di transazione assai più elevati di quelle collocate nel Centro-Nord del Paese. Questi mi sembrano i dati fondamentali cui bisogna continuare a fare riferimento e ad ancorarsi per comprendere la realtà siciliana. Una Sicilia che con Veneto e Lombardia continua ad essere la regione più berlusconiana d´Italia. Un voto a destra e quindi sostanzialmente conservatore. Ma contrariamente al Veneto e alla Lombardia mi chiedo cosa ci sia da conservare in Sicilia.

In Sicilia tremila posti snobbati. Ecco i mestieri che nell'isola nessuno vuole fare

di EMANUELE LAURIA
Il lavoro che esiste. Alle prese con la crisi dei subprime, con la sindrome da Lehman Brothers, con le ultime stime di Eurostat che registrano un tasso di disoccupazione giovanile al 42,9 per cento, i siciliani riaprono gli occhi davanti al dato più sorprendente: nell´Isola ci sono quasi tremila posti di lavoro scoperti. Sgraditi. Snobbati. Rifiutati, nella terra dove l´impiego rimane un miraggio. È l´esito di una ricerca condotta su scala nazionale da Confartigianato che ha messo a confronto le assunzioni previste dalle imprese artigiane nel 2008 (sono 14.620) e la percentuale di posti definiti dagli stessi datori di lavoro "di difficile reperimento". Percentuale che, nell´Isola, è pari al 19,6 per cento. Più bassa rispetto a quella del resto del Paese (34,6 per cento) e anche rispetto alle altre regioni del Sud (è la Sardegna con il 20,1 per cento ad avvicinarsi di più), ma sempre rilevante: in Sicilia ci sono 2.870 occasioni di lavoro che non vengono sfruttate. Soprattutto nel settore delle costruzioni (1.160 posti), manifatturiero (1.030) e dei servizi (680). Non si trovano muratori, falegnami, addetti alla meccanica di precisione. Non si trovano parrucchieri che abbiano una buona piega nel loro know-how. Capita anche questo, in un settore che - malgrado la crisi mondiale e la recessione - nell´anno in corso presenta un saldo occupazionale positivo: le entrate nel lavoro superano le uscite di 3.920 unità. Ragusa, provincia a elevato dinamismo imprenditoriale, presenta il numero più alto di posti scoperti (478), seguita da Messina (472) e Palermo (384). Perché accade? A livello nazionale, i principali motivi della difficoltà di reperimento di manodopera nell´artigianato sono la «mancanza di candidati con adeguata qualificazione», la «ridotta presenza della figura professionale» e l´«offerta ridotta per ragioni di status, carriera e retribuzione». Calata nella realtà siciliana, l´analisi sul lavoro rifiutato contiene fattori economici e sociologici. Non c´è solo la scarsa attitudine dei giovani ai mestieri tradizionali, la stessa che ha spinto il responsabile di un agriturismo di Naro a rivolgersi a Internet per trovare «un palafreniere, anche prima esperienza, che si possa occupare di 2 cavalli». Il messaggio è lì, sul sito, dal 20 settembre. L´analisi si ciba di notizie sbalorditive, come quella che ha avuto come protagonista Carmelo Raimondi, titolare di un´azienda di cucine componibili di Caltanissetta che ha dovuto mettere i manifesti sui muri della città per trovare tre figure professionali per la sua azienda: un architetto, un responsabile amministrativo, un direttore di produzione. Il problema, in realtà, «riguarda soprattutto i mestieri tradizionali e quelli ad alta specializzazione - spiega Mario Filippello, presidente regionale della Cna - I primi vanno scomparendo e non trovano più il gradimento dei giovani, i secondi richiedono una formazione professionale che in Sicilia non viene fornita». Quando poi i due mestieri si sposano, come nel caso dell´attività di Raimondi, che utilizza macchine con controllo numerico per la lavorazione del legno, «diventa più difficile reperire sul mercato le professionalità necessarie».Il sistema della formazione - che pesa per oltre 200 milioni di euro sulle casse della Regione - è sotto accusa. Anche quando ci si inoltra nell´affollato comparto dei parrucchieri, che conta 11 mila aziende nell´Isola. Salvatore Ruffino, responsabile del settore degli acconciatori della Cna catanese, dice che «l´impresa più difficile, nel nostro campo, non è trovare personale disposto a lavorare. Ma trovare lavoratori con un adeguato livello di professionalità. Quelli che giungono dai corsi professionali della Regione a stento sanno fare una piega. Ma quei corsi, non è una novità, vengono fatti soprattutto per garantire gli stipendi ai docenti. E non possiamo neanche prendere personale in prova - conclude Ruffino - perché non ci viene più consentito dalla legge. Molti colleghi, non trovando personale all´altezza, hanno rinunciato». Altra nota dolente: alla formazione professionale da riformare si unisce la riduzione dei fondi per l´apprendistato in azienda o in bottega: «I fondi regionali sono bloccati dal 2003, mentre l´ultima Finanziaria nazionale ha limitato queste agevolazioni a un periodo massimo di tre anni». Ma c´è anche un problema sociologico, per dirla con Beniamino Sberna, ex presidente regionale di Confartigianato: «In Sicilia prevale la cultura del lavoro pubblico sulla scommessa di un lavoro autonomo». E Salvatore Bonura, responsabile della Cna catanese, va ancora più a fondo: «Per la gran messe di diplomati e laureati siciliani svolgere un´attività artigianale non fa sentire importanti sulla scala sociale. Ecco perché alcuni posti sono rifiutati, pur non essendo faticosi o usuranti». Filippello chiosa: «Il vero dramma è che per molti ragazzi, oggi, appare più qualificante impiegarsi in un call center».
LA REPUBBLICA, MERCOLEDÌ, 19 NOVEMBRE 2008

martedì 18 novembre 2008

Roccamena. Va in fiamme un escavatore della "Maranfusa" srl nell'area archeologica

Roccamena (*codi*) Dato alle fiamme la scorsa notte un escavatore in contrada Montagna di Maranfusa. Ignoti hanno cosparso di liquido infiammabile la cabina del pesante mezzo che operava nel cantiere e vi hanno appiccato il fuoco. Le fiamme hanno danneggiato la cabina, le parti in plastica ed i tubi idraulici del veicolo di proprietà della ditta “Maranfusa s.r.l.”, un’associazione temporanea di imprese, che ha come capofila la ditta Di Caro di Gela. I responsabili della società, rilevato il danno all’apertura dei lavori, hanno subito sporto denuncia contro ignoti alla stazione carabinieri di Roccamena. Al cantiere, che è stato aperto nel 2006 in contrada “Maranfusa”, ed i cui lavori sono in fase di ultimazione, si accede dalla bretella che collega il centro abitato di Roccamena sud, con la strada provinciale 624 – Palermo - Sciacca . L’importo dei lavori appaltati dalla Sovrintendenza ai Beni Culturali di Palermo è di due milioni e quattrocentomila euro e comprendono la costruzione della strada di accesso al sito archeologico, la ristrutturazione di due immobili da destinare alla ricezione dei turisti e gli scavi veri e propri per portare alla luce i resti di una città Elima risalente al 9° secolo a.C. Nella necropoli, successivamente utilizzata durante la dominazione araba, sono state rinvenute diverse tombe di particolare interesse. Le indagini sono svolte dai carabinieri della stazione cittadina che hanno effettuato sul posto i rilievi di rito.
Cosmo Di Carlo
FOTO. L'area archeologica di Monte Maranfusa

Contessa Entellina, ecco le foto di tutti i "tombaroli" arrestati la notte scorsa

FOTO. Dall'alto in basso: Antonino Di Stefano, Angelo Sinatra, Giuseppe Strano, Benedetto Sinatra e Alfio Sinatra.












Contessa Entellina. Cinque tombaroli arrestati la notte scorsa dai Carabinieri in flagranza di reato

Contessa Entellina (*codi*) Avevano messo in atto un vero e proprio piano di scavi, con interventi mirati a recuperare anfore, monete, ed oggetti preziosi nella necropoli del sito archeologico di Entella. Con l’utilizzo di un sofisticato metal detector di ultima generazione, la scorsa notte i cinque tombaroli tutti di Paternò, sono stati arrestati in flagranza di reato dai carabinieri delle stazioni di Contessa Entellina e Roccamena che hanno agito in collaborazione con il Nucleo Radiomobile della compagnia carabinieri di Corleone comandata dal capitano Antonio Merola. L’operazione ha visto impegnati decine di militari dell’arma e numerose autoradio, cha hanno assicurato un capillare controllo del territorio dei comuni di Contessa Entellina, Roccamena, Campofiorito, Corleone, Bisacquino, Chiusa Sclafani, Giuliana . Gli arrestati tutti di Paternò sono: Alfio Sinatra, 48 anni, pregiudicato, Angelo Sinatra, 42 anni, anch’egli pregiudicato, Benedetto Sinatra, 22 anni, incensurato, Giuseppe Strano, 43 anni, pregiudicato, e Antonino Di Stefano, 57 anni, incensurato. A mettere in allarme i carabinieri della Compagnia di Corleone negli ultimi giorni erano state le segnalazioni pervenute dell’Ente che gestisce la riserva naturale delle “Grotte di Entella”, al cui interno insiste un sito archeologico di eccezionale valore storico e artistico risalente al 400 a.C.. Erano state infatti ritrovate dagli addetti alla sorveglianza diverse buche scavate probabilmente di notte e riscontrate evidenti tracce dell’asportazione di reperti archeologici. Immediata è scattata, l’operazione sul territorio. Subito dopo il tramonto i carabinieri della Stazione di Contessa Entellina si sono appostati presso il sito archeologico in attesa e dopo pochi minuti hanno visto giungere un’autovettura con cinque soggetti a bordo. All’alt dei militari, i cinque malviventi hanno tentato una precipitosa fuga che si concludeva però dopo pochi metri. Dalla perquisizione dell’automezzo all’interno del bagagliaio i Carabinieri hanno rinvenuto oggetti e arnesi idonei ad effettuare scavi clandestini: numerose torce, pale, picconi e anche un sofisticatissimo metal detector di ultima generazione. Tombaroli professionisti in trasferta da Paternò, quindi, e non dei semplici avventurieri in cerca di fortuna. Ma le sorprese non erano finite. Nel complesso dispositivo di copertura coordinato dalla Compagnia di Corleone, una pattuglia della Stazione Carabinieri di Roccamena bloccava un’altra macchina a poca distanza dal sito archeologico sul versante nord. A bordo altri due cittadini di Paternò, F.F., 44enn,e pregiudicato e C.G., 28enne, anche lui pregiudicato che sono stati denunciati in stato di libertà. Anche a bordo di quest’autovettura i militari dell’Arma hanno rinvenuto arnesi da scavo e un metal detector. Indagini sono in corso per appurare se i due fermati nei pressi di Roccamena, facessero parte della stessa “spedizione” degli arrestati. Tutto il materiale da scavo e da ricerca è stato posto sotto sequestro. Per gli uomini della compagnia di Corleone l’apprezzamento del comandante provinciale dell’arma colonnello Teo Luzi “L’operazione dimostra l'attenzione sempre costante da parte dei Carabinieri per la tutela del patrimonio archeologico della Sicilia, che è parte integrante ed elemento costituente della storia e della identità siciliana - ha dichiarato l’ufficiale - E’ necessario che gli abitanti sul territorio abbiano consapevolezza di ciò e contribuiscano a tutelare i loro beni archeologici. Se si viene a conoscenza di scavi clandestini è opportuno informare prontamente il Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Cultural,e oppure i Carabinieri delle Stazioni presenti sul territorio”.
Cosmo Di Carlo
FOTO. I Carabinieri col materriale sequestrato ai tombaroli

L'antica Entella, una misteriosa città èlima

L'antica Entella era una delle città siciliane tradizionalmente attribuite agli Elimi (popolazione che probabilmente derivava dalla mescolanza di genti autoctone con popolazione di tipo egeo e, forse, gruppi liguri. Sembra certa la loro origine non greca e questo spiegherebbe la perenne rivalità con Selinunte). Entella sorgeva sulla Rocca d'Entella, lungo il corso del fiume Belice sinistro. Le città principali fondate dagli Elimi sono Erice, che ospitava il centro religioso, Entella, situata nell'entroterra palermitano, Iaitias, posta su uno promontorio che domina l’odierna San Giuseppe Iato e Segesta, la città dalla storia più rilevante e tumultuosa.
Entella, in seguito ellenizzata, fu spesso coinvolta nelle tormentate vicende che caratterizzarono la parte occidentale della Sicilia antica. Nel 404 a.C. subì la conquista da parte di soldati mercenari campani; nei successivi secoli IV e III a.C. ebbe alterni rapporti con i Cartaginesi. Durante la prima guerra punica, si schierò dalla parte dei Romani. Nel Medioevo la città fu un importante centro di cultura islamica e roccaforte della resistenza musulmana in età sveva; venne infine distrutta dalle truppe di Federico II. Le ricerche archeologiche dimostrano che il sito era frequentato durante la media età del Bronzo; ma l' urbanizzazione vera e propria è accertata solo dall' età tardo-arcaica, alla quale sono attribuite un'area artigianale, la fortificazione e alcuni ambienti di culto. Il culto di Demetra e Kore è attestato dal V al III secolo a.C. nel santuario esterno alle mura. Di età ellenistica è la maggior parte delle tombe della necropoli (ma sono state trovate anche numerose tombe arabe), come dimostra il tipo di sepoltura e il vasellame e le famose iscrizioni su tavolette bronzee con i decreti delle città di Entella e Nakone. Questi erano stati illecitamente trafugati e immessi sul mercato antiquario negli anni ’70 e sono stati ricuperati in seguito ad un lungo lavoro dei Carabinieri; la loro importanza è legata al fatto che confermano l'ellenizzazione dell'antico insediamento elimo. Attorno al 1970 infatti erano state rinvenute, ad Entella (nella zona attorno all'attuale cittadina di Contessa Entellina) delle tavolette di bronzo, conosciute come Decreti di Nakone. In queste tavolette si fa riferimento ai Campani che costituivano la popolazione di Entella nella metà del III secolo a.C. e che erano i discendenti dei 1.200 soldati mercenari che poi si erano insediati nella città nel V secolo a.C. I caratteri usati nelle tavolette erano greci, ma la lingua parlata dal popolo era differente perché gli Elimi infatti parlavano un linguaggio tra fenicio e greco.

Sicurezza, Famiglia Cristiana, settimanale delle paoline, accusa: «Misure indegne»

Nuova, durissima critica di Famiglia Cristiana alle politiche del governo in tema di sicurezza e immigrazione. Mentre al Senato slitta a dopo la Finanziaria il voto sul cosiddetto pacchetto sicurezza, il nuovo editoriale del giornale dei paolini, a firma di Beppe Colle, condanna il contenuto del disegno di legge proposto dal ministro dell'Interno Maroni. Un provvedimento «indegno di uno stato di diritto», lo giudica il settimanale cattolico: caratterizzato da misure «inutili» rispetto «ai fini a cui sono rivolte» ed estremamente difficili «da metterle in pratica da parte di uno Stato la cui giustizia e la cui burocrazia già faticano a tenere il passo delle normali incombenze». Inoltre, aggiunge Famiglia Cristiana, «esse scontano le conseguenze di un'esagerata descrizione della realtà, come ha dimostrato il caso suscitato dalla decisione, presa nel giugno scorso da Maroni, sul rilevamento delle impronte digitali ai bambini rom». Insieme alle ronde e al permesso a punti per gli immigrati, inserite nel pacchetto Maroni su spinta della Lega, il settimanale cattolico non risparmia critiche alla schedatura dei senza fissa dimora, un'altra idea del Carroccio che, ricorda Del Colle, non ha nulla a che vedere con il progetto della Bartolomeo&C, l'associazione fondata da Lia Varesio nel 1980 a Torino, gestita da volontari che tutte le notti uscivano nelle strade per cercare e aiutare i clochard che dormivano sulle panchine o sotto i portici delle stazioni. «Per loro – scrive Del Colle - Lia aveva attuato, in accordo con il comune, la reiscrizione anagrafica, in modo tale che potessero riacquistare un'identità, visto che molti erano stati davvero cancellatì». Un'opera, insomma, che era spinta «da una cultura opposta a quella della paura, del rifiuto del diverso e del ricorso all'autodifesa in cui le ronde rischiano di essere il simbolo di un comportamento che uno Stato di diritto non può e non deve permettersi». Inoltre, osserva il settimanale, molti clochard una dimora «ce l`hanno, anche se non è scritta in nessun registro pubblico: sono le panchine dei giardini in cui passano le notti, rischiando di essere bruciati vivi dai soliti ignoti, come è capitato a uno di loro a Rimini».Immediata, dopo la pubblicazione del giornale paolino, la replica del Carroccio. «Tante polemiche per nulla, ha affermato la deputata leghista Carolina Lussana, vicepresidente della Commissione Giustizia a Montecitorio, secondo la quale le ronde sono una risposta «reale» per garantire la sicurezza e legalità, mentre le critiche di Famiglia Cristiana sono tutte «polemiche ideologiche, come quella già costruita sulle impronte digitali per i rom». A puntellare le tesi di Beppe Colle, che aveva già accusato il governo Berlusconi di essere forte con i deboli (rom e immigrati) e pavido e tollerante con i delinquenti, è intervenuto il deputato del Pd Enrico Farinone, vicepresidente della Commissione Affari Europei della Camera. «L`intero pacchetto – ha sottolineato Farinone – risponde alla necessità di diffondere nella gente un senso di insicurezza. Pensiamo solo alle ronde. Non ci sono paragoni nel resto d`Europa. Davvero il ministro Maroni ritiene che gruppi di persone possano garantire maggiore sicurezza? Non teme che in questi gruppi si possano infiltrare esaltati e mitomani?».
18 Nov 2008

A Palermo i preti vanno a lezione di mafia e antimafia. Don Stabile: "La mafia attacca la fede"

Quaranta seminaristi a lezione di mafia e antimafia a Palermo. L'iniziativa, la prima del genere nella città dove nel 1993 è stato ucciso il prete don Pino Puglisi, è stata promossa dalla diocesi guidata dall'arcivescovo Paolo Romeo. Agli aspiranti sacerdoti sociologi, esperti dei fenomeni criminali e parroci spiegano l'organizzazione di Cosa nostra, quale l'atteggiamento ha assunto la Chiesa negli anni, l'impatto della mafia nel territorio e sui giovani soprattutto nelle zone ritenute più a rischio. Gli incontri sulla mafia, come riporta il Giornale di Sicilia, sono organizzati dal rettore del seminario arcivescovile don Raffaele Mangano e don Francesco Michele Stabile, storico della Chiesa e parroco a Bagheria (Pa). Il prossimo appuntamento è in programma il 6 dicembre con la lezione della sociologa Alessandra Dino sul ruolo della donna all'interno di Cosa nostra e sulla religiosità degli uomini d'onore. Grande successo hanno ottenuto i primi tre seminari, con le lezioni di don Stabile, Rosario Giué, ex parroco nella chiesa di San Gaetano nel quartiere Brancaccio dove fu ucciso padre Puglisi, e Umberto Santino, responsabile del centro di documentazione Peppino Impastato.
"Su molti aspetti della mafia non c'é una buona informazione e il giudizio di alcuni clericali si base su luoghi comuni o articoli di giornale. Inoltre, la riflessione nella Chiesa che si era aperta dopo l'uccisione di don Pino Puglisi si è un po' fermata, allora bisogna coinvolgere il clero sempre di più per evitare che si adagi solo perché per le strade di Palermo non ci sono morti ammazzati". Lo dice don Francesco Michele Stabile, storico della Chiesa e parroco a Bagheria (Pa), tra gli organizzatori delle lezioni sulla mafia e l'antimafia che coinvolgono quaranta seminaristi a Palermo. Per padre Stabile "il clero ha un compito specifico nei riguardi della comunità e c'é il rischio che si chiuda in un intimismo pericoloso, come se ciò che riguarda la società, in questo caso l'influenza della mafia, non importasse: ma la mafia é contro il Vangelo e quindi contro la fede religiosa". Il sacerdote guarda oltre ai seminari per gli aspiranti preti e auspica l'istituzione "di un osservatorio ecclesiale presso la Conferenza episcopale che raccolga, suggerisca e rifletta sulle modalità con cui le comunità devono affrontare il fenomeno mafioso". "Come Chiesa - prosegue - dobbiamo prendere atto di come la mafia inficia il modo di vivere la religiosità e attacca la fede". Per padre Stabile "é il Consiglio presbiteriale che deve decidere cosa fare, insieme all'arcivescovo".
17 novembre 2008

lunedì 17 novembre 2008

Si allarga fino a Corleone l’inchiesta di Campagnatico

di ALBERTO CELATA
Dodici avvisi di garanzia, dall’urbanistica agli appalti dei lavori pubblici
NON SI FERMA più l’inchiesta della Guardia di Finanza al Comune di Campagnatico, coordinata dal pubblico ministero Stefano Pizza. Mentre sembrerebbe ormai imminente la chiusura delle indagini sulle irregolarità commesse dall’Amministrazione comunale nel settore dell’ Urbanistica, e che vede coinvolti in primo luogo l’ex sindaco Elismo Pesucci, e l’assessore competente Luca Grisanti, ora l’indagine delle Fiamme Gialle si allarga anche al settore dei Lavori pubblici. Gli uomini del comandante Mariani la scorsa settimana avrebbero infatti notificato una dozzina di avvisi di garanzia ad amministratori, dipendenti pubblici e imprenditori e non solo a Campagnatico, ma anche a Grosseto e in Sicilia, in particolare a Corleone, il paese che ha dato i natali a «padrini» storici della mafia come Luciano Liggio, Totò Riina e Bernardo Provenzano.

IN SICILIA, E A CORLEONE in particolare, gli avvisi di garanzia avrebbero raggiunto imprenditori edili le cui aziende si sarebbero aggiudicate alcuni lavori pubblici nel Comune di Campagnatico. I reati ipotizzati sono infatti quelli di turbativa d’asta, falso e truffa. Quello in Sicilia è stato un vero e proprio raid da parte delle Fiamme Gialle di Grosseto, che si sono recate sull’isola con numerosi mezzi e uomini, notificando avvisi di garanzia ed effettuando anche numerose perquisizioni, in un clima, soprattutto a Corleone, piuttosto teso se non chiaramente ostile.

PERQUISIZIONI che sono state effettuate nuovamente anche negli uffici del Comune di Campagnatico, mentre gli avvisi di garanzia in provincia hanno riguardato soltanto funzionari comunali e professionisti. Nei faldoni prelevati negli uffici comunali i finanzieri sarebbero alla ricerca di elementi che avvalorino le ipotesi di reato contestate agli indagati.#
La Nazione, 14.11.08

Sicilia. Morti nelle liste delle Ausl, danno da 14 milioni

di SALVO PALAZZOLO
Alcuni pazienti sono morti da 32 anni, altri da 25, altri ancora da tre mesi. Ma per tutti, le Ausl siciliane hanno continuato a pagare le quote di assistenza ai rispettivi medici di famiglia. Un vero paradosso in tempi di lotta agli sprechi. A svelarlo sono state le indagini della Guardia di finanza, che negli ultimi mesi hanno stretto i controlli.
Il bilancio che adesso fornisce il generale Domenico Achille, comandante regionale delle Fiamme gialle, ha dell´incredibile: sono ben 51.287 i morti che continuavano ad avere l´assistenza sanitaria. Con un danno all´erario di circa 14 milioni di euro. E l´indagine non è conclusa. Anche perché adesso ci sono da accertare le responsabilità. I magistrati delle Procure siciliane stanno esaminando i dossier inviati dai comandi provinciali della Finanza: non sempre le Ausl siciliane si sono dimostrate attente a verificare gli elenchi degli assistiti. In fondo, gli investigatori hanno fatto quello che ogni azienda sanitaria responsabile avrebbe dovuto disporre già da tempo: incrociare i propri elenchi con quelli del Comune, accertando anche eventuali errori riguardanti nomi, data di nascita e codice fiscale. Ma nessuna azienda sanitaria è collegata all´anagrafe comunale, questo hanno accertato le indagini della Finanza. Non è una giustificazione. Periodicamente, i Comuni inviano dei floppy disk o dei Cd alle amministrazioni sanitarie, con tutti i dati di aggiornamento dell´anagrafe. C´è grande attesa per le decisioni delle varie Procure siciliane sul caos degli assistiti. E molti uffici legali delle aziende hanno già iniziato una singolare corsa ai palazzi di giustizia, per prendere le distanze da quanto scoperto dalla Finanza.Dei 14 milioni di danno erariale, cinque sono da recuperare a Trapani. Tanto è costata l´assistenza di 7.628 pazienti deceduti dal 1986. Tanto l´azienda sanitaria ha pagato a 350 medici. È quanto è stato scoperto l´anno scorso dai controlli disposti dal comando provinciale di Trapani, diretto dal colonnello Giuseppe D´Angelo. Subito dopo, il comando regionale ha sensibilizzato tutti gli altri reparti dell´isola a fare analoghe verifiche. I risultati sono arrivati presto. L´indagine della Finanza ha messo in risalto soprattutto la disorganizzazione di molte aziende sanitarie. Soprattutto, perché le anagrafi delle Ausl continuano a essere scollegate dai computer dei Comuni e del Fisco, gli unici aggiornati. Ogni azienda si organizza a modo proprio. Una norma concede al massimo un anno di ritardo per sistemare gli elenchi e cancellare deceduti e trasferiti. L´Ausl 6 di Palermo è la più solerte. Ma molte altre Ausl hanno un arretrato ben più pesante. Risultato, oggi sono gli stessi medici di base a protestare: «Siamo noi i primi danneggiati da questa situazione di caos - spiegava Saverio La Bruzzo, vice segretario nazionale della Fimmg dopo l´operazione di Trapani - il medico può anche comunicare la morte del paziente, ma spesso i servizi amministrativi dell´Ausl non cancellano. E i Comuni trasmettono gli aggiornamenti con ritardo». Dove sta la ragione? Saranno la magistratura ordinaria e quella contabile a stabilirlo. Certo, se si troveranno ricette prescritte ai morti, allora scatteranno denunce anche per i medici, perché è la prova che sapevano. Qualche caso è stato già trovato dai finanzieri. Ad Agrigento, un medico faceva anche altro: poteva prescrivere tantissimi farmaci alla stessa persona soltanto cambiando l´ultima lettera del codice fiscale. Se avesse utilizzato il computer, non sarebbe stato possibile, perché nel sistema è contenuta l´anagrafe esatta di tutti gli assistiti. Avanti caos, dunque. Indagini a parte, il primo risultato dei controlli della Finanza porterà le Ausl a chiedere ai medici i rimborsi per quanto indebitamente incassato. «Plaudiamo al lavoro della Guardia di finanza che è riuscita a sventare questa gravissima truffa», dice Mario Baccini, presidente della federazione dei Cristiano popolari. «Il danno erariale di ingente somma, però, non è l´unico punto di apprensione per quel che accade intorno al mondo della sanità: la prima preoccupazione è l´assoluta mancanza di valori e rispetto per la vita e la salute dei cittadini».
La Repubblica, 16 novembre 2008

Ecco le barbe più famose della storia: vince Karl Marx, Gesù al quarto posto

La singolare classifica del Times prende spunto dall'esposizione della barba di Darwin. Al secondo posto Rasputin, poi l'attore Brian Blessed. Cristo fuori dal "podio"
DAL nostro corrispondente ENRICO FRANCESCHINI
LONDRA - Che barba! L'espressione, in questo caso, va presa alla lettera, non come sinonimo di noia: a guadagnarsi il punto esclamativo, infatti, è la folta peluria che si sprigiona dalle guance e dal mento di Karl Marx. Una singolare classifica pubblicata sul sito del quotidiano britannico Times la elegge "barba più famosa della storia". Il giudizio, ovviamente, è opinabile, e qualcuno magari dirà che il padre del comunismo è stato favorito dal Times perché è sepolto in questa città, nel cimitero di Highgate. Ma se il metodo è scherzoso, l'occasione che ha spinto a redigere una simile graduatoria è serissima: l'esposizione della barba di Charles Darwin, a una mostra al National History Museum di Londra, in celebrazione del bicentenario della nascita del grande naturalista. La barba, naturalmente, si allunga o si restringe, e qualche volta scompare del tutto, a seconda dei periodi storici e delle mode. Quella lunga e grigia alla Marx non si vede più in giro, tranne che frai musulmani convinti; quella di tre giorni che appena incornicia il volto, viceversa, è stata indicata recentemente da un sondaggio come il massimo della sensualità maschile, secondo le donne. La classifica del Times, dopo Marx, mette al secondo posto il mistico russo Grigorij Rasputin, che tante ne combinò alla corte dell'ultimo zar di Russia. Al terzo c'è un attore inglese, Brian Blessed. Al quarto, Gesù Cristo: può sembrare irrispettoso classificarlo alle spalle di un monaco e di un attore, per non parlare di un marxista, ma i compilatori della graduatoria spiegano che il figlio di Dio è ricordato più per quello che ha fatto che per il suo aspetto fisico, barba compresa (e non è che ce l'avesse sempre lunga). Seguono le barbe dello scrittore inglese Charles Dickens, del rivoluzionario bolscevico e fondatore dell'Urss Vladimir Ilich Lenin, del padre dell'evoluzionismo Darwin, del sedicesimo presidente degli Stati Uniti d'America, Abraham Linconl, del leader cubano Fidel Castro e, al decimo postol, dei membri del gruppo rock americano ZZ Top.
(La Repubblica, 15 novembre 2008)

domenica 16 novembre 2008

Agrigento. L´eterna sete della città dei Templi

di ATTILIO BOLZONI
È la rete idrica più disastrata d´Italia, con il flusso che arriva nelle case solo due o tre volte al mese. E da 20 anni nessuno trova più la mappa delle condotte. Tra furti d´acqua, dispersioni e ricatti politici. L´ultimo paradosso: la bolletta più cara del Paese, 4 volte quella di Milano

AGRIGENTO - Cosa c´è sotto Agrigento lo sanno tutti e non lo sa nessuno. È un segreto grande protetto da tanti piccoli segreti. Ogni agrigentino conosce solo i suoi tubi, il suo allaccio, il suo prolungamento, le sue cisterne, il suo acquedotto personale. Una rete idrica tutta privata che si attorciglia abusiva nelle viscere della Valle dei Templi. È fatta in casa, a uso familiare. Passa lì in fondo il mistero di Agrigento, l´ultima città italiana senz´acqua. C´è e non c´è, come sempre è stato da questi parti. Diceva con una punta di orgoglio una ventina di anni fa Salvatore Sciangula, un agrigentino di Porto Empedocle che era diventato il potente assessore ai Lavori Pubblici della Regione siciliana: «Qui l´acqua deve togliere la fame, ma mai la sete». Vent´anni dopo la mappa delle condotte che la trasportano è ancora introvabile come una mappa del tesoro. Non ce l´hanno i geometri dell´ufficio idrico comunale. Non ce l´ha il sindaco. Non ce l´ha il prefetto. Vaghi ricordi su quel labirinto di canali e serpentine in ghisa, resistono ormai solo nella memoria di qualche vecchio fontaniere. È l´"emergenza" che non finisce mai. Da mezzo secolo in città si parla sempre e soltanto di litri al secondo, di metri cubi pompati o scaricati, dei livelli delle dighe e degli invasi. La Castello, il Fanaco e il Leone, il Gammauta, la Garcia. Tutti a controllare ossessivamente l´altezza del liquido e il cielo che non minaccia pioggia. I quotidiani locali pubblicano in grande evidenza la rubrica dei turni di «erogazione» zona per zona, strada per strada, palazzo per palazzo. In certi quartieri che si allungano disordinatamente verso il mare - Cannatello, San Leone, la casba intorno alla foce del fiume Naro - la distribuzione tocca ancora ogni una o due settimane. La scorsa estate anche ogni tre, a volte ogni quattro. Un mese intero all´asciutto. Ma poi sono arrivati i carabinieri. Da Agrigento vi raccontiamo come (forse) fra qualche anno metteranno pure i contatori in ogni condominio e come (forse) finalmente arriverà ogni giorno come nel resto d´Europa. Cominciamo però dai carabinieri. Ne sono sbarcati 20 da Roma, a caccia dei ladri d´acqua. Li hanno «aggregati» al comando di Licata, il paese al centro delle campagne dove quei furti avvenivano. Sono «operativi» dalla fine di agosto, il ministro degli Interni Maroni li farà restare in Sicilia almeno sino a Natale. Sono di ronda lungo i quaranta chilometri della «dissalata» che parte da Gela, in elicottero sorvolano colline, fotografano laghi che prima non c´erano mai stati. Scavati fra le serre per riempirli di acqua rubata. Ne hanno già trovati otto, uno era di 15 mila metri quadrati, un altro di 14 mila, altri due di 12 mila e 9 mila metri. Qualcuno aveva le chiavi per aprire le condotte, altri hanno costruito «strade» sotterranee per convogliare l´acqua nei loro laghi e poi venderla al migliore offerente. Un mercato. I carabinieri hanno già arrestato dodici predatori e un po´ di acqua in più adesso raggiunge la Rupe Atenea, ma in abbondanza c´è solo sulla carta e forse qualche volta nei serbatoi comunali. Nelle case sale o scende sempre troppo lentamente, troppo raramente. Sulla carta ce n´è addirittura tanta: duecentotrenta litri al giorno per ogni abitante. Questi però sono soltanto grafici e numeri, in realtà si disperde tutta in quelle migliaia e migliaia di piccoli acquedotti privati che la dirottano in gigantesche cisterne. Le hanno costruite nel sottosuolo di Agrigento per «accaparrarsi» scorte su scorte, per conservarla aspettando il peggio. Tanto quasi nessuno paga l´acqua che consuma. È a forfait. Il contatore è un optional. Comunque l´acqua di Agrigento è la più cara d´Italia: 445 euro è la bolletta annua che paga mediamente un agrigentino. Un milanese la paga quattro volte in meno: 106 euro. «Se non si rifà tutta la rete idrica interna, Agrigento non avrà mai l´acqua che gli serve e questa dannazione non avrà mai fine», dice Giuseppe Arnone, consigliere comunale del Pd e leader siciliano di Legambiente. In verità qualcuno ci sta pensando. Il nuovo sindaco Marco Zambuto - eletto con un´alleanza di centrosinistra più alcune liste civiche ma poi transitato verso il centrodestra - ci sta provando e a quanto pare anche seriamente. Uno che gli sta dando una mano è il ministro di Grazia e Giustizia Angelino Alfano. Dicono che lui, agrigentino, voglia lasciare un segno, passare alla storia come «il concittadino che ha portato l´acqua ad Agrigento». Alla fine dell´estate il ministro ha bussato alla porta di Berlusconi per chiedere un finanziamento straordinario per la sete di Agrigento. L´annuncio del «miracolo» è atteso da un giorno all´altro.Intanto la società privata che gestisce il servizio in città - la Girgenti Acque Spa - e che ha ereditato un passato disastroso, fa quello che può attirandosi rabbie e rogne. Nella rete che perde fino al 40 e al 50 per cento, in pochi mesi gli interventi per mettere qualche «pezza» alle condotte sono stati 1268. «È paradossale quello che accade soltanto alle porte della città», spiega il prefetto Umberto Postiglione. E racconta: «Accanto a questa realtà ce n´è un´altra straordinaria, quella del consorzio di bonifica Agrigento 3 che serve la parte occidentale della provincia. Le perdite, lì, non superano mai l´1 per cento. Il sistema di erogazione è tutto computerizzato, i contadini della zona pagano in anticipo e in anticipo prenotano la quantità di acqua di cui hanno bisogno e perfino il giorno e l´ora di quando la vogliono avere».A pochi chilometri però c´è Agrigento dove un predecessore di Umberto Postiglione, il commissario straordinario Nicola Scialabba, nel 1991 fa era riuscito a farne arrivare per qualche mese addirittura 400 litri al secondo. Come quella che c´è ad Amsterdam. Durò poco. L´acqua e anche il commissario straordinario. Forse aveva proprio ragione quell´assessore regionale ai lavori pubblici. Ad Agrigento l´acqua deve togliere la fame, mai la sete.

La Repubblica, SABATO, 15 NOVEMBRE 2008

Lo scandalo delle spese dei Palazzi. L'assegno di Obama inferiore a quello di deputati nazionali e regionali.

L’emolumento annuale del Presidente degli Stati Uniti d’America ammonta a 400.000 dollari più i benefits. Lo Stato della California, che vanta un prodotto interno lordo fra i più alti del mondo (settimo posto), concede al governatore, Arnold Schwarzenegger, 162.598 euro lordi l’anno, un poco più della metà gli altri governatori statunitensi (88 mila euro circa).
I consiglieri delle assemblee legislative italiane superano abbondantemente queste cifre. In Sicilia, per esempio, le istituzioni sono molto più generose sia nei confronti dei deputati regionali, quanto verso i Presidente dell’Assemblea e della Regione. E’ folto il numero di manager pubblici e burocrati che nell’Isola superano l’emolumento del Presidente degli Stati Uniti. I vertici burocratici del Senato, Camera e Assemblea regionale possono vantare un reddito superiore a George W. Bush.
Antonio Stella, autore della Casta, riferisce che il presidente della Provincia autonoma di Bolzano Luis Durnwalder, porta a casa 320.496 euro lordi l'anno, circa 36.000 euro più del presidente degli Stati Uniti.(...)
Le spese correnti di Palazzo Madama, nel 2008, sono salite di quasi 13 milioni rispetto al 2007 per sfondare il tetto di 570 milioni e mezzo di euro, annota diligentemente Stella. “Un'enormità: un milione e 772.000 euro a senatore”.
Grazie al parametro con il Senato le spese dell’Assemblea regionale siciliana seguono la stessa sorte, o quasi.
La lievitazione della spesa nei Palazzi delle istituzioni è stata stimolata anche
Dalle nuove pensioni, o vitalizi, assegnati ai 57 parlamentari che non sono stati rieletti. 7.251.000 euro sono stati concessi generosamente agli ex senatori a titolo di «assegni di solidarietà». Così piangono con un solo occhio.
Si può dubitare di tutto nei Palazzi, ma non della solidarietà: su questa non si transige. Clemente Mastella ha ricevuto un «assegno di reinserimento nella vita sociale» di 307.328 euro, Armando Cossutta 345.600 euro, Alfredo Biondi 278.516, Francesco D'Onofrio 240.100.
E questo al senato. Quanto alla Camera, è ancora Stella a farcelo sapere, non sono stati da meno in quanto a solidarietà verso i colleghi. Angelo Sanza ha ricevuto una specie di premio di consolazione, consistente in un accredito bancario di 337.068 euro oltre al vitalizio mensile di 9.947 euro per dieci legislature “teoriche”. Grazie alle consultazioni elettorali anticipate, infatti, gli anni di attività dei parlamentari sono di gran lunga inferiori.
“Il verde Alfonso Pecoraro Scanio, andato a riposo a 49 anni appena compiuti con gli 8.836 euro al mese che spettano a chi ha fatto 5 legislature pur essendo stato eletto solo nel 1992: 16 anni invece di 25. Il democratico Rino Piscitello: 7.958 euro per quattro legislature nonostante non sia rimasto alla Camera 20 anni ma solo 14”.
Quirinale, Senato, Camera, Corte costituzionale, Cnel e Csm costavano tutti insieme nel 2001 un miliardo e 314 milioni di euro saliti in cinque anni a un miliardo e 774 milioni. Nel 2007 gli organi istituzionali italiani sono costati un miliardo e 945 milioni. Nel corrente anno è stato calcolato che la cifra aumenterà, alla faccia del taglio alle spese della politica, raggiungendo la cifra di un miliardo e 998 milioni. (Quel dispettoso di Stella avverte che la regina Elisabetta ha tagliato del 61 per cento le spese).
Il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha deciso una svolta di buonsenso al Quirinale, adottando alcune misure che potrebbero avere il valore di una moral suasion “forzata”.
Il segretario generale della Presidenza della Repubblica, Donato Marra, ha scritto al ministro dell'Economia Giulio Tremonti, che il Quirinale non utilizza la possibilità di adeguare il suo bilancio al tasso dell'inflazione. La qualcosa significa che taglia le spese, una decurtazione consistente di 10 milioni e 456 mila euro nel biennio 2010-11.
«Il deciso ridimensionamento delle previsioni del fabbisogno, comunica il segretario generale del Quirinale, è stato reso possibile dal programma di contenimento della spesa, in ogni sua componente, avviato su impulso del Presidente per concorrere al risanamento dei conti pubblici ».
La riduzione delle spese è stata ottenuta attraverso il turn-over, la riduzione del personale distaccato e comandato, la cessazione dell'allineamento automatico delle retribuzioni a quelle del Senato e una riorganizzazione amministrativa.
Scostandosi dal parametro con il Senato e decidendo una piana autonomia amministrativa nella contrattazione con il personale, i risparmi potranno essere mantenuti. Altra novità, l’aggiornamento periodico sul sito internet del Quirinale delle informazioni sulle spese correnti.
Il parametro con il Senato è stato finora mantenuto dall’Assemblea regionale siciliana con il Quirinale. Le scelte di Napolitano lasciano il Parlamento regionale come unica istituzione che lo utilizza.
Siccome ci troviamo alla vigilia della presentazione del bilancio interno dell’Assemblea, presto sapremo che cosa faranno in Sicilia, sia sul fronte dei tagli alla spesa per la politica e le istituzione quanto sul fronte della trasparenza. Una materia che vede in coda il Parlamento regionale.

Un baglio passa dalla propretà della famiglia mafiosa dei Brusca alla guida Michelin

L'ultimo in ordine di tempo era del capomafia Totò Riina: un immobile confiscato dai giudici e assegnato dallo Stato al Comune di Corleone che l'ha affidato al Consorzio Sviluppo e Legalità. Ora è un agriturismo: lunedì scorso è stato inaugurato dal ministro dell'Interno. Ma la lista degli immobili appartenuti alle cosche e trasformati in esempi di produttività dal Consorzio - che riunisce 8 Comuni del palermitano ad altissima densità mafiosa - è lunga. Un baglio antico di proprietà della famiglia Brusca, ristrutturato e adibito a piccolo agriturismo, il Portella della Ginestra, è finito addirittura nell'edizione francese della Guida Michelin. In incognito due redattori del prestigioso vademecum per turisti hanno fatto visita alla struttura, che si trova a Monreale, che ha incassato una valutazione molto positiva. Il cuoco è di Frascati, ha scelto di trasferirsi in Sicilia per lavorare: curioso esempio di emigrazione al contrario. A gennaio, poi, verrà inaugurata una cantina vinicola ricavata in un terreno appartenuto al boss Giovanni Genovese. Sarà gestita dalla cooperativa sociale Placido Rizzotto, una delle quattro costituite da giovani selezionati e formati dal Consorzio. Nell'attività sono finiti i finanziamenti del Por Sicilia, ma anche gli investimenti dei soci: un "esempio di privato - spiega il direttore del Consorzio, Lucio Guarino, - che non si limita a gestire risorse pubbliche, ma investe". Sempre su un fondo delle cosche, anche in questo caso il proprietario era Totò Riina, sorgerà, poi, un laboratorio di confezionamento dei prodotti, l'unico del palermitano. "Prima - racconta Guarino - le aziende del posto si appoggiavano a una ditta umbra; ora rivolgendosi a una impresa locale, ridurranno i costi. Strutture turistiche, cantine, laboratori di confezionamento, ma anche centinaia di ettari di terreno confiscati alla mafia sono finiti al Consorzio. "Attraverso le cooperative - dice il direttore - riusciamo a lavorare oltre 650 ettari di terra". Ma l'attività degli otto Comuni palermitani, che hanno deciso di mettersi insieme per sfruttare le ricchezze sottratte alla mafia, si estende anche al sociale. Due esempi: l'immobile del cugino dell'ex boss Giovanni Brusca, Mario, trasformato in centro per minori disagiati e gestito dalla cooperativa Elios e il Giardino della Memoria, uno spazio di aggregazione per ragazzi realizzato dove venne tenuto prigioniero il piccolo Giuseppe Di Matteo, il figlio del pentito, Santino, sequestrato per indurre il padre a ritrattare e poi strangolato e sciolto nell'acido. Proprio dal Giardino è partito un messaggio si speranza. A lanciarlo è stata la madre del bambino, Franca Castellese. "Giuseppe ha vinto la mafia", ha detto la donna che ha partecipato all'inaugurazione.
Fonte: ansa
14 novembre 2008
FOTO. L'agriturismo "Portella della Ginestra"

giovedì 13 novembre 2008

SICILIA. UN MAGISTRATO NEL RIONE SANITA’

di Agostino Spataro
Come previsto, il piano di rientro dal deficit della spesa sanitaria siciliana (fra le più alte e improduttive d’Italia e d’Europa) è divenuto il vero banco di prova per la tenuta e la credibilità politica del governo di Raffaele Lombardo e della stessa maggioranza di centro-destra. Non a caso il governatore, che ben conosce i suoi alleati di coalizione, ha pensato di affidare la gestione dell’assessorato (un tempo molto appetibile) ad uno stimato magistrato, il dottor Massimo Russo, col compito di approntare un piano di rientro dal deficit, così come richiesto dalle leggi statali visto che quelle regionali non ci hanno nemmeno provato. Salvo poi a reclamare autonomia ad ogni piè sospinto. Autonomia per spendere, per dilapidare le risorse della Regione, mai per usarle secondo criteri di sobrietà, efficienza e di produttività sociale. Insomma, il dottor Russo si ritrova a combattere, solo contro quasi tutti, nella trincea più avanzata di questo sconsolante “rione Sanità” siciliano che, per taluni aspetti, richiama il contesto della celebre commedia, in tre atti, di Eduardo De Filippo. In Sicilia siamo al primo atto e non sappiamo se si arriverà al secondo. La situazione, infatti, è divenuta molto critica, al limite dell’ingovernabilità. Si va avanti fra ricatti e rappresaglie, fino al punto che Lombardo ha minacciato, in caso di mancata approvazione del piano, le sue dimissioni e quindi provocare un nuovo scioglimento anticipato dell’Assemblea regionale siciliana, a soli sei mesi dalle elezioni. Una bella prospettiva! Non c’è che dire per una coalizione che ha stravinto le elezioni, ma che al primo vero scoglio rischia di dissolversi come neve al sole. Si prospetta cioè un nuovo, rovinoso crollo a causa d’una implosione interna al centro destra e non certo per gli assalti dell’opposizione. La gente, che comincia ad avvertire gli effetti di certe restrizioni, guarda confusa e preoccupata a questo irriducibile contrasto fatto in suo nome, ma in realtà mirante a salvaguardare inconfessabili interessi elettorali e d’altra natura. Non si capisce tanto accanimento contro questo piano che, invece, tutti i gruppi dovrebbero accettare visto che nasce da un’ingiunzione derivante da una legge dello Stato (approvata dal centro-sinistra) e ribadita dall’attuale governo Berlusconi.
C’è chi obietta che non si può varare un provvedimento di tagli indiscriminati e che sarebbe necessario un vero e proprio piano di ri-programmazione sanitaria. In parte misure di riordino sono presenti all’interno del piano. In ogni caso, tale giusta esigenza doveva essere avanzata, e soddisfatta, in tempi utili non alla vigilia della scadenza imposta dal governo centrale (30 novembre). Tuttavia - assicura l’assessore Russo- esistono margini per apportare, in sede di dibattito parlamentare, le necessarie modifiche purché rispettose dei tetti di spesa e purché non aggiuntive ma sostitutive di quelle parti eventualmente ritenute socialmente penalizzanti.
Insomma, l’accordo si dovrebbe trovare non sul taglio di servizi essenziali, ma sul taglio dei tanti sprechi che pesano sul bilancio della sanità. Obiettivo irrinunciabile non solo per far cassa, ma anche per moralizzare il settore e certa politica che ad esso attinge per garantirsi indebite posizioni elettorali. Invece, assistiamo al conflitto interno al centrodestra, al diffondersi di un timor panico quasi ci fosse il nemico alle porte. Ma se la maggioranza litiga, l’opposizione balbetta, forse, illudendosi di cavarsela restando in attesa, a guardare. Povera Sicilia, di nuovo senza maggioranza e senza opposizione. Un tourbillon caotico sembra aver preso il sopravvento sulla politica. Il Popolo delle libertà, che a Roma s’atteggia a padrone del governo e dello Stato, a Palermo è sceso in guerra contro l’alleato Lombardo, al Comune con la cacciata di due assessori Mpa e all’Ars con la presentazione di un contro piano a quello dell’assessore Russo. A latere dell’iniziativa parlamentare, la signora Cittadini, presidente dell’associazione delle cliniche private, figlia di un ex assessore alla sanità e consorte di un ex assessore al turismo oggi deputato nazionale e aspirante coordinatore regionale del PdL, si è data tanto da fare per svilire il programma di risanamento soprattutto sul versante della sanità privata. Un conflitto d’interessi grande quanto Monte Pellegrino che però, a Palermo, nessuno vede e soprattutto denuncia.
In questa strana guerra fra alleati, a fianco del PdL si è schierata, all’unisono, l’Udc di Cuffaro e soci che a Roma gioca a fare l’opposizione a Berlusconi mentre in Sicilia sta dentro, o a capo, di tutti i governi possibili (dalla regione agli enti locali, ecc) e non intende mollare nemmeno una briciola del suo formidabile sistema di potere che ha come fulcro, appunto, la sanità pubblica e privata. Insomma, non ci vuol molto a capire che questi signori più che alla salute della gente pensano al loro tornaconto elettorale, al loro sistema di potere clientelare che il piano del dottor Russo comincia a mettere in discussione. Nella sanità, infatti, si concentra larga parte della spesa regionale e- come l’esperienza insegna- dove più si concentra la spesa lì si annida il potere in tutte le sue varianti e connotazioni: politiche, affaristiche e- come si è visto nei processi- anche criminali. Perciò, Pdl e Udc sono disposti anche a rompere le alleanze pur di difendere questo sistema dagli assalti di Raffaele Lombardo, evidentemente percepito non come un convinto risanatore ma come un concorrente sleale. Vedremo come andrà a finire, tuttavia si deve sapere che senza un severo piano di rientro si manderebbe allo sbaraglio la sanità siciliana, pubblica e privata.
Agostino Spataro

mercoledì 12 novembre 2008

Ecco gli stipendi della mafia: le "mesate" vanno dai 40 mila euro ai 1.000 per i minorenni

"L'attività imprenditoriale delle mafie ha prodotto un'organizzazione interna tipicamente aziendale con tanto di manager, dirigenti, addetti e consulenti". Lo sottolinea l'undicesino Rapporto Sos Impresa presentato oggi dalla Confesercenti. "Oggi, i clan più potenti agiscono in un universo completamente diverso -si legge nel Rapporto- Prima di tutto, le attività criminali da casuali diventano permanenti, quotidiane. La gestione delle estorsioni, dell'usura, dell'imposizione di merce, dello spaccio di stupefacenti, necessita di un organico in pianta stabile, che ogni giorno curi la riscossione del 'pizzo', allarghi la 'clientela', diversifichi le 'opportunita'', conosca e tenga 'a bada' la concorrenza, salvaguardi regolare la sicurezza dell'organizzazione dai componenti 'infedeli' o dal controllo delle forze dell'ordine, gestisca e reinvesta il patrimonio". "Per questo gli affiliati sono inseriti con mansioni ben precise, percependo un stipendio: la 'mesata', che varia in base all'inquadramento, al livello di responsabilita' ed alla floridita' economica del clan di appartenenza. Quindi, è del tutto naturale che clan diversi riconoscano 'mesate' diverse per lo stesso lavoro svolto, a cominciare dagli stessi capi", afferma ancora il Rapporto che quantifica le 'mesate' in base ai ruoli, con una 'forbice' che va dai 10mila-40mila euro del capo clan, di fatto un amministratore delegato, fino ai 1.000 euro del gradino più basso della scala gerarchica, quello rappresentato dagli spacciatori minorenni. Al di sotto del capo clan si collocano i capo zona remunerati ciascuno con 7mila-10mila euro, i loro vice che guadagnano 'mesate' di 5mila-6mila euro, quindi gli esattori, gli spacciatori maggiorenni e le sentinelle che incassano tra i 1.500 ed i 2mila euro. "Il gruppo di comando si comporta come un qualsiasi Consiglio di Amministrazione. Il capo cosca -esemplifica il Rapporto- funge da Amministratore delegato e deve rendere conto periodicamente ai 'soci' dell'andamento economico e finanziario dell'azienda-clan, e discutere con essi le strategie 'aziendali', condividere le operazioni e gli investimenti più rilevanti, nonché risolvere le questioni interne all'azienda-clan, che potrebbero minarne la compattezza e la solidità. Solo in questo modo si spiega il ritrovamento di numerosi 'libri mastri', ora con l'elenco delle imprese sottoposte al racket, ora con il numero degli affiliati e la 'mesata' percepita. Si è così scoperto che i clan, attenti alle proprie 'risorse umane', riconoscono premi di produzione ai 'picciotti' ed, in alcuni casi, pagano addirittura gli straordinari". "Non è solo un modo di tenere aggiornato l'elenco dei 'clienti pagatori', ma di avere una aggiornata contabilita' delle entrate e delle uscite per informare i 'soci' sugli affari del clan. Oggi -conclude a questo proposito il Rapporto- alla luce di questi ritrovamenti, siamo in grado di quantificare con maggiore precisione il giro d'affari delle mafie, ma soprattutto conoscere meglio l'organizzazione interna, il modus operandi dei diversi clan e le regole interne".
Adnkronos
11 novembre 2008

Palermo, l'Ospedale "Cervello" viola i diritti della Chiesa Valdese

Ospedale Cervello, Palermo. Una mattina di sole. Per il secondo giorno, vado a fare visita ad una sorella di chiesa, ricoverata lunedì sera. Sono insieme a due sorelle della chiesa. Già il giorno prima, essendo arrivata in anticipo rispetto all'orario di visita, avevo dovuto spiegare all'infermiera che presiedeva l'ingresso del reparto di traumatologia ed ortopedia che sono una pastora, e che una signora della mia comunità era ricoverata e stavo andando da lei. L'infermiera mi ha gentilmente spiegato che non potevo entrare fino al'inizio dell'orario di visite. Vista però entrare la seconda persona in cinque minuti, ho deciso di non aspettare oltre e sono entrata. È un mio diritto, e soprattutto è diritto della signora ricoverata ricevere una visita della sua pastora, anche se donna, protestante e senza abiti talari. Non ne abbiamo. Nessuno, ieri, ha fatto obiezioni.E questa mattina di nuovo. Siamo entrate in tre, e questo in effetti non era lecito. Dopo un attimo, l'infermiera ci ha raggiunte, con un uomo alle sue spalle, e ci ha detto di uscire immediatamente, perché non era ancora orario di visita. Le sorelle che erano con me hanno immediatamente chiesto scusa, ma hanno aggiunto che loro sarebbero uscite immediatamente, per rientrare un quarto d'ora dopo, ma che io, essendo la loro pastora, avrei potuto rimanere. L'infermiera, spiegandoci che erano ordini del primario (l'uomo in verde dietro di lei), ci ha rimandate al dottore. Mostrando il tesserino che mi segnala come ministro di culto, pastora della Chiesa Evangelica Valdese - Unione delle Chiese Valdesi e Metodiste in Italia, ho provato a dire anche a lui che è assolutamente normale e previsto ai sensi di legge che io mi trovi in reparto fuori orario - e ovviamente non nel bel mezzo di una visita né alla persona né ad alcuna delle sue tre compagne di stanza.Il Dottore, signor Claudio Castellani, mi ha buttata fuori senza complimenti, nonostante le mie spiegazioni. Proprio in quel momento, mi chiamano dall'ufficio della Tavola Valdese. Spiego la situazione e mi dicono anche il numero: il dottore ha con un modo di fare assolutamente fastidioso e strafottente ignorato la legge 449 dello stato italiano, secondo la quale un ministro di culto riconosciuto e riconoscibile come tale può accedere ai locali ospedalieri anche al di fuori dell'orario di visita. Anche se, lo ripeto, il ministro di culto è una donna, giovane, con gonna sopra il ginocchio e senza clergyman. Peraltro, non ho intenzione di comprarmi un abito talare per poter accedere a ciò che è diritto anzitutto dei membri della mia comunità.Segnalo questo episodio non tanto per la maleducazione del dottore e per la sua assoluta mancanza di volontà di capire le situazioni, ma più pragmaticamente per una palese violazione dei diritti del cittadino e del principio - almeno in teoria ancora valido - di laicità di questo paese. Le leggi ed i documenti ufficiali con i quali le chiese Valdese e Metodista in Italia sono conosciute e riconosciute non sono stare redatte ieri, e se non ogni infermiere, mi sembra che almeno ogni primario di reparto ospedaliero dovrebbe essere tenuto a conoscere l'esistenza di tali disposizioni.Domani mattina tornerò in reparto. Speriamo che nel frattempo il dottore si sia informato.
Elisabetta Ribet

pastora valdese

lunedì 10 novembre 2008

Quattordici anni di Carovana Antimafie...

È ancora in viaggio per l’Italia la “Carovana antimafie 2008”, organizzata da Libera, Arci e Avviso Pubblico. «Un viaggio per i diritti, la democrazia, la giustizia sociale, un lungo viaggio di oltre due mesi, circa 100 tappe, che toccheranno tutte le Regioni d’Italia con appuntamenti itineranti, volti a sensibilizzare la cittadinanza sul tema della lotta alle mafie, sulla sicurezza sul lavoro e la lotta a qualsiasi forma di razzismo», spiegano don Luigi Ciotti, presidente di “Libera”, Paolo Beni, presidente dell’Arci, e Andrea Campinoti, presidente di “Avviso Pubblico”. La Carovana di quest’anno è stata dedicata al 60° anniversario della Costituzione italiana e della Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo. Si è messa in cammino da due diverse aree geografiche del Paese, dal Sud e dal Centro-Nord, per ricongiungersi a metà dicembre nella tappa finale di Comiso, in provincia di Ragusa. Il manifesto-appello della Carovana vuole riaffermare i valori della Costituzione e della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo e ricordare che la vera «emergenza-sicurezza» in Italia sono mafie e corruzione. In undici punti, chiede ai governanti concreti provvedimenti per un Italia più libera, più legale, più giusta. L’appello può ancora essere sottoscritto dai cittadini durante le varie tappe. In Sicilia, la Carovana arriverà il 1° dicembre, quando incontrerà i cittadini di Catania. Il 2 dicembre, invece, sarà a Messina, il 3 e il 4 nella provincia di Palermo, il 5 e il 6 nel trapanese, il 9 nell’agrigentino, il 10 a Caltanissetta, l’11 a Siragusa e il 12 a Comiso, in provincia di Ragusa, dove è prevista la presenza di Luigi Ciotti, Paolo Beni e Andrea Campinoti.La Carovana è nata in Sicilia nel lontano 1994, si legge nel sito della carovana antimafie, con l’obiettivo di «mantenere alta l’attenzione sul fenomeno mafioso (…), per esprimere solidarietà concreta ed evitare l’isolamento di quanti si trovavano particolarmente esposti sul fronte antimafia (…), per favorire la produzione di beni relazionali e l’attivazione di progetti di inclusione sociale, per diffondere e radicare culture e pratiche di legalità democratica, all’interno di itinerari di sviluppo sostenibile sul piano sociale ed ambientale». Particolarmente importante quest’ultimo punto, che ha trovato uno sviluppo concreto nella gestione da parte di alcune cooperative sociali dei beni confiscati alle mafie. La legge 109 sul riuso sociale dei beni confiscati, infatti, è stata approvata dal Parlamento nel 1996, grazie ad un milione di cittadini che avevano firmato la proposta di legge di iniziativa popolare. Da allora, tanta acqua è passata sotto i ponti. È nata la cooperativa sociale “Lavoro e non Solo” (12 soci, circa 130 ettari di terra in gestione tra Corleone e Monreale, due immobili assegnati a Corleone e un agriturismo a S. Cipirrello); è nata la “Placido Rizzotto” (15 soci, circa 200 ettari di terra in gestione, un agriturismo a Portella delle Ginestre), è nata la “Pio La Torre” (14 soci, circa 120 ettari di terra in gestione e un agriturismo in contrada “Drago”). E qualche settimana fa è nato anche il Consorzio «Libera Terra Mediterraneo», presentato a Torino (24 ottobre) e a Corleone (29 ottobre). Si tratta di un nuovo soggetto imprenditoriale, al quale partecipano le cooperative di “Libera Terra” ed altri soggetti, nato per realizzare processi di collaborazione nella direzione e nel coordinamento delle attività. «L’ulteriore obiettivo – ha detto il presidente Lucio Cavazzoni - è quello di aprirsi a nuove collaborazioni verso gli agricoltori del territorio che condividano una idea di qualità fondata su produzioni che siano buone, pulite e giuste». Dal 2002 la carovana è diventata nazionale, coinvolgendo progressivamente tutte le regioni italiane. «Carovana – afferma don Luigi Ciotti - è parola che deriva dal vocabolario persiano (karawan) per indicare un “gruppo di persone che attraversano insieme, con carri e bestie da soma, luoghi deserti o pericolosi”. Un termine che esprime non solo l’idea di viaggio, ma anche quella del “camminare insieme”... Ciò che davvero conta non è giungere per primi alla meta, ma arrivare insieme». Ed è quello che stanno cercando di fare i protagonisti di questa nuova stagione di antimafia sociale.
Dino Paternostro

La Sicilia, domenica, 9 novembre 2008