venerdì 24 ottobre 2008

COMPITO IN CLASSE. Il ministra Mariastella Gelmini sotto assedio al Senato

di CARMELO LO PAPA
Il compitino lo stava leggendo con una certa convinzione, emozionata appena, comunque mettendocela tutta, tra quegli schiamazzi dai banchi alla sua sinistra e l´eco degli slogan che gli studenti urlavano nei megafoni lì fuori Palazzo Madama.
La maestrina si era presentata in classe inappuntabile, tailleur grigio, consueti occhialini very intellectual. A rovinare tutto quello sbadato dello staff ministeriale, che le ha tirato il brutto scherzo di dimenticare di segnare pure gli accenti del discorso con cui la ministra Mariastella Gelmini avrebbe dovuto difendere la sua contestatissima riforma nell´aula del Senato, mentre per le strade stava divampando la protesta.
Lei che accusa l´opposizione di aver dimenticato il libro bianco «scritto sotto l´egìda... del governo Prodi». Proprio così, il ministro dell´Istruzione, l´egìda, con accento sulla "i". «Non sai neppure dove si mettono gli accenti», «torna a studiare» esplode mezzo emiciclo in un concerto di «boooh» e sonore risate. Le donne le più inviperite. Le democratiche Fiorenza Bassoli, Maria Fortuna Incostante, Mariapia Garavaglia. «Colleghi per cortesia» interviene il presidente del Senato Renato Schifani per consentire al ministro di riprendere. E riprendersi. «Scritto sotto l´ègida...», ecco, così va meglio. Ma è solo l´inizio della corrida, in un´aula di Palazzo Madama tornata «viva» per un giorno dopo i due anni al cardiopalma della passata legislatura.
Senato, ora di pranzo, il ministro più contestato del governo, quello che i ragazzi dei cortei vorrebbero di nuovo a scuola, nella migliore delle ipotesi, si alza, schiarisce la voce e replica con intervento scritto alle contestazioni di questi giorni. Le tocca chiudere la discussione generale sul suo decreto ormai pronto per l´approvazione della prossima settimana, proprio all´indomani dell´uscita berlusconiana sulle forze dell´ordine. In un clima già surriscaldato di suo. Lei, va da sé, ci ha messo del suo per accendere ancor più gli animi, mentre i colleghi Elio Vito e Sandro Bondi restano immobili al suo fianco. Legge cose del tipo: «Avrò la tenacia della goccia che scava la pietra della demagogia», oppure, «il voto in condotta serve a riscattare gli insegnanti umiliati, spero mi siano grati», fino all´accusa più impegnativa all´opposizione, «fuori dal Senato si è scatenata una campagna terroristica che ha diffuso false informazioni». Certo, poi cita Luigi Berlinguer e si dice disponibile a incontrare gli studenti. Ma ormai la frittata è fatta. Aula in subbuglio e lei: «Ben più delle vostre proteste - replica stizzita lei - mi preoccupano le falsificazioni che sono state messe alla base di queste proteste». Caos. «Ma di che falsificazioni parli?» le urla contro Luciana Sbarbati. E Luigi Lusi: «Abbia rispetto, ministro, abbia rispetto». Il più infervorato è Costantino Garraffa, vero capo ultrà degli scranni Pd: «Gelmini santa subito», «ma faccia il ministro, se ne è capace», «bugiarda, lei è una bugiarda». Perfino la glaciale capogruppo Pd Anna Finocchiaro a un certo punto sbotta. «Guardi che la politica non è un pranzo di gala e non si può ribattere alle critiche dicendo che sono tutte bugie. Di unti del signore ne basta e avanza uno». Dalla maggioranza ci provano pure a difendere la trentenne finita nella fossa dei leoni, con sonori applausi a ogni passaggio. Ma niente. Schifani ormai interviene e richiama all´ordine di continuo. In fin dei conti, è la conclusione della Gelmini, tutti gli altri ministri dell´Istruzione «prima di me sono stati contestati». E amen. Per i senatori Pdl e Lega vale un´ovazione, tra i fischi dell´opposizione. Giù il sipario. Nel frattempo, ora dopo ora Palazzo Madama finisce sotto l´assedio degli studenti, tappa finale di cortei più o meno organizzati. I senatori del Pd si danno il cambio in staffetta per incontrarli e calmarli. Finocchiaro, Garavaglia, Franco, Bastico, il dipietrista Pardi, il dalemiano La Torre che a un certo punto impugna un megafono per calmare i più focosi. Perché dai più agguerriti piovono fischi contro chiunque esca dal Palazzo, ce n´è anche per loro del Pd che spiegano come sta andando dentro.
Tutti gli altri senatori, la gran parte, preferiscono guardare da lontano, dietro le finestre, nelle pause dei lavori. «Siete voi, siete voi, la vergogna dell´Italia siete voi!» è il coro delle centinaia laggiù. «Vergogna è permettere a questi di arrivare fin qui» commenta un capannello di senatori della maggioranza dietro una tenda. Prima che passi la richiesta del Pd Zanda di sospendere l´esame del decreto e rinviarlo a martedì, c´è anche il tempo per il primo sequestro della tessera di un pianista in aula. Soliti senatori che votano per gli assenti. Dall´opposizione urlano e additano stavolta il colpevole. Il presidente Schifani spedisce i senatori questori a sequestrare. La tessera non viene fuori. «Se la non consegnate sospendo i lavori», alza insolitamente la voce il presidente. A quel punto Carlo Sarro, Pdl, viso piantato per terra, allunga il braccio e consegna ai commessi la tesserina del vicino di banco assente, Sergio Vetrella. I lavori riprendono. Ma che figura.

giovedì 23 ottobre 2008

Corleone, il Cidma cerca il rilancio con una ricerca e un master universitario

CORLEONE – Presso il Centro Internazionale di Documentazione sulle Mafie e il Movimento Antimafia (Cidma), inizierà nelle prossime settimane un progetto di ricerca sulla controversa tematica del “concorso esterno in associazione mafiosa”. E, nello stesso periodo, prenderà il via un master in “Scienze criminologiche”, in collaborazione con l'Università “La Sapienza” e l'Università della Calabria. Due progetti importanti, che hanno l'obiettivo di rilanciare il Cidma, dopo un lungo e tribolato periodo segnato dalle polemiche tra l'ex presidente on. Nicolò Nicolosi e l'attuale sindaco Antonino Iannazzo. Adesso, il dott. Marcello Barbaro, nuovo presidente del Cidma, vorrebbe cancellare ogni scoria negativa, per puntare sulla qualità delle iniziative. In questo compito è coadiuvato dal prof. Giorgio Chinnici, presidente del Comitato scientifico del Centro. L'esordio di ieri mattina, alla presenza di Antonio Baldassarre, presidente emerito della Corte Costituzionale, Francesco Bruno, ordinario di criminologia presso l'Università “La Sapienza” di Roma, Mario Caligiuri, dell'Università della Calabria, e Pietro Milio, avvocato. A fare gli onori di casa il dott. Barbaro, che ha spiegato il senso dell'iniziativa, che intende contribuire alla costruzione di Corleone “città della legalità”. “Con la ricerca – ha detto il prof. Chinnici – faremo una mappatura dei processi dove ricorre il reato di concorso esterno, rilevandone la quantità, la distribuzione territoriale, i soggetti coinvolti, l'eventuale appartenenza politica”. Baldassarre ha sottolineato che lo scandalo della giustizia italiana è rappresentato “dalla abnorme durata dei processi”. Mediamente 10 anni, a fronte di 1 anno o, al massimo, 4 anni e mezzo degli altri Paesi occidentali. Il criminologo Bruno ha detto che “la mafia non l'abbiamo ancora vinto” ed è importante approfondire il concetto di concorso esterno, “perchè bisogna colpire l'area grigia che la sostiene”. “E' giusto colpire l'area grigia – ha detto l'avv. Milio – ma bisogna fare le indagini in maniera seria ed approfondita”.
D.P.

SICILIA, DOCUMENTO DELLA DIREZIONE REGIONALE DEL PD SUL TEMA DELLA SANITA'

Dopo anni di sperperi, inefficienze, colpevoli sostegni al sistema affaristico e clientelare - ed a volte mafioso - i nodi sono venuti al pettine. La sanità siciliana va cambiata e non semplicemente tagliata. Le lacrime di coccodrillo di quanti hanno piegato gli interessi della salute dei cittadini alle proprie fortune sono l’ennesimo tentativo di una classe politica - che ha espresso il centrodestra in Sicilia - di confondere l’opinione pubblica cercando di sviluppare un copione in cui si recitano tutte le parti della commedia. La sanità dal 2001 ad oggi ha prodotto ingenti disavanzi senza crescere in termini di qualità diffusa. La Sicilia è oggi tra le Regioni con la più alta tassazione sia per i redditi fissi, salari e pensioni, che per il reddito d’impresa. Irap e Irpef sono con le più alte aliquote tra le regioni italiane. I ticket che dovevano ridurre la spesa sanitaria hanno soltanto reso più oneroso, per la gran parte dei cittadini, l’accesso alle prestazioni sanitarie. Desta, quindi, preoccupazione e allarme la condizione in cui versa la sanità in Sicilia segnata com’è da un gravissimo dissesto finanziario e da una gestione arbitraria, clientelare, incompetente, che rende il sistema sanitario regionale costoso, arretrato, poco efficiente.
In questo quadro urgono scelte coerenti e responsabili, bisogna cambiare in profondità il sistema: occorre cioè una vera riforma del servizio sanitario regionale, che coniughi la riduzione della spesa con la tutela del diritto alla salute. Per parte nostra, abbiamo sempre sostenuto che il Piano di rientro, per essere un’opportunità positiva, doveva offrire un complesso organico di criteri oggettivi e misure coerenti per il risanamento e la razionalizzazione della sanità siciliana, non un’arbitraria e irrazionale sfilza di tagli. Il centrodestra, al contrario, ha sempre cercato di coprire le proprie responsabilità nel disastro sanitario, sostenendo che i tagli li aveva voluti il governo nazionale di centrosinistra. Non è stato e non è così.
Il Piano di Rientro che era stato concordato dal Governo Regionale con il Governo Prodi prevedeva un taglio di 2.400 posti letto. Il Piano che adesso il Presidente Lombardo ha concordato con Berlusconi, senza alcun confronto con il Parlamento regionale, ne prevede più del doppio: 5.700! È evidente che calare la mannaia sulla medicina ospedaliera senza aver prima creato le strutture di medicina del territorio, significa determinare improbabili risparmi, privando i cittadini dei livelli essenziali di assistenza. Ecco perché abbiamo il dovere di denunziare limiti e contraddizioni di un piano, che fa pagare ai cittadini il conto dei disastri provocati da una gestione dissennata della sanità, chiamando tutti i siciliani ad una forte mobilitazione. La Direzione regionale del PD, in piena sintonia con la posizione espressa dal Gruppo parlamentare all'ARS, ritiene che il Piano di rientro cosi come modificato dal governo regionale è socialmente insostenibile sia per il numero di posti letto che si vorrebbero sopprimere, che per le conseguenze determinate dalla riduzione di ospedali in assenza di strutture alternative, specie nelle realtà territoriali più disagiate.
La proposta concreta che ne deriva è quella di limitare il taglio dei posti letto a quanto necessario per rispettare i limiti imposti dal Piano di rientro concordato con il precedente governo nazionale.
In riferimento al Piano di riordino delle ASL, la Direzione regionale del PD sostiene la proposta contenuta nel disegno di legge presentato nel luglio scorso dal gruppo parlamentare del PD, riconfermando la scelta di por mano a una razionalizzazione della rete delle aziende sanitarie e ospedaliere siciliane. La Direzione regionale del PD ritiene inoltre che il Piano di riordino approvato con risicata maggioranza dal governo regionale, appare astratto, inefficace, contraddittorio e che, pertanto, non potrà essere condiviso. Balza subito agli occhi come in esso nulla si dice sulla nomina dei manager e dei primari che continueranno, quindi, a rimanere subordinati al gradimento dei governanti di turno. Noi siamo convinti, viceversa, che occorra stabilire regole limpide e ferree perché manager e primari siano scelti per competenza e non per appartenenza politica. Esso lascia inoltre inevase questioni fondamentali per una efficace riforma della sanità: dal ruolo attribuito ai sindaci, massime autorità sanitarie locali, che appare ancora non ben definito, alle gravi carenze della medicina territoriale, chiamata a svolgere un ruolo per il quale non ha allo stato dotazioni sufficienti, alla irrazionale riproposizione di aziende territoriali coincidenti coi confini amministrativi delle province. Sulla base di queste valutazioni la Direzione regionale del PD sente il dovere di distinguere il proprio ruolo e le proprie determinazioni da quelle di coloro che nell'ultimo decennio hanno provocato un deficit disastroso e intende sostenere una linea di fermezza volta a favorire il contenimento della spesa pubblica e la riduzione delle aziende, ma soprattutto a difendere in ogni sede il diritto alla salute dei cittadini e a cacciare la politica dalla sanità.

Corleone, cittadinanza onoraria a Calogero Parisi, a Maurizio Pascucci e ai volontari toscani

Corleone (*codi*) Mille cittadinanze onorarie sono state conferite ieri dal sindaco Nino Iannazzo ai giovani Toscani che negli ultimi quattro anni hanno lavorato nei campi di lavoro, sui terreni confiscati ai boss di cosa nostra. Terreni una volta appartenuti a Salvatore Riina, Bernardo Provenzano, Giovanni Brusca, a loro parenti e prestanome, sono diventati negli anni, grazie a questi giovani, vigneti e campi coltivati a frutta ed ortaggi che, attraverso una filiera solidale ed amica composta dalle associazioni antimafia che fanno capo a Libera, Arci, Cgil, Legacoop, fanno arrivare i frutti che hanno la vitamina “L” della Legalità in tutta Italia. Ogni giovane che ha lavorato o che lavorerà in futuro sui terreni tolti alla mafia sarà cittadino onorario di Corleone e riceverà a casa nei prossimi giorni una pergamena con l’onorificenza. Unitamente ai mille giovani altre due cittadinanze sono state conferite a Maurizio Pascucci dell’Arci Toscana, animatore ed anima del movimento che ha organizzato negli anni i campi di lavoro a Corleone ed a Calogero Parisi presidente della cooperativa “Lavoro e non solo”. Alla cerimonia di consegna delle onorificenze erano presenti il sindaco Nino Iannazzo, il presidente del consiglio Mario Lanza, gli assessori Pio Siragusa, Pippo Cardella, e Renato Di Miceli, rappresentanti dei Carabinieri e della Polizia di Stato. “Abbiamo accolto con entusiasmo il suggerimento dei consiglieri comunali e del dottor Dino Paternostro – spiega il primo cittadino Nino Iannazzo - ritenendola un atto di concreta vicinanza e di ringraziamento ai ragazzi che ci aiutano a dissodare la terra confiscata ai boss di mafia e a far conoscere in Italia il nuovo volto di Corleone città che vogliamo libera dalla mafia e produttiva”. A ringraziare il sindaco anche la professoressa Maria Patrizia Peccianti che insegna diritto alla Scuola D’Arte: Duccio da Buoninsegna di Siena che, con i suoi studenti, ha concluso quest’anno il IV° campo di lavoro 2008. I giovani allievi dell’Istituto hanno portato in dono alla sede della cooperativa “Lavoro e non solo” dipinti e ceramiche da loro realizzate: “ E’ questa la miglior lezione di diritto che si possa fare”, ha detto. “Una cittadinanza che ci onora – ha detto Maurizio Pascucci, visibilmente commosso - e ci impegna a far si che Corleone sia in futuro sempre più capitale dell’antimafia”.
Cosmo Di Carlo

Nella foto (Di Carlo) un momento della consegna delle cittadinanze: da sinistra Maurizio Pascucci, Calogero Parisi, Maria Patrizia Peccianti, il sindaco Nino Iannazzo, ed il presidente del consiglio Mario Lanza.

mercoledì 22 ottobre 2008

Walter Veltroni, segretario del Pd: «Sabato in piazza contro il governo della paura»

INTERVISTA DI CONCITA DE GREGORIO
Dietro al palco, alla manifestazione di sabato, ci sarà un grande pannello con una frase di Vittorio Foa. «Pensare agli altri oltre che a se stessi, al futuro oltre che al presente». Perché Vittorio, dice il segretario del Partito democratico Walter Veltroni, «aveva voglia di modernità e paura del passato: il contrario di una certa classe dirigente di questo paese. Era agli antipodi di coloro a cui il Pd dà fastidio e sperano e lavorano perché si frantumi. Io sono molto ottimista, invece, come Vittorio lo era. Sento crescere il fastidio verso un governo neopopulista che baratta la libertà con la capacità di decidere, che alimenta e si alimenta dell'insicurezza sociale e delle paure individuali».
«Un governo che si scaglia contro una civile manifestazione di dissenso come la nostra dimenticando che nel 2006 gridava in piazza “Contro il regime, per la libertà”. Ecco. Io non credo ai sondaggi, non credo alla politica fatta di ciò che conviene. Credo alla capacità degli italiani di capire, di vedere, di reagire. Ne abbiamo abbastanza di quella politica stanca che parla solo di se stessa, delle dinamiche delle tattiche delle strategie trasformistiche, delle parole vuote che non dicono più niente a nessuno. Abbiamo bisogno di riappropriarci subito, adesso delle nostre vite e di occuparcene: di dire no al razzismo delle classi differenziali, alla precarietà e all’insicurezza, alla mortificazione di chi insegna e di chi studia, alla tutela dei forti e al disprezzo dei deboli. L’Italia è diversa da come vorrebbero disegnarla, da come la vorrebbero».

Veltroni, lei è al centro di un’offensiva che vuole il Partito democratico debole e incerto. Anche nel centrosinistra ogni volta che si tratta di decidere riemergono forze contrarie. Pensi a quel che succede ogni volta che c’è da decidere un candidato sindaco: a Bologna, a Firenze. La paura del rinnovamento sembra avere radici ovunque. Sente di combattere due battaglie, una contro la destra e una dentro il partito?

«Sono due battaglie, è vero, ma di segno e di intensità molto distinte. C’è un’offensiva contro il Pd che arriva da destra di cui i giornali, in larghissima parte, si fanno strumento. Esiste in Italia davvero il rischio di un pensiero unico, Berlusconi si atteggia verso il Pd come certa stampa: a sinistra basta un refolo che diventa un uragano, a destra si dà per scontato che i partiti siano a gestione monocratica. A me piace il rumore, non il silenzio. Però constato che quando Berlusconi parla attorno a lui c’è silenzio, da noi qualsiasi cosa uno dica si alimenta lo “spirito critico”. Che va benissimo, certo. Il tema non è libertà contro democrazia. Tuttavia c’è un momento in cui bisogna smettere di lamentarsi e passare alla proposta. All’opposizione e alla proposta. Noi facciamo le primarie, le secondarie e le terziarie. Loro no, mai, loro rispondono al capo. Allora dico: non possiamo spaventarci delle primarie per scegliere un candidato sindaco, davvero no. Facciamole. A Bologna, a Firenze, dove serve. Cofferati ha fatto una scelta che capisco e condivido. Guardiamo avanti, adesso. Non abdichiamo alla direzione politica dei processi, scegliamo quel che è più utile e poi facciamo le primarie se è il caso però subito dopo venga una scelta di sobrietà, abbassiamo i toni, pensiamo all’interesse generale. Inoltre: chi perde le primarie si mette al servizio degli altri. In America Hillary Clinton fa campagna e la chiude al fianco di Obama».


C’è per caso un difetto congenito anche tra i giovani del Pd? Si parla molto di primarie a gestione verticistica.

«Ho spinto i giovani a sentirsi più un movimento che un piccolo partito, ho consigliato loro di candidarsi senza bisogno di farlo “per liste”. Ho chiesto ai dirigenti locali di lasciarli fare, di non imbrigliare i movimenti giovanili del Pd in logiche da partito bonsai. Spero che accada. Conto sull’energia dei ragazzi perché accada».


Poi c’è Di Pietro, ormai alla sua sinistra, che attacca. Lei ha detto: è rottura.

«Io dico la stessa cosa da mesi solo che l’altro giorno era domenica e non c’era di meglio, si vede, per fare un titolo. Di Pietro ha stracciato l’impegno col Pd: ha detto cose di noi che io non mi permetterei di dire di lui. Che noi siamo “pappa e ciccia con Berlusconi” e che siamo indistinguibili dal Pdl. Con Di Pietro abbiamo fatto un’alleanza elettorale ma abbiamo due modi di fare opposizione diversi. Io non direi proprio che lui sia “più a sinistra”. Su molti temi, su quelli sociali e su quelli dell’immigrazione, non lo sento. Questo non vuol dire che dobbiamo diventare avversari. Convergeremo quando potremo. Lo abbiamo fatto in Trentino cerchiamo di farlo in Abruzzo: oggi ho fatto un appello per una coalizione larga. Sono sicuro che troveremo una soluzione».


Torniamo alla manifestazione di sabato. È solo contro questo governo o porta una proposta di governo?

«È tutte e due le cose, naturalmente. È contro un governo che considera le manifestazioni di piazza una provocazione. Berlusconi è l’uomo che non ha esitato ad abbandonare il Parlamento quando bisognava risanare i conti per entrare nell’euro, è un uomo che non conosce il principio di responsabilità politica. Il Pd, per loro, è una pericolosa anomalia. Perché vuole una politica diversa, vuole parlare alle persone comuni di quel che riguarda le loro vite: penso al mondo della scuola, ai piccoli e medi imprenditori che aspettavano le grandi opere e una politica fiscale che non è arrivata, a chi lavora nella sicurezza a ha votato a destra, ma oggi è deluso, ai clandestini cha aumentano, alla cultura ambientale che cola a picco, al disprezzo del nostro mondo, del mondo di tutti, ai diritti, alla laicità dei diritti. Torna il grande insegnamento di Foa: pensare agli altri, non lamentarsi, non avere paura. Sabato saremo a pochi giorni dalle elezioni americane: da lì verrà un segnale per il mondo. Vedremo se un’America impaurita e piegata dalla crisi avrà il coraggio di votare un nero di 46 anni o la destra della signora Palin».


È di nuovo un discorso generazionale.

«Guardi, io avevo 38 anni quando sono andato a dirigere l’Unità. Avevo l’età di mio padre quando morì. Favorire il ricambio è un obbligo. Il futuro è l’unico posto dove possiamo andare. Certo senza perdere la memoria, e difatti non è solo un discorso di generazioni, questo: parlo di culture, di idee. Parlo di chi, qualunque età abbia, è già espressione di una nuova cultura democratica: molti dirigenti della Margherita e dei Ds lo sono, moltissimi. I nostri elettori lo sono. Voglio tornare allo spirito delle elezioni del 14 aprile, ripartire da lì. Abbiamo vinto, non perso, una grande battaglia. Il Partito democratico è il più giovane di tutti: ha un anno. Deve consolidare le sue radici, ha bisogno dell’amore e della cura di tutti noi: di tutti. Nessuno può tirarsi indietro».


Quali saranno i simboli, in piazza?

«Avremo le nostre bandiere. I nostri slogan. Sarà una manifestazione civilissima, un esempio di civiltà. Abbiamo preparato poster coi volti di Vittorio Foa, di Ingrid Betancourt, di Obama e di Roberto Saviano. Da dove veniamo, chi siamo, dove andiamo. Noi e il mondo insieme, perché la politica non è quella del nostro ombelico. La politica è pensare agli altri oltre che a se stessi, al futuro oltre che al presente. Guardare fuori, guardare dentro. Stare con la gente, saperla ascoltare. La politica è non avere paura».
L'Unità, 22.10.08

martedì 21 ottobre 2008

Così la nostra solidarietà a Saviano

Anche oggi Marco ha preso il motorino, è uscito di casa e se n'è andato in cerca di notizie. Ha lavorato tutto il giorno e poi le ha mandate in internet a quelli che conosce. Fa anche un giornaletto (Catania Possibile) di cui finalmente anche i lettori hanno potuto vedere un numero (il primo solo i poliziotti incaricati di sequestrarlo in edicola) con relative inchieste. Non ci guadagna una lira e fa questo tipo di cose da una decina d'anni. Ha perso, per farle, la collaborazione all'Ansa, la possibilità di uno stipendio qualunque e persino di una paga precaria come scaricatore: anche qui, difatti, l'hanno licenziato in quanto "giornalista pacifista". Marco non ha paura (nè della fame sicura nè dei killer eventuali) ed è contento di quel che fa.Anche oggi Max è contento perché è riuscito a mandare in giro un altro numero della Periferica, il giornaletto che ha fondato con alcuni altri amici del quartiere. Il quartiere è Librino, il più disperato della Sicilia. Se ne parla in cronaca nera e nei pensosi dibattiti sulla miseria. Loro sono riusciti a mettere su una redazione, a organizzare non solo il giornale ma anche un buon doposcuola e dei gruppi locali. Non ci guadagnano niente e i mafiosi del quartiere hanno già fatto assalire una volta una sede. Max non ha paura, almeno non ufficialmente, ed è contento di quel che fa.Anche oggi Pino ha finito di mandare in onda il telegiornale. Lo prendono a qualche chilometro di distanza (la zona dello Jato, attorno a Partinico) e contiene tutti i nomi dei mafiosi, e amici dei mafiosi, del suo paese. Non ci guadagna niente (a parte la macchina bruciata o un carico di bastonate) ma lui continua lo stesso, ed è contento di quel che fa.Anche oggi Luca ha chiuso la porta della redazione, al vicolo Sanità. Il suo giornale, Napoli Monitor, esce da un po' più di due anni e dice le cose che i giornalisti grossi non hanno voglia di dire. E' da quando è ragazzo (ha iniziato presto) che fa un lavoro così. Non ci guadagna nulla, manco il caso di dirlo, e non è un momento facile da attraversare. Ma lui continua lo stesso, ed è contento di quel che fa.Ho messo i primi che mi sono venuti in mente, così per far scena. Ma, e Antonella di Censurati.it? Sta passando guai seri, a Pescara, per quell'inchiesta sui padri-padroni. E Fabio, a Catania? Fa il cameriere, per vivere, ed è giornalista (serio) da circa quindici anni. E ti sei dimenticato di Antonio, a Bologna? Vent'anni sono passati, da quando gli puntarono la pistola in faccia per via di quell'inchiesta sui clan Vassallo e gli affitti delle scuole. Eppure non ha cambiato idea. E Graziella? E Carlo Ruta, a Ragusa? E Nadia? E... Vabbè, lasciamo andare. Mi sembra che un'idea ve la siate fatta. C'è tutta una serie, in Italia, di piccoli giornali e siti, coi loro - seri e professionali - redattori. Ogni tanto ne fanno fuori qualcuno, o lo minacciano platealmente; e allora se ne parla un po'. Tutti gli altri giorni fanno il loro lavoro così, serenamente e soli, senza che a nessuno importi affatto - fra giornalisti "alti" e politici - se sono vivi o no. Eppure, almeno nel settore dell'antimafia, il novanta per cento delle notizie reali viene da loro.Saviano è uno di loro. Quasi tutti i capitoli di Gomorra sono usciti prima su un sito (un buon sito, Nazione Indiana) e nessuno, salvo chi di mafia s'interessava davvero, se l'è cagati. Poi è successa una cosa ottima, cioè che l'industria culturale, il mercato, ci ha messo (o ha creduto di metterci) le mani sopra. Ne è derivato qualche privilegio, ma pagato carissimo, per lui. Ma ne è derivato soprattutto che - poiché l'industria culturale è stupida: vorrebbe creare personaggi mediatici, da digerire, e finisce per mettere in circolo contenuti "sovversivi" - un sacco di gente ha potuto farsi delle idee chiarissime sulla vera realtà della camorra, che è un'imprenditoria un po' più armata delle altre ma rispettatissima e tollerata e, in quanto anche armata, vincente.

Ci sono tre cose precisissime che, in quanto antimafiosi militanti, dobbiamo a Saviano. Una, quella che abbiamo accennato sopra: la camorra non è la degenerazione di qualcosa ma la cosa in sè, il "sistema". Due, che il lato vulnerabile del sistema è la ribellione anche individuale, etica. Tre, che lo strumento giornalistico per combattere questo sistema non è solo la notizia classica, ma anche la sua narrazione "alta", "culturale"; non solo "giornalismo" ma anche, e contemporaneamente, "letteratura". (Quante virgolette bisogna usare in questa fase fondante, primordiale: fra una decina d'anni non occorreranno più). Dove "letteratura" non è l'abbellimento laterale e tutto sommato folklorico, alla Sciascia, ma il nucleo della stessa notizia che si fa militanza.Nessuna di queste cose è stata inventata da Saviano. Il concetto di "sistema", anziché di semplice (folkloristica) "camorra" è stato espresso contemporaneamente, e credo sempre su Nazione Indiana, da Sergio Nazzaro (non meno bravo di Saviano: e vive vendendo elettrodomestici); e forse prima ancora, sempre a Napoli, da Cirelli. L'aspetto fortemente etico-personale della lotta non alla "mafia" ma al complessivo sistema mafioso è egemone già nelle lotte degli studenti (siciliani ma non solo) dei tardi anni Ottanta. La simbiosi fra giornalismo e "letteratura", che è forse l'aspetto più "scandaloso" (e che più scandalizza; e non solo a destra) di Saviano è già forte e completa in Giuseppe Fava, e nella sua scuola.Le "scoperte" di Saviano sono dunque in realtà scoperte non di un singolo essere umano ma di una intera generazione, sedimentate a poco a poco, nell'estraneità e indifferenza dell'industria culturale, in tutta una filiera di giovani cervelli e cuori. Alla fine, maturando i tempi, è venuto uno che ha saputo (ed ha osato) sintetizzarle; e che ha avuto la "fortuna" di incontrare, esattamente nel momento-chiave, anche l'industria culturale. Che tuttavia non l'ha, nelle grandi linee, strumentalizzato ed è stata anzi (grazie allo spessore culturale di Saviano, ma soprattutto dell'humus da cui vien fuori) in un certo qual senso strumentalizzata essa stessa.* * *Questa è la nostra solidarietà con Saviano. Non siamo degli Umberto Eco o dei Veltroni, benevoli ma sostanzialmente estranei, che raccolgano firme e promuovano (in buona fede) questa o quella iniziativa. Siamo degli intellettuali organici, dei militanti ("siamo" qui ha un senso profondissimo, di collettivo) che hanno un lavoro da compiere, ed è lo stesso lavoro cui sta accudendo lui. Anche noi abbiamo avuto paura, spesso ne abbiamo, e sappiamo che in essa nessuno essere umano può attendersi altro conforto che da se stesso. Roberto, che è giovane, vedrà certo la fine di di questo orrendo "sistema" e avrà l'orgoglio di avervi contribuito: non - poveramente - da solo ma volando alto e insieme, con le più forti anime di tutta una generazione.

Riccardo Orioles
La Catena di San Libero n. 37322
Ottobre 2008

Addio Vittorio, un compagno che odiava il settarismo

Il suo passaggio da un partito all'altro, da cui non ha mai tratto un vantaggio personale testimoniava per lo meno una singolare irrequietezza intellettuale
di MIRIAM MAFAI
Da qualche anno Vittorio Foa si era rifugiato, con Sesa, a Formia dove lo raggiungevano spesso i suoi amici. Ricordo, qualche anno fa, un suo compleanno celebrato insieme. Occasione anche per discutere dell'ultimo libro. "Il silenzio dei comunisti" che portava la sua firma, assieme a quella di Alfredo Reichlin e della sottoscritta. In quella occasione gli avevamo portato dei regali ed egli sembrò apprezzare in modo particolare la lunga sciarpa, di un rosso che volgeva all'albicocca, che gli aveva offerto Roberta. La serata era tiepida, ma Vittorio, prima di uscire se ne avvolse le spalle. Per discutere del suo libro, la sezione dei Ds di Formia aveva convocato un'assemblea. La sala, quando arrivammo, era già piena. E noi rimanemmo stupiti, felicemente stupiti, del fatto che la maggioranza del pubblico fosse composta da giovani, ansiosi di prendere la parola e discutere con quel vecchio dirigente che avrebbe potuto essere il loro nonno o bisnonno. "Ma succede dovunque così, quando c'è Foa" mi spiegarono altri amici. "Ci sono sempre molti giovani, si tratti di una sezione, di partito, o di un liceo". Me ne sono chiesta la ragione. E ho pensato che forse la simpatia che lo circonda (o, più correttamente lo circondava) nascesse dal fatto che l'uomo era difficilmente classificabile. Uomo di sinistra, senz'altro. Ma di quale sinistra? Nel secolo tormentato che ci sta alle spalle, egli ha appartenuto a tutti i partiti che alla sinistra si sono richiamati, dal Partito d'Azione, di cui è stato dirigente nella Resistenza e nei primi anni della Repubblica, al Psi che per tre legislature ha rappresentato in Parlamento, allo Psiup nato anche per sua volontà da una scissione dei socialisti, fino allo Pdup e ad altre formazioni della estrema sinistra nei tumultuosi anni 70. Questi partiti egli li ha amati, li ha criticati, li ha abbandonati. In tempi di disciplina e conformismo, il suo passaggio da un partito all'altro - un passaggio dal quale Foa non ha mai tratto un vantaggio personale - testimoniava per lo meno una singolare irrequietezza intellettuale. Una volta, in polemica con le critiche di alcuni dirigenti comunisti, mi spiegò cosa dovesse intendersi per coerenza. "Vedi" mi disse "la coerenza dei comunisti è in primo luogo la fedeltà a un'organizzazione, una sorta di feticismo di partito. Il mio tipo di coerenza, o se vogliamo di fedeltà è quello della ricerca di un obiettivo, sempre lo stesso ma attraverso diversi percorsi. Io ho sempre cercato la verità in modo trasversale, al di là degli steccati". Così all'amico Carlo Ginzburg che una volta gli faceva notare come avesse cambiato idee importanti nel corso di pochi anni, rispondeva: "Le mie non sono contraddizioni ma compresenze di posizioni diverse". Aveva ragione. In un'epoca nella quale la fedeltà a un partito poteva tradursi in autosufficienza e chiusura alle ragioni degli altri, in un'epoca nella quale la militanza politica poteva spegnere ogni spirito critico ed umiliare le coscienze dei singoli, Vittorio Foa ha sempre coltivato le proprie contraddizioni o "compresenze di posizioni" come un antidoto al settarismo, quasi un gusto e sapore di libertà. Fu certamente uno degli uomini più liberi che io abbia conosciuto, disinteressato nei comportamenti e sempre appassionato e curioso delle ragioni degli altri. Dentro di lui convivevano spinte diverse: la tensione etica tipica degli azionisti, la passione del sindacalista (per più di venti anni era stato un dirigente di primo piano della Cgil), la capacità dello studioso di indagare sulla storia e le trasformazioni della società, e, infine la fiducia nella possibilità degli uomini di battersi con successo contro l'ingiustizia, le disuguaglianze, l'esclusione. I vecchi, sia nella vita privata che nella vita politica, di solito si rivolgono al passato con nostalgia, sono scettici o pessimisti sul presente. Vittorio Foa faceva eccezione a questa regola. Era un ottimista. Una volta venne accusato, da sinistra, di guardare con troppa ingenuità e fiducia alla proclamata trasformazione di An. "Ma lei si fida delle parole di Fini?" gli venne chiesto. "L'appartenenza politica" rispose Foa "è un dato culturale non genetico. Se uno dichiara di volersi liberare dal mito fascista, io sono contento. Se mi fido? Nella storia della sinistra italiana l'espressione non mi fido è stata una delle regole più perverse". Pensava che la sinistra, liberatasi dagli ideologismi del passato, avesse non solo il diritto ma il dovere di governare il nostro paese. A condizione di superare i suoi tradizionali feticci, a condizione di far leva sui nuovi ceti sociali emersi dalle trasformazioni economiche, a condizione di darsi nuove strutture unitarie. L'Ulivo, secondo lui, avrebbe dovuto essere non solo una somma di partiti, ma una forza nuova che andasse oltre i singoli alleati. Lo ha sperato, anche di fronte a sconfitte e delusioni. E ha continuato fino alla fine, a invitare gli uomini e le donne di sinistra a non rinchiudersi in se stessi, a "parlare agli altri, a quelli che hanno sbagliato scegliendo la destra di Berlusconi... Ma aprire gli occhi agli altri" ci ripeteva "vuol dire anche in qualche modo rispettarli, avere con loro un rapporto umano, cercare di capirli". E a chi gli chiedeva cosa dovesse fare la sinistra, quale dovesse essere il suo programma, rispondeva "E' una perdita di tempo e di senso cercare di definire una identità della sinistra. Bisogna fare quello che è giusto e necessario per il Paese, i posteri diranno se era di destra o di sinistra".
(La Repubblica, 21 ottobre 2008)

Una lezione di generosità

di GIORGIO BOCCA
Foa, il migliore e il più presente negli anni dei miei buoni maestri. L'ho conosciuto leggendolo nel gennaio del '44, appena arrivato nelle Langhe dalla Val Maira con la anabasi partigiana dalla montagna alle colline del vino. Una staffetta ci portò da Torino l'ultimo quaderno di Giustizia e Libertà. Aveva la copertina rossa e in nero la spada di Giustizia e Libertà. Era un articolo sulle alleanze orizzontali necessarie alla Resistenza, le alleanze ostiche alla nostra formazione elitaria, dei pochi ma buoni. Quella lezione di intelligenza e di modestia ci arrivò nel momento giusto, della euforia combattentistica e della superbia. Un quadro lucido della situazione, un richiamo alla realtà. Lo stesso modo di vedere il mondo, senza retorica ma senza rassegnazione degli altri maestri del liberal socialismo, da Gobetti a Bobbio, dai Galante Garrone ai Rosselli, dai Valiani ai Parri. Vittorio Foa ci è stato maestro di generosità e di fedeltà intellettuale, di antifascismo solidale e intransigente, il necessario ma sempre legato alla ragione. Ho avuto come compagni di viaggio nella politica e nella cultura due intellettuali di stampo giellista: Paolo Spriano e Vittorio Foa. Il primo era diventato lo storico del Partito comunista, il secondo il dirigente della Cgil legata al Partito comunista. Li ho seguiti per anni nella burrascosa vicenda delle fazioni e delle passioni politiche e la mia stima in loro è durata e cresciuta per la loro fedeltà alla ragione, per la capacità rara di restarle fedeli se occorreva con "l'astuzia dell'intelligenza". La prova migliore di Spriano fu la storia del Partito comunista dove tutto ciò che si doveva sapere fu indicato anche se non gridato e per Vittorio la visita del sindacato all'Unione Sovietica e la relazione critica che ne seguì, precisa anche se non gridata. Ciò che faceva di Vittorio una persona amata da tutti coloro che lo conoscevano era la sua curiosità disinteressata, la sua fedeltà a una ragione ragionevole. Nonostante la galera fascista e le faziosità di cui soffrì anche l'antifascismo non rinunciò mai a cercar di capire i diversi, non sacrificò i sentimenti e l'ironia al disprezzo e alla condanna. Fu sempre un amico, un padre, un compagno comprensivo. Mi incantarono i suoi ultimi libri, specie i ricordi di montagna, così come mi aveva colpito il suo saggio sul quaderno di GL, il suo saper restare uno che sa ridere, come quando della politica giovanile ricordava il fastidio di sua madre per quelle montagne di Courmayeur piene di neve e di antifascisti. Vittorio e la sua famiglia passavano le vacanze a La Salle in Valle d'Aosta. Vittorio non era più in grado di camminare ma si faceva portare in auto fino al Piccolo San Bernardo per le montagne in cui aveva camminato da ragazzo e che ricordava tutte perfettamente per nome. Anche quello un modo del suo essere fedelmente affettuoso.
(La Repubblica, 21 ottobre 2008)

lunedì 20 ottobre 2008

PAROLE E SILENZI. Quando i gesti sono simboli

di Domenico Valter Rizzo
Un magistrato, una donna, Anna Canepa, che torna in Sicilia dopo anni trascorsi al nord, avendo lasciato l’Isola a seguito di un attentato ai suoi danni ordito da Cosa nostra; un Papa che si reca in pellegrinaggio in terra di camorra, ma di camorra sceglie di non parlare. Due scelte compiute a poche ore di distanza in luoghi diversi e dettate da motivazioni assolutamente indipendenti. Entrambe le scelte hanno però un tratto comune ed è quello del loro valore simbolico.
E’ ovviamente chiaro che Joseph Ratzinger non è mosso da alcuna volontà di copertura o di avallo della camorra. Ci mancherebbe. E’ bene sgombrare subito il campo da ogni fraintendimento su questo punto. Il suo gesto è comunque un gesto che viene letto, interpretato, metabolizzato in una terra – la Campania – che, come la Sicilia, di simboli si nutre. Un gesto che elide la scelta diametralmente opposta fatta da Giovanni Paolo II sulla spianata dei Templi di Agrigento. Anche l’anatema di Wojtila era un atto simbolico, compiuto in prossimità della morte di don Pino Puglisi. Anche il Papa polacco, come l’attuale Pontefice, era giunto in quella terra per un pellegrinaggio di fede, ma ciò non gli impedì di svolgere il suo compito di Pastore e indicare la Via, spiegando una cosa semplicissima, ma al tempo stesso dirompente in quella regione martoriata: non si può essere contemporaneamente fedeli a Gesù Cristo e a Cosa nostra. Da qui l’invito ai “pagani della mafia” a convertirsi. Altro simbolo nella scelta del luogo: Agrigento, la città dove cosa nostra è nata, dove ha sede la più antica famiglia di mafia della Sicilia.
Ratzinger ha invece scelto il silenzio. I vertici Vaticani spiegano che si è trattato di un atto di rispetto verso i campani onesti che, ovviamente, sono la maggioranza. Non si comprende quale sarebbe stata l’offesa per i campani onesti se un Papa avesse detto chiaro e tondo che i camorristi non solo sono contro la Campania onesta, ma sono anche contro il messaggio di Cristo e del Vangelo. Quale sarebbe stato il vulnus arrecato alle persone per bene che vivono in quella terra? Non vi è alcun dubbio sulla buona fede del Pontefice, ma è altrettanto fuor di dubbio che allora la parola di Wojtila tolse consenso agli uomini di mafia, bollando come blasfemi i loro rituali, la loro finta fede e il loro ossequio al ritualismo cattolico, dal quale traevano prestigio e rispetto. Questo ha fatto la parola, il silenzio rischia invece di alimentare l’equivoco secondo il quale a far danno ad un territorio non sono le mafie che lo devastano, bensì il fatto che di questa piaga si parli. Se il Papa – seppur con le migliori intenzioni - tace in terra di camorra le donne e gli uomini che parlano, denunciano e agiscono contro di essa finiscono inevitabilmente per essere più soli. Diviene allora lecito il silenzio e il voltarsi sempre dall’altra parte. Una scelta che miglia di campani, calabresi e siciliani fanno ogni giorno, perché nessuno li aiuta a farne una diversa, nessuno li fa sentire meno soli, nessuno da loro un occasione. In questo silenzio il loro peccato di omissione si confonde in uno scenario ambiguo, in una palude di normalità.
Forse se il Papa avesse parlato a Pompei tanti parroci si sarebbero sentiti meno soli, tanti ragazzi impegnati nelle associazioni cattoliche sul territori avrebbero avuto un’iniezione di forza, tanti giovani avrebbero preso coraggio e magari avrebbero smesso di pensare che l’unica strada, se non vuoi fare il camorrista e neppure la fame, sia quella di scappare via dalla Campania piuttosto che dalla Sicilia o dalla Calabria.
Scappare o tornare? E qui veniamo al secondo messaggio di questi giorni. Anna Canepa nel 1992 era una giovane donna, entrata per passione in magistratura. Lavorava nella procura di Caltagirone, in un crocevia pericoloso dove si intrecciavano tre grandi organizzazioni criminali: La famiglia catanese di Cosa nostra, guidata da Nitto Santapola, la famiglia di Caltanissetta e Gela guidata da Piddu Madonna e la nuova mafia della Stidda a Niscemi. Lavorava bene, Anna Canepa e quelli che si fanno chiamare uomini d’onore avevano deciso di ammazzarla con un auto bomba, insieme ad un colonnello dei carabinieri. Si salvò solo perché un pentito raccontò ogni cosa e fece fallire il piano stragista. Si salvò dal tritolo, ma fu costretta ad andar via, a lasciare la Sicilia. In questi anni, Anna Canepa ha vissuto a Genova, ha lavorato alla direzione distrettuale antimafia e ha assestato colpi durissimi alla mafia e segnatamente alla cosca di Madonna, che sino a Genova aveva allungato le sue spire. Oggi la dottoressa Canepa torna a Gela e lo fa senza grandi clamori, anzi ci tiene a sottolineare che non si tratta di una scelta eroica. Una decisione normale. Tornare a Gela per indagare sui traffici della mafia che l’aveva condannata a morte può sembrare una scelta folle, eppure questa donna di 49 anni la descrive come una scelta di ordinaria amministrazione. Anche lei a suo modo lancia un messaggio ed è che la lotta alle mafie non è una cosa troppo complicata, qualcosa che possono fare solo supereroi: basta accettare di correre dei rischi, basta sapere che non si può avere la botte piena e la moglie ubriaca. Occorre avere la consapevolezza che non tutte le scelte sono uguali. Spesso sono opposte. Come quelle che ogni giorno si trovano a scegliere politici, magistrati, commercianti, imprenditori, professionisti. Scelte dirimenti.
Un avvocato qualche tempo fa mi raccontava che negli studi professionali di Catania si costituiscono molte società. Alcune di queste si occupano di sanità. Nello studio grande si firmano gli atti davanti agli avvocati e al notaio. Sulla carta ci sono le quote fittizie tra i soci; poi si va tutti nella stanza accanto per prendere il caffè e lì arriva un uomo a cui nessuno chiede il nome. Porta con se cinque o seicento mila euro se l’affare è piccolo. Denaro contante. Lì, in quella stanzetta, si regolano le quote reali. Di chi sono quei soldi? Chi sono i veri soci di quelle cliniche private che poi prenderanno le convenzioni con il servizio sanitario nazionale? Nessuno in quella stanza se lo chiede. Bene, anche lì basterebbe una scelta semplice: non accettare di fare da “consigliori” a questa gente. Chiamarsi fuori. Smetterla di voltarsi dall’altra parte e onorare la propria professione. Sarebbe una scelta di ordinaria amministrazione, come quella di Anna Canepa, magistrato della Repubblica italiana da oggi a Gela in servizio permanente effettivo.

domenica 19 ottobre 2008

ANTIMAFIA: CIDMA NON PAGA AFFITTO, COMUNE PALERMO LO SFRATTA

(ANSA) - PALERMO, 18 OTT - Il Centro internazionale di documentazione sulle mafie e del movimento antimafia (Cidma) e' stato sfrattato dal comune di Palermo per non avere mai pagato l'affitto. In totale, il Centro deve al comune 4.306,12 euro, l'equivalente di sei mensilita' (615,16 euro al mese) relative al periodo marzo-settembre 2008.Il Cidma, la cui sede principale e' a Corleone, aveva avuto in custodia dal settore immobiliare del comune lo scorso marzo due appartamenti all'interno di Palazzo Palagonia, edificio storico in via Alloro, di cui c'e' traccia in documenti del XVI secolo. Il centro avrebbe dovuto utilizzare i locali per attivita' antimafia, contro il terrorismo e a favore dell'integrazione degli immigrati.Prima di ottenere Palazzo Palagonia, il Cidma, all'epoca presieduto da Nicolo' Nicolosi (ex sindaco a Corleone), aveva rifiutato l'assegnazione di un bene confiscato al boss di Prizzi Tommaso Cannella, arrestato nel giugno 2007; si trattava di un appartamento di 136 metri quadrati piu' una cantina di sei metri quadrati, all'undicesimo piano di uno stabile in viale Francia, zona residenziale della citta' (valore 160.101 euro). Era stato proprio il Cidma a chiedere l'assegnazione di un bene confiscato alla criminalita' organizzata, con una lettera al comune del febbraio 2006. Nicolosi poi aveva dato disponibilita' 'a ristrutturare i locali assegnati' ma in seguito, con una nota trasmessa al servizio immobiliare del comune dopo avere avuto assegnato il bene, lo aveva rifiutato ritenendolo non idoneo al tipo di attivita'. La richiesta era di una struttura con non meno di 4 vani e fino a 8 stanze.La revoca dei locali affidati al Cidma, a far data 9 ottobre 2008, e' stata firmata dall'assessore comunale alle risorse immobiliari, Pippo Enea.
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ANTIMAFIA: CIDMA; ORLANDO (PD), VICENDA INCREDIBILE
(ANSA) - PALERMO, 18 OTT - 'La vicenda del Cidma e' grave e incredibile: non solo il Centro antimafia non ha mai pagato l'affitto al comune, ma i responsabili della struttura si sono permessi persino di rifiutare il bene confiscato alla mafia che l'amministrazione aveva assegnato loro, mentre ci sono famiglie senza casa che dormono in auto davanti al palazzo di citta''.Lo dice il consigliere comunale del Pd, Salvatore Orlando, che aggiunge: 'Bisognerebbe capire in che modo il Centro abbia utilizzato gli appartamenti di palazzo Palagonia, facendo quale tipo di attivita', dato che non c'e' stato eco di particolari iniziative svolte almeno negli ultimi mesi'.

Corleone, diario degli studenti della Syracuse University dopo il lavoro sui campi confiscati alla mafia

This last weekend students from the University of Syracuse traveled to Sicily to visit historical sites relating to each of our different classes, and to work in the fields that were once occupied by the mafia. We spent two nights in Corleone and half of a day working the tomato fields. There was about 30 students from the Syracuse University and around 20 Italian students from Napoli and we all worked together picking tomatoes. There was no obligation for any of us to do the hard labor of cultivating tomatoes, it was an optional decision that everyone chose to participate in. From 8 in the morning to 1 in the afternoon we harvested almost two full trucks of tomatoes and made many friends along the way. All of the people working with the cooperative were very friendly and everyone wanted to help each other. The Italian students got along great with all of the Americans and we made some friendships that will not be forgotten, all for the cause of giving back to a community that had so much taken from them. Our time in Sicily was unforgettable, and very rewarding and I hope the little that work we did can help, even if it is a small step.
Weston Scott
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Lo scorso fine settimana gli studenti della Syracuse University di Firenze hanno viaggiato verso la Sicilia per visitare luoghi storici, in relazione a ciascuna delle nostre diverse classi, e per lavorare nei campi che erano stati occupati dalla mafia. Siamo rimasti due notti e una mezza giornata a Corleone, lavorando nei campi di pomodori. C’erano 30 studenti dall'Università di Syracuse e 20 studenti italiani di Napoli e abbiamo lavorato insieme per raccogliere i pomodori. Non c’era obbligo per nessuno di raccogliere i pomodori, ma è stata una scelta che tutti hanno deciso liberamente. Dalle 8 della mattina all’una del pomeriggio abbiamo raccolto quasi due macchine di pomodori e ci siamo fatti molti amici in questo modo. Tutte le persone lavorando con la cooperativa erano molto gentili e tutti hanno voluto aiutare l’altro. Gli studenti italiani sono andati d’accordo con tutti gli americani e abbiamo fatto alcune amicizie che non saranno dimenticate, tutto per la causa di restituire a una comunità che ha avuto così molto portato via dalla mafia. Il nostro tempo in Sicilia sarà indimenticabile e molto ricompensato e spero che il lavoro che abbiamo fatto aiuterà, anche se è un piccolo passo.
Weston Scott

"Liberarci dalle Spine": diario 11/10/2008
Il sole splende luminoso oggi in Sicilia. Per uno studente americano come me, che studia qui in Italia per un semestre, ho capito che l'opportunità di lavorare in un posto come questo per una causa così bella non era qualcosa che mi sarei potuto lasciar sfuggire. Ci siamo svegliati presto per prendere l'autobus per i campi vicino Corleone. Il tempo era bello per lavorare fuori. Mentre il sole cresceva sopra le colline e la rugiada si scioglieva nei campi, ho guardato intorno il lavoro che stavamo facendo. Ho guardato i giovani, degli Stati Uniti e dell'Italia, lavorare insieme ed è diventato chiaro per me che quando le persone si uniscono per una buona causa, tutte le barriere possono essere superate. Ho avuto l'impressione che questa sarebbe stata un'esperienza unica nella vita, e ho avuto ragione. Sono sicuro che non dimenticherò mai questa esperienza. Dimenticavo: ho assaggiato alcuni pomodori mentre li stavamo raccogliendo. Erano squisiti.
Luke
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"Liberarci dalle Spine": diary 11/10/2008
The sun shines brightly today in Sicily. For an American student like me, studying in Italy for only one semester, I knew that the opportunity to work in a place like this for such a great cause wasn't something that I could pass up. We woke up bright and early to take the bus to the fields outside of Corleone. It was beautiful weather for working outside. While the sun rose higher over the hills, and the dew melted off the fields, I looked around at the work that we were doing. I watched young people, Americans and Italians, working together, and it became clear to me that when people come together for a good cause, all barriers can be overcome. I had a sense that this would be an experience of a lifetime, and I was right. I am sure that I will never forget this experience. Oh, and I almost forgot: I tasted some of the tomatoes while we were picking them. They were delicious.
Luke

sabato 18 ottobre 2008

Senzatetto, braccio di ferro sull´ospizio occupato da Ex-Carcere

I senzatetto vogliono ristrutturarlo. L´Unitalsi: "Lo avevano promesso a noi"
di Sara Scarafia
Hanno già speso 1.200 euro per cercare di rimettere a nuovo l´ex centro per anziani che occupano da quasi una settimana. Ma presto potrebbero trovarsi costretti a lasciarlo: la struttura di via Valverde, che i senzatetto hanno occupato dopo aver abbandonato la cattedrale, è già assegnata a un´altra associazione.Si tratta della Unitalsi, quella che organizza i viaggi a Lourdes, e che adesso la rivuole indietro. «La Regione ce l´ha assegnata un anno fa - dice il presidente, Giuseppe Andriolo - abbiamo pagato una cauzione e mesi di affitto anticipato. Non ci siamo ancora andati perché doveva essere risistemata, e i lavori erano già partiti a settembre. Siamo sotto sfratto e abbiamo bisogno di una sede. Sono umanamente vicino ai senzatetto, ma quella struttura è stata assegnata a noi». La Unitalsi non vuole entrare in polemica con gli occupanti: «È compito della Regione consegnarci l´edificio per tempo e in buono stato - continua - noi non faremo nulla». Dichiarazioni che spiazzano il consigliere comunale di Altra Palermo Fabrizio Ferrandelli e il gesuita padre Gianni Notari, che ieri avevano incontrato Andriolo: «Con noi aveva avuto un altro atteggiamento - dice Ferrandelli - ci ha detto che a lui serviva una struttura, ma non per forza quella. Non capisco cosa possa essere successo. Cercherò di contattarlo di nuovo». Padre Notari invita alla collaborazione: «Un´associazione come l´Unitalsi, che si occupa del prossimo, e i senzatetto non possono non dialogare tra di loro - dice il direttore del centro studi Pedro Arrupe - credo si possa trovare una soluzione che non distrugga i sogni delle famiglie e che non leda il diritto dell´Unitalsi ad avere una sede». I senzatetto vivono ore di angoscia. «Abbiamo già speso 1.200 euro per rimettere a nuovo l´edificio - dice Tony Pellicane, portavoce del Comitato lotta per la casa - e avevamo anche preparato e spedito la richiesta di assegnazione del bene per trasformarlo in un albergo cittadino per i senza casa. Non chiediamo nient´altro, nemmeno un aiuto economico. Solo la possibilità di trasformare questo posto in un rifugio per chi si ritrova in strada». Adesso però c´è il rischio che debbano lasciarlo.
«Chiediamo all´Unitalsi di venirci a trovare per confrontarci - conclude Pellicane - sorprende però che la Regione decida di assegnare a un´associazione una struttura che deve ancora essere rimessa a nuovo». Per Antonella Monastra, consigliere comunale di Un´Altra storia, l´edificio è troppo grande per un´associazione. «Da persone che si occupano di organizzare viaggi a Lourdes mi aspetto sensibilità sociale - dice - spero che si possa aprire un dialogo». Per il capogruppo del Pd, Davide Faraone, i senza casa devono puntare sul percorso avviato in prefettura: «Da un lato il bando pubblicato dal Comune per cercare alloggi da affittare - dice - dall´altro l´individuazione di una struttura confiscata per le emergenze».
(La Repubblica, 17 ottobre 2008)

L’ultima lettera di Adolfo Parmaliana

E' di quattro pagine fitte di dolore, rabbia e verità, la lettera che Adolfo Parmaliana ha scritto prima di suicidarsi lo scorso 2 ottobre. Dopo aver denunciato mafiosi e politici, il prof Parmaliana parla di un altro clan di fronte al quale ha voluto, fino in fondo, rivendicare le sue scelte di uomo libero. A seguire la lettera pubblicata da L'Espresso:La Magistratura barcellonese/messinese vorrebbe mettermi alla gogna vorrebbe umiliarmi, delegittimarmi, mi sta dando la caccia perché ho osato fare il mio dovere di cittadino denunciando il malaffare, la mafia, le connivenze, le coperture e le complicità di rappresentanti dello Stato corrotti e deviati. Non posso consentire a questi soggetti di offendere la mia dignità di uomo, di padre, di marito, di servitore dello Stato e docente universitario.Non posso consentire a questi soggetti di farsi gioco di me e di sporcare la mia immagine, non posso consentire che il mio nome appaia sul giornale alla stessa stregua di quello di un delinquente. Hanno deciso di schiacciarmi, di annientarmi.Non glielo consentirò, rivendico con forza la mia storia, il mio coraggio e la mia indipendenza. Sono un uomo libero che in maniera determinata si sottrae al massacro ed agli agguati che il sistema sopraindicato vorrebbe tendergli.Chiedete all'Avv.to Mariella Cicero le ragioni del mio gesto, il dramma che ho vissuto nelle ultime settimane, chiedetelo al senatore Beppe Lumia, chiedetelo al Maggiore Cristaldi, chiedetelo all'Avv.to Fabio Repici, chiedetelo a mio fratello Biagio. Loro hanno tutti gli elementi e tutti i documenti necessari per farvi conoscere questa storia: la genesi, le cause, gli accadimenti e le ritorsioni che sto subendo.Mi hanno tolto la serenità, la pace, la tranquillità, la forza fisica e mentale. Mi hanno tolto la gioia di vivere. Non riesco a pensare ad altro. Chiedo perdono a tutti per un gesto che non avrei pensato mai di dover compiere.Ai miei amati figli Gilda e Basilio, Gilduzza e Basy, luce ed orgoglio della mia vita, raccomando di essere uniti, forti, di non lasciarsi travolgere dai fatti negativi di non sconfortarsi, di studiare, di qualificarsi, di non arrendersi mai, di non essere troppo idealisti, di perdonarmi e di capire il mio stato d'animo: Vi guiderò con il pensiero, con tanto amore, pregherò per voi, gioirò e soffrirò con voi.Alla mia amatissima compagna di vita, alla mia Cettina, donna forte, coraggiosa, dolce, bella e comprensiva: ti chiedo di fare uno sforzo in più, di non piangere, di essere ancora più forte e di guidare i ns figli ancora con più amore, di essere più buona e più tenace di quanto non lo sia stato io.Ai miei fratelli, Biagio ed Emilio, chiedo di volersi sempre bene, di non dimenticarsi di me: vi ho voluto sempre bene, vi chiedo di assistere con cura e amore i ns genitori che ne hanno tanto bisogno. Alla mia bella mamma ed al mio straordinario papà: vi voglio tanto bene, vi mando un abbraccio forte, vi porto sempre nel mio cuore, siete una forza della natura, mi avete dato tanto di più di quanto meritavo. A tutti i miei parenti, ai miei cognati, ai miei zii, ai miei cugini, ai miei nipoti, a mia suocera: vi chiedo di stare vicini a Gilda, a Basilio ed a Cettina. Vi chiedo di sorreggerli.Ai miei amici sarò sempre grato per la loro vicinanza, per il loro affetto, per aver trascorso tante ore felici e spensierate. Alla mia università, ai miei studenti, ai miei collaboratori ed alle mie collaboratrici sarò sempre grato per la cura e la pazienza manifestatemi ogni giorno. Grazie. Quella era la 1° mia vita. Ho trascorso 30 anni bellissimi dentro l'università innamorato ed entusiasta della mia attività di docente universitario e di ricercatore.I progetti di ricerca, la ricerca del nuovo, erano la mia vita. Quanti giovani studenti ho condotto alla laurea. Quanti bei ricordi.Ora un clan mi ha voluto togliere le cose più belle: la felicità, la gioia di vivere, la mia famiglia, la voglia di fare, la forza per guardare avanti.Mi sento un uomo finito, distrutto. Vi prego di ricordarmi con un sorriso, con una preghiera, con un gesto di affetto, con un fiore. Se a qualcuno ho fatto del male chiedo umilmente di volermi perdonare.Ho avuto tanto dalla vita. Poi, a 50 anni, ho perso la serenità per scelta di una magistratura che ha deciso di gambizzarmi moralmente. Questo sistema l'ho combattuto in tutte le sedi istituzionali. Ora sono esausto, non ho più energie per farlo e me ne vado in silenzio. Alcuni dovranno avere qualche rimorso, evidentemente il rimorso di aver ingannato un uomo che ha creduto ciecamente, sbagliando, nelle istituzioni.Un abbraccio forte, forte da un uomo che fino ad alcuni mesi addietro sorrideva alla vita.

NEL CONTINENTE NERO. Totò e Mirello alla scoperta dell' Africa

di Alfio Sciacca
“La fatica pià grossa? Baciare. Da quelle parti non è come in Sicilia. Ad ogni bacio loro rispondono con altri tre e dunque era tutto moltiplicato. Non si finiva mai”. Totò “vasa-vasa” torna fiaccato dopo dieci giorni di campagna elettorale in Africa, per la precisione in Congo. Nel continente nero l'ex governatore siciliano è andato a sostenere “l'amico” Eugene Diomi Ndongata, leader della Démocratie chretienne congolaise (la Dc locale, attualmente all'opposizione) e lo ha fatto come sa fare lui. Baci e abbracci a non finire che “hanno messo a dura prova la mia resistenza fisica”. Una missione per conto del partito.
“Era previsto che ci andasse Casini, ma non se l'è sentita di sottoporsi alla profilassi antimalarica e così ha deciso di man dare me, anche perché ho una certa esperienza”. In che senso? “Nel senso che non sono nuovo dell'Africa. Sono stato più volte in Burundi, Tanzania, Burkina Faso ed ora ho più tempo e non mi dispiace rifare alcune esperienze giovanili. Per tanti che promettono di andare in Africa e non ci vanno mai, io ci sono stato e ci ritornerò. A breve andrò a inaugurare un ospedale realizzato con i fondi della Regione Sicilia”.
Nonostante abbia appena finito le dosi di chinino sembra ringalluzzito “Totò l'Africano”, come l'hanno ribattezzato i suoi fedelissimi. Non è che sta pensando ad un esilio lontano dalla politica e dalla Sicilia? “Niente affatto, anche se la giudico un'esperienza molto formativa. Dall'Africa si vedono meglio anche le cose italiane e siciliane. Ai miei nemici dico di andarci e restarci per sempre, ai miei amici consiglio di andarci per capire quel che abbiamo e non riusciamo ad apprezzare”. E le disavventure giudiziarie? Nessuna domanda imbarazzante? “Nulla. Sono stato accolto con grande calore e ho parlato a migliaia di persone che sanno tutto dell'Italia”. E' tanto entusiasta dell'esperienza africana da mostrare con orgoglio l'album di viaggio e soprattutto la foto che lo ritrae attorniato da bambini (“ne ho adottato a distanza oltre 20”). Ma a sorpresa in una foto compare anche l'inconfondibile sagoma di Mirello Crisafulli, ex deputato regionale ds e ora senatore del Pd. Ma che ci fa un esponente del partito di Veltroni nella campagna elettorale della Dc congolese? “Ma no, lui è venuto privatamente”. “E' chiaro – conferma Crisafulli – una sera ci siamo incontrati a cena e visto che non ero mai stato in Africa abbiamo deciso di andare assieme. Lui si è fatto la sua campagna elettorale e io sono andato in giro ad ammirare coccodrilli e scimmie”. Niente intese trasversali? “Magari – ride di gusto Crisafulli – Se Cuffaro e l'Udc venissero con noi non sarebbe una cosa da buttar via”.
dal Corriere della sera

Centrodestra in Sicilia: molti voti e poche idee

di AGOSTINO SPATARO
A diversi mesi dal suo insediamento, il governo di Raffaele Lombardo non riesce ad uscire dal suo faticoso rodaggio. Appare, infatti, imbrigliato in una situazione politica incerta, segnata da dissensi e scontri clamorosi su materie delicate e qualificanti come l’energia, la spesa sanitaria, il riordino dell’amministrazione e della pletora di enti e società attorno a cui ruotano interessi forti, elettorali ed affaristici. Non a caso, su taluni di questi problemi la giunta di governo è arrivata a spaccarsi esattamente a metà, con serie ripercussioni sulla coesione della stessa maggioranza all’Assemblea regionale.
Una condizione a dir poco precaria per un governo che dovrebbe guidare la regione in una fase altamente critica nella quale, oltre la pesante eredità del passato, bisognerà fronteggiare una serie di provvedimenti sfavorevoli, alcuni dei quali già all’ordine del giorno: i tagli indiscriminati del governo Berlusconi, gli effetti imprevedibili della crisi finanziaria internazionale, le ambiguità del progetto federalista di marca leghista. E altri che già si delineano all’orizzonte.
A fronte di tutto ciò, l’impressione che si ricava è quella di una coalizione poco consapevole delle impegnative sfide che l’attendono e di un governo non in grado di affrontarle con successo.
Questa Sicilia, che si appresta ad attraversare un fiume turbolento, si può affidare ad una guida così poco concentrata e per giunta litigiosa?
Questo è il punto politico da cui deve muovere ogni azione e valutazione. Invece, anche se l’intero edificio del potere regionale trema, comincia a mostrare vistose crepe, non succede nulla di ragguardevole sul terreno dei rapporti politici all’interno della maggioranza e fra questa e l’opposizione. Per meno, in tempi non lontani, i presidenti di regione avevano l’amabilità di portare la crisi in parlamento, anche perché gli assessori non hanno approvato non certo a titolo personale, ma su indicazione dei rispettivi partiti d’appartenenza. C’è, dunque, un serio problema politico che non può essere più celato dietro il velo d’ipocrite dichiarazioni rassicuranti o aggirato con espedienti più o meno abusati. Per tirare a campare. Ma fino a quando? E soprattutto quali conseguenze produrrà questo tira e molla? Con tale, aberrante filosofia della sopravvivenza non si va da nessuna parte.

…IL PD SI GODE LA SUA RENDITA DI (OP)POSIZIONE
Spiace che questa concezione e pratica della politica pare sedurre anche l’opposizione che invece dovrebbe armarsi di un credibile progetto alternativo e dar battaglia su tutti i fronti, chiamando alla mobilitazione le forze sociali e i cittadini visto che, per altro, si sta decidendo della loro salute e in generale del loro futuro. Ma questo oggi “passa il governo” (senza allusioni, per carità) e di ciò ci dobbiamo occupare. Una situazione confusa, dunque, che conferma alcune analisi, purtroppo rimaste inascoltate. Non c’era, infatti, bisogno d’essere profeti per capire che, in assenza di programmi di vero cambiamento, non bastano le maggioranze “bulgare” per garantire una fattiva governabilità. In Sicilia, il centro-destra siciliano ha molti voti, tanti clientes, ma poche idee e per giunta raffazzonate. Da qui si origina il malessere politico e la difficoltà di governare. Per rendersene conto, basta andare a guardare dentro i cosiddetti “palazzi del potere” regionale. A palazzo d’Orleans vedremo un governo diviso quasi su tutto che litiga per qualche Asl in più, per difendere quote di spesa pubblica per accontentare clientes e settori privati che non riescono ad immaginare il loro futuro senza continuare a succhiare alle mammelle di mamma regione.
A palazzo dei Normanni vedremo un parlamento frustrato, indispettito, con un Pd (unica opposizione) che sembra godersi la sua rendita di (op)posizione. Una situazione atipica, di monopolio della rappresentanza del centro-sinistra, asimmetrica rispetto alla maggioranza di centro-destra composta di ben tre partiti e, per giunta, fra loro in accesa concorrenza. E, come in altri campi, il monopolio prima o poi rischia d’evolvere in oggettivo privilegio. Anche perché frutto di una legge su misura che non consente di dare una degna rappresentanza al voto di mezzo milione di elettori siciliani (un quinto dell’elettorato effettivo), ma solo una sua indegna sepoltura. Insomma, i problemi sono tanti e ogni giorno se ne aggiungono altri. Primo fra tutti, forse il più esplosivo, quello dell’insostenibilità sociale, amministrativa delle grandi città siciliane quali Catania, Palermo, Agrigento e altri capoluoghi. Così perdurando le cose, è chiaro che la Sicilia rischia e di grosso. Si potranno mettere nuove tasse e balzelli, ma sarà poco credibile ogni discorso mirato ad attirare nuovi investimenti. Anche perché chi potrà mai pensare d’investire, per altro in fase di recessione, in una realtà così appesantita e governata da una coalizione rissosa e incurante dell’eccezionalità del momento?
Agostino Spataro
NELLA FOTO: Raffaele Lombardo

Cosentino, il sottosegretario in quota Casalesi

di Enrico Fierro
Silvio Berlusconi lo ha rassicurato. «Nicola vai avanti». Ma lui, Nicola, non è affatto tranquillo. Stiamo parlando dell’onorevole Nicola Cosentino, potentissimo sottosegretario all’Economia. La sua faccia occupa tutta intera la copertina de l’Espresso in edicola, gli articoli raccontano l’ultima (?) puntata di una storia di camorra e politica, casalesi e voti, affari e soldi del clan più potente e feroce della Campania. Parlano i pentiti, arrivati a cinque e sgranano il rosario dei legami dell’onorevole e della sua famiglia con Francesco Schiavone, Sandokan, Michele Zagaria, Francesco Bidognetti, Cicciotto ’e Mezzanotte. L’onorevole, dicevamo, non si sente affatto tranquillizzato dalle parole di Berlusconi o dalla solidarietà di maniera del ministro Gianfranco Rotondi, che paragona la sua vicenda a quella di Giulio Andreotti e del bacio con Riina. L’inchiesta c’è, i riscontri incrociati delle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia pure e l’onorevole sottosegretario è indagato dalla procura antimafia di Napoli. Ma a rabbuiare Cosentino è il clima di guerra per bande che si è scatenato all’interno del Pdl in Campania. Da una parte i «casertani», forti del ricco pacchetto di voti di Cosentino & soci, dall’altra la vecchia guardia, i fratelli Fulvio e Antonio Martusciello e soprattutto Alfredo Vito, ex mister centomila preferenze e attivissimo organizzatore di trame e veleni nella Commissione Telekom-Serbia. In palio c’è la conquista della Regione, data per sicura dal Pdl. Il sottosegretario ha il sospetto, e lo ha detto in alcune interviste, che qualcuno dentro il suo partito stia manovrando per affossarlo. «Da quando abbiamo in mano il partito», ha detto, «abbiamo vinto tutto, quando a comandare erano gli altri vinceva il centrosinistra». Gli «altri» sono Vito e i Martusciello brothers, messi ai margini ma alla ricerca di una rivincita.È Dario De Simone, una volta al vertice del clan dei casalesi, pentito dal 1998, a parlare di Cosentino. «Era a nostra disposizione». Dal 1995, quando l’ex giovanissimo consigliere comunale di Casal di Principe (allora promessa del Psdi), decise di fare il grande salto alla Regione sotto le bandiere di Berlusconi. «Tutta l’organizzazione si occupò dell’elezione di Cosentino. L’onorevole ci disse che la vittoria di Forza Italia avrebbe alleggerito la nostra posizione a livello processuale». Le solite promesse fatte, sempre in quegli anni, ad esponenti di Cosa Nostra e della ’ndrangheta: sconfiggere le «toghe rosse», cambiare il codice penale, devitalizzare le misure antimafia. L’onorevole indicava ai casalesi anche i nemici da cui guardarsi. Racconta De Simone: «Ci invitava a stare attenti all’onorevole Diana (Lorenzo, all’epoca parlamentare del Pds, vive sotto scorta da anni, ndr) e a Renato Natale (ex sindaco comunista di Casal Di Principe, i casalesi avevano deciso di ammazzarlo, ndr) perché erano legati a Violante e facevano pressione per far intervenire massicciamente la polizia nel nostro territorio». Dario De Simone è ritenuto un collaboratore attendibile dai magistrati, fra i testi più importanti del processo «Spartacus» ha pagato un prezzo altissimo per la sua collaborazione: i casalesi gli hanno ammazzato il fratello e uno zio.Affari e coperture, appoggi politici alle elezioni e business monnezza. Anche Gaetano Vassallo, mente e braccio finanziario della camorra, rivela i rapporti del clan con il sottosegretario Cosentino e la sua famiglia, una vera e propria holding milionaria, attiva nel campo immobiliare, dei petroli e dei rifiuti. Il quadro che sta emergendo dalle inchieste della procura distrettuale antimafia napoletana è allarmante. I casalesi non sono solo una banda criminale feroce, è mafia, e come la mafia il clan ha costruito solidissimi rapporti con il mondo politico. Il 4 febbraio 2008 parla il pentito Michele Froncillo: «Letizia Raffaele detto Lello, che era ed è esponente apicale del clan dei Casalesi per conto di Schiavone ed in particolare a Massimo Russo detto Paperino ed al fratello Giuseppe Russo anche durante il periodo di latitanza. Lo stesso ha rapporti con i politici come Coronella, Nicola Cosentino, Nicola Caputo, come vi ho riferito in precedente verbali; i contatti erano finalizzati a vincere le gare di importanti opere pubbliche». Il senatore Gennaro Coronella ha la tessera del partito di Gianfranco Fini e di Ignazio La Russa in tasca ed è coordinatore di Alleanza nazionale a Caserta. Ma i rapporti dei casalesi non si limitavano al solo centrodestra. Il pentito Luigi Diana ha indicato Mario Natale come uno dei «prestanome dei casalesi». Di professione imprenditore, Natale è stato arrestato il 30 settembre scorso e scarcerato pochi giorni fa. Il figlio è consigliere comunale del Pdl a Casal di Principe, mentre suo fratello Vincenzo è membro dell’assemblea regionale del Partito Democratico eletto nelle liste dei «coraggiosi» che fanno capo al presidente della provincia di Caserta De Franciscis. Suo figlio Massimiliano è assessore di area Pd a Santa Maria Capua Vetere. Non c’è che dire, quella dei casalesi è una camorra bipartisan.
L'Unità, 18.10.08
NELLA FOTO: Nicola Cosentino

L'Authority ai telegiornali: "Troppo spazio al governo di Silvio Berlusconi"

Superato il tetto del 33%. Nel mirino Mediaset e Tg2
di ALDO FONTANAROSA
ROMA - E' il governo a dominare la scena nell'informazione dei nostri telegiornali. Il predominio è più evidente nei notiziari Mediaset (incluso il Tg5 di Mimun). Ma anche il Tg2 non scherza. L'Autorità per le Comunicazioni chiede ora alle reti pubbliche e private di riequilibrare. L'Autorità scatta una fotografia che va da aprile a settembre 2008. E' un'istantanea rilevante perché descrive la situazione dalla nascita del nuovo esecutivo fino quasi ad oggi. Segnali di squilibrio si notano intanto nelle trasmissioni di approfondimento. Ma sono i telegiornali - scrive l'Autorità - a commettere i peccati più gravi. La disparità è doppia: il governo parla più delle opposizioni; alcune forze politiche (di maggioranza) parlano più, molto più di ogni altra. Per questo i telegiornali sono adesso invitati a un effettivo pluralismo. L'Autorità ammette che non siamo certo in periodo elettorale, quando le regole sulle "pari opportunità" sono rigide, severe. Ma la legge vuole che le redazioni rispettino i principi di "correttezza e parità di trattamento" in qualsiasi momento dell'anno, ogni giorno, ad ogni edizione di Tg. Una regola non scritta vuole che i telegiornali assegnino un terzo del tempo ai partiti della maggioranza, un terzo a quelli di minoranza e un terzo infine al governo in carica. Questa divisione è spesso elusa. Ecco alcuni esempi significativi. Prendiamo le edizioni principali dei telegiornali, quelle che richiamano il maggior numero di ascoltatori. E prendiamo anche il "tempo di antenna". Somma le parole del giornalista - che introduce un tema o un politico - alle parole del politico. A maggio, Studio Aperto dedica il 42,27% dello spazio al governo e un altro 18,22% al presidente del Consiglio. Al Tg5, il 28% è per Palazzo Chigi e un altro 15 per il premier. Il mese successivo - a giugno - Palazzo Chigi e premier superano quota 50%, sempre al Tg5.
Ancora a giugno 2008, il Tg2 assegna quasi il 32% all'esecutivo Berlusconi e un altro 14% a Berlusconi in persona. A luglio del 2008, il Tg4 non è poi così squilibrato con il governo, che ottiene uno spazio pari al 27%. Ma se poi sommiamo il 28,9 del Cavaliere, ecco superata la metà della torta disponibile. La musica non cambia se leggiamo i dati con un'altra lente. Siamo a settembre ed esaminiamo tutte le edizioni dei telegiornali (pranzo e cena, le più importanti, ma anche quelle del mattino presto e della sera tardi). Nell'insieme dei notiziari Mediaset (Tg4, Tg5, Studio Aperto e TgCom), la maggioranza, il governo e Silvio Berlusconi sono sopra il 70%, mentre le opposizioni arrancano al 16,77%. Impressiona il dato dei Radicali. Chissà che cosa saranno riusciti a dire nei 9 secondi che il Tg4 regala loro nell'intero mese di maggio, oppure nei 26 secondi di Studio Aperto. E chissà quali messaggi avrà veicolato quella sinistra che non ha più rappresentanti alle Camere. A maggio, l'intera batteria dei telegiornali della Rai concede 38 secondi - per fare solo un esempio - ai Verdi (38 secondi in 30 giorni). E mentre il Partito Socialista risulta a zero secondi (sempre a maggio, sempre in Rai), l'Udc di Casini potrà certo esultare per il secondo, uno solo, che ottiene al Tg3 nel mese di maggio, per i tre secondi di agosto, per i 5 di settembre.
(La Repubblica, 18 ottobre 2008)

giovedì 16 ottobre 2008

Corleone, la vertenza degli operai delle pulizie. Vi racconto… la democraticissima amministrazione comunale di Corleone

È normale che possa esplodere la rabbia degli operai della pulizia del Comune, se fino a ieri avevano un (povero) contratto di lavoro di 2 ore e mezza al giorno, che adesso è stato ridotto ad un (miserabile) contratto di lavoro di appena un’ora giornaliera. E che questa rabbia possa manifestarsi attraverso una simbolica occupazione del gabinetto del sindaco, sicuramente colpevole di avere ridotto da 150 mila a 75 mila euro l’anno lo stanziamento per l’espletamento del servizio, appare abbastanza comprensibile. Anche perché non chiedono che di avere nuovamente un contratto di 2 ore e mezza al giorno. Molto meno comprensibile è stata la reazione improntata ad un autoritarismo fuori luogo da parte del sindaco (l’esponente di An, Antonino Iannazzo), che ieri mattina ha chiamato polizia, carabinieri e vigili urbani, intimando loro di cacciare via gli operai. E ancora meno comprensibile è stato il suo successivo rifiuto di incontrare la Cgil, l’organizzazione sindacale a cui hanno aderito la quasi totalità degli operai. «Mi facciano la richiesta per iscritto!», è stata la spocchiosa risposta alla richiesta d’incontro, avanzata verbalmente da chi scrive tramite la sua segreteria. Inquietante è stata, infine, la disposizione data agli addetti alla portineria del municipio di provare ad impedire l’ingresso negli uffici comunali agli “estranei”, come se i normali cittadini per gli amministratori comunali fossero ormai degli estranei. «Chi è lei? Chi cerca? Con chi deve parlare? Prima la devo annunciare!», mi ha detto l’impiegato comunale, bloccandomi in portineria. Stessa sorte stava toccando ad un signore, che però faceva presente di essere un consigliere comunale. «Allora può entrare, se è un consigliere comunale può entrare», precisava, conciliante, l’addetto alla portineria ». «Ma anche il dott. Paternostro è un consigliere comunale!», l’informava una sua collega. Si, purtroppo per lui (e per il sindaco), ero (sono) anch’io un consigliere comunale, e allora mi riusciva di entrare in municipio per continuare a stare al fianco degli operai in lotta. «Mi scusi, non sapevo che anche lei fosse un consigliere comunale!», si giustificava in maniera poco credibile l’impiegato…
Senza una richiesta scritta, il sindaco non ha voluto ricevere la Cgil e gli operai (adesso la richiesta è stata già avanzata dalla segreteria provinciale della Cgil e si aspetta la convocazione!), ma un suo “solerte” assessore ha riunito “amichevolmente” in una stanza i soli operai, per redarguirli duramente e attaccare a testa bassa la Cgil e chi la rappresenta a Corleone. «Vi siete iscritti alla Cgil e adesso siete rovinati! Non vedrete nulla di buono. Paternostro vi porterà alla rovina!», pare abbia detto il “democraticissimo” assessore di “Corleone città della legalità”, invitandoli tutti a cancellarsi dal sindacato. Si tratta di una miserabile attività antisindacale, perseguibile per legge. Ma si tratta anche di una pesante “caduta di stile”, che dimostra tutto il nervosismo di un’amministrazione comunale che, dal 2003 ad oggi, ha portato da 9 a 26 gli operai addetti alle pulizie del comune e del tribunale, li ha “spremuti” in tutte le tornate elettorali e adesso li vuole “buttare” perché non servono più. La Cgil, che sta difendendo con nettezza il posto di lavoro di tutti gli operai, chiedendo l’aumento delle ore mediante l’utilizzo del ribasso d’asta, per il “potente” assessore (capace, a quanto si dice nei “pub”, di “patrocinare” assunzioni “eccellenti” anche in importanti aziende palermitane) e per i suoi colleghi “disturba”. Ma, si mettano il cuore in pace, perché – piaccia o no - continueremo sempre a “disturbare”… questi improvvidi manovratori, tanto presuntuosi e arroganti, quanto incapaci di affrontare e risolvere un problema che sia uno.
Dino Paternostro
17 ottobre 2008
FOTO: Il sindaco Iannazzo

Stangata record della Finanza sui redditi del patrimonio occulto del padre

Palermo, Ciancimino jr deve al fisco 42 milioni. Applicata la norma Bersani per tassare retroattivamente i proventi di reati

di GABRIELE ISMAN

Una maxi evasione fiscale da oltre 42 milioni di euro: 42.504.137,02 per chiama l´esattezza dei numeri. E l´evasore è davvero eccellente: MassimoCiancimino, figlio di don Vito, l´ex sindaco di Palermo. Ad accertarla èstato il comando provinciale della Guardia di finanza, guidato dal generaleCarlo Ricozzi, attraverso il gruppo Entrate. Secondo i finanzieri,Ciancimino jr avrebbe occultato redditi derivanti da proventi illeciti trail 2002 e il 2004, conseguiti per effetto della gestione e del riciclaggioda parte di prestanome, degli ingenti capitali riconducibili al cosiddetto"patrimonio occulto", accumulato dal padre. Nelle indagini certosine delleFiamme gialle sono finite le vendite a una società spagnola di azioni equote del Gruppo Gas e la gestione di un conto estero tenuto presso la AbnAmro Bank di Amsterdam. Il nome di quel conto era Powercase, proprio comel´azienda, vera e proprio cassaforte del tesoro dell´ex sindaco, che donVito e l´avvocato romano Giorgio Ghiron avevano creato con sede alle IsoleVergini. Nel 2005, nel garage dello studio dell´avvocato nel ricco quartieredel Parioli, a Roma, erano stati ritrovati 29 faldoni con tutto l´archiviofinanziario dei Ciancimino: una vera e propria miniera di informazioni pergli investigatori. La Powercase era stata sciolta soltanto nel 2003.La notifica del provvedimento della Guardia di finanza - sarà poi l´Agenziadelle entrate a quantificare quanto Ciancimino debba in termini direstituzione allo Stato - è dell´aprile scorso. Più o meno nello stessoperiodo il figlio dell´ex sindaco del sacco di Palermo - condannato a cinqueanni e otto mesi in primo grado per riciclaggio e tentata estorsione,nell´ambito della gestione del tesoro del padre - ha cominciato a parlarecon i magistrati della Dda di Palermo e Caltanissetta circa il famosopapello, l´elenco delle richieste di Cosa Nostra per lasciare la strategiadelle bombe nel 1992. Se quanto sta raccontando potrà risultare davveroutile è ancora tutto da capire: finora un solo verbale è stato reso pubbliconell´ambito del processo al generale Mario Mori. In quelle pagine Massimo Ciancimino ha smentito quanto detto dall´imputatoche aveva sempre raccontato di aver incontro don Vito (defunto l´11 novembredel 2002) dopo la strage di via D´Amelio. Più recentemente Ciancimino jraveva detto di temere per la propria la propria vita, ma poche settimane fail comitato provinciale per l´Ordine e la sicurezza non gli ha assegnato lascorta.Nel febbraio 2005, quando arrivarono i primi guai giudiziari, MassimoCiancimino disse: «Sono vittima del cognome che porto. Non ho mai riciclatonulla, ho sempre svolto la mia attività alla luce del sole, proprio perquello che è accaduto alla mia famiglia sono stato molto attento a tenermilontano da certi ambienti e ho sempre lavorato onestamente». I giudici diprimo grado non gli hanno creduto.Gli oltre 42 milioni di evasione accertata dalla Guardia di finanza diPalermo vanno ad aggiungersi ai 5 milioni di euro che già il giudice Falconeaveva scoperto e sequestrato a don Vito e agli altri 60, tra conti esocietà, sequestrati dalla Dda di Palermo ai suoi eredi. Quando gli furonosequestrati i soldi, don Vito, spavaldo, disse: «Nell´arco della mia vita hoguadagnato somme più del doppio di quelle che mi sono state sequestrate».Era il 18 maggio 1991, e nello stesso processo don Vito disse candidamente:«Non vi dico dov´è il resto del mio patrimonio altrimenti me losequestrereste». Il provvedimento delle Fiamme gialle palermitane è unadelle prime applicazioni della norma interpretativa firmata dall´alloraministro Bersani nel 2006. Se infatti la legge per la tassazione deiproventi derivanti da reato è del 1993, soltanto 13 anni dopo è arrivatal´interpretazione - tutti i proventi sono tassabili - che ne ha estesol´applicazione, anche con effetto retroattivo. Per Ciancimino jr - che nel2002 aveva dichiarato 43 mila euro e nel 2003 58 mila come propri redditi -il conto potrebbe essere davvero salatissimo.

GIOVEDÌ, 16 OTTOBRE 2008