giovedì 15 maggio 2008

Caso Schifani, Marco Travaglio querela Giuseppe D'Avanzo per diffamazione

Dalla tv, la polemica è rimbalzata sui giornali. L’attacco di Marco Travaglio al presidente del Senato Schifani, lanciato durante una puntata di Che tempo che fa, fa scattare la querelle tra il giornalista e un suo collega, Giuseppe D’Avanzo, vicedirettore de La Repubblica: per farla breve, martedì D’Avanzo accusa Travaglio di essere un’«agenzia del risentimento», di utilizzare «un metodo di lavoro che non informa il lettore, lo manipola, lo confonde» e, in ultima istanza, di «indebolire le istituzioni».In sostanza, secondo La Repubblica Travaglio non può accusare Schifani di frequentazioni mafiose non solo perché i rapporti tra Schifani e Nino Mandalà risalgono ai primi anni Ottanta, ma anche perché Mandalà viene accusato di mafia vent’anni dopo “l’amicizia” con Schifani. Poi è lo stesso D’Avanzo a ricordare tutti gli articoli in cui La Repubblica e non solo, dal 2002 in poi, hanno raccontato le «amicizie pericolose» di Schifani, ma, aggiunge, ha smesso di parlarne perché «un lavoro di ricerca indipendente non ha offerto alcun – ulteriore e decisivo – elemento di verità».Restano i fatti degli anni Ottanta, e la successiva condanna per mafia del socio di Schifani. Ma tutto questo è acqua passata, ora a dover pagare, a dover imparare «la lezione del caso Schifani», è Marco Travaglio. E per fargli capire la «lezione» D’Avanzo usa lo stesso metodo nei confronti del giornalista: tira fuori un’intercettazione telefonica del 2002 tra Travaglio e Pippo Ciuro, maresciallo della Dia poi condannato per favoreggiamento a Michele Aiello, condannato a 14 anni per mafia. Secondo D’Avanzo, Travaglio sarebbe stato ospite per le sue vacanze in Sicilia dello stesso Aiello, tramite la mediazione di Ciuro. Insomma, anche lui avrebbe «amicizie pericolose». Travaglio smentisce, conferma le estati siciliane in cui ha incontrato Ciuro, promette di ritrovare le ricevute di pagamento degli alberghi, giura di non aver mai conosciuto Aiello. E querela D’Avanzo. Ora se la vedranno in Tribunale.Nel frattempo il fuoco nemico contro Travaglio arriva anche da più fronti. Schifani l’ha querelato, l’Autorità garante per le Telecomunicazioni ha aperto un’istruttoria, il direttore generale della Rai Claudio Cappon gli manda a dire che «non può più sbagliare, altrimenti è fuori». Intanto, giusto per consolarsi, i giornalisti di Senza Bavaglio hanno avviato una raccolta firme in sostegno di Travaglio: «Nei paesi democratici – scrivono – il ruolo dei giornalisti è proprio quello di osservare, verificare e poi raccontare. Si chiama diritto di cronaca. Si racconta se il politico tradisce la moglie, se in gioventù si faceva qualche spinello, se è stato in un centro di riabilitazione per etilisti, se ha truccato le carte per non andare in guerra. Per alcuni elettori – proseguono – queste informazioni sono importanti. C'è chi non ama essere rappresentato da un donnaiolo, e chi non vuole essere rappresentato da un pavido». Figuriamoci da chi ha frequentato mafiosi. «Tocca al giudice – spiegano i promotori della raccolta firme – appurare se il giornalista dice il falso. Ora la domanda di attualità è: il giornalista Marco Travaglio ha raccontato un fatto vero che riguarda Renato Schifani o un fatto falso? Schifani, l'opposizione e anche gli organismi di controllo della Rai possono indignarsi quanto vogliono, ma l'unico strumento democratico che ha Schifani è ricorrere al giudice, incaricato in democrazia di valutare se Travaglio ha detto il vero o il falso. Tutte le altre prese di posizione – concludono – mirano solo a limitare la democrazia e la libertà di critica della stampa».
L’Unità, 15.05.08

mercoledì 14 maggio 2008

STANCA DI GUERRA

di Anna Finocchiaro
Non sarei intervenuta se non avessi netta la percezione che in questo dopo elezioni il nostro partito sta vivendo dannose e scomposte inquietudini.
La sconfitta è stata molto seria, e non solo per la percentuale di consensi, quanto perché l’analisi del voto - per molti versi ancora, almeno per me, incompiuta - ci mostra una nuova geografia politica, in termini di aree, di soggetti, e di temi di riferimento che avremmo la necessità di indagare molto profondamente. È un lavoro che va cominciato subito. Non solo nelle assise di partito. E che richiederà tempo.Ma se certo scontiamo la «giovane età» del nostro partito, e di ciò che ne può essere derivato in termini di radicamento, se scontiamo errori circa la proposta organizzativa, c’è altro di sostanziale, di strutturale? Veniamo in prima approssimazione a due questioni. La prima: la natura politica del Partito Democratico. Ci siamo detti molte volte che è quella di una forza nazionale riformista.Una grande forza di cambiamento dell’Italia. Il risultato dell’incontro delle grandi culture riformiste della storia politica italiana. E qui c’è un primo nodo: pensiamo che in sei mesi si sia già conclusa l’opera di costruzione del Pd? Io credo ci sia molto ancora da fare. Non possiamo pensare che la ricerca di quella identità culturale e valoriale che abbiamo cominciato a delineare si esaurisca nell’aver scritto una carta dei valori, uno Statuto e un codice etico. Io credo ci sia da lavorare, ce lo dice anche il voto, su un doppio binario: quello dell’ascolto del Paese e quello del radicamento e della costruzione dell’identità del Pd. Insisto su questa parola. Io credo sia arrivato il momento di lavorare per una più compiuta identità, che sia nuova sintesi e non compromesso tra le nostre diverse anime, che riesca ad intercettare il respiro di quella parte dell’Italia che davvero vuole rimettere in moto il Paese. Per fare questo ci vuole tenacia, fatica, tempo e sedi proprie.Abbiamo cinque anni di tempo e sgombriamo il campo dall’illusione che questo governo nel giro di pochi mesi imploda. Lavoriamo con umiltà e senza pensare, come spesso purtroppo accade, che l’efficacia di una scelta politica si esaurisca nel giro di sei mesi o ad ogni tornata elettorale. Tutti poi abbiamo convenuto sulla necessità di un partito a vocazione maggioritaria. Ne abbiamo derivato - e continuo a ritenere corretta questa scelta per il contesto politico in cui è maturata, e per le ragioni che ci hanno mosso ad adottarla - che alle elezioni saremmo andati da soli.Nessuno di noi ha mai pensato che questo volesse dire splendido isolamento o autosufficienza. Ma tutti abbiamo convenuto sulla necessità di presentarci al Paese con una identità programmatica netta e definita. E se c’è un giudizio unanime e positivo che viene da tutti i commentatori e gli analisti è proprio quello sulla scelta del Pd di essersi presentato da solo alle elezioni con la propria proposta di governo. Qualcuno ha cambiato idea? Discutiamone con chiarezza. Peraltro dalla scelta che abbiamo compiuto in campagna elettorale è derivato un primo risultato, la semplificazione dello schema di gioco elettorale. A fronteggiarsi, sostanzialmente, solo due formazioni politiche il Pdl e il Pd. Ottimo risultato, certo, se guardiamo alla frammentazione del quadro politico di due anni fa. Viatico imprescindibile per l’avvio a soluzione del problema, drammatico per l’Italia, della stabilità dei governi e della qualità e rapidità della decisione politica. Ma abbiamo perso le elezioni. Quell’effetto sul sistema politico per noi così apprezzabile, e così specularmente apprezzato ed imitato anche dal centrodestra, non è stato determinante. Questa affermazione conduce con sé il vero quesito a cui dobbiamo rispondere: siamo certi che un partito riformista abbia, in questa Italia, quella del 2008, una Italia in cui dal 1994 il centrosinistra non è mai riuscito ad essere stabile maggioranza, una forza elettorale superiore al 33-34%? Dico “questa Italia” perché credo sia questo uno dei punti essenziali.Il nostro è un Paese legato dalla paura e da un diffuso senso di vera insicurezza. Non parlo solo dell’insicurezza di fronte a rischi di aggressione fisica o ai propri beni.È un Paese che non si fida - nella sua stragrande maggioranza - del futuro e non riesce a proiettare sul cambiamento uno stato di maggiore possibilità di rischio per il conseguimento di miglioramenti nella propria condizione di vita, di lavoro.Non è un’analisi di comodo. L’abbiamo fatta, e l’hanno fatta autorevoli studiosi e commentatori politici più volte in questi ultimi anni. L’abbiamo sperimentata di fronte alle iniziative liberalizzatrici di Pierluigi Bersani, orientate ad una maggiore democrazia economica. Il tentativo più squisitamente riformista di questi anni della storia italiana, oltre che il più intelligente antidoto al drammatico ritardo dell’Italia nell’offerta di opportunità a imprenditori professionisti, giovani generazioni.Allora il tema è capire se la nostra offerta politica, l’offerta riformista, sia riuscita ad entrare in relazione positiva con un paese spaventato. Pare di no. Non per ora almeno.Quanto più il Pd ha offerto il coraggio della sfida riformista, tanto più per una larga parte dell’opinione pubblica questo ha significato timore e spaesamento. Non per quel 33-34%, certo. Ma il resto non era pronto, non si sentiva solidamente assestato, certo di sé e delle proprie possibilità. Non sul piano della modernità, come noi lo intendiamo. La sfida sull’innovazione spaventa, se non hai sotto di te terreno solido. Se guadagni poco, troppo poco, se hai poco da investire e quel poco ti è carissimo, se tuo figlio sta peggio di come stavi tu alla sua età, se la competizione è un incubo, se il tuo territorio è popolato da presenze che avverti estranee, e per molte intime ragioni, ostili.Ma anche se godi di una rendita derivante da una posizione oligopolistica, se dipendi da un rapporto parassitario con la cosa pubblica, se alla fine “ti aggiusti” in un sistema che non funziona come dovrebbe, ma proprio per questo ti consente di usufruire del piccolo o grande privilegio di un rapporto clientelare con la politica, con i governi, locali o nazionali.In questo senso il messaggio del Pdl è apparso assai più rassicurante del nostro.Niente riformismo, di fatto, se non quello di aumentare i redditi diminuendo il carico fiscale (e chi se ne importa di ogni domanda sulla qualità ma anche sulla quantità della spesa pubblica destinata all’assicurazione dei diritti, dall’istruzione alla sanità), e maggiore sicurezza e scacciare i fantasmi dell’immigrazione e dell’illegalità, insieme ad un sottile messaggio antieuropeista che sia d’argine a quelle innovazioni che da lì possano essere imposte.Rassicurazione. A piene mani. Sanno perfettamente che non è così semplice. Cauti ballon d’essai in questi primi giorni, qualche preoccupazione del premier anche in campagna elettorale, ma giusto per spegnere l’eccesso. Anche la cifra, identica per tutti , con la quale i Presidenti delle Camere e, da ultimo, il Presidente del Consiglio si sono manifestati è quella della rassicurazione.Dialogo, riforme bipartisan, confronto, talvolta pieno elogio dei predecessori. Perfetto. Sembra vero. Ma sarà vero?Risponde di certo all’insicurezza dell’Italia. Ma non vedo né intenzione, né la forza di volerla cambiare davvero l’Italia. L’equità compare nelle indicazioni di politica economica, in rassicuranti propositi di colpire i veri “capitalisti”, ma non una parola sulla democrazia economica, sulla liberalizzazione dei mercati, sull’abbattimento degli oligopoli. Il Mezzogiorno è opere pubbliche, subito il Ponte sullo Stretto, alta velocità. E va bene.Ma il resto, cioè tutto il resto?Per il resto ci si offre, in sostanza, di associarci alla responsabilità.È nel crinale della definizione del rapporto tra noi e la maggioranza così come oggi la maggioranza ce lo offre che dobbiamo definire la cifra della nostra opposizione. È molto difficile, perché lavoriamo su un terreno reso abilmente molto scivoloso. Non discuto, com’è ovvio, della naturale attitudine, in un regime bipolare finalmente adulto, di una intesa tra maggioranza e opposizione sulle questioni istituzionali e sulle questioni strategiche per il futuro del Paese. L’ho predicato, peraltro inutilmente, per due anni da capogruppo di maggioranza. Parlo del compito, assai più difficile, dell’opposizione di tenere viva, e motivata, e ansiosa di provarci, quella parte dell’Italia che rischia di essere anestetizzata o neutralizzata da una politica rassicurante che lasci però tutto com’è.Il nostro lavoro è di lunga lena. Noi dobbiamo prima di tutto consolidare il bacino di consensi del Pd. E cercare di farlo diventare più grande a partire dal lavoro di opposizione che saremo capaci di svolgere. Certo preoccupandoci di dialogare con le altri parti di opposizione, in Parlamento e nel Paese, cercando alleanze anche strategiche. Ma il nostro primo compito è quello di stabilizzare e insieme di allargare l’area del Pd. Nell’inedita responsabilità, peraltro, alla quale siamo chiamati, di offrire il Pd anche come luogo della rappresentanza di valori e interessi e bisogni di riferimento di quell’area della sinistra che è rimasta esclusa dai luoghi della rappresentanza politica. Non parlo di annessioni. Parlo della possibilità di definire, anche in ragione di questo, profili politici e piattaforme di proposte che non guardino, e rispondano, a quei valori, a quegli interessi, a quei bisogni. Per fare tutto questo, per definire tutto questo abbiamo bisogno di tempo e di tutta la nostra forza. Tutta. E abbiamo perciò bisogno di solidarietà e sincerità tra i gruppi dirigenti. E di molta capacità di reciproco self-restrain.Questo mi piacerebbe fare, questo mi appassionerebbe.Io, come la Teresa Batista di Jorge Amado, sono stanca di guerra.
L'Unità, 14.05.08

martedì 13 maggio 2008

Corleone, un solo compattatore per la raccolta rifiuti. Disagi per gli autisti e per la città

L’Ato, come la Sicula Ciclat, scarica sui lavoratori la sua disorganizzazione aziendale. Dal 7 aprile ha ereditato la gestione del servizio di nettezza urbana del comune di Corleone, prendendo in carico il personale, ma non i due autocompattatori (uno è guasto, l’altro dato scelleratamente dal comune di Corleone in comodato alla Sicula Ciclat fino al 2009). Fino a pochi giorni fa, ha utilizzato due suoi autocompattatori, ma adesso uno si è guastato ed il servizio viene gestito con un solo automezzo. Ciò comporta un allungamento dei tempi per il trasporto dei rifiuti nella discarica di Camporeale. Ma piuttosto che assumersi l’onere di pagare lo straordinario agli autisti, la direzione dell’Ato li costringe a fare l’orario spezzato: due o tre ore la mattina e tre o due ore il pomeriggio. Per un turno lavorativo di 4 o 5 ore, quindi, i lavoratori interessati devono restare tutta la giornata a disposizione del datore di lavoro. «Ma non abbiamo i soldi per pagare lo straordinario», pare abbiano detto i dirigenti dell’Ato. E probabilmente è vero. Hanno scialacquato negli anni precedenti, assumendo in maniera spudoratamente clientelare amici, parenti e persino assessori allora in carica, e adesso non hanno più i soldi per una regolare gestione del servizio. Non hanno – dicono – i soldi per stipulare contratti a tempo pieno con i 18 operai transitati dalla Sicula Ciclat all’Ato, che continuano ad essere gli unici operai dell’Ato Belice-Ambiente a lavorare per 24 (11 operai) o 30 (6 operai) ore settimanali.
«Il sindacato ritiene che questa sia un’ingiustizia – dice Valerio Lombardo della Fp-Cgil di Palermo – che penalizza sia i lavoratori che hanno salari da fame sia i cittadini di Corleone che non fruiscono di un servizio adeguato, a partire dalla raccolta differenziata. Per questo abbiamo chiesto un incontro urgente con il sindaco, ma ancora non siamo stati convocati».
Non sono i soldi che mancano al comune di Corleone. Con il recupero dell’elusione Tarsu sono state recuperate migliaia di euro, che stanno consentendo di coprire già da quest’anno il 100% del costo del servizio. E bisogna considerare che da queste somme recuperate è stato tolto il 25%, pagato come compenso alla professionista che ha fatto il lavoro di recupero dell’elusione. Dal prossimo anno, però, questo costo non ci sarà più e il comune potrà utilizzare questo 25% per ridurre le tariffe Tarsu ai nuclei familiari e per trasformare il contratto degli operai ex Sicula Ciclat da part-time a tempo pieno.
d.p.
13 maggio 2008

lunedì 12 maggio 2008

UN PO' DI STORIA. La Festa dellalbero a Prizzi

La " Festa dell'albero" è una delle più antiche cerimonie nate in ambito silvo-forestale, simbolo di come, il rispetto per l'albero, sia fonte di progresso civile, sociale ed ecologico, con risvolti economici, che coinvolgono la vita di un intero popolo.

Ai tempi dell'antica Roma gli alberi erano strutturati e classificati in olimpici,monumentali,divinizzanti,eroici,ferali e infausti,mentre i boschi invece in sacri,divinizzanti e profani.

La più grande festa silvana in epoca romana cadeva il 19 Luglio ed era " LA FESTA LUCARIA" nel corso della quale, oltre ai riti propiziatori si festeggiavano le porzioni di bosco impiantati nei mesi precedenti.

In tempi moderni invece la necessità di educare la popolazione al rispetto ed all'amore degli alberi ebbe uno sviluppo sostanziale quando nel 1872 il Governatore dello stato americano del Nebraska,Sterling Morton,dopo una serie d'inondazioni che avevano colpito il suo stato istituì un giorno dedicato ai nuovi alberi che venivano piantati "THE ARBOR DAY".

L'iniziativa ebbe eco anche in Europa e nel 1898 per iniziativa dello Statista Guido Boccelli,che ricopriva la carica di Ministro della Pubblica Istruzione fu celebrata la prima festa dell'albero in Italia.
Venne istituzionalizzata con la legge forestale del 1923 , infatti l'articolo 104 recita:"E' instituita la festa degli alberi.Essa sarà celebrata ogni anno nelle forme che saranno stabilite in accordo fra i Ministri dell'Economia Nazionale e dell'Istruzione Pubblica.

OGGI

La festa dell'albero da tempo è stata demandata alle regioni,che in maniera autonoma ne decidono la data .

Negli anni passati si è svolta sulle pendici dell'Etna nel paese di Bronte,in uno scenario a dir poco suggestivo,lì dove la terra è nera e come madre amorosa, nutre le radici degli alberi che svettano verso le bocche vulcaniche più in alto; questa è una terra aspra dove le specie vegetali,vengono distrutte, ma rinascono sempre più forti malgrado l'incedere delle lave.

Quest'anno cambia lo scenario,la festa si svolgerà VENERDI' 16 Maggio sui Monti Sicani,nel paese di Prizzi in provincia di Palermo, queste sono terre intrise di storia,dove il connubio fra società silvo- pastorale e ambiente si sposano come due amanti che stretti nel loro abbraccio diventano cosa unica ed indissolubile.

Il territorio è circondato dalle Riserve Naturali Orientate di "MONTE CARCACI",della "VALLE DEL SOSIO E MONTI DI PALAZZO ADRIANO" e di "SANTA MARIA DEL BOSCO E

MONTE GENUARDO",qui l'ecosistema bosco è caratterizzato da foreste di macchia mediterranea tipica del'entroterra siciliano,relitti delle vaste selve che un tempo coprivano quasi la totalità della superficie boschiva della Sicilia.

Questi sono i territori che anticamente furono il regno dei Sicani e degli Elimi .I primi un popolo fiero che, da quanto riportato dagli storici greci e latini, è possibile dedurre che sia comparso in Sicilia nel Neolitico (civiltà di Stentinello) e che fu una popolazione autoctona o iberica. Recenti studi medici hanno anche individuato caratteri simili tra Sicani e Berberi: in comune il particolare del colore chiaro degli occhi e dei capelli. I Sicani si stanziarono poco per volta su tutto il territorio della Sicilia chiamandola Sicania. Erano un popolo mite, dedito all'agricoltura (a loro è attribuita la scoperta del grano e la sua coltivazione, legato al mito di Cerere e della figlia Proserpina), ed alla pastorizia ma non mangiavano carne di animali, coprivano i corpi dei morti di ocra e li bruciavano su pile di legno, mentre i secondi probabilmente derivano dalla mescolanza di genti autoctone con popolazione di tipo egeo e, forse, gruppi liguri. Sembra certa la loro origine non greca e quest o spiegherebbe la perenne rivalità con Selinunte.

Queste montagne in effetti non furono mai conquistate integralmente dai romani,le cui legioni forti in campo aperto non potendo manovrare per la loro complessità negli angusti spazi di una foresta mediterranea, non riuscirono mai ad impadronirsi di questi territori che rimasero sempre zona franca non controllata dall'Impero.

Quando durante la prima e seconda guerra servile gli schiavi fuggirono dalle città sul mare, fu qui che trovarono rifugio, fra questi popoli, integrandosi nel loro tessuto sociale.

La festa dell'albero di quest'anno, diventa il momento propizio per fare il punto sulle attività divulgative che il Nostro Comandante del Corpo Forestale Regionale vuol rilanciare in grande stile.

IL PROGETTO

Ad inizio d’anno scolastico, è stato inserito nel P.O.F degli Istituti Scolastici di Prizzi denominato "IL BOSCO E' VITA".
Questo progetto integrato è stato fortemente voluto dall’Amministrazione Comunale di Prizzi coinvolgendo gli alunni delle classi terze della scuola secondaria di primo grado dell'Istituto Comprensivo di Prizzi e gli alunni delle prime classi dell'Istituto d'Istruzione Secondaria Superiore di Lercara Friddi, sezione di Prizzi . Un impulso notevole è stato dato dalla solerte figura dell'assessore alla Pubblica Istruzione Professoressa Rosa Faragi, nella doppia veste d'insegnante e di amministratore comunale e del Sindaco Dottor Garofalo Antonino.
Il ciclo di lezioni preparatorie che avrebbero segnato il percorso educativo è stato svolto dagli Ispettori Superiori Guarino Salvatore, Francesco Scrima e dal sottoscritto Salvatore Milazzo, abilmente coordinati dal Commissario Superiore Ciro Realmonte. Per far conoscere il territorio ai giovani è stato proiettato il Documentario della Rai andato in onda nella trasmissione "Geo e Geo ", che parlava delle Riserve Naturali Orientate del comprensorio, mentre le attività d'Istituto sono state sapientemente spiegate dall'Isp.Sup:F.le Guarino Salvatore con capacità relazionali fuori dal comune, a detta del corpo docente e dei ragazzi ; come metodologia, ci si è avvalsi di proiezioni in power point appositamente create a tale scopo..

Giorno 16 Maggio è il momento della festa, mentre una sottile malinconia mi pervade l'anima al ricordo dei tanti momenti vissuti a contatto con il quel mondo pieno di freschezza giovanile che ci lascerà comunque un seme nei nostri animi induriti dal tempo che scorre.

Speriamo che nei giovani, questa esperienza, alberghi come chicco, da cui nascerà la pianta del domani, verde e colma di foglie, che fanno, dell'esistenza umana nel rispetto dell'ambiente, una vita degna di essere vissuta, all'ombra delle nostre querce che ci sorridono, sul viale che porta presto al domani.

Salvatore Milazzo
Ispettore Superiore Forestale

Claudio Fava: «Ora proviamo a rifondare la sinistra. Democratica»

di Eduardo Di Blasi

«C’è bisogno di maggiore partecipazione e soprattutto di contaminarsi. Noi non possiamo essere la mozione dei Ds che ha scelto di andare altrove. Fino ad oggi siamo stati questo: una mozione congressuale che con grande senso della coerenza ha tenuto ferma la propria posizione, e di questo va dato atto a Fabio Mussi. Però noi non possiamo essere più i “reduci” della mozione». Nell’indicare l’orizzonte nel quale si muove la Sinistra Democratica, il nuovo coordinatore Claudio Fava usa spesso la parola «apertura», ma parte dall’analisi della sconfitta elettorale, che, se «solo in parte» imputa «alle menzogne degli altri, al voto utile», ritiene da attribuire fondamentalmente alla «mancata verità nella Sinistra Arcobaleno quando diceva: “Siamo un nuovo soggetto politico alla prima prova elettorale”. Eravamo soltanto un cartello elettorale. Nel momento in cui insieme ci presentavamo sul palco di un congresso tenendoci per mano come boy scout, alcuni dei soggetti fondatori di Sa nelle piazze organizzavano il tesseramento per i loro partiti».

Che fare adesso?
«È un errore da non ripetere quello di ritenere che a sinistra si debba stare tutti insieme, a prescindere dalle vocazioni, dalle volontà, dalle categorie interpretative che si mettono in campo. Abbiamo condiviso questo percorso elettorale parlando allo stesso Paese ma con linguaggi diversi. C’era chi riteneva che il malessere, il disagio, la povertà diffusa potesse essere interpretata con il concetto di classe e di lotta di classe, senza rendersi conto che ormai la povertà sociale e la precarietà economica è una categoria profondamente interclassista che affligge il ricercatore universitario, l’operaio, il pensionato, l’operatore del call center. E quindi pieno rispetto per chi ritiene di dover rispondere a questo voto con la Costituente comunista. Noi scegliamo un’altra strada, che è quella di considerare una Costituente di sinistra un modo intanto per ripensare profondamente al modo d’essere, di parlare e di agire di questa sinistra».

Quando parla di Costituente di sinistra guarda a quello che sta succedendo dentro il Prc...
«Certamente. Ma tutto questo vorremmo farlo senza aspettare i congressi degli altri, e quindi senza dover dipendere dalla legittima discussione che si svolge a casa degli altri. Vogliamo rivolgerci a una parte di società che probabilmente nulla ha a che fare con Sd o con Prc, e che in questi anni si è mostrata e ha chiesto un nuovo senso politico. Penso alla provocazione salutare di Nanni Moretti a Piazza Navona, ai tre milioni che si ritrovano a Roma per tutelare l’articolo 18, agli autoconvocati di piazza San Giovanni, fino ai centomila di Bari, della grande manifestazione di Libera per riprenderci la lotta alla mafia come lotta civile di tutto il Paese. Insomma, esiste un Paese che non so se oggi partecipa, è schierato, milita nel nostro movimento, nel Prc, nei Verdi o altrove, ma che vuole essere rappresentato e che ha difficoltà ad accettare l’autosufficienza del Pd».

Come vi muoverete rispetto al Pd?
«Dobbiamo lavorare per un nuovo centrosinistra che nulla abbia a che fare con l’esperienza dell’Unione, che è stata pessima per la sua stagione di governo ma anche per la molteplicità di voci, di storie, anche di interessi che rappresentava . Noi pensiamo che il centrosinistra sia un luogo di politica coerente, ma dentro questo crediamo che ciascuno debba fare la propria parte con autonomia. Allo stesso tempo deve esserci una convinzione di fondo, e cioè che nessuno è autosufficiente. Che non è autosufficiente il Pd e non è autosufficiente nemmeno questa sinistra di nuovo conio. Questa autosufficienza sta nel senso e nella qualità di una collaborazione nel rispetto delle reciproche autonomie».

Per lei la fase è ancora fluida...
«Noi pensiamo di lavorare per un centrosinistra che possa incontrarsi nel merito delle scelte politiche. Tutto questo va fatto non attraverso processi di annessione ma nell’autonomia delle nostre posizioni e in un convincimento comune che soltanto un centrosinistra rinnovato può offrire una stagione di governo a questo Paese».

L'Unità, 12.05.08


La "pancia" della Sicilia

L´analisi

MARIO CENTORRINO

Qualcuno, per caso o su imbeccata, ha scaricato un file da un programma informatico scoprendo quello che può essere definito uno dei tanti archivi del «sistema» Lombardo: un lungo elenco di messaggi con i quali si chiedono favori al nuovo presidente della Regione.

I messaggi con le richieste di favori possono leggersi come un trattato di scienza politica. L´arco di tempo a cui si riferiscono le richieste è anteriore alle recenti elezioni nazionali e locali. E niente indica che quei favori siano stati concessi. Tuttavia dopo la pubblicazione di alcuni messaggi Lombardo ha annunciato querele.

Siamo convinti che ogni politico siciliano abbia un suo personale archivio al quale attingere nei momenti nei quali occorre richiedere consenso, senza che questo implichi necessariamente voto di scambio. Quel che interessa trascende quindi totalmente la persona e l´etica di Lombardo. Importa invece leggere l´archivio, disponibile nella sintesi delle cronache, sotto altri profili.

Primo, la sua impostazione come contributo alla scienza della politica. Poi, nomi e fatti emergenti dai messaggi sono testimonianze autentiche dal vivo delle esigenze quotidiane dell´isola fuori da ideologie, appartenenze, collocazioni di classe. La lettura dei messaggi, insomma, ci informa sulla «pancia» della Sicilia e integra bene analisi socio-economiche delle dinamiche regionali che, peraltro, crediamo, solo pochissimi consultano. Ma il profilo più importante riguarda la pervasività totale della politica attraverso la burocrazia negli interstizi della società. Pervasività che tutti a parole condannano, ma ai cui benefici tutti provano a ricorrere, convinti dell´assenza di seri meccanismi di regolazione nelle reti relazionali, assolutamente privi di fiducia nei confronti del soggetto che questi meccanismi dovrebbe elaborare, garantire, controllare. Lo Stato, cioè.

Vale la pena approfondire i tre profili. Andiamo per ordine ripercorrendo il metodo di catalogazione dei messaggi. Classificati come «richieste» e accompagnate dalle «segnalazioni». Possiamo subito ipotizzare che la richiesta con segnalazione autorevole trovi una corsia preferenziale nell´interessamento. La pratica, nella quale si trasforma il messaggio secondo il burocratese della politica, è in effetti complessa. Deve essere integrata con altre tre variabili importanti: il «riferimento», intendendo i soggetti della tecnocrazia cui deve essere girata; la «data» utile a far fede sull´efficienza del «trattamento»; e infine la «risposta», cioè l´esito positivo o negativo della pratica. A riflettere bene in questa metodologia definitoria ci sono dentro pezzi della nostra vita: un bisogno, la ricerca del soggetto disponibile, magari illudendoci, a prendersene carico. Con la speranza e l´aspettativa che ne consegue. L´individuazione all´interno degli apparati di segreterie politiche del riferimento giusto per esaudire il bisogno in tempi ragionevoli. E poi l´esito definitivo del disbrigo della pratica: la speranza che si tramuta in riconoscenza, in delusione, in stimolo per ritentare. Vorremmo davvero, senza enfasi, che i messaggi informatici dei quali parliamo avessero tutti avuto, qualora espressione di bisogni essenziali, interlocuzioni soddisfacenti.

Il secondo profilo attiene alla trasversalità dei bisogni: nei messaggi ci sono disoccupati, professionisti, imprenditori, mamme preoccupate per la carenza di asili nido, studenti angosciati per un esame forse eccessivamente severo. Pervasività della politica, infine, dicevamo, che dileggiamo nelle piazze ma che poi finiamo col riconoscere quale welfare materiale che ci può assicurare benessere. E anche qui, detto senza ironia, verrebbe quasi da essere grati a un sistema di assistenza che permette di trovar posto in una scuola materna le cui carenze, nei centri urbani, paradossalmente, dipendono proprio dalle scelte politiche.

L´archivio quindi come simbolico architrave del sistema Lombardo che fornisce, per ultimo, una lezione importante. Oggi, in Sicilia, conquista consenso chi organizza un ascolto di bisogni, non seleziona bisogni da ascoltare ma sceglie un ascolto di tipo universale. Chi riesce a tradurre l´«ascolto» in intervento pragmatico grazie all´ampiezza dei rapporti che ha saputo costruire in tutti i settori e che intrattiene con i «riferimenti» che contano. Raggiungendo una percentuale di esiti positivi maggiore di altri.

A questo punto, per le forze politiche che non condividono il governo di Lombardo e intendono recuperare spessore sul piano elettorale, si aprono due strade. Mettere in piedi un sistema analogo a quello di Lombardo ma più produttivo, con un´offerta più convincente. Entrare in concorrenza, insomma, abbassando i costi di transazione per i clienti e fornendo loro un prodotto di maggiore qualità (o quantità). Oppure, battersi per eliminare la pervasività della politica, per restituire regole alla collettività, così da persuadere una madre che il posto della scuola materna per suo figlio è un diritto da pretendere, non un favore da chiedere. Terze vie purtroppo, al momento non sembrano esisterne.

LA REPUBBLICA, SABATO, 03 MAGGIO 2008

AVEVAMO PERSO...

C´E´ POCO da commentare anche roma in mano al centro destra a silvio berlusconi ad alleanza nazionale...ma avevamo perso e perso da tempo ...troppo tempo

QUANDO per la palestina non si vede una manifestazione ne un leader cosi´ detto... che scende in piazza a contestare un siluro israeliano che uccide una mamma e tre figli mentre facevano colazione...e si organizzano fiere di libri tutte in vantaggio del massacro...e colazione palestinese continua a significa niente... quando in afghanistan dove si smercia la droga mondiale ci si lascia nuovamente un nostro plotone per un finta sicurezza...

ABBIAMO PERSO !

Abbiamo perso perche´ in tutte le periferie romane vedi soltanto GAZEBO di destra ...e se e´ vero come dice bertinotti che si puo´ stare da comunista nello stesso tavolo e accanto alla moglie di almirante e´ vero anche che si deve stare in quei quartieri...

PERSO perche´ si imita la comunicazione spicciola...perche´ non si ha il coraggio di dire che chi e´ di sinistra non puo´ risolvere il problema dell´immigrazione con la galera ma semmai con una ridistribuzione mondiale dell´economia...se i popoli stanno bene nel proprio paese difficilmente prendono le valige per andarsene...ma nessuna voce abbiamo sentito da tanti anni levarsi contro chi sfrutta i paesi altrui.

PERSO perche´ un partito non puo´ nascere da una richiesta di un grande imprenditore e il politico non deve accettare ma mediare nei limiti del possibile altrimenti si dimetta.

ABBIAMO PERSO - perche´ se proprio non vogliamo immigrati riprendiamoci i nostri che hanno esportato mafia in america - riprendiamoci i nostri che hanno esportato fame e guerre in africa... la fame...quella che avevamo in una italia che mai e´ riuscita a risolvere le proprie nefandezze culturali.

ABBIAMO PERSO ... perche´ la comunicazione quella del DRIVE IN ora e´ il punto di riferimento chiaro dentro la testa di tutti - perche´ si corre al consumo - perche´ tutti vogliono tutto per dimenticarlo un attimo dopo averlo avuto...

ABBIAMO PERSO DA TEMPO - perche´ la sinistra non si e´ mai schierata in favore dei deboli - perche´ ha fatto casta - perche´ si e´ ritagliata la sua parte di borghesia pensando che bastasse quella per poter riuscire a navigare nella barchetta del potere sballottato come le borse mondiali.

ABBIAMO perso perche´ non vedo manifestazioni per la pace - perche´ abbiamo lasciato morire gli operai a vantaggio degli industriali come costituzione europea vuole e quindi banche e quindi economia chiedono.

Perche´ si e´ stati incapaci di capire cosa privatizzare e cosa no...perche´ avete creduto che svendere avrebbe creato corsa al ribasso e invece dopo aver comprato hanno fatto cartello e i prezzi sono saliti. Non e´ vero che se cedi due licenze coloro che l´acquistono poi faranno gara a chi vende meno cari i suoi prodotti... piu´ facile che si facciano una telefonata per vendere allo stesso esagerato prezzo.

ABBIAMO PERSO perche´ non avete mai voluto una economia trasparente perche´ siamo stati piu´ macchinosi della russia burocratica - perche´ non si e´ detto e fatto nulla sull´energia alternativa lasciandoci pensare che il problema sia napoli e non coloro che l´hanno inquinata.

ABBIAMO perso perche´ i giornali parlano solo di assassini...quando ce ne sono tanti che ti uccidono giorno per giorno ma non vengono citati ...perche´ non si dice che la criminalita´ e´ diminuita ma si parla di indulto di novi ligure delle perugine questioni drammatiche... e tutti pensano che il mondo sia cosi´ che dietro ogni angolo ci sia l´omino nudo coperto da trench che cerca di violentarti...

ABBIAMO PERSO perche´ la sinistra e´ incapace di fare una sana comunicazione ed e´ scesa sullo stesso piano della destra per prendere voti che ha da tempo dimenticato perdendosi anche quelli che aveva... e´ questo non altro il risultato delle varie trasformazioni attuate.

Perche´ si dice che contro la violenza alle donne ci serve un braccialetto e magari per lo stesso si sono fatti accordi con industrie... un braccialetto...ma nessuna parola contro un sistema sottoculturale...per una educazione sessuale...contro la violenza che toglie i diritti alle donne...si rimane li...incastrati e violentemente incapaci di raccontare la fonte... che non e´ il rumeno ...e´ la non cultura e´ la fame e´ la disperazione e qualche volta anche la testa.

Dov´era la sinistra quando tutto questa reale strage imperava nel nostro paese ? quando FREGA TE PER PRIMO ... diventava una parola d´ordine ... dov´e´ la sinistra quando i portatori di handicap continuano a restare in casa e le prostitute malmenate e sfruttate.... i prezzi al mercato che aumentano ...il razzismo dilagante...cosa vuoi parlare poi della violenza.

Certo dira´ ... eravamo a sistemare i conti disastrosi a ritoccare l´economia...come ? svendendo case ? facendo un cartolarizzazione maledetta ? facendo un piano regolatore per roma che prevede un millesimo di edilizia popolare e in cambio lascia costruire supermercati ristoranti e industrie ai super potenti ?

AVEVAMO PERSO perche´ la sinistra quel poco che rimaneva doveva essere sinistra e invece ha bollato gli operai estremisti e si e´ messa a cincischiare sul welfare lasciando la legge trenta non ridistribuendo salari... tutta per le banche e la privatizzazione...tanto vale si sara´ detto colui che si alza alle sei del mattino per accendere il fumo in fabbrica...votare a destra cosi´ forse capiranno ... capiranno che correre al centro non serve a nessuno che ha fatto piu´ disastri il buon valter che mille anni di repressione... che servono idee vere e una identita´ vera. Che quando la destra applaude una tua idea vuol dire che quella idea e´ sbagliata...tanto e´ vero che berlusconi si e´ alleato e i diessini si sono sfasciati.

AVEVAMO PERSO ... da quando avete lasciato le bandiere rosse in casa e il primo maggio - per voi e´ uguale ad altre feste...da quando sfruttare e´ un diritto di tutti... da quando l´ideologia e´ diventata una cosa penosa e non si puo´ cambiare squadra di calcio... ma partito si...ne siete stati l´esempio dalle lacrime di occhetto a quelle di fassino.

DA QUANDO non abbiamo espresso la nostra cultura e dato alla stessa ampio respiro con la quale si potevano creare migliaia di posti di lavoro a svantaggio di appalti e rientri di spese inutili per far esistere il precariato.

AVEVAMO PERSO...da quando non si riesce piu´ a contattare...noi voi voi noi... tutti nei salotti a mangiare pasticcini tutti sotto le coperte a prendere stipendioni... avevamo perso perche´ non rappresentate che il nulla e le persone non lo sono ... siamo altra cosa...siamo ciccia idee ... abbiamo bollette arretrate da pagare...siamo sfruttati e sembriamo esistere solo per questo...e fare anche un pranzo per invitarvi a mangiare sotto elezioni... ci sembra veramente troppo cosi´...semmai doveva essere il contrario...tutti a mangiare una pizza paga d´alema... come e´ troppo sentir parlare tremonti dei no global con la truffa di allearsi agli usa per una guerra mondiale senza sentirvi dire una frase in merito.

AVEVAMO PERSO non ve ne siete resi conto ? ditemi te lui voi...a cosa serve ora contare i voti capire chi e´ andato e dove...era ovvio

AVEVAMO PERSO ANCHE SE VINCEVAMO.

Luana de rossi.


niente altro da aggiungere - ma se vuoi dire la tua scrivimi a - giornale@namir.it - pubblichero' tutte le risposte in namir... come sempre.

IL NUOVO CHE NON AVANZA. Il Pd, ai siciliani è sembrato un meteorite

di SAVERIO LODATO
I numeri parlano. Ed è inutile girarci attorno. Trentacinque punti di distacco fra Raffaele Lombardo e Anna Finocchiaro sono troppi, quasi un’enormità, per collocare il "voto siciliano" nella media del quadro, sia pure negativo, dei risultati nazionali. Questa è una regione che non elegge da nessuna parte Rita Borsellino. E il dato appare più vistosamente allarmante se raffrontato a quello delle regionali di due anni fa, quando il divario fra candidati di Unione e Casa delle Libertà si fermò attorno agli undici punti. Cosa è successo nel frattempo? Cosa spiega una gelata che ha lasciato attonito il gruppo dirigente del neo partito democratico?

Cominciamo col dire che l’ingloriosa fine di Totò Cuffaro (prontamente risorto con l’elezione al Senato nelle liste UDC), non è mai stata vista dai siciliani come una tragedia. Tutto il contrario. E’ scattato, a livello di massa, un meccanismo di solidarietà con la "vittima".
Vittima di persecutori sistemi giudiziari. Vittima di una "ingenerosa" campagna dei media sulla vicenda dei cannoli. Vittima, in una parola, di un’antimafia che qui, tranne rarissime eccezioni e lodevoli parentesi, viene vista come fattore di paralisi dello sviluppo se non addirittura identificata con il personalismo di singoli magistrati.
Risultato: il centro destra non ha pagato un prezzo per la vicenda Cuffaro, non lo ha pagato per avere spinto anticipatamente i siciliani alle urne. Poi si è fatto sentire - e molto - il giudizio negativo sul governo Prodi non considerato "amico" della Sicilia. Bastava andare in giro per le strade delle grandi città per rendersi conto che anche categorie e ceti popolari, stretti da nuove forme di povertà, si sentivano traditi - a torto o ragione - nelle loro aspettative.
In generale, si può dire che il centro sinistra, questa volta sotto il nuovo simbolo Pd, quindi appena nato, con radici non solidamente piantate, non conosciuto a livello di massa per il suo logo, è stato percepito come il consueto meteorite romano. Vediamo alcuni passaggi della politica italiana e siciliana.
Il centro sinistra governò in Italia dal 1996 al 2001. Alle politiche 2001, la Sicilia rispose con quel famigerato 61 a 0 ( a tutto vantaggio del centro destra) che stupì l’Italia intera, ma non solo. Anche in quel caso, il divario fra i due schieramenti fu di 30 punti. Appena qualche giorno dopo, per le regionali, Cuffaro fu eletto per la prima volta presidente della regione battendo Leoluca Orlando con il 58 per cento dei voti (stretto parente di quel 60 per cento che oggi santifica Lombardo). Andò al governo il centro destra, e ci restò sino al 2006. A questo punto, in occasione delle nuove politiche, la Sicilia si divise quasi equamente fra i due schieramenti. Un solo dato: alla Camera il centro sinistra elesse 26 deputati, contro i 28 del centro destra; al Senato raggiunse 11 eletti, 15 quelli del centro destra che però, allora, inglobava l’Udc di Casini.
Come si vede, allora, i siciliani non sono prevenuti, in linea di principio, rispetto a una prospettiva di rinnovamento. Ma vogliono essere convinti. Certo. Qui è tutto più difficile che altrove. Il sistema di potere, anche quando non gode di ottima salute, dimostra una straordinaria capacità di tenuta. E la Sicilia, infatti, nel 2006, pur suddividendosi quasi equamente fra i due schieramenti, fu la regione che diede maggiori soddisfazioni al cavaliere Berlusconi. Riprendiamo il ragionamento.
Dal 2006 al 2008, torna il centro sinistra. E siamo ad oggi. Alla prima occasione elettorale utile (politiche più regionali), la Sicilia torna un’altra volta armi e bagagli dall’altra parte. Se volessimo dunque adoperare una formuletta, diremmo che i 35 punti che separano Lombardo da Anna Finocchiaro, altro non sono che la fotocopia del 61 a 0: il 30% appunto.
Secondo Beppe Lumia, eletto senatore, le liste presentate dal Pd in Sicilia hanno avuto un "doppio difetto": "Erano poche, e non riuscivano a coprire l’intero territorio. Per le politiche, sono rimaste scoperte intere province: dal ragusano al siracusano, dal nisseno a parte del trapanese. A livello regionale, la lista Finocchiaro non era presente a Enna, Caltanissetta, Siracusa. Non solo. Le liste, in generale, esprimevano poco rinnovamento, essendo un mix fra la riproposizione di parlamentari uscenti e, nel caso delle politiche, candidati paracadutati dall’alto."
Quanto ai candidati paracadutati dall’alto, si tratta di nomi pubblicati dai giornali: dal ministro Giuseppe Fioroni, capolista in Sicilia occidentale (ha optato per il Lazio), a Pierdomenico Martino, portavoce di Franceschini; da Enzo Carra alla radicale Rita Bernardini; da Ricardo Levi, sottosegretario di Prodi a Marco Causi, ex assessore di Roma ad Anna Maria Serafini.
A conti fatti, su 7 deputati eletti alla Camera, in Sicilia occidentale, i siciliani sono 4; 5 su 8, in Sicilia orientale; al Senato, sei su sette.
Ora se teniamo conto che il centro destra, alle politiche e alle regionali, ha schierato in tutto un paio di "stranieri", si capisce cosa intendano i siciliani quando considerano il centro sinistra né più né meno che un meteorite che in campagna elettorale piomba da Roma sulle loro teste.
Secondo Antonello Cracolici, riconfermato alla regione: «Perdiamo in Sicilia sull’onda di un giudizio pesantemente negativo nei confronti del governo Prodi. Ma per le regionali non siamo riusciti a presentare un’idea credibile di nuova Sicilia. E in questo gli elettori hanno considerato più affidabili gli esponenti del Centro Destra».
Infine, Tonino Russo, eletto alla Camera e vicesegretario ds: «Il Pd è ancora un cantiere aperto, assai più fragile che in altre zone del paese. Qui siamo spesso troppo salottieri e incapaci di capire i problemi della vita quotidiana della gente. Le liste nazionali del Pd avevano troppi pochi candidati impegnati in campagna elettorale e nei quali gli elettori potessero riconoscersi. A livello regionale, le liste hanno sofferto del potere di interdizione dei deputati uscenti per garantirsi nuovamente la rielezione».
Insomma: il meteorite ha tante facce.

da l'Unità

Corleone, bilancio 2008. Tutti, quasi, sul carro del vincitore Nino Iannazzo

È stato approvato giovedì sera il primo bilancio di previsione della giunta Iannazzo, il bilancio per l'esercizio 2008. Ed è stato approvato con una massa di voti favorevoli inimmaginabile fino a qualche mese fa. Infatti, tutti i consiglieri comunali presenti in aula hanno votato a favore, tranne due, i consiglieri del Pd Salvatore Schillaci e Dino Paternostro. Ha votato con molta convinzione a favore (stando alla dichiarazione fatta in aula) anche il consigliere Lillo Marino, sostenitore del deputato del Pd Gaspare Vitrano nelle ultime elezioni regionali, che era stato eletto nel 2007 nella lista civica di centrosinistra guidata dal dott. Vincenzo Zabbia, apparentata al ballottaggio con l'on. Nicolò Nicolosi. Ma le liste di Nicolosi non esistono più. Non esistono più i suoi "seguaci" (tranne il fedelissimo Leo Colletto), si sono squagliati tutti come neve al sole. Dopo che il Tar Sicilia ha respinto il ricorso elettorale che quest'ultimo aveva presentato contro il sindaco eletto (per soli tre voti di scarto) Nino Iannazzo, è stata tutta una corsa per salire sul carro del vincitore. Una corsa a rompicollo, dove ognuno ha cercato e cerca di arrivare per primo, nella speranza di piazzarsi meglio nell'organigramma del potere municipale. A leccarsi i baffi è, ovviamente, il giovane sindaco, che ha una pacca sulle spalle per tutti i suoi interlocutori, ma accordi veri con nessuno. Tanto lo sa che ormai fanno tutti a gara per sostenerlo.

Ma com'è questo bilancio 2008 del comune di Corleone? Per ammissione degli stessi amministratori, con in testa l'assessore al ramo Francesco Vizzini, si tra di «un bilancio povero». Non solo di risorse finanziarie – hanno sottolineato i consiglieri del Pd – ma anche di idee e progetti. Non si accenna alla necessità di mettere in funzione il caseificio e il mercato ortofrutticolo, non c'è uno straccio di idea per rendere appetibili i lotti dell'area artigianale, non si parla di raccolta differenziata, non si vara nessun programma in grado di dare lavoro ai tanti giovani disoccupati (un solo cantiericchio di lavoro risulta assolutamente insufficiente).

Per quanto riguarda la politica delle entrate, nonostante il consistente recupero di tanta elusione della tassa sui rifiuti (pagato, però, con un incredibile aggio del 25% alla professionista incaricata del servizio), l'amministrazione comunale non ne vuole sentire di allentare la pressione fiscale sui cittadini. Si è ridotta la Tarsu nei confronti dei nuclei familiari fino a 4 componenti, ma la tariffa più bassa, quella di 1,20 euro al mq. per le famiglie composte da un solo componente, è ancora il doppio rispetto allo 0,68 al mq. che si pagava fino al 2002. Alle attività produttive, poi, l'amministrazione comunale prova a tirare il collo: un negozio o una piccola industria di 1.000 mq. dovrà pagare una bolletta annua di circa 3.000 euro, mentre la tassa sull'occupazione del suolo pubblico è stata semplicemente raddoppiata. Per non parlare dell'Ici. È stato mantenuto l'aumento dal 6 al 7 per mille per le seconde case, ed è stata mantenuta la detrazione di 180 euro per la prima casa (fino al 2002 era di 280 euro). «L'amministrazione Iannazzo è l'amministrazione delle tasse, senza un progetto di sviluppo», hanno denunciato i consiglieri del Pd, annunciando il voto contrario. A difendere il bilancio del sindaco Iannazzo è dovuto intervenire il solo sindaco Iannazzo, perché nessun consigliere del suo schieramento si è raffreddato la gola per difenderlo e motivare il voto favorevole. Hanno votato "si" e basta, senza perder tempo in chiacchiere inutili. Ma andavano così le cose della politica a Corleone, nel terzo millennio dell'era cristiana, imperando il centrodestra…

12 maggio 2008

Claudio Fava. Ricominciamo, per la sinistra

Un editoriale che è programma di lavoro, è quello di Claudio Fava, coordinatore nazione di Sinistra Democratica

Permettetemi di ringraziare in modo non rituale Fabio Mussi, non solo per l’impegno che ha investito in questi mesi difficili nel nostro movimento e nel nostro progetto. Penso che se siamo qui, tutti qui, dopo gli anni trascorsi nei DS, cercando di mantenere ferma in modo convinto e trasparente la nostra posizione politica, se abbiamo superato tre congressi dei Democratici di Sinistra continuando a ritrovarci nel progetto fondativo di un nuovo soggetto di sinistra lo dobbiamo anzitutto a Mussi, al modo in cui ha offerto guida e riferimento, sempre in punta di coerenza, per questo progetto. E dice bene Mussi nel ricordarci che la sinistra ha ancora una funzione importante da svolgere in questo paese. Io aggiungo: a patto di essere spietati con noi stessi, di indagare senza pudore i nostri limiti, di rivedere le categorie interpretative, i linguaggi e le forme organizzative di questa sinistra. Cercando di mettere a frutto quel “3” politico che il nostro progetto ha ricevuto il 14 aprile dagli elettori.
In quella bocciatura c’è anzitutto un nostro debito di verità. Verità su un progetto che abbiamo tentato di far passare come la prima prova di un nuovo soggetto politico di sinistra, pur sapendo che Sinistra Arcobaleno, nelle pratiche di alcuni soci fondatori, nel gioco delle reciproche diffidenze, nella vetustà dei linguaggi, non era un soggetto politico, e non era affatto nuovo: era solo un cartello elettorale. Abbiamo mentito, sapendo che ogni nostra rassicurazione sulla cifra comune e condivisa di questo percorso era una gentile ma sfacciata menzogna. Negli stessi giorni della campagna elettorale, mentre dal palco dei comizi ci ritrovavamo tutti insieme per recitare una liturgia rassicurante, alcuni partiti della Sinistra Arcobaleno aprivano il loro tesseramento.
Siamo apparsi poco credibili, invecchiati precocemente, costretti a linguaggi, asserzioni, certezze che apparivano abissalmente distanti dal paese reale. Abbiamo continuato ad interpretare il malessere sociale, la povertà diffusa di milioni di italiani con la categoria semplificatoria di “classe” senza comprendere che questa povertà è trasversale, affligge ceti medi e piccola borghesia, operai e salariati. In quella povertà non c’è una classe ma l’insicurezza sociale e la precarietà esistenziale che ha profondamente modificato il senso comune del paese. Solo che in questi quindici anni, mentre il paese precipitava lungo la china delle nuove paure e dei nuovi nemici, noi siamo rimasti a guardare, lasciando alle forze più conservatrici il compito di interpretare e assecondare questo nuovo, devastante senso comune.
Eppure più volte abbiamo avuto la possibilità di intercettare la domanda di cambiamento che la società rivolgeva alla sinistra. Dalla provocazione di Moretti a Piazza Navona ai tre milioni a Roma per la manifestazione a sostegno dell’articolo 18, agli autoconvocati di piazza san Giovanni fino ai centomila di Bari per la grande manifestazione antimafia di due mesi fa: abbiamo lasciato che questa richiesta d’un nuovo senso politico, di nuove forme di partecipazioni e di rappresentanza scorresse sotto il nostro sguardo come se si trattasse d’un film, una finzione, un paese che non c’era. Quel paese c’era, e il 14 aprile ci hanno presentato il conto. Abbiamo pagato la diffidenza con cui la sinistra ha interpretato questa fase costituente, abbiamo pagato il nostro linguaggio da piccoli maestri che credevano di parlare ad un paese che non esiste più.
Da dove ripartiamo? Da noi stessi, anzitutto. Dal progetto costituente che ci tiene insieme, da questa idea forte e necessaria di una nuova costituente di sinistra. Partendo però da alcuni chiarimenti di merito e di metodo. Intanto, un cantiere per una nuova sinistra si fa con chi ci sta. Non con tutti. Il tema dell’unità di tutte le forze di sinistra è un falso problema, una mitologia, una sovrastruttura. C’è chi ritiene oggi (e forse ha sempre pensato) di dare vita ad una costituente comunista: è un progetto che io rispetto, ma che nulla ha a che fare con il nostro percorso e il nostro punto di arrivo. Sono incompatibili, e non per il repertorio dei simboli e delle identità che pure è cosa che comprendo e rispetto. Ma perché in quel dirsi ad alta voce anzitutto comunisti sento il limite di una sinistra che non accetta di guardarsi dentro, che non vuole rinunziare alle proprie ridotte, alle proprie categorie, alla deriva identitaria, e poco importa se oltre quell’identità c’è un altro mondo, un altro paese, un’altra dinamica di conflitti sociali ed economici.
Ecco, è quella loro certezza a separarci. E a farci dire che una costituente di sinistra ha senso se si ripensa con onesta concretezza all’identità stessa della sinistra, alla sua capacità di porsi come motore di rappresentanza e di trasformazione non più di un paese virtuale ma di questo disperato e reale paese in cui viviamo. E qui si arriva a un secondo elemento di chiarezza necessaria: Sinistra Democratica vuole lavorare, con il contributo della sua autonomia, alla costruzione di un nuovo centrosinistra per il governo del paese. Questo vuol dire superare il concetto di una sinistra e di un Partito democratico, ciascuno per sé autosufficiente: in quella autosufficienza, già bocciata dal voto degli elettori, non c’è una scelta politica: c’è solo una fuga. Un nuovo centrosinistra, dunque, che nulla della vecchia esperienza dell’Unione abbia in sé. Superando, da parte nostra, la ridicola contrapposizione tra sinistra di governo e di opposizione. Come scriveva bene Occhetto qualche giorno fa sull’Unità, non esiste una sinistra che sia sempre di governo o sempre di opposizione: la sinistra sta dove gli elettori le hanno offerto di stare, conservando sempre la cifra della propria coerenza e dei propri obiettivi.
Dove si collocherà questa nuova sinistra rispetto alle grandi culture politichesi riferimento? La famiglia di Sinistra Democratica resta quella del Socialismo europeo: ma dev’essere intesa come una risorsa, non come un limite o un rifugio identitario. Tanto più che la domanda inevasa in questa campagna elettorale non è a quale famiglia politica avrebbe aderito la Sinistra arcobaleno, se al Pse o alla Sinistra europea. C’era un’altra domanda, ben più urgente: in cosa quel progetto mostrava una vocazione realmente unitaria? In cosa era davvero “nuovo” il nostro progetto? In quali pratiche organizzative, in quali forme di partecipazione, in quali linguaggi eravamo altro da una coalizione di partiti? La risposta è stata spesso solo un balbettio.
E’ tempo di dire. E di rivedere anche il nostro rapporto con il PD. E’ stata una scelta consapevole quella di non aderire a quel progetto, e di quella scelta restiamo tutti assolutamente convinti. E se un dialogo deve costruirsi con il Partito democratico, va fatto su posizioni di reciproco rispetto e autonomia. Il problema non è solo la dinamica delle alleanza, ma la politica che essa sottende. Davvero il Pd ritiene con il 33 per cento di poter rappresentare metà di questo paese e di poter puntare al governo dell’Italia? Se così non è, siamo pronti a un confronto. Ma, ripeto, pari dignità reciproca autonomia e coerenza nel dialogo: se quel dialogo non serve a Roma, non esisterà nemmeno nelle periferie. La sinistra, e certamente Sinistra Democratica, non può essere una shopping list dalla quale prelevare voti e alleanze solo quando le coalizioni servono ai governi locali.
Tutto ciò, un nuovo cantiere a sinistra e un diverso rapporto con il PD, pretende da Sinistra Democratica la capacità di definire se stessa, il proprio contributo, il proprio orizzonte politico di riferimento. Senza aspettare i congressi degli altri partiti ma sviluppando una propria fase costituente che restituisca al movimento anche quelle dosi di democrazia e partecipazione interna che fino ad oggi sono state carenti. E’ l’unico modo per uscire dalla dimensione della “mozione congressuale”: le compagne e i compagni del comitato promotore, al 90%, provengono dall’esperienza dei DS. I nostri quadri dirigenti, i nostri (pochi) eletti, i mostri militanti: siamo quasi tutti la prosecuzione inerziale della mozione congressuale di due anni fa. Questo non è un limite: è la certezza della nostra superfluità. Sinistra Democratica deve scegliere di essere altro, di aprirsi, allargarsi, contaminarsi con percorsi e storie diverse, di rinnovare profondamente i propri gruppi dirigenti, di proporli come la rappresentazione di una nuova, possibile sinistra che sappia parlare non solo ai reduci di una battaglia congressuale ma a una parte vasta e attenta del paese.
A questo servirà l’assemblea nazionale convocata per i primi di luglio: certo, a rinnovare i gruppi dirigenti, a offrire a questo processo un imprinting democratico, ma soprattutto a fare di Sinistra Democratica altro e di più, trasformando ciascuna delle 500 assemblee locali che convocheremo nei prossimi giorni in altrettanti momenti di iniziativa e di proposta politica.
Ritrovarci per questa discussione a trent’anni dalla morte di Peppino Impastato forse non ha solo il sapore d’una coincidenza. E’ la dimostrazione che trent’anni fa come oggi, esiste un altro paese fatto di donne e di uomini liberi, che vogliono vivere per cambiare le cose, non per subirle. Né per rassegnarsi alle malinconie del senso comune.

Caso Schifani, la destra attacca Travaglio e marcia sulla Rai

Fabio Fazio si scusa in diretta tv

La destra cerca il linciaggio di Marco Travaglio, reo di aver osato ricordare che Renato Schifani, attuale presidente del Senato, ebbe contatti con esponenti mafiosi. Per tutto il giorno esponenti di destra si sono alternati a attaccare il giornalista, ospite alla trasmissione "Che tempo che fa" di Fabio Fazio su Raitre. «Ho solo citato un fatto scritto già nel mio libro e in quello di Lirio Abbate, giornalista dell'Ansa minacciato dalla mafia - ha detto Travaglio - e cioè che Schifani aveva avuto rapporti con persone poi condannate per mafia. È agli atti societari della Sicula Brokers fondata da lui, Enrico La Loggia, Mino Mandalà, condannato come boss mafioso, e Benny D'Agostino, condannato per concorso esterno. O si chiede conto a Schifani di questo o non si celebra Abbate come giornalista antimafia». «E poi, - ha continuato - a Fazio ho spiegato che se dopo De Nicola, Pertini e Fanfani, ci ritroviamo con Schifani sono terrorizzato dal dopo: le uniche forme residue di vita sono il lombrico e la muffa. Anzi, la muffa no perché è molto utile».

Anche il direttore generale della Rai, Claudio Cappon, si è dissociato definendolo un episodio deprecabile e un comportamento a suo avviso ingiustificabile, tanto da aver preso contatti con le strutture aziendali per le iniziative del caso. Cappon si riconosce nelle parole del direttore di Raitre Paolo Ruffini, secondo il quale l'esercizio della libertà d´opinione non può mai sconfinare nell´offesa personale, tanto più grave se ciò avviene senza contraddittorio. Nella puntata di questa sera Fabio Fazio in avvio di trasmissione leggerà una nota ufficiale della direzione generale di viale Mazzini. «Non posso che scusarmi» ha commentato il conduttore.

Solidarietà a Travaglio da Articolo 21. «Non ho sentito la voce degli esponenti della destra né quella di alcuni dirigenti Rai (e non tutti di destra) all'epoca dell'editto bulgaro - dichiara Giuseppe Giulietti, parlamentare dell'Idv e portavoce dell'associazione Articolo21 -e neppure alcune settimane fa quando a reti semi-unificate è stato consentito l'elogio di Mangano (lo stalliere di Berlusconi condannato per mafia, ndr), senza contraddittorio alcuno o quando vi è stata un'esaltazione dei fucili padani, subito derubricata a goliardata da compiacenti "reggimicrofono". In quel caso, ci fu un signorile silenzio tombale».

«Esprimo solidarietà a Marco Travaglio perché ha fatto semplicemente il suo dovere raccontando quel che sono i fatti - scrive Antonio Di Pietro nel suo blog -. Episodi che non possono essere cambiati o taciuti solo perché, da un giorno all'altro, una persona diventa presidente del Senato oppure, e solo per questo, cancellare con un colpo di spugna la sua storia e il suo passato». Per Di Pietro, «un giornalista che racconta, citando episodi specifici, non ha bisogno di alcun contraddittorio. Questo, semmai, deve essere fatto dai politici quando si confrontano tra di loro. Il cronista racconta come sono andati i fatti e paradossalmente vorrebbe dire che ogni qualvolta egli scrive o riporta la cronaca di una rapina, si dovrebbe ascoltare anche la versione del rapinatore».
L'Unità, 11.05.08

sabato 10 maggio 2008

Video dedicati a Peppino Impastato

PEPPINO Ė VIVO

MAMMA FELICIA

Visita alla Casa della Memoria di Peppino Impastato

MOVIMENTO 77: Radio Aut di Peppino Impastato

I cento passi - Discorso finale su Peppino a "Radio Aut"

I 100 PASSI

Fabrizio Moro – Pensa

CINISI. In seimila per Peppino Impastato, ussico dalla mafia trenta anni fa

Il fratello Giovanni: "Fra Terrasini e Cinisi mai una manifestazione così nutrita". Il corteo finisce davanti alla casa a 'cento passi' da quella del boss Badalamenti

CINISI (PALERMO) - "Fra Terrasini e Cinisi non si era mai vista una manifestazione antimafia così nutrita". Le parole di Giovanni Impastato, fratello di Peppino, hanno salutato il corteo che ha ripercorso l'ultimo tragitto fatto con la sua auto dall'ex militante di Democrazia proletaria prima di essere assassinato dagli uomini di Tano Badalamenti, la notte tra l'8 e il 9 maggio di trent'anni fa.

Dalla vecchia sede di 'Radio Aut', a Terrasini, le oltre seimila persone dietro lo striscione con su scritto "La mafia uccide il silenzio pure", hanno raggiunto Cinisi, dove la manifestazione si è conclusa davanti alla casa natale di Peppino Impastato, a 'cento passi' dall'abitazione del boss Badalamenti, come ricorda il titolo del film di Marco Tullio Giordana. Un importante punto di memoria e raccordo delle diverse esperienze antimafia e di impegno civile che è stato trasformato da Giovanni Impastato, nella "Casa Memoria Peppino e Felicia Impastato", intitolata anche alla madre che fino alla morte nel 2004 si è battuta per ottenere verità e giustizia. Solo nel 2002 Badalamenti fu condannato all'ergastolo come mandante del delitto, per anni archiviato come un incidente da inquirenti che avevano preso per buona la messinscena dei mafiosi: il cadavere di Impastato, esponente di Democrazia proletaria, era stato abbandonato sui binari nei pressi della stazione di Cinisi, come se fosse morto durante un attentato dinamitardo che stava preparando.

Fra la folla anche l'ex leader di Dp, Mario Capanna, un gruppo in rappresentanza del comitato "No Dal Molin" e uno di quello "No Tav". Luisa Impastato, nipote di Peppino, ha distribuito quattromila fiori, gerbere donate al forum sociale antimafia, da un'associazione pugliese. Presente anche Francesco Caruso, espressione dei movimenti no global. E poi i vecchi compagni di Peppino e tanti giovani del movimento antimafia rinato negli ultimi mesi a Palermo. Nel corteo, che all'ingresso a Cinisi ha intonato "Bella ciao", tante bandiere rosse. Ma lungo la strada dei "cento passi" la maggior parte delle finestre sono rimaste ancora una volta chiuse e pochissime persone si sono affacciate.


"Cinisi ha fatto una scelta antimafia chiara, non è più dalla parte di Tano Badalamenti, ma si riconosce in Peppino Impastato", ha detto il sindaco Salvatore Palazzolo annunciando che "L'aula del consiglio comunale sarà intitolata a fine giugno a Peppino Impastato".

(9 maggio 2008)

Roma, arrestato il boss Nania. Era il tesoriere della cosca mafiosa dei Vitale di Partinico

L'uomo si era rifugiato in America, ma è stato estradato. Ha una condanna a nove anni per associazione mafiosa

PALERMO - I carabinieri di Monreale hanno arrestato stamani il latitante Francesco Nania, 39 anni, di Partinico. L'uomo è stato bloccato nell'aeroporto di Fiumicino appena giunto con un volo dagli Stati Uniti. Nel 2005 era fuggito negli usa per evitare l'arresto disposto dalla Direzione distrettuale antimafia di Palermo. Nania è considerato il "tesoriere" della cosca mafiosa dei Vitale di Partinico. Deve scontare una condanna a nove anni per associazione mafiosa. Nei mesi scorsi era stato individuato negli Stati Uniti dall'Fbi, che lo ha bloccato. Gli agenti federali lo hanno fatto imbarcare su un volo diretto a Roma e stamani al suo arrivo lo hanno consegnato a Fiumicino ai carabinieri. Francesco è figlio di Antonino Nania, boss mafioso attualmente detenuto per tentato omicidio, nonché nipote di Filippo detto "Fifiddu", vecchio capomafia di Partinico già condannato all'ergastolo. Fu arrestato la prima volta nel '94 in Austria mentre tentava di spendere banconote italiane false. Con lui c'erano altre tre persone, tra le quali anche Maurizio Lo Iacono, ucciso a Partinico il 3 ottobre del 2005.

Secondo gli investigatori l'ormai ex latitante era il "cassiere" del clan dei Vitale e si occupava della riscossione dei proventi delle estorsioni imposte a commercianti e imprenditori locali, affiancando la moglie e la figlia del boss, detenuto, Leonardo Vitale.

Gli agenti dell'Fbi, su indicazione dei carabinieri di Partinico, lo hanno individuato nell'abitazione della sorella Margherita, che da anni viveva nel New Jersey. Per Nania sono così scattate le manette anche per violazione delle norme in materia di ingresso e permanenza dei cittadini stranieri in territorio statunitense. Da qui l'espulsione e la consegna ai carabinieri.

(10 maggio 2008)

Sinistra Democratica al bivio sceglie Claudio Fava

Sarà Claudio Fava, il nuovo coordinatore di Sd del dopo Mussi e del dopo voto. Il suo nome è trapelato dalla riunione a porte chiuse del Direttivo di Sinistra Democratica, riunito per la prima volta venerdì nella sede nazionale del movimento in via Merulana. Il vertice è stato convocato prima del "Comitato Promotore" - composto da circa 300 persone- che si riunirà sabato e che dovrà sancire la scelta. L'accordo è comunque unanime sul nome di Fava e sul ruolo del nuovo coordinatore, chiamato a "traghettare" il movimento nato da una costala dei Ds fino a una nuova Assemblea nazionale del 27-28-29 giugno, sorta di "congresso" che sarà preparato da assise territoriali.

Mussi si è dimesso per ragioni di salute e per favorire il rinnovamento interno. Claudio Fava finora era rimasto più in ombra nel gruppo dirigente di Sd. È però uno dei tre parlamentari europei del movimento, che partecipando alla federazione della Sinistra Arcobaleno non è rappresentato nel Parlamento italiano ma ha invece eletti nelle amministrazioni locali, oltre che a Strasburgo. Gli altri sono parlamentari europei di Sd sono:Pasqualina Napoletano e Giovanni Berlinguer.

Claudio Fava, recentemente si è molto contraddistinto nella battaglia per la verità sui voli segreti Cia nell'ambito nel piano delle extraordinary rendition.

Giornalista come il padre, Giuseppe Fava - fondatore della rivista I Siciliani ucciso dalla mafia nel 1984 - è stato tra i fondatori della Rete insieme all'ex sindaco di Palermo da Leoluca Orlando, ora eletto in Parlamento nelle fila dell'Italia dei Valori e in predicato per la presidenza della Commissione permanente sulla Vigilanza Rai.

Già deputato all'Assemblea regionale siciliana nel 1991 e alla Camera dal 1992 al 1994, Claudio Fava fu scelto da Walter Veltroni come segretario dei Ds in Sicilia. Restò alla guida del partito siciliano per due anni, dal 1999 fino al 2001. Dopo questa esperienza, non senza contrasti politici, fu eletto deputato per la prima volta al Parlamento europeo proprio nel 2001. A Strasburgo è stato poi rieletto nel 2004 con oltre 200mila preferenze.

Come Pasqualina Napoletano e Giovanni Berlinguer anche Fava a Strasburgo fa parte del gruppo del Partito Socialista Europeo e non della Gue, il raggruppamento a cui fanno capo gli eurodeputati di Rifondazione comunista. Mentre i Verdi, che pure fanno parte della federazione sella Sinistra Arcobaleno, fanno gruppo a parte con gli altri Verdi europei.

L'Unità 09.05.08

mercoledì 7 maggio 2008

SIENA. L'Istituto d'arte Duccio di Buoninsegna a fianco della coop "Lavoro e non solo" per la valorizzazione artistica dei beni confiscati alla mafia

SIENA. Un protocollo d’intesa per promuovere la cultura della legalità ed attivare progetti di sostegno tecnico ed artistico alle attività legate al recupero dei beni confiscati alla mafia. E’ questo lo spirito dell’atto sottoscritto nei giorni scorsi presso l’Istituto d’arte “Duccio di Buoninsegna” di Siena dalla scuola senese insieme al Comitato provinciale Arci di Siena e alla Cooperativa sociale “Lavoro e non solo” di Palermo, che, dal febbraio del 2000, gestisce un’azienda agricola su diversi terreni confiscati alla mafia nel territorio di Corleone, Monreale, Roccamena e Canicattì. “La firma di questo protocollo – afferma Serenella Pallecchi, presidente del Comitato provinciale Arci di Siena – è il punto di partenza di un percorso di sensibilizzazione sui temi della legalità che mira a coinvolgere le scuole, e non solo. L’Istituto d’arte “Duccio di Buoninsegna” è stato individuato perché ha attivato, insieme ad altri 79 istituti scolastici toscani, un progetto biennale per introdurre un modulo sull’educazione alla legalità trasversale alle discipline scolastiche. L’iniziativa è promossa dal Ministero della pubblica istruzione, dall’Ufficio scolastico regionale per la Toscana e dalla Regione Toscana per stimolare la riflessione della popolazione giovanile sui temi della legalità, della solidarietà e della responsabilità civile”. “Il Comitato provinciale Arci di Siena – continua Pallecchi – si impegna a valorizzare la collaborazione tra l’Istituto d’arte “Duccio di Buoninsegna” e la Cooperativa “Lavoro e non Solo” in provincia di Siena, mettendo a disposizione le risorse umane, le attrezzature e tutta la logistica necessaria, compresi gli spazi ed i volontari dei circoli Arci dislocati su tutto il territorio provinciale. Accanto a questo, ci impegneremo ad organizzare, in collaborazione con l’Associazione culturale Arci Didee, nella sua galleria d’arte, aperta nuovamente da alcuni mesi nel centro storico di Siena, le esposizioni delle produzioni artistiche realizzate dai ragazzi dell’Istituto d’arte, in modo da rendere evidente ed accessibile a tutti, anche sul territorio senese, l’impegno e l’attività della scuola e della cooperativa. Quest’ultima, dal canto suo, si impegna ad organizzare le visite degli studenti in Sicilia, nei territori dove sono presenti i beni confiscati alla mafia ed assegnati alla cooperativa stessa, sviluppando percorsi di ricerca e di riflessione sul valore artistico e culturale delle comunità locali, sulla storia del movimento contadino, ecc”.
“L'Istituto d'arte ‘Duccio di Buoninsegna’ di Siena – aggiungono Fabio Mazzieri e Patrizia Peccianti, rispettivamente vicepreside e coordinatrice del progetto per la scuola senese – si impegnerà nella progettazione e nella realizzazione di pitture, sculture ed altre forme artistiche volte a migliorare esteticamente i beni confiscati alla mafia ed affidati alla cooperativa “Lavoro e non Solo” dal Consorzio Sviluppo e Legalità. Le classi coinvolte sono la IV A, la IV B e la IV C e proporranno, come prima attuazione del progetto, una linea grafica per i prodotti alimentari della cooperativa. Gli studenti realizzeranno inoltre disegni e quadri destinati ai locali della cooperativa ed una serie di piatti ad uso comune con i nomi di coloro che partecipano al progetto”.

Raccolta rifiuti a Corleone. La Sicula Ciclat non c'è più, ma i problemi restano…

Da quasi un mese la Sicula Ciclat non gestisce più il servizio di raccolta dei rifiuti solidi urbani del comune di Corleone, perché – finalmente e fortunatamente – lo scorso 6 aprile il contratto è arrivato a scadenza. E dal 7 aprile è direttamente l'Ato Belice-Ambiente di Monreale a gestire il servizio tramite gli operai che la Sicula Ciclat ha licenziato per cessazione della commessa e che l'Ato, in applicazione di una precisa disposizione normativa, ha dovuto riassumere. Ma sono ancora tanti gli strascichi della precedente gestione che pesano su quella attuale. A cominciare dal mancato pagamento da parte della Sicula Ciclat degli stipendi di febbraio, marzo e dei primi sei giorni di aprile, delle quote di 13ª e 14ª e dell'indennità di fine rapporto a tutti gli operai. «Non pagheremo fino a quando l'Ato non ci avrà liquidate tutte le fatture arretrate per il servizio reso», dicono alla Sicula Ciclat. Un po' il cane che si morde la coda, solo che la coda in questo caso è sempre quella dei lavoratori, che vantano notevoli crediti dal loro ex datore di lavoro, ma si trovano lo stesso in serie difficoltà. Inoltre, come se non bastasse, è emerso un contenzioso tra l'Ato e la Sicula Ciclat e tra l'Ato e il comune di Corleone. Dopo le ripetute denuncie della Cgil e di questo giornale (vi ricordate le montagne di rifiuti sulle strade, da noi "certificate" con tante foto-scandalo?), e dopo una formale richiesta di risarcimento danni per il mancato servizio da parte del sindaco di Corleone Nino Iannazzo, l'Ato è stato costretto a contestare i disservizi alla Sicula Ciclat, chiedendo a sua volta un risarcimento danni milionario. Ma Ciclat, che vanterebbe a sua volta dei crediti per il ritardato pagamento di diverse fatture e per l'adeguamento Istat sul contratto, ha proposto all'Ato Belice-Ambiente una composizione bonaria della vertenza. Tale composizione dovrebbe prevedere l'azzeramento reciproco dei crediti-debiti. Ma siccome i crediti vantati dall'Ato sono più alti, Sicula Ciclat sarebbe disposta a restituire subito all'Ato i due autocompattatori e i gasoloni che, in base al contratto di cessione del servizio, potrebbe (incredibilmente) tenere in usufrutto fino al 2009. Perché, con un contratto che scadeva il 6 aprile 2008, il comune di Corleone e l'Ato hanno concesso in usufrutto i mezzi a Sicula Ciclat fino al 2009 resta un… mistero. A queste condizioni, pare che Sicula Ciclat ed Ato Belice-Ambiente sarebbero disponibili a chiudere bonariamente la vertenza. Resta, però, un terzo incomodo, il comune di Corleone. Il sindaco Iannazzo, seppur da vice di Nicolosi negli anni 2002-2005 è politicamente ed amministrativamente corresponsabile della scelta scellerata di affidamento del servizio di raccolta dei rifiuti alla Sicula Ciclat (ad un prezzo altissimo e per una qualità pessima del servizio), oggi cerca di farlo dimenticare, insistendo sulla tesi che il comune che è stato danneggiato dal pessimo servizio di raccolta rifiuti e sulla richiesta milionaria di risarcimento danni. Ma l'Ato, contratto alla mano (quello sottoscritto nel 2005 tra il comune e l'Ato per la cessione del rapporto con Sicula Ciclat), ha rappresentato che il comune può chiedere solo il 10% di risarcimento danni cioè circa 300 mila euro. Una tesi incontestabile, anche se ancora una volta c'è da chiedersi in nome di quale destino cinico e baro il comune di Corleone dal 2002 in avanti ha sempre stipulato contratti-capestro, contro i suoi stessi interessi. Bravi tutti i rappresenti delle controparti? Incompetenti tutti i dirigenti del comune? O cosa?

I guai del comune non sono solo quelli della drastica riduzione dell'ammontare dei suoi crediti nei confronti dell'Ato, ma anche quelli dei circa 700-800 mila euro di debiti che ha con l'Ato per le quote relative alle spese di funzionamento della struttura mai pagate. Non solo. Gli stessi 300 mila euro di risarcimento danni che potrebbe ottenere dall'Ato, probabilmente a buon diritto, dovrebbero essere restituiti in quota-parte ai contribuenti, che in questi anni hanno pagato tariffe salatissime, aumentate di circa il 300% rispetto al 2002. Infine, i 18 operai addetti al servizio di raccolta sono ancora tutti a part-time (7 unità a 30 ore settimanali, 11 unità a 24 ore), mentre tutti i dipendenti Ato sono a tempo pieno. Già la Cgil ha chiesto al sindaco e all'Ato un incontro per porre il problema del passaggio a tempo pieno di tutti gli operai, al fine di poter avviare seriamente il servizio di raccolta differenziata dei rifiuti (ma su questo torneremo con un apposito servizio).

Sulla questione raccolta rifiuti, martedì sera in consiglio comunale è stata discussa una interrogazione presentata da Salvatore Schillaci, capogruppo del Partito Democratico, che è stata trasformata in mozione per essere trattata più approfonditamente nella prossima seduta.

Dino Paternostro

7 maggio 2008