venerdì 11 aprile 2008

Come voteranno gli 800mila italiani residenti all'estero?

di AGOSTINO SPATARO
Mentre la campagna elettorale s’avvia al rush finale, c’è chi pensa con speranza o con timore al voto dei due milioni e 800mila “italiani residenti all’estero” chiamati ad eleggere 12 deputati e 6 senatori, col voto di preferenza. Un “privilegio” negato agli elettori in Italia.
Un voto importante che nel 2006 si è rivelato decisivo per la vittoria dell’Unione, tanto da far gridare ai brogli Berlusconi, com’è solito fare… quando perde.
Una buona fetta di questo elettorato è di origine siciliana. Non a caso su 269 candidati presenti nelle diverse liste per le quattro circoscrizioni continentali ben 53 sono d’origine siciliana (il 20% ), dei quali tredici sono originari dal catanese, otto dall’agrigentino e sette dal messinese.
Un vero primato che ha fatto scrivere di una “Sicilia superstar”.
A parte la curiosità statistica, il dato semmai conferma l’ampiezza della presenza dell’emigrazione siciliana nel mondo, in genere molto sensibile al richiamo della politica.
Seguendo i giornali e i blog delle comunità d’emigrati è agevole rilevare che, nonostante le enormi distanze e la carenze di mezzi logistici e finanziari, all’estero la campagna elettorale, forse, è più sentita che nella madrepatria.
Sarà per la preferenza o per l’ansia di colmare un lungo periodo di esclusione o per il semplice desiderio di riannodare i rapporti con l’Italia, fatto sta che gli emigrati sembrano entrati in fibrillazione nella speranza di mandare a Roma un loro rappresentante.
Per altro, c’è da dire che oggi i nostri emigrati non vedono più l’Italia come una realtà da cui fuggire, semmai dove rientrare o comunque con cui ristabilire rapporti affettivi ed anche culturali ed economici.
In verità, tale slancio un po’ si smorza in quelli d’origine meridionale e siciliana i quali hanno ben chiaro che di Italie ce ne sono ancora almeno due: quella “bassa” dalla quale si continua ad emigrare e quella “alta” che scoppia di lavoro e di ricchezza verso la quale si emigra.
Dell’emigrazione siciliana di tanto in tanto si parla, quasi sempre, per magnificare la sorte personale di taluno che è riuscito a fare il grande balzo nell’economia, in politica o nelle arti.
Trascurando la gran massa che vive in condizioni dignitose e talvolta anche in miseria, soprattutto in alcuni Paesi dell’America latina.
Uno scenario contraddittorio, poco conosciuto, anche se complessivamente migliorato, all’interno del quale si svolge l’esistenza di tanti siciliani sparsi per il mondo che possono partecipare all’elezione del parlamento nazionale ma non di quello regionale.
Tuttavia, al di là degli esiti, credo che al voto dei nostri corregionali debba essere attribuita una valenza speciale, al di sopra delle parti, fuori delle diatribe e dei giochetti politici nostrani.
E soprattutto abituarsi a trattare i loro rappresentanti con più rispetto e attenzione giacchè- credo- da loro la politica italiana potrebbe apprendere tante cose utili.
Non è stato certo un esempio edificante il tentativo (clamorosamente fallito) di far cambiare casacca a Nino Randazzo senatore siculo-australiano del centro-sinistra.
Ci sono riusciti con altri senatori (eletti in Italia) a far cadere il governo Prodi, ma non con il tradimento del siciliano Randazzo. E di ciò siamo veramente orgogliosi.
Insomma, bisogna cominciare a percepire la realtà dell’emigrazione come una componente, una proiezione naturale del nostro popolo che reclama rispetto e solidarietà concreta e una profonda revisione dell’intervento pubblico a loro favore.
Non solo assistenza, dunque, ma una nuova progettualità e più significativi rapporti con i Paesi d’accoglienza per favorire gli scambi culturali, economici e soprattutto i “ritorni” di qualificate competenze acquisite anche nel campo dell’imprenditoria.
Nell’era della globalizzazione sono mutati anche il profilo e il ruolo dell’emigrazione: da dramma sociale è diventato un’importante risorsa da mettere al servizio dello sviluppo della Sicilia.
Tante sono le potenzialità esistenti in giro per il mondo. Purtroppo la regione e le sue inconcludenti “case Sicilia” non le hanno saputo cogliere e valorizzare.
Come hanno denunciato relatori e delegati durante i lavori dell’11° congresso dell’Unione siciliana emigrati e famiglie (Usef), svoltosi nei giorni scorsi a Palermo che ha rilanciato l’idea dell’emigrazione come risorsa, sperando che venga recepita dai nuovi organismi della regione che saranno eletti il 13-14 aprile..
La regione siciliana è largamente inadempiente verso le problematiche dell’emigrazione, anche rispetto agli obblighi sanciti dalle sue stesse leggi, a iniziare dalle mancate convocazioni della consulta e della conferenza dell’emigrazione.
Eppure, ci sarebbero tante cose da mettere in cantiere per migliorare la condizione degli emigrati siciliani e per assicurare uno sbocco alle produzioni siciliane più pregiate, dall’agroalimentare, al turismo, all’artigianato. Questa è la mission che si è data la “Usef-Service srl”, una società di servizi che promuove joint-venture tra imprese siciliane e imprese estere, soprattutto con quelle aventi un titolare d’origine isolana.
La conferma ci viene da una discussione con l’on. Eduardo Di Pollina, ospite di riguardo al congresso Usef e presidente de la Camara de Diputatos provincia di Santa Fè, l’unico Stato federato d’Argentina governato da una maggioranza socialista.
Anch’egli è d’origine siciliana. La Sicilia l’ha scoperta da bambino, attraverso i racconti dell’amato nonno Antonio, partito da Tusa nel 1919. “Era come un lungo viaggio sentimentale”, mi confessa. Perciò, vorrebbe impegnarsi, da presidente di quel parlamento, per avviare un sistema di relazioni economiche e sociali, reciprocamente vantaggioso. A partire dalla sua città, Rosario, primo porto commerciale dell’Argentina, dove vive la più grande concentrazione di emigrati d’origine siciliana.
Agostino Spataro

giovedì 10 aprile 2008

Anna Finocchiaro (Pd): «Noi siamo il nuovo, loro sono premoderni...»

Intervista ad Anna Finocchiaro di Maria Zegarelli

Ha lasciato la Sicilia soltanto ieri. Lo doveva all’Emilia Romagna, dove è candidata capolista al Senato. «Ho ricevuto un’accoglienza commovente, hanno capito che in Sicilia si sta combattendo una battaglia vera per la democrazia e che quello era il mio posto durante la campagna elettorale». Anna Finocchiaro oggi è di nuovo nella sua terra, la Sicilia di Toto’ Cuffaro e di Raffaele Lombardo (candidatura nel segno della continuità) «non è più la stessa di sette anni fa. E loro, quelli del Pdl non l’hanno capito».

Senatrice, Berlusconi ha definito il presidente della Repubblica un uomo di parte eletto dalla sinistra. Finito il fair play?
«Questo rivela quale è la sua concezione delle istituzioni: le considera una merce da spartire. Come si fa a parlare così del presidente della Repubblica? Evidentemente non ha idee chiarissime sul punto. Ha fatto bene Veltroni a scrivergli quella lettera per richiamargli alcune questioni fondamentali. In un paese dove la politica è normale, dove il patto sociale costituzionale vige a prescindere dalle appartenenze tutto questo non deve succedere».

Come va letta la riabilitazione che Dell’Utri ha fatto dello stalliere di Arcore, Vittorio Mangano?
«Mangano era un signore con un ergastolo per tre omicidi. È un eroe perché non ha detto quello che sapeva o siamo di fronte a un inno all’omertà? È incomprensibile. Gli eroi che conosco io si chiamano Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, Rosario Livatino, Pio La Torre, Carlo Alberto Dalla Chiesa. Mi chiedo se i valori su cui fondano la loro identità politica, siano questi, sul fatto che Mangano è un eroe e che il presidente della Repubblica si debba dimettere per dare una Camera al Pd».

Restiamo ai revisionismi: Dell’Utri ha promesso che si rimetterà mano ai libri di storia circa la Resistenza. Come mai secondo lei si parla di questo negli ultimi giorni di campagna elettorale?
«Sono molto nervosi. Dell’Utri è un uomo colto, sa che la storia l’hanno voluta riscrivere solo i tiranni. Se c’è qualche capitolo da aggiungere è sulla Resistenza, semmai».

L’Italia è l’unico Paese occidentale dove i due candidati premier non si confrontano in televisione. Perché?
«Lombardo ha in Sicilia lo stesso atteggiamento che Berlusconi ha a livello nazionale. Ha rifiutato il confronto, glielo ho offerto tante volte, inutilmente».

Dicono: chi è in vantaggio non ha interesse ad andare ad un confronto. Lei lo farebbe?
«Le regole non si cambiano in base ai sondaggi. Se sono così sicuri di vincere non dovrebbero sottrarsi, lascerebbero agli italiani la possibilità di scegliere. Forse la motivazione è altra: nel faccia a faccia, a differenza di quanto avviene dalle dichiarazioni separate, emerge con chiarezza la diversità di visione della società. In questa campagna elettorale si stanno scontrando due visioni: una moderna e una pre-moderna, sia dell’Italia sia della Sicilia. Loro non sono più il nuovo, non sono più niente».

Lombardo ha corretto il tiro: la sua arma è l’autonomia, i fucili non servono più. Come mai questo passo indietro?
«Lombardo ha detto che i siciliani hanno i fucili e sanno come usarli. Mi sembra del tutto evidente che un candidato dovrebbe dire altro. Mai più un fucile in Sicilia: questo dovrebbe dire. Qui i fucili hanno sparato per uccidere, sono stati le armi della mafia. Adesso si è inventato la storia dell’autonomia, ma la sua è un’autonomia senza responsabilità. Nulla a che vedere con quanto sta avvenendo in Sardegna o in Friuli Venezia Giulia, dove c’è un senso di grande responsabilità. Lombardo, come dice Francesco Merlo, ha un modello di autonomia più simile a quello degli accattoni davanti alla porta della cattedrale».

Ma i siciliani lo vogliono o no il Ponte sullo Stretto?
«Ho incontrato migliaia e migliaia di persone: ce ne fosse una che mi ha chiesto il ponte. Non gli imprenditori, non i cittadini, non i professionisti. Tutti chiedono strade, autostrade, ferrovie, porti. Il resto del mondo pensando alla Sicilia pensa a uno dei luoghi geopolitico-economici più importante del mondo, al centro del Mediterraneo. Ho l’impressione che Lombardo pensi alla Sicilia come ultima provincia dell’Impero, piuttosto che come prima regione d’Europa».

Lei ha lanciato un appello alle madri siciliane. Crede davvero che possano fare la differenza?
«Ne sono convinta, devono prendersi la parola in queste elezioni. Quello che è sembrato per tanto tempo il crisma della Sicilia, questo malinteso senso dell’onore, deve essere sostituito da un altro crisma, quello della dignità delle donne siciliane».

Lei qualche settimana fa ha detto che il vento sta cambiando. Sarà sufficiente a cambiare le sorti di queste elezioni che in Sicilia sembrano segnate?
«La Sicilia non è più la stessa di sette anni fa. I siciliani hanno capito che c’è bisogno di un cambiamento vero e questo vento non si fermerà più».
L’Unità, 10.04.08

In Sicilia i partiti politici sono due, la mafia e l'antimafia

di RICCARDO ORIOLES
In Sicilia i partiti politici sono due, la mafia e l'antimafia. Ciascuno di essi comprende circa un quarto della popolazione, il resto ondeggia. Ma il partito dell'antimafia, in queste elezioni, non esiste. Ciascuno dei suoi notabili, persino dei più coraggiosi, in un momento o nell'altro ha deciso di correre da solo. Non s'è stata la lista Borsellino-Crocetta-Lumia-Fava e nemmeno - come due anni fa - la bandiera Borsellino. Ognuno (appoggiato a una forza esterna) per sè, e Dio per tutti. Il partito della mafia invece è rimasto unito.

Eppure sarebbe stato esattamente il momento di farlo, il fronte antimafioso: la gente s'era pur mossa, a Palermo, contro Cuffaro; e già una breccia era aperta nel fronte avverso, coi giovani di destra schierati per la prima volta contro Cuffaro. Nessuno ha voluto cogliere l'occasione. S'è preferito "far politica" nel senso più perdente della parola. Due anni fa l'antimafia portò al centrosinistra un aumento di circa l'otto per cento, dopo una campagna allegra ed entusiasta (con molti giovani, fra cui quelli del Rita Express, stupidamente trascurati dopo).

Non credo che ciò si ripeterà ora. Non in una situazione in si candidano i Crisafulli e si buttano fuori i Dalla Chiesa. L'antimafia è una cosa seria, è un programma politico e non una dichiarazione di buoni sentimenti. Se si rinuncia - come si è fatto - a questo programma non solo si perde ma si perde male.

* * *
Che fare? Conosco compagni che voteranno per Veltroni "turandosi il naso" per pura e semplice paura del fascismo - non a torto, viste le posizioni ormai apertamente fasciste di Berlusconi.
E conosco gente anziana, compagni niente estremisti, che dicono di non voler votare perché "se quello vuol correre da solo e buttare via il premio di maggioranza vuol dire che per lui l'importante è fottere la sinistra e non battere Berlusconi".
Io concordo con l'analisi, ma non con le conclusioni. Votare bisogna lo stesso, quantomeno per dignità. Votare per Veltroni nella speranza che superi da solo Berlusconi. Votare Arcobaleno nella speranza (non facile) che oltre a sopravvivere la sinistra riesca finalmente a uscire dalla cripta in cui s'è rinchiusa. Votare Beppe Grillo (in Sicilia c'è) nonostante l'inaffidabilità della candidata che nel suo comune ha già regalato - per egocentrismo - la vittoria ai mafiosi. Votare Di Pietro, nella speranza che stavolta i suoi eletti non passino il giorno dopo con Berlusconi. Votare i socialisti, sperando che finalmente abbiano imparato a distinguere fra Proudhon e Arsenio Lupin. Votare sinistra critica, alla peggio, sempre meglio di scheda bianca. Nessuno di questi voti è tecnicamente molto utile, nessuno ha più di tanto a che fare con la politica fondamentale della Sicilia, che è l'antimafia. Ma sono altrettanti modi di dire "io ci sono, non abbandono la lotta solo perché i miei generali hanno tradito".

* * *
E cosa diciamo ai giovani? Sembrerebbe la cosa più difficile ma in realtà è molto semplice: continuiamo a fare il nostro dovere. Il lavoro nei quartieri, i giornali, l'organizzazione, i siti, tutta la piccola rete che insieme facciamo crescere ogni giorno, questo non dev'essere neanche per un istante rallentato. "Voi avete rovinato l'Italia, noi la ricostruiremo". Queste parole furono dette, molti anni fa, in una situazione ancora più difficile dell'attuale. Anche allora la sinistra, fra rinnegamenti e arroganza, si squagliava e la destra sembrava invincibile e destinata all'avvenire. Ma alla fine, con fatica e costanza, si è ricostruito. Ciascuna delle piccole cose che facciamo oggi serve a questo. Non sono battaglie simboliche, di retroguardia, per dire "facciamo qualcosa". Sono esattamente i tasselli da cui, fra molti o pochi anni, sarà alla fine composta la sinistra nuova.

Non estraniamoci dalle elezioni, ma con la consapevolezza che il lavoro da fare è soprattutto dopo. E che in questo lavoro saremo soli perché i vecchi, anche quelli che non avranno tradito, difficilmente avranno la forza di rimettersi in piedi. Ci sarà confusione, con gli oligarchi che proclameranno di essere loro l'unica speranza rimasta e i delinquenti che grideranno al popolo "libertà! viva la cuccagna!". Ma voi non vi lascerete confondere, continuerete ad essere umani, fedeli alla concretezza delle piccole cose. Il giorno dopo le elezioni, comunque vadano, comincia l'esame di cittadini - e di uomini - per questa generazione.

L'onore di Mangano, detto "lo stalliere"

Storia di un ragazzo che emigrò da Palermo a Milano. E che protesse, a modo suo, un giovane signore
di ENRICO DEAGLIO

Vittorio Mangano è morto giovane, neanche 60 anni. Ed è morto male. Carcerato da cinque anni, giallo come un limone per un tumore che gli aveva invaso il fegato, aveva 18 litri di acqua nella pancia l'ultima volta che gliela siringarono. All'inizio di luglio dell'anno scorso, viene trasportato dalla sezione di massima sicurezza di Secondigliano a casa, in via Petralia Sottana, Palermo. I funerali hanno seguito un costume in voga tanto a Palermo quanto nel New Jersey quando il defunto è accomunato a Cosa nostra. "Via i fotografi, rispettate il nostro dolore", intima la famiglia. "Fotografate tutti, con discrezione", dà ordine il magistrato. Poche persone, abitanti del quartiere, sono intervenute per l'ultimo saluto nella Chiesa di San Gabriele, quartiere Villa Tasca, i luoghi in cui Mangano aveva abitato e in cui, per diversi anni, aveva esercitato il "controllo".Era il 23 luglio del 2000 e i giornali non diedero tanto spazio alla sua morte. D'accordo, era un boss ed era stato lo "stalliere" di Arcore. Ma non era un super boss, ed era sempre stato un tipo discreto.Non tutti i giornali, a dire il vero. La stampa controllata dal gruppo Berlusconi dedicò a Vittorio Mangano articoli commossi: era morto un martire, torturato dallo Stato con la carcerazione dura, era morto un uomo che aveva rifiutato di "barattare la dignità con la libertà". Il Giornale, il Foglio, Panorama - tutti ispirati dalla penna del giornalista Lino Jannuzzi - erano concordi: Vittorio Mangano aveva affrontato il carcere con la potente serenità di un eroe risorgimentale. Che cosa chiedevano i suoi torturatori? Che denunciasse, ai magistrati comunisti, Silvio Berlusconi e Marcello Dell'Utri. Se l'avesse fatto, sarebbe stato libero e avrebbe potuto curarsi, ma lui non lo fece. Un eroe popolare, come il partigiano musicato nel "Ma mi, ma mi, ma mi quaranta dì, quaranta nott" da Giorgio Strehler. Gli stessi giornali del gruppo Berlusconi facevano notare che, nonostante condanne all'ergastolo per tre omicidi, traffico di stupefacenti, associazione mafiosa, estorsione, Vittorio Mangano non era un condannato definitivo, e quindi, un "presunto innocente". Mi sono chiesto perché non lo avessero detto prima, ma forse l'avevano detto e mi era sfuggito. Ma, ragionando, mi sembra che la task force berlusconiana abbia avuto ragione nel tributare onori all'uomo d'onore. Vittorio Mangano, se (sotto tortura o sotto promessa) avesse parlato, sarebbe stato in grado di mettere nei guai tanta gente importante. Ma ora la storia era finita. E, come dicono a Palermo, "quando uno muore bisogna pensare ai vivi". Mi auguro che abbiano pensato alla famiglia Mangano. Tutta questa vicenda è diventata ora, in campagna elettorale, argomento scottante, da quando la Rai ha trasmesso una dimenticata intervista al magistrato di Palermo Paolo Borsellino. L'aveva registrata il giornalista francese Fabrizio Calvi, nell'ambito di un'inchiesta sui "padrini" europei. Era il 1992, Paolo Borsellino appariva rilassato e non aveva difficoltà a parlare diffusamente della mafia, della sua ascesa a Milano, di Vittorio Mangano, Marcello Dell'Utri e Silvio Berlusconi, i primi due all'epoca personaggi sconosciuti al grande pubblico, il terzo invece noto per essere il magnate delle televisioni private. Disse che erano persone che gli erano note dalle segnalazioni di polizia, e su cui era in corso un'indagine a Palermo. Parlava tranquillamente, il magistrato; senza pompa, vestito con una maglietta, raccontava di traffici di droga e della strategia imprenditoriale della mafia siciliana. Non immaginava che due giorni dopo il suo amico Giovanni Falcone sarebbe saltato in aria; che lui ne avrebbe raccolto l'eredità, e che lui stesso sarebbe saltato in aria 50 giorni dopo. E non sapeva neppure, il giudice Paolo Borsellino, che un caro amico di Vittorio Mangano, l'imprenditore Salvatore Sbeglia, stava proprio in quelle ore mettendo a punto il telecomando con il quale sarebbe stato fatto saltare Giovanni Falcone.Nel 1992 Vittorio Mangano, aveva assunto la reggenza della famiglia mafiosa di Porta Nuova - una delle più numerose ed estese di Palermo - e lavorava a pieno ritmo. Un cinquantenne ben vestito e dai modi urbani; non aveva pendenze giudiziarie, poteva circolare liberamente e quindi gli venivano dati anche incarichi di rappresentanza, come il far giungere, attraverso un avvocato di Roma, 200 milioni al giudice Corrado Carnevale. Il suo periodo milanese, i suoi due anni trascorsi a casa di Silvio Berlusconi, gli avevano dato inoltre un certo carisma: Vittorio Mangano era un uomo che aveva conosciuto tante persone importanti. Strana storia. Per cercare di capirla, bisogna tornare indietro nel tempo, alla Milano degli anni Settanta. Anni difficili, per gli imprenditori. Non solo per le vaste agitazioni sociali e la prospettiva di un aumento elettorale del Partito comunista, ma anche per la diffusa violenza che dominava la metropoli. Le Brigate rosse sparavano, l'Anonima sequestri rapiva, la P 2 occupava il Corriere della Sera, la mafia aveva nelle sue mani i più importanti banchieri, Roberto Calvi, presidente del Banco Ambrosiano e Michele Sindona, il "salvatore della lira". Cosa nostra era salita da Palermo a Milano in forze, perché a Milano si potevano fare buoni affari. Loro mettevano i loro metodi spicci di gestione, ma soprattutto portavano in dono due merci molto appetibili: il capitale e la protezione. A quei tempi, infatti, Cosa nostra era ricchissima e "liquida", per il più redditizio commercio che l'Italia abbia mai avuto: acquisto di droga dall'est, raffinazione in Sicilia e spedizione negli Stati Uniti e in Canada. I siciliani avevano praticamente il monopolio del mercato nordamericano e spuntavano profitti da capogiro. I soldi dai cugini americani arrivavano nella forma più classica: assegni, con cifre che andavano da un milione di dollari in su. Non c'erano controlli bancari all'epoca, né la Banca d'Italia trovava curioso che signori che a malapena sapevano fare la propria firma sulla girata incassassero, senza muovere un muscolo della faccia, miliardi. Miliardi che ora avevano voglia di far fruttare. Scelsero Milano, la metropoli più aperta, pragmatica, la città che non respinge nessuno. E non era solo una questione di riciclaggio di denaro: i ragazzi di Cosa Nostra volevano riciclare se stessi. Volevano le belle macchine, volevano entrare in società, volevano essere dei borghesi come tutti gli altri. Era una grande colonia, quella della mafia siciliana a Milano, roba da farci un film, all'americana. La famiglia Grado controllava l'ortomercato e forniva l'eroina per il nascente mercato dei tossicodipendenti. Luciano Liggio organizzava i sequestri di persona dietro la rispettabile veste di commerciante di vino. Tommaso Buscetta si occupava di bische in accordo-scontro con la vecchia mala della città (e ancora oggi si parla di quando Pippo Bono perse un miliardo da Francis Turatello, nella bisca di via Panizza). I fratelli Bono (Alfredo, con una faccia da democristiano per bene, Pippo che girava in Rolls Royce) accumulavano buone amicizie con la finanza milanese e prendevano il controllo dei casinò del conte Borletti. Poi c'erano i Mongiovì, braccio locale della multinazionale della droga Cuntrera-Caruana. I cugini Salvo, i grandi esattori di Salemi, venivano discretamente ad ordinare le prime due Alfa Romeo blindate direttamente dal presidente dell'Alfa Antonio Massacesi. Ma il più appariscente della compagnia era un certo Filippo Alberto Rapisarda che, venuto dal niente della profonda Sicilia, aveva costruito quello che lui chiamava il terzo gruppo immobiliare italiano. Un tipo sanguigno, ben vestito, capace di improvvisi e violentissimi scoppi d'ira, Rapisarda aveva il suo quartier generale in via Chiaravalle, in uno splendido palazzo dagli ampi saloni e dai soffitti affrescati. Lo aveva dotato di telecamere e lo faceva controllare da un buon gruppo di guardaspalle. In via Chiaravalle, Rapisarda concludeva operazioni di borsa, acquisiva storiche aziende del Nord Italia, ma il luogo era anche un indirizzo conosciuto per gente che aveva problemi con la giustizia e che veniva a chiedere se c'era qualche buon affare cui partecipare. Se la sede fisica di Cosa Nostra a Palermo non è stata mai trovata, quella della sua filiale milanese era ben nota alla polizia. (A questo punto, per non dilungarci troppo in nomi e sigle, rimando ad un ottimo lavoro di due giornalisti, Peter Gomez e Leo Sisti che nel 1997 hanno pubblicato, dall'editore Kaos il libro L'intoccabile, Berlusconi e Cosa Nostra. Dove scoprirete, spesso sobbalzando, quante inchieste, quanti chilometri di intercettazioni, quante segnalazioni di reati fossero in atto allora sui nostri potenti di oggi). Ma che c'entrava Silvio Berlusconi - un giovane imprenditore che più milanese non si può - con questo mondo? C'entrava attraverso il suo "segretario particolare" Marcello Dell'Utri, che invece in quel mondo era molto inserito. E così successe che il giovane Berlusconi venne pesantemente minacciato, perché questo era il sistema dei siciliani. Misero una bomba ai suoi uffici, minacciarono di rapirgli il figlio. Una volta, a Palermo queste cose le chiamavano "fucilate di chiaccheria". Ovvero: tu spari a uno, ma non per colpirlo, solo per fargli sentire il colpo che passa vicino. Lui si spaventa e allora si comincia a "chiacchierare". Cioè, si diventa soci. In buona sostanza, Dell'Utri si fece garante della sicurezza di Berlusconi e, per rendere la cosa ufficiale, gli mise vicino un "tutore". Era un ragazzo di Palermo, che lui aveva conosciuto sui campi di calcio. E così Vittorio Mangano prese possesso della villa di Arcore, una prestigiosa magione di 147 stanze che Silvio Berlusconi aveva appena comprato e aveva pagato poco, grazie alle arti del suo avvocato Cesare Previti. Vittorio Mangano, per prendersi cura del padrone, lo seguiva in molte delle sua attività: controllava la villa, curava i cavalli, mangiava a tavola con gli ospiti illustri del giovane imprenditore, si occupava della sicurezza dei figli Marina e Piersilvio. Nella grande villa aveva portato la sua famiglia e ospitava spesso molti suoi amici. Alcune volte questi amici rubavano un quadro, o un pezzo di argenteria. Spesso erano il fiore fiore dei latitanti di Cosa nostra, che ad Arcore evidentemente sapevano di avere un punto di appoggio. E un sera, visto che c'erano, decisero di fare un sequestro di persona di un ospite in villa, che però non riuscì. Così si scoprì che questo Mangano non era proprio uno stinco di santo e che della compagnia dei rapitori faceva parte anche Pietro Vernengo, questo sì un vero boss specializzato in droga. Ci fu un'inchiesta, Mangano venne accusato, ma in realtà non ebbe molti guai. Si trasferì stabilmente in un grande albergo di Milano, il Duca di Milano, fece per un po' l'autista di Pippo Bono, rimase in buoni rapporti con Marcello Dell'Utri, commerciò droga e infine se ne tornò a Palermo dove, nel suo ambiente, era conosciuto come una persona importante, perché aveva buoni contatti con Silvio Berlusconi e Cosa nostra gli diede la reggenza della famiglia di Porta Nuova. Che, volendo fare un paragone indebito, è un po' come se gli avessero dato la vicepresidenza della Confindustria.È passato alle cronache come lo "stalliere", ma Mangano era un servo padrone. Fece bene il suo lavoro, perché Berlusconi non venne più tormentato, ma ancora oggi si possono trovare dei milanesi vecchio stile che ti dicono: "Sì, sarà anche bravo quel Berlusconi, ma non mi piace che abbia fatto allevare i suoi figli da un capo della mafia". Poi cominciarono a venir fuori altre storie. Quel Filippo Alberto Rapisarda fece bancarotta e se ne scappò latitante. E Marcello Dell'Utri, che, con il suo fratello gemello Alberto era stato suo dipendente, lo seguì nella sua avventura. Storiacce: passaporti falsi, giri brutti, minacce e ricatti. State a sentire questa. Rapisarda se ne stava a Parigi con un passaporto intestato Dell'Utri e faceva una bella vita. Nel 1980 si presenta a lui un sequestratore sardo, tale Giovanni Farina di Tempio Pausania, che aveva rapito un bel po' di persone ricche (in nome della rivoluzione: il suo riferimento ideologico era Antonio Gramsci) e gli chiede un passaporto perché ha voglia di cambiare vita. Rapisarda glielo procura e Giovanni Farina parte per il Sudamerica con un passaporto intestato a Marcello Moriconi, nato a Gualdo Tadino, provinca di Perugia. Lo prenderà l'attuale vice capo della polizia, Antonio Manganelli. Andrà in galera a Siena, uscirà. E solo l'altro ieri taglierà un pezzo di orecchio all'industriale bresciano Giuseppe Soffiantini.Una bella compagnia, in cui tutti sono amiconi. Ma poi succede che il Rapisarda litiga con Marcello Dell'Utri e si mette a raccontare un sacco di storie. Per esempio: che l'idea della televisione l'ha avuta lui e non il Berlusconi. Che la televisione stessa è stata finanziata da Stefano Bontade (negli anni Settanta il più potente capo mafia di Palermo) e che poi la stessa Cosa nostra ha fornito i miliardi per comprare i diritti dei film americani. In pratica, che Cosa nostra è socia del Biscione. Insieme a lui, qualcosa come 17 "pentiti" palermitani aggiungono dettagli sulle origini e sviluppi di questa curiosa intrapresa palermitana-lombarda. Che, se fosse vera, sarebbe per Cosa nostra il più grande colpo di genio. Ma sarà molto difficile andare a fondo della questione: pezzi di carta non ce ne sono, molta gente nel frattempo è morta, Berlusconi è l'uomo più ricco d'Italia, la sua società è da tempo quotata in Borsa e lui è l'uomo politico più glamour del Paese.La cosa si complica quando Berlusconi "scende in campo". Si sa che lui era tentennante, ma alla fine venne convinto a "bere l'amaro calice". Era il 1994 e, come ricorderete, prese un sacco di voti e divenne addirittura presidente del Consiglio. Oggi propone di cambiare la Costituzione, di limitare il potere dei giudici, di abolire il reato di falso in bilancio. Il suo amico Marcello Dell'Utri - che in pochi mesi gli ha costruito Forza Italia - nel frattempo, è diventato un "raffinato bibliofilo". Nel 1994 sfiorò l'arresto, per mafia. Poi venne eletto deputato. La Procura di Palermo chiese il suo arresto (per mafia), ma il Parlamento ha votato contro. Siede anche all'Europarlamento. Ha avuto una condanna definitiva. Da anni, per difendersi e per spiegare, rilascia un'intervista alla settimana, più o meno. Molti discutono su quale sia la migliore. Per me è quella pubblicata dal Corriere della Sera il 19 giugno 1995. Marcello Dell'Utri usciva da 20 giorni di detenzione nel carcere di Ivrea; era stato arrestato per false fatture della Publitalia di cui era presidente. Ai giornalisti, leggermente allibiti, dichiarò: "Meglio D'Alema che tanti del Polo. Se vogliamo uscire da questa guerra continua che avvelena il Paese, ho la sensazione che D'Alema sia il più disponibile, quello che cerca il dialogo...".Massimo D'Alema non lo deluse. Presidente della commissione bicamerale per le riforme istituzionali, chiamò a riscrivere la Costituzione proprio un Silvio Berlusconi all'epoca nel pieno di accuse di corruzione. Questi gli chiese solamente di promuovere delle leggi che non lo facessero andare in galera. Un po' le ha ottenute. Tutte le altre le otterrà se vincerà le prossime elezioni.A conclusione di questa storia, mi sembra di poter dire che i ragazzi di Palermo che sbarcarono a Milano negli anni Settanta hanno sostanzialmente vinto la loro partita. Sono entrati in società, hanno investito i loro quattrini, non hanno trovato particolari resistenze da parte della borghesia del Nord. Pur disponendo di una massa enorme di documenti, nessun partito politico italiano ha mai sollevato il tema. Nessuno ha mai proposto un'inchiesta parlamentare. Così come 30 anni fa la borghesia del Nord accettò l'abbraccio della mafia che, tutto sommato, portava soldi; così oggi nessuno pensa che quello che si è unito si possa separare. Anche perché, a questi siciliani, se gli togli i picciuli, ti mettono le bombe. E l'Italia di oggi non ha voglia di combattere. A dire il vero, un uomo politico che sparò a zero su Berlusconi e la mafia c'è stato. Era Umberto Bossi, appena un anno fa. Oggi è il più fedele alleato di Berlusconi. Così andiamo alle elezioni, con un Berlusconi costretto sempre più ad alzare il tiro, perché i suoi vecchi amici gli tirano la giacchetta: "Silvio, Silvio, ricordati di noi...", gli dicono. Esattamente come gli dicevano 30 anni fa. Poveracci, Silvio e Marcello: non deve essere stata una bella vita la loro, con tutte le persecuzioni che hanno subito. Non so perché, ma e me Silvio ha sempre dato l'impressione di essere ancora sotto tutela. Spero che la prossima generazione non sia costretta a studiare "giovinezza, opere e martirio di Vittorio Mangano". Per intanto mi permetto di proporre a Paolo Guzzanti, Lino Jannuzzi, Stefano Zecchi, Vittorio Sgarbi, Tiziana Maiolo, Giuliano Ferrara, Paolo Liguori, Emanuele Macaluso, Vittorio Feltri di organizzare, su di lui, almeno un convegno di studi. In fin dei conti, è l'unico che non ha vinto.

martedì 8 aprile 2008

LA CAMPAGNA ELETTORALE HA FATTO FLOP?

di Agostino Spataro
La campagna elettorale ha fatto flop? A pochi giorni dalla sua conclusione, la domanda è d’obbligo ed anche la risposta. Non so altrove, ma dalle mie parti se n’avvertono solo echi lontani. O poco più. Avrà influito l’inclemenza del tempo, ma non solo.
La verità è che anche nella Sicilia delle grandi passioni civili, dei fuochi di paglia, dei lunghi codazzi e del delirio clientelare la politica si dimena in una grave crisi. La gente, gli stessi militanti, la prendono alla larga. Soprattutto da quando c’è il “porcellum” che sembra essere stato ideato per assestare un colpo definitivo alla democrazia italiana. E’ triste vedere questo corteo pietrificato di leader incoscienti o diabolici attraversare il deserto delle coscienze che la malapolitica sta creando.
Mancano gli entusiasmi, il fervore dei candidati e dei loro supporter, la fantasia creativa dei giovani, degli intellettuali, l’attivismo delle sezioni, dei club nel territorio, nei quartieri, nei posti di lavoro. In sintesi: non c’è vera partecipazione popolare, non dico come quella di una volta, ma almeno come quella che vediamo per le primarie in Usa.
Tutto è affidato alle banalità ripetitive in televisione, al messaggio virtuale, a danno della socializzazione del confronto politico e del contatto diretto con gli elettori.
Il voto stesso è stato degradato a merce che si può vendere e comprare, barattare per un favore o addirittura scambiare, sottobanco, fra candidati di liste diverse che temono di non farcela.
In questi giorni, si sussurra di pacchi di voti regionali in cambio di altrettanti per il Senato e vice versa. Lo chiamano “voto disgiunto” in realtà è una nuova porcata.
Dentro questo bailamme, si muovono le macchine elettorali e propagandistiche dei partiti che,
mutuando le tecniche della pubblicità commerciale, mirano alla conquista di pubblici selezionati, settoriali, perfino di nicchia.
In Sicilia, Lombardo, che pure s’atteggia a governatore prossimo venturo, addirittura non è andato all’atteso confronto televisivo. Arroganza o paura di trovarsi, da solo, di fronte al “lupo cattivo”?
Perciò, per evitare complicazioni, meglio negli alberghi e nei party, dove non c’è contraddittorio e ci si può beare degli applausi e del calore degli afecionados, dei clientes.
Si, la nuova vogue è decisamente più confortevole, anche perché si possono promettere mari e monti, e ponti, e soprattutto evitare i lamentosi elettori alle prese con i tanti problemi quotidiani.
Ai grandi elettori si riserva un incontro a quattrocchi. Ai più disperati si penserà dopo, negli ultimi giorni: qualcuno passerà casa per casa e darà un acconto e un telefonino per certificare la corrispondenza del voto, secondo le istruzioni ricevute.
Per quanto la situazione resti confusa, c’è una grande differenza fra le due campagne.
Quella nazionale, dominata dalla straripante presenza sui media dei principali candidati-premier, si sta svolgendo in un clima quasi surreale dove partiti e candidati sembrano agire in clandestinità.
La cosa è grave, ma si spiega con l’assenza del voto di preferenza che induce i candidati-sicuri a non fare campagna elettorale perché, appunto, sono sicuri dell’elezione, e gli altri a non farla per la ragione opposta, ossia perchè sanno che non potranno varcare la soglia del Parlamento.
Curiosamente due ragioni contrapposte producano un comportamento uguale.
In compenso- si dice- la campagna è meno costosa. Sarà. Anche se non si capisce perché concedere cospicui contributi statali a decine e decine di liste e di partiti, anche a quelli che non eleggono parlamentari.
Meno male che per le regionali c’è la preferenza, altrimenti la campagna elettorale sarebbe un mortorio.
Quella per l’elezione del governatore e dell’Ars, infatti, è molto più rumorosa e dispendiosa.
Più briosa direi, anche se si affida molto ai passaggi televisivi e alla solita selva di manifesti, in gran parte affissi abusivamente, dove i candidati mostrano i loro sorrisi di circostanza, taluni le loro spavalde dentiere.
E così, a pochi giorni dal voto, in giro c’è molta indecisione, smarrimento. E anche tanto sconcerto per la sequela di cambi di casacca mai vista prima.
Non so se qualcuno stia tenendo la conta, sicuramente la loro incidenza avrà un effetto dirompente sul risultato elettorale e sulla residua affidabilità del ceto politico.
Si tratta, infatti, di un vero e proprio esodo che denota un ulteriore infiacchimento morale del personale politico e istituzionale e segnala una pericolosa deriva del rapporto fiduciario fra elettori ed eletti i quali, tradendo il mandato ricevuto, alterano i risultati elettorali e inquinano i conseguenti assetti politici e di governo.
Eppure, invece di sanzionare severamente tali comportamenti, i beneficiari li esaltano come atti d’eroismo, di libertà, pensando, stoltamente, che a loro non potrà capitare un accidente simile.
A questo punto, nessuno può escludere che i neo-eletti non seguiranno l’indegno esempio.
Si ripropone, pertanto, il pericolo della frantumazione e dell’instabilità delle nuove maggioranze.
Alcuni segni di questa deriva li abbiamo colti già nella formazione delle liste, con passaggi sorprendenti, anche nell’ambito dello stesso schieramento.
L’obiettivo è chiaro: spostare pacchi di voti mediante i passaggi, da un partito all’altro, di sindaci (eletti dal popolo), consiglieri comunali, provinciali, presidenti e consulenti in scadenza di una caterva di enti inutili e dispendiosi e quant’altro si può riciclare.
Il movimento si verifica prevalentemente nel centro-destra dove s’intrecciano talune, contraddittorie esigenze, ma lambisce anche il centro-sinistra, con perdite talvolta rilevanti, secondo una logica infida, contorta. Seguiamola.
Il PdL per le regionali è alleato con Udc e MpA, ma non per le nazionali, perciò lavora alacremente per svuotare l’Udc di Cuffaro e Casini per non farle superare la fatidica soglia dell’8 al Senato. Alla stessa stregua si comporta il MpA di Lombardo che ha offerto rifugio nelle sue tante liste a tutti gli esclusi del PdL suo alleato maggiore, soprattutto agli scontenti di An.
Insomma, fra i tre solo l’Udc è sotto tiro e le sta prendendo di santa ragione. Speriamo che il centro-sinistra si mantenga alla larga da questo gioco sleale.
Agostino Spataro
7 aprile 2008

venerdì 4 aprile 2008

PER LA LEGALITA', CONTRO LA MAFIA. MEMORIA E IMPEGNO

CORLEONE, 10 MARZOn 2008 - DON CIOTTI ALLA COMMEMORAZIONE DI PLACIDO RIZZOTTO


LA BUONA NOVELLA DAI BENI CONFISCATI


Corleone, il riscatto che viene dall'agricoltura

mercoledì 2 aprile 2008

Una giornata storica per coniugare Legalità e Sviluppo

di DINO PATERNOSTRO
GORGO DEL DRAGO (Corleone) – La scelta è stata di quelle forti, che lasciano il segno. Da Corleone e dalla la masseria confiscata a "don" Totò Riina, già ristrutturata ed assegnata alla cooperativa "Pio la Torre", che vi gestirà un agriturismo, i vertici nazionali di Legacoop hanno lanciato la proposta di
«un grande patto per la legalità». Una proposta, lanciata da luoghi fortemente simbolici ed evocativi, rivolta alle altre organizzazioni imprenditoriali «per unire gli sforzi di tutti e combattere l'illegalità: le mafie, ma anche il lavoro nero, l'inquinamento degli appalti, le morti bianche», ha detto Giuliano Poletti, presidente di Legacoop. «Noi confermiamo la scelta etica e politica – ha detto Poletti - di sostenere le imprese cooperative, che non scendono a patti con Cosa Nostra». Ma, per funzionare, la legalità deve camminare insieme allo sviluppo. Per questo Legacoop ha scelto di sostenere le cooperative sociali (nel corleonese ne operano già tre), che gestiscono beni confiscati. E chiederà al prossimo parlamento che venga migliorata la legislazione per il riuso sociale dei beni strappati alla criminalità, accorciando i tempi tra il sequestro, la confisca e l'assegnazione, assegnando agli enti locali e alle coop i fondi necessari per rimettere in produzione i beni assegnati. «Ma vogliamo stringere un rapporto con le scuole – ha detto ancora Poletti – per diffondere la cultura d'impresa, perché solo così si potrà costruire sviluppo pulito». «Come Legacoop - ha concluso il presidente - vogliamo ulteriormente testimoniare il nostro impegno nella lotta contro la criminalità organizzata e per la legalità, dedicando a questo tema la prossima Giornata Mondiale della Cooperazione, istituita dall’ONU, che si celebra ogni anno il primo sabato di luglio».

Ad accogliere i componenti della presidenza nazionale e siciliana di Legacoop, apprezzandone la scelte, c'erano i giovani soci della coop "Pio la Torre", quelli della "Placido Rizzotto" e della "Lavoro e non solo". E poi il sindaco di Corleone, Nino Iannazzo e gli altri sindaci del Consorzio "Sviluppo e Legalità", dirigenti della Cgil, esponenti di Libera e Arci.

Intervenendo per portare un saluto a nome della Cgil, ho ringraziato Legacoop per la scelta di lanciare da Corleone e dalla masseria confiscata a Riina la proposta di un patto per la legalità. Ho ricordato che queste terre di Drago sono le terre per cui si battevano Placido Rizzotto e i contadini nel secondo dopoguerra. Rizzotto fu assassinato dalla mafia e non riuscì a strappare quelle terre ai mafiosi. Oggi, finalmente, lo Stato c'è riuscito, assegnandole alla coop Pio la Torre. Un fatto importante: i figli e i nipoti di Rizzotto stanno riuscendo a far vivere il suo sogno di allora. Sono i giovani di queste cooperative sociali che gestiscono i beni confiscati alla mafia i veri eredi del movimento contadino del secondo dopoguerra.

D.P.

Legacoop a Corleone. Imprese, sviluppo, legalità: contro il ricatto mafioso

Imprese, sviluppo, legalità: contro il ricatto mafioso, Legacoop propone un patto di collaborazione alle altre organizzazioni imprenditoriali ed una campagna informativa nelle scuole

Corleone, 2 aprile 2008 - Un patto tra le organizzazioni imprenditoriali per unire gli sforzi nella lotta al racket delle estorsioni e per la sicurezza, anche attraverso iniziative per un adeguamento delle misure di contrasto alla mafia previste dalla legislazione nazionale e regionale; una campagna informativa nelle scuole per la diffusione della cultura della legalità e dell’imprenditorialità; una campagna di sensibilizzazione sul tema della legalità.

Sono queste, in sintesi, le proposte avanzate da Legacoop nel corso della riunione congiunta della Presidenza Nazionale e della Direzione Regionale Siciliana, convocata in un luogo fortemente simbolico -la villa confiscata a Totò Riina in via di assegnazione alla cooperativa Pio La Torre che vi realizzerà un agriturismo- per ribadire l’impegno dell’organizzazione cooperativa a favore dello sviluppo e della legalità, contro il ricatto mafioso e della criminalità organizzata.

Un impegno, quello di Legacoop, che da una storia di valori di socialità, legalità e trasparenza, ha tratto alimento per sostenere la promozione di impresa come strumento di sviluppo e di contrasto all’illegalità ed al ricatto mafioso, e per affiancare le cooperative aderenti nella lotta alla mafia anche attraverso la strada della costituzione di parte civile, come è avvenuto nel processo Brancaccio.

“In questi ultimi anni” -ha sottolineato il Presidente di Legacoop, Giuliano Poletti- “abbiamo assistito ad una poderosa crescita di consapevolezza civile e di volontà di riscatto contro l’oppressione della criminalità mafiosa nei giovani della Sicilia e di altre regioni del Sud: non è quindi un caso che i nostri interventi si siano in particolare indirizzati al sostegno delle iniziative, frutto di una stretta collaborazione con Libera Terra, che hanno come oggetto la gestione dei beni confiscati alla mafia da parte di cooperative di giovani”.

Il Presidente di Legacoop ha, in proposito, ricordato che Coopfond, fondo mutualistico di Legacoop, ha erogato oltre 300.000 Euro tra donazioni e finanziamenti, cui si aggiungono il contributo annuo di oltre 200.000 Euro conferito dal Gruppo Unipol ed il supporto tecnico di “Cooperare per Libera Terra”, agenzia per lo sviluppo cooperativo e la legalità costituita dalle più importanti cooperative aderenti a Legacoop, con un budget annuo di 100.000 Euro. Particolarmente significativo, poi, l’apporto dato da Coop, cooperazione di consumatori, attraverso la vendita, nei suoi supermercati ed ipermercati, dei prodotti delle cooperative Libera Terra (pasta, olio extravergine di oliva, vino igt, legumi, farine speciali, passata di pomodori): nel 2006 sono state vendute 772.610 confezioni, per un importo complessivo di oltre 1 milione di Euro.

E sono proprio i buoni risultati del progetto di sviluppo di “Libera Terra” che richiedono, adesso, un lavoro sul versante normativo e strumenti finanziari adeguati.

“La lentezza nelle procedure di assegnazione ed il rischio di revoca dei beni” -ha sottolineato Poletti- “sono infatti un grave ostacolo alla possibilità per i soci di progettare il futuro della impresa e di investire; esiste, inoltre, un problema di reperimento delle risorse finanziarie per investimenti produttivi dovuto al fatto che, attualmente, i beni assegnati alle cooperative sono iscritti al patrimonio indisponibile dei Comuni e pertanto non possono essere messi in garanzia per il credito”.

“Chiediamo che il prossimo Parlamento” -ha aggiunto il Presidente di Legacoop- “lavori all’adozione di strumenti legislativi sempre più efficaci e penetranti per il contrasto delle attività criminali e che possa prendere tutte le iniziative volte a superare quelle normative che rendono difficile il pieno utilizzo a fini produttivi dei patrimoni confiscati; proponiamo alle altre organizzazioni imprenditoriali un impegno congiunto di sollecitazione in tal senso”.

Ma il contributo di Legacoop allo sviluppo economico della Sicilia, oltre al sostegno alle cooperative di giovani che gestiscono beni confiscati alla mafia, si concretizza nella rilevante presenza di grandi cooperative di altre regioni che hanno realizzato investimenti importanti -dal settore agricolo a quello delle costruzioni, dalla distribuzione commerciale ai servizi- senza scendere in alcun modo a compromessi con la mafia, garantendo pari opportunità di lavoro senza indebite pressioni, selezionando i curricula pervenunti on line, collaborando con le istituzioni, firmando protocolli di legalità, come quelli siglati da Ipercoop Sicilia con le prefetture e le istituzioni locali nelle provincie di Ragusa e Catania.

Riguardo a quest’ultimo punto, Poletti ha ricordato anche il protocollo firmato da Legacoop e dalle altre organizzazioni cooperative con il Ministero del Lavoro per contrastare, con controlli più stringenti, i fenomeni delle cooperative spurie e dei contratti pirata, che soprattutto nel Mezzogiorno hanno pesanti effetti distorsivi del mercato e che, utilizzando in modo assolutamente improprio e truffaldino la forma cooperativa, ledono gravemente l’immagine di tante cooperative che agiscono nel rispetto della legge e dei propri principi.

“Per combattere e sconfiggere la mafia” -ha aggiunto il Presidente di Legacoop- “e per consentire al Mezzogiorno di svilupparsi mettendo a frutto tutte le potenzialità, umane e di risorse, di cui dispone, occorre un impegno straordinario per affermare la cultura della legalità, che è condizione essenziale perché ci siano più impresa e più mercato: un mercato in cui la concorrenza, libera dal condizionamento del ricatto criminale, sia in grado di selezionare e promuovere le imprese migliori ed innovative”.

È da questa convinzione che nasce la proposta di Legacoop di lanciare una campagna nelle scuole per favorire la diffusione della cultura della legalità e dell’imprenditorialità, per la quale si auspica una disponibilità a collaborare da parte del Ministero della Pubblica Istruzione.

“I giovani” -ha ribadito Poletti- “sono quelli che più di tutti in questi anni si sono mobilitati molto spesso anche spontaneamente per combattere la mafia, dall’iniziativa “Addio Pizzo”, alla manifestazione di Bari promossa da Libera, ai giovani di Locri e alle tante iniziative che hanno alimentato e creato un clima che ha contribuito a combattere la mafia e a isolarla nell’opinione pubblica: ora abbiamo bisogno di sviluppare tra i giovani una cultura della creazione di impresa, dell’assunzione del rischio imprenditoriale, dello sviluppo economico, perché questa è la via per realizzare quella ‘libertà d’intraprendere’ che la mafia soffoca con la sua presenza”.

“Come Legacoop” -ha concluso Poletti- “vogliamo ulteriormente testimoniare il nostro impegno nella lotta contro la criminalità organizzata e per la legalità dedicando a questo tema la prossima Giornata Mondiale della Cooperazione, istituita dall’ONU, che si celebra ogni anno il primo sabato di luglio.

Intervista ad Elio Sanfilippo, presidente Legacoop Sicilia

E’ Corleone la città scelta dalla Presidenza nazionale di Legacoop e dalla Direzione di Legacoop Sicilia per discutere sul tema “Insieme: legalità e sviluppo”. Luogo dell’incontro un immobile confiscato a Totò Riina, dove sono già in corso i lavori di ristrutturazione, e che presto diventerà un agriturismo, la gestione sarà affidata alla cooperativa “Pio La Torre”.

L’iniziativa è l’occasione per lanciare una proposta di collaborazione alle altre organizzazioni imprenditoriali e per presentare un quadro degli interventi realizzati dalle cooperative aderenti a Legacoop Sicilia, impegnata da diversi anni in un’attività di promozione di nuove imprese economiche cooperative per contribuire alla crescita economica del Mezzogiorno.

Il Presidente di Legacoop Sicilia, Elio Sanfilippo, illustra i processi di rinnovamento che potranno avvenire sia nel campo dell’occupazione che nell’ambito della lotta all’illegalità e alla criminalità organizzata.

Qual è il significato dell’incontro che riunisce i vertici nazionale e siciliano?

L’evento ha un duplice valore. In prima battuta conferma il nostro impegno in Sicilia a sostegno delle iniziative imprenditoriali nel segno della legalità. Stiamo vivendo una fase storica di grande impegno dello Stato e di assunzione di responsabilità delle principali organizzazioni economiche che hanno avviato un rinnovamento del territorio. Legacoop, così come Confindustria, Confesercenti e le altre, stanno dimostrando che il cambiamento è possibile. La nostra organizzazione cooperativa ha investito in questa terra per impostare un processo di sviluppo della cooperazione, ma prima bisogna agire sulle cause che impediscono la crescita del territorio. Si tratta di creare condizioni di sicurezza, di riformare la burocrazia, di creare una politica progettuale.

Il secondo aspetto che voglio sottolineare è la scelta di Corleone come luogo simbolico. Oggi non rappresenta più soltanto il paese in cui sono iniziate le carriere criminali dei grandi boss. Esiste l’altra faccia della medaglia, il risvolto positivo di un territorio che genera un percorso di trasformazione economica e non cerca connivenze con il mondo del malaffare.

Quali sono le ricadute sull’economia siciliana che questo reticolo di iniziative sta apportando?

La Sicilia attualmente non riesce ad ancorarsi ai processi di sviluppo europei e subisce un processo di marginalizzazione. È una terra che produce ma non è ancora pronta a competere con gli altri mercati. Per questo Legacoop sostiene le cooperative, soprattutto quelle giovanili, dall’agroalimentare ai servizi, dalle costruzioni alla Gdo. Un passo molto importante riguarda la gestione dei beni confiscati alla mafia, l’iniziativa di Corleone ne è un chiaro esempio, ritengo che questa possa essere la via da percorrere per valorizzare al meglio lo straordinario patrimonio umano di cui la Sicilia dispone.

lunedì 31 marzo 2008

Trapani, intimidazione a un cronista

La denuncia arriva dall'Ordine dei giornalisti siciliani: Aldo Virzì, che aveva denunciato commistioni tra politica e informazione, ha subito danni alla propria autovettura parcheggiata sotto casa
TRAPANI - All'assemblea annuale dell'Ordine dei giornalisti siciliani, che si è svolta sabato a Trapani, Aldo Virzì, giornalista pubblicista, aveva denunciato le "commistioni tra politica e informazione", nella notte gli hanno tagliato le 4 gomme dell'auto Audi 80, parcheggiata sotto casa.L'episodio è stato denunciato alla polizia dallo stesso Virzì. "Vorrei tanto che fosse una ragazzata, ma temo che non lo sia". Dice lo stesso Aldo Virzì che ha denunciato l'accaduto. Il giornalista pubblicista, dirigente al Comune di Trapani e collaboratore di numerose testate, da tempo denuncia, soprattutto sul mensile locale 'Extra', "una sorta di acquiescenza di parte dell'informazione trapanese al potere politico e non solo"."Sabato, nel mio intervento all'assemblea dell'Ordine - ricorda lo stesso Virzì - sono tornato a criticare il sistema dell'informazione, senza fare specifiche accuse e sapendo che a Trapani ci sono alcuni colleghi di valore".Il presidente dell'Ordine, Franco Nicastro, oltre ad esprimere solidarietà al collega, ha annunciato "un'iniziativa forte, insieme all'Assostampa", guidata a Trapani da Mariza D'Anna, che ha manifestato a Virzì la solidarietà del sindacato."Su questa vicenda - aggiunge Nicastro - andremo fino in fondo. Le continue intimidazioni ai colleghi sono intollerabili. Virzì, poche ore prima che tagliassero le gomme della sua auto, aveva parlato del clima ostile che si respira a Trapani nei confronti dei giornalisti liberi".Anche l'Unci-Unione nazionale cronisti italiani esprime "solidarietà" al collega: "Chi tenta di fermare la libera informazione con avvertimenti di stampo mafioso - ha dichiarato il presidente dell'Unci Sicilia, Leone Zingales - ha sbagliato strada. Condanniamo l'episodio e chiediamo a magistratura e forze dell'ordine di fare luce sull'episodio"Solidarietà anche da parte del vice presidente della Commissione nazionale antimafia, Beppe Lumia: "Ancora una volta un giornalista subisce un atto intimidatorio. È la conferma del ruolo fondamentale che un informazione libera, rigorosa, autorevole, senza padroni e padrini può svolgere nell'azione di contrasto delle organizzazioni criminali e del malaffare. Ad Aldo Virzì esprimo la mia piena solidarietà e l'incoraggiamento a continuare nella sua importante opera di denuncia, anche dei silenzi di chi invece dovrebbe parlare".
31/03/2008

Al Sud l'83% dei beni confiscati

Secondo i dati dell'agenzia del demanio il 46% sarebbe solo in Sicilia, il resto in Campania, Calabria e Puglia
PALERMO - "L'83% dei beni confiscati si trova nelle quattro regioni meridionali, con una netta prevalenza della Sicilia (46%), mentre Campania e Calabria si attestano intorno al 15% e la Puglia al 7%". Lo rende noto l'agenzia del demanio, responsabile della gestione dei beni confiscati alla criminalità organizzata dal momento della confisca definitiva del bene fino alla sua destinazione."Il restante 17% dei beni - prosegue - è concentrato prevalentemente in Lombardia e nel Lazio". Nel corso del 2007 l'agenzia del demanio ha avviato un nuovo modello di gestione e destinazione dei beni confiscati basato sui Progetti Territoriali che prevedono la consegna di "pacchetti omogenei di beni" agli enti locali e il loro riutilizzo sociale, attraverso la firma di protocolli d'intesa."Il progetto territoriale consente - secondo l'Agenzia del demanio - di superare le criticità legate alle lunghe procedure di istruttoria e di tutela che caratterizzano la destinazione dei beni".I protocolli hanno poi l'obiettivo "di rinforzare la collaborazione e il coordinamento tra i soggetti firmatari, in modo tale da superare le difficoltà operative e le criticità che questi beni presentano (gravami ipotecari, occupazione abusiva, identificazione degli esatti estremi identificativi catastali, ecc.) e consentire una più rapida ed efficiente consegna dei beni alla collettività".Nel 2007 sono stati avviati 4 Progetti Territoriali che hanno portato alla firma di altrettanti Protocolli d'Intesa con i Comuni di Roma (2 febbraio 2007 - 57 unità immobiliari), Reggio Calabria (19 febbraio 2007 - 48 unità immobiliari), Palermo (5 settembre 2007 - 258 unità immobiliari) e Bari (26 settembre - 56 unità immobiliari).La Finanziaria 2007 ha, inoltre, ampliato la platea dei destinatari dei beni confiscati. Oltre ai Comuni, potranno acquisire e gestire immobili confiscati alla criminalità organizzata anche le Province, le Regioni, le Università Statali, le Agenzie Fiscali, le Amministrazioni dello Stato e le Istituzioni culturali con rilevante interesse nazionale.Nel corso del 2007 l'Agenzia del Demanio ha destinato 684 immobili confiscati. Il 2007 ha fatto registrare, per la prima volta, un'inversione di tendenza: il numero dei beni destinati ha superato il numero dei beni in gestione all'Agenzia del demanio.
31/03/2008

domenica 30 marzo 2008

Corleone 10 marzo 2008. Una giornata particolare

Corleone, lunedì 10 marzo 2008 – Una giornata particolare – Una partecipazione personale e diretta, in rappresentanza di tutta la CGIL fiorentina, alla commemorazione del 60° anniversario dell’omicidio di Placido Rizzotto. Un sindacalista ucciso per ciò che rappresentava in Sicilia e nel movimento contadino del secondo dopoguerra. Le parole dei componimenti dei bambini delle scuole elementari, bellissime nel dialetto locale, hanno avviato la giornata della memoria proseguita poi nella tavola rotonda con i ragazzi del Liceo di Corleone.

Riattualizzare la figura di Placido Rizzotto mi è stato, oltre che gradito, particolarmente facile per l’impegno solidale che la Camera del Lavoro di Firenze ha messo nel sostenere le cooperative agricole che operano da tempo sui terreni confiscati alla mafia. Un modo concreto per agire e lavorare nella legalità, sconfiggendo quella disattenzione che alberga troppo spesso nel senso comune. Disattenzione che poi culmina con l’indifferenza e condanna una terra, così bella e ricca, alla politica clientelare piuttosto che conquistarla alla buona politica capace di progettare e indicare alle giovani generazioni un futuro per cui vale la pena impegnarsi.
Questo percorso di collaborazione della CGIL con tanti altri soggetti va rafforzato ed esteso, con la partecipazione di chi vive in Sicilia e che desidera un riscatto vero di quella terra. Ritengo importante perciò proseguire sul percorso avviato da tanti giovani che, in questi ultimi anni, dalla Toscana sono andati a “sporcarsi le mani” nelle cooperative di Corleone per dare appunto alla speranza di cambiamento un segno concretamente tangibile.
Mauro Fuso
Segretario Generale CGIL Firenze


Carissimo Dino, desidero ringraziarti per l'ospitalità e per avermi dato l'opportunità di vivere un'esperienza particolarmente significativa sia dal punto di vista umano che da quello politico sindacale. Il sogno di Rizzotto e di molti compagni che hanno dato la vita è stato realizzato grazie al tuo impegno, a quello di Maurizio e di tutti i compagni che lavorano nelle cooperative. I ragazzi che col loro impegno quotidiano danno una dimostrazione e rappresentano un esempio di come si organizza la democrazia in un epoca che invece purtroppo vede avvicinarsi alla politica con altri scopi, vanno sostenuti ed aiutati in tutti i modi.
Il mio impegno sarà quello di trasmettere questa esperienza eccezionale a tanti altri compagni delle forze politiche, delle istituzioni e delle organizzazioni sindacali, per fare in modo che questo progetto possa rafforzarsi, non permettendo a nessuno di spegnere il sogno di Placido, che oggi è diventato quello dei ragazzi delle cooperative.

M'impegnerò per fare in modo che questo interesse non sia esclusivamente della Cgil toscana ma lo diventi anche per le categorie più sensibili, mi viene in mente la Fiom, ma anche la Cgil nazionale.

Un abbraccio affettuoso e grazie di nuovo per tutto, ma principalmente per il vostro coraggio che ha rafforzato in me la volontà di non abbassare la testa.

Paolo Gozzani
Segretario Cgil Massa-Carrara

FOTO. Da sx, Mauro Fuso e Paolo Gozzani alla cerimonia per ricordare Rizzotto in piazza Garibaldi.

sabato 29 marzo 2008

IN MEMORIA DELLE VITTIME DELLA MAFIA

I video-testimonianza dei familiari delle vittime di mafia

PARTE PRIMA

PARTE SECONDA

PARTE TERZA

PARTE QUARTA

PARTE QUINTA

PARTE SESTA

Dieci anni per il maresciallo dei carabinieri Antonio Borzacchelli

Processo talpe Dda, a Palermo arriva la condanna per il maresciallo dei carabinieri accusato di concussione e violazione di segreto d'ufficio

PALERMO - I giudici della seconda sezione del tribunale di Palermo hanno condannato a dieci anni di carcere il maresciallo dei carabinieri Antonio Borzacchelli, ex deputato regionale dell'Udc, accusato di concussione, tentativo di concussione e violazione di segreto d'ufficio nell'ambito del processo nato dall'inchiesta sulle talpe alla Dda di Palermo.

I pm Maurizio De Lucia e Nino Di Matteo avevano chiesto la condanna dell'imputato a 13 anni di reclusione. Il 18 gennaio scorso era arrivata la condanna per il presidente della Regione siciliana, Salvatore Cuffaro, dichiarato colpevole per favoreggiamento semplice e rivelazione di segreto d'ufficio e condannato a 5 anni di reclusione.

Borzacchelli è stato assolto soltanto da uno dei capi di imputazione quello relativo alla tentata concussione e condannato per tutti gli altri reati riuniti sotto il vincolo della continuazione. I giudici hanno condannato il maresciallo anche all'interdizione perpetua dai pubblici uffici.

Secondo gli inquirenti, l'imputato, abusando della sua funzione e della carica di deputato dell'Ars, avrebbe indotto il manager della sanità privata palermitana, Michele Aiello, condannato nell'ambito della stessa indagine a 14 anni di carcere per associazione mafiosa, a dargli del denaro e avrebbe cercato di farsi intestare quote della società di diagnostica di cui l'imprenditore era titolare. Aiello si è costituito parte civile nel processo al sottufficiale dell'Arma. Borzacchelli è stato condannato a versargli 25mila euro a titolo di risarcimento del danno.

L'imputato, inoltre, avrebbe informato il manager delle dichiarazioni fatte sul suo conto, agli investigatori, dal pentito Salvatore Barbagallo e avrebbe comunicato al presidente della Regione Salvatore Cuffaro notizie riservate su indagini, condotte dal maresciallo del Ros dei carabinieri Giorgio Riolo, riguardanti il capomafia palermitano Giuseppe Guttadauro.

Il processo, come hanno sottolineato i pm Maurizio De Lucia e Nino Di Matteo durante la requisitoria, "ha fatto emergere le gravi responsabilità del carabiniere". I pm hanno però evidenziato che, allo stesso tempo, "sono stati altri militari dell'Arma, quelli del Nucleo operativo del colonnello Gianmarco Sottili, che con grande professionalità, incisività, efficacia e onestà intellettuale, senza guardare in faccia a nessuno, hanno squarciato il velo che copriva una verità così scomoda".
28/03/2008

giovedì 27 marzo 2008

Polpettone e cassata, Walter a pranzo dal giardiniere nisseno

CALTANISSETTA - Antipasto di verdure, pasta alla Norma, polpettone e cassata siciliana. È il menù offerto oggi a Walter Veltroni da una famiglia di Caltanissetta. Ad accogliere in casa il leader del Pd è stato Calogero Palermo, giardiniere, assieme alla moglie Ivana Manzio, lavoratrice part-time, e i due figli Martina e Umberto di 3 e 5 anni."Abbiamo parlato del loro lavoro e della loro vita - ha detto Veltroni dopo il pranzo - ma anche delle potenzialità che ha questa terra, che però è imbrigliata e soffocata; per questo bisogna evitare le scorciatoie dalle quali persone come loro non vogliono passare. Questa è una città molto particolare - ha aggiunto - in cui c'è un'attenzione verso la legalità e una esperienza amministrativa positiva".Fuori dall'abitazione Veltroni è stato accolto da Filippa Scaletta, sorella di Ezio, un giovane di 35 anni affetto da distrofia e costretto a vivere attaccato a un respiratore. "Mio fratello è pazzo di Walter Veltroni - ha detto la donna - quando ha saputo che veniva a Caltanissetta mi ha chiesto di venire qui per portargli i suoi saluti". Veltroni ha poi parlato al telefono con il giovane malato.
26/03/2008

Enna, Walter Veltroni presenta il decalogo antimafia del Partito Democratico

ENNA - Dieci punti per contrastare le mafie, dall'approvazione del testo unico antimafia all'agenzia unica dei beni confiscati, dal monitoraggio degli appalti all'allontanamento di tutti i rappresentanti pubblici con condanne per associazione a delinquere o favoreggiamento. È il decalogo che il leader del Pd Walter Veltroni ha presentato questo pomeriggio a Enna durante il suo tour elettorale ad Enna.Il decalogo è un pacchetto di iniziative per potenziare gli strumenti legislativi e di controllo con l'istituzione, tra l'altro dell'anagrafe dei conti e dei depositi bancari e dell'albo degli intermediari finanziari e dell'attivazione della legge Mancino.Per liberare l'economia del Sud dalla morsa mafiosa il Pd prevede il monitoraggio degli appalti e la riduzione delle stazioni appaltanti e la promozione di un tutor per le imprese. Pugno duro anche a livello di polizia con l'integrazione delle polizie nazionali e locali, la realizzazione di un sistema di sicurezza integrata, l'aumento delle dotazioni strumentali nonchè la riapertura dei concorsi pubblici.Come già annunciato ieri da Veltroni, è necessaria la piena efficienza dell'articolo 41 Bis e della certezza della pena così come vanno potenziate le forze delle direzioni distrettuali antimafia e aumentati gli organici dei magistrati.Il Pd si impegna inoltre alla costituzione di uno spazio giuridico antimafia europeo ma è soprattutto in politica che ritiene necessario "spezzare definitivamente il legame tra mafia e politica" con il monitoraggio dei Comuni già sciolti per mafia e di quelli che sono in fase di commissariamento.Sulla scia del codice etico del Pd, il decalogo prevede l'allontanamento di tutti gli esponenti pubblici con condanne per associazione a delinquere o favoreggiamento e si impegna ad una lotta contro i clientelismi, per la promozione del merito nello studio e nel contrasto al lavoro nero.Il nono punto prevede una maggiore repressione dell'abuso edilizio nelle aree soggette a vincoli di tutela e il controllo del sistema di gestione dei rifiuti. Ma siccome la lotta alle mafie passa anche attraverso l'educazione il Pd si impegna a mobilitazioni pubbliche e a promuovere una giornata nazionale della memoria per le vittime di mafia.


26/03/2008

mercoledì 26 marzo 2008

Legacoop: "Impresa, legalità, sviluppo"

Mercoledì 2 aprile, a Corleone, riunione congiunta della Presidenza Nazionale di Legacoop e della Direzione di Legacoop Sicilia nel casolare confiscato a Riina, che adesso è stato ristrutturato ed affidato alla coop "Pio La Torre" per realizzarci un agriturismo.

Roma, 26 marzo 2008 - Legacoop è impegnata, da diversi anni, in un’attività di promozione di nuove imprese cooperative per contribuire alla crescita economica del Mezzogiorno e alla creazione di opportunità di lavoro dignitoso per i giovani, nella convinzione che questo sia il modo migliore per contrastare l’illegalità ed il ricatto della criminalità organizzata che ostacolano lo sviluppo di un’intera area del Paese.

A conferma dell’impegno dell’organizzazione, la Presidenza Nazionale di Legacoop e la Direzione di Legacoop Sicilia si riuniranno congiuntamente per discutere sul tema “Insieme: legalità e sviluppo”.
L’incontro si terrà mercoledì 2 aprile, con inizio alle ore 10.30, a Corleone, in contrada Gorgo del Drago, (provenendo da Palermo, al km. 25 della strada statale 118) dove sono in corso i lavori di ristrutturazione dell’immobile confiscato a Totò Riina, che sarà assegnato nei prossimi giorni alla cooperativa “Pio La Torre” e dove verrà realizzato un agriturismo che sarà gestito dalla cooperativa.
L’iniziativa sarà l’occasione per lanciare una proposta di collaborazione alle altre organizzazioni imprenditoriali e per presentare un quadro delle iniziative realizzate dalle cooperative aderenti a Legacoop in Sicilia.
Il programma dei lavori, prevede l’introduzione di Elio Sanfilippo, Presidente Legacoop Sicilia, quindi a seguire alle 10.45 la relazione di Giuliano Poletti, Presidente Legacoop Nazionale. Il dibattito verrà aperto alle 11.30, mentre le conclusioni sono previste per le 13.30.

domenica 23 marzo 2008

LA MEMORIA È IMPEGNO

LA MEMORIA È IMPEGNO
NOMI E VOLTI DA NON DIMENTICARE

a cura di LIBERA

All'indomani dei 100mila di Bari. Lotta alle mafie e Pasqua: la pietra sarà ribaltata

di Luigi CIOTTI

Eravamo oltre 100mila, sabato 15 marzo a Bari. Arrivati da tutta Italia e da molti paesi d’Europa. Impossibile non rilevare, nel flusso multicolore di associazioni, gruppi, delegazioni, scuole, l’altissima percentuale di giovani. Con la loro energica freschezza e la loro serietà, il loro desiderio di cercare e la loro volontà di capire.
Eravamo in più di 100mila a stringerci attorno a centinaia di famigliari delle vittime delle mafie. Sono stati loro i protagonisti e l’anima di questa giornata. Li abbiamo accolti, ascoltati, accompagnati. Abbiamo sentito sulla nostra pelle le parole di un dolore ancora vivo, a volte gridato, altre sommesso, altre ancora sopraffatto da un’emozione che riemergeva incontenibile. Percorrendo quel lungomare abbiamo scandito in interminabile corteo i nomi dei loro cari. Quei nomi – come pietre miliari di un cammino – continueremo a scandirli anche il 21 marzo: come da tredici anni a questa parte. Il 21 marzo: primo giorno di primavera, segno di vita che si rinnova.
Sono più di settecento le vittime innocenti uccise dalle mafie. Pronunciare insieme quei nomi, custodirli come un seme prezioso da accudire e alimentare ogni giorno, è il senso della 'Giornata della memoria e dell’impegno', ma anche il possibile nesso – per chi abbia certi riferimenti spirituali o ne sia alla ricerca – tra la lotta alle mafie e la Pasqua, tra i racconti evangelici della Passione e il desiderio di costruire giustizia su questa terra. Le mafie ci vogliono far credere che il cerchio del sopruso e della morte si stringa attorno a noi implacabilmente. Ci vogliono convincere che l’unica legge sia quella del più forte, che tra uomini non possa darsi fratellanza, prossimità, giustizia. E che di fronte alla violenza – violenza delle armi, ma anche della corruzione, della menzogna, dell’indifferenza – altra scelta non abbiamo che quella di farci i fatti propri, non impicciarci, badare ai nostri interessi. Tacendo quando dovremmo parlare, tirando dritto quando ci dovremmo fermare, guardando altrove quando dovremmo aprire gli occhi e guardare fisso in quelli di chi è piegato, affaticato, privato della libertà, bloccato dalla paura o svuotato dalla rassegnazione.
La buona notizia del Vangelo rompe però questo circolo vizioso, smonta questo schema all’apparenza ineluttabile. Il primo giorno dopo il sabato, quando è ancora buio e quando morte e violenza sembrano ormai vincere, qualcosa si muove. C’è qualcuno che – più di altri – non si rassegna e che continua a cercare. A sperare nel cambiamento. Ed è a questo punto che chi cerca scorge la pietra sopra il sepolcro ribaltata. Vita e giustizia hanno vinto; luce e speranza hanno fugato buio e violenza. Gesù di Nazareth è stato risuscitato. È vivo. Per continuare a proporre la libertà del «vincere il male con il bene»; del resistere all’ingiustizia con quel semplice, ma incisivo e sempre attuale «fame e sete di giustizia».
100mila vivi che camminano e 700 nomi (volti, storie e vite spezzate) ri-proposte alla meditazione, al ricordo, alla prova della solidarietà e, per chi ha riferimenti di fede, alla preghiera per fare in modo che la via crucis che ci prepara alla Pasqua non si fermi al Venerdì Santo. La pietra è stata ribaltata. Il buio è finalmente vinto dalla luce. Ora l’impegno è nuovamente possibile e ogni rassegnazione, silenzio o complicità con il male devono essere definite per quello che sono: negazione di cambiamento, omissione e privazione di libertà. L’impegno per la giustizia è nuovamente possibile. A partire dal nostro quotidiano. Per tutti. Per ciascuno. Finalmente certi del fatto che 'lotta e preghiera' sono la sola modalità per resistere alla tentazione della violenza e ritrovare le ragioni della verità che ci rende liberi. Anche dalle mafie.
Ma a una speranza che si regge sull’impegno. Anzi: che scaturisce dall’impegno. Come può del resto condurci lontano una speranza non alimentata da gesti quotidiani? Una speranza non sorretta da una responsabilità senza scadenze, non orientata da un realismo che sappia evitare sia le lusinghe dell’illusione, sia la trappola della delusione? Ecco allora il senso dell’espressione 'memoria e impegno', dove la 'e' congiunge, ma anche identifica: memoria è impegno.
Ecco il senso di un ricordare che non è solo un inchinarsi metaforicamente di fronte a testimonianze di generosità, di coraggio e integrità civile, ma un piegarsi concretamente per raccogliere il testimone di chi ha agito per fame e sete di giustizia, avendo riconosciuto in quella fame e sete il fondamento di una vita capace d’impegno e di amore. Senso di una Pasqua che è Passione e Resurrezione di Cristo, ma insieme rinnovamento profondo delle coscienze nel segno dell’impegno e della ricerca di verità.

AVVENIRE, 21 marzo 2008