martedì 21 agosto 2007

E' incredibile, ma la ‘ndrangheta è la più impunita tra le diverse mafie

di Luciano Violante

Io non credo che sia impossibile in un Paese moderno sradicare le organizzazioni armate che sul suo territorio, o partendo dal suo territorio, uccidono, controllano, estorcono, corrompono. Dopo la strage di Duisburg scopriamo che sulla ’ndrangheta si sa quasi tutto. Tv e giornali hanno pubblicato l’elenco delle famiglie e i nomi dei principali appartenenti a ciascuna di esse, il numero di affiliati, l’entità del giro di affari e i settori di intervento.Un quotidiano ha dedicato due pagine a una grande mappa con la geografia degli interessi della organizzazione criminale. In Russia la famiglia Mazzaferro acquista banche e alberghi. In Australia le famiglie Timboli, Sergi e Barbaro si occupano di lavori pubblici e controllano il gioco d’azzardo. In Salvador le famiglie Nirta acquistano cocaina. E così via, girando per il mondo.Ma se sappiamo così tante cose perché non riusciamo a stroncare l’organizzazione? Se sinora è mancato il risultato, nonostante lo sforzo che c’è ed è considerevole, è segno che serve una impegno politico nuovo ed una nuova strategia.
La presenza di bande armate di questa dimensione sul territorio dello Stato è una questione democratica prima che criminale e come tale va affrontata. Ciò che rende le diverse mafie pressocchè invulnerabili, nonostante gli arresti e i processi, è la loro non estraneità al contesto economico, sociale e politico, di modo che è difficile un’azione di sradicamento senza toccare corposi interessi dell’economia e della politica, che si ribellano, ribaltano le accuse sui magistrati e sollevano polveroni. Il carattere democratico della questione mafiosa nasce da questo intreccio. Il terrorismo rosso fu sbaragliato nell’arco di pochi anni non solo per l’impegno ideale, politico e operativo, ma anche perché era un corpo estraneo alla società italiana. La lotta contro le mafie è più difficile proprio per la loro non estraneità alla società del territorio dove sono radicate. Tuttavia non si tratta di una piovra misteriosa e inafferrabile. Si tratta di uomini, danaro e legami. Bisogna arrestare e condannare quegli uomini, sequestrare e confiscare il danaro, tagliare i legami. E agire con continuità, adeguando sempre i mezzi di risposta ai mutamenti dell’avversario. Occorre una inflessibile determinazione, cominciando dalle cose apparentemente più piccole. A San Luca da dodici anni, ripeto da dodici anni, si tenta invano di costruire una caserma dei carabinieri. Sinora hanno avuto la meglio le minacce di morte e l’incendio di una ruspa. La caserma non c’è, lo Stato non ce la fa, vince la ‘ndrangheta. Nel luogo ove doveva esserci un presidio di legalità restano le fondamenta e i primi pilastri, monumento della forza della ‘ndrangheta e della debolezza dello Stato. Perchè i ragazzi di quel paese, di fronte a questo scandalo, dovrebbero credere alla legalità della Repubblica e non alle sollecitazioni del padrino di turno? La costruzione di quella caserma può diventare la prima pietra di una nuova determinazione democratica. Se non è possibile costruire l’edificio per vie ordinarie, si chiami il genio militare. Si dia il segno che non si è né inerti, né collusi, né arresi.
Naturalmente non basta ricostruire quella caserma. Occorre una reimpostazione complessiva degli strumenti di lotta contro le diverse mafie, adattando gli strumenti alle specificità di ciascuna di esse. Le leggi e le istituzioni di cui oggi disponiamo sono state elaborate tra la fine degli anni Ottanta e i primi anni Novanta, su misura della mafia siciliana. Le due istituzioni frutto di quella stagione sono la Direzione investigativa antimafia, un organismo di polizia specializzato contro le mafie, e la Direzione nazionale antimafia, una sorta di organo di coordinamento delle procure della Repubblica, oggi diretto da Piero Grasso, già procuratore della Repubblica di Palermo dopo Gian Carlo Caselli. Si ha l’impressione che entrambi gli istituti meriterebbero una riflessione per potenziarne le capacità operative, differenziando anche dal punto di vista della organizzazione interna competenze e interventi in relazione a mafia siciliana, ‘ndrangheta e camorra, anche per verificare i risultati raggiunti nei confronti di ciascun settore.
La ‘ndrangheta, ad esempio, è la più impunita tra le diverse mafie. Perché ciò che serve a colpire le altre organizzazioni è arma spuntata nei suoi confronti? La ’ndrangheta, nonostante la preparazione professionale dei magistrati calabresi, ha avuto più colpi in Piemonte e Lombardia che in Calabria, mentre la mafia è stata più colpita in Sicilia e la camorra in Campania. Perchè questa particolarità? Rispondere alle domande aiuterà a ripartire con autorevolezza, efficacia e rapidità. Esistono poi alcune questioni tecniche. Il processo penale consente una sorta di patteggiamento in grado di appello che, come ha recentemente denunciato il magistrato che si occupa della strage di Duisburg, dottor Gratteri, riesce a ridurre una pena di 24 anni a otto o nove anni. È compatibile questa indulgenza con la “tolleranza zero” contro le mafie? oppure il rigore vale solo per i rom e i marocchini? L’aggressione alle ricchezze mafiose segna il passo. Dal 1992 al 2006 si è confiscato solo il 15% dei beni sequestrati e quindi se ne è restituito l’85%. Alla ‘ndrangheta, che avrebbe un giro di affari pari a 22 miliardi di euro, sono stati confiscati negli ultimi quindici anni beni per poco più di 44 milioni di euro (dati Dia). Esagero se dico che è vergognoso per tutti noi questo stato di cose? Ma non è impossibile girare pagina. L’attuale Commissione Antimafia ha avanzato proposte serie e incisive che, messe in atto, ci aiuterebbero a superare le attuali difficoltà.So bene che esistono anche problemi di carattere politico, economico e sociale. Ma a mio avviso è necessario sfuggire al sociologismo o al politicismo attaccando presto e con durezza. Se l’attacco funziona, l’esperienza dice che il resto seguirà.
L'Unità, 20.08.07

lunedì 20 agosto 2007

Ficuzza, ricordato il colonnello Giuseppe Russo, assassinato dalla mafia 30 anni fa

FICUZZA – Il momento più commovente dell’intera manifestazione è stato quando la piccola Giulia ha posato un fiore sul monumento al nonno mai conosciuto, sotto lo sguardo protettivo di mamma Benedetta e di nonna Mercedes. Poi a deporre le corone di alloro sono stati i Carabinieri e il Comune di Corleone, dando solennità alla cerimonia, svoltasi di ieri mattina a Ficuzza, per ricordare il 30° anniversario della morte del colonnello Giuseppe Russo, assassinato il 20 agosto 1977, insieme al suo amico professor Filippo Costa, da un commando mafioso. Per rendere omaggio all’ufficiale dell’Arma, erano presenti a Ficuzza il generale Giuseppe Barraco, comandante interregionale CC di Messina, il colonnello Michele Sirimarco, comandante del Gruppo CC di Monreale, il capitano Matteo Gabelloni, comandante della Compagnia CC di Corleone, l’arcivescovo di Monreale, monsignor Salvatore Di Cristina, il maresciallo Giuseppe Coppola, comandante della GG.FF. di Corleone, il colonnello Filippo Ruffa, comandante della GG.FF. di Bagheria, il generale Francesco Carofiglio, comandante provinciale della GG.FF., il vice-prefetto vicario d.ssa Antonella D'Emiro, il dott. Filippo Calì, dirigente del Commissario di P.S. di Corleone, il sindaco di Corleone, Nino Iannazzo, e il vice-presidente della Commissione Antimafia, on. Giuseppe Lumia. Significativa anche la presenza della Cgil e di associazioni come l’Arci, il Cidma e la coop “Lavoro e non solo”, che gestisce terreni confiscati alla mafia.
E’ toccato al capitano Gabelloni leggere la motivazione del conferimento della medaglia d’oro alla memoria del colonnello Russo. «Si impegnava con coraggio ed elevata capacità professionale – era scritto nella pergamena - in prolungate e difficili indagini relativi ai più eclatanti episodi di criminalità mafiosa verificatisi negli anni ’60-’70 nella Sicilia occidentale. Proditoriamente fatto segno a colpi di arma da fuoco in un vile agguato, immolava la sua esistenza agli ideali di giustizia e di difesa delle istituzioni democratiche». Il colonnello Sirimarco, invece, ha letto un vibrante ricordo dell’ufficiale da parte del generale in pensione Antonio Subranni. Prima della cerimonia ufficiale, nella cappella di Ficuzza era stata celebrata la Santa Messa, presieduta da monsignor Di Cristina.
Dino Paternostro
20 agosto 2007
FOTO. Un momento della manifestazione. In prmo piano i familiari di Russo (da sx: la piccola Giulia, Benedetta Russo, il vice-prefetto De Miro, Mercedes Russo)

domenica 19 agosto 2007

Intimidazione alla Casa dei Giovani di Castelvetrano (Tp): "Ora la mafia reagisce!"

Ad agosto quattro intimidazioni in pochi giorni. Intervengono Grasso e Lumia. Solidarietà della Diocesi

di Rino Giacalone

Quattro intimidazioni, tre firmate con il fuoco, sono un segnale preciso. La mafia c'entra negli attentati subiti dall'inizio di agosto, dalle fattorie oggi affidate ad associazioni e comunità, come la Casa dei Giovani di padre Salvatore Lo Bue, che si occupano delle aziende di Zangara e Latomie a Castelvetrano, o all'associazione San Vito di padre Francesco Fiorino che tra l'altro gestisce un terreno, uliveto ed agrumi, a Torre Cusa a Campobello di Mazara. «La reazione – dice il procuratore nazionale antimafia Pietro Grasso – ci fa capire che la mafia è stata colpita e reagisce, vuol dire che l'analisi e l'azione condotta sono corrette. Certo è brutto vedere colpito il lavoro di tanti giovani, ma si tratta di donne e uomini, sacerdoti e volontari che hanno sempre risalito la china e che lo faranno ne sono sicuro ancora oggi». C'è una circostanza che non sfugge. Nei momenti in cui il Parlamento è stato chiamato ad occuparsi di legislazione antimafia, è da Trapani che sono partiti precisi messaggi firmati Cosa Nostra. Il boss Leoluca Bagarella scelse l'aula del Tribunale per attaccare il 41 bis, adesso questi attentati mentre la commissione nazionale antimafia si appresta a presentare un disegno di legge di modifica della legge sulle confische. Lo scenario si completa così: dietro i terreni oggi confiscati e oggetto di intimidazioni ci sono nomi «pesanti», Bernardo Provenzano, Matteo Messina Denaro, e quello del campobellese Vincenzo Spezia. «Non sappiano se è stata la mafia ad agire – dice l'on. Giuseppe Lumia vice presidente dell'Antimafia – ma se non c'entra Cosa Nostra certamente chi ha agito per vendetta o per altro non lo ha potuto fare senza il “permesso” dei boss. È tempo che da Trapani partano altri messaggi, quelli della società civile in rivolta contro i boss, ma da non tutte le istituzioni giungono i solleciti giusti».Qui a comandare la mafia è il super latitante Matteo Messina Denaro. C'è la sua impronta? «Trova sempre fidati che si mettono a disposizione, è un fuoco che a lui non dispiace – osserva Lumia – gli organi investigativi mi risulta che stanno lavorando bene il gesto non può restare e so che non resterà impunito».La Chiesa di Mazara ha espresso solidarietà alle comunità colpite, confidando nell'attività investigativa ha auspicato che l'opera educativa e di promozione sociale possa proseguire serenamente. Nei terreni di Zangara hanno deciso che presto si vedranno il presidente della commissione antimafia Francesco Forgione, con il presidente di Libera don Luigi Ciotti. L'idea che circola è quella che qui potrebbe essere presentato il ddl sulle confische.
La Sicilia, 19 agosto 2007

NELLA FOTO: Padre Salvatore Lo Bue

Beni confiscati alle mafie in Italia: un "tesorone" da 40 miliardi di euro

Un bilancio dei beni confiscati alle mafie in Italia. Cifre da capogiro, nonostante lentezze e ritardi nelle procedure di acquisizione

di Franco Stefanoni

Una villa, in viale della Regione siciliana, a Palermo, un tempo di proprietà di Giovanni Ienna, oggi sede di una caserma dei carabinieri. Un’altra villa, ancora a Palermo, appartenuta a Gaetano Nobile, patrimonio adesso del Comune, dove è ospitata una comunità per la riabilitazione di persone disabili. E, ancora: un terreno di 57 ettari, a Corleone (Palermo), già di proprietà di Totò Riina, finita nelle mani del Comune, che ne ha fatto uno spazio per attività agricole gestite dal consorzio Sviluppo e legalità.Sono alcuni dei frutti delle confische di beni mafiosi, decise dalla magistratura e convalidate fino alla Cassazione, quindi gestite dall’Agenzia del demanio e, infine, destinate a Comuni e associazioni. Un iter lungo, tortuoso, spesso incerto, che contrappone istituzioni locali, enti non profit, amministratori giudiziari, Agenzia del demanio, da poco anche un commissario straordinario (Antonio Maruccia). Con il risultato che solo minima parte dei beni mafiosi passa davvero allo Stato. Ma questa, per ora, è l’unica strategia che, quando va in porto, riesce a far davvero male a Cosa nostra, ‘ndrangheta, camorra e Sacra corona unita.

La Direzione investigativa antimafia ha calcolato che tra il 1992 e il 2006 alle mafie sono stati sequestrati beni (passaggio propedeutico per arrivare al vero esproprio) per 4,3 miliardi, mentre il valore delle confische è stato di 744 milioni. Si tratta però di un conteggio di investigatori e magistratura realizzato a valori storici. In realtà il patrimonio sottratto al crimine organizzato vale molto di più, almeno dieci volte tanto: circa 40 miliardi i sequestri, 7 miliardi le confische. «È una stima per difetto», conferma Marco Arnone, economista all’Università Piemonte orientale e studioso di economia criminale che alle confische ha dedicato alcune ricerche, «perchè è difficile stabilire con precisione valori di imprese, stabili e terreni. Mancano i bilanci, dati sui flussi di entrate e uscite». Nessuna indicazione arriva dall’Agenzia del demanio, depositaria del patrimonio sottratto ai mafiosi Del resto si tratta di beni indisponibili. Enti locali e non profit possono dunque utilizzarli, non comprarli. L’ente pubblico economico, guidato da Elisabetta Spitz, ha il polso solo della quantità di beni confiscati: 7.328, di cui 3.372 destinati. Dal 2000 a oggi le confische sono andate via via diminuendo, dopo gli exploit degli anni Novanta. Rimane tuttavia lo stock da sistemare. Soprattutto terreni, ma anche edifici e aziende. Nell’83% dei casi il patrimonio si trova nelle quattro regioni meridionali (45% in Sicilia, soprattutto Palermo). Ma dare una destinazione non è facile: riesce solo con il 18% dei beni. Il resto è afflitto da abusivismi, illegalità, abbandono. Negli ultimi tempi l’agenzia ha firmato protocolli per immobili ex mafiosi a Roma, Reggio Calabria e lo scorso luglio a Palermo (circa 300).
Entro il 2008, dice, «tutti i beni confiscati saranno consegnati ». La procedura finora ha previsto che parte dei beni rimanga ai Comuni, mentre il resto venga gestito soprattutto dal network Libera (1.200 associazioni) di don Luigi Ciotti, che ha affidato a Daniele Pati il coordinamento del capitolo confische. Nella geografia dei beni espropriati è appunto alla Sicilia che spetta il primato. Cosa nostra è diverse volte capitolata sotto i colpi dello Stato. Ecco, a Trapani, la Calcestruzzi Ericina, sottratta al capo mandamento Vincenzo Virga, e tuttora attiva in attesa di essere assegnata a una cooperativa; a San Cipirello nel comune di Monreale, la cantina sociale Kaggio, confiscata a Giovanni Brusca e Riina (che a Corleone ha visto anche trasformare una sua villa in scuola); come a Partinico (Palermo) i fabbricati, oggi colonia estiva per bambini; a San Giuseppe Jato (Palermo), il terreno un tempo di Enzo Salvatore Brusca, dove è stato ucciso Giuseppe Di Matteo (figlio del pentito Santino), ora giardino comunale e luogo di formazione alla legalità; nella medesima località, i terreni di cui erano proprietari Riina e Bernardo Provenzano, gestiti dalla cooperativa Placido Rizzotto. Qui su cento ettari si coltivano vigneti dai quali si produce vino bianco e rosso, tutto prenotato molto prima della vendemmia.

Tra le etichette, quella di Cento passi, in onore di Pepil Mondo 17 agosto 2007 copertina copertina questa ribalta anti mafiosa non è piaciuta alla malavitaorganizzata. Lo scorso aprile, nella cooperativa Valle del Marro di Gioia Tauro, un raid della ‘ndrangheta ha rubato le attrezzature per il lavoro agricolo, mentre l’anno prima, a Platì, le cosche hanno sparso veleno su 12 mila piantine di frutti di bosco, distruggendole. Oltre alle mianacce a agli attentati, tra i problemi più sentiti c’è quello delpino Impastato vittima della mafia di Tano Badalamenti. Umberto Di Maggio, responsabile di Libera a Palermo, ricorda: «All’inizio, nel 2001, la gente aveva paura a lavorare per noi. Oggi c’è la fila». La Placido Rizzotto, nella vicina Portella della ginestra (luogo della strage del 1947 eseguita dagli uomini del bandito Salvatore Giuliano), località Piana degli albanesi, gestisce un agriturismo in un cascinale confiscato a Giovanni Brusca e famiglia, in passato luogo di summit mafiosi. Ora ha dieci posti letto, 50 per la ristorazione, ed è collegata al Maneggio Di Matteo (nel nome del bambino ucciso), con una decina di cavalli. Le attività usufruiscono del contributo di Italia lavoro che consegna borse di studio da 4 mila euro ai soci delle cooperative, scelte con bando pubblico. «Il problema è che non siamo proprietari e le banche non ci finanziano », dice Di Maggio.
Lo sanno anche alla cooperativa Pio La Torre, che nel 2006 ha raccolto 300 persone pronte a lavorare sui terreni di Corleone, anche se i posti erano 15. Negli ultimi dieci anni il potere crimanale ha soprattutto registrato la crescita della ‘ndrangheta. Il boss Domenico Libri, tuttavia, ha visto passare la sua villa di Reggio Calabria ai carabinieri, che vi hanno allestito una caserma. Operazione d’altronde non complicata, perché la struttura era già munita di vetri antiproiettile, sistema antintrusione e di video sorveglianza. Poi ci sono le distese di campi agricoli.Tra le località feudo del crimine, figurano Oppido Mamertina e Gioia Tauro (Reggio Calabria). Nel primo caso, nel 2003, 14 ettari di terreni e immobili della famiglia Piromalli sono stati destinati alla coltivazione di agrumi; altri 30 ettari, già della cosca Mammoliti, nella piana di Gioia Tauro hanno preso la strada della coltivazione di ulivi, tutto biologico. Ci sono voluti tre anni per trasformare campi incolti in terre produttive. «Fu investito l’intero nostro capitale», ricorda Antonio Napoli che per Libera si occupa della promozione culturale e sociale nella piana di Gioia Tauro, «ovvero 2.500 euro per socio. È andata bene. Ma qui non è facile, l’area non è permeabile a iniziative simili ». A ogni modo: oggi si producono con sistema biologico anche melanzane, peperoncino piccante, olio extra vergine,miele. In zona, inoltre, la mafia calabrese ha dovuto cedere degli immobili poi finiti alla diocesi di Oppido Palmi. Una struttura di quattro piani è stata destinata a magazzino della Caritas, a uffici della curia e istituto di scienze religiose. La diocesi, per spinta di don Pino De Masi, ha anche chiesto di utilizzare i beni della ‘ndrangheta per costruire una nuova chiesa. Tutta questa ribalta anti mafiosa non è piaciuta alla malavitaorganizzata. Lo scorso aprile, nella cooperativa Valle del Marro di Gioia Tauro, un raid della ‘ndrangheta ha rubato le attrezzature per il lavoro agricolo, mentre l’anno prima, a Platì, le cosche hanno sparso veleno su 12 mila piantine di frutti di bosco, distruggendole. Oltre alle mianacce a agli attentati, tra i problemi più sentiti c’è quello dell’amministrazione giudiziaria dei beni confiscati. Ovvero ciò che accade nel periodo che va dalla decisione della magistratura di confiscare un bene a quello della sua destinazione finale. Gli amministratori, indicati dal tribunale, sono in genere commercialisti e avvocati.

Si tratta di incarichi non agevoli. I professionisti, che devono occuparsi della gestione ordinaria, spesso sono accusati di non preoccuparsi troppo dei beni. Da parte loro, i curatori non di rado denunciano pressioni da parte delle famiglie mafiose che vogliono rimettere le mani sulle proprietà. Elio Collovà, consulente della Direzione distrettuale antimafia di Palermo e amministratore giudiziario da 25 anni (oggi tra l’altro gestisce 47 società a Caltanissetta), commenta: «Bisogna essere determinati e trasparenti. Chi non ha la forza di resistere alle pressioni è meglio che lasci». Collovà, che per svolgere bene l’incarico ha chiuso il suo studio di commercialista, ha un rammarico: «A Palermo ci sono 150 amministratori, specie di beni sequestrati. Quando si trasformano in immobili confiscati passano al demanio, cioè a Roma, e tutto s‘ingessa ». Così trascorrono anche 15 anni prima che un bene sia destinato. Lo sanno bene i camorristi, che in più casi sono riusciti a dilatare all’infinito il recupero dell’immobile alla società civile, riuscendo nel frattempo a lasciare negli appartamenti i famigliari del clan. Il caso simbolo è quello di Francesco Schiavone, detto Sandokan.
Nel casertano, a Marcianise e Casal di principe, a Schiavone e il clan dei Casalesi in passato sono stati sottratti 60 beni immobiliari, solo in piccola parte realmente destinati. La procedura giudiziaria inoltre è durata oltre 15 anni. È andata meglio in altri casi, come riguardo le confische realizzate ai danni della famiglia Mariano, nei Quartieri spagnoli di Napoli, dove un appartamento è stato affidato alla cattolica Agesci che ne ha fatto un centro per gli scout. Oppure nel quartiere Santa Caterina a Castellamare di Stabia, dove due appartamenti di 500 metri quadrati in passato di Adriana Rotondale, chiamata lady cocaina, del clan D’Alessandro, sono stati destinati a un centro donne e di accoglienza di immigrati. Oppure, ancora, a Giugliano, con l’autoparco Rea, confiscato al camorrista Salvatore Rea (villa bunker, 36 alloggi) e affidato al Consorzio Sole, ora sede della guardia di finanza e in futuro anche del tribunale di Giugliano. Così come è capitato a Pomigliano d’Arco, dove 400 metri quadrati della famiglia Forìa ora sono un centro polivalente gestito dalle associazioni intitolate a Rita Atria e Paolo Borsellino. «Le lungaggini che abbiamo subito si potevano evitare affidando il tutto a un’agenzia dedicata alle sole confische », commenta Fabio Giuliani, referente di Libera a Napoli, «si eviterebbe inoltre il rischio di destinare i beni a cooperative vicine ai camorristi».

Altra preoccupazione degli addetti ai lavori è quella di evitare che il bene destinato non risponda a un tipo di utilizzo collettivo, ma sia usato per fini privati, da amici degli amici. Niente di illegale, ma di sicuro improprio. Alessandro Leo, che per Libera cura le confische nella provincia di Brindisi, avverte: «Purtroppo ci sono associazioni che dei beni destinati fanno cosa privata, magari perché sono simpatici al sindaco». In Puglia sono stati colpiti più volte boss della Sacra corona unita. Che ha reagito danneggiando le attività sociali. A Torchiarolo, nel brindisino, 40 ettari di terreno confiscati a Cosimo Antonio Screti e affidati a cooperative agricole, nel 2006 sono stati dati alle fiamme. Stessa sorte per i poderi espropriati a Carlo Cantanna, a Mesagne. Un terreno di 20 ettari coltivati a grano è stato oggetto di attentati.
Libera non si è scoraggiata e una cooperativa agricola (la prima in Puglia) ora aspetta di selezionare il personale (con bando pubblico) per iniziare la coltivazione.L’avvio dei lavori, che comprendono altri 35 ettari incolti e abbandonati destinati in parte a vigna, confiscati sempre nel brindisino, è previsto per il gennaio 2008. Nel salentino, regno del mafioso Pino Rogoli, l’associazione Allegra compagnia ha poi avuto in gestione alcuni appartamenti, sottratti sempre a Cantanna, nei quali oggi si occupa di minori a rischio e cultura alla legalità. Un discorso, quello della formazione alla legalità, molto caro a Libera. Anche in Sardegna, l’associazione cagliaritana La strada presieduta da Giampiero Farru, sta per esempio gestendo corsi per 30 ragazzi (anche russi, francesi, spagnoli e cubani) su un campo di Gergei confiscato ad Antonio Deidda. Il terreno di tre ettari comprende un fabbricato, una piscina con discoteca all’aperto, una pista di go kart, una decina di bungalow in costruzione. I ragazzi un po’ ascoltano, un po’ lavorano per bonificare il posto.

La Banda della Magliana ha dovuto cedere grandi patrimoni a Roma e dintorni. Soltanto nel 2006 al boss Danilo Sbarra, sono stati confiscati 24 villini, 44 appartamenti, un parco di 7 mila metri quadrati sull’Appia Pignatelli. Dall’ex patrimonio di Enrico Nicoletti, storico cassiere del gruppo criminale, sono stati recuperati beni per oltre 150 milioni, tra i quali 25 società, tre alberghi, ristoranti, residence e dieci ville.Uno di questi immobili è l’attuale Casa del jazz di Roma, palcoscenico internazionale di musica.Un altro è l’ex cinema Aquila, espropriato a Matilde Ciarlante, che il Comune della capitale ha destinato a laboratorio cinematografico. Ma a Roma non c’è solo la Banda della Magliana ad aver subito confische. C’è il clan dei Casamonica, al quale è stato bloccato un patrimonio di 60 milioni (tra cui 23 ville, 22 auto di lusso, dieci cavalli). C’è stato il camorrista Michele Zaza, nella cui ex palazzina (poco lontana dal Quirinale) ora è ubicata la sede di Libera; c’è l’altro camorrista Francesco Schiavone, a Cisterna di Latina, già proprietario di un casale e di un terreno di dieci ettari, oggi in parte coltivati a vigneto dalla cooperativa agricola Il gabbiano.Nel 2006, a tre giorni dalla festa per il primo raccolto, tre ettari di campo sono stati bruciati dolosamente. «È stata una botta», rammenta Giorgio Ciacciarelli referente di Libera nel Lazio, «ma sugli altri sei ettari abbiamo prodotto 16 mila bottiglie. E nel 2008 ripartiamo sulla parte distrutta ». Nel casale, invece, che grazie a un finanzamento della Regione Lazio è in ristrutturazione, si pratica didattica alle scuole e si ospitano malati psichici. Si sa, è nel Nord Italia che le mafie investono in aziende e immobili. Non sorprende dunque che Lombardia e Piemonte contino confische nei confronti delle cosche trapiantate. A Galbiate, nel lecchese, la villa che fu del boss della ‘ndrangheta Franco Coco Trovato oggi è il centro diurno per anziani Le querce di Mamre, gestito dalla cooperativa Arcobaleno del consorzio Farsi vicino della Caritas. Gli ospiti fanno fisioterapia nell’area adibita a palestra dove un tempo Coco Trovato custodiva l’autorimessa con le sue Ferrari.

Nell’hinterland milanese altre case e terreni sono stati sequestrati, tra l’altro, alle famiglie calabresi Papalia, Morabito, Paviglianiti e Sergi, a quella siciliana dei Ciulla. A Segrate (Milano) nel febbraio 2007 la villa di Elio Pellegrino è stata destinata al Comune che ne ha fatto una struttura socio sanitaria. «A Milano e in altre province lombarde le istituzioni non vogliono riconoscere che la mafia c’è», commenta Lorenzo Frigerio, referente regionale e membro della presidenza nazionale di Libera, «l’atteggiamento è distratto, al massimo si guarda l’esclusivo significato immobiliare, niente più». Un rischio che si corre anche in Piemonte, dove la ‘ndrangheta è ben presente, soprattutto nel torinese. A Volpiano una cascina confiscata è sede dei vigili del fuoco e nucleo cinofilo; a Volvera un’altra cascina sottratta a Vincenzo Riggio è gestita dall’Associazione per l’educazione alla legalità, che la sta bonificando dall’amianto; un appartamento ancora di Riggio (fino a poco tempo fa ha continuato a viverci la moglie) è in mano alla Caritas. Ma c’è anche Cosa nostra: a Moncalvo d’Asti ancora una cascina, confiscata al trapanese Francesco Pace, braccio destro di Vincenzo Virga, è stata destinata a centro per donne tossicodipendenti. Uno dei più rilevanti patrimoni confiscati nel Nord si trova però a San Sebastiano da Po, di nuovo nel torinese. A Domenico Belfiore, uomo dei Piromalli, l’esproprio ha riguardato un immobile di circa mille metri quadrati (oltre a 10 mila di terreno). Ancora fino a metà maggio 2007 la famiglia Belfiore è riuscita a rimanere nella struttura, che oggi è presidiata dall’Associazione comunità famiglia, legata al gruppo Abele, che ha inserito cinque nuclei familiari. «C’è molto da fare», dice Francesca Rispoli, che per Libera si occupa di confische in Piemonte, «ma i risultati arrivano».

La cascina del boss ha quattro stelle. Era un’azienda agricola mal gestita, a Monteroni d’Arbia-Vescovado nel senese, con una grande e malandata fattoria, 780 ettari (200 coltivati a barbabietola e grano), 400 ovini, macchine obsolete, vecchi cingolati. Oggi è un fiore all’cchiello tra le aziende sottratte al crimine. Apparteneva al costruttore siciliano in odore di mafia Vincenzo Piazza (nella foto), che si dichiarava quasi nullatenente e che invece ha subìto una confisca valutata 1 miliardo. L’Agricola Suvignano srl, già sequestrata nel 1983 da parte di Giovanni Falcone, nel 1994 e nel 1996 è stata di nuovo bloccata dai giudici, nell’ambito di un maxi sequestro di 21 società riconducibili a Piazza, trasformate in confisca definitiva nell’aprile 2007. I giudici, come amministratore giudiziario, scelsero l’avvocato palermitano Gaetano Cappellano, che di anno in anno, a colpi di finanziamenti bancari (600 mila euro) e contributi della Ue (250 mila), ha rivoluzionato l’Agricola Suvignano. Il tribunale ha detto sì a investire su 570 ettari di terreno (grano duro, avena e orzo), migliorare i fabbricati (14 posti letto in due unità abitative), acquistare una chiesa (400 metri quadrati più 6 mila di terreno) per 200 mila euro, aumentare gli ovini a 3 mila capi, ospitare tre famiglie di pastori sardi, sviluppare la riserva di caccia su 200 ettari di bosco, aprire un agriturismo a quattro stelle (con piscina e solarium), impiantare un uliveto, allevare suini (400) ed equini (tra cui dieci asini), firmare gemellaggi con la Regione Sicilia. Cappellano, che oggi presiede la società, ha chiesto 1,3 milioni alla Ue per ospitare 40 stagisti per formarli all’agriturismo.

Così il maltolto diventa cosa vostra. Elisabetta Spitz, direttore dell’Agenzia del demanio, alle critiche è abituata. Il panorama giuridico non l’agevola ed è costante l’osservazione degli operatori istituzionali (commissione antimafia e Cnel) e di quelli sociali destinatari del patrimonio criminale. «Il recupero alla legalità è difficile», dice, «i beni confiscati ai mafiosi sono spesso poco trasparenti, coperti di irregolarità fiscali e catastali, mal tutelati». A consegnare il patrimonio all’agenzia sono gli amministratori giudiziari incaricati dai giudici di gestire i sequestri dei beni. «Gli amministratori hanno le mani legate: non possono far demolire un immobile, accettare un condono, trattare con le banche». Già, le banche. «Qualche volta sono conniventi con il crimine», «No, è un obiettivo ambizioso ma necessario».accusa. L’agenzia ha uffici in ogni regione, con 80 persone che lavorano a tempo pieno in confische, ovvero 3.835 beni immobili destinabili e circa 40 aziende attive (cemento, turismo, trasporti, alimentare). Secondo operatori sociali e commissione antimafia, il meccanismo è tuttavia inefficiente e sarebbe meglio che operasse un ente apposito. «Penso anch’io che ci dovrebbe essere un unico soggetto competente», risponde Spitz. E il commissario staordinario da poco istitutito? «Credo abbia un ruolo di solo coordinamento e monitoraggio». Non è troppo ottimista quando dice che entro il 2008 l’intero patrimonio confiscato destinabile sarà destinato?
Il Mondo - 17 agosto 2007
FOTO. Corleone, la casa confiscata al boss Bernardo Provenzano, adesso foresteria per i ragazzi dei campi di lavoro antimafia.

sabato 18 agosto 2007

Corleone, il degrado del quartiere San Nicolò

La domanda è sempre la stessa. Possibile che né il sindaco, né gli assessori, né i dirigenti del comune di Corleone si accorgano delle sacche di degrado di tante aree urbane? Possibile che ad accorgersene debbano essere sempre i cittadini? E possibile che, quando lo rappresentano agli amministratori comunali (a quelli che, fino a qualche mese fa, li blandivano per accaparrarsi i loro voti), vengano guardati male? Sembrerebbe impossibile, ma è così. Stavolta accendiamo i riflettori sul quartiere San Nicolò, sul ponte del fiume, su quello che sotto quel ponte c’è, sulle sponde del fiume. Sul ponte: erbacce secche, carta, rifiuti. Sotto il ponte: liquami di fogna, bottiglie, bicchieri e sacchetti di plastica; pezzi di legno, porte e finestre dimesse, secchi, cartacce, ferro vecchio. Sulle sponde del fiume: una discarica a cielo aperto di sfabbricidi di ogni tipo. Ne mostriamo ai lettori una galleria fotografica, molto più eloquente delle parole. Ma c’è una cosa che né le parole, né le foto possono mostrare: il cattivo odore che emanano i liquami delle fognature, che rende impossibile la vita quotidiana ai cittadini residenti. E, insieme al cattivo odore, all’odore nauseabondo, il pericolo per la salute pubblica che questa fogna a cielo aperto comporta.
Da qualche lettore amico del sindaco e degli assessori saremo accusati di disfattismo, di parlare sempre male della nostra città, di vedere solo le cose negative. Ci si dirà anche che criticare è facile. Il fatto è che queste cose negative non le inventiamo noi: sono fatti e i fatti – si sa – sono ostinati. Questi nostri lettori farebbero meglio a chiedere ai loro amici amministratori interventi urgenti e mirati per rimuovere la discarica e la fogna a cielo aperto del quartiere San Nicolò. Noi lo stiamo facendo con questo servizio. La settimana prossima presenteremo anche un’interrogazione consiliare. (d.p.)
18 agosto 2007


LA GALLERIA FOTOGRAFICA
























































I "pizzini" tradiscono Provenzano. Sequestrati beni a S. Vito Lo Capo (Tp) per 1 milione di euro

Svelata una rete di prestanome intercettando le sue comunicazioni. Sottratti all'esponente di Cosa Nostra una società turistica e tre immobili a S. Vito Lo Capo nel Trapanese
PALERMO - Sequestrati dalla guardia di finanza di Palermo, una società turistica e tre immobili nella località balneare di San Vito Lo Capo (Trapani), di proprietà del capomafia Bernardo Provenzano. Il valore dei beni ammonta a circa 1 milione di euro. Secondo il provvedimento emesso dal Tribunale di Palermo, un imprenditore edile, durante la sua detenzione in carcere, aveva richiesto al boss di Corleone le sue istruzioni proprio per la vendita degli appartamenti. Le intercettazioni ed il successivo sequestro dei "pizzini" hanno chiarito che Provenzano aveva impiegato, secondo gli investigatori, capitali accumulati attraverso le estorsioni per la costituzione della società e la costruzione degli appartamenti.Il patrimonio sequestrato comprende: l'intero capitale sociale, complesso aziendale e relativi beni della società "Residence Capo San Vito S.r.l." con sede prima a Palermo e successivamente a Misilmeri, tre appartamenti e uno scantinato nella località balneare nel trapanese. Il residence era solo formalmente di proprietà di Santo Schimmenti di Misilmeri, condannato in primo grado a nove anni di reclusione per associazione a delinquere di stampo mafioso, pena ridotta in appello a sei anni e quattro mesi. Era subentrato nel controllo della società a Giuseppe Lipari, poco prima dell'arresto di quest'ultimo. Le intercettazioni ambientali in carcere e quelle telefoniche, dicono gli investigatori, riuscirono ad evidenziare la preoccupazione proprio di Lipari - durante la sua detenzione - per l'eventualità del sequestro dei beni della società turistica. Lipari avrebbe detto ai suoi figli di portare all'esterno del carcere i "pizzini" - successivamente sequestrati - per chiedere a Bernardo Provenzano di prendere una decisione favorevole alla vendita di tutti gli appartamenti della società.Le indagini, secondo l'accusa, avrebbero evidenziato anche i rapporti finanziari tra Provenzano, Leoluca Bagarella e Totò Riina nonchè il ruolo svolto da alcuni imprenditori nel reimpiego dei proventi illeciti accumulati dal boss in oltre 40 anni di latitanza. A dicembre si terrà l'udienza per la discussione della misura di prevenzione patrimoniale.
La Sicilia, 18/08/2007

Ciampi: "Eccesso di finanza, torniamo all'economia reale"

I timori dell'ex capo dello Stato: "Si pensa poco alla produzione". Ma non si dice preoccupato: "Ne ho viste di peggio, lasciamo sgonfiare la bolla

di ROBERTO PETRINI
ROMA - "L'economia finanziaria ha preso il sopravvento, è ora di occuparsi di più dell'economia reale". Carlo Azeglio Ciampi guarda con preoccupazione agli ultimi sviluppi della crisi, scaturita dai mutui subprime americani, che sta contagiando i mercati internazionali. Dall'altopiano dell'Alpe di Siusi, in Alto Adige, dove sta trascorrendo qualche giorno di riposo, il senatore a vita Ciampi segue minuto dopo minuto i sobbalzi dei cambi e dei listini di mezzo mondo e scruta le mosse dei suoi ex colleghi alla guida delle banche centrali del pianeta. Ma di fronte allo sviluppo tumultuoso di derivati, hedge fund, finanza che sfugge ai controlli, invita alla prudenza e alla riflessione: pensiamo alle aziende, alla produzione reale e al prodotto interno lordo. In altre parole, a tutto ciò su cui fa perno il benessere delle nostre società. Una circostanza tuttavia gli dà conforto: oggi, anche in condizioni turbolente dei mercati, uno scudo c'è e si chiama euro. All'ex presidente della Repubblica stanno a cuore l'Italia e l'Europa: mai, come in queste ore, riscontra che la sua più grande fatica - la costruzione della moneta unica europea - si sta dimostrando uno straordinario meccanismo di stabilità e coesione. Torna alla mente l'episodio, raccontato nella biografia Carlo Azeglio Ciampi, l'uomo e il presidente (Rizzoli) scritta da Paolo Peluffo, dell'Ecofin di Bath in Inghilterra il 4 ottobre 1992: allora, diversamente da oggi, prevalse l'egoismo dei singoli paesi europei. "Le monete europee faranno la fine dei Curiazi infilzate una per una dalla forza dei mercati", disse Ciampi. Lo raggiungiamo al telefono, da poco ha lasciato un piccolo ristorante con le immancabili manifestazioni di simpatia.
Presidente - chiediamo - i mercati "ballano" paurosamente e gli italiani sono colti dall'incertezza. Si è fatto un'idea delle cause che hanno portato a questa ennesima crisi globale? "Purtroppo credo che l'economia finanziaria abbia preso uno sviluppo non direi eccessivo ma certamente ma al di là di quello dell'economia reale. Si pensa più alla finanza e meno alla produzione". La carta più importante in queste situazioni ce l'hanno in mano le banche centrali, soprattutto la Bce, custode dell'euro. Come devono giocarla? "Gli interventi delle banche centrali devono far sì che si riduca al minimo l'impatto negativo della crisi sull'economia reale e perché continui la crescita. Bisogna privilegiare misure che sollevino l'economia reale. Tutto questo va lasciato alla sensibilità dei banchieri centrali che vivono sui mercati, che hanno la sensibilità di graduare e indirizzare i loro interventi". Lei dice che le responsabilità della crisi sono da addebitare allo sviluppo dell'economia finanziaria. Come intervenire per frenarla? "Gli interventi delle banche centrali, come dicevo, devono essere volti ad immettere liquidità sui mercati e mirare al sostenimento della crescita economia. Bisogna tuttavia anche considerare che se ci sono delle "bolle", come quella che si è verificata, è necessario che si sgon-fino. Perché l'economia finanziaria è cresciuta in modo abnorme e ciò può solo portare danni". La Banca centrale europea è intervenuta ripetutamente. Come giudica il comportamento di Francoforte? "La Banca centrale europea si sta comportando con molta saggezza. Del resto i mercati europei hanno reagito meglio di quelli di tutto il mondo, abbiamo avuto una caduta forte dei mercati asiatici". Dobbiamo ringraziare l'euro che sta mettendo l'Europa al riparo da una crisi più profonda? "Direi di sì, ho fortemente voluto che l'Italia facesse parte dell'euro fin dall'inizio. Oggi i fatti dimostrano quanto sia stato importante per il nostro paese in particolare. L'influenza della Banca centrale europea, data la sua caratteristica di un luogo di esperti di tutte le banche centrali, ha funzionato". Pensa che siano necessari maggiori controlli? "Devono intervenire tutte le autorità che seguono i mercati finanziari, dalla Consob in Italia, alle analoghe strutture presenti negli altri paesi. Bisogna rafforzare le autorità di controllo". Si parla del ruolo delle agenzie di rating internazionale e si dice che spesso hanno dato i propri voti con un eccesso di leggerezza. Lei cosa ne pensa? "Le agenzie di rating dovrebbero essere più prudenti nel dare i propri giudizi e seguire meglio i mercati finanziari tenendo conto che le loro valutazioni hanno grande influenza sull'andamento delle Borse". Presidente, pensa che ne usciremo? "Ne abbiamo viste di peggiori. Sta molto alla sensibilità e alla saggezza dei banchieri centrali e delle autorità di vigilanza".
(La Repubblica, 18 agosto 2007)

Castelvetrano (Tp), raid incendiario nella "Casa dei giovani", che sorge su un terreno confiscato alla mafia

TRAPANI - Attentato incendiario ai danni della "Casa dei giovani" di padre Salvatore Lo Bue, la comunità per il recupero dei tossicodipendenti che sorge su un appezzamento di terra confiscato alla mafia, in contrada Zangara, a Castelvetrano. Qualcuno ha appiccato un rogo che ha distrutto dieci alberi di frutta, un carrello elevatore ed una pedana in legno utilizzata per incontri pubblici. Le fiamme non hanno raggiunto il magazzino, dove viene conservato l'olio di "Libera" prodotto dai ragazzi della comunità. Sull'attentato, il secondo in una settimana, indagano i carabinieri.Un altro sconcertante episodio si è verificato a Campobello di Mazara, dove ignoti piromani hanno preso di mira un terreno agricolo gestito dalla "Fondazione Onlus San Vito" di don Francesco Fiorino in un'area confiscata al boss Nunzio Spezia. Il rogo ha distrutto 49 ulivi e 110 alberi di agrumi. Lo rende noto il sindaco Ciro Caravà, secondo il quale "l'attentato è un atto vile che va condannato. A don Francesco Fiorino - aggiunge Caravà - va tutta la nostra solidarietà. A lui siamo vicini come Amministrazione e lo invitiamo ad andare avanti nella sua azione sociale, di recupero dei beni confiscati che così tornano in produzione legalmente".Per il vice presidente dell'Antimafia Beppe Lumia, gli attentati alle comunità gestite da padre Fiorino e padre Lo Bue sono "fatti gravissimi: guai a sottovalutarli, adesso come Stato dobbiamo dimostrare di essere più forti della mafia che intimidisce. Gli autori di questi vili atti vanno colpiti con rigore e severità, mentre le attività condotte da padre Lo Bue e padre Fiorino vanno sostenute con più mezzi e più risorse di quanti fatto finora".
La Sicilia, 17/08/2007

venerdì 17 agosto 2007

Il senatore Emanuele Macaluso: «La Sicilia penalizzata da una classe dirigente inadeguata»

di TONY ZERMO
Senatore Macaluso, stiamo chiedendo, a chi può darci delle risposte, perché la «questione siciliana» non fa più parte dell’agenda di governo. O meglio, perché per il governo nazionale la Sicilia praticamente non esiste.
«La mia opinione è che nel passato c’è sempre stata una forma di contrattualità tra la Sicilia e lo Stato, questa contrattualità è stata positiva e costruttiva, quando in Sicilia c’è stata una classe dirigente autorevole e credibile. Oggi noi abbiamo una situazione in cui prevale la questione del Nord come problema centrale, non più la questione meridionale, tanto meno la questione siciliana, perché in Sicilia non c’è più una classe politica forte e non ci sono movimenti organizzati in grado di proporre le questioni che debbono essere proposte. Il problema è sempre dei rapporti di forza, che oggi nel nostro Paese sono negative per la Sicilia, ma la responsabilità maggiore è della classe dirigente siciliana».
Però la Campania sta forse peggio della Sicilia, eppure conta.
«La Campania tutto sommato ha una classe dirigente più forte. Non voglio fare nomi, ma tra il presidente della Campania e quello della Sicilia c’è una differenza, tra il sindaco di Napoli e quello di Palermo, anche come storie politiche, c’è differenza. In Campania ci sono ancora in piedi uomini politici di peso a cominciare da De Mita, Gerardo Bianco, Mancino, cioè è rimasto un qualcosa di quello che erano. Poi Napoli ha espresso anche il capo dello Stato. La Sicilia sembra veramente cancellata, ed è cancellata perché nella sinistra e nella destra non ci sono forze organizzate capaci di immettere in politica movimenti e cultura, capaci di coniugare battaglia politica ed esigenze reali tali da imporre allo Stato una revisione dei suoi comportamenti».
Ma non è che si possa dimenticare una Regione di cinque milioni di abitanti.
«Con questo non voglio assolutamente assolvere il governo centrale, che oggi non ha una politica meridionalistica, e non solo Prodi, ma tutti i ministri, a cominciare da quello dell’Economia. Tutti hanno detto che c’è una questione del Nord, che il problema delle strutture riguarda il Nord perché fanno acqua. Invece siccome in Sicilia non funziona nemmeno il doppio binario per la Messina-Palermo e per la Messina-Catania, e non funziona tra l’altro l’autostrada Salerno-Reggio Calabria, questo cose diciamo che sembrano "naturali". Ma non lo sono certamente per i siciliani».
Questo è anche uno dei motivi per cui al governo nazionale non c’è nemmeno un ministro siciliano.
«Esatto, non c’è nessun ministro e non c’è una rappresentanza politica anche nel Parlamento. Cosa conta la Sicilia nel Parlamento? Dove sono le personalità che hanno l’autorità di alzarsi in Parlamento e fare un discorso non demagogico, ma un discorso documentato, serio e che sia una voce ascoltata nazionalmente».
Come ce ne usciamo allora?
«Penso che la società civile siciliana debba ripensare alla politica. Non è possibile che le forze politiche siano in mano alle persone che oggi le hanno in mano. E’ essenziale che ci sia un impegno maggiore della cultura - e la Sicilia è stata culla della cultura - che si immetta per favorire un ricambio di personale politico. Sino a quando non c’è questo, le dico francamente che non ho speranze. Ci deve essere una mobilitazione delle Università, delle persone della società civile, bisogna che anche i giornali siano più combattivi e più attenti. E poi la cosa fondamentale è un’altra: tu la battaglia la puoi fare se hai le carte in regola. Non puoi denunciare che gli altri non hanno le carte in regola quando tu per primo non ce le hai, quando la spesa pubblica tua fa schifo e dici che la spesa pubblica nazionale fa schifo. Prima si metta in regola la spesa pubblica, quella della Regione, quella dei Comuni. E allora si potrà dire: noi qui facciamo quello che possiamo perché la nostra spesa pubblica è produttiva e utile. La Sicilia oggi non può dirlo perché dovrebbe cominciare ad ammettere che la spesa pubblica è quella che è, e qual è il rapporto tra spesa produttiva e spesa parassitaria, spesa quasi essenzialmente assorbita per il funzionamento della macchina burocratica. Vedo nero, e lo dico con l’amarezza di un siciliano».
La Sicilia, 17 agosto 2007

Cosa c'è dietro le cosche?

di Francesco Forgione*
Una nuova strage di mafia nel cuore della Germania, a Duisburg, riaccende i riflettori sulla ’ndrangheta, sulla sua barbarie, sui suoi affari, sul suo ruolo internazionale che ne fanno, oggi, la più potente organizzazione criminale italiana e tra le più pericolose e ricche del mondo. Non ci fossero stati questi sei morti, col macabro rituale del colpo di grazia, e la scelta della «prima volta» fuori dal proprio territorio e dall’Italia, gli unici riflettori accesi, e di questo la ringrazio, sarebbero stati quelli de l’Unità, il giornale che da settimane racconta la «normalità» della presenza della ’ndrangheta nella vita economico-sociale e politica della Calabria.In queste ore di sconcerto per la barbarie di cui sono stati capaci i killer mandati dall’Aspromonte per colpire in una città industriale della Germania, non dobbiamo perdere la bussola. Siamo di fronte alla coda di una faida tra le famiglie di San Luca che ha già prodotto decine di morti, e probabilmente altri ne produrrà se non sapremo mettere in campo tutte le potenzialità investigative e gli strumenti giudiziari per arrestarla definitivamente; ma chi era in Germania - vittima o carnefice - non era partito con la valigia di cartone per fare il pizzaiolo, era lì per gestire investimenti, operazioni finanziarie, speculazioni edilizie. Per controllare e gestire il traffico della droga, come dimostrano recenti inchieste tra Germania Belgio e Olanda, o trattare importanti partite di armi o, come pare, era anche interessato all’acquisto di Gazprom, monopolista russo del gas, e agli investimenti turistici sul Baltico. La ’ndrangheta va guardata così: senza mai perdere il significato del suo simbolismo arcaico nel controllo del territorio, dai riti dell'affiliazione fino alle faide familiari, soprattutto nella ionica reggina, ma cogliendone sempre i nessi con la sua «modernità», frutto delle sue disponibilità finanziarie ripulite nelle mille opportunità della globalizzazione. Tutto il resto è fuorviante e tende a minimizzare un fenomeno che va aggredito al più alto livello della sua pericolosità: la sua ricchezza, i suoi patrimoni, la pervasività delle sue relazioni sociali e istituzionali.Parliamo di una mafia che, a seguito dei colpi inferti a Cosa Nostra dopo la stagione stragista del ‘92-‘93, è riuscita a conquistare il primato mondiale nel traffico della droga, gestendo gran parte delle porte di accesso della cocaina in Europa. In questa scalata tra le organizzazioni criminali mondiali, la ‘ndrangheta è stata favorita dalla sua natura di organizzazione chiusa, dalla solidità di legami famigliari che l’hanno resa impermeabile al fenomeno dei «pentiti» che, per Cosa Nostra e la Camorra, ha avuto un effetto deflagrante in tutti gli anni 90.Ed è una mafia che ha avuto una grande capacità imprenditoriale, contrattando, già nella fase di progettazione del mai realizzato centro siderurgico prima, e del nascente porto di Gioia Tauro poi, il proprio ruolo nel sistema di imprese nazionale e con i soggetti economici e politico-istituzionali che dovevano gestire il più grande insediamento industriale della regione.Si è assicurata così il sistema degli appalti e dei grandi flussi di denaro pubblico arrivati a fiumi in Calabria senza incidere in termini di sviluppo, di modernizzazione, di livelli di civiltà.Eppure le mafie, e la ‘ndrangheta tra esse, non sono più fattori di arretratezza, ma soggetti tra i più «dinamici» della modernizzazione distorta che ha investito il Sud e ne ha trasformato il paesaggio sociale: speculazione e cemento, saccheggio ambientale, stupro delle coste, dissipazione dei finanziamenti pubblici, scempio di ogni forma di diritti, negazione della libertà di mercato e d’impresa. Basta osservare il paesaggio percorrendo la Salerno-Reggio Calabria per toccare la materialità di ognuno di questi aspetti. Queste mafie, la politica non ha avuto la forza di combatterle e sconfiggerle, proponendo un altro modello di sviluppo credibile e sostenibile, di lavoro pulito, di gestione delle risorse trasparenti, di diritti esigibili al posto di favori elargibili. Anzi, ne ha accettato le logiche e ha compartecipato al sistema.In fondo, la crisi della politica, in Calabria, è tutta qui: nell’essersi trasformata in esercizio separato del potere, trasversalità senza vincoli ideali o etico-morali, ricerca ossessiva del consenso senza regole, scambio privato e non più risposta generale e trasparente ai bisogni diffusi. Anzi, i bisogni della gente - dalla sanità, al lavoro, dai servizi alla pubblica amministrazione - sono diventati la leva di una nuova dipendenza non più e non solo clientelare, ma, in intere aree, anche mafiosa. In questo scenario, si è anche affermata una commistione, a tutti i livelli, tra gestione politica e interessi economico-finanziari privati. Ricostruire l’autonomia e la trasparenza della politica: questo tema è più duro in Calabria, dove il livello occulto delle decisioni e l’intreccio con gli interessi mafiosi e la massoneria rappresentano la materialità di un potere che espropria le istituzioni di scelte fondamentali per la vita pubblica della regione. Di questo si fa forte la ‘ndrangheta. Per questo, per combatterla, non basta la dimensione giudiziaria e repressiva, necessaria e ineludibile.Serve un ritorno alla politica pulita, a partiti indiscussi, a rappresentanti delle istituzioni senza condanne e rinvii a giudizio, come indicato dal Codice etico approvato dalla Commissione antimafia, ma anche senza ombre. Occorre evitare il rischio del definitivo distacco della gente dalle istituzioni e quello, forse peggiore, dell’accettazione, fino all'emulazione, dei comportamenti politici amorali e mafiosi come gli unici possibili.È questo il dovere per chiunque diriga uno spazio pubblico (partito, associazione, ente locale, istituzione economica di ogni livello) in una regione di frontiera come la Calabria.Qualcuno contesterà che bisogna essere pragmatici: la politica, in fondo, è «realismo»!È proprio questo il problema: adeguarsi al sistema, magari traendone benefici elettorali e finanziari o avviare processi di rottura. In fondo, la lotta alla mafia si è sempre sviluppata tra queste due sponde.La pervasività delle ‘ndrine, oggi, è conseguenza della loro forza economica. Se non si centra questo punto di analisi non si mette a fuoco la strategia di contrasto.In queste ore i riflettori sono sulla Germania, ma basta pensare che il controllo della piazza della droga più importante di Milano, Quarto Oggiaro, passa dalle famiglie mafiose di Petilia Policastro e della Piana, che molte mega-attività commerciali in Emilia Romagna passano da Cutro, che grandi partite di droga con i paesi latinoamericani incrociano le ‘ndrine reggine o le famiglie vibonesi, che grandi investimenti in Europa, dall'Atlantico alla Romania partono dalla Calabria. Sono note anche le forme di controllo del territorio e le attività preferite dalle ‘ndrine: dai grandi centri commerciali, con il doppio interesse mafioso per la destinazione delle aree edificabili e la possibilità di ripulire il denaro con attività lecite, ai grandi investimenti turistici. E ancora il racket e il pizzo o il controllo dei comuni e della burocrazia che uccidono le istituzioni al livello più diretto del rapporto con i cittadini. Occorrono scelte di rottura, segnali inequivoci.Ho detto della politica. Ma dove sono le denunce degli imprenditori? E di quanti contributi alle imprese, nelle diverse aree industriali della Calabria, sono rimasti solo capannoni vuoti e arrugginiti, nei quali non si è avviata alcuna attività produttiva? Quanti milioni di euro della legge 488 hanno prodotto un solo posto di lavoro? In quanti processi le associazioni professionali si sono costituite parte civile e quanti imprenditori condannati per mafia sono stati espulsi dalla Confindustria?Non sono domande retoriche. Serve un nuovo spirito pubblico.Se vogliamo essere credibili dobbiamo mettere a nudo tutti i santuari nei quali mafia e potere saldano i loro interessi. La prima volta di una Commissione antimafia nel porto di Gioia Tauro, a fine luglio, è stata una scelta precisa e consapevole, per indicare le strade possibili del destino di questa terra: quella dello sviluppo trasparente, in un Mediterraneo di pace, cooperazione e relazioni commerciali tra diversi paesi e diversi popoli o quello di un’area fuori controllo dello Stato per alimentare profitti e ricchezze criminali.E così insisteremo per adeguare leggi, apparati investigativi e uffici giudiziari, per fare dell'aggressione ai patrimoni, alle ricchezze e ai flussi finanziari del riciclaggio, il cuore di una nuova stagione della lotta alla ‘ndrangheta. Non c’è un destino predeterminato per la Calabria, fuori dalla volontà che si vuole costruire. Occorre ripartire. Serve una stagione di indignazione di massa. Ci sono i morti di Duisburg e la sfiorata strage di pochi giorni fa in un ristorante di Cirò Marina, con un assalto da Chicago anni 30, ma anche i ragazzi di Locri, la serrata dei commercianti di Lamezia, i giovani che lavorano le terre confiscate ai boss nella Piana di Gioia Tauro, i tanti amministratori che ogni giorno, tra minacce e attentati, sfidano gli interessi delle cosche. E tanti sono i lavoratori, le associazioni, i rappresentanti politici e istituzionali che rifiutano la pratica e la logica dello scambio mafioso. Occorre una nuova forza morale ed un nuovo blocco sociale dei diritti e della legalità per contrastare un'egemonia mafiosa che tiene assieme disagio e precarietà sociale, ma anche ceti professionali, imprenditoriali e quella borghesia mafiosa senza la quale i tanti miliardi della ‘ndrangheta non potrebbero essere reinvestiti. È una battaglia dura e difficile, ma è l’unica possibile. Non è detto che si vinca ma, altrettanto, non è detto che si perda.
*Presidente Commissione Antimafia
L'Unità, 17.08.07

mercoledì 15 agosto 2007

Corleone. Il Polo non vota l'adesione alle manifestazioni per ricordare il colonnello Russo e il prefetto Dalla Chiesa

Cosa deve fare il consiglio comunale se viene ufficialmente invitato dal sindaco di Corleone a partecipare alla manifestazione per ricordare l’assassinio del colonnello Giuseppe Russo, che si terrà il prossimo 20 agosto a Ficuzza? E se viene ufficialmente invitato dalla presidenza del Cidma (Centro Internazionale di Documentazione sulle Mafie e sul Movimento Antimafia) a partecipare alla manifestazione per ricordare il prefetto Carlo Alberto Dalla Chiesa, che si terrà il prossimo 3 settembre a Corleone? Ovviamente, deve partecipare ad entrambe le iniziative. Ed anzi, per sottolineare l’importanza del fare memoria dei personaggi che hanno sacrificato la loro vita per affermare i valori della legalità democratica e ribadire la necessità dell’impegno delle istituzioni nella lotta contro la mafia, deve aderire anche formalmente alle due manifestazioni, almeno mediante l’approvazione di un apposito ordine del giorno. E’ quello che ha fatto la sera dello scorso 14 agosto il consiglio comunale di Corleone, su proposta del consigliere dei Ds, Dino Paternostro, suscitando però le proteste dei consiglieri dell’Udc, che ritenevano superfluo l’ordine del giorno. “L’importante è aderire col cuore, il resto è poco significativo…”, ha detto in aula il consigliere Giuseppe Cardella. Contraddetto, però, dal suo collega di gruppo Vincenzo Labruzzo, che ha proposto invece si aderire formalmente solo alla manifestazione per Russo, rimandando ad una successiva seduta l’adesione alla manifestazione per dalla Chiesa. “O almeno – si è corretto Cardella – sospendiamo la seduta del consiglio per concordare un ordine del giorno unitario”. “D’accordo, sospendiamo la seduta e proviamo a stilare un ordine del giorno unitario”, ha replicato Paternostro. A chiarire il balletto delle diverse proposte dell’Udc ha contribuito l’assessore (dell’Udc) Stefano Gambino. “Questa amministrazione non aderirà mai ad una iniziativa proposta dall’attuale presidente del Cidma, Nicolò Nicolosi, del quale contestiamo la legittimità dell’elezione. Dalla Chiesa lo ricorderemo a Palermo, ma non a Corleone con Nicolosi”, ha sottolineato con veemenza Gambino. “Le diatribe amministrazione comunale / Cidma mettiamole per un momento da parte – ha spiegato Paternostro – e concentriamoci sull’unica cosa importante: onorare la memoria e l’impegno del colonnello Russo e del prefetto Dalla Chiesa”. “Sulla vicenda comune-Cidma – ha proposto Salvatore Schillaci, della Margherita – eventualmente dedicheremo un’intera sessione del consiglio comunale”.
Si è passato ai voti ed i consiglieri dell’Udc e di An hanno preferito abbandonare l’aula. “Usciamo – ha spiegato il capogruppo dell’Udc Vincenzo Macaluso – per evitare che sull’ordine del giorno compaiano voti contrari…”. Una posizione “generosa”, frutto dell’estremo imbarazzo e della confusione che regna nelle file ufficiali del Polo corleonese. L’ordine del giorno, quindi, è stato approvato all’unanimità dai consiglieri rimasti in aula (Ds, Margherita, Uniti per cambiare e le liste civiche alleate dell’ex sindaco Nicolosi).
Ufficialmente, dunque, il consiglio comunale di Corleone ha aderito alle due manifestazioni del 20 agosto e del 3 settembre ed ha invitato l’amministrazione comunale ad aderire anch’essa alla manifestazione del 3 settembre organizzata dal Cidma. Ma l’appello cadrà nel vuoto, perché, più che sull’unità nella lotta alla mafia, il Polo corleonese è concentrato sulla necessità di fare la “guerra” a Nicolosi.
A questo punto, la seduta consiliare – col voto unanime dei consiglieri - è stata rinviata a lunedì 20 agosto, alle ore 9.00.
15 agosto 2007

giovedì 9 agosto 2007

Piantagione di canapa indiana sequestrata a San Cipirello, nel Palermitano

SAN CIPIRELLO (PALERMO) - I carabinieri hanno scoperto una vastissima piantagione di canapa indiana nelle campagne di San Cipirrello, comune della Valle dello Jato, a 25 km da Palermo. Oltre un milione e 400 mila piante venivano coltivate in un appezzamento di terreno di 4500 metri quadrati. La piantagione, ritenuta dai carabinieri la più grande mai scoperta in Italia, è stata distrutta dai militari del comando provinciale di Palermo e del reparto territoriale di Monreale, aiutati dai giovani della cooperativa antimafia Placido Rizzotto. Secondo i carabinieri dalla piantagione si sarebbe potuta ricavare marijuana per un valore di oltre 15 milioni di euro.Il fondo, che si trova in una zona anche climaticamente molto favorevole per la coltivazione di questo genere di piante, è di proprietà di un contadino di 54 anni e della madre ottantenne. Entrambi sono stati denunciati per coltivazione di sostanze stupefacenti. L'appezzamento, peraltro, era già sottoposto a pignoramento nell'ambito di una causa civile intentata al proprietario. La piantagione aveva un sistema di irrigazione costituito da una pompa a motore che attingeva l'acqua da un laghetto artificiale realizzato all'interno del fondo. Alla scoperta, resa possibile anche dall'intervento del nucleo elicotteri dell'Arma, i carabinieri sono arrivati attraverso un'indagine sulla cosca di San Giuseppe Jato. "È certo - spiega il colonnello Michele Sirimarco, comandante del reparto territoriale di Monreale - che alla mafia non possa sfuggire il controllo su un'attività tanto redditizia". I carabinieri indagano ora per scoprire chi abbia collaborato con il contadino nella gestione del fondo.Ci hanno impiegato tre ore i ragazzi della cooperativa "Placido Rizzotto", che gestisce diversi beni confiscati alla mafia nel palermitano, per interrare le piante di canapa indiana scoperte dai carabinieri a San Cipirello, oltre un milione di arbusti per il più grande sequestro mai avvenuto in Italia. "Una cosa impressionante - commenta il presidente della cooperativa, Gianluca Faraone -. C'erano migliaia di piante, altissime".Il terreno si trova in contrada Porciana, in una zona facilmente accessibile, vicino ci sono alcune case rurali e dei vigneti abbandonati. "Due giorni fa i carabinieri ci hanno chiesto aiuto per un lavoro - racconta Faraone -. Non sapevamo all'inizio cosa dovevamo fare. Scortati dai militari, in tre ci siamo recati con un aratro nell'appezzamento, di fronte ci siamo trovati migliaia di piante". La piantagione veniva coltivata attraverso un complesso sistema di irrigazione a pioggia, il cui impianto è stato sequestrato, smontato e affidato alla coop antimafia."Per noi - dice Faraone - è un motivo d'orgoglio avere collaborato con le forze dell'ordine che per la cooperativa fanno un grande lavoro per la tutela delle coltivazioni negli oltre 200 ettari di terra confiscati alla mafia che ci sono stati affidati e per la nostra sicurezza. Ma non è la prima volta che collaboriamo con i carabinieri, per due volte abbiamo messo a disposizione il nostro centro ippico per la custodia di cavalli rubati e sequestrati dai militari prima della consegna ai proprietari".
La Sicilia, 09/08/2007
LE FOTO. Dall'alto: Un momento della distruzione del campo di marijuana da parte dei giovani della coop "Placido Rizzotto"; l'ingresso di S. Cipirello.

NOTTE DELLE STELLE O VIULATA DI SAN JABICU?

di Agostino Spataro
Secondo un’antica vulgata contadina, la “Via lattea”, altro non sarebbe che la “viulata di san Jabicu” ovvero una scia di stelle, o parti di esse, cadute dalle mani di san Giacomo durante l’opera santa di abbellimento del cosmo. Così si formò il firmamento: Dio creava le stelle e san Giacomo le sistemava secondo un ordine armonico a noi ignoto che astrologi ed astronomi tentano, invano, di svelare agli uomini.
Preciso che, qui, per “viulata” non s’intende il viottolo, ma la scia (di stelle) che segna la via nello spazio cosmico. Per meglio chiarire il concetto, la tradizione la paragona alla “viulata” che si formava, un tempo, sulle trazzere a causa delle perdite di paglia trasportata, con carretti o con bestie da soma, dalla campagna al paese.
Un accostamento un po’ azzardato in cui si riflette un bisogno insopprimibile dell'uomo che cerca nel cielo, nelle congiunzioni astrali, una risposta a molte delle sue inspiegabili ambasce.
Questa favolosa versione l’ho raccolta, a Montreal, dalla voce di un vecchio mezzadro mio concittadino, da mezzo secolo emigrato in Canada, il quale ricordava, con nostalgia, le varie fasi della dura stagione della ricompensa: la mietitura e poi la “pesata” del grano, i magazzini pieni e la mezzaluna di paglia (“margunata”) che si accumulava ai margini dell’aia (aria) usata, nelle notti d’agosto, come morbido giaciglio per riposare e per ammirare le stelle.
L'emigrato ricordava le carovane di asini e muli che trasportavano il raccolto in magazzino: prima il grano e le fave e poi la paglia dorata e insaccata dentro grandi covoni di corda (“rutuna”) che nel tragitto rilasciavano parti della paglia trasportata.
Si formavano così le “viulati”, una rete di sentieri posticci che segnavano l’arido paesaggio agrario dell’interno siciliano. Come le stelle perdute e ammassate nella Via lattea che segnano la via nell’immensità dello spazio siderale.
Perciò, soprattutto la notte di San Lorenzo, s’andava in campagna a cercare un riscontro a questa fantasiosa versione, ad osservare le code fluorescenti delle stelle cadenti che saettavano come gai presagi dai quali ciascuno traeva i migliori auspici.
Oggi, che tutto dev’essere hollywoodiano, a questa notte è stato cambiato il nome.
La chiamano “notte delle stelle”. Una semplificazione ambigua, persino irriverente, che altera il vero significato dell’evento poiché l’accosta alla mielosa passerella nella quale sfilano i “divi” del premio Oscar.
“Divi”? Quanta disinvolta supponenza nell’uso di un termine così impegnativo!
Di questo passo- lo segnalo ai credenti- il passaggio da divo a dio può essere anche breve.
E’ così, in questi giorni, avremo tantissime “notti delle stelle” all’insegna del vino, del cibo e del bel canto, ad imitazione di un grandioso dramma che si svolge in cielo.
Molta gente vi accorrerà senza molto distinguere fra le celebrità che si scateneranno sul palco e gli astri che si sbizzarriranno nel sovrastante firmamento. Distinzione difficile, anche a causa dei frastuoni assordanti e delle mille luci di potenti riflettori.
Una di queste “notti” è stata organizzata ad Agrigento, nella piana sottostante i Templi dorici, dove la stella sarà Lucio Dalla.
Con tutta la stima per il grande artista bolognese, mi domando: da laggiù si potranno vedere le stelle cadenti?
Agostino Spataro

Buccinasco (Mi). Infuriano le polemiche sullo stop alla pizzeria sociale nei locali confiscati alla 'ndrangheta. Libera e L'Unione contro il sindaco

CORRIERE DELLA SERA – giovedì 9 agosto 2007
La vecchia giunta dell’Unione voleva trasformare in “pizzeria sociale” il locale frequentato dalla cosca dei Sergi. Il sindaco Cereda: nessuna lezione dalla sinistra
BAR CONFISCATO alla ‘NDRANGHETA, APPELLO AL PREFETTO
Buccinasco, no della Cdl al centro per la legalita’. L’associazione antimafia: qualcuno indaghi


L’ultimo consiglio comunale, quello dell’annuncio del sindaco di annullare la delibera del predecessore, s’era fermato un minuto. Un minuto di silenzio in ricordo di Paolo Borsellino. L’ultima riunione di giunta non s’e’ fermata nemmeno un secondo: via di filato per decidere di «rivedere la destinazione dell’immobile» in «base agli obiettivi del nuovo programma politico».
Nonostante proteste, presidi e appelli, indietro non si torna e tornera’. A Buccinasco, la nuova giunta di centrodestra ha azzerato l’iter — ormai concluso — dell’antecedente giunta dell’Unione che voleva trasformare il bar Trevi, confiscato alla ’ndrangheta, in una «pizzeria sociale», spazio di aggregazione e per disabili.
L’associazione antimafia Libera, che fin qui aveva assistito, aspettato, osservato in silenzio, adesso s’e’ stancata: «Si perderanno altri anni preziosi per dimostrare la capacita’ dello Stato di colpire le ricchezze della criminalita’ organizzata». Di piu’: il referente lombardo di Libera, Lorenzo Frigerio, ha annunciato la richiesta di intervento al prefetto Gian Valerio Lombardi, «per vederci meglio e chiaro» in questa vicenda.
Non per altro: stiamo parlando di Buccinasco, con la sua storia, una storia pesantissima, di ’ndrangheta. E stiamo parlando di un bar, in via Bramante, dove negli anni Novanta s’incontravano gli affiliati dei Sergi, dinastia che ha comandato (comanda?) a colpi di pistola e agguati e vendette.
La pizzeria sociale e’ — anzi, sarebbe stata — piu’ d’una semplice riconversione. La pizzeria sociale sarebbe potuta diventare un simbolo, chiaro e luminoso, e un segno di riscossa in una zona che ancora fatica, che ancora ha addosso i clan calabresi, che contempla connivenze e omerta’. A chi l’ha contestato, il sindaco Loris Cereda ha dato due risposte. La prima: «La sinistra non venga a insegnare a me la legalita’». La seconda: «Sulla destinazione d’uso abbiamo nostri progetti». Quali, non si sa. Anche perche’ i soldi che la giunta di centrosinistra aveva messo a bilancio per la «pizzeria sociale» (25 mila euro), l’attuale giunta di centrodestra li ha indirizzati «ad altre manutenzioni straordinarie».
Morale: scommettiamo che per una vita intera in via Bramante non succedera’ niente, le saracinesche resteranno abbassate e i locali non verranno riqualificati?
ANDREA GALLI




AVVENIRE – giovedì 9 agosto 2007
BUCCINASCO – Il locale confiscato alla ‘ndrangheta doveva essere destinato a usi sociali. Nuovo stop alla pizzeria antimafia. Il Comune: progetto da rivedere. L’associazione Libera: basta rinvii

DA BUCCINASCO (MI)
CESARE GIUZZI


Il bar Trevi a Buccinasco non esiste piu’. La Procura lo ha chiuso, sbarrato, sequestrato il 27 luglio del 1993. Era il quartier generale dei Sergi. Qui negli anni Novanta sono stati ordinati omicidi e progettati attentati a magistrati. Il covo della ’ndrangheta di Buccinasco (e di buona parte del sud milanese) doveva diventare una pizzeria sociale antimafia: un bene confiscato alle cosche e riconvertito dallo Stato per dimostrare la vittoria delle istituzioni, della Legge e della Giustizia, sulla mafia. Solo l’ultima fase del processo di riconversione è durata piu’ di quattro anni, dal 2003.
Una settimana fa, dopo anni di battaglie, speranze, annunci, la giunta comunale di Buccinasco, guidata dal sindaco di centrodestra, Loris Cereda, ha bloccato definitivamente il progetto di riconversione del locale di via Bramante. Giusto a pochi metri dal traguardo. Il motivo? «Poca trasparenza nell’assegnazione della gestione alla cooperativa sociale onlus Spazio aperto», spiega il sindaco, scarsa condivisione del progetto della pizzeria da parte della nuova amministrazione comunale («meglio pensare un altro uso, piu’ utile ai cittadini») e infine la destinazione dei 25mila euro del finanziamento al progetto (per la ristrutturazione dei locali del bar e la conversione a pizzeria) ad altri usi, come la manutenzione delle scuole. Una decisione che il Comune ha assunto ufficialmente lo scorso 2 agosto, annullando la delibera del precedente sindaco Michele Carbonera (più volte vittima di intimidazioni mafiose). In pratica il neo sindaco (eletto a maggio) chiede che l’iter di assegnazione venga «rivisto e ridiscusso », quindi ricominciare da capo.
Una scelta (peraltro legittima), che pero’ secondo Lorenzo Frigerio, referente lombardo dell’associazione «Libera, contro tutte le mafie», capeggiata da don Luigi Ciotti, «rappresenta un segnale preoccupante per la lotta alla mafia». «Qualcuno – spiega Frigerio – finge di non sapere che Buccinasco era e forse e’, cosi’come lo e’ stata definita dalle inchieste sulla ’ndrangheta a Milano, la "capitale delle cosche di Plati’" nel Nord Italia. Un iter che dura da 13 anni e’ sinonimo di debolezza, ora ripartire da capo e’ assurdo. Lo stop del Comune significa rischiare di non assegnare mai i beni, come vogliono i clan».
Libera ha chiesto la convocazione immediata di un tavolo con il prefetto Gian Valerio Lombardi e l’Agenzia del Demanio per discutere il blocco dell’assegnazione.

I BENI DELLE COSCHE
In Lombardia confiscati 488 immobili ai clan - Quarta regione d’Italia
Sono 488 i beni confiscati alle mafie in Lombardia. Secondo i dati dell’Agenzia del Demanio (che poi li trasferisce ai Comuni) solo 242 sono stati riconvertiti. La regione e’ quarta dopo Sicilia, Campania e Calabria, e supera Puglia e Sardegna. In Lombardia giace il patrimonio delle cosche calabresi e di cosa nostra (clan Crisafulli, Quarto Oggiaro).A Buccinasco, oltre al bar di via Bramante, e’stata confiscata la villa di Antonio Papalia, dell’omonima ’ndrina di Plati’, in via fratelli Rosselli. Aveva una vasca da bagno grande come una piscina: ora e’ sede della Croce Rossa. Quando c’e’ stato l’appalto per la ristrutturazione diverse ditte si sono fatte da parte dopo aver ricevuto «amichevoli intimidazioni» dai clan Sergi, Papalia e Morabito.
Ma nell’elenco dei beni confiscati ci sono anche la villa di Franco Coco Trovato (boss della Comasina) a Galbiate (Lecco) diventata il centro diurno per anziani «Le querce di Mamre» (Caritas). Beni sequestrati anche a Milano, dove il processo di riconversione e’ pero’ da anni in alto mare. (C.Giu.)

Buccinasco (Mi). Un bar confiscato alla 'ndrangheta doveva diventare pizzeria sociale, ma il sindaco ha cambiato idea...

Loris Cereda: "Il locale di via Bramante? Deve fare gli interessi della città e dei cittadini. Alcune ipotesi sono già allo studio. Associare la creazione di una pizzeria alla lotta alla mafia è così ridicolo che non merita commenti”. Ma infuriano le polemiche con "Libera"

Buccinasco (9 agosto 2007) – Un consultorio familiare, un laboratorio artigianale, una sede per le associazioni presenti sul territorio o una struttura medica: sono queste le ipotesi per l’ex locale di via Bramante 14, sequestrato dallo Stato e attribuito al Comune di Buccinasco.
Lo ha anticipato oggi il sindaco, Loris Cereda. “La volonta’ –conferma- di usare questo immobile in modo alternativo e’ gia’ stata adottata. Alcuni progetti sono gia’ in fase avanzata di studio”. Ora occorre scegliere quello più adeguato alle esigenze.
“Associare -aggiunge- la creazione di una pizzeria alla lotta alla mafia e’ così ridicolo che non merita commenti. Anche definire Buccinasco come una zona ancora soggetta al clan dei calabresi e’ una fesseria evidente; basta ricordare che a Buccinasco la gente viene a comperare casa pagandola 4mila euro al metro quadrato”.
“La mia amministrazione –prosegue il primo cittadino- sta studiando con serieta’ e senza paraocchi ideologici ne’ fantasie di inesistenti velleita’ il modo più adeguato per utilizzare questo immobile, nell’interesse della citta’ e dei suoi cittadini”.
Naturalmente, “la Prefettura e’ da me costantemente informata ad ogni passo, quindi il signor Frigerio puo’ evitare di perdere tempo a chiedere l’intervento del prefetto”.

Corleone, la Cgil chiede il rispetto dei tempi per il pagamento dei salari agli operai della Ciclat

Ecco il testo della lettera inviata all'Ato-Belice Ambiente, alla Sicula Ciclat e al sindaco di Corleone:
"Questa Organizzazione sindacale deve, purtroppo, rilevare che l’accordo dello scorso 26 giugno è stato finora rispettato con molta “elasticità” e sempre penalizzando i lavoratori. Infatti, i salari di giugno 2007, che dovevano essere pagati entro il 15 luglio, sono stati pagati solamente il 3 agosto, con 18 giorni di ritardo. Se, rispetto all’eternità, 18 giorni sono niente, per un operaio che deve mantenere la famiglia diventano un tempo insopportabile, che gli provoca notevoli disagi.
Adesso, l’impressione che si ha è che neanche i salari di luglio 2007, che dovrebbero essere pagati entro il 15 agosto, saranno pagati puntualmente. Se ciò si verificherà, si tratterà dell’ennesima provocazione nei confronti dei lavoratori e delle loro famiglie e nei confronti di questa Organizzazione sindacale.
Ci auguriamo che le nostre impressioni siano sbagliate e che, invece, i salari saranno pagati regolarmente. Ma, affinché ciò si verifichi, è necessario che ciascuno faccia con scrupolo e senso di responsabilità la sua parte. Con la presente, quindi, chiediamo al Sindaco di Corleone di pagare la rata corrente all’Ato “Belice Ambiente”, che avrà cura di accreditarla rapidamente (e per intero) alla Sicula Ciclat, la quale provvederà a pagare i salari ai lavoratori nei tempi previsti.
Ci permettiamo di ricordare alla Sicula Ciclat che ha assunto, comunque, l’impegno a verbale di pagare in maniera “costante e regolare entro la scadenza del 15 di ogni mese” i salari ai lavoratori.
In ultimo, questa Organizzazione sindacale comunica di riservarsi di adottare tutte le possibili azioni di lotta, in caso di inadempienze".
Corleone, 9 agosto 2007

Il Segretario aziendale
(G. Mercatante)
Il Segretario della Cgil
(D. Paternostro)

Mafia, operazione nel palermitano. Arrestati anche funzionari pubblici

Gli ordini di custodia cautelare sono stati emessi contro diversi componenti del mandamento mafioso di "Boccadifalco-Passo di Rigano". Tra le accuse, l'aver protetto il boss latitante Lo Piccolo. Rilascio "compiacente" di alcune licenze edilizie. Indagati anche imprenditori e professionisti. Emersi dall'indagine stretti legami con le cosche americane: teneva i contatti Frankie Calì

PALERMO - Operazione della polizia a Palermo contro il mandamento mafioso di Boccadifalco-Passo di Rigano, che secondo gli inquirenti ha protetto nel corso della sua latitanza Salvatore Lo Piccolo, uno dei boss emergenti del dopo-Provenzano. Quattordici le ordinanze di custodia cautelare: tra gli arrestati anche imprenditori, liberi professionisti e due funzionari pubblici, accusati di concorso esterno in associazione mafiosa per il rilascio, ritenuto "compiacente", di alcune licenze edilizie. La latitanza di Lo Piccolo e gli altri illeciti. Lo Piccolo ha trascorso un periodo della sua latitanza nel territorio della "famiglia" di Torretta, che fa capo appunto al mandamento di Boccadifalco-Passo di Rigano. Ma aver protetto il boss è solo uno dei reati tra quelli per cui vengono accusati gli arrestati, che devono rispondere, a vario titolo, di associazione mafiosa, concorso in impiego di denaro, beni o utilità di provenienza illecita, estorsione. Ad alcuni viene invece contestato il solo concorso esterno in associazione mafiosa. Lo Piccolo sfuggito tre volte alla cattura. Dalle intercettazioni utilizzate dalla polizia per portare a termine l'indagine e gli arresti è emerso che Lo Piccolo, latitante da anni assieme al figlio Sandro, è sfuggito per tre volte alla cattura. Il 'reggente' della famiglia mafiosa di Torretta, Vincenzo Brusca, parlando per telefono al nipote Nicolò Testa ha detto che Lo Piccolo "ha cambiato zona se ne è andato", dal momento che "... a lui gli hanno fatto 'la zampata' tre volte e lui ... loro entrano di qua e lui esce di là se l'è fatta franca così ... franca per miracolo proprio". Dunque, in passato gli investigatori sono arrivati vicinissimi a Lo Piccolo, riuscito a dileguarsi tre volte "per miracolo".
I nomi dei 14 arrestati. Tra gli arrestati, Calogero Caruso, 70 anni, ritenuto il capo della "famiglia" di Torretta e che era libero per decisione del Tribunale del riesame dopo essere stato arrestato una prima volta due anni fa. Gli altri provvedimenti giudiziari riguardano Rosario Bordonaro, 55 anni, impiegato dell'Ufficio tecnico del Comune di Torretta; Gaspare Caravello, 41 anni; Antonio Di Maggio, 35 anni; Benedetto Dragotta, 58 anni, funzionario del Comune di Torretta; Salvatore Ferranti, 36 anni; Matteo La Barbera, 34 anni, e Pietro La Barbera, 32 anni, figli del vecchio boss Michelangelo La Barbera; Andrea Licata, 47 anni, architetto libero professionista; Stefano Mannino, 58 anni; Rosario Mignano, 43 anni, imprenditore; Francesco Sirchia, 69 anni; Francesco Spinelli, 49 anni, imprenditore. Altre cinque persone sono indagate, e per una di queste il gip non ha accolto la richiesta di misura cautelare proposta dalla Procura. 'La casetta delle delizie' e il riciclaggio. Un filone dell'indagine ha riguardato attività di riciclaggio che sarebbero state realizzate dai fratelli La Barbera, in particolare attraverso la società in accomandita semplice "La casetta delle delizie" per la gestione di snack bar, tavole calde, gelaterie, pasticcerie, rivendite di alimentari e casalinghi, costituita nel maggio del 2003. Sono stati infatti sequestrati l'omonimo panificio di via Leonardo da Vinci a Palermo e un terreno in contrada Codilla Falconieri a Torretta. I collegamenti con la mafia Usa. Dall'inchiesta della polizia sono inoltre emersi stretti rapporti tra le famiglie palermitane, in particolare quella di Torretta, e la mafia americana. In particolare, secondo gli investigatori, a tenere i contatti con le cosche d'Oltreoceano e a curare i traffici di denaro e droga tra i boss dei due paesi sarebbe stato un uomo che nelle conversazioni intercettate dagli investigatori veniva chiamato "u Frankie', identificato poi in Frankie Calì, uomo d'onore del clan mafioso dei Gambino e parente dei boss Inzerillo, fuggiti negli Usa dopo la guerra di mafia degli anni Ottanta. E infatti in indagini recenti gli inquirenti avevano accertato che il rientro in Sicilia degli Inzerillo sarebbe stato auspicato proprio da Lo Piccolo, che con la famiglia di Torretta ha stretto una forte alleanza.
(La Repubblica, 9 agosto 2007)

"Liberarci dalle spine". La verifica finale con i giovani volontari del campo di Canicattì

Questo campo, svoltosi dal 25 luglio all'8 agosto, ha visto complessivamente 78 partecipanti. La verifica è durata oltre quattro ore. All’inizio nessuno rompeva il ghiaccio ma poi tutti si sono espressi con grande maturità e consapevolezza rispetto ai quesiti che abbiamo loro posto:
Che idea ti sei fatto/a della mafia?
Qual è stato per te il momento più interessante?
E il meno interessante?
Qual è la prima cosa che racconterai agli amici e ai tuoi cari una volta tornato/a a casa?
Cosa vuoi fare per continuare questo percorso di educazione alla legalità?
I momenti più interessanti sono stati per moltissimi ragazzi/e il lavoro sui terreni al mattino, denso di emozioni, ma molti hanno parlato anche di alcuni incontri, come quello con Rita Borsellino e quello con Alfio Foti, particolarmente apprezzato per lo stile di Alfio, che lo ha impostato come una chiacchierata, un dibattito informale che ha consentito a ciascuno di fare domande e osservazioni.
I momenti meno interessanti, anzi, più noiosi, anche se ogni ragazzo ha rilevato che ne percepiva l’importanza per la cooperativa in termini di visibilità, sono stati gli incontri con le istituzioni locali, quello di Cianciana, quello a Serradifalco o Cammarata, dove si era stanchi dopo un’intensa giornata di lavoro, e si assisteva come “pubblico” a interventi lunghissimi e non sempre centrati sul tema della mafia.
Occorre comunque rilevare che questi momenti sono stati organizzati per la prima volta in modo sperimentale dai circoli dell’arci di Agrigento, che hanno cercato di partecipare in modo attivo e in questo senso sono da apprezzare, anche se certamente da migliorare.
Tra le criticità sono emerse anche alcune difficoltà logistiche legate al grande numero di partecipanti: una cucina piuttosto piccola, pochi bagni. Rilievi oggettivamente giusti.
Su questo punto però occorre rilevare che il progetto originale prevedeva dai 25 a un massimo di 30 partecipanti. Tra i criteri di scelta previsti dal progetto c’era quello di accettare soltanto maggiorenni, chi permaneva per tutto il periodo del campo, solo i residenti nella Regione Toscana, solo chi chiedeva di fare i campi di lavoro per la prima volta. Il rispetto dei criteri previsti avrebbe però escluso un grande numero dei ragazzi presenti, ai quali comunque l’arci regionale toscana non ha voluto negare l’opportunità di “esserci” visto anche che la finalità principale dell’arci Toscana è quella di creare una grande rete di conoscenza e di condivisione del lavoro dell’associazione e della cooperativa in Sicilia. Significativo è comunque rilevare come diversi ragazzi/e abbiamo detto che non ci sono stati momenti meno interessanti, che tutto è stato a suo modo degno di essere vissuto.
La prima cosa che racconteranno agli amici si sintetizza bene con le parole di Maria Cristina: “racconterò prima di tutto dei soci della Cooperativa che testimoniano con i loro silenzi e i loro sguardi un grande coraggio!”
Ognuno di loro vuol continuare a impegnarsi in questo percorso educativo da casa propria, visto che hanno ben chiaro che nessuno territorio è immune ai problemi della criminalità organizzata: c’è chi si offre per fare i banchini con i prodotti delle cooperative ai concerti, alle sagre e alle feste, chi si propone come volontario durante la carovana antimafia in Toscana, chi adotterà una vite, chi vorrà fare testimonianza della propria esperienza tra gli amici e con i ragazzi delle scuole, sperando di far venire a qualcun altro la voglia di partire per la Sicilia il prossimo anno. Ci sono addirittura due simpaticissimi sbandieratori di Firenze, che ci propongono di accompagnare con i loro spettacoli la carovana toscana quest’autunno e chi si impegnerà per far arrivare lo striscione Liberarci dalle spine addirittura allo stadio, affinché più persone possibile conoscano queste esperienze e siano sensibilizzati all’impegno dell’antimafia sociale. Tutti si propongono di documentarsi di più, di informarsi e formarsi su questa tematica.
Sull’idea che ciascuno ha avuto l’opportunità di farsi in questi giorni sulla mafia si sono espressi tutti in modo articolato, dicendo che l’hanno in parte cambiata e in parte confermata in base agli studi e agli approfondimenti che avevano fatto singolarmente o in gruppo prima di partire: Marco ha detto che è un fenomeno con grandi capacità di metamorfosi e Dario che è incredibilmente sotterraneo ma visibile. Anche Jacopo ha rilevato che è qualcosa che non si fa vedere ma si vede dall’insistenza degli sguardi in paese che si posano su di noi. Francesca l’ha definita un sistema di sopraffazione e che è possibile sconfiggere. Chiara ha detto che è un fenomeno radicato nella mentalità, Miguel che è un parassita che intacca l’economia e la politica. Corinna pensa che sia un sistema dentro un sistema, un modo di pensare, una cultura da sconfiggere senza scoraggiarsi. Cristina ha citato una bella frase che ha sentito in televisione per spiegare l’intreccio profondo tra mafia, economia, politica e istituzioni: la mafia si combatte in Sicilia ma si sconfigge a Roma. Guglielmo rileva che è un tessuto sociale, Tommaso dice che è una guerra da combattere e da sconfiggere a livello istituzionale. Elena la definisce un sistema a rete, Gregorio una cosa occulta presente in tutta Italia, Gloria dice di averla respirata molto, che è molto visibile in questo territorio dominato dal disordine edilizio, dalla mancanza di regole. Simone la definisce una organizzazione ben organizzata, Olga un’organizzazione subdola. Valentina l’ha sentita ovunque, dal chiosco delle bibite ai negozi del centro, silenziosa, strutturata. Andrea dice che fa paura perché è nascosta, Virginia la definisce un virus, che se non ci sforziamo di scovare diventa letale. Roberta dice che è un modo di essere, Simone che è uno stile di vita, Alessandra che è una mentalità. Simona, del gruppo scout di Roma che ha fatto complessivamente sei giorni, dice che anche se non hanno partecipato tutto il periodo è stato importantissimo sporcarsi le mani per capire. […]
F. B – ARCI TOSCANA