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domenica 15 luglio 2007

LA STAGIONE DEI SEGRETI. Lettera aperta a Romano Prodi

Il rilancio del governo nei mesi che verranno passerà anche attraverso il superamento di ogni opacità nei gesti, nelle scelte, nelle deliberazioni. In questo senso, un passaggio di forte significato sarà l'atteggiamento che l'esecutivo assumerà sulle vicende legate alla vecchia gestione del Sismi. Dal paese arriva una forte domanda di verità. E da Milano una concreta richiesta di consentire che il processo per il sequestro di Abu Omar possa seguire il proprio corso.
Sono, in sintesi, le ragioni per cui i quattordici parlamentari europei della Sinistra hanno deciso di indirizzare a Romano Prodi la lettera che trovate su questa pagina. Una richiesta di chiarezza e di coerenza che può trovare un solo sbocco: togliere il segreto di stato da tutto ciò che riguarda il sequestro di Abu Omar e revocare il conflitto di attribuzioni che rischia di bloccare il processo di Milano.
La lettera che abbiamo scritto parte anche da una nostra conoscenza specifica e non casuale dei fatti. La complicità del Sismi con la CIA in alcune operazioni palesemente illecite (oltre che del tutto inutili) é stata uno dei capitoli più sensibili nel lavoro della Commissione d'inchiesta del Parlamento europeo sulle "extraordinary renditions". A partire da quella vicenda si è potuta svelare una rete di attività illegittime, di operazioni coperte e di strutture parallele che il Sismi di Pollari aveva organizzato durante gli ultimi tre anni. Rimuovere oggi la questione pretendendo che il processo di Milano non vada fino in fondo, agitare la presunzione del segreto di stato per coprire fatti e responsabilità che nulla hanno a che fare con la sicurezza dello Stato sono scelte non condivise.
Da qui la lettera, inviata anche ai nostri ministri di Sinistra Democratica, Verdi, Comunisti Italiani e Rifondazione Comunista affinché su questo tema il Consiglio dei Ministri possa far definitiva chiarezza in una delle sue prossime riunioni.
Claudio Fava


Caro Presidente Prodi,

il dibattito che si è acceso in Italia sulle gravi responsabilità dell'ex direttore del Sismi Nicolò Pollari e del suo funzionario di fiducia Pio Pompa ripropone con urgenza un dovere di trasparenza e di coerenza nella gestione dei nostri servizi di intelligence.

Le vicende di cui si parla sono, nella sostanza, a noi Parlamentari europei note da tempo (e già da tempo da noi denunciate) perchè hanno fatto parte del corpus delle indagini svolte lo scorso anno dalla commissione ad hoc sulle attività clandestine della CIA in Europa.

É anche per questo (per la nostra funzione istituzionale e per una specifica consapevolezza della gravità dei fatti) che ti chiediamo di rimuovere - ove davvero esista - il vincolo del segreto di Stato su atti e documenti specificamente legati al rapimento di Abu Omar in Italia.

Ti chiediamo inoltre, con ancor maggiore urgenza, di rivedere la decisione dell'Esecutivo di sollevare conflitto di poteri dinnanzi alla Consulta nei confronti degli uffici giudiziari di Milano. Quel ricorso, se accolto, rischia di produrre la sgradevole conseguenza di bloccare il processo in corso nei confronti degli agenti CIA e dei funzionari del SISMI accusati di aver partecipato a un sequestro di persona. Cioè ad un reato qualificato, nel nostro ordinamento giuridico, come fatto eversivo dell'ordine costituzionale.

Consentire che il dibattimento segua il suo corso normale servirà a rimuovere ogni ombra di impunità che la sospensione del processo certamente garantirebbe a tutti gli imputati. Quel dibattimento sarà peraltro la sede naturale in cui il generale Pollari, proprio nella qualità di imputato, potrà argomentare la sua versione dei fatti che da alcuni giorni promette e minaccia di rivelare in forme e contesti imprecisati.

Se su questa vicenda verrà scritta una parola di chiarezza politica e di certezza giudiziaria, crediamo che ne trarranno beneficio nel loro complesso tutte le Istituzioni del paese: prima fra tutte il nostro Governo. E' la ragione per la quale rivolgiamo a te e agli altri ministri del tuo esecutivo la nostra sollecitazione.

Un caro saluto

Claudio Fava
Roberto Musacchio
Monica Frassoni
Umberto Guidoni
Vittorio Agnoletto
Vincenzo Aita
Giovanni Berlinguer
Giusto Catania
Giulietto Chiesa
Sepp Kusstatscher
Luisa Morgantini
Pasqualina Napoletano
Achille Occhetto
Marco Rizzo

lunedì 9 luglio 2007

Sismi-Telecom colpo doppio

di Marco Travaglio
I pompieri di Pompa & C. sono già all’opera nel tentativo di spegnere lo scandalo di spionaggio illegale più grave dai tempi del caso Sifar: quello del Sismi dell’èra Pollari. Ma l’impresa di minimizzare i dossier sequestrati nell’ufficio pompesco di via Nazionale è ardua: salvo dimostrare che quegli appunti si sono scritti da soli, o che erano la bozza di un romanzo giallo, o magari che lo spione che li compilava e conservava era dotato di virtù divinatorie.Visto che i bersagli delle sue attenzioni entravano ipso facto nel mirino di Berlusconi e della sua band. L'episodio più grave tra quelli finora emersi, dunque il più ignorato da pompieri & minimizzatori, è quello rivelato due giorni fa da Francesco Grignetti su la Stampa: il falso dossier di Pompa per screditare l'allora capo del Sismi, ammiraglio Gianfranco Battelli, poi sostituito dall'amico (di Pompa e di Berlusconi) Niccolò Pollari. Un caso da manuale di «tecnica di un colpo di mano», che fa il paio con quello gemello avvenuto in casa Telecom negli stessi giorni dell'estate 2001: la prima estate del secondo governo Berlusconi. Anche lì si trattava di epurare la vecchia guardia per rimpiazzarla con la banda Tavaroli, gemellata col Sismi pollariano tramite Marco Mancini. E anche lì non si esitò a ricorrere al falso per agevolare il cambio della guardia: una finta microspia nell'auto dell'amministratore delegato Enrico Bondi screditò i vecchi 007, prontamente rimpiazzati dai Tavaroli Boys. Due bufale d'autore per spianare la strada, ai vertici dell'intelligence dello Stato e del colosso telefonico nazionale, a quella che un generale del Sismi definirà poi «la Banda Bassotti», ora indagata a vario titolo per sequestro di persona, dossieraggi illegali, peculato, associazione a delinquere e così via. Nell'agosto 2001 Berlusconi ha appena insediato il suo governo e già rischia di tracollare per la sciagurata gestione del G8 di Genova. Al Sismi c'è ancora Battelli, nominato dal centrosinistra dopo aver fatto il capo di gabinetto di Beniamino Andreatta, padre nobile dell'Ulivo e ministro della Difesa nel primo governo Prodi. Pollari scalpita nel suo ufficio di vicedirettore del Cesis (organo di coordinamento dei servizi) e intrattiene una fitta corrispondenza con l'«analista» Pio Pompa, segnalatogli dal comune amico don Luigi Verzè, il prete-affarista del San Raffaele che è una sorta di cappellano di Forza Italia. Pompa produce «report» a getto continuo sui presunti nemici del Cavaliere, un vero e proprio «network internazionale» da «disarticolare» anche con «metodi traumatici». Il nemico - avverte - si annida ovunque, financo a Palazzo Chigi, dove urge «bonificare». Cioè, anzitutto, cacciare l'ammiraglio Battelli, noto comunista, complice - secondo Pompa - delle manovre del «dispositivo» antiberlusconiano «tese a introdurre elementi di discredito e di depotenziamento della maggioranza… a seguito dei gravissimi fatti relativi al G8 e delle durissime polemiche sfociate nella costituzione del Comitato bicamerale di indagine conoscitiva». Il vertice Sismi (in una bozza dello stesso report, Pompa fa nome e cognome di Battelli) avrebbe addirittura «costituito una ristretta task force con il compito di produrre le prove circa la presenza di estremisti di destra negli incidenti di Genova». In pratica l'ammiraglio infedele starebbe trescando con l'ex maggioranza ulivista per sabotare il governo di centrodestra fabbricando una pista nera (Forza Nuova al posto dei No global) dietro ai Black Bloc «con l'intento di alleggerire la posizione di difficoltà dell'opposizione offrendole argomenti in grado di accrescerne il potere contrattuale nei confronti del governo, costringendolo a mediare sulle decisioni che investono i vertici di polizia e dei servizi di sicurezza». L'appunto, fondato sul nulla, è della fine di agosto del 2001. Il 27 settembre Berlusconi decapita i servizi: al Sismi esce Battelli ed entra Pollari, con Pompa al seguito. Intanto l'operazione si ripete pari pari alla Telecom. Qui la patacca non è un dossier fasullo, ma una cimice-bufala. Protagonista il trio Tavaroli-Mancini-Cipriani (quest'ultimo un investigatore privato fiorentino amico di Gelli e intimo dei primi due). Secondo il gip milanese Paola Belsito, che li ha arrestati in blocco, Mancini come numero 2 del Sismi «acquisiva nell'ambito del suo ruolo istituzionale informazioni che trasmetteva a sua volta a Tavaroli, il quale le veicolava sull'investigatore Cipriani, retribuito dalle aziende di Tavaroli con cospicue somme di denaro». Prova regina della triangolazione: una «bonifica fasulla fondata su argomenti assai seri e convincenti» che consentì a Tavaroli di «acquisire un potere ancora maggiore» con l'«azzeramento dei vertici della security Telecom». Nell'estate 2001, quando Tronchetti Provera acquista la Telecom, Tavaroli è capo della security Pirelli. Ma, com'è ovvio, aspira a mettere le mani sulla prima compagnia telefonica del paese, che gestisce pure le intercettazioni per conto dei giudici. Ma Telecom una security ce l'ha già, diretta da Piero Gallina sotto la supervisione del segretario generale Vittorio Nola. Il primo deve saltare per far posto a Tavaroli e ai suoi boys, il secondo perché bolognese e dunque ritenuto un pericoloso «prodiano». Detto, fatto. Occhio alle date. Il 31 luglio 2001 il Cda Telecom nomina Enrico Bondi amministratore delegato. Il 7 agosto il top manager noleggia un'Audi A8 e avverte interferenze sospette nell'autoradio. Se ne occupa l'autista di Tronchetti Provera che, anziché affidare l'auto alla sicurezza Telecom, si rivolge a Tavaroli (Pirelli). Questi lo manda a Firenze all'officina Verzoletto, legata all'amico Cipriani. E qui, puntualmente, il 21 agosto viene trovata la presunta microspia. Tronchetti sporge denuncia contro ignoti, viene aperta un'inchiesta, la security Telecom - additata come incapace di proteggere da intrusioni i nuovi vertici del gruppo - è delegittimata: il 10 settembre Nola e Gallina si dimettono: al loro posto arriva Tavaroli, con 500 uomini, budget e poteri illimitati. Il 15 settembre la Polis d'Istinto fabbrica un dossier zeppo d'illazioni e veleni su Prodi e Nola a proposito di presunti finanziamenti occulti al Professore camuffati da attività promozionali della Telecom.Solo cinque anni più tardi, indagando sul fallimento della Verzoletto, si scoprirà che la cimice era fasulla (un telefono cellulare smontato, senza display, tastiera e involucro esterno e dotato di un'antenna e un cavetto artigianale) e, per giunta, a infilarla nell'auto di Bondi era stata la stessa ditta indicata da Tavaroli per la «bonifica». La tecnica del colpo di mano la racconterà ai pm milanesi nel 2006 Lorenzo Baroncelli, esperto in bonifiche ambientali della Verzoletto Spa: «Il 20 agosto sera Verzoletto ci disse di prepararci a bonificare una macchina che sarebbe arrivata il mattino seguente. Il mattino seguente in laboratorio Verzoletto ci disse che la bonifica avrebbe portato a trovare una microspia di sicuro, ma io mi chiesi come poteva fare a saperlo visto che tra l'altro tutte le bonifiche che avevamo fatto fino a quel momento non avevano mai trovato un tubo. Ma il mio collega mi disse: 'Fava, la microspia la piazziamo noi'. A quel punto ci disse di fare finta di diventare operativi e cominciamo a lavorare su questa Audi A8 con operazioni solo tese a perdere del tempo in modo che l'autista potesse essere allontanato con la scusa di un caffè. A quel punto la microspia fu piazzata nella plafoniera della luce di cortesia. Al ritorno dell'autista, Verzoletto affermò che la microspia era stata ritrovata: si trattava di un cellulare sgusciato di quelli che preparavamo in laboratorio… ».Fu così che nel settembre 2001, mentre Pollari e Pompa s'insediavano al Sismi, Tavaroli si installò alla security Telecom. La Banda Bassotti aveva preso il potere. E non era la sola.
L'Unità, 09.07.07

La Grande Spia tenta l'ultimo ricatto. Pollari vorrebbe "chiarire", ma può dire la verità al processo di Milano e alla procura di Roma

di GIUSEPPE D'AVANZO

ROMA - Nicolò Pollari, appena ieri lo spione più amato dalla politica italiana, si dice "pronto a raccontare i misteri d'Italia dagli anni Ottanta ad oggi, nonostante l'atmosfera di regime". Non si accontenta delle stanze chiuse della commissione di controllo sui servizi segreti (Copaco). Sono troppo protette, dice, e i commissari vincolati alla riservatezza per quel che ascoltano e accertano. Insomma, da quelle stanze lo spione non può parlare "ai cittadini", come si è messo in testa di fare. Manco fosse un caudillo e non un funzionario dello Stato che, potentissimo agente segreto, ha lavorato nel "regime" e per "il regime". Curioso per uno spione, la segretezza è oggi un deficit per Pollari. Egli vuole che si sappia che cosa svela e insinua e manipola (è quel che solitamente gli riesce meglio). Attraverso un bizzarro "portavoce" (il senatore Sergio De Gregorio, che fa lo stesso mestiere per il generale Roberto Speciale) chiede allora la platea più visibile e sensibile, una illuminatissima commissione d'inchiesta parlamentare. Lo spione sa che ogni iniziativa politica, se agitata nello spazio mediale e con la voce dei media, può fare a meno di autenticità e fondatezza (basta ripensare alle commissioni Telekom Srbija e Mitrokhin). Alle prese di venti deputati e venti senatori che, si possono immaginare, inesperti dei metodi e delle strategie di un'intelligence così controversa, e addirittura non consapevoli della cronologia degli avvenimenti, Pollari avrebbe l'opportunità in prima battuta di scrivere a mano libera il copione. Di graduare, secondo necessità, il potere di pressione e di condizionamento che si è assicurato nel tempo intrattenendo rapporti non convenzionali con entrambi gli schieramenti politici.
Che domande potrebbero fargli i quaranta parlamentari? Dovrebbero soltanto ascoltare la "sua" verità (a Pollari non piace avere contraddittori), le sue mezze verità e mezze menzogne e, in attesa di definire la fondatezza del suo racconto, un caos fangoso schiaccerebbe ogni possibilità di fare luce. E' la condizione che, per il momento, sconsiglia la commissione d'inchiesta, strumento che offre molte opportunità a chi deve spiegare che cosa ha combinato e molte poche a chi deve accertarlo. Appena l'altro giorno si diceva che il gioco sarebbe stato nelle mani degli spioni e non del Parlamento. E tuttavia chi poteva attendersi che le minacciose intenzioni di Pollari sarebbero venute allo scoperto, con tanta fretta, nell'allusiva forma del ricatto? L'iniziativa dell'amatissimo spione non è altro. E' un chiassoso ricatto che ha il pregio, per così dire, di rendere chiara e concreta qualche circostanza, anche a chi per convenienza o spensieratezza o arroganza finora l'ha negata. L'"agglomerato oscuro", legale e clandestino, nato nella connessione abusiva dello spionaggio militare (Sismi) con diverse branche dell'investigazione della Guardia di Finanza (soprattutto l'intelligence business) in raccordo con la Security di grandi aziende come Telecom e il sostegno di agenzie d'investigazione private che lavorano in outsourcing, si è "autonomizzato". Lavora per sé, secondo un proprio autoreferenziale interesse e non più, come nel passato, al servizio di questo o quell'utile politico, di questa o quella consorteria politica. La scandalosa deformità s'era già avvistata. Si immaginava però che il ritorno sul "mercato della politica" dell'"agglomerato" con la sua massa critica di potenziali ricatti si sarebbe consumato, come di consueto, in quei sotterranei dove le fragili "power élite" italiane si proteggono, si rafforzano, si difendono, si accordano. L'eterogenesi dei fini ha rotto lo schema. Lo scontro Visco/Speciale ha costretto il governo di centro-sinistra a dubitare del patto di non-aggressione tacitamente sottoscritto con il network spionistico. Il Consiglio superiore della magistratura, con il documento approvato con discrezione dal capo dello Stato, ha spinto il confine ancora più in là mettendo sotto gli occhi della società politica una minaccia per un democrazia ben regolata. Il ceto politico non ha potuto lasciar cadere, come d'abitudine, la questione e - pur nella diversità degli strumenti da usare - è stato costretto a impegnarsi a fare verità e chiarezza. Pollari, come ieri il fido Roberto Speciale, ha cominciato a vedere davanti a sé un tritacarne e la catastrofe. Se Speciale ha pensato di salvarsi sollevando un'inchiesta giudiziaria e quindi "giudiziarizzando" il conflitto con il governo, Pollari è stato costretto a venire allo scoperto abbandonando il "sotterraneo" dove si trova più a suo agio. Imputato a Milano e indagato a Roma, è stato costretto a "politicizzare" la sua avventura e il suo destino. Sollecita così, per i canali politici che ancora gli restano, la nascita di una commissione d'inchiesta che gli permette o di far saltare il tavolo o di ridurre al silenzio i suoi critici di oggi (e magari amici di ieri). Ora è evidente che il ricatto dello spione non può essere accettato. Deve essere accettata la sua disponibilità a testimoniare. Nicolò Pollari dica quel che sa, ma non gli sia consentito di farlo a ruota libera, senza alcuna regola, in un rapporto diretto con l'emotività dell'opinione pubblica, lontano da una pratica che sappia accertare fatti e responsabilità prima di giungere a un qualsiasi esito. Ci sono tre sedi in cui Pollari può liberare la sua ansia di verità (si fa per dire). Il Palazzo di Giustizia di Milano, dove è imputato per il sequestro di un cittadino egiziano. La procura di Roma che lo indaga per l'ufficio di disinformazione e dossieraggio di via Nazionale. Dinanzi all'autorità giudiziaria Pollari (come chiede) può liberarsi del segreto di Stato senza alcuna autorizzazione governativa, perché la Costituzione privilegia il diritto di difesa dell'imputato rispetto al segreto di Stato. Pollari può farlo dunque da subito. Lo faccia. C'è una terza sede, politica, istituzionale. E' il comitato parlamentare di controllo sui servizi segreti. Chieda di essere ascoltato. Non c'è dubbio che lo ascolteranno di buon grado e con i tempi adeguati. In quel contesto, e con le opportune norme di riservatezza, le sue parole possono essere tenute nel giusto conto, analizzate, verificate. Il Copaco ha strumenti d'indagine limitati? Non ci vuole molto per rafforzarli (se il Parlamento vuole), ma per intanto il comitato ha competenza e la memoria (si vedrà se la voglia) per discernere, nel racconto di Pollari, il grano da loglio anche con il contributo della documentazione che saprà offrire l'ammiraglio Bruno Franciforte, oggi a capo del Sismi. Sempre che Pollari non si sia portato dietro l'archivio. Addirittura dagli anni Ottanta ad oggi.
(La Repubblica, 9 luglio 2007)