domenica 13 dicembre 2009

Presentato a Palermo il Progetto Internazionale "ArcheoAfrica" dell’Archeoclub Medio e Alto Belice Corleonese

Presentato ieri 10 dicembre 2009, alla presenza di un folto pubblico e di numerosi giornalisti presso la Soprintendenza del Mare Siciliano, la prima fase del progetto Archeoafrica svolta nella Repubblica Democratica del Congo (ex Zaire). Sono stati definiti gli aspetti basilari per la costruzione del Museo Panafricano, che sarà costruito nella Capitale dello Stato africano Kinshasa e che rappresenterà il Museo più esteso al mondo. Alla presenza del Console della Repubblica Democratica del Congo, nonché presidente della Camera di Commercio Italafrica Centrale, sono stati affrontati tutti i punti del progetto, dagli scavi archeologici alle ricerche etnografiche, antropologiche e musicali, nonchè la definizione di svariati interventi imprenditoriali e umanitari. I Responsabili del Progetto Angelo Vintaloro, Elisabetta Viola e Sebastiano Tusa guideranno la Seconda Missione nella Repubblica Democratica del Congo nel 2010 e hanno presentato i risultati e la preparazione della Prima Missione, che si è svolta nel mese di giugno del 2008. Alla presentazione sono intervenuti il Deputato Regionale Onorevole Totò Lentini, che ha portato i saluti dell’Assessore ai Beni culturali On. Leanza, il Console della Repubblica Democratica del Congo Alfredo Carmine Cestari, Alessandro Sabatino in rappresentanza della Unione dei Comuni del Corleonese e Valeria Li Vigni che si occuperà della Sezione Antropologica del Progetto.
Nel pomeriggio della stessa giornata è stata inaugurata una mostra fotografica della Missione del 2008 che sarà ospitata dal Museo Regionale di Storia Naturale di Terrasini e che rimarrà aperta fino al 10 gennaio 2010. L’ing. Cestari, nella qualità di Presidente della Camera di Commercio Italfrica Centrale, ha sottolineato il suo appoggio a facilitare l’import ed export fra la Sicilia e l’Africa e per identificare al meglio il ruolo di centralità che la Sicilia può svolgere. Angelo Vintaloro, coordinatore generale del Progetto, durante il suo intervento ha sottolineato "l’importanza di immagine che la Sicilia può avere in questo ponte con l’Africa, a cui si contrappone la poca visione pionieristica degli Enti locali fortunatamente messi in secondo piano da quelle Istituzioni guidate da uomini che credono nei progetti delle Associazioni che si contraddistinguono nel territorio”. Sebastiano Tusa, coordinatore ccientifico, nel suo intervento ha sostenuto che "l’ArcheoAfrica Project è uno dei progetti più sontuosi che la Sicilia ha in questo momento, aperto alla cultura ma anche all’imprenditoria che finanzierà anche gli aspetti culturali e su cui sta svolgendo un eccellente lavoro Elisabetta Viola”. “Per la prima volta – ha continuato Tusa – si applica in Sicilia quello che in Francia e negli Stati Uniti da anni ha dato eccellenti risultati finanziari per la cultura”. L’ArcheoAfrica project ha i patrocini della Presidenza del Consiglio dei Ministri, del Ministero alle Attività Culturali, dell’Assemblea Regionale Siciliana, della Rivista Archeologia Viva, del Rotary Club Palermo Teatro del Sole e delle Unione dei Comuni del Corleonese e della Valle del Sosio. Altre Istituzioni ed Associazioni hanno fatto richiesta di ingresso nel progetto.
Sebastiano Tusa
Angelo Vintaloro
Elisabetta Viola

venerdì 11 dicembre 2009

Giuseppe De Marco da Prizzi, pioniere dell’aviazione italiana

di ANTONINO G. MARCHESE
Tra gli uomini illustri che la città di Prizzi ha dato alla nazione nel XX secolo, a parte il poeta dialettale Vito Mercadante (1873 - 1936), lo storico e paleografo Paolo Collura (1914 - 1997) e l’astrofisico di fama internazionale Giuseppe Salvatore Vaiana (1935 - Palermo, 1991), va senz’altro ricordato quel Giuseppe De Marco considerato uno dei pionieri dell’aviazione italiana, un vero personaggio nell’accezione emersoniana di “representative man”, pressocché dimenticato nella sua città natale (che non gli ha ancora intestato una via, cosa che ha fatto invece la città di Palermo), ma ben noto alla pubblicistica di settore, sia di ambito nazionale, come gli studi di Gaetano Pastoressa di Bitonto, che di ambito regionale, come gli studi di Pietro Di Marco di Mezzojuso.
Il nostro Giuseppe De Marco è inoltre citato nel volume Personaggi di provincia (a cura di Tommaso Romano, edito dalla Provincia Regionale di Palermo, 2000-2001), tra gli uomini illustri di Prizzi (p. 477), con una scheda redatta dallo scrivente e la consulenza di Carmelo Fucarino, illustre storico locale.
Giuseppe De Marco è nato a Prizzi l’11 aprile 1894, da Giorgio e da Giuseppa Ferrara, in una dimora storica del centro abitato (un tempo sede del Tribunale del Sant’Uffizio), in via Bongiorno n° 2. Abbandonati gli studi liceali (era iscritto al 1° liceo classico Vittorio Emanuele II di Palermo, dopo aver frequentato, assieme al fratello Isidoro, il ginnasio Guglielmo II di Monreale), contro la volontà paterna si recò nell’aprile 1914 a Torino per iscriversi alla scuola civile privata “Antonio Chiribiri” per apprendere l’arte del pilotaggio di aeroplani, conseguendo il brevetto civile di 1° grado (n° 330), nell’aerodromo di Mirafiori, su monoplano Chiribiri, il 28 agosto 1915.
Il fascino del volo il De Marco lo aveva subìto sin da ragazzo, avendo assistito nel 1912 in Palermo all’esibizione di un pilota francese; infatti il primo volo del vecchio continente aveva avuto luogo proprio a Parigi, nel novembre del 1906, allorché la febbre del “folle volo”, per citare Dante, aveva oltrepassato l’oceano Atlantico da quando, il 17 dicembre 1903, i fratelli Wright avevano realizzato per primi il sogno di Icaro staccando le ali da terra con il loro aeroplano a Kitty Hawk, negli States. La sfida delle vie del cielo avrebbe concluso la sua fase di esordio nel 1914 con l’ecatombe della Prima guerra mondiale che, come scrive Carlo Faricciotti, «inghiotte nel suo baratro la vecchia Europa, trasferisce nei cieli l’epica del duello cavalleresco, con protagonisti esaltati da stampa e propaganda come il Barone Rosso Manfred Von Richtofen o il nostro Francesco Baracca. Duelli che diventano soggetti da film, come nel caso di Combattimento aereo, del 1915, prodotto da Italia Film».
Mentre frequentava la scuola privata di aviazione di Torino, De Marco venne chiamato al servizio militare nella stessa città (12 settembre 1914) e incorporato nel “battaglione aviatori”, ottenendo i galloni di caporale e venendo ammesso al corso di pilota aviatore militare alla scuola di San Giusto a Pisa, ove ottenne il brevetto superiore di 2° grado in data 22 dicembre 1915 (col n° 71) pilotando un biplano francese “Caudron”.
Il 27 febbraio 1916, Giuseppe De Marco venne chiamato in zona di guerra, incorporato nella 80ª Squadriglia da caccia, dalla quale rientrò il 23 gennaio 1917 per essere assegnato al Deposito Comando Aeronautico, venendo autorizzato a compiere esperimenti tecnici, per poi passare al campo scuola idrovolanti di Sesto Calende. Dopo essere stato inviato al Campo Scuola di Passignano sul Trasimeno (15 febbraio 1919) venne trasferito alla Squadriglia idrovolanti di Palermo (20 giugno 1919). Ricoverato nell’ospedale militare della stessa città (11 febbraio 1920), gli fu assegnata per un anno una pensione di 8ª categoria. Dalle notizie del foglio matricolare, fornitomi dal pronipote (nonché figlioccio di battesimo) Bruno De Marco, emerge anche che il nostro Giuseppe, durante il servizio militare, aveva «tenuto buona condotta» e aveva «servito con fedeltà ed onore» la Patria.
Da altre notizie biografiche fornitemi dal pronipote, si apprende che sul campo di aviazione di Cascina Costa (Varese), a partire dal maggio 1915, De Marco compì voli come istruttore (avendo avuto occasione di conoscere anche il futuro eroe Francesco Baracca), annoverando tra i suoi allievi giovani aquile quali Gaffredo Gorini, Silvio Scaroni, Flavio Torello Baracchini e tanti altri passati alla storia aviatoria italiana, classificati tra i più ardimentosi assi da caccia. Baracchini, in particolare, verrà decorato di medaglia d’oro al valore militare per avere abbattuto in trentacinque combattimenti ben nove aerei nemici.
Nel novembre dello stesso anno 1915, richiamato al campo di Mirafiori (passato, nel frattempo, all’autorità militare), Giuseppe De Marco, addetto alla sezione degli esperimenti, ebbe modo di provare in volo il radiotelegrafo senza fili inventato dal geniale scienziato Guglielmo Marconi, allora tenente del Genio militare, venendo assistito nei voli dal telegrafista tenente Borghese, sotto la direzione del capitano Achille Celloni rimasto a terra, con la presenza dello stesso Marconi che capta una lunga serie di segnali telegrafici. Inutile dire che la prova ebbe esito favorevole e fu coronata da relativo brindisi finale. (Va ricordato, in proposito, come la radiotelegrafia da campo era stata già sperimentata a Tobruk, nel 1912, durante la campagna di guerra italo-turca). Grazie a tale esperimento, con l’uso di un biplano “Caudron tipo G. 3” il caporal maggiore Giuseppe De Marco venne promosso al grado di sergente (31 gennaio 1916).
Conclusasi la Prima guerra mondiale col vittorioso armistizio del 4 novembre 1918, il valoroso pioniere alato prizzese Giuseppe De Marco si sarebbe fatto antesignano anche della propaganda sportiva aviatoria in Sicilia fondando, nel 1922, l’Aero Club di Sicilia con sede in Palermo, del quale fu presidente del Comitato provvisorio e che ebbe tra i suoi soci più rappresentativi il palermitano Giuseppe Albanese, che fu anche protagonista della Targa Florio, correndo più volte negli anni ’20 con una Bugatti 37, e l’Ingegnere Bruno Sonnino, segretario dell’Associazione, anche questi abbastanza noto nel settore automobilistico. Un giornale locale palermitano salutò il sodalizio con queste parole: «I generosi isolani, che tanto dettero alla guerra in genere e alla guerriglia aerea in specie, non hanno voluto rimanere estranei a questo magnifico movimento di rinascita e di redenzione dell’aeronautica nazionale. Fondata la loro associazione essi iniziarono immediatamente un lavoro di feconda propaganda volando e facendo volare, riavvicinando e convertendo al volo».
Ma già in data 25 luglio 1918, il giornale palermitano “Il Piccolo” così si era espresso a proposito dell’aviatore prizzese: «Inchiniamoci intanto davanti a due aviatori autentici, due dominatori dell’etere, come direbbe qualche poeta neo-arcadico della contemporaneità. Sono due giovani aitanti il signor De Marco e il sergente Garufo, due pionieri, che, dopo qualche escursione aerea non disdegnano la rotonda di Mondello e si rifanno dalle fatiche quotidiane di collaudare gli apparecchi delle Officine Ducrot».
Nel 1923, dopo avere fondato l’Aero Club di Sicilia, il nostro De Marco acquistò a Torino un biplano Caudron, che, smontato e sistemato in un cassone, venne imbarcato a Genova per Palermo. Con tale velivolo, del tipo “G. 3 bis”, dotato di un motore di 110 cavalli, compì numerosi voli di sana e feconda propaganda aviatoria, conducendo parecchi passeggeri e rendendosi disponibile anche a condurre per i cieli di Sicilia il famoso paracadutista napoletano Gennaro Maddaluno che gli aveva scritto una lettera esprimendo il desiderio di venire a Palermo per potere effettuare il lancio con il paracadute su Mondello. L’evento fu sperimentato in maniera egregia mentre meno fortuna ebbe la fidanzata del paracadutista che volle anch’essa eseguire un lancio, andando però a cadere sopra alcuni fichidindia nel parco della Favorita, riportando lievi ferite.
Sempre nel 1923 il De Marco fu assunto dalla Società Aeronautica Ducrot & Florio come responsabile civile per il collaudo di veicoli militari prodotti per la S.I.S.A. Va rilevato come la Ducrot produceva mobili pregiati ed arredamenti navali, attività sospesa durante il primo conflitto mondiale allorché ottenne la licenza di fabbricare aeroplani ed idrovolanti. Durante questa attività di collaudatore il De Marco subì un incidente nel collaudo di un prototipo, fortunatamente senza gravi conseguenze, riuscendo ad ammarare, nonostante la rottura dell’elica, nelle acque di Mondello, facendosi poi trainare da un motoscafo alla fabbrica per la necessaria riparazione.
Cessata definitivamente l’attività costruttiva aeronautica della società palermitana, Giuseppe De Marco tentò invano l’occupazione di pilota collaudatore a Torino, ove anche la ditta Chiribiri aveva convertito nel frattempo la costruzione di aeroplani con quella di automobili sportive, per cui trovò occupazione definitiva presso il Comune di Prizzi, ove nel 1926 venne assunto come applicato di segreteria avventizio con delibera n° 45 del 14 dicembre.
Appena un anno dopo, nel 1927, l’Aero Club d’Italia riportava un manifesto di propaganda del seguente tenore: «Il Duce è il primo socio dell’Aero Club d’Italia. Italiani seguitene l’esempio per formare una milizia compatta di credenti nell’idea aerea».
Ironia della sorte, il nostro Giuseppe De Marco dovette rinunciare a continuare a credere “nell’idea aerea” per stabilirsi definitivamente nella sua città natale per occupare un posto di modesto impiegato municipale ed ove rimase fino al collocamento in pensione avvenuto nel 1961. Interrotti i rapporti mondani con la capitale dell’Isola, il De Marco ebbe modo di frequentare il marchese Orazio Arezzo il quale con la famiglia soleva trascorrere la calda estate siciliana nelle sue tenute di Filaga.
Trasferitosi dopo il pensionamento a Palermo, il De Marco vi consumò gli ultimi anni della sua vita, ivi morendo il 5 gennaio 1980, amorevolmente assistito dalla figlia Giuseppina che aveva avuto dalla moglie Teresa Cavagno, una bella torinese che aveva sposato nel 1919 e dalla quale aveva avuto anche due figli maschi: Giorgio e Antonino.
Solerte e zelante funzionario del Comune natìo per ben trentacinque anni, insignito dell’onorificenza di Cavaliere dell’Ordine di Vittorio Veneto dal Presidente della Repubblica Giovanni Leone, De Marco venne intervistato due anni prima della morte (il 24 agosto 1978) da un conduttore della “Radio Centrale di Prizzi” mostrandosi del tutto sorpreso che qualcuno si ricordasse ancora di lui e del suo passato di eroico aviatore, schivo e modesto qual era. Venne sepolto nel cimitero di Prizzi, nella tomba di famiglia, accanto alla moglie Teresa a lui premorta (22 aprile 1979).
Gaetano Pastoressa ha voluto ricordare nel suo Dizionario dell’aviazione italiana il valoroso Giuseppe De Marco come «assai bella figura di pilota-istruttore, che appare ritratta sempre elegante e compìta sia in uniforme militare che in maglione nero e a collo alto», mentre il “Giornale dell’Isola” di Catania, in un articolo del 4 novembre 1923, scriveva che il nostro pioniere dell’aria «possiede le mirabili virtuosità dell’uomo appositamente plasmato per dominare lo spazio».
Antonino G. Marchese
NELLE FOTO. Dall'alto in basso: Giuseppe De Marco col sen. Guglielmo Marconi, (Mirafiori 1915); Giuseppe De Marco col cap Celloni (al centro) e il sergente Baldioli (a sinistra), Mirafiori 1915.

giovedì 10 dicembre 2009

Sicilia. Verso una maggioranza Pdl, Mpa + Pd?

di Agostino Spataro
Cosa sta succedendo in Sicilia? Tante cose e nulla. Come sempre. Il solito, becero trasformismo che, nei passaggi di più acuta crisi, riemerge e s’appresta a consegnarci un nuovo, sorprendente inciucio: quello, probabile, fra MpA, Pdl-Sicilia e Partito democratico.
Tradotto: un accordo sottobanco fra il governatore Lombardo, il sottosegretario on. Micciché e il Pd del neo-segretario Lupo che sembra abbia dimenticato d’aver vinto, un mese addietro, le primarie all’insegna del no all’inciucio con parti del centro-destra allo sbando. Strano. Sembra essersi rimesso in attività il famoso, e dannoso, “laboratorio politico” siciliano dove si lavora per fare un governo, anche di minoranza, partendo dalle macerie del centro-destra, qui fortissimo, e dalla spaccatura del PdL nel quale la parte del “ribelle” la svolge Micciché l’amico fedelissimo di Berlusconi e Dell’Utri.
In questo scenario, mutevole e imprevedibile, il governatore Lombardo sta giocando la sua difficile partita almeno su due tavoli: quello principale del centro-destra, mai veramente abbandonato, quello secondario, approntato nel sottoscala o al ristorante, dell’inciucio col Pd al quale si concede l’appoggio esterno. Chissà, se di notte non faccia catena con altri suoi pari, sopra un traballante treppiede, per invocare l’aiuto degli spiriti più famosi del trasformismo siciliano? Tutto è possibile, quando si perde, come in questo caso, il senso del limite estremo, oltre il quale ci sono il baratro e il caos politico e morale. Uno scenario prevedibile, e previsto, nel suo svolgimento che il voto di ieri sera all’Ars ha semplicemente accelerato senza dire dove si vorrebbe andare a parare. Siamo all’imponderabile oppure c’è sotto un accordo segreto degno di altre tradizioni? Com’è noto, tutto è nato dalla parola “dissolta” usata dal governatore per certificare il disfacimento della maggioranza che lo aveva eletto presidente della regione. Anche se non sembrano dello stesso tenore le dichiarazioni dei suoi sodali ed ex alleati. E, certo, non per una questione d’interpretazione lessicale, ma per i forti legami che mantengono con Berlusconi il quale parla su tutto ma stranamente tace sulla crisi siciliana. Eppure, la parola “dissolta” è inequivocabile nel suo significato lessicale, ma non - a quanto pare - la volontà che la sottende. Da qui nasce l’equivoco che tormenta un po’ anche il segretario del Pd, Bersani. Ciò che si dissolve non potrà più essere ricostituito. Così in chimica, ma non sempre in politica. Anche perché Lombardo, determinato a governare ad ogni costo, ha seppellito la sua vecchia maggioranza senza indicarne una nuova. La chiamata al “chi ci sta” non può mai produrre una maggioranza politica, ma esattamente il suo contrario.
Si può optare per un governo di minoranza. Ma quanto potrà durare? Per non dire dei ricatti, dei condizionamenti che dovrà subire, quotidianamente. Comunque si giri la frittata, è necessaria una maggioranza, chiara e definita, che esprima la giunta e assicuri la funzione legislativa. In Sicilia, per quanto sgangherata sia la regione, non siamo nel regno dei Saud dove il parlamento (“majalis”) ha una funzione meramente consultiva e decorativa. Ma quale maggioranza? Questo è il punto.
Prima di rispondere a questa domanda c’è ne è un’altra ineludibile e prioritaria: può un presidente eletto a suffragio diretto da una determinata maggioranza continuare a governare con un’altra? Logica ed etica politiche dicono di no. Perciò, se il centro-destra è dissolto o comunque incapace di ricostituirsi (al completo) non resta che rassegnare il mandato e ri-andare al voto, magari cogliendo l’occasione delle elezioni regionali di primavera. Come dire: 12 + 1 = 13. Per certuni, questo numero non è beneaugurante, ma questo è. Nessuno desidera elezioni anticipate, ma nemmeno possono essere presentate come la fine di tutto. Certo, qualcuno le teme per ragioni improprie che non possono prevalere sulla prospettiva politica della regione che non potrebbe sopportare altri tre anni e mezzo di confusa navigazione di una giunta debole e male assortita La chiave di volta del rebus è il Pd che, con i suoi 29 deputati (meno uno, forse per questo gruppo è cominciato il conto alla rovescia), è l’ago della bilancia dello scontro fra le fazioni del centro-destra. Una posizione privilegiata ma anche rischiosa che dovrebbe indurre il Pd alla riflessione, alla prudenza e magari a fare meglio l’opposizione. Giacché un passo falso gli potrebbe essere fatale. Verrebbe attaccato da destra e da sinistra, senza pietà. Perciò, la faccenda non può essere affrontata con giochi di vertice, con accordi sottobanco, come sembra stia avvenendo.
Molti non capiscono (anche all’interno e nei dintorni del Pd) come si potrà assemblare, e mantenere in vita, una maggioranza fra Lombardo, Micciché e il Pd. Che c’azzecca il Pd con questi signori? direbbe Di Pietro. A proposito. Vi siete chiesti perché l’IdV, Orlando non hanno speso una parola sulla crisi regionale? Mistero. Forse, sarebbe il caso di capire se questo strano silenzio non c’azzecchi qualcosa con la manovra in atto. Permanendo tali equivoci, il Pd potrebbe andare incontro ad una sorte infelice: raggirato dai vecchi nemici e sbranato dagli amici che l’attendono al varco. Perciò, non dovrebbe abboccare alla manovra del duo Lombardo – Micciché, solo per un posto in piccionaia. Se proprio vuole rischiare, lo deve fare non con l’appoggio esterno, ma entrando nel governo con sei assessori (non tecnici, ma col bollo), visto che rappresenterebbe la metà circa della nuova maggioranza ed è il partito che, più di altri, rischia la sua credibilità politica ossia il suo capitale più pregiato.
Agostino Spataro
10 dicembre 2009

Gli amici d'onore

di Lirio Abbate
Dall'incontro con i boss a Milano nel 1974 al tesoro di Bontate. Dal ruolo di Mangano agli accordi garantiti da Dell'Utri. Sono diversi i pentiti che accusano Berlusconi di rapporti con la mafia
Non dovevamo essere così fondamentalisti, dice qualcuno. Ci voleva diplomazia verso Casini. E soprattutto dovevamo rivolgerci al Paese con messaggi più rigorosi. Noi eravamo quelli della sobrietà, della serietà, del lavoro, e il primo messaggio in bottiglia che abbiamo lanciato nel mare magnum dell'opinione pubblica, anche ai nostri elettori, è stato quello del numero dei posti di governo, ministri e sottosegretari. La carica dei 102, o dei 104, non sappiamo nemmeno quanti sono. Adesso riconosciamo che anche questa inflazione numerica era un effetto della coalizione "larga", dall'Udeur a Rifondazione, da Lamberto Dini a Franco Turigliatto (scusate, qualcuno mi spiega chi li ha scelti, Turigliatto e gli altri dissidenti?). E nel momento della verità, o della disperazione, dovremmo anche dire che in effetti noi non avevamo un programma: avevamo il famoso libro di 281 pagine, che aveva certificato gli accordi tra forze politiche poco compatibili. E allora, diciamolo: abbiamo governato avendo dentro l'Unione un virus mortale. Una specie di impossibilità esistenziale, ontologica, genetica a stare insieme. I rifondaroli, i teodem come la Binetti, i superlaici, gli atei come il matematico impertinente Odifreddi, i nemici della Nato e delle basi militari, i contrari all'Afghanistan, i liberisti, gli statalisti, eccetera eccetera eccetera. Vedi come sono finiti i Dico. Guarda i casini con il papa e la Cei. Adesso tutta l'attenzione è concentrata sui fratelli Graviano, per vedere se parleranno e cosa diranno nel processo d'appello a Marcello Dell'Utri. Tutti si chiedono se confermeranno o meno le dichiarazioni di Gaspare Spatuzza sull'intesa tra Cosa nostra e Silvio Berlusconi nel biennio feroce delle stragi. Ma prima di Spatuzza ci sono stati diversi collaboratori di giustizia che hanno messo a verbale accuse contro il premier. E che con le loro rivelazioni scrivono una versione diversa dell'irresistibile ascesa del Cavaliere, dove l'ombra delle famiglie mafiose si proietta su ogni tappa fondamentale del suo successo.A partire dall'autunno 1974, quando i boss avevano indossato gli abiti della festa per incontrare a Milano l'industriale che gli chiedeva protezione e "garanzie". Un colloquio negli uffici della Edilnord, in via Foro Bonaparte, con i veri padrini della mafia palermitana: Stefano Bontate, Mimmo Teresi, Tanino Cinà e Francesco Di Carlo. Il Gotha della criminalità organizzata dell'epoca da quel momento entrava nella vita privata e professionale del futuro presidente del Consiglio. Bontate amava il lusso, si circondava di oggetti preziosi, faceva parte di una loggia massonica e all'epoca era già miliardario grazie ai traffici di droga. A svelare quell'incontro è Di Carlo, oggi collaboratore di giustizia, il quale spiega che l'appuntamento venne organizzato da Dell'Utri e fu lui a riceverli: "Ci fece accomodare in una stanza e dopo circa 15 minuti arrivò questo signore che ci venne presentato come il dottore Berlusconi. Mi ricordo che questo dottore Berlusconi, certo non era quello di adesso senza capelli, aveva i capelli, era un castano chiaro, aveva un maglioncino a girocollo, una camicia sotto e un pantalone jeans sportivo". Bontate venne assassinato a Palermo nel 1981 e questo delitto aprì la guerra di mafia degli anni Ottanta, vinta dai corleonesi di Riina. Di quel gruppo Di Carlo è l'unico ancora in vita. Ed è il primo mafioso che racconta di aver avuto un contatto diretto con il premier. Un testimone oculare, le cui dichiarazioni sono già state riscontrate e ritenute attendibili anche dai giudici che hanno condannato in primo grado Dell'Utri a nove anni per concorso esterno in associazione mafiosa. Il collaboratore sottolinea che Berlusconi voleva "garanzie" a tutela dell'incolumità, perché in quel periodo a Milano i mafiosi organizzavano sequestri di persona. "Dottore, lei da questo momento può smettere di preoccuparsi. Garantisco io", dice Bontate secondo Di Carlo: "Lei ha già al suo fianco Marcello Dell'Utri, e io le manderò qualcuno che le eviterà qualsiasi problema con quei siciliani". Berlusconi: "Non so come sdebitarmi, resto a sua disposizione per qualsiasi cosa". Bontate: "Anche noi siamo a sua disposizione. Se c'è un problema basta che ne parli con Dell'Utri".
Secondo Di Carlo i rapporti fra Dell'Utri e Bontate si fanno più stretti. Il pentito riferisce ai pm di una cena nella villa di Palermo del capomafia alla quale sarebbe stato presente anche il braccio destro di Berlusconi. È il 1979 e in quella occasione Bontate, prendendo da parte Di Carlo, gli propone di partecipare ad un investimento complessivo di 20 miliardi di lire. "Mi diceva che si trattava di una cosa pulita, che avrebbe avuto i suoi risultati a lungo termine". Ma Di Carlo rifiutò la proposta e l'investimento venne fatto da Bontate a Milano. Di Carlo ne è sicuro perché dopo la morte del boss in molti cercarono di avere indietro il denaro che gli avevano affidato. Ma non sapevano dove cercare. Anche l'ex trafficante di droga napoletano Pietro Cozzolino, collaboratore di giustizia, racconta di 70 miliardi che Bontate avrebbe "affidato a Vittorio Mangano e a Marcello Dell'Utri". Ricorda Mutolo: "Mentre eravamo in carcere assieme, Mangano mi disse che alcune somme provenienti da Calò, Riina, Ugo Martello e Pippo Bono, erano state investite a Milano da parte di Dell'Utri".Il caso dei miliardi scomparsi è un enigma sepolto assieme a Bontate. Dirà Tommaso Buscetta a Falcone: "I segreti di Sindona? Una piuma al confronto di quelli di Bontate". Se Cozzolino, Mutolo e Di Carlo non mentono, non si può neppure escludere che con la morte del boss siano rimasti in giro capitali ormai senza più padroni. Dirà il pentito Gioacchino Pennino: "L'enorme patrimonio accumulato da Bontate e dal suo gruppo è ipotizzabile che sia rimasto nelle mani di chi lo aveva gestito e perciò, secondo quanto ho appreso dall'avvocato Gaetano Zarcone, nelle mani di Berlusconi e dei fratelli Dell'Utri". Dall'imprenditoria alla politica, si passa ai prima anni Novanta. Berlusconi vuole scendere in politica e Dell'Utri mette in moto la macchina aziendale di Publitalia 80 per far nascere Forza Italia. Il Cavaliere sembra essere già pronto a fare i primi passi quando Cosa nostra, spinta da mandanti esterni, uccide Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, Paolo Borsellino e gli agenti di scorta. Ai pm di Caltanissetta, titolari delle indagini sugli attentati del 1992, il pentito Salvatore Cancemi dichiara: "Con le stragi Cosa nostra doveva levare di sella Andreotti e Martelli. Dovevano metterci Berlusconi e Dell'Utri". E spiega: "Nel '90-91 Riina mi disse di ordinare a Mangano di non occuparsi più di Berlusconi e Dell'Utri: li aveva lui nelle mani. Riina diceva: 'Queste persone le dobbiamo garantire, sono il nostro futuro'". Ai pm il pentito spiega che "Riina aveva il chiodo fisso dei pentiti, tentava di modificare la legge attraverso persone importanti, io sapevo che aveva contatti con Berlusconi e Dell'Utri". E poi aggiunge: "Riina non aveva un cervello così fino per mettere una bomba agli Uffizi". Il Cavaliere e il suo braccio destro vengono indagati dalla Procura di Firenze nell'inchiesta sui mandanti delle stragi del 1993 di Roma, Milano e Firenze. Stessa accusa arriverà anche da Caltanissetta per la morte di Falcone e Borsellino. In entrambi i casi viene tutto archiviato. A Palermo nel 1996 la Procura chiedeva ed otteneva dal gip l'archiviazione, sempre per Berlusconi e Dell'Utri accusati di riciclaggio. Con loro era coinvolto anche Vito Ciancimino. Il figlio dell'ex sindaco mafioso di Palermo, Massimo Ciancimino, sostiene da anni di conservare un assegno che Berlusconi avrebbe consegnato al padre negli anni Ottanta. E dalle mani di Ciancimino passa anche una lettera che i corleonesi hanno indirizzato a Berlusconi dopo il suo ingresso in politica e che i magistrati hanno ritrovato fra le carte dell'ex sindaco. I boss chiedono di avere a disposizione una rete tv, e in caso contrario minacciano di morte Piersilvio.L'ultimo capitolo è nelle mani di Gaspare Spatuzza. E deve essere ancora completato. Il mafioso rivela ai pm di aver incontrato durante la stagione terroristica del 1993 Giuseppe Graviano, il boss stragista palermitano. In un faccia a faccia al bar Doney di Roma, gli avrebbe detto: "Abbiamo il Paese nelle mani. Abbiamo fatto un accordo con Berlusconi e con il nostro compaesano Dell'Utri. Sono persone serie non come quei quattro crasti dei socialisti". Ora la parola passa però ai fratelli Giuseppe e Filippo Graviano, sepolti dagli ergastoli ma con la voglia di riemergere dal carcere, che saranno sentiti l'11 dicembre nel processo Dell'Utri.
L'Espresso, 10.12.2009

Silvio scaduto

di Marco Damilano
Gli scontri con Fini. Il pressing della Lega. L'incubo dei processi. Le elezioni regionali alle porte. E le grandi riforme promesse tutte ferme al palo. Ora perfino nel Pdl si pensa già al dopo Berlusconi

L'Italia, giurava, diventerà in breve come la Francia: una Repubblica presidenziale. «Il presidenzialismo è la migliore formula costituzionale », sosteneva. Aggiungendo: «È una riforma essenziale se vogliamo fare del nostro Paese una democrazia moderna». Era il 20 dicembre 2008, sotto le volte di Villa Madama, affrescate da Giulio Romano, Silvio Berlusconi dettava in diretta televisiva i prossimi appuntamenti in agenda nel suo governo: immediata approvazione del disegno di legge sulle intercettazioni, riforma della giustizia, riforma delle pensioni, riforma del fisco («Tutto ciò che recupereremo nella lotta all'evasione fiscale sarà utilizzato per abbattere le tasse») e soprattutto la Grande Riforma: il presidenzialismo. «Da fare dopo il federalismo», puntualizzava il portavoce Paolo Bonaiuti. Con l'obiettivo ultimo di consentire il trasloco del Cavaliere da palazzo Chigi al Quirinale. A furor di popolo.Dodici mesi dopo quel proclama alla tradizionale conferenza stampa di fine anno il bottino è a dir poco misero. Perfino la legge per limitare le intercettazioni, che in quell'elenco di provvedimenti mirabolanti sembrava quasi una formalità, è finita impaludata in qualche commissione del Senato, della sua necessità per il Paese e i cittadini nessuno per fortuna parla più. La maggioranza Pdl più Lega, che appariva una testuggine compatta, è paralizzata dai veti incrociati. E il Cavaliere assomiglia sempre più ad un altro inquilino di palazzo Chigi che arrivato all'età di 73 anni, giusto gli anni del premier, fu costretto a lasciare la guida del governo. Niente di più lontano, in apparenza, del Caimano di Arcore dal Divo Giulio Andreotti. Fragoroso Berlusconi, in punta di piedi il sette volte presidente del Consiglio. Animato da ottimismo indistruttibile e fiducia in se stesso Silvio, scettico sul genere umano fino al cinismo Giulio. Eppure, in questa fine 2009, le due figure si sovrappongono. Tutti e due tirati in ballo dai pentiti di mafia: con la differenza, però, che Andreotti si è difeso nei processi, mentre Berlusconi si preoccupa di come evitarli. Entrambi in rotta con la Casa Bianca e a braccetto con Gheddafi. Entrambi alle prese con una maggioranza rissosa e divisa: ieri il pentapartito, oggi il triumvirato Berlusconi-Fini- Bossi. Tutti e due con l'imperativo di durare fino all'elezione del nuovo presidente della Repubblica, carica cui aspirava Andreotti, e sappiamo com'è finita, e che Berlusconi considera naturale per sé, e si vedrà. «Braccato dai tribunali, non può governare l'Italia», ha concluso intanto il "Financial Times". Di certo, l'uomo del fare, l'imprenditore che detestava le lentezze della politica si è trasformato in un fedele osservante del primo comandamento andreottiano. Il tirare a campare. Altro che grande riforma. Basta vedere l'ultimo giro di tavolo in commissione Bilancio alla Camera sulla legge finanziaria. Concluso con un maxi-emendamento di 250 commi e un elenco di micro-finanziamenti, dal benemerito museo del tattile di Ancona alle associazioni combattenti, da far rimpiangere gli assalti alla diligenza stile prima Repubblica. Con il centrodestra costretto, per l'ennesima volta, al voto di fiducia per evitare ulteriori stravolgimenti nell'aula di Montecitorio. E di misure strutturali neppure l'ombra.L'Architettto delle nuove istituzioni che dovevano portare l'Italia nella modernità si è trasformato in un più modesto arredatore di microprovvedimenti. Sulla giustizia, naturalmente. Leggi ad personam che vengono lanciate nelle aule parlamentari come automobiline in pista. Al Senato c'è il processo breve: nessuno pensa che sarà davvero approvato, nel caso ci ha pensato il presidente della Camera Gianfranco Fini a depennare dalla lista dei reati esclusi dal provvedimento quelli legati all'immigrazione clandestina che stavano a cuore alla Lega. Giusto, deve aver pensato l'avvocato del premier Niccolò Ghedini, già che ci siamo fissiamo tempi contingentati anche per mafia e terrorismo: e così le eventuali esigenze del premier sono assicurate, quelle della sicurezza nazionale possono attendere. Alla Camera, invece, arriverà il lodo Costa-Brigandì sul legittimo impedimento, per garantire un semestre bianco di processi sospesi per premier, ministri, sottosegretari e parlamentari, una norma ponte in attesa del nuovo lodo Alfano, rafforzato con la copertura costituzionale

Una girandola che intaserà i lavori parlamentari. Messe in corsia preferenziale, da licenziare a tempo di marcia, le riformette della giustizia fanno finire in coda altre proposte che lo stesso centrodestra aveva considerato urgenti, anzi, urgentissime. Il testamento biologico, per esempio: il governo Berlusconi voleva introdurlo per decreto, fu Giorgio Napolitano a rifiutarsi di firmarlo. Fu sostituito da un disegno di legge da approvare, si promise la tragica notte della fine di Eluana Englaro, al massimo in due settimane. Fatto? Macché: tutto bloccato alla Camera, e sono passati oltre dieci mesi.Tutta colpa degli alleati infidi, ragiona Berlusconi. Come il co-fondatore del Pdl Fini che, in onda o fuorionda, non perde occasione per mollare qualche calcetto al premier. Ma l'immobilismo non dipende dal presidente della Camera. Nel Pdl c'è una scena che si ripete: auto blu a palazzo Grazioli, Berlusconi che si fa giurare all'unanimità dai vertici del partito che il Capo è lui, nessun altro all'infuori di lui, ma senza prendere decisioni su nulla. E in assenza di direttive l'intendenza si divide. Finiti i tempi dei kit dei candidati, le navi azzurre, i manifesti sei per tre, i provini di telegenia per gli aspiranti consiglieri regionali, le campagne elettorali pianificate con mesi di anticipo. Lontanissima anche la stagione in cui Berlusconi decideva da solo, senza neppure una telefonata, il nome del futuro governatore della Sardegna, tal Ugo Capellacci, detto Ugo-chi?: eppure non sono passati molti mesi. Le elezioni regionali del 29 marzo sono alle porte e tutto è in ritardo: lo schema di gioco e le squadre da schierare. Nicola Cosentino candidato presidente in Campania? «Mi ritiro dalla corsa se me lo chiede il premier», ha ripetuto il sottosegretario all'Economia sotto inchiesta per camorra. Mentre Berlusconi rimandava indietro la palla: «Spetta a lui decidere». La Lega reclama le presidenze di Veneto e Piemonte? «Troveremo una soluzione», ha ribadito il Cavaliere, senza avvicinarsi alla meta. Anche perché il partito di Bossi non ha mai fatto mistero di puntare al colpaccio, la presidenza della Lombardia. Risultato: la paralisi totale, dal Piemonte alla Calabria, che comunque lascerà sul campo morti e feriti. Come già avviene in Sicilia: nella regione crocevia di tutte le storie, anche le più drammatiche come quelle vagheggiate dal pentito Gaspare Spatuzza, nell'isola che nelle elezioni del 2001 regalò a Berlusconi uno storico cappotto (61parlamentari per la destra, zero per il centrosinistra) il dopo-Silvio sta già iniziando, nella confusione più totale.Con il governatore Raffaele Lombardo che prova a spaccare il Pdl e fare una nuova giunta con chi ci sta: «Se si rivotasse subito Berlusconi avrebbe ancora la forza di schiacciarmi. Ma se resisto un altro anno sarò io a schiacciare lui». È il calcolo che fanno in tanti: amici, alleati, poteri forti, Chiesa. I molti soggetti che scrutano il tramonto del berlusconismo, che potrebbe anche rivelarsi molto lungo e sicuramente tempestoso. Gli unici a non aver ancora messo a fuoco una strategia per il dopo-Berlusconi sono i dirigenti del Pd: timorosi che il sistema finisca per crollare addosso a loro, come il Muro di Berlino. E non lo mette nel conto, ovviamente, il Cavaliere che ha affinato un'abilità straordinaria a fare leva sui guai per risalire: lo tirano in ballo nelle deposizioni su mafia e stragi e lui ne approfitta per ricompattare le truppe e giocare la carta preferita, il vittimismo. Il calendario di fine 2009- inizio 2010 è inzeppato di viaggi all'estero e prestazioni straordinarie, come il Natale tra i terremotati a Onna. Buone per far passare il tempo. Esorcismo necessario per il Cavaliere andreottizzato che tira a campare. In attesa della scadenza.
(L'Espresso, 09 dicembre 2009)

Cracolici (Pd): “L’Inter ha vinto. E anche Lombardo…”

di Gianni Parlatore
giovedì 10 dicembre 2009
Dopo la concitata seduta d’aula di ieri, conclusa con la “dissoluzione della maggioranza di centrodestra” dichiarata dal governatore Lombardo e l’approvazione dell’ordine del giorno, a firma di Mpa e Pdl-Sicilia, che conferma la fiducia al presidente della Regione al quale si chiede di “proseguire senza indugio nell’azione di modernizzazione e riforme della Regione attraverso la puntuale realizzazione dei punti programmatici”, Livesicilia ha sentito Antonello Cracolici, capogruppo del Pd a Sala d’Ercole, per un commento sulla seduta dell’Ars di ieri e sugli scenari futuri delle sorti politiche siciliane.
Onorevole Cracolici, Lombardo ha annunciato di aver “rescisso il cordone ombelicale” che lo legava alla ormai vecchia maggioranza ed ha incassato,alla fine, il voto favorevole che gli permette di andare avanti. Quali sono le sue impressioni?
“Se le parole di Lombardo hanno un senso possiamo affermare che si è andati oltre la dissoluzione della ex maggioranza. Si tratta della rottura di un rapporto filiale, dell’epilogo di una crisi del centrodestra che dura ormai da 18 mesi. Non c’è stata completamente coesione nella coalizione di governo”.
Nonostante il voto di fiducia al governatore di ieri, resta il problema dei numeri. Mpa e Pdl Sicilia da soli non hanno i numeri…
“Credo che intanto occorre precisare una cosa: la riforma della legge elettorale ha differenziato l’elezione del presidente e quella del Parlamento, pertanto paradossalmente un governatore può reggere anche in questa situazione. Questo comunque occorre chiederlo a Lombardo. Per governare occorre formulare le leggi e poi votarle in aula”.
Si parla sempre più anche di governo tecnico con qualche assessore d’area non sgradito al Pd….
Il Pd non intende entrare in giunta, men che meno attraverso assessori tecnici. Semmai un giorno ciò dovesse accadere, penso che il Pd dovrebbe farlo con assessori politici. Ma, ripeto, in questo momento credo non ci siano i presupposti per porre la questione”.
Dopo tutto quello che è successo in questi giorni, come è la situzione all’interno del suo partito?
“Subito dopo la battaglia congressuale era stata chiesta la mia sostituzione, ma adesso non solo sono ancora al mio posto ma noto anche una unità larga all’interno del Partito Democratico. Credo quindi che di strada ne abbiamo fatta”.
Non sappiamo ancora se Lombardo sarà in grado di portare avanti il suo programma “riformatore”, ma a suo parere quali sono le riforme di cui la Sicilia ha maggiormente necessità?
“Il mio partito, in tal senso, ha già avanzato proposte importanti: penso alla riforma dei rifiuti, per ripulire le strade e porre rimedio a questa situzione di crisi, all’alleggerimento del peso della burocrazia regionale, alla rottura con quel sistema di intermediazione e di richieste aspettanto chissà quale “telefonata”. Insomma una vera e propria modernizzazione della Sicilia”.
A suo parere, è definitivamente tramontata l’ipotesi elezioni?
E’ difficile dirlo, le elezioni dipendono da tante cose. Ma adesso dobbiamo dimostrare di fare cose utili per il bene della regione, dobbiamo almeno provarci. Dopo si vedrà”.
“Un’ultima domanda: contento per la vittoria di ieri sera dell’Inter?”
“Sì (ride ndr), ero io quello che esultava”.
livesicilia.it, 10.12.2009

mercoledì 9 dicembre 2009

“La mafia è più debole. Però è ancora forte”

di Gianni Parlatore
Dopo le ultime catture “eccellenti” Cosa Nostra appare debole, slegata, priva di guide rispettate e riconosciute. C’è chi parla di “vittoria sempre più vicina” e chi di “mafia ormai ridotta allo sbando”. Ma è davvero così, o i padrini in cella e quelli ancora a piede libero riusciranno, come già successo in passato, a rialzare la testa ed a rinserrare nuovamente le fila dell’organizzazione mafiosa? Di questo e di altro, Livesicilia ha parlato con Maurizio De Lucia, sostituto della Procura nazionale antimafia.

Dottor De Lucia, in meno di un mese sono stati presi, in ordine cronologico, Raccuglia, Nicchi e Fidanzati: è corretto parlare di una mafia decapitata o pecchiamo di ottimismo trionfalistico?
“Mi sembra, onestamente, più corretto parlare di mafia indebolita, soprattutto nella provincia di Palermo, dove c’è un vuoto di leadership, ma in altre zone della regione Cosa Nostra ha ancora guide certe e potenti, penso a Falsone ad Agrigento ed a Matteo Messina Denaro nel Trapanese”.
A proposito di Messina Denaro, ormai il numero uno indiscusso dell’organizzazione mafiosa, c’è chi, anche tra i politici, parla di cattura ormai vicina. Quanto è realistica questa affermazione?
“A me appare una dichiarazione priva di significato. Le catture dei latitanti non si possono prevedere nonostante tutto l’impegno degli inquirenti”.

Corriamo davvero il rischio, da più lati già paventato, di un ritorno ad una mafia che spara e che uccide?
“E’ possibile. La mafia è violenza, e soprattutto quando vengono meno i capi, si rischiano faide interne nell’ambito di una logica di scontro per la successione alla guida di Cosa Nostra”.

Si ragiona anche di possibili alleanze tra mafiosi siciliani, camorristi napoletani ed esponenti della ‘Ndrangheta calabrese, in una sorta di “confederazione del crimine organizzato”….
“Non penso proprio che questo scenario sia realistico. Non ci sono segnali di questo tipo. Queste organizzazioni criminali hanno già rapporti consolidati per quanto concerne il traffico di stupefacenti, tanto per fare un esempio, ma si tratta solo di interessi economici comuni”.

Cosa pensa della proposta di queste ore del ministro dell’Interno Maroni di istituire un’agenzia per la gestione dei beni sequestrati e confiscati alla mafia?
“Se ne può discutere. Questo è un problema molto serio e concreto. L’attività delle associazioni che gestiscono i beni confiscati ai mafiosi e delle istituzioni statali non sempre è sufficiente o proficua. Non bisogna lasciare questi beni ad impoverirsi. E’ un tema su cui riflettere, non è materia di ‘bianchi o neri’”.

Ma così non si corre il rischio che questi beni possano ritornare nelle disponibilità degli stessi criminali a cui sono stati confiscati?
“Sì, infatti chi li compra deve dimostrare la liceità del denaro utilizzato e deve accettare di essere sottoposto ad indagini patrimoniali”.

Come commenta la dichiarazione del Guardasigilli Alfano secondo cui “i magistrati dovrebbero stare più in tribunale e meno in televisione o nei convegni”?
“No, questo preferisco proprio non commentarlo”.
Livesicilia.it, mercoledì 9 dicembre 2009

Le mani di Gianni Nicchi sui lavori del tram: il prefetto ha segnalato tre imprese sospette

di Salvo Palazzolo
Gli investigatori stanno esaminando un palmare che era nel giubotto del boss arrestato sabato. Lì sarebbero nascosti molti dei segreti del giovane mafioso che era diventato il padrino più influente della città

PALERMO - La prefettura torna a segnalare all´Amat e al Comune il rischio di infiltrazioni mafiose nel più grande appalto in corso a Palermo, quello per il tram. Nei mesi scorsi, da Villa Whitaker era già partita una nota riservata che esprimeva pesanti perplessità su tre ditte che si occupavano dello smaltimento degli inerti nei cantieri sparsi in città. E quelle ditte erano state subito allontanate. Adesso, il nuovo allarme è per tre aziende che forniscono il cemento. Una di queste sarebbe vicina all´entourage del boss Gianni Nicchi.L´Amat, che è la stazione appaltante, e l´ufficio Traffico del Comune, che sta seguendo da vicino i lavori, hanno già messo in moto le procedure per allontanare le aziende del calcestruzzo ritenute vicine ai clan. Ma l´allerta resta altissima: il gruppo d´intelligence voluto dal prefetto Giancarlo Trevisone continua a monitorare tutti gli appalti in città, anche attraverso un frequente scambio di informazioni con gli organi investigativi di polizia e carabinieri. L´appalto per il nuovo tram di Palermo, un lavoro da 235 milioni di euro, è da anni uno dei chiodi fissi di Cosa nostra. Già nel 2006, Salvatore Lo Piccolo scriveva a Bernardo Provenzano chiedendogli se volesse partecipare con una sua ditta di fiducia a «un consorzio», in vista della realizzazione della grande opera. Di recente, Marcello Trapani, l´avvocato dei boss Lo Piccolo diventato collaboratore di giustizia ha spiegato: «Calogero Lo Piccolo mi disse che nell´immediato era disposto a mettere un milione di euro per l´avvio di un´impresa di calcestruzzo».Le indagini della Dda dicono da tempo che il cemento è tornato ad essere la passione dei mafiosi. Il maxiappalto per il tram e i lavori di realizzazione di diversi centri commerciali hanno sollecitato gli appetiti di Cosa nostra. I poliziotti della squadra mobile sperano di trovarne conferma nel palmare di Gianni Nicchi, che sembra conservare molti segreti del boss più influente di Palermo. Di certo, le indagini di questi ultimi mesi fatte da polizia e carabinieri hanno svelato che proprio attorno alla gestione di alcuni impianti di calcestruzzo si sono riaccesi contrasti fra i clan. Le intercettazioni effettuate dai carabinieri del Gruppo Monreale nell´ambito dell´indagine Perseo dicono ad esempio che il clan Badagliacca pretendeva il pagamento del cinque per cento su una fornitura di 400 mila euro fatta da una ditta di calcestruzzo vicina ai Capizzi di Santa Maria di Gesù in territorio di Monreale. Questa è la regola del pizzo: devono pagare anche i mafiosi se lavorano in trasferta. In realtà, quella manovra sarebbe stata un tentativo di Antonino Badagliacca, il reggente di Monreale, di rompere il monopolio dei Capizzi, vicinissimi a Nicchi, nella fornitura del cemento in molte zone di Palermo. Per fortuna, il cemento è anche l´ultima frontiera dell´antimafia. La Calcestruzzi ericina, l´azienda simbolo del boss Francesco Virga, uno dei manager più fidati di Provenzano a Trapani, è gestita ormai da una cooperativa. A costituirla, sotto la bandiera di Libera, sono stati gli ex dipendenti dell´azienda. Ha detto don Ciotti all´inaugurazione della nuova struttura: «Ora la Calcestruzzi non è più cosa loro, ma cosa nostra». Quella, di Trapani, sicuramente. Le altre, purtroppo, ancora no.
(La Repubblica, 09 dicembre 2009)
NELLA FOTO: Gianni Nicchi.

L’intervista. Galasso, memoria storica dell’antimafia, rivela intrighi e retroscena. E indica i moventi dei boss che collaborano

di Salvatore Parlagreco
Alfredo Galasso è la memoria storica dell’antimafia. Lo è per mestiere, attitudine, competenza. Docente universitario, penalista, è stato deputato ed ha fatto parte della Commissione nazionale antimafia presieduta da Luciano Violante, partecipando alla stesura della relazione conclusiva.
Dal maxi-processo degli anni settanta, istruito da Giovanni Falcone, ai processi Dalla Chiesa, Pecorelli, Capaci e Via D’Amelio fino al processo Omega, non c’è stato caso giudiziario di grande rilievo riguardante il crimine organizzato che non l’abbia visto rappresentare la parte civile. E’ perciò considerato a buon diritto uno dei maggiori esperti del fenomeno mafioso, uno scrigno di conoscenze al quale attingere ogni volta che è necessario. E questo day after della deposizione di Gaspare Spatuzza e la vigilia della deposizione di Giuseppe Graviano nel processo a carico del senatore Marcello Dell’Utri è una buona ragione per cercare di capire che cosa ci dobbiamo aspettare da qui a pochi mesi. Le Procure di Palermo, Caltanissetta, Firenze e Milano sono impegnate in indagini e processi che riguardano il Presidente del Consiglio, i partiti si chiedono che cosa accadrà. Ministri ed autorevoli rappresentanti dello Stato si domandano chi tiri le fila. C'è chi sospetta complotti, golpe e il coinvolgimento di poteri forti. E chi immagina che i servizi segreti italiani e dell'est stiano lavorando alacremente. Fin dove arriva l'immaginazione, la fantasia e comincia la realtà? E' possibile intravvedere un barlume di chiarezza in un contesto così confuso, complicato, tenebroso? Per ottenere questa intervista abbiamo inseguito Alfredo Galasso per un mese ed alla fine, esausti, ci siamo accontentati di una conversazione telefonica. Rinunciare all’incontro è stato doloroso, perché un’intervista è fatta di cose non dette, gesti, comportamenti che sollecitano domande, inducono risposte, misurano le intuizioni, fabbricano quesiti, stimolano sensazioni. Meglio che niente, tuttavia. Il processo d’appello a Marcello Dell’Utri (senatore del Pdl, fra i fondatori di Forza Italia, condannato a nove anni in primo grado) con l’irruzione di Gaspare Spatuzza e il coinvolgimento del Presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, non ci ha consentito di aspettare ancora. Abbiamo bisogno di sapere, almeno di capire.
Professore il processo Dell’Utri è stato anticipato da una lunga stagione dedicata alla trattativa, vera o presunta, fra lo Stato e Cosa nostra. Gli elementi fin qui emersi permettono di farsi un’opinione sufficientemente credibile?
Sulla trattativa permangono dubbi, ma sul patto no, l’armistizio fra lo Stato e Cosa nostra ci fu, eccome.
Che cosa glielo fa credere?
Quando fu preso Totò Riina, la casa non fu perquisita, controllata, vigilata.
Un regalo a Cosa nostra?
Binnu Provenzano consegnò Riina e restò a lungo latitante.
Un altro regalo…
Sono indizi inequivocabili.
Gaspare Spatuzza, professore. Sta rivoltando come un guanto inchieste e indagini che si sono concluse con condanne definitive. Lei ha partecipato ai processi, è stato parte civile nel processo per le strage di Via D’Amelio, in cui fu condannato Scarantino. Una condanna ingiusta, visto che Gaspare Spatuzza ha rivelato di essere stato lui, e non Scarantino, colui che si occupò dell’auto bomba. Quali opinioni si è fatto?
I dubbi su quel processo non sono arrivati con le rivelazioni di Spatuzza. Li ho avuti durante il processo e non sono stato il solo ad averli. Dubbi sulla dinamica dell’agguato, sulla maniera in cui l’auto fu imbottita di tritolo. Da che parte avevano fatto esplodere l’autovettura, dove si trovava chi manovrò il timer? Dubbi che hanno reso necessari altri processi, il Borsellino bis e ter per arrivare ai mandanti veri ed agli organizzatori della strage. Ricordo le perplessità di un pentito, mi pare che si chiamasse Cangemi, sulle buone ragioni di quella strage. Perplessità per l’anomalia di quella decisione. Perplessità che furono superate quando arrivò l’ordine di Riina.
I Graviano, i boss cui faceva capo Spatuzza, non c’entrano con quelle stragi?
I nomi dei fratelli Graviano spuntarono per le stragi esterne alla Sicilia.
Graviano era latitante a Milano… Gaspare Spatuzza ha usato un’espressione interessante: quelle stragi, esterne alla Sicilia, non ci appartengono. Le considerò un’anomalia, ma fu convinto da Giuseppe Graviano ad andare avanti. Occorreva forzare la mano per ottenere vantaggi. Ma ha detto qualcos’altro: Graviano rivelò che Cosa nostra aveva finalmente trovato "persone serie", e aveva nelle mani il Paese. Il riferimento è chiaro, siamo alla vigilia della nascita di Forza Italia. Che cosa ne pensa?
Spatuzza aveva ragione di considerare quegli attentati un’anomalia. Dal ’93 al ’94 Cosa nostra si comporta diversamente, abbandona le sue consuetudini con gli attentati che si snodano lungo la direttrice Roma Firenze Milano. Anche quello, fallito, a Roma all’Olimpico va considerato “strage”… Strage è un reato di pericolo.
Che cosa avrebbe provocato il cambiamento nei metodi e negli obiettivi di Cosa nostra?
Non è stato sufficientemente considerato ciò che avvenne in gennaio del ’93, la cattura di Totò Riina. Questa circostanza non è stata chiarita fino in fondo. La mancata perquisizione del covo di Riina…
Era una bella casa, una villa…
Sì, sempre covo resta. Non venne perquisito. Ed è in questo torno di tempo che avvengono strani cambiamenti, Cosa nostra sconfina, si consolida come organizzazione terroristica, accentua il contrasto con lo Stato che è già un’anomalia.
E’ un tempo di mezzo, di passaggio per gli eventi politici epocali.
Certo, questo è il punto. Tutto questo coincide con il passaggio dalla prima alla seconda repubblica, il riassetto politico, economico, culturale e criminale del Paese. I mutamenti politici ed economici provocano sempre cambi di strategia delle organizzazioni criminali.
Spatuzza non è nelle condizioni di capire ciò che succede, non ha le conoscenze adatte né il ruolo adatto.
Esatto, Spatuzza si meraviglia, quello che è stato messo in moto è un meccanismo senza procedenti, che non conosce. E’ vero che gioisce per il successo delle stragi di Capaci e Via D’Amelio. Sono stati colpiti nemici storici, ma questo non significa che conosce le ragioni di quelle stragi, di quella escalation criminale. Togliere di mezzo il nemico è solo una delle motivazioni.
Moventi multipli di Cosa nostra. E Spatuzza conosce solo uno dei moventi.
Certo, non so quanti di coloro che hanno organizzato ed eseguito le stragi avessero coscienza di ciò che stavano facendo. Riina ed altri, che le ordinarono, sapevano…
Si trattava di una strategia nuova, forse ritennero inevitabile sceglierla per ottenere il risultato. Mi sono sempre chiesto se non si dovessero aspettare piuttosto un’inevitabile reazione dello Stato. Una reazione dura, aspra, pericolosa per loro. Questo mi fa sorgere dubbi, non tanto sulla loro intelligenza strategica, quanto su un rischio calcolato. C’è qualcosa che non sappiamo, insomma, che ha pesato sulla scelta strategica.
E’ interessante riflettere su ciò che ha detto Spatuzza a margine della sua deposizione. Credo che la sua testimonianza giovi all’imputato, il senatore Marcello dell’Utri, che subisce il giudizio in secondo grado.
Che cosa imtende dire?
In Appello si è aggiunto un “complice”, che non si trovava nelle carte della Procura prima del dibattimento. Dell’Utri ascolta Spatuzza e commenta: attaccano il governo. Il bersaglio non è più lui, l’imputato non è più "solo". Giudicare Dell’Utri significa giudicare il Presidente del Consiglio, il governo. E siccome le accuse di Spatuzza sono un’enormità, Dell’Utri non può che avvantaggiarsi di questa condizione processuale. Ricordiamoci che è stato condannato a nove anni in primo grado. La pena non è dovuta alla deposizione di Spatuzza, lui non esisteva in primo grado. Nel momento in cui Spatuzza mette in mezzo Berlusconi le cose cambiano.
La Corte sarà chiamata ad esprimere un giudizio, seppure indiretto, su Silvio Berlusconi. E’ questo che vuole dire?
Sì, questo. Se la deposizione di Spatuzza è attendibile, è lecito aspettarsi la condanna di Marcello Dell’Utri, ma è altrettanto lecito aspettarsi che si apra un fascicolo a carico di Silvio Berlusconi. Se invece prevarrà l’incredulità contro questa accusa contro Berlusconi, se i Graviano smentiscono Spatuzza, tutto questo si risolve in elementi positivi per l’imputato, che ha tutto l’interesse a sconfinare. Spatuzza, dunque, non è una trappola per l'imputato grazie alla chiamata di correità di Berlusconi, che alza il livello delle accuse e le rende più problematiche. Ho vissuto una esperienza pressoché analoga, il processo a Dell’Utri mi ricorda quello a carico di Giulio Andreotti e il giudice Vitalone per l’assassinio di Pecorelli.
Direttore di OP, Pecorelli aveva condotto una campagna contro Vitalone e Andreotti sul suo magazine, svelando anche alcuni segreti del Generale Dalla Chiesa…
Rappresentavo la parte civile della famiglia Pecorelli. Essendo stato coinvolto l’ex Presidente del Consiglio Andreotti, la difesa di Vitalone poté sostenere che era tutta una balla. Lo schema è identico a quello attuale Dell’Utri-Berlusconi, con la differenza che Berlusconi non è imputato ma potrebbe diventare un indagato. La partita si è spostata su un terreno scivoloso. Se Spatuzza racconta balle, cade tutto. Non hanno valore nemmeno le deposizioni degli altri collaboratori che confermano quanto Spatuzza sostiene.
Un castello di carta, è questo che lei vede?
Ci sono punti fermi: le stragi ci sono state, sono state comminate condanne che rendono indiscutibile l’origine mafiosa delle stragi, Cosa nostra ha attuato una strategia inconsueta, ci sono anomalie evidenti nelle sue scelte strategiche, che sembrano indicare interferenze esterne. Se non ci fu una trattativa, c’è stato un armistizio, un patto legato alla cattura di Riina, alla sua consegna allo Stato. La lunga latitanza di Provenzano è una prova di questo armistizio. La latitanza corrisponde alla scomparsa dello stragismo, una sorta di abbandono dell’azione militare.
Cosa nostra avrebbe rinunciato ad esistere, si sarebbe fatta da parte?
Nemmeno per idea. La pacificazione crea le condizioni adatte per incrementare gli affari, dal pizzo agli appalti. Resta la questione del 41 bis. Si ricorda di quello striscione sulla curva sud dello stato di Palermo, quel “basta con il 41 bis”? E’ ragionevole pensare che quel patto non regge più. Ma c’è dell’altro…
Che cosa?
Questo governo ha fatto due cose importanti: ha consolidato il 41 bis e reso più severe le misure patrimoniali contro i boss, estendendo agli eredi la confisca. Sono stati toccati interessi enormi e questo potrebbe essere stato vissuto dai capi come una violazione del patto.
O un atto di belligeranza, malacreanza.
Chiamiamolo come vogliamo, non cambia nulla. Ci sono dati di fatto incontrovertibili ben descritti in atti giudiziari su cui chiunque può leggere… Gli incontri fra Cosa nostra e Forza Italia risultano nelle carte dei processi. Ma si badi bene, quando si accenna a un patto non si deve credere ad un documento sottoscritto fra le parti. Non c’è mai stato un accordo fra la mafia e la Democrazia cristiana, per intenderci, ma ci sono stati interessi convergenti fra uomini della DC siciliana e Cosa nostra. E’ capitato che Cosa nostra facesse votare anche i socialisti e i radicali, questi ultimi per le posizioni garantiste. Credere che il capo di un partito, qualunque esso sia, Forza Italia o altri, abbia patteggiato con i capi di Cosa nostra seduto attorno a un tavolo è un’idiozia. E’ possibile che qualcuno abbia promesso o, che so, millantato. Quello che conta è che oggi il 41 bis è diventato duro da sopportare. Era stato mitigato. Ho sentito con le mie orecchie da un detenuto, che una volta il 41 bis era perfino ambito, perché più comodo. Dava lustro a coloro che lo subivano… E non solo per responsabilità politiche, ci sono state distrazioni della magistratura in altra epoca.
Cosa nostra, intendo i boss che stanno dentro, sarebbero inquieti, non hanno più pazienza. Che cosa possono aspettarsi?
Non so se le aspettative dei boss fossero fondate o meno. Certo, c’è stata una lunga non belligeranza. Ma immagino che qualcuno oggi voglia dire: voi, signori che state a Roma, v’ingegnate per cambiare il codice penale a vostro uso e consumo. Ma non ci sono solo i vostri problemi da affrontare, anche i nostri. Non ci piace affatto che li ignoriate.
Tutto qui?
Questa fase di passaggio non è chiara nemmeno ai protagonisti. C’è un mondo in subbuglio e tutto parte dalla Sicilia. Non è estraneo a questa situazione il fatto che in Sicilia si sia sfasciato il Popolo della Libertà.
Da: SiciliaInfotrmazioni, 9 dicembre 2009
NELLA LOTO. Alfredo Galasso

Beni confiscati alla mafia: "via la norma che consentirebbe di venderli!"

Pressione trasversale per stralciare le aste sui beni confiscatiVeltroni si appella a Pisanu. Granata (Pdl): "Non si può fare cassa così". Domani la Finanziaria in Aula
ROMA - Stralciare dalla Finanziaria la norma che prevede la vendita all'asta dei beni confiscati alla mafia. Cresce, trasversale, la richiesta di dare un freno ad una norma che rischia di far tornare case e terreni nelle mani di coloro a cui sono stati sequestrati. Oggi fanno sentire la loro voce sia l'ex segretario del Pd, Walter Veltroni, sia il finiano Fabio Granata del Pdl, vicepresidente della commissione Antimafia. Nei giorni scorsi erano state le associazioni e alcuni giudici a sollevare il problema. La norma che, però, rischia di passare vista il probabile ricorso alla fiducia del governo. A meno che non si decida di stralciarla. Ed è questa la richiesta che Veltroni fa al presidente della commissione antimafia Giuseppe Pisanu, perché "intervenga sul governo". "Questa è una misura che riconsegnerebbe alla mafia ciò che è stato sottratto grazie alla legge Rognoni-La Torre, ed è minoritaria in Parlamento vista la posizione che contro di essa hanno assunto anche tanti parlamentari della maggioranza" dice Veltroni. La critica generalizzata al provvedimento deriva dal fatto che, in molti casi, i 3526 beni all'asta (spesso di difficile utilizzazione per i gravi e le tante pendenze che si portano dietro), resterebbero o inutilizzati o tornerebbero nelle mani dei precedenti proprietari. La trasversalità di cui parla Veltroni è testimoniata dalle parole che Granata indirizza al ministro dell'Interno, Roberto Maroni: "La mafia si batte anche con la coerenza dei linguaggi e con la coerenza dei segni; iniziando, ad esempio, a ritirare dalla Finanziaria quella previsione magari individuata non per finalità oscure, ma soltanto per fare cassa. Ma non si fa cassa con i beni confiscati alle mafie".
Le voci di Veltroni e di Granata si uniscono a quelli dei tanti che hanno già sposato la battaglia contro questa norma. A partire dai 370 familiari delle vittime della criminalità organizzata aderenti a Libera, che nei giorni scorsi avevano scritto a Gianfranco Fini e a Pisanu: "Introdurre la possibilità che i beni confiscati non assegnati possano essere venduti significa, in pratica, riconsegnarli alle mafie". Una presa di posizione che aveva trovato il sostegno di gran parte dei magistrati che si occupano di confische dei beni alle cosche. Sul fronte della Finanziaria, resta confernato l'arrivo in Aula per domani. Approvato in commissione Bilancio con i soli voti della maggioranza, il testo potrebbe essere posta la fiducia. "Se ci saranno molti emendamenti lo faremo" dice il viceministro dell'Economia, Giuseppe Vegas. Nel frattempo l'opposizione affila le armi. "Se il governo è pronto alla discussione su alcuni temi noi siamo pronti a selezionare le nostre proposte e presentare solo alcune decine di emendamenti. Ma se invece vogliono prenderci in giro noi faremo la nostra parte. Il governo ci risponda domani in aula" replica Pier Paolo Baretta del Pd. L'Idv, invece, chiude ogni spazio al dialogo: "Se la fiducia l'hanno messa in commissione figuratevi in Aula". Ma il relatore Massimo Corsaro taglia corto: "Credo che manterremo questo assetto e credo che, probabilmente, arriveremo al voto di fiducia".
(La Repubblica, 8 dicembre 2009)
FOTO. Walter Veltroni

Il boss Gianni Nicchi dava ordini con gli sms

di Salvo Palazzolo
Gli investigatori stanno esaminando un palmare che era nel giubotto del boss arrestato sabato. Lì sarebbero nascosti molti dei segreti del giovane mafioso che era diventato il padrino più influente della città

È davvero finita l'epoca dei pizzini. Gianni Nicchi mandava gli ordini via sms. Ce ne sono tanti nella memoria del palmare, un sofisticato telefonino-computer che gli è stato sequestrato al momento dell'arresto. Altri messaggi, ne sono convinti gli investigatori, erano stati cancellati con cura. Ma i pubblici ministeri Roberta Buzzolani e Ambrogio Cartosio sono fiduciosi di recuperare anche quelli, grazie al lavoro di un pool di esperti della polizia. Adesso, c'è soprattutto da scoprire a chi erano diretti quegli sms, molti dei quali sembrano scritti in codice.Dalle indagini della Direzione distrettuale antimafia emerge che la rete dei favoreggiatori di Nicchi sarebbe costituita da una quarantina di persone, suddivise secondo una rigida compartimentazione. C'è la rete che si è occupata del covo del latitante, quella che ha curato i suoi appuntamenti, quella che ha reso possibili i rapporti fra il ricercato e la compagna. Ci sono poi gli uomini fidati del racket del pizzo, e quelli che curavano la gestione dei traffici di droga, il business su cui Nicchi aveva scommesso la sua nuova gestione di Cosa nostra. Dopo l'arresto del giovane padrino, alcuni dei suoi favoreggiatori già tenuti sotto controllo dalla polizia sono scomparsi. Sono già latitanti prima ancora di finire in manette. Adesso, i poliziotti guidati dal vice questore aggiunto Mario Bignone tentano di arrivare al covo di Nicchi, dove potrebbe essere conservato tutto l'archivio del capomafia di Pagliarelli che era diventato il padrino più influente della città. Non sarà facile. Però una traccia determinante potrebbe arrivare dai tabulati delle telefonate del boss. Attraverso lo studio delle "celle" in cui avvenivano gli inquirenti sperano di circoscrivere un'area della città, e magari trovare il riscontro ad alcuni sospetti. Negli ultimi mesi, infatti, erano stati tenuti sotto controllo diversi possibili luoghi di incontro o di permanenza. Ma le precauzioni utilizzate dalla rete del latitante erano davvero tante.
(La Repubblica, 08 dicembre 2009)

Ecco tanti messaggi per Matteo...

..X tutti quelli che grazie a teo hanno passato delle meravigliose serate.. lui ch confortava tt.. che abracciava dava tanta tenerezza a tutti lui che era unico lo è ancora e lo rimarrà x sempre... senza di lui la nstra vit sarà Diversa molto diversa.. ma sn sicura che teo nn voleva vederci piangere....GRAZIE X OGNI TUO GESTO X OGNI CS X TUTO IL BENE CHE HAI DONATO...TI RICORDEREMO SEMPRE CN IL SORRISO PICCOLO TI ADORIAMO ♥ ♥ ♥ ♥

Non conoscevo Matteo, ma il Suo impegno e la Sua passione nel lavoro sulle terre confiscate alla mafia e nella educazione alla legalità, di cui leggo da Maurizio Pascucci, dimostrano quanto era bravo e generoso. Mi dispiace molto: non si dovrebbe morire a venti anni, meno che mai quando si interpreta così bene il proprio luoro nella società e per la gente. Un pensiero triste e affettuoso per chi Lo conosceva e per i Suoi cari.
Giuseppe Soresina

Carissimo Maurizio,apprendo di questo tragico evento con dolore perchè oltre alla grandissima perdita per i suoi cari, è una perdita per l'intera comunità che lavora per la legalità.Non mancherà la mia preghiera per lui e i suoi cari.Un caro saluto.
Fabio Ceseri

mi associo al dolore di tutti
Marilù

Marta dice: "Matteo è uno dei 4 ragazzi morti nell'incidente di sabato notte a Lodi. Quest'estate ha fatto il campo a Corleone.Scusate, ma non riesco ad aggiungere molto altro. Sono sotto choc".

Ciao Maurizio, apprendo dalla mail che hai inviato la morte di Matteo. Matteo è stato compagno di viaggio in quei 10 giorni trascorsi a Corleone e solo chi ha respirato l'atmosfera che si crea in un campo può capire il tipo di rapporto che si crea tra volontari.

Le morti per incidenti stradali sono forse quelle che si accettano meno perchè sono frutto di tante componenti negative a cui non attribiamo, quasi ami, la qualifica di pericolose. Condoglianze da parte di Pietro per questo amico nostro e della legalità

Non so cosa dire. Ciao Matteo
Luca D'Onofrio

lunedì 7 dicembre 2009

Programma completo Carovana Antimafie Toscana 2009

Giovedi 10 dic
Firenze
h 12 Arci Piazza dei Ciompi Conferenza Stampa
Vanna Van Straten Referente di Libera
Vincenzo Striano Presidente Arci Toscana
Gabriele Santoni Avviso Pubblico
Luciano Silvestri Cgil Toscana
Arci Ragazzi

Giovedi 10 dic
Viareggio –Massarosa-
Rosignano Marittimo
h9 Massarosa
Istituto Comprensivo Massarosa 1 (scuola secondaria di primo grado"G.Pellegrini"; scuola primaria "A.Manzoni").Istituo comprensivo Massarosa 2 (scuola secondaria di primo grado e plessoscuola primaria Piano di Conca)

h 13 incontro con la Giunta Comunale
presentazione di Avviso Pubblico

h 15 sit in nella piazza principale

h 17 Massarosa
aperitivo della legalità presso il Circolo ARCI Stiava Sport di Massarosa
Carmela Di Luigi Presidente Arci Versilia
Alfio Foti – Segretario Un'Altra Storia Fondatore Carovana Antimafie

h 20,30 Castelnuovo della Misericordia
cena della legalità al Circolo Arci
Alfio Foti – Segretario Un'Altra Storia Fondatore Carovana Antimafie
Claudio Ceccanti Presidente Arci Castelnuovo
Mauro Bini Presidente Arci Bassa Val di Cecina
Bernardo Cancemi Cooperativa Lavoro e Non Solo

Venerdi 11 dic
Rosignano Marittimo e Solvay
Calcinaia

h 9 Rosignano Marittimo
-incontro nelle scuole superiori
Alfio Foti Fondatore della Carovana Antimafie
Segretario Associazione Un’Altra Storia
Rappresentante Silp Cgil Toscana

- animazione nelle scuole elementari

h 15 Rosignano Solvay
-incontro con il Comitato Soci Coop
promozione dei prodotti provenienti dai terreni confiscati alle mafie
Mario Scarpellini Presidente Comitato Soci Coop
Mauro Bini Presidente Arci Bassa Val di Cecina
- animazione


h 20 Calcinaia
Cena della legalità presso la Casa del Popolo
Alfio Foti – Segretario Un'Altra Storia Fondatore Carovana Antimafie
Salvatore Ferrara Cooperativa Lavoro e Non Solo
Iuri Filippi Presidente Arci Valdera
Fabrizio Damiani volontario Progetto Liberarci dalle Spine



Sabato 12 dic
Livorno- Collesalvetti
Portoferraio, Tavarnelle Val di Pesa

h 10 Portoferraio
-incontro nelle scuole medie superiori sul tema “ le confische dei beni ai mafiosi”
Roberto Peria Sindaco di Portoferraio
Roberto Antonini Cgil
Jessika Muti Assessore Comune di Portoferraio
Vittorio Pineschi Presidente Arci Valdicornia
Salvatore Calleri Presidente Fondazione Caponnetto
Maurizio Pascucci Esecutivo Arci Toscana
-animazione nella scuola primaria “

h 13 incontro con l’Amministrazione Comunale presentazione di Avviso Pubblico

h 17 animazione in nave


h 9.30 arrivo della Carovana presso il Comune di Livorno. Incontro con Alessandro Cosimi Sindaco di Livorno

h 10.00 Coop di Via Settembrini, distribuzione materiale informativo a cura dei volontari della Sezione Soci Coop di Livorno

h 9.30 incontro con gli studenti del ITS Vespucci
Andrea Cadoni Libera Livorno
Tonino Dall’Olio Libera Internazionale

h 11.30 incontro con gli studenti dell’ITG Buontalenti
Federico Bernini Segreteria Arci Livorno
Marco Noero Segr Reg Silp/Cgil Toscana


- h Scuola Primaria Micheli incontro di UNICOOP Tirreno per l’educazione al consumo etico e animazione a cura di Arci Ragazzi

h 10. scuole media Puccini di Livorno
h 12 scuole medie di Collesalvetti (LI)

h 17La crisi economica aiuta la mafia ?
Il contrasto all’infiltrazione mafiosa e la tutela dei diritti
Lorenzo Bacci, Sindaco di Collesalvetti (LI)
- Pippo Cipriani già Sindaco di Corleone (Pa)
- Marco Solimano Presidente Arci Livorno
- Maurizio Strazzullo Segretario CGIL Livorno

h 20,30
Cena della Legalità al Circolo Arci di Mortaiolo.
Proiezione fotografica dei Campi di Lavoro – Progetto Liberarci dalle Spine
Pippo Cipriani già Sindaco di Corleone
Fiorenza Dini Unicoop Tirreno

Tavarnelle Val di Pesa
Inagurazione punto di promozione dei prodotti con la Vitamina L
Francesca Chiavacci Presidente Arci Firenze
David Baroncelli ViceSindaco di Tavarnelle

Domenica 13 dic
Pistoia- Montecatini Terme – Lucca - Pieve a Nievole
h 10,30 Pistoia
Cooperativa Comunità Incontro corso Amendola n°6 Pistoia
“L’impegno della comunità: l’incontro con l’antimafia sociale”.
Presentazione del libro “Come quei Lampadieri”
intervengono
Renzo Berti - Sindaco di Pistoia
Francesca Balestri – Autrice del libro
Moreno Sepiacci - Comunità Incontro
Maria Viola Cangioli - ARCI Pistoia
Salvatore Ferrara - Cooperativa Lavoro e non solo
Coordina Medda Gina Cooperativa Comunità Incontro

h 15,00 Piazza Oplà Pistoia
Partecipazione a Sp.La.M evento organizzato da Pistoia Telethon.
La solidarietà della carovana alle delegazioni dei lavoratori Answers e Radicifil in lotta per difendere il posto di lavoro.

h15 Lucca
Piazza del Giglio: Diritti in piazza 6, iniziativa promossa da Emergency e Scuola della Pace della Provincia con le Associazioni di Volontariato, in occasione dell’anniversario della Dichiarazione dei Diritti Umani.

Ore 17,00 Montecatini Terme sala del consiglio Palazzo comunale
“Un territorio da difendere dalle infiltrazioni mafiose”
intervengono
Giuseppe Bellandi - Sindaco di Montecatini Terme
Fabio Capponi - Segreteria CGIL Pistoia
Antonio Sessa - Legambiente Pistoia
Relazione della Fondazione Antonino Caponnetto
Coordina Alfio Pellegrini ARCI Pistoia

- animazione

h 20,00 Pieve a Nievole
presentazione del vino rosso Naca frutto dell’impegno della cooperativa Lavoro e non solo e dei volontari che hanno partecipato in questi anni ai campi di lavoro.
Intervengono
Libero Galligani – Arci Pistoia
Maurizio Pascucci – Responsabile organizzazione Carovana

h 20,30
Cena della Legalità Circolo Arci Pieve a Nievole
Intervengono
Federico Tasselli – Vicepresidente Arci Pistoia
Bernardo Cangemi - Cooperativa lavoro e non solo
Marco Cortesi – Responsabile circolo della legalità Arci Pistoia
Testimonianza dei partecipanti ai campi di lavoro
Marco Cortesi – Responsabile circolo della legalità Arci Pistoia
Testimonianza dei partecipanti ai campi di lavoro


Lunedi 14 dic
Pisa- San Giuliano Terme - Santa Maria a Monte- Borgo San Lorenzo
h 10,30 Pisa
-incontro al Liceo Scientifico Dini
Gabriele Santoni Avviso Pubblico
Luca D’ Onofrio
Volontario progetto Liberarci dalle Spine
Alberto Madrigali Segreteria Arci di Pisa
Cristiana Vettori Libera Pisa
Noero Marco Segr Reg Silp Cgil
Dino Paternostro Segretario Camera del Lavoro di Corleone

h 12 incontro scuola media Livia Gereschi di Pontasserchio

-animazione nelle scuole elementari di San Giuliano Terme

h 12,30 San Giuliano Terme
incontro con l’Amministrazione Comunale di San Giuliano Terme


h 15 Pisa
animazione nei giardini pubblici

h 18 Santa Maria a Monte
incontro con il Consiglio Comunale
David Turini Sindaco
Dino Paternostro Segretario della Camera del Lavoro di Corleone
Sergio Coppola Presidente Arci Valdarno Inferiore
Maurizio Pascucci Coordinatore Liberarci dalle Spine


h 20 Santa Maria a Monte
cena della legalità al Circolo Arci La Perla
Sergio Coppola Presidente Arci Valdarno Inferiore
Dino Paternostro Segretario della Camera del Lavoro di Corleone
Franco Ancona Cooperativa Lavoro e Non Solo

Borgo San Lorenzo
14 al 19 dicembre: mostra fotografica sui Campi di Lavoro ed esposizione dei prodotti di Libera presso il Centro Commerciale “Martin Luter King” di Borgo San Lorenzo

Martedi 15 dic
Vaiano - Vernio - Montemurlo- Prato

h 9,15 Prato
Piazza Falcone /Borsellino
h 10,30 Vaiano
- Incontro alla Scuola media Bartolini
Rappresentante di Libera Prato
Ettore Nespoli Arci Prato
Dino Paternostro Segretario Camera del Lavoro di Corleone

-animazione nella scuola elementare h 13,00 Vernio
pranzo della legalità al Circolo ARCI Mercatale di Vernio,

h 14,30
trasmissione con Radio Insieme su Strage Rapido 904 del 1984 fatta da Mafia, Camorra e Terrorismo

h 15
cerimonia di ricordo della strage del treno 904 dinanzi alla galleriah 16,30 Montemurlo
incontro con il Consiglio Comunale di Montemurlo presso la scuola La Pira.
Paolo Bianchi Presidente Arci Prato
Valentina Vespi volontaria Progetto Liberarci dalle Spine
Luigi Lusenti Segreteria Arci Lombardiah 19,00 Montemurlo
Cena della Legalità al Circolo ARCI Bagnolo
Ettore Nespoli Segreteria Arci Prato
Salvatore Ferrara Cooperativa Lavoro e Non Solo
Luigi Lusenti Segreteria Arci Lombardia
Referente di Libera Pratoh 21,15 Prato
Spettecolo teatrale "Piciridda" Scuola Datinipresso Prato, Chiesa di San Bartolomeo con Don Marco Natali

Montemurlo : esposizione nella Sala Banti della mostra fotografica : Liberarci dalle Spine

Mercoledi 16 dic
Empoli
h9 Empoli
Scuola Elementare Corniola animazione con il Ludobus pranzo con i prodotti della Vitamina L
h9 Castelfiorentino
Istituto Superiore Enriquez
incontro "Il lavoro fragile come anticamera di precarietà".
Mario Battistini Camera del Lavoro di Firenze
Valeria Carboncini Segreteria Arci Emplese-Valdelsa
Renato Scalia Spil Cgil Toscana
Pranzo preparato dagli studenti dell'Istituto alberghiero utilizzando i prodotti della Vitamina L

h15 incontro con SPI/CGIL
h16 Capraia e Limite
incontro con i ragazzi della scuola media e con la cittadinanza riproponendo la tematica di base con linguaggi e modalità idonei alla platea
h20 Circolo Arci Casa del Popolo di Limite - Vitamina L :Cena della legalità
Sergio Marzocchi Presidente Arci Empolese Valdelsa
Salvatore Ferrara Cooperativa Lavoro e Non Solo


ore 19 San Casciano Val di Pesa
Circolo ACLI Aperitivo/Cena della legalità
Ore 20:00
Ridotto del Teatro Niccolini
Proiezione del film documentario "Terra Libera Tutti"
Ore 21:00Incontro con Don Andrea Bigalli e i giovani del Comune che hanno
partecipato ai campi di lavoro

Giovedi 17 dic
Carrara –Borgo San Lorenzo-San Casciano – Tavarnelle Val di Pesa e Piombino

h 9Carrara
-incontro nelle scuole medie superiori
Umberto Moisè Presidente Arci Carrara
Paolo Gozzani Camera del lavoro di Carrara
Antonio Losacco Silp Cgil Toscana

-animazione nella scuola elementare

h12 incontro con l’Amministrazione Comunale presentazione di Avviso Pubblico
Gabriele Santoni Avviso Pubblico

Carrara h 13
pranzo della legalità

17:00 San Casciano Val di Pesa
Inaugurazione targa in ricordo di Peppino Impastato Presso Biblioteca di San Casciano Val di Pesa 18:00 Incontro con le cooperative che lavorano sui terreni confiscatialla mafia che partecipano alla Carovana 2009
Stefano Floris
Salvatore Ferrara Cooperativa Lavoro e Non Soloh20 Aperitivo della Legalità
Circolo “La Rampa” di Tavarnelle val di Pesa
Salvatore Ferrara Cooperativa Lavoro e Non Solo
David Baroncelli ViceSindaco di Tavarnelle
Francesca Chiavacci Presidente Arci Firenze

h 20,30 Circolo ARCI di San Casciano Val di Pesa Cena della Legalità
Maurizio Poggi Segreteria Arci Firenze
Bernardo Cancemi Cooperativa Lavoro e Non Solo

h 22:00Arca Azzurra Teatro presenta: letture

h 9 Piombino
Cinema Metropolitan
Incontro con il Giudice Gherardo Colombo sulle morti nei posti di lavoro


Borgo San Lorenzo
Centro d’Incontro
presentazione del percorso di Libera Mugello in questi anni sul territorio
Venerdi 18 dic
Firenze

Firenze
h 9 incontro nella scuola media superiore ITC Gallilei

Rosario Lupo Magistrato
Maurizio Poggi Segreteria Arci Firenze
Vanna Van Straten Referente di Libera
Elisa Bolognini volontaria Progetto Liberarci dalle Spine
Perluciano Mennonna Silp Cgil Toscana

h 10 incontro con Sinistra Universitaria -UDU
presentazione Agenda Universitaria
Salvatore Ferrara Cooperativa Lavoro e Non Solo
Giuseppe Martelli Sinistra Universitaria - UDU

h 10,30 Università di Firenze
Festa della Legalità Regione Toscana
Dibattito sui Beni Confiscati

Federico Gelli VicePresidente Regione Toscana
Vincenzo Striano Presidente Arci Toscana
Elisabetta Baldi Caponnetto
Don Luigi Ciotti Presidente Naz di Libera (in attesa di conferma)
Walter Veltroni Parlamentare PD


h 15,30 animazione “i gironi dell’inferno”
Alessandro Cobianchi Resp Naz Legalità Arci
Daniela Cappelli Segretaria Cgil Toscana

Calenzano
h 20 cena della legalità
Circolo Arci Settimello
Francesca Chiavacci Presidente Arci Firenze
Maurizio Poggi Segreteria Arci Firenze
Bernardo Cangemi Cooperativa Lavoro e Non Solo
Laura Lippi volontaria Progetto Liberarci dalle Spine
Alessandro Cobianchi Resp Naz Legalità Arci

Firenze
h 21Presso l'Auditorium della Comunità San Michele Cineforum su "Fortapàsc" di Marco Risi (Italia 2009)La proiezione sarà preceduta da un breve dibattito con:Pierluigi VignaVanna Van Straten Referente di Libera in ToscanaLudovico Arte Cooperativa Macramè
Sabato 19 dic
Arezzo – Castiglion Fiorentino – Borgo San Lorenzo
h 09 Arezzo
Incontro Liceo Scientifico F. Redi sul tema “mafia e stato”, legami tra stato e mafia a fronte delle ultime rivelazioni e sentenze,
Mirella Ricci Assessore Provincia di Arezzo
Adriana Sensi Segretaria Spi Cgil Arezzo
Antonio Ingroia Magistrato (in attesa di conferma)
Luigi Lusenti Segreteria Arci Lombardia
Sen. Lorenzo Diana Commissione Antimafia – Fondazione Caponnetto
Marco Noero SILP CGIL
Francesco Romizi Arci Arezzo

-Animazione per bambini nella scuola primaria

h 12: Tappa a Villa Wanda
h13 Castiglion Fiorentino
Incontro con il Comune di Castiglion Fiorentino
Buffet con i prodotti provenienti ai terreni confiscati alle mafie

h 17 Arezzo
Biblioteca Comunale
Presentazione dei libri " Il Silenzio" e "Nelle mani di nessuno", pubblicati dalla Piemme ,( Gruppo Mondadori),
autore con lo pseudonimo Gianni Palagonia ,
Pubblico Ministero Roberto Rossi.
h 16: Animazione per bambini in Piazza
h 20:00 Circolo Arci Battifolle
Cena della Legalità

Claudio Viti Presidente Arci Arezzo
Maurizio Pascucci Coordinatore Progetto Liberarci dalle Spine
Rappresentante Sezioni Soci Coop



Borgo San Lorenzo
- h 10 incontro con le classi delle Scuole Medie e loro coinvolgimento in una rappresentazione collettiva altamente simbolica (stile “Flash Mob”) nelle vie interessate dal mercato

-h 16 allestimento di uno stand di LIBERA presso Piazza dell'orologio



Carovana Antimafie 2009
Arci – Libera- Avviso Pubblico
in collaborazione con
Cgil, Arci Ragazzi, Regione Toscana

Comunicazione

-siti nazionali www.carovanantimafie.it
www.lavoroenonsolo.org


-siti regionali www.arcitoscana.it
www.tosc.cgil.it
www.sottoventi.ning.com
www.intoscana.it

In un pub l'ultima sera "libera" di Nicchi

di Salvo Palazzolo
Nuova perquisizione nel covo del boss. Dopo la cattura del boss mafioso Giovanni Nicchi, 28 anni, oggi la polizia ha fatto un nuovo sopralluogo nella palazzina di via Juvara 25, vicino al Tribunale, dov' è stato arrestato il latitante che era ricercato dal giugno 2006. Nel covo non sono state trovate armi, ma alcuni telefoni cellulari e altro materiale definito dal questore Alessandro Marangoni "di notevole interesse". La sera prima dell'arresto, Nicchi era in un pub
PALERMO - I ragazzi e le ragazze della squadra Catturandi erano arrivati da quattro giorni in via Juvara, dove ieri pomeriggio è stato arrestato il boss Gianni Nicchi. L´uomo che i poliziotti seguivano da tempo, ritenuto un favoreggiatore del latitante, entrava spesso in quella palazzina a due passi dal palazzo di giustizia. E portava con sé dei sacchetti della spesa, che lasciava sempre dentro. Anche se ufficialmente non abitava nessuno nell´appartamento al primo piano di via Filippo Juvara 25. Venerdì sera, gli agenti della squadra mobile hanno visto uscire un giovane col casco dal portone. Non era nessuno di quelli che abitano nella palazzina. Il giovane è balzato velocemente su una enduro guidata da un´altra persona, che stava aspettando col motore acceso. Così è iniziato un pedinamento mozzafiato. Via Gothe, via Turrisi, piazza Amendola, via Ruggero Settimo, piazza Sturzo. La pattuglia della Catturandi che aveva agganciato quei misteriosi giovani col casco ha chiesto rinforzi alla centrale. Nel giro di pochi minuti, il centro città si è trasformato nel teatro di una grande caccia all´uomo. Poi, la moto si è fermata. In piazza Nascè, il cuore dell´ultima movida palermitana. Il giovane che stava dietro il guidatore - oggi possiamo dire Gianni Nicchi - è entro al wine bar Felix. E lì ha trascorso la sua serata. I poliziotti non avevano ancora la certezza che fosse Nicchi. Il boss latitante si sentiva tranquillo. Dopo aver bevuto la sua birra è tornato da dove era venuto, nella palazzina di via Juvara 25. Con la stessa velocità. Con la stessa prudenza.Sabato notte, i vertici della squadra mobile e i pubblici ministeri Roberta Buzzolani e Gino Cartosio hanno deciso che era venuto il momento del blitz. Ieri mattina, nella palazzina è tornato lo «spesino», così gli agenti della Catturandi chiamano l´uomo che porta i rifornimenti al latitante. Ha fatto in fretta, come sempre. Poi, si è allontanato.


L´irruzione della polizia è scattata alle 14.50, quando la zona era stata circondata da un centinaio di poliziotti. Gli agenti hanno sfondato la porta dell´appartamento di Nicchi con due pesanti asce. «Ho visto subito il suo sguardo il latitante - racconta Mario Bignone, il dirigente della Catturandi - non si aspettava affatto di essere arrestato. È corso verso una finestra che dà su un lucernario. Ma l´abbiamo subito bloccato». In manette sono finite anche le due persone che stavano in quel momento con Nicchi: Alessandro Prestia, di 19 anni; e Giuseppina Amato, di 27, che è risultata la nipote dell´anziana donna a cui è intestata l´abitazione. Gianni Nicchi non aveva armi, solo due cellulari e un computer portatile, che adesso sono all´esame della polizia scientifica. Poi, in tasca, una patente e una carta d´identità. «Abbiamo motivo di ritenere che in quel covo di via Juvara Nicchi non fosse arrivato da molto tempo e che si sarebbe dovuto trasferire presto». Sei mesi fa, la polizia aveva ricevuto un´indicazione da parte del servizio segreto civile. Gli 007 segnalavano Nicchi e alcuni suoi favoreggiatori nel parcheggio di via Eugenio L´Emiro, alla Zisa. Ma lì il boss non fu mai trovato. Le indagini sono proseguite seguendo alcuni favoreggiatori su cui magistrati e poliziotti mantengono il più stretto riserbo.In serata, il capomafia e i due favoreggiatori sono stati trasferiti al carcere di Pagliarelli. All´uscita dalla squadra mobile, c´erano alcuni parenti, che hanno inveito contro i poliziotti. Sono stati momenti di tensione, come era accaduto anni fa dopo la cattura di un altro superlatitante, Vito Vitale. Adesso gli investigatori stanno esaminando il computer di Nicchi. Lì potrebbero esserci i segreti della nuova Cosa nostra.
(La Repubblica, 06 dicembre 2009)