sabato 17 ottobre 2009

Stato-mafia, ecco il papello

di Lirio Abbate
Ecco il primo documento sulla trattativa tra le istituzioni e Cosa nostra nell'estate delle stragi. Fogli consegnati ai magistrati dal figlio di Vito Ciancimino
Sono 12 le richieste che i boss di Cosa nostra avanzarono agli uomini delle istituzioni nell'estate del 1992, fra le stragi Falcone e Borsellino. Una trattativa che i mafiosi corleonesi avanzarono con lo Stato per fermare le bombe e la stagione stragista, e arrivare ad una tregua. I 12 punti formano il 'papello', cioè l'elenco delle richieste scritte su un foglio formato A4 che adesso Massimo Ciancimino ha consegnato ai magistrati della procura della Repubblica di Palermo che indagano sulla trattativa fra Stato e mafia. Ma accanto a questo elenco spunta a sorpresa un altro 'papello' con le proposte e le modifiche ai 12 punti pretesi dai corleonesi che don Vito Ciancimino avrebbe scritto di proprio pugno e consegnato all'allora colonnello del Ros, Mario Mori. Il fatto, inedito, è documentato dal L'espresso con alcune foto dei fogli in cui si leggono al primo punto i nomi di Mancino e Rognoni; poi segue l'abolizione del 416 bis (il reato di associazione mafiosa); "Strasburgo maxi processo" (l'idea di Ciancimino era quella di far intervenire la corte dei diritti europei per dare diverso esito al più grande procedimento contro i vertici di Cosa nostra); "Sud partito"; e infine "riforma della giustizia all'americana, sistema elettivo...".Su questo "papello" scritto da Vito Ciancimino era incollato un post-it di colore giallo sul quale il vecchio ex sindaco mafioso di Palermo aveva scritto: "consegnato al colonnello dei carabinieri Mori dei Ros". Per gli inquirenti il messaggio è esplicito e confermerebbe il fatto che ci sarebbe stato una trattativa fra i mafiosi e gli uomini delle istituzioni.Mostrare ai giudici l'esistenza del 'papello', rappresenta per i pm una prova tangibile che la trattativa fra mafia e Stato non solo è esistita, ma è anche iniziata nel periodo fra l'attentato di Capaci e quello di via d'Amelio. Per gli inquirenti questo documento, consegnato dal dichiarante Massimo Ciancimino, che collabora con diverse procure, può dare il via a nuove indagini. Con l'obiettivo di scoprire fino a che punto può essere arrivato il tentativo di trattativa rivelato dal figlio dell'ex sindaco mafioso.I 12 punti richiesti da Riina e Provenzano, che sono anche questi al vaglio dei magistrati, si aprono, invece, con la revisione del maxi processo a Cosa nostra. Gli altri spaziano dall'abolizione del carcere duro previsto dal 41 bis agli arresti domiciliari per gli imputati di mafia che hanno compiuto 70 anni. La lista si conclude domandando la defiscalizzazione della benzina per gli abitanti della regione siciliana.
(L'Espresso, 15 ottobre 2009)

venerdì 16 ottobre 2009

Signor Sindaco, ma Corleone non era un comune a prevalente economia turistica?

Nello scorso mese di aprile (era il 7, se non ricordiamo male), il sindaco Iannazzo si battè con grande energia per convincere il consiglio comunale che Corleone è una città a prevalente economia turistica. Ovviamente, non era vero e non è vero, ma al sindaco, alla giunta e ai consiglieri di maggioranza serviva (chissà per quali inconfessabili motivi!) dire questo e l'hanno imposto con la forza dei numeri. D'allora, però, almeno da un punto di vista formale, Corleone è una città a prevalente economia turistica. E se adesso verrà proclamato lo stato di calamità per l'agricoltura con la precisazione che agli aiuti statali e regionali potranno accedere solo i comuni a prevalente economia agricola, che faranno Iannazzo & C.? E che faranno i contadini di Corleone? (d.p.)

Corleone. Esplode la protesta degli agricoltori, che hanno occupato il municipio ed invaso la piazza con i loro trattori!

di Cosmo Di Carlo
Esplode la protesta degli agricoltori del corleonese. Con centinaia di trattori questa mattina i contadini hanno occupato Piazza Garibaldi dove ha sede il municipio e si sono riuniti in assemblea permanente nella sala gialla del comune. Non ce la fanno più a bilanciare i conti con i prezzi dei loro prodotti, che sono rimasti invenduti o, nella migliore delle ipotesi, sottopagati. «Dopo la disastrosa stagione della raccolta del frumento, pagato a 13 centesimi di euro, ci vogliono ben 20 chili di frumento per comperare un chilo di pane – dice uno degli agricoltori, Carmelo Pomilla, titolare di una delle aziende in sciopero - ed il nostro prodotto, anche se di qualità, non si vende, gli viene preferito il grano che proviene dall’estero, dalla Romania e dal Canada. Per l’uva è stato un altro tracollo: viene pagata a 18 centesimi al chilo dalle cantine, mentre produrla costa oltre 35 centesimi». A rendere più disastrosa la situazione delle aziende agricole ha contribuito il mancato pagamento da parte dell’Agea delle integrazioni comunitarie alla produzione di grano, la scadenza delle cambiali agricole e la prospettiva che la raccolta delle olive, già iniziata, dovrà fare i conti con un ricavo di un euro e cinquanta centesimi al chilo per l’olio. Prezzo insufficiente a coprire i costi della coltivazione, della raccolta e della molitura, a fronte della concorrenza delle olive provenienti dai mercati degli altri paesi del mediterraneo. E’ una protesta che è cresciuta al di fuori dai tradizionali canali sindacali, accusati questi ultimi di aver sottovalutato la crisi del settore e disatteso le aspettative degli agricoltori. Così, in quello che era il granaio d’Italia, è venuto il momento della resa dei conti, che per le aziende agricole corleonesi non pareggiano nella maniera più assoluta. La crisi degli agricoltori che producono cereali e foraggio trascina anche gli allevatori e le aziende del terziario. «Produciamo carne di ottima qualità sui nostri pascoli che sono considerati “eccellenti” dagli esperti – spiega Vincenzo Vintaloro – ma dobbiamo fare i conti con le carni provenienti dagli altri paesi Cee e soprattutto dalla Francia. in maniera massiva; carni importate che non sono paragonabili alle nostre.. Il latte, inoltre, viene pagato a pochi centesimi di euro al litro ed a distanza di diversi mesi dalla consegna». La crisi del mercato del frumento coinvolge anche il sementificio di contrada Ponte Aranci. «Stiamo selezionando le sementi per la prossima semina – dice il titolare Calogero Scalisi con amarezza - ma se continua così tutto il nostro lavoro andrà perduto». Mentre si organizza la pacifica protesta, si cercano interlocutori politici. Il presidente del consiglio comunale Mario Lanza ha messo a disposizione dei manifestanti l’aula consiliare e l’amministrazione un pullman per raggiungere Caltanissetta. «Sosteniamo la protesta dei nostri agricoltori dice il sindaco Nino Iannazzo – crediamo che i governi regionale e nazionale debbano trovare delle soluzioni adeguate affinché agricoltura e zootecnia possano tornare ad essere settori trainanti per l’economia siciliana. L’attuale situazione, se non risolta, avrà effetti negativi anche per l’intera economia siciliana». E domani sera, alle 19.30, si terrà una seduta straordinaria del consiglio comunale, con all'ordine del giorno la gravissima crisi dell'agricoltura.

Giuseppe Lumia: "Sulle stragi e sulla trattativa Mafia-Stato vogliamo tutta la verità!"

di Giuseppe Lumia
Prove e testimonianze dimostrano quello che sosteniamo da anni: l’esistenza della trattativa Stato/mafia. Durante la XIV legislatura (2001/06) ho posto con forza la questione in Commissione antimafia, dedicando un capitolo della relazione conclusiva di minoranza (
leggi il documento). Secondo le ipotesi più accreditate, oggi al vaglio degli inquirenti, i servizi segreti italiani aprirono un contatto con Cosa nostra, attraverso la mediazione dell’ex sindaco di Palermo Vito Ciancimino, per trattare la cessazione dell’escalation stragista del ’92/93. In cambio la mafia presentò le sue condizioni nel famoso documento conosciuto come “il papello”. Una fotocopia del cosiddetto papello, è stata consegnata ieri mattina alla procura di Palermo da Massimo Ciancimino, figlio dell'ex sindaco della città siciliana, Vito, che avrebbe fatto da mediatore tra gli uomini dei servizi e i boss. Nel documento, pubblicato da un noto settimanale, Cosa nostra avanza 12 richieste: revisione del maxiprocesso; defiscalizzazione della tassa sul carburante in Sicilia; riforma dei pentiti; abrogazione della legge Rognoni-La Torre per il sequestro dei beni illeciti dei boss, a bolizione del carcere duro per i reati di mafia (il 41 bis), libertà per i detenuti che hanno superato i 70 anni, chiusura delle carceri di massima sicurezza di Pianosa e Asinara, abolizione della censura tra i detenuti e i familiari, trasferimento dei carcerati nelle strutture vicine alle proprie famiglie, abolizione del reato di stampo mafioso. Una vicenda gravissima che intacca l’autorevolezza delle istituzioni democratiche. Adesso bisogna capire con assoluta chiarezza se Borsellino era a conoscenza della trattativa e se la sua eliminazione ha subito un’accelerazione proprio perché era diventato scomodo e pericoloso non solo per la mafia, ma anche per lo Stato. Dove è finita l’agenda rossa dove Borsellino annotava tutti i suoi appuntamenti? Quell’agenda avrebbe potuto chiarire tante cose, invece è scomparsa misteriosamente dalla borsa del giudice, ritrovata nel luogo della strage di via D’amelio. Resta aperto il capitolo del terzo livello: gli agenti dei servizi hanno agito autonomamente o su mandato politico? In un caso o nell’altro vi è una responsabilità politica da accertare per far luce su uno dei periodi più bui e drammatici della storia del nostro Paese. Solo con la verità potremo commemorare degnamente la memoria di chi ha perso la vita per combattere la mafia e ridare credibilità alle istituzioni nella lotta alla criminalità organizzata. Ce lo chiede la giustizia, ce lo chiede l’opinione pubblica, ce lo chiedono i cittadini.

giovedì 15 ottobre 2009

LE STORIE. I figli dei boss, il calcetto, la cooperativa:ecco come è rinato il paese di Riina

Ultime elezioni europee. Al comune si stanno sorteggiando i nomi degli scrutatori tra quelli che hanno presentato domanda. L’ultimo degli estratti tra i supplenti fa saltare sulla sedia l’impiegato. «Lucia Riina, vicolo Scorsone, 39». Sì, è proprio lei, la figlia minore di Totò u Curtu, del "capo dei capi". «L’impiegato è arrivato da me tutto pallido e col foglietto in mano: "Che dobbiamo fare?"», ricorda il sindaco Antonino Iannazzo. Un’ora di discussione in Comune. C’è chi propone di far finta di niente e rimettere dentro quel nome ingombrante e imbarazzante. Ma il sindaco si oppone. «Noi siamo lo Stato. Anche lei, visto che si è iscritta, accettando le regole. Se rimettiamo dentro il suo nome siamo noi a metterci contro lo Stato. È una scelta di coerenza». E allora si va avanti. Lucia Riina viene inserita tra gli scrutatori supplenti. Non ce ne sarà bisogno. Non l’unico episodio. Nell’estate 2008 viene organizzato un torneo di calcetto in piazza. Tra le iscrizioni arriva anche la squadra di Salvuccio Riina, l’altro figlio di Totò, appena uscito dal carcere per decorrenza dei termini (è poi tornato in cella l’8 gennaio). «Se glielo impedivamo ne avremmo fatto una vittima e quindi un idolo – ricorda ancora il sindaco –. E neanche potevo annullare la manifestazione. Corleone non può essere diversa da Milano. Quindi poteva giocare». La sua squadra accanto a quelle dei poliziotti e dei carabinieri, dei giovani che coltivano i terreni confiscati al padre. «Tutti insieme, questo torneo era la proiezione del paese». Salvuccio arriva in semifinale, con una squadra piena di ragazzi palermitani. Di fronte ha una squadra solo di giovani corleonesi. Gli applausi sono tutti per questi ultimi. E vincono. Il lavoro nei campi che appartenevano alla mafia. Mario scende dal pulmino che ha guidato per portare i ragazzi toscani che hanno lavorato sui campi che erano di Riina, Provenzano, Bagarella e Brusca. Gino ha lavorato con loro su quei campi, spiegando e correggendo. E così Maurizio, Franco, Angelo e Piero. Loro erano "persone svantaggiate", disabili, malati mentali. Ora non più. Proprio grazie al lavoro sui beni confiscati al clan dei "corleonesi". «Ci chiamavano la cooperativa dei pazzi, proprio perché c’erano loro – ricorda Salvatore, fondatore della cooperativa "Lavoro e non solo" – ma anche perché i mafiosi non pensavano che dei corleonesi potessero andare a lavorare sui quei terreni». All’inizio, nel 2000, "due sani" e "tre pazzi". «Ma chi erano i più matti, noi due o loro tre?», commenta ancora Salvatore.L’idea nasce dalla collaborazione tra amministrazione comunale (allora di centrosinistra), la Asl, l’Arci e alcuni giovani agricoltori corleonesi. E continua felicemente con l’attuale amministrazione di centrodestra. Per gestire i beni confiscati, abbandonati da anni, ma anche per aiutare altri giovani svantaggiati, nel più puro spirito delle cooperative sociali. Anzi di più. Così anche se basterebbe avere tra i soci il 30 per cento di persone svantaggiate, qui si è scelto il 50 per cento, sei sani (ci sono anche Calogero, Franco, Bernardo, Francesco e Franco) e sei "matti". E tutti corleonesi. «Noi facciamo agricoltura ma puntiamo molto anche sul sociale. Se qualcosa è cambiato a Corleone è perché abbiamo investito su noi stessi». I sani e i matti. Anzi ex matti. Mario, Mariuccio per tutti, quando è arrivato non parlava con nessuno. Si vergognava perché non aveva studiato. Subito al lavoro e chiuso in casa. Fin da piccolo. Questa la sua "malattia". Ma qui si è sbloccato, con un lavoro motivato, a fianco dei ragazzi "normali". Oggi della cooperativa è il vicepresidente, parla e scherza, naviga su facebook e ha preso anche la patente. Anzi, per prenderla ha dovuto fare una scelta importante: rinunciare allo status di disabile e quindi alla pensione. Ha rinunciato per una vita davvero normale. Così come quella di Gino, sposato e con due figli, depressione, lavoro abbandonato, una vita ridotta tra quattro mura. Ora anche lui è tornato a vivere, tra lavoro di manovale e di contadino. E così anche gli altri quattro.«All’inizio – ricorda ancora Salvatore – siamo stati allontanati dalla città corleonese ma con noi c’erano le associazioni che ci sostenevano, almeno moralmente. Ma dopo 3-4 mesi si è creato il vuoto, c’era l’oscurità. Potevamo smettere ma ormai il "danno" per i mafiosi era fatto e quel "danno" andava riparato». I ragazzi della cooperativa, però, non si sono tirati indietro. Anche se, ricorda ancora Salvatore, «quando la mattina uscivo i miei genitori mi salutavano come se fosse l’ultima volta». Ma col sostegno dell’Arci Toscana, dell’Agesci, di Banca Etica e dell’amministrazione comunale l’avventura non si è fermata. «C’è meno isolamento. Stiamo facendo molto per farci conoscere, per coinvolgere i ragazzi del paese. Quei beni tornano alla società civile. Noi li vogliamo gestire ma anche condividere con gli altri, vogliamo dimostrare il cambiamento. Siamo contenti, loro (i "pazzi", ndr) stanno bene, certo abbiamo ancora problemi ma andiamo avanti. All’inizio ci avevano buttato in un oceano, oggi abbiamo imparato a nuotare. Abbiamo imparato a fare qualcosa che è più grande che fare soldi».E le parrocchie animano la cultura. Un giornale tematico, la presentazione di libri in collaborazione con l’Università di Palermo, una biblioteca con oltre 20.000 libri creata nel 1984, un doposcuola per i ragazzi. A Corleone il paese famoso nel mondo per la mafia e per avere dato i natali a Totò Riina e Leoluca Bagarella c’è grande fervore culturale. Nella parrocchia di San Leoluca, non c’è pausa, ogni settimana si alternano le attività culturali realizzate con il gruppo giovanile dell’associazione San Leoluca, nato dall’intraprendenza di don Calogero Giovinco. «Prima mancava una struttura simile – spiega don Calogero – adesso nella biblioteca lavorano 15 persone, la maggiore parte dei quali sono giovani. L’associazione organizza periodicamente molte iniziative culturali». Uno dei prossimi appuntamenti sarà, a novembre, la presentazione del volume «Antonino Ferraro e la statuaria lignea del 500 a Corleone» di Antonio Giuseppe Marchese, un docente, cultore alla facoltà Ingegneria dell’Università di Palermo. L’incontro sarà coordinato da Antonino Buttitta, docente di Antropologia culturale e figlio del grande poeta dialettale Ignazio Buttitta.A Corleone, che conta altre tre parrocchie – San Martino, Santa Maria e Santa Maria Grazie – vengono organizzate, sempre dai giovani attività culturali religiose come «La settimana biblica» e sociali come il doposcuola per una quarantina di ragazzi. «I corsi vengono svolti con grande spirito di servizio da giovani laureati e laureandi – aggiunge don Giovinco – che seguono i bambini con grande passione e amore». Negli ultimi anni Corleone e i suoi abitanti hanno compiuto un’opera di rivalutazione e di riscoperta della città, del suo ricco patrimonio artistico e culturale. In questo ambito è stato realizzato il Museo Etnografico della parrocchia di San Leoluca. La Collezione etnografica è costituita da oltre duemila oggetti, risalenti tra la fine dell’800 e i primi anni quaranta del 900.
L'Avvenire, 15 Ottobre 2009

VOTATE ALLE PRIMARIE DEL PARTITO DEMOCRATICO

Giornata della solidarietà e dell’ integrazione multietnica organizzata dal Rotary Club Bivona-Corleone-Lercara

Si è svolta, sabato 19 Settembre u.s., la manifestazione “Giornata della solidarietà e dell’integrazione multietnica” con il convegno sul tema : “Giufà personaggio planetario”. L’evento, organizzato dai Rotary Club di Bivona, Corleone e Lercara Friddi, aveva lo scopo di favorire il senso dell’accoglienza e dell’integrazione degli immigrati nel nostro territorio nonché la stima e la collaborazione reciproca tra etnie diverse. Primo atto la piantumazione dell’albero della solidarietà (un ulivo) presso il trivio di Filaga per mano dei Presidenti dei tre Club organizzatori: Giuseppe Carubia (Bivona), Domenico Ferrara (Corleone), Calogero Napoli (Lercara Friddi); di seguito “la marcia dell’amicizia” dal Bivio Cianciana-Ribera fino allo stadio di Cianciana dove si è svolto un incontro di calcio (la partita del cuore) tra squadre formate da giocatori italiani e stranieri rappresentativi dei tre territori.
A sera, presso il Centro Sociale di Cianciana, una affollatissima conferenza sul tema dell’immigrazione che ha visto la partecipazione, non solo dei Soci dei tre Club, ma anche di autorità civili e militari. Subito dopo, e fino a notte inoltrata, presso la Piazza Matrice di Cianciana conviviale pubblica con distribuzione di couscous magrebino, sfincione siciliano e ciorba rumena con sottofondo di musica folk, balli e canti popolari.
Un tema quello dell’integrazione multietnica sempre più attuale stante la crescente presenza di amici stranieri che scelgono di venire a vivere e lavorare nei nostri paesi, scontrandosi spesso con realtà ostili dove l’indifferenza nei loro confronti ha sempre avuto la meglio sulla solidarietà.
Certamente in questo inizio di secolo ci dobbiamo drammaticamente confrontare con una situazione di profondo stravolgimento storico; una rivoluzione epocale che vede sconvolti tutti i sistemi di riferimento ed i modelli di orientamento ai quali ci siamo affidati per anni.
Una rivoluzione che, partendo dall’informazione e dalla comunicazione globali, passa attraverso i flussi globali dell’economia e della finanza e fa drammaticamente affiorare due grossi problemi: gli equilibri internazionali e il declino dei valori fondamentali della nostra società.
Si dovrà decidere se andare verso un incontro o verso uno scontro delle culture mondiali; se optare per una reciproca tolleranza e comprensione; se andare verso un’etica mondiale o far trionfare l’egoismo.
Qualche certezza, comunque, comincia ad affiorare: molti ed ovunque cominciano ad avere uno stesso comune sentire, una stessa esigenza: l’attenzione ed il rispetto dell’uomo da parte dell’uomo e comincia a prendere quota il riconoscimento universale del diritto alla dignità umana (Ing.Carlo Michelotti, Training Leader Rotary).
Ed allora credo che la nostra generazione sia investita di una grande responsabilità nei confronti delle generazioni future: l’elaborazione e l’adozione di un’etica della convivenza degli esseri umani pena la sopravvivenza stessa del nostro pianeta.
E tutti noi Rotariani possiamo e dobbiamo svolgere un ruolo primario; non possiamo far finta di niente ed abdicare al dovere di contribuire a lasciare in eredità alle generazioni future un mondo con dei valori sani ed inalienabili.
Ben venga, dunque, l’iniziativa lodevole del 19 u.s. degli amici del Club di Bivona soprattutto perché, all’insegna di uno slogan molto impegnativo (ogni uomo è mio fratello), si prefigge il raggiungimento di obiettivi altrettanto impegnativi.
Ed in particolare:
favorire il senso dell’accoglienza;
l’integrazione degli immigrati e di altri forestieri;
la conoscenza interculturale;
la stima e la collaborazione reciproca tra etnie diverse.
Un piccolo anello, certo, di una lunga catena; noi, come Club di Corleone, proveremo ad elaborare un progetto finalizzato alla creazione di un Centro Assistenza presso la nostra Sede di Via Papa Giovanni XXIII (Istituto Santa Chiara) dove tutti gli stranieri potranno utilizzare le professionalità all’interno del Rotary (Avvocati, Medici, Bancari, Consulenti del lavoro etc…) per potere tentare di dare soluzione a qualche loro problema; il tutto, ovviamente, a titolo assolutamente gratuito.
Se, poi, gli amici di Bivona e Lercara volessero sposare anche loro questa iniziativa saremo ben felici di porre in essere una collaborazione fra club (interscambio, occorrendo, dei professionisti soci dei tre club) che aumenterebbe, sicuramente, la percentuale di successo del progetto.
Domenico Ferrara

sabato 10 ottobre 2009

Strada Provinciale Corleone-S. Cipirello. E la chiamano strada...

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Annozero svela un mistero: "Paolo Borsellino sapeva della trattativa fra mafia e Stato" Fu ucciso perché contrario?

Il giornalismo d’inchiesta non è finito, piaccia o no. Giovedì sera Annozero ha dato dimostrazione che esiste e può essere fatto egregiamente. Nel corso del programma sono venuti fuori risposte che gli inquirenti si facevano da tempo sulle stragi di Palermo. La prima, e sicuramente più importante, riguarda Paolo Borsellino e la trattativa che lo Stato aprì con la mafia all’indomani della strage di Via Capaci. Claudio Martelli, ministro della Giustizia nel 1992, ha raccontato che il capitano dei carabinieri De Donno informò il magistrato Liliana Ferraro, collaboratrice di Giovanni Falcone, quando era direttore degli affari penali, di avere ricevuto da Vito Ciancimino, tramite il figlio Massimo, la disponibilità a trattare con Cosa nostra a patto che ci fosse una copertura politica. La Ferraro, secondo Martelli, avrebbe esortato l’ufficiale dei carabinieri a informare il magistrato che si preoccupava dell’indagine sulla strage di Capaci, cioè Paolo Borsellino. La stessa Ferraro avrebbe incontrato Borsellino il 22 o il 23 giugno del 1992 in occasione del trigesimo della morte di Falcone e degli agenti della scorta ed in quella circostanza avrebbe riferito ciò che aveva saputo da De Donno, cioè della possibilità di una trattativa con la mafia per fermare lo stragi di Cosa Nostra. L’on. Antonio Di Pietro, ospite di Annozero, ha rivelato che una nota del Ros pervenne a lui all’indomani della strage di Via D’Amelio, secondo la quale nel mirino della mafia c’erano proprio Paolo Borsellino e Di Pietro. Purtroppo, l’informativa arrivò dopo la morte di Paolo Borsellino. L’ex magistrato di Milano ha raccontato che a causa di quella informativa fu costretto insieme con la moglie a lasciare in tutta fretta Milano, con un passaporto sotto falso nome (Marco Canale). Si recò in Costarica, ma una volta arrivato, fu riconosciuto e costretto a cambiare località. Sia De Donno quanto il colonnello Mori hanno spiegato le loro iniziative con il bisogno di fare luce sulla strage di Capaci ed a tal fine hanno fatto capire strumentalmente a Vito Ciancimino di volere instaurare una vera e propria trattativa che suggerì il cosiddetto papello, la carta con le richieste di Cosa nostra. Sono emersi altri inquietanti retroscena. Massimo Ciancimino, anch’egli ospite di Annozero, ha ribadito la sua versione sul papello, ha fatto i nomi di due parlamentari, uno del Pdl e l’altro dell’Udc. Secondo Massimo Ciancimino, il padre non potè essere garante della trattativa fino in fondo perché Cosa Nostra – e cioè Bernardo Provenzano e Totò Riina, pretesero che a svolgere tale ruolo, fosse il parlamentare del Pdl. E’ emerso dal racconto di Massimo Ciancimino che il padre, agli arresti domiciliari, incontrava a casa sua regolarmente sia Provenzano, nei pani di un fantomatico ing. Lo Verde, e Totò Riina, e che possedeva un passaporto che ngli avrebbe consentito di espatriare, grazie un tale “signor Franco”, appartenente ai servizi, vicino all’ex sindaco di Palermo in quel periodo. Un intreccio inquietante dal quale sono emersi particolari inediti, il più importante dei quale, è l’accertamento di una verità finora negata, che Paolo Borsellino fosse venuto a conoscenza della trattativa. Questa circostanza potrebbe costituire il movente dell’attentato, o meglio, il fatto che, a quanto pare, esso sarebbe stato “anticipato” proprio mentre era in corso la trattativa. A provocare l’uccisione del magistrato, dunque, sembrerebbe la sua contrarietà alla trattativa. Secondo Massimo Ciancimino, saputo dell’attentato, il padre avrebbe giudicato severamente l’operato della mafia in quella occasione, affermando che non si trattava più di mafia ma di terrorismo.
Da: SiciliaInformazioni, 09 ottobre 2009
NELLA FOTO: Massimo Ciancimino

venerdì 9 ottobre 2009

Corleone. Il Ghota di Cosa Nostra...

Corleone - Presentato il libro di Pirgiorgio Morosini “Il Gotha di Cosa Nostra” Un’analisi della mafia del dopo Provenzano nello scacchiere internazionale del crimine. Nella sala dedicata al generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, presso il complesso di San Lodovico sede del Centro Internazionale di Studio sulla Mafia e sui Movimenti Antimafia (CIDMA) sono intervenuti, oltre all’autore, il colonnello Teo Luzi, comandante dei Carabinieri della Provincia di Palermo, il magistrato Antonio Ingroia, il sindaco Nino Iannazzo, il giornalista Tony Mira (L’Avvenire), Maurizio Pascucci dell’Arci Toscana, e Lucio Guarino, direttore del Consorzio Sviluppo e Legalità, l’onorevole Salvino Caputo con numerosi sindaci del comprensorio. Dall’operazione Gotha che, dopo la cattura del boss Bernardo Provenzano, ha portato in carcere il boss Antonino Rotolo e decine di soldati, e dai colloqui del boss palermitano con i suoi luogotenenti, è emersa quella che, nella prefazione del libro, Francesco Forgione, già presidente della Commissione Parlamentare Antimafia, definisce la nuova struttura di Cosa nostra che ha saputo creare un “vero e proprio sistema di relazioni sociali, economico imprenditoriali, politiche ed istituzionali, tese a traghettare Cosa nostra in un nuovo inabissamento e su una nuova dimensione finanziaria internazionale. “La contrapposizione tra Nino Rotolo ed i Lo Piccolo sul rientro degli scappati negli States, ha portato, e lo si evince dalle intercettazioni, ad un contrasto netto tra le due fazioni – ha spiegato Morosini - si può dire che “Prima dell’operazione gotha siamo stati alla vigilia di una vera e propria guerra di mafia che avrebbe insanguinato Palermo e la provincia intera e che è stata evitata grazie alle intercettazioni, che qualcuno oggi vuole vietare, ed all’operazione Gotha”. Per Antonio Ingroia il libro di Morosini mette in luce come Cosa nostra è oggi mafia finanziaria, mafia degli affari. La mafia che nella sua collocazione territoriale si è trovata in difficoltà in un momento di recessione economica, ha guardato oltre oceano pensando a grandi investimenti ed è per questo ha iniziato a riannodare i legami con le famiglie italo americane che gestiscono i grandi traffici di droga e di denaro”. Per Nino Iannazzo sindaco di Corleone è “ Il libro dà la dimensione reale della pericolosità di cosa nostra e fa riflettere sulle strategie per contrastare anche i capitali illeciti che derivano dal narcotraffico ed inquinano l’economia sana ”.
Cosmo Di Carlo
Nella foto (Di Carlo) da sinistra: il Comandante Provinciale dell’Arma Colonnello Teo Luzi, l’autore del libro Piergiorgio Morosini , il magistrato Antonio Ingroia

Corleone. Un pensionato perde la vita in un incidente stradale dentro la galleria

di Cosmo Di Carlo
Grave incidente stradale all’interno della galleria sulla circonvallazione a monte della città. A perdere la vita è stato Leoluca Salemi di 70 anni, agricoltore pensionato (nella foto) che è stato sbalzato dalla sua trattrice agricola dopo essere stato urtato da un fuoristrada un Mitsubishi Pajero guidato da Salvatore Buccheri, 79 anni anch’egli pensionato, abitante a Corleone.
L’incidente è avvenuto sulla SS.118, corleonese-agrigentina, all’interno della galleria a monte del centro abitato, all’altezza del km 34,.900 sulla corsia in direzione Prizzi. Erano le 15,30 quando è giunto l’allarme al 118. Leoluca Salemi è stato sbalzato dal sedile della moto agricola ed ha urtato pesantemente sul guard rail e sull’asfalto. Immediatamente soccorso dal personale del 118 giunto sul posto con un’ambulanza, l’uomo è stato trasportato al pronto soccorso dell’Ospedale dei Bianchi, che dista poche centinaia di metri. Le sue condizioni sono apparse subito molto gravi ai sanitari di turno. La Tac effettuata con tempestività evidenziava fratture e lesioni in tutto il corpo. Nonostante gli sforzi dei medici per salvargli la vita, il suo cuore ha cessato di battere poco dopo le diciassette. Sul luogo dell’incidente si sono portate una volante della polizia ed i militari del Nucleo Operativo e Radio Mobile della Compagnia Carabinieri di Corleone, che fino a tarda sera hanno effettuato i rilievi di rito. Gli automezzi coinvolti nell’incidente sono stati posti sotto sequestro a disposizione dell’Autorità Giudiziaria .La salma del Salemi è stata composta nella camera mortuaria dell’Ospedale dei Bianchi in attesa della perizia del medico legale.
E’ questo il terzo incidente mortale in otto anni, che si verifica all’interno della galleria “maledetta” di Via Salvatore Aldisio, male illuminata ed in pessimo stato. La notizia della morte di Leoluca Paolo Salemi si è diffusa in paese in serata destando stupore ed incredulità. Il pensionato era infatti molto conosciuto e stimato. Le indagini per risalire all’esatta dinamica dell’incidente sono svolte dai carabinieri della Stazione e della Compagnia cittadina.

giovedì 8 ottobre 2009

Campi di lavoro antimafia. Intervista a Fabrizio: testimone di una vacanza da volontario

Fabrizo Damiani, un ragazzo di ventisei anni, quest’estate ha deciso di rinunciare alle solite vacanze per passare due settimane come volontario in Sicilia nei campi confiscati alla mafia. I ricordi di un’estate diversa e sostenibile, e la soddisfazione di aver partecipato. Prima della stagione estiva vi abbiamo presentato il mondo delle cosidette vacanze gratis e oggi ve ne diamo una testimonianza e anche se le vacanze, ahimè, sono finite, attraverso le parole di Fabrizio possiamo ancora un pò respirare l’atmosfera cocente dell’estate. Fabrizio Damiani, classe ’83, lavora come operatore sociale, mio caro amico (ed ho scoperto anche fan di Yes.life su Facebook), ha deciso di trascorrere due settimane fra Luglio e Agosto come volontario in un campo di lavoro a Corleone, in Sicilia, nei campi confiscati alla mafia con l’organizzazione "LiberArci dalle Spine". Una vacanza sostenibile all’insegna dell’impegno sociale e del rispetto per la terra. Lo incontro per un caffè e ne nasce una piacevole conversazione...
Y.L: Cosa ti ha spinto a partecipare a un campo di volontariato in Sicilia?
Credo sia troppo facile combattere la mafia a parole. Ecco perché credo fermamente nel progetto "Liberarci dalle Spine". L’azione, quella non violenta, quella che non dà spazio al silenzio, quella che stimola il confronto, quella che incrementa la battaglia della legalità deve partire da noi giovani. Se non siamo noi ad imporci contro il sistema e le istituzioni sotterranee non saranno certo il silenzio e il disinteresse a farlo per noi. Lavorare nelle terre confiscate alla mafia è un atto di coraggio, di solidarietà, di forte segnale di rifiuto della cultura mafiosa. E’ una scommessa culturale e generazionale. Credo in questo e voglio arricchirmi di questo.
YL: Come si svolge in pratica la giornata tipo in un campo di lavoro?
Le giornate iniziano presto, alle 6.30 la sveglia suonava...e, dopo una lunga colazione, alle 7.30 si partiva per i campi, il nostro compito era quello di espiantare alcuni vigneti nella zona dell’Agriturismo di Malvello e nei terreni confiscati nella contrada Pietraluna. C’era chi, munito di seghetto, tagliava i rami delle viti, chi il tronco e chi raccoglieva il tutto e ne faceva della "montagnette" che sarebbe poi state bruciate. Il lavoro durava fino verso mezzogiorno, poi il troppo caldo ci impediva di continuare il lavoro allora tutti sui "fantastici" pulmini della cooperativa "Lavoro e non solo" e via verso Via Crispi a Corleone, dove ha sede la cooperativa. Li ci aspettavano i nostri cuochi dello Spi CGIL di Arezzo che ci preparavano ogni giorno dei fantastici pranzetti. Doccia per rinfrescarci e tempo libero: c’è chi ne approfittava per farsi 2 orette di sonno, o chi invece stava all’ombra di un albero a leggere un libro, o chi ascoltava della musica. Nel pomeriggio momenti di formazione e dibattito, poi tutti a cena e dopo un bel giro in piazza per un caffé, una buona granita o un ottimo cannolo!
YL: Nel pomeriggio hai accennato a dei momenti di dibattito e formazione, in cosa consistevano? Di cosa discutevate?
Sono state tante le persone incontrate: Dino Paternostro (Segretario della Camera del Lavoro di Corleone) che ci ha spiegato la storia della mafia a Corleone, l’uccisione di Placido Rizzotto e del Comandante Dalla Chiesa; Michele Pristipino (Magistrato) che ci ha spiegato tutte le indagini che hanno permesso la cattura di Bernardo Provenzano; Anna Bucca, presidente Arci Sicilia che ci ha raccontato l’impegno dell’Arci siciliana nell’antimafia.
YL: Il contatto diretto con la terra sarà sicuramente emozionante ma all’idea che da quella stessa terra che hai lavorato nascerà un prodotto che andrà su molte tavole d’Italia cosa pensi?
Sapere che dalle terre dove ho lavorato nascerà un prodotto che tutti possono assaggiare mi ha dato tante emozioni, perchè il vedere tanta fatica e tanto sudore ma anche moltissima voglia di lavorare e mettere le proprie braccia e le proprie mani per aiutare i 13 soci della cooperativa sistemando vigneti, raccogliendo pomodori e lenticchie, l’aria che si respirava nel campo: ragazzi con voglia di combattere in maniera non violenta, ragazzi che non si lamentano per il caldo o per la fatica, ragazzi che non urlano ma anzi, in silenzio e sotto il sole cocente della Sicilia, sveglia prestissimo, partono per raggiungere quei posti che chissà quante ingiustizie, quante minacce e quanti personaggi mafiosi hanno visto un tempo, terreni ormai per fortuna confiscati alla mafia.
YL: Rimpiangi di non aver fatto una vacanza "convenzionale"?
Rimpianto per non aver fatto una vacanza "convenzionale"? Assolutamente NO! Grintoso, mi sto organizzando per dare il mio contributo il prossimo anno, pronto, ancora una volta, nei campi di Corleone!
YL: Quale consiglio daresti a chi ha pensato di partecipare a questo tipo di vacanza ma poi ci ha ripensato?
Credo che un campo di lavoro serva a tutti, aiuta ad avere maggior senso di responsabilità, maturità e umiltà. Ci vuole grinta e una buona spinta motivazionale. Non mancavano certo le risate, il divertimento e un clima di serenità che accompagnavano, giorno per giorno, i ragazzi.
Sonia Scommegna
FOTO. Dall'alto: i volontari davanti al covo dove è stato arrestato Provenzano; con Dino Paternostro e Michele Prestipino; nella vigna.

Sentenza sul lodo Alfano, dalle reazioni scomposte il rischio di una deriva populista

di Nino Cangemi
La dichiarazione di illegittimità del lodo Alfano ha provocato, in diversi esponenti della maggioranza, reazioni scomposte. Ciò che più colpisce e preoccupa è che costoro richiamino, con toni ossessivi, la volontà popolare, quale si è espressa nelle urne elettorali. In modo volutamente semplicistico affermano: il fatto che il Premier sia stato eletto da una maggioranza elettorale, peraltro ampia, gli conferisce una patente di piena legittimità.
E, peggio, aggiungono: anche i sondaggi testimoniano il gradimento popolare del Cavaliere, e pertanto guai a chi gli pone ostacoli; siano essi anche dei giudici. Giudici -sottolineano- che non esprimono la volontà del popolo. Ma che, al contrario, la contraddicono. In altri termini, secondo questi ragionamenti, alla Consulta, bocciando il lodo Alfano, si sarebbe consumato un atto che viola il volere del popolo. Già il popolo…Questa massa indistinta di persone, buona per essere invocata in qualsiasi momento. Quante volte, nella Storia, il “popolo” è stato tirato in ballo impropriamente e arbitrariamente? E quante volte l’appello a esso ha sortito effetti rovinosi? Basta andare indietro con la memoria, e soffermarsi sulle vicende più devastanti. Quelle delle dittature naziste e comuniste. Il codice penale del regime nazionalsocialista considerava reato “ogni fatto contrario al sano sentimento del popolo” e sanzionava chi “merita punizione secondo il pensiero fondamentale di una legge penale e secondo il sano sentimento del popolo”. Un concetto simile era espresso dal codice penale russo del 1926, per il quale costituiva reato ciò che offendeva il “regime sovietico e l’ordine giuridico instaurato dal governo degli operai e contadini”. Espressioni vaghe che consentivano a quei regimi totalitari di punire, in nome del popolo, gli avversari politici. Il tutto nell’assenza di certezza giuridica e di leggi precostituite. Il contrario di quel che accade nelle democrazie liberali, dove vige il sacrosanto principio di legalità. Che la nostra Costituzione sancisce all’art.25, comma 2: “Nessuno può essere punito se non in forza di una legge che sia entrata in vigore prima del fatto commesso”. Quella legge che, secondo il vigente codice penale (art.1), deve espressamente prevedere il fatto come reato e stabilirne la relativa pena. Non sfugge a chi osserva i fatti in modo pacato e razionale che i giudici, in un ordinamento democratico, applicano la legge. Che, in quanto uomini, possono sbagliare, e talvolta lo fanno anche per quel protagonismo contro il quale si dovrebbero escogitare i necessari anticorpi. E questo vale anche per i giudici della corte Costituzionale, la cui designazione, troppo legata alla politica, andrebbe rivisitata. Ma in ogni caso le sentenze vanno rispettate, tenendo conto peraltro che il nostro sistema offre vari gradi di giudizio e diverse misure di garanzia. La piazza, “il popolo”, i talk show televisivi – specie in un sistema di comunicazione per lo meno “anomalo” (si consenta l’eufemismo) – possono diventare nemici di un dibattito democratico, che ha il suo luogo naturale nelle sedi istituzionali. Specie in un momento, come l’attuale, non sereno. I rischi di una deriva populista sono dietro l’angolo. Non vorremmo che il finale de “Il Caimano”, dove il presidente del Consiglio in manette rivendica la sua innocenza perché eletto dal popolo mentre la folla lo acclama e si scaglia contro i giudici, diventi un sinistro presagio. Per tante ragioni, speriamo resti finzione cinematografica.
SiciliaInformazioni, 08 ottobre 2009

Dopo il Lodo, la piazza

di Edmondo Berselli
È stata una sentenza durissima. E adesso Silvio Berlusconi è pronto a scatenare i suoi. Per continuare con ogni mezzo la sfida alle istituzioni
È stata una sentenza durissima, praticamente spietata. La nettissima bocciatura a cui la Corte costituzionale ha sottoposto il Lodo Alfano è la prima vera e grande sconfitta politica di Silvio Berlusconi. Al confronto, sbiadisce persino la caduta del suo governo nel 1994, dopo solo sette mesi. La sentenza della Consulta è stata motivata nitidamente in punto di diritto, e non è possibile attribuirle una intenzione strumentale o politica. Indica un riferimento all'articolo 3, cioè al principio di uguaglianza dei cittadini, oltreché una sciatta violazione dell'articolo 138 della Carta costituzionale, nel senso che una legge di quella portata implicava un iter di modificazione costituzionale, e non una legge ordinaria. Bocciatura senza appello, dunque. Tuttavia, anche se la politica è rimasta fuori dal palazzo della Consulta, gli effetti del verdetto sul Lodo configurano una situazione potenzialmente distruttiva per il premier e per l'alleanza di destra, e quindi colpi di coda a non finire. Verrebbe anzi da dire: chi è causa del suo mal pianga se stesso, oppure: chi semina vento raccoglie tempesta, dato che i vertici del centrodestra e lo staff di avvocati del Cavaliere hanno contribuito in modo addirittura stravagante a drammatizzare la decisione sulla legge Alfano. Per dire, ancora nel pomeriggio della sentenza, Umberto Bossi aveva minacciato di "trascinare il popolo" nelle piazze in caso di bocciatura del Lodo, esercitando una pressione inaudita sulla Corte. A sua volta la pancia del Pdl si scatenava nei blog e nei siti del centrodestra sostenendo più o meno che "quindici parrucconi non fermeranno il popolo". Ma l'aspetto più inquietante sul piano istituzionale era stata l'offensiva messa in campo dagli avvocati che sostenevano la causa di Berlusconi e dell'immunità per il premier e le principali cariche pubbliche: lasciamo pur perdere la posizione dell'avvocatura dello Stato, che aveva offerto motivazioni di puro realismo politico, preferendo nelle proprie argomentazioni le opportunità della politica spicciola, e favorevole al capo del governo, al rigore giuridico (anche questa è una sconfitta nella sconfitta, e una sostanziale scalfittura nella credibilità per quell'alto ufficio).
Ciò che invece è risultata sorprendente, fino ai limiti dell'incredibile, è stata la strategia di Niccolò Ghedini e Gaetano Pecorella, i due super professionisti che assistevano Berlusconi nell'affaire del Lodo. Ghedini e Pecorella hanno sostenuto che la Costituzione materiale aveva modificato, praticamente fino a travolgerla, la Costituzione formale. Ghedini si è spinto fino ad argomentare il sofisma secondo cui la legge è effettivamente uguale per tutti, ma può essere diseguale la sua applicazione, a seconda del soggetto che ne è coinvolto. Più ?ad personam? di così si muore. Con maggiore sofisticazione giuridica, ma con esiti virtualmente travolgenti per l'assetto istituzionale, Pecorella ha sostenuto che, in seguito alla legge elettorale universalmente conosciuta come ?Porcellum?, il premier viene "eletto " dal popolo, senza mediazioni parlamentari, e quindi la sua diventa una funzione apicale, superiore a quella degli altri ministri: il primo ministro diventa, secondo Pecorella, non più un "primus inter pares", bensì un "primus super pares", meritevole quindi di un trattamento particolare nell'ordinamento generale. La tesi era insostenibile, proprio in quanto investiva la natura e la fisionomia stesse della Repubblica, che resta di tipo parlamentare, in cui il premier deve ricevere l'incarico dal Quirinale, e raccogliere la fiducia in Parlamento. Ma il ?lodo Pecorella?, se possiamo chiamarlo così, rivelava l'intento di forzare i limiti e i confini dell'apparato costituzionale, ?sfondando? in modo plebiscitario l'impianto della Carta. Può essere proprio questa tesi a far inclinare il giudizio della Corte verso la bocciatura. E dovrebbe essere evidente che questa strategia preparava lo sfondo per il conflitto prossimo venturo. Perché è chiaro che Berlusconi e le sue truppe si stanno preparando alla guerra, e che la guerra comincerà immediatamente. Il Cavaliere è sotto attacco da parte della magistratura milanese, per il processo Mills (corruzione in atti giudiziari) e per i fondi neri nella compravendita di diritti cinematografici e tv; a Roma per il tentativo di acquisire il voto di alcuni senatori per far cadere il governo Prodi. Per la prima volta il premier rischia, soprattutto nel caso Mills, una condanna penale che potrebbe risultare devastante per la sua immagine, sul piano interno e sul piano internazionale. Che cosa farà quindi Berlusconi? A quanto si capisce, dopo avere dichiarato che nella Corte costituzionale "undici giudici sono di sinistra", è pronto ad andare ?à la guerre comme à la guerre? e a "sbugiardare " i suoi nemici. "Vado avanti": aveva già cominciato ad agitare i sondaggi di Euromedia, che gli assicurano un consenso mai visto, garantito dalla sua cappa mediatica.
E quindi il suo piano bellico è facilmente descrivibile. Un uomo solo, ricco, amato e odiato, ma unto dalla "doccia di schede elettorali" si sente in grado di sfidare istituzioni e convenzioni della Repubblica. È un progetto iper-populista, con modalità ed esiti virtualmente peronisti. Berlusconi è come sempre pronto a sfidare l'universo mondo, la sinistra, i comunisti, i magistrati rossi, la stampa di sinistra, la televisione che fa opposizione, senza curarsi minimamente dei danni pubblici che la sua azione può provocare. Va da sé, allora, che lo scenario che si presenta davanti ai cittadini è un panorama di rovine, potenzialmente catastrofico. Ridiventano fin troppo evocative le immagini finali del ?Caimano? di Nanni Moretti, con i fuochi appiccati dai supporter del protagonista. Certo non c'è da confondere la finzione con la realtà; ma per evitare sovrapposizioni disastrose fra i due livelli occorre una eccezionale saldezza degli apparati istituzionali e dell'establishment nazionale. Mentre sulla tenuta delle istituzioni si può nutrire una certa fiducia, visto che la stessa sentenza della Consulta testimonia positivamente in questo senso, e che comunque sull'ultimo Colle la presenza e la coerenza di Giorgio Napolitano offrono garanzie, il problema principale riguarda l'atteggiamento delle élite. In una condizione di paese normale, il premier si dimetterebbe e affronterebbe i processi che lo attendono. Sarebbe legittimo da parte sua cercare di mobilitare i suoi fan e tuffarsi nel grande gioco delle elezioni anticipate. Ma ci sono troppi vincoli, istituzionali e comportamentali, che coinvolgono il ruolo dei presidenti delle Camere e la funzione attiva del capo dello Stato. Tuttavia tocca soprattutto ai circuiti formali e informali del potere, a tutti i livelli, cercare di stabilizzare una situazione fortemente critica. Se l'establishment italiano accettasse di schierarsi secondo il modulo berlusconiano, dividendosi in modo cruento e sposando la causa dello scontro totale, si potrebbe anche chiudere bottega, in attesa della fine della bufera.Conviene augurarsi che per una volta la vischiosità del potere in Italia rappresenti un freno alla guerra civile ideologica che Silvio Berlusconi ha già dichiarato. Sembrerà stravagante appellarsi all'anima andreottiana o dorotea della nostra società; ma quando la situazione si colora di drammaticità è naturale aggrapparsi a tutto, anche alla prudenza e alle cautele che in passato hanno impedito un cambiamento fruttuoso. Qui e ora, probabilmente, c'è soltanto da provare a salvare un paese.
(L’Espresso, 08 ottobre 2009)

A tutela di tutti

«È una sentenza sorprendente», dice Alfano ministro di Giustizia. Sarà sorprendente per lui. Non per i milioni di italiani che ancora credono nella giustizia nonostante la provvisoria presenza di Alfano. Un ministro passa, la Costituzione resta. Questo ci dice la sentenza di ieri: tranquilli, la Costituzione resta. La legge è ancora uguale per tutti. Più di sessant'anni dopo è ancora a quei signori i cui volti sono ingialliti nelle foto che dobbiamo dire grazie: ai padri costituenti che avevano previsto tutto senza immaginare niente. Quella era politica. Saremo capaci, prima o dopo, di ritrovare l'umiltà, la ragionevolezza, la lungimiranza, la passione civile, l'amore per lo Stato dei nonni che hanno costruito la democrazia che oggi abitiamo violentandola come fosse una palestra di periferia, teatro di privati interessi e corporali bisogni? La nostra Costituzione è nata dalla Resistenza: è stata scritta per tutti, anche per quelli che alla Resistenza non hanno partecipato. Ieri come oggi.
«La Consulta è di sinistra», dice Berlusconi presidente del Consiglio. Bisogna avere pazienza, non paura né rabbia ma pazienza. Vede comunisti dappertutto. La Consulta non è di sinistra, è composta da giuristi che hanno a lungo esaminato le carte, a lungo hanno discusso e infine hanno democraticamente votato: nove contro sei. I soldi, il potere che ne deriva non comprano tutto. Anche questa è una buona notizia per il Paese intero, berlusconiani compresi: arriverà un giorno in cui non ci sarà più chi paga e anche loro dovranno ringraziare che le regole comuni siano state da altri conservate intatte.
«Porteremo il popolo in piazza», dice Bossi l'azionista di maggioranza del governo. Questo il vero pericolo. Che si voglia trasformare una battaglia per il rispetto delle regole in una guerra civile. Non c'è da scendere in piazza coi forconi, nessuno cada nel tranello. Non è questa una vittoria di nessuno contro alcuno. È un argine, una prova di equilibrio. È un passaggio solenne a tutela di tutti. Restiamo nel solco tracciato dai Padri. Esercitiamo la parola e il pensiero, facciamolo ancora, mettiamo in minoranza coi fatti, coi progetti, con la proposta politica chi cerca di trascinare il paese nella polvere e nel fango. Questa parola si è sentita ieri: guerra. Non siamo in guerra, invece. Siamo un grande paese capace di reagire con gli anticorpi della democrazia alla deriva e alla tentazione dispotica. Ritroviamo il desiderio di aver cura di noi stessi, non lasciamoci distrarre dalle ronde dai dialetti e dal colore, oggi verde, delle camicie. Abbiamo sconfitto quelle nere, il verde non può far spavento.Del povero Mavalà Ghedini («La Corte rinnega i suoi principi») non sarebbe da dire se non per compiangere un dipendente del Sovrano costretto a giocare quindici parti in commedia, un uomo di legge che rinnega lui sì il mandato del popolo in favore dell'interesse del suo principale. Un triste spettacolo. La Corte sta lavorando anche per lui, pazienza se gli risulta impossibile capirlo. Lo capiranno i suoi e i nostri figli, sarà scritto nei libri di storia. In prima pagina trovate un numero dell'Unità del '47. Conservate quello di oggi, servirà tra vent'anni.

sabato 3 ottobre 2009

La lunga agonia della SP Corleone-S. Cipirello!

di Cosmo Di Carlo
La lunga agonia della S:P:4 che collega Corleone con San Cipirrello. è terminata nei giorni scorsi dopo il violento nubifragio che ha completato l’opera di distruzione iniziata qualche tempo fa. E’ una strada che va chiusa, secondo quello che dicono coloro che ogni giorno la percorrono. Chiuderla è questo l’unico modo per metterla in sicurezza.
Dopo le feste della Provincia ora festeggiano le sospensioni delle decine di macchine dei pendolari che dai paesi dell’alto Belice tentano ogni giorno la lotteria per raggiungere la SS 624 che collega San Cipirrello con Palermo. Partendo da Corleone la strda si presenta con la carreggiata che in alcuni punti ha gradoni di oltre 30 centimetri, che costringono i guidatori a gimkane incredibili Cunette inesistenti, colme di terra e di erbacce. Il fango, che dopo i temporali della settimana scorsa ha invaso la carreggiata, non è stato rimosso e bastano così poche gocce per trasformare la strada in un viscido pantano che ricorda lontanamente le carretteras del sud america: sicuramente in migliore stato di percorribilità. . Deviazioni e pericoli vengono raramente segnalati. Inutile dare la colpa al personale di manutenzione della Provincia i cantonieri. E’ una strada su cui urgono interventi urgenti per cercare di recuperare un minimo di decente viabilità. L’Ufficio Tecnico della provincia, per parlare solo dell’ultima frana di contrada Pietralunga, non ha trovato di meglio in quel tratto, che ampliare con l’aggregante un tratto di curva che poi è stato asfaltato. Il guarda rail protegge solo l’asfalto in quanto da oltre un anno giace sulla carreggiata in desolante attesa di essere ricollocato... In caso di sbandamento consigliamo di rivolgersi ai santi protettori. Enormi i disagi per le aziende agricole della zona che hanno visto e vivono la difficoltà di trasportare granaglie ed uva ai centri di ammasso ed alle cantine. Con gravi danni ai mezzi agricoli ed alle merci trasportate Per ironia della sorte Avanti e soci hanno tempestato di spettacoli i paesi della zona per la festa della Provincia che stando a quello che si vede ha poco da festeggiare. L’ultimo spettacolo è stato degli Zero Assoluto a Corleone, che per quello che vedono gli automobilisti ogni giorno può bene adattarsi agli amministratori che avrebbero tra gli altri compiti anche quello di tutelare la viabilità e l’incolumità dei cittadini. Cìè chi si è già rivolto al Gabibbo o a striscia la notizia. Perché a quanto pare parlare con i responsabili oltre che difficoltoso appare poco serio.

giovedì 1 ottobre 2009

Il genitivo siculo, ovvero del nepotismo che corrode la democrazia...

di Agostino Spataro
Il nepotismo corrode la democrazia
In questa fase difficile per la democrazia la politica arranca. Soprattutto in Sicilia dove i partiti, invece di avviare un processo di rigenerazione politica e morale, continuano a dividersi al loro interno e ad esercitarsi in un nepotismo davvero inaudito che li sta trasformando in involucri vuoti dominati da clan familiari e d’altra natura. La misura cambia secondo il grado di moralità e il potere dei partiti e/o dei singoli esponenti. Le forze di governo sembrano più scatenate. Se non altro perché hanno più opportunità. Tuttavia, il problema è generale e bipartizan, con un’accentuazione nelle aree più marginali. Ma è presente anche in talune zone del lombardo - veneto dove persino i moralizzatori leghisti non disdegnano di favorire figli e nipoti. Insomma, il nepotismo sta divenendo un costume, anzi un malcostume, nazionale. Se ci soffermiamo sulla Sicilia è perché più c’interessa ed anche perché qui, storicamente, la tendenza è più diffusa, giacché trova alimento in una distorta concezione della famiglia i cui confini, in molti casi, coincidono con quelli dello Stato o dell’idea che dello Stato si ha. Oltre la famiglia c’è la terra di nessuno, il deserto dei tartari. Illuminanti, a tal proposito, le parole che Leonardo Sciascia (in “Il giorno della civetta”) mette in bocca al capitano Bellodi: “La famiglia è lo Stato del siciliano…Dentro la famiglia, il siciliano valica il confine della propria naturale e tragica solitudine e si adatta, in una sofisticata contrattualità di rapporti, alla convivenza”. Grosso modo, siamo fermi lì. Senza dimenticare che in questi aspri luoghi fiorisce un’altra specie di “famiglia”, più tetra e spietata. Perciò, il progresso e il diritto stentano ad affermarsi mentre i doveri diventano opzioni o variabili indipendenti d'illesa impunità. Ovviamente, è la politica a risentire maggiormente di questo (mal) costume, anzi in molti casi lo induce. Perciò, è poco credibile e sta perdendo il suo primato nel governo della società.

Un (mal)costume diffuso in tutti i settori sociali
La politica riflette orientamenti e vizi già esistenti che invece di combattere adotta.
Tuttavia, la tendenza è forte anche in altri campi: dall’economia alle professioni, dall’informazione all’amministrazione, dalle università alla sanità, ecc. Il modello è la promozione del congiunto. Il titolo richiesto è il grado di parentela: figlio, moglie, fratello, nipote, zio, cognato di... Altro che concorsi, come vuole la Costituzione! Per aprire le porte del potere basta questa specie di genitivo siculo, calabro o anche brianzolo che, come nella sintassi, connota il nome cui si riferisce come soggetto di specificazione e pertanto evidenzia il limite del beneficiato che senza quel “di” non potrebbe avere accesso al beneficio. Insomma, si è creata una grave devianza che la politica deve correggere se vuole riacquistare il ruolo primario che le compete e recuperare la fiducia dei cittadini che, in questa fase, ha toccato il minimo storico. Si ripropone, cioè, un antico dilemma: o il sistema politico è capace di auto-riformarsi oppure è destinato ad essere travolto. l nepotismo, infatti, al pari della corruzione e dell’inefficienza, è una delle principali cause del degrado, del malgoverno e dell’infiacchimento della democrazia.

Il Parlamento nominato dall’alto e non più eletto dai cittadini
I nomi, gli esempi (talvolta disastrosi) sono sotto gli occhi di tutti. Basta cercarli. Li troverete anche nei posti, pardon nelle famiglie, più rispettabili. Molti nella pagine gialle e nelle varie liste di candidati. Ovviamente, non tutti i promossi sono figli di... Tuttavia, la lista di figli, mogli, fratelli, zii e di parenti, anche acquisiti, di questo o di quell’altro esponente si allunga sempre di più. Specie dopo l’approvazione della legge elettorale nazionale (“porcata” l’ha definita il ministro leghista proponente) che, di fatto, consente ai vertici dei partiti di nominare i membri di Camera e Senato. Da qui la gran parte degli abusi, l’infiltrazione delle più alte Assisi di parenti, amanti e concubine, di amici e di amici degli amici. Mancano solo i nonni. Ma di questo passo, chissà!
Tutto per colpa di quel genitivo che, oltre a creare un grave problema morale, intacca la qualità delle istituzioni e della stessa democrazia e quindi l’efficienza e l’equità dell’amministrazione.
Ripeto la tendenza non riguarda soltanto la politica, ma l’intero panorama delle attività pubbliche, e perfino private, dove se non sei figlio di qualcuno non hai diritto d’accesso.

Verso una società dell’esclusione
Il fenomeno è, dunque, ampio e mette in discussione il principio costituzionale dell’eguaglianza dei cittadini. Quali possibilità ha uno che non è figlio o parente di un esponente politico, di un barone universitario, di un ricco professionista? Quasi nessuna. Egli è un escluso, un paria. Figlio di un dio minore, è destinato all’emigrazione o ai lavori più umili e precari. O alla disoccupazione a vita. A causa del nepotismo diffuso, si sta creando una società di caste (non solo politica, caro signor Stella) che esclude, invece che includere. O se preferite, include soltanto gli appartenenti alle caste, i super raccomandati, i lottizzati. Le cronache si occupano degli inclusi, quasi mai degli esclusi, del destino che attende una massa enorme di persone, soprattutto giovani, vittime della prevaricazione. Che fine fanno, dunque, gli esclusi? La gran parte di loro subiscono e, rassegnati, aspettano il loro turno. Chissà? Prima o poi arriverà la chiamata. La restante parte s’indigna, ma si ritrova sola e impotente contro questo muro di gomma. E così decide di fuggire da questa terra ingrata che premia i peggiori ed espelle i suoi figli migliori. Si, perché, in genere, gli esclusi sono i migliori, i più volenterosi, i più intelligenti. Senza offesa per gli inclusi. Ovviamente la “terra” non c’entra nulla. Anzi, la Sicilia è bellissima, magnanima, purtroppo anche con i furbi e i prepotenti.
Sono gli uomini, avidi di potere e di denaro, che l’hanno resa ingiusta, inospitale per i giusti e per gli onesti.

Dove vanno gli esclusi?
Soprattutto, al centro-nord, in aree per altro segnate da fobie separatiste e razziste. La Sicilia e il Mezzogiorno perdono così le loro braccia migliori e le energie intellettuali vitali, a favore delle regioni del nord che, gratuitamente, si appropriano di un patrimonio inestimabile costato sacrifici e risorse finanziarie alle comunità meridionali. Chi ripaga le famiglie, le regioni meridionali di questa perdita? Una volta si sperava nella solidarietà nazionale. Oggi va di moda il federalismo egoistico che accentuerà le differenze fra nord e sud e metterà a dura prova l’unità del Paese. A parte tutto ciò, questi trasferimenti riproducono la vecchia, fallimentare (per il sud) bipartizione del modello di sviluppo italiano che assegna al Nord il ruolo trainante di area di produzione e di concentrazione del capitale finanziario mentre al Sud quello di area di consumo e di rifornimento di manodopera. Insomma, a 150 anni dall’Unità d’Italia e il meccanismo è rimasto sostanzialmente immutato: da Cavour a Berlusconi. Chi fugge contribuisce, senza volerlo, a perpetuare questo meccanismo e lascia le mani libere alle forze dominanti meridionali che avranno un potenziale oppositore in meno e potranno continuare ad escludere altri che verranno. Così, il cerchio si chiude, perfettamente, strangolando questo nostro Mezzogiorno senza lavoro e senza libertà.

Abolire il genitivo, almeno in politica
Tutto ciò è inaccettabile. Bisogna invertire la tendenza generale dello sviluppo e liquidare il perverso meccanismo del nepotismo, della raccomandazione, della discriminazione arbitraria. Non ci sono alibi, per nessuno. I partiti devono dare l’esempio, spezzando per primi questa catena. Se c’è la volontà politica, si può fare. Cominciando con una modifica della legge elettorale per introdurre almeno una preferenza, approvando un regime più restrittivo d’ineleggibilità e d’incompatibilità e codici di comportamento interni che vietino la promozione e/o la candidatura di persone aventi rapporti di parentela con politici e esponenti di governi, anche locali. Pena la revoca del finanziamento pubblico. Si obietterà che non si può essere penalizzati perché parenti di esponenti politici. A parte che si tratterebbe di scelte volontarie, di opportunità, dico che, vista la situazione, il politico deve fare qualche rinuncia, qualche passo indietro. Cominciando col tenere i congiunti lontani dai posti di responsabilità e dalle aree di privilegio. Certo, è giusto che le colpe dei padri non debbano ricadere sui figli, ma nemmeno i meriti e soprattutto i lasciti elettorali. Per evitare tali ricadute, sarebbe il caso di abolire il genitivo. Almeno in politica.
Agostino Spataro
30 settembre 2009

Scalfari e Baaria. La memoria del passato e la speranza del futuro

Dopo aver assistito all’anteprima di “Baarìa” che Giuseppe Tornatore ha fatto proiettare in esclusiva per i suoi concittadini, Francesco Merlo ha concluso il suo articolo facendo parlare Nina Campo, una signora di Bagheria che gli ha fatto da guida nella città di oggi e nei ricordi di quella di settant’anni fa. Voglio qui riportare quelle parole perché hanno un senso estremamente attuale: “Vorrei che partisse da Bagheria una lotta di liberazione della memoria. Basta con c’era una volta. Sa Dio quanto la Sicilia ha bisogno di cambiare tempo alle favole: ci sarà una volta”.Solo per la Sicilia? O per tutta l’Italia dalla punta e dal tacco dello Stivale fino all’arco delle Alpi? In un libro appena uscito che si intitola “Autobiografia di una Repubblica” lo storico Guido Crainz si chiede e ci chiede: “Che cos’è una patria se non un ambiente culturale, cioè conoscere e capire le cose?” e racconta come e perché l’Italia sia percorsa da un fiume carsico sotterraneo che nell’arco degli anni erompe alla superficie con il suo carico di demagogia, qualunquismo, populismo, vittimismo; un carico fangoso, gonfio di detriti e di frustrazioni, di ribellismo e di conformismo, di anarchia e di passiva obbedienza. Un fiume carsico così denso e mefitico esiste in tutti i paesi d’Europa e d’America e alimenta minoranze xenofobe e antagoniste collocate ai bordi delle istituzioni. Ma la triste particolarità nostra consiste nel fatto che qui da noi quel fiume quando emerge esonda coinvolgendo ampi settori sociali e occupando le istituzioni. Fa parte della storia nazionale e del suo costume. Quando eventi del genere si producono è un grave errore giudicarli incidenti di percorso. E se la nostra democrazia è fragile, se da noi il senso dello Stato è un sentimento larvale, se il rapporto tra la politica e l’affarismo, se le mafie, se le clientele, se la cultura, se gli intellettuali, se la libertà di stampa, se se se…; ebbene tutto ciò ha una spiegazione. Bisogna cercarla questa spiegazione e raccontarla affinché, come ha scritto Crainz, la parola patria acquisti finalmente un senso e la parola democrazia non si riduca ad una giaculatoria sulle labbra dei mascalzoni. Qualche segnale che dà speranza ha cominciato a manifestarsi. Parlo di segnali culturali perché credo anch’io che un paese devastato non possa avere riscatto se non ricostruisce la memoria del suo passato per poter intravvedere il futuro. Lotta di liberazione della memoria l’ha definita Nina Campo da Bagheria. Cominciamola dunque questa lotta e non allentiamo l’impegno fino a quando non avremo ripulito il fango e il loto che ha imbrattato l’animo delle persone e le strutture della nazione e dello Stato.
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I segnali provengono da tre eventi che possono sembrare a tutta prima di modesta portata: un film, un romanzo, un saggio. Il film è appunto quello di Tornatore, il romanzo si intitola “Noi” e l’ha scritto Walter Veltroni, il saggio è un libro-intervista di Alberto Asor Rosa ed ha per titolo “Il grande silenzio degli intellettuali”. Sono stati recensiti dai giornali e circolano nelle librerie e nelle sale cinematografiche. “Baarìa” insieme ad altri quattro film è sotto esame per la candidatura alle “nomination” degli Oscar. Non ho quindi alcun bisogno di esaminare l’estetica di questi tre prodotti artistici e letterari e infatti non è questo che mi sono proposto di fare. Desidero invece capire il nesso che esiste tra di loro, l’impulso che ha mosso i loro autori, il significato della loro simultaneità. Sono stati prodotti tutti e tre nei mesi scorsi e sono stati messi in questi giorni a disposizione del pubblico. Coprono tutti e tre un arco di tempo che va dagli anni Trenta del Novecento ad oggi. Esaminano il percorso di tre generazioni da tre diverse angolazioni sociali. Tornatore rappresenta la saga d’una famiglia e di un ambiente di braccianti, piccoli artigiani, lavoratori senza prospettive di futuro. Veltroni un’altra saga familiare di piccolissima borghesia. Asor Rosa la società dei colti, degli intellettuali e del loro rapporto con la politica. Abbiamo dunque contemporaneamente sotto gli occhi una società sezionata su tre diversi livelli che nel loro insieme producono una sorta di risonanza magnetica e fanno emergere i vizi le virtù e la forza di quel corpo sociale nel suo insieme. Vedremo in che modo e con quali esiti.
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I pastori, i contadini e i poveri (sono tutti poveri e poverissimi) di Baarìa sono in stato di schiavitù, non solo degli agrari, dei fascisti e dei mafiosi, ma dei costumi del luogo e dell’epoca. Le donne in particolare. E i bambini. Così li racconta Tornatore e così erano nella realtà. Chi ha avuto dimestichezza con i contadini del Sud conosce quella realtà che non era soltanto siciliana, era la stessa nelle Calabrie, in Basilicata, nelle Puglie. Le malattie, la fame, la promiscuità, gli incesti, i tuguri, gli aborti delle mammane, i vermi nella pancia, il tracoma. I funerali con le nenie e i graffi sulle guance delle donne salmodianti, le processioni e l’attesa dei miracoli. I rapimenti delle ragazze e i matrimoni riparatori. Durò fino alla guerra e oltre. Poi cominciò la grande fiumana dell’emigrazione. I giovani del Sud emigrarono in massa, l’Italia contadina diventò industriale, 5 milioni di ventenni spezzarono le radici che li legavano al Sud e scoprirono di esser cittadini titolari di diritti. Ma molti l’avevano già scoperto nelle loro terre d’origine rispondendo al richiamo del sindacato e del Partito comunista. Tornatore racconta questa lotta di liberazione, nella quale caddero sotto i colpi della mafia decine e decine di sindacalisti e di dirigenti del partito. C’è una scena del film in cui il protagonista racconta ad un giornalista come e dove avvennero queste mattanze che hanno costellato la storia di quegli anni. Il film si chiude con la nuova Bagheria diventata una città “da bere” intasata di automobili e fitta di negozi firmati sull’esempio di Milano, di Roma e di tutto il mondo del consumismo. L’ultimo fotogramma è un poetico flash su un passato miserabile ma riscattato da una dignità che ormai, così racconta Tornatore, sembra un avanzo in disuso. Sono stato all’anteprima dedicata a Giorgio Napolitano. La sala era gremita e gli onori di casa li facevano i dirigenti di Medusa e di Mediaset com’era giusto che fosse perché il film l’hanno prodotto loro. E chi altri avrebbe potuto in Italia? Un film di sinistra senza ammiccamenti. Entrando ho visto al mio fianco Pippo Baudo. Mi ha detto: “C’è il regime al completo”. Era vero, ma quando il regime è costretto ad applaudire il talento culturale di chi gli si oppone, vuol dire che qualche cosa si sta muovendo.
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Il romanzo di Veltroni si muove sullo stesso piano del film di Tornatore, la trama copre lo stesso arco di tempo e scandisce l’evoluzione della società del bisogno e dei doveri a quella del benessere e dei diritti, fino all’ultima svolta e all’ultima metamorfosi in un consumismo stordito e schiacciato sull’attimo fuggente, senza più storia né progetto. Nel romanzo c’è un elemento in più rispetto al film: la persecuzione contro gli ebrei nell’epoca del nazifascimo e la sostanziale indifferenza degli italiani. Noi – questo è il titolo – non è un’operazione politica travestita da romanzo, ma un romanzo con un fondo morale, come sono tutti i romanzi veri. Un fondo morale non indicato in forma didascalica ma vissuto attraverso le avventure e i sentimenti dei personaggi, i loro conflitti, i loro affetti, la loro discendenza, i loro successi e le loro sconfitte. La voglia dell’autore è quella di raccontare una vicenda collettiva attraverso una saga familiare. Il finale registra una società appiattita e ipnotizzata dentro alla quale cominciano a serpeggiare brividi e bagliori di speranza.
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Asor Rosa, intervistato da Simonetta Fiori, racconta il grande silenzio dei colti e una politica diventata spettrale da quando non ha più vissuto nella luce della cultura. Il racconto ha la forma di una testimonianza in gran parte autobiografica e questo è il suo pregio perché Asor Rosa non ha la pretesa di mettersi fuori o addirittura al di sopra della mischia. Lui nella mischia c’è stato a partire da quando si iscrisse al Pci e ne condivise criticamente gli errori e le virtù. Storicizza la vicenda vissuta dal partito, che abbandonò nel 1956 per poi rientrarvi nella fase berlusconiana. Storicizza non per giustificare gli errori del partito e i suoi, ma per spiegare perché furono commessi. Per capire, arrivando alla conclusione d’una decadenza culturale che ha messo il nostro paese fuori dalla modernità.Vede lucidamente il fiume carsico che scorre limaccioso nelle vene della società italiana e gli esiti che comporta ogni volta che emerge dal sottosuolo e identifica la debolezza degli argini con la presenza di quei colti che Prezzolini chiamò “apoti”. Prezzolini fu la figura più rappresentativa degli “apoti”, quelli che si mettono appunto fuori e al di sopra della mischia in una posizione solo apparentemente neutrale che in realtà si risolve in un fiancheggiamento delle pulsioni disgreganti e anarchiche del carattere italiano. La diagnosi è simile a quelle di Tornatore e di Veltroni. Manca anche in lui, nella sua testimonianza, una terapia e la ragione di questa mancanza è chiara: la sola terapia possibile sta nella diagnosi. Di lì bisogna partire; un compito che non spetta ad una persona, ad un leader mandato da una improbabile Provvidenza, ma spetta ad un popolo che decida di riappropriarsi della sua sovranità come deve avvenire nei tempi di decadenza e di crisi. Un film, un romanzo, un saggio, animati tutti e tre dalla necessità di recuperare la memoria delle cadute e dei rinascimenti. Liberazione della memoria, questo è il loro pregio e per questo li ho qui segnalati.
repubblica.it

E' morta Giuseppina Zacco, vedova di Pio La Torre

È morta Giuseppina Zacco La Torre, a Roma, 82 anni, vedova di Pio segretario regionale del Pci siciliano, ucciso dalla mafia il 30 aprile dell'82. Fu anche deputata regionale negli anni novanta. «Una donna fiera e coraggiosa che ha condiviso la passione politica e civile di Pio La Torre, accompagnandone con amore e dedizione ogni scelta di vita e tenendone viva la memoria e l'eredità morale», ha detto Piero Fassino. Profondo cordoglio espresso anche da Walter Veltroni: «Giuseppina La Torre era una donna straordinaria. Ora che se n'è andata, chi come me ha avuto l'onore di conoscerla non può che ricordarla per la sua umanità e per il suo coraggio, per quella capacità di tenere viva la memoria di Pio, di proseguire le battaglie civili facendo vivere quei valori e gli ideali che appartenevano a tutti e due e che avevano trasmesso ai loro figli. Giuseppina è stata una donna forte e serena, sì serena, malgrado le durissime prove cui era stata sottoposta». « Il dolore per la terribile uccisione di Pio La Torre da parte della mafia - prosegue - l'aveva segnata ma non piegata perchè convinta di essere dalla parte giusta e per le sue idee si batteva. Mi tornano in mente molti ricordi di Giuseppina, tra i più recenti una giornata particolare vissuta in Campidoglio o di quando intitolammo una strada a Pio fino a un recente - non è ancora passato un anno - viaggio a Comiso per impedire che l'amministrazione di destra cancellasse il nome di La Torre dall'aeroporto della città. Ogni volta - conclude Veltroni - mi capitava di rimanere sorpreso davanti a lei, ai suoi figli alla loro trasparente e coinvolgente forza d'animo».
Il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, appresa con commozione la triste notizia dell'improvvisa scomparsa di Giuseppina Zacco La Torre, in un messaggio ai figli Filippo e Franco ricorda ''la passione civile con cui, dopo il feroce assassinio di Pio, seppe continuare la sua battaglia contro la mafia, per la legalita' e il progresso sociale e civile della Sicilia. Ne sono testimonianza la sua incisiva presenza nell'Assemblea regionale siciliana e l'impegno tenace nel movimento di lotta alla criminalita' organizzata''.
"Apprendiamo la notizia dalla famiglia", dicono i soci della coop "Pio La Torre". Questa mattina si è spenta serenamente Giuseppina Zacco La Torre vedova di Pio La Torre segretario regionale del Pci siciliano ucciso dalla mafia il 30 Aprile 1982. Grazie alla legge che prese il suo nome oggi giovani di molte regioni d’ Italia riuniti in cooperative gestiscono beni confiscati alle mafie producendo una nuova ricchezza che ha il sapore del riscatto sociale, della libertà e del lavoro. La Sig. La Torre è stata sin da subito vicina alla nostra cooperativa che abbiamo voluto intitolare proprio a Pio La Torre. Conserviamo vivo il ricordo e l’onore che ci ha fatto conoscerla di persona, di quando ci ha raccontato con semplicità e forza delle battaglie fatte in Sicilia per l’occupazione delle terre e della sua attività politica in questa terra e di tutti i momenti in cui è stata presente come moglie, come madre e come donna impegnata politicamente.Ha mantenuto vivo in tutti e soprattutto in noi giovani il ricordo del marito e degli ideali chiari di giustizia per i quali si batteva; il suo ricordo accanto a quello del marito resterà vivo nell’impegno che i tanti giovani continueranno a mettere per cambiare questo paese perché c'è lo ha dimostrato chiaramente con il suo impegno vissuto , prima ancora che con le parole. Tutti i soci della “Pio La Torre – Libera Terra di San Giuseppe Jato (Pa) sono accanto alla famiglia, al figlio Filippo e Franco La Torre".

Caso De Mauro. Un testimone: "Il fascicolo dell'inchiesta anni fa fu manomesso"

La misteriosa scomparsa di appunti, rapporti investigativi e nastri con intercettazioni telefoniche dagli atti del fascicolo sull'uccisione del cronista Mauro De Mauro, è stata al centro della deposizione del sottufficiale dei carabinieri Enrico Guastini, salito sul banco dei testi davanti ai giudici di Palermo che, per la morte del giornalista, processano il boss Totò Riina. Il testimone, che negli anni '90 coordino' la seconda inchiesta della Procura di Pavia sulla morte dell'ex presidente dell'Eni Enrico Mattei, ha parlato di vera e propria "manomissione" del fascicolo. In sostanza dalle carte del procedimento dei pm siciliani sul caso De Mauro mancherebbero una serie di atti che avrebbero potuto ricollegare Amintore Fanfani, Eugenio Cefis, ex presidente dell'Eni, e l'avvocato siciliano Vito Guarrasi alla morte di Mattei. Il testimone scoprì che il fascicolo era stato saccheggiato quando, nel '94, senti' i magistrati palermitani Ugo Saito e Mario Fratantonio che avevano indagato sulla scomparsa del giornalista. Entrambi gli riferirono che nel corso dell'indagine erano emersi dati interessanti per l'inchiesta Mattei (De Mauro, prima della scomparsa, fece ricerche sulla vicenda per conto del regista Franco Rosi n.d.r.) e che, proprio per questo, una serie di atti erano stati trasmessi agli inquirenti di Pavia titolari dell'indagine. Ma alla procura Lombarda non sarebbe giunto mai nulla. Tutte le carte mancanti inoltre - a dire del teste - avrebbero potuto stabilire un collegamento tra la morte di Mattei e l'ex politico Dc, Guarrasi e Cefis. In particolare dagli atti del fascicolo sarebbero sparite informative e bobine con le intercettazioni di conversazioni del commercialista Nino Buttafuoco, inizialmente coinvolto nell'inchiesta De Mauro. Ma non solo: già nell'immediatezza dell'indagine, condotta a Palermo, gli inquirenti avrebbero accertato la mancanza di un foglio scritto dal cronista sulla vicenda Mattei nel quale si sarebbe fatto il nome di Guarrasi. Dal cassetto della scrivania del giornale del cronista, inoltre, sarebbero stati presi una serie di appunti, alcuni dei quali poi rimessi al loro posto, altri mai trovati. Il testimone non è stato in grado di dire quando il materiale, che sarebbe dovuto arrivare a Pavia, sia stato sottratto. Gli inquirenti lombardi se ne sono accorti solo nel '94 quando su indicazione dei magistrati di Palermo, certi di avere inviato le carte ai colleghi, sono andati a fare dei controlli. Dgli atti della procura era stato eliminato anche il provvedimento di stralcio: l'atto con cui i pm siciliani disponevano la trasmissione dei documenti. Al processo hanno poi deposto due funzionari degli ex Sismi e Sisde. L'audizione si è svolta a porte chiuse per tutelare l'identità dei testi.