domenica 13 settembre 2009

Il presidente della Regione Lombardo riforma gli Ato e azzera i termovalorizzatori con un atto amministrativo. "La situazione è critica"

di Tony Zermo
All'indomani del colpo di mano sugli Ato e sui termovalorizzatori Raffaele Lombardo spiega il perché. Era una situazione ingarbugliata che non si riusciva a sciogliere. Lombardo si sarà ricordato dell'inestricabile nodo gordiano che Alessandro Magno spezzò con un colpo di spada e ha fatto lo stesso: ha firmato il decreto sulla riforma degli Ato e ha risolto il contratto per i 4 termovalorizzatori.
«Ieri, spirato il termine per la seconda gara dei termovalorizzatori, abbiamo rimesso all'autonoma scelta dell'Agenzia per i rifiuti il mandato di sciogliere il rapporto con le imprese, tenuto anche conto che la sentenza della Corte europea che ha annullato la prima gara può anche prevedere la nullità delle azioni compiute a valle. Non potevamo aspettare ancora e farci prendere per il naso. Chiaramente questo comporta una svolta. Quanto agli Ato non sarà sfuggito che le emergenze che stavano scoppiando alla vigilia dell'estate, soprattutto per ragioni di carattere finanziario - specie in alcuni Ato più fragili, pensate Enna, pensate quello dei paesi etnei, la Simeto - le abbiamo fronteggiate con delle anticipazioni ai Comuni. Ora gradualmente il sistema sta tornando ad organizzarsi al meglio. Come sapete abbiamo trovato una condizione di un servizio che costava più che in ogni altra Regione d'Italia, sia perché molti tributi non sono stati pagati, ma anche perché in parecchi Ato c'è stata una crescita eccessiva del costo. Questo è stato dovuto al fatto che gli enti locali attraverso il sistema vigente si erano deresponsabilizzati . Sapete che qualche sindaco alla vigilia di rinnovi elettorali non s'è fatto mancare niente, non dico incitando a non pagare, ma quasi».
In sostanza gli Ato come saranno ristrutturati per decreto?
«Abbiamo atteso inutilmente che l'Assemblea provvedesse in via legislativa. Abbiamo dovuto assistere ad atteggiamenti ostruzionistici da parte di qualcuno che certo non fa gli interessi dei siciliani, così abbiamo dovuto intervenire per via amministrativa. Ricorderete che avevo già disegnato una struttura a 9 Ato, uno per ogni provincia, e il decimo per le isole minori. Mi fu chiesto di revocare questo provvedimento e di presentare un articolato disegno di legge in Assemblea. S'è perso troppo tempo e al di là delle polemiche ieri abbiamo adottato il provvedimento che porta a 9 più uno gli Ato. Per la verità l'Ato isole dev'essere accettato dai consigli comunali: se non viene accettato le isole confluiscono nelle province di appartenenza perché è stato osservato che forse un'unica amministrazione che si occupa di Linosa e di Salina avrebbe vita complicata. E quindi: o 9 più uno, oppure solo 9. Ma poi la cosa più importante è che ad occuparsi a costo zero degli Ato siano i sindaci che provvederanno sia al sistema della raccolta che all'esazione della tariffa. Questo dovrebbe portare al riassorbimento del debito. Tamponiamo e recuperiamo».
E per i termovalorizzatori?
«Resta la nostra facoltà, finalmente, di contrattare liberamente anche con le stesse imprese. Debbo dire che i partner locali, quelli di Siracusa e Agrigento, si sono detti disponibili a garantire il funzionamento dello smaltimento, senza aggravio della spesa, questo perché non siamo più vincolati più al piano dei termovalorizzatori che per essere chiari venivano costruiti con una tecnologia superata di 7-8 anni fa e che erano pensati per 2 milioni e mezzo di tonnellate. Vuol dire che avremmo dovuto bruciare tutti i rifiuti consumati, senza un grammo di differenziata, oppure pagare vuoto per pieno, oppure dover importare rifiuti. Avremmo consolidato quell'idea di Sicilia pattumiera d'Europa. Ma siccome non vedo perché noi non dobbiamo produrre la stessa differenziata della Lombardia o del Veneto, dobbiamo lavorare sulla differenziata perché vuol dire industrie che riutilizzano il vetro come la plastica come la carta e questo vuol dire lavoro, oltre che ricchezza e riduzione dei costi. E' bene che i cittadini sappiano che questo atteggiamento non è solo virtuoso perché è bello, ma è bello anche perché produce utili e risparmi notevolissimi». Intanto il presidente dell'Agenzia regionale rifiuti, Felice Crosta, ha inviato alle imprese la notifica dello scioglimento dei contratti.
Sbaglio o si prevede un termovalorizzatore per ogni provincia così come ci sarà un Ato per ogni provincia?
«Il discorso è aperto, sarà chiuso in un tempo non lungo con una discussione aperta e trasparente. Troveremo la soluzione che costa meno: convenienza e sicurezza. Con la certezza matematica che potremo affrontare la materia in maniera efficace. Abbiamo determinato una svolta, svincolandoci da un incatenamento che purtroppo ci portava ad affrontare costi altissimi e ad avere probabilmente un sistema superato».
Tornando ai 9 Ato, chi li gestirà?
«I sindaci, che saranno i più attenti esecutori del piano. Esempio: in provincia di Catania ci sono 58 sindaci, tra di loro ne sceglieranno tre che resteranno in carica per tre anni. E tra questi tre sarà scelto il presidente» (ma al Nord ogni Ato ha anche un manager uscito dalla Bocconi, ndr). Saranno i sindaci i responsabili del servizio e del pagamento della tariffa da parte dei loro cittadini».
Chi paga il miliardo di debiti degli Ato?
«Da ora in poi noi riteniamo che questo nuovo sistema porti intanto gli Ato al pareggio da domani in poi. Se noi troviamo una copertura finanziaria - e ci sono banche che si sono dichiarate disponibili - si dovrà poi intervenire sui cittadini che non hanno pagato. Il discorso è avere 500 dipendenti e quindi tariffe insopportabili, un discorso è invece quando ci sono intere città dove non si è pagato quasi niente. Nessuno perderà il posto, vedremo come utilizzare il personale in esubero. Non abbiamo licenziato nessuno nemmeno nella Sanità o nel precariato della Forestale (piccola parentesi: mi pare che gli incendi siano diminuiti dell'80%). Una cosa però abbiamo fatto: il blocco assoluto delle assunzioni che è diventato legge. Per i rifiuti dobbiamo esportare il modello dell'Ato virtuoso come quello di Caltagirone almeno in tutta la provincia, lì c'è un sistema di compostaggio che produce utili. Stiamo dimostrando di essere la Regione più virtuosa del Mezzogiorno».
Come si fa a risarcire i 329 milioni a chi ha vinto la gara dei termovalorizzatori poi annullata? Cadranno sulla responsabilità dell'Azienda rifiuti, cioè l'Arra presieduta da Felice Crosta?
«Assolutamente no. Con qualche disappunto che si è determinato e con qualche conseguenza politica che c'è stata rispetto al nostro governo - e ribadisco il concetto - è stata una scelta precisa nell'interesse della Regione. Era previsto che se anche la seconda gara fosse andata deserta, come è andata deserta, automaticamente la Regione si sarebbe accollato questo danno di 329 milioni di euro, che poi era la somma delle presunte spese fatte per i quattro termovalorizzatori. Questo non avverrà. Noi con questo atto deliberativo abbiamo disinnescato l'automaticità del rimborso. Ha determinato delle reazioni dure, forti non tanto da parte delle società di respiro nazionale, quanto da parte di qualche partner occulto che circola dalle parti della nostra terra e che trova eco anche su qualche giornale. Certo si apre un contenzioso, ma questa volta discutiamo con le mani libere, si tratta: vuoi continuare? Quanti me ne fai? Quanto costano? Due su tre partner locali che poi fanno servizi sul territorio mi hanno dichiarato la disponibilità, si tratta di imprenditori di ottimo livello, come Catanzaro di Agrigento, che vive scortato e certamente dal punto di vista dell'integrità è di assoluta affidabilità. Nel settore fondamentale dei rifiuti siamo entrati in una nuova fase».
La Sicilia, 13.09.2009

mercoledì 9 settembre 2009

L'impegno della Consulta giovanile di Corleone

di FABIO LO CASCIO
L’estate 2009 per la Consulta Giovanile del Comune di Corleone è stata il nostro primo vero banco di prova, e penso, visti i risultati di partecipazione e gradimento ottenuti, che sia stato un vero successo. Le attività realizzate durante il corso dell’intera estate sono state molteplici. Si è cominciato nelle giornate del 3, 4 e 5 agosto in cui la Consulta ha partecipato ai campi di lavoro sui terreni confiscati alla mafia assieme ai giovani provenienti dalla Toscana; il 9 agosto poi è stata la volta della I caccia al tesoro che ha visto la partecipazione di ben 8 squadre e il coinvolgimento di circa 75 giovani corleonesi; il 16 agosto noi la Consulta abbiamo risposto con grande piacere all’invito rivoltoci dall’ufficio del garante del disabile che ha organizzato la giornata aperta alle diverse abilità lasciando in ogni persona una traccia indelebile sul significato dell’uguaglianza con i diversamente abili; il 23 agosto si è svolta I’estemporanea di pittura dal tema “La Sicilianità” che ha visto la partecipazione di 8 artisti locali e non che si sono cimentati nella realizzazione di opere all’interno della villa comunale; sempre il 23 agosto è stato realizzato il I concorso fotografico con 38 foto, sulla stessa tematica dell’estemporanea, che sono state messe in mostra per essere poi giudicate da una giuria popolare di ben 360 persone; altro impegno dell’estate 2009 è stato il torneo di tennis che ha coinvolto 10 partecipanti i quali si sono affrontati presso il campo comunale di Contrada Santa Lucia; in ultimo le serate del Corleone Music Awards del 27 e 28 agosto durante le quali si sono esibiti 15 tra gruppi musicali e singoli provenienti sia da Corleone che dai comuni limitrofi. La consulta ha cercato di essere presente a Corleone realizzando attività di carattere ludico, artistico e sportivo, che riescano a mettere in luce le doti dei giovani corleonesi. Anche se l'organizzazione ha richiesto un sforzo immane, oggi siamo contenti di essere riusciti a creare qualcosa per Corleone, un grazie va a tutti i membri ufficiali e a tutti i collaboratori che si sono impegnati nella buona riuscita di quanto fatto, dando dimostrazione che spendere il proprio tempo libero a favore di Corleone e dei corleonesi può servire a movimentare e far crescere in tutti i sensi la nostra città. Speriamo che tutto questo serva da molla a far svegliare dentro ognuno di noi uno spirito propositivo e di impegno verso Corleone e verso gli altri, vi aspettiamo fisicamente per collaborare con la Consulta e mentalmente per apportare delle idee da realizzare tutti insieme.
Fabio Lo Cascio

lunedì 7 settembre 2009

“Mafia. Di padrini, pizzerie e falsi sacerdoti”. Il libro di Petra Reski che in Italia non trova editori

Intervista alla giornalista tedesca in Italia. Cosa non conosciamo della “ndrangheta” esportata in Germania Petra Reski è una giornalista del settimanale tedesco Die Zeit. Ha scritto il libro: “Mafia. Von Paten, pizzerien und falschen priestern”. Il titolo in italiano sarebbe: “Mafia. Di padrini, pizzerie e falsi sacerdoti”. Sarebbe perchè il libro, tradotto in molte lingue, finora non ha trovato editori italiani. Petra descrive l'inarrestabile penetrazione delle mafie italiane in Europa. Per la Frankfurter Allgeimeine Zeitung il suo libro è il migliore sull'argomento mai pubblicato. Petra ha ricevuto minacce e passa il tempo a difendersi nei tribunali tedeschi da querele e denunce delle persone da lei citate. Il libro è considerato il "Gomorra" tedesco e Petra rischia di fare la fine di Saviano. Le mafie italiane sono, con tutta probabilità, la prima azienda del nostro Paese. Il fatturato presunto è di 100/150 miliardi di euro all'anno. Tutto in nero. Un capitale che va investito. Dopo l'Italia, mercato ormai saturo di capitali mafiosi, c'è l'Europa. Il Pil di molti Paesi europei dipende anche dai soldi riciclati della mafia. Esportiamo capitali e mafie. Tra qualche anno Bruxelles sarà nostra, cosa nostra.

Intervista a Petra Reski

"Intervistatore (I.): Petra Reski, scrittrice e giornalista, è autrice di un libro sulla 'ndragheta scritto in lingua tedesca, considerata in Germania la miglior opera sull'argomento. Secondo lei perché le mafie, in particolare la 'ndragheta, si sono così radicate all'estero?
Petra Reski (P.R.): Perché le leggi estere permettono cose che non si possono fare in Italia, per esempio in Germania non esistono intercettazioni ambientali nei locali pubblici, e anche nelle case è molto difficile intercettare, gli investimenti frutto di riciclaggio è molto più facile farli in Germania che in Italia. Il reato di associazione mafiosa in Germania non esiste, dunque un soggetto della mafia può tranquillamente investire tutti i suoi soldi in Germania senza essere controllato.Ci sono migliaia di casi di, chiamiamoli "pizzaioli", che vengono a lavorare in Germania con un reddito mensile di 800 euro e magari si comprano un albergo, oppure delle strade intere.
I.: Per cui c'è un po' di connivenza anche con qualche tedesco?
P.R.: Per forza! Senza connivenza sarebbe impossibile anche in Germania. I tedeschi si credono, purtroppo, un po' superiori al problema che non vedono, pensano che la mafia sia un fenomeno solo italiano, di regioni un po' arretrate del Sud Italia, dunque una cosa che non potrebbe mai succedere in Germania, e invece in Germania è come in Italia. Con l'aiuto dei politici, delle istituzioni e di avvocati disponibili, nella Germania degli ultimi 40 anni sta accadendo ciò che accade in Italia da 150 anni
I.: Ma ci sono zone più esposte a questo fenomeno oppure?
P.R.: Sì, questi mafiosi in Germania sono arrivati come emigranti purtroppo. Nell'epoca degli anni '40 hanno iniziato a installarsi nelle zone industriali tedesche. Dunque i centri della 'ndragheta sono Duisburg, tutta la zona della Ruhr, Dortmund, tutt'attorno a Stoccarda.Dopo la caduta del muro di Berlino, verso la metà degli anni '90, una parte della 'ndragheta si è trasferita a Lipsia e in Sassonia.
I.: Infatti lei ha accennato alla vicenda di Duisburg in cui ci furono 6 morti uccisi dalla 'ndragheta, e lei ha scritto un libro su questa vicenda e ha avuto anche delle minacce.
P.R.: Sì diciamo che ho avuto delle minacce velate che solo un italiano potrebbe capire molto bene perché per un tedesco sarebbe un po' più difficile, come quando in un'occasione della presentazione del mio libro, ad Hartford, cioè in Turingia, erano presenti dei personaggi tedeschi che prima spiegavano in lungo e in largo che il riciclaggio in Germania sarebbe impossibile, e poi, con degli italiani presenti, si felicitavano espressamente per il mio coraggio, dicendomi "ammiro il suo coraggio, signora!". Questo pochi istanti dopo aver fatto discorsi in difesa di certi personaggi che mi hanno fatto causa per ciò che ho scritto nel mio libro. Dunque, per me, il messaggio era chiaro. Vivo da 20 anni in Italia e da 20 anni mi occupo di mafia, dunque quella situazione, in quel momento mi ricordava Michele Greco, che davanti al Tribunale durante il maxiprocesso: "io ho un dono inestimabile, signor giudice, questa è la pace interiore, auguro a lei e alla sua famiglia una lunga vita".
I.: Ma lei nel suo libro ha rivelato cose utili ai giudici per il proseguo dell'inchiesta?
P.R.: Sì, perché ovviamente, in seguito al massacro di Duisburg, la Polizia federale, già prima, seguiva l'attività di certi clan, soprattutto quelli legati alle vicende di Duisburg, dunque in quel caso da parte del clan non c'è nessun interesse di suscitare l'attenzione pubblica.
I.: Certo, ma lei ha scritto dei nomi su questo libro che sono stati censurati!
P.R.: Sì.
I.: Il governo italiano dice che è tutto sotto controllo, alcuni addirittura dicono che in Italia la mafia non esiste.
P.R.: Addirittura?
I.: Sì, Beh Dell'Utri l'ha detto diverse volte.
P.R.: Ah sì è vero! Sì, anche in Germania dicono che la mafia non esiste. E' divertente questo da sentire perché mi ricorda un mafioso attivo a Milano negli anni '60, che dopo essere stato arrestato disse: "la mafia cos'è? Un tipo di formaggio?" dunque la stessa cosa ora vale per la Germania.Siccome per i tedeschi la mafia è una cosa molto folkloristica da film, del padrino, di romanzi eccetera, loro non possono neanche vagamente immaginarsi, che il gentile pizzaiolo che saluta, e questo lo so anche da parte di questi che sono stati uccisi a Duisburg, rinomati per essere stati dei buoni vicini, molto gentili e disponibili, per un tedesco è impossibile immaginarsi questo.E la politica tedesca, a parte il suo coinvolgimento diretto in particolari casi, per loro riconoscere l'esistenza della mafia in Germania è un grande problema perché ne creerebbe uno più grande nella coscienza pubblica, e soprattutto l'unico problema per il governo tedesco sono gli islamisti, non la mafia.
I.: Ma i nomi che lei ha fatto in questo libro, li ha scoperti lei tramite indagini sue proprie, oppure com'è riuscita a raccogliere tutti questi elementi che hanno messo insieme un quadro così variegato e anche inquietante, della realtà mafiosa in Germania?
P.R.: Io veramente sono stata tirata dentro perché mi sono sempre occupata di mafia solo in Italia, dunque questo era il seguito di Duisburg, grazie al lavoro di giornalisti italiani ai quali rivolgo l'elogio perché sono molto più bravi di quelli tedeschi a dire la verità, perché loro sono stati i primi a fare i nomi degli italiani coinvolti nelle attività della 'ndragheta in Germania
I.: Tipo? Di questi nomi?
P.R.: Non posso fare i nomi perché...
I.: non li può fare
P.R.: Praticamente la mia attenzione è nata in seguito alla lettura dei giornali italiani, dopo ho approfondito l'argomento in Germania, con le conferme che mi venivano dalle indagini della Polizia tedesca.
I.: Lei attualmente vive in una località che non si dice perché ha avuto queste minacce, ma quante cause ha collezionato con questo libro finora?
P.R.: Attualmente siamo arrivati alla quinta causa e due denuncie penali di cui una è già stata archiviata e adesso vediamo
I.: Ma per che motivo?
P.R.: Per ora ho subito il cosiddetto provvedimento di urgenza per proteggere i dati personali delle due persone di cui ho parlato nel mio libro. Questa richiesta fu accolta dal Tribunale di Monaco di Baviera e di Duisburg in questo caso. Adesso facciamo ricorso perché sono stata denunciata per calunnia e cose varie...
I.: ha paura lei?
P.R.: No
I.: Quindi continuerà a fare il suo lavoro?
P.R.: Certo! Assolutamente. Perché non mi sarei mai aspettata che il mio lavoro di indagine fosse vero come è stato confermato adesso.
I.: Ma secondo lei le economie nazionali europee, hanno bisogno della mafia o no? P.R.: In Germania io posso solo dire una cosa: in tanti hanno chiuso gli occhi davanti agli investimenti della mafia, e li chiudono tuttora. Soprattutto da dopo la caduta del muro i soldi della mafia nell'est erano i benvenuti, purtroppo, e tuttora spesso si sa però si finge di non sapere. In Germania il riciclaggio viene considerato un delitto minore. Dunque perciò bisogna tenere d'occhio per così si distrugge non solo l'economia ma la democrazia in generale. Se un 'ndraghetista si compra un albergo oppure un immobile, rovina la concorrenza leale. E questo è un problema per la democrazia ovviamente, perché loro, tramite le loro proprietà vogliono esercitare anche un'influenza politica, in Germania.
I.: E che ne sappia lei, in Olanda, Belgio, Gran Bretagna, Norvegia e tutta la Scandinavia in generale, la situazione com'è con le mafie?
P.R.:Io so che tutto ciò che sto raccontando sulla Germania, non è molto diverso per questi Paesi. I.: Mafie importate dall'Italia?
P.R.: Importate dall'Italia. Ma soprattutto il problema più grande è che in quei Paesi il reato di associazione mafiosa non è un reato penale. Ad esempio in Germania le pene per il reato di associazione a delinquere sono minime. In Germania un mafioso può girare tranquillamente. Forse è questa la cosa più importante: associazione mafiosa dev'essere reato in tutta Europa, perché in questo caso si potrebbe già arrestare uno che arriva da San Luca di cui si sa appartenere a un clan. I mafiosi in Germania non commettono errori.
I.: Per quanto concerne il suo libro è scritto soltanto in lingua tedesca?
P.R.: Sta per essere tradotto in 5 lingue fuorché l'italiano, purtropppo.
I.: Perché?
P.R.: Non lo so, devo dire che ci sono un sacco di ottimi libri sulla mafia, scritti da italiani che sono profondi conoscitori della mafia. Per una casa editrice italiana la mafia non è un argomento nuovo, dunque le capisco.
I.: Ma la definizione di Gomorra tedesca che è stata data al suo libro è esatta oppure no?
P.R.: Rispetto a Saviano. Io trovo uno scandalo che uno come lui debba vivere nascosto mentre i mafiosi girano liberi. Trovo altrettanto scandaloso che uno venga sepolto da processi per un libro. Dimostra quanto loro ci temono."
(Dal blog di Beppe Grillo)

Beni confiscati alla Mafia, Palermo è prima

Che le cosche mafiose abbiamo conquistato Roma e buona parte del Norditalia non lo dicono i sempre più frequenti arresti di boss e latitanti ma, soprattutto, la consistenza dei patrimoni di provenienza illecita confiscati dai magistrati ai mafiosi in attuazione della legge Rognoni-La Torre. Con 14.973 beni posti sotto sequestro o confisca, Palermo è la città in testa alla classifica dei capiluogo dove l'Antimafia ha colpito di più. Al secondo posto è Roma, con 11.648 beni sottratti ai mafiosi, che doppia Reggio Calabria, al terzo posto, con 5.248. La speciale graduatoria, diffusa dal settimanale Asud'Europa edito dal Centro studi Pio La Torre (www.piolatorre.it), è stata realizzata sulla base della relazione annuale del Ministero della Giustizia sui beni sequestrati e confiscati alle organizzazioni mafiose. "Può stupire il primato della Capitale - spiega il Presidente del Centro Pio La torre, Vito Lo Monaco - ma ciò è sintomo della ormai consolidata trans-nazionalità degli investimenti della criminalità mafiosa". E' di quasi un miliardo di euro (916 milioni) il valore dei beni sequestrati a Roma di proprietà di condannati per associazione mafiosa. Un valore economico che supera di gran lunga quello degli immobili posti sotto sequestro a Palermo, 42 milioni o Napoli, 29 milioni. Dal punto di vista regionale, è comunque la Sicilia in testa alla classifica con oltre 21 mila beni mafiosi (21.141) attualmente sotto il controllo delle autorità giudiziarie, di cui 1486 definitivamente sottratti al controllo della mafia. Dei 3.888 beni attualmente posti sotto il regime di confisca in Italia il 38% risiede in Sicilia, seguono il Lazio con 625 (16%) e la Campania (13%). Il primato spetta anche in questo caso a Palermo con 946 beni sottratti, seguono Roma con 590 e Milano con 374.
(La Repubblica, 07 settembre 2009)

domenica 6 settembre 2009

Palazzo Adriano, stuprata dal "branco"

Il branco ha colpito a Palazzo Adriano nel giorno della festa patronale. Trascinata in un luogo appartato, abusata a turno mentre due la trattanevano. Erano in quattro, tre minorenni
Notte da incubo per una ragazza disabile di 13 anni, con un lieve ritardo mentale, violentata e aggredita dal branco, tre minori e un maggiorenne. A distanza di quasi tre settimane dall'episodio, di cui si è saputo solo oggi, avvenuto a Palazzo Adriano, piccolo centro del palermitano, durante la Festa del Crocifisso, i carabinieri della compagnia di Lercara Friddi hanno fermato i presunti autori. Raccapricciante il dettagliato racconto della ragazzina, che subito dopo lo stupro di gruppo si è fatta curare all'ospedale di Corleone. E' stata la stessa vittima a denunciare i 4 e a raccontare agli investigatori, assistita da una psicologa, quanto accaduto La violenza sessuale è avvenuta nella notte tra il 16 e 17 agosto scorsi quando la vittima si trovava nei pressi dei campetti di calcio a Palazzo Adriano durante la Festa del Crocifisso, molto seguita dai fedeli. Quattro giovani, di sua conoscenza, l'hanno invitata a seguirli ma al suo netto rifiuti di avvicinarsi l'avrebbero trascinata con la forza poco lontano. Dopo averla buttata a terra, uno degli aggressori le teneva le braccia bloccate, un altro le ha tappato la bocca per impedirle di gridare. Gli altri due, a turno, dopo averla spogliata l'hanno violentata. Infine, i quattro del branco dopo averla lasciata distesa a terra insanguinata l'hanno minacciata di morte se avesse raccontato qualcosa. Trovate le forze per rialzarsi, la ragazzina si è accorta dell'emorragia ed è corsa dalla madre chiedendole di tornare subito a casa senza, però, fornirle spiegazioni sul perchè e, soprattutto, sul perchè avesse i vestiti sporchi di sangue. Soltanto il giorno dopo la ragazzina ha confidato quanto accaduto ad una zia. I genitori, avvisati dalla parente, hanno quindi accompagnato la piccola presso l'ospedale di Corleone dove i medici hanno denunciato l'accaduto ai carabinieri. Sono scattate così immediatamente le indagini condotte dai carabinieri delle compagnie di Lercara Friddi e Corleone. La vittima ha effettuato il riconoscimento fotografico dei suoi aguzzini fornendo una dettagliata ricostruzione dei fatti in presenza di un consulente tecnico raccontando che da allora la sua vita è cambiata. Perseguitata dagli incubi la notte "non faceva altro che sognare i quattro che la violentavano - spiegano gli investigatori - e si svegliava dopo avere bagnato il letto". Oggi i quattro fermi eseguiti dai militari dell'Arma e dalla sezione di polizia giudiziaria del tribunale dei minori. Il maggiorenne è stato portato al carcere di Termini Imerese, mentre i tre minori presso il centro di prima accoglienza. Il pm che coordina l'indagine sui tre ragazzini minorenni è il sostituto del Tribunale dei minori Mari Grazia Puliatti mentre il pm della Procura di Termini Imerese è Ilaria De Somma.
(04 settembre 2009)

sabato 5 settembre 2009

L'antimafia intermittente

di Francesco Palazzo
Dopo le manifestazioni in via D´Amelio, un amico mi chiedeva com´è diventata Palermo. La domanda era motivata dalla scarsa presenza di palermitani. Aveva udito accenti non siciliani e visto poche facce conosciute. Una constatazione che merita qualche approfondimento. Insieme con un altro aspetto, molto più cupo, che ha tenuto banco sino a qualche settimana addietro. Adesso è calato nuovamente il silenzio. Sino al prossimo 19 luglio. La lotta alla mafia è così. Come un albero di Natale, è programmata per accendersi e spegnersi con tempi regolati da un timer invisibile. Il movimento antimafia dell´ultima generazione, nato all´indomani dell´uccisione del prefetto Dalla Chiesa, ha toccato il suo apice negli anni seguenti gli eventi drammatici del ´92-93. Una parte della società siciliana si era svegliata generando un´antimafia non episodica e interclassista. Non più legata, come in passato, a determinate categorie sociali, ai partiti e ai sindacati che le rappresentavano. La lotta alla mafia si era laicizzata, mettendo in comunicazione strati di borghesia e ceti popolari. Il tutto era filtrato dal mondo associativo, attraverso coordinamenti ufficiali o di fatto. Tutto ciò, negli ultimi anni, è svanito. Le realtà prima coinvolte sono tornate a svolgere, ove non scomparse, le proprie attività in solitudine. È una storia che si ripete. Come se un tornado, a cadenze regolari, ogni venti o trent´anni, si abbattesse inesorabilmente sull´antimafia. Ed è lo stesso meccanismo che porta, diciassette anni dopo una stagione stragista che ha visto cadere due magistrati simbolo, a una specie di gioco dell´oca. Anche dal punto di vista investigativo si torna alla casella iniziale. Come se Capaci e via D´Amelio fossero episodi del 2009 e non del 1992, e più di tre lustri fossero acqua fresca. Adesso, caschi il mondo, dobbiamo capire se ci fu trattativa tra mafia e pezzi dello Stato. Alcuni, tra chi allora aveva importanti incarichi, da un po´ di tempo cominciano a ricordare, ad andare dai magistrati, a rilasciare dichiarazioni pubbliche. Tanto che viene da dire: scusate, sino a oggi dove siete stati? Se certi pezzi di verità sono così importanti adesso, non vi pare che lo fossero, a maggior ragione, pure nell´immediatezza dei fatti? Da questa prospettiva sorprende sapere che la commissione Antimafia, che davamo per dispersa, ha deciso di avviare, sul possibile patto tra Stato e mafia, un´inchiesta sulle stragi del ´92-93. Intento nobilissimo. Non è, però, un po´ tardi? E le precedenti commissioni Antimafia, come mai si sono risparmiate tale fatica? Anche la magistratura pare stia riprendendo spunti d´indagine e ascoltando persone che forse andavano sentite prima. Le istituzioni di un Paese possono dirsi davvero democratiche se permangono, per un periodo così lungo, ombre inquietanti su fatti tanto gravi e destabilizzanti? Se vi fu un accordo tra le cosche e apparati istituzionali, sarebbe certamente una vergogna per lo Stato. Ma non è allo stesso modo disdicevole che passi quasi un ventennio senza che si sia raggiunto un punto fermo - giudiziario, politico e sociale - sulla questione? Anzi, che si debba ripartire quasi da capo?Per riagganciarci alla domanda d´esordio sull´assenza dei palermitani alle recenti manifestazioni, e annodare i due ragionamenti avanzati, un ultimo interrogativo. L´esistenza di un movimento antimafia strutturato, non ondivago, dialogante, vera e propria lobby coesa di pressione, di studio e d´impegno concreto, non sarebbe stata una montagna invalicabile per i ritardi, i silenzi, le smemoratezze di questi lunghissimi diciassette anni?
La Repubblica

Chiusa inchiesta sul figlio di Bernardo Provenzano

di Aaron Pettinari
Palermo. Era sotto inchiesta per mafia, Angelo Provenzano, assieme ad altri 105 persone. Le indagini erano iniziate circa due anni fa e coinvolgevano i figli di padrini eccellenti su cui era lecito pensare potesse dipendere il futuro di Cosa Nostra.
Nomi di rilievo quali Inzerillo, Spatola, Tinnirello, Lo Nigro, D'Ambrogio, Marceno' che si aggiungono a quello più noto del figlio del capo di Cosa Nostra. Per questo erano stati attenzionati immediatamente dopo le operazioni “Gotha” e “Old Bridge” che avevano messo alla sbarra padri, zii e nonni.La richiesta di archiviazione è stata firmata dai pm Buzzolani, De Lucia, Di Matteo e dal procuratore aggiunto De Francisci mentre la decisione spetterà al gip Maria Pino.Nel dicembre dello scorso anno il figlio di Binnu, intervistato da Repubblica, era intervenuto a difesa del proprio cognome e della propria posizione con tali dichiarazioni: «Io rispondo solo delle mie scelte, non di quelle di mio padre, che oltretutto non so quali siano state».Il nome di Angelo Provenzano era emerso già nel 2000, durante le indagini per la cattura del padre. Una sua lettera era stata trovata nelle tasche di un fedele postino dell´organizzazione, al momento dell´arresto di Benedetto Spera. Nel 2006, Provenzano junior è stato nuovamente nominato in alcune intercettazioni delle indagini sui postini di Provenzao padre ed anche in “Gotha” emergeva la possibilità che il giovane fosse intervenuto per non far pagare il pizzo ad un commerciante. Nonostante questi “campanelli d'allarme” però la Procura non è riuscita a trovare ulteriori riscontri concreti né su Provenzano né sugli altri figli d'arte. Dai Mannino agli Inzerillo fino agli Spatola, il legame tra Palermo e l'America non si è mai interrotto. I giovani rampolli sono tutti incensurati ma, grazie all'attività d'indagine, sono stati sorpresi nei pressi di quei luoghi dove si son tenuti diversi summit, e questo resta comunque un buon punto di partenza per cercare di capire le strategie di una Cosa Nostra che si sta già riorganizzando. (ph. Angelo Provenzano)
La Repubblica - Palermo
2 settembre 2009

Corleone, diario dai campi. A Bagheria per inaugurare una pizzeria antimafia

L’ultima sveglia delle sei. La stanchezza si è accumulata in questi 15 giorni, tant’è che la fatica si avverte quasi subito sui campi. Ultima raccolta per noi, quest’anno, e le lacrime che già ieri si sono affacciate, ricominciano a comparire. Dopo pranzo infatti sfilano le valige di due di noi, Giorgio e Giulia, che stanotte sono rimasti a Palermo e che domani mattina presto voleranno verso la Toscana. Lettere, pensieri, parole veloci si scambiano tra i tavoli del circolo, tutte con lo stesso suono, con lo stesso sapore: un grazie, dal cuore di ognuno. Le tre fanno presto ad arrivare, ed è l’ora di salire sui furgoni, in direzione Bagheria. Questo pomeriggio infatti in occasione dell’anniversario della morte del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, è stato organizzato un incontro presso la ex pizzeria di Via Buttitta confiscata ai mafiosi, e dopo cinque anni inaugurata oggi dalla cooperativa Lavoro e non solo. A mantenere vivida nella memoria la figura del generale Dalla Chiesa sono stati Giuseppe Cipriani, il vicesindaco di Bagheria, poi Nando Dalla Chiesa, che ha ribadito l’importanza della lotta del padre, che aveva saputo individuare nei beni economici e immobiliari, un valido bersaglio per l’indebolimento di Cosa Nostra. La musica del cantastorie Paolo Zarcone, e il sapore dell’ottima pizza cucinata per l’occasione ci hanno accompagnato verso la fine della serata. Ma non vogliamo tralasciare le parole di Calogero e i progetti della cooperativa sul bene confiscato, nella speranza di vedere un giorno gli stessi abitanti della cittadina lavorare tra quelle mura. Molto interessante è stato anche l’intervento del magistrato Paci, che giudica essenziale un maggiore potere dello stato nella gestione dei servizi rispetto all’organizzazione mafiosa; rivendica i nomi dei mandanti delle stragi che hanno messo la Sicilia a ferro e fuoco nei primi anni novanta, e anche una maggiore responsabilità nella lotta alla mafia, che non è solo compito dei magistrati e delle forze dell’ordine ma di ogni cittadino. È su questo concetto che le nostre coscienze sono state risvegliate in questi giorni, è da qui che vogliamo ripartire. Consapevoli del nostro dovere di nuovi custodi di una memoria che ci apre gli occhi sul valore delle nostre attuali possibilità. Memoria che è racchiude anche gli esempio di come il coraggio è riuscito a prevalere in una terra spesso impaurita e indifferente. Ed ecco sconvolti i nostri parametri. Nasce un nuovo modo di costruire la nostra società, consapevoli del peso delle nostre decisioni e delle nostre azioni, che se condivise possono realmente fare la differenza. Ripartiamo con un nuovo desiderio, quello di vivere, sempre, dalla parte buona della vita.
Martina e Margherita

Sicilia, aspettando la ripresa...

di Agostino Spataro
Regione: casse vuote e centro-destra allo sbando

Dopo agosto, settembre ossia la “ripresa”. Dovunque, per ripresa s’intende, o si spera, il rilancio delle attività economiche, commerciali, delle lotte sindacali. In Sicilia, invece, s’attende la ripresa dell’attività politica e di governo come principale induttore dell’economia, in gran parte basata sulla spesa pubblica. La minacciosa mobilitazione per ottenere il trasferimento dei fondi Fas, per altro spettanti alla regione, dimostra che il vero timore non era la crisi economica incombente, ma il disperato bisogno di far cassa per promettere nuovi affari e appalti agli inquieti sponsor del centro-destra. Da anni, in Sicilia si vivacchia con bilanci artefatti e con le casse vuote. Oggi l’ammette anche l’assessore al bilancio secondo il quale risultano prosciugati i capitoli destinati a finanziare nuove leggi e in genere gli investimenti produttivi. Insomma, la paralisi, oltre che il governo, minaccia la stessa Assemblea che non potrà legiferare per mancanza di copertura finanziaria. Un’emergenza inedita che pone in secondo piano la crisi e i drammatici problemi sociali derivati. D’altra parte, in Sicilia la crisi è permanente. La disoccupazione, l’emigrazione, i disservizi ci sono sempre stati. Perciò pochi si mostrano preoccupati. Quello che veramente preoccupa il governo e i suoi clientes è questa crisi di liquidità della regione e il disordine budgetario di quasi tutti i comuni siciliani. In questi giorni, circa 120 comuni, su 390, sono stati commissariati per non avere gli organi locali approvato in tempo il bilancio di previsione (2009) e i resoconti del 2008.

Il vecchio impianto clientelare non regge più
Perciò, tutto si giocherà sui 4,3 miliardi dei Fas (a proposito: quando arriveranno?) su cui già si appuntano i più grandi appetiti e interessi leciti ed illeciti. Il governo Lombardo cercherà di sbarcare il lunario facendo leva su questa risorsa, promettendo a destra per placare gli appetiti più esigenti e a sinistra per far fronte alle probabili imboscate sul piano parlamentare. Con simili premesse, nell’Isola la ripresa si annuncia faticosa e confusa. Soprattutto ripetitiva. Vedremo, cioè, il vecchio copione di una regione dove si accumulano, irrisolti, problemi atavici e pasticci recenti, speranze insolute di chi soffre ed attende, tutti i rinvii di chi non ha voluto decidere e, per l’appunto, postergato a settembre. Anche se questa volta l’autunno siciliano sarà duro. Sembra che tutti i nodi stiano venendo al pettine, sia sul terreno del confronto sociale sia su quello più paludoso della funzionalità della pubblica amministrazione. Il vecchio e corroso impianto clientelare non regge più. E’ troppo dispendioso, lacunoso, discriminatorio. Insomma, non gira come dovrebbe in questa fase critica, per prevenire gli effetti pesanti della “stretta” che si teme per i prossimi mesi. In molte grandi città e piccoli e medi centri siciliani non vengono garantiti, con continuità ed equità, i servizi essenziali: dalla sanità alla nettezza urbana, dalla scuola all’assistenza ai disabili, agli anziani, dai trasporti al turismo che cala.

Per i siciliani un autunno difficile
Si rischia la deriva, la paralisi funzionale. Pessimismo? Provare per credere. Basterebbe uscire dai salotti ovattati e dalle berline scortate e farsi un giro (a piedi) per centri storici e periferie di città blasonate, prendere un bus nelle ore di punta, fare la fila dietro uno sportello dell’Asl o andare alle mense dei poveri per scoprire come vive la stragrande maggioranza dei siciliani. Se questa, grosso modo, è la realtà che la gente ha trovato al rientro dalle ferie, è lecito domandarsi: a che cosa servirà la ripresa? sarà una replica del vecchio trantran o l’occasione per un pieno recupero di efficienza e di moralità? Interrogativi pesanti che riguardano in primo luogo il ceto politico che, pur nella diversità di ruoli, porta la responsabilità primaria d’indirizzo, controllo e gestione. Per la Sicilia si apre una stagione difficile che richiede un’attenta verifica della capacità di tenuta delle giunte regionale e locali e della validità delle politiche, dei programmi e dei metodi adottati per attuarli. Non si può continuare con le alchimie, con rappresaglie e ripicche fra uomini e correnti della maggioranza di centro destra. Bisogna cambiare registro e cominciare a ragionare su un piano diverso, approntando leggi e misure capaci di bloccare il degrado e/o d’ invertirne la tendenza.


Il PD: stampella o forza alternativa al centro destra?

E’ inutile girarci intorno: al governo vi sono brandelli di centro-destra mentre all’Ars non c’è una maggioranza concorde, predefinita. Può succedere di tutto, ad ogni votazione. Così permanendo le cose, Lombardo non potrà garantire la necessaria stabilità politica e amministrativa. Altro che ripresa! Questo è il punto politico centrale e ineludibile. Anche l’opposizione dovrebbe prenderne atto e correggere radicalmente il tiro della sua manovra politica: non stampella, ma forza alternativa al centro-destra. Le primarie non possono estraniare il PD rispetto a tali, enormi problemi. Al contrario dovrebbero rivitalizzare il confronto e proiettarlo all’esterno nelle istituzioni, nella società. Ben oltre la corsa fra i candidati a segretario. A volerlo, non è difficile impostare una linea di confronto serrato e trasparente col governo Lombardo e con la sua (incerta) maggioranza. Ma prima di avviarlo, dovranno dimostrare d’avere i numeri e le idee per governare. Altrimenti, correttezza vuole che si vada alle dimissioni.
Agostino Spataro

giovedì 3 settembre 2009

Il Prefetto dei 100 giorni

Dalla Chiesa, parte prima


Dalla Chiesa, Parte seconda


Dalla Chiesa, parte terza


Dalla Chiesa, parte quarta


Dalla Chiesa, parte quinta


Dalla Chiesa, parte sesta


Dalla Chiesa, parte settima


Dalla Chiesa, parte ottava


Dalla Chiesa, parte nona (fine)


Dalla Chiesa, il generale, lo stato, la morte (1/3)


Dalla Chiesa, il generale, lo stato, la morte (2/3)


Dalla Chiesa, il generale, lo stato, la morte (3/3)






Intervista ad Enzo Biagi

martedì 1 settembre 2009

Diario dai campi di lavoro. A Palermo in via D'Amelio, alla Cattedrale e all'Antica Focacceria S. Francesco, simbolo di riscatto dalla mafia

Dopo la settimana di fatiche finalmente la sveglia stamattina suona gradita (e un po’ più tardi, per la gioia delle nostre stanche membra!). La colazione è più abbondante del solito… pregustando la giornata di degustazioni siciliane, iniziamo a testare la capacità del nostro stomaco fin da subito. Così, dopo il puntuale ritardo siciliano di ogni mattina, partiamo alla volta della scoperta di Palermo! Durante l’oretta di viaggio c’è chi dormicchia, chi ci delizia con le sue doti canore e chi si perde in lunghe disquisizioni filosofiche…”ma si dice arancino o arancina?” Il dubbio viene dissipato ben presto. Appena arrivati ci lanciamo all’assalto del primo bar che incontriamo…arancini, cannoli, granite, paste e chi più ne ha più ne metta… ci lasciamo conquistare subito da questi sapori che sanno di oriente, di mosaici bizantini e di un incontro di culture che scopriremo poi visitando le meraviglie artistiche della città. Come per incanto veniamo trascinati dalle parole di Calogero alla scoperta di questa affascinate città. ...la maestosa Cattedrale ci affascina per la sua grandiosità e bellezza e molti di noi iniziano a chiedersi come sarebbe bello affacciarsi alla finestra del liceo classico lì a fianco durante tutti gli intervalli! La multiculturalità di Palermo si evidenzia soprattutto nella struttura architettonica della chiesa La Martorana, inizialmente concepita come moschea: i capitelli recanti il nome di Allah sostengono il soffitto a cupola decorato con la rappresentazione di Cristo. La cosa che più ci colpisce è che queste architetture imponenti e preziose convivono con una realtà più nascosta fatta di vicoli, palazzi scoperchiati e cassonetti traboccanti. Eppure, nonostante il degrado evidente di alcune zone, veniamo travolti dalla profonda umanità che abita proprio nel contrasto e nella complessità di una città che ancora ci sfugge. Decisamente emozionante e coinvolgente è la visita in via D’Amelio, dove Paolo Borsellino fu ucciso da una bomba mentre si recava a trovare sua madre. Nel luogo della tragedia troviamo un albero pieno di pensieri e di doni che i visitatori prima di noi hanno lasciato per commemorare la strage. Anche noi decidiamo di lasciare un cappellino con i nostri nomi, come simbolo del nostro passaggio e testimone dell’impegno del campo Liberarci dalle spine. Ogni giorno di più diventiamo sempre più coscienti della ricchezza di quest’esperienza e del continuo confronto con persone coraggiose che hanno fatto dell’antimafia la loro scelta di vita. E domani….. POMODORIIIIII!!!!

lunedì 31 agosto 2009

Lo scrittore siciliano Andrea Camilleri annuncia: "Tranquilli, farò altri 5 Montalbano"

Camilleri rassicura i lettori: "Sono alle prese con il mio commissario estivo e ne ho ancora 4 da pubblicare. A 84 anni rimango ottimista, ma ho il rimpianto di essere stato abbandonato dalla poesia e il dispiacere di vedere questa Italia che non reagisce"
ROMA - I fan del commissario Montalbano possono stare tranquilli, il padre del poliziotto amante delle nuotate e degli arancini, Andrea Camilleri, sta scrivendo al fresco di Santa Fiora (Grosseto) quello che lui stesso definisce "il mio Montalbano estivo". E lo scrittore siciliano, in un'intervista all'Ansa, rassicura poi i suoi ammiratori che non sarà il solo ancora inedito. "La mia casa editrice Sellerio ne ha ancora quattro da pubblicare". Lo scrittore parla in occasione del Premio Cesare Pavese 2009 che riceverà domani sera a Santo Stefano Belbo (Cn) per il suo libro "La danza del gabbiano" (Sellerio): "Sto per fare 84 anni e non mi manca certo l'ottimismo". Unico rimpianto quello di essere stato abbandonato dalla poesia: "Ho un solo dispiacere. Giovanissimo ero un poeta anche molto apprezzato, mi pubblicava Giuseppe Ungaretti, ma a un certo punto la poesia mi ha fatto 'ciao', se n'è andata. Forse ero gelosa perché mi ero messo a fare teatro". Ma Camilleri è anche un uomo profondamente critico, che definisce l'Italia di oggi come "una spugna”. “Il mio stupore – dice - è che assorbe tutto. E' priva di reazione e il fatto che non reagisca è un grosso rischio". Sulla sicilianità che sarà anche in qualche modo protagonista del film di apertura della 66esima edizione del Festival di Venezia 'Baaria' di Giuseppe Tornatore dice: "Il fatto stesso che la Sicilia sia un'isola non è cosa da poco. Noi, come gli irlandesi e i sardi, siamo sempre un po' diversi dalla gente del continente. Ovvero abbiamo esaltati tutti i pregi, i difetti, le virtù di una popolazione che vive dentro un calderone con pochi contatti all'esterno. Ma noi siciliani siamo anche dei bastardi, con tredici dominazioni diverse bisogna credere che le nostre nonne si siano date da fare...". Proprio Tornatore ha esaltato la bellezza del dialetto. "Come sosteneva Bruno Miglorini - aggiunge Camilleri - la lingua è come un albero e i dialetti la sua linfa. Questo non vuol dire, come sostengono alcuni, che si deve imporre, perché il dialetto tolto dalla cornice dell'italiano non ha più senso. Queste differenze insomma sono fatte per riunire non per dividere".
29/08/2009

domenica 30 agosto 2009

Diario dai campi di lavoro. La visita a Portella delle Ginestre, teatro della strage del '47

Stamani è stato Claudino a dare la sveglia in Via Crispi: erano le 7, con qualche minuto di ritardo rispetto agli altri giorni dopo la faticosa vendemmia di ieri. Quando siamo arrivati sui campi il sole già batteva forte, ma il lavoro da fare era un po’ meno del solito e il tempo è passato velocemente. Dopo aver riempito le 100 casse un gruppo di noi é andato a trovare Totò nella sua fattoria. Là ci è stato offerto un po’ di latte appena munto e abbiamo parlato un po’ con la sua famiglia. Siamo poi andati al magazzino e dopo un avventuroso viaggio in trattore ci siamo fermati all’excelsior bar dove abbiamo mangiato arancini e gelato. Una mattinata particolare, in cui abbiamo assaporato un po’ della vita di campagna. Se la mattinata è stata bella, il pomeriggio é stato ancora più emozionante. Arrivati a Portella della Ginestra ci aspettavano Francesco Petrotta, Mario Nicosia e Giacomo Schirò. Francesco ci ha introdotto alla storia della strage raccontandoci di come questa sia avvenuta (in modo anche discorde rispetto alle voci e ai giornali che vorrebbero legarla ad un intervento americano) e spiegandoci il ruolo del bandito Giuliano nella vicenda. Mario e Giacomo invece hanno raccontato in prima persona i loro ricordi di quel 1 maggio 1947. Loro erano lì quel giorno ed entrambi conservano nitido nella memoria quello evento. Avvenne in un contesto di estrema miseria e povertà, infatti i latifondisti preferivano lasciare terre incolte o sotto il controllo della mafia piuttosto che permettere ai contadini di lavorare dignitosamente. Alcune immagini ci sono rimaste particolarmente impresse: quella dei pastori chini sulle mangiatoie dei maiali, costretti dalla fame ad accettare di umiliarsi per un po’ di pasta. Ma anche il nitrire straziante del cavallo ucciso durante la strage, colpito dagli spari provenienti dai monti. A colpirci molto è stata anche la volontà di Mario e Giacomo di comunicarci tutto il loro impegno e l’importanza della lotta, la lotta per la sopravvivenza, per la dignità. In particolare, una delle cinque conquiste per le quali secondo loro (ma anche secondo noi) non dobbiamo mai smettere di lottare è proprio il diritto allo studio.Le altre sono la nostra Repubblica, la Costituzione, la Libertà e il diritto al voto anche per le donne! Essere lì, tra le rocce che videro la strage, con delle persone che riuscirono a sfuggire agli spari, è stato suggestivo e ci ha permesso di riflettere sulla nostra responsabilità di cittadini e sul valore della memoria.
Elisabetta, Giulia, Martina
29 agosto 2009

“(..) Ricordati di Margherita
Vincenzina Castrense
Filippo Francesco
Giorgio Giovanni Giuseppe
Serafino Vito
Che confusero il loro sangue
Con le ginestre
Che sbocciavano
Nel mattino di maggio (..)”


(Da ”Ricordati di ricordare” di Umberto Santino)

Diario dai campi di lavoro antimafia. A Canicattì e poi a Corleone per parlare del movimento contadino con Dino Paternostro

Nel giorno del signore 28 agosto 2009 come al solito Corleone ha visto la sveglia di un gruppo di pazzi che si è messo sotto la “direzione” della “lavoro e non solo”. Diversamente dal solito la sveglia-drittone è stata alle ore cinque, per poter giungere alla agognata ma mai raggiunta vendemmia canicattinese in tempo utile per non bollire tra i filari. Dopo un viaggio di circa due ore farcito di discussioni interessanti che andavano dalla nona russata di Beethoven al concerto in vocalizzi e violoncello di Mozart siamo giunti a Canicattì verso le ore otto e trenta. I volontari si sono gettati sui filari avendo in mente la vaga promessa di Salvatore: “ Se siete veloci forse verso mezzogiorno cenne aniniemo” incuranti del fatto che i filari erano circa trenta e noi ne completavamo uno ogni mezz’ora. Dopo il primo entusiasmo e dopo aver capito che l’uva non era affatto una passeggiata c’è stato un po’ scoramento ripreso con forza da Salvatore che ne ha approfittato per mortificare un gruppo di povere innocenti.
Verso mezzogiorno l’acqua era terminata e si iniziavano a presagire i primi sintomi di svenimento nella truppa quando ai bordi dei filari una luce si alzò e una voce squillante annunciò: “ il pranzo è arrivato.” Dopo un pranzo luculliano ci siamo diretti con il morale e le braccia a terra verso “le filagna” che sono state completate verso le quattro. Dopo una breve capatina alla cantina sociale dove abbiamo prelevato centocinquanta casse di vino per il timore di non averne abbastanza per la serata J, siamo ritornati alla terra natia dove dopo la cena abbiamo avuto un incontro con Dino Paternostro, scrittore, storico e segretario della camera del lavoro di Corleone. Dino ci ha offerto una lunga e illuminante disquisizione sulla realtà sociale e mafiosa all’interno della Sicilia dai fasci siciliani ai giorni nostri utilizzando come spunto l’impegno delle donne siciliane di nascita e di adozione nella lotta alla mafia. Dopo il suo intervento ci siamo messi in contatto skype con la festa dell’unità di Sesto Fiorentino con una certa difficoltà ma la grande gioia di risentire il mitico accento toscano.
A sorpresa per la diretta interessata c’è stata la festa della volontaria Angela con una torta che a sol vederla aiutava la mente a compiere un viaggio onirico verso l’aldilà. Dopodichè i volontari sono passati direttamente dal fasullo viaggio onirico al vero riposo dell’anima e del corpo (speriamo non eterno).
Damiano Censi
28 agosto 2009

Diario dai campi di lavoro antimafia. Una giornata a Canicattì, ricordando Tom

Mi trovo in nave. Ritorno in Toscana dopo 40 giorni. Ieri è stata una bella giornata. Abbiamo vendemmiato il vigneto di chardonnay presente a Canicattì. Una vigna particolare che mi ricorda un atto d'intimidazione avvenuto 5 anni fa. Lì fu "strangolato" un cane e sbarbate 100 barbatelle del nuovo vigneto. Allora fu la Camera del Lavoro di Firenze che dono' 200 barbatelle di chardonnay! Ieri quell'uva era il simbolo di una società civile promossa da tanti, tra cui l'Arci e la Cgil, che promuovono un reale cambiamento. Tanti ragazzi, ben 35 volontari, molti di loro non avevano mai vendemmiato; tanto caldo, immensa fatica, partenza da Corleone alle ore 6, colazione alle ore 5,30, 127 km all'andata e così al ritorno, i sorrisi non mancano! Poi il saluto di Pina Ancona, Presidente dell'Arci Agrigento e di Alfio Foti, Fondatore della Carovana Antimafie e Segretario di Rita Borsellino. Un brevissimo pranzo e poi avanti fino alla fine! Ieri quella vigna, con le nostre bandiere, il nostro striscione Liberarci dalle Spine, i volontari con le varie magliette ricche di messaggi, era di fatto una reale "pratica di impegno sociale!" che si fa carico di una eredità complessa spesso oggetto di repressione e sofferenze : il movemento contadino siciliano! Di ritorno, molto stanchi e esteticamente non riconoscibili ci fermiamo ad un distributore per una granita al limone con the! Osservo le due ragazze e il ragazzo con me e cerco di leggere nelle loro facce il loro entusiasmo dopo 17 ore di attività: stanchi ma felici! C'è un Italia che ancora resiste, che si impegna, che sa trasformare le sue fatiche in impegno sociale e in energie positive e solidali, la meglio gioventù! Si, proprio loro al fianco di una piccola cooperativa sociale formata da 12 soci lavoratori che gestisce 143 ettari di terreni sottratti alla mafia e ben 3 edifici confiscati. Ce la possiamo ancora fare a costruire una nuova Italia! La mattonella murata sul capannone del 2005 ci ricorda l'impegno e il messaggio di Tom Benettollo, il Presidente dell'Arci. A lui è dedicata la vendemmia di ieri. Ciao Tom!
Maurizio Pascucci
Esecutivo Arci Toscana
Coordinatore Progetto Liberarci dalle Spine
28 agosto 2009

Niscemi. Cosa Nostra aveva progettato di uccidere i figli dei pentiti

NISCEMI (Caltanissetta) - Per indurre due uomini di Cosa Nostra di Niscemi a rinunciare al loro proposito di diventare collaboratori di giustizia, stavano pianificando sequestri e, se necessario, anche l'uccisione di due bambini di 7 e 11 anni e di un ragazzo appena maggiorenne, figli e parenti dei pentiti in pectore. Ma la squadra mobile della questura di Caltanissetta e gli uomini del commissariato di Niscemi e di Vittoria li hanno intercettati, pedinati e fermati, nel corso della notte, su ordine del pubblico ministero Fabio Scavone, della Dda di Catania. In manette sono finiti i pregiudicati Rosario Lombardo, 48 anni, soprannominato "Saru Cavaddu", già agli arresti domiciliari; Giuseppe Lodato, di 54, detto "Peppi Vureddu"; Alessandro Ficicchia, 42 anni, tutti di Niscemi; Alessandro Aparo, 27 anni, di Vittoria (RG). Per tutti l'accusa è di associazione mafiosa. Gli arrestati disponevano di notevoli quantità di armi e di uomini. Uno dei due pentiti delle cosche di Nisceni, che ha già cominciato a fare importanti rivelazioni, aveva subito, l'11 luglio scorso, l'incendio di due auto e ricevuto intimidazioni telefoniche anonime pervenute alla sua convivente. La madre, inoltre, aveva ricevuto una "visita" nella propria abitazione. Proprio la madre del collaboratore di giustizia è apparsa la più determinata nel denunciare tutto alla polizia e così sono scattate le indagini che hanno portato all'operazione di stanotte, denominata "Crazy Horse". I magistrati titolari dell'inchiesta chiederanno domani la convalida dei tre fermi eseguiti dalla polizia al Gip del Tribunale di Caltagirone. Il provvedimento, si sottolinea in ambienti giudiziari, è stato disposto per associazione mafiosa ma fa seguito a un'intercettazione telefonica in cui si ascolta l'avvio del piano di uccidere i figli di un 'pentito': i promotori dell'agguato affermavano di essersi già procurate le armi e di avere eseguito sopralluoghi nella casa di campagna dei loro obiettivi. Le intercettazioni ambientali avevano già evidenziato una 'saldatura' dei nuovi uomini dei clan di Niscemi e Vittoria, come avvenuto all'inizio degli anni Novanta, con l'intento di potenziare Cosa nostra anche a Gela.
La Sicilia, 30 agosto 2009

Le convulse giornate della perdonanza

di EUGENIO SCALFARI
Venerdì scorso il Tg1 diretto dall'ineffabile Minzolini, incurante del fatto che le notizie del giorno fossero l'attacco del "Giornale" contro il direttore dell'"Avvenire", lo scontro tra la Cei e la Santa Sede da un lato e il presidente del Consiglio dall'altro e infine la querela di Berlusconi a Repubblica per le 10 domande a lui dirette e rimaste da giugno senza risposta; incurante di queste addirittura ovvie priorità, ha aperto la trasmissione delle ore 20 con l'intervento del ministro Giulio Tremonti al meeting di Comunione e Liberazione.
Farò altrettanto anch'io. Quell'intervento infatti è rivelatore d'un metodo che caratterizza tutta l'azione di questo governo, mirata a sostituire un'onesta analisi dei fatti con una raffigurazione completamente artefatta e calata come una cappa sulla pubblica opinione curando col maggiore scrupolo che essa non percepisca alcun'altra voce alternativa. Cito il caso Tremonti perché esso ha particolare rilievo: la verità del ministro dell'Economia si scontra infatti con dati ed elementi di fatto che emergono dagli stessi documenti sfornati dal suo ministero, sicché l'improntitudine tocca il culmine: si offre al pubblico una tesi che fa a pugni con i documenti ufficiali puntando sul fatto che il pubblico scorda le cifre o addirittura non le legge rimanendo invece colpito dalle tesi fantasiose che la quasi totalità dei "media" si guardano bene dal commentare. Dunque Tremonti venerdì a Rimini al meeting di Cl. Si dice che fosse rimasto indispettito per il successo riscosso in quello stesso luogo due giorni prima di lui dal governatore della Banca d'Italia, Mario Draghi, con il quale ha da tempo pessimi rapporti. Non volendo entrare in diretta polemica con lui si è scagliato contro gli economisti e i banchieri.
Nei confronti dei primi l'accusa è di cretinismo: non si avvidero in tempo utile che stava arrivando una crisi di dimensioni planetarie. Quando se ne avvidero - a crisi ormai esplosa - non chiesero scusa alla pubblica opinione e sdottorarono sulle terapie da applicare mentre avrebbero dovuto tacere almeno per due anni prima di riprendere la parola. Nei confronti dei banchieri la polemica tremontiana è stata ancor più pesante; non li ha tacciati di cretinismo ma di malafede. Nel momento in cui avrebbero dovuto allentare i cordoni della borsa e aiutare imprese e consumatori a superare la stretta, hanno invece bloccato le erogazioni. "Il governo" ha detto il ministro "ha deciso di non aiutare i banchieri ma di stare vicino alle imprese e ai consumatori". Così Tremonti, il quale si è spesso auto-lodato di aver avvistato per primo ed unico al mondo l'arrivo della "tempesta perfetta" che avrebbe devastato il mondo intero. Ho più volte scritto che la primazia vantata da Tremonti non è esistita, ma ammettiamo che le sue capacità previsionali si siano manifestate. Tanto più grave, anzi gravissimo è il fatto che la politica economica da lui impostata fin dal giugno 2008 sia stata l'opposto di quanto la tempesta perfetta in arrivo avrebbe richiesto. Sarebbe stato infatti necessario accumulare tutte le risorse disponibili per fronteggiare l'emergenza, per sostenere la domanda interna, per finanziare le imprese e i redditi da lavoro. Tremonti fece l'esatto contrario. Abolì l'Ici sulle prime case dei proprietari abbienti (sui proprietari meno abbienti l'abolizione di quell'imposta l'aveva già effettuata il governo Prodi). Si accollò l'onere della liquidazione di Alitalia. Versò per ragioni politico-clientelari fondi importanti ad alcuni Comuni e Province che rischiavano di fallire. Dilapidò risorse consistenti per "aiutini" a pioggia. In cifre: le prime tre operazioni costarono oltre 10 miliardi di euro; la pioggia degli aiutini ebbe come effetto un aumento del 5 per cento della spesa corrente ordinaria per un totale di 35 miliardi. Ho chiesto più volte che il ministro elencasse la destinazione di questo sperpero ma questo governo non risponde alle domande scomode; resta comunque il fatto. Ne deduco che il ministro preveggente fece una politica opposta a quello che la preveggenza avrebbe dovuto suggerirgli. Se gli economisti sono cretini che dire di chi, avendo diagnosticato correttamente, applicò una terapia sciagurata? Quanto ai banchieri: il governo Berlusconi-Tremonti si è più volte vantato di avere ottenuto, nei primissimi incontri parigini avvenuti dopo lo scoppio della crisi, interventi di garanzia a sostegno di eventuali "default" bancari. In Italia tali interventi non furono necessari (altrove in Europa ci furono in misura massiccia) perché le nostre banche erano più solide che altrove, situazione riconosciuta ed elogiata dallo stesso ministro quando ancora i suoi rapporti con Draghi erano passabili. Se ci fu un blocco nei crediti interbancari, questo fu dovuto ai dissesti bancari internazionali. Se c'è tuttora scarsa erogazione creditizia ciò si deve al fatto che i banchieri guardano attentamente al merito del credito e debbono farlo. Tremonti sostiene che i soldi delle banche riguardano le banche mentre quelli del Tesoro riguardano i contribuenti. Ma su un punto sbaglia di grosso: il credito elargito dalle banche è di proprietà dei depositanti che sono quantitativamente addirittura maggiori dei contribuenti. Concludo dicendo che il nostro ministro dell'Economia ha detto al meeting di Cl un cumulo di sciocchezze assumendo per l'occasione un "look" da profeta biblico che francamente non gli si addice. Ha riscosso molti applausi, ma il pubblico del meeting di Cl applaude convintamente tutti: Tremonti e Draghi, Tony Blair e Bersani, Passera e Tronchetti Provera, il diavolo e l'acqua santa e naturalmente Andreotti. Chi varca quei cancelli si "include" e questo è più che sufficiente per batter le mani. Ecco una questione sulla quale bisognerà ritornare.
* * *
Torniamo ai fatti rilevanti di questi giorni: l'aggressione del "Giornale" all'"Avvenire", il rapporto tra il premier e le gerarchie ecclesiastiche, la querela di Berlusconi contro le domande di Repubblica. Sul nostro giornale sono già intervenuti in molti, da Ezio Mauro a D'Avanzo, a Sofri, a Mancuso, al documento firmato da Cordero, Rodotà e Zagrebelsky sul quale si sta riversando un plebiscito di consensi che mentre scrivo hanno già superato le cinquantamila firme. Poiché concordo con quanto già stato scritto in proposito mi restano poche osservazioni da aggiungere. Che Vittorio Feltri sia un giornalista dedito a quello che i francesi chiamano "chantage" o killeraggio che dir si voglia lo sappiamo da un pezzo. Quella è la sua specialità, l'ha praticata in tutti i giornali che ha diretto. Proprio per questa sua caratteristica fui molto sorpreso quando appresi tre anni fa che la pseudofondazione che gestisce un premio intitolato al nome di Mario Pannunzio lo avesse insignito di quella medaglia che in nulla poteva ricordare la personalità del fondatore del "Il Mondo". I telegiornali e buona parte dei giornali hanno parlato in questi giorni del "giornale di Feltri" omettendo una notizia non secondaria e non sempre presente alla mente dei lettori: il "giornale di Feltri" è il "Giornale" che fu fondato da Indro Montanelli, per molti anni di proprietà di Silvio Berlusconi e poi da lui trasferito prudentemente al suo fratello. Lo stesso Feltri ha scritto che dopo aver ricevuto la nomina da Paolo Berlusconi si è recato a Palazzo Chigi dove ha avuto un colloquio di un'ora con il presidente del Consiglio. Una visita di cortesia? Di solito un direttore di un giornale appena nominato non va in visita di cortesia dal presidente del Consiglio. Semmai, se proprio sente il bisogno di un atto di riguardo verso le istituzioni, va a presentarsi al Capo dello Stato. E poi un'ora di cortesie è francamente un po' lunga. Lo stesso Feltri non ha fatto misteri che il colloquio ha toccato molti argomenti e del resto la sua nomina, che ha avuto esecuzione immediata, si inquadra nella strategia che i "berluscones", con l'avvocato Ghedini in testa, hanno battezzato la controffensiva d'autunno. Cominciata con Minzolini al Tg1 è continuata con l'arrivo di Feltri al "Giornale" e si dovrebbe concludere tra pochi giorni con la normalizzazione di Rete Tre e l'espianto di Fazio, Littizzetto, Gabanelli e Dandini. La parola espianto è appropriata a questo tipo di strategia: si vuole infatti fare terra bruciata per ogni voce di dissenso. Non solo: si vogliono mettere alla guida del sistema mediatico persone di provata aggressività senza se e senza ma quando la proprietà del mezzo risale direttamente al "compound" berlusconiano, oppure di amichevole neutralità se la proprietà sia di terzi anch'essi amichevolmente neutrali. Berlusconi avrà certamente illustrato a Feltri la strategia della controffensiva e i bersagli da colpire. Aveva letto l'attacco contro il direttore dell'"Avvenire" prima della sua pubblicazione? Sapeva che sarebbe uscito venerdì? Lo escludo. Feltri è molto geloso della sua autonomia operativa e non è uomo da far leggere i suoi articoli al suo editore. Ma che il direttore di "Avvenire" fosse nel mirino è sicuro. Berlusconi si è dissociato e Feltri ieri ha chiosato che aveva fatto benissimo a dissociarsi da lui. "Glielo avrei suggerito se mi avesse chiesto un parere". Si dice che la gerarchia vaticana avrebbe sollecitato il suo licenziamento, ma Berlusconi, se anche lo volesse, non lo farà. L'ha fatto con Mentana, ma Mentana non è un giornalista killer. Farlo con Feltri sarebbe assai pericoloso. Una parola sulle dichiarazioni di dissenso da Feltri fatte ieri da tutti i colonnelli del centrodestra, da Lupi a Gasparri, a Quagliariello, a Rotondi. Berlusconi si è dissociato? I colonnelli si allineano. E' sempre stato così nella casa del Popolo della Libertà. Tremonti, pudicamente, ha parlato d'altro. E la Perdonanza? * * * Come si sa la Perdonanza fu istituita da Celestino V, il solo papa che si sia dimesso nella millenaria storia della Chiesa, come una sorta di pre-Giubileo che fu poi istituzionalizzato dal suo successore Bonifacio VIII. I potenti dell'epoca avevano molti modi e molti mezzi per farsi perdonare i peccati, ma i poveri ne avevano pochi e le pene erano molto pesanti. La Perdonanza fu una sorta di indulgenza di massa che aveva come condizione la pubblica confessione dei peccati gravi, tra i quali l'omicidio, la bestemmia, l'adulterio, la violazione dei sacramenti. Confessione pubblica e perdono. Una volta l'anno. Di qui partirono poi le indulgenze ed il loro traffico che tre secoli dopo aveva generato una sistematica simonia da cui nacque la scissione di Martin Lutero. E' difficile immaginare in che modo si sarebbe svolta l'altro ieri la festa della Perdonanza con la presenza del Segretario di Stato vaticano inviato dal Papa in sua vece e con accanto il presidente del Consiglio a cena e nella processione dei "perdonati". Diciamo la verità: il killeraggio di Feltri contro Boffo ha risparmiato al cardinal Bertone una situazione che definire imbarazzante è dir poco anche perché era stata da lui stesso negoziata e voluta. Dopo l'attacco di Feltri quella situazione era diventata impossibile, ma non facciamoci illusioni: la Chiesa vuole includere tutto ciò che può portar beneficio alle anime dei fedeli e al corpo della Chiesa. Se Berlusconi si pentisse davvero, confessasse i suoi peccati pubblicamente, si ravvedesse, la Chiesa sarebbe contenta. Ma se lo facesse sarebbe come aver risposto alle 10 domande di Repubblica. Quindi non lo farà. Nessun beneficio per l'anima sua, ma resta il tema dei benefici per il corpo della Chiesa. Lì c'è molto grasso da dare e il premier è prontissimo a darlo. In realtà il prezzo sarà pagato dalla democrazia italiana, dalla laicità dello Stato e dai cittadini se il paese non trarrà da tutto quanto è accaduto di vergognoso ed infimo un soprassalto di dignità.
(La Repubblica, 30 agosto 2009)

Il Video di Roberto Saviano a Cinisi

Saviano a Cinisi – prima parte


Saviano a Cinisi - seconda parte

Saviano, la memoria per battere le mafie

di Francesco La Licata
Roberto Saviano ieri a Cinisi davanti alla tomba di Peppino Impastato. Lo scrittore simbolo della resistenza alla camorra sulla tomba di Impastato, ucciso da Cosa nostra.

Cinisi (PA). Immobile, in piedi davanti alle tombe di Peppino Impastato e della sua straordinaria madre, Felicia, Roberto Saviano guarda fisso la foto del «militante comunista» ucciso dalla mafia (per la verità le parole esatte scolpite sul marmo recitano: «mafia democristiana»). Guarda anche il sorriso di Felicia Bartolotta, morta a 88 anni, gran parte dei quali spesi a cercare la condanna per don Tano Badalamenti, il boss dei Centi passi. Tanta era la distanza che separava le abitazioni dei due grandi nemici: Peppino, appunto, e don Tano.Sembra davvero conquistato, lo scrittore. Posa lo sguardo sui bigliettini lasciati dalle centinaia di giovani che ancora oggi, a più di trent’anni dall’assassinio, vengono a Cinisi e, prima di qualunque divagazione turistica, si fermano al cimitero per lasciare un pensiero dedicato al ragazzo che rifiutò, fino al sacrificio finale, la cultura mafiosa del padre. Avversato dall’intero paese, ma non dalla sua «madre coraggio» che lo protesse finché potè e, quando glielo strapparono con una bomba, non finì di battersi a fronte alta. Fino a quando, quattro anni fa, chiuse gli occhi appagata per aver sentito la Corte d’Assise pronunciare la formula di condanna per Badalamenti.Si guarda intorno, Roberto Saviano. Nota che il cancelletto della «gentilizia» di famiglia è senza lucchetto e si rivolge a Giovanni, fratello di Peppino: «Sta sempre aperto, questo luogo?». «Sempre», è la risposta di Giovanni, «come “Casa Memoria” in paese, la casa dei Cento passi che Felicia ha voluto fosse trasformata in un luogo aperto a tutti. In una difesa perpetua del ricordo di Peppino, che avevano cercato di far passare per terrorista uccidendolo con una bomba». E Saviano: «È un messaggio importantissimo, perché oltre all’esercizio della memoria - che la mafia, tutte le mafie vorrebbero cancellare - si trasmette il senso del coraggio della verità. Chi combatte per una causa giusta può guardare dritto negli occhi gli avversari, non ha bisogno di celarsi dietro lucchetti e chiavistelli; sono loro, i mafiosi, a cercare il buio e il silenzio omertoso. E questo vale per la Sicilia come per la Campania e per tutto il nostro martoriato Sud».È una presenza significativa, quella di Saviano a Cinisi. Lo scrittore che con il suo bestseller Gomorra è divenuto il simbolo della resistenza alla camorra campana ha accettato di venire a presentare il libro scritto da Giovanni Impastato con Franco Vassia (Resistere a Mafiopoli, ed. Stampa Alternativa). Ha accettato l’invito anche il Procuratore nazionale antimafia, Piero Grasso, felicissimo di contribuire a quella difesa della memoria, ormai patrimonio collettivo della resistenza alla mafia.Sulla tutela dell’«onore» dei caduti nella lotta alle mafie Saviano non si è risparmiato. Lo ha fatto di recente, insorgendo in difesa della onorabilità di don Peppe Diana, che l’avv. Gaetano Pecorella - parlamentare presidente della commissione Ecomafie - stentava a riconoscere come vittima della camorra. «Quella della diffamazione delle vittime - chiarisce Saviano - è una delle peggiori ingiustizie che si possano subire. Più ancora della privazione della vita. La distruzione del ricordo di un uomo onesto serve a giustificare l’omicidio, a convincere i cittadini-spettatori che la mafia uccide solo “chi se lo merita”. È un messaggio culturalmente devastante, un metodo che ha contribuito al radicamento del vivere mafioso in gran parte del Sud Italia».Si accalora, Saviano, quando tocca questi temi. Tanto da suscitare il sospetto di un coinvolgimento personale. Ancora la vicenda Pecorella? «Non ci penso più: le scuse fatte pervenire ai familiari di don Peppe mi rasserenano sul fatto che quella polemica andava sollevata, soprattutto in difesa di una “verità” che non è vero fosse ancora aperta, come sosteneva il parlamentare, ma era già codificata in più d’una sentenza».Lo scrittore si concede una pausa, poi riprende: «No, non difendo una mia personale presa di posizione, sento semmai l’esigenza di non indietreggiare di fronte all’aggressione e al furto della memoria. Bisogna far sentire la propria presenza, devono sapere che noi ci siamo e restiamo vigili ad arginare i “venticelli” di una certa Italia e i giochi sporchi di politici, sedicenti cronisti e pseudo opinione pubblica, tutti pronti alla facile calunnia». E perché oggi a Cinisi? «Ho letto il libro di Giovanni, ho conosciuto la tenacia di Felicia: un esempio di dignità e di difesa dell’onore dei propri caduti. Sì, proprio onore: una parola che appartiene alla gente perbene e che, invece, è stata scippata e stravolta da questi maestri dell’inganno».«Anche stamattina - prosegue - a Casa Memoria ho respirato l’aria buona di chi non si è arreso: i libri di Peppino, i testi di Pasolini, le foto, l’amore e il garbo con cui questi brandelli di memoria vengono conservati... Sono contento di essere stato qui». Ma non è che Saviano abbia già sentito attorno a sé lo spiffero di qualche “venticello”? «Non mancano le accuse di protagonismo, a Napoli mi gridano contro “ti sei fatto i soldi”, oppure “la scorta te la paghiamo noi, sai?”, o anche “perché non vai in tv a infangarci ancora?”». Ancora ironia sulla sovraesposizione mediatica. Ma a rasserenare Saviano ci pensa Giovanni Impastato: «Robbè, futtitinni che ti dicono che sei mediatico. Vai in tv, tieni alta la luce su di te».
La Stampa, 28 agosto 2009

venerdì 28 agosto 2009

Corleone. Diario dai campi di lavoro antimafia. Tutti a Cinisi per Roberto Saviano

Oggi ci siamo svegliati pensando: è un giorno come un altro…e invece… A noi volontari, con gli occhi ancora un po’ cisposi, danno il buongiorno i filari infiniti e i secchi da riempire. Anche stamani ci siamo divisi in due gruppi: il sole, il caldo e l’attesa del camion del rivenditore! Trafelati ritorniamo alla cooperativa, dove ci aspetta il solito pranzo ristoratore preparato a regola d’arte. Il programma pomeridiano è decisamente intenso: Rita Borsellino dovrebbe venire a trovarci alle sei (e non vi anticipiamo la serata!). L’eccitazione per l’imminente incontro permea il nostro tempo libero. Purtroppo all’ultimo Rita Borsellino ci annuncia che un contrattempo le impedisce di raggiungerci. Nel giro di pochi minuti siamo già sui pulmini per recarci a Cinisi: alla pizzeria di Giovanni Impastato, fratello di Peppino ci sarà la presentazione del suo libro “Resistere a Mafiopoli” a cui parteciperanno in via eccezionale Pietro Grasso e Roberto Saviano… pensate che dopo la vicenda di Gomorra, quest’ultimo non era ancora stato in Sicilia. La sua presenza è davvero un onore per Cinisi, tanto che per l’occasione gli viene conferita la cittadinanza onoraria. La gente è tantissima, qualcuno arriva anche da lontano e quando gli ospiti prendono la parola la sala si riempie di emozione. Il libro di Giovanni è un’intervista condotta da Franco Vassia, in cui il fratello difende la memoria di Peppino che più volte dalle Istituzioni inadempienti e dai media è stata calpestata. Di grande contributo è stato l’intervento di Pietro Grasso, Procuratore Nazionale Antimafia e giudice del maxi processo che tuttora lotta per difendere chi, come i presenti, racconta verità scomode. Questa è proprio la storia vissuta negli ultimi anni da Saviano. “La libertà della parola non fa prigionieri. Io so, ho le prove e quindi racconto” (Gomorra) . Dalle sue parole emerge la volontà di andare avanti nonostante le conseguenze estreme per la vita privata che la sua attività gli ha comportato. Sentire tutto ciò, vedere i loro volti pieni di coraggio - che non significa essere sprezzanti nei confronti della vita ma sapere che c’è qualcosa di più importante della paura - ci sprona a continuare la strada appena intrapresa. L’onore, un concetto che la mafia ci ha rubato, è in realtà ciò che dobbiamo difendere quotidianamente…fare la cosa giusta anche solo perché è il nostro dovere, senza cedere davanti alle conseguenze. La serata si conclude con una visita del gruppo volontari alla casa-museo di Peppino e con l’immancabile conteggio dei cento passi.
Giulia, Antonino e Pietro