mercoledì 24 dicembre 2008



All'Inferno con Benigni. Intervista al comico toscano su... Dante ed altro...

di Wlodek Goldkorn
Gli intercettati e i corrotti. Gli ignavi e i bigotti. Il grande comico toscano racconta i gironi danteschi dell'Italia di oggi. Parla della volgarità e della speranza. E spiega perché Silvio Berlusconi ci fa ridere
"Faccio una premessa, anzi un preambolo, bella la parola preambolo, c'ha un bel suono. Sono anni che non faccio un'intervista a 'L'espresso', e siccome sono emozionato, propongo di rovesciare le parti. Intervisto io 'L'espresso', e chissà cosa mi raconterebbe L'espresso"...
Le racconterebbe l'Italia di oggi, signor Benigni, come fa ogni settimana. Torniamo quindi all'ordine stabilito. Il pretesto per questa intervista è 'Tutto Dante', una serie di dvd tratti dallo spettacolo con cui ha riempito le piazze d'Italia. E allora provi a immaginarsi: Dante risorge oggi.
"Dante non risorge perché anche nella tomba è vivissimo. Anzi, per alcuni è già troppo vivo anche da morto".
E lei lo porta in giro per il mondo.
"Infatti torno dall'estero. Ho fatto uno spettacolo al Palazzo del ghiaccio di Lugano. Tutti con peliccia, sciarpa, berretto. E io con un vestitino estivo. Sembrava l'immagine del lago di Cocito dell'Inferno dantesco. Assomigliavo a uno di quei personaggi della 'Commedia' che hanno commesso peccati tremendi: superbia o tradimento, e che per la pena di contrapasso stanno immersi nel ghiaccio, con il viso rivolto in su. E come per la pena di contrapasso, mi sono ammalato. Mi ha impressionato, non solo a Lugano, anche in altre città, l'entusiasmo degli italiani all'estero. Partivo dicendo: 'In Italia ho un vantaggio: appena dico il nome di Berlusconi, tutti ridono'. Ma già a metà del nome, ecco che a Lugano o in Germania partiva un fragoroso applauso e una risata".
È una maschera della commedia dell'arte, Silvio Berlusconi?
"Di più. Non è una maschera, è la maschera. È spettacolare. Esonda, come si usa ora dire del Tevere. È piovuto troppo Berlusconi nel mondo, e ora sta esondando. Basta dire: 'Berl', e scoppia una incontenibile risata. Io, poveretto dico: 'Perché Dio', e niente. Dico invece 'Berlusconi', ed ecco che va giù la sala. Perché Berlusconi promette. È un nome che promette di divertirci. Con lui tutto finisce in una gran risata. Ho visto che all'estero ridono di più che in Italia. Le cose che arrivano indirettamente sono più belle. Berlusconi gioca di rinterzo".
Parliamo della sua comicità. Lei non porta maschera. Si presenta con la sua nuda faccia. In 'La vita è bella', il film che le è valso l'Oscar, lei è Benigni, non un ebreo. E il lager non è Auschwitz...
"Per ogni comico lo stile è il suo corpo, e il modo con cui si muove, il suo sguardo. Per esempio, questa scemenza che ho appena detto, se mi si potesse vedere, sarebbe un po' più bella".
L'Italia piace al mondo?
"Così come il nostro imperialismo militare del Ventennio è stato il più goffo e ridicolo del mondo, il nostro imperialismo culturale è stato il più lucente di tutti i tempi, e ancora brilla. Nel mondo occidentale tutto ciò che è moderno è stato inventato dagli italiani. Dai bottoni all'architettura, dal bacio alla finanza, dai pantaloni alla musica. Gli ordini angelici e il purgatorio: tutta roba italiana".
Lei ama sottolineare le sue radici...
"Contadine. I miei genitori erano parte della terra, la amavano e la lavoravano. Erano due zolle. E io ne vado orgoglioso".
I ricchi considerano i poveri volgari.
"È questa una considerazione volgare. Cristo ha dato un nome ai poveri: il suo".
È in grado di definire la volgarità?
"Volgarità è andare a toccare e stuzzicare le nostre parti più basse per ottenere un facile consenso, un immediato guadagno, un'indebita popolarità. A volte si cede. Basta un momento di debolezza. Chissà se anch'io non ci sono caduto qualche volta".
La tv è volgare?
"A volte le cose sono così plateali che spero che si arrivi all'assuefazione".
Naturalmente non fa i nomi...
"Farli sarebbe volgare davvero".
E allora torniamo al sublime. Dante parla di corpi, di escrementi, di sangue. Oggi è possibile farlo con altrettanta eleganza?
"Dante sente odori, umori, inciampa nei corpi. Usa parole come merda o puttana, perché è convinto che tutto è degno di essere salvato. La poesia può essere fatta con qualsiasi parola. La poesia è corpo, ritmo, finzione, passione. Ogni parola nella 'Commedia' corrisponde a un'emozione. Ed è una lezione di libertà".
Perché?
"Quando siamo in preda alle passioni, siamo liberi, perché nessuno ci può controllare. Dante muore nel primo cerchio perché altrimenti sarebbe rimasto lì, tra i lussoriosi, i due avvinghiati per l'eternità. L'inferno si ferma davanti alle passioni, omaggia l'amore terrestre".
Cosa è successo allora alla lingua italiana? A sentire le intercettazioni ci sono poche passioni e molta volgarità. Nel suo spettacolo c'è un pezzo molto applaudito...
"'Aho, Qui ce ne sono due che vonno fare la televisione, ma non sanno fare un cazzo. Che je fammo fa'? Ma so' bone? Ammazza: una sorca, una fregna. Allora io mi scopo la sorca tu ti scopi la fregna. Je fammo fare un reality, Un due tre sorca, l'Isola della fregna'. Questo dialogo è un capolavoro, un vero girone infernale degli intercettati. Neanche Dante saprebbe scrivere un dialogo così".
Berlusconi in quale girone lo metterebbe?
"Un girone ad personam. Fatto con una legge solo per lui. Confesso, tempo fa volevo fare uno spettacolo in cui Dante mi avrebbe guidato all'inferno. A pensarci bene, a Berlusconi potrei fargli fare il giro di tutti quanti: dei lussuriosi, dei barattieri, dei simoniaci, dei bugiardoni, dei bischeroni. Sta bene dappertutto. È un protagonista".
Perché non ha fatto quello spettacolo?
"Perché sarebbe cabaret. Preferisco la 'Commedia'".
Nel girone degli ignavi chi metterebbe?
"Quel girone sarebbe pieno. L'ignavia è il più grave dei peccati. Gli ignavi sono rifiutati perfino dal demonio. Satana non li vuole perché i dannati, gli assassini direbbero 'io sono meglio di loro'. Quando vediamo gli orrori alla tv, il vero orrore è la nostra indolenza".
Molti politici italiani peccano di ignavia. Anche quelli di sinistra.
"Certo. Ignavi sono anche coloro che salgono sul carro del vincitore, quelli che aspettano di agire per vedere come vanno le cose. Essere ignavi vuole dire vivere senza Dio, perché una volta scelta la strada dell'ignavia, il Dio che è dentro ciascuno di noi non ci guarderà mai più negli occhi. La pena del contrapasso per gli ignavi non a caso è seguire nudi un vessillo stracciato ed essere pungolati dalla mosche. Perché nella vita, loro non sono stati pungolati da niente. Non hanno vissuto".
Lei spesso dissacra il potere.
"Una volta era facile. Oggi s'è dissacrato da solo. Un comico serio deve proteggere i cittadini da chi li governa. È il suo lavoro".
E quando prese Enrico Berlinguer in braccio?
"Volevo sentire il suo corpo. L'ho visto fragile. Volevo far vedere la sua leggerezza in una maniera fisica. Eravamo abituati che il segretario del Partito comunista fosse un padre. Io l'ho voluto ricondurre alla condizione di un bambino".
Oggi i capi dei partiti come sono?
"È cambiato tutto. Si è persa una parte, ma si è guadagnato da un'altra. Le nuove generazioni sono meglio. I giovani sono più belli, più colti, più sensibili".
In giro si sente nostalgia di Berlinguer.
"Quando pensiamo al passato, cancelliamo le parti brutte e teniamo in mente solo quelle belle. Ma è un errore. Bisogna guardare in avanti. Dobbiamo vedere il bello di fronte a noi. Altrimenti che vita sarebbe?".
Walter Veltroni è meglio di Berlinguer?
"Berlinguer andava bene. Adesso c'è Veltroni e va bene Veltroni. Non si può mica rifare Berlinguer. E come se io volessi rifare Chaplin".
Perché in Italia spesso i comici fanno i politici e i politici i comici?
"Qui entriamo nella distinzione tra comicità e satira. La satira è mirata. È ad personam. Io preferisco la comicità che parla a tutti e prende di mira tutti".
Lei soffre per lo stato della libertà in Italia?
"Possiamo dire tutto. Io posso dire che Berlusconi fa schifo. Poi magari mi mettono in galera e chiudono 'L'espresso'. Però l'abbiamo detto. Ma io non l'ho detto. È 'L'espresso' che lo ha scritto. Sono stato frainteso".
Visto che siamo liberi. Cosa le viene in mente quando sente la parola Brunetta?
"Mi fa schiantare dal ridere. Quando lo vedo in tv, mi viene la voglia di entrarci dentro e mettermi accanto. È una maschera, per come esprime i concetti, non per l'aspetto fisico. È un testo teatrale".
Mariastella Gelmini?
"È impegnata in una lotta impari. Le facce dei ragazzi sono sacre. Non si può non stare coi ragazzi. Diceva Mark Twain: 'Non ho mai permesso alla scuola di interferire con la mia istruzione'".
Giulio Tremonti?
"Un'immagine, nitida. Non uno da mandare all'inferno".
Lei dice che Dante scrive perché Dio esista e non perché Dio esiste. Il poeta crea il mondo?
"Sì. E la 'Commedia' è il poema dell'incredibile, è audace e moderna. C'è dentro il bipolarismo, il trasformismo. Ah, che bella pena sarebbe quella dei trasformisti, Dante cambierebbe in continuazione quel che appare loro davanti. E quanto sarebbe pieno il girone dei corruttori. Ma niente nomi. Dante l'hanno mandato in esilio perché odiava i trasformisti e gli stolti. Poteva dare un bacio a un lebbroso, non avrebbe mai stretto la mano a un imbecille".
Ci sarebbe il girone dei bigotti?
"Sì. Di coloro che prostituiscono il sacro".
A chi stringerebe Dante la mano a Montecitorio?
"Il parlamento racchiude il 10 per cento del peggio, l'80 per cento di mediocrità. E il 10 per cento del meglio. A quel 10 per cento stringerebbe la mano".
Ultima domanda. Lei va in giro con la 'Commedia' in tutta l'Europa, in America, nei Paesi arabi. Perché Dante è così universale?
"Perché si è occupato di quella cosa di cui non si occupa più nessuno: la vita, il mistero, il perché siamo qua. I fatti del mondo non sono la fine della questione. Oggi è tutto desacralizzato, ma appena entro nell'aldilà si sente una nostalgia, una rimembranza profonda, di un paradiso terrestre. Noi viviamo la notte di Giacobbe perenne. Lottiamo con Dio, e come Giacobbe ne usciamo feriti, toccati. Non si può sfuggire alla 'Commedia' come non si può sfuggire alla propria coscienza. È come chinarsi sull'abisso. E quando guardi l'abisso l'abisso guarda te".
L’Espresso, (23 dicembre 2008)

Benigni scrive una lettera a Dante Alighieri

lunedì 22 dicembre 2008

Seduta consiliare di Corleone. E l'urgenza?

Approvato l'ordine del giorno Pd per la stipula di una convenzione con Telejato, la mozione - anch'essa del Pd - per la rimozione del capannone ex Telecom e quella (pure Pd) per una convenzione con la LIPU per "bonificare" il paese dalle migliaia di piccioni
Né il presidente Mario Lanza, né il sindaco Nino Iannazzo hanno saputo (o voluto) spiegare in aula il perché della seduta consiliare di stamattina, a due giorni da Natale, con un ordine del giorno senza nessun “acuto”, senza nessuna vera “urgenza”. Eppure è stato chiesto esplicitamente ad entrambi da chi scrive, ma nessuno dei due ci ha voluto fare questa “confidenza”. In assenza di confidenze, restiamo fermi nella convinzione che sia stato un modo di fare un regalo ai “fannulloni” di casa nostra, a coloro che dovrebbero andare a lavorare (magari a Palermo) ed invece possono restare comodamente a casa, intascando per giunta il gettone di presenza.
Per la cronaca, il sindaco e l’assessore Giandalone hanno risposto all’interrogazione del gruppo del Pd (primo firmatario chi scrive) sulla necessità di avviare la raccolta differenziata dei rifiuti e di trasformare da part-time a full-time il contratto di lavoro degli operai (alcuni espletano 30 ore settimanali, altri 24 ore). In sostanza, hanno comunicato di avere avviato un confronto “epistolare” con l’Ato per avere un piano dettagliato del servizio e dei relativi costi. Il sindaco, comunque, ha assunto l’impegno di convocare al più presto “un tavolo” Comune-Ato-Sindacati per accelerare il concreto avvio della raccolta differenziata e la trasformazione dei contratti agli operai.
Infine, il consiglio ha approvato l’ordine del giorno del Pd per affidare a Telejato, la piccola Tv antimafia di Partinico, la trasmissione di tutte le sedute consiliari; ha approvato la mozione (anch’essa del Pd) con cui si chiede al comune di rientrare in possesso dell’ex capannone Telecom, di dismetterlo perché ormai è un ricettacolo di sporcizia ed un veicolo di infezioni, e di realizzarvi un’area a verde attrezzato; ha approvato, infine, un’altra mozione del Pd con cui si chiede di affidare all’associazione LIPU l’elaborazione e l’attuazione di un piano per liberare il centro storico del paese dalle migliaia di piccioni che l’infestano.

Improvvisazione al potere

di TITO BOERI
Un mese fa il governo annunciava, per bocca del ministro del Welfare Sacconi, la proroga al 2009 della detassazione delle ore di lavoro straordinario, una misura volta a incoraggiare orari di lavoro più lunghi (per chi un lavoro ce l'ha e lo avrà anche nel 2009).
I tecnici del ministero del Welfare legittimavano pubblicamente questa scelta perché per "sostenere la crescita e incrementare la produzione occorre lavorare di più". Sabato, nella conferenza stampa di fine anno, il Presidente del Consiglio Berlusconi ha, invece, proposto di ridurre l'orario di lavoro, portando la settimana lavorativa a 4 giorni. E gli stessi tecnici che avevano fino a qualche settimana fa elogiato la detassazione degli straordinari si sono affrettati a rimarcare (sugli stessi giornali che avevano ospitato i loro interventi precedenti) che queste misure serviranno per "fronteggiare l'emergenza economica e salvaguardare i livelli occupazionali". Intuendo lo smarrimento degli italiani, poniamoci la domanda che molti di loro si saranno posti: aveva ragione il Governo (e i suoi tecnici) un mese fa a incoraggiare il lavoro straordinario o ha ragione il Governo (e i suoi tecnici) a sostenere ora esattamente il contrario, vale a dire, l'orario di lavoro ridotto? A giudicare dalle esperienze internazionali, la risposta è nessuno dei due. La detassazione degli straordinari era una misura del tutto anacronistica in una fase recessiva, quando si tratta soprattutto di contenere la distruzione di posti di lavoro. I texani amano parlare senza mezzi termini. Il più titolato studioso di domanda di lavoro, Daniel Hamermesh, viene da lì e in un recente incontro all'Isae ha definito la detassazione degli straordinari una misura "demenziale" nell'attuale congiuntura.
Il giudizio lapidario non voleva, crediamo, incoraggiare a fare esattamente l'opposto anche perché non sempre l'opposto di una cosa demenziale è una cosa giusta. Eppure il Senatore Francesco Casoli, che sembra abbia ispirato le affermazioni di Berlusconi a favore degli orari ridotti, ha riesumato lo slogan comunista degli anni 90: "lavorare meno, lavorare tutti". Purtroppo, come mostrano le ripetute fallimentari esperienze francesi, prima con le 39 ore di Mitterrand e poi con le 35 ore della Aubry, ogni volta che lo stato riduce d'imperio l'orario di lavoro finisce per distruggere posti di lavoro e scontentare tutti, a partire dagli stessi lavoratori. Il fatto è che gli orari di lavoro non possono che essere definiti e contrattati azienda per azienda, sulla base delle specifiche esigenze dell'organizzazione del lavoro e del personale. E' auspicabile che in molte aziende, invece di licenziare dei lavoratori, si riesca a rimodulare gli orari di lavoro, prevedendo orari di lavoro ridotti per molti, se non proprio per tutti. Ma sono scelte e decisioni che vanno prese azienda per azienda e nell'ambito di patti di solidarietà fra gli stessi lavoratori, che accettino in questo caso riduzioni del proprio salario mensile, pur di salvaguardare il posto di lavoro di altri lavoratori. Gli strumenti normativi per permettere tutto ciò, dalla Cassa Integrazione Ordinaria ai contratti di solidarietà, esistono già nel nostro paese. Quello che manca, semmai, è la contrattazione decentrata, azienda per azienda. Ma questo è un altro discorso. Non riguarda il Governo, ma le parti sociali. Berlusconi nel lanciare la sua proposta sugli orari ridotti non ha citato il senatore Casoli, ma Angela Merkel. C'è una cosa che accomuna il nostro governo e quello tedesco. Entrambi stanno facendo molto poco per contrastare la recessione. Invece di stimolare la domanda, il Governo tedesco ha introdotto un sistema di garanzie agli investimenti (soprattutto delle piccole imprese e nell'industria dell'auto). Le garanzie, tuttavia, funzionano solo in fasi espansive, quando c'è una forte domanda di investimenti. Il nostro paese ha addirittura varato misure, almeno sulla carta, di contrazione fiscale. Toglieranno risorse a famiglie e imprese, anziché metterne di più in circolazione. Forse per questo sia in Germania che in Italia chi è al governo preferisce parlare di materie che non sono di sua competenza, come l'orario di lavoro. "La crisi è nelle mani dei consumatori" ha detto nella stessa conferenza stampa, il nostro Presidente del Consiglio. In verità la durata e l'intensità della crisi è innanzitutto nelle mani del governo. Dovrebbe dare ai cittadini messaggi meno contraddittori se vuole che aumenti la fiducia di famiglie e imprese. Dovrebbe parlare apertamente della crisi, invece di cercare di inventarsi altri terreni di confronto, come Nixon che di fronte all'esplosione dello scandalo Watergate decise nel 1972 di andare in Cina per spostare altrove l'attenzione generale. Non è esorcizzando i problemi e chiedendo ai giornali di parlare d'altro (magari dedicando intere paginate alla band del ministro dell'Interno) che si risolve la crisi. Per questo speriamo che nessuno voglia raccogliere l'invito di Berlusconi a non pubblicare previsioni a tinte fosche, come quelle elaborate dal Centro Studi Confindustria, perché "le profezie negative si autoavverano". Al contrario, è proprio ridurre l'informazione e spargere finto ottimismo che allunga la crisi. Quando l'informazione non è accurata, aumenta solo l'incertezza, e l'incertezza è la peggiore nemica di quegli investimenti che ci porteranno, prima o poi, fuori dalla recessione.
(La Repubblica, 22 dicembre 2008)

Massimo, figlio prediletto: "Quando mio padre Vito Ciancimino trattava con i boss mafiosi"

ATTILIO BOLZONI
Ciancimino Jr svela ai pm i segreti dell´ex sindaco di Palermo. La verità sui mesi tra l´attentato a Capaci e quello in via dei Georgofili, con le richieste di Riina. "Incontrò pure Provenzano". L´ipotesi degli investigatori: Borsellino ucciso perché scoprì la trattativa tra Stato e cosche, mediata dal primo cittadino

PALERMO - È un testimone che ha un nome molto pesante. Da paura. Si chiama Ciancimino. Non è solo un omonimo del potente don Vito e nemmeno un lontano parente: è suo figlio. Parla dei segreti che il padre si è portato nella tomba. Parla di Totò Riina e Bernardo Provenzano, di patti con lo Stato e stragi. La sua verità è dentro sette interrogatori che sono stati secretati. E spediti ai magistrati di Caltanissetta che indagano sull´uccisione del procuratore Borsellino.L´ultimo mistero siciliano si nasconde nei ricordi del più piccolo dei cinque figli di quello che fu il sindaco mafioso di Palermo, lo scapestrato e spericolato Massimo dalla dolce vita, lussi e jet set, barche, Ferrari, ville, feste e tanti «piccioli». È questo quarantacinquenne che fino a qualche tempo fa sembrava ancora il ragazzino viziato e prediletto da papà che sta rivelando le trame della «stagione dei massacri», le bombe di Capaci e di via D´Amelio del 1992, quelle altre che portarono morte nel 1993 a Firenze e a Roma e a Milano. Massimo Ciancimino ha cominciato a riempire verbali nel giugno 2008 - ascoltato dai sostituti procuratori palermitani Antonio Ingroia e Nino Di Matteo - e da allora non si è più fermato. Tecnicamente è un teste. Nella lista accanto a lui ci sono però altri due uomini: Giovanni Brusca e Antonino Giuffrè. Due pentiti. Tutti e tre descrivono cosa accadde - secondo loro - nei mesi fra l´uccisione di Giovanni Falcone e i morti dei Georgofili. Raccontano di trattative fra mafiosi e ufficiali dei carabinieri. Il giovane Ciancimino smonta le ricostruzioni fatte in più processi dal generale Mario Mori. Sui tempi di quelle trattative (retrodatandole a prima della strage di via D´Amelio) che il generale, quindici anni fa vicecomandante dei Ros, avrebbe avuto con suo padre. Incontri per catturare latitanti. Incontri per negoziare la fine della guerra di Cosa Nostra contro lo Stato italiano. Incontri per trovare un "accordo" per la salvezza dei familiari dei boss. Ciancimino junior svela anche di aver saputo direttamente da don Vito dell´esistenza di richieste scritte avanzate dai padrini e inoltrate - tramite il generale Mori, che però ha sempre negato - a misteriosi destinatari. Fogli firmati personalmente da Totò Riina. Gli interrogatori di Massimo Ciancimino hanno coinvolto nuovi personaggi la cui identità è ancora top secret, nomi che sono già stati iscritti o stanno per essere iscritti nel registro degli indagati della procura di Palermo. Tutta l´inchiesta per il momento si sta concentrando «su un distinto signore con una busta in mano» che, una ventina di giorni prima della strage Borsellino, è entrato nella villa dei Ciancimino sotto Montepellegrino. «Mio padre me ne ha parlato tanto?», dice Massimo. Era quello che ha portato il famigerato "papello" da far arrivare allo Stato. Fra le dieci e le dodici richieste che i boss elencavano offrendo in cambio una sola cosa: fermare le bombe in Sicilia e in Italia. «Mio padre ha incontrato tante volte anche Bernardo Provenzano a Roma», dice ancora Massimo ricordando che il padrino corleonese andava in giro presentandosi come "l´ingegnere Lo Verde". Sullo sfondo di queste manovre fra Stato e mafia, la morte di Paolo Borsellino. L´ipotesi investigativa: il procuratore avrebbe scoperto la trattativa e sarebbe stato ucciso perché, qualcuno, lo considerava un ostacolo al patto. Quasi tutte le "dichiarazioni" del testimone Ciancimino sono finite da Palermo a Caltanissetta, dove s´indaga sulle stragi. Quanto sia credibile o sincero il figlio di don Vito è quello che vogliono scoprire i pubblici ministeri. I suoi interrogatori andranno avanti ancora per qualche settimana. Ma nel segreto e fuori dalla Sicilia. Massimo Ciancimino da un paio di mesi ha cambiato aria, non abita più a Palermo. Troppe pressioni. E tante minacce. Dopo la condanna in primo grado a 5 anni e 8 mesi per riciclaggio (è accusato di avere nascosto il tesoro di don Vito), per lui è cominciata una vita segnata da avvertimenti. Prima i proiettili arrivati nella sua bella casa di via Torrearsa. Poi un pedinamento. Proprio il giorno in cui iniziava la sua "collaborazione" con la procura è stato agganciato da un motociclista, all´aeroporto di Punta Raisi. Nessuno doveva sapere che stava per atterrare. Eppure qualcuno l´ha seguito. Massimo Ciancimino è riuscito a prendere il numero di targa della moto, l´avevano rubata la sera prima. Chi aveva interesse a tenerlo d´occhio prima del suo interrogatorio? Mafiosi? Qualcun altro? L´ultimo "segnale" appena una settimana fa, il 12 dicembre. Era a casa, a Palermo. Alle 6,30 del mattino - due ore prima della sua testimonianza in aula contro i complici che riciclavano i soldi di suo padre - qualcuno ha bussato alla porta. «Polizia», hanno urlato. Nel videocitofono Massimo ha intravisto due uomini con il viso nascosto da un cappellino, poi ha trovato dietro la porta un pacco con dentro una bombola di gas propano e una siringa piena di benzina. Dalla procura è partita una richiesta alla prefettura per dargli una scorta. Protezione negata. Massimo Ciancimino per una parte della procura di Palermo è un testimone chiave e per un´altra parte di procura è «socialmente pericoloso». È comunque uno che sta parlando e che sta facendo tremare in tanti. Alcuni passi dei suoi sette interrogatori sono stati depositati anche al processo contro Mario Mori che si sta celebrando in queste settimane a Palermo, il generale è alla sbarra per favoreggiamento per non avere catturato il 31 ottobre del 1995 Bernardo Provenzano in un casolare di Mezzojuso. Lo accusa un altro ufficiale dei carabinieri, il colonnello Michele Riccio, quello che anni fa era stato coinvolto in un traffico di stupefacenti e false operazioni di polizia giudiziaria. Un inghippo. Il colonnello era in contatto con il mafioso Giuseppe Ilardo - in codice chiamato "Oriente" - che è stato ucciso poco prima di diventare ufficialmente un pentito. L´hanno "venduto". Nell´agenda del colonnello Riccio sono stati ritrovati appunti. Uno è del 20 maggio 1996: «Oriente, prima di essere interrogato, ha detto a Mori che molti attentati addebitati a Cosa Nostra non erano stati commessi da loro (dai mafiosi, ndr) ma dallo Stato». Un´altra testimonianza da brividi. Un´altra delle "voci" sulla matrice non solo mafiosa - soprattutto per l´autobomba di via Mariano D´Amelio - delle stragi del 1992. È la verità di "Oriente". Come l´altra è la verità di Ciancimino junior, il preferito di don Vito.
La Repubblica, 21 dicembre 2008

sabato 20 dicembre 2008

Palermo. L'idissea di un cardiopatico: da un mese in attesa di visita

“Sono costretto a casa da una caduta, telefono, ma nessuno sa dirmi quando il dottore verrà”. Bloccato a casa da un mese, con un cuore malconcio, nell´attesa che un medico venga a visitarlo
Salvatore Romano ha 86 anni, una mente arzilla ela parola pronta, ma il corpo gli arranca un po´ dietro. È cardiopatico, ilsignor Romano, e invalido al 100 per cento. Ogni tre mesi si sottopone adiverse visite per accertarsi che tutto sia sotto controllo e che il cuorenon giochi qualche brutto scherzo improvviso. Di solito si reca lui stessoda via Uditore, dove abita, al poliambulatorio Pozzillo dell´Ausl6 persottoporsi alle visite, e nonostante il traffico, la coda al presidio e lastanchezza che ogni tanto lo coglie non si tira indietro. Questa volta perònon ha potuto farlo: qualche settimana fa è caduto e non può muoversi bene,in casa per spostarsi usa un girello, ma la sua autonomia di movimento èpiuttosto limitata e la maggior parte della giornata è costretto su unapoltrona. Per venirgli incontro il suo medico curante gli ha prescritto lesolite visite, ma stavolta da fare a casa. Per questo la moglie del signorRomano è andata circa tre settimane fa con le ricette allo sportello dove siprenotano le visite domiciliari e ha richiesto per il marito sia quellanefrologica che quella cardiologica.Per la prima non ci sono stati problemi: dopo qualche giorno il medicocompetente per la zona ha telefonato e hanno concordato insieme il giornodella visita. Di quella cardiologica invece ancora non si hanno notizie.«Non riesco a mettermi in comunicazione con l´azienda - dice Romano - il piùdelle volte il telefono squilla e non risponde nessuno. E quando lo fannonon sanno darmi nessuna indicazione. Ieri un impiegato mi ha detto che luinon può fare nulla. Ma se non possono fare nulla loro che sono lì, io cosaposso fare da casa?». Anche Repubblica ha provato a chiedere informazioniall´ambulatorio ai numeri di telefono che si trovano sulle pagine Internetdell´azienda. Dopo molti tentativi andati a vuoto la persona che ha rispostoha addebitato la responsabilità dell´organizzazione ad un altro ufficio. Daquest´ultimo una signora cortese ha rinviato ad un altro numero ancora, alquale però non risponde mai nessuno. Nessuno sa insomma quando il signorRomano potrà avere la sua visita cardiologica. «Tutto questo mi fa paura -continua Romano - io ormai ho 86 anni, ma ho delle nipotine piccole e temoper loro, per il futuro che le aspetta se tutto continua ad andare così».

so.pa.
La Repubblica, SABATO, 20 DICEMBRE 2008

venerdì 19 dicembre 2008

Appello per il diritto alla libertà di cura

Rispettiamo l'Articolo 32 della Costituzione
Il Parlamento, con molti anni di ritardo e sull'onda emotiva legata alla drammatica vicenda di Eluana Englaro, si prepara a discutere e votare una legge sul testamento biologico. Dopo quasi 15 anni di discussioni, chiediamo che il Parlamento approvi questo importantissimo provvedimento che riguarda la vita di ciascun cittadino. Il Parlamento, dove siedono i rappresentanti del popolo, deve infatti tenere conto dell'orientamento generale degli italiani. Rivendichiamo l'indipendenza dei cittadini nella scelta delle terapie, come scritto nella Costituzione. Rivendichiamo tale diritto per tutte le persone, per coloro che possono parlare e decidere, e anche per chi ha perso l'integrità intellettiva e non può più comunicare, ma ha lasciato precise indicazioni sulle proprie volontà.
Chiediamo che la legge sul testamento biologico rispetti il diritto di ogni persona a poter scegliere. Chiediamo una legge che dia a chi lo vuole, e solo a chi lo vuole, la possibilità di indicare, quando si è pienamente consapevoli e informati, le terapie alle quali si vuole essere sottoposti, così come quelle che si intendono rifiutare, se un giorno si perderà la coscienza e con essa la possibilità di esprimersi. Chiediamo una legge che anche nel nostro Paese dia le giuste regole in questa materia, ma rifiutiamo che una qualunque terapia o trattamento medico siano imposti dallo Stato contro la volontà espressa del cittadino. Vogliamo una legge che confermi il diritto alla salute ma non il dovere alle terapie. Vogliamo una legge di libertà, che confermi ciò che è indicato nella Costituzione.
Primi Firmatari: Ignazio Marino, chirurgo e senatore; Giuliano Amato, ex Presidente del Consiglio; Corrado Augias, scrittore; Bianca Berlinguer, giornalista; Alessandro Cecchi Paone, conduttore televisivo; Maurizio Costanzo, giornalista; Guglielmo Epifani, Segretario Generale CGIL; Paolo Franchi, giornalista; Silvio Garattini, scienziato, farmacologo; Massimo Giannini, giornalista; Franzo Grande Stevens, avvocato; Marcello Lippi, Commissario tecnico della Nazionale italiana; Luciana Littizzetto, attrice e cabarettista; Alessandra Kustermann, medico, ginecologa; Miriam Mafai, giornalista e scrittrice; Vito Mancuso, teologo; Erminia Manfredi, regista; Simona Marchini, attrice e autrice; Rita Levi Montalcini, premio Nobel; Giuseppe Remuzzi, scienziato, immunologo; Stefano Rodotà, giurista; Eugenio Scalfari, fondatore del quotidiano La Repubblica; Umberto Veronesi, oncologo; Mina Welby, delegato municipale ai diritti civili; Gustavo Zagrebelsky, Presidente emerito della Corte Costituzionale.
Per firmare anche tu

giovedì 18 dicembre 2008

Blitz antimafia di Palermo. Tra gli arrestati anche due politici di Monreale e Belmonte Mezzagno

In manette un consigliere di Monreale e l´ex vicesindaco di Belmonte Mezzagno. Li hanno portati via con i pullman come ai tempi del maxiprocesso. Ieri mattina l´ingresso della caserma dei carabinieri di piazza Verdi era assediato da un piccolo esercito di parenti venuti a salutare gli 89 portati via all´alba dagli uomini del reparto operativo guidato dal tenente colonnello Iacopo Mannucci. Solo in cinque erano riusciti a sottrarsi alla cattura, adesso diventati quattro dopo l'arresto di Sandro Capizzi, il 27enne figlio del capomandamento di Villagrazia, designato nuovo capo della commissione provinciale. Tra i personaggi finiti in manette spiccano i nomi di due politici: Castrenze Nicolosi, consigliere comunale di Monreale, eletto in una lista civica, e Giovanni Migliore, ex vicesindaco di Forza Italia di Belmonte Mezzagno, il comune nel quale alcuni colpi di arma da fuoco erano stati esplosi tempo fa contro il portone del circolo azzurro.
Ecco l´elenco degli arrestati: Govanni Adelfio, 44 anni; Salvatore Adelfio, 61 anni; Francesco Adornetto, 51 anni; Gregorio Agrigento, 73 anni; Antonino Alamia, 44 anni; Gerlando Alberti, 81 anni; Giusto Arnone, 36 anni; Antonio Badagliacca, 62 anni; Francesco Paolo Barone, 64 anni; Salvatore Barrale, 51 anni; Paolo Mario Bellino, 40 anni; Salvatore Bellomonte, 50 anni; Vincenzo Billitteri, 45 anni; Giuseppe Biondino, 31 anni; Filippo Bisconti, 48 anni; Salvatore Bisconti, 53 anni; Francesco Bonomo, 50 anni; Davide Buffa, 42 anni; Giuseppe Caiola, 43 anni; Giuseppe Calvaruso, 31 anni; Pietro Calvo, 62 anni; Alessandro Capizzi, 25 anni; Antonino Gioacchino Capizzi, 35 anni; Benedetto Capizzi, 64 anni; Gaetano Capizzi, 39 anni; Benedetto Cappello, 61 anni; Luigi Caravello, 55 anni; Domenico Caruso, 40 anni; Gaetano Casella, 51 anni; Giuseppe Casella, 52 anni; Girolamo Catania, 33 anni; Salvatore Catania, 63 anni; Francesco Chinnici, 33 anni; Giuseppe Ciancimino, 53 anni; Marco Coga, 43 anni; Giovanni Costantino, 38 anni; Sergio Damiani, 38 anni; Giuseppe D´Anna, 26 anni; Santo Dell´Oglio, 33 anni; Giovanni Di Bartolo, 45 anni; Giuseppe Di Cara, 36 anni; Vincenzo Di Gaetano, 54 anni; Giuseppe Di Giacomo, 42 anni; Marcello Di Giacomo, 41 anni; Gaspare Di Maggio, 29 anni; Vincenzo Di Maria, 58 anni; Antonino Freschi, 50 anni; Gaetano Ganci, 58 anni; Giuseppe Greco, 46 anni; Giuseppe La Rosa, 30 anni; Francesco Leone, 48 anni; Giovanni Battista Licari, 30 anni; Giovanni Lipari, 60 anni; Rosario Salvatore Lo Bue, 55 anni; Salvatore Lo Cicero, 77 anni; Gaetano Lo Presti, 52 anni; Giuseppe Lo Verde, 51 anni; Salvatore Lombardo, 86 anni; Vincenzo Carlo Lombardo, 36 anni; Fabio Manno, 44 anni; Giuseppe Marano, 56 anni; Baldassarre Migliore, 41 anni; Giovanni Migliore, 40 anni; Salvatore Milano, 55 anni; Gioacchino Mineo, 56 anni; Massimo Mulè, 36 anni; Salvatore Mulè, 32 anni; Antonino Musso, 36 anni; Placido Naso, 73 anni; Castrenze Nicolosi, 49 anni; Giuseppe Pefetto, 51 anni; Gaspare Perna, 39 anni; Salvatore Pinio, 40 anni; Giovanni Pizzo, 40 anni; Giovanni Polizzi, 57 anni; Onofrio Prestigiacomo, 50 anni; Rosario Rizzuto, 51 anni; Espedito Rubino, 45 anni; Giuseppe Russo, 40 anni; Rosario Sansone, 66 anni; Giuseppe Scaduto, 62 anni; Francesco Sorrentino, 44 anni; Antonino Spera, 45 anni; Mariano Troia, 34 anni; Benedetto Tumminia, 65 anni; Michele Tumminia, 43 anni; Michele Salvatore Tumminia, 39 anni; Salvatore Francesco Tumminia, 35 anni; Vincenzo Tumminia, 38 anni.
(17 dicembre 2008)

La resistenza di Felicia. «Partigiani» antimafia

di Dacia Maraini
«Ora da morta potrai spalancare le finestre con mani piu sicure di quelle che ti reggevano da viva. Ora nessuno potrà dire di non sentire la tua voce», scrive Umberto Santino ricordando Felicia Impastato, la coraggiosa madre di Peppino Impastato, il giovane ucciso con modi sordidi dalla mafia di Cinisi e fatto passare per suicidio. Felicia Bartolotta Impastato è morta nel 2004, essendo sopravvissuta alla tragica-fine del figlio, avendo denunciato la mafia della propria famiglia, avendo rischiato di essere uccisa ogni giorno.
Lo stesso pentito Calderone racconta che quando lei parlò, pensarono di ammazzarla subito, ma poi la lasciarono perdere, per quelle strane alchimie mafiose che a volte`insultano crudeli fino all`esasperazione, non tenendo conto né dell` età né del sesso delle vittime, altre volte sembrano invece ricordare le regole che essa stessa si è data, di cui la prima era: non toccare le donne e i bambini. In un incontro che si è svolto il 7 dicembre nel salone comunale di Cinisi, che ha visto uniti il Centro siciliano di documentazione Giuseppe Impastato e l’Anpi di Anzola dell`Emilia, nonché il Comune di Sant`Anna di Stazzema e il comune di Marzabotto, in occasione del quarto anniversario della scomparsa di Felicia Impastato, è venuta fuori una idea nuova: la resistenza contro la mafia ha molti aspetti in comune con la resistenza contro il fascismo. Perché non fare tesoro della memoria di quella resistenza per riuscire a opporsi oggi alle prepotenze, alle intimidazioni della mafia che minaccia aspetti in comune un intero popolo e il suo con la resistenza futuro? Il filo rosso della memoria antifascista legherà il ricordo della strage di Sant`Anna di Stazzema e quella di Marzabotto con la mattina del 9 maggio del 1978 quando fu ritrovato il corpo straziato dì Peppino Impastato.... Luoghi e tempi diversi ma animati dagli stessi idéali e sconvolti dalla violenza di un potere spietato», hanno scritto i partecipanti al convegno Ma cosa significa oggi resistere alla mafia? Un suggerimento degli amici di Impastato sembra battere sulla diffusione del sentimento di indignazione e di orgoglio. La Sicilia non è quella che si legge sulle cronache luttuose. E` fatta di gente che lavora sodo e ha capacità di sdegnarsi e prendere posizione. Certo non si può chiedere a un popolo di farsi eroe.
Troppo spesso chi non acconsente finisce stritolato, come è successo al giovane Impastato e a tanti giudici coraggiosi. Ma più sarà diffusa la voglia di resistere e più sarà sicuro l`atto della resistenza.
La mafia è crudele coi deboli e debole coi forti. L`hanno capito molto bene quelli che si oppongono al pizzo, cercando di coinvolgere più persone possibile al loro movimento contro il taglieggiamento quotidiano. Per questo il richiamo ai sistemi della resistenza partigiana, che significa legami col territorio, solidarietà sociale e azioni esemplari, può costituire la base di una nuova e importante opposizione contro la mafia che ha ingaggiato una vera e propria guerra contro la società civile.
dal Corriere della Sera

martedì 16 dicembre 2008

IL GRAFFIO. Rubrica di ironia, satira ed altro...

Quando il saggio indica la luna, lo stolto guarda il dito che la indica...
A proposito della risposta del sindaco Iannazzo all’interrogazione sul caso di abusivismo edilizio della figlia dell’assessore ai Lavori Pubblici Stefano Gambino, verrebbe da dire che «quando il saggio indica la luna, lo stolto guarda il dito che la indica». Infatti, che la materia dell’abusivismo edilizio sia di competenza dei dirigenti del Comune, non ci sono dubbi. E che gli stessi avrebbero adottato i provvedimenti tecnico-giuridici del caso è altrettanto lapalissiano. La domanda dei consiglieri interroganti (e la nostra) su «quali provvedimenti intenda adottare» era, invece, rivolta al sindaco in quanto capo dell’amministrazione comunale di cui fa parte l’assessore Gambino. Si tratta di una richiesta di provvedimenti politici, stante l’insostenibilità morale della presenza in giunta dell’assessore ai Lavori Pubblici, una cui «parente in primo grado in linea retta» (per dirla con le parole del sindaco) si sia resa colpevole di un abuso edilizio. Gli antichi romani dicevano che sulla moglie di Cesare non deve aleggiare nemmeno l’ombra del sospetto. Qui ci troviamo di fronte alla denuncia dei Carabinieri e ad una ordinanza di demolizione delle opere abusivamente realizzate dalla figlia di un assessore, ma il sindaco di Corleone (città della legalità!) non sente il dovere morale di “licenziare” l’assessore in questione, trincerandosi dietro contorsionismi tecnico-linguistici. Ma con questi comportamenti che esempio si da all’opinione pubblica e alle giovani generazioni? Quale coerenza c’è tra questi comportamenti e le “prediche” sulla legalità? (d.p.)
14 aprile 2009


All'on. Nicolò Nicolosi, ex sindaco di Corleone, non uno, ma due pass del privilegio
Spulciando, spulciando, ancora sotto le insegne del Cidma (Centro Internazionale di Documentazione sulle Mafie e il Movimento Antimafia) di Corleone, ecco un altro assegnatario eccellente dei pass del privilegio, rilasciati dal comune di Palermo: Nicolò Nicolosi! Si, proprio lui, l'ex sindaco di Corleone, quello della (finta) guerra infinita con l'attuale sindaco Nino Iannazzo. Il buon Ciccio non ha saputo resistere alle sirene del privilegio e per dimostrare che "lui può" di pass ne chiesti ed ottenuti due! Bravo, bravissimo!! Che uso ne faccia di questi pass e per quali macchine, non ci è dato di sapere... anche se non è difficile immaginarlo.
13 gennaio 2009


Anche al presidente del Centro Antimafia
di Corleone Marcello Barbaro il pass del privilegio!

Spulciando, spulciando, insieme al sindaco di Corleone Nino Iannazzo (e a tanti altri sindaci della provincia di Palermo), negli elenchi dei pass dello scandalo del comune di Palermo c'è anche il dott. Marcello Barbaro, noto commercialista palermitano, nella sua veste di presidente del Centro Internazionale di Documentazione sulle Mafie e sul movimento Antimafia (l'acronimo fa "C.I.D.M.A.). I comuni mortali non capiscono perchè il presidente del Cidma, che non ha nemmeno macchine di rappresentanza, possa avere l'urgenza e la necessità di andare contromano, di parcheggiare gratuitamente nelle zone blu e via privilegiando. Capiscono anzi che il ruolo di presidente di una simile associazione imponga un pizzico in più di rigore, di correttezza, di rifiuto dei privilegi. Ma i nostri sono ormai solo discorsi "vecchi", discorsi "demodé", del secolo scorso... Il Terzo Millennio è fatto per i furbi, per chi sa arrangiarsi. Degli altri non c'è bisogno. Sono noiosi, antipatici, rompi...glioni. (d.p.)
11 gennaio 2009



Anche a Iannazzo il pass del privilegio del comune di Palermo!
Ai politici non basta avere l'auto blu o un pass per circolare liberamente in città. Ne vogliono almeno due, tre, e c'è chi addirittura ne ha quattro, da sfruttare per le varie auto di famiglia. Nella lista dei 1.060 privilegiati che hanno ottenuto permessi dal Comune di Palermo per poter entrare nelle corsie preferenziali, parcheggiare sulle strisce blu e infischiarsene di Ztl o targhe alterne, la parte del leone la fanno i politici, che da soli hanno oltre 200 pass. Dentro ci sono tutti: dagli assessori regionali a quelli comunali, dai deputati dell'Ars ai semplici uomini di partito, che pur non avendo nessuna carica hanno comunque ottenuto il permesso dall'Ufficio Traffico. E, spulciando la lista pubblicata oggi da "Repubblica-Palermo", grande è stata la nostra sorpresa nel leggere persino il nome di Antonino Iannazzo, sindaco di Corleone. E pensare che questo "giovane" sindaco di An ha voluto coniare per Corleone lo slogan "città della legalità". Al quale magari domani aggiungerà anche quello di "città della trasparenza e della lotta ai privilegi". Credevamo che il solenne patto di fratellanza, stipulato tra Palermo e Corleone nell'aprile del 1282, all'epoca dei Vespri Siciliani, non prevedesse la "socializzazione" dei privilegi. Evidentemente, ci sbagliavamo...
7.1.2009





E se anche le nostre scuole combattessero il "pizzo"?
È davvero una bella notizia quella che ci arriva dalle Madonie.L'Istituto Superiore «Pietro Domina» (comprende il Magistrale di Petralia Sottana, l'Agraria di Castellana Sicula, l'Industriale di Petralia Soprana e il Geometra di Polizzi Generosa) ha voluto chiudere le porte alle aziende che pagano il pizzo. Il dirigente scolastico Pietro Attinasi, infatti, applicando la circolare del direttore generale dell'Ufficio scolastico regionale, Guido Di Stefano, ha voluto promuovere la proposta del comitato “Addiopizzo” per una «economia etica» nell'ambito delle scuole. E, con una lettera inviata a tutte le imprese iscritte nell'albo fornitori dell'istituto superiore, ha invitato tutte le aziende a dichiarare solennemente di non soggiacere al pagamento del pizzo e di denunciare qualsiasi tentativo di estorsione, intimidazione o condizionamento di natura criminale. Chi non accetterà queste condizioni o le violerà verrà escluso dall'elenco dei fornitori e non potrà ricevere ordini o incarichi da parte della scuola.E se anche le scuole di ogni ordine e grado della zona del Corleonese seguissero l’esempio dell’Istituto «Pietro Domina»? Sarebbe un segnale importante, specie perché verrebbe da un territorio “evocativo” come il nostro. E allora, forza! Suggeriamo ai dirigenti scolastici di riunire i propri organi collegiali, avanzare la proposta, approvarla e darle immediata applicazione. E se la stessa scelta la facessero immediatamente tutti i comuni della zona, Corleone in testa? E tutti gli altri Enti Pubblici, che hanno un proprio elenco di fornitori di fiducia (per esempio, l’Ospedale e il Distretto sanitario) Sarebbe un segnale concreto di contrasto alla mafia e di affermazione della cultura della legalità. Sindaci, consigli comunali, Direttori sanitari, forza!
4 gennaio 2009







Lanza, Iannazzo & C. a un passo dal ridicolo… Fanno un passo avanti?
Lunedì mattina, alle 10.00, il presidente Mario Lanza ha convocato una seduta-fiume del consiglio comunale. Lunedì 22 dicembre, ad appena due giorni da Natale. Vi aspettereste che all’ordine del giorno vi fossero argomenti importantissimi e urgentissimi? Argomenti che, se trattati dopo questa data, provocherebbero danni irrimediabili per il comune? Errore. Vi sono solo interrogazioni, interpellanze, mozioni e, in coda, il piano triennale delle attività culturali e socio-assistenziali 2009-2011, che non hanno nessuna scadenza immediata. E allora perché questa seduta consiliare quasi alla vigilia di Natale (ricordiamoci che, solo di gettoni ai consiglieri, costerà circa 500 euro)? “L’ha deciso la conferenza dei capi-gruppo”, si difende il presidente Lanza, che evidentemente non ha un argomento uno per spiegare la decisione. Una conferenza dei capi-gruppo a cui non hanno partecipato i gruppi del Pd e del Mpa. In attesa di averlo spiegato lunedì mattina, azzardiamo qualche ipotesi. Per qualche gettone di presenza in più? Per non andare a lavorare?
Ma non è finita. A quanto pare, un’altra seduta consiliare sarà convocata per il 31 dicembre. Il presidente Lanza e la sua “nuova” maggioranza (Iannazzo & C.) vogliono passare la notte di San Silvestro a palazzo Pretorio? Vedremo se si fermeranno prima di precipitare… nel ridicolo, oppure faranno… ancora un passo avanti.

L’albero dei “pacchi” amministativi…
Il sindaco Iannazzo e i suoi assessori non hanno saputo resistere alla “vanità” di esporre in piazza un’insegna luminosa con gli auguri di “Buone Feste” a firma dell’amministrazione comunale, invece di un più sobrio “Buone Feste”. E, passando di vanità in vanità, non hanno saputo resistere nemmeno all’idea di stampare (in quadricromia) le cartoline degli auguri con un albero di Natale particolare, un albero ai cui rami sono appesi i “pacchi” che l’amministrazione comunale ha “donato” ai suoi cittadini. “Pacchi” strabilianti, nel senso di clamorose prese in giro, di incredibili bluff. In un “pacco” vi sono le opere di consolidamento della scuola elementare, di cui non sono neanche iniziati i lavori, progettati e fatti finanziare, comunque, dalla precedente amministrazione comunale, quella del tanto vituperato sindaco Nicolosi. In un altro “pacco” c’è il restauro e la riconversione museale dell’ex ospedale dei Bianchi, anche questo progettato e fatto finanziare dall’amministrazione Nicolosi, rispetto al quale Iannazzo ha avuto la “capacità” di perdere una parte di finanziamenti statali. In un altro “pacco” ancora vi sono i lavori di restauro conservativo di S. Agostino, arbitrariamente sospesi, in attesa di una variante (si tratta di lavori in corso… da 20 anni, da completare i silenzio…). E il “pacco” della riqualificazione di Corso dei Mille? Che c’entrano Iannazzo % Company? Lo sanno tutti che il (brutto) progetto e finanziamenti sono opera della precedente giunta Nicolosi.
Non sarebbe stata più sensato stampare una normale cartolina di auguri, che avrebbe almeno evitato queste polemiche natalizie?






Una discarica abusiva nel centro storico
In piazza Sant’Orsola, nel cuore del centro storico di Corleone, proprio davanti all’ufficio postale, frequentato ogni giorno da centinaia di persone, da giorni c’è una discarica abusiva di carta e cartoni. Viene colpevolmente alimentata da farmacie ed esercizi commerciali, ma l’Ato “Belice Ambiente” non sa organizzarsi per effettuare tempestivamente un servizio di raccolta. E l’amministrazione comunale, che pure ogni giorno fotografa i cumuli d’immondizia (vogliono fare concorrenza a “Città Nuove”?), piuttosto che pretendere la soluzione di questo come di altri problemi, resta colpevolmente a guardare. A pagare, come al solito, sono i cittadini, ai quali resta il paese sporco, e gli operatori ecologici, che restano gli unici operai dell’Ato “Belice Ambiente” a part-time…
16.12.2008

A Natale amministratori più egoisti
Il “Buone Feste” che gli amministratori comunali augurano ai cittadini a colpi di “lucine” colorate in via Bentivegna? A parte lo spreco energetico (deprecabile in un momento di crisi), costituisce un monumento all’egoismo. Potevano far scrivere semplicemente “Buone Feste”. Oppure, accanto ad “amministrazione”, aggiungere “e il consiglio comunale”. Ma l’egoismo di Iannazzo & C. l’ha impedito: non riescono ad essere un po’ buoni neanche per Natale…
16.12.2008

Contro il carovita, i panieri-flop dell’assessore
L’assessore alle attività produttive Renato Di Miceli pensava di aiutare commercianti e consumatori, inventando pompose “misure contro il carovita”. Misure durate il tempo della scrittura di una delibera, perché nessuno ha visto “panieri” di alcun genere nei negozi di Corleone. Fino al punto che lo sfortunato assessore è stato costretto a ritirare il provvedimento. Ma se davvero vogliono aiutare il commercio cittadino, perché ogni domenica gli amministratori comunali autorizzano tanti ambulanti a piazzare tende e baracche in piazza Falcone e Borsellino?
16.12.2008





Gli scalini del municipio a lutto
La copertura in legno degli scalini d’ingresso del municipio, che, nelle intenzioni dell’amministrazione comunale, doveva essere l’abbattimento delle barriere architettoniche, ben presto è diventata una trappola per i cittadini che malauguratamente si azzardavano a poggiarvi i piedi. E allora i “nostri” hanno pensato (bene?) di “vestirla a lutto”, tutta rigorosamente in nero. Che durerà poco anche questo “rimedio” appare ovvio…
16.12.2008




L’asfalto di via caduti in guerra
Da non crederci. L’hanno asfaltata più volte via Caduti in guerra, senza mai riuscire a farlo a “regola d’arte”. Eppure, al capezzale del “malato”, oltre ai tecnici comunali, sono pure corsi il sindaco e gli assessori. Tutti insieme, appassionatamente, ma l’asfalto non riescono mai a farlo diventare omogeneo e già comincia a sbriciolarsi. In questo caso quale protocollo applica il sindaco?
16.12.2008








La clamorosa rivelazione di Messineo su Provenzano:“Binnu era solo un consigliere”

di Roberto Puglisi
E' come quando ti cambiano all'improvviso la carta geografica e ti presentano le coordinate di un nuovo mondo. Un attimo prima la conoscenza ruotava intorno a perni ritenuti inattaccabili. Un attimo dopo la certezza è già diventata un castello di sabbia, in balia delle onde di una successiva scoperta.
Francesco Messineo, procuratore di Palermo, commentando l'operazione “Perseo”, dice una cosa destinata a cambiare il sentiero di molte interpretazioni mafiologiche. "Bernardo Provenzano – spiega il procuratore - all'interno di Cosa nostra, più che un capo era considerato un autorevole e importantissimo consigliere". Un momento, prego. E l'aura mefitica che ne ha sempre circondato la figura? E quella mitologia da grande burattinaio? Binnu appariva alla stregua di colui che presiedeva il teatro delle sue sanguinarie marionette. Era il cervello delle strategie della mafia, secondo la vulgata fin qui nota. Era il generalissimo capace di imporre la strategia della sommersione. La Primula Rossa. Il numero uno. Ora, invece, la caratura del suo ruolo assume una coloritura diversa. Non più l'insindacabile signore della cosche, ma un consigliori, sia pure di elevatissimo carisma. E la differenza salta agli occhi. Provenzano, il sacerdote, l'oracolo, il consigliere. Tuttavia, non il capo. E a proposito della conclamata capacità tattica dell'ultimo dei corleonesi, ecco cosa dice Messineo: "L'autorità di Provenzano dipendeva di riflesso da quella di Totò Riina. La strategia dell'immersione, che si riteneva una scelta di Provenzano antitetica alla linea stragista, in realtà è nata dall'impossibilità da parte di Cosa nostra di prendere certe decisioni a causa della mancanza di una commissione provinciale".Non fu dunque un colpo di genio del mafioso che – secondo una celebre definizione di Luciano Liggio - “spara come un dio, ma ha il cervello di una gallina”. E' un mito negativo che crolla con gran fragore, come la statua di Saddam a Bagdadg, con buona pace di tutte le profonde analisi subliminali sul significato della cicoria nel covo. Binnu, certo non uno qualunque. Ma nemmeno il capo dei capi.
Da "I love Sicilia", 16 dicembre 2008

Tutti gli affari dei nuovi boss

PALERMO - Le scene del maxiblitz viste stamani all'alba ricordano quelle di vent'anni fa, quando l'allora pool antimafia ordinava retate in seguito alle dichiarazioni dei primi pentiti di mafia. Adesso ad accusare i boss ci sono le intercettazioni. Droga, estorsioni e traffico d'armi sono ancora le attività criminali principali attraverso le quali Cosa nostra accumula ricchezze.
Droga. È ancora il Sudamerica, in particolare Brasile e Paraguay, il maggiore fornitore di cocaina di Cosa nostra. L'indagine ha svelato l'asse tra i due Paesi e la Sicilia. La polvere bianca, acquistata da un cartello di famiglie, ciascuna delle quali ha investito quote nel business, attraverso il Rio Paranà arrivava, a bordo di chiatte, in Brasile e da lì, in aereo, in Sicilia.I pentiti raccontano che recentemente nell'Isola sono giunti 10 chili tra cocaina e pasta di cocaina e che a breve sarebbe arrivato un carico da 100 chili. A reggere le fila del traffico era Salvatore Capizzi, boss di Villagrazia. La droga veniva raffinata in una villetta del palermitano.
Estorsioni. Le cosche continuano ad imporre il pizzo a tappeto a commercianti e imprenditori. Come raccontano i pentiti, sarebbero decine le attività taglieggiate: concessionarie d'auto, imprese edili, esercizi commerciali. Pagavano tutti. Nessuna delle vittime emerse dall'inchiesta ha denunciato. Tra i metodi usati da Cosa nostra per estorcere denaro c'erano le cosiddette 'macchinettè, videogiochi imposti dai clan nei bar e nei locali. I guadagni finivano nelle casse delle famiglie.
Armi. Passa da Belmonte Mezzagno, centro agricolo alle porte di Palermo, il traffico d'armi dei clan. La compraventita di un vero e proprio arsenale, con tanto di armi da guerra, ruota attorno a Giuseppe Casella.Il collaboratire di giustizia Giacomo Greco racconta che l'uomo d'onore le abbia nascoste in una villetta e che assieme a un compaesano, Salvatore Capizzi, le venda a terzi. Ma nelle conversazioni intercettate gli interlocutori evitano accuratamente di fare nomi dei compratori.
Politica. i mafiosi della famiglia mafiosa palermitana di Porta Nuova si sarebbero interessati a procurare voti a due candidati alle elezioni regionali siciliane dello scorso aprile.I carabinieri registrano una conversazione il 28 marzo scorso nell'automobile di Salvatore Bellomonte, arrestato stamani, il quale parla delle "imminenti elezioni regionali" e chiede a Giovanni Lipari, anche lui indagato, se Marco Coga (altro arrestato) sia disposto a pagare per il loro interessamento "a reperire voti in favore del candidato Alessandro Aricò", del Pdl. Lipari risponde sì. Gli indagati si raccomandano reciprocamente di annotare il numero dei voti che stanno procurando sia per Riccardo Savona (Udc, presidente della commissione Bilancio all'Ars), "che interessa a loro direttamente", sia per Aricò, al quale sono interessati Coga e Fabio Manno, anche quest'ultimo arrestato. I due politici regionali non sono indagati. Il pentito Andrea Bonaccorso rivela infine ai pm che per le elezioni regionali del 2001 avrebbe indicato un avvocato penalista come candidato da inserire nella lista di Rita Borsellino. Si tratta di un legale palermitano amico del cugino del collaboratore di giustizia.
16/12/2008

Il contributo decisivo di tre pentiti

PALERMO - L'ultimo a saltare il fosso è stato Angelo Casano, estortore per conto della famiglia mafiosa di Corso Calatafimi. Il 29 settembre scorso ha cominciato a collaborare con la giustizia. È uno dei tre pentiti che hanno contribuito all'inchiesta Perseo.Prima di lui avevano deciso di lasciare le cosche Giacomo Greco, genero dello storico capomafia di Belmonte Mezzagno Ciccio Pastoia, fedelissimo di Provenzano, morto suicida in carcere, e Maurizio Spataro esattore del pizzo per la famiglia di Resuttana.I tre neocollaboratori hanno aiutato gli inquirenti a ricostruire la nuova mappa della mafia palermitana e a far luce su decine di estorsioni, traffici di droga e armi.Condannato in primo grado a 7 anni per estorsione, Casano fa i nomi dei vertici dei mandamenti palermitani, come Gaetano Lo Presti, conosciuto in carcere e subentrato a Nicolò Ingarao, ucciso nel 2007, alla guida del mandamento di Porta Nuova; racconta i summit di mafia organizzati in una macelleria del quartiere, confessa decine di danneggiamenti e taglieggiamenti ad esercizi commerciali e cantieri edili. Greco sceglie la strada della collaborazione per sottrarsi alla condanna a morte emessa nei suoi confronti dai cognati.I figli del boss Pastoia non avrebbero gradito le voci sui tradimenti subiti dalla moglie, messe in giro da Greco. Il pentito parla diffusamente di uomini e affari del mandamento, ma anche della gestione della latitanza di Provenzano, di omicidi ed estorsioni. Rilevante anche il contributo dato all'inchiesta da Maurizio Spataro, ex uomo della 'famiglia di Resuttanà. Da novembre scorso, sta raccontando, oltre alle estorsioni, traffici di armi e droga.
16/12/2008

Riina jr aveva chiesto di emigrare, su ordine del padre, per non avere responsabilità?

PALERMO - La famiglia Riina aveva dato il proprio via libera alla ricostituzione della Commissione provinciale con la quale i boss dovevano decidere "cose gravi".Per questo motivo il "capo dei capi" e sua moglie Ninetta Bagarella avevano fatto in modo che il proprio figlio, Giuseppe Salvatore, lasciasse Corleone prima che venissero compiuti delitti eccellenti. Un modo per metterlo al riparo da eventuali responsabilità.Dalle intercettazioni dell'operazione "Perseo", emerge che Giuseppe Salvatore Riina, aveva avuto l'ordine, tramite la madre, "di non uscire" e "non immischiarsi al di fuori delle cose di casa sua...".Alcuni boss che volevano diventare i capi della Commissione avevano infatti vantato l'appoggio di Riina jr., ma il capomafia Nino Spera, arrestato stamani, che aveva contatti diretti con Corleone, sconfessava chi aveva vantato l'appoggio del "figlio del corto" sottolineando che il mandamento condivideva l'idea di ricostituire la Commissione. Si collegherebbe a questi fatti la scelta fatta lo scorso mese da Giuseppe Salvatore Riina di chiedere alla magistratura di lasciare Corleone per andare a lavorare in provincia di Milano. Richiesta, però, che ancora non ha avuto nessuna risposta.
16/12/2008

I nuovi capi dei mandamenti e delle famiglie

L'indagine dei carabinieri denominata Perseo, che oggi ha portato al fermo di 99 persone, ha consentito agli investigatori di individuare i nuovi capi dei mandamenti e delle famiglie mafiose di Palermo e della provincia. Ai vertici di Cosa nostra c'è Benedetto Capizzi, anziano boss di Villagrazia, tra i principali sostenitori della ricostituzione della commissione provinciale, organo decisionale centralizzato.

MANDAMENTI
Santa Maria di Gesù-Villagrazia di Carini: Giovanni Adelfio, figlio del vecchio padrino Salvatore
Resuttana: Salvatore Lo Cicero; San Giuseppe Jato: Gregorio Agrigento; San Mauro Castelverde: Francesco Bonomo; Pagliarelli: il latitante Gianni Nicchi e Giuseppe Calvaruso; Santa Maria di Gesù: Sandro Capizzi; Noce: Luigi Caravello; Porta Nuova: Gaetano Lo Presti, che ha preso il posto del boss Nicolo Ingarao, ucciso nel 2007; Corleone: Rosario Lo Bue; Bagheria: Giuseppe Scaduto, che assunto la guida del mandamento dopo Gioacchino Mineo; Brancaccio: Ludovico Sansone e il latitante Antonio Lo Nigro; Tommaso Natale-San Lorenzo: Giuseppe Lo Verde; Belmonte Mezzagno: Antonino Spera; Boccadifalco: Giovanni Bosco.
La situazione è, invece, molto fluida a Partinico, centro da anni caratterizzato da grossi scontri per il controllo del territorio su cui tenta di estendere la sua egemonia il latitante Mimmo Raccuglia di Altofonte.

FAMIGLIE
Monreale: Antonino Badagliacca; San Giuseppe Jato: Giuseppe Caiola; Belmonte Mezzagno: Pietro Calvo; Villagrazia: Antonino Gioacchino Capizzi, dopo l'arresto di Giovanni Adelfio; Acquasanta: lo storico boss, re del narcotraffico degli anni 80, Tanino Fidanzati; Porta Nuova: Giovanni Lipari; Borgo Vecchio: Fabio Manno; Altarello: Vincenzo Tumminia; Corso Calatafimi: Michele Armanno, designato in attesa di essere scarcerato.
16/12/2008

L'elenco completo degli arrestati

PALERMO - Queste le persone fermate nell'ambito dell'operazione antimafia dei carabinieri di Palermo denominata "Perseo": Giovanni Adelfio, 44 anni; Salvatore Adelfio, 71 anni; Francesco Adornetto, 51 anni; Gregorio Agrigento, 73 anni. Antonino Alamia, 44 anni; Gerlando Alberti, 81 anni; Filippo Annatelli, 45 anni; Giusto Arnone, 36 anni; Antonino Badagliacca, 62 anni; Francesco Paolo Barone, 64 anni; Salvatore Barrale, 51 anni; Paolo Mario Bellino, 40 anni. Salvatore Bellomonte, 50 anni; Vincenzo Billitteri, 45 anni; Giuseppe Biondino, 31 anni; Filippo Salvatore Bisconti, 48 anni; Salvatore Bisconti; 53 anni; Francesco Bonomo, 50 anni; Davide Buffa, 42 anni. Giuseppe Caiola, 43 anni; Giuseppe Calvaruso, 31 anni; Pietro Calvo, 62 anni; Alessandro Capizzi, 25 anni; Gioacchino Capizzi, 35 anni; Benedetto Capizzi; 64 anni; Gaetano Capizzi, 39 anni; Sandro Capizzi, 29 anni; Benedetto Cappello, 61 anni; Luigi Caravello, 55 anni; Gaetano Casella, 51 anni; Giuseppe Casella, 52 anni; Domenico Caruso, 40 anni; Girolamo Catania, 33 anni; Salvatore Catania, 63 anni; Francesco Chinnici, 33 anni; Giuseppe Ciancimino, 53 anni; Giovanni Costantino, 38 anni; Marco Coga, 26 anni. Giuseppe D'Anna, 26 anni; Sergio Damiani, 38 anni; Santo Dell'Oglio, 33 anni; Giovanni Di Bartolo, 45 anni; Giuseppe Di Cara, 36 anni; Vincenzo Di Gaetano, 54 anni; Giuseppe Di Giacomo, 42 anni; Marcello Di Giacomo, 41 anni; Tommaso Di Giovanni, 42 anni; Gaspare Di Maggio, 38 anni; Vincenzo Di Maria, 58 anni.Gaetano Fidanzati, 73 anni; Sergio Rosario Flamia, 50 anni; Antonio Freschi, 50 anni; Salvatore Freschi, 32 anni; Gaetano Ganci, 58 anni; Giuseppe Greco, 46 anni. Giuseppe La Rosa, 30 anni; Francesco Leone, 48 anni; Giovanni Battista Licari, 30 anni; Calogero Liguri, 29 anni; Giovanni Lipari, 70 anni; Rosario Salvatore Lo Bue, 55 anni; Salvatore Lo Cicero, 77 anni; Salvatore Lombardo, 86 anni; Vincenzo Lombardo, 36 anni; Giuseppe Lo Verde, 51 anni; Gaetano Lo Presti, 52 anni.Fabio Manno, 44 anni; Giuseppe Marano, 56 anni; Baldassare Migliore, 41 anni; Giovanni Salvatore Migliore, 40 anni; Salvatore Milano, 55 anni; Gioacchino Mineo, 56 anni; Massimo Mulè, 36 anni; Salvatore Mulè, 32 anni; Antonino Musso, 36 anni; Placido Naso, 73 anni; Castrenze Nicolosi, 49 anni.Gaspare Perna, 39 anni; Giuseppe Perfetto, 51 anni; Salvatore Pinio, 40 anni; Francesco Paolo Piscitello, 57 anni; Giovanni Pizzo, 57 anni; Giovanni Polizzi, 57 anni; Onofrio Prestigiacomo, 57 anni.Rosario Rizzuto, 51 anni; Espedito Rubino, 45 anni; Giuseppe Russo, 40 anni; Ludovico Sansone, 55 anni; Rosario Sansone; 66 anni; Giuseppe Scaduto, 62 anni; Enrico Scalavino, 37 anni; Francesco Sorrentino, 44 anni; Antonino Spera, 45 anni.Mariano Troia, 34 anni;Benedetto Tumminia, 65 anni; Michele Tumminia, 43 anni; Michele Salvatore Tumminia, 40 anni; Salvatore Francesco Tumminia, 35 anni e Vincenzo Tumminia, 38 anni.
16/12/2008

Mafia, maxi blitz in Sicilia. "Volevano rifondare la Cupola". A Corleone arrestato Rosario Lo Bue

Novantaquattro fermi tra capi, reggenti e gregari. Ramificazioni anche in ToscanaGrasso: "Stavano creando una struttura per organizzare 'cose gravi'"
PALERMO - Dalle prime luci dell'alba i carabinieri del Comando provinciale di Palermo stanno eseguendo 94 fermi nei confronti di capimafia, reggenti di mandamenti e gregari di Cosa nostra, anche in alcune province della Toscana. Nella maxi operazione, che gli investigatori definiscono "storica", sono impegnati oltre 1200 carabinieri, elicotteri ed unità cinofile. L'operazione, denominata "Perseo", è il risultato di oltre nove mesi d'indagini, che hanno permesso di decapitare la nuova cupola di Cosa nostra. "Se con l'operazione Gotha del giugno 2006 Cosa nostra era in ginocchio - commenta il procuratore nazionale antimafia Pietro Grasso - con questa operazione le si è impedito di rialzarsi, recidendo tutte le teste strategicamente pensanti di una nuova struttura di comando che avrebbe dovuto deliberare, come una volta, su 'cose gravi'". Secondo i magistrati della Dda, i mafiosi, insieme a decine di gregari, stavano tentando di ricostruire la "Commissione provinciale" con il progetto più abizioso, sostenuto dal boss latitante Matteo Messina Denaro, di riportare in vita l'intera Cupola mafiosa. In passato la Commissione, guidata da Totò Riina, ha deliberato i fatti di sangue più tragici nella storia di Cosa nostra ed è l'organismo deputato a prendere le decisioni più importanti. A capo della Commissione è stato posto Benedetto Capizzi, anziano boss di Villagrazia. Attorno a lui alcuni tra i nomi storici di Cosa nostra, da Gerlando Alberti a Gregorio Agrigento di San Giuseppe Jato, da Giovanni Lipari a Gaetano Fidanzati a Salvatore Lombardo, boss di Montelepre che, con i suoi 87 anni, è il più anziano degli arrestati. Tra i reati contestati, oltre all'associazione per delinquere di stampo mafioso, anche quelli di estorsione, traffico di armi e traffico internazionale di stupefacenti. L'inchiesta, coordinata dal procuratore capo di Palermo, Francesco Messineo, e dai sostituti della Dda Maurizio De Lucia, Marzia Sabella, Roberta Buzzolani e Francesco Del Bene, ha subìto nelle ultime settimane un'accelerazione a causa del pericolo di fuga di alcuni degli indagati e per evitare un omicidio, già progettato. Grazie alle intercettazioni, gli investigatori hanno documentato la decisione dei nuovi boss di procedere al ripristino, a 15 anni di distanza dall'arresto di Totò Riina, della Commissione provinciale. Ma l'inchiesta ha permesso anche di registrare "un'aspra e pericolosa contrapposizione" all'interno di Cosa nostra sulla nomina del futuro capo dell'organismo deputato ad assumere le più gravi decisioni. "Sono stati ricostruiti - spiegano dal Comando provinciale dei carabinieri di Palermo - gli attuali organigrammi dell'organizzazione mafiosa nel palermitano ed è stata così annientata la direzione strategica". Durante le indagini, il Nucleo radiomobile di Monreale ha acquisito riscontri anche su un traffico internazionale di stupefacenti, confermando in tal modo l'interesse di Cosa nostra nel settore.
(La Repubblica, 16 dicembre 2008)
FOTO: Giuseppe Scaduto arrestato nel maxi-blitz

Tutti gli affari dei nuovi boss, dalla droga alla politica

di Enrico Bellavia
Hanno comprato e venduto voti, hanno importato chili su chili di cocaina dal Sud America, e si sono rimessi a raffinarla in Sicilia, hanno preso in mano il controllo delle estorsioni.
Ma su tutto: hanno ricostituito Cosa nostra, con la commissione e i capimandamento. Sono tornati all’antico, chiudendo l’esperienza della dittatura corleonese, spartendosi il territorio e incoronando capo Benedetto Capizzi. I vecchi boss, fuori perché liberi, o liberati da provvidenziali perizie mediche, si sono incontrati, hanno tenuto summit anche all’ospedale Civico di Palermo, sfruttando i permessi per le cure, e lì hanno gettato le basi per la nuova organizzazione. Dal carcere è arrivato l’assenso di Totò Riina e di Bernardo Provenzano e dal suo rifugio dorato ha dato il via libera anche Matteo Messina Denaro, capo incontrastato di Trapani, lontano da Palermo e perciò garante dell’operazione, ma non protagonista. L’attività di vecchi padrini, tra i settanta e gli ottanta anni è stata tenuta d’occhio per un anno. Le cimici hanno ricostruito ogni passaggio di questo lavorio. E nella notte i carabinieri hanno dato il via all’ultimo blitz, per numeri e consistenza, una delle più grosse operazioni antimafia degli ultimi anni. L’ordine dei boss era preciso: niente scruscio, niente rumore. Bisognava spartirsi il territorio per mandamenti, ridisegnando la geografia mafiosa, dotandosi però di un capo unico, un regista "non alla maniera dei napoletani", dicevano. L’operazione dei carabinieri, diretta dalla Dda di Palermo con i sostituti Maurizio De Lucia, Roberta Buzzolani, Marzia Sabella, Francesco Del Bene è ancora in corso. Novantanove i fermi disposti dai magistrati. Nell’elenco anche il superlatitante Gianni Nicchi, incoronato capo del mandamento di Pagliarelli. L’assetto ha sancito la definitiva chiusura delle ostilità tra la fazione del gruppo che si rifaceva al boss Nino Rotolo, di cui Nicchi era il delfino con la colonna dei Lo Piccolo, padre e figlio, primi fautori di un riassetto dell’organizzazione. Con Rotolo e i Lo Piccolo in carcere e sotto il controllo di Benedetto Capizzi, l’operazione è ripresa ed era già conclusa quando sono arrivati i militari a scompaginarla. C’era da bloccare anche "la possibilità di nuove stragi", ha chiarito il Procuratore nazionale Grasso. Le scelte dei vertici, infatti, avevano lasciato per strada più di uno scontento.
(La Repubblica, 16 dicembre 2008)

Ecco chi sono i boss della nuova Cosa nostra

di Alessandra Ziniti
Rifondarsi tornando all’antico, serrare le fila riaffidandosi ai vecchi padrini, ritornando alle vecchie regole e ai vecchi organigrammi. Ecco la strategia con la quale Cosa nostra stava provando a rimettersi in piedi dopo le centinaia di arresti di capi e gregari degli ultimi anni, dopo le pesantissime condanne, dopo la nuova raffica di pentiti, dopo la rivolta degli imprenditori vittime del racket.
La nuova mafia dopo la cattura di Bernardo Provenzano e di Totuccio e Sandro Lo Piccolo ha sempre il volto di Totò Riina. Con l’autorizzazione del capo incontrastato di Cosa nostra, i vecchi capimandamento tornati in libertà avrebbero nominato i nuovi reggenti e ricostituito la vecchia commissione provinciale, sostanzialmente tramontata già prima della stagione delle stragi. Un progetto di cui ben 31 capomafia hanno messo a punto i dettagli in una riunione svoltasi il 14 novembre scorso e interrotto d’u rgenza da un grosso blitz portato a termine la notte scorsa dai carabinieri del comando provinciale di Palermo che hanno eseguito un provvedimento di fermo a carico di 94 persone firmato dai sostituti procuratori Roberta Buzzolani, Maurizio de Lucia, Francesco Del Bene e Marzia Sabella.Il progetto, messo in atto con la sovrintendenza del superlatitante Matteo Messina Denaro, boss del trapanese che mantiene comunque un rapporto di interlocuzione con i palermitani, è stato stroncato nel timore non solo di fuga dei destinatari del provvedimento ma anche di una possibile ripresa delle ostilità visto che due famiglie di Palermo città si opponevano alla nomina di quello che era stato individuato come il nuovo capo della commissione, Benedetto Capizzi, anziano boss di Villagrazia. Attorno a lui alcuni tra i nomi storici di Cosa nostra, vecchia capimafia ottantenni, da Gerlando Alberti "u paccarè" a Gregorio Agrigento di San Giuseppe Jato, da Giovanni Lipari a Gaetano Fidanzati a Salvatore Lombardo, boss di Montelepre che, con i suoi 87 anni, è il più anziano degli arrestati.
Coppola, bastone e autista, gli anziani boss, molti dei quali appena scarcerati per motivi di salute, avevano già ripreso il controllo della situazione e non esitavano ad incontrarsi anche in luoghi pubblici come l’Ospedale Civico, l’unico posto dove, essendo in regime di arresti domiciliari per motivi di salute, avevano il permesso di recarsi. In ospedale si incontravano e in ospedale, con la complicità di un infermiere del Centro Tumori, Giovanni Polizzi, precostituivano falsi referti per simulare malattie oncologiche o altre patologie che potessero fruttare loro la remissione in libertà o comunque benefici carcerari.Dalla carte dell’inchiesta viene fuori anche il nuovo corso mafioso di Corleone dove il figlio di Totò Riino, Giuseppe Salvatore, scarcerato da alcuni mesi, sarebbe stato invitato a tenersi fuori e a "non uscire da casa", evidentemente per volere del padre intenzionato a non farlo rischiare oltre visto che il primogenito ha già un ergastolo sulle spalle. Capo del mandamento di Corleone è Rosario Lo Bue: da lui il giovane Riina non si sarebbe neanche presentato al suo ritorno a Corleone dopo essere uscito dal carcere. Assume così una nuova luce la decisione del giovane di chiedere al tribunale di sorveglianza di potersi recare in Nord Italia dove avrebbe trovato lavoro.Anche negli affari, Cosa nostra avrebbe tentato un ritorno all’a ntico, affiancando al business delle estorsioni e a quello nuovo delle slot machine truccate, il traffico di stupefacenti con il Sudamerica, con l’importazione di pasta di cocaina che sarebbe stata raffinata in Sicilia per poi essere distribuita. Un carico di dieci chili di prova era già arrivato, altri cento chili avrebbero dovuto arrivare a gennaio.
(La Repubblica, 16 dicembre 2008)

lunedì 15 dicembre 2008

MORO E’ CADUTO PER AVER TROPPO CAPITO E TROPPO OSATO

Nel 30° anniversario dell’assassinio di Aldo Moro, Agostino Saviano pubblica, nel suo “Viaggio nella memoria”, una lettera inedita del futuro statista che lascia presagire il suo tragico destino. Nel libro anche un commento di Agostino Spataro che rievoca quei giorni terribili dall’interno della Camera dei Deputati.
Nelle avvincenti pagine autobiografiche del suo “Viaggio nella memoria” Agostino Saviano rievoca taluni episodi accadutigli in un particolare momento della sua lunga vita, nel vivo del secondo conflitto mondiale. Un viaggio a ritroso dentro una guerra tremenda ai cui esiti erano affidate da un lato le sorti della dittatura nazi-fascista e dal lato avverso le speranze di dignità dei popoli. Una scommessa risolutiva in cui la posta erano la libertà e il suo contrario. Una vicenda umana, la sua, comune a tantissimi altri commilitoni, a milioni d’europei che vissero la guerra chi al fronte e chi in città e paesi bombardati e annichiliti dalla fame e dalle violenze di ogni tipo. Insomma, un bel tratto di strada nel solco di una grande tragedia che portò Saviano dalla sua Arzano alle aspre montagne d’Albania, dalla Puglia alle sterminate steppe della Russia fra le vittime e i sopravvissuti della disastrosa spedizione militare italiana.
Lungo questo tormentato percorso incontrerà tanta gente. Alcuni cadranno sul campo, molti si sperderanno per il mondo, taluni affioreranno dal fantastico gioco dei ricordi.
E fra quest’ultimi, il primo della lista è certamente il giovane sergente-allievo Aldo Moro che l’Autore incontrò, casualmente, in terra di Bari. Con Moro, che era già presidente nazionale della Fuci, Saviano spesso parlò delle libertà negate e delle smisurate ambizioni imperialiste del fascismo. Posizioni coraggiose, purtroppo isolate, che attireranno contro Saviano la dura reazione del sistema. Fra i due si stabilì una comunione di sentimenti antifascisti a quel tempo molto rari e rischiosi, soprattutto all’interno delle forze armate. Sentimenti ed umori che, sfidando le occhiute maglie della censura, sono giunti a noi in forma d'epistola che Saviano ha gelosamente conservato e che oggi ci rende come il dono più pregiato di questo suo libro di memorie. Al solo sentir il fratello Franco parlare di una lettera inedita di Aldo Moro ebbi come un sussulto, pensando a ben altre lettere che lo statista scrisse durante quei terribili 55 giorni di prigionia, prima di essere assassinato dalle Brigate rosse. Si tratta, invece, di corrispondenza fra commilitoni che la guerra aveva allontanato. Una lettera del settembre 1942, sincera ed amichevole, dalla quale traspare il disagio, l’avversione contro una guerra assurda e contro la dittatura che l’aveva provocata. “Alla tua anima, sconvolta, smarrita e desolata per aver troppo capito - scrive Moro a Saviano- ho osato avvicinare la mia che conosceva uno stesso dolore…”. Un passaggio molto significativo nel quale, oltre al richiamo ad un comune sentire, si può apprezzare il senso di una rara sensibilità politica e morale che quando non è temperata dall’autocensura può sfociare nel dramma. Giacché il “troppo capire” può diventare un azzardo, quando capir non si deve, né troppo né poco, ma solo obbedire ed eseguire! Ieri come oggi. Specie se il troppo capire ti spinge ad osare oltre certi limiti.

Forse un giorno sapremo, o sapranno, la verità

La verità sul caso Moro è ancora lontana. Un caso o un affaire come lo definì Leonardo Sciascia col quale più volte ebbi a parlare quando veniva a Montecitorio. Lo scrittore aveva ragione: quel tragico evento non poteva essere ridotto ad un “caso”, perché caso non era, ma un delitto politico complesso, ideato e programmato in tutti i suoi aspetti militari e politici. Forse, un giorno, sapremo (o sapranno) tutta la verità sull’affaire Moro. Tuttavia, credo si possa senz'altro affermare che Egli è caduto per avere troppo capito e troppo osato. E qui mi fermo, perché desidero aggiungere al ricordo di Agostino Saviano alcune mie impressioni sull’atmosfera che si respirava in Parlamento durante quei 55 giorni e sulla figura e sul ruolo dell’on. Aldo Moro col quale- chiarisco- non ho avuto alcuna relazione diretta, ma solo qualche scambio di saluti.
Confesso che io, approdato giovanissimo in Parlamento nel 1976 sull’onda della clamorosa avanzata elettorale del Pci, percepivo il gruppo dirigente della Dc come un blocco dominante composito, talvolta anche rissoso, che, al bisogno, sapeva far quadrato a difesa di un potere gretto, fine a se stesso che si voleva conservare al governo, in eterno. Un punto di vista piuttosto diffuso, giacché un po’ questo era il volto del potere democristiano, soprattutto in Sicilia e nel meridione. Erano quelli i tempi del “governo dell’astensione” (del Pci). Una formula per molti di noi deludente, indigeribile anche perché basata, sostanzialmente, solo su un’intesa riservata, quasi sulla parola, fra Berlinguer e Moro. Quell’accordo, tuttavia, produsse un clima di rasserenamento, di relativa fiducia tra i partiti, soprattutto fra Dc e Pci che insieme disponevano di quasi l’80% della rappresentanza parlamentare. Insieme i due partiti rappresentavano l’anima popolare della società italiana, una vera superpotenza politica capace di riformare finalmente il Paese. E le riforme- si sa- suscitano grandi speranze ma anche grandi paure in chi se ne sente minacciato. Preoccupazioni che si propagarono anche nel cuore dei principali centri decisionali internazionali. Saranno state la sorpresa e/o la paura del cambiamento o altro, fatto sta che taluni settori della classe dirigente italiana si mostrarono poco convinti, quando non ostili, nell’affrontare un passaggio così innovativo. Cercai di capire questo travaglio. Ogni occasione era buona per scandagliare atteggiamenti e comportamenti della classe dirigente.
Una mattina, partecipando ad una seduta della commissione esteri della Camera, mi trovai davanti tutti i segretari e i presidenti dei partiti, di governo e d’opposizione: Berlinguer, Craxi, Zaccagnini, Rumor, Piccoli, De Martino, Spinelli, Ugo La Malfa, Pajetta, La Pira, Malagodi, Tanassi, Giolitti, Colombo, Forlani, Aldo Moro… Li scrutai da vicino, ad uno ad uno. Osservai i loro sguardi, i loro tic, i movimenti minimi del viso, delle mani. Volevo capire cosa si nascondesse dietro quei volti formali, impenetrabili. Arroganza, paura, inquietudine, solitudine? Insomma, la prospettiva che s’andava ad aprire come e quanto influenzava i loro comportamenti, le loro stesse personalità? L’esame fu necessariamente sommario. A parte La Pira, che già poteva considerarsi avviato verso la beatitudine celeste, mi colpirono soprattutto Berlinguer e Moro per la loro espressione sofferta, quasi mesta. Era un po’ il loro carattere, ma – credo- vi influisse la consapevolezza del peso delle responsabilità che s’erano assunte in quel frangente.
In quel consesso di capi-partito e di corrente vidi le stimmate di un potere fatto di voti e presidenze. Moro e Berlinguer, invece, m’apparvero spogli di poteri siffatti e perciò leader autentici che fondavano il loro carisma sulla forza delle idee e dell’etica.
Un solo esempio. Aldo Moro capeggiava una fra le più piccole correnti democristiane, eppure era stato l’architetto delle grandi svolte politiche della “balena bianca” ed ora stava realizzando la sua ultima, più impegnativa fatica per il completamento del disegno democratico tracciato dalla Costituzione. Glielo hanno impedito ricorrendo alla strage, ad un delitto atroce.

Quella mattina alla Camera

La notizia della strage e del sequestro giunse veloce e terribile a Montecitorio di prima mattina.
Ricordo lo smarrimento di capi e gregari democristiani, il nostro sgomento.
Nel “transatlantico” le urla di pochi soverchiavano i silenzi atterriti di tanti.
Antonello Trombadori, deputato ed ex gappista romano, correva come un pazzo avanti e indietro gridando “al muro, al muro”. Perfino un uomo misurato come Ugo La Malfa giunse ad invocare in Aula la pena di morte.
Il giorno non fu scelto a caso: quel 16 marzo 1978 la Camera era stata convocata per votare la fiducia al quarto governo Andreotti. Per la prima volta, dopo trent’anni, il Pci entrava nella maggioranza anche se non rappresentato nel governo. Un altro voto difficile, per noi, ma necessario per realizzare il secondo passaggio dell’intesa strategica fra Moro e Berlinguer.
I nemici occulti di tale strategia decisero di fermarla al secondo passaggio, giacché al terzo, che avrebbe visto i comunisti al governo, sarebbe stato altamente rischioso.
Un disegno funesto, devastante, ideato da forze potenti, tutt’ora ignote, ben più potenti delle Br che l’hanno eseguito. Almeno così in molti leggemmo la vicenda sulla quale pesano ancora
tante stranezze operative e alcuni interrogativi riguardanti la sua gestione politica, per altro molto riservata ed accentrata.
Aldo Moro fu colpito in quanto unico leader in grado di traghettare la Dc verso questa svolta decisiva. Salvando lui si sarebbe dovuto salvare anche il progetto politico di cui era co-protagonista, ufficialmente condiviso da circa il 90% delle forze parlamentari.
Perché, dunque, non si tentarono tutte le possibili vie di salvezza? La cosiddetta “fermezza”, anche se invocata in buona fede, non era in fondo una condanna a morte del sequestrato?
Interrogativi angoscianti che in quei giorni convulsi non trovarono risposte esaurienti.
Perciò, mi parve quantomeno illogico respingere la “trattativa” che avrebbe consentito, se non altro, di scoprire le carte dei sequestratori. Se fosse stato un bluff, come molti temevano, le Br avrebbero confermato il diffuso sospetto di essere al servizio di un disegno più grande di loro, mirato soltanto all’eliminazione fisica dell’on. Aldo Moro.
Purtroppo, le cose andarono per un altro verso. Moro verrà barbaramente assassinato. Il danno fu grande per la sua famiglia e per la democrazia italiana che, d’allora, appare sempre più contratta, fiacca, vacillante.
Concludo con un passaggio illuminante, pedagogico direi, contenuto nella lettera a Saviano, in cui Moro conferisce un senso altissimo al sacrificio umano “mi pare che nella vita per fare qualcosa di grande e di buono, e perciò di duraturo, occorra saper pagare di persona, facendosi attori e veri partecipi poi del grande dramma.”
Parole dolenti nelle quali si possono intravedere i segni premonitori del suo tragico destino.
Agostino Spataro

Agostino Saviano
“VIAGGIO NELLA MEMORIA”
(a cura di Francesco Saviano)
prefazione di Rosa Aura Severino
Edizioni Arte Stampa- Montecatini, ottobre 2008