lunedì 9 giugno 2008

Paceco: prima raccolta di grano sui terreni confiscati al boss mafioso Vincenzo Virga

E da Bruxelles l'appello di Margherita Asta per chiedere maggiore attenzione sugli intrecci perversi fra mafia e poteri forti nel trapanese

RINO GIACALONE
Sono in tutto 29 ettari, in mezzo due laghetti. Una lunga distesa di terra sotto le falde di Erice. Qui è tutta campagna coltivata, grano, uliveti, vigneti, meloni, legumi in genere. Non c’è uno spazio che non sia lavorato. Ma la parte più consistente sono questi 29 ettari. Era il trono dell’imprenditore agricolo Vincenzo Virga, il capo mafia di Trapani. Quando giungiamo qui con un poliziotto e ci apprestiamo a “visitare” il terreno, ci raggiunge un “campiere” di un terreno vicino. Lo avevamo visto da lontano che guardava incuriosito i nostri movimenti, alla fine ci raggiunge, ci chiede chi siamo e cosa stiamo facendo. Il poliziotto a quel punto mostra le chiavi del casolare, e dice “siamo i proprietari”. Come i proprietari? Non siete Virga? E no “ziu meo” siamo i nuovi proprietari, siamo lo Stato che è proprietario adesso qui. Il terreno don Vincenzo Virga lo aveva comprato anche con il denaro ottenuto per il sangue versato dai morti ammazzati, non potendoci riprendere quelle vite, ci riprendiamo questo maltolto. Il boss è in carcere, condannato all’ergastolo per una serie di delitti dei quali è stato mandante, la strage di Pizzolungo, la faida del Belice, l’uccisione dell’agente di custodia Giuseppe Montalto, è indagato per avere ordinato l’assassinio di Mauro Rostagno, è sotto inchiesta per i suoi connubi con la politica e l’imprenditoria, sedeva al tavolino dove si spartivano gli appalti prima che la mafia stessa diventasse, sempre sotto la sua direzione, impresa. Ricercato dal 1994, la squadra Mobile di Trapani diretta dal vice questore Giuseppe Linares lo ha arrestato nel febbraio del 2001, lui davanti agli agenti più di un “mah” non ha saputo dire, in Tribunale poi avrebbe anche dichiarato che “la mafia fa schifo”, nel frattempo aveva anche inguaiato i suoi figli, Franco e Pietro finiti anche loro in carcere. Ufficialmente piccolo imprenditore, pensionato, pensione che l’Inps gli ha pagato mentre era anche latitante, Virga si è scoperto che possedeva un portafoglio societario dal valore di 7 miliardi di vecchie lire, buona parte confiscato. Tra queste la famosa Calcestruzzi Ericina e anche questo terreno, località Giancheria di Paceco, centro agricolo a pochi chilometri da Trapani. Dalla confisca all’assegnazione è trascorso più di qualche anno, perché l’intenzione degli “eredi” di Virga era di rendere improduttivi questi terreni, e far fare allo Stato una magra figura, invece c’è stata l’assegnazione alla cooperativa Placido Rizzotto di Corleone, e in questi giorni c’è stata la prima raccolta di grano. Nell’hinterland trapanese la cosa non ha precedenti e rappresenta un altro traguardo raggiunto. Impensabile fino a qualche anno addietro, quando qui si negava l'esistenza della mafia. Adesso invece si è fatta la mietitura. Vera festa vera contro quei boss che si camuffavano da imprenditori mentre ordinavano i delitti più cruenti. È trascorso tempo per arrivare a questo traguardo anche rispetto a quando, prendendo coscienza della presenza del fenomeno mafioso, si è cominciato a sentire ripetere in maniera positivamente ossessiva la necessità da parte della società onesta di riprendersi il maltolto, togliendo i patrimoni ai mafiosi. Si è cominciato ad allungare il numero delle confische ma spesso è successo che di fatto erano ancora i mafiosi ed i loro familiari a restare proprietari di quei beni. Le più recenti indagini hanno anche consegnato un altro aspetto della realtà: i boss che addirittura volevano riprendersi i beni che pure una assegnazione ed un affidamento li avevano avuti, tentativo sconfitto dall'azione investigativa della magistratura e della squadra Mobile e da un coraggioso prefetto, Fulvio Sodano. Alla fine i mafiosi sono stati cacciati via dai beni che continuavano a controllare. Le mire dei mafiosi erano soprattutto per la Calcestruzzi Ericina, volevano che fallisse e così deprezzata venisse venduta. C’era già un imprenditore colluso pronto ad acquistarla. Ma la manovra fallì. Oggi la Calcestruzzi Ericina è prossima ad essere gestita dalla cooperativa costituita dai suoi dipendenti, in Italia è uno dei primi beni confiscati che rientra libero da vincoli nel mercato.
Oggi tocca a Paceco, il maltolto che qui ci si è ripresi ha la forma e i colori del grano, 35 quintali di frumento raccolti per ognuno dei 26 ettari così coltivati, destinazione un mulino dell’Emilia Romagna, per trasformare il grano in farina per confenzionare la pasta commercializzata con il marchio di Libera e della cooperativa Rizzotto. Nello stesso momento a Bruxelles al vertice internazionale contro tutte le mafie, Margherita Asta, coordinatrice provinciale di Libera, ha preso la parola per chiedere “aiuti concreti per mettere in atto le migliori strategie capaci di frenare il controllo di Cosa Nostra sull'economia del Trapanese”, per chiedere “una attenzione maggiore sugli intrecci perversi a Trapani tra mafia e poteri forti, qui è lo zoccolo duro di Cosa Nostra”.
Rino Giacalone

domenica 8 giugno 2008

È vero, Corleone è una città sporca. Ma chiediamoci perchè e di chi sono le responsabilità

Incapacità organizzative dell'Ato, cassonetti rotti, raccolta differenziata che non decolla, stipendi agli operai che non vengono pagati…

Certo, Corleone è una città sporca. Ma non serve che qualche assessore comunale se ne lamenti con i dirigenti dell'Ato-rifiuti, dando quasi per scontato che la colpa sia degli operai che non spazzano e non raccolgono la spazzatura. Per prima cosa, infatti, bisogna guardare alla disorganizzazione del servizio, che notoriamente non è organizzato dagli operai, ma da dipendenti in giacca e cravatta (o gonna e giacchetta). La gran parte dei cassonetti, per esempio, ha le ruote rotte ed è quasi impossibile spostarli per agganciarli all'auto-compattatore, senza sforzi sovraumani e senza impiegare molto più tempo del dovuto. Ma l'Ato non provvede a sostituire i cassonetti.

Corleone non ha gli automezzi per la raccolta, perché quelli che aveva sono stati dati (incredibilmente) in comodato d'uso alla Sicula Ciclat fino al 2009. Ed ogni mattina dobbiamo aspettare il… miracolo che arrivi qualche mezzo dai paesi limitrofi. A Corleone non vi sono più campane per la raccolta differenziata, perché quelle che c'erano e che producevano solamente un miserabile 3% di raccolta sono state portate via dalla Sicula Ciclat, senza che l'Ato le abbia rimpiazzate. In questa maniera come si può tenere pulito il paese? E come si può pretendere che gli operai buttino il cuore oltre l'ostacolo, se ancora non hanno avuto pagato (insieme a tutti gli altri dipendenti Ato) lo stipendio di maggio 2008 da un Ente che, quanto pare, ha un milione di debiti solo con l'Inps? Come si può pretendere che buttino il cuore oltre l'ostacolo, se l'Ato non ha messo a loro disposizione dei locali dove potersi cambiare, dove fare la doccia e dove potersi riunire? Ed infine, se sono gli unici 18 operai dell'Ato Belice-Ambiente che hanno un contratto di lavoro part-time (11 a 24 ore settimanali ed 8 a 30 ore), mentre gli altri sono tutti a tempo pieno?

Una settimana fa il consiglio comunale di Corleone ha approvato un ordine del giorno per impegnare l'amministrazione affinché solleciti l'Ato ad avviare una seria raccolta differenziata, e in questo ambito trasformare i contratti dei 18 operai a tempo pieno. D'altra parte, aggiungendo agli attuali carichi di lavoro la raccolta differenziata porta a porta e la pulizia di aree a verde (provvisoriamente assicurata da una ditta esterna a colpi di 15 mila euro al mese), gli operai ex Ciclat potrebbero benissimo passare a tempo pieno, senza aumentare i costi del comune.
d.p.
8 giugno 2008

PROVINCIA. Dove allignano gli sperperi della politica. La produttività di Palazzo Comitini

di MICHELE RUSSOTTO

Puntuale la smentita da parte della Provincia su quanto da noi pubblicato l’altro ieri, circa i lavori del consiglio provinciale. Non è vero che la delibera approvata martedì scorso (un debito fuori bilancio di 942 euro), l’unica della seduta, è stato il primo provvedimento adottato quest’anno dall’assemblea di Palazzo Belvedere. Del resto, anche noi avevamo pubblicato il dato col beneficio d’inventario, dichiarandoci pronti ad accettare rettifiche. Tanto più che la sostanza di quell’articolo, più che all’evento della prima delibera del 2008, era volto ad evidenziare il paradosso della sproporzione tra i costi per la convocazione di un’assemblea di 45 consiglieri e quelli del debito fuori bilancio (un atto dovuto) di appena 942 euro. Sul piano della legittimità della seduta, tutto perfettamente in regola. Ma se il sistema consente questi paradossi, significa che c’è qualcosa che non funziona. Non bisogna scomodare esperti o studiosi per scoprire dove allignano gli sperperi della politica. Sempre in riferimento all’articolo dell’altro ieri, dai massimi esponenti politici ancora in carica alla Provincia ciè stato precisato, ma in maniera molto vaga, che altre delibere sono state approvate nel 2008 dal consiglio provinciale. Restiamo in attesa che ci venga fornito l’elenco dettagliato per potere meglio valutare qual è il rapporto tra numero di sedute effettuate e provvedimenti adottati, al netto però di atti ispettivi, di mozioni ed ordini del giorno. Questi ultimi sì, sappiamo che l’assemblea di Palazzo Belvedere è abituata ad adottarne in notevole quantità.

A questo punto, dal momento che proprio in campagna elettorale, è più aperto che mai il dibattito sull’utilità dell’ente, sarebbe interessante che gli attuali vertici di Palazzo Comitini fornissero, per un elementare principio di trasparenza, sia l’elenco delle sedute effettuate durante questi cinque anni di consiliatura che tutti i provvedimenti adottati. Non solo. Ancora più interessante sarebbe rendere di dominio pubblico la paludosa attività delle sei commissioni consiliari, di cui una speciale che si occupa proprio di "trasparenza", le cui sedute prevedono anch’esse un gettone di presenza. In campagna elettorale, è più aperto che mai il dibattito sull’utilità dell’Ente. Sarebbe interessante conoscere l’elenco delle sedute e i provvedimenti adottati negli ultimi cinque anni. Numero di sedute, appunto,pareri espressi su atti deliberativi e iniziative concrete portate avanti. Nulla abbiamo trovato di tutto questo nel bel sito della Provincia, che invece ospita in grande evidenza la storia dettagliata della vita dell’onorevole Francesco Musotto che, se la memoria non ci tradisce, da diversi mesi ormai non è più presidente della Provincia, essendosi dimesso in anticipo rispetto alla scadenza del mandato per candidarsi all’Ars, dove oggi siede.

Fossimo al posto dei due candidati il lizza per la conquista della presidenza della Provincia, Giovanni Avanti dell’Udc e Franco Piro del Pd, assieme al programma che propagandano in queste giornate di campagna elettorale per l’immancabile rilancio dell’ente, ci preoccuperemmo di approfondire tutti questi precedenti per spiegare all’opinione pubblica, con riferimenti concreti, il ruolo che ha svolto nella realtà del territorio il consiglio provinciale. Non è proprio Piro che dice di voler creare una Provincia utile alla gente? Si sa però - e non siamo certo noi a scoprirlo - che non si costruisce futuro senza conoscere il passato. O no?
da La Sicilia

FOTO. Dall'alto: Palazzo Comitini, sede della Provincia di Palermo, Giovanni Avanti, candidato del centrodestra alla presidenza, Franco Piro, candidato del centrosinistra.

Bob Dylan scommette su Barack Obama: «Cambierà l’America dal basso»

IL CASO. In una rara intervista al Times di Londra, il 67enne mito della musica dà per la prima volta il suo endorsement. Il menestrello del rock non aveva mai appoggiato un candidato

DAL NOSTRO CORRISPONDENTE

NEW YORK — Quando snobbò i tour «Rock the Vote» di Bruce Springsteen per sostenere i candidati democratici Al Gore e John Kerry — entrambi poi perdenti—i critici gli dettero del «solito qualunquista». Ma se in mezzo secolo di leggenda Bob Dylan non ha mai pubblicamente appoggiato un candidato, neppure lui ha saputo resistere al trascinante fascino di Barack Obama. In una rara intervista al Times di Londra, il 67enne mito della musica dà per la prima volta il suo endorsement. Ad Obama. «L’America è in una fase di tumultuoso cambiamento — spiega Dylan —. La povertà è demoralizzante. Non ti puoi aspettare che la gente abbia la virtù della purezza quando è povera ». «Però — aggiunge — ora abbiamo un uomo che sta ridefinendo la natura della politica partendo dal basso: Barack Obama».

Dylan si dice ottimista: «Si, spero che le cose possano cambiare. Alcune cose devono cambiare ». E conclude: «Dovresti sempre prendere il meglio dal passato, lasciarti alle spalle il peggio, e andare avanti nel futuro». Parole ricche di potere simbolico se è vero che, come ricorda il Times, «Dylan è il simbolo della generazione degli anni 60 e, insieme, l’architetto dietro il magico slogan "obamiano" all’insegna del cambiamento». Il suo inno di protesta The Times They are A-Changin’, del ’64, sembra rivolgersi all’«era Obama» quando si appella a «critici e scrittori, senatori e deputati, madri e padri»; «non state sulla porta, non bloccate il passaggio »; «non criticate quello che non potete capire», perché «La vostra vecchia via sta decadendo molto in fretta » e «i tempi stanno per cambiare» (da Bob Dylan Lyrics 1962-2001, Feltrinelli).

La notizia dell’endorsement è subito rimbalzata sul sito ufficiale BarackObama.com. Tripudio per i fan del senatore dell’Illinois, che dal suo profilo personale su Facebook avevano già appreso che Dylan è il suo musicista preferito, insieme a Miles Davis, John Coltrane, Bach, Stevie Wonder e The Fugees. Barack, dopotutto, è cresciuto ascoltando Only a Pawn in Their Game e The Lonesome Death of Hattie Carroll, entrambi ispirati a due delitti razzisti del 1963, rimasti impuniti, contro neri innocenti: l’omicidio da parte di un white supremacist di Medgar Evers, attivista per i diritti civili e quello di Hattie, cameriera 51enne madre di 11 figli, uccisa dal 24enne proprietario di una piantagione di tabacco. La mattina del 28 agosto 1963 Dylan eseguì Only a Pawn ai piedi del monumento a Washington, poche ore prima che Martin Luther King pronunciasse il suo discorso «I Have A Dream» davanti al Lincoln Memorial. Quarantacinque anni più tardi, suo figlio Jesse Dylan ha prodotto insieme ai Black Eyed Peas il cliccatissimo video musicale pro Obama con Kareem Abdul-Jabbar, Herbie Hanckock e Scarlett Johansson. Sarebbe stato Jesse a «convertire» il padre, insieme a Joan Baez, la sua ex. Anche per lei è il primo endorsement ufficiale.
Alessandra Farkas
Corriere della sera, 07 giugno 2008

venerdì 6 giugno 2008

I vini delle terre liberate dalla mafia per la festa della Repubblica a Siena

Offerti da Enoteca Italiana in occasione delle celebrazioni ufficiali delle autorità cittadine. “Placido” e “Chardonnay” della coop sociale “Lavoro e non solo” al banchetto in Provincia

Brindisi al suono dell’inno di Mameli, con vini prodotti su terreni sottratti alla mafia, per celebrare la Festa della Repubblica a Siena.

Si tratta deI bianco “Placido”, Igt Sicilia da uve Catarratto e lo “Chardonney “, Igt Sicilia, vendemmia 2007, entrambi realizzati dalla cooperativa palermitana “Lavoro e non solo”, presentati da Enoteca Italiana.

I due nettari, con marchio “Terre liberate” sono stati offerti durante il banchetto ufficiale organizzato il 2 giugno nei locali della Provincia di Siena, dove le massime autorità civili e militari cittadine si sono ritrovate in occasione della Festa della Repubblica.

Comune, Provincia e Prefettura infatti hanno per la prima volta insieme organizzato le celebrazioni, in occasione delle quali sono stati anche assegnati le onoreficenze di cavalieri e commendatori a personalità senesi che si sono distinte durante l’anno nei loro rispettivi ambiti di attività.

Il primo vino della cooperativa sociale “Lavoro e Non Solo” di Palermo, presentata in anteprima nazionale di recente nei locali di Enoteca Italiana alla Fortezza Medicea di Siena, e realizzata grazie alla campagna “Adotta un albero di vite” ed al sostegno dell’Arci, è stato prodotto a Canicattì, su un terreno che la mafia aveva incendiato e reso improduttivo e che la cooperativa ha recuperato nel 2006.

Un valore, quello del progetto di recupero dei beni confiscati alla mafia, messo in evidenza anche da Fabio Carlesi, direttore di Enoteca Italiana, il quale ha sottolineato l’impegno dell’Ente, fin dalla sua nascita nel 1933, nel promuovere il vino italiano di qualità.

giovedì 5 giugno 2008

La Chiesa Dell’Addolorata compie 20 anni dall’erezione a “Santuario”

Venti anni fa veniva eretta a Santuario la Chiesa dell’Addolorata. Era il 30 Maggio del 1988, quando, alla fine di una solenne cerimonia Mons. Girolamo Liggio, vicario foraneo, lesse il decreto emanato dall’arcivescovo, che venne accolto dal grande applauso dei numerosissimi presenti.

La cerimonia si concluse con gli interventi del sindaco Michele La Torre e dell’arcivescovo Mons. Salvatore Cassisa, i quali espressero l’auspicio che il Santuario Mariano, nel XXI secolo, potesse divenire centro di vita spirituale nonchè scuola di autentica dottrina cristiana.

Per quella occasione la statua dell’Addolorata, per tutto il mese maggio, venne portata in pellegrinaggio in tutte le parrocchie di Corleone, dove fu onorata con grande devozione.

Le prime istanze, per elevare a santuario la chiesa dell’Addolorata, furono fatte dal canonico Salvatore Tortorici; fin dai primi anni settanta, si fece promotore di una cospicua corrispondenza con l’arcivescovo di Monreale Corrado Mingo, ma, essendo che ogni progetto richiede i suoi tempi, nello specifico furono i successori delle due cariche, il parroco don Calogero Giovinco e il vescovo Salvatore Cassisa, a portarlo a compimento

Oggi che ricorre il ventennale del Santuario, è doveroso ricordare che, don Pino Provenzano, curatore dello stesso a partire dall’anno 2000, si prodiga quotidianamente, nell’evangelizzazione della nostra comunità, orientata nella formazione spirituale e cristiana, in sintonia con l’insegnamento del Papa e dei Vescovi.

E’ pronto sempre, in ogni occasione, a rammentarci la dimensione universale della chiesa, si sforza di farci capire, che spesso le nostre comunità restano chiuse in un particolarismo localistico senza respiro autenticamente evangelico, e che ciò ci porta a non farci vedere al di là degli stretti confini della parrocchia.

Ci rammenta che il più delle volte ci si concentra sulle nostre piccole tradizioni locali e in esse si fa coesistere tutto il cristianesimo, cose che ci fanno perdere il senso di appartenenza alla Chiesa Cattolica, cioè universale.

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Notizie storiche sulla chiesa dell’Addolorata di Corleone

Parlare della Madonna Addolorata di Corleone è come tagliare una fetta di storia cittadina.

Questo meraviglioso simulacro fu voluto dal fondatore della chiesa a lei intitolata, oggi uno dei Santuari più rinomati della diocesi di Monreale.

La chiesa, con i suoi due secoli e mezzo di storia arricchisce, il patrimonio storico culturale di Corleone, essendo luogo di tradizione religiosa e di formazione cristiana, morale e civile, essa riflette nella sua pienezza, gli usi e costumi, le tradizioni, i risvolti socio-economici dell’intera cittadinanza.

Fu verso metà del secolo XVIII, che Matteo Toscano e il figlio, sacerdote Giuseppe, si prodigarono per la costruzione della chiesa.

Infatti nell’ottobre del 1745, gli spettabili signori Pietro Rodriquez, Vincenzo Scarpinati, Michelangelo Friia, pretore e giurati della città di Corleone, “donano e assegnano ai sopradetti Toscano, dietro loro richiesta, un terreno pubblico sito nel quartiere san Nicolò sul lato sinistro della trazzera Corleone - Chiusa, per la costruzione di una chiesa da intitolare alla Madre SS. dei Sette Dolori”.

Il tutto è riportato in atto notarile del 16-10-1745 presso notaio Giuseppe Sutera.

Vista la poca area disponibile ( 3 canne di latitudine e 9 di longitudine ), la costruzione venne impostata in forma ellittica, e per sfruttare al massimo l’area assegnata, vi si ricavò una costruzione ottagonale.

Lo stile architettonico è di chiara matrice borrominiana, tipica del settecento, certamente unico nel suo genere in Corleone e nel suo territorio; si sconoscono però i progettisti e così pure la maestranza che ha realizzato i lavori, conclusisi dopo cinque anni.

Il Toscano, finita la costruzione, pensò anche all’arredo sacro e a tutto ciò che serviva alla chiesa.

Con atto notarile stipulato il 14-08-1750 presso il notaio Vincenzo Sutera, i Toscano, “donano e assegnano alla chiesa due case site nel quartiere san Martino e due appezzamenti di terreno siti in contrada san Filippo” con disposizione di alcune clausole aventi carattere vincolante, di cui si riportano le principali:

-E’ dovere del beneficiale predicare assiduamente, confessare i fedeli e istruire i ragazzi negli elementi della dottrina cristiana.

-Che il rev. d. Giuseppe Toscano debba essere durante vita il beneficiale di detta chiesa, che i beneficiali pro tempore siano padroni di tutti i redditi di detta chiesa.

-Che il beneficiale da eligersi debba essere sacerdote nativo corleonese e dottore in sacra teologia.

-Che il patronato di detta chiesa risieda presso i superiori pro tempore della congregazione dei sacerdoti sotto il titolo della “ Sacra spina “;( questa congregazione gesuitica si forma a Corleone verso la fine del 1600). In mancanza di questi requisiti acquisisce diritto il priore del convento di san Domenico.

-Che dopo la morte del beneficiale il successore venga eletto dalla congregazione del Sacra spina ( che risiedeva nell’omonimo oratorio, inglobato nella casa parrocchiale della chiesa di san Leoluca ), e precisamente il martedì successivo la morte del beneficiale. In caso di impedimenti nel rispetto di tale scadenza, la vacanza venga colmata dal priore del convento dei domenicani.

Seguono altre clausole meno importanti.

Il sac. Giuseppe Toscano, divenuto primo beneficiale pensò fin da subito a dotare la chiesa di un simulacro.

Come si evince dall’atto di fondazione, Don G. Toscano manifestò, già in corso di costruzione della chiesa, l’intenzione di collocarvi, un nuovo simulacro della Madonna, che, sembra da alcune lettere di mastro Matteo Toscano esservi già collocata sin dalla sua inaugurazione.

Comunque, nella visita fatta nel 1756 da Mons. Testa, la statua è presente nella chiesa, posta sull’altare maggiore. (Vedesi inventario fatto per l’occasione).

Gli altri due altari sono dedicati al Cristo morente sulla Croce ed alla discesa dello Spirito Santo su Maria e gli Apostoli radunati nel cenacolo ( opera su tela scomparsa nei primi anni sessanta del secolo scorso ) .

Il Toscano, sacerdote di elevato spessore culturale, durante la sua breve permanenza su questa terra (morto a 33 anni nel 1754), ricoprì incarichi di alta responsabilità presso la cancelleria del tribunale della S. Inquisizione, dove fu notaro maggiore.

Certamente ebbe solida influenza nell’ambito del clero corleonese, essendo membro della congregazione gesuitica della “Sacra Spina” cui erano ammessi solamente le personalità più eminenti.

Questa congregazione affonda le sue radici nella venuta dei padri “Gesuiti a Corleone”, e attorno ad essi, ruota, intrecciando interessi economici, culturali e sociali.

E’ dimostrato, da documenti emersi di recente, come la famiglia Toscano fosse ben inserita nella compagnia del SS..Rosario, fondata e gestita dai padri Domenicani, il nonno Giuseppe e il padre Matteo ricoprono cariche di rilievo, in detta compagnia.

Nel contesto dei 4 anni di vita da beneficiale il Toscano, diede, alla chiesetta ed alla sua comunità, efficace impulso sulla via della crescita spirituale e religiosa; si prodigò molto per la costituzione della compagnia "dei servi di Maria", che aderì alla compagnia nazionale, con sede a Roma,(in sacrestia si può ammirare il diploma rilasciato dal segretario generale dei Servi di Maria, datato 1750).

Nel 1752 diede alle stampe un opuscoletto in lingua dialettale, dove sono riportate le preghiere di lode a Maria dei Sette Dolori.

Ulteriore testimonianza del suo operato lo riscontriamo in un atto stipulato, nel 1784, dal 2° beneficiale della chiesa il can. Andrea Governali, presso il not. Francesco Ciampallari ;

l’atto viene stipulato in occasione delle frane che si sono succedute a Corleone nello stesso anno, mettendo a rischio l’intera chiesa dell’Addolorata.

Nel descrivere la magnificenza della statua, che in quella occasione venne, per precauzione, messa al sicuro nella chiesa di san Pietro, viene reso noto che il Toscano aveva commissionato e fatto realizzare il simulacro da un artista poco noto, della terra di santo Stefano di Bivona

Come detto, alla morte del Toscano, successe nella carica di beneficiale il can. Andrea Governali; questi, fin da subito, trovò delle grosse difficoltà conviviali con il fondatore Matteo Toscano.

A mettere fine ad ogni dissenso dovette intervenire il Card. Francesco Testa, che in occasione della sacra visita fatta nel 1756, chiarì dubbi e interpretazioni, e stabilì regolamenti chiari per il proseguo del culto.

(vedi lettera di Matteo Toscano al Cardinale ).

Il signor Matteo Toscano non dovette restarci bene alla sentenza del Cardinale Testa, la delusione fu pesante, vide svanire, con la precoce scomparsa del figlio, il suo progetto d’investimento, il ritorno economico da lui preteso, venne a mancare.

Si dovette accontentare di quel poco che il nuovo beneficiale gli passava, rassegnandosi alla sentenza emanata dal cardinale Francesco Testa

L’attività spirituale svolta dal can. Andrea Governali durò un trentennio, fu figura di spicco del clero Corleonese, costruì la sua carriera vicino ai Domenicani, quale cappellano della confraternita del S.S.Rosario e canonico di fiducia della compagnia dei Bianchi

Della sua attività, l’ultima citazione cronologica, la si riscontra nell'archivio della compagnia del S.S.Rosario,nella relazione annuale del 1786, un documento di bilancio in cui vengono riportate le somme percepite dalla confraternita.

A succedergli fu il can. G. Termine, e poi Il can. Gaetano Billingeri, figure di alto spessore culturale del clero Corleonese, soprattutto il secondo.

Fin dall'infanzia eccelleva nello studio, al seminario assieme al suo coetaneo e compaesano Biagio Ortoleva, si affermava in tutte le competizioni culturali che si svolgevano fra seminaristi.

Agli esami di maturità passò brillantemente con le migliori lodi dei professori del tempo; Billingeri assieme a pochi altri era l'orgoglio del Cardinale F. Testa.

Non fu fortunato come beneficiale della chiesa, entrato in conflitto contro i domenicani, questi, alla prima occasione trovarono un alibi per spogliarlo del ruolo di beneficiale.

Nel maggio del 1802 gli fu tolta la carica, poiché, il vescovo di Monreale, lo sospese dalla facoltà di confessare le donne, lo si accusava di intrattenere rapporti molto intimi con una donna; venne quindi resa operativa una clausola dell'atto di fondazione.

Considerando la grande personalità del can. Gaetano Billingeri, persona molto colta, rinomata in tutto il regno come grande oratore, riformatore, portatore di nuovi ideali, sembra ovvio che l'accusa vuole essere solamente un alibi; l’ostracismo pianificato da parte dei domenicani riesce alla perfezione.

La congrega della “Sacra Spina” elesse il can. Giuseppe Vernagallo, ma anche lui fu privato della facoltà di confessare le donne e in attesa di riscontri da parte del vescovo per verificare la veridicità, la carica passò al Priore del convento dei Domenicani, nel rispetto di una clausola dell'atto di fondazione.

La vicenda viene resa evidente, da due lettere mandate dal can. G. Vernagallo al vescovo di Monreale, una datata maggio 1803, e l’altra datata 03.01.1804.

In quest’ultima si lamenta da parte del supplicante, come il priore di S. Domenico lasci scorrere il tempo ostacolando la sua richiesta di essere abilitato alla confessione delle donne; la supplica al suo vescovo sortì l’effetto di ottenere una risposta definitiva.

Per quanto tempo il priore tenne tale carica non è dato saperlo, di certo il can. G. Vernagallo non diventerà beneficiale della chiesa; il segno del suo passaggio è documentato nei quattro quadroni posti agli angoli del cupolone centrale, (la fuga in Egitto, la crocifissione e gli altri due, in uno dei quali si può leggere: “donati dal rev. benef. Giuseppe Vernagallo”), opera del suo interessamento.

In quel momento Vescovo di Monreale era Mons Mercurio Teresi, persona pia e santa, eletto il 12 marzo1802, consacrato nel Duomo di Monreale il 13 giugno dello stesso anno, il quale nello stesso anno fu colpito da una malattia cerebrale che lo portò alla tomba nel 1805.

Una risposta al rev. Vernagallo, sicuramente fu data, ma non essendo nelle grazie del priore di S.Domenico, non diventerà beneficiale della chiesa dell'Addolorata.

Apprendiamo, da documenti della compagnia della Misericordia, che lo stesso manterrà la carica di rettore della omonima chiesa fino al 1840.

Mentre il can. Gaetano Billingeri, morirà nel 1834 all’età 84 anni .

Da un atto notarile del 6 gennaio 1810, presso not. Sangiorgio apprendiamo che beneficiale della chiesa dei sette dolori è il can. Benedetto Firmaturi, essendo che lo stesso per maggiore convenienza, cedette in enfiteusi i due apprezzamenti di terra in contrada S. Filippo, che il Toscano aveva lasciato alla chiesa, a don Paolo Sarzana per il censo annuo di onze 1, tari'10, grana 10.

Il can. tesoriere Benedetto Firmaturi figlio del marchese Ferdinando, fu eletto canonico della collegiata nel 1791 come per atto presso not. Gaetano Gennaro di Corleone.

Si sconosce la data esatta della sua elezione a beneficiale, di certo resse la carica per un trentennio.

Sotto la sua reggenza nel 1827 la chiesa, per istanza e cooperazione del popolo, fu fatta sacramentale.

Nel 1835, giorno 22 gennaio, fece redigere atto presso not. Antonino Gristina dove si annotarono tutti i legati con le rispettive quote, di cui beneficiava la venerabile chiesa di Maria Addolorata.

Era consuetudine al succedersi di ogni beneficiale, che venisse redatto un atto notarile, infatti nel 1837 morto il beneficiale Benedetto Firmaturi, la congrega della "sacra spina" elesse il can. Vincenzo Cammarata, e l'atto di elezione venne redatto presso il notaio Bentivegna di Corleone, il giorno 1-9-1837.

Da questo atto notarile si evince l’importanza del ruolo ricoperto da questa congrega di soli sacerdoti, presieduta dalle figure più eminenti del clero corleonese.

IL neo eletto canonico, nei primi anni del suo apostolato, incorse in una lite con il marchesino Firmaturi, dovette faticare non poco per il recupero di alcuni oggetti di argenteria di proprietà della chiesa;, di ciò fa riferimento in una missiva del 30.07.1838, scritta al vescovo Domenico Benedetto Balsamo, .supplicandolo di intervenire nei confronti del Marchesino Firmaturi, nipote del defunto beneficiale suo predecessore, affinché restituisse anche un calice di argento col piede dorato che lui sostiene essere di proprietà privata, in realtà documenti attestano essere della chiesa”.

IL canonico Cammarata tiene la carica di beneficiale fino al 1854, gli succede il can. Vincenzo Bentivegna (come per atto presso not. G. Bentivegna dello stesso anno)che mantiene la rettoria fino al 1899.

Con la reggenza di quest’ultimo, si modificò una delle norme dello statuto originario, che stabiliva l’uscita in processione del simulacro solo in caso di necessità e per volontà della cittadinanza, e si stabilì che il simulacro venisse festeggiato annualmente, nel giorno della sua ricorrenza.

Fu costituita una compagnia di abitini preposti al trasporto del simulacro che, il beneficiale, scelse con esclusività fra il ceto dei “burgisi” (piccoli proprietari terrieri).

Con lettera del 22-10-1857, Mons. Tarallo, Vicario Capitolare della diocesi di Monreale, concesse che i preposti al trasporto della bara del simulacro, indossassero un abitino color violaceo con nastro e cordone relativo,e portassero come emblema sul petto un cuore trafitto da una spada.

Questa data, segnò l’inizio ufficiale dell’attività della confraternita;

Dal 1866, inoltre,in occasione della commemorazione del venerdi santo, la statua partecipa alla processione notturna seguendo il cristo morto.

Questa scelta deviante presa dal can. Bentivegna nei confronti dell’atto di fondazione, sarà stata sicuramente dettata dal cambiamento dei tempi.

Gli successe il Can. Salvatore Mondello, che resse la carica di beneficiale per circa un ventennio, operando con tanto zelo e portando tanti benefici alla chiesa, ma non permise mai a nessuno di scattare foto alla statua, perche le considerava diavolerie, essendo un accanito antimodernista.

(Fatto raccontatomi dalla nipote del Canonico Liborio Badami suo successore).

Infatti la prima fotografia scattata al simulacro nel 1900 per volere del can. Badami, ora in mio possesso, avvenne all’insaputa del can Mondello profittando del momento dei festeggiamenti per il 150° anniversario della statua che si trovava nella chiesa Madre.

Come sopra detto seguì nella rettoria il Can. Badami, morto nel 1931,in questo ventennio di reggenza furono apportate delle modifiche ai regolamenti della confraternità.

L’avere precluso, infatti la partecipazione di ceti diversi da quelli dei proprietari terrieri (Burgisi) comportò una considerevole riduzione del numero degli abitini; il canonico abolì quell’anacronistico regolamento e da quel momento furono ammessi uomini di ogni ceto sociale.

IL suo successore, il can. Salvatore Tortrici proseguì in quest’innovazione, rimasto in carica fino al 1984 anno della sua scomparsa terrena, è stato l’ultimo canonico della collegiata di Corleone.

Si spese moltissimo affinché la chiesa fosse eretta a “Santuario Mariano”.

Gli successero il parroco Calogero Giovinco e l’attuale rettore Pino Provenzano, che con molto zelo pastorale curano e fanno crescere la devozione mariana.

Per quanto riguarda il simulacro, le notizie in nostro possesso sono pochissime, dall’atto sopra citato del 1784, leggiamo che fu realizzato da un artista poco conosciuto, che operava nelle zone di Santo Stefano di Bivona in Provincia Di Agrigento; purtroppo fin quando non viene alla luce l’atto di committenza , le notizie saranno sempre sul vago.

E’ in progetto il restauro e la pulitura della statua, potrebbe essere l’occasione per far emergere l’autore della meravigliosa opera.

Infatti la statua si presenta molto annerita, l’uso massiccio delle torcie di cera che si è fatto in passato, ha sicuramente modificato i colori originari dati dall’artista.

A tal proposito mi ritorna in mente la “za Lucia” (una signorina devotissima all’Addolorata, che collaborava alla gestione della chiesa), che negli anni settanta, in occasione di una ripulitura di tutte le pareti della chiesa, ha dovuto faticare non poco per convincere i fedeli a non accendere le torce, subendo in qualche caso delle aggressioni;

Passati pochi anni l’usanza scomparve totalmente.

L’ultimo retaggio culturale di tale usanza, ci è stato consegnato in occasione della processione del 15 settembre del 2007: v’era una sola torcia sorretta da una devota, gurdata dai fedeli come si fa per un cimelio.

Corleone 30 Maggio 2008

Francesco Marsalisi

Note Bibliografiche

Ricerche Notarili presso Archivio di Stato di Palermo (Alla Gancia)

Ricerche Notarile presso Archivio storico di Corleone

Ricerche presso Archivio storico di Monreale, carpetta “Chiesa di S.M. Addolorata”

Rollo di carte contabili custoditi in sacrestia presso la chiesa. (Fornitomi dal l’amico G. Castro)

Bollettino Ecclesiastico Di Monreale anno 1911.

Manoscritto del Bruno anno 1787

Libro Antichità a Corleone di Salvatore Mangano ed. Palladium

Libro L’Addolorata di Leoluca Pollara Ed. Palladium

Carla Bruni, premiere dame de France: «Berlusconi non mi piace»

Carla Bruni non smentisce la sua fama di prima donna di Francia che non si censura e aggiunge: «Lui non è un vero politico, mio marito sì»

Silvio Berlusconi non è un vero politico e da quando è stato eletto, la prima signora di Francia si sente a disagio. Sono parole di Carla Bruni, contenute nel libro-confessione che esce oggi in Francia, affidato alla penna dei due giornalisti Yves Azeroual e Valerie Benaim. Titolo, "Carla e Nicolas, la vera storia". Appare evidente che la Première Dame non ha le stesse idee politiche del marito. In sé, non è una novità: che però anche dopo le nozze lo proclami, fa scalpore e rischia anche di provocare qualche incidente diplomatico.

A quanto si apprende, la stessa Madame Sarkozy (il cui terzo album, "Comme si de rien n'etait", uscirà il mese prossimo) avrebbe un giorno alzato la cornetta per telefonare irritata al sindaco di Parigi, nonché suo amico, il socialista Bertrand Delanoe, che aveva paragonato Sakò a Berlusconi, dicendogli senza riserve: «Ti sbagli, Berlusconi è un uomo d'affari che fa politica, Nicolas è un vero uomo politico, con una grande passione per il suo mestiere».

I due giornalisti autori del libro le hanno fatto subito notare che la telefonata al primo cittadino di Parigi e i commenti sul premier italiano sono gesti altamente politici. Ma Carla protesta: «Assolutamente no. Ma non mi proibisco di fare analisi».

È la medesima Carla che in campagna elettorale presidenziale però, tempo addietro, spiegava di tifare per la socialista Segolene Royal: ma allora non aveva ancora incontrato Nicolas, occasione di un vero colpo di fulmine a cena dal pubblicitario e amico comune acques Seguela, raccontato nei dettagli. «Il 13 novembre, Seguela mi ha chiamato per confermarmi l'invito. Gli ho chiesto chi c'era, e ha citato anche Nicolas Sarkozy. Ero molto curiosa. Quando sono arrivata ho capito che era un appuntamento al buio... Beh non proprio al buio, c'erano tre coppie. E noi due, entrambi soli». Per come la racconta, hanno parlato tutta la sera e Carla ha invitato il presidente a cena la sera dopo. «Il suo fisico, il suo fascino, la sua intelligenza mi hanno sedotto. Ha cinque o sei cervelli», addirittura, «irrigati abbondantemente. Lo dico ancora tutti i giorni. Non ho mica incontrato dei cretini, prima. Ma lui è molto, molto rapido. E poi ha una memoria incredibile».

Siamo lontani dall'immagine della Première dame sorridente e silenziosa, stile Bernadette Chirac. Cecilia, la precedente moglie di Sarkozy, sapeva essere scomoda e non voleva essere obbligata all'etichetta (o forse, a passare troppo tempo con un Sarkozy che non amava più). Carla è innamorata di Nicolas Sarkozy, ma non sembra che voglia censurarsi. E neppure che voglia fare un passo indietro sul fronte professionale: lo prova il cd di prossima uscita, che dimostra quanto la Bruni non abbia nessuna intenzione di rinunciare alla sua carriera di cantante pop a causa degli impegni ufficiali.
(Libero News, 5 giugno 2008)

Storia. Parla Antonietta Bagarella: Io mafiosa? Sono una donna innamorata

Parla Antonietta Bagarella, per la quale ieri il pubblico ministero ha chiesto quattro anni di soggiorno obbligato. "L'amore non guarda a certe cose... Io ho scelto di amare Totò Riina" - E' accusata di essere stata il collegamento tra il fidanzato, luogotenente di Liggio, ed alcuni esponenti di mafia - "Mi sposerò in chiesa: non voglio fare come la Lucia di Alessandro Manzoni..."

Antonietta Bagarella , la maestrina di Corleone proposta per il soggiorno obbligato, ha dato ieri battaglia, come aveva promesso. Entrata nella camera di consiglio della sezione speciale del Tribunale per le misure di prevenzione, ha parlato per oltre un'ora, respingendo le accuse, contestando uno per uno episodi e fatti contenuti nel rapporto della Questura e dei Carabinieri. La sua foga non ha commosso però i giudici. Il pubblico ministero, dott. Vincenzo Terranova, infatti, alla fine ha chiesto la condanna a quattro anni di confino in un comune del nord, in accoglimento della tesi degli inquirenti secondo la quale è bene che la ragazza lasci Corleone "per stroncare la sua attività in favore della cosca di Luciano Liggio".

Alle nove in punto, Antonietta Bagarella era già al Palazzo di Giustizia con la madre Lucia Mondello e con la sorella Giovanna. Quando l'ho avvicinata, tradiva un comprensibile nervosismo. La vicenda di cui è stata per mesi protagonista ha rinforzato in lei l'istinto della diffidenza. L'ho seguita in una delle cancellerie civili del secondo piano, dove è stata costretta a rifugiarsi per sottrarsi all'assalto dei fotoreporter e ai flash delle macchine da presa.

"Sono nervosa, tremendamente nervosa, anche se mi sforzo di rimanere calma per spiegare ai giudici il mio caso - ha esordito - ma i lampi dei fotografi non contribuiscono a darmi serenità. Poi non amo la pubblicità. Il mio è stato fatto diventare un caso nazionale".

Puntandomi addosso i suoi occhi neri, Ninetta Bagarella ha, per un momento, tradito la commozione:

"Lei - mi ha detto - mi giudicherà male perché, io insegnante, mi sono innamorata e fidanzata di uno come Salvatore Riina. Lo conobbi negli anni '50, quando a Corleone successe quel che successe coinvolgendo tante famiglie, la mia compresa, e quella di Riina. Ero alla prima media, allora, una bambina. E fu quello l'ambiente della mia prima infanzia. Un ambiente triste, che trasformò la via Scorsone di Corleone in una caserma di carabinieri. Con Salvatore ci conoscevamo da bambini. Poi, nel 1963, lo arrestarono. Fra di noi c'era stata soltanto della simpatia. Io sentivo di amarlo. Ma forse, non sono una donna? Non ho il diritto di amare un uomo e di seguire la legge della natura? Ma lei mi dirà perché mai ho scelto come uomo della mia vita proprio Totò Riina, di cui sono state dette tante cose. L'ho scelto, prima perché lo amo e l'amore non guarda a tante cose, poi perché ho in lui stima e fiducia, la stessa stima e fiducia che ho in mio fratello Calogero, ingiustamente coinvolto in tanti fatti. Io amo Riina perché lo ritengo innocente. Lo amo nonostante la differenza di età, 27 anni io, 41 anni lui. Lo amo perché anche la Corte di Assise di Bari, con la sua sentenza del 10 luglio 1969, mi ha detto che Riina, assolto con formula piena da tanti delitti, non si è macchiato le mani di sangue".

Ninetta Bagarella abbassa gli occhi:

"Ora sono qui per lui. Lui, lontano da me da due anni, non si fa vivo né direttamente né indirettamente. Io sono donna. Questo silenzio mi fa dubitare del suo amore. Mi sento sola e avvilita".

Tiene in mano una busta piena di carte."Vuole la mia storia? ", dice. E comincia:

"Incomincio dal mio fidanzamento ufficiale. E' avvenuto nel luglio 1969, due anni fa, dopo che Salvatore Riina fu assolto con formula piena dai delitti attribuitigli e scarcerato. Le è noto che venne a Corleone e fu scarcerato la sera in cui giunse. Non lo vidi quella sera. Dopo venti giorni, giudicato, fu inviato per cinque anni al soggiorno obbligato. Lasciò l'Ucciardone ed ebbe un paio di giorni di permesso per sostare a Corleone e fare le valigie. Fu in quell'occasione che si fidanzò con me. Da allora non l'ho più rivisto.

I miei guai iniziarono dopo che, il 16 dicembre 1969, inoltrai istanza alla questura per ottenere il passaporto. Dovevo recarmi nel Venezuela per battezzare una bambina che mia sorella aveva dato alla luce nel novembre precedente. Il 9 gennaio ebbi rilasciato il passaporto. Il 12 febbraio successivo ricevetti un invito generico "per comunicazioni che la riguardano" dal commissariato di Pubblica Sicurezza di Corleone. Vi andai in fretta per sapere quello che volevano. Il commissario appena mi vide, mi disse di tirare fuori il passaporto dalla borsetta. Feci presente di non averlo con me. Dopo tante discussioni mi informò che in data 7 febbraio 1970 il questore aveva disposto il ritiro del passaporto. Lo pregai di fissare un altro giorno per la consegna. Sono stata denunciata per mancata consegna del documento e, qualche giorno dopo, per calunnia. Ero colpevole di avere detto la verità".

Antonietta Bagarella fa una pausa, alla ricerca di ricordi:

"Dalla pasquetta 1970 fino al 17 aprile, fui letteralmente piantonata in casa mia. Ormai mi avevano tolto l'insegnamento. Mi trasferii a Frattaminore, luogo di soggiorno di mio padre Salvatore. In quel periodo aveva bisogno di assistenza: broncopolmonite acuta, era stato ricoverato all'ospedale Caldarelli di Napoli, reparto medicina. Anche lì fui seguita. Non essendoci a Frattaminore carabinieri e agenti, mi misero alle calcagna dei vigili urbani. Il 21 maggio 1970 chiesi ed ottenni la residenza a Frattaminore sperando che così, lontana da Corleone, avrei potuto trovare lavoro e aiutare la famiglia. Non fu possibile. Ogni notte, per tre volte consecutive e negli orari più impossibili, agenti venivano in casa col pretesto di sorvegliare mio padre e di controllare le persone che l'assistevano. Ero sfinita. Ritenni così opportuno di ritornare a Corleone, dove dalla fine del luglio 1970 e fino al gennaio 1971, sono stata tenuta costantemente sotto controllo e pedinata. Le uniche persone che ho incontrato sono mia suocera e mio cognato. Il 10 giugno 1970 a Frattaminore, ho ricevuto la visita del vice questore Angelo Mangano. Mi chiese notizie di Luciano Liggio. In cambio avrei avuto il passaporto e una sistemazione familiare. Promesse allentanti, ma risposi di non conoscere Luciano Liggio neanche di vista e che il dottor Mangano avrebbe potuto rivolgersi ai familiari del ricercato. Il funzionario, allora, mi invitò a farmi viva da lui, presso il Ministero degli Interni, entro 15 giorni. Sorvolo sul reato, che è intuibile. Io posso dirle, con tutta sincerità, che dal giorno del fidanzamento, cioè da due anni, non ho più rivisto Salvatore Riina né ho più avuto, di lui, notizie né dirette né indirette. Aggiungo che non è vero che dinanzi alla cattedrale mi sono incontrata con don Girolamo Liggio, cosa che hanno detto avrei fatto. E' vero che per caso, uscendo dalla libreria delle suore di San Paolo, ho incontrato padre Piraino, proprietario dell'auto su cui ho preso posto con i miei parenti. Escludo anche di essermi recata presso la curia arcivescovile di Anversa nel tentativo di celebrare nozze segrete con Riina. Dopo tutto quello che è successo, io non posso che sposare alla luce del sole. Non sono una protagonista dei promessi sposi. Non ho alcun interesse a recitare la parte di Lucia nelle nozze segrete con Renzo".

Giornale di Sicilia 27.7.1971

mercoledì 4 giugno 2008

Ecomafie, cresce il business contro l'ambiente

Una montagna di rifiuti alta quasi 2 mila metri, con una base di 3 ettari. È quella che sorgerebbe in Italia se si accatastassero tutti i rifiuti “scomparsi”. O meglio, smaltiti senza che nessuno sappia dove sono finiti. Il Rapporto 2008 sulle Ecomafie pubblicato da Legambiente fotografa un’Italia dove la mondezza è sempre di più uno dei principali business della criminalità organizzata. E non solo in Campania. Napoli e dintorni, come è facile immaginare, mantengono il primato nazionale, ma quello dei rifiuti è un affare che hanno fiutato un po’ ovunque.Nel 2007 sono quasi cinque mila i reati accertati per violazione alla normativa sui rifiuti. In Campania, Calabria, Puglia e Sicilia si concentra il 36 per cento delle infrazioni, ma è il Veneto la regione che nell’ultimo anno è passata dal sesto al secondo posto nel ciclo dei rifiuti: si sposta così verso il Nord il baricentro dei traffici, non solo come zona di procacciamento degli scarti industriali smaltiti illegalmente nelle regioni centrali e meridionali d'Italia, ma anche come sito finale di stoccaggio.A crescere però non è solo il ciclo illegale dei rifiuti, aumentano più in generale i reati contro l’ambiente: scavi, abusivismo edilizio, incendi boschivi e truffe in agricoltura. In totale, si stima che il giro d’affari del 2007 si sia attestato su 18 miliardi e 400 milioni di euro (quasi un quinto del business totale annuo delle mafie), quattro miliardi di euro in più rispetto all’anno precedente.Alla luce di questo quadro inquietante, Legambiente rilancia la proposta di introdurre questo tipo di reati nel Codice penale, «per punire in maniera congrua chi avvelena l’aria che respiriamo, inquina l’acqua, saccheggia il territorio, minaccia la nostra salute, penalizza le imprese pulite».
L'Unità, 04.06.08

Barack Obama: "Sono io il candidato ed è un nuovo giorno in America"

LA SCHEDA. Ecco alcuni dei principali passaggi del discorso di Barack Obama a St. Paul, in Minnessota, per annunciare la vittoria nelle primarie

"Stanotte segna la fine di un viaggio storico e l'inizio di un altro: un cammino che porterà a un giorno nuovo e migliore per l'America. Stanotte, posso presentarmi di fronte a voi e dire che sarò il candidato dei democratici a presidente degli Stati Uniti". - "La senatrice Hillary Clinton ha fatto storia in questa campagna, non solo perché è una donna che ha fatto ciò che nessun'altra donna ha fatto prima, ma perché è una leader che ispira milioni di americani con la sua forza, il suo coraggio, e il suo impegno per le cause che ci hanno portato qui oggi". - "Il nostro partito e il nostro paese sono in uno stato migliore grazie a lei e io sono un candidato migliore per aver avuto l'onore di competere con Hillary Rodham Clinton". - "In questo momento, un momento che definirà una generazione, non possiamo permetterci di continuare a fare quello che è stato fatto finora. Dobbiamo ai nostri figli un futuro migliore. Dobbiamo al nostro paese un futuro migliore. E a tutti coloro che sognano stanotte quel futuro, dico: cominciamo il lavoro insieme". - "Ci sono molte parole per descrivere il tentativo di John McCain di cancellare il suo abbraccio delle politiche di George Bush e di farlo passare per bipartisan e nuovo. Ma 'cambiamento' non è una di quelle parole". - "Dobbiamo essere così cauti nell'uscire dall'Iraq come siamo stati incauti nell'entrarci, ma di sicuro dobbiamo cominciare ad andarcene". - "E' l'ora di rifocalizzare i nostri sforzi contro la leadership di Al Qaida e in Afghanistan, e mobilitare il mondo contro le minacce comuni del XXI secolo: terrorismo e armi nucleari, clima e povertà, genocidio e malattie". - "America, questo è il nostro momento. E' la nostra ora. E' il nostro momento di girare pagina sulle scelte del passato. La nostra ora di portare nuove energie e nuove idee per affrontare le sfide che ci stanno di fronte. Il nostro momento di offrire una nuova direzione al paese che amiamo".
(4 giugno 2008)

Usa, Obama ottiene nomination e mira a unificare partito

WASHINGTON (Reuters) - Dopo aver conquistato oggi la nomination alla presidenza per il Partito democratico, emergendo dal quasi anonimato politico per diventare il primo afro-americano in corsa per la Casa Bianca, ora Barack Obama deve unire un partito diviso per affrontare cinque mesi di battaglia elettorale contro il candidato repubblicano John McCain.
Obama, senatore dell'Illinois, può attualmente contare sui 2.118 voti di cui aveva bisogno per raggiungere la nomination alla convention dei democratici che si terrà in agosto, dopo la lunga battaglia che lo ha visto opporsi a Hillary Clinton. La senatrice di New York, ex first lady quando alla Casa Bianca c'era il marito Bill Clinton, non ha concesso ufficialmente la vittoria a Obama e ha detto che si consulterà con i leader del partito e coi suoi sostenitori per decidere le prossime mosse. Mancano ancora più di due mesi alla nomina ufficiale di Obama, ma oggi sono arrivate le congratulazioni del presidente uscente George W. Bush. "Il presidente Bush si congratula con il senatore Obama per aver conquistato la nomination del partito democratico alle elezioni presidenziali 2008", ha detto la portavoce della Casa Bianca Dana Perino ai giornalisti. Clinton ha detto ai parlamentari di New York di essere aperta alla possibilità di candidarsi come vice presidente di Obama, e i suoi sostenitori stanno intensificando le pressioni sul senatore nero affinché accetti l'accordo.
Il senatore dell'Illinois ha cercato di normalizzare i rapporti con la sua rivale, definendola una "candidata straordinaria e una straordinaria amministratrice pubblica" durante un discorso pronunciato davanti a un gruppo pro-Israele. Nel suo intervento, Obama ha anche riaffermato il suo supporto per Israele e ha detto di essere pronto a fare "tutto ciò che è in mio potere per impedire che l'Iran ottenga un'arma nucleare. A partire da una forte azione diplomatica ispirata a sani principi e priva di preconcetti". La vittoria di Obama, figlio di padre keniano e di madre bianca del Kansas, è una pietra miliare nella storia degli Usa, e arriva 45 anni dopo l'epoca del movimento per i diritti civili e la lotta contro la segregazione. La nomination fa seguito anche a una delle più intense e lunghe battaglie politiche della recente storia americana. Clinton, che sarebbe stata la prima candidata donna alla presidenza Usa, ha comunque raccolto oltre 1.900 delegati. Obama ha proclamato la vittoria dopo che più di 70 super-delegati hanno annunciato ieri il loro sostegno, portando così il totale dei voti alla convention a 2.156, secondo il conteggio effettuato da Msnbc. Ieri si è anche conclusa la campagna delle primarie, con Obama vincitore in Montana e Clinton che è arrivata prima in South Dakota. "Sono impegnata a unire il nostro partito per andare avanti più forti e più pronti che mai a tornare alla Casa Bianca a novembre", ha detto Clinton ai suoi sostenitori, parlando a New York, pur senza concedere pubbliche aperture a Obama. I due dovrebbero incontrarsi presto per discutere della campagna elettorale e del ruolo di Clinton, ma al momento non è stata fissata alcuna data.
(Agenzia Reuters, 4.6.08)

Rita Borsellino a Livorno per un’iniziativa dedicata alla lotta alla mafia e al riscatto sociale

Nell'occasione verrà presentato anche il vino prodotto dalle vigne confiscate ai boss di Corleone


Un pomeriggio dedicato alla lotta contro la criminalità organizzata e al percorso verso il riscatto sociale di terreni e beni confiscati a Cosa Nostra: è la Giornata della Legalità, venerdì 6 giugno presso l’Ipercoop di Livorno. Promossa da Unicoop Tirreno, Centro Commerciale Fonti del Corallo, Comune di Livorno, Arci e CGIL avrà come ospite Rita Borsellino, sorella del giudice Paolo Borsellino assassinato dalla mafia nel 1992. La giornata si aprirà alle ore 15 con l’inaugurazione di una mostra fotografica che racconta per immagini la vita delle coraggiose cooperative siciliane che gestiscono terreni e strutture confiscate ai boss mafiosi e che in estate ospitano tanti ragazzini toscani: i giovani volontari che tramite Arci e CGIL partecipano ai campi di lavoro “LiberArci dalle Spine”.

Alle ore 17 si aprirà il dibattito con Rita Borsellino coordinato dalla giornalista Maria Antonietta Schiavina. Interverranno Alessandro Cosimi Sindaco di Livorno; Marco Lami Presidente Unicoop Tirreno; Marco Solimano Presidente Arci Livorno; Piero Nocchi Segretario CGIL Livorno. Nell’occasione sarà presentato il primo vino prodotto dalla cooperativa sociale Lavoro E Non Solo di Corleone nelle vigne fino a poco tempo di proprietà di un boss mafioso.
La Giornata della Legalità di Livorno si inserisce in una serie di iniziative che Unicoop Tirreno sta organizzando nei territori dov’è presente, in sinergia con le Amministrazioni Comunali che hanno inserito nella propria progettualità un percorso di legalità.
Coop sostiene da sempre l’attività delle cooperative siciliane distribuendo in tutti i punti vendita d’Italia i prodotti a marchio Libera Terra (pasta, taralli, vino, olio, passata di pomodoro…).

Dallo scorso novembre inoltre Unicoop Tirreno ha scelto di diventare socio sostenitore di una delle cooperative: la “Lavoro e Non Solo” di Corleone che coltiva le terre un tempo di proprietà di Riina, Brusca e Provenzano e ogni estate ospita i ragazzi che partecipano ai campi di lavoro con l’Arci e la CGIL. Dal 2007 Unicoop Tirreno partecipa attivamente alla ristrutturazione di una cantina e alla trasformazione di una casa confiscata nel centro di Corleone in un ostello aperto a chiunque voglia visitare questo suggestivo angolo di Sicilia.
Beatrice Ramazzotti

Unicoop Tirreno è una delle nove grandi cooperative di consumatori presenti in Italia. Fondata nel 1945 Piombino (LI) oggi è presente in Toscana, Lazio, Campania e Umbria (provincia di Terni) con 111 punti vendita, 780.000 soci e 6.400 dipendenti.

Corleone, il Centro antimafia rischia di chiudere

Il presidente Nicolò Nicolosi si è dimesso, il nuovo sindaco ne contesta la gestione. Per entrare adesso si paga il biglietto

di GABRIELE ISMAN

CORLEONE – Il Centro internazionale di documentazione antimafia di Corleone rischia di scomparire. Nel paese del Padrino e dei padrini, la struttura inaugurata nel 2000 dall'allora capo dello Stato Ciampi è costretta – dal 3 marzo scorso – a chiedere un ticket d'ingresso: tre euro il biglietto intero, due il ridotto. Dal 5 maggio il Cidma non ha più neanche una guida: il presidente, l'ex sindaco di Corleone Nicolò Nicolosi, si è dimesso e l'attuale primo cittadino Nino Iannazzo – ex vice sindaco proprio con Nicolosi, che ha sconfitto alle elezioni del 2007 – non è interessato alla struttura-simbolo, che custodisce in una delle tre sale alcuni tra i falconi dello storico maxiprocesso alla mafia. «Il Comune non è interessato al Centro – ha detto Iannazzo – finchè non torneranno le istituzioni fondatrici del Cidma, come Libera o il Centro Pio la Torre».

Intanto al Cidma lavora soltanto una tirocinante. Tutti gli altri contratti sono stati risolti poche settimane fa. Molti erano lavoratori part time, assunti durante la gestione Nicolosi, gestione che aveva anche allo9ntanato alcune delle associazioni fondatrici – un nome per tutti: Libera – accogliendone altre come i Rangers di Corleone. Il Centro intanto muore, escluso anche dagli itinerari turistici delle guide italiane: i circa 12 mila visitatori del 2007 erano nella stragrande maggioranza stranieri, attirati più dalla trilogia di Francis Ford Coppola che dalla storia dei padrini finiti in manette.

«L'assemblea per eleggere i nuovi vertici è già stata fissata per il 23 giugno. Io mi arrendo – dice Nicolosi -. Dopo le elezioni, l'amministrazione comunale ha iniziato una guerra contro il Centro, persino le pulizie sono state tagliate». «È stata la gestione Nicolosi – replica Iannazzo – a considerare il Comune socio ordinario del Cidma. E perché un socio ordinario deve accollarsi quelle spese, quando già paga luce, telefono e locali che sono nostri? Se il Centro diventa davvero un punto di studio del feno9meno mafioso, saremo felici di collaborarci. Altrimenti credo che ci sia ben poco da vedere».

La Repubblica, 3 giugno 2008

martedì 3 giugno 2008

Perché stupirsi che, pur di ottenere un lavoro, un giovane si rivolgerebbe ad un mafioso?

Perché stupirsi che due diciottenni su dieci, pur di ottenere un lavoro, si rivolgerebbero ad un mafioso? E perché stupirsi che il 16%, di fronte ad una ingiustizia, si rivolgerebbe ancora alla mafia per chiedere un aiuto? Semmai, deve stupire che, nonostante tutto, ancora il 45% di giovani cercherebbe di farsi assumere senza raccomandazioni. Eccellente, infine, è quel 66% di giovani che, di fronte ad una ingiustizia, si rivolgerebbe alle forze dell'ordine.

La nostra (la società meridionale e siciliana) è, infatti, una società mafiogena, una società fatta apposta per generare la mafia e comportamenti mafiosi. In assenza di regole oggettive (il collocamento è stato abolito e i concorsi sono caduti in desuetudine), come pensate che nel 99,99% si trovi lavoro nel Meridione e in Sicilia? Ovviamente, rivolgendosi ai politici e/o ai mafiosi, senza capire qual è la scelta peggiore, ammesso che possa farsi facilmente una graduatoria. Che fra i diciottenni ci sia ancora un 45% che crede al merito e un 66% alle forze dell'ordine, pensandoci, rappresenta una sorta di miracolo. «Signor giudice – disse una volta un "pentito" al magistrato che l'interrogava – ai giovani piacciono i discorsi sulla giustizia e sulla legalità che sentono fare a scuola. Ma quando escono dalla scuola, nelle strade e nelle piazze non trovano più lo Stato, trovano la mafia. Per questo la guerra non la vincerete mai». Allora, se lo Stato vuole vincere la guerra con la mafia, deve farsi trovare dai giovani nelle strade e nelle piazze, offrendo loro l'opportunità di trovare un lavoro con le proprie forze, attraverso regole di selezione oggettive. E per l'accesso nella pubblica amministrazione deve rispolverare i concorsi ed una gestione affidabile e garantista delle procedure. Altrimenti, non stupiamoci dei giovani che per trovare lavoro si rivolgerebbero alla mafia, ma di quelli che si ostinano ancora a credere allo Stato di diritto…
d.p.

P.S. Nel nostro piccolo, abbiamo proposto con un ordine del giorno che il Comune di Corleone adotti procedure oggettive per la selezione del personale da assumere direttamente o indirettamente. L'ordine del giorno sarà discusso nella seduta del consiglio comunale di giovedì sera. Vedremo cosa accadrà.

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Per il lavoro c'è la mafia

Allarmanti risultati di un sondaggio in un Itcg di Cefalù: 2 diciottenni su 10 chiederebbero aiuto a Cosa nostra, un altro 20% non rinuncerebbe alla raccomandazione.

PALERMO - Due diciottenni su dieci pur di ottenere un lavoro si rivolgerebbero ad un mafioso, il 16%, invece, di fronte ad una ingiustizia si rivolgerebbe alla mafia per chiedere un aiuto. È quanto viene fuori da una inchiesta condotta dagli studenti dell'Itcg "Jacopo del Duca" di Cefalù, sui giovani che sono andati per la prima volta al voto nei paesi delle Basse Madonie. I risultati sono stati pubblicati sull'ultimo numero del giornale d'istituto. L'inchiesta è stata condotta fra i giovani delle basse Madonie che ad aprile sono andati a votare per le politiche per la prima volta. Hanno risposto al questionario 328 neo diciottenni. Alla domanda "Stai per terminare gli studi e presto vorrai inserirti nel mondo del lavoro. Cosa faresti pur di ottenere un buon posto lavoro?", il 19% ha risposto che si rivolgerebbe persino ad un mafioso, il 21% si farebbe raccomandare e solo il 45% cercherebbe di farsi assumere dimostrando quello che vale senza alcuna raccomandazione. Il restante 15% darebbe il voto a chi lo chiede indipendentemente dalla propria ideologia politica.

Alla domanda, invece, "Se tu o la tua famiglia doveste subire un'ingiustizia a chi ti rivolgeresti per chiedere aiuto?" il 16% ha risposto dicendo che si rivolgerebbe alla mafia, il 18% alla politica e il 66% alle forze dell'ordine. Dalla stessa inchiesta viene fuori che solo il 44% dei neo votanti reputa utile la sua prima esperienza di voto. Il 33%, infatti, non conosce il sistema elettorale e solo il 38% lo condivide.
03/06/2008

lunedì 2 giugno 2008

Elezioni provinciali, un solo candidato di Corleone

CORLEONE – Se non fosse per qualche manifesto, con facce più o meno simpatiche, affisso sui muri del paese, nessuno saprebbe niente che il 15/16 giugno si voterà per eleggere il presidente della Provincia e il consiglio provinciale. Nessun comizio, nessuna manifestazione pubblica, nessun punto programmatico dibattuto con i cittadini. Solo qualche cena elettorale con gruppi di amici e di simpatizzanti, promossa dai candidati alla ricerca di preferenze. È vero che se le province venissero abolite forse non se ne accorgerebbe nessuno. Ma, finchè esistono, devono essere chiamate a rispondere ai cittadini in base alle competenze che hanno per legge. In primo luogo, per la manutenzione e l'ammodernamento delle strade provinciali, poi per il sostegno agli istituti scolastici superiori e, infine, per l'influenza che possono avere nella gestione degli Ato idrici e degli Ato rifiuti.

Su questo, ad oggi, nessuno dei candidati del Collegio di Corleone ha detto o ha scritto una parola. Vedremo nei prossimi giorni per giudicare.

Rispetto agli schieramenti in campo, c'è poco da dire. Sulla carta Giovanni Avanti, sostenuto dal Pdl, dall'Udc e dal Mpa, non dovrebbe avere problemi ad essere eletto nuovo presidente della Provincia. Franco Piro, candidato del Pd, di Rifondazione Comunista, di Idv e di Uniti per la Sicilia, è bravo, onesto e competente, ma difficilmente potrà competere con la macchina da guerra del centro-destra.

Nelle liste di tutti i partiti (tre per il centrosinistra e cinque per il centrodestra) c'è un solo candidato di Corleone: Mauro Di Vita del Pdl-An. Degli agli partiti, nessuno ha puntato su Corleone. Sembrava che nella lista dell'Udc dovesse esserci il vicesindaco di Corleone Pio Siragusa, ma alla fine a spuntarla è stato l'ex sindaco di Prizzi, Luigi Vallone. Della zona del Corleonese, è nuovamente in lista (per il Mpa) Pino Colca, vice-presidente della Provincia uscente, originario di Bisacquino. Ma nella stessa lista ha la concorrenza di Diego Giannetto, assessore del comune di Chiusa Sclafani. Per il Partito Democratico, fino all'ultimo sembrava che dovesse essere in lista il medico Epifanio Di Natale, ma alla fine la candidatura è saltata. Sempre nel Pd, sono in lista, invece, Tommaso Calamia, titolare di un laboratorio di analisi cliniche a Bisacquino, e Nicola Maenza, ex sindaco di Camporeale. Tra gli assessori designati dal candidato Franco Piro c'è il corleonese arch. Giuseppe Taverna, in quota Italia dei Valori.

2 giugno 2008