sabato 15 marzo 2008

L´inchiesta.Sicilia, la sanità regno dei boss

di ATTILIO BOLZONI
Le mani sulla sanità
.Ostetrici, cardiologi, anestesisti, infermieri: più di 50mila
Adesso sono 51.347 i dipendenti del servizio sanitario regionale della sicilia. Un popolo intero in camice bianco. Va a loro la gran parte di quei 7 miliardi e 851 milioni che è il bilancio della più grande industria dell´isola, la più grande bottega di compravendita di voti dell´Italia che sta sotto Roma, il più grande apparato di sperpero del bacino mediterraneo. Per risanare i suoi conti la Sanità siciliana dovrà pagare cambiali fino al 2027. E in Sicilia si sfornano 53 milioni di ricette l´anno.
Sono sempre loro. Le stesse facce, sempre gli stessi nomi. Lasciano un regno solo per impossessarsi dell´altro. È come nel gioco dell´oca, un percorso a spirale. Dalla Asl 6 passano alla Asl 8, dalla 4 finiscono alla 2 per poi tornare ancora alla Asl 6 o magari alla 9. Ospedale dopo ospedale fanno tribù. Direttori generali. Direttori sanitari. Direttori amministrativi. Hanno incarichi a vita, eterni. Un giorno sono saliti su quella giostra che è la Sanità pubblica siciliana e non sono scesi più.
Se nella disgraziata Calabria c´è una violenza e una brutalità da brivido, in Sicilia è l´orgia del potere. Incarichi da favola. Appalti corsari. Sprechi insolenti, primari boss e boss primari, ospedali finti per malati veri. E poi assunzioni, sempre assunzioni, ancora assunzioni. Gli ultimi settantotto hanno preso servizio venerdì primo febbraio. Nei dodici mesi precedenti ne avevano reclutati 3558. Ostetrici. Cardiologi. Anestesisti. Farmacisti. Infermieri. Portantini. In tutto sono diventati 51.347 i dipendenti del servizio sanitario regionale. Un popolo intero in camice bianco. Va a loro la gran parte di quei 7 miliardi e 851 milioni che è il bilancio della più grande industria dell´isola, la più grande bottega di compravendita di voti dell´Italia che sta sotto Roma, il più grande apparato di sperpero del bacino mediterraneo. Per risanare i suoi conti la Sanità siciliana dovrà pagare cambiali fino al 2027. È un colosso al collasso.
Spendono per dissipare. E rubano anche. «Abbiamo calcolato che il 30 per cento del bilancio è solo mafia e malaffare», denuncia Renato Costa, responsabile di Medicina Nucleare al Policlinico di Palermo e segretario regionale della Cgil medici. E il resto, l´altro settanta per cento? Costa fa un paragone molto interessante con il Veneto. La popolazione è sui 5 milioni come in Sicilia, la spesa è pressappoco uguale, un governo di centrodestra c´è là e uno di centrodestra c´è qua, 27 le aziende sanitarie nell´isola e 22 in Veneto. «Però», dice il sindacalista, «però la Sanità veneta è ai migliori livelli europei e la nostra no: cosa non funziona allora in Sicilia se le entrate sono le stesse e la qualità dei servizi erogati è così diversa?».
Cominciamo dalla spesa farmaceutica per scoprire cosa non funziona. Bilancio dopo bilancio gonfia sempre di più. È arrivata adesso a un miliardo e 330 milioni di euro, la più alta d´Italia se si contano gli abitanti. In Sicilia si sfornano 53 milioni di ricette l´anno. Un medico di Agrigento, in un pomeriggio, ne ha firmate da solo 191. Un altro ha prescritto in un giorno 140.975, 83 euro in ricette per un raro farmaco coaugulante prodotto soltanto in Germania. In una settimana sono state consegnate - sempre ad Agrigento - milletrecento confezioni di pillole anticoncezionali. A pazienti maschi.
Chi firma queste ricette fasulle? Sono in tanti. A fine gennaio Giuseppe Toscano, procuratore aggiunto di Siracusa, ha spedito 640 avvisi di garanzia contro medici, direttori di case di cura e farmacisti. C´erano decine e decine di siracusani che per niente finivano ricoverati in due lussuose cliniche della città, sulla carta erano imbottiti di farmaci. I carabinieri dei Nas li hanno rintracciati uno per uno. Una truffa. Tanto la Regione paga. Paga sempre.
«L´assessorato alla Sanità spende da solo molto di più di quanto spendono tutti gli altri assessorati regionali compresa la Presidenza», scrivono i magistrati della procura generale della Corte dei Conti.
Come spende lo rivelano le fatture. Una siringa in un reparto del Policlinico di Palermo costa 40 centesimi e in un altro reparto, che è a venti metri di distanza, quella siringa costa 1 euro e 20 centesimi. Un pace maker l´ospedale Garibaldi di Catania lo acquista a 2 mila 915 euro, l´ospedale Vittorio Emanuele di Catania lo paga 780 euro. È della stessa marca, dello stesso modello. Al Civico di Palermo i guanti sterili li comprano a 20 centesimi l´uno, all´azienda ospedaliera di Ragusa a 25 centesimi.
Chi è a capo di questo delirio siciliano? Chi è che comanda e che manovra nelle Asl, negli ospedali, nell´assessorato che si ingoia tutti quei miliardi di euro? Sono loro, sono i padroni immortali di questo schifo che è la Sanità siciliana, la tribù, il clan dei manager. Il mondo delle Asl gira intorno a loro e loro girano intorno a se stessi.
Il manager più famoso è un pensionato della Regione. Elegantissimo, morbido anche con il suo peggiore nemico, adesso è ad Agrigento. Direttore generale dell´ospedale San Giovanni di Dio. Si chiama Giancarlo Manenti, è al cento per cento uomo di Totò Cuffaro. Prima era direttore generale a Villa Sofia, a Palermo. E ancora prima era direttore generale all´Asl 6, un bacino ospedaliero di un milione e 100 mila utenti, il più grande d´Italia. All´Asl 6 ora c´è Salvatore Iacolino, messo lì dal coordinatore regionale di Forza Italia Angelino Alfano al posto di Guido Catalano - fedelissimo di Gianfranco Micciché - che da Palermo è stato mandato a fare il capo all´ospedale Sant´Antonio Abate di Trapani. A Villa Sofia - dove c´era Manenti - c´è un altro prestanome di Cuffaro, Nino Bruno, che prima era all´Asl 4 di Enna. All´Asl 3 di Catania c´è Giuseppe Navarria, direttore generale in bilico fra Pino Firrarello di Forza Italia e Raffaele Lombardo del Movimento per l´Autonomia. Navarria era stato direttore generale all´ospedale Cannizzaro e anche al Garibaldi. Tutto targato Lombardo è suo cognato Ciccio Iudica, ora all´Asl 4 di Enna e prima a quella di Caltagirone. Gianfranco Micciché ha voluto Fulvio Manno prima all´Asl di Trapani e poi a quella di Ragusa, Corrado Failla - metà Udc e metà Forza Italia - l´hanno piazzato all´Asl di Siracusa e subito dopo a Caltanissetta.
Sono tutti intoccabili. Alcuni di loro sono stati già giudicati «non idonei» dalla commissione d´inchiesta del Senato. Però stanno sempre lì. Altri, per legge e ogni diciotto mesi, dovrebbero finire sotto esame dall´assessorato regionale. Una «verifica» mai fatta.
«Il problema non si ferma alla spartizione, è esattamente dopo la nomina del direttore generale e poi del direttore sanitario e poi ancora del direttore amministrativo - uno per area politica - che comincia il calvario», spiega Carlo Marcelletti, uno dei più famosi cardiochirurghi d´Europa, da otto anni a Palermo come direttore dell´Unità operativa della cardiochirurgia pediatrica del Civico. E racconta: «È dopo quelle nomine che tutto si paralizza con violente lotte intestine, i dissensi possono essere così sottili che essere per esempio uomini di Micciché non è sufficiente per poter fare qualcosa in un ospedale, si viene a creare una ragnatela, tutto è come in una camera a gas dove viene soffocato il libero pensiero».
La Sanità pubblica siciliana, negli ultimi anni, ha fatto di tutto per distruggersi e favorire quella privata. Sparse nell´isola ci sono 135 cliniche e poi anche 1826 laboratori convenzionati, tanti quanti tutti i privati delle altre regioni italiane. Nel primo governo Cuffaro erano 6 su 12 gli assessori che avevano interessi in case di cura e centri medici. Compreso naturalmente quello alla Sanità, l´illustre ginecologo Ettore Cittadini. Nella legislatura del secondo governo Cuffaro, è sterminato l´elenco degli onorevoli soci occulti in aziende sanitarie. Il deputato che dichiara più reddito all´Assemblea regionale - 455 mila euro - è Nunzio Cappadona, una clinica a Palermo e un´altra a Siracusa. È stato il governatore Cuffaro a portarlo in pompa magna nel parlamento siciliano.
E la mafia? La mafia ha scoperto quel commercio che è la Sanità prima di tutti gli altri. E primo fra i primi è stato il Padrino di Corleone. La storia affaristica di Bernardo Provenzano è lo specchio. Già nel 1981, quando gli altri boss di Palermo facevano i gagà nei nights club e andavano in giro con le scarpe sporche di cantiere - costruivano ancora palazzi - Provenzano investiva i soldi degli stupefacenti e delle estorsioni in laboratori clinici e forniture elettromedicali. Quasi trent´anni dopo si dice che Michele Aiello, il «re delle cliniche» siciliane, il primo contribuente della provincia di Palermo, sia un suo uomo di paglia. Michele Aiello era diventato ricco con le strade interpoderali ed è diventato ricchissimo con Villa Santa Teresa, una casa di cura privata di Bagheria, l´unica ad avere in tutta la Sicilia occidentale la Pet (Tomografia ad Emissione di Positroni) per la diagnosi precoce dei tumori. Villa Teresa era «accreditata» con la Regione ancora prima che gli imbianchini avessero passato l´ultima mano di pittura sulle pareti, però già si sapeva che un ciclo di radioterapia sarebbe costata lì dentro 30 mila euro invece dei 4 mila che prevedono i prontuari. Il «tariffario», Michele Aiello lo discuteva nel retrobottega di un negozio di abbigliamento con Totò Cuffaro, era il governatore in persona che trattava prezzi e prestazioni. Ogni anno Villa Teresa ha spremuto 40 milioni di euro alla Sanità siciliana. Quando Aiello è stato arrestato - e condannato un mese fa a 14 anni per associazione mafiosa - la spesa per pagare gli esami di Villa Teresa è scesa del 75 per cento.
Per raccontare fino in fondo quanto conta la Sanità in Sicilia, vi ricordiamo cosa è accaduto alla vigilia delle ultime elezioni comunali di Palermo. I candidati a un posto in consiglio erano 1464, uno su sei faceva il medico. Erano 250.

La Repubblica, 15.03.2008

mercoledì 12 marzo 2008

LE LISTE DEI CANDIDATI... GIA’ ELETTI

di Agostino Spataro
In politica, fra il dire e il fare c’è sempre un compromesso al ribasso da saltare.
Regola confermata anche nella formazione delle liste siciliane per Camera e Senato. Vi ricordate quante buone intenzioni? C’era chi propugnava la “rivoluzione” e si è ritirato in buon ordine. Chi prometteva il rinnovamento radicale ed ha proposto testate di lista zeppe d’uscenti o di candidati inquisiti trasferiti da un’Assemblea all’altra. Non sono serviti a nulla i decaloghi e le minacciose circolari. Non c’è stato verso: tutti dentro, affastellati, con un posto sicuro in parlamento.
Si può fare e si fa. Come vuole il porcellum che ha tolto l’incomodo delle preferenze, sempre da meritare, da sudare e in qualche caso, purtroppo, anche da comprare. Insomma, il cambiamento sarà per la prossima volta.
Scorrendo i nomi dei candidati papabili se ne ricava l’impressione di un déjà vu, di una disarmante (o arrogante?) continuità che non lascia sperare nulla di buono e di nuovo.
Ma entriamo nel merito, cercando di rispondere ad alcune domande.
Quanti e chi sono i volti nuovi?
A ben guardare le testate di lista (le altre a questo fine non contano), i pochi nomi nuovi sono quasi tutti di candidati cooptati per diritto ereditario o catapultati dall’esterno. Falso problema? A me pare, piuttosto, un serio problema.
Poiché tale, eccessiva presenza confligge col principio costituzionale della rappresentanza territoriale che è anche un saggio criterio per meglio tener conto dei bisogni e delle risorse locali.
Non a caso, a garanzia di tale principio la legge ha posto i collegi regionali o circoscrizionali che, perciò, non vanno usati per riconoscimenti individuali e/o per compensare assetti politici extraterritoriali.
Tutto ciò non accade solo in Sicilia, ma anche altrove. Per quali motivi?
Le cause sono molteplici, ma tutte riconducibili alla “crisi della politica”, delle sue idealità, dei valori solidaristici, del venir meno del suo spirito di servizio. Il passaggio dalla prima alla seconda Repubblica ha creato, fra l’altro, un pericoloso amalgama fra le principali forze politiche le quali, nella corsa verso il “centro”, sembrano aver smarrito le loro peculiari connotazioni politiche e culturali. Salvo poi ad accusare il rivale-birichino che gli ha copiato il programma. In realtà, i programmi non sono copiati ma frutto del medesimo pensiero. In ogni caso, copiati o meno, non si stracciano, signor Berlusconi!
A parte queste osservazioni, il fatto politicamente più rilevante è che con queste liste il ceto politico siciliano dimostra di voler continuare ad agire in regime d'auto referenzialità, auto-riproponendosi pari pari al corpo elettorale, infischiandosene delle esigenze di rinnovamento, di competenze, di legalità, di coerenza dei comportamenti espresse dalla società.
Non si è lasciato fuori nemmeno l’ineffabile senatore Strano autore di un gravissimo oltraggio al Parlamento. Non è che sia il peggio del peggio, tuttavia la sua esclusione sarebbe stata di monito ad altri che verranno.
Con queste candidature-nomine quale Sicilia sarà rappresentata in Parlamento?
Questa è forse la domanda decisiva che, a questo punto, si dovranno porre gli elettori visto che già conoscono i nomi dei futuri eletti.
La scelta dei partiti, soprattutto dell’ex centro-destra, è stata quella di puntare a candidature capaci di fare il pieno dei voti, senza badare alle sottigliezze morali.
Liste acchiappavoti, dunque, al di là dei metodi coi quali s’acchiappano.
Come sono quelle del Pdl, dell’Udc e dell’onnivoro Mpa: zeppe di candidati papabili e di “riempitivi” pesanti: deputati e assessori regionali, di consiglieri e assessori provinciali, manager e consulenti di nomina politica, debitamente lottizzati. Gente che non sarà eletta, ma che deve portare il suo obolo. Anche questo si può fare in Sicilia grazie alla demolizione, trasversale, del sistema delle incompatibilità e di limitazioni delle presentazioni nelle circoscrizioni.
Per cui dobbiamo assistere all’indegno spettacolo di candidature giocate per “tutte le ruote” d’Italia (come al Lotto), o contemporaneamente presenti in liste per assemblee diverse (Parlamento e Ars) e/o mirate alla conquista di cariche obiettivamente incompatibili come quelli fra deputati all’Ars e sindaci e presidenti di provincia.
Insomma, il campo delle opportunità si è allargato a vantaggio dello stesso ristretto gruppo di persone che per raggiungere lo scopo passano, impunemente, da un partito all’altro. Come le api da un fiore all’altro. Ma se le api fanno il miele e aiutano l’impollinazione, a cosa servono i saltimbanchi politici?
Anche in questo caso il fenomeno riguarda in prevalenza i partiti dell’ex centro-destra. Tuttavia qualche saltimbanco si trova anche nelle liste del PD, dove però scarseggiano gli acchiappavoti. Le candidature sembrano, infatti, più mirate a garantire un equilibrio interno fra le diverse componenti, a detrimento di una forte proiezione esterna.
Il risultato potrebbe essere quello di avere, in entrambi i casi, delegazioni parlamentari scarsamente motivate che difficilmente produrranno progetti e azioni capaci di modificare, nel senso del diritto allo sviluppo, il vigente sistema di relazioni fra Stato-Regione.
Agostino Spataro

martedì 11 marzo 2008

L'anniversario di Rizzotto. "Necessaria una legge di sostegno per l'uso sociale dei beni confiscati alla mafia"

«IL PROSSIMO PARLAMENTO REGIONALE DOVRA’ DARSI UNA LEGGE SULLA GESTIONE DEI BENI CONFISCATI ALLA MAFIA, CHE PREVEDA SOSTEGNI CONCRETI AI COMUNI, ALLE COOPERATIVE SOCIALI E ALLE ASSOCIAZIONI, IMPEGNATI NEL LORO RIUTILIZZO». L’HANNO DETTO LA CGIL, I PRESIDENTI DELLE COOP ANTIMAFIA, IL SINDACO DI CORLEONE E IL VICE-PRESIDENTE DELLA COMMISSIONE ANTIMAFIA, NELLA SECONDA GIORNATA DI INIZIATIVE DEDICATE AL 60° ANNIVERSARIO DELL’ASSASSINIO DI PLACIDO RIZZOTTO.

Nel nome di Placido Rizzotto, che nel secondo dopoguerra lottò a pugni nudi contro la mafia del feudo per dare terra e libertà ai contadini, pagando con la vita questo suo impegno, la Cgil di Corleone e di Palermo, le coop sociali “Lavoro e non Solo”, “Placido Rizzotto” e “Pio La Torre, che gestiscono i beni confiscati alla mafia, il sindaco di Corleone e il vice-presidente della commissione antimafia, on. Giuseppe Lumia, hanno auspicato che la Regione Siciliana si doti di una legge a sostegno di chi riusa i beni tolti a Cosa Nostra. «E’ importante che i comuni e le coop sociali abbiano finanziamenti certi per rendere subito efficienti e produttivi i beni confiscati, altrimenti lo strumento della confisca viene depotenziato», ha detto l’on. Giuseppe Lumia. «Un impegno in questo senso lo chiederemo a tutti i gruppi politici», ha aggiunto il sindaco Nino Iannazzo. «Grazie al sacrificio di Placido Rizzotto e di tanti altri che si sono impegnati a combattere la mafia, noi stiamo realizzando il sogno di lavorare liberi e nella legalità – hanno detto i presidenti delle coop Calogero Parisi, Gianluca Faraone e Salvo Gibiino – ma adesso è necessario fare un salto di qualità per far diventare imprese, capaci di stare sul mercato, le nostre strutture».
Un sostegno forte alle coop sociali sta venendo dalla Cgil, da Libera, dall’Arci e da alcune regioni importanti come la Toscana e l’Emilia Romagna. Non a caso, alla due-giorni in memoria di Rizzotto ha partecipato una delegazione toscana della Cgil e dell’Arci (il segretario della Cgil di Firenze, Mauro Fuso, il segretario della Cgil di Massa-Carrara Paolo Gozzani, e Maurizio Pascucci, dell’esecuitivo di Arci-Toscana). «Ma la nostra non è solidarietà di chi si sente al di sopra, bensì condivisione del progetto di liberare la Sicilia e l’intero Paese dalle “spine” della mafia», ha detto Pascucci, ricordando che da tre anni ogni estate centinaia di ragazze e ragazzi toscani sono venuti a lavorare da volontari sui campi confiscati alla mafia e gestiti dalla coop “Lavoro e non solo”.
«La Camera del lavoro di Corleone, insieme a Libera e all’Arci, s’impegnerà al massimo per rendere possibile il recupero del corpo di Placido Rizzotto – ha detto il segretario Dino Paternostro, riprendendo l’appello forte della prima giornata -. Lo dobbiamo ai suoi familiari e alla sua città, che hanno diritto di avere un luogo dove portare un fiore e versare una lacrima».

11 marzo 2008

IL CASO. Otto anni per scrivere una sentenza, boss liberi

Gela, il giudice che li ha condannati:"Adesso non ho tempo". Inutili i richiami del Csm

di FRANCESCO VIVIANO

MILANO - Due mafiosi condannati otto anni fa a 24 anni di reclusione ciascuno, la moglie del boss Piddu Madonia condannata a 8 anni di reclusione e altri quattro favoreggiatori di Cosa nostra condannati a pene minori, sono liberi da 6 anni perché il giudice che emise la sentenza, Edi Pinatto non ne ha ancora scritto le motivazioni. È un record, s'intende negativo, della giustizia italiana che ancora oggi rimane tale e che fa gridare allo scandalo il sindaco di Gela, Rosario Crocetta, che si è rivolto al ministero della Giustizia: "Non si può - dice - consentire che in uno Stato democratico basato sul diritto, lo Stato condanni ed un magistrato, a distanza di quasi otto anni non depositi una sentenza per cui un intero clan mafioso è in libertà e gira tranquillo per la mia città". Edi Pinatto, 42 anni, da sette, da quando ha lasciato Gela, è pubblico ministero alla procura di Milano. La sua stanza è al quinto piano, la numero 512 e lui è quasi sempre presente, non si è mai assentato eppure, nonostante siano trascorsi esattamente 7 anni, 8 mesi e 18 giorni, non è riuscito a scrivere le motivazioni di quella condanna. "Perché vuole sapere di questa sentenza? Io non posso parlare di cose di lavoro con i giornalisti", è la sua prima reazione. E quando obiettiamo che non si tratta di rivelare segreti relativi ad inchieste in corso e che chiediamo di sapere perché tanto ritardo, Pinatto abbassa il volume della radio che trasmette brani di musica jazz e risponde serafico: "Guardi, io non posso proprio dire nulla, se vuole ne parliamo dopo, quando finirò di scrivere la sentenza". Ma intanto sa che quei due mafiosi condannati, così come la moglie del boss Piddu Madonia, sono liberi? "Sì lo so, ma non è la prima volta, non sono il solo a metterci tanto tempo. Le scriverò fra alcuni mesi, appena smaltirò questi fascicoli che lei vede sul mio tavolo, e solo allora potremmo parlarne. Adesso mi lasci lavorare". La storia di questo processo, uno dei più lunghi della storia giudiziaria italiana, comincia nel dicembre del 1998, quando i carabinieri del Ros arrestano una cinquantina di mafiosi in tutta la Sicilia, tutti favoreggiatori e uomini di Bernardo Provenzano. Tra questi Giuseppe Lombardo, Carmelo Barbieri, Maria Stella Madonia e Giovanna Santoro, rispettivamente sorella e moglie del boss della Cupola, Piddu Madonia da anni in carcere dove sta scontando una serie di ergastoli. Il troncone nisseno, per competenza, passa al tribunale di Gela ed Edi Pinatto presiede la sezione che processerà i quattro imputati eccellenti, considerati esponenti di primo piano di Cosa nostra. Il 22 maggio del 2000, in tempi brevissimi, arriva la sentenza di primo grado. Edi Pinatto condanna Lombardo e Barbieri a 24 anni di reclusione ciascuno, Maria Stella Madonia a 10, Giovanna Santoro ad 8 ed altri a pene minori. Il magistrato avrebbe dovuto pubblicare i motivi della sentenza tre mesi dopo il pronunciamento. Non lo ha ancora fatto. Così nel 2002 tutti i condannati sono stati scarcerati per scadenza dei termini di custodia cautelare. Pinatto nel frattempo aveva ottenuto il trasferimento dal Tribunale di Gela alla procura di Milano dove attualmente lavora. Ma anche a Milano Edi Pinatto si è fatto la fama di "giudice lento" tanto da essere stato sollecitato dal capo del suo ufficio che gli ha contestato, per iscritto, il suo "basso rendimento" nelle inchieste milanesi di cui è titolare. Il presidente del Tribunale di Gela, Raimondo Genco ha segnalato da tempo la vicenda della sentenza fantasma al Csm ed al ministero della Giustizia. Convocato dal Csm nel giugno del 2004, Pinatto tentò di giustificarsi in qualche modo: "È certamente un caso scandaloso - ammise - ma non è il solo, ve ne sono altri". In quell'occasione Pinatto venne "condannato" dal Csm a due anni di perdita di anzianità. Ma delle motivazioni, anche in seguito, nessuna traccia. Due anni dopo venne nuovamente convocato per lo stesso motivo. "La pervicacia dell'omissione dell'incolpato - disse il rappresentante dell'accusa al Csm - è anche denegata giustizia" e una "stasi incredibile". L'accusa chiese alla sezione disciplinare del Csm di erogare la massima sanzione prima della rimozione, ma Pinatto se la cavò con altri due mesi di perdita di anzianità. Tutti i suoi colleghi pensavano che avrebbe provveduto, invece tutto è fermo, come otto anni fa. E i mafiosi? "Stanno qua, girano tranquilli per la città e - dice un investigatore di Gela - continuano a fare i mafiosi". (La Repubblica, 11 marzo 2008)

Corleone ha ricordato Placido Rizzotto, segretario della Camera del lavoro assassinato dalla mafia

Sono passati 60 anni dall'assassinio del giovane sindacalista Placido Rizzotto, ucciso dalla mafia perchè voleva solamente il rispetto della legge e cioè l'attuazione dei decreti Gullo che dava la possibilità ai contadini di ottenere attraverso le cooperative i terreni incolti e malcoltivati. Rizzotto fu uno dei tanti della lunga strage iniziata nel 1947 con la strage di Portella delle Ginestre. Un attacco della mafia insieme alla classe economica degli agrari e della classe politica della Democrazia Cristiana. Rizzotto portava avanti questa lotta contro questi poteri e per questo motivo fu eliminato il 10 marzo del 1948. Il 10 marzo 2008 l'ARCI, la CGIL, il Comune di Corleone e Libera l'hanno voluto ricordare con una grande giornata. La mattinata è iniziata davanti al busto di Placido Rizzotto, a Piazza Garibaldi, dove sono state poste le corone d'alloro. Emozionante è stata non solo la partecipazione delle quinte classi della scuola elementare, ma anche le poesie lette proprio da alcuni alunni. In tarda mattinata nell'Istituto comprensivo Don G. Colletto si è svolto l'incontro, con gli studenti, per ricordare Rizzotto. Si è iniziato con la proiezione di una puntata del documentario Blu Notte di Carlo Lucarelli e Giuliana Catamo proprio su Placido Rizzotto. Oltre a descrivere benissimo la figura del sindacalista ha fatto emergere la struttura economica degli anni 50 e la mafia corleonese. Nessuno fu condannato attraverso la solita formula di moda in quegli anni: “assolti per insufficienza di prove”. Dopo i saluti dalla dirigente scolastica Maria Bellavia, il coordinatore Dino Paternostro, segretario della Camera del Lavoro di Corleone, ha dato la parola agli importanti relatori. Il Sindaco di Corleone Iannazzo ha detto che ricordare un cittadino come Placido Rizzotto è un onore. Rizzotto è stato ucciso per un'idea, non importa il colore politico. Ma il Sindaco ha voluto anche ricordare il piccolo Letizia che è stato ucciso perchè ha visto l'assassinio di Rizzotto, mentre accudiva il suo gregge. Poi ha detto: “è possibile che questa città ancora saluti con riverenza? Corleone è ad un bivio o fa come Placido Rizzotto e portiamo avanti le nostre idee o ci facciamo condizionare. Inoltre oggi abbiamo il dovere di ricordare Rizzotto che è ancora giù nella foiba.” Ha inoltre rimarcato il suo impegno affinché si dia a Rizzotto una degna sepoltura. Il secondo intervento è stato della Presidente dell'Arci Sicilia Anna Bucca che ha detto: “dove non è arrivata la giustizia deve arrivare la memoria, per questo noi diciamo che la memoria costruisce il futuro. Per l'Arci la memoria è importante”. Il segretario della Camera del Lavoro di Firenze Mauro Fuso ha ricordato il legame che è nato negli anni tra Corleone, Firenze e la Toscana. Poi il grande momento atteso da tutti e cioè che prendesse la parola Don Luigi Ciotti dell'associazione Libera. Ha ricordato con commozione le poesie lette dai bambini davanti al busto di Rizzotto e poi ha riportato le parole del giornalista Pippo Fava, anch'esso vittima di mafia, che diceva: “a che serve esser vivi se non si ha il coraggio di lottare”. Ha raccontato il suo viaggio per arrivare a Corleone descrivendo il paesaggio stupendo. Guardando il verde ha pensato che si possono strappare tutti i fiori ma nessuno può impedire che la primavera ritorni. La mafia ha strappato tanti fiori ma non potrà impedire la primavera. Ha ricordato che Placido Rizzotto oggi rivive con i prodotti della cooperativa intitolata proprio a lui. I prodotti di questa cooperativa sono venduti in tutta Italia, prodotti che provengono da quelle terre per cui Rizzotto ha lottato e perso la vita. “Il filosofo Bobbio dice che la democrazia vive di buone leggi e di buoni costumi. Noi non possiamo chiedere allo stato di più se noi non facciamo di più. Placido ha permesso di costruire questa speranza”. Lo storico Giuseppe Carlo Marino ha raccontato lo scenario generale che stava dietro alle lotte contadine e cioè le lotte per la terra che poi hanno portato alla Riforma Agraria. Ma ha sottolineato come l'intreccio mafia-politica c'era negli anni 60 come c'è ancora oggi. Ha chiuso l'incontro Andrea Gianfagna della Fondazione Di Vittorio che ha parlato di Placido Rizzotto come sindacalista. Poi ha lanciato questo messaggio: La lotta alla mafia parte dalla coscienza di non delegare ad altri, ma dall'impegno di elaborare progetti”. Anche il Consiglio Comunale ha voluto nel pomeriggio ricordare solennemente Placido Rizzotto con una seduta straordinaria del Consiglio Comunale convocata dal Presidente del Consiglio Mario Lanza. Una giornata importante per un anniversario importante di un corleonese che a differenza di altri si è battuto affinchè i poveri contadini potessero avere un pezzo di terra e quindi acquistare la propria dignità di persone e non di semi schiavi. Un corleonese che non faceva parte dei corleonesi della mafia ma dell'antimafia. Perchè Corleone è stata forse sì la capitale della mafia ma anche dell'antimafia e noi non ci stancheremo mai di dire siamo onorati di essere corleonesi perché abbiamo avuto uomini come Rizzotto e Verro, ma che non sono i soli.

Giuseppe Crapisi

Redazione Dialogos

domenica 9 marzo 2008

Il comunicato stampa della Cgil per il 60mo anniversario dello assassinio di Placido Rizzotto

LUNEDI' 10 E MARTEDI' 11 MARZO LA CGIL DI CORLEONE, IN COLLABORAZIONE COL COMUNE, RICORDA IL 60° ANNIVERSARIO DELL'ASSASSINIO DI PLACIDO RIZZOTTO. ALLE INZIATIVE PARTECIPERANNO, TRA GLI ALTRI, DON LUIGI CIOTTI, MAURIZIO CALA', GIUSEPPE LUMIA, UNA DELEGAZIONE TOSCANA GUIDATA DA MAURO FUSO, SEGRETARIO DELLA CGIL DI FIRENZE, E MAURIZIO PASCUCCI DELL'ESECUTIVO DI ARCI TOSCANA. "IL SOGNO DI RIZZOTTO OGGI SI REALIZZA CON I GIOVANI DELLE COOP SOCIALI CHE LAVORANO SUI TERRENI CONFISCATI ALLA MAFIA", DICE DINO PATERNOSTRO, SEGRETARIO DELLA CGIL DI CORLEONE.
Quando, la sera del 10 marzo 1948, Placido Rizzotto fu sequestrato ed ucciso dalla feroce mafia del feudo, nessuno sentì o vide niente. Sono passati 60 anni da quella serata di marzo del 1948, quando i "signori" della terra e della lupara decisero che per Placido Rizzotto non doveva spuntare più l'alba. Lo sequestrarono, l'uccisero, ne buttarono il cadavere nel ventre nero di Roccabusambra, per cancellarne ogni traccia, ma non ci riuscirono. Poco più di un anno dopo arrivò a Corleone un giovane capitano dei carabinieri, che era stato un partigiano come Rizzotto, e si mise in testa che doveva trovare gli autori dell'orrendo crimine. Negli stessi giorni arrivò a Corleone anche uno studente universitario di appena ventuno anni. E si mise in testa di sostituire Rizzotto alla Camera del lavoro, di chiamare a raccolta i contadini, di incoraggiarli, di riportarli nuovamente all'occupazione delle terre. Carlo Alberto Dalla Chiesa riuscì a scoprire chi aveva sequestrato ed ucciso Rizzotto, li arrestò e li fece processare, ma la giustizia ingiusta di allora li assolse per insufficienza di prove. Pio La Torre riuscì a dare nuovamente coraggio ai contadini, li guidò nuovamente sulle terre, che occuparono e seminarono. Fino alla riforma agraria del 1950, che spezzò il latifondo, senza però assicurare il futuro sognato ai lavoratori della terra.

Ma oggi tante terre che i contadini avevano occupato e di cui i mafiosi si erano appropriati, sono state confiscate ed assegnate a cooperative di giovani, che le coltivano e vi ricavano il necessario per vivere. Sono loro i veri eredi dell'antimafia contadina di 60 anni fa. Sono questi "nipotini" di Rizzotto, che oggi hanno la capacità e la voglia di costruire i "ponti della solidarietà" con la Toscana, con l'Emilia-Romagna e tante altre regioni importanti d'Italia. Non a caso lunedì e martedì sarà a Corleone per ricordare Rizzotto anche una delegazione della toscana, guidata da Mauro Fuso, segretario generale della Camera del lavoro di Firenze, e Maurizio Pascucci, dirigente dell-Arci. Non a caso lunedì mattina sarà a Corleone don Luigi Ciotti, che sta sostenendo con forza le cooperative di Libera Terra.

«Lunedí – dice Dino Paternostro, segretario della Cgil di Corleone - sarà una giornata della memoria, ma anche una giornata per chiedere allo Stato di sostenere l'impegno dei giovani che lavorano sui terreni confiscati. Sono loro oggi i veri eredi di Rizzotto e dei contadini di 60 anni fa. Nelle giornate di lunedì e martedì chiederemo, insieme a don Luigi Ciotti e ai familiari del sindacalista, che vengano seriamente cercati i resti di Rizzotto e restituiti alla famiglia, alla Cgil e alla sua città».

venerdì 7 marzo 2008

Cantieri siciliani, in nero un operaio su quattro

Centoventisette le persone denunciate nell'ambito di una mega operazione dei carabinieri per controllare i livelli di sicurezza nell'Isola. Ammende per 500.000 euro, 17 i sequestri, 45 le sospensioni di attività per irregolarità nella prevenzione degli infortuni. Blitz dei carabinieri nel Catanese, sigilli e multe ad altri 4 cantieri

PALERMO - Centoventisette persone sono state denunciate nell'ambito di un'operazione condotta dal Comando dei carabinieri della Regione Sicilia, in collaborazione con l'assessorato regionale al Lavoro, finalizzata al controllo dei livelli di sicurezza dei lavoratori in 346 cantieri edili siciliani. Dai controlli, cominciati lo scorso 4 marzo e conclusi all'alba di oggi, è emerso che circa il 25% dei lavoratori era in nero.

I militari spiegano che è stato prescelto il settore dell'edilizia perché è quello maggiormente interessato negli ultimi tempi dal fenomeno degli infortuni. Nel 2007, in Sicilia, si sono registrate 97 morti bianche e 45.000 incidenti sul lavoro.

Nell'operazione sono stati impegnati 624 carabinieri e 238 ispettori del lavoro. Diciassette cantieri sono stati sequestrati, per 45 è stata disposta la sospensione dell'attività per irregolarità sulla prevenzione degli infortuni.

Su 1.364 lavoratori controllati 231 sono risultati in nero; di questi, sei extracomunitari erano stati assunti irregolarmente. Sono state contestate sanzioni amministrative per 1.246.936 euro.
590 le violazioni in materia di sicurezza accertate, 446 le contravvenzioni elevate per un importo complessivo di 505.552 euro.

Le principali violazioni riguardano i ponteggi, le scale a mano, le visite mediche, i dispositivi di protezione individuale, la formazione e l'informazione dei lavoratori.

L'indagine ha rilevato anche elementi informativi utili a verificare l'incidenza del fenomeno mafioso negli appalti delle opere pubbliche. Gran parte dei controlli dei livelli di sicurezza sarebbero stati eseguiti nel Catanese. Prossimamente, fanno sapere i militari, sarà istituito il Gruppo carabinieri per la tutela del lavoro, con sede a Palermo, con compiti di coordinamento dei Nuclei Ispettorato del Lavoro dell'Arma nella Regione.

Inoltre nei comuni della fascia jonica e nel Calatino sono stati sequestrati altri quattro cantieri edili, sospese 22 imprese edili e 25 imprenditori sono stati denunciati per violazioni alle norme sulla sicurezza. Dati che costituiscono il bilancio di una operazione di controllo effettuata dai carabinieri del Comando provinciale di Catania e del Nucleo Ispettorato del Lavoro.

Durante i controlli i militari hanno accertato l'esistenza di ponteggi senza i requisiti minimi di sicurezza, la mancanza totale di dispositivi di protezione individuale e ogni misura in grado di evitare cadute dall'alto. L'ispezione ha riguardato 120 lavoratori in 38 cantieri edili e 44 imprese tra Giarre, Acireale, Mascali e Fiumefreddo di Sicilia, Palagonia, Ramacca, Castel di Judica e Vizzini.

I militari hanno inoltre elevato 210 sanzioni amministrative per un importo di 410.000 euro. Sono inoltre state accertate 200 violazioni in materia di sicurezza, che hanno determinato contravvenzioni penali per circa 100.000 euro, e recuperati contributi previdenziali per 130.000 euro.


07/03/2008

Sicilia, 231 morti bianche in 3 anni

PALERMO - Settantasei morti per incidenti sul lavoro nel 2004, settantotto nel 2005, settantasette nel 2006 e il settore più colpito è l'edilizia: questo il bilancio delle "morti bianche" in Sicilia tracciato da "Neos", un'associazione palermitana costituita da medici, avvocati e consulenti del lavoro, durante il convegno "Morti bianche: quanto costa la vita?".


"In Sicilia nel 2004 ci sono stati 76 incidenti mortali - dice Pasqua Scelfo, dirigente medico dell'Inail di Palermo -dei quali 14 in itinere, cioè durante il tragitto per andare al lavoro o per rientrare dopo l'attività lavorativa. Undici sono stati i morti nell'agricoltura, gli altri nell'industria e nei servizi".

Nel 2005 sono stati 78 gli incidenti mortali, (9 dei quali in itinere); 13 i morti nell'agricoltura. Nel 2006, dei 77 decessi denunciati e indennizzati dall'Inail, 11 sono stati in itinere, 5 in agricoltura.

"Il settore dove si registrano più morti bianche è l'edilizia ¿ continua -. Il dato si discosta da quello nazionale, che vede al primo posto le attività estrattive, al secondo i trasporti e al terzo l'edilizia".

A Palermo e provincia, le "morti bianche" dal 2004 al 2006 sono state 49 (superata da Catania, con 53 decessi). L'anno più nero nel capoluogo è stato il 2005 con 19 morti: il settore con più decessi è quello dei trasporti, seguito dall'edilizia.


07/03/2008

Un trattore chiamato Entusiasmo. L’hanno donato alcuni comuni emiliani alla coop Pio la Torre

Un trattore chiamato Entusiasmo. Così Mario Danieli, il delegato della ditta Landini, ha proposto di battezzare il trattore consegnato lo scorso 5 marzo alla Cooperativa “Pio La Torre Libera Terra”, che gestisce terreni confiscati a Cosa Nostra nell’Alto Belice Corleonese.

Alla cerimonia presso l’Agriturismo Portella della Ginestra di Piana degli Albanesi, erano presenti i comuni e le associazioni emiliani fautori della raccolta fondi “Un trattore per una terra libera dalla mafia”, il prefetto Giancarlo Trevisone, il questore Giuseppe Caruso, rappresentanti delle forze dell'ordine, dell’associazione Libera e del Consorzio Sviluppo e Legalità.

Il trattore modello Landini Vision IT 105 Techno, prezioso dono per le attività della giovane cooperativa, è stato acquistato grazie al generoso contributo dei Comuni di Fabrico, Correggio, San Martino in Rio, Rio Saliceto, Campagnola Emilia e Rolo in provincia di Reggio Emilia, oggi rappresentati in Sicilia insieme ai distretti sociali di Coop consumatori Nordest di Correggio, San Martino in Rio e Rio Saliceto, alle associazioni della zona e alla Camera del Lavoro di Correggio.

Alcune delle dichiarazioni:

Giancarlo Trevisone, prefetto di Palermo:

Ringraziamo i ragazzi delle cooperative per questo lavoro, sono puri e privi del peccato originale, ed è su queste pratiche che bisogna contare per portare avanti la Sicilia. Nonostante la cordiale rivalità, da modenese devo ringraziare i cittadini di Reggio Emilia: l'Italia è una, e dobbiamo tutti lavorare insieme.

Roberto Ferrari, sindaco di Fabrico e promotore della campagna di raccolta

Una campagna iniziata per volontà di poche persone, ha coinvolto decine di associazioni e comitati. E' vero quanto si dice della maggiore partecipazione civile in Emilia, ma certo non siamo invulnerabili: sta già accadendo, vediamo le prime infiltrazioni criminali tra le imprese sane. Questo ha convinto molte persone ad aderire alla raccolta, non ancora ultimata; contiamo di arrivare alla quota necessaria per il trattore entro il 1°maggio. E' possibile utilizzare strumenti legali per fare del bene alle persone.

Stefano Catellani, Camera del Lavoro di Correggio

Questa è Resistenza, come quella dei partigiani, un impegno che ci ha fatto sentire viciniai ragazzi delle coop. Il trattore era per i nostri padri una conquista, la possibilità di iniziare un lavoro nobile e sicuro: con queste caratteristiche, il lavoro dà libertà.

Elio Sanfilippo , presidente Legacoop Palermo

I vini Centopassi insieme al Consorzio Sviluppo e Legalità saranno alla massima fiera del vino, il Vinitaly di Verona. La prossima settimana la commemorazione di Placido Rizzotto sarà l'occasione per dare nuovo impulso alla diffusione dei prodotti Libera Terra. Queste persone stanno diventando imprenditori sociali. Dobbiamo elevare la qualità imprenditoriale delle cooperative e la competitività dei prodotti, dietro cui sta una sfida, un impegno particolare.

Umberto Di Maggio, responsabile Libera Palermo:

E' duro pensare che il maggiore sostegno al lavoro di restituzione dei beni sottratti alle mafie in Sicilia non venga dallo stesso territorio. Forse c'è ancora da seminare, contaminare ulteriormente questa terra di buoni propositi. Le cooperative di Libera Terra devono diventare imprese solide, di professionisti sicuri della qualità del loro lavoro e dei prodotti. Sta già avvenendo, e per questo il trattore è ancora più importante, viene dal sostegno di tutti quanti credono nel progetto. Non a caso lo riceviamo a pochi giorni dal 60esimo anniversario della morte di Placido Rizzotto a Corleone: la buona memoria deve fondarsi sull'impegno, ragione per cui da Palermo e Corleone partiranno dei convogli per Bari il 15 marzo, per la XIII Giornata della Memoria e dell'Impegno. Con questo spirito Libera lancia anche una sottoscrizione in favore della scuola Pino Puglisi, di recente saccheggiata a Brancaccio, per contribuire all'acquisto dei nuovi macchinari. Una buona novella: nascerà presto, in un bene confiscato in piazza Politeama, la bottega palermitana “I sapori della legalità”, dove si potranno trovare tutti i prodotti a marchio Libera Terra.

Da Liberainformazione del 5.3.2008

giovedì 6 marzo 2008

Giuseppe Lumia: "Grazie, Walter"

intervista di Luca Ciliberti
Escluso alla Camera tra le polemiche, Lumia ottiene da Veltroni la candidatura come capolista del Pd al Senato in Sicilia. "Una risposta alle richieste che provenivano dal basso, sono pienamente soddisfatto". A fargli posto sarà Marino

CATANIA - Beppe Lumia è di nuovo in campagna elettorale. I vertici del Partito democratico, dopo le polemiche nate da più parti, sono tornati indietro sull'esclusione e hanno deciso di candidarlo alle politiche concedendogli la deroga ai tre mandati parlamentari. E' stato lo stesso Walter Veltroni, dopo una lunga riunione nel quartier generale di Piazza sant'Anastasia a Roma, a comunicare che il vice presidente della Commissione nazionale antimafia sarà capolista al Senato in Sicilia.


Come siete arrivati a questo epilogo?

"C'è sempre un dialogo che va di pari passo con ogni scelta importante. Il mio partito, nel rispetto del regolamento che aveva accompagnato la decisione iniziale, è stato sensibile alle richieste che provenivano dal basso e che meritavano una risposta politica e istituzionale. Quello di oggi è stato un confronto aperto e positivo".


La soluzione adottata la soddisfa?

"Mi soddisfa ampiamente. E' un riconoscimento alla mia attività politica. Ringrazio vivamente Walter Veltroni perché ha scelto di investire sulla Sicilia del cambiamento e sulla lotta alla mafia. Una battaglia condivisa da tutto il Partito Democratico. La mia candidatura è inoltre una risposta forte agli imprenditori, agli operatori economici, al movimento dei giovani, alle forze sindacali, a quelle forme culturali e di volontariato che vivono in Sicilia nel segno della legalità. Ringrazio il presidente Ignazio Marino per il suo grande e nobile gesto e per aver offerto un'altra prova di serietà e di amore verso la sua terra. Con Anna Finocchiaro siamo pronti ad offrire alla Sicilia una proposta di governo autorevole e progettuale per dare voce e rappresentanza alle istanze di cambiamento e di concreta lotta alla mafia".


Cosa ha pensato di tutta questa solidarietà espressa nei suoi confronti?

"Sono felice, perché mi hanno sostenuto in tanti, soprattuto quella fetta di società civile che si ribella sempre alle ingiustizie. Adesso per la Sicilia è arrivato il momento di cambiare strada. Anche questo passaggio politico contribuirà a liberare l'isola dall'immagine di terra della mafia. Non sarà facile, ma con l'impegno costante di Confindustria siciliana e del suo presidente Ivan Lo Bello, degli imprenditori puliti, dei ragazzi di Addiopizzo e di tutte le associazioni antiracket, dei cittadini e delle forze produttive sane riusciremo a vincere tante altre battaglie difficili. Ringrazio anche Di Pietro e tutte le forze politiche della sinistra che erano pronte ad acogliermi nelle loro liste".


Beppe Grillo l'ha definita "un morto che cammina". E' stato turbato da queste dichiarazioni?

"Non mi hanno affatto spaventato. Penso a quelli meno famosi di me che si impegnano quotidianamente, rischiando la vita, nella consapevolezza che la miglior protezione possa arrivare dallo Stato che combatte la mafia con forza e coerenza".


Come proseguirà la sua attività in Senato?

"Lavoro da molti anni in politica e mi scommetto sempre con fatica. Sono fortemente convinto che legalità e sviluppo possano camminare insieme e che la politica debba essere riformata in modo da essere chiara e parlare la lingua dei cittadini, che oggi sono distanti anche dalle istituzioni. Qualora dovessi essere eletto, continuerò a lavorare con lo stesso entusiasmo in direzione della legalità".


Per il Pd l'antimafia è un tema importante?

"Oggi ne abbiamo avuto un'altra conferma. Ma la lotta alla mafia nel Partito Democratico è da sempre una grande priorità che stimola tutti gli altri partiti a fare lo stesso. Il progetto di Veltroni anche in Sicilia deve avere quelle caratteristiche di grande innovazione che stanno scuotendo in positivo la politica e la società italiana. È un percorso comune da intraprendere con coraggio e fiducia per affrontare le difficili prove necessarie per promuovere legalità e sviluppo nella nostra regione e nel resto del Paese".
La Sicilia, 06/03/2008

Lo ha annunciato Walter Veltroni: "Lumia sarà capolista al Senato in Sicilia!"

Il vicepresidente della commissione nazionale antimafia verrà candidato come capolista del Pd al Senato in Sicilia. A fargli posto sarà Ignazio Marino. La conferma è di Walter Veltroni: "Sono convinto che contro la mafia sia indispensabile schierare e spendere tutte le migliori energie della società e delle istituzioni"

PALERMO - Beppe Lumia guiderà la lista del Pd al Senato in Sicilia. L'annuncio, confermato dallo stesso interessato a Telecolor nel tg delle 13.30, è del segretario Walter Veltroni, spiegando che la ricandidatura è stata possibile grazie alla rinuncia di Ignazio Marino alla doppia candidatura, nell'isola e nel Lazio."Sono convinto - sottolinea Veltroni - che contro la mafia sia indispensabile schierare e spendere tutte le migliori energie della società e delle istituzioni. Ho chiesto perciò al professor Ignazio Marino, candidato anche nel Lazio, di rinunciare alla sua doppia candidatura per far posto, come capolista al Senato in Sicilia, a Beppe Lumia. Il professor Marino, per la sua sensibilità e il suo amore per la Sicilia, ha accettato la mia proposta"."La battaglia contro le mafie, contro la criminalità organizzata, per la difesa della legalità - ha proseguito il leader del Pd - è al centro non solo del programma e della concreta azione del Partito democratico, ma della sua stessa identità. Vale per tutto il Paese, per tutta l'Italia, e vale in particolare per quelle regioni e aree del Mezzogiorno dove le vite dei cittadini e lo sviluppo di interi pezzi di territorio vanno liberati dal condizionamento delle organizzazioni mafiose". "La lotta alla mafia è una concreta e difficile pratica, non è sufficiente legarla ad una persona. È un impegno collettivo e di tutto il Partito democratico. La stessa scelta coraggiosa che Anna Finocchiaro ha fatto - ha concluso Veltroni - ne è la più evidente delle dimostrazioni".Marino si dice d'accordo con la decisione: "Faccio un passo indietro perchè la Sicilia possa fare passi avanti. E' con senso di responsabilità che ho deciso di rinunciare alla candidatura come capolista in Sicilia al Senato per il Partito Democratico e lasciare il mio posto a Beppe Lumia. La legalità e la lotta alla criminalità organizzata vengono prima di tutto, prima delle candidature, prima delle ambizioni personali".
La Sicilia, 06/03/2008

mercoledì 5 marzo 2008

Lumia in un'intervista a "L'Unità": «Così il rinnovamento del Pd si ferma in Sicilia»

di Enrico Fierro

Peppe Lumia, una vita a occuparsi di mafia. Ora è fuori dalle liste. “Un errore non candidarlo”, dice Anna Finocchiaro. “Ha fatto più di due legislature”, replicano dal loft veltroniano. “La lotta alla mafia è una pratica e non una persona. Penso che Lumia verrà a lavorare con noi, è un amico”, promette Veltroni. Intanto lui, Giuseppe Lumia, non risponde al telefono. I capi del Pd ieri lo hanno cercato inutilmente.


Onorevole, nel prossimo Parlamento ci sarà Totò Cuffaro, l'uomo che festeggia a cannoli e rosolio una condanna a cinque anni, e lei no. E' questo il rischio?
“Effettivamente questo rischio c'è, vedremo nelle prossime ore cosa succederà, se ci saranno dei ripensamenti”.

Se il Pd non dovesse candidarla, sceglierà altre liste, altri partiti?
“In questo momento sono interessato al grande progetto del Pd. Veltroni è riuscito a mettere in piedi una grande innovazione che ha raggiunto e scosso le fondamenta del Paese, sia nella società che nella politica. Mi dispiace che una volta arrivati in Sicilia questo grande progetto si blocchi. E' un destino amaro: il rinnovamento si ferma sempre alla punta dello Stretto, viene frenato, storpiato. Il mio impegno di queste ore è salvare questo progetto, fare in modo che viva anche nelle candidature e che sia in grado di tenere insieme legalità e sviluppo.

Si candiderà con Di Pietro?
“Per ora sto ponendo un problema che prescinde dalla mia persona e forse anche dalla mia candidatura. In Sicilia abbiamo un sistema di potere che è entrato finalmente in crisi. Un sistema che fa perno sulle collusioni mafiose, sulle burocrazie corrotte, sul clientelismo di massa e che è in profonda difficoltà, c'è una domanda di cambiamento che mai si era vista. Mi riferisco al mondo dell'impresa e della produzione, alle università, alle associazioni. Ecco, io sto lavorando perché questa domanda di cambiamento trovi una risposta nella politica e abbia una possibilità di riversarsi nelle istituzioni”.

Nella lista al Senato del Pd c'è Vladimiro Crisafulli che nel 2001 parlava amabilmente con un boss di Enna, tale Bevilacqua. Nulla di penalmente rilevante, però...
“Questa candidatura è una cattiva novità che ho sempre combattuto secondo principi di etica politica. Non c'entra niente il dato penale, peraltro risolto con un richiesta di archiviazione da parte del magistrato, parlo delle enormi responsabilità politiche. Contesto questa candidatura, la combatto anche e soprattutto nella sua idea di fondo, nel modo di praticare la politica, nel suo rapporto con le istituzioni, nell'idea che si ha della Sicilia e del suo futuro. E continuerò a combatterla. Il Pd in Italia sta riformando la politica. Ma in Sicilia...”

In Sicilia?
“C'è questo meccanismo, l'isola la si considera un mondo a parte, spesso ci si arrende di fronte alla possibilità di promuovere una classe dirigente in grado di coniugare legalità e sviluppo. C'è una subalternità delle classi dirigenti siciliane verso Roma e i partiti centrali, i quali spesso lasciano mano libera ai vari potentati sul territorio. Tutto ciò è una palla al piede che impedisce la creazione di una classe dirigente moderna”.

Aspirazione difficilmente conciliabile col fatto che Totò Cardinale lascia il posto in Parlamento a patto che venga candidata sua figlia?
“Che dire? C'è una sfida tra innovazione e un panorama di candidature negative, contestate in Sicilia anche da quel mondo moderato che guarda con simpatia al Pd. Bisogna cambiare subito rotta”.

Onorevole, ha sentito Veltroni?
"Ho fiducia in Walter, ma in Sicilia deve avere lo stesso coraggio che sta dimostrando sulle questioni del Nord, e lo stesso coraggio che ha avuto in Calabria e in Campania, insomma è necessario che anche sulla Sicilia faccia un investimento profondo e volti pagina sulle candidature”.

Lei ha fiducia che tutto ciò avvenga e che in Sicilia non vinca l'eterno gattopardo?
“La mia non è una fiducia statica, ma dinamica ed è frutto di impegno quotidiano, di lotta, di programma e di progetto. Sto lavorando perché il Pd dia risposte serie anche con le candidature a quella Sicilia del cambiamento che è frastornata ed ha bisogno di un messaggio forte”.
Pubblicato il: 05.03.08

Depositata scarcerazione di Riina jr

La Cassazione conferma che sono trascorsi i "termini massimi" di carcerazione preventiva per il figlio del boss. Intanto il presidente della corte d'appello di Palermo ha inviato il rapporto al ministro della Giustizia, che nei giorni scorsi aveva chiesto spiegazioni in merito.

ROMA - Per la Cassazione sono ampiamente decorsi i "termini massimi" di carcerazione preventiva che potevano essere inflitti a Giuseppe Riina Jr, il figlio del boss di Cosa nostra, e per questo i supremi giudici - con sentenza emessa lo scorso 27 febbraio - ne hanno disposto la scarcerazione.Lo sottolinea la Seconda sezione penale nelle motivazioni della sentenza 10091, depositata oggi, e relativa alla decisione sulla custodia cautelare presa la scorsa settimana. In particolare la Cassazione rileva che, al massimo, nei confronti di Riina jr poteva essere disposta la custodia cautelare per un periodo di due anni e tale termine è risultato "ampiamente decorso" dal momento che Riina jr ha scontato circa sei anni di carcere preventivo. Riina jr è stato condannato a poco più di otto anni di reclusione dalla Corte di appello di Palermo, lo scorso dicembre, per associazione mafiosa ed altri reati minori.In precedenza la stessa Cassazione aveva annullato con rinvio la condanna emessa nel primo processo d'appello ritenendo mancanti le prove del reato associativo e annullando del tutto alcuni capi di imputazione come quello relativo all'estorsione. Contro l'eccessiva durata della carcerazione preventiva di Riina jr, i suoi legali - avvocati Antonio Malagò che lo difende insieme a Luca Cianferoni - hanno annunciato il ricorso alla Corte europea di Strasburgo.Nelle scorse ore il presidente della corte d'appello di Palermo, Carlo Rotolo, ha inviato una relazione al ministro della Giustizia, Luigi Scotti, sulla vicenda processuale del figlio del capomafia Totò Riina, Giuseppe Salvatore.Il Guardasigilli aveva chiesto al presidente della corte e al procuratore generale di Palermo un 'rapporto' sulla vicenda per accertare se dietro la scarcerazione ci fossero eventuali ritardi processuali. "Abbiamo risposto in via riservata - spiegano fonti della presidenza della corte d'Appello - come riservata era stata la sollecitazione del ministro".
05/03/2008

Le liste del Pd in Sicilia. Ancora polemiche sull'esclusione di Lumia

Tiene banco il caso Lumia. Il vice presidente Dario Franceschini ribadisce: "Abbiamo rispettato il regolamento". Beppe Grillo sul blog: "Toglierlo dal Parlamento significa trasformarlo in morto che cammina". Anna Finocchiaro: "Un onore averlo nelle mie liste alle regionali"

CATANIA - L'esclusione di Giuseppe Lumia dalle liste del Pd è stata fatta per rispettare il regolamento del partito che imponeva un limite ai mandati parlamentari, ma la sua esperienza nell'Antimafia "sarà valorizzata". Ha ribadito oggi il vicesegretario del Pd, Dario Franceschini nella conferenza stampa di presentazione delle liste del Pd."Nella composizione delle liste - ha ricordato Franceschini - è stato adottato un criterio scritto nel nostro regolamento; il fatto che esso sia uguale per tutti è il segno della nostra serietà. Noi conosciamo l'esperienza di Lumia sia durante la sua presidenza della Commissione antimafia che dopo, e cercheremo di valorizzarla".La notizia anche oggi scatena la reazione di alcuni osservatori privilegiati della politica italiana. Beppe Grillo dal suo blog annuncia: "Togliere Beppe Lumia dal Parlamento vuol dire trasformarlo in un morto che cammina"."Topo Gigio Veltroni - scrive il comico genovese - ha messo in lista personaggi con frequentazioni molto disinvolte. Ma quale partito non ne ha? È un problema di rappresentanza all'interno delle istituzioni. I cittadini non possono scegliere il candidato e il buon segretario di partito, al loro posto, trova il giusto spazio per ogni categoria sociale. Topo Gigio ha però escluso dalle sue liste Beppe Lumia, vicepresidente della Commissione Parlamentare Antimafia"."Lumia è stato a suo tempo condannato a morte dalla criminalità organizzata per le sue attività. Toglierlo dal Parlamento vuol dire trasformarlo in un morto che cammina. Il nuovo Pd di Fassino, D'Alema, Sircana e Bassolino non ha posto per un servitore dello Stato. Si faccia avanti qualcun altro e lo candidi al più presto".Alla provocazione risponde subito la candidata del Pd alla guida della Regione Sicilia, Anna Finocchiaro. "Mi impegnerò affinchè nelle liste che faranno riferimento al mio nome per le elezioni regionali siciliane ci siano alcuni criteri che garantiscano apertura, trasparenza, competenza e merito"."Il primo criterio alla base della composizione delle mie liste sarà quello di una equilibrata rappresentanza territoriale - spiega Finocchiaro - con particolare attenzione a quei territori che sono stati penalizzati nella composizione delle liste per le elezioni politiche nazionali. Voglio poi attingere e dare rappresentanza piena al riformismo siciliano, con particolare attenzione all'area socialista e all'ambientalismo".Inoltre "voglio promuovere nelle mie liste il merito la competenza e il talento dei siciliani. Per questo guarderò alla qualità e darò voce al mondo dell'imprenditoria sana che è forte nella nostra isola e ai tanti professionisti che vogliono lavorare con trasparenza e guarderò al mondo del lavoro siciliano che soffre di tanta precarietà e difficoltà. E, soprattutto, aprirò le mie liste alle capacità e all'eccellenza di tante ragazze e di tanti ragazzi siciliani. Anche per tutti questi motivi - conclude Finocchiaro - voglio ribadire che per me sarebbe un onore che Beppe Lumia fosse candidato nelle mie liste".
05/03/2008

martedì 4 marzo 2008

Proteste in Sicilia per l'esclusione di Giuseppe Lumia dalle liste del Partito Democratico

PALERMO - Immediata la reazione di "Antimafia Duemila" per l'esclusione del vice presidente della Commissione nazionale antimafia. In una nota firmata dal direttore Giorgio Bongiovanni e dalla redazione che in una nota scrivono: "Apprendiamo con sgomento dell'esclusione dell'onorevole Beppe Lumia dalle candidature del Pd in Sicilia, un chiaro segnale che indica quale direzione ha intenzione di intraprendere il Pd nei confronti della lotta alla mafia, un segnale inequivocabile che dimostra quanto siano di facciata le dichiarazioni di voglia di etica e pulizia di Walter Veltroni"."Non concedere la deroga a Lumia - continua la nota -, uno dei pochi politici che ha fatto della lotta alla mafia un caposaldo della sua azione in Sicilia fino al punto di rischiare la propria vita, e concederla invece a Enzo Bianco che certo non si è distinto per simili meriti e ancora di più includere nelle liste Vladimiro Crisafulli (filmato mentre parlava con il capo mandamento di Enna, il mafioso Bevilacqua), rivela quanto la politica clientelare sia ancora radicata e imperante. Dimostra quanto la politica di Veltroni sia sempre più affine a quella di Berlusconi. Ancora una volta la Sicilia non verrà premiata per il suo recente slancio di rinnovamento e riscatto, una sorta di pulizia etnica degli onesti"."La nostra - conclude la nota - non intende essere una propaganda politica. Auspicavamo che nel Pd potesse salvarsi almeno il salvabile, ma anche questa speranza è svanita".

Veltroni, durante la registrazione di "Porta a Porta", ha detto: "Lumia verrà a lavorare con me. Ricordiamo che in Sicilia abbiamo candidato Anna Finocchiaro e Rita Borsellino. Noi contrastiamo la mafia dal punto di vista etico e il contrasto lo facciamo tutti i giorni. In questi i giorni il figlio di Riina gira portando pastarelle. E un pedofilo che aveva violentato ad Agrigento tre bambini lo ha fatto con un quarto. Sono problemi da risolvere".

Protesta il sindaco di Gela, Rosario Crocetta, per l'esclusione di Lumia: "La decisione del Pd di non candidare Beppe Lumia rappresenta una chiara scelta di chiusura nei confronti del movimento antimafia che viene totalmente emarginato senza rappresentati, senza riferimenti, e si lascia completamente a rischio una persona che mette in pericolo continuamente la vita e con lui quanti hanno fatto la scelta di scendere in campo in Sicilia contro la mafia"."Spero che la decisione venga riconsiderata - aggiunge - e faccio appello a tutto il movimento antimafia italiano e ai partiti del centro sinistra perchè non si tolga dal Parlamento una voce così importante, una persona che ha messo in campo tutta la sua vita in una grande battaglia di legalità e sviluppo".

Dice Giuseppe Bruno, esponente siciliano del PD e componente della costituente del partito: "Leggendo i nomi in lista e soprattutto vedendo chi è stato escluso sembra di trovarsi non nel nuovo Partito Democratico del 2008 ma nel Partito Socialista Italiano del 1987. Chissà se un giorno qualche inchiesta giudiziaria non ci aiuterà a capire con quale logica sono state fatte certe scelte. A ciò si aggiunga un gap di democrazia interna. È paradossale che un nuovo partito in Sicilia a 5 mesi dall’elezione del segretario regionale non abbia ancora costituito gli organismi dirigenti e ciò ha consentito che tutto fosse affidato ad una sola persona ed alla sua ristretta oligarchia che insieme alla superficialità o mala fede romana è riuscita a costruire liste piene di contraddizioni politiche. Che senso ha parlare di un partito pluralista quando in lista ci sono solo esponenti di Veltroni e nessuno spazio è stato dato alle minoranze di Letta e Bindi? Come si fa a parlare di rinnovamento di classe dirigente se si decide di sostituire il padre con la figlia? Che senso ha dinanzi alla forte presenza cattolica in Sicilia candidare proprio qui una esponente del partito radicale? Come si fa a fronteggiare una forza autonomista come l’Mpa candidando una truppa di non siciliani che non hanno idea e mai si occuperanno dei problemi della Sicilia?
Pensavamo di trovare un partito rinnovato. Ci ritroviamo un partito senza Lumia e con Carra e Crisafulli. Ci vorrà fegato per trovare la forza di turarsi il naso e andarlo a votare".
04/03/2008

lunedì 3 marzo 2008

Pd, chiusura record sulle candidature: 35% sono donne

Il coordinamento nazionale del Pd ha approvato tutte le liste per le candidature alle prossime elezioni ma sono in corso ancora delle limature sulla Campania.

Le liste di candidati del Pd alle prossime elezioni «confermano l'inizio di una stagione di cambiamento». Il vicesegretario del partito Dario Franceschini, conversando con i giornalisti, commenta così il via libera alle candidature del partito per Camera e Senato dato questo pomeriggio dal coordinamento nazionale. Franceschini sottolinea che le liste sono state votate «praticamente all'unanimità, se si eccettuano una o due astensioni per questioni di metodo».

«Nelle liste - dice ancora Franceschini - c'è molta innovazione, così come c'eravamo impegnati a fare». In particolare, sottolinea, viene praticamente raddoppiata la presenza femminile, «saranno sicuramente più di cento le parlamentari donne del Pd». Un risultato ottenuto anche «grazie al sacrificio di alcuni parlamentari che avevano fatto meno di tre legislature».

Franceschini, inoltre, ci tiene a «sottolineare i tempi (con cui sono state approvate le liste, ndr). La tradizione della formazione delle liste vuole che si arrivi sempre fino all'ultima notte disponibile, invece noi abbiamo finito una settimana prima, senza notti dei lunghi coltelli».

Infine, Franceschini spiega che in materia di deroghe rispetto al limite dei tre mandati «abbiamo rispettato quanto previsto dallo statuto». Per quanto riguarda il mancato inserimento di Stefano Ceccanti nelle liste, il vicesegretario del Pd si limita a sottolineare che è stato però candidato Salvatore Vassallo.

Nella regione per la Camera, nella prima circoscrizione, il capolista dovrebbe essere Massimo D'Alema, seguito da Luigi Nicolais e Giulio Santagata, mentre al Senato il capolista sarebbe Marco Follini. Il nodo dovrà comunque essere sciolto entro la serata.

Il chirurgo Ignazio Marino è il capolista al senato del Pd in Sicilia. Il coordinamento nazionale del partito di Veltroni candida al secondo posto Enzo Bianco, seguito da Nino Papania, Anna Serafini, Wladimiro Crisafulli e Benedetto Adragna. In lista fra i candidati anche Nuccio Cusumano.

Il Pd non ricandida il vice presidente della Commissione antimafia, Giuseppe Lumia. Il deputato uscente aveva presentato richiesta di deroga rispetto alla regola del partito, secondo la quale non si può ricandidare chi ha tre legislature alle spalle. Secondo ambienti del Pd, il coordinamento nazionale ha invece concesso la deroga a Enzo Bianco, che sarà candidato al secondo posto al senato in Sicilia.

Ecco i capolista regione per regione Piemonte: Piero Fassino e Luigi Bobba alla Camera, Emma Bonino al Senato. Liguria: Giovanna Melandri alla Camera e Roberta Pinotti al Senato. Lombardia: Matteo Colaninno, Enrico Letta e Antonello Soro alla Camera, Umberto Veronesi al Senato. Trentino Alto Adige: Gianclaudio Bressa alla Camera. Veneto: Massimo Calearo e Rosy Bindi alla Camera, Enrico Morando al Senato. Friuli Venezia Giulia: Cesare Damiano alla Camera e Carlo Pegorer al Senato. Emilia Romagna: Pierluigi Bersani alla Camera e Anna Finocchiaro al Senato. Toscana: Dario Franceschini alla camera e Vannino Chiti al Senato. Marche: Maria Paola Merloni alla Camera e Giorgio Tonini al Senato. Umbria: Marina Sereni alla Camera e Francesco Rutelli al Senato. Lazio: Marianna Madia e Donatella Ferranti alla Camera, Franco Marini al Senato. Abruzzo: Livia Turco alla Camera e Franco Marini al Senato. Molise: Roberto Ruta alla Camera e Augusto Massa al Senato. Campania: Pina Picierno e Massimo D'Alema alla Camera, Marco Follini al Senato. Puglia: Massimo D'Alema alla Camera e Paolo De Castro al Senato. Basilicata: Salvatore Margiotta alla Camera e Nicola Latorre al Senato. Calabria: Marco Minniti alla Camera e Luigi De Sena al Senato. Sicilia: Loredana Ilardi e Giuseppe Fioroni alla Camera, Ignazio Marino al Senato. Sardegna: Arturo Parisi alla Camera e Antonello Cabras al Senato.

CALABRIA Marco Minniti alla Camera e Luigi De Sena al Senato: questi i capilista del Pd in Calabria per le elezioni del 13 e 14 aprile. Secondo quanto si è appreso in Calabria, la lista approvata stasera dal Coordinamento nazionale del Pd, presieduto da Walter Veltroni, vede al numero due per la Camera Rosa Calipari, senatrice uscente e vedova del funzionario del Sisme ucciso in Iraq. Seguono Nicodemo Oliverio, deputato uscente ed ex segretario nazionale organizzativo della Margherita; Franco Laratta, deputato uscente; Doris Lo Moro, presidente dell'assemblea del Pd della Calabria e consigiere regionale; Maria Grazia Laganà, deputato uscente e vedova di Francesco Fortugno, e Cesare Marini, ex senatore socialista. Per quanto riguarda il Senato, dopo De Sena, ex prefetto di Reggio Calabria e già vicecapo vicario della Polizia, seguono nella lista Franco Bruno, senatore uscente; Daniella Muzzucconi; Dorina Bianchi, deputato uscente; Paolo Abramo, presidente della Camera di commercio di Catanzaro, ed al sesto posto Mimmo Pappaterra, socialista, presidente del Parco nazionale del Pollino.

Nelle liste del Pd per la Camera ed il Senato approvate stasera non figura alcun esponente del Pdm, il partito fondato due anni dal presidente della Regione Calabria, Agazio Loiero, dopo la sua uscita dalla Margherita. Il simbolo del Pdm nei giorni scorsi era stato depositato al Viminale con candidato premier Salvatore Audia, coordinatore provinciale del partito a Cosenza e stretto collaboratore dell'assessore regionale all'Agricoltura, Mario Pirillo. Non è al momento noto il pensiero e l'atteggiamento del presidente Loiero, ma dai suoi «colonnellì si coglie un sentimento di irritazione.

LIGURIA Due donne, Roberta Pinotti, presidente uscente della commissione Difesa della Camera, al Senato e Giovanna Melandri, già ministro allo sport e politiche giovanili, alla Camera, sono state scelte come capolista del Pd in Liguria. L'elenco delle candidature è stato ufficializzato questo pomeriggio. Consistente la rappresentanza femminile al Senato, dove in Liguria si presenteranno anche Claudio Gustavino, capogruppo uscente dell'Ulivo in consiglio regionale; Luigi Lusi, ex tesoriere nazionale della Margherita; Stefano Fassina, consigliere economico del viceministro Vincenzo Visco; Brunella Ricci, imperiese; Iolanda Pastine, consigliere a Santa Margherita (Genova); Paola Sisti, assessore provinciale alla Spezia; Giovanna Risso, assessore comunale ad Andora (Savona). Alla Camera dei Deputati, dopo la Melandri, sono in lizza Andrea Orlando, dirigente nazionale del Pd; Francesco Garofani, giornalista ed intellettuale di area cattolica; Mario Tullo, segretario regionale del Pd ligure; Massimo Zunino, deputato savonese; Sabina Rossa, senatrice uscente; Lorenzo Forcieri, sottosegretario alla Difesa, spezzino; Egidio Banti, deputato Margherita; Romolo Benvenuto, deputato Ds; Paolo Veardo, assessore comunale di Genova; Valentina Ghio, assessore a Sestri Levante (Genova); Raffaella Paita, assessore comunale alla Spezia; Giancarlo Campora, sindaco di Campomorone (Genova); Danila Satragno, jazzista, componente dell'esecutivo ligure del Pd, savonese; Sergio Scibilia, consigliere provinciale ad Imperia; Umberto Galazzo, sindaco di Ameglia (La Spezia); Francesca Orlandini, genovese, iscritta all'associazione Genova-Europa.

SICILIA Il ministro per la Pubblica Istruzione, Giuseppe Fioroni, è il capolista del Pd alla Camera nel collegio Sicilia occidentale. Alessandra Siragusa, capogruppo del partito nel consiglio comunale di Palermo, è al secondo posto. Nella lista ci sono, in ordine, il vice ministro per le Infrastrutture Angelo Capodicasa, il vice ministro per lo Sviluppo economico Sergio D'Antoni, Piero Martino dell'ufficio stampa nazionale del partito, Daniela Cardinale figlia dell'ex ministro per le Telecomunicazioni Salvatore che aveva annunciato che non si sarebbe candidato, l'ex Enzo Carra, il vice segretario del Pd Tonino Russo. Al nono posto Loredana Ilardi, la lavoratrice del call-center Alicos di Palermo, accreditata alla vigilia come capolista.


Pubblicato il: 03.03.08

BARI, 15 MARZO 2008. GIORNATA DELLA MEMORIA E DELLO IMPEGNO

domenica 2 marzo 2008

Anna Finocchiaro: «Saró la madre della Sicilia»

Lungo discorso della Finocchiaro nella Valle dei Templi di Agrigento per l'apertura della campagna elettorale: "Basta con Cuffaro e Lombardo, con le raccomandazioni e l'uso clientelare del denaro. Qui non vengono riconosciuti neanche i bisogni più elementari, io cambierò tutto. Zambuto? E' un po' confuso. Gli inceneritori? Noi non li faremo"

PALERMO - Anna Finocchiaro, candidata del centrosinistra alla presidenza della Regione siciliana, ha aperto la sua campagna elettorale nella Valle dei Templi di Agrigento, con sullo sfondo il tempio della Concordia. "Mi rivolgo da uno dei posti più belli al mondo al popolo della Sicilia", ha detto cominciando il suo intervento. "Dobbiamo uscire dall'immobilismo: basta con Cuffaro e con Lombardo. Lasciamo che la speranza, per una volta, ci gonfi il cuore". Con lei anche Rita Borsellino, che rappresenta la Sinistra arcobaleno e che è stata indicata come presidente dell'Ars dal centrosinistra. "Diciamo basta - ha aggiunto Finocchiaro - a chi ha fatto un uso clientelare del denaro per scopi elettorali. Così è stato con Cuffaro, così sarebbe con Lombardo. Dobbiamo uscire dal pre-moderno: in Sicilia non viene premiato il merito, ma, credetemi, non vengono neanche riconosciuti i bisogni più elementari. Nell'Isola la raccomandazione di un politico vale più di un dottorato. Con buona pace di Lombardo e del suo amico Cuffaro, questo è un delitto contro la Sicilia e il suo domani. A loro frutterà dei voti, ma fermerà il futuro di tutti".
La senatrice ha poi usato parole rassicuranti: "Voglio prendermi cura della Sicilia come farebbe una madre e spero di farlo insieme a tante altre madri. Il governo Cuffaro ha sprecato risorse. Nel 2006 l'amministrazione generale è costata alla Sicilia 2.177 milioni, contro i 626 della Lombardia. In compenso l'Isola ha impiegato 5 milioni in meno, sempre rispetto alla Lombardia, per la spesa sociale: non mi risulta che qui ne abbiamo meno bisogno". Finocchiaro si è impegnata "entro i primi sei mesi di governo a insediare una commissione di altissimo livello perché stili un piano strategico per l'efficienza degli uffici regionali e stabiliremo tempi massimi per i procedimenti amministrativi". Finocchiaro rivolgendosi agli imprenditori ha ringraziato "Confindustria per la dura presa di posizione contro il racket delle estorsioni. Non si può competere in un mercato segnato dalla presenza della criminalità. Bisogna rendere conveniente la legalità. E' necessario premiare quelle aziende che si comportano secondo le regole prevedendo una certificazione di qualità per le imprese che non pagano il pizzo e che non si avvalgono di capitali a partecipazione mafiosa".
La candidata del Pd ha promesso che "gli imprenditori non faranno più anticamera negli uffici degli assessorati ad aspettare di sapere se la loro pratica sarà mai chiusa e se e quando sarà chiusa perché non hanno e non abbiamo tempo da perdere. Semplificherò i procedimenti amministrativi cambiando regole e regolamenti. Possiamo tornare a essere il sale della terra, essere i migliori. La Sicilia è la porta d'Oriente, la prima regione d'Europa e non l'ultima provincia dell'impero". "Mi impegno anche a costituire un osservatorio della spesa pubblica regionale entro i primi 90 giorni di governo", ha detto. "Sarà una commissione indipendente che renderà pubblici i propri rapporti". La Finocchiaro ha anche parlato del Ponte sullo Stretto: "Non vorrei diventasse l'unico tema della campagna elettorale: non banalizzo la questione e rispetto chi è favorevole; ma vorrei che si prendesse sul serio anche la volontà di chi, come il governo Prodi, non ha ritenuto l'opera prioritaria. La Sicilia ha bisogno della mobilità tra i centri urbani e all'interno delle grandi città, così come ha bisogno di garantire la mobilità delle merci. Per questo bisogna favorire le opere stradali". Quindi un cenno al sindaco di Agrigento: "Zambuto? Mi è sembrato un po' confuso e insicuro. E' così giovane... Non sempre essere giovani è in sè una garanzia di forza interiore". Il consigliere comunale agrigentino del Pd, Beppe Arnone, ha fatto stampare dei manifesti con scritto: "Marco Zambuto il coraggio di tradire Agrigento e gli agrigentini". Alcuni manifesti sono esposti a Villa Athena dove Finocchiaro ha letto il suo discorso ai siciliani.
A proposito dell'aeroporto di Agrigento, "al momento non rappresenta una priorità. Bisognerà studiare il traffico aereo prima di decidere sul da farsi. Non faremo mai come fece Lombardo, tempo fa, che promise un aeroporto nella piana di Catania e quando venne eletto non se ne fece più nulla. Per Agrigento soltanto quando avremo i dati di un possibile traffico aereo che renderà in termini economici allore decideremo. I soldi dei siciliani vanno spesi bene e non sprecati".
Argomento rifiuti: "Gli inceneritori tanto voluti, quasi sognati da Cuffaro, noi non li faremo. I quattro previsti per tutta l'Isola non si faranno. E non si farà quello che il precedente governo regionale aveva previsto per Casteltermini, nella zona montana di Agrigento. Tornerò qui dopo aver studiato e farò anche dei numeri sul perché non farlo".
Infine la sfida con Lombardo: "Sarà durissima. Al momento, e credo che d'ora in avanti sarà sempre così, l'aria è tesa. L'unica nota positiva di questo inizio di campagna elettorale è che per ora la battaglia viene mantenuta su toni civili". Sull'altra candidata alla presidenza dell'Ars, Sonia Alfano, della lista di Beppe Grillo, Finocchiaro si limita a dire: "Le auguro buona fortuna". Poco prima di scendere dal palco, un'asse di legno ha ceduto, ma per fortuna senza conseguenze.
01/03/2008

Non cannoli, ma solide realtà. La fabbrica di voti di Raffaele Lombardo

Marzio Tristano
L'erede non bacia, stringe gelidamente la mano. Non dà del «tu», offre e pretende rigorosamente il «lei». Non festeggerebbe mai una sentenza, né di condanna né di assoluzione con un vassoio di cannoli e mai indosserebbe una coppola, neanche per scherzo. Il potere, per lui, è una cosa estremamente seria, da coltivare anche alle 4 del mattino, nelle riunioni periodicamente convocate con i suoi fedelissimi. Sparito dal palcoscenico siciliano il volto roseo e bonaccione del suo amico Totò Cuffaro, condannato a 5 anni per favoreggiamento a singoli mafiosi, il nuovo messia siciliano del centrodestra ha il viso arcigno e mai sorridente di Raffaele Lombardo, 59 anni, psichiatra forense, erede unico con la benedizione di Berlusconi di un sistema che in Sicilia è una gigantesca fabbrica di voti. Tramontato il cuffarismo, immobilità democristiana tra baci e cannoli senza un'idea di sviluppo, si apre ora la stagione del «lombardismo», in nome della rivendicazione dell'autonomia siciliana ai confini con il separatismo, ed in perfetta continuità con il passato: i due provengono dallo stesso vivaio, quello dell'ex ministro Lillo Mannino, democristiano doc con la passione del potere impigliato, come i suoi due pupilli, nelle maglie della giustizia. E come Mannino anche Raffaele Lombardo ha conosciuto il carcere per ben due volte, dalle quali, però, è uscito con il bollo di una assoluzione. Accade in piena Tangentopoli, nel '92, quando dalla sua segreteria politica uscirono in anticipo i temi per un concorso di medici alla Usl 35. Le indicazioni per gli «amici» erano molto precise: i candidati avrebbero dovuto scrivere una parola di due lettere, cancellata, all'inizio del secondo e dell'ottavo rigo. La guardia di finanza trovò gli elaborati «taroccati», Lombardo fu condannato a un anno e mezzo in primo grado e poi assolto in appello. Due anni dopo, però, tornò in carcere, insieme ad altri big della politica siciliana, Salvo Andò e Rino Nicolosi, dopo che il presidente dell'Inter Pellegrini rivelò di avere versato ad un comitato di politici cinque miliardi di lire per aggiudicarsi l'appalto della mensa dell'ospedale Vittorio Emanuele di Catania. Lombardo venne accusato di corruzione, ma il reato venne derubricato in finanziamento illecito ai partiti e dichiarato prescritto.

Siamo nel 1999 e don Raffaele, già assessore regionale agli enti locali, decide di ripartire dall'Europa, facendosi eleggere nelle file dell'Ccd, da dove ricomincia il suo paziente lavoro capillare nel territorio catanese, divenuto oggi il quartier generale del suo impero politico: don Raffaele controlla 5 deputati e 3 senatori, 18 parlamentari regionali, 80 sindaci, 97 assessori comunali e 288 consiglieri, 21 assessori provinciali e 39 consiglieri. Ha il controllo totale e dettagliato di ogni ospedale della Sicilia orientale, decide nomine di amministratori, primari, infermieri e barellieri, ha fatto assumere oltre 2000 precari nelle aziende e nei consorzi pubblici: delle acque, del vino, dei rifiuti, dei forestali. Ha «incoronato» numerosi burocrati regionali, commissari dei consorzi di bonifica, vertici dell'Ato rifiuti, amministratori della Fondazione Banco di Sicilia, delle aziende partecipate del Comune di Catania, degli istituti autonomi delle case popolari, delle cooperative e della Protezione civile. Nel 2000 è vicesindaco di Catania ed eletto presidente della provincia nel 2003, carica che ricopre ancora; nel 2004 viene riconfermato europarlamentare, nelle file dell'Udc, dopo le dimissioni di Cuffaro. Ma la sua gestione è duramente attaccata dall'interno e nel 2005 è costretto ad andare via trascinandosi dietro un elettorato nelle sue punte più illuminate affamato di nuove prospettive e diffidente nei confronti dei partiti tradizionali. Nasce così il sogno autonomista, con la benedizione di Umberto Bossi: «Questo Raffaele Lombardo mi sembra una brava persona, oggi è stato un buon colloquio. Queste sono cose che si mettono in piedi oggi e che renderanno nel tempo», dirà il leader padano dopo averlo incontrato. Nell'aprile 2005 nascono quattro liste, tra cui il Movimento per l'Autonomia che, raccogliendo complessivamente il 20% circa di voti, si rivelano decisive per rieleggere Umberto Scapagnini (Forza Italia) sindaco di Catania. Ma le politiche sono alle porte, l'esito si annuncia imprevedibile e la collocazione del Movimento resta ancora incerta: don Raffaele incontra Fassino e in Sicilia lascia che i suoi corteggino il centrosinistra: «Come può un assessore del governo regionale fare un comizio con i deputati del centrosinistra?» si chiedeva Filippo Drago, uno dei dissidenti dell'Udc catanese. Il resto è storia recente: in Sicilia la stella di Cuffaro tramonta sotto i colpi dei giudici, don Raffaele lo consola e lo consiglia: «Dimettiti, e prenditi un poco di riposo». Adesso, ci pensa lui.
02.03.08

Programma per ricordare il 60° anniversario della morte di Placido Rizzotto

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