domenica 16 dicembre 2007

PROFESSIONE "SPICCIAFACCENDE": Caf e patronati, il business

di Antonio Frischilla
Un boom d´invalidi, cresciuti al ritmo di quasi duemila all´anno a Palermo e provincia tra il 2001 e il 2006. Un boom che ha mosso un giro d´affari di oltre 6 milioni di euro agli enti che raccolgono le domande d´invalidità, Caf e patronati su tutti. Spesso, una volta riconosciuta l´invalidità dell´assistito, la prima rata della pensione va alla società che ha presentato la domanda. E Palermo negli ultimi anni ha dimostrato di essere un mercato costantemente in crescita. Da qui il proliferare continuo di patronati e Caf (centri assistenza fiscale) che teoricamente dovrebbero avere una sede fissa ed essere collegati a un Caaf (centri autorizzati): nel palermitano ce ne sono solo quattro, quelli legati ai sindacati Cgil, Cisl e Uil e alla Confartigianato.
Alla base del giro d´affari c´è comunque il costante aumento di pensioni d´invalidità civili erogate nella provincia di Palermo. Nel 2001 le pensioni di questo tipo nel palermitano erano 42 mila, nel 2005 sono arrivate a quota 55.270 (tutte erogate dall´Inps dopo al riforma del sistema pensionistico del 2002). Nel 2006 inoltre sono state accolte dalla prefettura altre 15 mila domande per accedere ai benefici economici dell´invalidità. L´assegno medio erogato dall´Inps è di 460 euro e va a chi ha una invalidità superiore al 75 per cento. Considerando quindi una crescita media di circa duemila nuove pensioni all´anno, il giro d´affari andato agli enti che hanno presentato la domanda arriva a oltre sei milioni di euro, tra il 2001 e il 2006.
Ma come si presentano le domande? Le pratiche vengono istruite dai patronati e anche dai Caf. Qui si raccolgono i certificati medici e si compila il modulo per avere l´assegno d´invalidità. «Ogni Caf deve essere collegato ai Caaf da noi autorizzati, che a Palermo sono solo quattro - spiegano dell´Agenzia delle entrate - Ma censire tutti i Caf presenti nel palermitano è impossibile perché la legge non vieta collegamenti con centri autorizzati di altre regioni. I controlli li facciamo chiaramente a campione». Ma c´è di più: le domande d´invalidità si presentano soprattutto attraverso i patronati, a questi, a loro volta, si possono collegare dei Caf.
Il risultato? Un groviglio inestricabile che porta all´apertura e chiusura di Caf e patronati in ogni strada della città, gestiti da "spicciafaccende" ma non solo. Sono molti i consiglieri comunali e di circoscrizione che attraverso Caf e patronati hanno costruito la loro base elettorale. Da qui il proliferare di questo tipo di enti. «Se ne vedono a decine in ogni quartiere, e poi scompaiono improvvisamente», dice Nino Reale, segretario regionale dello Spi-Cgil. A Palermo e provincia i Caf esterni a organizzazioni di categoria (come la Confederazione degli agricoltori, a esempio, che ne ha uno in ogni sua sede locale) sono appena 25 e i patronati 56. Ma basta dare un´occhiata in giro per la città, che salta all´occhio come ci siano Caf e patronati in ogni angolo, dal centro (in via Roma c´è un Caf senza alcuna sigla con la pubblicità «Qui si presentano domande d´invalidità civile»), alla periferia. «Ormai basta un ragioniere che dice di essere collegato a qualche Caaf autorizzato nel resto del Paese, per raccogliere domande fiscali e d´invalidità - continua Reale - Spesso si promette di avere i legami giusti per superare la seconda fase, quella delle visite mediche».
Per avere erogata la pensione occorre superare quattro livelli. Prima le visite mediche della Ausl, tramite delle commissioni ad hoc. Poi i certificati vengono vagliati dalle commissioni sanitarie del ministero dell´Economia (a Palermo in viale Regione Siciliana). La terza fase prevede eventuali ricorsi che vengono esaminati dalle Ausl. L´ultimo step è quello della prefettura che dà il via libera definitivo all´erogazione dell´assegno d´invalidità mensile, che scatta solo con una menomazione superiore al 75 per cento. Ma anche a chi viene registrata una menomazione superiore al 46 per cento scattano dei benefici, come pass auto, iscrizione alle liste di collocamento ed esenzione da qualsiasi tipo di ticket.
Il cuore del business non riguarda solo i singoli invalidi, ma anche gli enti che presentano la prima domanda, che non a caso soltanto nel 2006 hanno sformato richieste per 65 mila invalidi, e di queste la prefettura ne ha accolte solo 15 mila. «Occorre stare sempre attenti a chi promette soluzioni facili, perché al di la di tutto è sempre chi firma l´autocertificazione che è penalmente responsabile di eventuali false documentazioni - dice Giovanna Cento, segretaria regionale dei Caaf-Cgil - A mio parere, comunque, la grande crescita di domande d´invalidità è dovuta anche un una pressione sociale: abbassandosi i livelli di reddito si cerca di trovare soluzioni alternative. Questo boom d´invalidità è la spia di un fenomeno più ampio di disagio sociale che non deve essere sottovalutato».
da la Repubblica

Purtroppo, non si tratta di fenomeni che accadono solo altrove. Anche Corleone ormai è diventato un luogo dove nascono patronati e caf improvvisati, per motivi politico-elettorali o per motivi affaristico.personali. Spesso, “dietro” simili operazioni vi sono personaggi politici e davanti ominicchi-paravento…

SINISTRA EHI! Parlarsi “per”

di Rossana Rossanda
Come siamo frettolosi e snob davanti al primo tentativo della galassia delle sinistre di mettersi assieme. Pare che i più scafati manco siano andati a vedere. Eppure non ci sono alternative, o si lascia la sfera politica a Veltroni, e noi ci contentiamo di essere, se va bene, frammenti interessanti e intelligenze o mozioni, o si ricomincia a parlarsi «per». Per fare assieme qualche cosa che freni la deriva alla centralizzazione sfrenata del dominio del denaro e delle merci che ci frantumano ciascuno nel singolo e nei pochi. Raramente in transitorie masse.
Si dirà: ma in fondo da questa parte del mondo ce la caviamo, perlopiù abbiamo un tetto sopra la testa, un piatto da mangiare, un po' di compassione per gli esclusi. È vero, mettere un freno al meccanismo mondialmente in atto è impellente dove esso produce subito morte, e non è il nostro caso. Non per l'assoluta maggioranza di noi, e delle minoranze miserabiliste chi se ne frega? Così alla cancellazione della Cosa Rossa - espressione cretina - da parte delle maggiori testate (eccezione Rai1) si è aggiunta la freddezza nostra, coperta dai quattro morti della Thyssen, come se un incidente del lavoro di questa natura non fosse un evento messo in conto dal meccanismo oggi dominante.
Non sono d'accordo. Per quel che so, la riunione di sabato e domenica non ha dato che una risposta, la decisione di lavorare assieme, obiettivo minimo non andare dispersi alle prossime elezioni, non molto ma meglio di niente, obiettivo massimo, ma poco interrogato, diventare un partito. Per dir la verità, oggi è lo stesso, e lo sarà fin che manca una elaborazione comune sul punto in cui siamo e un tentativo comune di interpretazione delle diverse soggettività presenti, di quel che ciascuna mette nelle diverse sigle o movimenti, per cui uno o una stanno in questo e non in quello. Ma una cosa è starci come un tassello di un mosaico complesso, sulla cui natura e destino si moltiplicano gli interrogativi, un'altra è starci in soddisfatta autosufficienza. Se questa sembra finita - anche per le insigni zuccate prese - un lavoro assieme può cominciare. Anche con le femministe, che vengono da molto lontano e in questo primo incontro hanno contrapposto a un rituale un altro loro rituale, facendosi rispondere da rituali parole, ma che per pesare davvero dovranno dimostrare come non ci sia cespuglio del paesaggio politico in cui siamo che non sia traversato dal conflitto fra i sessi, anch'esso in via di mutamento. Conflitto che - ha ragione Dominijanni - non va ridotto a preferenze sessuali, che appartengono e devono restare all'individuale libertà. Lasciamo l'elenco al Vaticano. Farne delle figure o tipologie sociali conduce dritti, credenti o non credenti, a qualche Malleus Maleficarum (alias caccia alle streghe).
Per conto mio, la prima urgenza è garantire un'area, un perimetro, una disponibilità dentro alle quali parlarsi, rispondersi, cercar di costruire una piattaforma che conti sulla scena delle idee, su quella sociale e su quella istituzionale. Dei limiti di quest'ultima si può dire molto, ma senza di essa conta di meno, così come ridursi a essa significa tagliarsi radici e canali di alimentazione.
Tema prioritario? Secondo me capire come i soggetti singoli e collettivi siano prodotti o intaccati o condizionati, o resi meno liberi, dal meccanismo economico-politico dei poteri oggi mondialmente dominanti. Meccanismo articolato, in mutazione, produttore di lacerazioni anche interne, ineludibile. Ma a sua volta condizionato dalle soggettività che innesta o con le quali si scontra.
La vecchia storia, Marx sì Marx no, si misura su questo criterio. Non è riconducibile, come si usa, alla «questione del lavoro». Per contro, una soggettività non si misura su un'altra soggettività, ma tutte e due con, per così dire, la pesantezza del mondo. Non vedo difficoltà per chi sta oggi attorno a Rc o al Pdci, salvo finirla con la negazione o riaffermazione di un «da dove veniamo» (che sarebbe l'ora di guardare in faccia invece che celebrare o esecrare). Né vedrei difficoltà negli ecologisti: come O'Connor, ma anche senza di lui, sanno bene quanto delle razzie contro gli equilibri naturali o ambientali dipenda dal denaro e dalla mercificazione generale.
La battaglia per l'ecosistema non ha avversari diversi da quelle per/contro il lavoro salariato e contro le guerre. Quanto ai movimenti, la loro filosofia rende più semplice aderire a tutto o a questo o a quello mantenendo un'indipendenza. Lo stesso vale per la causa delle donne, che peraltro non si esaurirà mai neanche nella più complessa e raffinata delle politiche - il femminismo sa bene che non è «una delle» esperienze, è costituiva della specie umana. Credo infine che anche i nostri giornali dovrebbero mettere a disposizione non la loro autonomia ma le loro teste. Dimenticavo la questione del leader. Beh, il leader viene ultimo. E dovrebbe lavorare come lo stato, alla propria estinzione ... è il peggio del famoso partito. Per ora non me ne occuperei.
dal manifesto

sabato 15 dicembre 2007

Umberto Santino, Ricordati di ricordare...

Una poesia per tutte le vittime innocenti di mafia...

Ricordati di ricordare
coloro che caddero
lottando per costruire
un'altra storia
e un'altra terra
ricordali uno per uno
perché il silenzio non chiuda per sempre
la bocca dei morti
e dove non è arrivata la giustizia
arrivi la memoria
e sia più forte
della polvere
e della complicità
Ricordati di ricordare
l'inverno dei Fasci quando i figli dei contadini del Nord
spararono sui contadini del Sud
e i mafiosi aprivano il fuoco
sapendo di esserei cecchini dello Stato
Ricordati di Emanuele
che fu accoltellato dai sicari degli speculatori
e del trionfo degli assassini
nella città cannibale
Ricordati di ricordare
il sangue versato sulla terra
e le file lunghe degli emigranti
che portarono la Sicilia sulle piazze del mondo
a svendersi come merce a buon mercato
Ricordati di Luciano
Lorenzo Bernardino
Nicolò Giovanni
Sebastiano
Andrea Nunzio
Agostino Gaetano
Accursio Giuseppe Vincenzo
Epifanio Placido
(e del bambino Giuseppe
che vide l'assassinio di Rizzotto
e il medico-capomafia Navarra
cancellò per sempre
la verità dei suoi occhi)
Calogero Filippo Carmelo
e di tutti gli altri
che hanno perduto
vita e nome
Ricordati di Margherita
Vincenzina Castrenze Filippo Francesco
Giorgio Giovanni Giuseppe
Serafino Vito
che confusero il loro sangue
con le ginestre
che sbocciavano
nel mattino di maggio
Ricordati di Salvatore
che morì abbracciato alla terra
della madre Francesca
che chiedeva giustizia e trovò lo scherno degli assassini
Ricordati di Peppino
che infranse i comandamenti dei padri
sbeffeggiò il potere
ed esplose sui binari
Ricordati di Pio e Rosario
che erano comunisti e lottavano contro la mafia
e per la pace
Ricordati di Pasquale
Piersanti Giuseppe
che cercarono di spezzare
il patto con il delitto
Ricordati di Mario Pippo Mauro Beppe
che vedevano e parlavano
mentre gli altri tacevano
e non guardavano
Ricordati di Graziella che ancora si chiede perché
della sua vita rubata
Ricordati di Claudio
che giocava con i suoi undici anni
e incontrò la morte a un angolo di strada
Ricordati di Barbara
Giuseppe e Salvatore
che svanirono
nel lampo di Pizzolungo
Ricordati di Giuseppe
che sognava di volare sul cavallo dell'alba
e trovò la notte
nelle mani del boia
Ricordati di Mario Silvio Calogero
Pasquale Eugenio Mario Giorgio
di Filadelfio
di Boris
di Cesare e Lenin
di Domenico Giovanni Salvatore
di Emanuele di Gaetano
di Vito
di Luigi Silvano Salvatore Giuseppe
di Carlo Alberto Emanuela Domenico
di Calogero
di Giangiacomo
di Mario Giuseppe Pietro
di Rocco Mario Salvatore Filippo
di Beppe di Ninni e Roberto
di Natale
di Antonino e Stefano
di Ida e Antonino
e del loro figlio non nato
di Rosario e Giuliano
di Giovanni Francesca Antonio Rocco Vito
di Paolo Agostino Claudio Emanuela Vincenzo Walter
di Giuseppe
che servivano lo Stato
e trovarono la morte in agguato
e la solitudine alle spalle
Ricordati di Biagio e Giuditta
che attendono ancora la vita
al capolinea della morte
Ricordati di Libero
che non volle piegarsi
mentre la città era ai piedi
degli estortori
di Pietro Giovanni
Gaetano Paolo e Giuseppe
che seppero dire di no
Ricordati del medico Paolo
che non volle attestare il falso
di Giovanni che denunciò
gli ordinari misfatti
sulle scrivanie della regione
Ricordati di Rita
che non volle più vivere
perché avevano ucciso
la speranza
Ricordati di Giorgio
di Costantino di Stefano di Pino preti di un Cristo quotidiano
fratello degli ultimi
crocifisso dai potenti
Ricordati di Giuseppe
di Domenico di Filippo sangue ancora vivo
nomi che dobbiamo ancora aggiungere
al nostro rosario di morti
Ricordati di ricordare
i nomi delle vittime
e i nomi dei carnefici
(i notissimi ignoti
di ieri e di oggi)
perché tutte le vittime
siano strappate alla morte
per dimenticanza
e i carnefici sappiano
che non finiremo mai
di condannarli
anche se hanno avuto
mille assoluzioni
Ricordati di ricordare
le impunità
le protezioni
le complicità
gli interessi
che hanno fatto di una banda di assassini
i soci del capitale
e i gemelli dello Stato
Ricordati di ricordare
ora che le bombe degli attentato
riscuotono le città
che vogliono affrancarsi
e sui teleschermi della seconda repubblica
si intrecciano i segnali
delle nuove alleanze
Ricordati di ricordare
quanto più difficile è il cammino
e la meta più lontana
perché
le mani dei vivi
e le mani dei morti
aprono la strada

Luglio 1994 - ottobre 2000

giovedì 13 dicembre 2007

VERTENZA OSPEDALE CORLEONE: IL COMUNICATO DELLA CGIL

I LAVORATORI DELL’OSPEDALE DI CORLEONE RIUNITI IN ASSEMBLEA HANNO DECISO DI ORGANIZZARE UN PRESIDIO PERMANENTE C/O LA STRUTTURA SANITARIA.
L’INIZIATIVA SI E’ RESA NECESSARIA PER RIVENDICARE IL RISPETTO DEGLI IMPEGNI ASSUNTI E RINVIATI DI MESE IN MESE DAL DIRETTORE GENERALE DELL’AZIENDA USL 6 PER IL SUPERAMENTO DELLA GRAVE CARENZA D’INFERMIERI, OPERATORI SOCIO SANITARI ED AUSILIARI CHE PREGIUDICA IL FUNZIONAMENTO DELL’OSPEDALE E MINACCIA LA SALUTE DEGLI OPERATORI .
L’ASSEMBLEA HA GIUDICATO INADEGUATA LA NOTA DELLA DIREZIONE GENERALE PERVENUTA NEL CORSO DELLA RIUNIONE CON LA QUALE SI PROMETTE DI AFFRONTARE LE QUESTIONI A PARTIRE DA GENNAIO ’08.
SERVONO SOLUZIONI IMMEDIATE, DICHIARA MARIO SCIALABBA DELLA F.P. CGIL DI PALERMO PER GARANTIRE SERENITA’ AI LAVORATORI ED ASSISTENZA SANITARIA DI QUALITA’ AI CITTADINI.
IN CONSIDERAZIONE DELLA RILEVANZA DELLE QUESTIONI AL CENTRO DELLA VERTENZA, ELVIRA MORANA SEGRETARIA DELLA CDL DI PALERMO RITIENE FONDAMENTALE ANCHE L’INTERVENTO DEL SINDACO DI CORLEONE E DI COMUNI LIMITROFI NON SOLTANTO PER SBLOCCARE IMMEDIATAMENTE LA VERTENZA MA AL CONTEMPO ESSERE PROTAGONISTI NELLE SCELTE CHE VANNO FATTE ALLA LUCE DEL PIANO DI RIENTRO.
NON SI DEVONO FORNIRE ALIBI A NESSUNO, CIASCUNO DEVE OPERARE AFFINCHE’ IL PIANO SANITARIO REGIONALE . NON SIA EMBLEMA DI TAGLI ED INEFFICIENZE MA AL CONTRARIO OTTIMIZZAZIONE DEI SERVIZI A TUTELA DELLA CITTADINANZA
La Fp-Cgil e la Camera del lavoro di Palermo
13 dicembre 2007

mercoledì 12 dicembre 2007

La Biblioteca Marchese, una realtà culturale a Giuliana

di DORA MARAN
C’era una volta (e c’è ancora) la figura del medico umanista, una tradizione che, come un fiume carsico, scorre da Giovanni Meli a Giuseppe Pitrè e a Salvatore Salomone Marino per arrivare ai contemporanei Giuseppe Bonaviri, Antonio Pasqualino ed Aldo Gerbino, tanto per limitarci alla sola Sicilia, con qualche presenza ancora oggi inattesa, come quella di Antonino Giuseppe Marchese, attivo in un piccolo centro dell’entroterra palermitano, Giuliana, ove ha fondato, tra l’altro, una ricca biblioteca, con i suoi circa 12.000 volumi raccolti nell’arco di un trentennio.
Allogata al pianoterra della sua casa natale, al n° 9 di via Tomasini, una stradina del centro storico nei pressi del castello medievale, essa è meta di numerosi studiosi, non solo del territorio, con preferenza degli studenti universitari, che vi trovano libri specialistici per le loro tesi di laurea, specie di architettura e di storia dell’arte siciliana, storia medievale e moderna, etnoantropologia. Una sezione della biblioteca è riservata ai volumi sulla storiografia municipale dell’isola, ma non mancano classici della letteratura italiana ed europea, latina e greca, manuali di storia dell’arte, di storia della musica e di storia della scienza, riviste letterarie e scientifiche, enciclopedie tematiche e generali. Per non parlare della sezione dei libri con dedica di autori illustri (Vincenzo Consolo, Giorgio Forattini, Pino Caruso). Manca lo schedario dei libri poiché il suo fondatore ne ritiene a mente tutti i titoli. Tra i grandi assenti c’è anche il computer, con evidente disappunto di Bill Gates; ma non manca la storica Olivetti lettera 22 che fu tanto cara ad Indro Montanelli e a Leonardo Sciascia e che ha trovato collocazione nella sezione moderna del Metropolitan Museum di New York.
Vi è annessa, pure, una cospicua raccolta di pietre dure, provenienti dal territorio, i famosi diaspri di Giuliana, che furono catalogati per primo, nel tardo ‘700, da un viaggiatore polacco, il conte de Borch, ma che erano già noti sin dal ‘500 alla famiglia Medici, che le faceva estrarre per il proprio Opificio fiorentino delle pietre dure.
Quasi a manifesto del suo credo culturale, Antonino Marchese ha voluto riportare, esposte in un cartiglio appeso ad una parete, alcune celebri frasi di pensatori antichi e moderni: “Una vita senza ricerche non è degna per l’uomo di essere vissuta” (Socrate); “Una casa senza libri è come un corpo senza anima” (Cicerone); “Soltanto l’uomo colto è libero” (Epitteto); ”Un libro deve essere un’ascia nel mare di ghiaccio che è dentro di noi”(Franz Kafka); “Con lo scrivere si può forse cambiare il mondo, con il narrare non si può” (Consolo).
La “biblioteca Marchese” ha ricevuto negli anni passati la visita di varie personalità di fama internazionale come lo storico dell’arte tedesco Wolfgang Krönig (Università di Colonia), e i sociologi americani Jeane e Peter Schneider, ed in epoca più recente dell’antropologo olandese Anton Blok (Università di Amsterdam), del geologo e ricercatore tedesco Ralf Schmidt, del biologo italiano dello sviluppo Giovanni Giudice (Università di Palermo), dello storico italiano del mondo antico Giuseppe Nenci (Università di Pisa), dello storico e critico d’arte Vittorio Sgarbi, dello storico ed ecclesiastico Cataldo Naro (il compianto arcivescovo di Monreale), del poeta-magistrato siciliano Antonio Osnato e del dermatologo palermitano Salvatore Amato (attuale presidente dell’Ordine dei medici di Palermo).
Anche Giuseppe Colca, assessore ai Beni Culturali della Provincia Regionale di Palermo, ha voluto visitare la “biblioteca Marchese”, che costituisce, a suo dire, “un fenomeno unico nel panorama culturale del Corleonese, e non solo, degna di stare a fianco di altre notevoli risorse culturali come il Museo dell’Orologio ‘Famiglia Scibetta’ di Bisacquino ed il Museo Etnografico ‘San Leoluca’ di Corleone, quest’ultimo fondato da don Calogero Giovinco e dai suoi collaboratori. Tale biblioteca -prosegue ancora Colca- se non altro per il suo spiccato ruolo sociale, meriterebbe l’attenzione delle istituzioni; tanto più che il suo fondatore, il Dottore Marchese, è uno studioso apprezzatissimo, e non solo da parte del mondo accademico, con al suo attivo numerose pubblicazioni sulla storia del territorio, entrate ormai a pieno titolo nella bibliografia ufficiale nazionale”.
Intellettuale di scoglio piuttosto che di mare aperto, studioso appartato ma non isolato, grande organizzatore culturale (di recente ha curato, a Chiusa Sclafani, su invito del Comune, un convegno di studi sulla storia della medicina rinascimentale in Sicilia, in omaggio a Giovanni Filippo Ingrassia, con la partecipazione di oltre trenta studiosi), Marchese ha partecipato, tra l’altro, ad alcune iniziative editoriali della Provincia Regionale di Palermo, sia come redattore dei Personaggi di Provincia, a cura di Tommaso Romano, che come curatore dell’opera collettanea L’Abbazia di Santa Maria del Bosco di Calatamauro, fresca di stampa, fortemente voluta dall’assessore Colca.
Antonino Giuseppe Marchese è nato nel 1949 a Giuliana, ove ha trascorso gli anni dell’infanzia e della prima adolescenza per poi trasferirsi, nel 1963, a Palermo ove ha intrapreso gli studi superiori ( è stato allievo del liceo scientifico statale “Stanislao Cannizzaro”, di cui ricorda ottimi maestri come Salvatore Onufrio e Laura Catalano), per poi iscriversi alla facoltà medica dell’Università, conseguendo la laurea con una tesi di istologia.
Formatosi nella temperie politico-culturale del Sessantotto (pur non definendosi propriamente un “sessantottino”) è venuto in contatto per tempo con taluni intellettuali palermitani come Piero Violante, Aurelio Pes, Aldo Gerbino e Salvatore Pedone. Ha quindi frequentato, negli anni Settanta la biblioteca della Società Siciliana per la storia Patria (divenendone poi socio, su invito di Massimo Ganci) aderendo anche all’Associazione per la Conservazione delle tradizioni popolari fondata da Antonio Pasqualino. Studioso dai molteplici interessi, collaboratore delle pagine culturali di vari giornali e riviste, a diffusione regionale e nazionale, (“Il domani”, “Avvenire”, “Cronache”), viene in contatto, nei primi anni Ottanta, con l’editore Renzo Mazzone, titolare della casa editrice Ila-Palma, col quale ha pubblicato il maggior numero dei suoi libri.
Nel 1997 è stato nominato Cultore di storia dell’arte nella facoltà di Ingegneria dell’Università di Palermo e nel 1999 gli è stato conferito il Premio Letterario Internazionale “Pietro Mignosi” (per il suo volume Jacopo Siculo, pittore del sec XVI, con prefazione di Giovanna Sapori). Attualmente Marchese vive a Giuliana, ove affianca alla sua professione di medico l’interesse per la ricerca storica, praticando anche, nelle ore libere, l’agorazein (proprio come i greci dell’età di Socrate), scendendo cioè in piazza alla ricerca di persone anziane con le quali conversare, specie ex contadini ed artigiani, depositarie della memoria storica della comunità.
Medico e storico, con all’attivo circa trenta pubblicazioni, non avverte dunque una qualche contraddizione tra i due ruoli?
«Certamente no, ove si ricordi che la medicina è la più 'umana' tra tutte le scienze e che l’Umanesimo (le humanae licterae) si basa appunto sull’attività spirituale e culturale dell’uomo. D’altra parte, la separazione tra le due branche del sapere, quello scientifico e quello umanistico, è il frutto della cultura post-illuministica; sino al ‘700, infatti, i due saperi erano unificati, ove si pensi a figure come Galileo e Cartesio, ed ove si ricordi, anche, che la riforma degli studi medici voluta da Federico II, fondatore dell’Università di Napoli, oltre che promotore della famosa Scuola poetica siciliana, prevedeva il rilascio del titolo dottorale in “medicina e filosofia”».
Mi sembra che ci sia stata un’evoluzione nel suo percorso storiografico: da storico locale a storico dell’arte e a storico della medicina. C’è un filo conduttore che lega questi tre aspetti della ricerca?
«In un certo senso si: è il territorio che fa da tessuto connettivo a questi tre filoni di ricerca. I miei primi interessi su Giuliana (il castello, le chiese, gli stuccatori Ferraro, le feste religiose) si sono poi estesi all’area corleonese (e alla Sicilia, più in generale) con particolare attenzione all’arte di Chiusa Sclafani (i fabbri lignari Lo Cascio), di Bisacquino (la presenza di Giacomo Serpotta) e di Corleone (tra i Gagini e i Ferraro), nonché alla storia della medicina (gli speziali di Corleone del ‘700; Ingrassia e i medici di Chiusa Sclafani del ‘500). Recentemente ho redatto anche un centinaio di voci di medici per l’Enciclopedia della Sicilia dell’editore Ricci, a cura di Caterina Napoleone».
Crede che sia più facile occuparsi di microstoria piuttosto che di macrostoria?
«La “microstoria”, il cui termine è stato coniato dalla scuola francese di Les Annales, non si può studiare bene senza la conoscenza della “macrostoria” e viceversa. Per lo storico della prima bisogna, infatti, puntare un occhio al microscopio ed uno al cannocchiale, altrimenti si rischia di non comprendere a pieno i fenomeni locali, non solo di natura storica ma anche linguistica. Lo stesso Benedetto Croce ha voluto studiare la storia della sua piccola città, Pescasseroli, oltre che di Napoli, d’Italia e d’Europa».
Si spieghi meglio.
«Studiando la microrealtà culturale di Giuliana, sia in senso sincronico che diacronico, mi sono imbattuto, per esempio, in una ninna-nanna (da me raccolta dalla tradizione orale) che fa riferimento, tra l’altro, al basilico, una pianta carica di contenuto simbolico che si incontra anche in una composizione analoga della Romania studiata da Antonino Uccello. Anche il termine lupucuviu da me registrato a Giuliana, che sta ad indicare una persona scontrosa e asociale, viene collegato dai linguisti più qualificati, come Antonino Pagliaro, al latino “lupus Iguvii” (lupo di Gubbio) e perciò alla predicazione dei francescani, i cui conventi erano massicciamente presenti in area corleonese, e quindi anche a Giuliana, ove nel convento di Sant’Anna visse, tra gli altri, San Benedetto il Moro. Per fare ancora un’ultimo esempio, e in relazione alla medicina popolare tradizionale, ho avuto modo di raccogliere, sempre a Giuliana, una locuzione del seguente tenore: ‘u muzzicuni du cani si cura cu ‘u pilu du cani (il morso del cane si cura col pelo del cane stesso che ha morsicato), il che deriva con estrema evidenza dall’antico sapere della medicina omeopatica, col suo principio del simile che cura il suo simile (similia similibus curantur)».
Dunque Giuliana come osservatorio privilegiato della grande storia?
«Tale concetto era stato in verità già intuito da Monaldo Leopardi, padre di Giacomo, che fu un apprezzato storico locale, allorché ebbe a rilevare come “pure da una piccola finestra di un piccolo centro come Recanati si può osservare il mondo”. Evidentemente con l’ausilio di una vista acuta. Lo stesso Sciascia amava leggere un giornale “locale” pubblicato nella vicina cittadina di Sambuca di Sicilia (la patria dello scrittore verista Emanuele Navarro della Miraglia) e diretto da Alfonso Di Giovanna, al quale anch’io ho collaborato, poiché vi vedeva riflesso un rapporto mutuale tra microrealtà e macrorealtà».
Quali sono i suoi progetti culturali per l’immediato futuro?
«Nell’immediato, la pubblicazione dei Conti civici di Giuliana (ossia i bilanci del Comune) della prima epoca borbonica, con prefazione di Leoluca Orlando, poi la stesura dell’editio maior dei Ferraro da Giuliana e quindi di un libro, condotto sul filo della memoria, incentrato sul mondo contadino di Giuliana, definitivamente spazzato via alle soglie degli anni Sessanta del secolo appena trascorso, sia per la massiccia emigrazione che per l’irruzione della televisione (o “videozia” come la chiamano oggi i sociologi americani) che ha preso il posto dell’arcolaio nelle umili abitazioni del paese. Convinto come sono che la memoria storica (o filogenetica) di un luogo si prolunga necessariamente in quella umana (o ontogenetica) dello studioso che vive in quel determinato luogo, anche perché, parafrasando Konràd, possiamo dire che ricordare è umano, la cosa più umana di per sé. Del resto non è questa anche la “scienza certa” alla quale allude Gerge Luis Borges?».

Dora Maran

FOTO. Dall'alto in basso:
Con il critico d’arte Vittorio Sgarbi (17 aprile 2004);
Con l’arcivescovo di Monreale Cataldo Naro (2 marzo 2005);
Con l’assessore provinciale alla Cultura Pino Colca (2 dicembre 2007);

lunedì 10 dicembre 2007

Palermo, Il recupero di un giornalismo etico

di Stefano Fantino

Palermo, memoria e impegno per una nuova informazione

Un signore dai capelli bianchi, raggiunge il palchetto per parlare all'uditorio dopo essere rimasto in fondo alla sala: «Di una sentenza parlano in pochi, si dimentica facilmente. Se la utilizzi come fonte, se la diffondi, diventa una verità comune maggiormente condivisa».
Quel signore si chiama Salvo. Una ruvida verità la sua, un metodo di lavoro interessante per fare giornalismo antimafia e allo stesso tempo una delle cause dei bavagli imposti all'informazione in Sicilia, ma non solo. Quel signore la conosce bene questa realtà, quel signore si chiama Salvo Vitale. Animatore di Radio Aut insieme a Peppino Impastato, Vitale da molti anni impegnato nell'antimafia ha voluto portare il suo contributo ai lavori di Libera Informazione. L'Osservatorio diretto da Roberto Morrione timbra il suo primo cartellino in Sicilia, agli inizi di un mese, dicembre che lo vedrà toccare anche le città di Catania e Trapani per poi ritornare nell'isola agli inizi del 2008.
Se come sottolinea Salvo Vitale è spesso necessario fare un passo più in là per permettere a notizie appurate dalla legge di circolare e raggiungere la gente è altrettanto vero che spesso alcune notizie vengo bloccate subito, tramite una autocensura preventiva che gli stessi giornalisti attuano su se stessi. Vitale fa un esempio. Una associazione antiracket che ha preso vita a Partinico, che coinvolgeva molte persone, compresi alcuni politici in “odor di mafia” ma che inspiegabilmente non annoverava commercianti. Ma la gente non può saperlo, perché sui giornali non c'è scritto, non si parla di questa assurda, incredibile anomalia.
Fare il punto sull'informazione siciliana, per tentare di migliorarla, tramite le nuove tecnologie, la rete, la comunicazione tra gli operatori della società civile, questo il fine dell'incontro organizzato presso la Lega delle Cooperative a Palermo.
Ma quale Palermo? Quella dei ragazzi che in televisione parlano bene di Riina e lo dipingono come un novello Robin Hood in salsa corleonese dopo la visione di una fiction sulla sua vita o la Palermo di Addio Pizzo e Libero Futuro? La Palermo dell'entroterra, dell'attivismo delle cooperative sui beni confiscati ai mafiosi, oppure quel set molto scenografico organizzato dalla Questura per rilanciare, (parole di Roberto Ruvolo, della RAI), l'ennesimo quadretto etnografico di Cosa Nostra dopo la cattura dei Lo Piccolo?
Concordano nei loro interventi di esordio Roberto Morrione e Umberto Di Maggio, referente di Libera Palermo. La necessità di spostare l'informazione al di fuori dei confini della cronaca nera devono sposarsi, come sottolinea Morrione, all'approfondimento giornalistico e all'attualizzazione anche in contesti non giornalistici, magari offrendo ricostruzioni e inchieste anche a seguito di spettacoli o fiction, per non lasciare il pubblico solo, senza un corretto supporto. E per sfuggire come dice Di Maggio a quel compitino e a quei compromessi che molto spesso accettano i giornalisti, evitando questione scomode e rinunciando, financo ad evidenziare il positivo, siano essi i beni confiscati, siano le lezioni sulla legalità.
Dino Paternostro sicuramente non si è mai limitato al compitino. Giornalista, sindacalista alla Camera del Lavoro di Corleone, un'auto bruciata e ancora molta voglia di vederci chiaro. Per sorpassare la solitudine di chi, in un paesino tristemente noto per la sua storia mafiosa, ha fiato per denunciare le cose che accadono talvolta pure alla luce del sole. Nonostante apparati anche statali spesso scoraggino queste iniziative, facendo sprofondare ancora di più il giornalista che rischia solo per aver tentato di raccontare quello che vede aprendo la finestra di casa. Un giornalista locale, dunque, che dovrebbe essere uno dei nodi di una rete capace di informare al meglio. Ma spesso il rischio è quello di espropriare del suo compito il giornalista indigeno. Lo dice Salvatore Cusimano della RAI, che auspica un ritorno concreto alla figura del corrispondente locale su temi molto spesso affidati a redazioni centrali incapaci di inquadrare al meglio la notizia. La necessità dei Tgr è quella di promuovere gli avvenimenti locali, essendo loro stesso, i tele giornali regionali, la chiave di volta perché le testate nazionali trattino determinati argomenti. Giuseppe Crapanzano, cronista Rai, sottolinea il ruolo di mediazione che il giornalista dovrebbe avere nel trattare due notizie riguardanti il tema mafioso. In Sicilia, sottolinea il giornalista, vige la regola della divisione, per cui per un Cuffaro che apre una associazione antiracket e un Cuffaro indagato si hanno due servizi televisivi. Mediare, correlare, mettere in luce dei collegamenti, tutto questo passa anche da un semplice accorgimento tecnico: confezionare un servizio in cui si sottolineano questi due aspetti di cronaca riguardanti il governatore della Sicilia, per permettere una conoscenza più integrata degli avvenimenti.
Importanti sollecitazioni al dibattito anche dalla CGIL, dal centro studi Pio La Torre e da Legambiente, il cui supporto per inchieste e operazioni di recupero di memoria storica è abbondantemente filtrato negli interventi di Riolo e Salvatore Granata. In particolare il rappresentante del sindacato sottolinea l’impegno congiunto con Confindustria per un’azione antiracket e il debito di memoria nei confronti dei sindacalisti uccisi. Un monito per i giovani: ricordare ogni sindacalista con una targa nel comune di residenza, per creare senso della memoria nelle nuove generazioni. Nuove generazioni le cui le adesioni e la voglia di visibilità sono state ascoltate: molti giovani che sparsi in città e provincia (Partinico, Bagheria) combattono tramite l'informazione e l'azione sul campo. Raccogliere l'iniziativa di Addio Pizzo di un bollettino informativo, dare spazio ai lavori di LiberaMente e alla tenacia dei ragazzi di 90011.it, un sito autogestito da alcuni ragazzi che a Bagheria si sentono molto soli e costantemente fronteggiano problemi economici in una realtà difficile, dove le informazioni non passano e vengono stravolte. Raccogliere queste sfide dunque, per rilanciarle. Insieme.
Palermo, 07.12.2007

NELLA FOTO: Salvo Vitale

domenica 9 dicembre 2007

Noi non siamo come loro... Corleone e la Sicilia sono la terra di Placido Rizzotto.

di Gaetano Alessi
Un gesto della mano, una striscia di color nero, un rumore invadente che entra sibillino nelle orecchie, ed ecco cancellato, da una bomboletta spray, il nome di una città da un cartello stradale. Non un nome qualunque, ma il "nome" di quella che è ritenuta la città simbolo di "cosa nostra": Corleone. E' accaduto a Raffadali, una piccola cittadina della provincia di Agrigento. Un atto di bassissimo rilievo, una goliardata si potrebbe definire. Ma il momento in cui avviene lascia un'inquietudine latente. E' bastata la messa in onda di uno sceneggiato televisivo per scatenare immediatamente, in una parte dell'opinione pubblica, la voglia di cancellare dalla faccia della terra un'intera comunità. Come se Corleone (e con lei tutta la Sicilia) fosse la città e la terra di Riina, Provenzano, Bagarella. Loro e di nessun altro. Non entrerò nella facile polemica del Si o No alla fiction di Canale 5 che, per dirla in termini giornalistici, ha "armato la mano" dell'imbrattatore solitario. Un film è sempre un film. Poi se al Ministro Mastella, che ha fatto da testimone di nozze ad un pentito di mafia, Campanella, non piace, sono solo affari suoi. Ma in Italia è facile cancellare storie, è facile tirare una riga, individuare un nemico "ombra", piazzare l'etichetta e poi agire di conseguenza. "Corleone (e la Sicilia) è terra di mafia è basta", sembrano sottintendere, magari con parole garbate, molti intellettuali chiamati a disquisire sul tema. Ma non è così. La Sicilia non è la terra di Riina, è la Regione di Paolo e Rita Borsellino. Corleone è il paese di Placido Rizzotto, è il luogo dove si conobbero Pio La Torre e il generale Dalla Chiesa, è il posto in cui i coraggiosi attivisti della Sinistra Giovanile, con l'allora "capo dei capi" ad un palmo da casa loro, affissero dei manifesti con la scritta "Provenzano Wanted". Questa è Corleone. Questa Corleone non deve essere cancellata né da un cartello stradale, né dall'immaginario collettivo. Questa Corleone è l'esempio di un popolo che si ribella alla sopraffazione, alla violenza. Questa Corleone è l'icona di una Sicilia che non vuole essere tacciata come terra di mafia, che non vuole vedere cancellata, magari con una striscia di vernice, la vita di sei milioni di persone. Sei milioni di anime, pensieri, sospiri e tante, troppe vite spezzate. Questi morti (non erano eroi. Non è eroe chi fa il proprio dovere, chi cammina a testa alta, sono vigliacchi gli altri che non lo fanno), hanno permesso a tutti gli italiani di vivere in una nazione diversa, più libera. Atti eclatanti come i manifesti "la mafia fa schifo", affissi dal Governatore Cuffaro (rinviato a giudizio per associazione mafiosa) o piccoli gesti, come la cancellazione del nome di Corleone dai cartelli stradali, sono solo azioni squallidamente folcloristiche che vanno ad armare i cannoni di chi vuole che l'equazione Sicilia = mafia sia perfetta. Per essere contro "cosa nostra" non serve cancellare, necessita ricordare e valorizzare tutto quello che l'isola ha di bello. Bisogna riconquistare le piazze perdute e non abbandonarle al proprio destino. Occorre essere orgogliosi di quello che siamo, siciliani, e fare sentire fuori posto tutte quelle persone, politici, imprenditori, che con la mafia lucrano e convivono. Non serve dire che qualcosa fa schifo, serve dimostrare ogni giorno che lo fa davvero. Solo così cominceremmo ad essere uomini degni di questo nome e a prenderci cura del pezzetto di creato che ci è stato assegnato. La Sicilia senza l'aiuto di "tutti" i siciliani è destinata a morire per una overdose di merda. Il fronte dell'antimafia oggi è alto, e va dalla costellazione di associazioni che lavorano sul territorio, a chi ogni attimo combatte la propria battaglia contro la criminalità. Questa è la realtà che va sottolineata, messa in evidenza e aiutata in ogni modo. Perché? Semplicemente: Noi non siamo come loro..... non siamo come loro.
Tratto da: www.articolo21.info

giovedì 6 dicembre 2007

Editoria: così ti ammazzo i giornali antimafia

di Roberto Scardova
Quanti sono? Quaranta, cinquanta, forse più. Dove sono?
Ovunque, annidati nelle città, nei quartieri,nei piccoli paesi della Sicilia, della Puglia, della Calabria. Come vivono? Male, malissimo: ma vivono, sostenuti dal sacrificio di cento, mille volontari. Chi li aiuta? Nessuno.
Sono i giornali, le testate antimafia. Dichiaratamente, programmaticamente votati a denunciare la condizione di illegalità cui tanta parte della popolazione è costretta a sottostare. Periodici a stampa, giornali elettronici, anche emittenti radiofoniche e piccole televisioni locali. Messi insieme, hanno migliaia di lettori ed ascoltatori. Diffusi in modo militante da giovani dalle più diverse estrazioni. Qualcuno arriva anche nelle edicole: non più rifiutati, per fortuna, perchè un numero sempre crescente di lettori li chiede,li compra, li apprezza. Ma il loro rimane uno spazio marginale, ancora. Sopraffatti da un monopolio informativo di tutt'altro segno,dalle grandi imprese editoriali che - è il caso di Catania – appaiono legate a filo doppio con interessi politici e finanziari ben lontani dalle istanze di democrazia, partecipazione e pulizia di cui è animata la società civile.
E' possibile determinare condizioni diverse per l'informazione che nasce invece “dal basso”, dalle condizioni reali della gente, dalla miseria dei quartieri abbandonati a se stessi, dalle piccole imprese vessate dalla criminalità, dai giovani disoccupati, dalla scuola fatiscente? Attorno a questo interrogativo si è tenuto a Catania, presso la locale Università, un seminario (significativamente intitolato “Sbavaglio”) cui hanno preso parte i redattori di numerosi periodici ed emittenti attivi nelle regioni meridionali. Molti giovani, parecchi giovanissimi, ed alcuni che giovani non sono più: gli amici ed i collaboratori di Giuseppe Fava, il collega assassinato ormai ventiquattro anni fa per le incisive e coraggiose inchieste pubblicate dalla sua indimenticata rivista “I Siciliani”.
L'eredità lasciata da Pippo Fava è stata prolifica. Nella sola Catania vedono la luce, fortemente ispirate alle sue battaglie civili, riviste come “Casablanca” diretta da una battagliera Graziella Proto ,fondatrice della società editrice dal nome quanto mai evocativo:“Le Siciliane”. Ed ancora mensili come “ L' Isola possibile” in edicola con Il Manifesto ogni ultimo martedì del mese). Ed il giornale di quartiere “I Cordai”,organo dell'omonimo centro sociale coordinato da Giovanni Caruso, un antico collaboratore di Pippo Fava. E' divenuto cieco, Caruso:ma ciò non gli impedisce di utilizzare con efficacia le moderne tecnologie informatiche,e di produrre un giornale che i ragazzi,i suoi allievi, distribuiscono nei bar, nelle barberie, agli angoli delle strade a dispetto delle cosche (la famiglia Santapaola, ma non solo quella) che di via dei Cordai vorrebbero fare proprio regno incontrastato.
E si sono aggiunti nuovi adepti. Come i boy scout del rione Librino, zona tristemente nota per il degrado che lo aggredisce senza efficaci contromisure da parte della città. La redazione ha trovato ospitalità in un ufficio della Caritas nel cuore del quartiere,e con il giornale “la Periferica”,in edizione sia on line che a stampa, intende consentire ai cittadini di raccontarsi in prima persona. Sono quarantamila abitanti, ma diventano settantamila coi clandestini: Alle prese con servizi sociali disarmati, stabili e cortili fatiscenti, spaccio e corruzione in ogni dove, e tutt'attorno la speculazione che incombe. Non ci sono altre voci a descrivere queste realtà. Non ci sono altre testate a contendere a questi ragazzi il privilegio di farsi megafono della gente inascoltata. A Catania, in particolare, la informazione risulta fortemente condizionata da un solo grande quotidiano, da un solo gruppo editoriale: ovviamente legato a filo doppio col governo della città, e con scelte amministrative che nessuno appare in grado di discutere,di contrastare. “Sbavaglio”, dunque. Sbavagliamo i mezzi di comunicazione, ha chiesto il seminario, diamo voce a chi vuole raccontare e protestare,a chi vuole denunciare, a chi semplicemente vuole far sapere che si può credere in una realtà diversa e migliore anche in Sicilia, anche in Calabria, anche nelle zone ove sembra cancellata la speranza. Per ottenere tale risultato, i redattori dei periodici riuniti a Catania hanno posto sul tappeto il problema di un coordinamento delle varie testate. Problema,appunto: perchè a tale risultato si lavora già da tempo, e non lo si è ancora conseguito nonostante le dichiarate buone volontà. Così che la apprezzabile pluralità delle testate (oltre a quelle citate vanno segnalate ancora Antimafia Duemila, Censurati.it, Cittanuove Corleone, Girodivite, Cuntrastamu.org, Il Pizzino, Itacanews, La Barchetta, Le Inchieste, Megaron, Mondonuovo, Napoli Monitor, L'isola dei cani, Navarra, Radio Archimede, RitaAtria.it, Spartacus, Stept, e la vivacissima televisione locale TeleJato) risulta ancora frutto di sforzi straordinari ma isolati. Un contributo significativo, anzi decisivo, può venire - è l'auspicio - dalla nuova legge sull'editoria in discussione al Parlamento. Le cose oggi stanno così: nessuna di queste testate, nessuna di queste piccole ma coraggiose esperienze editoriali è in grado di accedere ai contributi che la legge ora in vigore sembra garantire. Non un centesimo di euro dello Stato allevia i sacrifici, i costi che i gruppi dell'informazione di base debbono affrontare.
Mentre decine di milioni finiscono unvece nei bilanci dei gruppi editoriali già forti, e che forti diverranno ancora di più grazie ai processi di concentrazione ed acquisizione già in atto. Sino a controllare direttamente le reti distributive e persino le edicole: dopo di che potrebbe essere venduto soltanto quanto è di gradimento all'editore capo-fila.
Allarmante a questo proposito la comunicazione al seminario svolta da Giancarlo Aresta de Il Manifesto. Anche le misure a prima vista più favorevoli previste nel nuovo testo di legge non sembrano in grado di soccorrere i piccoli fogli indipendenti. Le forme cooperative dovranno ad esempio dimostrare di essere attive da cinque anni: e questa condizione apparentemente garantista risulta in realtà ostativaproprio per chi ha pochi mezzi. Nessuna delle testate qui citate è in condizione di sopravvivere per un lustro senza crollare sotto il peso di costi modesti ma sempre crescenti, di debiti pregressi che le banche ovviamente rifiutano di coprire. Aspetto questo non secondario dell'ostilità ambientale, quando essa non si manifesti ancora più drammaticamente. Riuscirà il Parlamento a correggere quella impostazione, a far sì che i contributi pubblici, la pubblicità istituzionale, giungano anche a chi con poche migliaia di euro può continuare a vivere, a tentare di “sbavagliare” l'informazione?
I parlamentari presenti al seminario di Catania – Lidia Menapace e Santo Liotta di Rifondazione, Orazio Licandro dei Comunisti Italiani, Giovanni Burtone del Partito Democratico – si sono detti favorevoli ad emendamenti volti a creare le condizioni perchè contributi e facilitazioni possano raggiungere anche le testate più deboli. Nei loro messaggi Nando Dalla Chiesa, Giuseppe Giulietti e Giuseppe Lumia hanno assunto lo stesso impegno.
06.12.2007
da www.liberainformazione.org

Il «Caso Repubblica» a Catania. Dario Montana: «Una violazione del diritto all’informazione»




di Mariangela Paone
«Sulle responsabilità della stampa meridionale nel campo dell'informazione antimafia la storia è abbastanza pacifica, ma a Catania la situazione è ancora più grave». A parlare è Dario Montana, fratello del commissario di polizia Beppe Montana ucciso nell’85 dalla mafia a Palermo e presidente del coordinamento catanese di Libera, che nelle ultime settimane ha risollevato il “caso” del doppio standard con cui il quotidiano La Repubblica viene distribuito in Sicilia. L’edizione siciliana, con le pagine Repubblica Palermo, pur essendo stampata, come il resto del giornale, a Catania, non viene distribuita nel capoluogo etneo e in ampie zone delle province orientali dell’isola dove arrivano solo le pagine nazionali.

Qual è la gravità della mancata distribuzione dell’edizione “siciliana” di Repubblica?
È una violazione del diritto dei cittadini a essere informati il che in terra di mafia è ancora più grave. Sappiamo tutti che per combattere la mafia dobbiamo intervenire sul sistema dell’informazione perché le coscienze antimafia hanno bisogno di essere formate. Ci preoccupa la decisione di Repubblica di operare una censura preventiva. Il direttore di Repubblica sa che una parte delle notizie non può essere letta in una zona vasta dell’isola, nonostante l’edizione siciliana si trovi anche nella parte meridionale della Calabria. E se queste notizie sono di interesse per queste zone non si capisce perché non possano esserlo per i catanesi. L’edizione siciliana di Repubblica ha per noi che facciamo antimafia un’importanza fondamentale perché riguarda tutta la politica regionale che si svolge a Palermo. E noi abbiamo la necessità di sapere che cosa si fa e che cosa si decide nelle stanze della politica palermitana.

È una questione di qualità dell’informazione?
No, non chiediamo la distribuzione di Repubblica Palermo perché riteniamo Repubblica migliore di altri giornali. Non entriamo nel merito della qualità dell’informazione che fa Repubblica. Questa è una battaglia un po’ troppo raffinata per la gravità della situazione a Catania, dove l’informazione è nelle mani del monopolio di un solo gruppo editoriale, il gruppo Ciancio. Il nostro obiettivo è aumentare l’informazione. Chiediamo solo che i lettori possano scegliere in edicola il giornale che vogliono e abbiano le stesse notizie che si possono leggere in altre parti del territorio. Ci sembra umiliante comprare allo stesso prezzo con cui è venduto a Palermo o a Enna il giornale mutilato in una sua parte. È irrispettoso del nostro dovere di essere informati. Perché, per chi esercita nel pieno il diritto di cittadinanza, l’informazione non è un piacere ma l’esercizio di un dovere, per capire quello che succede e avere la responsabilità di scegliere.

Ha fatto riferimento al monopolio nella Sicilia orientale del gruppo editoriale Ciancio. Può avere relazioni con il caso Repubblica?
Possiamo togliere il condizionale. Lo leggiamo ogni giorno sulla stessa Repubblica, nei riferimenti agli stabilimenti in cui viene stampata l’edizione teletrasmessa a Catania: in una delle varie società di Ciancio. Non è più un sospetto, è una notizia di dominio pubblico che questa scelta è concordata con il gruppo Ciancio che stampa Repubblica a Catania. Non vorremmo qui ricordare le malefatte editoriali e le responsabilità che ha nel campo dell’informazione questo gruppo. Ma non stiamo facendo questa battaglia per rivolgerci al gruppo Ciancio. Quello che ci colpisce è come possa un giornale come Repubblica, che si erge a paladino del libero mercato e del diritto all’informazione, decidere di non informare una parte dei cittadini.

C’è un’altra anomalia che avete denunciato riguardo a questa situazione …
Si’, quella dei processi per i reati a mezzo stampa. È paradossale. Per questi reati il Tribunale competente viene individuato nella sede dove c’è la cosiddetta prima diffusione, dove cioè il reato può arrivare a ledere il diritto della persona che si sente diffamata. In sostanza il luogo in cui viene stampato. In questo caso Catania. Noi di questi eventuali processi non sappiamo nulla perché nessuno potrà leggere le pagine di Repubblica Palermo e nessuno saprà qual è la notizia che ha dato luogo a quel determinato processo. E così vengono sminuiti due elementi centrali per chi deve fare attività antimafia: l’informazione e il senso della giustizia.

La prima lettera che avete inviato a Repubblica non ha ricevuto risposta. Che cosa vi aspettate da questa seconda lettera?
Nella prima lettera chiedevamo il motivo di questa scelta aziendale. La risposta non è arrivata perché non c’è nessuna spiegazione razionale, se non interessi di assetti proprietari. E chiediamo ai giornalisti di Repubblica di farsi carico di questa battaglia. Per questo abbiamo deciso di inviare anche a loro la nostra seconda lettera, perché possa venir meno l’alibi di non sapere. L’abbiamo inviata anche ai giornalisti che non scrivono su Repubblica perché possano esercitare come noi il diritto ad essere informati. Penso che sia umiliante anche per un giornalista sapere che il suo giornale decide che quel pezzo, quell’articolo non possa essere letto in una parte dell’isola. Se un giornalista chiede la pubblicazione e fa un articolo è perché crede fermamente nel suo lavoro. Un lavoro che in questo modo viene vanificato.
da www.liberainformazione.org

mercoledì 5 dicembre 2007

Gela, arriva la ronda

GELA (CL) - Da stasera sei squadre anticrimine di polizia, carabinieri e guardia di finanza, pattuglieranno costantemente, 24 ore su 24, il territorio di Gela. Inoltre, il grado di sicurezza al quale è sottoposto il sindaco, Rosario Crocetta, al quale è stata rafforzata la scorta, viene elevato dal livello 3 al livello 2.Sono questi i primi risultati dell'incontro tra Crocetta e il vice ministro degli Interni, Marco Minniti, avvenuto nel pomeriggio a Roma. Il sindaco era accompagnato da due componenti della commissione parlamentare antimafia, Giuseppe Lumia (vice presidente) e Orazio Licandro.Al numero due del Viminale, Crocetta ha chiesto il potenziamento degli organici delle forze dell'ordine di stanza a Gela, motivando la sua istanza con i fondati timori di una possibile guerra di successione nelle cosche mafiose gelesi, decapitate da arresti, e dal drammatico epilogo del blitz per la cattura del boss di Cosa Nostra, Daniele Emmanuello, rimasto ucciso nelle concitate fasi dell'operazione, in un cascinale nelle campagne di Enna. Il viceministro è stato invitato a Gela a gennaio."È motivo di soddisfazione che il Governo abbia raccolto le nostre preoccupazioni. Ci sentiamo rassicurati. Il sindaco di Gela Rosario Crocetta a cui è stata rafforzata la scorta, stia sereno. Ha il sostegno del suo partito dello Stato e dei siciliani onesti". Commenta il capogruppo del Pdci in commissione Antimafia Orazio Licandro al termine dell'incontro.Intanto si apprende che i funerali del boss Emmanuello si svolgeranno in forma strettamente privata, domani mattina, alle 11, nella cappella del cimitero di contrada Farello, a Gela.E' una decisione del comitato provinciale per la sicurezza e l'ordine pubblico di Caltanissetta, che però ha rifiutato la restituzione della salma ai familiari, i quali, invece, chiedevano di potere portare a casa le spoglie del congiunto e di celebrare i funerali in forma solenne.In segno di protesta contro la scelta del comitato, sei donne della famiglia Emmanuello, la sorella, le tre figlie, e due nipoti del defunto, hanno inscenato una manifestazione davanti alla prefettura, improvvisando un sit-in e chiedendo con fermezza la consegna del cadavere di Daniele. Dopo i funerali, la salma dello scomparso sarà tumulata nello stesso cimitero di contrada Farello.È previsto un imponente schieramento di forze dell'ordine.
05/12/2007

martedì 4 dicembre 2007

Mafia, preso il figlio di Nitto Santapaola

CATANIA - Carabinieri del comando provinciale hanno eseguito ordinanze di custodia cautelare in carcere nei confronti di 70 presunti appartenenti a Cosa nostra. I reati ipotizzati a vario titolo sono associazione mafiosa, estorsioni, rapine e traffico di sostanze stupefacenti.L'inchiesta, coordinata dalla Dda della Procura etnea, ha portato anche all'arresto, tra gli altri, di Vincenzo Santapaola, figlio del capomafia ergastolano Benedetto. Le indagini dei militari dell'Arma hanno permesso di accertare collegamenti della 'famiglia' catanese con cosche calabresi e con il clan di Bernardo Provenzano. Durante l'operazione, denominata Plutone, è stato trovato un libro mastro, che riporta estorsioni e stipendi agli affiliati; sono state sequestrate armi, cocaina e marijuana; è stata fatta luce su 16 rapine, alcune delle quali commesse anche fuori dalla Sicilia; e sono state scoperte sei estorsioni. Le indagini hanno anche evidenziato anche gli interessi di Cosa nostra su grossi progetti imprenditoriali. I particolari dell'operazione saranno resi noti durante un incontro con i giornalisti nella sala stampa della Procura della Repubblica di Catania.Vincenzo Santapaola, 38 anni, figlio maggiore del capomafia Benedetto, è stato arrestato dai carabinieri di Catania per associazione mafiosa. Il figlio del capo di Cosa nostra a Catania, obiettivo negli anni scorsi del boss Vito Vitale, che lo voleva eliminare nell'ambito di una faida interna alla mafia siciliana, fu fermato per la prima volta nel dicembre del 1992, assieme al fratello Francesco, di tre anni più piccolo. Ma i due furono scarcerati dal Tribunale del riesame. Un anno dopo, destinatario di un ordine di arresto per Orsa maggiore, si rese irreperibile, e fu catturato il 14 gennaio del 1994. Fu rimesso in libertà il 27 dicembre 1997. Fu nuovamente arrestato l'8 agosto 1999 nel quadro dell'inchiesta Orione 2, un'indagine che fece luce su contrasti interni a Cosa nostra sfociati in una sanguinosa faida tra i 'falchi' legati ai Corleonesi, fautori della stagione delle stragi, e le 'colombe' guidate da Benedetto Santapaola, che era contrario alla strategia del terrore di Totò Riina. Rimesso in libertà fu arrestato nel 2006 e da poco era stato scarcerato. In passato, tra l'altro, è stato assolto dall'accusa di avere ucciso il giornalista Giuseppe Fava.Ci sono anche tre donne e il 'killer delle carceri', Antonino Faro, tra gli arrestati dell'operazione Plutone eseguita dai carabinieri di Catania nei confronti di 70 presunti appartenenti a Cosa nostra. I militari dell'Arma, infatti, hanno arrestato anche Angela La Rosa, moglie del reggente del gruppo Santapaola, Alessandro Strano, detenuto; Patrizia Scriffignano e Iolanda Di Grazia, rispettivamente moglie e sorella dell'ergastolano Francesco Di Grazia, 'uomo d'onore' della 'famiglia' di Catania, anch'egli raggiunto dal provvedimento restrittivo. Secondo l'accusa avrebbero avuto un ruolo di collegamento con la cosca.L'ergastolano Antonino Faro, indicato come organico al gruppo del rione Montepo, è salito agli onori della cronaca per avere ucciso, mangiandogli anche il fegato, il boss Francis Turatello. L'omicidio avvenne il 17 agosto nel 1987 nel carcere Bad 'e Carros di Nuoro, e il mandante, per l'accusa, fu un altro catanese, Vincenzo Andraous, anche lui ergastolano, che adesso scrive saggi e poesie in carcere. Un fratello di Faro, Massimo, di 17 anni, fu ucciso il 3 marzo del 1991 durante una sparatoria con i carabinieri a nel rione Montepo a Catania.L'operazione Plutone si è avvalsa di attività investigative dei carabinieri, coordinati dalla Dda della procura di Catania, e delle dichiarazioni di un 'pentito' recente, Mario Calabria, che collabora con la giustizia dopo il suo arresto per detenzione di armi e droga.Il libro 'mastro' sequestrato dai carabinieri riporta estorsioni compiute dal gruppo mafioso dei rioni Lineri e San Giorgio di Catania, un'agguerrita frangia della 'famiglia' Mangion-Ercolano, che gli investigatori definiscono "in forte ascesa" nella Cosa nostra etnea e guidato da Pietro Crisafulli, detenuto per l'omicidio di Domenico La Spina.Tra i destinatari dell'ordinanza cautelare ci sono anche personaggi di spicco di Cosa nostra di Catania come: Aldo Ercolano, figlio del capomafia Sebastiano, e nipote di Benedetto Santapaola, del quale era considerato l'"alter ego"; Francesco Napoli, nipote di Salvatore Ferrera detto 'Cavadduzzu'; e il superlatitante Santo La Causa. Le indagini hanno confermato la frattura all'interno di Cosa nostra a Catania che portò, il 30 settembre scorso, all'uccisione di Angelo Santapaola, cugino del boss Benedetto. L'inchiesta non tratta omicidi.
04/12/2007

Gela, Emmanuello prima della fuga aveva ingoiato i pizzini

Autopsia sul corpo del boss di Gela ucciso mentre tentava di scappare dopo una latitanza di 11 anniMessaggi compromettenti che voleva far sparire, trovati nell'esofago e nella pancia del capo-mafia

CALTANISSETTA - Prima di tentare la fuga il boss latitante Daniele Emmanuello aveva provato a far sparire alcuni "pizzini" compromettenti, ingoiandoli. Ma la corsa disperata del latitante, che si nascondeva in un casolare di campagna, è durata solo trenta metri: un proiettile, sparato dall'alto verso il basso, lo ha centrato alla nuca ed è uscito dall'ascella. I dati emergono dall'autopsia che si è conclusa nel pomeriggio, dopo cinque ore. I medici legali hanno trovato nell'esofago e nella pancia del capomafia, ricercato da undici anni, alcuni bigliettini che erano avvolti nella plastica. In questo modo i messaggi, scritti da altri affiliati alle cosche mafiose, sarebbero rimasti integri ed il boss avrebbe potuto successivamente "recuperarli". I "pizzini" sono adesso al vaglio degli investigatori della Squadra mobile di Caltanissetta e dei magistrati della Direzione distrettuale antimafia, Nicolò Marino e Rocco Liguori, coordinati dal procuratore aggiunto Renato Di Natale. Il contenuto viene tenuto riservato. Emerge tuttavia che il boss di Gela utilizzava per comunicare con i propri affiliati lo stesso metodo adottato da Bernardo Provenzano e dagli altri capimafia vicini al padrino corleonese. L'autopsia è stata preceduta dal riconoscimento del cadavere da parte dei familiari di Emmanuello che sono arrivati in mattinata al Vecchio ospedale di Enna, dove si è svolto l'esame. La moglie del capomafia latitante non ha nominato alcun consulente di parte per assistere all'autopsia. Intanto nella masseria di Villapriolo, la frazione di Villarosa (Enna), in cui da diverse settimane Emmanuello aveva trovato rifugio, è stata scoperta una carta di identità in bianco, una fondina per pistola e numerose cartucce per il fucile che è stato trovato nella stanza da letto in cui dormiva il ricercato, oltre a un rivelatore di microspie.
Daniele Emmanuello era accusato di numerosi omicidi, per i quali è stato condannato all'ergastolo come mandante, oltre che di associazione mafiosa, estorsione e traffico di droga. Ieri mattina, quando è scattato il blitz condotto dagli agenti della sezione Catturandi della Squadra mobile di Caltanissetta, il boss ha avuto il tempo di indossare i pantaloni sul pigiama, infilare le scarpe e un maglione e poi, prima di saltare giù dalla finestra, ingoiare i "pizzini" che riteneva più importanti. Ma un colpo, sparato da un agente dal tetto della casa, lo ha fermato a poca distanza dal casolare, in fondo ad una scarpata. La procura della Repubblica di Caltanissetta ha aperto un fascicolo contro ignoti per omicidio colposo in relazione all'uso legittimo delle armi o eccesso colposo. ù
(La Repubblica, 4 dicembre 2007)

Sparatoria durante il blitz, morto il boss mafioso di Gela Emmanuello

ENNA - Il boss di Gela, Daniele Emmanuello, è morto nella sparatoria avvenuta questa mattina nell'Ennese durante l'operazione della polizia che era diretta alla cattura del latitante. Emmanuello, 43 anni, era ricercato dal 1996 per associazione mafiosa, traffico di droga e omicidi. Daniele Emmanuello è morto a causa di uno o forse due proiettili di pistola che lo hanno colpito alla nuca. È quanto emerge dal primo esame sul cadavere effettuato dal medico legale. Secondo i primi rilievi investigativi il latitante quando è fuggito dal casolare dove si nascondeva non era armato. Il corpo di Emmanuello è stato portato nell'ospedale di Enna dove sarà eseguita l'autopsia.Intanto la Procura comunica che sarà aperto un fascicolo contro ignoti per fare luce sull' uccisione del boss latitante Daniele Emmanuello. I magistrati hanno nominato consulenti per l'autopsia che sarà eseguita domani. La sorella Sara, dal telefono di casa del fratello, in via Eutimo a Gela, dove vive la moglie di Emmanuello, afferma convinta che "il fratello non ha mai avuto armi e non ne aveva neanche oggi quando è stato ucciso. Stiamo - aggiunge - cercando di capire cosa sia avvenuto e stiamo ancora aspettando di vedere il cadavere di mio fratello".Il blitz. L'operazione della sezione Catturandi della Squadra mobile è cominciata all'alba, in contrada Giurfo a Villapriolo frazione settecentesca di Villarosa (Enna). Il latitante si nascondeva in un rustico a forma di "l" con annessa stalla circondato da alberi e in cui si accede da una strada sterrata che giunge proprio nel piazzale davanti all'edificio. La casa rurale era avvolta nella foschia.Gli agenti hanno circondato la zona intimando a chi era dentro di venir fuori e sparando alcuni colpi di pistola in aria. Emmanuello, latitante da 11 anni, è uscito da una finestra con ancora indosso la blusa del pigiama. Sul posto, una zona in aperta campagna, sono presenti il procuratore della Repubblica di Caltanissetta Renato Di Natale e i sostituti della Direzione distrettuale antimafia nissena Nicolò Marino e Roberto Condorelli."Certamente il fatto che il latitante Emmanuello sia morto nel corso della cattura ci lascia l'amaro in bocca". Ha detto il procuratore facente funzioni di Caltanissetta, Renato Di Natale. "Avremmo voluto interrogare Emmanuello - ha aggiunto - e notificargli tutti gli atti che lo riguardavano ma ci risulta che il latitante aveva più volte detto che sarebbe stato pronto a tutto per non farsi prendere vivo". Secondo gli inquirenti il boss era arrivato nel casolare da poco più di una settimana. Le prime ricostruzioni dei periti balistici parlano di sei-sette colpi esplosi da due pistole e due mitragliette. "Saranno gli accertamenti balistici e la perizia autoptica - ha concluso Di Natale - a dare la ricostruzione della dinamica".Il proprietario del casolare dove si nascondeva Emmanuello, Roberto La Paglia, residente a Villarosa è stato prelevato nella sua abitazione nella frazione di Villapriolo e portato in questura a Caltanissetta per essere interrogato.Chi era il boss. Gli investigatori lo descrivono come un killer feroce in grado, però, di pensare alleanze e strategie. Fedele alleato del boss di Caltanissetta Piddu Madonia, che di lui si fidava tanto da 'delegargli' rapine milionarie in Lombardia e Veneto, Daniele Emmanuello apparteneva ad una storica famiglia mafiosa gelese. Dalla fine degli anni '80 era il gestore degli affari criminali a Gela e nel comprensorio e utilizzava ragazzi anche minorenni, estortori, rapinatori, criminali rampanti, per imporre la propria violenza. Lo zio Angelo, detto 'Furmiculuni', a capo della famiglia di Gela, fu tra le prime vittime della sanguinosa guerra che, negli anni '90, contrappose Stidda e Cosa nostra. Da allora Daniele e i suoi tre fratelli, Alessandro, Nunzio, e Davide, tutti in carcere per associazione mafiosa, e qualcuno per omicidio, avrebbero combattuto a fianco dei mafiosi nella lotta contro gli stiddari. I primi affari importanti gli Emmanuello li fecero, proprio grazie a Madonia, negli anni '80, partecipando alla spartizione dell'appalto di oltre 300 miliardi per la ricostruzione della diga "Disueri". Durante la guerra con la Stidda, che culminò il 27 novembre del '90, quando in quattro agguati simultanei furono uccise otto persone ed altre sette rimasero ferite, gli Emmanuello, decisero di lasciare la Sicilia. La famiglia si divise tra Liguria, Piemonte e Germania. Nel '92, dopo 120 morti, si sancì la tregua.Ma l'arresto di Madonia, punto di riferimento delle famiglie di Cosa nostra, e la cattura dei vertici della Stidda, disarticolata grazie alle rivelazioni dei pentiti, rimisero in discussione gli equilibri della provincia. La guerra stavolta scoppiò tra le cosche mafiose degli Emmanuello e dei Rinzivillo, fino ad allora alleate. La latitanza di Daniele Emmanuello, orami diventato capo della famiglia, cominciò nel '96 quando gli investigatori lo indagarono per la morte di uno dei luogotenenti dei Rinzivillo, Maurizio Morreale. Per il delitto il capomafia è stato condannato all'ergastolo, ma la pena non è ancora definitiva. La seconda condanna al carcere a vita gli venne inflitta dalla corte d'assise nissena per il duplice omicidio di Emanuele Trubia, detto 'la belva', e del suo guardaspalle, Salvatore Sultano, anche loro uomini del clan Rinzivillo, trucidati nel '99, in un salone da barba. Nel 2002 arrivarono le due condanne per associazione mafiosa, le uniche ormai definitive: in tutto 10 anni. Processato per l'omicidio del piccolo Giuseppe Di Matteo, venne assolto.Da latitante, però, Emmanuello, unico dei 4 fratelli fino ad oggi riuscito a sfuggire alla cattura, continuò a controllare estorsioni e traffico di droga e riuscì a estendere le sue attività oltre la Sicilia. In Friuli una 'cellula' del clan gelese gestiva appalti per suo conto. Miracolosamente sfuggito a due attentati - uno dei quali fallito perchè la bomba utilizzata per l'agguato era rimasta inesplosa - avrebbe compiuto 43 anni a luglio.La moglie "nullatenente". Lo scorso anno agli onori della cronaca salì sua moglie, Virginia Di Fede, 42 anni, che lavorava, in quanto ufficialmente 'nullatenente', nel gruppo dei 165 precari del 'Reddito minimo di inserimento', alle dipendenze del comune di Gela. Il sindaco, Rosario Crocetta, dopo aver ottenuto i risultati delle indagini patrimoniali e giudiziarie, licenziò la donna. "Speravo che lo prendessero vivo per vederlo in faccia, parlargli e fargli finalmente conoscere la figlia che non ha mai incontrato" ha detto la donna che oggi vive a Gela nella casa dei genitori del capomafia. "Ho saputo quanto è accaduto - aggiunge - dalla televisione e dalla radio, ma nessuno mi ha ancora raccontato la verità".Il covo. Gli inquirenti vogliono comprendere appieno il ruolo di Roberto La Paglia il proprietario del casolare in cui si nascondeva il latitante Daniele Emmanuello. L' edificio che sembra ancora in costruzione, senza intonaci e con i mattoni a vista, ha un' antenna satellitare e un condizionatore. Gli inquirenti della Dda non sanno con precisione da quanto tempo il latitante utilizzasse l'edificio nelle campagne di Villapriolo ma che certamente Emmanuello si trovava lì da una settimana.Nella camera da letto è stato rinvenuto un borsone con dentro vestiti, segno - ha detto il questore di Caltanissetta Giudo Marino - che il boss si spostava frequentemente e che comunque si preparava a lasciare il covo. Nella fuga Emmanuello è riuscito a indossare un giubbotto sul pigiama, le scarpe erano slacciate. Nell'edificio rurale è stato trovato un fucile e numerosi farmaci e alcuni documenti. Gli investigatori ipotizzano che l'uomo già da tempo fosse "sotto cura" per malattie ancora da accertare. Addosso anche quattromila euro in contanti. 03/12/2007


Lumia: "Era un boss pericoloso e spietato"
PALERMO - "Emmanuello era considerato da tempo uno dei più pericolosi e spietati boss di Cosa nostra". Lo afferma Giuseppe Lumia, (Pd) vice presidente della commissione Parlamentare Antimafia. "Al di la delle circostanze della morte di Emmanuello le forze dell'ordine e la magistratura - aggiunge - hanno dimostrato che la caccia ai latitanti va avanti senza sosta e che il rigore dello Stato sarà massimo, per questo ai boss ormai conviene arrendersi"."Anche gli altri latitanti più importanti devono sentire la pressione dello Stato, a cominciare da Matteo Messina Denaro - dice Lumia -. È iniziata la rivolta degli imprenditori che denunciano e si ribellano al racket, se ora anche la politica saprà dare una risposta nel segno della pulizia e di una sana unità e si potranno ottenere risultati ancora più importanti". 03/12/2007

lunedì 3 dicembre 2007

La fiction "Il Capo dei Capi" fa ancora discutere e dividere anche nella famiglia Riina

Lo sceneggiato trasmesso da Mediaset continua a far discutere e divide. Anche in famiglia Riina. Il boss, dal carcere, fa sapere di averlo apprezzato, con tanto di lacrime. Ma sua moglie chiede i danni. E il dibattito sul rischio emulazione, specie dopo la trasmissione "TERRA" di domenica sera, si infiamma.

La fiction è appena finita, ma le polemiche accese, accesissime, continuano più che mai. E sono destinate ad amplificarsi e continuare nella realtà, anche nelle aule giudiziarie. Ha aspettato giusto il tempo che finisse, giovedì scorso, l'ultima puntata della controversa fiction "Il capo dei capi" (sulla vita di Totò Riina, trasmessa da Canale 5) per poi sferrare l'attacco. Così la moglie del boss Totò Riina Antonietta (detta Ninetta) Bagarella, ha presentato, attraverso i suoi legali, una richiesta di risarcimento danni agli autori e produttori della serie in sei puntate. Secondo i legali Luca Cianferoni, Riccardo Donzelli e Antonio Malago, intervistati dal programma a cura del Tg5 "Terra", la signora Riina ritiene di essere stata danneggiata da una scena andata in onda nel terzo episodio dello sceneggiato. E l'azione legale, fanno sapere i suoi avvocati, sarà a tutela della sua immagine. Perché si sentirebbe danneggiata, la consorte del boss? L’avvocato fiorentino Luca Cianferoni, spiega meglio i termini dell'azione: «Diciamo così: si può dire che Riina è sposato. Ma in questo caso la signora Bagarella è finita in mezzo alle vicende personali del marito, mentre in realtà non c’è alcun legame e alcuna partecipazione della stessa signora. Non esistono nelle carte dei processi...». Ma se la moglie è furente per la fiction, il boss, il diretto interessato, sembra entusiasta. E così famiglia Riina si spacca sullo sceneggiato. Toto Riina, infatti, che come è noto segue la fiction dal carcere, da parte sua ha fatto sapere, attraverso il suo avvocato, di aver apprezzato la fiction su se stesso. E non poco. «Il signor Riina - ha spiegato l'avvocato Riccardo Donzelli - ha commentato positivamente la figura. Sicuramente ha apprezzato l'impegno che l'attore ha messo nel raffigurare la sua vita, le storie processuali che sono state narrate in questa fiction». Di più. «In alcuni frangenti - arriva a dire il legale - gli occhi gli brillavano: diciamo che era evidente che avesse ripercorso, in occasione della messa in onda, parte della sua vita». E l'avvocato Cianferoni: «Ha visto la tv appassionatamente... Se questo è il punto, sì! Lo ha visto volentieri questo sceneggiato. Dell'attore che lo interpreta (Claudio Gioè,ndr) ha detto che è stato molto bravo: è stato portentoso». Intanto un altro boss di mafia è stato arrestato l'altro giorno nel suo appartamento di Palermo proprio mentre guardava la fiction. Si tratta di Michele Catalano, ritenuto personaggio di spicco del clan Lo Piccolo. Particolare non da poco: quando i carabinieri, l'altra sera, hanno fatto irruzione a casa sua, lo hanno trovato davanti alla tv.
E allora viene da chiedersi - il dibattito è più acceso che mai - se era davvero opportuno mandare in onda una fiction così gradita dagli stessi boss mafiosi, capace di commuovere lo stesso Totò Riina, se insomma è così reale il rischio di emulazione e di ammirazione verso la mafia e i suoi boss, verso la forza del male, oppure se è stata educativa, un atto di denuncia e condanna in grado di mettere alla berlina un sistema che i giovani devono capire per poi contrastare. Cosa ne pensi? Dì la tua, scrivendoci o "postando" commenti.
(Pubblicato su "Libero News")

domenica 2 dicembre 2007

Corleone, passano le variazioni di bilancio, ma è scontro sul finanziamento alle scuole dell’obbligo per il trasporto degli alunni in palestra

CORLEONE – Sabato sera, grazie al senso di responsabilità dei consiglieri comunali che sono all’opposizione della giunta Iannazzo, ma che hanno la maggioranza in aula, è stato possibile approvare le variazioni e l’assestamento del bilancio 2007. Al momento del voto, infatti, sono usciti dall’aula, consentendo (si era in seconda convocazione) alla minoranza che appoggia l’amministrazione comunale di approvare le modifiche al documento finanziario.
Ma a tenere banco in queste sere al consiglio comunale non sono state tanto le poco significative variazioni di bilancio, ma le accuse al sindaco e alla giunta di calpestare la legittima volontà del consiglio comunale. Ad accendere la miccia è stato il consigliere Calogero Di Miceli, che ha chiesto all’assessore al bilancio Francesco Vizzini se erano ancora inserite nel documento contabile le somme (10 mila euro) stanziate a settembre a favore delle scuole dell’obbligo per l’acquisto di giocattoli e per il trasporto degli alunni in palestra. «Sono ancora in bilancio, stia tranquillo!», replicava Vizzini. «E allora perché da settembre ad oggi ancora non le avete erogate alle scuole?», chiedeva il consigliere Dino Paternostro. Incredibile la risposta dell’assessore alla P.I. Pio Siragusa e dello stesso sindaco Nino Iannazzo: «L’amministrazione comunale – hanno detto – non ha condiviso allora la variazione di bilancio, per questo ancora non abbiamo dato le somme alle scuole…». «Ma un simile comportamento è gravissimo – replicava Paternostro – perché calpesta la volontà del consiglio comunale. Voi avreste avuto ed avete ancora l’obbligo di eseguire la volontà del consiglio comunale in una materia in cui lo stesso ha potestà esclusiva». «Abbiamo ancora tempo fino al 31 dicembre…», dicevano Iannazzo e Siragusa. «Ma gli alunni della scuola materna dovranno aspettare i vostri comodi per poter giocare con giocattoli nuovi? E gli alunni della scuola elementare e della scuola media dovranno fare lo stesso per andare in palestra?».
Pare che adesso la giunta Iannazzo si sia convinta a dare subito alla scuola materna il finanziamento per l’acquisto del materiale ludico-educativo. Ma quello per il trasporto in palestra ancora no. «Il prossimo anno compreremo il pulmino e li trasporteremo direttamente come comune…», è la loro idea. Ma, in attesa di comprare un pulmino, non sarebbe il caso di trovare il modo per far praticare l’educazione motoria agli alunni delle scuole dell’obbligo? Per la premiata ditta Iannazzo & Siragusa, evidentemente non è così.

sabato 1 dicembre 2007

LE INTERVISTE

LA FICTION "IL CAPO DEI CAPI":
Corleone, 28 novembre 2007: intervista agli studenti di Corleone (Telejato)


Corleone, 28 novembre 2007: l’ntervista all'attore Daniele Liotti "Biagio Schirò" (Telejato)

venerdì 30 novembre 2007

Capo dei capi: Riina appassionato, ma la moglie Ninetta Bagarella ha citato per danni autori

CATANIA - Se Ninetta Bagarella, moglie del capomafia Totò Riina, ha citato per danni gli autori della fiction di Mediaset Il capo dei capi per danno d'immagine, il marito Totò invece ha apprezzato, "gli occhi gli brillavano". Il commento viene dagli avvocati del boss, Luca Cianferoni e Riccardo Donzelli, ospiti di Terra!, il programma del Tg5, a cura di Toni Capuozzo e Sandro Provvisionato in onda domenica in seconda serata su Canale 5. L'intervista ai due legali è stata anticipata oggi.Riina "ha visto appassionatamente, volentieri questo sceneggiato", dicono ed ha definito "molto bravo, portentoso", l'attore che lo ha interpretato, ossia Claudio Gioè, "sicuramente ha apprezzato l'impegno che l'attore ha messo nel raffigurare la sua vita, gli anni della sua infanzia, della sua giovinezza a Corleone, li ha ricordato con piacere! In alcuni frangenti addirittura gli occhi brillavano", proseguono gli avvocati Cianferoni e Donzelli.Riina, "non si è lamentato del fatto che sia stata fatta una fiction in corso di processo o mentre lui è detenuto, anzi. Si è notato assieme che è una delle poche persone per le quali è stato fatto uno sceneggiato così lungo mentre è ancora in vita...Lui ha espresso un pò di amarezza sulla questione della moglie, cioè non si deve inserire qualcosa riguardante la vita privata in vicende così dolorose per tutti". Entrando nel dettaglio, l'avv. Riccardo Donzelli: "...Il signor Riina ha commentato come se fosse una "mascalzonata" il tratto della fiction in cui vi è un aborto quasi indotto dal comportamento che mai, nè storicamente nè processualmente, si è verificato. Mi riferisco alla misura di prevenzione che era stata notificata alla signora Riina e la fiction rappresenta questa situazione come se la condotta della signora avesse cagionato un dolore così forte a una figura in realtà inesistente. Questo lo ha infastidito moltissimo!". Cianferoni conclude: "La signora Bagarella ha dato incarico a me di studiare e quindi poi promuovere un'azione risarcitoria a tutela della sua immagine perchè ritiene di essere stata lesa da questo tipo di prospettazione come anche ritiene che sarebbe stato corretto precisare che non era stata interpellata e soprattutto che non ha avuto alcun tipo di tornaconto da questo sceneggiato".
La Sicilia, 30/11/2007
FOTO: Ninetta Bagarella da giovane.

Corleone, alla presenza del procuratore Grasso, una palazzina conifiscata alla mafia è stata consegnata alla coop "Lavoro e non Solo"

CORLEONE – Ieri mattina, alla consegna della palazzina confiscata alla mafia ai giovani della coop “Lavoro e non Solo” c’era anche il Procuratore nazionale antimafia Piero Grasso. L’immobile, confiscato ai fratelli Grizzaffi, nipoti dell’ex “capo dei capi” di Cosa Nostra Totò Riina, si trova in via Crispi, a poche decine di metri in linea d’aria della villa confiscata anni fa al “padrino”. Ha tre elevazioni fuori terra di circa 150 metri quadrati ciascuna, per un totale di quasi 500 metri quadrati. Il Consorzio “Sviluppo e Legalità” ha voluto assegnarlo alla cooperativa che lavora sui terreni confiscati alla mafia, che lo destinerà a foresteria per i giovani toscani che ogni anno vengono a fare esperienza antimafia a Corleone. «Con l’affidamento di questo immobile – ha detto, soddisfatto, il sindaco Nino Iannazzo, dando la chiave al presidente della coop Calogero Parisi – il comune di Corleone ha consegnato tutti i beni confiscati di cui disponeva». «Sicuramente un bel risultato – gli ha fatto eco il procuratore Grasso – di cui tutti possiamo essere soddisfatti». «Era dal 2000, da quando il presidente della Repubblica inaugurò il Centro Antimafia, che non venivo a Corleone – ha proseguito Grasso – ma ho sempre seguito con attenzione i passi avanti fatti dal vostro comune. Recentemente ho anche partecipato in Toscana ad alcune cene della legalità per raccogliere fondi a favore della vostra cooperativa. L’ho fatto con piacere, perché so che per battere la mafia c’è bisogno di tanta antimafia sociale. Bravi, continuate così…».
Alla cerimonia di consegna della palazzina alla coop “Lavoro e non solo” erano presenti anche il presidente del Tribunale di Termini Leonardo Guarnotta, il procuratore generale di Termini Di Pisa, una delegazione di Arci-Toscana guidata da Maurizio Pascucci, il presidente di Arci-Sicilia Anna Bucca, l’assessore Pino Colca, in rappresentanza della Provincia Regionale di Palermo, e i rappresentanti della Polizia dei Carabinieri e della Guardia di Finanza.
30 novembre 2006

giovedì 29 novembre 2007

Grasso e Fava difendono la fiction di Canale 5 "Il capo dei capi"

PALERMO - Ancora discussioni sulla fiction di Canale 5 "Il capo dei capi". Con una lettera pubblicata stamani da due quotidiani la vedova del funzionario di polizia Giorgio Boris Giuliano, Ines Maria Leotta, punta il dito sulla figura che emerge del marito, "che non corrisponde alla realtà". "Pur apprezzando il risalto dato alla figura di mio marito - scrive - deploro che gli autori o gli sceneggiatori non abbiano pensato di rivolgersi alla famiglia o alle persone più vicine per delinearne meglio la personalità. Mio marito era infatti molto diverso sin dai caratteri esteriori. Emerge dalla fiction un personaggio che segue lo stereotipo del siciliano: scuro, con folti baffi neri, che parla in dialetto e che usa il turpiloquio, un uomo dal temperamento passivo".La vedova di Boris Giuliano così prosegue: "mio marito non era per nulla così. Non era un uomo di mezza età, non parlava in dialetto stretto (non ci sarebbe stato nulla di male, ma semplicemente non era così). Inoltre non usava abitualmente il turpiloquio e non fumava. Era un uomo giovane (nel 1969 aveva 38 anni)". Secondo Ines Maria Leotta Giuliano suo marito "non aveva bisogno, come appare nel lavoro televisivo, di un inesistente Schirò" che lo spronasse a combattere la mafia". "Ben altro - scrive la vedova - se si fosse voluto rendere giustizia alla sua figura, poteva essere raccontato nella fiction: si poteva fare riferimento all'isolamento in cui fu lasciato, o ai rapporti che presentava e che restavano lettera morta nei cassetti della Procura"."Pur comprendendo che si tratta di una fiction - conclude la vedova Giuliano - è pertanto non necessariamente fedele alla realtà, penso che nel trattare un argomento così delicato andrebbe fatta una scelta: o utilizzare nomi e situazioni di pura fantasia, oppure, se si decidesse di riferirsi a personaggi realmente esistiti (usando il loro nome) e che, come in questo caso, hanno perduto la vita per lo Stato, ci si dovrebbe attenere alla realtà dei fatti sottoponendo la sceneggiatura ai familiari. Non mi sembra di chiedere troppo".Di parere diverso Pietro Grasso, procuratore nazionale antimafia: "Non si può nascondere la realtà. E' giusto che si conosca e che, magari, a corredo ci sia un modo per commentarla. Non sono d'accordo con la proposta di sospenderla, la fiction va trasmessa, e, contemporaneamente, dovrebbe essere discussa in famiglia, nelle scuole e ovunque si possa mettere in evidenza come la realtà della mafia porta solo sangue, morte e distruzione"."Non dobbiamo avere paura - ha proseguito - del rischio emulazione ma andare al cuore del problema. Se ha un difetto è che è stata trasmessa a puntate e in alcune potrebbe venire fuori il lato accattivante del personaggio. Se, invece, fosse stata raccolta in due ore si sarebbe arrivati subito alla morale che, secondo me, è più educativa di tutto il resto della fiction".Alle osservazioni del presidente dell'Osservatorio sui diritti dei minori, Antonio Marziale, secondo il quale "è meglio la pornografia di un fiction su Cosa nostra", risponde l'eurodeputato Claudio Fava, co-sceneggiatore de "Il capo dei capi": "Un'affermazione da codice penale. Rivela un disprezzo grossolano verso chi si è battuto in questi anni in nome del diritto di non tacere mai sulla mafia e sulle ragioni della sua impunità"."La mafia è violenza, ferocia, viltà; ma è anche potere, collusione, contiguità - aggiunge Fava -. Il torto de Il capo dei capi, secondo taluni benpensanti, è quello di avere restituito a Cosa nostra tutta la sua drammatica complessità. Il ministro Mastella avrebbe preferito un bel western, buoni e cattivi, saraceni e paladini, come in un'opera dei pupi. Ma la mafia è altra cosa. L'errore non è mai raccontare Cosa nostra ma non averla mai raccontata abbastanza"."L'errore - prosegue Fava - non è parlare dei mafiosi, ma parlare con i mafiosi o far loro da testimoni di nozze. L'errore è far credere che a Cosa nostra si possa opporre solo la rassegnazione. La nostra fiction è invece la storia di una scelta: sbirro o mafioso, macellaio o uomo libero, siamo noi che decidiamo da che parte stare. Forse è proprio questo senso di responsabilità che fa paura a qualcuno".
La Sicilia, 29/11/2007