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lunedì 22 ottobre 2007

A Corleone l'anteprima de "Il Capo dei Capi"

(segue dalla prima)
L'intenzione degli autori, dice Claudio Fava, che con Stefano Bises, Domenico Starnone e con la collaborazione di Attilio Bolzoni e Giuseppe D'Avanzo, è autore della serie, prodotta dalla Taodue per Mediaset, è quella di raccontare e «provare a comprendere la quotidiana banalità del male, ma anche la sua capacità di seduzione, facendo attenzione a che questa non diventi per il pubblico una fascinazione». Claudio Gioè, giovane e ottimo attore siciliano, interpreta Riina. «Noi siciliani siamo esigenti sulle storie di mafia, che sono storie che per noi significano drammi con cui fare i conti. Qui è tutto molto aderente alla realtà, questa fiction è una storia catartica che viene offerta a tutto il pubblico. Nella prima puntata, quando si racconta della ascesa di Riina, che ha avuto un'infanzia affamata, ci può essere il rischio che il personaggio piaccia, ma noi siciliani sappiamo quanto la mafia possa essere subdola e affascinante. Nelle puntate successive però tutto questo si perde ed emerge la ferocia sua e degli altri». Daniele Liotti è l'unico personaggio inventato del film, il poliziotto Biagio Schirò, «che rappresenta tutti i soldati semplici che hanno combattuto la mafia, dei quali sappiamo il nome solo per quelli che sono morti». La “prima” nazionale de “il capo dei capi” la produzione ha voluto tenerla ieri sera a Corleone. E i corleonesi hanno risposto alla grande, riempiendo gli oltre 500 posti a sedere del cinema Martorana e restando persino in piedi. Curiosità, certo. Ma anche tanta voglia di guardarsi allo specchio, tanta voglia di guardare in faccia la mafia e i mafiosi, che a volte ci somigliano. Pubblico delle grandi occasioni ieri sera a Corleone, con un cinema Martorana strapieno, per applaudire gli attori, il regista e gli sceneggiatori. Putroppo, in una serata perfetta, la caduta di stile non poteva mancare. All'improvviso sul palco sono apparsi gli on.li Caputo ed Antinoro, i due "badanti" del sindaco Iannazzo. E giù gli "osanna" per la recente vittoria (del Polo) e per il giovane sindaco (di An). Ma che c'entrava tutto questo con la lotta alla mafia e con l'unità della società civile e politica per provare a vincere una battaglia così impegnativa?
23 ottobre 2007

giovedì 30 agosto 2007

Cartoline in carcere a Riina e Provenzano: "La pace è finita". E a Palermo è allarme

La missiva è stata intercettata dalla polizia penitenziaria. La busta indirizzata al carcere di Opera di Milano in "via Borsellino"

PALERMO - Poche parole scritte sul retro di due cartoline recapitate in carcere dentro a una busta bianca. Poche parole che hanno destato molta preoccupazione alla procura di Palermo. I destinatari sono Toto' Riina e Bernardo Provenzano. Il testo dice: "La pace è finita". Potrebbe trattarsi dell'avvertimento di un'imminente ripresa della strategia stragista. La missiva è stata intercettata dalla polizia penitenziaria che ritiene la vicenda molto allarmante. La procura di Palermo ha ora aperto un'inchiesta sulla lettera. I dettagli della vicenda sono ancora più inquietanti. La busta era indirizzata al carcere di Opera di Milano l'indirizzo indicato era "via Borsellino". La strada, secondo gli investigatori, è intenzionalmente sbagliata con una chiara allusione alla tragica strage di via d'Amelio in cui, nel 1992, venne ucciso il magistrato Paolo Borsellino. C'è poi il giorno di spedizione. La lettera è stata infatti spedita dal capoluogo lombardo il 20 luglio, ovvero un giorno dopo l'anniversario dell'eccidio. E infine la scelta dello stadio di san Siro. Secondo gli inquirenti non sarebbe casuale e rimanderebbe all'attentato mafioso sfumato, nel 1993, allo stadio Olimpico di Roma. Nel frattempo i magistrati della direzione distrettuale antimafia di Palermo hanno avviato accertamenti in seguito all'ipotesi che potrebbe esserci un nuovo asse mafioso fra i boss detenuti Leoluca Bagarella e Nitto Santapaola. I due capimafia, in occasione del trasferimento che prevedeva che uno andasse ad occupare la cella dell'altro, hanno entrambi lasciato sul tavolo la propria fede nuziale. L'episodio è stato segnalato alle procure di Catania e Palermo dal Dipartimento amministrazione penitenziaria (Dap) che ha scoperto lo strano "scambio di anelli". Il gesto potrebbe essere il segnale di un "matrimonio" fra due correnti mafiose fino adesso rimaste distanti.
(La Repubblica, 29 agosto 2007)

venerdì 3 agosto 2007

Palermo, arrestato in una villetta di periferia il boss mafioso Francesco Franzese

Da latitante ha lavorato come capocantiere e faceva il sindacalista. L'uomo, bloccato alla periferia di Palermo, è ritenuto dagli inquirenti il capomafia della famiglia di Partanna Mondello

PALERMO - La polizia ha arrestato a Palermo Francesco Franzese, 43 anni, inserito nell'elenco del ministero dell'Interno dei cento ricercati più pericolosi. L'uomo, già raggiunto da una condanna all'ergastolo, è ritenuto dagli inquirenti il capomafia della famiglia di Partanna Mondello. Franzese è stato arrestato in una villetta alla periferia di Palermo. L'arresto di Franzese «è un nuovo successo nella lotta al crimine», ha affermato il ministro della Giustizia, Clemente Mastella. Nel suo covo i poliziotti hanno anche trovato apparati elettronici che servivano per individuare la presenza di microspie e secondo gli inquirenti stava preparando unn agguato.

ARRESTATA ANCHE UNA COPPIA - Il latitante, che si nascondeva nell'abitazione di due coniugi, anche loro arrestati, non ha opposto resistenza quando gli agenti hanno fatto irruzione nella casa e si è lasciato ammanettare. In manette sono finiti così Nadia Costanzo, 23 anni, e Giacomo Spatola, 28 anni, oltre a Antonino Nuccio, 46 anni, che al momento del blitz si trovava con loro. Nella casa c'era anche la figlia dei due coniugi, una bimba, che è stata portata in questura. Franzese, 43 anni, condannato per omicidio, era ricercato dal 26 luglio 2006, subito dopo la sentenza dell'inchiesta 'Mare Nostrum' emessa dalla Corte d'Assise di Messina.

CAPO CANTIERE E SINDACALISTA - Franzese fino a pochi mesi fa lavorava presso un'impresa edile. Lo scorso maggio era riuscito a sfuggire all'arresto. Quando i carabinieri del Reparto operativo di Palermo avevano effettuato un controllo nel cantiere edile della ditta «F.G.riuniti srl», si erano imbattuti in una paradossale scoperta: nell'organico dell'azienda figurava proprio Francesco Franzese. Piuttosto che trascorrere la sua latitanza nascosto Franzese aveva scelto di impegnare il tempo lavorando come capo cantiere. Ma c'è di più. L'uomo, infatti, era anche responsabile per la sicurezza dei lavoratori e loro rappresentante sindacale. Il tutto senza usare pseudonimi, ma con il proprio nome di battesimo. In quella occasione i carabinieri non riuscirono a mettergli le manette ai polsi, perché Franzese, quando i militari arrivarono al cantiere, aveva giá fatto perdere le proprie tracce.

IL QUESTORE: «AVEVA RUOLO IMPORTANTE» - Lo spessore criminale e la rilevanza mafiosa di Francesco Franzese emerge dalla descrizione che ne fa il questore di Palermo, Giuseppe Caruso. «L'arresto di Franzese - afferma - è un nuovo colpo alla mafia perchè da quanto emerge dal materiale sequestrato si scopre un ruolo molto importante che rivestiva nella dinamica interna a cosa nostra». «Franzese - aggiunge - è un personaggio che decide e allo stesso tempo esegue. Tutto ciò ci viene confermato anche dalla corrispondenza ritrovata nel covo, non solo con il latitante Salvatore Lo Piccolo ma anche con altri capimafia di Palermo».
Il Corriere della sera, 02 agosto 2007

lunedì 9 luglio 2007

Lercara (Palermo): freddato a colpi di fucile, in perfetto stile mafioso

PALERMO - Un uomo è stato ucciso con diversi colpi di fucile da caccia nelle campagne di Lercara Friddi, in provincia di Palermo. Si tratta di Pietro D'Amore, commerciante di fieno di 33 anni, che era stato scarcerato dopo una lunga detenzione il 20 maggio scorso dopo essere stato assolto dall'accusa di aver assassinato l'allevatore di Lercara, Salvatore Lo Forte, ucciso il 22 settembre 2003.A indagare sono i carabinieri. D'Amore è stato raggiunto dai sicari mentre stava caricando delle balle di fieno su un camion in aperta campagna, in contrada Frilli. L'esecuzione ricalca lo stile mafioso. A sparare sono stati due uomini incappucciati.
D'Amore, che era sposato, era stato assolto il 19 maggio scorso dai giudici della seconda sezione della corte di assise di Palermo, che ha invece condannato all'ergastolo il padre della vittima, Carlo Giuseppe D'Amore e un fratello, Salvatore.La Corte aveva subito disposto l'immediata scarcerazione di D'Amore. Il pm Maria Forti aveva chiesto la condanna all'ergastolo per tutti e tre gli imputati. Alla lettura della sentenza, pronunciata nell'aula bunker del carcere Pagliarelli, numerosi parenti degli imputati che erano presenti in aula, hanno reagito alle due condanne con urla, proteste e insulti diretti ai familiari dell'ucciso, che si erano costituiti parte civile nel processo.Lo Forte venne assassinato a colpi di fucile e di pistola il 21 settembre 2003 nelle campagne di Lercara Friddi, nel palermitano. All'omicidio avrebbe assistito il figlio della vittima Francesco Lo Forte, che in aula ha puntato il dito contro i D'Amore, fornendo una testimonianza che è stata considerata un caposaldo per l'accusa.E' stato sempre Francesco Lo Forte a fornire un possibile movente dell'omicidio: il giovane ha spiegato che il padre era ritenuto dai D'Amore coinvolto nell'omicidio di un loro parente, Giuseppe D'Amore, facoltoso commerciante di Lercara ucciso nel 2001 senza che mai fossero scoperti gli assassini. Nell'uccisione di Salvatore Lo Forte è rimasto coinvolto anche il più piccolo dei fratelli D'Amore, che aveva 16 anni all'epoca dei fatti e per questo viene giudicato dal tribunale per i minori.
(La Sicilia, 08/07/2007)