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mercoledì 1 agosto 2007

La ragazza squillo: "Vi racconto quella notte, ma la coca non l'ho portata io"

"La mia vita è rovinata. Del mio lavoro la famiglia non sapeva nulla, ho un fratello poliziotto"

di VALERIA ABATE e MASSIMO LUGLI

ROMA - "Sono distrutta, la mia vita è finita dopo questa storia con il politico, mia madre e mio fratello, che fa il poliziotto, hanno scoperto come vivo e cosa faccio ma io ho la coscienza a posto, non ho commesso reati, non ho neanche bisogno di un avvocato". Voce incrinata di stanchezza e di rabbia, uno sfogo come un fiume in piena quello di F. Z., la ragazza squillo finita all'ospedale dopo una notte di sesso e cocaina all'Hotel Flora assieme al parlamentare dell'Udc Cosimo Mele. "Ho letto le sue dichiarazioni ai giornali e la verità è stata completamente stravolta. Io non l'ho denunciato e lui non solo non mi ha neanche telefonato per ringraziarmi ma, anzi, mi fa apparire in questo modo".

Era la prima volta che lo incontrava?
"Si, la prima. Me l'ha presentato una persona".

L'onorevole Mele ha detto: "Non sapevo che fosse una squillo". E' vero?
"Certo, come no? Ma se la prima cosa che ha fatto è stata quella di darmi i soldi, ma andiamo...".

Quanto le ha dato?
"Senta, io non ho voglia di parlare di queste cose. Sono rovinata, i miei clienti hanno capito che sono io e nessuno mi chiama più. Io ho un mutuo da pagare, i Rid, come faccio se non lavoro più? Io uso il mio nome, quello vero, perché sono una persona vera. E adesso mia madre e mio fratello hanno scoperto tutto e non mi parlano più, la persona con cui stavo, che sapeva benissimo tutto, mi ha lasciata dall'oggi al domani, non ho lavoro, non ho un compagno, non ho una famiglia, sono distrutta".

Torniamo a quella sera al Flora. L'onorevole Mele dice che, a un certo punto, si è addormentato.
"No, nessuno ha mai dormito quella notte. Siamo rimasti dalle 2 alle 5 del mattino, in tre in una stanza. E poi alla fine mi sono sentita male, ho visto delle cose che mi hanno fatto paura".

L'onorevole Mele ha chiamato l'ambulanza?
"Macché, ha cercato di strapparmi il cellulare di mano. Io ho telefonato al mio compagno e poi a mio fratello".

Lei ha portato la droga? Cosa ha preso? Pasticche? Coca?
"Io non ho portato assolutamente nulla. Mai. E le pasticche non le ho mai prese in vita mia, tra l'altro mi fanno paura. E poi ci sono le analisi che parlano chiaro"

Overdose di cocaina quindi. Chi l'ha portata?
"Ascolti, come sono andate le cose lo so io e lo sa la polizia. Mi hanno torchiata dalle 8 del mattino alle 6 di sera, sono venuti a prendermi in ospedale. Ero sporca, sudata, semisvestita. E' stato un vero tormento, non mi sono mai sentita così umiliata in vita mia. Sa quanti mi hanno chiamata dicendo: lo so che sei tu. Nel nostro ambiente mettersi troppo in vista, finire sui giornali non va bene. Io sono una persona comune, voglio vivere una vita anonima".
(La Repubblica, 31 luglio 2007)

Poco onorevole davvero

di Roberto Cotroneo

C’è qualcosa che non si capisce bene di questo strano Paese. E non è il fatto che esistano una morale pubblica e una morale privata. Una vita di facciata, e le scappatelle private. Un predicare bene e razzolare male. Questo fa parte della storia, può indignare o lasciare indifferenti. Quello che è decisamente nuovo è il modo di certi politici di raccontare ai propri elettori, e ai cittadini, storie che non crederebbe neppure un bambino piccolo.Intanto se è vero che nella vicenda di Cosimo Mele non esistono per ora estremi di reato (per ora, perché l’inchiesta è ancora in corso), esiste una colpevolezza in politica, che va ben oltre, ed è assai più severa per certi aspetti, di quella stabilita dal codice penale. Perché qui non si tratta di fare i moralisti. Qui si tratta di chiarire come deve sentirsi un signore che ha il mandato dei cittadini a legiferare in Parlamento. Non è un privilegio essere deputati, è molto di più: è un vincolo e una responsabilità. Allora trovarsi nella suite di un grande albergo romano in compagnia di una prostituta di trent’anni, imbottita di droga, che finisce per sentirsi male e deve essere portata d’urgenza al pronto soccorso, è qualcosa che va al di là della gravità del fatto in sé. E molto al di là. Essere scoperti in questa situazione se poi si è deputati eletti nelle liste di un partito come l’Udc, che da sempre fa battaglie fortemente antiproibizioniste, è decisamente grottesco. Se ancora di più si viene scoperti in una situazione del genere e si è firmatari di una legge sul test antidroga per i parlamentari, è francamente da teatro dell’assurdo.Fin qui, appare tutto evidente e chiaro. Ma purtroppo ci sono due dettagli che spiegano come questa storia sia il simbolo di un malcostume ideologico ed etico, che paradossalmente ha ben poco a che fare con l’episodio della squillo e del suo malore. L’onorevole Mele, che va detto, ha avvertito il 118, e si è dimesso prontamente, rilascia un’intervista al Corriere della Sera, e dice fondamentalmente due cose.La prima è che lui non sapeva che quella ragazza era una prostituta. Però la paga. Curioso davvero che un uomo abbia l’abitudine di pagare una bella ragazza per l’avventura di una sera. Ma aggiunge: «Pagata... non proprio, una somma di denaro, ma niente di esagerato». Con tutta la comprensione che si può avere per il dramma personale di questo signore, ovvero quello di essersi ritrovato su tutte le prime pagine dei giornali per un fatto di questo genere, non riesci a capire se questa affermazione è ridicola, ingenua, o invece è un tentativo maldestro di arrampicarsi sugli specchi. Se l’avesse detto un playboy della riviera romagnola, pazienza. Se lo dice un legislatore, membro del Parlamento italiano, rappresentante dei cittadini che lo hanno «eletto», nel senso doppio che ha questa parola, beh, per usare un eufemismo, fa un po’ girare la scatole. «Pagata... non proprio, una somma di denaro». La seconda cosa è ancora più grave: ha dichiarato Mele che lui sarebbe un eroe, perché anziché darsela a gambe e scomparire ha chiamato l’ambulanza. Trattasi non di eroismo, né di gesto misericordioso, ma di dovere assoluto. Fare il contrario è un reato assai grave, punito severamente, e si chiama omissione di soccorso. Definirsi eroi perché si soccorre chiunque, e in qualunque condizione, è una seconda cosa che, per usare sempre il solito eufemismo, fa girare piuttosto le scatole.Io non butto la croce addosso all’onorevole Mele per quello che è accaduto, forse non ci sono neppure gli estremi di reato in questa vicenda. E capisco che sia scosso, turbato, pentito, e che soprattutto deve aver maledetto quella cenetta in un noto ristorante romano a cui è andato dopo una faticosa seduta della Camera. Ma per ora non è su quello che va giudicato, semmai è su quello che ha detto dopo. Su quel modo maldestro, forse confuso, e persino un po’ arrogante, di giustificare le sue azioni con una serie di espressioni, e di considerazioni, queste sì, e non c’è ombra di dubbio, eticamente disdicevoli. Perché sono una presa in giro, perché è quel modo di certa piccola politica di applicare dei sofismi un po’ avariati e per nulla astuti, pensando di farla franca, pensando che si possa far credere ai propri elettori, ai cittadini, quello che i cittadini hanno capito benissimo da soli.Poi certo, sappiamo di che tipi è fatta una parte del nostro Parlamento. Spesso persone ingenue, professionisti di provincia, con scarso potere, molte frustrazioni, quelli che un tempo venivano definiti peones, spesso annoiati da sedute fiume in cui non devono far altro che schiacciare i pulsanti di voto, e con questa sciagurata legge elettorale neanche più preoccupati di mantenere promesse al proprio elettorato e curare il proprio collegio, visto che sono stati tutti cooptati dalle segreterie dei partiti. Così finisce che in questo vuoto fatto di voti al computer, pranzi alla buvette, e sbadate letture dei giornali può capitare di scaraventarsi in una simil dolce vita romana, di serie B, da provinciali fuori sede: in questo caso fatta di squillo, regalini, e «che dio ce la mandi buona che nessuno ci scopra... ». Peccato che l’assunzione di droga non è come bere il Lambrusco, o l’Aglianico, e che le prostitute spesso sono sfruttate, e non è che si può far finta di non saperlo.L’onorevole Cosimo Mele sostiene, e questa è la ciliegina sulla torta, che non c’è alcun motivo per dimettersi da deputato. Invece ce ne sono moltissimi. Si dovrebbe dimettere da deputato per ciò che ha detto, perché regalare i soldi a una donna che viene a letto con te e che non hai mai visto prima, non è pagare, è un regalino; perché si è posto anche solo il dubbio di non chiamare l’ambulanza, perché non l’ha accompagnata al pronto soccorso, perché dà interviste dicendo che si sente colpevole solo di fronte alla sua famiglia. E con tutto il rispetto per la moglie e per i figli, ma i problemi con la sua famiglia sono soltanto suoi, e privati, a noi non interessano affatto. Dovrebbe sentirsi colpevole di fronte ai suoi elettori, e a tutti i cittadini. Smettere di dare interviste, e fare un passo indietro. Possibile che non lo riesca a capire?roberto@robertocotroneo.it
L'Unità, 31.07.07

lunedì 30 luglio 2007

Il parlamentare dell'Udc Cosimo Mele: «Ero io con la squillo ma mi dimetto»

«Quel parlamentare sono io, ma droga non ne ho vista e la signora mi era stata presentata quella sera a cena da amici». Cosimo Mele, 50 anni, una moglie e tre figli, nato in provincia di Brindisi e in quel collegio eletto nelle liste dell'Udc, esce allo scoperto «per evitare speculazioni politiche a danno del partito». Mele, per sua stessa ammissione, è dunque il parlamentare che ha trascorso la notte tra venerdì e sabato in una suite dell'hotel Flora in via Veneto a Roma con una signora, o forse due, poi ricoverata in ospedale per un malore, da attribuire, sembra, all'uso di cocaina e alcol. A conclusione della vicenda la polizia non ha riscontrato alcun reato, né denunciato, quindi, alcuno.
Dopo essere uscito allo scoperto Mele ha poi rassegnato le proprie dimissioni dal partito. L'ufficio stampa dell'Udc ha confermato che Cosimo Mele ha comunicato al segretario nazionale Lorenzo Cesa le sue dimissioni dall'Udc. «Si tratta di una scelta - chiarisce l'on.Mele, nella nota diffusa dal partito - per evitare indebite speculazioni, nella vicenda che mi coinvolge, a danno del partito».
Poi racconta cosa è successo quella notte a luci rosse. «Venerdì sera - racconta Mele - sono stato a cena con alcuni amici al ristorante romano Camponeschi. E loro mi hanno presentato quella signora, e non sapevo che facesse quel tipo di prestazioni. Era tardi - aggiunge - e io mi sono lasciato tentare...». Il parlamentare dell'Udc si difende: «È stata una debolezza, ma si tratta di una vicenda privata. I politici, sa, sono persone umane come tutte e con tutte le loro manchevolezze umane. Non perchè uno fa politica, allora deve essere sottoposto ad un moralismo eccessivo». Cos'è accaduto allora? «Siamo stati in albergo. Ma ad un certo punto mi sono accorto che la signora non stava bene. Aveva delle allucinazioni, non so cosa le avesse preso».
E, a riprova della sua buona fede, Mele ricorda che «ho dovuto chiamare la reception tre volte ed avvisare il soccorso medico, ho dovuto insistere perchè lei non voleva...». Ma si è accorto che la signora aveva assunto stupefacenti? «No, per nulla. Mi sono appisolato, e ho visto anche che aveva chiamato una ragazza ma non so...». Ha ricevuto manifestazioni di solidarietà? «L'episodio è freschissimo, quindi non ce n'è stato tempo. Certo, telefonate di amici ne ho avuto», dice aggiungendo che «è vero, ho sbagliato. Adesso però, mi scusi, voglio pensare solo alla mia famiglia».
Cosimo (Mimmo) Mele è al secondo matrimonio. Dal primo ha avuto due figli. Un figlio è nato anche dalla nuova unione, mentre un quarto, a quanto si è appreso, è in arrivo. Imprenditore del settore edile, è stato più volte eletto nel consiglio comunale di Carovigno, il suo paese. Attualmente oltre che deputato è anche consigliere comunale. Mele ha avuto anche un incidente di percorso quando fu arrestato il 5 gennaio 1999, insieme con altre cinque persone, con l'accusa di aver ottenuto tangenti da centinaia di milioni di lire in cambio di favori nell'assegnazione di appalti pubblici e assunzioni nel periodo in cui aveva ricoperto la poltrona di vicesindaco. La polizia denominò l'inchiesta - che non si è ancora conclusa, essendo il processo tuttora in corso dinanzi al Tribunale di Brindisi - Montecarlo, in quanto sia Mele sia l'ex sindaco di Carovigno Vito Angelo Perrino erano abituè dei casinò di Montecarlo e Venezia.
Il comportamento di Cosimo Mele è incompatibile con i valori dell'Udc, e dunque il deputato non farà più parte del gruppo alla Camera, ma certo «la solitudine è una cosa molto seria e la vita del parlamentare è una cosa dura per chi la fa seriamente», dice il segretario del partito Lorenzo Cesa. «Io - afferma sempre il segretario del partito - vado a letto alle 22.30 la sera» per fare fronte alle giornate piene di impegni che si susseguono. Duro il lavoro, quindi, ma duro è anche stare lontano dagli affetti: «Questa mattina ho incontrato un alto funzionario della Camera che - racconta Cesa - ha sottolineato come 'si fa un gran parlare dei costi della politica e, invece al parlamentare bisognerebbe dare di più e consentire il ricongiungimento familiare».
Critiche da Luca Volontè, Udc: «Chi si droga non può legiferare, chi è complice dello sfruttamento della prostituzione non può parlare di famiglia, figli, diritti umani». «Voglio proprio vedere come voterà uno che va a puttane e si droga - si chiede Oliviero Diliberto, segretario del Pdci - il giorno che voteremo in Parlamento, sulla sacralità della famiglia». Il sottosegretario all'Economia, Paolo Cento (Verdi), denuncia l'ipocrisia che regna in Parlamento: «Facciamo allora un bel test antidroga ai senatori e ai deputati e faremo cadere questo muro di menzogna. Perché il ceto politico finisce per essere proibizionista con gli altri e libertino con se stesso ».
Dissacrante il commento di Franco Grillino di Sinistra Democratica. «Il grottesco, è che solo in Italia abbiamo i leader divorziati (nessuno escluso della destra) che sono contro il divorzio breve. Abbiamo leader conviventi che sono contro la legge sui conviventi, i leader che si fanno vedere con la collezione di amanti e poi vanno al Family Day accolti con grandi ovazioni. Sempre a destra abbiamo a destra, gli "atei devoti". Dopo il caso Mele abbiamo una nuova categoria che è venuta alla luce: i puttanieri moralisti. La cosa più divertente e ridicola è che la gerarchia ecclesiastica è schierata come un sol uomo con costoro. Auguri, monsignor Bertone». Ma proprio per questo, «potremmo dire mille grazie Cosimo Mele», poichè «d'ora in poi quando i saputelli moralisti dell'Udc ci faranno il pistolotto sui «valori», sulla morale, sulla decadenza dell'Occidente che ha perso le radici cristiane, potremmo dire che, dopo il caso Mele, quantomeno sarebbe meglio moderare l'estremismo sessuofobico, omofobico, e il clericalismo da convenienza elettorale».
L’Unità, 30.07.07


Il protagonista
«Una debolezza, ma non sono fuggito»
«Non ho il coraggio di dirlo ai miei figli»


ROMA — «Ho sbagliato (silenzio) sono pentito (silenzio). Sono stato sfigato perché se la ragazza non si fosse sentita male non sarebbe successo nulla. Ma sono anche orgoglioso». Orgoglioso? «Sì, orgoglioso di me stesso. Quando ho avvertito la reception e poi chiesto di chiamare un'ambulanza ho capito che il mio nome poteva uscire. Molti altri se la sarebbero data a gambe». Solo che Cosimo Mele — deputato dell'Udc, 50 anni, sposato, tre figli — la parola orgoglioso la pronuncia come un sussurro, con la voce tremante di chi si sente «cadere il mondo addosso».
Cosa è successo venerdì sera? «Sono uscito dalla Camera intorno alle nove, sono andato a cena con degli amici, non politici, al Camponeschi, un ristorante di Piazza Farnese. Dopo un po' è arrivata questa ragazza, che io non avevo mai visto prima, ma che conosceva i miei amici. È stata lei che ha cominciato a parlarmi...».
Sta dicendo che è stato adescato? «Adescato? Io non sono esperto di queste cose ma non avevo capito che fosse una prostituta».
E cosa pensava? «Pensavo fosse la ragazza che cercava un'avventura. Ho capito solo quando siamo arrivati all'Hotel Flora».
L'ha pagata? «Pagata... non proprio. Le ho fatto un regalo, una somma in denaro, niente di esagerato però. Poi siamo saliti su, siamo stati insieme, e dopo io mi sono addormentato».
Avevate preso cocaina? «Io non ho preso cocaina né altri tipi di droga. Non ho visto se quella ragazza l'ha presa oppure no. Forse sì, ma magari prima di incontrarmi oppure mentre dormivo».
Lei ha firmato la proposta di legge sul test antidroga per i parlamentari. «Francamente non ricordo, ma il test sono pronto a farlo anche subito».
Non c'era con voi un'altra ragazza? «Quando siamo saliti no. Quando mi sono svegliato ho sentito che, nel salottino della stanza, la mia accompagnatrice stava parlando con un'altra ragazza, straniera. Credo una sua amica, l'aveva chiamata lei».
E la sua accompagnatrice quando si è sentita male? «Poco dopo, ormai era quasi mattina. Delirava».
Agli infermieri del San Giacomo ha detto di essere stata costretta a prendere pasticche. «Se è per questo diceva anche che io l'avevo rapita, che non volevo chiamare l'ambulanza. Ma era in evidente stato di allucinazione. Per questo ho deciso di non accompagnarla in ospedale. Anche se tramite i miei amici, che la conoscevano, mi sono subito informato sulle sue condizioni».
Crede che la sua carriera politica sia finita qui? «Deciderà il mio partito. Ma non mi sento di aver tradito niente e nessuno, se non la mia famiglia».
Lei fa parte di un partito, l'Udc, che della difesa della famiglia ha fatto una bandiera. «Lo so, e per questo ho deciso di dare le dimissioni dall'Udc. Ma non vedo perché dovrei dimettermi da deputato, anche io sono un uomo con le mie virtù e le mie debolezze».
Una debolezza considerata grave a giudicare dalle sue dimissioni. «Guardi, credo che nella politica italiana ci sia una grande ipocrisia. Adesso mi spareranno addosso quelli di Forza Italia, come se loro fossero tutti santarelli. Per non parlare di quelli della sinistra, che anche loro, quando serve, si fanno gli affari loro. E invece noi politici siamo uomini come gli altri: anche a noi capita di sbagliare».
Era la prima volta, onorevole? «Non mi succedeva da tantissimi anni. Sono stato ragazzo anche io».
Come si sente adesso? «Mi sento il mondo cadere addosso. Lo so, è una frase fatta, ma è proprio quello che sento». Cosa le ha detto sua moglie? L'ha perdonata? «Perdonato... Macché, piange tutto il giorno. Non so come andrà a finire». E con i suoi figli ha parlato? «No, non ancora. Non ho il coraggio».
Lorenzo Salvia
Il Corriere della sera, 30 luglio 2007