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domenica 25 novembre 2007

ALL’OMBRA DELLA BUROCRAZIA. Il tesoro dei boss dimenticato

di Alberto Custodero
Si può perdere la lotta alla mafia anche per burocrazia, inefficienza, inadeguatezza della macchina dello Stato. Succede da anni, e succede tutti i giorni, se si guarda ai patrimoni sequestrati ai boss mafiosi e mai entrati in possesso del Demanio. Sentenze dello Stato disattese, da un lato, rendite e benefici lasciati in possesso dei clan, dall´altro. Cioè soldi, finanziamenti e risorse di cui la mafia gode alla luce del sole. Anzi, all´ombra della burocrazia.
A Pollena Trocchia, la cittadina in provincia di Napoli che Totò usava come metafora per definire un posto sperduto, una palazzina di 27 appartamenti è stata confiscata esattamente diciassette anni fa, nel novembre del 1990, al vecchio boss della camorra Giacomo Terracciano. Ma in tutto questo tempo lo Stato non ha saputo diventarne proprietario. E l´immobile, che vale cinque milioni e mezzo di euro, ha continuato a rendere ingenti profitti ai familiari del capoclan camorrista, che, come se niente fosse, affittano ancora oggi gli alloggi, facendosi beffa dell´Agenzia del Demanio - che li gestisce per conto dello Stato - e degli amministratori giudiziari.
A Bari, una palazzina in piazza San Pietro, nel cuore della città vecchia che s´affaccia sul porto, è stata sequestrata dieci anni fa e poi confiscata definitivamente nel 2000 ai Capriati, uno dei clan che con gli Strisciuglio e i Manzari si contende il controllo della città. In quei 14 appartamenti, però, in questi sette anni hanno continuato a vivere i parenti del boss Sabino Capriati, cinquanta persone - fra loro donne e bambini alcuni dei quali estranei a attività illecite - alle quali ora il comune ha notificato un provvedimento di sgombero. Termine ultimo dello sfratto, il 25 novembre. Cioè dopodomani. Ma il sindaco barese, Michele Emiliano, neo segretario regionale del partito Democratico - temendo il peggio nel fare uso della forza pubblica per convincere quegli inquilini scomodi ad andarsene - con un atto d´umanità potrebbe concedere una proroga fino a gennaio, per non buttare in mezzo alla strada i parenti del boss proprio sotto natale.
Tutto l´imbarazzo del primo cittadino barese, ex pm della Direzione distrettuale antimafia, è emerso quando, un paio di mesi fa, l´Agenzia del Demanio gli ha lasciato in eredità, forse troppo frettolosamente, quei beni confiscati, ma ancora occupati. Allora, Emiliano si sentì in dovere di rivolgere «un pensiero particolare a quelle famiglie, invitandole a pensare che non è l´infamia della giustizia a punirle e colpirle, bensì quella dell´attività dei loro familiari».
Ma nel viaggio nel mondo dei patrimoni sequestrati ai boss, è a Pollena Trocchia - dove fu uccisa in un agguato perfino la figlia di 2 anni di un boss - che ci si imbatte nel caso più scandaloso. L´immobile sequestrato nel 1990 al boss Giacomo Terracciano - che da 17 anni frutta ancora utili al fratello Luigi - rappresenta il simbolo del fallimento della lotta dello Stato contro le ricchezze della mafia. Fa capire soprattutto l´inadeguatezza dell´Agenzia del Demanio a gestire quei patrimoni confiscati, visto che a tutt´oggi non è riuscita a entrarne pienamente in possesso. E visto che da tre anni non si preoccupa di inviare più, chissà perché, neppure l´amministratore giudiziario a riscuotere dai condomini parte degli affitti.
Questo scandalo spiega meglio di qualsiasi altro esempio perché sia stata richiesta dai questori del Sud e dalla commissione parlamentare Antimafia l´istituzione di un´Agenzia nazionale ad hoc per la gestione delle confische. E perché sia urgente la riforma parlamentare - prevista in un capitolo del «pacchetto sicurezza» del governo - della normativa sul sequestro dei beni dei boss mafiosi che sempre di più, per sfuggire ai sequestri, ricorrono a prestanome e investono nei paradisi fiscali esteri.
Ma piazza San Pietro a Bari, e Pollena Trocchia nel Napoletano non sono certo casi isolati. Lucia Rea, dirigente Aree politiche per la sicurezza della Provincia di Napoli, parla addirittura di un vero «museo dei beni confiscati: centinaia di mega ville, terreni, aziende, natanti, un tempo di proprietà di vecchi capi mafia, oggi per la maggior parte beni senza valore, diroccati, distrutti dal tempo, dalla burocrazia, e dagli atti vandalici degli ex proprietari». Fra questi spicca il caso dell´ex fortino del boss Francesco Rea in quel di Giugliano, in Campania. Si tratta di una struttura di 33 mila metri quadri (la villa del capo clan 5 mila metri quadri, intorno i locali di una ex concessionaria Mercedes e le case degli affiliati), confiscata il 26 gennaio del 1998 e passata al comune l´11 marzo del 2004. Prima di andarsene, amici e parenti del vecchio proprietario che vi avevano albergato abusivamente per sei anni - in tutto 30 nuclei familiari - hanno distrutto e saccheggiato tutto, portandosi via perfino le pareti e gli infissi. Ora su quel cumulo di macerie l´ente pubblico vuole costruirci il tribunale di Giugliano, ma - paradossalmente - per ristrutturare l´ex dimora del boss ci vogliono 30 milioni di euro. Per costruire gli uffici giudiziari ex novo, meno della metà.
Che lo stato non faccia affari, acquisendo la proprietà dei beni della mafia, del resto, è un fatto noto. Centinaia di immobili sequestrati alle famiglie malavitose non possono diventare di proprietà pubblica perché gravati da ipoteche da 200 a 500 mila euro a edificio vantate da banche che in passato, con quelle garanzie immobiliari, hanno concesso linee di credito ai boss o ai loro familiari. A puntare l´indice a tal proposito contro il sistema bancario è stato il questore di Palermo, Giuseppe Caruso. Alla commissione Antimafia, che sul problema dei patrimoni delle mafie sta per approvare una relazione, ha dichiarato: «Le banche, spesso disponibili nei confronti dei mafiosi, chiedono talvolta all´amministratore giudiziario, cioè allo Stato, garanzie più onerose di quelle chieste all´imprenditore mafioso». «Nel corso delle indagini - ha ribadito il questore Caruso - sono state rinvenute concessioni di prestiti e fideiussioni decretate per conoscenze personali, ed ipoteche iscritte sui beni immobili già ipotecati 3 o 4 volte come garanzia reale per centinaia di migliaia di euro. Posso fare i nomi dei procedimenti in corso a Palermo: Santomauro, Lo Verde, Nangano, Sansone e altri».
Non ci sono solo ombre, nel viaggio nel mondo delle confische patrimoniali. Anche luci: basti pensare che in seguito all´arresto, nell´ultimo anno, dei boss siciliani Nino Rotolo e Giovanni Carmelo Cangemi, è scattato il sequestro preventivo su un patrimonio di 45 milioni di euro. Nel 2003 sono stati sequestrati 3 milioni e mezzo di beni a Salvatore Riina, 9 milioni e mezzo a Bernardo Provenzano. E sono state fatte proposte di sequestro per 102 milioni di euro fra case, ville e terreni e società edili alle famiglie mafiose Gottuso e Cusimano di San Lorenzo. Ma quanti di quei beni entreranno nelle disponibilità dello stato? E, soprattutto, quando? La Sicilia come la Puglia. Altro esempio. A Bari, c´è un appartamento confiscato alla famiglia Catacchio, in via Grimaldi 15, di 200 metri quadri.
Peccato che una banca vanti un´ipoteca per 115 mila euro, e il curatore fallimentare della Finturismo Srl, che ha costruito l´immobile, faccia altrettanto per 200 mila euro. Morale, il comune, per ereditare - in teoria gratis - quell´appartamento che ha un valore di mercato di 200 mila euro, dovrebbe sborsarne 300 mila. Se la burocrazia e la «criticità normativa» rendono molto spesso vana e impervia l´aggressione dello stato ai patrimoni della criminalità organizzata, il questore di Napoli, Oscar Fiorolli, lancia un altro tipo di allarme. E denuncia i «limiti culturali» del Settentrione, una sorta di nota stonata in quella parte dell´Italia sempre pronta ad accusare il Sud di essere colluso con le mafie.
Ecco il j´accuse di Fiorolli alla commissione Antimafia: «A Napoli abbiamo superato il limite culturale insito nella confisca dei patrimoni della malavita. Nel Nord, invece, questo strumento è poco utilizzato perché credo che là ci sia un limite culturale non solo nostro, ma probabilmente anche dell´autorità giudiziaria. Sarebbe molto importante ricorrervi anche in quella parte del Paese».
Le conclusioni dell´inchiesta sulle confische condotta dalla commissione Antimafia presieduta da Francesco Forgione - ancora segrete - sono per certi versi scioccanti. "Repubblica" ne anticipa i contenuti principali. La prima criticità è proprio la gestione dell´Agenzia del Demanio, che viene letteralmente bocciata. «Non appare adeguato - spiega Forgione - fare rientrare la gestione e la destinazione dei beni confiscati alle mafie nell´alveo delle competenze generali dell´Agenzia del Demanio». Ed ecco alcuni motivi. «Non è stato possibile - aggiunge il presidente dell´Antimafia - conoscere i costi della gestione dei beni confiscati alla criminalità organizzata».
E inoltre: «Il procedimento di confisca, destinazione e assegnazione giunge a dare frutti concreti su meno del 10 per cento degli immobili». Ma le responsabilità accertate dalla Commissione Antimafia sono ben ripartite, alcune riguardano, a sorpresa, la stessa Giustizia. Ancora il presidente Antimafia: «Su 123 tribunali in tutta Italia, ben 65 non hanno instaurato alcun procedimento di prevenzione patrimoniale fra il 2004 e il 2006. Tra questi, i tribunali di Crotone, Salerno e Siracusa. Nell´ultimo triennio Cosenza, Catania e Trapani hanno inserito una pratica, Catanzaro due. Mentre Palermo è passata da 32 procedimenti patrimoniali nel 2003, a soli 4 negli ultimi tre anni». In totale, in Italia, si è passati da 233 procedimenti del 2001 censiti dal ministero della Giustizia, a 28 nel 2006. Per lo Stato, una sconfitta.
da la Repubblica

sabato 6 ottobre 2007

Il tesoro (inutilizzato) della mafia a Milano

MILANO - Appartamenti, ville, bar, trattorie, garage, officine: sono 245 su 542 i beni della mafia non ancora utilizzati in Lombardia. E il numero di immobili da destinare cresce con lentezza, nonostante le confische siano in aumento. Anm, Corte d’appello e l’associazione Libera spingono per velocizzare lo smaltimento delle pratiche. «Ma il tavolo con gli enti locali va a rilento. Non si vuol vedere che la mafia c’è anche qui», commenta Lorenzo Frigerio, di Libera. «E' un regalo alla criminalità», avverte Francesco Forgione, presidente della commissione antimafia. Tre bar: lo Spuntino, in via Tiziano, il Mood a Cusano Milanino, il Novi in viale Monza. Una pensione in via Ingegnoli. Una profumeria in viale Porpora. Un'edicola in viale Washington. E trattorie, garage, box, terreni, appartamenti. E' il tesoro della criminalità organizzata a Milano. Proprietà immobiliari sulle quali hanno investito i Morabito, gli Epaminonda, gli Izzo e altri 'ndranghetisti, mafiosi e camorristi. Per loro la Lombardia era la terra dove il denaro sporco si ripuliva come per magia e così la regione è diventata la quarta, in Italia, per numero di beni confiscati, dopo Sicilia, Campania e Calabria, a pari merito con la Puglia. Secondo i dati forniti dall'agenzia del demanio, sono 542, in netto aumento rispetto alla rilevazione di un anno fa, quando se ne contavano 488. Quelli già destinati, però, sono solo 297, trenta in meno della Puglia. Milano, inoltre, è l'unica città che non ha ancora firmato un protocollo d'intesa con l'agenzia del demanio, un passaggio indispensabile per risolvere il vero problema, l'estenuante lentezza e i ritardi tra la fase del sequestro, la confisca e l'assegnazione dei beni. Roma, Reggio Calabria, Palermo, Bari e Torino l'hanno già fatto. Se le cooperative sociali che si occupano di handicap o di anziani non riescono a entrare in possesso degli appartamenti in via Paisiello a Milano con annessa cantina, se i disagiati psichici non possono coltivare ortaggi biologici nel terreno che fu di Mario Adduci a Rozzano, la colpa, come al solito, è dei "tavoli istituzionali" che si aprono ma non si chiudono con una decisione. A spingere per velocizzare l'iter sono i magistrati di Milano e Libera, l'associazione che si occupa della lotta alla mafia e del riutilizzo sociale dei beni confiscati. L'ultimo incontro c'è stato a luglio: irappresentanti dell'associazione nazionale magistrati e della Corte d'appello avevano già pronta una bozza di protocollo ma i funzionari del Comune non erano convinti di alcuni passaggi e hanno chiesto una pausa di riflessione. Doveva esserci un nuovo incontro, ma tre mesi dopo non si sa ancora nulla. Lorenzo Frigerio, presidente regionale di "Libera", parla di atteggiamento distratto da parte dell'amministrazione comunale. E fa notare anche che a Milano, ma anche in altri comuni dell'hinterland come Buccinasco, quasi sempre si opta per il riutilizzo a fini istituzionali dei beni e non anche, come prescrive la legge La Torre, per fini sociali. Va bene utilizzare gli appartamenti per i senza tetto che soffrono il freddo d'inverno. Ma servono progetti che mostrino a tutti che quelli che un tempo erano locali in mano alla mafia ora sono della collettività che se n'è riappropriata. Su questo e' nata la polemica per la "pizzeria sociale", proposta da Libera ma affossata dalla nuovagiunta di Buccinasco. Ma su questo punto sembra non esserci intesa nemmeno con il comune di Milano. Dietro ci sarebbe un atteggiamento un po' ipocrita delle amministrazioni locali che non vogliono riconoscere che la mafia c'è o c'è stata anche qui. «Ogni giorno in più che passa prima della destinazione dei beni della mafia è un regalo alla criminalità che in questo modo vede affermata la sua intoccabilità», commenta Francesco Forgione, presidente della commissione parlamentare antimafia, ieri alla Bocconi per un incontro, organizzato dalla rete Lilliput con l'economista Donato Masciandaro, dal titolo "La lotta alle mafie parte da Milano". Eppure, il tribunale di Milano, spiega Franco Cassano, che sta curando uno studio dell'associazione nazionale magistrati sul futuro dei beni della mafia, è uno dei più attivi d'Italia in materia di confische e sequestri. Deve fare i conti, però, con le lentezze della pubblica amministrazione. Gli esempi positivi, in Lombardia, ci sono: a Segrate la villa bifamiliare dell’ex boss Elio Pellegrino è stata riconvertita dal Comune in struttura sociosanitaria. Anche a Milano sono stati già destinati diversi beni, dal bar di via 22 Marzo, alla società immobiliare in via Varese che era del boss Biagio Crisafulli. Ma sono ancora troppo pochi e poco significativi: Milano, forse, deve ancora fare i conti con il suo lato oscuro. DAVIDE CARLUCCI
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La Repubblica, edizione di Milano
Martedì 2 ottobre 2007

domenica 19 agosto 2007

Beni confiscati alle mafie in Italia: un "tesorone" da 40 miliardi di euro

Un bilancio dei beni confiscati alle mafie in Italia. Cifre da capogiro, nonostante lentezze e ritardi nelle procedure di acquisizione

di Franco Stefanoni

Una villa, in viale della Regione siciliana, a Palermo, un tempo di proprietà di Giovanni Ienna, oggi sede di una caserma dei carabinieri. Un’altra villa, ancora a Palermo, appartenuta a Gaetano Nobile, patrimonio adesso del Comune, dove è ospitata una comunità per la riabilitazione di persone disabili. E, ancora: un terreno di 57 ettari, a Corleone (Palermo), già di proprietà di Totò Riina, finita nelle mani del Comune, che ne ha fatto uno spazio per attività agricole gestite dal consorzio Sviluppo e legalità.Sono alcuni dei frutti delle confische di beni mafiosi, decise dalla magistratura e convalidate fino alla Cassazione, quindi gestite dall’Agenzia del demanio e, infine, destinate a Comuni e associazioni. Un iter lungo, tortuoso, spesso incerto, che contrappone istituzioni locali, enti non profit, amministratori giudiziari, Agenzia del demanio, da poco anche un commissario straordinario (Antonio Maruccia). Con il risultato che solo minima parte dei beni mafiosi passa davvero allo Stato. Ma questa, per ora, è l’unica strategia che, quando va in porto, riesce a far davvero male a Cosa nostra, ‘ndrangheta, camorra e Sacra corona unita.

La Direzione investigativa antimafia ha calcolato che tra il 1992 e il 2006 alle mafie sono stati sequestrati beni (passaggio propedeutico per arrivare al vero esproprio) per 4,3 miliardi, mentre il valore delle confische è stato di 744 milioni. Si tratta però di un conteggio di investigatori e magistratura realizzato a valori storici. In realtà il patrimonio sottratto al crimine organizzato vale molto di più, almeno dieci volte tanto: circa 40 miliardi i sequestri, 7 miliardi le confische. «È una stima per difetto», conferma Marco Arnone, economista all’Università Piemonte orientale e studioso di economia criminale che alle confische ha dedicato alcune ricerche, «perchè è difficile stabilire con precisione valori di imprese, stabili e terreni. Mancano i bilanci, dati sui flussi di entrate e uscite». Nessuna indicazione arriva dall’Agenzia del demanio, depositaria del patrimonio sottratto ai mafiosi Del resto si tratta di beni indisponibili. Enti locali e non profit possono dunque utilizzarli, non comprarli. L’ente pubblico economico, guidato da Elisabetta Spitz, ha il polso solo della quantità di beni confiscati: 7.328, di cui 3.372 destinati. Dal 2000 a oggi le confische sono andate via via diminuendo, dopo gli exploit degli anni Novanta. Rimane tuttavia lo stock da sistemare. Soprattutto terreni, ma anche edifici e aziende. Nell’83% dei casi il patrimonio si trova nelle quattro regioni meridionali (45% in Sicilia, soprattutto Palermo). Ma dare una destinazione non è facile: riesce solo con il 18% dei beni. Il resto è afflitto da abusivismi, illegalità, abbandono. Negli ultimi tempi l’agenzia ha firmato protocolli per immobili ex mafiosi a Roma, Reggio Calabria e lo scorso luglio a Palermo (circa 300).
Entro il 2008, dice, «tutti i beni confiscati saranno consegnati ». La procedura finora ha previsto che parte dei beni rimanga ai Comuni, mentre il resto venga gestito soprattutto dal network Libera (1.200 associazioni) di don Luigi Ciotti, che ha affidato a Daniele Pati il coordinamento del capitolo confische. Nella geografia dei beni espropriati è appunto alla Sicilia che spetta il primato. Cosa nostra è diverse volte capitolata sotto i colpi dello Stato. Ecco, a Trapani, la Calcestruzzi Ericina, sottratta al capo mandamento Vincenzo Virga, e tuttora attiva in attesa di essere assegnata a una cooperativa; a San Cipirello nel comune di Monreale, la cantina sociale Kaggio, confiscata a Giovanni Brusca e Riina (che a Corleone ha visto anche trasformare una sua villa in scuola); come a Partinico (Palermo) i fabbricati, oggi colonia estiva per bambini; a San Giuseppe Jato (Palermo), il terreno un tempo di Enzo Salvatore Brusca, dove è stato ucciso Giuseppe Di Matteo (figlio del pentito Santino), ora giardino comunale e luogo di formazione alla legalità; nella medesima località, i terreni di cui erano proprietari Riina e Bernardo Provenzano, gestiti dalla cooperativa Placido Rizzotto. Qui su cento ettari si coltivano vigneti dai quali si produce vino bianco e rosso, tutto prenotato molto prima della vendemmia.

Tra le etichette, quella di Cento passi, in onore di Pepil Mondo 17 agosto 2007 copertina copertina questa ribalta anti mafiosa non è piaciuta alla malavitaorganizzata. Lo scorso aprile, nella cooperativa Valle del Marro di Gioia Tauro, un raid della ‘ndrangheta ha rubato le attrezzature per il lavoro agricolo, mentre l’anno prima, a Platì, le cosche hanno sparso veleno su 12 mila piantine di frutti di bosco, distruggendole. Oltre alle mianacce a agli attentati, tra i problemi più sentiti c’è quello delpino Impastato vittima della mafia di Tano Badalamenti. Umberto Di Maggio, responsabile di Libera a Palermo, ricorda: «All’inizio, nel 2001, la gente aveva paura a lavorare per noi. Oggi c’è la fila». La Placido Rizzotto, nella vicina Portella della ginestra (luogo della strage del 1947 eseguita dagli uomini del bandito Salvatore Giuliano), località Piana degli albanesi, gestisce un agriturismo in un cascinale confiscato a Giovanni Brusca e famiglia, in passato luogo di summit mafiosi. Ora ha dieci posti letto, 50 per la ristorazione, ed è collegata al Maneggio Di Matteo (nel nome del bambino ucciso), con una decina di cavalli. Le attività usufruiscono del contributo di Italia lavoro che consegna borse di studio da 4 mila euro ai soci delle cooperative, scelte con bando pubblico. «Il problema è che non siamo proprietari e le banche non ci finanziano », dice Di Maggio.
Lo sanno anche alla cooperativa Pio La Torre, che nel 2006 ha raccolto 300 persone pronte a lavorare sui terreni di Corleone, anche se i posti erano 15. Negli ultimi dieci anni il potere crimanale ha soprattutto registrato la crescita della ‘ndrangheta. Il boss Domenico Libri, tuttavia, ha visto passare la sua villa di Reggio Calabria ai carabinieri, che vi hanno allestito una caserma. Operazione d’altronde non complicata, perché la struttura era già munita di vetri antiproiettile, sistema antintrusione e di video sorveglianza. Poi ci sono le distese di campi agricoli.Tra le località feudo del crimine, figurano Oppido Mamertina e Gioia Tauro (Reggio Calabria). Nel primo caso, nel 2003, 14 ettari di terreni e immobili della famiglia Piromalli sono stati destinati alla coltivazione di agrumi; altri 30 ettari, già della cosca Mammoliti, nella piana di Gioia Tauro hanno preso la strada della coltivazione di ulivi, tutto biologico. Ci sono voluti tre anni per trasformare campi incolti in terre produttive. «Fu investito l’intero nostro capitale», ricorda Antonio Napoli che per Libera si occupa della promozione culturale e sociale nella piana di Gioia Tauro, «ovvero 2.500 euro per socio. È andata bene. Ma qui non è facile, l’area non è permeabile a iniziative simili ». A ogni modo: oggi si producono con sistema biologico anche melanzane, peperoncino piccante, olio extra vergine,miele. In zona, inoltre, la mafia calabrese ha dovuto cedere degli immobili poi finiti alla diocesi di Oppido Palmi. Una struttura di quattro piani è stata destinata a magazzino della Caritas, a uffici della curia e istituto di scienze religiose. La diocesi, per spinta di don Pino De Masi, ha anche chiesto di utilizzare i beni della ‘ndrangheta per costruire una nuova chiesa. Tutta questa ribalta anti mafiosa non è piaciuta alla malavitaorganizzata. Lo scorso aprile, nella cooperativa Valle del Marro di Gioia Tauro, un raid della ‘ndrangheta ha rubato le attrezzature per il lavoro agricolo, mentre l’anno prima, a Platì, le cosche hanno sparso veleno su 12 mila piantine di frutti di bosco, distruggendole. Oltre alle mianacce a agli attentati, tra i problemi più sentiti c’è quello dell’amministrazione giudiziaria dei beni confiscati. Ovvero ciò che accade nel periodo che va dalla decisione della magistratura di confiscare un bene a quello della sua destinazione finale. Gli amministratori, indicati dal tribunale, sono in genere commercialisti e avvocati.

Si tratta di incarichi non agevoli. I professionisti, che devono occuparsi della gestione ordinaria, spesso sono accusati di non preoccuparsi troppo dei beni. Da parte loro, i curatori non di rado denunciano pressioni da parte delle famiglie mafiose che vogliono rimettere le mani sulle proprietà. Elio Collovà, consulente della Direzione distrettuale antimafia di Palermo e amministratore giudiziario da 25 anni (oggi tra l’altro gestisce 47 società a Caltanissetta), commenta: «Bisogna essere determinati e trasparenti. Chi non ha la forza di resistere alle pressioni è meglio che lasci». Collovà, che per svolgere bene l’incarico ha chiuso il suo studio di commercialista, ha un rammarico: «A Palermo ci sono 150 amministratori, specie di beni sequestrati. Quando si trasformano in immobili confiscati passano al demanio, cioè a Roma, e tutto s‘ingessa ». Così trascorrono anche 15 anni prima che un bene sia destinato. Lo sanno bene i camorristi, che in più casi sono riusciti a dilatare all’infinito il recupero dell’immobile alla società civile, riuscendo nel frattempo a lasciare negli appartamenti i famigliari del clan. Il caso simbolo è quello di Francesco Schiavone, detto Sandokan.
Nel casertano, a Marcianise e Casal di principe, a Schiavone e il clan dei Casalesi in passato sono stati sottratti 60 beni immobiliari, solo in piccola parte realmente destinati. La procedura giudiziaria inoltre è durata oltre 15 anni. È andata meglio in altri casi, come riguardo le confische realizzate ai danni della famiglia Mariano, nei Quartieri spagnoli di Napoli, dove un appartamento è stato affidato alla cattolica Agesci che ne ha fatto un centro per gli scout. Oppure nel quartiere Santa Caterina a Castellamare di Stabia, dove due appartamenti di 500 metri quadrati in passato di Adriana Rotondale, chiamata lady cocaina, del clan D’Alessandro, sono stati destinati a un centro donne e di accoglienza di immigrati. Oppure, ancora, a Giugliano, con l’autoparco Rea, confiscato al camorrista Salvatore Rea (villa bunker, 36 alloggi) e affidato al Consorzio Sole, ora sede della guardia di finanza e in futuro anche del tribunale di Giugliano. Così come è capitato a Pomigliano d’Arco, dove 400 metri quadrati della famiglia Forìa ora sono un centro polivalente gestito dalle associazioni intitolate a Rita Atria e Paolo Borsellino. «Le lungaggini che abbiamo subito si potevano evitare affidando il tutto a un’agenzia dedicata alle sole confische », commenta Fabio Giuliani, referente di Libera a Napoli, «si eviterebbe inoltre il rischio di destinare i beni a cooperative vicine ai camorristi».

Altra preoccupazione degli addetti ai lavori è quella di evitare che il bene destinato non risponda a un tipo di utilizzo collettivo, ma sia usato per fini privati, da amici degli amici. Niente di illegale, ma di sicuro improprio. Alessandro Leo, che per Libera cura le confische nella provincia di Brindisi, avverte: «Purtroppo ci sono associazioni che dei beni destinati fanno cosa privata, magari perché sono simpatici al sindaco». In Puglia sono stati colpiti più volte boss della Sacra corona unita. Che ha reagito danneggiando le attività sociali. A Torchiarolo, nel brindisino, 40 ettari di terreno confiscati a Cosimo Antonio Screti e affidati a cooperative agricole, nel 2006 sono stati dati alle fiamme. Stessa sorte per i poderi espropriati a Carlo Cantanna, a Mesagne. Un terreno di 20 ettari coltivati a grano è stato oggetto di attentati.
Libera non si è scoraggiata e una cooperativa agricola (la prima in Puglia) ora aspetta di selezionare il personale (con bando pubblico) per iniziare la coltivazione.L’avvio dei lavori, che comprendono altri 35 ettari incolti e abbandonati destinati in parte a vigna, confiscati sempre nel brindisino, è previsto per il gennaio 2008. Nel salentino, regno del mafioso Pino Rogoli, l’associazione Allegra compagnia ha poi avuto in gestione alcuni appartamenti, sottratti sempre a Cantanna, nei quali oggi si occupa di minori a rischio e cultura alla legalità. Un discorso, quello della formazione alla legalità, molto caro a Libera. Anche in Sardegna, l’associazione cagliaritana La strada presieduta da Giampiero Farru, sta per esempio gestendo corsi per 30 ragazzi (anche russi, francesi, spagnoli e cubani) su un campo di Gergei confiscato ad Antonio Deidda. Il terreno di tre ettari comprende un fabbricato, una piscina con discoteca all’aperto, una pista di go kart, una decina di bungalow in costruzione. I ragazzi un po’ ascoltano, un po’ lavorano per bonificare il posto.

La Banda della Magliana ha dovuto cedere grandi patrimoni a Roma e dintorni. Soltanto nel 2006 al boss Danilo Sbarra, sono stati confiscati 24 villini, 44 appartamenti, un parco di 7 mila metri quadrati sull’Appia Pignatelli. Dall’ex patrimonio di Enrico Nicoletti, storico cassiere del gruppo criminale, sono stati recuperati beni per oltre 150 milioni, tra i quali 25 società, tre alberghi, ristoranti, residence e dieci ville.Uno di questi immobili è l’attuale Casa del jazz di Roma, palcoscenico internazionale di musica.Un altro è l’ex cinema Aquila, espropriato a Matilde Ciarlante, che il Comune della capitale ha destinato a laboratorio cinematografico. Ma a Roma non c’è solo la Banda della Magliana ad aver subito confische. C’è il clan dei Casamonica, al quale è stato bloccato un patrimonio di 60 milioni (tra cui 23 ville, 22 auto di lusso, dieci cavalli). C’è stato il camorrista Michele Zaza, nella cui ex palazzina (poco lontana dal Quirinale) ora è ubicata la sede di Libera; c’è l’altro camorrista Francesco Schiavone, a Cisterna di Latina, già proprietario di un casale e di un terreno di dieci ettari, oggi in parte coltivati a vigneto dalla cooperativa agricola Il gabbiano.Nel 2006, a tre giorni dalla festa per il primo raccolto, tre ettari di campo sono stati bruciati dolosamente. «È stata una botta», rammenta Giorgio Ciacciarelli referente di Libera nel Lazio, «ma sugli altri sei ettari abbiamo prodotto 16 mila bottiglie. E nel 2008 ripartiamo sulla parte distrutta ». Nel casale, invece, che grazie a un finanzamento della Regione Lazio è in ristrutturazione, si pratica didattica alle scuole e si ospitano malati psichici. Si sa, è nel Nord Italia che le mafie investono in aziende e immobili. Non sorprende dunque che Lombardia e Piemonte contino confische nei confronti delle cosche trapiantate. A Galbiate, nel lecchese, la villa che fu del boss della ‘ndrangheta Franco Coco Trovato oggi è il centro diurno per anziani Le querce di Mamre, gestito dalla cooperativa Arcobaleno del consorzio Farsi vicino della Caritas. Gli ospiti fanno fisioterapia nell’area adibita a palestra dove un tempo Coco Trovato custodiva l’autorimessa con le sue Ferrari.

Nell’hinterland milanese altre case e terreni sono stati sequestrati, tra l’altro, alle famiglie calabresi Papalia, Morabito, Paviglianiti e Sergi, a quella siciliana dei Ciulla. A Segrate (Milano) nel febbraio 2007 la villa di Elio Pellegrino è stata destinata al Comune che ne ha fatto una struttura socio sanitaria. «A Milano e in altre province lombarde le istituzioni non vogliono riconoscere che la mafia c’è», commenta Lorenzo Frigerio, referente regionale e membro della presidenza nazionale di Libera, «l’atteggiamento è distratto, al massimo si guarda l’esclusivo significato immobiliare, niente più». Un rischio che si corre anche in Piemonte, dove la ‘ndrangheta è ben presente, soprattutto nel torinese. A Volpiano una cascina confiscata è sede dei vigili del fuoco e nucleo cinofilo; a Volvera un’altra cascina sottratta a Vincenzo Riggio è gestita dall’Associazione per l’educazione alla legalità, che la sta bonificando dall’amianto; un appartamento ancora di Riggio (fino a poco tempo fa ha continuato a viverci la moglie) è in mano alla Caritas. Ma c’è anche Cosa nostra: a Moncalvo d’Asti ancora una cascina, confiscata al trapanese Francesco Pace, braccio destro di Vincenzo Virga, è stata destinata a centro per donne tossicodipendenti. Uno dei più rilevanti patrimoni confiscati nel Nord si trova però a San Sebastiano da Po, di nuovo nel torinese. A Domenico Belfiore, uomo dei Piromalli, l’esproprio ha riguardato un immobile di circa mille metri quadrati (oltre a 10 mila di terreno). Ancora fino a metà maggio 2007 la famiglia Belfiore è riuscita a rimanere nella struttura, che oggi è presidiata dall’Associazione comunità famiglia, legata al gruppo Abele, che ha inserito cinque nuclei familiari. «C’è molto da fare», dice Francesca Rispoli, che per Libera si occupa di confische in Piemonte, «ma i risultati arrivano».

La cascina del boss ha quattro stelle. Era un’azienda agricola mal gestita, a Monteroni d’Arbia-Vescovado nel senese, con una grande e malandata fattoria, 780 ettari (200 coltivati a barbabietola e grano), 400 ovini, macchine obsolete, vecchi cingolati. Oggi è un fiore all’cchiello tra le aziende sottratte al crimine. Apparteneva al costruttore siciliano in odore di mafia Vincenzo Piazza (nella foto), che si dichiarava quasi nullatenente e che invece ha subìto una confisca valutata 1 miliardo. L’Agricola Suvignano srl, già sequestrata nel 1983 da parte di Giovanni Falcone, nel 1994 e nel 1996 è stata di nuovo bloccata dai giudici, nell’ambito di un maxi sequestro di 21 società riconducibili a Piazza, trasformate in confisca definitiva nell’aprile 2007. I giudici, come amministratore giudiziario, scelsero l’avvocato palermitano Gaetano Cappellano, che di anno in anno, a colpi di finanziamenti bancari (600 mila euro) e contributi della Ue (250 mila), ha rivoluzionato l’Agricola Suvignano. Il tribunale ha detto sì a investire su 570 ettari di terreno (grano duro, avena e orzo), migliorare i fabbricati (14 posti letto in due unità abitative), acquistare una chiesa (400 metri quadrati più 6 mila di terreno) per 200 mila euro, aumentare gli ovini a 3 mila capi, ospitare tre famiglie di pastori sardi, sviluppare la riserva di caccia su 200 ettari di bosco, aprire un agriturismo a quattro stelle (con piscina e solarium), impiantare un uliveto, allevare suini (400) ed equini (tra cui dieci asini), firmare gemellaggi con la Regione Sicilia. Cappellano, che oggi presiede la società, ha chiesto 1,3 milioni alla Ue per ospitare 40 stagisti per formarli all’agriturismo.

Così il maltolto diventa cosa vostra. Elisabetta Spitz, direttore dell’Agenzia del demanio, alle critiche è abituata. Il panorama giuridico non l’agevola ed è costante l’osservazione degli operatori istituzionali (commissione antimafia e Cnel) e di quelli sociali destinatari del patrimonio criminale. «Il recupero alla legalità è difficile», dice, «i beni confiscati ai mafiosi sono spesso poco trasparenti, coperti di irregolarità fiscali e catastali, mal tutelati». A consegnare il patrimonio all’agenzia sono gli amministratori giudiziari incaricati dai giudici di gestire i sequestri dei beni. «Gli amministratori hanno le mani legate: non possono far demolire un immobile, accettare un condono, trattare con le banche». Già, le banche. «Qualche volta sono conniventi con il crimine», «No, è un obiettivo ambizioso ma necessario».accusa. L’agenzia ha uffici in ogni regione, con 80 persone che lavorano a tempo pieno in confische, ovvero 3.835 beni immobili destinabili e circa 40 aziende attive (cemento, turismo, trasporti, alimentare). Secondo operatori sociali e commissione antimafia, il meccanismo è tuttavia inefficiente e sarebbe meglio che operasse un ente apposito. «Penso anch’io che ci dovrebbe essere un unico soggetto competente», risponde Spitz. E il commissario staordinario da poco istitutito? «Credo abbia un ruolo di solo coordinamento e monitoraggio». Non è troppo ottimista quando dice che entro il 2008 l’intero patrimonio confiscato destinabile sarà destinato?
Il Mondo - 17 agosto 2007
FOTO. Corleone, la casa confiscata al boss Bernardo Provenzano, adesso foresteria per i ragazzi dei campi di lavoro antimafia.

sabato 18 agosto 2007

Castelvetrano (Tp), raid incendiario nella "Casa dei giovani", che sorge su un terreno confiscato alla mafia

TRAPANI - Attentato incendiario ai danni della "Casa dei giovani" di padre Salvatore Lo Bue, la comunità per il recupero dei tossicodipendenti che sorge su un appezzamento di terra confiscato alla mafia, in contrada Zangara, a Castelvetrano. Qualcuno ha appiccato un rogo che ha distrutto dieci alberi di frutta, un carrello elevatore ed una pedana in legno utilizzata per incontri pubblici. Le fiamme non hanno raggiunto il magazzino, dove viene conservato l'olio di "Libera" prodotto dai ragazzi della comunità. Sull'attentato, il secondo in una settimana, indagano i carabinieri.Un altro sconcertante episodio si è verificato a Campobello di Mazara, dove ignoti piromani hanno preso di mira un terreno agricolo gestito dalla "Fondazione Onlus San Vito" di don Francesco Fiorino in un'area confiscata al boss Nunzio Spezia. Il rogo ha distrutto 49 ulivi e 110 alberi di agrumi. Lo rende noto il sindaco Ciro Caravà, secondo il quale "l'attentato è un atto vile che va condannato. A don Francesco Fiorino - aggiunge Caravà - va tutta la nostra solidarietà. A lui siamo vicini come Amministrazione e lo invitiamo ad andare avanti nella sua azione sociale, di recupero dei beni confiscati che così tornano in produzione legalmente".Per il vice presidente dell'Antimafia Beppe Lumia, gli attentati alle comunità gestite da padre Fiorino e padre Lo Bue sono "fatti gravissimi: guai a sottovalutarli, adesso come Stato dobbiamo dimostrare di essere più forti della mafia che intimidisce. Gli autori di questi vili atti vanno colpiti con rigore e severità, mentre le attività condotte da padre Lo Bue e padre Fiorino vanno sostenute con più mezzi e più risorse di quanti fatto finora".
La Sicilia, 17/08/2007

giovedì 9 agosto 2007

Buccinasco (Mi). Infuriano le polemiche sullo stop alla pizzeria sociale nei locali confiscati alla 'ndrangheta. Libera e L'Unione contro il sindaco

CORRIERE DELLA SERA – giovedì 9 agosto 2007
La vecchia giunta dell’Unione voleva trasformare in “pizzeria sociale” il locale frequentato dalla cosca dei Sergi. Il sindaco Cereda: nessuna lezione dalla sinistra
BAR CONFISCATO alla ‘NDRANGHETA, APPELLO AL PREFETTO
Buccinasco, no della Cdl al centro per la legalita’. L’associazione antimafia: qualcuno indaghi


L’ultimo consiglio comunale, quello dell’annuncio del sindaco di annullare la delibera del predecessore, s’era fermato un minuto. Un minuto di silenzio in ricordo di Paolo Borsellino. L’ultima riunione di giunta non s’e’ fermata nemmeno un secondo: via di filato per decidere di «rivedere la destinazione dell’immobile» in «base agli obiettivi del nuovo programma politico».
Nonostante proteste, presidi e appelli, indietro non si torna e tornera’. A Buccinasco, la nuova giunta di centrodestra ha azzerato l’iter — ormai concluso — dell’antecedente giunta dell’Unione che voleva trasformare il bar Trevi, confiscato alla ’ndrangheta, in una «pizzeria sociale», spazio di aggregazione e per disabili.
L’associazione antimafia Libera, che fin qui aveva assistito, aspettato, osservato in silenzio, adesso s’e’ stancata: «Si perderanno altri anni preziosi per dimostrare la capacita’ dello Stato di colpire le ricchezze della criminalita’ organizzata». Di piu’: il referente lombardo di Libera, Lorenzo Frigerio, ha annunciato la richiesta di intervento al prefetto Gian Valerio Lombardi, «per vederci meglio e chiaro» in questa vicenda.
Non per altro: stiamo parlando di Buccinasco, con la sua storia, una storia pesantissima, di ’ndrangheta. E stiamo parlando di un bar, in via Bramante, dove negli anni Novanta s’incontravano gli affiliati dei Sergi, dinastia che ha comandato (comanda?) a colpi di pistola e agguati e vendette.
La pizzeria sociale e’ — anzi, sarebbe stata — piu’ d’una semplice riconversione. La pizzeria sociale sarebbe potuta diventare un simbolo, chiaro e luminoso, e un segno di riscossa in una zona che ancora fatica, che ancora ha addosso i clan calabresi, che contempla connivenze e omerta’. A chi l’ha contestato, il sindaco Loris Cereda ha dato due risposte. La prima: «La sinistra non venga a insegnare a me la legalita’». La seconda: «Sulla destinazione d’uso abbiamo nostri progetti». Quali, non si sa. Anche perche’ i soldi che la giunta di centrosinistra aveva messo a bilancio per la «pizzeria sociale» (25 mila euro), l’attuale giunta di centrodestra li ha indirizzati «ad altre manutenzioni straordinarie».
Morale: scommettiamo che per una vita intera in via Bramante non succedera’ niente, le saracinesche resteranno abbassate e i locali non verranno riqualificati?
ANDREA GALLI




AVVENIRE – giovedì 9 agosto 2007
BUCCINASCO – Il locale confiscato alla ‘ndrangheta doveva essere destinato a usi sociali. Nuovo stop alla pizzeria antimafia. Il Comune: progetto da rivedere. L’associazione Libera: basta rinvii

DA BUCCINASCO (MI)
CESARE GIUZZI


Il bar Trevi a Buccinasco non esiste piu’. La Procura lo ha chiuso, sbarrato, sequestrato il 27 luglio del 1993. Era il quartier generale dei Sergi. Qui negli anni Novanta sono stati ordinati omicidi e progettati attentati a magistrati. Il covo della ’ndrangheta di Buccinasco (e di buona parte del sud milanese) doveva diventare una pizzeria sociale antimafia: un bene confiscato alle cosche e riconvertito dallo Stato per dimostrare la vittoria delle istituzioni, della Legge e della Giustizia, sulla mafia. Solo l’ultima fase del processo di riconversione è durata piu’ di quattro anni, dal 2003.
Una settimana fa, dopo anni di battaglie, speranze, annunci, la giunta comunale di Buccinasco, guidata dal sindaco di centrodestra, Loris Cereda, ha bloccato definitivamente il progetto di riconversione del locale di via Bramante. Giusto a pochi metri dal traguardo. Il motivo? «Poca trasparenza nell’assegnazione della gestione alla cooperativa sociale onlus Spazio aperto», spiega il sindaco, scarsa condivisione del progetto della pizzeria da parte della nuova amministrazione comunale («meglio pensare un altro uso, piu’ utile ai cittadini») e infine la destinazione dei 25mila euro del finanziamento al progetto (per la ristrutturazione dei locali del bar e la conversione a pizzeria) ad altri usi, come la manutenzione delle scuole. Una decisione che il Comune ha assunto ufficialmente lo scorso 2 agosto, annullando la delibera del precedente sindaco Michele Carbonera (più volte vittima di intimidazioni mafiose). In pratica il neo sindaco (eletto a maggio) chiede che l’iter di assegnazione venga «rivisto e ridiscusso », quindi ricominciare da capo.
Una scelta (peraltro legittima), che pero’ secondo Lorenzo Frigerio, referente lombardo dell’associazione «Libera, contro tutte le mafie», capeggiata da don Luigi Ciotti, «rappresenta un segnale preoccupante per la lotta alla mafia». «Qualcuno – spiega Frigerio – finge di non sapere che Buccinasco era e forse e’, cosi’come lo e’ stata definita dalle inchieste sulla ’ndrangheta a Milano, la "capitale delle cosche di Plati’" nel Nord Italia. Un iter che dura da 13 anni e’ sinonimo di debolezza, ora ripartire da capo e’ assurdo. Lo stop del Comune significa rischiare di non assegnare mai i beni, come vogliono i clan».
Libera ha chiesto la convocazione immediata di un tavolo con il prefetto Gian Valerio Lombardi e l’Agenzia del Demanio per discutere il blocco dell’assegnazione.

I BENI DELLE COSCHE
In Lombardia confiscati 488 immobili ai clan - Quarta regione d’Italia
Sono 488 i beni confiscati alle mafie in Lombardia. Secondo i dati dell’Agenzia del Demanio (che poi li trasferisce ai Comuni) solo 242 sono stati riconvertiti. La regione e’ quarta dopo Sicilia, Campania e Calabria, e supera Puglia e Sardegna. In Lombardia giace il patrimonio delle cosche calabresi e di cosa nostra (clan Crisafulli, Quarto Oggiaro).A Buccinasco, oltre al bar di via Bramante, e’stata confiscata la villa di Antonio Papalia, dell’omonima ’ndrina di Plati’, in via fratelli Rosselli. Aveva una vasca da bagno grande come una piscina: ora e’ sede della Croce Rossa. Quando c’e’ stato l’appalto per la ristrutturazione diverse ditte si sono fatte da parte dopo aver ricevuto «amichevoli intimidazioni» dai clan Sergi, Papalia e Morabito.
Ma nell’elenco dei beni confiscati ci sono anche la villa di Franco Coco Trovato (boss della Comasina) a Galbiate (Lecco) diventata il centro diurno per anziani «Le querce di Mamre» (Caritas). Beni sequestrati anche a Milano, dove il processo di riconversione e’ pero’ da anni in alto mare. (C.Giu.)

Buccinasco (Mi). Un bar confiscato alla 'ndrangheta doveva diventare pizzeria sociale, ma il sindaco ha cambiato idea...

Loris Cereda: "Il locale di via Bramante? Deve fare gli interessi della città e dei cittadini. Alcune ipotesi sono già allo studio. Associare la creazione di una pizzeria alla lotta alla mafia è così ridicolo che non merita commenti”. Ma infuriano le polemiche con "Libera"

Buccinasco (9 agosto 2007) – Un consultorio familiare, un laboratorio artigianale, una sede per le associazioni presenti sul territorio o una struttura medica: sono queste le ipotesi per l’ex locale di via Bramante 14, sequestrato dallo Stato e attribuito al Comune di Buccinasco.
Lo ha anticipato oggi il sindaco, Loris Cereda. “La volonta’ –conferma- di usare questo immobile in modo alternativo e’ gia’ stata adottata. Alcuni progetti sono gia’ in fase avanzata di studio”. Ora occorre scegliere quello più adeguato alle esigenze.
“Associare -aggiunge- la creazione di una pizzeria alla lotta alla mafia e’ così ridicolo che non merita commenti. Anche definire Buccinasco come una zona ancora soggetta al clan dei calabresi e’ una fesseria evidente; basta ricordare che a Buccinasco la gente viene a comperare casa pagandola 4mila euro al metro quadrato”.
“La mia amministrazione –prosegue il primo cittadino- sta studiando con serieta’ e senza paraocchi ideologici ne’ fantasie di inesistenti velleita’ il modo più adeguato per utilizzare questo immobile, nell’interesse della citta’ e dei suoi cittadini”.
Naturalmente, “la Prefettura e’ da me costantemente informata ad ogni passo, quindi il signor Frigerio puo’ evitare di perdere tempo a chiedere l’intervento del prefetto”.

domenica 15 luglio 2007

NORD E SUD. Beni confiscati inutilizzabili

di Linda Chiaramonte
I tentacoli della mafia hanno raggiunto anche una tranquilla cittadina sulle colline di Bologna, a 18 km dal centro. Aria buona e vista sul verde. Siamo lontani anni luce dai regolamenti di conti a colpi di lupara fatti in pieno giorno e dalla triste scia di sangue del sud. Qui le infiltrazioni mafiose hanno un'altra faccia, quella della speculazione edilizia e del riciclaggio di denaro sporco. Siamo a Pianoro, paese di circa 17.000 abitanti, completamente ricostruito dopo essere stato raso al suolo durante la seconda guerra mondiale, tanto che di quegli anni non restano neanche i documenti dell'anagrafe.
Il vaso di Pandora viene scoperchiato nel 2002 quando al Comune arriva, come un fulmine a ciel sereno, la notizia da parte dell'Agenzia delle entrate e della Prefettura che nella frazione di Rastignano c'è un bene sequestrato. Si tratta di una villetta a due piani residenza di Gerardo Cuomo, camorrista specializzato in contrabbando di tabacchi, con legami a Lugano, da parecchi anni sul territorio pianorese e già presidente dello Junior Club di Rastignano, prestigioso centro sportivo con piscina, campi da tennis e centro congressi che fino ad alcuni anni fa era il club di riferimento della Bologna bene. Il Comune di Pianoro accetta di acquisire il bene anche sull'onda del successo della raccolta di firme fatta nel '96 che ha permesso di giungere all'elaborazione della legge 109 sulla confisca dei beni voluta dall'associazione Libera di don Ciotti. Il sindaco di allora, Simonetta Saliera, ora al suo secondo mandato, incontra però un ostacolo da non sottovalutare: l'immobile nel 2002 è abitato da Cuomo, agli arresti domiciliari, e per questo indisponibile. Prima che il comune ne entri in pieno possesso trascorrono quasi due anni, quando il camorrista lascia villetta e paese.
Ma ai primi sopralluoghi ecco un'altra sorpresa: il bene, intestato alla moglie di Cuomo, risulta pericolante perché costruito su una frana con il terreno in fase di smottamento, con una pendenza dei pavimenti tale da far girare la testa, come ricordano i tecnici del comune di Pianoro. E a luglio 2004 arriva la prima beffa: la Guardia di Finanza e l'Alto commissariato per i beni confiscati alla mafia accusano il Comune d'inadempienza alle norme che prevedono l'acquisizione del bene entro un anno dalla consegna. Pianoro replica che sulla carta la consegna è avvenuta nel 2002 ma che in realtà si è concretizzata solo nel 2004, momento in cui però, dopo una perizia, si è dimostrato l'inutilizzo. In origine l'idea dell'amministrazione era quella di destinare la villetta a scuola per l'infanzia, ma vista l'inagibilità e visto che la legge non prevede deroghe, non è permessa la demolizione e la successiva ricostruzione. Quindi il progetto è accantonato.
La storia non finisce qui. Nel 2003 l'Agenzia del Demanio comunica che ci sono altri beni confiscati sul territorio di Pianoro, e così il comune ottiene un triste primato: è l'unico della provincia di Bologna ad avere beni sequestrati alla criminalità organizzata. Questa volta si tratta di due lottizzazioni di terreni edificabili a destinazione residenziale, per un totale di circa 17.000 metri quadri, di proprietà della società Fox Terrier con testa a Lugano e con un'appendice a Pianoro, dietro la quale si nasconde Gerardo Cuomo. Per capire la vicenda è necessario fare un passo indietro al '97 quando il Comune rilascia la concessione edilizia alla società Fox Terrier, che però non parte con i lavori. Nel '99 si chiede alla società il perché di questa battuta d'arresto e dei rimborsi degli oneri di urbanizzazione. Nel 2002, dopo una lunga e sofferta trattativa, il Comune, all'oscuro del fatto che dietro la vicenda ci fossero interessi riconducibili a Cuomo, proroga la concessione edilizia, nel frattempo scaduta, per altri tre anni, come richiesto dall'amministratore giudiziario nominato dal tribunale di Bari. Un anno e mezzo dopo, nel 2003, il Demanio scrive al Comune di Pianoro invitandolo ad esprimersi sull'acquisizione dei beni sequestrati. Purtroppo i beni portano con sé debiti pari a 427.000 euro, cosa che lascia il comune perplesso sul da farsi. La risposta infatti sarà di chiarimento sull'eventualità o no di dover subentrare alle spese. Dal 2004, dopo alcune risposte interlocutorie dell'agenzia del Demanio e dopo l'ennesima richiesta di spiegazioni dell'amministrazione su chi si debba accollare i debiti, sulla questione è calato il silenzio. Da tre anni nessuna risposta. E così anche stavolta il comune ha dovuto mettere da parte i progetti che voleva attivare su quei beni. L'ipotesi era di farne un condominio solidale a disposizione del territorio come ammortizzatore per situazioni di disagio sociale.
Ora è tutto fermo, e l'area edificabile di Montecalvo, zona di pregio sulla collina di Pianoro, con cinque villette a schiera realizzate al grezzo e altre 12 da realizzare, per un valore economico di alcuni milioni di euro, è abbandonata. Al momento l'area risulta sotto sequestro penale preventivo eseguito dal tribunale di Bari e il comune si trova in una fase di stallo, in attesa del procedimento dello stesso tribunale.
«Il caso delle infiltrazioni di Pianoro ha le caratteristiche tipiche della mafia del nord in cui aziende legali finanziano con introiti puliti attività illegali», spiega Antonio Monachetti di Libera Bologna, «questo territorio ha una realtà ricca e prosperosa. Si può parlare di un effetto lavatrice per i fondi raccolti altrove investiti nell'acquisto di immobili o di attività economiche e commerciali». I soldi sporchi provenienti da alcune attività realizzano opere pulite. Una differenza sostanziale che distingue la mafia del nord da quella del sud è che non riesce ad esercitare il controllo sul territorio. «Il denaro, oltre a servire per finanziare le attività, è lo strumento che permette ai mafiosi di dimostrare il loro potere, per questo è nata la legge sulla confisca dei beni, che consente allo Stato di colpirli in ciò a cui tengono di più, la ricchezza», continua Monachetti. Il Comune di Pianoro da anni fa del tema della legalità una bandiera organizzando iniziative di sensibilizzazione. Nel 2004 il paese è stato tappa della carovana antimafia, nel 2005 al sindaco Saliera è andata la vicepresidenza di Avviso Pubblico, associazione di enti locali attiva nel contrastare la criminalità organizzata promuovendo la cultura della legalità in stretta collaborazione con Libera, che riunisce la società civile, singoli e associazioni. In tutta l'Emilia Romagna i beni immobili confiscati risultavano 57, 27 dei quali destinati.
Il Manifesto