Al Signor Presidente del Consiglio comunale
Al Signor Sindaco del Comune di Corleone
L O R O S E D I
Il sottoscritto consigliere comunale
- PREMESSO CHE la Giunta Municipale ha approvato il “Nuovo Piano Traffico”, i cui grafici sono stati riprodotti in un manifesto che campeggia su tutti i muri della città;
- CONSIDERATO CHE il predetto Piano, a parte l’opportuna introduzione di qualche senso unico, per il resto pare che inverta la direzione di marcia di tanti altri, senza individuare soluzioni capaci di migliorare la vivibilità urbana, decongestionando i flussi di traffico;
- CONSIDERATO CHE col predetto manifesto si informano i cittadini che, entro dieci giorni, possono presentare proposte alternative o migliorative al nuovo piano del traffico, ma non appare chiaro da quando decorrono questi dieci giorni, dal momento in cui il manifesto non reca nessuna data;
- RITENUTO CHE il diritto riconosciuto genericamente a tutti i cittadini di presentare eventuali proposte alternative e/o migliorative dovrebbe essere riconosciuto anche al consiglio comunale e ai cittadini organizzati nei sindacati e nelle associazioni di volontariato, offrendo loro l’opportunità di potersi confrontare con i tecnici che hanno elaborato il Piano in questione;
INTERROGA LA S.V. PER SAPERE
1. Se non ritiene opportuno e necessario, al di la delle generiche frasi contenute nel manifesto pubblicitario, spiegare ai cittadini i contenuti e gli obiettivi del Nuovo Piano del Traffico;
2. Se, nelle more, non ritiene opportuno e necessario sospendere l’efficacia del Nuovo Piano del Traffico, sottoponendolo ad un confronto preventivo col consiglio comunale e con le organizzazioni sindacali, professionali e di volontariato;
Si prega di rispondere nella prossima seduta del Consiglio comunale.
Dino Paternostro
martedì 31 marzo 2009
Corleone. Interrogazione sul Programma di riqualificazione urbana
Al Signor Presidente del Consiglio comunale
Al Signor Sindaco del Comune di Corleone
L O R O S E D I
Il sottoscritto consigliere comunale
- PREMESSO CHE la Giunta Municipale con delibera n. 38 del 30.01.2009 ha approvato l’atto d’indirizzo e l’individuazione del personale tecnico per la redazione degli atti di partecipazione al bando regionale “Programma di Riqualificazione Urbana per Alloggi a Canone sostenibile”;
- CONSIDERATO CHE con la stessa delibera la Giunta Municipale individua, senza indicarne criteri oggettivi, l’area di intervento indicando la stessa in una planimetria allegata all’atto;
- RILEVATO CHE tante altre aree della nostra città hanno le caratteristiche per essere individuate come destinatarie del Programma di Riqualificazione Urbana in questione;
- RITENUTO CHE, per una scelta così importante, sarebbe stato più opportuno e più conforme alle norme di legge in materia urbanistica che l’organo chiamato a deliberare l’atto d’indirizzo fosse il consiglio comunale;
INTERROGA LA S.V. PER SAPERE
1. In base a quali criteri oggettivi la Giunta Municipale ha individuato l’area destinataria del “Programma di Riqualificazione Urbana per Alloggi a Canone Sostenibile”;
2. Come mai la S.V. non ha sottoposto all’esame del consiglio comunale l’atto di indirizzo per l’individuazione dell’Area dove realizzare il Programma in questione.
Si prega di rispondere nella prossima seduta del Consiglio comunale.
Dino Paternostro
Al Signor Sindaco del Comune di Corleone
L O R O S E D I
Il sottoscritto consigliere comunale
- PREMESSO CHE la Giunta Municipale con delibera n. 38 del 30.01.2009 ha approvato l’atto d’indirizzo e l’individuazione del personale tecnico per la redazione degli atti di partecipazione al bando regionale “Programma di Riqualificazione Urbana per Alloggi a Canone sostenibile”;
- CONSIDERATO CHE con la stessa delibera la Giunta Municipale individua, senza indicarne criteri oggettivi, l’area di intervento indicando la stessa in una planimetria allegata all’atto;
- RILEVATO CHE tante altre aree della nostra città hanno le caratteristiche per essere individuate come destinatarie del Programma di Riqualificazione Urbana in questione;
- RITENUTO CHE, per una scelta così importante, sarebbe stato più opportuno e più conforme alle norme di legge in materia urbanistica che l’organo chiamato a deliberare l’atto d’indirizzo fosse il consiglio comunale;
INTERROGA LA S.V. PER SAPERE
1. In base a quali criteri oggettivi la Giunta Municipale ha individuato l’area destinataria del “Programma di Riqualificazione Urbana per Alloggi a Canone Sostenibile”;
2. Come mai la S.V. non ha sottoposto all’esame del consiglio comunale l’atto di indirizzo per l’individuazione dell’Area dove realizzare il Programma in questione.
Si prega di rispondere nella prossima seduta del Consiglio comunale.
Dino Paternostro
Ancora sull'aranciata senza arance
L'Italia si prepara a dire sì alla legge Ue: tolto anche l'ultimo ostacolo della percentuale minima di frutta basteranno aromi e coloranti. Ed è solo l'ultima beffaSembra aranciata ma non è. Sembra succo di pesca ma non è. È al gusto di, non per niente è "bevanda di fantasia" dice la legge. Peccato che poi la fantasia si scateni anche sull'etichetta mandando in confusione il povero acquirente, che allettato da succose arance e frutti maturi si ritrova nel bicchiere una bevanda che dentro ha tutto fuorché gli agognati agrumi. Rimarrà solo il colore (finto). Così sarà una volta che anche la Camera avrà abolito - già lo ha fatto il Senato - la norma che fissa al 12% la quantità minima di frutta perché una bevanda possa definirsi, per l'appunto, alla frutta. E avranno buon gioco le aziende più virtuose a precisare che la loro è vera sugli scaffali del supermercato dove già si combatte a colpi di packaging, posizionamento e offerte al ribasso. Il genere è già diffuso in Europa: in Italia arriverà con l'applicazione di una normativa europea.
A tutelare il consumatore c'era una legge del 1961: «le bevande vendute con denominazioni di fantasia, il cui gusto e aroma deriva dal contenuto di essenze di agrumi, o di paste aromatizzanti di agrumi, non possono essere colorate se non contengono anche succo di agrumi in misura non inferiore al 12%». L'articolo, il n.1 della legge 286/61, ora sarà abolito (art. 21 dell'Atto del Senato n. 1078). E già oggi malgrado fosse lì da 48 anni c'era chi non leggeva l'etichetta, non ci faceva caso, non sapeva: in fin dei conti domani cambierà qualcosa? Sì, la sostituzione del succo coi coloranti danneggerà i produttori e ingannerà i consumatori, dice Coldiretti, senza contare che «molte di queste sostanze sono oggetto di studi per il loro supposto effetto negativo sui bambini». Poi certo, la normativa impedisce che si possa chiamare aranciata un bibita senza arance, ma bisognerà fare ancora più attenzione. Pure agli zuccheri, di cui queste bibite abbondano: in Italia la percentuale di bambini obesi è arrivata al 30%, con punte al Sud del 49%. Per quanto riguarda le aziende l'eliminazione della soglia del 12% farà sparire dalle tavole 120 milioni di chili di arance l'anno, ha stimato la Coldiretti nel lanciare l'allarme. Per i piccoli produttori e l'alimentazione dei bambini, soprattutto, l'impatto sarà devastante.
Protestano anche Fipe, Adoc, Federconsumatori e Confagricoltura ma è solo l'ultimo di una serie di inganni. Ricordiamo i formaggi che prevedono l'uso di caseina e caseinati al posto del latte per ottenere formaggi a pasta filata, venduti come analoghi alla mozzarella o il cioccolato senza cacao, ossia con l'aggiunta di grassi vegetali diversi dal burro di cacao (che rende molto di più nell'industria cosmetica). Uno dei più recenti riguarda il vino: dopo la possibilità di aumentare la gradazione con l'aggiunta di zucchero, la commercializzazione di quello dealcolato, il vino ottenuto dalla fermentazione di altra frutta (come lamponi e ribes, di tradizione nordica) o il via libera all'invecchiamento artificiale coi trucioli al posto delle botti, l'Unione Europea ha dato il via libera ai miscuglio di vino bianco e rosso per ottenere il rosè anziché di produrlo con il metodo di vinificazione tradizionale.
A tutela del consumatore all'inizio dell'anno l'Ue ha deciso di rendere obbligatoria l'indicazione dell'origine delle olive impiegate nell'extravergine di oliva a partire dal mese di luglio, decretando la fine dei miscugli con spremiture di olive spagnole, greche e tunisine rivendute con etichetta "made in Italy". È una buona notizia, ma non basta: a quando il prossimo scempio?
lunedì 30 marzo 2009
Fini ai giovani: "La mafia è una dittatura. Bisogna ribellarsi con le armi della legalità"
Il presidente della Camera incontra gli studenti in Sicilia. "La politica garantisca trasparenza e la forza dell'esempio" E cita Kennedy: "Non chiedetevi ciò che lo Stato può fare per voi ma ciò che voi potete fare per lo Stato"BAGHERIA (Palermo) - "La mafia è una dittatura, può togliere la vita, la libertà, e può cancellare la dignità delle persone e dei popoli. Come si fa contro le dittature, bisogna ribellarsi contro la mafia". Ha usato parole forti il presidente della Camera Gianfranco Fini rivolgendosi ai ragazzi che hanno partecipato a Bagheria alla cerimonia conclusiva dell'anno accademico del Parlamento della Legalità. E ha sottolineato che "contro le dittature si usano le armi, contro la mafia le 'armi' sono la legalità e il rispetto delle leggi". "Se non vogliamo che ci siano legami con la mafia, chi rappresenta il popolo, la politica, deve garantire trasparenza e la forza dell'esempio e del comportamento", ha proseguito il presidente della Camera, rimarcando che "c'è ancora da fare". Fini ha invitato gli studenti a "non votare chi vi dice dammi il voto e poi io ti dò un posto di lavoro". "E' questo - ha detto - il comportamento che ha portato capi mandamento e boss a dire 'ci pensiamo noi'". Secondo Fini, è lo Stato che deve garantire la selezione di coloro che meritano e non i boss "perché chi si impegna deve andare avanti". "Negli ultimi anni - ha sottolineato - sono stati fatti grossi passi in avanti che dobbiamo salutare con soddisfazione: oggi la luce c'è, lo Stato ha reagito, è cresciuta la volontà nella società di non calare il capo". "Lo Stato ha tolto la roba ai mafiosi. Lo Stato è passato dalla difensiva all'attacco: è un simbolo con cui si vuole rendere liberi i ragazzi oggi per farli diventare grandi domani", ha aggiunto Fini. Parole tanto più significative in quanto pronunciate nella sede del Centro studi del Parlamento della legalità, che sorge in un immobile confiscato alla mafia. E ancora: "Io sono qui perché le istituzioni non possono apparire solo la sera dalle televisioni ma devono essere tra la gente. Solamente stando tra la gente sono credibili". Rivolgendosi alla platea Fini ha quindi aggiunto: "A chi chiede 'chi te lo fa fare' rispondi con una pernacchia, dicendo 'lo faccio anche per te che non hai il coraggio'". Il presidente della Camera ha citato anche John Fitzgerald Kennedy, invitando a un impegno diretto e personale i giovani: "Per vincere contro la mafia bisogna guardare dentro se stessi. Bisogna liberarsi dalla pigrizia e dalla convinzione che tanto ci pensa qualcun altro. Un grande presidente americano disse 'non chiedeteci cosa l'America può fare per voi ma cosa voi potete fare per l'America' e io lo dico a voi giovani: 'non chiedetevi cosa può fare lo Stato per voi, ma quello che voi potete fare per lo Stato'".
(La Repubblica, 30 marzo 2009)
LA LETTERA. Wilma Goich ed Italo Cucci all'inaugurazione dell'Associazione culturale italiana di New York
E' stata una delle piu’ belle serate alla quale hanno partecipato sabato sera quasi 300 persone per la inaugurazione della nuova ASSOCIAZIONE CULTURALE ITALIANA DI NEW YORK, con sede a Ridgewood Queens .Sono venute da ogni dove, dai 5 boro della citta’ di New York, da Long Island, finanche da Filadelfia. C’erano presenti numerosi presidenti di altre Societa’ italiane con i loro membri e diversi ospiti venuti direttamente dall’Italia. L’evento si e’ tenuto presso il ben noto ristorante “LA BELLA VITA“ di Ozone Park, che per l’occasione ha segnato il tutto esaurito. Sal Palmeri, nota personalita’ radiofonica italiana, nonche’ membro e direttore artistico della Associazione, ha aperto la serata dando il benvenuto a tutti. Poi ha presentato i ragazzi che frequentano i corsi d’italiano della Associazione, i membri dell’Amministrazione e gli ufficiali della Associazione ed infine gli ospiti dall’Italia, le cantanti Wilma Goich con sua figlia Susanna Vianello e Anna Vinci, Francesca Calligaro e Italo Cucci, noti giornalisti della popolare trasmissione RAI “La Giostra dei Gol “.“L’evento di questa sera – ha detto Tony Mulè, il presidente- segna il punto di partenza della nostra Associazione culturale - siamo tutti testimoni della nascita di questa creatura. Per l’occasione di questo battesimo abbiamo fatto venire dall’Italia dei padrini d’eccellenza e molto noti come Italo Cucci, Wilma Goich, Francesca Calligaro e Anna Vinci”. “Noi rappresentiamo l’altra Italia – ha concluso Mulè – anche noi, da questa parte dell’Oceano, possiamo organizzare eventi come quelli che si fanno in Italia... anzi meglio... Concludo dicendo che il miglior prodotto che l’Italia esporta nel mondo è proprio l’Italiano all’estero”.
Il Cav. Tony Di Piazza, chairman della nuova Associazione, ha ringraziato tutti i gli ufficiali dell’Associazione che hanno collaborato con lui per la fondazione di questa società ed ha rivolto un ringraziamneto speciale a tutte le personalità presenti in sala. A fare il tradizionale brindisi è stato chiamato il Cav. Joe Meccariello, vice chairman. Italo Cucci, commosso e onorato per essere stato insignito “Uomo dell’Anno” dell’Associazione, ha detto di sentirsi molto vicino agli Italiani all’estero e ha ricordato che anche lui fa parte di una famiglia di emigranti, essendo i suoi fratelli emigrati in Cile. Si è sentito felice di trovarsi tra tanti italiani che gli stringevano la mano e gli chiedevano di fotografarsi con lui. Ogni domenica durante “la Giostra dei Gol“, ogni qualvolta fissa una telecamera, lui è consapevole di essere seguito da milioni di italiani all’estero, che rappresentano una grande risorsa per l’Italia.
Francesca Calligari è già di casa qui da noi. “In ogni mio viaggio a New York è come se venissi a trovare l’altra mia famiglia”, ha detto al microfono. Anche lei si è divertita a farsi fotografare con molti suoi fan e ammiratori in sala.
Tra le personalità intervenute c’erano l’On. Salvatore Ferrigno, nuovo presidente dell’Inter Comites e rappresentante del partito MPA-USA, Quintino Cianfaglione, presidente dei Comites di New York e Conn., Sal Rapaglia, presidente dell’Eastern NY State Soccer Association. L’evento si è concluso con il sorteggio di tanti preziosi premi, messi in palio dalle varie ditte italo-americane.
Sal Palmeri
domenica 29 marzo 2009
FUTURO SI INDIETRO NO
Contributo di Paolo Hendel alla manifestazione nazionale della CGIL il 4 aprile a Circo Massimo Roma.
FUTURO SI INDIETRO NO - 4 APRILE 2009
FUTURO SI INDIETRO NO - 4 APRILE 2009
Cgil, la sfida del Circo Massimo del prossimo 4 aprile. Sul palco precari e medici
di Massimo Franchi e Felicia Masocco
Le divisioni sindacali e le strategie del governo. I rapporti con il Pd e il ruolo del lavoro nella politica. Ma soprattutto le scelte della Cgil che sabato prossimo sarà in piazza, al Circo Massimo, per una grande manifestazione. Lo slogan «Futuro sì, indietro no». Il segretario Guglielmo Epifani, ospite de L’Unità, risponde alle domande della redazione e dei lettori.
Le divisioni sindacali e le strategie del governo. I rapporti con il Pd e il ruolo del lavoro nella politica. Ma soprattutto le scelte della Cgil che sabato prossimo sarà in piazza, al Circo Massimo, per una grande manifestazione. Lo slogan «Futuro sì, indietro no». Il segretario Guglielmo Epifani, ospite de L’Unità, risponde alle domande della redazione e dei lettori.
La Cgil è sotto attacco, è accusata di essere una forza politica, di non partecipare alle trattative ma di godere poi dei risultati. Accuse ripetute dal ministro Renato Brunetta. La risposta?
«Non si considerano mai le posizioni della Cgil per quelle che sono e si usano altri argomenti: si dice che facciamo opposizione di tipo politico, che seguiamo vecchie ideologie, ci accusano di conservatorismo. Luoghi comuni. E quasi sempre si rifugge dal merito. Ieri (venerdì, ndr) Sacconi ha detto che la Cgil muoveva critiche al nuovo Testo unico sulla sicurezza senza averlo letto. La cosa buffa è che tutti si sono espressi subito, la Confindustria ha fatto una nota di tre pagine ma, guarda caso, Sacconi ha parlato solo di noi. Eppure avevamo detto, già in passato, che è un errore cambiare un testo che neanche è in vigore e che conveniva applicarlo e fare una verifica dopo due anni per eventuali correzioni».
A prescindere dal merito, dice. Come può essere?
«Mi sto convincendo che in realtà dia fastidio l’autonomia di giudizio della Cgil, che dia fastidio tutto quello che non corrisponde ai modi di dire e di fare del governo. Un governo che ha una grande capacità di comunicazione e fa passare posizioni che spesso non corrispondono al vero. Sacconi ha detto che sono aumentate le sanzioni rispetto alla legge 626, dimenticando di dire che sono diminuite rispetto all’ultima legge. E fa così per tutto il resto. Le accuse non sono solo per noi: quando Emma Marcegaglia ha reclamato soldi veri che fino a quel momento avevano visto solo le banche, o quando Confindustria ha fatto previsioni fosche sul Pil, sono piovute accuse di catastrofismo. È un governo che dà una rappresentazione non veritiera della realtà e su di essa costruisce risposte per coloro che hanno punto di vista diversi. Questa è la nostra battaglia democratica: tenere aperta la possibilità di avere un punto di vista diverso».
Il governo ha la capacità di attrarre a sé Cisl e Uil e di isolare la Cgil, segue la strategia della divisione. Quali pericoli porta questo isolamento?
«Riguardano l’efficacia dell’azione sindacale, il sindacato unitario è più efficace. Se sul Testo unico avessimo tutti detto le stesse cose, oppure sul fisco, il governo avrebbe avuto più difficoltà. Il governo punta sistematicamente a dividere, e Cisl e Uil hanno un po’ perso la capacità di tenere il filo della coerenza con le rivendicazioni unitarie. Questo comporta la frantumazione dell’azione con il rischio che il sindacato produca meno risultati».
Si può recuperare, e come, un rapporto unitario?
«È complicato perché i dissensi sono veri. E, dove non ci sono, noi sosteniamo le proposte unitarie e gli altri non sempre lo fanno. Siamo sempre stati d’accordo nel chiedere meno fisco per il lavoro dipendente o la lotta all’evasione, eppure non diventano campagne unitarie».
Perché si è arrivati a questo punto?
«È come se Cisl e Uil avvertissero - e capisco anche il ragionamento - che questo è un governo forte, da non sfidare a una battaglia a fronte aperto ma soltanto condizionare di volta in volta. A mio avviso dobbiamo invece tenere ferme le nostre linee e, come fa un sindacato fare negoziati, compromessi, arrivare o meno agli accordi. Ma questo oggi manca: il governo non apre mai tavoli di confronto. Non lo fa con le Regioni e i Comuni se non è costretto, e non lo fa con noi, non ha aperto una sola discussione. Neanche sulla crisi. Quando Fini propone gli stati generali sull’economia, riconosce che una sede di confronto sulla crisi non c’è mai stata. Il governo di volta in volta si sceglie gli interlocutori e non dialoga, cerca di convincerli della bontà delle sue scelte».
Come sono i rapporti con il Pd? Qualcuno ha detto che il Pd soffriva dell’azione politica più netta della Cgil e che questa sofferenza si sia tradotta in qualche attrito. La nuova fase le sembra diversa?
«Il Pd a mio avviso è ancora in divenire. Formalmente è un partito ma nella sostanza è ancora un cantiere aperto, lo dimostrano i problemi nel tesseramento e che a livello locale le radici sono molto differenziate. Le stesse regole con cui è stato costruito andrebbero semplificate».
Un esempio?
«L’uso delle primarie. Se servono a far correre un assessore contro il sindaco -al primo mandato- che l’ha nominato, non sono più uno strumento democratico per far pesare la società civile, ma servono alla nomenclatura se divisa. È un assurdo. Dopo la sconfitta elettorale il Pd era diviso tra il bisogno, logico, di dialogo sulle grandi riforme, e quello di fare un’opposizione più netta. Da qui una fase di indeterminazione e, di fronte a una Cgil che ha fatto scelte di merito e dato battaglia, qualche problema si è creato».
Anche oggi o è cambiato qualcosa?
«Oggi vedo più sintonia sul merito, talvolta le posizioni sembrano coordinate ma non è così. Noi poniamo il problema della casa e degli affitti e lo stesso fa Pd, ci si arriva autonomamente, ma su tante questioni si fanno battaglie comuni. Ho visto il giudizio sul Testo unico, le comuni preoccupazioni sul piano casa, comune è la critica al governo che affronta la crisi senza una politica industriale. L’opposizione che sta facendo il Pd nel Paese e nel Parlamento è a tratti molto simile all’iniziativa della Cgil. È un bene, perché su grandi questioni come queste la Cgil non può stare in campo da sola, la Cgil non può che restare un soggetto sindacale e le battaglie politiche spetta alla politica farle».
Lei ha origini socialiste, oggi ci sono socialisti che rivendicano un po’ dappertutto la loro origine. Ieri Berlusconi ha parlato lungamente dell’amico Craxi. Qual è stato il suo percorso?
«Mi sono iscritto alla federazione dei giovani socialisti a venti anni, ho fatto due, tre anni, di attività e sono passato in Cgil. Coglievo troppa differenza tra la concretezza del lavoro sindacale e il modo di far politica. Allora in Cgil c’erano le correnti, ho lavorato in quella socialista, poi le abbiamo superate, ma mantengo l’ispirazione che viene dalla mia storia: la laicità, un’idea riformistica dell’acquisizione dei risultati, il rispetto dell’avversario, sempre. E se vedo che c’è chi continua a professarsi socialista e si schiera nel centrodestra penso che c’è qualcosa che non va. Penso a Brunetta che non celebra il 25 aprile perché è “dei comunisti”. Come fa un socialista a dirlo? Penso a cosa significava il 25 aprile per Pietro Nenni, Carlo Lombardi, Sandro Pertini, per lo stesso Craxi il cui padre è stato prefetto della liberazione a Como. I socialisti si rivoltano nella tomba».
Gli altri sono tutti precipitati nel gorgo degli anni 80?
«Sì ma questo non giustifica il tornare indietro da scelte di valore fondamentali: la democrazia, l’antifascismo, la Costituzione. Sono valori che appartengono alla grande tradizione socialista, comunista, democristiana, e sono i valori della Repubblica».
Ma in quegli anni si sono radicati anche rancori personali che poi si sono fatti politica. Si sente parlare con tanta acrimonia di anticomunismo da persone che erano adulte negli anno Settanta o Ottanta.
«Siamo l’unico Paese in cui ancora si parla, l’ha fatto ancora il premier, di anticomunismo. Non ne parla più nessuno, non c’è più il tema. Si evoca il fantasma dell'anticomunismo quando non c’è il comunismo e si ipotizza l’idea di un comunismo sopravvissuto a se stesso. È un’idea molto materialistica della storia».
Ma perché? Cosa vuole suscitare?
«Nella sua idea c’è la rinascita di una grande democrazia cristiana “moderna”, quindi è come se se rievocasse lo schema del ‘48. Ma la Dc aveva voluto la Costituzione, poi c’è stata una battaglia politica, ma è stato un partito della Repubblica».
Torniamo al lavoro, riportato drammaticamente al centro dalla crisi. Negli ultimi anni la sinistra, il centrosinistra, il Pd non lo hanno un po’ dimenticato? Si pensi alla candidatura di molti imprenditori...
«Si è passati da un estremo all’altro. Fino a 20, 25 anni fa i partiti erano molto presenti nei luoghi di lavoro, avevano radici, orientavano, sentivano. Poi l’opposto, non si sono più occupati, se non indirettamente, delle questioni del lavoro. Anche se non vale per tutti: la Lega nord è molto attenta, quando ha fatto cadere il primo governo Berlusconi sulle pensioni pensava alla propria base. E quando oggi Bossi sulle pensioni dice di andarci cauti, ha in mente l’operaio del Nord. C’è questo bisogno, anche per il Pd. Naturalmente non si può più immaginare che solo l’identità del lavoro fondi una forza politica, ma neanche che fondino un’identità tutti i soggetti e al mondo del lavoro non viene riconosciuto il suo ruolo. Credo che questo sia stato il figlio della sbornia che Tremonti chiama “mercatista”, cioè dell’idea che il mercato era fine e strumento. Ma oggi, dopo gli eccessi della speculazione, il lavoro dovrebbe tornare ad essere un riferimento nel Pd. Non può essere solo la Cgil a fare rappresentanza sociale, c’è bisogno di sponde nelle istituzioni. Se con le elezioni dovesse esserci un arretramento del centrosinistra nelle amministrazioni, verrebbe a mancare al sindacato un importante interlocutore».
Per la Cgil l’obiettivo resta il lavoro stabile o si accontenta della flessibilità senza precarietà come dato strutturale di un’economia moderna?
«In un sistema di mercato aperto a una competizione fatta di produzione di qualità è evidente che una stabilità della prospettiva del lavoro è condizione necessaria. Poi è vero che ci sono esigenze di flessibilità che vanno riconosciute. Quello che non si può fare è scaricare tutto sul precario e va fatta attenzione a non creare un mercato di lavoro doppio, con chi ha garanzie e chi non le ha».
Continuerete a difendere il contratto nazionale sfidando l’accusa di conservatorismo?
«Lo facciamo perché è quello che garantisce un riferimento universale sul salario e sulle norme. Resto dell’opinione che siccome la flessibilità interna ai settori è oggi più forte che nel passato, si possono avere griglie normative via via più ampie, da riempire. Ma nel modello che non abbiamo condiviso non c’è questo: c’è meno contrattazione in entrambi i livelli. Perché si pensa che il sindacato, che contratta, sia un intralcio».
Rapporto con il Pd. Alberto da Brescia le dice: “Credimi, nelle fabbriche i rapporti sono difficili”.
«Lo so. Il problema non è avvicinare i vertici, ma avvicinare le basi. Bisogna rovesciare lo schema, è dal basso che devi ricostruire una modalità di ascolto nella società e nel mondo del lavoro. Io lo dico sempre anche per la Cgil: partire dal basso, tanto più con una crisi come questa, ricostruire le radici dal basso perché la forza della Cgil è sempre stata questa, non la legittimazione che altri ti hanno dato. Se tu rappresenti, se tu capisci il nuovo, i cambiamenti produttivi, se con la fatica ti sporchi le mani, se sei presenti tra le persone che hanno problemi, allora sì che acquisti autorevolezza».
Mimmo da Salerno: “Bisogna che si modifichino le regole delle elezioni delle Rsu e allora sai quanti delegati?. Ma la Cisl blocca le elezioni”.
«È la nostra sfida. Noi vogliamo più democrazia. La Piaggio dell’altro giorno è un esempio: due posizioni diverse, i lavoratori hanno deciso. Così bisogna fare per gli accordi inter-confederali e per i grandi accordi. Ma non lo dico per usare la leva democratica contro gli altri perché, come si è visto, puoi vincere e puoi anche perdere. L’unica cosa che non va bene e che voti solo quando sei sicuro di vincere, non va bene come idea democratica».
Ritorno al Circo Massimo. Qual è la differenza con il 2002? Lì c’era la difesa dell’articolo 18 ora sembra che manchi uno slogan unificante.
«Nel 2002 le tre differenze con oggi erano che il governo ci attaccò sull’articolo 18 e anche sul “Patto per l’Italia” firmato da tutti tranne che da noi. L’articolo 18 fu il simbolo, l’idea unificante. La seconda differenza è che il quadro politico è cambiato: lì c’era un governo in difficoltà e un’opposizione molto forte che immaginava di poter concorrere a governare di nuovo. La terza differenza è che non c’erano le fabbriche chiuse, non c’era la paura del futuro. Questo era il 2002. Oggi siamo in una situazione in cui il governo è molto forte e l’opposizione è molto debole, c’è una crisi che riguarda i lavoratori delle fabbriche e le decine di migliaia di precari dalla Pubblica amministrazione che andranno a casa a giugno e quelli della scuola che non saranno confermati a settembre. In più il governo ti attacca in maniera più intelligente, non toccando i temi apparentemente più simbolici (non a caso dice: sulle pensioni non faccio niente), ma poi ti attacca sul Testo unico sulla sicurezza, sul fatto che non dà più restituzione fiscale ai lavoratori, sulla cassa integrazione, sulla politica industriale. Quindi abbiamo più di una questione e per questo abbiamo fatto lo slogan “Futuro sì, indietro no”, perché la Cgil vuole guardare avanti, su come ricostruire un paese dopo la crisi. “Indietro no” vuole dire tante cose: indietro no sui temi della Costituzione, sul tema dei diritti, sul tema di pensare ai lavoratori per ultimi. Vogliamo guardare avanti, ma per portare in questa idea di paese quei valori essenziali dei diritti e della coesione sociale. Questa è la sfida vera del 4 aprile».
Quale partecipazione si aspetta?
«Devo dire che girando il paese il sentimento di dire “Ci vediamo a Roma” sta diventando molto molto serio. La gente vuole partecipare in prima persona a far capire che bisogna contrastare la crisi in un altro modo. Ci sono valori come quelli della partecipazione democratica che vanno consegnati al paese che verrà. Se usi la crisi per ridurre i diritti, c’è una regressione e i diritti rischi di non riconquistarli più. La cosa che ci colpisce è che questo avviene solo in Italia: in tutto il resto d’Europa questa crisi viene utilizzata per rimettere al centro politiche industriali, idee di coesione, sostegno ai ceti più deboli. Quando dico che il governo non ha speso nulla, e poi il governo si arrabbia, dico la verità perché fino ad oggi per il triennio il governo ha messo 16 miliardi di spese aggiuntive di cui 12 destinati alle banche, quindi tutto il resto sono 4 miliardi. Quindi poi tutto il resto dei numeri (opere pubbliche, eccetera) sono tutti già stanziati, sono una rimodulazione di cifre, quella roba lì già c’era. La verità è che tutta questa crisi fino ad oggi viene affrontata con 4 miliardi in cui ci sta il mezzo miliardo per l’industria dell’auto, un po’ per la social card, un po’ di politiche per le famiglie, per altro neanche partite. È un governo che ha affrontato la crisi con l’occhio al bilancio e se tu guardi solo al bilancio il paese esce peggio dalla crisi».
Daniele, lavoratore dei call center: “Come mai il sindacato ha deciso in maniera improvvisa che i lavoratori dei 4 più grandi gestori di telefonia non potranno essere al Circo Massimo?”
«Nei luoghi di lavoro c’è una spinta forte a partecipare. C’è più voglia di manifestare nei lavoratori che nei quadri intermedi. Questi sono portati sempre a pensare: “Cosa si fa dopo?”. Il problema è che il 4 aprile non è sciopero, abbiamo deciso di fare una manifestazione nazionale. Poi alcune categorie o articolazioni territoriali, come la Cgil Lazio, hanno deciso autonomamente di scioperare per garantire di esserci anche a chi di sabato normalmente lavora. Ma io voglio che sia chiaro, soprattutto in questo periodo di crisi, che l’uso dello sciopero deve essere un uso molto attento. Perché non è facile chiedere ad una famiglia di un lavoratore in cassa integrazione a 700 euro di perdere una parte importante del proprio salario: ci sono casi in cui scioperare può costare, con i computi dei ratei su permessi e ferie, anche come tre giorni di lavoro. Devi capire che la gente vuole scioperare, ma proprio non ce la fa e rispettarla».
Un nonno da Torino si preoccupa della nipote perché è una precaria e non sa dove mettersi nel corteo.
«I precari sabato saranno tanti e li faremo parlare. Dopo una parte musicale, sul palco parlerà una giovane precaria, un delegato Fiat di Pomigliano, un medico per la questione dell’autodenuncia, un immigrato e un’anziana pensionata. Parleranno quindi tutti i segmenti sociali più esposti alla crisi. Posso poi anticiparvi che l’attore che ha interpretato Di Vittorio, Pierfrancesco Favino, leggerà un passo di un suo discorso e che a gestire tutto ci sarà Massimo Wertmuller, che nello sceneggiato su Di Vittorio interpretava Togliatti. Ci sarà una presenza importante. Una grande presenza da tutt’Italia. Certo, dalla Sicilia è più difficile quando non ci sono più treni a disposizione. Ma sono convinto che sarà una straordinaria manifestazione. Sul fatto di tornare al Circo Massimo: prima o poi dovevamo farlo e questo è il momento giusto. Anche perché siamo in tempo di crisi e ci sono grandissime manifestazione in tutta Europa: in Francia ci sono stati due scioperi generali grandissimi, oggi c’è una manifestazione a Londra. Lì si sta per aprire il G20 e noi sabato manifesteremo quando il summit si sarà appena chiuso».
Parliamo del 4, ma poco si sa ancora sul primo maggio.
«La manifestazione unitaria la terremo con gli altri sindacati a Siracusa, città che è un grande polo edile, ed essendo in Sicilia sarà legata non solo alla crisi ma anche al tema della legalità e dei diritti. Quella zona del Paese ci chiede di stare assieme e noi lo faremo. Con Cisl e Uil noi possiamo litigare su tutto, e lo facciamo, ma quando c’è da evitare di chiudere una fabbrica ci impegniamo tutti insieme».
In Francia ci sono stati episodi di rabbia. C’è questo rischio anche da noi?
«In Francia ci sono state grandi iniziative nonostante Sarkozy abbia fatto molto contro la crisi. La crisi può produrre due reazioni: da una parte la rassegnazione e dall’altra l’esasperazione. Probabilmente le due condizioni convivono in molti. E qui c’è l’importanza della Cgil: cerchiamo di evitare le forme di esasperazione di pochi e la rassegnazione degli altri. Proviamo ad evitare che nella crisi ognuno pensi a sè, come vorrebbe Berlusconi».
Qual è il termometro della crisi?
«La crisi è pesante ed è la ragione per cui stiamo disperatamente strappando accordi aziendali, come ieri sera all’Eurallumina di Portovesme in Sardegna (dove Berlusconi è arrivato, ha promesso e poi è sparito). Più difficile è nelle piccole e piccolissime imprese: guardando al numero dei fallimenti ad esempio a Treviso si coglie una realtà impressionante, le sofferenze sono altissime. Solo che per vederlo devi avere attenzione all’economia reale e il governo non l’ha».
Chiudiamo con la stampa: è in difficoltà soprattutto nei grandi gruppi. Le sembra un’emergenza?
«Sì, perché la carta stampata è in difficoltà in tutto il mondo. Un po’ a causa dei nuovi mezzi, un po’ per il calo della pubblicità. Poi c’è un problema di conformismo della stampa, c’è un uso di questo conformismo da parte di questo governo, ancor di più se anche i tg pubblici e i grandi giornali cambieranno direttori. Il rischio è di avere una stampa che ricostruisce un’immagine del Paese che non è. In più è stato firmato il contratto: so che c’è malumore, ma resto dell’opinione che per fortuna si è riconquistato il contratto. Perché fino all’ultimo il rischio è stato non solo di non averlo adesso, ma di non averlo più. Una parte degli editori ha cercato fino all’ultimo di non firmare nè ora nè mai, per arrivare ad un modello di contratto ad hoc per ogni giornale. Il contratto invece garantisce più diritti a tutti».
L’Unità, 29 marzo 2009
L’Unità, 29 marzo 2009
L'Intervista a Carlo Lucarelli: "Informazione e cultura per non sottovalutare le mafie"
“Politicamente Scorretto”, televisione, informazione, soldi, criminalità organizzata: lo scrittore e conduttore televisivo a cuore aperto su Libera InformazioneUn’ intera giornata dedicata alla bellezza da riconoscere e difendere, perché, unica e preziosa, ci insegna ad essere liberi. L’etica libera la bellezza - il tema scelto da Libera di Don Ciotti per il 21 marzo che da quattordici anni all’avvento della primavera ci aiuta a non dimenticare e a tenere alta l’attenzione e l’impegno civile - è perfetto per essere declinato domenica 29 marzo in chiave “Politicamente Scorretto”, cioè attraverso i linguaggi, gli strumenti e i media della cultura. Ne parliamo con Carlo Lucarelli, con il quale tocchiamo anche diversi punti sensibili per quanto riguardo mafie e informazione.
“L'etica libera la bellezza” è il titolo non solo del 21 marzo voluto da Libera per Napoli ma anche dell'iniziativa che Politicamente Scorretto organizzerà domenica a Casalecchio di Reno, di cosa si tratta?
L'idea è nata perché da tempo volevamo dedicare una giornata intera a questi argomenti, mafia e dintorni, ma sicuramente il titolo e il tema di Libera è stato di sprone perché riteniamo che questo sia il momento giusto per parlare di queste tematiche. Per quanto riguarda la giornata in sé, è prevista una maratona di letture, dibattiti e interventi sul tema delle mafie, a Casalecchio, all'interno della Casa della Conoscenza.
Restituire alle città, ai cittadini i beni confiscati alla mafia, destinandone una parte alla cultura dice il sito di Politicamente scorretto. Questo appello che Libera Informazione ha sottoscritto cosa prevede e come è nato?
Abbiamo ritenuto di dare una nostra visione su un tema molto attuale. Ne ha parlato Baricco appellandosi a una maggior accessibilità alla cultura da parte di tutti e anche Saviano ha fatto riferimento a questo aspetto durante la prima serata di Rai 3 di mercoledì. Noi vogliamo dare quindi la nostra opinione a riguardo: non è vero che mancano i soldi, ci sono eccome, sono là nel patrimonio mafioso, da confiscare e secondo noi da destinare in parte a un settore importante come la cultura, da finanziare anche come metodo per contrastare la mafia.
Per contrastare la mafia è necessario far prendere coscienza alle persone del problema. Casalecchio, Bologna, Emilia Romagna, in che modo far sentire vivo nelle persone emiliane, in questo caso, il pericolo delle mafie?
Sicuramente è difficoltoso perché la gente tende a pensare che non ci sia il problema della mafia al Nord, soprattutto molti amministratori locali che dicono che nel settentrione questa “problematica” non esiste, spesso perché sono poco preparati. Evidentemente non esiste un immaginario nostro legato a mafia e nord. Allora bisogna raccontarglielo, bisogna raccontare alla gente gli episodi che sono avvenuti e far notare quelli che sono i “segnali” della presenza mafiosa al nord: i beni confiscati nel alla criminalità organizzata, che sono tanti, i dati dell'economia mafiosa al nord, che sono tanti. Bisogna riuscire a mettere insieme tutte le piccole esperienze. E così capita che parlando con un amministratore del nord di questi argomenti, intendo quei pochi illuminati, finisce che lui ti dica “si in effetti anche io a casa mia avrei questo piccolo problema, questi episodi che si verificano...”. Bisogna metterli in rete questi episodi, e raccontarli.
L'immagine stereotipata di una mafia che invece si è rinnovata nell'esteriorità e nel modus operandi è anche uno dei motivi per cui spesso si vuole ignorare la presenza mafiosa al centro nord, cosa ne pensa?
Su questo argomento posso dirti che è la narrativa quella che potrebbe ricostruire un immaginario. Noi siamo abituati ai mafiosi del padrino, una narrativa scritta, una fiction televisiva, un film, tutti elementi molto importanti per il nostro immaginario, che parlino di mafia al nord, che facciano vedere un padrino che non è di Corleone, ma di Milano, che opera con le banche e poi anche ammazza perché questo fa parte del business, ebbene, credo che sarebbe davvero importante.
Ha visto Saviano su Rai 3, cosa pensa soprattutto della scelta di dare la prima serata?
Penso che abbia fatto bene, una scelta coraggiosa dei dirigenti. Anche se in fondo tanto coraggiosa non era visto che sapevamo che tante persone l'avrebbero seguito. Ma è stato comunque bello scoprire che tanta gente ha seguito e ascoltato queste storie. Una ottima scelta, ce ne fossero di più e su tutte le reti.
Anche lei si è occupato di mafia, come è nata in lei la passione e Blunotte tornerà ancora ad occuparsene? Come?
La voglia di occuparmene come scrittore è nata perché sono stimoli della quotidianità: basta tenere le orecchie aperte, questo problema c'è. Problematica importantissima al punto che un programma come il nostro non può non occuparsene anche spesso. Noi racconteremo altri pezzi delle storie delle mafie che finora abbiamo trascurato; abbiamo raccontato tante cose ma ci sono diversi buchi. I Casalesi ad esempio, siamo arrivati a un pre-Saviano, ora vogliamo raccontare anche il post, ci sono tante province italiane da raccontare, abbiamo molte idee in cantiere.
Usare questo metodo divulgativo ma comunque rigoroso nell'approccio possa essere un punto di svolta nel raccontare e far conoscere certi temi a una Italia che preferisce guardare la televisione che leggere i giornali?
Non so se è un punto di svolta ma può essere utile. Chiaramente si tratta solo di un pezzo del mestiere, quello divulgativo. Una persona che guarda i programmi di Piero Angela non è che poi si laurea, però sono molto utili, servono parecchio. Poi c'è l'informazione, l'azione concreta, la politica, ma noi siamo il primo passo, l'alfabetizzazione anche da un punto di vista emotivo, non solo da un punto di vista formativo.
Parlando all'informazione, non il suo campo, ma un terreno attiguo al suo, pensa che in Italia ci si occupi poco e male di mafia?
Sicuramente si, non solo per la mafia ma anche per tanti altri temi. Chi lo sa che si sta celebrando il processo per la strage di Brescia? Invece tutti sanno cosa sta succedendo a Sollecito e Amanda Knox. Gli omicidi di cronaca sono tutti i giorni in prima pagina, le altre cose no perché non fanno notizia. Sono d'accordo che questo sia un comportamento sbagliato, sappiamo tutto di Cogne e ben poco sul processo Spartacus, molto importante nella mia vita quotidiana rispetto al processo alla signora Franzoni. Queste cose passano invece per cose che non fanno notizia e non mi capacito del perché non riescano a capire, tutte le volte che incontrano una cosa come quella di Saviano, che invece anche parlare di mafia fa notizia, basta raccontarla nel modo giusto.
Tornando alla realtà emiliana, lei pensa che esistano dei segnali visibili della presenza mafiosa in questa regione, cosa appurata da indagini e relazioni delle distrettuali antimafia?
Teoricamente non molti se non il cemento. Nel senso che uno va in giro e vede un sacco di costruzioni, alcune sono ferme da un sacco di tempo, allora la domanda sarebbe “da dove vengono quei soldi?”, “cosa è successo?”, perché qualsiasi altro imprenditore sarebbe fallito. Questo potrebbe essere un segnale. Perché per il resto non è facile. Uno non lo sa che gli costa di più quello che sta mangiando perché dietro magari c'è un taglieggiamento, che costa un sacco di soldi mangiare il pesce perché la filiera che sta dietro a questa industria magari mantiene un sacco di 'ndrine e cosche. Questo qualcuno non lo può sapere se qualcuno non glielo racconta. Chi vive in certe zone, magari in provincia di Modena, in provincia di Modena, dalle parti di Carpi, o vicino a Reggio Emilia, ecco magari lì ha qualche sentore in più perché vede qualche negozio bruciato. Altrimenti è difficile vederli, per quello ci vuole l'informazione, che ti racconti che quella cosa che stai vedendo, anche se non ti sembra quello che ti immagineresti a Corleone, è la stessa cosa.
Da privato cittadino cosa pensa del ddl sulle intercettazioni?
Io ho sempre pensato che siamo in guerra e che quindi ci vogliono tutti i mezzi per combatterla, che non sia questo il momento di privarsi di alcuni mezzi sulla base di ragionamenti che magari andrebbero bene in un paese ideale. Qualunque cosa che restringa un certo tipo di azione per me non va bene.
Da: LiberaInformazione
mercoledì 25 marzo 2009
I punti chiave della riforma sanitaria
Diciassette aziende sanitarie complessive al posto delle attuali ventinove, istituzione dei nuovi distretti ospedalieri, criteri rigorosi per la scelta dei manager, deospedalizzazione e potenziamento dei servizi territoriali, controllo interamente pubblico per il servizio di emergenza urgenza, maggiori controlli sui dirigenti e sul raggiungimento degli obiettivi. Sono questi i principali punti contenuti nella legge di riordino del sistema sanitario regionale che l’assemblea regionale siciliana ha approvato questo pomeriggio. La legge rappresenta uno strumento di radicale innovazione organizzativa con l’obiettivo di riqualificare l’offerta sanitaria perseguendo l’equilibrio economico. Le novità riguardano soprattutto gli strumenti e le procedure della programmazione, l’organizzazione e l’ordinamento del servizio sanitario regionale, l’erogazione delle prestazioni, i criteri di finanziamento delle Aziende del servizio sanitario regionale, le disposizioni patrimoniali e contabili delle aziende del SSN e il sistema della rete dell’emergenza – urgenza 118. La legge prevede che il SSN ispira la propria azione al principio della sussidiarietà solidale e della complementarietà tra gli erogatori dei servizi, assicura la parità di accesso ai servizi sanitari nel rispetto del diritto di libera scelta dei cittadini tra soggetti pubblici e privati accreditati entro i budget individuali assegnati e garantisce i livelli essenziali di assistenza (Lea). Programmazione, obiettivi, controlli, responsabilità, sanzioni: sono questi i pilastri della riforma. La programmazione sanitaria è affidata al piano sanitario regionale, proposto dall’assessore regionale, della durata triennale, ed approvato dalla Giunta col parere vincolante della commissione Sanità dell’Ars. Il primo piano sanitario dovrà essere approvato entro 240 giorni dall’emanazione della legge. Novità sul fronte dei soggetti che concorrono alla programmazione sanitaria: oltre alle realtà territoriali presenti nella conferenza permanente per la programmazione sanitaria e sociosanitaria regionale, avranno un ruolo le Università, gli Irccs, gli enti di ricerca pubblici e privati, e nell’ambito delle rispettive competenze, anche le associazioni di categoria del settore sanitario maggiormente rappresentative e le associazioni di volontariato e di tutela dell’utenza. Con i piani attuativi, le Aziende sanitarie provinciali (Asp) e le aziende ospedaliere (Ao), sviluppano in loco il piano sanitario, definendo le attività da svolgere nei limiti delle risorse disponibili. Le Asp, le Ao, e le aziende ospedaliero - universitarie concorrono anche allo sviluppo a rete del sistema sanitario regionale attraverso la programmazione interaziendale di bacino che ha come finalità la integrazione ottimale delle attività sanitarie. I “bacini” saranno due, quello della Sicilia Occidentale (Palermo, Agrigento, Caltanissetta e Trapani) e quello della Sicilia Orientale (Catania, Messina, Siracusa, Ragusa ed Enna). Sarà istituito un Comitato composto dai dirigenti generali delle Aziende che avrà il compito di programmare e monitorare gli interventi. Istituita anche la Consulta regionale della Sanità che svolgerà gratuitamente funzioni di consulenza in ordine a questioni di rilevanza regionale e di interesse diffuso in materia di servizi sanitari e socio sanitari. Definiti gli obiettivi ed i vincoli di destinazione delle risorse finanziarie al fine di garantire un corretto equilibrio tra la funzione ospedaliera e quella territoriale. Accentuati i poteri di controllo dell’assessore regionale alla Sanità che dovrà verificare la corrispondenza tra i risultati raggiunti dalle Aziende e quelli fissati negli atti di programmazione locale e assicurerà il controllo, anche con verifiche trimestrali effettuate dal dipartimento per la pianificazione strategica, sull’operato dei direttori generali in relazione agli obiettivi programmatici assegnati. La valutazione dei direttori generali è affidata ad un soggetto esterno: l’agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali ovvero altra qualificata agenzia esterna che l’assessore individuerà attraverso procedure ad evidenza pubblica La legge prevede il divieto per le Aziende di affidare mediante appalto di servizi o con consulenze esterne l’espletamento di funzioni il cui esercizio rientra nelle competenze di uffici o di unità operative aziendali. Previste deroghe solo nei casi di comprovata necessità con adeguato provvedimento di motivazione del direttore generale e previa approvazione dell’assessorato. Le aziende sono state ridotte da 29 a 17: 9 aziende sanitarie provinciali, 3 aziende ospedaliere di riferimento regionale, 2 aziende Arnas (azienda di riferimento nazionale di alta specializzazione) e tre aziende ospedaliero – universitarie. Ciascuna azienda sanitaria provinciale si articola nei distretti ospedalieri (complessivamente 20) che sono costituiti dall’aggregazione di uno o più presidi ospedalieri appartenenti alle soppresse Ausl con le soppresse Aziende ospedaliere, nonché dalle aggregazioni degli altri presidi ospedalieri pure appartenenti alle soppresse Ausl. I distretti ospedalieri rappresentano strutture dotate di autonomia tecnico gestionale ed economico finanziaria nonché di adeguate risorse e saranno guidati da un coordinatore sanitario e da un coordinatore amministrativo individuati dal direttore generale. I distretti sanitari costituiscono invece l’articolazione territoriale dell’azienda sanitaria provinciale all’interno della quale vengono erogate le prestazioni in materia di prevenzione, diagnosi, cura, riabilitazione ed educazione sanitaria. I distretti sanitari fanno capo all’area territoriale coordinata da un direttore sanitario e un direttore amministrativo individuati con le stesse modalità dei distretti ospedalieri e dotati dello stesso grado di autonomia. Prevista l’istituzione dei presidi territoriali di assistenza (PTA) che anche attraverso il Centro unico prenotazione (CUP) garantiranno in materia capillare l’erogazione delle prestazioni in materia di cure primarie, servizi socio-sanitari integrati con le prestazioni sociali, servizi a favore dei minori e delle famiglie con bisogni complessi, servizi di salute mentale. Le Aziende ospedaliere assicurano le attività sanitaria di alta specializzazione, di riferimento nazionale e regionale, con dotazioni di tecnologie diagnostico-terapeutiche avanzate ed innovative e svolgono i compiti specificamente attribuiti dagli atti della programmazione regionale oltre a rappresentare punto di riferimento per le attività specifiche delle aziende sanitarie provinciali. Le aziende ospedaliero universitarie mantengono la propria autonomia ma è prevista la possibilità di integrazioni tra Aziende ospedaliere e Università sulla base di specifici protocolli d’intesa. La legge assegna all’assessore alla Sanità compiti di controllo sulle attività espletate e sulle prestazioni erogate dalle strutture ospedaliere, specialistiche ed ambulatoriali, sia pubbliche che private sotto il profilo della qualità e dell’appropriatezza, della riduzione del rischio clinico, del mantenimento delle condizioni igienico – sanitarie e dei requisiti dell’accreditamento. L’assessore verificherà anche flussi e dati economici gestionali. Vengono puntualmente disciplinati i requisiti, le condizioni, le modalità di nomina dei direttori generali e l’ipotesi di decadenza e commissariamento. I direttori generali decadranno automaticamente in caso di mancato raggiungimento dell’equilibrio economico di bilancio in relazione alle risorse negoziate nonché in caso di mancato raggiungimento degli obiettivi: il loro contratto avrà durata triennale, rinnovabile per altri tre anni nella stessa azienda. Gli attuali direttori decadranno automaticamente il primo settembre 2009, allorquando diventerà operativo il nuovo sistema aziendale. Il rapporto con le strutture private terrà conto, fra l’altro, del fabbisogno sanitario, degli standard occupazionali e del rispetto degli obblighi contrattuali in materia di lavoro e di previdenza. Previsto il criterio della premialità per le strutture capaci di produrre mobilità attiva. Il servizio di emergenza urgenza 118 sarà affidato a un organismo di diritto pubblico. E’ espressamente previsto che nel triennio successivo all’entrata in vigore della legge è fatto divieto di procedere all’impiego di personale in numero superiore a quello utilizzato dall’attuale gestore non ci saranno assunzioni per tre anni rispetto a quello in atto niente costo aggiuntivi. Sarà garantita l’assistenza sanitaria a tutti i cittadini che si trovino sul territorio regionale senza distinzione di sesso, razza, lingua e religione senza che ciò implichi alcun tipo di segnalazione all’autorità. La legge prevede anche che le aziende devono conseguire risparmio energetico mediante l’utilizzazione di fonti rinnovabili.
La Sicilia ha una nuova Sanità
di Salvatore D'AnnaPer il governo tagliati costi e dirigenti, ma l'opposizione non ci sta
25 marzo 2009 21:13
Diciassette aziende sanitarie invece di ventinove, centoventidue posti da dirigente. Cui però se ne aggiungono, secondo l’opposizione, altri quarantasei, quelli dei direttori dei presidi ospedalieri, che per il Pd non scompaiono. La riforma sanitaria regionale, approvata oggi pomeriggio a Sala d’Ercole, dopo una telenovela durata mesi, per il centrosinistra rischia di moltiplicare le poltrone. Una beffa, se fosse vero, se si pensa che l’obiettivo primo del governo è quello di abbattere i costi e gli sprechi della Sanità siciliana. Guardando ai costi, il taglio di dodici aziende comporterà un risparmio, secondo l'assessore alla Sanità Massimo Russo, di 36 milioni di euro, circa tre ad azienda. Che, per il governo, potrebbero anche salire a 50. Ma Russo, raggiante con i giornalisti in conferenza stampa subito dopo l'approvazione del ddl, parla di stima "al ribasso". Quantificare adesso il risparmio per la Regione siciliana è difficile anche per l'ex pm. Sulla riforma sanitaria si giocano i numeri. Ci saranno diciassette direttori generali, uno a capo di ogni azienda, ognuno affiancato da un dirigente amministrativo e uno sanitario. E sono cinquantuno. A questi si aggiungeranno quaranta coordinatori, venti sanitari e venti amministrativi, che dovranno guidare i vari distretti ospedalieri in cui è diviso il territorio siciliano, tre ciascuno a Palermo e Catania e due nelle restanti province. Novantuno. Per arrivare a quota centonove ne mancano diciotto, che sono poi i due dirigenti dei nove distretti sanitari, uno per provincia. E centoventidue con i tredici direttori sanitari di presidio, sette per gli Arnas, cinque per le Aziende ospedaliere e tre per i policlinici. Qui si ferma il calcolo del governo, e sarebbe un risparmio, 64 direttori e 58 coordinatori, un taglio netto delle poltrone, rispetto ai 160 direttori della situazione attuale. Russo in conferenza stampa rivendica con forza, carte e dati alla mano, il cambiamento di rotta rispetto al passato. Ma il Pd non ci sta e, con il deputato regionale Roberto De Benedictis, sostiene che nelle sue stime l'assessore dimentica qualcosa: "Al computo bisogna aggiungere anche i direttori dei quarantasei presidi ospedalieri". Approvata con il voto compatto dei tre partiti della maggioranza di centrodestra, mentre il Pd ha votato no (nonostante l'appello in aula di Lino Leanza, capogruppo e segretario dell'Mpa, ha definito la riforma "la legge delle leggi"), la norma rivoluziona il settore ospedaliero e nelle intenzioni dei legislatori dovrebbe riorganizzare e migliorare il derelitto sistema sanitario. Nove aziende sanitarie provinciali, tre aziende ospedaliere di riferimento regionale, due aziende Arnas (aziende di riferimento nazionale di alta specializzazione) e tre aziende ospedaliero–universitarie. In totale fanno diciassette, contro le ventinove che esistono oggi. Ciascuna azienda sanitaria provinciale si articolerà poi in distretti sanitari, in tutto venti, costituiti dall’aggregazione tra uno o più presidi ospedalieri che appartenevano alle soppresse Ausl con le soppresse Aziende ospedaliere, nonché dalle aggregazioni degli altri presidi anche essi appartenenti alle soppresse Ausl. I distretti ospedalieri avranno una propria autonomia tecnico gestionale ed economica e saranno guidati da un coordinatore sanitario e da un coordinatore amministrativo individuati dal direttore generale. Ci sono poi i distretti sanitari, che costituiscono l’articolazione territoriale delle Asp all’interno della quale saranno erogate le prestazioni sanitarie. Questi distretti fanno capo all’area territoriale coordinata da un direttore sanitario e un direttore amministrativo individuati con le stesse modalità dei distretti ospedalieri e dotati dello stesso grado di autonomia. Due i bacini di riferimento: uno, quello della Sicilia Occidentale, l’altro della Sicilia Orientale, che contengono rispettivamente Palermo, Agrigento, Caltanissetta e Trapani e dall’altra Catania, Messina, Siracusa, Ragusa ed Enna. Sarà istituito un Comitato composto dai dirigenti generali delle Aziende che avrà il compito di programmare e monitorare gli interventi. Istituita anche la Consulta regionale della Sanità che svolgerà gratuitamente funzioni di consulenza in ordine a questioni di rilevanza regionale e di interesse diffuso in materia di servizi sanitari e socio sanitari. La riforma accentua i poteri di controllo dell’assessore regionale alla Sanità che dovrà verificare la corrispondenza tra i risultati raggiunti dalle aziende e quelli fissati negli atti di programmazione locale e assicurerà il controllo, anche con verifiche trimestrali effettuate dal dipartimento per la pianificazione strategica, sull’operato dei direttori generali in relazione agli obiettivi programmatici assegnati. La valutazione dei direttori generali è affidata ad un soggetto esterno: l’agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali ovvero altra qualificata agenzia esterna che l’assessore individuerà attraverso procedure ad evidenza pubblica. La legge prevede il divieto per le Aziende di affidare mediante appalto di servizi o con consulenze esterne l’espletamento di funzioni il cui esercizio rientra nelle competenze di uffici o di unità operative aziendali. Previste deroghe solo nei casi di comprovata necessità con adeguato provvedimento di motivazione del direttore generale e previa approvazione dell’assessorato.
SiciliaInformazioni, 25.03.2009
Il monologo di Saviano in tv: "Non sono solo in questa battaglia"
IL PERSONAGGIO - Lo scrittore a "Che tempo fa" con Fazio. Mostra i titoli incredibili dei giornali locali che chiamano "infami" i pentiti . "Cercano di colpire me, perché sono il più debole"MILANO - Un monologo quasi teatrale, una rassegna stampa del Corriere di Caserta che chiama "infame" il pentito in un titolo, che elegge a eroi i boss locali, amici dei politici. Le foto dei ragazzini ammazzati, quelli degli innocenti coperti da un lenzuolo, il sorriso di un carabiniere ventenne trucidato per vendetta. Il titolo diffamante: "Don Diana a letto con due donne". Don Diana, il prete dell'impegno ucciso quindici anni fa. "Che tipo di paese se permette tutto questo?". "Il silenzio è colpevole anche perché non lascia capire". E' stata la serata di Roberto Saviano, ospite di Fabio Fazio a "Che tempo che fa". "Si pensa che l'essere minacciato sia una corona data dalla camorra per un merito ma non è un merito. Non è un merito, cercano di colpire me perchè con altri non riescono". Il silenzio e la diffamazione sono armi terribili in mano alla camorra e l'ordigno adatto per combatterli è quello della parola. E Saviano ha scelto di parlare a lungo e con cruda chiarezza. Lui stesso si è definito una "operazione mediatica", nata e portata avanti perchè si conoscano gli orrori della camorra e si capisca che riguardano tutti. Il suo "sogno" è che la lotta alla criminalità organizzata diventi una vera e propria moda. E' quello che "i grandi editori, le televisioni, trovassero un punto comune, anche conveniente. Perchè non creare una moda?". Lo scrittore ha parlato anche delle minacce della camorra. "Non immaginavo che sarebbe andata così - ha detto -. Pensavo che sarebbe durata poco, sono tre anni ed è pesantissimo". E nel ringraziare "tutte le persone che mi scrivono, nel ringraziare tutti per quello che è stato fatto per me", cita le parole di Kennedy quando diceva "perdonare sempre dimenticare mai". "Io - ha detto Saviano - non dimenticherò mai quello che di bene mi è stato fatto". Ha ringraziato i paesi che lo hanno ospitato, "la Spagna, Parigi, Israele ma non ringrazio chi mi ha rifiutato la casa, gli amici che hanno liquidato la mia causa come se me la fossi cercata". "Mi dà fastidio l'accusa di essermi arricchito. Sono i lettori che mi danno la possibilità di vivere e pagare gli avvocati". E ha citato una frase di Biagi: "Sei arrivato davvero quando fanno un falso del tuo libro e ti accusano di plagio' e io ce li ho tutti e due". "Questa battaglia non è la mia battaglia ma la battaglia di molti e va anche bene se per una volta succede il miracolo che grandi interessi economici si fondano con l'interesse del paese, che grandi editori di libri, televisivi, si uniscano per combattere la camorra". "Che tempo fa, questa sera, è durato fin oltre le 23. Nella seconda parte, due grandi scrittori come l'americano Paul Auster e l'israeliano David Grossman, hanno discusso con Saviano riconoscendo un valore enorme a Gomorra: "E' scritto benissimo - ha detto Auster - E' esploso come una bomba e ha costretto tanta gente in tutto il mondo a guardare dentro il fenomeno camorra. Anche tanti che non ne sapevano nulla o pensavano fosse una cosa locale italiana". (La repubblica, 25 marzo 2009)
L'Assemblea Regionale Siciliana dice sì alla riforma sanitaria
PALERMO - Dopo una lunga maratona d'aula, l'Assemblea regionale siciliana si è conclusa intorno alle 5 con l'approvazione di tutti i singoli articoli della riforma sanitaria. Il presidente dell'Ars Francesco Cascio ha aggiornato i lavori alle 16,30 di oggi con all'ordine del giorno l'approvazione definitiva del nuovo sistema in cui si articolerà la sanità in Sicilia.La riforma riduce le aziende sanitarie e ospedaliere da 29 a 17, mentre i distretti saranno guidati da due direttori: uno sanitario e uno amministrativo.Nel lungo e complesso dibattito a Sala d'Ercole, per l'esame dei singoli articoli del provvedimento e degli emendamenti presentati da parlamentari di tutti i gruppi, si sono anche ripetute le votazioni a scrutinio segreto, in una delle quali il governo di Raffaele Lombardo è stato battuto, essendo stato approvato un emendamento, presentato dal Pd, con il quale è stata tagliata una norma che prevedeva l'attribuzione di un'indennità ai direttori generali decaduti, secondo le previsioni dei contratti individuali di lavoro, il cui termine è previsto nel 2010.Sono stati 39 i deputati che nel segreto dell'urna hanno approvato la norma e 37 quelli che hanno votato contro. La legge stabilisce inoltre che le aziende sanitarie provinciali e quelle ospedaliere di nuova istituzione saranno operative dal primo settembre del 2009.Il presidente della Regione, Raffaele Lombardo, e l'assessore regionale alla Sanità, Massimo Russo, esprimono grande soddisfazione dopo che l'Assemblea regionale siciliana ha completato all'alba l'esame degli articoli del disegno di legge di riforma del sistema sanitario."Una riforma ampiamente condivisa - dice Lombardo - come è giusto che sia per le riforme di sistema. È venuta fuori un'ottima sintesi, altro che compromesso al ribasso come ha detto qualcuno. Questa legge è fortemente innovativa e credo che il sistema sanitario regionale si candidi adesso come uno tra i migliori di tutta Italia". Per l'assessore Russo "è un'ottima riforma frutto dello slancio che ha contraddistinto il lavoro dell'Assemblea, impegnata in un vero e proprio tour de force: sono proprio convinto che dall'Aula esce un vero vincitore, il cittadino che, grazie a questa riforma, potrà avere le risposte necessarie ai suoi bisogni di salute".
martedì 24 marzo 2009
sabato 21 marzo 2009
Rassegna stampa, Napoli 21 marzo 2009
Mafia: Libera, in 150mila a Napoli per la giornata della memoria delle vittime
Napoli, 21 mar. - (Adnkronos) - Circa 150mila persone, secondo le stime degli organizzatori, hanno partecipato oggi a Napoli alla quattordicesima edizione della 'Giornata della Memoria e dell'Impegno in ricordo delle vittime delle mafie", promossa da 'Libera. Associazioni, nomi e numeri contro le mafie', per ricordare tutte le vittime innocenti delle mafie e rinnovare in nome di quelle vittime l'impegno di contrasto alla criminalita' organizzata. Al corteo hanno preso parte oltre 500 familiari delle vittime delle mafie in rappresentanza di un coordinamento di oltre 3mila familiari, rappresentanti di ong provenienti da circa 30 paesi europei. Un saluto a tutti i partecipanti al lungo corteo, che ha attraversato il lungomare di via Caracciolo per giungere a piazza Plebiscito, e' arrivato dal presidente nazionale di Libera Don Luigi Ciotti che ha parlato di "un abbraccio alla citta', un segno di attenzione a chi si impegna tutti i giorni per combattere la criminalita' organizzata". Per consentire all'affollato corteo di sfilare per le vie della citta' sono stati disposti divieti e chiusure al traffico. Durante la marcia sono stati letti a ripetizione i nomi delle oltre 900 vittime delle mafie, semplici cittadini, magistrati, giornalisti, appartenenti alle forze dell'ordine, sacerdoti, imprenditori, sindacalisti, esponenti politici e amministratori locali, morti per mano delle mafie. 'Libera' ha voluto sul palco allestito per l'evento anche lo scrittore Roberto Saviano, autore del best-seller 'Gomorra', che ha letto i nomi di alcune vittime della criminalita' organizzata.
MAFIE: IN MIGLIAIA SFILANO A NAPOLI PER RICORDARE 900 VITTIME(ASCA) - Napoli, 21 mar - Un 'abbraccio' ad una citta' 'piena di attenzione per quanti si impegnano tutti i giorni nel combattere la corruzione, la criminalita' e le mafie'. Questo il saluto rivolto dal presidente di 'Libera', Don Luigi Ciotti, alle migliaia e migliaia di partecipanti alla XIV Giornata nazionale che ricordano oggi le 900 vittime di tutte le mafie. I nomi di magistrati, imprenditori, sacerdoti, appartenenti alle forz dell'ordine, giornalisti, esponenti politici, sindacalisti giovani e donne caduti per mano delle organizzazioni criminali sono stati scanditi nel corso di tutto il corteo che e' sfilato lungo via Caracciolo arrivando in piazza del Plebiscito dove e' stato allestito un grande palco. In testa al corteo molti familiari delle vittime di mafie, al collo le foto dei loro cari di cui, in molti casi, ancora non e' stato individuato l'omicida materiale. Sono in cinquecento, in rappresentanza di tremila famiglie. Al loro fianco rappresentanti di organizzazioni sindacali, di scuole ed associazioni, il presidente della Regione Antonio Bassolino, il sindaco di Napoli Iervolino. Quando il corteo si e' sciolto in piazza del Plebiscito a sorpresa, inatteso, lo scrittore Roberto Saviano e' salito sul palco. Neanche una parola, nessuna dichiarazione, solo la sua presenza a ricordare l'impegno delle giovani generazioni contro la camorra, la mafia, la 'ndrangheta. Forte e chiaro il messaggio di Don Luigi che alla classe politica chiede 'di agire in maniera seria, credibile, attenta, soprattutto di farlo i maniera veloce'. Per Bassolino la manifestazione di oggi rappresenta 'un grande segnale di speranza e di fiducia', la dimostrazione che si puo' 'andare avanti nella battaglia contro la camorra e la criminalita' organizzata'. Promossa dalla Regione Campaia, dal Comune e dalla Provincia di Napoli, la XIV edizione della Giornata della Memoria e dell'impegno in ricordo delle vittime delle mafie gode dell'Alto Patronato della Presidenza della Repubblica. Nel pomeriggio il programma della manifestazione prevede sette diversi seminari e, alle 17,30 un concerto con l'esibizione di numerosi gruppi ed artisti.
ANTIMAFIA: LIBERA, 150 MILA PERSONE IN MARCIA A NAPOLI (ANSA)
NAPOLI, 21 MAR - Oggi a Napoli oltre 150mila persone hanno marciato per la quattordicesima giornata della Memoria delle vittime della mafie: e' questo il bilancio di Libera, l'associazione promotrice di una tre giorni dedicata all'impegno antimafia. Oltre due chilometri e mezzo di percorso, sul lungomare di Napoli, fra Piazza della Repubblica e Piazza del Plebiscito: il corteo si e' poi radunato davanti al palco. I manifestanti, provenienti da trenta Paesi del mondo e da tutte le regioni italiane, hanno camminato insieme in silenzio, mentre si leggevano a ripetizione al megafono i nomi di oltre 900 vittime delle mafie. Un elenco che e' stato riproposto alla fine, ben due volte, dal palco sul quale sono saliti i parenti delle vittime delle mafie.
ANTIMAFIA: NAPOLI; FOTO VITTIME APRONO CORTEO,SI CANTA MAMELI (ANSA)
NAPOLI, 21 MAR - La marcia del 21 marzo a Napoli, per la quattordicesima giornata della memoria e dell'impegno in ricordo delle vittime delle mafie inizia con l'inno d'Italia. Lo cantano i familiari delle vittime della criminalita' organizzata, in testa ad un corteo che raggiungera' piazza del Plebiscito. Migliaia di persone hanno gia' affollato il lungomare napoletano: provengono da trenta Paesi del mondo e da tutte le regioni italiane. 'Migliaia e migliaia di persone sono qui oggi per un abbraccio alla citta' - dice don Luigi Ciotti, presidente nazionale dell'associazione Libera che ha promosso la tre giorni dedicata all'antimafia - e' un segno di attenzione a chi si impegna tutti i giorni contro la criminalita' organizzata. Oggi siamo qui per ripetere che occorrono meno parole e piu' fatti'. A Napoli sono arrivate 1500 persone dal Piemonte, mille dalla Sicilia, a bordo di due navi, 300 dalla Toscana, 800 autobus di studenti delle scuole di tutto il Paese, negli alberghi partenopei sono stati ospitati la notte scorsa 480 familiari delle vittime, gli stessi che aprono il corteo di Libera, esponendo le fotografie dei loro cari scomparsi. (ANSA).
ANTIMAFIA: DON CIOTTI, VIA IPOTECHE SU BENI CONFISCATI (ANSA)
NAPOLI, 21 MAR - La banche devono cancellare le ipoteche dai beni confiscati alla criminalita' organizzata: lo ha sostenuto Don Ciotti, parlando dal palco di piazza del Plebiscito, a Napoli, a conclusione della marcia per la quattordicesima giornata della memoria delle vittime delle mafie organizzata da Libera. Don Ciotti ha ribadito l'importanza del ruolo di una agenzia per la confisca dei beni, idea tramontata 'che avrebbe reso invece piu' efficace la confisca, e meno burocratiche e piu' agibili le procedure'. 'Abbiamo il 36% dei beni confiscati sotto ipoteca bancaria - ha continuato - i Comuni non sono in grado di riscuotere, le associazioni tanto meno, e questi beni rischiano di andare all'asta. Chi se li riprende poi?' Il rischio, ha spiegato, e' che ricadano nelle mani della criminalita' organizzata. 'Su 1091 aziende confiscate ai mafiosi solo 64 sono sopravvissute - ha concluso - dobbiamo chiederci perche', evidentemente c'e' qualcosa che non funziona''.(ANSA).
ANTIMAFIA: DON CIOTTI A MAFIE, CONDANNATI A VITA FERMATEVI (ANSA)
NAPOLI, 21 MAR - 'Alle mafia, alla camorra, al crimine dico: fermatevi, ma che vita e' la vostra? Ne vale la pena?'. Don Luigi Ciotti grida questo appello dal palco di Napoli, in occasione dalla quattordicesima giornata della Memoria e dell'Impegno di Libera. 'Vi aspettano carcere, clandestinita', tanti morti - ha continuato - se avete beni ve li confischeremo tutti, e vi porteremo tutto via quello che avete'. 'Fermatevi, alla fine cosa vi resta? Come giustificate il male che fate agli altri? La vostra e' una condanna a vita - ha concluso - non puo' essere questa la vita. Non basta pentirsi ogni tanto, bisogna convertirsi'.(ANSA).
Napoli in corteo contro le mafie
Centomila. Quando la testa del corteo organizzato da Libera arriva a Piazza Plebiscito, la coda è ancora alla Rotonda Diaz. Un serpentone di 2 chilometri e mezzo, allegro ma silenzioso. Sul palco si alternano i familiari delle vittime e rappresentanti delle istituzioni cittadine a leggere i nomi delle quasi 500 persone che hanno perso la vita a causa della criminalità. A sorpresa, sul palco è salito anche Roberto Saviano: tocca a lui chiudere il lungo elenco, tra cui anche i nomi dei sei immigrati ghanesi uccisi nella strage di Castelvolturno lo scorso 18 settembre dai Giuseppe Setola e dai suoi sicari. La marcia del 21 marzo a Napoli, per la quattordicesima giornata della memoria e dell'impegno in ricordo delle vittime delle mafie era iniziata con l'inno d'Italia. Lo hanno cantano i familiari delle vittime, in testa al corteo con le fotografie di questi innocenti scomparsi. «Migliaia e migliaia di persone sono qui oggi per un abbraccio alla città - dice don Luigi Ciotti, presidente nazionale dell'associazione Libera che ha promosso la tre giorni dedicata all'antimafia - è un segno di attenzione a chi si impegna tutti i giorni contro la criminalità organizzata. Oggi siamo qui per ripetere che occorrono meno parole e più fatti». «Questa è soprattutto una giornata di impegno e tutti i ragazzi che ci sono qui intorno sono il segno di una fortissima speranza». Lo ha detto il sindaco di Napoli Rosa Russo Iervolino. «La veglia di ieri in ricordo di don Peppino Diana - ha detto il sindaco - ha trasmesso la sensazione viva di quanto Napoli abbia sofferto. C'è voglia di pulizia, di civiltà, Napoli è sempre stata una città civile». «Questa città - ha concluso il sindaco partenopeo - deve poter sviluppare tutte le sue energie, libera da interessi malavitosi perchè il governo della città deve essere nelle mani dei napoletani e non sotto il controllo della camorra». In piazza anche il presidente della Regione, Antonio Bassolino che dice: «La camorra e la mafia non sono invincibili, non sono eterni . Da questa manifestazione arriva un messaggio straordinario di speranza e di fiducia, e questo non era scontato. La risposta di Napoli e della Campania sono straordinarie, come l' energia messa in moto oggi da questa terra e da questo paese». Il governatore sottolinea l'importanza della costanza nella guerra alla criminalità organizzata: «La parola d'ordine è continuità. Contro la camorra e la mafia bisogna combattere 365 giorni all' anno, perchè 365 giorni all'anno agisce la criminalità organizzata». Alla domanda se il governo attuale faccia abbastanza per contrastare le mafie, Bassolino ha risposto: «Il ministro dell'Interno si impegna con serietà su questo fronte. Servono più risorse e mezzi per le forze dell' ordine e la magistratura. In molte parti del Sud Italia quella contro le mafie è una battaglia impari». Ci sono anche i lavoratori dello stabilimento Fiat di Pomigliano d'Arco al corteo contro le mafie. Un gruppo di operai, da tempo in lotta per mantenere il posto di lavoro contro la paventata chiusura dello stabilimento, si è unito alla marcia in memoria delle vittime di mafia e camorra. Urlano slogan in difesa dello stabilimento e hanno uno striscione con su scritto «Pomigliano non si tocca». L'Unita.it
Vittime mafie, in migliaia a Napoli
In migliaia, forse in 150mila secondo gli organizzatori, hanno sfilato a Napoli alla "Giornata della Memoria e dell'Impegno in ricordo delle vittime delle mafie", promossa dall'associazione Libera. Al corteo hanno partecipato oltre 500 familiari delle vittime della criminalità. "Vi aspettano carcere, clandestinità, tanti morti - è l'appello di don Ciotti, presidente di Libera, ai mafiosi -. Fermatevi, alla fine cosa vi resta?" Oltre due chilometri e mezzo di percorso, sul lungomare di Napoli, fra Piazza della Repubblica e Piazza del Plebiscito: il corteo si è poi radunato davanti al palco. I manifestanti, provenienti da trenta Paesi del mondo e da tutte le regioni italiane, hanno camminato insieme in silenzio, mentre si leggevano a ripetizione al megafono i nomi di oltre 900 vittime delle mafie. Un elenco che è stato riproposto alla fine, ben due volte, dal palco sul quale sono saliti i parenti delle vittime delle mafie. Una morte assurda Un lungo applauso ha accompagnato il discorso di Alessandra Clemente, figlia di Silvia Ruotolo, giovane mamma uccisa dalla camorra mentre accompagnava i figli a scuola. "Aveva 39 anni - ha detto la ragazza tra la commozione dei presenti sul palco - è stata uccisa senza alcuna logica e spiegazione. Occorre trasformare la rabbia in qualcosa di positivo. Quello che abbiamo vissuto non deve capitare più a nessuno. Impegnarsi per la memoria non è né stupido né inutile. Voglio ringraziare tutti e finalmente lo posso dire grazie a Napoli". L'appello di don Ciotti "Alle mafia, alla camorra, al crimine dico: fermatevi, ma che vita è la vostra? Ne vale la pena?". E' l'appello di don Luigi Ciotti ai boss. "Vi aspettano carcere, clandestinità, tanti morti - ha continuato - se avete beni ve li confischeremo tutti, e vi porteremo tutto via quello che avete. Fermatevi, alla fine cosa vi resta? Come giustificate il male che fate agli altri? La vostra è una condanna a vita - ha concluso - non può essere questa la vita. Non basta pentirsi ogni tanto, bisogna convertirsi". TGCOMA
Napoli oltre 100mila contro le mafie, sul palco anche Saviano
NAPOLI (Reuters) - Più di centomila persone, secondo gli organizzatori, hanno sfilato in corteo oggi a Napoli per ricordare le vittime delle mafie e chiedere alle istituzioni di combattere la criminalità organizzata, che opprime soprattutto il Sud Italia. E sul palco, insieme a familiari delle vittime, magistrati e rappresentanti istituzionali è salito a sorpresa anche il giovane scrittore Roberto Saviano, sotto scorta dopo il sucesso del suo "Gomorra" e divenuto un simbolo vivente della lotta alla camorra. Nella città partenopea, dove forte è la presenza della camorra, sono arrivati in gran parte giovani da tutta Italia e da 30 paesi europei, per celebrare la XIV giornata della memoria e dell'impegno per le vittime di tutte le mafie, organizzata dall'associazione "Libera" di don Luigi Ciotti che da anni lotta contro criminalità e narcotraffico. "Non girarsi dall'altra parte", "No alla legalità sostenibile che accetta mediazioni", erano alcuni dei messaggi lanciati dai manifestanti. Un monito era rivolto anche alle banche: "Cancellino le ipoteche presenti sul 36% dei beni confiscati alla camorra" ha detto don Ciotti, ricordando che i Comuni non riescono a farsene carico, col rischio che una " una volta messe all'asta tornano alle mafie". "Noi dobbiamo essere la spina propositiva dello Stato. Questa è una Repubblica fondata sul lavoro e la lotta alle mafie comincia dal lavoro. Ma non chiediamo solo allo Stato, dobbiamo noi cittadini per primi a fre la nostra parte. Noi tutti non dobbiamo mai girarci dall'altra parte" ha detto il religioso, noto per il suo impegno sociale. Il corteo concluso in piazza del Plebiscito è stato scandito, così come l'inizio della manifestazione in piazza, dai nomi delle 900 vittime delle mafie, alcuni letti anche da Saviano, acclamato dalla piazza . Vittime che in molti casi non hanno ottenuto ancora giustizia e per le quali gli oltre 500 familiari presenti a Napoli chiedono anche verità. Pietro Polimeni e Anna Adavastro, di Reggio Calabria, genitori di Daniele ucciso a 18 anni nel 2005, sono tra loro. "Era uno studente, è scomparso il 30 marzo ed è stato ritrovato il 2 aprile del 2005 carbonizzato. Stiamo ancora lottando per sapere. Allo Stato chiediamo di poter sapere la verità" dicono padre e madre, che spiegano di di non aver sentito la vicinanza dello Stato. "Quel che è certo è che deve fare qualcosa di diverso da quello che (lo Stato) ha fatto fino a oggi, perché ci sono ancora vittime delle mafie". Un'esperienza diversa è quella di Michele Panunzo, figlio dell'imprenditore edile di Foggia Giovanni Panunzo, ucciso da chi voleva estorcergli soldi. "Mio padre é stato ucciso a pochi metri dal consiglio comunale di Foggia il 6 novembre del 1992", racconta Panunzo, che regge un cartellone con la foto del padre. " E' stato minacciato e ha denunciato chi voleva estorcergli soldi. Non ha girato la testa dall'altra parte e lo hanno ucciso". "Ho sentito la presenza e la vicinanza dello Stato - ha detto l'uomo - da noi qualcosa si sta muovendo. E' stato firmato un protocollo interistituzionale, ma è importante anche che la gente denunci e non si volti dall'altra parte. Bisogna avere coraggio e denunciare anche in forma anonima, per permettere alle forze dell'ordine di intervenire". Tra i magistrati, i rappresentanti dele istituzione e delle politica, anche Giancarlo Caselli, procuratore capo a Torino, secondo cui il disegno di legge del governo sulle intercettazioni, in discussione al Parlamento, rappresenta "un forte rischio per la sicurezza sociale". "E' come dire a un medico di nonu sare Tac o risonanza magnetica perché sono invasive. Si sta dicendo alle forze dell'ordine di non utilizzare le intercettazioni, che sono come radiografie giudiziarie, perché sono troppo invasive. Chi chiede tolleranza zero e ronde sia coerente e non consenta che si tolgano le intercettazioni, che sono il baluardo per la tutela dei cittadini".
Napoli, 21 mar. - (Adnkronos) - Circa 150mila persone, secondo le stime degli organizzatori, hanno partecipato oggi a Napoli alla quattordicesima edizione della 'Giornata della Memoria e dell'Impegno in ricordo delle vittime delle mafie", promossa da 'Libera. Associazioni, nomi e numeri contro le mafie', per ricordare tutte le vittime innocenti delle mafie e rinnovare in nome di quelle vittime l'impegno di contrasto alla criminalita' organizzata. Al corteo hanno preso parte oltre 500 familiari delle vittime delle mafie in rappresentanza di un coordinamento di oltre 3mila familiari, rappresentanti di ong provenienti da circa 30 paesi europei. Un saluto a tutti i partecipanti al lungo corteo, che ha attraversato il lungomare di via Caracciolo per giungere a piazza Plebiscito, e' arrivato dal presidente nazionale di Libera Don Luigi Ciotti che ha parlato di "un abbraccio alla citta', un segno di attenzione a chi si impegna tutti i giorni per combattere la criminalita' organizzata". Per consentire all'affollato corteo di sfilare per le vie della citta' sono stati disposti divieti e chiusure al traffico. Durante la marcia sono stati letti a ripetizione i nomi delle oltre 900 vittime delle mafie, semplici cittadini, magistrati, giornalisti, appartenenti alle forze dell'ordine, sacerdoti, imprenditori, sindacalisti, esponenti politici e amministratori locali, morti per mano delle mafie. 'Libera' ha voluto sul palco allestito per l'evento anche lo scrittore Roberto Saviano, autore del best-seller 'Gomorra', che ha letto i nomi di alcune vittime della criminalita' organizzata.
MAFIE: IN MIGLIAIA SFILANO A NAPOLI PER RICORDARE 900 VITTIME(ASCA) - Napoli, 21 mar - Un 'abbraccio' ad una citta' 'piena di attenzione per quanti si impegnano tutti i giorni nel combattere la corruzione, la criminalita' e le mafie'. Questo il saluto rivolto dal presidente di 'Libera', Don Luigi Ciotti, alle migliaia e migliaia di partecipanti alla XIV Giornata nazionale che ricordano oggi le 900 vittime di tutte le mafie. I nomi di magistrati, imprenditori, sacerdoti, appartenenti alle forz dell'ordine, giornalisti, esponenti politici, sindacalisti giovani e donne caduti per mano delle organizzazioni criminali sono stati scanditi nel corso di tutto il corteo che e' sfilato lungo via Caracciolo arrivando in piazza del Plebiscito dove e' stato allestito un grande palco. In testa al corteo molti familiari delle vittime di mafie, al collo le foto dei loro cari di cui, in molti casi, ancora non e' stato individuato l'omicida materiale. Sono in cinquecento, in rappresentanza di tremila famiglie. Al loro fianco rappresentanti di organizzazioni sindacali, di scuole ed associazioni, il presidente della Regione Antonio Bassolino, il sindaco di Napoli Iervolino. Quando il corteo si e' sciolto in piazza del Plebiscito a sorpresa, inatteso, lo scrittore Roberto Saviano e' salito sul palco. Neanche una parola, nessuna dichiarazione, solo la sua presenza a ricordare l'impegno delle giovani generazioni contro la camorra, la mafia, la 'ndrangheta. Forte e chiaro il messaggio di Don Luigi che alla classe politica chiede 'di agire in maniera seria, credibile, attenta, soprattutto di farlo i maniera veloce'. Per Bassolino la manifestazione di oggi rappresenta 'un grande segnale di speranza e di fiducia', la dimostrazione che si puo' 'andare avanti nella battaglia contro la camorra e la criminalita' organizzata'. Promossa dalla Regione Campaia, dal Comune e dalla Provincia di Napoli, la XIV edizione della Giornata della Memoria e dell'impegno in ricordo delle vittime delle mafie gode dell'Alto Patronato della Presidenza della Repubblica. Nel pomeriggio il programma della manifestazione prevede sette diversi seminari e, alle 17,30 un concerto con l'esibizione di numerosi gruppi ed artisti.
ANTIMAFIA: LIBERA, 150 MILA PERSONE IN MARCIA A NAPOLI (ANSA)
NAPOLI, 21 MAR - Oggi a Napoli oltre 150mila persone hanno marciato per la quattordicesima giornata della Memoria delle vittime della mafie: e' questo il bilancio di Libera, l'associazione promotrice di una tre giorni dedicata all'impegno antimafia. Oltre due chilometri e mezzo di percorso, sul lungomare di Napoli, fra Piazza della Repubblica e Piazza del Plebiscito: il corteo si e' poi radunato davanti al palco. I manifestanti, provenienti da trenta Paesi del mondo e da tutte le regioni italiane, hanno camminato insieme in silenzio, mentre si leggevano a ripetizione al megafono i nomi di oltre 900 vittime delle mafie. Un elenco che e' stato riproposto alla fine, ben due volte, dal palco sul quale sono saliti i parenti delle vittime delle mafie.
ANTIMAFIA: NAPOLI; FOTO VITTIME APRONO CORTEO,SI CANTA MAMELI (ANSA)
NAPOLI, 21 MAR - La marcia del 21 marzo a Napoli, per la quattordicesima giornata della memoria e dell'impegno in ricordo delle vittime delle mafie inizia con l'inno d'Italia. Lo cantano i familiari delle vittime della criminalita' organizzata, in testa ad un corteo che raggiungera' piazza del Plebiscito. Migliaia di persone hanno gia' affollato il lungomare napoletano: provengono da trenta Paesi del mondo e da tutte le regioni italiane. 'Migliaia e migliaia di persone sono qui oggi per un abbraccio alla citta' - dice don Luigi Ciotti, presidente nazionale dell'associazione Libera che ha promosso la tre giorni dedicata all'antimafia - e' un segno di attenzione a chi si impegna tutti i giorni contro la criminalita' organizzata. Oggi siamo qui per ripetere che occorrono meno parole e piu' fatti'. A Napoli sono arrivate 1500 persone dal Piemonte, mille dalla Sicilia, a bordo di due navi, 300 dalla Toscana, 800 autobus di studenti delle scuole di tutto il Paese, negli alberghi partenopei sono stati ospitati la notte scorsa 480 familiari delle vittime, gli stessi che aprono il corteo di Libera, esponendo le fotografie dei loro cari scomparsi. (ANSA).
ANTIMAFIA: DON CIOTTI, VIA IPOTECHE SU BENI CONFISCATI (ANSA)
NAPOLI, 21 MAR - La banche devono cancellare le ipoteche dai beni confiscati alla criminalita' organizzata: lo ha sostenuto Don Ciotti, parlando dal palco di piazza del Plebiscito, a Napoli, a conclusione della marcia per la quattordicesima giornata della memoria delle vittime delle mafie organizzata da Libera. Don Ciotti ha ribadito l'importanza del ruolo di una agenzia per la confisca dei beni, idea tramontata 'che avrebbe reso invece piu' efficace la confisca, e meno burocratiche e piu' agibili le procedure'. 'Abbiamo il 36% dei beni confiscati sotto ipoteca bancaria - ha continuato - i Comuni non sono in grado di riscuotere, le associazioni tanto meno, e questi beni rischiano di andare all'asta. Chi se li riprende poi?' Il rischio, ha spiegato, e' che ricadano nelle mani della criminalita' organizzata. 'Su 1091 aziende confiscate ai mafiosi solo 64 sono sopravvissute - ha concluso - dobbiamo chiederci perche', evidentemente c'e' qualcosa che non funziona''.(ANSA).
ANTIMAFIA: DON CIOTTI A MAFIE, CONDANNATI A VITA FERMATEVI (ANSA)
NAPOLI, 21 MAR - 'Alle mafia, alla camorra, al crimine dico: fermatevi, ma che vita e' la vostra? Ne vale la pena?'. Don Luigi Ciotti grida questo appello dal palco di Napoli, in occasione dalla quattordicesima giornata della Memoria e dell'Impegno di Libera. 'Vi aspettano carcere, clandestinita', tanti morti - ha continuato - se avete beni ve li confischeremo tutti, e vi porteremo tutto via quello che avete'. 'Fermatevi, alla fine cosa vi resta? Come giustificate il male che fate agli altri? La vostra e' una condanna a vita - ha concluso - non puo' essere questa la vita. Non basta pentirsi ogni tanto, bisogna convertirsi'.(ANSA).
Napoli in corteo contro le mafie
Centomila. Quando la testa del corteo organizzato da Libera arriva a Piazza Plebiscito, la coda è ancora alla Rotonda Diaz. Un serpentone di 2 chilometri e mezzo, allegro ma silenzioso. Sul palco si alternano i familiari delle vittime e rappresentanti delle istituzioni cittadine a leggere i nomi delle quasi 500 persone che hanno perso la vita a causa della criminalità. A sorpresa, sul palco è salito anche Roberto Saviano: tocca a lui chiudere il lungo elenco, tra cui anche i nomi dei sei immigrati ghanesi uccisi nella strage di Castelvolturno lo scorso 18 settembre dai Giuseppe Setola e dai suoi sicari. La marcia del 21 marzo a Napoli, per la quattordicesima giornata della memoria e dell'impegno in ricordo delle vittime delle mafie era iniziata con l'inno d'Italia. Lo hanno cantano i familiari delle vittime, in testa al corteo con le fotografie di questi innocenti scomparsi. «Migliaia e migliaia di persone sono qui oggi per un abbraccio alla città - dice don Luigi Ciotti, presidente nazionale dell'associazione Libera che ha promosso la tre giorni dedicata all'antimafia - è un segno di attenzione a chi si impegna tutti i giorni contro la criminalità organizzata. Oggi siamo qui per ripetere che occorrono meno parole e più fatti». «Questa è soprattutto una giornata di impegno e tutti i ragazzi che ci sono qui intorno sono il segno di una fortissima speranza». Lo ha detto il sindaco di Napoli Rosa Russo Iervolino. «La veglia di ieri in ricordo di don Peppino Diana - ha detto il sindaco - ha trasmesso la sensazione viva di quanto Napoli abbia sofferto. C'è voglia di pulizia, di civiltà, Napoli è sempre stata una città civile». «Questa città - ha concluso il sindaco partenopeo - deve poter sviluppare tutte le sue energie, libera da interessi malavitosi perchè il governo della città deve essere nelle mani dei napoletani e non sotto il controllo della camorra». In piazza anche il presidente della Regione, Antonio Bassolino che dice: «La camorra e la mafia non sono invincibili, non sono eterni . Da questa manifestazione arriva un messaggio straordinario di speranza e di fiducia, e questo non era scontato. La risposta di Napoli e della Campania sono straordinarie, come l' energia messa in moto oggi da questa terra e da questo paese». Il governatore sottolinea l'importanza della costanza nella guerra alla criminalità organizzata: «La parola d'ordine è continuità. Contro la camorra e la mafia bisogna combattere 365 giorni all' anno, perchè 365 giorni all'anno agisce la criminalità organizzata». Alla domanda se il governo attuale faccia abbastanza per contrastare le mafie, Bassolino ha risposto: «Il ministro dell'Interno si impegna con serietà su questo fronte. Servono più risorse e mezzi per le forze dell' ordine e la magistratura. In molte parti del Sud Italia quella contro le mafie è una battaglia impari». Ci sono anche i lavoratori dello stabilimento Fiat di Pomigliano d'Arco al corteo contro le mafie. Un gruppo di operai, da tempo in lotta per mantenere il posto di lavoro contro la paventata chiusura dello stabilimento, si è unito alla marcia in memoria delle vittime di mafia e camorra. Urlano slogan in difesa dello stabilimento e hanno uno striscione con su scritto «Pomigliano non si tocca». L'Unita.it
Vittime mafie, in migliaia a Napoli
In migliaia, forse in 150mila secondo gli organizzatori, hanno sfilato a Napoli alla "Giornata della Memoria e dell'Impegno in ricordo delle vittime delle mafie", promossa dall'associazione Libera. Al corteo hanno partecipato oltre 500 familiari delle vittime della criminalità. "Vi aspettano carcere, clandestinità, tanti morti - è l'appello di don Ciotti, presidente di Libera, ai mafiosi -. Fermatevi, alla fine cosa vi resta?" Oltre due chilometri e mezzo di percorso, sul lungomare di Napoli, fra Piazza della Repubblica e Piazza del Plebiscito: il corteo si è poi radunato davanti al palco. I manifestanti, provenienti da trenta Paesi del mondo e da tutte le regioni italiane, hanno camminato insieme in silenzio, mentre si leggevano a ripetizione al megafono i nomi di oltre 900 vittime delle mafie. Un elenco che è stato riproposto alla fine, ben due volte, dal palco sul quale sono saliti i parenti delle vittime delle mafie. Una morte assurda Un lungo applauso ha accompagnato il discorso di Alessandra Clemente, figlia di Silvia Ruotolo, giovane mamma uccisa dalla camorra mentre accompagnava i figli a scuola. "Aveva 39 anni - ha detto la ragazza tra la commozione dei presenti sul palco - è stata uccisa senza alcuna logica e spiegazione. Occorre trasformare la rabbia in qualcosa di positivo. Quello che abbiamo vissuto non deve capitare più a nessuno. Impegnarsi per la memoria non è né stupido né inutile. Voglio ringraziare tutti e finalmente lo posso dire grazie a Napoli". L'appello di don Ciotti "Alle mafia, alla camorra, al crimine dico: fermatevi, ma che vita è la vostra? Ne vale la pena?". E' l'appello di don Luigi Ciotti ai boss. "Vi aspettano carcere, clandestinità, tanti morti - ha continuato - se avete beni ve li confischeremo tutti, e vi porteremo tutto via quello che avete. Fermatevi, alla fine cosa vi resta? Come giustificate il male che fate agli altri? La vostra è una condanna a vita - ha concluso - non può essere questa la vita. Non basta pentirsi ogni tanto, bisogna convertirsi". TGCOMA
Napoli oltre 100mila contro le mafie, sul palco anche Saviano
NAPOLI (Reuters) - Più di centomila persone, secondo gli organizzatori, hanno sfilato in corteo oggi a Napoli per ricordare le vittime delle mafie e chiedere alle istituzioni di combattere la criminalità organizzata, che opprime soprattutto il Sud Italia. E sul palco, insieme a familiari delle vittime, magistrati e rappresentanti istituzionali è salito a sorpresa anche il giovane scrittore Roberto Saviano, sotto scorta dopo il sucesso del suo "Gomorra" e divenuto un simbolo vivente della lotta alla camorra. Nella città partenopea, dove forte è la presenza della camorra, sono arrivati in gran parte giovani da tutta Italia e da 30 paesi europei, per celebrare la XIV giornata della memoria e dell'impegno per le vittime di tutte le mafie, organizzata dall'associazione "Libera" di don Luigi Ciotti che da anni lotta contro criminalità e narcotraffico. "Non girarsi dall'altra parte", "No alla legalità sostenibile che accetta mediazioni", erano alcuni dei messaggi lanciati dai manifestanti. Un monito era rivolto anche alle banche: "Cancellino le ipoteche presenti sul 36% dei beni confiscati alla camorra" ha detto don Ciotti, ricordando che i Comuni non riescono a farsene carico, col rischio che una " una volta messe all'asta tornano alle mafie". "Noi dobbiamo essere la spina propositiva dello Stato. Questa è una Repubblica fondata sul lavoro e la lotta alle mafie comincia dal lavoro. Ma non chiediamo solo allo Stato, dobbiamo noi cittadini per primi a fre la nostra parte. Noi tutti non dobbiamo mai girarci dall'altra parte" ha detto il religioso, noto per il suo impegno sociale. Il corteo concluso in piazza del Plebiscito è stato scandito, così come l'inizio della manifestazione in piazza, dai nomi delle 900 vittime delle mafie, alcuni letti anche da Saviano, acclamato dalla piazza . Vittime che in molti casi non hanno ottenuto ancora giustizia e per le quali gli oltre 500 familiari presenti a Napoli chiedono anche verità. Pietro Polimeni e Anna Adavastro, di Reggio Calabria, genitori di Daniele ucciso a 18 anni nel 2005, sono tra loro. "Era uno studente, è scomparso il 30 marzo ed è stato ritrovato il 2 aprile del 2005 carbonizzato. Stiamo ancora lottando per sapere. Allo Stato chiediamo di poter sapere la verità" dicono padre e madre, che spiegano di di non aver sentito la vicinanza dello Stato. "Quel che è certo è che deve fare qualcosa di diverso da quello che (lo Stato) ha fatto fino a oggi, perché ci sono ancora vittime delle mafie". Un'esperienza diversa è quella di Michele Panunzo, figlio dell'imprenditore edile di Foggia Giovanni Panunzo, ucciso da chi voleva estorcergli soldi. "Mio padre é stato ucciso a pochi metri dal consiglio comunale di Foggia il 6 novembre del 1992", racconta Panunzo, che regge un cartellone con la foto del padre. " E' stato minacciato e ha denunciato chi voleva estorcergli soldi. Non ha girato la testa dall'altra parte e lo hanno ucciso". "Ho sentito la presenza e la vicinanza dello Stato - ha detto l'uomo - da noi qualcosa si sta muovendo. E' stato firmato un protocollo interistituzionale, ma è importante anche che la gente denunci e non si volti dall'altra parte. Bisogna avere coraggio e denunciare anche in forma anonima, per permettere alle forze dell'ordine di intervenire". Tra i magistrati, i rappresentanti dele istituzione e delle politica, anche Giancarlo Caselli, procuratore capo a Torino, secondo cui il disegno di legge del governo sulle intercettazioni, in discussione al Parlamento, rappresenta "un forte rischio per la sicurezza sociale". "E' come dire a un medico di nonu sare Tac o risonanza magnetica perché sono invasive. Si sta dicendo alle forze dell'ordine di non utilizzare le intercettazioni, che sono come radiografie giudiziarie, perché sono troppo invasive. Chi chiede tolleranza zero e ronde sia coerente e non consenta che si tolgano le intercettazioni, che sono il baluardo per la tutela dei cittadini".
Napoli. Centomila in corteo contro le mafie
Centomila. Quando la testa del corteo organizzato da Libera arriva a Piazza Plebiscito, la coda è ancora alla Rotonda Diaz. Un serpentone di 2 chilometri e mezzo, allegro ma silenzioso. Sul palco si alternano i familiari delle vittime e rappresentanti delle istituzioni cittadine a leggere i nomi delle quasi 500 persone che hanno perso la vita a causa della criminalità. A sorpresa, sul palco è salito anche Roberto Saviano: tocca a lui chiudere il lungo elenco, tra cui anche i nomi dei sei immigrati ghanesi uccisi nella strage di Castelvolturno lo scorso 18 settembre dai Giuseppe Setola e dai suoi sicari.La marcia del 21 marzo a Napoli, per la quattordicesima giornata della memoria e dell'impegno in ricordo delle vittime delle mafie era iniziata con l'inno d'Italia. Lo hanno cantano i familiari delle vittime, in testa al corteo con le fotografie di questi innocenti scomparsi. «Migliaia e migliaia di persone sono qui oggi per un abbraccio alla città - dice don Luigi Ciotti, presidente nazionale dell'associazione Libera che ha promosso la tre giorni dedicata all'antimafia - è un segno di attenzione a chi si impegna tutti i giorni contro la criminalità organizzata. Oggi siamo qui per ripetere che occorrono meno parole e più fatti».«Questa è soprattutto una giornata di impegno e tutti i ragazzi che ci sono qui intorno sono il segno di una fortissima speranza». Lo ha detto il sindaco di Napoli Rosa Russo Iervolino. «La veglia di ieri in ricordo di don Peppino Diana - ha detto il sindaco - ha trasmesso la sensazione viva di quanto Napoli abbia sofferto. C'è voglia di pulizia, di civiltà, Napoli è sempre stata una città civile». «Questa città - ha concluso il sindaco partenopeo - deve poter sviluppare tutte le sue energie, libera da interessi malavitosi perchè il governo della città deve essere nelle mani dei napoletani e non sotto il controllo della camorra». In piazza anche il presidente della Regione, Antonio Bassolino che dice: «La camorra e la mafia non sono invincibili, non sono eterni . Da questa manifestazione arriva un messaggio straordinario di speranza e di fiducia, e questo non era scontato. La risposta di Napoli e della Campania sono straordinarie, come l' energia messa in moto oggi da questa terra e da questo paese». Il governatore sottolinea l'importanza della costanza nella guerra alla criminalità organizzata: «La parola d'ordine è continuità. Contro la camorra e la mafia bisogna combattere 365 giorni all' anno, perchè 365 giorni all'anno agisce la criminalità organizzata». Alla domanda se il governo attuale faccia abbastanza per contrastare le mafie, Bassolino ha risposto: «Il ministro dell'Interno si impegna con serietà su questo fronte. Servono più risorse e mezzi per le forze dell' ordine e la magistratura. In molte parti del Sud Italia quella contro le mafie è una battaglia impari». Ci sono anche i lavoratori dello stabilimento Fiat di Pomigliano d'Arco al corteo contro le mafie. Un gruppo di operai, da tempo in lotta per mantenere il posto di lavoro contro la paventata chiusura dello stabilimento, si è unito alla marcia in memoria delle vittime di mafia e camorra. Urlano slogan in difesa dello stabilimento e hanno uno striscione con su scritto «Pomigliano non si tocca».L'unità, 21.3.2009
giovedì 19 marzo 2009
Quarantamila in corteo a Gomorra. Don Ciotti: "La chiesa non sia ambigua"
Dalla Lombardia alla Sicilia in tanti hanno raggiunto il comune di Casale, nel casertano, per ricordare il sacerdote ucciso dai sicari della camorra il 19 marzo 1994 nella sua parrocchia. Don Luigi Ciotti, fondatore di Libera e Gruppo Abele: "La Chiesa respinga le ambiguità. Deve parlar chiaro, non deve fare sconti"Un fiume di persone. Quarantimila, dicono gli addetti ai lavori. Ma forse, addirittura di più, nelle terre di Gomorra per ricordare don Peppino Diana, prete coraggio ucciso dai clan. Ma quella di Casal di Principe non è solo una celebrazione. Lo fa capire subito don Luigi Ciotti, fondatore di Libera e Gruppo Abele, che accusa la chiesa. Don Luigi chiede risposte e impegno a tutti nella lotta ai clan: alla gente, alla politica ma anche alla stessa chiesa che, in merito alla lotta alla criminalità organizzata "deve parlar chiaro, non deve fare sconti", dice scandendo bene le parole.
LE FOTO I VIDEO
Don Ciotti chiede "meno parole e più fatti" e aggiunge riguardo alla chiesa: "Serve una linea di fermezza, bisogna ribadire sempre l'incompatibilità tra l'azione criminale e il Vangelo"."Fuori dalla chiesa - urla dal palco don Ciotti - uomini e donne di mafia. E' incredibile che al matrimonio di Totò Riina c'erano tre preti che celebravano la messa". Quindi l'appello finale: "La chiesa, tutta la chiesa respinga le ambiguità". Uomini, donne, bambini e anziani si sono incontrate nelle terre di Gomorra per ricordare il prete coraggio, don Peppino Diana, ucciso dai sicari della camorra il 19 marzo 1994 nella sua parrocchia di Casale. Molti pullman hanno viaggiato per tutta la notte da nord a sud per raggiungere il comune casertano. Altri sono arrivati in aereo e poi in auto, in treno. In corteo gonfaloni e scritte colorate di intere scolaresche dalla Lombardia alla Sicilia. Al corteo ha partecipato anche il padre del sacerdote coraggioso, Gennaro Diana, che ripete con un sorriso velato da malinconia: "Ma la camorra si può battere". Il personaggio più ricercato è proprio il padre di don Peppino, emozionato ma attivissimo, dice a tutti: "La camorra bisogna combatterla sempre, soprattutto ora che i casalesi stanno fallendo". E aggiunge: "Loro, i camorristi, stanno peggio dei morti. Uccidendo mio figlio si erano illusi di aver conquistato la libertà e invece è iniziata la loro fine. Sai quante volte si sono pentiti di avere ucciso mio figlio, sì don Peppe è morto ma loro stanno anche peggio di lui".
(La Repubblica, 19 marzo 2009)
martedì 17 marzo 2009
L'Interrogazione al sindaco per combattere il randagismo anche a Corleone
Al Signor Sindaco del Comune di Corleone
Al Presidente del Consiglio comunale
S E D E
OGGETTO: Interrogazione sul fenomeno del randagismo.
PREMESSO CHE il fenomeno di branchi di cani randagi che si aggirano nelle città e nei paesi della Sicilia, specie dopo i recenti episodi di aggressioni a persone, che hanno provocato la morte di un bambino e il gravissimo ferimento di una turista, sta creando un vivo allarme sociale;
TENUTO CONTO CHE questo fenomeno interessa anche il territorio del comune di Corleone, dove si notano branchi di cani randagi, che si aggirano minacciosi non solo nelle periferie, ma anche per le strade interne della nostra cittadina;
RITENUTO CHE ormai è improcrastinabile un intervento anche straordinario da parte dell’Amministrazione comunale per dare serenità ai cittadini e alle famiglie prima che possa accadere qualcosa di irreparabile;
CONSIDERATO CHE la soluzione (per ragioni etiche e per ragioni legali) non è quella di abbattere i cani randagi, come da alcune parti s’invoca, ma quella di avviare con estrema urgenza una campagna di sterilizzazione degli stessi e un loro ricovero nei canili comunali o convenzionati con i comuni:
SI INTERROGA LA S.V. PER SAPERE
1. Se il Comune ha stipulato o intende stipulare una convenzione con Associazioni di volontariato per la sterilizzazione dei cani randagi;
2. Quanti cani randagi sono stati sterilizzati con le precedenti campagne;
3. Come mai non si è mai costruito un canile municipale o intercomunale, dove ricoverare i cani ed evitare che gli stessi diventino randagi e pericolosi per la popolazione;
4. Se non ritiene necessario ed urgente attivare ogni iniziativa per la realizzazione di un canile municipale o intercomunale e, nelle more, attivare una convenzione con canili privati dove ricoverare i randagi che insistono sul territorio comunale.
Si prega di rispondere nella prossima seduta del consiglio comunale
Corleone, 18 marzo 2009
IL CONSIGLIERE COMUNALE
Dino Paternostro
Al Presidente del Consiglio comunale
S E D E
OGGETTO: Interrogazione sul fenomeno del randagismo.
PREMESSO CHE il fenomeno di branchi di cani randagi che si aggirano nelle città e nei paesi della Sicilia, specie dopo i recenti episodi di aggressioni a persone, che hanno provocato la morte di un bambino e il gravissimo ferimento di una turista, sta creando un vivo allarme sociale;
TENUTO CONTO CHE questo fenomeno interessa anche il territorio del comune di Corleone, dove si notano branchi di cani randagi, che si aggirano minacciosi non solo nelle periferie, ma anche per le strade interne della nostra cittadina;
RITENUTO CHE ormai è improcrastinabile un intervento anche straordinario da parte dell’Amministrazione comunale per dare serenità ai cittadini e alle famiglie prima che possa accadere qualcosa di irreparabile;
CONSIDERATO CHE la soluzione (per ragioni etiche e per ragioni legali) non è quella di abbattere i cani randagi, come da alcune parti s’invoca, ma quella di avviare con estrema urgenza una campagna di sterilizzazione degli stessi e un loro ricovero nei canili comunali o convenzionati con i comuni:
SI INTERROGA LA S.V. PER SAPERE
1. Se il Comune ha stipulato o intende stipulare una convenzione con Associazioni di volontariato per la sterilizzazione dei cani randagi;
2. Quanti cani randagi sono stati sterilizzati con le precedenti campagne;
3. Come mai non si è mai costruito un canile municipale o intercomunale, dove ricoverare i cani ed evitare che gli stessi diventino randagi e pericolosi per la popolazione;
4. Se non ritiene necessario ed urgente attivare ogni iniziativa per la realizzazione di un canile municipale o intercomunale e, nelle more, attivare una convenzione con canili privati dove ricoverare i randagi che insistono sul territorio comunale.
Si prega di rispondere nella prossima seduta del consiglio comunale
Corleone, 18 marzo 2009
IL CONSIGLIERE COMUNALE
Dino Paternostro
Diecimila cani randagi nelle strade di Palermo
Dalla Favorita a piazza Marina, sono diecimila i cani randagi a Palermo. Alcuni di loro sono pericolosi, come testimoniano i racconti di chi è scampato ai morsi ma anche di chi opera nei principali ospedali palermitani. Un progetto da 270 mila euro che mira a sterilizzare duemila dei diecimila cani randagi della città nel giro di un anno e che ha coinvolto anche le associazioni animalisteAlla Favorita nei pressi della colonia comunale, a Villa Niscemi, a piazza Marina, in via Cosenza, e nella zona del Cep, ma anche tra i viali degli ospedali e dei plessi universitari. Si muovono in branco e attaccano a sorpresa. Sono diecimila i cani randagi a Palermo e alcuni di loro sono pericolosi. Lo testimoniano i racconti di chi è scampato ai morsi ma anche di chi opera nei principali ospedali palermitani. «Negli ultimi mesi abbiamo medicato bambini morsicati alle gambe e alle mani - racconta Saverio Richiusa, infermiere del pronto soccorso dell´Ospedale dei bambini - noi forniamo il primo soccorso, ma poi li mandiamo al dipartimento di prevenzione veterinaria in via Onorato». «Su un milione di abitanti della provincia - spiega Paolo Giambruno, direttore del dipartimento - c´è sempre qualche caso che richiede il vaccino se non viene ritrovato il cane. Casi fortunatamente in diminuzione». Ora, però, la morte del piccolo Giuseppe, dilaniato a Scicli da un branco, riaccende i riflettori sui pericoli che si nascondono nei viali della Favorita e in città. I luoghi sono i più impensabili: venerdì, per esempio, un fotografo di un´agenzia di stampa è stato aggredito dai randagi che stazionano nel giardino del commissariato San Lorenzo: «Mi hanno strappato i pantaloni - racconta - ma sono riuscito a scappare». Alla Favorita attaccano senza preavviso, diffondendo il panico in passanti e podisti. Uno di loro, Giuseppe La Barbera, 52 anni, è stato attaccato da un meticcio nero mentre correva: «Sono riuscito a scappare. Ma quel cane è ancora libero».A Villa Sofia, il presidio più vicino alla Favorita, c´è qualcuno che si fa medicare perché è stato appena morsicato: «Ne ho visti parecchi - racconta Giuseppe Ducato, medico del pronto soccorso - anche negli ultimi mesi». La paura è diffusa in tutta la città. «L´ultima volta che sono stata in centro - racconta la lettrice Sabra sul sito di Repubblica Palermo - sotto i portici ed all´inizio di corso Vittorio e Via Maqueda c´erano vari gruppi di cani». «A Piazza Marina - le fa eco Verona101 - ci sono molti randagi e potrebbero essere pericolosi». Nittocarrazzo, sempre sul sito, segnala: «In via Cosenz e nella piazza del Cep ci sono diversi randagi, e uno è aggressivo». «Frequento ingegneria - racconta Marco, studente - l´altro giorno durante una lezione sono entrati in dipartimento alcuni cani. Circolano indisturbati lungo viale delle Scienze». E si può imbattere in qualche randagio aggressivo anche in via Nuova e via Ugo La Malfa.
Una settimana fa Ausl 6 e Comune hanno siglato un protocollo per contrastare il randagismo. Un progetto da 270 mila euro che mira a sterilizzare duemila dei diecimila cani randagi della città nel giro di un anno e che ha coinvolto anche le associazioni animaliste. «Lo scorso anno sono sterilizzati 800 cani - spiega il direttore generale dell´Ausl, Salvatore Iacolino - l´Ausl è la prima in Sicilia per l´uso di microchip, applicati già ad 80 mila cani tra città e provincia». «Prevediamo di sterilizzare nei prossimi cinque anni tutta la popolazione randagia - assicura l´assessore comunale alla Sanità Aristide Tamajo - e di modernizzare il canile, che presto sarà anche dotato di una seconda sala operatoria».
(La Repubblica, 17 marzo 2009)
lunedì 16 marzo 2009
Corleone, la maggioranza di destra impedisce ai consiglieri di opposizione l'esercizio di controllo
domenica 15 marzo 2009
Con la crisi gli emigrati tornano a casa
di MASSIMO LORELLOA Milano se vuoi un ciuffo di prezzemolo lo devi pagare. A Santa Margherita Belice se ti servono tre mazzi di cicoria «li capiti». Procurarsi qualcosa da mangiare spendendo il meno possibile, anche niente, è la missione quotidiana degli emigranti di ritorno. "C´è la crisi e al Nord non riusciamo a farcela. Avevo messo in piedi un´azienda a Treviso e pagavo tutti gli operai. Con la recessione ho chiuso. Si rischia il conflitto sociale fra i nostri compaesani ricomparsi e gli extracomunitari”
Partiti per il Nord in cerca di fortuna, hanno trovato lavoro, hanno messo su famiglia, hanno cambiato le abitudini e l´accento. Ma poi, d´improvviso, sono stati risucchiati in Sicilia. Tutta colpa della crisi economica che fa chiudere le imprese. Quanti siano gli emigranti di ritorno nessuno lo sa. Non esiste un censimento dell´Istat e nemmeno un´analisi dei sindacati. Di certo, ogni municipio dell´Isola da qualche settimana ha cominciato a riempirsi di persone che in passato si vedevano in paese solo per le feste comandate e invece adesso hanno deciso di rimanere per chiedere aiuto. Paolo Cicio ha lasciato Santa Margherita Belice (Agrigento) nel 1990. Ha fatto il muratore a Bologna e in Svizzera. Poi si è fermato ad Alessandria dov´è riuscito a mettersi in proprio: «Ho conosciuto la sofferenza e la felicità. Ho dormito al gelo dentro un capannone di lamiera ma ho anche portato i mie figli in Costa Azzurra». Dopo anni di sacrifici, Paolo era convinto di avere svoltato. Ma presto è arrivata la crisi e con lei la paralisi degli appalti pubblici e privati: «Da mesi non mi affidano nemmeno un lavoretto, così ho congelato l´impresa e sono tornato da dov´ero venuto. Questa crisi è colpa soprattutto delle banche che hanno concesso prestiti folli, stimando i beni in garanzia anche il 110 per cento del loro valore. Il mercato è impazzito. La gente ha comprato case che non poteva pagare e oggi Alessandria è piena di appartamenti vuoti». Cicio parla accanto alla madre Lucia, l´unica persona che oggi può assicuragli un tetto sotto al quale ripararsi. «Con una famiglia sulle spalle - sottolinea Paolo, quasi a giustificarsi - non avevo altra scelta. Qui anche se non hai soldi, tre mazzi di cicoria li puoi capitare, a Milano ti fanno pagare pure un ciuffo di prezzemolo». Questo però non significa che la vita di un emigrante rispedito al mittente dalla crisi economica trascorra tra atti di generosità dei compaesani e rimpatriate con amici e parenti. «Io faccio fatica a riadattarmi alla mentalità dei siciliani - confessa Cicio - Per esempio, negli uffici postali del Nord sono molto più organizzati. Qui, ancora, c´è troppa arretratezza». È una critica che suona come una sentenza e che ogni emigrante di ritorno ha fatto propria. «Non sopporto di vedere i miei concittadini che buttano i pacchetti di sigarette per terra, anche se il cestino è a un metro di distanza», polemizza Antonio Polizzi, 44 anni, macchinista edile costretto, dallo scorso dicembre, a tornarsene nel suo paese di nascita, Marineo. «Ho scavato gallerie in Islanda - racconta - ho partecipato alla costruzione della metropolitana di Napoli e dell´acquedotto di Salerno. Ma dalla fine dell´anno scorso il lavoro è finito. Per questo sono tornato in Sicilia, mi campa mia madre con la pensione e ci sto male. Mi sale il nervoso, ogni giorno, a camminare chiazza chiazza». A Marineo gli operai rientrati dal Nord sono settanta e hanno tutti storie simili a quella di Polizzi. Racconta Ciro Bianchi, macchinista manovratore con esperienza trentennale: «Ho costruito una diga in Algeria, ho lavorato in Germania, il mio ultimo appalto è stato per un tratto della ferrovia Milano-Lecco. Chiuso il cantiere, ci hanno rimandato a casa. Ma io a casa non ci so stare e faccio arrabbiare mia moglie». Antonio La Sala ha lavorato in Lombardia per l´alta velocità e oggi passeggia «molto lentamente» nella piazza di Marineo: «Tanto qua, cosa c´è da fare?». La Caritas del paese, in poche settimane, ha triplicato il numero degli assistiti, mentre il sindaco Francesco Ribaudo parla di «allarme sociale» e chiede che venga avviato il maggior numero possibile di opere pubbliche. «L´aspetto più grave di questa crisi - osserva il primo cittadino - è che non sappiamo quanto durerà». Gli imprenditori del Nord, chiamati al telefono ogni giorno dagli operai siciliani, rispondono sempre allo stesso modo: «Nessun appalto in vista». E allora, cresce la speranza che il lavoro possa realizzarsi direttamente qui. Al momento, però, è solo una chimera legata al "passante ferroviario", cioè al raddoppio del binario tra Palermo e Punta Raisi. Una maxi opera appaltata un po´ di anni fa ma che procede a passo di lumaca perché l´amministrazione del capoluogo non ha i soldi per spostare le sottoreti. Insomma, nessuna assunzione in vista. Eppure, ci speravano in tanti. Ci puntava Giovambattista Azzara, anche lui macchinista edile, anche lui nato a Marineo: «Ho un figlio ancora a casa - dice - vorrei assicurargli un futuro migliore del mio presente».
Un futuro in Sicilia è la scommessa alla quale è stato costretto Silvio Lo Presti, imprenditore edile originario di Sinagra (Messina). «Ho messo su un´impresa a Treviso - racconta - Ho lavorato bene per un po´ di anni. Ma poi è arrivata la crisi e quel poco di lavoro che c´era ancora se lo sono preso gli extracomunitari che si fanno pagare pochissimo. I miei dipendenti erano tutti in regola e questo inevitabilmente faceva aumentare i costi». Lo Presti è finito rapidamente fuori mercato e se n´è tornato a Sinagra: «In paese mi do da fare, soprattutto mi occupo di imbiancare le facciate delle case. In questo modo ho ripreso a guadagnare anche se le differenze con il Nord sono evidenti. Lì ti pagavano per tempo, in Sicilia devi faticare per recuperare i soldi». La concorrenza con gli extracomunitari, in verità, è matura per manifestarsi anche nell´Isola. «Da quando i nostri paesani sono andati al Nord in cerca di fortuna, le campagne si sono svuotate - racconta Francesco Santoro, sindaco di Santa Margherita Belice - I terreni, inevitabilmente, hanno cominciato a coltivarli gli albanesi. La stessa cosa è accaduta con la pastorizia. Ora che tanti compaesani sono tornati, per sopravvivere ricominceranno soprattutto dall´agricoltura e dalla zootecnia. Dobbiamo scongiurare con ogni mezzo il rischio che si crei un conflitto sociale. Dalle nostre parti nessuno è mai morto di fame: è bene che questa tradizione venga preservata. Ma siamo molto preoccupati». I sindaci dei piccoli centri si stanno passando la voce, contano ogni giorno i paesani che sono ritornati dal Nord e cominciano a censire gli extracomunitari, anche se non è facile. «Gli africani vengono da noi quand´è tempo di raccogliere le arance - racconta Antonino Scaturro, sindaco di Ribera - In autunno, invece, si spostano a Canicattì, per la vendemmia». Per la prossima raccolta dell´uva, sicuramente, i lavoratori a giornata non saranno solo magrebini e senegalesi. Sui camion monteranno pure tanti siciliani rientrati dal Nord per colpa della grande depressione. E stanno cominciando a tornare anche gli extracomunitari che finora erano solo transitati dall´Isola. «Ne abbiamo visti tanti che nei mesi scorsi avevano fatto tappa al centro di accoglienza di Pian del Lago o nelle strutture allestite dal nostro Comune - racconta la dirigente dei Servizi sociali di Caltanissetta, Giuseppina Riggi - Sono tornati pure loro in Sicilia perché al Nord non c´è lavoro e qui da noi un pezzo di pane non te lo nega nessuno». Ma non tutti vedono l´emigrazione di ritorno solo come un problema. «I conterranei che rientrano in Sicilia portano la loro esperienza professionale che potrà sicuramente aiutarci a migliorare le nostre città», osserva Emanuele Giglia, presidente del Consiglio comunale di Sinagra. Tuttavia, chi non è ancora stato risucchiato dal vortice che riporta in Sicilia, cerca di aggrapparsi a ogni cosa pur di evitare il rientro. «Spero che da qui a giugno le cose cambino, mi sono dato un po´ di tempo. Faccio gli scongiuri». Trepida, da Bologna, il palermitano Federico Collovà. Ventisei anni, laurea in Ingegneria meccanica e prima occupazione direttamente in Ferrari a Maranello. Scaduto il secondo contratto, a Collovà è toccato incrociare le braccia. La stima delle grandi aziende non gli manca ma da sola non basta. «Ho appena avuto un colloquio alla Ducati - racconta Federico - Vorrebbero utilizzarmi per il reparto corse. Ma al momento le attività sono sospese». E quando Collovà ne ha chiesto la ragione, gli hanno dato la risposta che s´aspettava. «C´è la crisi».
La Repubblica, 15 marzo 2009
“Pane e libertà”, un film sulla vita di Giuseppe Di Vittorio, mitico capo della Cgil degli anni '40
La prima puntata è andata in onda domenica 15; lunedì 16 marzo, alle ore 21.15, su Rai Uno andrà in onda la seconda ed ultima puntata. Un film intenso, che racconta la vita e la figura di un grande uomo e di uno straordinario dirigente sindacale, che ha segnato la storia italiana La mini-serie tv “Pane e libertà”, diretta dal regista Alberto Negrin e interpretata da Pier Francesco Favino, sulla vita di Giuseppe Di Vittorio, è andata in onda domenica 15 marzo e si concluderà lunedì 16 marzo in prima serata su Rai Uno. Con l’aiuto della Fondazione Di Vittorio e della figlia Baldina Di Vittorio, è stato realizzato un film intenso che racconta la vita e la figura di un grande uomo e di uno straordinario dirigente sindacale, che ha segnato la storia italiana. Il film, inoltre, narra il ruolo che ha avuto la CGIL nei difficili anni del dopoguerra e della ricostruzione del Paese. La Palomar S.p.a., che ha prodotto il film in collaborazione con Rai Fiction, offre l’opportunità alle strutture CGIL di realizzare delle proiezioni. L’opera è di grande pregio artistico e altissimo valore sociale e attraverso il racconto della vita e dell’impegno di uno straordinario dirigente sindacale ripercorre i difficilissimi anni del dopoguerra e della ricostruzione democratica, morale, civile ed economica del paese. Nel film emerge inoltre con forza il ruolo decisivo che la CGIL ha avuto in quegli anni nella affermazione dei valori del lavoro e come fondamento di una ritrovata identità nazionale. I temi trattati e il riferimento costante alla condizione delle persone che vivono del lavoro o che cercano lavoro, scontando le differenze relative al diverso periodo e contesto in cui gli avvenimenti si svolgono, rimandano alla attualità, alla drammatica crisi che ha investito l’economia del paese e alla fase estremamente delicata e non priva di preoccupazioni che sta attraversando la nostra democrazia.
ALCUNE SEQUENZE DELLA FICTION
giovedì 12 marzo 2009
Palermo, celebrato il centenario dell'assassinio di Joe Petrosino
Una folla di persone, semplici cittadini, autorita' e delegazioni di altre citta' hanno partecipato stamani, a Villa Garibaldi, a Palermo, alla celebrazione del centenario dell'assassinio di Joe Petrosino, ucciso dalla mafia proprio a piazza Marina il 12 marzo 1909. Iniziative organizzate dall'Amministrazione comunale, in accordo con l'Istituto superiore per la Difesa delle Tradizioni, con l'Universita' degli Studi, con l'Accademia di Belle Arti e con Poste Italiane. All'interno del giardino, fra le statue di Giuseppe La Masa e di Enrico Albanese, l'assessore comunale alla Cultura, Giampiero Cannella, ha scoperto la scultura raffigurante Petrosino che, nell'attesa della collocazione definitiva, verra' esposta provvisoriamente nel palazzo che fu dell'Hotel de France, di fronte a Villa Garibaldi, dove alloggio' il poliziotto. Oggi l'edificio, di proprieta' dell'Universita' e completamente ristrutturato, e' sede di un pensionato studentesco."Il tenente Joe Petrosino - ha detto l'assessore alla Cultura - e' il primo rappresentante delle istituzioni ucciso dalla mafia perche' indagava sulle sue collusioni criminali fra le due sponde dell'oceano. In un'epoca in cui la mafia non era ancora una cancrena sociale, quell'omicidio non fu colto nella luce in cui possiamo vederlo oggi, cioe' come il sacrificio di un uomo di giustizia che seppe capire con largo anticipo gli intrecci perversi di una criminalita' in espansione, che avrebbero avuto effetti sempre piu' devastanti sulla vita civile siciliana, italiana e internazionale. E', dunque, doveroso - ha concluso Cannella - che, a cento anni da quel delitto, Palermo ricordi Joe Petrosino come merita".
Presenti alla cerimonia, tra gli altri, il pronipote di Petrosino, Nino Melito; il presidente dell'Istituto superiore per la Difesa delle Tradizioni e promotore dell'iniziativa, Roberto Trapani della Petina; il rettore dell'Universita', Roberto Lagalla; il console generale degli Stati Uniti, J. Patrick Truhn; il comandante provinciale dei Carabinieri, Teo Luzi, e il questore di Palermo, Alessandro Marangoni. All'interno dell'ex Hotel de France (aperto al pubblico per la prima volta), poi, e' stata scoperta una lapide in memoria degli ultimi giorni trascorsi a Palermo da Petrosino. Quindi, l'annullo speciale commemorativo su 200 cartoline numerate (con veduta dei primi del '900 di piazza Marina), di rilevante interesse filatelico, curato dall'International Hinner Wheel Palermo Centro insieme all'Istituto superiore per la Difesa delle tradizioni; infine, un intervento dello storico Giuseppe Carlo Marino.
12 marzo 2009
Ha aperto le porte a Palermo la Bottega "I Sapori e i Saperi della Legalità
Ciotti: abbiamo fatto tutti insieme il nostro dovere. Di Maggio "la vera sfida comincia domani "Prima non c’era, ora c’è. Apre le porte oggi in piazza Castelnuovo a Palermo la prima bottega in Sicilia nella quale si venderanno i prodotti delle cooperative che lavorano sui beni confiscati alle mafie. Dopo la nascita a Roma e Napoli delle botteghe che portano il marchio di Libera Terra, anche nel capoluogo siciliano prende il via - su un bene confiscato ad un boss di Brancacccio - il percorso che consentirà la vendita a dettaglio dei prodotti (pasta, ceci, olio, vini e quant’altro) che portano con se una vitamina in più, la vitamina L quella per la legalità. “Si tratta di un momento importante per tutto quello che concerne il progetto di riutilizzo sociale sui beni confiscati sulla città di Palermo - dichiara Valentina Fiore di Libera Terra – da oggi parte per noi la possibilità di avere uno spazio nel centro di una città come Palermo nel quale vendere i beni prodotti dalle cooperative che proprio qui hanno dato il via a questo percorso”. Un cammino che si è rivelato negli anni innovativo e vincente, a suo modo rivoluzionario - nella lotta a Cosa nostra. “Un centro come questo inoltre - continua Fiore - è l'occasione per far conoscere e diffondere quello che c’è dietro il singolo lavoro che produce questi alimenti biologici. Speriamo che questo centro diventi un punto di riferimento intorno al quale convogliare le energie dei palermitani, le loro iniziative culturali e sociali e tutte le forze positive della Sicilia e del resto dell’Italia”. E’ stato un percorso faticoso quello che vede oggi la luce ma come aveva sottolineato il presidente di Libera Don Luigi Ciotti - il 22 maggio scorso, giorno della consegna delle chiavi dell’immobile confiscato – “la presenza di questa Bottega qui in centro, su un bene confiscato, è un segno forte di Libertà”. Una libertà che deve essere liberata, aveva detto quel giorno ai giornalisti presenti Don Ciotti. (guarda video e videointerviste del 22 maggio scorso). Oggi all'inaugurazione il presidente di Libera ha invitato a tenere alta l'attenzione sulla situazione dei beni
confiscati: "su 1091 aziende confiscate, 665 sono state chiuse e 257 sono ancora da assegnare; solo 64 sono sopravvissute: ''sono dati allarmanti che dovrebbero far riflettere''. Anche per questo l'apertura della bottega dei "Sapori e dei Saperi" - come conferma Umberto Di Maggio responsabile di Libera Palermo - è un tassello che deve segnare un momento di svolta, oggi più che mai necessario nella lotta a Cosa nostra in Sicilia. “Dal 22 maggio scorso quando abbiamo ricevuto le chiavi di questo immobile – dichiara Di Maggio - tutta la rete di Libera si è messa in moto per aiutarci; dal Piemonte, alla Toscana, dall’Emilia alla Sicilia, hanno fatto ciascuno la propria parte, economicamente e non solo”. L’immobile, un ex negozio di abbigliamento confiscato al boss Ienna, dopo anni dalla chiusura ha necessitato di una ristrutturazione che è costata circa 75.000 euro. I soldi sono stati raccolti su tutto il territorio nazionale da Libera grazie alla campagna di autofinanziamento. Presenti oggi all'inaugurazione anche il Sindaco Diego Cammarata, il Prefetto Giancarlo Trevisone, il questore Alessandro Marangoni, il procuratore capo Francesco Messineo e il vicedirettore di Banca Etica Gabriele Giulietti. “Questa bottega – continua Di Maggio - è un piccolo “miracolo” tutto umano, frutto di umiltà e lavoro quotidiano di tutti i ragazzi che ogni giorno si sono dati da fare perché la bottega oggi potesse aprire le porte a tutti i palermitani e alle autorità". "Questi prodotti devono far sentire alle mafie "il fiato sul collo" - dichiara Di Maggio - il circuit
o virtuoso di un'economia pulita fatti di prodotti come questi, competitivi per la qualità e superiori per la trasparenza etica del lavoro che li produce". La bottega di Palermo - lo ricordiamo - non sarà solo il luogo della vendita dei prodotti di Libera Terra, sarà anche un laboratorio aperto che consentirà di creare una rete di lavoro e scambio per la legalità. Al suo interno già presenti, a partire da stamani, un angolo di consultazione di libri (sul tema mafie e antimafie) un altro spazio per informazioni e comunicazioni su tutto il percorso che dal ’96 anima e sostiene giornalmente il lavoro dei ragazzi che lavorano sulle cooperative Libera Terra e tanti altri spazi per incontrarsi e confrontarsi. "Vorrei dire un grazie a tutti i ragazzi di Libera Palermo che si sono spesi in questi mesi – conclude Di Maggio – loro come me hanno accettato questa sfida – che si traduce giornalmente in: fatti e parole, gioie e fatiche. "Noi ci siamo- coscienti che questo è uno dei punti di svolta nella lotta alle mafie e alla mentalità mafiosa qui e nel resto del Paese". Noi ci siamo da domani, al fianco di ragazze e ragazzi di Libera Palermo. E voi?NORMA FERRARA
Liberainformazione, 12 marzo 2009
mercoledì 11 marzo 2009
Carabinieri di Corleone. Operazioni di controllo del territorio: scattano denunce per abusivismo edilizio e segnalazioni amministrative
Operazione di controllo del territorio nel week-end da parte dei Carabinieri della Compagnia di Corleone nel territorio della giurisdizione che ha portato alla denuncia di una persona e alla segnalazione di tre giovani.A Corleone i Carabinieri della Stazione cittadina hanno effettuato un controllo anti abusivismo edilizio scoprendo un’opera di ampliamento di uno stabile di due elevazioni fuori terra in piazza S. Agostino. La proprietaria, per la quale è scattata la denuncia alla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Termini Imerese, aveva infatti realizzato un ulteriore piano abitabile in assenza delle prescritte concessioni edilizie. Oltre alla denuncia è quindi scattato anche il sequestro del piano abusivo.
A Chiusa Sclafani i militari della locale Stazione hanno invece deferito per porto ingiustificato di oggetti atti ad offendere T.N. 65enne pregiudicato di Chiusa Sclafani. L’uomo è stato sorpreso nei pressi di un bar con indosso un coltello a serramanico della lunghezza complessiva di 18 cm. I militari dell’Arma erano intervenuti presso l’esercizio commerciale poiché T.N. , che poco prima aveva giocato per ore ai Video Poker, evidentemente scontento di come aveva girato la fortuna, aveva cominciato ad agitarsi ed ad urlare contro il titolare del Bar. Immediatamente bloccato e calmato dai Carabinieri intervenuti sul posto, veniva sottoposto a perquisizione personale che veniva poi estesa anche alla sua autovettura e che si concludeva proprio con il rinvenimento e il sequestro del coltello di tipo vietato che T.N. nascondeva nei pantaloni.
A Giuliana nella notte tra Sabato e Domenica i Carabinieri della locale Stazione, impegnati in specifici servizi, hanno controllato decine di giovani soprattutto presso i punti i maggior aggregazione. E proprio nei pressi di una sala giochi hanno scoperto tre giovani, tra i 23 e i 27 anni, che fermi nella loro autovettura, occultavano una modica quantità di sostanza stupefacente del tipo “hascish”. Per i tra ragazzi è scattata quindi la segnalazione amministrativa alla Prefettura di Palermo per uso personale mentre la sostanza è stata sottoposta a sequestro penale e verrà sottoposta alle prescritte analisi chimiche. Con queste tre salgono a 8 le segnalazioni amministrative dall’inizio dell’anno.
La mappa della nuova sanità siciliana, meno Asl, più dirigenti
di Salvatore D'Anna10 marzo 2009
Meno manager, meno Asl, ma più dirigenti intermedi. È questa la proposta che il governo regionale ha fatto agli alleati sulla Sanità. Presentato ieri sera, il maxiemendamento è l’ennesimo tentativo di Raffaele Lombardo di porre la parola fine a una telenovela che si trascina da alcuni mesi. Le aziende ospedaliere passano da 29 a 17, nove Asl e otto grandi ospedali. Le strutture rimanenti verranno accorpate all’interno di ciascuna provincia. Secondo la riforma, cui ha lavorato anche l’assessore alla Sanità Massimo Russo, nascono quindi le Asp, le aziende sanitarie provinciali. In pratica si tratta di ospedali “capofila” gestiti dai nove manager di ogni provincia e guidati da un direttore amministrativo. Dagli ospedali capofila dipendenderanno i nosocomi dei centri più piccoli. Saranno quelli di Agrigento e Sciacca; Caltanissetta e Gela; Acireale, Paternò e Caltagirone; Enna; Barcellona e Patti; Partinico, Termini Imerese; Ragusa e Vittoria; Siracusa e Lentini; Trapani e Mazara del Vallo. Quindi 17 aziende guidate da altrettanti manager, nove provinciali, tre policlinici, due grandi aziende ad alta specializzazione: il Civico a Palermo e il Garibaldi a Catania. Tre grandi aziende ospedaliere con Cervello e Villa Sofia insieme a Palermo, con il Cannizzaro a Catania e con il Papardo a Messina. Quelle universitarie gestiranno il Rodolico e il Vittorio Emanuele a Catania, il Martino a Messina e il Policlinico Giaccone a Palermo. Nasce la figura del dirigente intermedio che avrà un ruolo di rilievo in quelle strutture che passeranno sotto la gestione dell’Asl. I nosocomi più piccoli che saranno guidati direttamente dalle Asl verranno raggruppati e guidati a loro volta dal presidio più grande. Secondo Lombardo ciascun capofila verrebbe guidato tecnicamente da un direttore amministrativo delegato della Asl. Resterebbe però anche la figura del direttore sanitario. In questo modo l’ospedale manterrebbe una forte autonomia sul territorio pur muovendosi sotto l’influenza della Asl per la gestione politico economica. Il tutto diviso in due grandi bacini, quello della “Sicilia occidentale”, e quella della “Sicilia orientale”. Prevista contabilità separata per la gestione delle diverse aziende e il monitoraggio informatizzato delle prestazioni erogate dalla varie sanitarie pubbliche e private. Il testo è una sintesi del ddl approvato in commissione da Udc e Pdl. Questo fissa a 23 il numero delle aziende con lo scorporo degli ospedali dalle Asl e il mantenimento nelle sei province non metropolitane di doppie strutture, con aziende sanitarie e aziende ospedaliere. Resta ancora il problema della scelta tra l’accorpamento della gestione di Asl e ospedali, così come previsto inizialmente da Russo o della separazione netta voluta dall’emendamento Leontini-Maira. Il Pdl tende la mano all’assessore, sottolinenando che ci sono “degli aspetti condivisi, che sono sostanziali”, ma anche alcune “parti che meritano una riconsiderazione e una riformulazione”. Domani all’Ars il capogruppo Innocenzo Leontini e altri deputati prenderanno una posizione ufficiale con una conferenza stampa. “Con il contributo di tutti – dicono i deputati del Pdl -, è comunque intervenuto un avvicinamento fra le posizioni originarie”. Molto critica, invece, la Cgil, che non è convinta della nuova proposta del governo. Il sindacato viene però criticato dai partiti di centrodestra. “C’è già chi non ha perso tempo - dice Rudy Maira, capogruppo Udc all’Assemblea regionale siciliana - per dire che la proposta del governatore è da affossare. Così infatti si è espressa la Cgil. Viene da chiedersi come mai il sindacato che finora si è espresso sempre a favore delle scelte dell’assessore Russo, e cioè di un componente del governo presieduto da Raffaele Lombardo, oggi abbandona queste posizioni per criticare così aspramente il lavoro di mediazione del presidente della Regione?”. “La Cgil non prende atto strumentalmente e ipocritamente dello sforzo della mediazione fatta anche dall’Udc. Credo ancora – continua Maira - che la politica non sia geometria né tantomeno matematica, ma finora le posizioni della Cgil le avevamo interpretate sempre come delle equazioni alle iniziative dell’assessore Massimo Russo, quasi fosse un pigmalione del sindacato. Ora, alla luce della sortita odierna, sarebbe interessante capire – conclude Maira - se Russo e la Cgil la pensano sempre allo stesso modo”. Intanto il partito dello scudocrociato prende tempo sulla nuova proposta. “Il nostro giudizio e, quindi la valutazione politica sugli emendamenti del presidente Lombardo al ddl di riforma sanitaria, è ancora sospeso”, dicono quelli dell'Udc. Contro il sindacato rincara la dose il Pdl. “E’ evidente che la Cgil soffre di crisi confusionale, almeno in tema di Sanità. Affermare che Lombardo abbia fatto un patto con Leontini, Maira e Caputo per fare passare la riforma della Sanità sconfessando il suo assessore Massimo Russo, significa che siamo alla farsa - attacca Salvino Caputo -. Forse Lombardo – conclude – ha preso atto che il modello Russo era fallimentare e ha condiviso le proposte della maggioranza”. La Cgil non è però sola. Anche il Pd esprime “fortissime perplessità”, e il maxiemendamento sarebbe “un bluff che lascia immutato l’attuale sistema di potere e di controllo politico nella sanità siciliana”. Secondo l’opposizione, la riforma mette in atto una finta riduzione. La riduzione a 17 aziende farebbe scendere i manager, attualmente 87 tra direttori generali, amministrativi e sanitari, fino a 51, “ma a questi si aggiungeranno i dirigenti amministrativi e sanitari di ognuno dei nuovi 18 ospedali capifila individuati dal governo: altri 36 manager, e il totale fa sempre 87”.
Domani la discussione del disegno di legge sulla riforma del sistema sanitario regionale approderà in Aula.
Il programma del Venerdì Santo a Corleone
PROGRAMMA E LOCATION
Sabato 04 aprile 2009 ore 18.30
Rappresentazione teatrale “La Passione”
sacra rappresentazione vivente per le vie della città di Corleone
Villa comunale, Piazza S. Maria, Largo S. Rocco, Piazza Nascè, Piazza Garibaldi, Piazza S . Agostino e Piazza Asilo
Giovedi 09 aprile 2009 ore 19,00
Messa in "Cena Domini"
Chiesa Madre
Giovedi 09 aprile 2009 ore 21,00
Visita alle sette chiese della reposizione (sette Sacramenti)
Chiese di San Martino, Santa Rosalia Sant’Elena,Santa Maria,
Maria SS delle Grazie, San Leoluca e Maria SS Addolorata
Giovedi 09 aprile 2009 ore 23,00
Adorazione notturna
Santuario Maria SS Addolorata
Venerdì 10 aprile 2009 ore 11,00
Adorazione della Croce
Chiesa Madre
Venerdì 10 aprile 2009 ore 13,30
Processione al Calvario per la crocifissione
Chiesa di San Ludovico
Venerdì 10 aprile 2009 dalle ore 16,00 alle ore 20,00
Visite al Calvario delle confraternite, gruppi e comunità parrocchiali
Cda Calvario
Venerdì 10 aprile 2009 ore 20,00
Deposizione dalla Croce
c.da Calvario
Venerdì 10 aprile 2009 ore 20,30
Processione con l'Addolorata e il Cristo morto per le vie cittadine
Piazza S. Nicolò
Venerdì 10 aprile 2009 ore 24,00 circa
Rito del "baciapiedi del Cristo Morto"
Piazza S. Nicolò
Domenica 12 aprile ore 20,00
Incoronazione dell'Addolorata
Piazza S. Nicolò
Sabato 04 aprile 2009 ore 18.30
Rappresentazione teatrale “La Passione”
sacra rappresentazione vivente per le vie della città di Corleone
Villa comunale, Piazza S. Maria, Largo S. Rocco, Piazza Nascè, Piazza Garibaldi, Piazza S . Agostino e Piazza Asilo
Giovedi 09 aprile 2009 ore 19,00
Messa in "Cena Domini"
Chiesa Madre
Giovedi 09 aprile 2009 ore 21,00
Visita alle sette chiese della reposizione (sette Sacramenti)
Chiese di San Martino, Santa Rosalia Sant’Elena,Santa Maria,
Maria SS delle Grazie, San Leoluca e Maria SS Addolorata
Giovedi 09 aprile 2009 ore 23,00
Adorazione notturna
Santuario Maria SS Addolorata
Venerdì 10 aprile 2009 ore 11,00
Adorazione della Croce
Chiesa Madre
Venerdì 10 aprile 2009 ore 13,30
Processione al Calvario per la crocifissione
Chiesa di San Ludovico
Venerdì 10 aprile 2009 dalle ore 16,00 alle ore 20,00
Visite al Calvario delle confraternite, gruppi e comunità parrocchiali
Cda Calvario
Venerdì 10 aprile 2009 ore 20,00
Deposizione dalla Croce
c.da Calvario
Venerdì 10 aprile 2009 ore 20,30
Processione con l'Addolorata e il Cristo morto per le vie cittadine
Piazza S. Nicolò
Venerdì 10 aprile 2009 ore 24,00 circa
Rito del "baciapiedi del Cristo Morto"
Piazza S. Nicolò
Domenica 12 aprile ore 20,00
Incoronazione dell'Addolorata
Piazza S. Nicolò
martedì 10 marzo 2009
La ballata di Sacco e Vanzetti
Alle 8,15 della mattina di venerdì 14 ottobre 1927 un treno merci si ferma nella stazione di Villafaletto, paese in provincia di Cuneo. Dal carro merci staccato dal resto del convoglio scendono un commissario, un tenente della milizia e quattro militi in borghese. Ad attenderli c’è il questore. Dal treno non scende un criminale in carne e ossa, ma qualcosa che per il regime è molto più pericoloso: una scatola, una cassetta per l’imballaggio delle merci. Dentro, un’urna metallica. Dentro all’urna, le ceneri di due uomini, due italiani, due anarchici mandati a morte in America. Innocenti. Sono le ceneri di Nicola Sacco e Bartolomero Vanzetti. Le ceneri vengono divise, quelle di Sacco proseguiranno il viaggio verso Torremaggiore, Puglia, le altre si fermano qui. In entrambi gli scali, due diversi tipi d’uomo e stati d’animo accolgono quel che resta dei due emigrati: il potere che teme disordini, teme che i due possano diventare simboli, martiri della libertà e i poveri, i vinti, i contadini, i paesani venuti a salutare i propri simili. Incomincia con queste immagini il libro di Lorenzo Tibaldo Sotto un cielo stellato. Vita e morte di Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti (Claudiana, 19,50 euro). Incomincia dalla fine e poi torna indietro e, attraverso lettere e documenti inediti ricostruisce la Ballata di Nick e Bart da quando partirono lasciando un’Italia che non aveva niente da dare per trovare un’America che poteva dare soltanto a chi fosse disposto a depredarla. Niente prima e niente dopo. Scrive Vanzetti: “Diroccammo montagne, estirpammo foreste, erigemmo palazzi, per poi aver nulla, tal è la mia storia”. Quello che colpisce è vedere come, attraverso le lettere ai familiari, soprattutto quelle di Vanzetti, maturi in loro l’idea di ingiustizia, il rifiuto di sottostare all’odio, all’ignoranza, all’intolleranza, alla legge che affama gli uomini. Come dopo giornate di lavoro, settimane senza pausa trovassero il tempo di leggere, studiare, cercare risposte a tanta sofferenza. E’ un mondo fatto con materiali poveri, come i vinti piemontesi di Nuto Revelli, i braccianti sotto il sole del Sud, la discreta solidarietà civile di De Amicis, l’isolamento degli italiani in America, Tolstoj, Marx. Un impasto che porta all’anarchismo, l’unica risposta che potesse contenere nella sua assenza di confini tutto questo annaspare. Ma qui la sofferenza si trasforma in persecuzione. Con la paranoia che solo la società americana riesce a produrre e instillare nei propri cittadini, i due si ritrovano accusati, condannati e giudicati senza prove, senza indizi, senza movente per un delitto che non hanno commesso. Ma sono italiani, sono anarchici e questo basta. Il libro contiene una ricca bibliorafia e un inserto fotografico con immagini mai viste prima in parte riprodotto in questa galleria fotografica.La Repubblica, 10 marzo 2009
NELLA FOTO: Nicola Sacco e Bartolomero Vanzetti.
lunedì 9 marzo 2009
Le mozzarelle della legalità "Terre di don Peppe Diana
Trasformare le terre di camorra, confiscate a spietati criminali, nelle Terre di don Peppe Diana, per continuare, nel suo segno, a costruire comunità alternative alle mafie. Questo il sogno di quanto, in questi anni, hanno tenuta accesa la fiaccola della memoria. Il progetto, che sta per vedere la luce, è produrre la mozzarella più buona del mondo, quella che aggiunge al suo inconfondibile sapore, il gusto in più della giustizia e della libertà, utilizzando i terreni, gli allevamenti e i caseifici confiscati al clan dei casalesi in provincia di Caserta. Un'azienda diffusa sul territorio casertano, che opererà nel settore agroalimentare e lattiero-caseario, partendo dai comuni di Castel Volturno e Cancello d Arnone. Un'area considerata la capitale mondiale della mozzarella.L'iniziativa vedrà insieme le
Istituzioni e la società civile responsabile per lavorare al riscatto culturale, sociale ed economico di un territorio, che non vuole più essere terra di camorra.Il piano d'impresa prevede la realizzazione di una fattoria sociale sperimentale, al servizio dello sviluppo ecosostenibile del territorio, dove vengano utilizzate tecnologie produttive innovative. Una fattoria in grado di produrre energia da fonti rinnovabili (sole e biogas); fortemente attenta alla salubrità e qualità dei prodotti e del territorio ed alla formazione delle maestranze del comparto. Un progetto fortemente simbolico, che prenderà avvio il 19 marzo a Casal di Principe, quando don Luigi Ciotti avvierà il percorso di costituzione della cooperativa "Le terre di don Peppe Diana - Libera Terra", i cui soci saranno selezionati con bando pubblico, favorendo le capacità, i talenti e le sensibilità locali. Perché il 19 marzo passerà ma le Terre di don Peppe Diana dovranno restare.Puoi aiutare Libera a continuare il proprio lavoro nella realizzazione delle "Terre di Don Peppe Diana! Manda subito un SMS al numero 48544 da qualsiasi gestore dal 9 al 30 marzo 2009 !!! Così potrai donare 2 euro!
Comune di Milano. Istituita la Commissione comunale antimafia
Libera: “Un segnale importante, non perdiamo l’occasione per fare luce sugli affari delle mafie”“Milano e la Lombardia sono il caso emblematico della ramificazione molecolare della ‘ndrangheta in tutto il Nord”: così si legge nella relazione sulla ‘ndrangheta, presentata nel febbraio 2008 dalla Commissione Parlamentare antimafia. Nonostante fosse stata approvata all’unanimità la relazione suscitò forti polemiche a Milano, sia a livello istituzionale che di opinione pubblica. In quel clima, le forze di minoranza avanzarono la proposta di istituire una Commissione d’inchiesta sul fenomeno mafioso a livello comunale, ma proprio un anno fa una prima iniziativa venne respinta. Partì allora una campagna di sensibilizzazione civile prima e di raccolta di firme dei cittadini poi, promossa da Libera per invitare il Consiglio Comunale a rivedere la decisione presa. A distanza di un anno, l’importante risultato è stato finalmente raggiunto, perché il Consiglio Comunale di Milano ha votato, nella seduta di ieri sera, l’istituzione di una “Commissione d’inchiesta sugli interessi mafiosi attivi nel territorio milanese”. “Siamo contenti – ha dichiarato l’avvocato Ilaria Ramoni, referente di Libera Milano – per la decisione presa ieri sera del Consiglio Comunale. Era da tempo che chiedevamo l’istituzione di una Commissione comunale che servisse ad approfondire la questione delle infiltrazioni mafiose in città, anche in vista del prossimo Expo 2015. Anche la raccolta delle firme dei cittadini, promossa da Libera Milano, è sicuramente servita allo scopo”. La Commissione è chiamata ad approfondire ambiti ampi e articolati: dalle eventuali infiltrazioni mafiose negli immobili di proprietà del Comune o nelle aziende partecipate, al racket della tratta degli esseri umani e della prostituzione, dal traffico delle sostanze stupefacenti ai fenomeni dell’usura e dell’estorsione, dalle morti bianche all’immigrazione clandestina, dagli affari delle mafie nostrane a quelli delle mafie straniere. Ulteriore compito dei commissari sarà la valutazione critica dell’impatto negativo delle mafie nel tessuto produttivo, economico e sociale del capoluogo lombardo, alla vigilia delle grandi opere connesse alla realizzazione dell’Expo 2015.
“È un segnale importante – ha sottolineato ancora Ramoni – perché anche qui, a Milano, si deve prendere coscienza del fatto che le mafie non sono un problema del sud del nostro paese, ma una realtà globale. Non possiamo perdere questa occasione per fare luce su tanti questioni che coinvolgono Milano così da vicino”.
Milano, 6 marzo 2009
LA LETTERA. A proposito di quel prete palermitano appartato con un giovane...
Ho letto sui quotidiani locali e anche su “Città nuove” la notizia del giovane parroco sorpreso di notte da una volante della polizia mentre era appartato con un altro giovane in atteggiamento intimo. “La Repubblica” ha dato spazio anche alle voci di alcuni parrocchiani, alcuni scandalizzati da un simile comportamento, altri, a difesa del parroco, che dicono che non può essere vero, che sarà una bufala carnevalesca, che il parroco è tanto buono e onesto che non può mai aver fatto ecc. ecc. Il fatto pare sia accaduto qualche mese addietro, ma la ghiotta notizia è rimbalzata agli onori della cronaca solo ora, dopo che il parroco, insegnante di religione al liceo Umberto, è stato rimosso dall’incarico e anche dalla parrocchia di Regina Pacis, a Palermo. “La Repubblica” riporta anche, molto in breve, una notizia invece riportata in dettaglio da “Città nuove” riguardante un altro episodio relativo allo stesso prete: tempo fa la famiglia del noto ex esattore siciliano Ignazio Salvo, tutt’altro che morto in odore di santità, anzi condannato per mafia e poi ammazzato, aveva donato alla chiesa Regina pacis, dove il prete suddetto era parroco, un confessionale con tanto di targhetta-ricordo dell’onorato congiunto. Senza che il parroco, evidentemente, trovasse niente da ridire.
Questo il fatto, su cui vorrei esprimere ora il mio commento personale.
a) Preti e suore sono, secondo me ma non solo, uomini e donne, e come tali capaci di provare sentimenti e pulsioni tipici degli esseri umani. Quale disumanità invece muove chi vorrebbe che essi si disincarnassero al punto da non averne? Il celibato, voluto dalla chiesa cattolica e non anche dalle altre chiese cristiane (protestanti, anglicana, ortodossa) e introdotto definitivamente col concilio di Trento, è una scelta rispettabilissima e validissima appunto quando è una scelta, non quando è un’imposizione subita come un giogo.
b) La sessualità ha per me, ma non solo per me, ampio diritto di cittadinanza, sia essa di marca etero o omosessuale. In altre parole: io non posso giudicare se una persona fa bene o fa male, pecca o non pecca, se pratica una sessualità che può anche non corrispondere ai miei gusti. Credo che nessuno possa erigersi a dettare norme a nessun altro in questo campo, assolutamente fondato su scelte o propensioni naturali assolutamente personali.
c) Il prete è stato rimosso dal suo incarico di lavoro (insegnamento della religione) presso il liceo Umberto. Certo, essendo gli insegnanti di religione scelti dalla curia (ma pagati dallo Stato!), non ci si poteva aspettare altro.
Ma perché ritenere il prete in questione indegno moralmente, e quindi allontanarlo dal contatto con i giovani? Non mi sento di condividere chi reputa sia pericoloso che una persona, dotata di pulsioni sessuali, possa insegnare. Ogni insegnante sarebbe allora pericoloso? Un insegnante uomo di tendenze eterosessuali sarebbe un potenziale pericolo per le studentesse liceali? E un’insegnante donna, eterosessuale, potrebbe essere una potenziale seduttrice di studenti? Sarebbe assurdo. Ma, guarda caso, questi discorsi (sulla immoralità e pericolosità) si caricano di un’aggravante se si tratta di omosessualità. Intanto, nella mente di molti, si fa spesso e in maniera quasi automatica il passaggio potenziale dal concetto di omosessualità a quello di pedofilia, cose assolutamente diverse ma spesso ignorantemente accomunate.
Nel caso specifico, a parere di molti, la situazione del prete (oltre che “grave” in sé in quanto trattasi di un uomo che ha contravvenuto alla sua promessa di celibato) si “aggrava” ancor di più in quanto trattasi di omosessualità. In fondo, molto in fondo, si finisce con l’avere indulgenza nei confronti del prete che mette incinta la sua clandestina compagna (altro fatto successo anni addietro a Palermo) e che sceglie, anche se gli costa la gogna mediatica, di accettare quella gravidanza e di mettere su famiglia con la sua non più occultata fidanzata. Non sarebbe stata molto più riprovevole l’idea di un eventuale aborto? Alla fine trionfa l’amore, la coppia (etero!), e con figli!
Ma il poveretto in questione, il prete dell’ultima ora, schiaffato sui giornali con fotografia, nome e cognome, indirizzo e codice fiscale, che va cercando? Pratica un sesso che non ha fini procreativi nemmeno potenziali. Quindi... al patibolo mediatico!
d) Si dirà: era un prete, ed entrando nella Chiesa (cattolica, specifichiamo) sapeva di doversi attenere a una precisa promessa, quella del celibato.
Voglio ora tralasciare il fatto che anche nell’ambito della chiesa cattolica da più parti viene messo in discussione il celibato. Su questo argomento sarebbe bene che qualche prete che sostiene questa posizione (ce ne sono e qualcuno lo conosco) potesse esprimere molto meglio di come potrei farlo io il perché di questa messa in discussione.
Voglio solo attenermi alla promessa che, intimamente accettata o meno, è stata comunque fatta. Ma vorrei che in cuor suo, nel chiuso della propria mente (per carità, in assoluto privato, non esposto alla gogna mediatica!) ognuno si facesse un esame di coscienza e confessasse (solo a se stesso!) se ha mai contravvenuto a una promessa. Una per tutte: quella di essere fedele al proprio coniuge. Eppure ognuno sa, sposandosi religiosamente, di fare promessa di fedeltà. Ma certo è più facile essere indulgenti con se stessi e le proprie debolezze e mettere alla berlina le debolezze altrui. Ergerci a giudici di un comportamento privato altrui ci dà un patentino ulteriore di moralità. Perché appunto, si potrà pensare, se chi giudica avesse il carbone bagnato ci penserebbe due volte prima di puntare l’indice sugli altri. Quindi se giudica severamente gli altri vuol dire che il suo comportamento sarà irreprensibile. Mi risparmio commenti personali su questo automatico sillogismo. Valga per tutti la serafica frase di Gesù “chi è senza peccato scagli la prima pietra”. In fondo solo della prima pietra si trattava, già la seconda avrebbe potuto scagliarla chiunque, anche chi aveva peccato. Ma la prima, solo la prima, non si trovò nessuno che avesse i requisiti per lanciarla.
e) Nel caso specifico del prete in questione l’accusa è quella di “atti osceni” in luogo pubblico”. Stento a credere che una persona qualsiasi, a meno che non sia un esibizionista, consumi certi atti in pubblico. In special modo se, come nel caso specifico, è un prete, avrebbe tutto da nascondere e niente da mettere in mostra, dato l’attuale stato delle cose. La polizia lo ha beccato in flagrante mentre era imboscato di notte in qualche anfratto, come miriadi di altre persone hanno fatto e fanno ancora. Ma il fatto che uno dei due fosse prete ha stimolato in tanti la voglia di “inzupparci il pane”.
f) Mi chiedo ancora: il giovane che era con lui stava subendo una violenza, cioè un atto contrario alla sua volontà, o era consenziente? Bene, nella espressione della sessualità penso che l’unica cosa che non si possa ammettere è la mancanza di consenso fra le parti in causa. L’unica. Ma nel caso in questione, essendo i due maggiorenni, vaccinati e, credo proprio, consenzienti (a meno che il giovane non abbia puntato la pistola al petto al prete o viceversa, cosa che stenterei a supporre), non essendoci quindi le caratteristiche della violenza (non solo quella brutale, ma neanche, credo, quella sottile, che non è meno violenta della prima) niente mi appare degno di stigmatizzazione. Chiediamoci, invece, quante volte, anche nel chiuso della propria casa, non vengano consumati rapporti coniugali, quindi dotati di tutti i crismi e le benedizioni di padre Stato e di madre Chiesa, fondati sulla prevaricazione e sul non rispetto, quindi violenti.
g) Mi fa un po’ specie constatare, soprattutto su “Città nuove” e, specificamente, di pugno del suo direttore, Dino Paternostro, che per tanti altri versi stimo, che il caso in questione venga trattato banalmente come è stato fatto. Che si riporti, cioè, la notizia com’è, nuda e cruda, unendosi al coro dei tanti che mettono il prete alla berlina, e che l’unica osservazione che si sappia fare è quella relativa al confessionale regalato dalla famiglia Salvo (a proposito! Ma a Corleone, nella chiesa madre, non c’è un banco offerto dalla famiglia Navarra? Quello non fa impaccio a nessuno?).
Ma aggiungerei un’altra notizia che piacerà al direttore: il prete in questione è anche quello che ha officiato, e ne hanno parlato i giornali, una messa “a suffragio” a Totò Cuffaro, il giorno prima della sentenza che lo avrebbe condannato per favoreggiamento alla mafia. Io, personalmente, non condivido né il confessionale a memoria di Ignazio Salvo, né la messa a favore di Cuffaro. Ma credo che queste considerazioni vadano tenute assolutamente discoste da quelle di carattere personale. In passato ho trovato fosse aberrante che Sircana, portavoce del governo Prodi, beccato mentre contattava una transessuale, fosse esposto al pubblico ludibrio. Penso siano fatti che riguardino solo lui, sua moglie, se ne ha, e la sua famiglia. Punto. Così anche di quel Mele, deputato dell’UDC, che festeggiava con droghe e prostitute, e fu beccato solo a causa del malore di una di esse. Penso, ripeto, che siano cose che riguardano loro e le loro famiglie.
Solo in un caso penso riguardino l’opinione pubblica: quando queste persone di rilievo (politici, preti e quant’altri) si arrogano il diritto, a loro volta, di sentenziare moralisticamente sugli altri. Quando, magari, il deputato UDC si trova a sparare sentenze e votare leggi su dio-patria-famiglia, magari, ad esempio, contro i pacs. O quando il presidente del consiglio nomina alcuni ministri con lo stesso criterio con cui Caligola nominava senatore il suo cavallo, ma al contempo alliscia il pelo alla Chiesa, la sottrae al pagamento dell’Ici (che noi comuni mortali paghiamo e come!), o manometterebbe la Costituzione solo per apparire come il novello Carlo magno, a difesa della cristianità (una “cristianità” che, mi concedo una supposizione, farebbe rivoltare Cristo nella tomba). O quando la Chiesa (quella composta da preti e laici) non sa opporsi ai suoi vertici e pratica silenziosa obbedienza verso di essi anche quando questi si oppongono a che l’omosessualità non venga più considerata, nel mondo, come un reato. Reato di omosessualità che, ricordiamo, in certi paesi comporta l’incarcerazione e anche la pena di morte. Non so se il prete in questione, che ha dato spunto a questa mia riflessione, sia uno di questi o meno. Nel caso specifico, se fosse uno di quelli che dal pulpito non hanno mai speso una parola, ad esempio, sui diritti delle persone omosessuali e anzi si fosse speso per ribadire le posizioni sull’argomento, a mio giudizio retrive, della chiesa attuale (ma non solo); se fosse uno, come tanti, che avocano diritti per sé ma li conculcano agli altri... be’, il mio giudizio su di lui varierebbe considerevolmente.
Questo il fatto, su cui vorrei esprimere ora il mio commento personale.
a) Preti e suore sono, secondo me ma non solo, uomini e donne, e come tali capaci di provare sentimenti e pulsioni tipici degli esseri umani. Quale disumanità invece muove chi vorrebbe che essi si disincarnassero al punto da non averne? Il celibato, voluto dalla chiesa cattolica e non anche dalle altre chiese cristiane (protestanti, anglicana, ortodossa) e introdotto definitivamente col concilio di Trento, è una scelta rispettabilissima e validissima appunto quando è una scelta, non quando è un’imposizione subita come un giogo.
b) La sessualità ha per me, ma non solo per me, ampio diritto di cittadinanza, sia essa di marca etero o omosessuale. In altre parole: io non posso giudicare se una persona fa bene o fa male, pecca o non pecca, se pratica una sessualità che può anche non corrispondere ai miei gusti. Credo che nessuno possa erigersi a dettare norme a nessun altro in questo campo, assolutamente fondato su scelte o propensioni naturali assolutamente personali.
c) Il prete è stato rimosso dal suo incarico di lavoro (insegnamento della religione) presso il liceo Umberto. Certo, essendo gli insegnanti di religione scelti dalla curia (ma pagati dallo Stato!), non ci si poteva aspettare altro.
Ma perché ritenere il prete in questione indegno moralmente, e quindi allontanarlo dal contatto con i giovani? Non mi sento di condividere chi reputa sia pericoloso che una persona, dotata di pulsioni sessuali, possa insegnare. Ogni insegnante sarebbe allora pericoloso? Un insegnante uomo di tendenze eterosessuali sarebbe un potenziale pericolo per le studentesse liceali? E un’insegnante donna, eterosessuale, potrebbe essere una potenziale seduttrice di studenti? Sarebbe assurdo. Ma, guarda caso, questi discorsi (sulla immoralità e pericolosità) si caricano di un’aggravante se si tratta di omosessualità. Intanto, nella mente di molti, si fa spesso e in maniera quasi automatica il passaggio potenziale dal concetto di omosessualità a quello di pedofilia, cose assolutamente diverse ma spesso ignorantemente accomunate.
Nel caso specifico, a parere di molti, la situazione del prete (oltre che “grave” in sé in quanto trattasi di un uomo che ha contravvenuto alla sua promessa di celibato) si “aggrava” ancor di più in quanto trattasi di omosessualità. In fondo, molto in fondo, si finisce con l’avere indulgenza nei confronti del prete che mette incinta la sua clandestina compagna (altro fatto successo anni addietro a Palermo) e che sceglie, anche se gli costa la gogna mediatica, di accettare quella gravidanza e di mettere su famiglia con la sua non più occultata fidanzata. Non sarebbe stata molto più riprovevole l’idea di un eventuale aborto? Alla fine trionfa l’amore, la coppia (etero!), e con figli!
Ma il poveretto in questione, il prete dell’ultima ora, schiaffato sui giornali con fotografia, nome e cognome, indirizzo e codice fiscale, che va cercando? Pratica un sesso che non ha fini procreativi nemmeno potenziali. Quindi... al patibolo mediatico!d) Si dirà: era un prete, ed entrando nella Chiesa (cattolica, specifichiamo) sapeva di doversi attenere a una precisa promessa, quella del celibato.
Voglio ora tralasciare il fatto che anche nell’ambito della chiesa cattolica da più parti viene messo in discussione il celibato. Su questo argomento sarebbe bene che qualche prete che sostiene questa posizione (ce ne sono e qualcuno lo conosco) potesse esprimere molto meglio di come potrei farlo io il perché di questa messa in discussione.
Voglio solo attenermi alla promessa che, intimamente accettata o meno, è stata comunque fatta. Ma vorrei che in cuor suo, nel chiuso della propria mente (per carità, in assoluto privato, non esposto alla gogna mediatica!) ognuno si facesse un esame di coscienza e confessasse (solo a se stesso!) se ha mai contravvenuto a una promessa. Una per tutte: quella di essere fedele al proprio coniuge. Eppure ognuno sa, sposandosi religiosamente, di fare promessa di fedeltà. Ma certo è più facile essere indulgenti con se stessi e le proprie debolezze e mettere alla berlina le debolezze altrui. Ergerci a giudici di un comportamento privato altrui ci dà un patentino ulteriore di moralità. Perché appunto, si potrà pensare, se chi giudica avesse il carbone bagnato ci penserebbe due volte prima di puntare l’indice sugli altri. Quindi se giudica severamente gli altri vuol dire che il suo comportamento sarà irreprensibile. Mi risparmio commenti personali su questo automatico sillogismo. Valga per tutti la serafica frase di Gesù “chi è senza peccato scagli la prima pietra”. In fondo solo della prima pietra si trattava, già la seconda avrebbe potuto scagliarla chiunque, anche chi aveva peccato. Ma la prima, solo la prima, non si trovò nessuno che avesse i requisiti per lanciarla.
e) Nel caso specifico del prete in questione l’accusa è quella di “atti osceni” in luogo pubblico”. Stento a credere che una persona qualsiasi, a meno che non sia un esibizionista, consumi certi atti in pubblico. In special modo se, come nel caso specifico, è un prete, avrebbe tutto da nascondere e niente da mettere in mostra, dato l’attuale stato delle cose. La polizia lo ha beccato in flagrante mentre era imboscato di notte in qualche anfratto, come miriadi di altre persone hanno fatto e fanno ancora. Ma il fatto che uno dei due fosse prete ha stimolato in tanti la voglia di “inzupparci il pane”.
f) Mi chiedo ancora: il giovane che era con lui stava subendo una violenza, cioè un atto contrario alla sua volontà, o era consenziente? Bene, nella espressione della sessualità penso che l’unica cosa che non si possa ammettere è la mancanza di consenso fra le parti in causa. L’unica. Ma nel caso in questione, essendo i due maggiorenni, vaccinati e, credo proprio, consenzienti (a meno che il giovane non abbia puntato la pistola al petto al prete o viceversa, cosa che stenterei a supporre), non essendoci quindi le caratteristiche della violenza (non solo quella brutale, ma neanche, credo, quella sottile, che non è meno violenta della prima) niente mi appare degno di stigmatizzazione. Chiediamoci, invece, quante volte, anche nel chiuso della propria casa, non vengano consumati rapporti coniugali, quindi dotati di tutti i crismi e le benedizioni di padre Stato e di madre Chiesa, fondati sulla prevaricazione e sul non rispetto, quindi violenti.
g) Mi fa un po’ specie constatare, soprattutto su “Città nuove” e, specificamente, di pugno del suo direttore, Dino Paternostro, che per tanti altri versi stimo, che il caso in questione venga trattato banalmente come è stato fatto. Che si riporti, cioè, la notizia com’è, nuda e cruda, unendosi al coro dei tanti che mettono il prete alla berlina, e che l’unica osservazione che si sappia fare è quella relativa al confessionale regalato dalla famiglia Salvo (a proposito! Ma a Corleone, nella chiesa madre, non c’è un banco offerto dalla famiglia Navarra? Quello non fa impaccio a nessuno?).
Ma aggiungerei un’altra notizia che piacerà al direttore: il prete in questione è anche quello che ha officiato, e ne hanno parlato i giornali, una messa “a suffragio” a Totò Cuffaro, il giorno prima della sentenza che lo avrebbe condannato per favoreggiamento alla mafia. Io, personalmente, non condivido né il confessionale a memoria di Ignazio Salvo, né la messa a favore di Cuffaro. Ma credo che queste considerazioni vadano tenute assolutamente discoste da quelle di carattere personale. In passato ho trovato fosse aberrante che Sircana, portavoce del governo Prodi, beccato mentre contattava una transessuale, fosse esposto al pubblico ludibrio. Penso siano fatti che riguardino solo lui, sua moglie, se ne ha, e la sua famiglia. Punto. Così anche di quel Mele, deputato dell’UDC, che festeggiava con droghe e prostitute, e fu beccato solo a causa del malore di una di esse. Penso, ripeto, che siano cose che riguardano loro e le loro famiglie.
Solo in un caso penso riguardino l’opinione pubblica: quando queste persone di rilievo (politici, preti e quant’altri) si arrogano il diritto, a loro volta, di sentenziare moralisticamente sugli altri. Quando, magari, il deputato UDC si trova a sparare sentenze e votare leggi su dio-patria-famiglia, magari, ad esempio, contro i pacs. O quando il presidente del consiglio nomina alcuni ministri con lo stesso criterio con cui Caligola nominava senatore il suo cavallo, ma al contempo alliscia il pelo alla Chiesa, la sottrae al pagamento dell’Ici (che noi comuni mortali paghiamo e come!), o manometterebbe la Costituzione solo per apparire come il novello Carlo magno, a difesa della cristianità (una “cristianità” che, mi concedo una supposizione, farebbe rivoltare Cristo nella tomba). O quando la Chiesa (quella composta da preti e laici) non sa opporsi ai suoi vertici e pratica silenziosa obbedienza verso di essi anche quando questi si oppongono a che l’omosessualità non venga più considerata, nel mondo, come un reato. Reato di omosessualità che, ricordiamo, in certi paesi comporta l’incarcerazione e anche la pena di morte. Non so se il prete in questione, che ha dato spunto a questa mia riflessione, sia uno di questi o meno. Nel caso specifico, se fosse uno di quelli che dal pulpito non hanno mai speso una parola, ad esempio, sui diritti delle persone omosessuali e anzi si fosse speso per ribadire le posizioni sull’argomento, a mio giudizio retrive, della chiesa attuale (ma non solo); se fosse uno, come tanti, che avocano diritti per sé ma li conculcano agli altri... be’, il mio giudizio su di lui varierebbe considerevolmente.
Maria Di Carlo - Palermo
FOTO. Dall'alto: padre Aldo Nuvola; la targa in memoria di Ignazio Salvo
FOTO. Dall'alto: padre Aldo Nuvola; la targa in memoria di Ignazio Salvo
sabato 7 marzo 2009
"La verità sull'8 marzo delle donne per quel libro scovato per caso"
di SILVANA MAZZOCCHIPASSAPAROLA. Rieditato, con un dvd, Storie, miti e riti della giornata internazionale della donna. Parlano le autrici
SE, NELLA PARIGI del Fronte popolare si distribuivano i mughetti, nel 1946 quando l'Udi, l'Unione donne italiane, si trovò a organizzare il primo 8 marzo dell'Italia libera, le partecipanti alla discussione decisero di optare per le gialle mimose. "A noi giovani romane vennero in mente gli alberi coperti di fiori gialli... pensammo che quel fiore era abbondante e, spesso, disponibile senza pagare...", recita tra l'altro la testimonianza di Marisa Rodano, una delle tante voci raccolte nel bel volume 8 marzo, una storia lunga un secolo, in cui Tilde Capomazza (femminista e programmista televisiva) e Marisa Ombra (ex partigiana e presidente, negli anni Settanta, dell'editrice di Noi donne) ricostruiscono un secolo d'impegno femminile, restituendo dignità e adeguata importanza a una data troppo spesso ridotta a puro rito consumistico. Il libro, già uscito nel 1987 con il titolo: Storie, miti e riti della giornata internazionale della donna per la casa editrice di nicchia Utopia e presto andato esaurito, esce ora per Jacobelli con una nuova edizione impreziosita dal Dvd originale, (anche questo introvabile fin dal 1988), che intreccia rare immagini storiche con le interviste e le testimonianze di alcune protagoniste della politica italiana degli ultimi cinquant'anni. Un documento molto utile per comprendere il vero significato dell'8 marzo e, dunque, per incentivare l'indispensabile passaggio di memoria tra le generazioni. E' ricco di notizie e di ricostruzioni storiche il lavoro di Capomazza e Ombra. E, già all'epoca, fece scalpore soprattutto una scoperta: il fatto che non fosse in realtà basata su alcun dato certo la convinzione comune che Clara Zetkin, nel 1910, avesse scelto l'8 marzo per ricordare le operaie americane morte due anni prima durante un incendio avvenuto nel corso di uno sciopero. E come, invece, fosse provato da una ricca documentazione che, a fissare il giorno delle donne all'8 marzo, fosse stata la Conferenza internazionale delle donne comuniste nel 1921 "per ricordare una manifestazione di donne con cui si era avviatala prima fase della rivoluzione russa".
IL VIDEO
Tilde Capomazza, il vostro libro ha sfatato la leggenda che l'8 marzo sia nato per ricordare la morte delle operaie americane nell'incendio del 1908. Come lo avete accertato?
IL VIDEO
Tilde Capomazza, il vostro libro ha sfatato la leggenda che l'8 marzo sia nato per ricordare la morte delle operaie americane nell'incendio del 1908. Come lo avete accertato?
"Potrei dire 'per puro caso', ma in realtà fu la tappa felice di una ricerca che cominciata nel 1985 durò due anni: Marisa Ombra passava giornate in vari archivi, io sfogliavo libri, le poche riviste storiche esistenti; Internet allora per noi ancora non esisteva. Un giorno alla storica libreria delle donne 'Al tempo ritrovato' a piazza Farnese, a Roma, chiesi a Maria Luisa Moretti se per caso le fosse mai passato tra le mani qualche libro o rivista che parlasse della Giornata della donna, anche in lingua straniera, magari. Lei si mise a pensare, poi, rivolta a Simone, sua partner nella gestione della libreria, disse: 'Guarda un po' su quello scaffale ... ti ricordi quando venne una ragazza francese e ci lasciò un libro?' Simone non ricordava, ma cercò e trovò quel libro. Mancò poco che non svenissi. Titolo 'La journée internationale des femmes. La clef des énigmes, la verité historique'. Autrice Renée Coté , canadese del Quebèc, quindi di lingua francese. Era un libro farraginoso, ma ricco di riproduzioni, di citazioni, di appunti relativi alla confusa storia della Giornata, tutta interna al Movimento socialista internazionale e successivamente alla Internazionale comunista. Fu lì che scoprimmo che di incendio non si parlava affatto, ma decisiva fu la lettura degli atti della Conferenza internazionale delle donne socialiste a Copenaghen 1910 dove di Gdd si parlò ma non di incendi... La giornata, dopo vari tentativi fatti da Clara Zetkin fu poi approvata a Mosca nel 1921 , definita giornata dell'operaia, e ispirata alla rivolta delle donne di Pietrogrado contro lo zarismo avvenuta il 23 febbraio 1917( corrispondente nel nostro calendario gregoriano all'8 marzo)".
Il libro e il dvd raccontano i 50 anni di questa ricorrenza. Qual è, oggi, il significato dell'8 marzo?
"Il libro per la verità, uscito nel 1987 cioè 21 anni fa, non aveva alcun intento celebrativo di una ricorrenza. Ci eravamo buttate in questa impresa Marisa ed io, non storiche, ma militanti del Movimento con percorsi diversi, perché avvertivamo che le manifestazioni dell'8 marzo stavano perdendo di forza, di efficacia, al limite, di senso. E pensammo di ripercorrerne la storia per capire cosa aveva spinto le donne che ci avevano precedute a costruire questo appuntamento annuale di lunga durata che aveva certamente prodotto importanti esiti. Era il caso di mollarlo o era bene rifletterci? Scegliemmo la seconda via scoprendo eventi impensati. Ma di tutto questo l'unica cosa che colpì la stampa fu la cancellazione dell'incendio e pareva che, con quella scoperta, avessimo voluto cancellare addirittura la giornata".
Qual è il testimone che la generazione del femminismo e del Movimento ha trasmesso alle ragazze di oggi?
"Noi abbiamo studiato e scritto di quel filo affascinante che ha attraversato la storia del Movimento e che ha portato attraverso le piazze d'Italia le proteste, le denunce e le richieste che le militanti intendevano far conoscere sia alle altre donne , sia ai vari governi. Ma non abbiamo fatto storia del Movimento, anche se abbiamo dovuto attraversarlo. Sull'argomento le opinioni delle donne che sono state soggetti attivi possono essere molto diverse. Noi due, con il nostro lavoro, abbiamo voluto fare memoria storica di questo appuntamento annuale ricco di eventi, di sofferenze, di allegria, di grande impegno che è stato il prodotto di un soggetto collettivo molto forte e che ha impegnato ogni donna che ne faceva parte". "Al mito dell'incendio che ha avuto una funzione aggregante agli inizi, abbiamo sostituito la storia di questi soggetti reali che si sono fatti carico per sé e per tutte le donne di un processo di emancipazione e liberazione che deve continuare. Di fronte alla commercializzazione e volgarizzazione dell'8 marzo, noi proponiamo una riflessione sulla storia, molto gradevole nel dvd, molto avvincente nel libro. Questo è il nostro testimone e speriamo che passi in più mani lasciando tracce ispiratrici di nuovi impegni".
Tilde Capomazza, Marisa Ombra
8 marzo, una storia lunga un secolo
Prefazione di Loredana Lipperini
Jacobelli editore
Cofanetto libro*dvd, euro 19,50
(La Repubblica, 7 marzo 2009)
(La Repubblica, 7 marzo 2009)
COMUNICAZIONE. Non solo vip, dominio per tutti. Arriva il biglietto da visita web
di ALESSANDRO LONGONon dovremo comprare spazio di hosting né preoccuparci di costruire il sito: potremo inserire le nostre informazioni di contatto direttamente sull'indirizzo .tel creato per noi
FRA POCO POTREMO digitare Angelinajolie.tel e trovare tutti i contatti dell'attrice o (più probabile) del suo agente e con un clic contattarla (o almeno provarci): Skype, Facebook, il numero di telefono, il suo eventuale blog personale, Twitter, la mail, il canale ufficiale su YouTube e altre cose che ci possono venire in mente per entrare in contatto con una persona. È nato infatti il "biglietto da visita 2.0", il figlio evoluto del classico cartoncino che ormai sempre meno spesso ci si passa di mano pre dichiarare (o millantare) il proprio status sociale. La novità è dovuta all'arrivo dei domini .tel, che si affiancano ai noti .com, .it e agli altri, ma da tutti si distinguono. Non fanno capo, infatti, a siti web tradizionali, ma a pagine che appunto si presentano come biglietti da visita digitali. La pagina contiene l'elenco di tutti i punti di contatto di quella persona o di quell'azienda, online e offline, in un formato molto leggero, pensato per essere visto anche dai cellulari. Rispondono a un'esigenza: concentrare in un posto solo, facilmente accessibile e comunicabile agli altri, i vari contatti di una persona, che ormai sono una selva. Immaginiamo la scena: ci si incontra in discoteca; oltre al numero di telefono i ragazzi si dicono "cercami su Facebook", poi "ce l'hai Msn?" e segue elenco di programmi di instant messenger alla ricerca di quello in comune. Se è un incontro di lavoro, bisogna dare la mail, il blog personale, il nome su Linkedin, quello su Skype. Sarebbe più facile dire "mi trovi su mariorossi.tel e lì vedi tutti i modi per contattarmi".
Ad oggi hanno sottoscritto un dominio .tel 20 mila tra persone e aziende, a due mesi dal lancio, ma si tratta di marchi già registrati o di personaggi famosi: a parte Angelina, ci sono Bill Clinton, Bill Gates, Johnny Depp, David Beckham, Benetton, Gucci, Ferrari, la Fox, tra gli altri. "I siti saranno online a breve", fanno sapere dalla Telnic, l'azienda inglese che ha inventato i domini . tel. I quali saranno in vendita, per tutti gli utenti internet, dal 24 marzo. Il prezzo varia a seconda del rivenditore (per l'Italia per ora ci sono Register. it, Tuonome. it e Own Identity). Quello consigliato da Telnic è di circa 20 euro l'anno. L'aspetto positivo è che non ci sono altri costi né fatica per mettere in piedi il nostro biglietto da visita 2.0, a differenza di quanto avviene con gli altri domini che possiamo comprare per creare il nostro sito web. Non dovremo comprare spazio di hosting, infatti, né preoccuparci di costruire il sito web: potremo inserire le nostre informazioni di contatto direttamente sul dominio .tel creato. Una particolarità tecnica, che contraddistingue i siti .tel, è che i dati di contatto sono custoditi a livello di server dns. La conseguenza pratica è che i visitatori ci mettono un attimo a caricare la pagina con i nostri dati, anche se utilizzano connessioni lente. Per le aziende ci sono altre prerogative: possono aggiungere la propria posizione su Google Maps o utilizzare il dominio per offrire assistenza online ai propri clienti. Quasi tutti i canali Sky hanno registrato un . tel: le trasmissioni tv, infatti, possono usarli per comunicare con gli spettatori, dare alcune notizie (tramite Twitter, come fa la Cnn) oppure per sondaggi e televoti, che pure possono essere aggiunti tra le opzioni presenti nella propria pagina.
(7 marzo 2009)
Ad oggi hanno sottoscritto un dominio .tel 20 mila tra persone e aziende, a due mesi dal lancio, ma si tratta di marchi già registrati o di personaggi famosi: a parte Angelina, ci sono Bill Clinton, Bill Gates, Johnny Depp, David Beckham, Benetton, Gucci, Ferrari, la Fox, tra gli altri. "I siti saranno online a breve", fanno sapere dalla Telnic, l'azienda inglese che ha inventato i domini . tel. I quali saranno in vendita, per tutti gli utenti internet, dal 24 marzo. Il prezzo varia a seconda del rivenditore (per l'Italia per ora ci sono Register. it, Tuonome. it e Own Identity). Quello consigliato da Telnic è di circa 20 euro l'anno. L'aspetto positivo è che non ci sono altri costi né fatica per mettere in piedi il nostro biglietto da visita 2.0, a differenza di quanto avviene con gli altri domini che possiamo comprare per creare il nostro sito web. Non dovremo comprare spazio di hosting, infatti, né preoccuparci di costruire il sito web: potremo inserire le nostre informazioni di contatto direttamente sul dominio .tel creato. Una particolarità tecnica, che contraddistingue i siti .tel, è che i dati di contatto sono custoditi a livello di server dns. La conseguenza pratica è che i visitatori ci mettono un attimo a caricare la pagina con i nostri dati, anche se utilizzano connessioni lente. Per le aziende ci sono altre prerogative: possono aggiungere la propria posizione su Google Maps o utilizzare il dominio per offrire assistenza online ai propri clienti. Quasi tutti i canali Sky hanno registrato un . tel: le trasmissioni tv, infatti, possono usarli per comunicare con gli spettatori, dare alcune notizie (tramite Twitter, come fa la Cnn) oppure per sondaggi e televoti, che pure possono essere aggiunti tra le opzioni presenti nella propria pagina.
(7 marzo 2009)
Polizia, mancano i soldi: in tutt'Italia ferma un'auto su tre
di ALBERTO CUSTODEROIndagine nelle grandi città. Ma a Milano, Napoli e Torino sono oltre la metà. L'allarme: Questure al collasso, sono tutte sotto organico
ROMA - Non ci sono soldi per le forze dell'ordine e le macchine della Polizia sono ferme. Una su tre, con punte di una su due a Torino. Ma ogni città è in difficoltà. A Milano mancano 600 agenti, 257 auto sono ferme perché mancano i fondi per le riparazioni. E le violenze sessuali sono il 50 per cento in più rispetto a Roma. A Parma in questura mancano anche i soldi per le pulizie. A Palermo le auto guaste sono 140, e così quelle sul territorio sono state dimezzate: da 25 a 12, che si riducono a sei nel turno di notte in una città con un milione di abitanti, e la mafia. A Torino, invece, la banca dati interforze funziona in modo sporadico rendendo difficoltosi il rilascio dei passaporti, i permessi di soggiorno e i controlli delle targhe. A Bari il 50 per cento degli automezzi è fermo. L'elenco della sicurezza al collasso in Italia è lungo, e non si ferma qui. A lanciare un nuovo allarme, ieri, è stato il presidente della Provincia di Milano, Filippo Penati, all'indomani dell'ultima violenza sessuale subita da una studentessa di 14 anni. L'attacco alla politica della sicurezza del governo Berlusconi questa volta viene dal Nord. Ed è Penati a sfidare in casa il ministro dell'Interno, Roberto Maroni, che, presentando qualche giorno fa il dl antistupri, ha indicato proprio Milano - e i suoi City Angels - come modello per regolamentare le ronde. "Chiedo al prefetto - tuona il presidente della Provincia - di convocare il comitato sicurezza invitando anche Maroni per parlare di adeguamento organici". "Se non arriveranno nuovi agenti - è la sua minaccia - chiederò al sindaco Letizia Moratti di organizzare una manifestazione in città". Il controllo dell'ordine pubblico, per Penati, "non è di destra, né di sinistra". "Ma il centrodestra - ricorda Enzo Letizia, del sindacato funzionari di polizia - ha sfruttato il sentimento di insicurezza fra la gente promettendo di stanziare più soldi per le forze dell'ordine. Una volta al governo, però, non s'è fatto scrupolo di tagliare alla voce 'ordine e sicurezza pubblicà 254 milioni per il 2009, 270 per il 2010, e 480 per il 2011. Un miliardo nel triennio".
Una autorevole conferma a questo drammatico quadro - che contraddice il governo che parla di aumento di fondi - del resto, arriva dagli stessi uffici del Viminale. E' la Direzione centrale per le risorse umane del dipartimento pubblica sicurezza, questa volta, in una recente circolare, a invitare tutte le questure d'Italia a risparmiare sui costi delle indagini in quanto "la decurtazione degli stanziamenti per il capitolo delle missioni è stato, per il 2009, particolarmente rilevante". Il questore di Palermo, a causa di queste "progressive e consistenti riduzioni delle risorse finanziarie determinata dalla politica di rigore del governo", è stato costretto a fissare, per le indagini antimafia, un tetto mensile di spesa per missioni di 33 mila euro.
(La Repubblica, 7 marzo 2009)
ROMA - Non ci sono soldi per le forze dell'ordine e le macchine della Polizia sono ferme. Una su tre, con punte di una su due a Torino. Ma ogni città è in difficoltà. A Milano mancano 600 agenti, 257 auto sono ferme perché mancano i fondi per le riparazioni. E le violenze sessuali sono il 50 per cento in più rispetto a Roma. A Parma in questura mancano anche i soldi per le pulizie. A Palermo le auto guaste sono 140, e così quelle sul territorio sono state dimezzate: da 25 a 12, che si riducono a sei nel turno di notte in una città con un milione di abitanti, e la mafia. A Torino, invece, la banca dati interforze funziona in modo sporadico rendendo difficoltosi il rilascio dei passaporti, i permessi di soggiorno e i controlli delle targhe. A Bari il 50 per cento degli automezzi è fermo. L'elenco della sicurezza al collasso in Italia è lungo, e non si ferma qui. A lanciare un nuovo allarme, ieri, è stato il presidente della Provincia di Milano, Filippo Penati, all'indomani dell'ultima violenza sessuale subita da una studentessa di 14 anni. L'attacco alla politica della sicurezza del governo Berlusconi questa volta viene dal Nord. Ed è Penati a sfidare in casa il ministro dell'Interno, Roberto Maroni, che, presentando qualche giorno fa il dl antistupri, ha indicato proprio Milano - e i suoi City Angels - come modello per regolamentare le ronde. "Chiedo al prefetto - tuona il presidente della Provincia - di convocare il comitato sicurezza invitando anche Maroni per parlare di adeguamento organici". "Se non arriveranno nuovi agenti - è la sua minaccia - chiederò al sindaco Letizia Moratti di organizzare una manifestazione in città". Il controllo dell'ordine pubblico, per Penati, "non è di destra, né di sinistra". "Ma il centrodestra - ricorda Enzo Letizia, del sindacato funzionari di polizia - ha sfruttato il sentimento di insicurezza fra la gente promettendo di stanziare più soldi per le forze dell'ordine. Una volta al governo, però, non s'è fatto scrupolo di tagliare alla voce 'ordine e sicurezza pubblicà 254 milioni per il 2009, 270 per il 2010, e 480 per il 2011. Un miliardo nel triennio".
Una autorevole conferma a questo drammatico quadro - che contraddice il governo che parla di aumento di fondi - del resto, arriva dagli stessi uffici del Viminale. E' la Direzione centrale per le risorse umane del dipartimento pubblica sicurezza, questa volta, in una recente circolare, a invitare tutte le questure d'Italia a risparmiare sui costi delle indagini in quanto "la decurtazione degli stanziamenti per il capitolo delle missioni è stato, per il 2009, particolarmente rilevante". Il questore di Palermo, a causa di queste "progressive e consistenti riduzioni delle risorse finanziarie determinata dalla politica di rigore del governo", è stato costretto a fissare, per le indagini antimafia, un tetto mensile di spesa per missioni di 33 mila euro.
(La Repubblica, 7 marzo 2009)
Palermo, ancora veleni in Procura
Il procuratore capo Francesco Messineo nuovamente attaccato su presunte nuove indagini sul cognato, considerato vicino ad ambienti mafiosi. "Incondizionata stima" dai colleghi del capoluogo. Si profila l'intervento del CsmPALERMO - La stagione dei veleni al tribunale di Palermo non si è mai chiusa, ma da due anni le tensioni e gli scontri sono rimasti sotto traccia. L'articolo apparso oggi su alcuni quotidiani a proposito delle parentele del procuratore capo, Francesco Messineo, ridà materia prima agli alchimisti. Si tratta di Sergio Maria Sacco, 64 anni, originario di Camporeale, imparentato con Vanni Sacco, boss camporealese degli anni '50 e '60. L'accusa nei confronti di Sacco si basa anche su alcune intercettazioni effettuate nel dicembre 2006 in cui l'uomo consigliava a Monica Burrosi, moglie del boss Giovanni Bonanno, di lasciare Palermo. Attualmente, precisano da ambienti giudiziari, Sacco non è indagato al contrario di quanto apparso oggi sui quotidiani, anche se secondo gli investigatori, sarebbe stato vicino ai boss mafiosi Sandro e Salvatore Lo Piccolo. Il nome del cognato di Messineo era però emerso in passato nell'ambito di altre inchieste antimafia da cui venne poi assolto. Le stesse accuse erano venute a galla proprio due anni fa quando Messineo, con l'appoggio di settori di Magistratura democratica, riuscì, a farsi eleggere a capo della procura palermitana dal Consiglio superiore della magistratura.
Stima dei pm a Messineo. A difesa del loro procuratore si sono schierati tutti i piemme di Palermo rinnovandogli la loro "incondizionata stima" e sollevando non pochi dubbi sull'articolo: "Suscita perplessità ed inquietanti interrogativi tale improvvisa e concentrica attenzione mediatica - sostengono i magistrati in un documento - su una circostanza molto datata, già nota al Csm e valutata come irrilevante in occasione della nomina di Messineo a procuratore capo di Palermo; circostanza che non ha mai prodotto all'interno dell'ufficio riserve o limiti di alcun genere, anche per il ritrovato entusiasmo nel lavoro di gruppo, nella tradizione dello storico pool antimafia, e per l'effettiva gestione collegiale dell'ufficio". Per i pm palermitani, "in una fase storica nella quale la procura della Repubblica di Palermo è impegnata in uno straordinario sforzo di contrasto al sistema di potere mafioso, che si è concretato in risultati straordinari quali la disarticolazione della compagine interna dell'organizzazione mediante l'arresto di centinaia di uomini d'onore, anche di vertice, nonché nell'aggressione alle sue immense ricchezze mediante il sequestro di patrimoni per un valore di circa due miliardi e cinquecento milioni di euro, alcuni quotidiani puntano l'attenzione della pubblica opinione sul rapporto di parentela del procuratore Messineo con alcuni soggetti in passato indagati". Anche sui tempi i magistrati sollevano più di un interrogativo: "Tali perplessità si accrescono in considerazione della coincidenza temporale con il progredire di delicatissime indagini sulle relazioni esterne di Cosa nostra. In tale momento i magistrati della procura avvertono la necessità di rinnovare la propria incondizionata stima al procuratore capo Francesco Messineo".
Scontro tra opposte fazioni. La netta presa di posizione dei magistrati palermitani dell'accusa a difesa del loro procuratore non chiude comunque il lungo braccio di ferro fra le cordate dei magistrati che si fronteggiano dentro e fuori il tribunale di Palermo. Non si è mai effettivamente chiuso, infatti, lo scontro che fra febbraio e marzo di due anni fa obbligò il Csm a convocare Messineo e il suo predecessore, Pietro Grasso, passato alla Direzione nazionale antimafia. Uno scontro al calor bianco perché Messineo aveva deciso di reinserire negli organici della Direzione distrettuale antimafia due magistrati, Guido Lo Forte e Roberto Scarpinato, allontanati proprio da Grasso nel periodo in cui guidava la procura di Palermo. Davanti al Csm Grasso non solo accusò il successore di aver rivoluzionato la Dda senza informarlo e consultarlo, ma addirittura di aver spezzettato le competenze sulle inchieste relative ai rapporti fra mafia, politica e affari, provocando nei fatti una parcellizzazione delle indagini. In più avrebbe riconsegnato a Scarpinato ruolo e poteri troppo vasti. Un metodo, secondo Grasso, avversato a suo tempo già da Giovanni Falcone.
Interverrà ancora il Csm. Si profila l'intervento del Csm sulla vicenda che riguarda il procuratore di Palermo Francesco Messineo. E a sollecitarlo già lunedì prossimo sarà il laico di An Gianfranco Anedda, che intende chiedere l'apertura di una pratica in Prima Commissione, quella competente sui trasferimenti d'ufficio dei magistrati e che si occupa anche di tutti gli esposti che riguardano le toghe. "Il Csm non può rimanere indifferente di fronte a una vicenda di questo genere -sostiene Anedda- Se il vice presidente Nicola Mancino non aprirà d'ufficio una pratica sul caso, credo che lo chiederemo noi lunedì prossimo, quando si riunirà la Prima Commissione". Tra le prime possibili iniziative che il Csm potrebbe adottare, la convocazione del procuratore generale di Palermo perchè riferisca sul caso. "Dovremmo quanto meno sentire il Pg come abbiamo fatto di recente per un altro magistrato", dice il consigliere, spiegando che si tratta della prassi seguita in casi del genere.
06/03/2009
giovedì 5 marzo 2009
"Il diavolo esiste, io l'ho incontrato". Intervista con fra Benigno, dei frati minori rinnovati
INTERVISTA CON FRA BENIGNO – PARTE PRIMA
INTERVISTA CON FRA BENIGNO – PARTE SECONDA
INTERVISTA CON FRA BENIGNO – PARTE SECONDA
Da sabato 7 marzo ad Agrigento torna in edicola “Fuoririga Speciale Mafia”
Da sabato 7 marzo “Fuoririga Speciale Mafia” torna in edicola con una nuova sconvolgente edizione. Ancora una volta esperti siciliani e internazionali di criminalità organizzata analizzano la mafia dell’Agrigentino. Tante storie sconosciute che tracciano nuovamente la forza delle “famiglie” mafiose e la loro prepotenza nella corsa all’arricchimento e alla gestione illecita degli appalti. Il pm della Dda Fernando Asaro, lascia tutti di stucco quando nell’intervista dichiara che il posto dei boss arrestati o uccisi è stato preso subito dai figli o dai parenti prossimi. La potenza dei clan agrigentini viene confermata dalle intercettazioni dei boss palermitani che prima di formare la nuova Cupola mafiosa volevano sapere cosa succedeva a Ribera. E’ proprio a Ribera e Sciacca i boss tracciano la “classifica” dei politici facendo i nomi di chi è stato a loro vicino o chi è “avvicinabile”. In “Fuoririga Speciale Mafia” si parla anche della “bella vita” condotta in America dai cattolicesi Rizzuto e dai siculianesi Caruana-Cuntrera: donne, hotel, feste, golf col traffico internazionale di droga e gli appalti. Intervista al magistrato di Bivona Alfonso Sabella: da esperto cacciatore di mafiosi a giudice monocratico a Roma. Storie del passato: quando don Masino Buscetta fu preso in giro dai boss dell’Agrigentino durante un processo. Si va a Porto Empedocle dove il superlatitante Gerlandino Messina è riuscito ad incontrarsi con la moglie. Sempre a Porto Empedocle il collaboratore di giustizia Luigi Putrone accusa addirittura il fratello di un triplice omicidio di Palma di Montechiaro. A Racalmuto il pentito Maurizio Di Gati descrive il racket del “pizzo” e fa i nomi. “Paesi senza Memoria”: pochi comuni onorano chi è morto per combattere la mafia nell’Agrigentino. Il “capo dei capi” Totò Riina venne incoronato ad Agrigento. Viaggio a Favara dove i nuovi boss volevano scatenare una guerra di mafia e fanno i nomi degli obiettivi. Il ricordi di “Serpico”: il commissario agrigentino che venne ucciso a Palermo su ordine dei Corleonesi. Il “Ragazzo dei Sogni”: la vicenda di Giuseppe Gatì di Campobello morto tragicamente dopo avere condotto una battaglia antimafia. La caccia al super latitante campobellese Giuseppe Falsone e le mille difficoltà per catturarlo. A Sciacca si torna per parlare con Nico Miraglia dell’uccisione del padre con sullo sfondo la mafia e i servizi segreti americani. Si va a Porto Empedocle dove il pentito Alfonso Falzone racconta gli omicidi commessi in tanti paesi dell’Agrigentino.Queste e tante altre storie, su tutti i paesi dell’Agrigentino, su “Fuoririga Speciale Mafia”: in tutte le edicole da sabato 7 marzo.
Il giornalista Nino Randisi denuncia la mafia su Facebook. E la sua pagina scompare…
Un messaggio in italiano. Freddo, burocratico. “Sì dice così: il tuo account è stato disabilitato da un amministratore. Se hai domande o dubbi consulta le Faq”. Scompaiono così da Facebook centinaia di contatti ma soprattutto una intensa attività di comunicazione sulla mafia e la realtà siciliana. E la posta personale. Nino Randisi è un giornalista. Un dirigente sindacale della sua categoria nell’isola, uno che ha preso molto sul serio il social networking come strumento di comunicazione civile: “Mica si potrà solo scrivere, ho mangiato, ho dormito e tutte quelle altre fesserie che si leggono, no? Si potrà pur comunicare qualcosa di più serio e di più drammatico?“. "Avevo 500 amici. Ogni giorno pubblicavo video di YouTube sui latitanti più pericolosi. Mettevo materiali che scottano, tutta documentazione seria su argomenti importanti. E mi seguivano in molti. Adesso tutto quello che ho pubblicato finora è andato perso. Ma io non mi arrendo, mi sono rifatto l’account con altri dati e ho ripreso a pubblicare. Voglio proprio vedere cosa succede adesso. Pensa un po’, hanno tolto qualche pagina su Riina, ma ne hanno lasciato altre dove si parla di mafia in tono elogiativo, e il mio spazio, che è una pagina "contro" la mafia, me lo disabilitano?".Sicuro che non te lo abbiano riattivato? Guarda che Facebook è in piena confusione tecnologica, a causa della sua crescita tumultuosa… Potrebbe essere solo un disguido…
“Macchè! Niente e la cosa più irritante è che non c’è nessuno cui scrivere. Non si trova un punto di riferimento in Italia. Questi signori chi li rappresenta? Con chi si deve parlare? Non è possibile che non ci sia un indirizzo cui scrivere”
Randisi è uno dei tanti cui accade questa disavventura facebookistica. A un certo punto qualcuno ti “denuncia”, le tue cose scompaiono, i dati e i contenuti che hai immesso, compresa la posta personale, svaniscono nel nulla. In molti casi - ci risulta - l’account viene riabiliato dopo le proteste, è successo perfino per qualche deputato. Ma intanto sapere “dove” e con chi protestare è molto complesso. Randisi sembra pensare che qualcuno, dall’Italia, possa aver chiesto l’intervento contro la sua pagina. Ma il punto certo è che Facebook, piattaforma dove ormai più di 6 milioni di italiani esprimono i loro pensieri e le loro proteste, pubblicano le loro immagini e si mandano la loro corrispondenza, non ha nel nostro paese - che si sappia - nemmeno uno “sportello” cui indirizzare i propri reclami. Quella che ha colpito Randisi potrebbe essere censura o disguido. Si vedrà. Ma se almeno il danneggiato potesse parlarne a qualcuno, forse anche i sospetti diminuirebbero.
Corleone. Diario dai campi di lavoro antimafia. Assegnato alla coop Lavoro e non solo il laboratorio per i legumi
Il Consorzio Sviluppo e Legalità ha assegnato alla Cooperativa Lavoro e Non Solo il Laboratorio di Legumi. L'immobile, bene confiscato a Totò Riina, si trova lungo la strada statale che collega Corleone a Marineo, in località Drago, uno dei luoghi di maggior impegno del movimento contadino siciliano. Questo laboratorio segna una nuova stagione dell'impresa sociale della Cooperativa. Infatti, per la prima volta si attua e si pratica un azione di "filiera corta". Fino ad oggi i legumi (cicerchie, ceci e lenticchie) venivano inviati in Umbria, a Colfiorito, dove venivano sistemate e confezionate per poi essere immesse nella commercializzazione. La passata di pomodoro viene trasformata in Sicilia, ma i pomodori vengono spostati di ben 140 km, così accade per la farina, perchè il mulino non è nella zona del corleonese. Pensate, ancora oggi il grano viene spostato in Lombardia, dove viene trasformato in pasta!!!! Ecco, in questo caso i legumi, coltivati e raccolti nei terreni confiscati del corleonese, verranno sistemati e confezionati lì e non avranno un servizio conto terzi ma sarà la stessa Cooperativa Lavoro e Non Solo a concludere la filiera. Un piccolo risultato, ma del quale siamo molto fieri. Molti sono i soggetti e le persone da ringraziare, che hanno
condiviso questo percorso, che ha avuto anche una serie di difficoltà, penso al Consorzio Sviluppo e Legalità, alla LegaCoop e alla Cgil Toscana. Infine, questo laboratorio significa anche qualcos'altro: l'opportunità per tanti coltivatori diretti "onesti" del Corleonese di poter trasformare e confezionare il loro prodotto senza ricorrere a scelte "obbligate o grigie"!! Un bel segno di libertà economica dove non sempre questo è consentito. Chissà cosa potrebbero pensare i tanti compagni coltivatori e militanti della Federbraccianti, che hanno subito su quei terreni repressione e umiliazioni per rivendicare il diritto a lavorare terre lasciate incolte dagli agrari in collusione con i mafiosi e alcuni politici!? Vivere la loro eredità politica, sociale e sindacale è bellisssimo e costruire processi di "cambiamento reale" e non mediatico a Corleone genera e rafforza la speranza che questo sia possibile anche in tutto il Paese. Luca nel suo breve diario è chiaro!! Per Dino Paternostro, segretario della Camera del lavoro di Corleone, la necessità di aggiornare il suo bellissimo straordinario repertorio di storia dell'antimafia sociale. Anche lui (insieme ad altri) sta lavorando da mesi per un altro percorso di filiera corta nel corleonese, non svelo la notizia, ma vi posso assicurare che ci troveremo davanti ad una novità eccezionale. Il cambiamento reale continua, i volontari del Progetto “Liberarci dalle Spine” sono già oggi e lo saranno nei prossimi mesi i protagonisti!Maurizio Pascucci
Esecutivo Arci Toscana
Coordinatore Progetto Liberarci dalle Spine
FOTO. Dall'alto: il laboratorio di legumi; Dino Paternostro (a sx) con gli studenti alla Camera del lavoro.
lunedì 2 marzo 2009
IL DOCUMENTO: L'appello di laici e preti
Molti fatti con i quali veniamo a contatto ci dicono che oggi la Chiesa tende progressivamente a isolarsi dal mondo contemporaneo. Molti uomini e donne, specie giovani, avvertono, da parte loro, una radicale estraneità dalla Chiesa. Tra Chiesa e società sembra essersi determinata una drammatica frattura su questioni importanti come la libertà di coscienza, i diritti umani (fuori e dentro la Chiesa), il pluralismo religioso, la laicità della politica e dello Stato. La Chiesa appare ripiegata su se stessa, chiusa e incapace di dialogare con gli uomini e le donne del nostro tempo. Siamo molto preoccupati per le conseguenze negative che tale perdurante situazione produce per l’annuncio del Vangelo. Per questo, ci sembra saggio riprendere e rilanciare la feconda intuizione di Giovanni XXIII nel suo discorso di apertura del Concilio Vaticano II: quella di «un balzo in avanti» della chiesa per una testimonianza in grado di rispondere «alle esigenze del nostro tempo». Il tentativo in atto di contenere lo Spirito del Concilio è, a nostro avviso, un grave errore che, se perseguito fino in fondo, non può che aumentare in modo irreparabile lo steccato tra Chiesa e società, Vangelo e vita, annuncio e testimonianza. A noi sembra che l’insistere su visioni e norme anti-storiche o non biblicamente fondate o, talvolta, anti-cristiane, non aiuti la credibilità ecclesiale nell’annuncio del regno di Dio. Vanno ripensati, ad esempio, le questioni riguardanti l’esercizio della collegialità episcopale e del primato papale, i criteri nella nomina dei vescovi che salvaguardino il pluralismo, la condizione dei divorziati, dei separati e delle persone omosessuali, l’accesso delle donne ai ministeri ecclesiali, la dignità del morire non terrorizzati.Vogliamo una Chiesa che non imponga mai a nessuno le proprie convinzioni sui problemi dell’etica e della politica e si fidi solo della forza libera e mite della fede e della grazia di Dio. Vogliamo una Chiesa che pratichi la compassione e trovi nella pietà la sua gloria. E faccia sue le parole che il santo padre Giovanni XXIII incise sul frontone del Concilio: «Oggi la sposa di Cristo preferisce usare la medicina della misericordia piuttosto che della severità. Essa ritiene di venire incontro ai bisogni di oggi non rinnovando condanne ma mostrando la validità della sua dottrina... La Chiesa vuol mostrarsi madre amorevole di tutti, benigna, paziente, piena di misericordia e di bontà, anche verso i figli da lei separati».Vogliamo una Chiesa che sappia dialogare con gli uomini e le donne e le loro culture, senza chiusure e condizionamenti ideologici, e impari ad ascoltare e a ricevere con gioia le cose vere e buone di cui gli interlocutori sono portatori. La verità e la bontà sono di Dio, il quale le dà a tutti gli uomini e non solo ai cristiani. Vogliamo che al centro della Chiesa venga messo il Vangelo e la sua radicalità. Solo così la Chiesa potrà essere vista e sperimentata come “esperta in umanità”. È tempo che, senza paura, nella Chiesa e nella città prendiamo la parola da cristiani adulti e responsabili, pronti a rendere conto della speranza cristiana.
Giuseppe Barbera (laico), Nino Fasullo (prete), Rosellina Garbo (laica), Rosario Giuè (prete), Tommaso Impellitteri (laico), Teresa Passatello (laica), Teresa Restivo (laica), Franco Romano (prete), Zina Romeo (laica),,Rosanna Rumore (laica), Cosimo Scordato (prete), Francesco Michele Stabile (prete). L’appello finora ha raccolto più di 300 adesioni. Tra cui i seguenti preti: Aurelio Antista (prete), Gregorio Battaglia (prete), Alberto Neglia (prete), Egidio Palombo (prete); Giovanni Calcara (frate), Gianni Novelli (prete).
Chi volesse dare la propria adesione può comunicarla all’indirizzo: chiesacitta@libero.it
Giuseppe Barbera (laico), Nino Fasullo (prete), Rosellina Garbo (laica), Rosario Giuè (prete), Tommaso Impellitteri (laico), Teresa Passatello (laica), Teresa Restivo (laica), Franco Romano (prete), Zina Romeo (laica),,Rosanna Rumore (laica), Cosimo Scordato (prete), Francesco Michele Stabile (prete). L’appello finora ha raccolto più di 300 adesioni. Tra cui i seguenti preti: Aurelio Antista (prete), Gregorio Battaglia (prete), Alberto Neglia (prete), Egidio Palombo (prete); Giovanni Calcara (frate), Gianni Novelli (prete).
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