domenica 15 marzo 2009

“Pane e libertà”, un film sulla vita di Giuseppe Di Vittorio, mitico capo della Cgil degli anni '40

La prima puntata è andata in onda domenica 15; lunedì 16 marzo, alle ore 21.15, su Rai Uno andrà in onda la seconda ed ultima puntata. Un film intenso, che racconta la vita e la figura di un grande uomo e di uno straordinario dirigente sindacale, che ha segnato la storia italiana
La mini-serie tv “Pane e libertà”, diretta dal regista Alberto Negrin e interpretata da Pier Francesco Favino, sulla vita di Giuseppe Di Vittorio, è andata in onda domenica 15 marzo e si concluderà lunedì 16 marzo in prima serata su Rai Uno. Con l’aiuto della Fondazione Di Vittorio e della figlia Baldina Di Vittorio, è stato realizzato un film intenso che racconta la vita e la figura di un grande uomo e di uno straordinario dirigente sindacale, che ha segnato la storia italiana. Il film, inoltre, narra il ruolo che ha avuto la CGIL nei difficili anni del dopoguerra e della ricostruzione del Paese. La Palomar S.p.a., che ha prodotto il film in collaborazione con Rai Fiction, offre l’opportunità alle strutture CGIL di realizzare delle proiezioni. L’opera è di grande pregio artistico e altissimo valore sociale e attraverso il racconto della vita e dell’impegno di uno straordinario dirigente sindacale ripercorre i difficilissimi anni del dopoguerra e della ricostruzione democratica, morale, civile ed economica del paese. Nel film emerge inoltre con forza il ruolo decisivo che la CGIL ha avuto in quegli anni nella affermazione dei valori del lavoro e come fondamento di una ritrovata identità nazionale. I temi trattati e il riferimento costante alla condizione delle persone che vivono del lavoro o che cercano lavoro, scontando le differenze relative al diverso periodo e contesto in cui gli avvenimenti si svolgono, rimandano alla attualità, alla drammatica crisi che ha investito l’economia del paese e alla fase estremamente delicata e non priva di preoccupazioni che sta attraversando la nostra democrazia.

ALCUNE SEQUENZE DELLA FICTION

3 commenti:

mondomik ha detto...

Consiglio di leggere anche il libro che raccoglie i suoi carteggi
("Caro papà Di Vittorio", ed.Guerini); molto interessante.

pietro ha detto...

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(la seconda parte del bel film di Alberto Negrin "Pane e libertà"
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La CGIL di Peppino Di Vittorio non c'è più
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E' drammatico accostare l'apostolato di Di Vittorio per la crescita civile delle masse lavoratrici al Sindacato di oggi. Di Vittorio si batteva per i diritti ivi compreso il diritto di sciopero "senza limitazioni" e legava la ricostruzione dell'Italia dalle distruzioni della guerra alla crescita sociale dei lavoratori. "Pane e lavoro" era la parola d'ordine delle masse, lavoro che produce dignità e benessere e che spinge l'Italia in avanti. Le fabbriche salvate dagli operai si rimettono in moto. In una scena del Di Vittorio mostra una piccola utilitaria Fiat dal costo contenuto che potrà essere acquistata dallo stesso operaio che la produce. L'autodidatta Di Vittorio illustra con parole semplici quanto Keines aveva scritto in ponderosi volumi e Ford aveva intuito dopo l'invenzione della catena di montaggio: produrre per un consumo di massa. Di Vittorio agisce per la piena realizzazione della Costituzione e per fare dei lavoratori italiani la sua base, scelta che assicura democrazia all'Italia. L'attentato a Togliatti non diventa occasione per una guerra civile come quella che straziò la Grecia e fu repressa nel sangue. Il sentimento che anima la figura di Di Vittorio non è mai retorica ma è lo slancio stesso di amore per i poveri, per coloro che soffrono, è senso profondo della dignità della vita. Per questo il lavoro che non deve essere degradato dallo sfruttamento e dall'umiliazione di salari insufficienti.
Di Vittorio considerava l'unità sindacale essenziale, addirittura vitale, per la difesa dei lavoratori italiani. Fece di tutto per salvarla dalle dure leggi della politica che volevano l'isolamento della sinistra politica e sindacale dopo la rottura del governo di unità nazionale. Gli uomini di questa unità erano straordinari e venivano da un lungo percorso di lotte contro il fascismo, di persecuzioni durante le quali avevano financo sofferto la fame, affrontato gravi pericoli, il carcere, lo smembramento delle loro famiglie. Bruno Buozzi sarà ucciso dai tedeschi quasi il giorno stesso dell'arrivo degli americani e Achille Grandi scomparirà presto per una mortale malattia. Certamente l'unità sindacale era un valore dal momento che a volte l'unità dei lavoratori non basta senza l'intesa delle organizzazioni. Ma oggi è diventata paradossalmente e tragicamente un disvalore
dal momento che si realizza soltanto per la restituzione al padronato e per l'annullamento dei diritti conquistati
durante tutta la fase storica che va da Di Vittorio a Luciano Lama. Oggi l'unità è possibile soltanto se la CGIL
accetta una "riforma" del contratto nazionale di lavoro che lo svuota di contenuto a vantaggio della "produttività" assicurata da un vero e proprio ritorno del lavoro a staglio, a cottimo. La disponibilità dei Sindacati a cedere diritti non si limita alla sfera contrattuale, ma si estende al welfare. Si prepara una ulteriore riduzione, un quasi azzeramento delle pensioni e c'è già una disponibilità ad accettare. Ieri il governo ha varato misure offensive per gli ammortizzatori sociali dei precari, elemosine pari al venti per cento di una retribuzione spesso non superiore a settecento euro mensili. Insomma, oggi si difendono i lavoratori soltanto se la CGIL prende le distanze da Cisl Uil e UgL e se resiste alle pressioni del PD a favore della Confindustria .
Il PD, epigone del partito di Di Vittorio, oggi elegge deputati della Confindustria come Colannino, Merloni, Calearo che non sono industriali "illuminati" che hanno accettato le rivendicazioni dei lavoratori, ma sono portatori di una linea durissima di spoliazione di diritti. Inoltre, ai braccianti difesi da Di Vittorio sono subentrati gli immigrati che vivono condizioni simili e forse più dure. La linea della CGIL di oggi è simile a quella degli ultimi anni del prefascismo. La CGIL sembra attratta, piuttosto che dalle condizioni reali delle persone, dalla macroeconomia. Ieri il suo ufficio studi si è unito alle previsioni catastrofiche della Confindustria limitandosi a profetizzare un aumento enorme della disoccupazione senza una analisi delle responsabilità e senza indicare una piattaforma di rivendicazioni. Si limita a chiedere una tassazione dei redditi alti che è anche meno di quanto Obama propone per gli Usa dal momento che non attacca i benefit e gli altri privilegi di un ceto manageriale che si ritaglia una bella fetta delle risorse nazionali. Insomma la CGIL di Di Vittorio che aveva identificato nelle conquiste dei lavoratori la crescita civile e sociale dell'Italia non c'è più e da anni si lavora allo smantellamento di quanto si era creato. Oggi la classe lavoratrice italiana alla quale viene negata l'esistenza stessa come "classe", è più povera di almeno il dieci per cento del reddito nazionale ceduto ai ceti imprenditoriali ed al parassitismo parapubblico dei managers e della politica, è inquieta, spaventata, priva di futuro. E questo non soltanto a causa della crisi, ma di una ripresa in grande stile della lotta di classe fatta però soltanto dai padroni e dai partiti che li appoggiano contro i lavoratori che subiscono. Il loro salario è mediamente meno del trenta per cento di quello di venti anni fa. I lavoratori, dagli accordi di concertazione del 1993 stipulati da Trentin e dagli altri, sono stati condannati all'impoverimento. A questo si aggiunge oggi la devastazione introdotta dalla legge Biagi nel rapporto di lavoro che ha del tutto mercificato la prestazione d'opera. Il lavoratore è diventato "usa e getta" di una imprenditoria selvaggia. Il barone di Cerignola ripeteva "mondo era e mondo sarà". A guardare quanto sta succedendo bisognerebbe dire che forse aveva ragione......oppure dobbiamo convincerci che non è così e che c'è sempre una speranza anche quando si è nel buio più opprimente?


Pietro Ancona
http://medioevosociale-pietro.blogspot.com/
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pietro ha detto...

Pane e Libertà Il film su Giuseppe Di Vittorio che prosegue stasera a TG1
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Mi è molto piaciuto il film, trasmesso da TV ieri sera nella sua prima parte, su Giuseppe Di Vittorio, un pezzo della storia d'Italia affrontato da un punto di vista quasi del tutto scomparso della "cultura" nella quale siamo immersi nel regime postdemocratico del Governo che va avanti a decreti e del Parlamento che non conta più niente e che è stato mutilato della sua ala sinistra dalla complicità dei due maggiori partiti italiani. Il punto di vista che attraversa tutto il film è quello della conquista spesso cruenta dei diritti. Ambrogio, bambino addetto ad allontanare i corvi dai campi, che muore di avere chiesto qualche goccia di olio in più nel pezzetto di pane che costituisce tutto il suo salario, i braccianti che vengono uccisi dall'esercito che li scaccia dalle terre del barone, Peppino di Vittorio che espone le richieste dei lavoratori, richieste minime ma importante per l'affermazione dei diritti ma che tuttavia vengono
contrastate con brutalità dal barone ma che è costretto da accettarle soltanto quando lo sciopero generale rischia di mandare in malora l'annata agraria. Il film spiega il meccanismo di un potere repressivo basato sulla violenza della proprietà, della Chiesa, dello Stato e poi delle bande fascista, un potere che tiene sottomessi e tratta come schiavi i lavoratori agricoli che poi sono quasi tutta la popolazione civile dei grossi comuni del Mezzogiorno d'Italia. La morte del padre di Di Vittorio provocata da un cavallo imbizzarrito viene risarcita alla vedova con tre sacchi di fave alle quali la baronessa (bontà sua) ne aggiunge altri tre e con l'assunzione di Giuseppe che ad otto anni viene avviato al lavoro di cacciacorvi. Assieme a tanti altri bambini doveva allontanare gli uccelli dai campi di grano,controllato da due violenti massari del barone. Il film spiega la prima guerra mondiale come massacro dei lavoratori programmato dai governi e dalle classi dominanti che cominciano ad organizzarsi ed ad avanzare le loro rivendicazioni. Nelle trincee della guerra più atroce della storia vengono avviati a morte certa quando addirittura non vengono fucilati dagli ufficiali che li tallonano e non
mostrano alcuna pietà nelle decimazioni decise con inaudita crudeltà.Un popolo di soldati nelle mani di sadici ufficiali di uno Stato Maggiore dell'Esercito la cui storia criminale si diparte dall'indomani dell'unificazione con gli eccidi di Govoni,Morra ed altri.La nascita del fascismo nel Sud come nel Nord d'Italia viene affrontata dal film con piglio forte e privo di ambiguità: i fascisti intervengono nella lotta sociale dei reduci che vogliono la terra promessa
dal governo per uccidere i dirigenti della rivoluzione contadina e distruggere le loro strutture organizzative. Episodio poco noto della storia d'Italia l'assedio fascista a fucilate della Camera del Lavoro di Bari difesa dai lavoratori e dalle loro famiglie, assedio che durò parecchi mesi e che non ebbe successo. Soltanto l'intervento dell'esercito, dopo alcuni mesi di lotta, ebbe ragione della Camera del Lavoro che venne distrutta.Di Vittorio, arrestato, viene eletto deputato nonostante la pesante intimidazione fascista che a Cerignola spara ed uccide otto persone per impedire il voto popolare. Stasera vedremo la seconda parte di questa emozionante rievocazione della storia d'Italia che racconta di una voglia di civiltà e di dignità soffocata nel sangue dal fascismo. La figura di Di Vittorio che anticipa con la sua lotta la modernità dei diritti civili e sociali contro la barbarie del potere baronale e latifondistico. Diritti civili e sociali oggi negati a tanta parte del mondo del lavoro a milioni di precari ed a grande parte dell'immigrazione che proprio nelle terre pugliesi vive condizioni di sfruttamento e di barbarie del tutto simili a quelle affrontate da Giuseppe Di Vittorio. Altro bellissimo racconto nel film è la storia del vocabolario comprato da Di Vittorio per due soldi e le sue scarpe da un venditore ambulante e l'istituzione della scuola per la quale chiede l'obolo all'uscita dalla masse e che permetterà ai contadini di sapere leggere e di potere anche votare.
Pietro Ancona
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