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lunedì 24 settembre 2007

Giallo De Mauro: nella fossa due teschi". E' possibile che ci siano i resti del giornalista"

Su indicazioni di un pentito riesumato in un cimitero vicino Catanzaro il corpo di un pregiudicato. Resta il mistero sulla scomparsa del giornalista: accanto ai resti anche un lungo coltello a serramanico

CATANZARO - Due teschi e ossa di altre persone in una tomba
nel piccolo cimitero di Conflenti, nel Catanzarese, infittiscono il caso della scomparsa di Mauro De Mauro, 37 anni fa. In quello che ora comincia ad apparire un cimitero usato dalla 'ndrangheta per far scomparire i morti scomodi, è stata riesumata stamattina la salma di un pregiudicato ucciso e sepolto all'epoca della sparizione del cronista de L'Ora di Palermo. La Direzione distrettuale antimafia ha voluto verificare le indicazioni di un pentito, e il caso è riaperto. Domani saranno riesumate altre due salme sulla cui lapide non è inciso alcun nome. Il cadavere sotterrato fu identificato all'epoca per quello di Salvatore Belvedere, un pregiudicato di Lamezia Terme. Secondo il pentito di mafia Massimo De Stefano, un tempo affiliato alla cosca Torcasio, quello sarebbe stato invece il corpo del giornalista. Il collaboratore ha riferito del piano che sarebbe stato organizzato nel 1971 per fare credere morto Belvedere, esponente di spicco della 'ndrangheta, evasonel 1970 dal carcere di Lamezia Terme insieme ad altri tre pregiudicati. Il suo scopo era quello di potersi allontanare dalla Calabria e rifugiarsi in Corsica, dove si sarebbe rifatto una nuova vita. Ed al suo posto, nel cimitero di Conflenti, sempre secondo il racconto del pentito, sarebbe stato sepolto proprio Mauro De Mauro.
Ma i necrofori oggi hanno trovato i resti di più persone nella fossa del cimitero. Oltre ad una bara, c'erano due teschi e anche un lungo coltello a serramanico, forse interrato accanto ai cadaveri secondo il rituale della vecchia 'ndrangheta. Per chiarire se quei resti sono appartenuti al giornalista, servirà una comparazione del Dna, ma i medici hanno messo le mani avanti: "Serviranno sessanta giorni ma il buon esito dell'esame - ha detto il professor Giulio Di Mizio, il medico legale incaricato di effettuare l'esame - dipende dalle condizioni in cui si trovano le ossa. Per questo non abbiamo la certezza che l'esame possa andare a buon fine". Gli inquirenti sono più ottimisti e parlano di "ipotesi credibile": "Che Mauro De Mauro sia sepolto a Conflenti - ha detto il dirigente della squadra mobile di Catanzaro Francesco Rattà - è credibile perchè l'ipotesi è fondata su ipotesi investigative attendibili. Certezze, comunque, non possiamo averne". "Andremo avanti nelle indagini", spiega il capo della Mobile. "Procedendo un passo per volta. Comunque, prendiamo in seria considerazione la testimonianza di Salvatore Mirante, il poliziotto in pensione che ha raccolto nei primi anni '90 la confidenza del collaborare di giustizia. A quei tempi la polizia giudiziaria non aveva ancora a disposizione i mezzi tecnici per svolgere seri accertamenti. Oggi abbiamo l'esame del Dna e possiamo valutare con maggiore sicurezza se l'informazione è vera".
(La Repubblica, 23 settembre 2007)

domenica 5 agosto 2007

Un boss pentito rivela: "Ho visto tre 007 in via D'Amelio subito dopo la strage"

CALTANISSETTA - L'ex boss palermitano dell'Acquasanta, Angelo Fontana, oggi collaboratore di giustizia, avrebbe visto tre uomini dei servizi segreti subito dopo la strage di via D'Amelio. Lo avrebbe rivelato ai magistrati di Caltanissetta che seguirebbero adesso due filoni sulle "presenze" di uomini dei servizi segreti il giorno dell'eccidio in cui perse la vita Paolo Borsellino e i cinque uomini della sua scorta. Due filoni di indagini che riguardano la presenza di 007 al Castello Utveggio e la presenza di uno o più uomini dei servizi in via Mariano D'Amelio subito dopo la strage. Fontana, un ergastolo ormai definito, è stato uno dei tre collaboranti che i magistrati di Caltanissetta hanno ascoltato negli ultimi giorni. I verbali con le prime dichiarazioni sulla strage di via D'Amelio erano state raccolte dai sostituti della Procura di Palermo, ma subito trasmesse ai colleghi nisseni, depositari delle indagini sulla strage. Fontana avrebbe rivelato di avere visto personaggi che lui conosceva come appartenenti ai servizi segreti. Avrebbe anche saputo della presenza degli 007 al castello Utveggio su monte Pellegrino e sul luogo della strage alcuni minuti dopo l'eccidio. Fontana avrebbe raccontato di avere chiesto spiegazioni e di averle avute da chi sapeva.Nella missione compiuta dal sostituto procuratore nisseno Rocco Liguori, che ha condotto l'interrogatorio, sono anche stati ascoltati Giovan Battista Ferrante e Giovanni Brusca. Ferrante ha continuato a sostenere la tesi che l'esplosivo in via D'Amelio è stato collocato all'interno di un bidone per i rifiuti e non, invece, all'interno della Fiat 126 come acclarato ormai come "verità processuale". I magistrati ritengono la sua dichiarazione errata "ma dettata da sincerità", ovvero che Ferrante non avrebbe motivo di mentire sul particolare, ma che l'esplosivo, come accertato dai vari processi ormai conclusi venne piazzato nella Fiat 126 trasformata in autobomba.Giovani Brusca avrebbe accennato a "qualcosa di interessante", a quanto già detto negli anni scorsi sia nei vari processi che negli interrogatori ai quali è stato sottoposto dai magistrati delle Procure di Palermo, Firenze e Caltanissetta sulla stagione stragista del 1992 e del 1993. Secondo indiscrezioni l'ex boss di San Giuseppe Jato avrebbe ripetuto il nome di un personaggio il quale avrebbe svolto il ruolo di intermediario tra lo Stato e i mafiosi nell'ambito della trattativa che era stata avviata subito dopo la strage di Capaci. Brusca avrebbe anche affermato che l'uccisione di Paolo Borsellino avvenne perché bisognava "eliminare l'ostacolo alla trattativa che Riina aveva in corso". La Procura di Caltanissetta, nell'ambito delle indagini parallele a quelle sulla strage di via D'Amelio, ha assegnato alla Dia nissena le indagini sul furto dell'agenda rossa che apparteneva a Paolo Borsellino. Nei giorni scorsi la Procura aveva chiesto l'archiviazione dell'inchiesta ma il gip Ottavio Sferlazza si è opposto imponendo nuove indagini, ora delegate alla Dia.
La Sicilia, 04/08/2007

giovedì 2 agosto 2007

La strage del 1980. Una testimone: "Sì, a Bologna ho visto la Mambro"



La compagna di Fioravanti alla stazione poco prima della bomba. A 27 anni dalla strage, in un libro-inchiesta sull'attentato, una testimone racconta

di Riccardo Bocca
Mercoledì 4 luglio esce in libreria 'Tutta un'altra strage' (Rizzoli, pag. 272, euro 10,20), il saggio-inchiesta di Riccardo Bocca sulla strage di Bologna del 2 agosto 1980. Ventisette anni dopo, viene analizzato il più grave attentato terroristico del dopoguerra italiano, segnato da 85 vittime e 218 feriti. Una tragedia che ha portato a cinque gradi di giudizio, alla condanna all'ergastolo degli ex Nar Valerio Fioravanti e Francesca Mambro, e a quella a trent'anni di Luigi Ciavardini. A torto o a ragione? Per rispondere, il libro propone nuove testimonianze e documenti inediti. Ma anche le verità emerse nel corso dei processi, poi sovrastate dalle polemiche. 'L'espresso' anticipa qui il primo capitolo.C'è una testimone, ventisette anni dopo. Una donna che il 2 agosto 1980 era presente alla stazione di Bologna, quando 25 chili di esplosivo hanno ucciso 85 persone e ne hanno ferite altre 218. Una signora di sessantasette anni che da allora vive con un pensiero nascosto, un ricordo che ha cercato di cancellare e invece l'accompagna suo malgrado. Qualcosa che la terrorizza e di cui parla controvoglia. È una mattina di primavera, quando la incontro all'Associazione dei familiari delle vittime della strage, nel centro di Bologna. Viene da Modena, dove vive e ha lavorato come assistente sociale. Non sa con esattezza qual è la ragione dell'intervista. Le è stato anticipato soltanto che parleremo del 2 agosto, delle sue emozioni, di come è cambiata la sua vita. "Era un momento un po' complicato per me. Non avevo troppi soldi in tasca. Lavoravo in Comune, ero una quarantenne divorziata e non sapevo come organizzare le ferie. Alla fine prenotai un viaggio in Grecia con mia figlia, che aveva diciassette anni e studiava alle magistrali. E siccome l'aereo costava troppo, il 2 agosto salimmo su un treno che ci portò a Bologna, da dove partiva un pullman per la penisola calcidica".


La signora e la figlia arrivano a Bologna verso le 9,30. A quell'ora la stazione è un fiume di gente e valigie; l'euforia di chi saluta la città per un periodo di vacanza, la fretta che confonde tutto e tutti. Il resto del clima lo rievoca la lettura dei giornali. Fiat e governo in guerra, titolano sulla lotta contro le migliaia di licenziamenti annunciati a Torino. Con altrettanta evidenza la stampa pubblica la deposizione alla Commissione d'inchiesta Moro della vedova Eleonora, secondo cui "il rapimento e l'assassinio del leader Dc sono stati opera di un complotto politico con connessioni internazionali". Sempre il 2 agosto, le cronache raccontano le fragilità del presidente americano Jimmy Carter, poi sostituito dal repubblicano Ronald Reagan, ma anche un nuovo capitolo nella storia delle stragi nere: il responsabile dell'Ufficio istruzione del Tribunale di Bologna, Angelo Vella, che firma l'ordinanza di rinvio a giudizio per Mario Tuti e altri estremisti di destra, accusati di aver fatto esplodere il 4 agosto 1974 il treno Italicus a San Benedetto Val di Sambro, uccidendo 12 innocenti e ferendone 44. Una vicenda, vedremo, per certi versi legata alla strage di Bologna. Ma tutto questo il 2 agosto non c'è nei pensieri della signora modenese e di sua figlia. Sono proiettate verso il mare, loro, verso la Grecia. "Piuttosto", dice la testimone, "mi ricordo che i giornali parlavano di caldo torrido, e non sbagliavano". Il termometro segna 42 gradi, quel giorno. Bologna è una fornace e la stazione è anche peggio, affollata da troppe cose e persone. "In quell'atmosfera, facemmo colazione al bar vicino ai binari, comprammo i giornali e ci portammo con i bagagli sul piazzale esterno, da dove sarebbe partito il pullman. Senonché ci fu un contrattempo: mia figlia si accorse di avere le mestruazioni, e si diresse verso via dell'Indipendenza per raggiungere una farmacia".La signora invece non si muove. "Per qualche minuto rimasi davanti alla stazione, ad aspettare il pullman. Poi mi sedetti sull'aiuola al centro della piazza, e a pochi metri da me, sull'erba, notai un ragazzo e una ragazza vestiti in modo assurdo, vista l'afa che c'era. Avevano pantaloni a tre quarti da montagna, calzettoni di lana e scarponi. In particolare, la ragazza indossava calzoni verde militare, calzettoni rossi, una maglietta bianca, uno zaino, e aveva a fianco un golf o un giacchino tirolese. Quanto al ragazzo, ricordo la sua giacca, che non era il classico modello italiano, ma anch'esso tirolese. Una tenuta così eccentrica che pensai: 'Non sembrano nemmeno tedeschi...!'; un'espressione emiliana per sottolineare quanto invece lo apparissero, almeno sotto il profilo dell'abbigliamento. Per il resto erano italiani al cento per cento, con i capelli castani - lei lunghi fino al collo - e i nostri tipici volti".
Quello che succede di lì a breve è il prologo alla tragedia.
"D'improvviso è arrivata una terza persona, un uomo che ha chiamato i due ragazzi. Ha aspettato che si alzassero, e si è allontanato con loro. In quel momento mi chiesi perché avessero atteso al sole, se non dovevano neppure prendere il treno. Un pensiero tra i tanti. Una decina di minuti dopo, è scoppiata la bomba. Dal nulla ho sentito due mani enormi spingermi avanti. Mani disumane, alle quali era impossibile resistere. Lo spostamento d'aria dell'esplosione. Una forza che mi ha scaraventato per aria, cancellandomi dalle orecchie il boato che l'accompagnava. La terra, invece, l'ho sentita. Mi è tremata sotto ai piedi, e sono finita non so come tra le braccia di uno sconosciuto che diceva 'Non hai niente... non piangere... devi stare tranquilla...'. Io lo guardavo e mi sentivo confusa: non riuscivo a capire chi fosse lui, e tantomeno cosa stesse accadendo. Al tempo stesso, però, mi sono voltata, e ho visto l'insegna del self service-ristorante che cadeva, e poi il fumo, la polvere, le urla. A quel punto sono tornata completamente in me. Perdevo sangue, e stavo sporcando la camicia del mio soccorritore".In tutto questo, racconta la testimone, si accorge che la figlia non è con lei, e si dispera. Teme sia stata uccisa dall'esplosione, ed è la stessa paura che ha la ragazza, sopravvissuta grazie alla deviazione in farmacia. Le due donne si cercano, vagano nella confusione senza trovarsi. Finché s'incrociano, per un attimo felici nella carneficina, "mentre la gente attorno era ferita e implorava aiuto". Poi la signora viene portata in un punto di soccorso vicino alla stazione, dove le tolgono con una spugna le schegge sparse sul corpo. Sanguina dalla testa, è ferita alle spalle, al volto. Un volontario la fa sdraiare sul sedile posteriore dell'automobile e l'accompagna all'ospedale Maggiore. Lì la medicano, trovandola ancora in stato di choc. "Sono stata ricoverata otto giorni. Piangevo, tremavo... Mi hanno aiutato con i sedativi, e altrettanto hanno fatto con mia figlia. Passavano i giorni, ma non quelle immagini fisse in testa: i morti, la distruzione, una donna che camminava vicino alla stazione, spingendo la bicicletta e urlando a squarciagola 'Bastardi!... Assassini!...'. Questa era la situazione, ed è ciò ho riferito quando mi hanno interrogato in corsia". In quei momenti, assicura la signora, ha cercato di essere il più precisa possibile. Ha raccontato perché si trovava in stazione, con chi era arrivata e cosa aveva visto. Ma forse non ha pensato al dettaglio dei due ragazzi vestiti da tedeschi, messo in secondo piano dall'enormità del disastro; oppure non l'ha evidenziato abbastanza. D'altronde, perché avrebbe dovuto? Che importanza poteva avere, in quell'inferno, la presenza di quella coppia sulla piazza della stazione? Nessuna. Dunque è normale che nei due anni successivi la signora si sia dimenticata del particolare, o quasi. Solo il 24 aprile 1982, leggendo i quotidiani, rimane senza parole. In pochi minuti la sua prospettiva cambia drasticamente, e sprofonda nell'agitazione. Quel giorno, infatti, il 'Corriere della Sera' dice che "ancheValerio Fioravanti e la Mambro" sono "sotto accusa per la strage della stazione". 'L'Unità' specifica che "l'inchiesta ora ha cinque imputati", mentre 'la Repubblica' aggiunge che "Fioravanti e la Mambro, killer neri arrestati dopo sanguinose sparatorie, sarebbero stati incastrati soprattutto da Massimo Sparti, un pregiudicato romano esperto in falsi. A lui", si legge, "Fioravanti avrebbe chiesto il 4 agosto 1980 documenti falsificati per sé e per la sua compagna, parlando dell'attentato a Bologna e dicendo che lui era presente travestito da turista tedesco".Proprio così. Fioravanti, apprende la signora dai quotidiani, il 2 agosto sarebbe stato a Bologna travestito da turista. Tedesco. Come la coppia che ha notato sull'aiuola alla stazione. Ma c'è di più, oltre a quello che pubblica la stampa. Il delinquente comune Massimo Sparti, del quale parleremo a lungo più avanti, è stato arrestato il 9 aprile 1981 dai magistrati romani per il sospetto di associazione sovversiva, banda armata e concorso in rapina. E due giorni dopo, interrogato dal sostituto procuratore Giancarlo Capaldo, ha illustrato il suo ruolo nella realtà neofascista.

"I miei contatti con persone di quegli ambienti sono cominciati, credo, tre o quattro anni fa. Conoscevo fin da bambino Enrico Lenaz, il cui padre è portiere dello stabile dove abito. Una sera Lenaz, di cui erano note le simpatie di destra, venne da me molto spaventato e mi disse di aver partecipato, quel giorno stesso, a una rissa a Ostia con elementi di opposta tendenza politica, nel corso della quale era stato fatto uso di armi da fuoco, mentre una persona era rimasta ferita. Gli chiesi se avesse sparato e mi rispose di no. Gli consigliai pertanto di andarsi a costituire, dato che nel frattempo la polizia era già stata a casa sua. Il Lenaz seguì il mio consiglio e dopo pochi giorni fu scarcerato. Mi rimase grato, e da allora alcuni suoi amici delle stesse idee politiche cominciarono a venirmi a trovare. Tra questi, in particolare Cristiano Fioravanti, suo fratello Valerio (e altri). Ben presto, sapendo che ero pregiudicato per reati contro il patrimonio, cominciarono a chiedermi insistentemente, soprattutto Valerio, di dar loro informazioni per commettere reati. Il mio concorso nell'attività di queste persone era dettato unicamente da fini di guadagno, essendo io del tutto estraneo alle finalità politiche professate in particolare da Valerio (...)"."Questi, dopo qualche tempo, manifestò un carattere particolarmente violento e deciso, finendo con il coinvolgermi contro la mia volontà in azioni che non avrei voluto fare. Ciò anche per mezzo di minaccia. Più volte (Fioravanti) mi ha minacciato di uccidere mio figlio. La prima è quando rubò delle bombe a mano a Pordenone. Si presentò a casa mia alle cinque di mattina con due borse contenenti mitra, pistole e bombe a mano, e mi chiese di tenergliele. Cercai di fargli capire che non potevo accontentarlo perché avevo dei bambini in casa, ma lui prese molto male la cosa. A seguito delle minacce che in quell'occasione mi rivolse - disse precisamente 'sai quanto mi frega di ammazzare tuo figlio' - circa dieci giorni dopo non ebbi il coraggio di rifiutare di custodirgli una borsa, che ritirò dopo una ventina di giorni, dicendomi che aveva trovato una grotta sulla Salaria dove custodirla". Il secondo episodio è quello cruciale per i destini processuali di Fioravanti e Mambro, oltre che per la nostra testimone. "Avvenne esattamente due giorni dopo la strage di Bologna", spiega Sparti. "Valerio si presentò a casa mia con la Mambro che io non conoscevo, e mi parlò di questa in termini elogiativi, dicendo che aveva trovato la donna della sua vita e che si trattava di una ragazza decisa e coraggiosa. Mi disse pure che era stata fidanzata con un 'coglione', e che adesso stava con lui. Riferendosi alla strage mi disse testualmente: 'Hai visto che botto?', e aggiunse che a Bologna si era vestito in modo da sembrare un turista tedesco, mentre la Mambro poteva esser stata notata, per cui aveva bisogno urgentissimo di documenti falsi e le aveva fatto tingere i capelli". A quel punto, racconta Sparti, Fioravanti "pretendeva che in giornata gli facessi avere una patente e una carta d'identità di cui mi fornì le generalità ma non i numeri (...). Feci presente", sostiene, "l'impossibilità di procurare documenti in giornata, e lui s'infuriò, dicendomi che dovevo 'spezzarmi' ma darglieli in fretta. Spaventato dall'enormità della cosa, lo pregai di non parlarmi neppure di queste cose, e lui replicò che dovevo comunque stare zitto, in quanto anche se a lui fosse successo qualcosa, ci sarebbe stato qualcuno che me l'avrebbe fatta pagare. Aggiunse precisamente: 'Te lo faccio piangere io, Stefanino tuo', alludendo a mio figlio". Alla fine, conclude Sparti, "riuscii a procuragli i documenti per il giorno dopo tramite Mario (Ginesi, nda), e Valerio venne a ritirarli verso le dieci di mattina a casa mia, dicendomi che doveva andare in Sicilia con la Mambro".
Attorno a queste parole, dal 1981 a oggi, si è combattuta una guerra feroce. Massimo Sparti ormai è morto, dopo essere stato più volte ascoltato dai magistrati. Mambro e Fioravanti, invece, hanno provato in qualunque modo a dimostrare che le sue erano menzogne. Comunque sia, il 24 aprile 1982, quando la testimone modenese legge la notizia del travestimento tedesco, non perde tempo. "Andai a Bologna", dice, "per partecipare a una riunione dell'Associazione dei familiari delle vittime. Presi da parte l'allora presidente Torquato Secci con il vice Paolo Bolognesi, e raccontai tutto". "Restammo sbalorditi", conferma l'attuale presidente Bolognesi, fin qui in silenzio durante il mio incontro con la testimone. "Le dicemmo che con quel genere di cose non si scherzava, che doveva andare dagli inquirenti. Poi contattammo l'avvocato dell'associazione, Laura Grassi, e la pregammo di concordare un appuntamento". Ciò che succede di lì a pochi giorni, lo ricostruisce la signora: "Da principio raccontai agli inquirenti quello che ricordavo del 2 agosto. Poi mi mostrarono delle fotografie segnaletiche con volti di donna, e mi chiesero se ne riconoscevo qualcuno. Presi in mano quelle immagini in bianco e nero, le guardai con attenzione e dissi: 'Lei', indicando uno dei ritratti. 'Questa ragazza mi pare proprio di riconoscerla...'".In verità, precisa oggi, "ricordavo un volto appena più paffuto, più in carne, ma i lineamenti erano quelli".


Quanto basta per provocare la reazione di chi la interroga: "Signora, ma questa è la Mambro!", le dicono. Dopodiché le chiedono dove l'avesse vista, quella ragazza, ottenendo però una risposta vaga: "Non spiegai", ammette la signora, "che la donna nella fotografia era la stessa della stazione di Bologna. Dissi invece che non sapevo con certezza dove l'avessi notata: forse in televisione, o sui giornali...". "Insomma", commenta Bolognesi, "quando si è trovata a sottoscrivere un verbale, la signora non l'ha fatto, non se l'è sentita. O almeno questo è ciò che noi dell'Associazione abbiamo saputo tempo dopo, da altre fonti". In effetti, su questo punto la signora non è precisa. Si rifugia dietro il tempo passato, nei buchi di memoria che ha allargato per rimuovere le preoccupazioni. Ma ciò che è disposta a dire, ventisette anni dopo la strage, è comunque importante. "In effetti", ammette, "collegai il volto della Mambro alla giovane sull'aiuola della stazione. Non solo: misi in relazione il suo volto al corpo, del quale avevo notato il generoso seno". Un collegamento, precisa, "che mi è venuto dopo l'interrogatorio, quando è scemata l'angoscia per quello che stava succedendo". Ora, spiega, il suo primo pensiero è non finire con nome e cognome in questo libro. Teme che qualcuno possa individuarla, e magari vendicarsi. "Perché sono persone spietate, quelle, che non perdonano", dice camminando verso la stazione di Bologna. L'ex sostituto procuratore Libero Mancuso, l'uomo che ha chiesto in primo grado l'ergastolo per Fioravanti e Mambro, dice: "Non conta se la signora abbia o meno firmato un verbale, e nemmeno il suo livello di attendibilità. Chi aveva nel processo un ruolo centrale, come me, avrebbe dovuto conoscere questo elemento potenzialmente enorme. E in ogni caso la signora avrebbe dovuto essere riconvocata per un altro interrogatorio". A detta della testimone, invece, nessuno l'ha chiamata. E altrettanto discreto, per tutto questo tempo, è stato Paolo Bolognesi, bloccato dal no della signora, che se esposta pubblicamente non avrebbe confermato i fatti. "Una scelta sacrosanta", sostiene lei. "Una decisione che mi è sempre pesata, ma che dovevo alla mia famiglia".
(L’Espresso, 28 giugno 2007)