giovedì 14 gennaio 2010

Le riflessioni di un socialista nel decennale della morte di Bettino Craxi...

di PIETRO ANCONA
Il 12 luglio del 1976 mi trovavo a Roma per una riunione della CGIL. Saputo che all'Albergo Midas era riunito il Comitato Centrale del PSI decisi di andarci. Nella Hall dell'albergo c'erano i socialisti che passeggiavano a gruppetti forse in una pausa dei lavoro. Solo, seduto su un divano, c'era Francesco De Martino che rosicchiava nervosamente uno stecchino. Era di un pallore che tralignava nel giallo. I maggiorenti socialisti che fino a ieri si piegavano in due per ossequiarlo gli camminavano davanti come se fosse parte della tappezzeria. Mi fece davvero una fortissima impressione questa scena dal vivo di una congiura di palazzo con defenestrazione del Segretario del Partito. Francesco De Martino aveva guidato il Partito con grande onestà personale ma altrettanta indolenza. Era troppo uomo di studi per farsi assorbire completamente dai gravosi impegni della sua carica. Gli piaceva andare a caccia allevare canarini ed insegnare storia del diritto romano di cui era uno dei più grandi cultori. Negli ultimi anni forse si era convinto della inutilità della esistenza di due partiti della sinistra, il grosso pci ed il nervoso psi. Forse si era convinto che il centro-sinistra fosse una esperienza in perdita a fronte della predominanza dc. Inoltre, il PCI e la DC tendevano a colloquiare " ad inciucire" come si direbbe oggi sulla testa dei socialisti. Credo che considerasse esaurita l'esperienza del PSI difronte alla notevole trasformazione in senso socialdemocratico del PCI. La parola d'ordine della sua ultima campagna elettorale fu: "mai più al governo senza i comunisti". Il PSI naturalmente perdette quote consistenti di elettorato riducendosi sotto il 10% soglia allora considera pericolosa per la sua stessa sopravvivenza. Rispetto al 68 il PSI perdeva quasi un terzo del suo elettorato. Il putsh fu voluto da Giacomo Mancini ed ebbe come protagonisti Bettino Craxi, Claudio Signorile ed Enrico Manca. Tre giovani colonnelli. Signorile rappresentava l'ala sinistra del PSI, Craxi l'ala automista e Manca era Gano di Magonza, il demartiniano che pugnalava alla schiena il suo maestro e benefattore. Poi lo scoprimmo uomo della P2. Al Congresso di Torino del 79, dove ebbi l'amarissima sorpresa di trovare il simbolo dei Partito (falce, martello, sole nascente e libro) sostituito dal funereo Garofano, Craxi si era giù liberato di Manca e si accingeva a governare da solo relegando Signorile al ruolo di capo della opposizione interna. Aveva già le idee chiare sul da farsi. Prima di tutto liquefare il Partito con l'abolizione del Comitato Centrale che era un organismo di vero controllo e decisione a favore di un Consiglio Nazionale dove imbarcò molti cosidetti rappresentanti della società civile, una sorta di arca di noè di predisposti allo abbandono della nave in caso di pericolo ma di profittarne per saccheggiarne la cambusa ed i mari circostanti. Cinque anni dopo, al Congresso di Verona trasformato in una sorta di corrida di pretendenti a tutto, alle cariche, alle ricchezze, ai posti, con una platea di fanatizzati che batteva minacciosamente i piedi su un tavolato che rimbombava sinistramente, attaccava il Parlamento come "parco buoi", fischiava Berlinguer, mandava oscuri e cifrati messaggi ai capi della DC, dava una rappresentazione della politica corsara di "Ghino di Tacco" il bandito malandrino che si appostava per derubare i passanti. Il Congresso era dominato da simboli massonici fin troppo eclatanti. Vi fece la comparsa anche la Piramide con Occhio in quello di Palermo. Il glorioso partito socialista era finito forse per sempre. Sopravvivevano persone limpidissime come Riccardo Lombardi, Antonio Giolitti. Altri erano stati cacciati via dopo essere stati insultati come "intellettuali dei miei stivali." La bellissima figura di Tristano Codignola ed i tanti come lui che davano lustro al socialismo italiano nella scuola e nella cultura venivano sbeffeggiati ed allontanati. I nuovi astri tutti personaggi interpreti di una politica senza valori e di mero potere come De Michelis, Martelli,la Ganga e tanti tanti altri. Lo stesso Signorile divenne la sinistra "ferroviaria" un modo per descrivere le sue prevalenti attenzioni correntizie. Le idee divennero un puro orpello. L'ossessione del potere e dello "spazio vitale" dei socialisti divenne la paranoia prediminante nel Partito di Craxi. I risultati furono assai modesti. Non si recuperarono mai il 15% del 68. Il massimo fu un 14,2 che spingeva sempre di più il PSI nel vicolo cieco del partito indispensabile per fare maggioranza ma niente di più. La cosa peggiore del suo governo fu la cancellazione del tratto laico del PSI. Rinnovò e peggiorò i patti lateranensi mal consigliato da Gennaro Acquaviva un uomo del Vaticano che esercitò una influenza nefasta su di lui e sul PSI. Gli accordi del 1984 hanno stabilizzato un dominio della Chiesa nelle cose italiane che durerà ancora per molto riducendo la sovranità dell'Italia a paese concordatario. Sono peggiorativi di quelli stipulati da Mussolini anche se la religione cattolica non è più ufficialmente religione dello Stato. Il PSI fu rivoltato da Craxi come un calzino. Divenne un partito liquido controllato spesso dall'esterno da personaggi in alleanza trasversale con gruppi dei potere politico ed economico. Tutti i punti della riforma che Berlusconi vuole imporre all'Italia sono stati indicati da Craxi. L'assetto della Repubblica Presidenziale craxi-berlusconiana è naturalmente di destra, di una destra degradata più vicina alle esperienze delle repubbliche sudamericane di una volta che alla destra europea. Nella Repubblica di Craxi o di Berlusconi conta soltanto la volontà del Capo. La democrazia è una perdita di tempo. Craxi ha distrutto il socialismo italiano. Mussolini ne fu espulso e, nonostante i venti anni della sua dittatura, dopo di lui il PSI è tornato primo partito dell'Italia moderna. Dopo Craxi il socialismo italiano non esiste più se non nella nostalgia di un reducismo patetico o incarnandosi profondamente nel berlusconismo ad opera di personaggi come Stefania, Boniver, Sacconi, Tremonti, ed altri. Il socialismo italiano non tornerà mai più a vivere fino a quando non si sarà liberato del tutto della esperienza del quindicennio craxiano. Le celebrazioni di questi giorni, ampiamente usate dal regime berlusconiano, si svolgono in un clima del tutto negativo per il PSI. Da un lato i berlusconiani celebrano in Craxi il loro Maestro e Martire, dall'altro i detrattori ne oscurano anche taluni degli aspetti positivi e recuperabili della sua politica quali l'amicizia con Arafat ed i palestinesi, una malcelata insofferenza per il giogo statunitense. Sarebbe stato meglio per la sua memoria e tutti noi se non si fosse insistito tanto nella forzatura di farne un martire a tutti i costi. Non era un martire. Il suo discorso alla Camera "siamo tutti colpevoli" non lo assolve. Il socialismo italiano se vorrà tornare ad essere quello che era dovrà liberarsi del suo ricordo r rinunziare per sempre alla sua eredità. L'eredità di Craxi appartiene a Berlusconi e nell'ideologia e nel modo di gestire la politica. Le sue idee hanno infettato e contaminato il PCI oggi PD. Il leaderismo, il partito liquido, la menzogna della fine della lotta di classe, l'accettazione del liberismo come dogma sostitutivo del comunismo, fanno del PD di oggi un Partito privo di anima e di identità. Le idee di Craxi, sviluppate da Berlusconi, hanno dato vita ad una forte destra con forte identità. Accolte con invidia dal PCI lo hanno scompaginato e disorientato. I socialisti dobbiamo riprendere da dove lui ha cominciato. Un metro prima da dove lui comincia.
Pietro Ancona
http://medioevosociale-pietro.blogspot.com/ www.spazioamico.it

Col contributo di studiosi siciliani, nel Congo nascerà un Museo storico ed antropologico dell'Africa

Un ponte culturale legherà la Sicilia al cuore dell’Africa. Lo stanno costruendo studiosi siciliani di archeologia, con il patrocinio della Regione Siciliana, in sintonia con la Repubblica democratica del Congo. Tra i promotori, l’Archeoclub Corleonese, con il supporto dell’unione dei comuni del corleonese Il progetto, denominato “ArcheoAfrica”, ha come obiettivo la costruzione a Kinshasa di un grande museo di Archeologia, storia ed arte, che sarà chiamato “ Historic and Antropologic Pan African Museum”. La prima missione di scavi sul territorio congolese è partita nel giugno del 2008, la seconda avrà inizio il prossimo 3 febbraio. Parallelamente alle iniziative archeologiche e squisitamente culturali, sono previsti scambi commerciali ed attività solidali. La Repubblica Democratica del Congo (ex Zaire) ha enormi giacimenti minerari di petrolio, oro, argento diamanti, rame, cobalto, uranio, manganese, ed importa da noi macchinari, generi alimentari, prodotti per l’edilizia, l’informatica e le alte tecnologie. Il progetto scientifico, che partirà fra qualche settimana, prevede scavi archeologici nel distretto di Mbanza Ngungu, nell’area di Kinshasa, e la realizzazione della prima Cartografia. Archeologica Congolese. “Siamo il luogo di frontiera tra l’occidente, l’Europa e l’Africa che chiede aiuto – ha scritto Nicolò Leanza nell’opuscolo di presentazione del progetto lo scorso 10 dicembre 2009 - La cultura può aiutare le giovani democrazie africane a costruire ponti di pace” . Della delegazione di studiosi siciliani fanno parte Angelo Vintaloro, coordinatore generale del progetto, il professor Sebastiano Tusa, coordinatore scientifico, Elisabetta Viola, delegata dell’Archeoclub per l’estero, l’architetto Leopoldo Repola dell’Università Suor Orsola Benincasa di Napoli. “Sarà per noi tutti un onore essere ricevuti dal presidente della Repubblica democratica del Congo Joseph Kabila, che inaugurerà l’inizio della progettazione del Museo Panafricano – spiega Angelo Vintaloro - L’iniziativa avrà come vetrina l’Expo 2015 di Milano, dove saranno allocati diversi stands ed è in calendario una giornata di studi sul progetto che allora sarà in fase di realizzazione”. “Il costo complessivo previsto per la realizzazione del Pan African Museum - spiega l’ingegnere Alfredo Carmine Cestari, console del Congo - è di 60 milioni di euro e le procedure relative sono state avviate con la World Bank e la Banca di Sviluppo Africana, che ha sede a Tunisi”.
Cosmo Di Carlo
Nella foto scattata nel villaggio del distretto di Mbanza Ngungu, durante la prima missione in Africa, da sinistra: Sebastiano Tusa , l’antropologo Abele Mbuga, Angelo Vintaloro, Il capo Villaggio Samuel Divanga Mbuta, Joseph Divanga Mbuta, Elisabetta Viola, Giuseppe Guerrera.

LETTERA APERTA al sindaco, agli assessori e ai consiglieri comunali di Corleone


Propongo a voi, di accogliere qualcuno degli sfollati di Rosarno, offrirgli un lavoro, una possibilità di vita dignitosa. Sarebbe un’occasione in più, io credo, di collegare il nome del nostro paese a un’azione, concreta, di solidarietà. Di unire a Corleone, in un abbraccio ideale, nord e sud del mondo.

Gentili sindaco, assessori, consiglieri comunali, sono Maria Di Carlo, e sono corleonese. Benché io non conosca parecchi di voi, alcuni soltanto di vista, pochi altri un po’ meglio, ho pensato di rivolgermi a voi (e non, per esempio, al sindaco della città in cui abito, Palermo, pressoché invisibile ai suoi concittadini) innanzi tutto in quanto rappresentanti di istituzioni democratiche ma anche, non lo nego, in virtù della base, sia pur minima, di conoscenza diretta che intercorre fra alcuni di noi.

Il motivo che mi spinge a scrivervi questa lettera aperta sono i notori, tristissimi, fatti di Rosarno. Non mi dilungherò in analisi politiche o sociologiche sul fenomeno delle migrazioni, argomento su cui non ho particolare competenza, ma su cui vorrei comunque pronunciarmi in qualità, semplicemente, del mio essere persona pensante. Indipendentemente dalle nostre visioni politiche, vorrei rivolgermi a voi, da persona che parla a persone.

Ho sempre ritenuto che qualsiasi nostra azione che abbia anche una minima ricaduta di carattere sociale, è un’azione politica. Da “cane sciolto”, mai iscritta ad un partito, credo di aver operato politicamente, pur nel mio piccolo. Chi mi conosce un poco, quindi sa o intuisce quali possano essere le mie idee. La mia caratterizzazione, però, non mi ha mai impedito di connettermi ad altre persone con tendenze diverse dalle mie, di ricercare e talvolta trovare un terreno comune su cui operare. A prescindere quindi, dalla diversità di fondo che distingue ognuno di noi da ciascun altro, mi permetto di formularvi una proposta “politica”.

Ho osservato, negli anni, la tenacia con cui Corleone ha voluto collegare il suo nome (che la maggior parte dell’opinione pubblica prima associava solo a fatti di mafia) alla sua tradizione migliore. Questo processo è avvenuto in molti corleonesi ed è stato anche incentivato dalle amministrazioni che si sono avvicendate nel tempo. Un terreno comune, a prescindere dalle diversità di partito, è stato, ad esempio, quello di riconoscere la qualità dell’opera di personaggi quali Bernardino Verro e Placido Rizzotto, come oggi il fare fronte comune contro la vendita degli immobili confiscati alla mafia. Oggi, di norma, si fa appello alla Memoria, al non dimenticare, al ricordare episodi, personaggi, lotte, che hanno costruito, giorno dopo giorno, la nostra storia migliore.

Proprio facendo appello alla memoria, al nostro essere stati migranti, e di quelli poveri, fino a qualche decennio fa (oggi lo siamo ancora, ma si tratta di una migrazione di altro tipo) credo sia possibile costruire una base comune che ci consenta oggi, in tempi difficilissimi, di saper guardare sempre al nostro prossimo col rispetto che non può essere negato a nessun essere. Ho letto di recente di un massacro di emigrati italiani accaduto in Belgio a fine ‘800. Gli epiteti e i pregiudizi attribuiti agli italiani emigrati di allora (non solo del sud, ma soprattutto veneti!) erano del tutto simili a quelli attribuiti agli odierni pària del mondo, ai nuovi schiavi, quelli da cui ci sentiamo invasi, dimenticando o sconoscendo che i civilizzati del Primo mondo hanno sfruttato e sfruttano le risorse delle loro terre d’origine. Ci sentiamo, ad esempio, invasi dalle nigeriane (prostituite a maschi italiani!) dimenticando di stare sfruttando il loro petrolio e di stare inquinando selvaggiamente il delta del fiume Niger, causando morìa di pesci, inquinamento dell’acqua, incendi, disboscamento, e quindi impoverimento dei nigeriani.

Corleone è diventata da qualche anno meta di danesi, biondi e con gli occhi azzurri, in vena di matrimoni in territorio forse per loro “esotico”. Ed è comunque bello che ci si colleghi, anche solo idealmente, a questo pezzo del nord del mondo. Allo stesso modo, e con la stessa accogliente semplicità riservata ai danesi (la cui morfologia, dal punto di vista estetico, è per noi più “digeribile”) allo stesso modo penso che il Comune di Corleone possa accogliere delle persone di pelle nera, magari proprio qualcuno degli sfollati di Rosarno. Ho sentito dire spesso, in questi giorni, “non sono immigrati, sono clandestini”, etichetta artatamente costruita per chiudere la porta in faccia a chi raccoglie le briciole cadute dalle nostre tavole. Siamo ricchi Epuloni di fronte a questa gente, anche il più povero di Corleone è ricco di fronte a questi nuovi schiavi, ed è soprattutto libero anche solo di spostarsi nella nazione in cui desidera andare, senza diventare “clandestino” mai.

Circa sei anni fa, fra le tante che approdano o che affondano, arrivò alle nostre coste un’imbarcazione con dentro, fra i vivi, anche diciotto morti. Una ragazza neanche ventenne fu trovata sotto il cumulo dei morti e creduta morta anch’essa. Invece, aiutata, sopravvisse. Fu un caso clamoroso, fra i tanti che purtroppo sono diventati di routine per noi, che ascoltiamo distrattamente notizie alla tv durante i pasti. Molti si fecero avanti per accogliere i superstiti. Fra questi anche l’Istituto valdese, a Palermo. La ragazza, che non sapeva leggere né scrivere, lo imparò sedendo nei banchi di scuola fra bambini di sei anni, fra cui mio figlio. Io penso che vedere la sua faccia magrissima e poi, via via, più rifiorita, sentire il racconto della sua storia, accoglierla come persona fra persona (e non respingendola come “clandestina” fra cittadini!) sia stata fra le migliori lezioni di vita che mio figlio, i suoi compagni di scuola, i suoi insegnanti, noi genitori, abbiamo potuto avere.

Allo stesso modo, come ha già fatto il Comune di Riace, sempre in Calabria, propongo a voi, di accogliere qualcuno degli sfollati di Rosarno, offrirgli un lavoro, una possibilità di vita dignitosa. Sarebbe un’occasione in più, io credo, di collegare il nome del nostro paese a un’azione, concreta, di solidarietà. Di unire a Corleone, in un abbraccio ideale, nord e sud del mondo. Di essere, possibilmente, da esempio per altri comuni che a questo gesto potrebbero far seguire gesti analoghi. Di non perdere la memoria di ciò che anche noi siamo stati. E soprattutto, qualunque sia il nostro colore politico, di non perdere il nostro senso di umanità, dimostrandolo.
Maria Di Carlo
via Mura di s. Vito 5
90134 Palermo


12 gennaio 2010
nrocca@neomedia.it

L’influenza A/H1N1 ha fatto un gran bene. Alle aziende farmaceutiche di tutto il mondo

E’ cominciata così, con una notizia che ha tenuto in ansia il mondo intero: più di 170 i casi di influenza suina accertati, larghissima parte dei quali concentrati in Messico, unico Paese dove il nuovo virus ha provocato la morte. 1.650 sono le persone ricoverate in ospedale con i sintomi del virus A/H1N1. Poi è arrivato l’altro allarme: il virus si espande, è arrivato in Europa, dopo avere superato, nelle Americhe, i confini del Messico per toccare California, Texas e Kansas. Da allora si è scatenato il putiferio. Governi a caccia del vaccino, investimenti ingenti, preoccupazione, polemiche anche aspre. Ed un bollettino quotidiano di morti e persone ricoverate in ospedale. Titoli a tutta pagina sui giornale: “L’influenza miete un’altra vittima…”. E titoli su una colonna il giorno successivo per correggere: “… è deceduto perché era affetto da gravi patologie”. Qualche giorno fa si è scoperto che il vaccino restato negli scaffali delle strutture sanitarie, in Italia, Francia, Germania e altri Paesi, è enorme.
E’ stato speso un sacco di soldi inutilmente. Pochi si sono vaccinati e l’influenza non ha affatto creato i guai che erano stati previsti, anzi si è rivelata molto meno pericolosa di altre pandemie, forse la più lieve delle influenze stagionali. I morti? Non c’è influenza che non abbia la sua coda velenosa, perché fra la popolazione colpita, ci sono soggetti deboli, predisposti, o addirittura messi male a prescindere dal virus. Com’è potuto accadere, se perfino moltissimi medici si sono rifiutati di vaccinarsi e non hanno consigliato di prevenire il virus a meno che non fosse strettamente necessario. Tirando le somme si può affermare che l’Organizzazione mondiale della Sanità, i governi e l’informazione hanno sopravvalutato i danni dell’influenza. I medici invece non l’hanno fatto, assumendosi talvolta serie responsabilità. Sappiamo di sicuro che a guadagnarci sono state le industrie farmaceutiche che hanno prodotto il vaccino, ed a creare l’allarme è stata l’informazione, in ogni parte del mondo. La manipolazione, in buona o cattiva fede, è cominciata proprio dal Messico, dove è cominciata la favola dell’influenza “spagnola” o quasi.
I morti crescevano giorno dopo giorno, i titoli in prima pagina e gli allarmi dell’Organizzazione mondiale della sanità pure. Siccome non ci capiva niente nessuno, le notizie sudamericane sono state tenute in prima pagina parecchi giorni, fino a contagiare l’allarme in ogni angolo della terra. La paura, e non l’influenza, ha contagiato il mondo, rivelandone la debolezza culturale sulle questioni sanitarie. Sarebbe bastato che le notizie dal Messico venissero spiegate convenientemente, che si riferisse sulle condizioni igieniche, l’intensità, il clima in cui è nato e si è espanso il virus; che si illustrasse la normalità dei casi di morte accertati in casi di influenza. Se fosse stata offerta una informazione corrette, non ci sarebbe stata la corsa dei governi all’acquisto dei vaccini. Una volta entrata in prima pagina, l’influenza ha fato fatica ad uscirne. Ogni ricovero in ospedale, in Italia, si è trasformato in un terribile evento. La morte di un paziente “influenzato”, a prescindere dalla causa vera, ha fatto scattare una serie di misure preventive che per la loro eccezionalità hanno ancora di più aggravato le preoccupazioni. Oggi l’Organizzazione mondiale della sanità, invece che spiegare ciò che è accaduto, magari facendo il mea culpa, avverte che potrebbe esserci un altro scampolo di pandemia fra qualche mese. Inutile precisare che le informazioni non incontrano l’attenzione di alcuno e lasciano fredde le autorità sanitarie nazionali. Perché gridando “al lupo, al lupo”, quando il lupo arriva non ci crede più nessuna. Ed è uno degli aspetti più inquietanti dell’evento sanitario più “reclamizzato” degli ultimi cinquanta anni, dopo la cosiddetta mucca pazza.
Nella catena di contagio mediatico, la filiera dei medici di famiglia si è rivelata la più resistente, quella dell’informazione la più fragile. E’ quindi il mondo dell’informazione che si deve interrogare sulle responsabilità che si è assunto in questa circostanza. Responsabilità così gravi da suscitare sospetti e allusioni. Una volta tanto i governi, che hanno aperto i cordoni della borsa, hanno subìto il contagio mediatico. Che cosa avrebbero potuto fare le autorità sanitarie nazionale e i governi di fronte all’incalzare delle notizie inquietanti, alla crescita esponenziale dei contagi, alla conta dei morti e dei ricoverati, se non attrezzarsi e affastellare vaccini. Certo, è possibile che nei Palazzi qualcuno sapesse come stavano veramente le cose e che sia stato particolarmente, ed ingiustificatamente, sensibile al problema, assumendo decisioni sproporzionate. Ma la tempestività, in queste circostanze, è essenziale. Ed a determinarla sono due fattori: la pressione dell’opinione pubblica, sollecitata dai media, e i responsi dell’autorità sanitaria, qualche volta sollecitata dalle case farmaceutiche. Non sarebbe male vederci chiaro in questa vicenda, a cominciare dall’Italia, dove i soldi sono stati spesi. E pure tanti.
Da SiciliaInformazioni.it

mercoledì 13 gennaio 2010

Massimo Ciancimino: «Nel covo di Totò Riina c'erano carte da far crollare l'Italia»

di ATTILIO BOLZONI e FRANCO VIVIANO
Gli interrogatori del figlio di don Vito, desecretati 23 verbali: è questa la ragione per cui il nascondiglio non fu perquisito. «Moro, i servizi dissero alla mafia: non intervenite. Ustica, fu un aereo francese»
PALERMO - Il covo di Totò Riina non l'hanno mai perquisito "per non far trovare carte che avrebbero fatto crollare l'Italia". E la cattura del capo dei capi è stata voluta da Bernardo Provenzano dentro quella trattativa che, fra le uccisioni di Falcone e di Borsellino, la mafia portò avanti con servizi segreti e ufficiali dei reparti speciali dei carabinieri. É la "cantata" di Massimo Ciancimino, quinto e ultimo figlio dell'ex sindaco di Palermo, sui misteri siciliani. Ventitré verbali desecretati - milleduecento pagine - e depositati al processo contro il generale Mario Mori, accusato di avere favorito la lunga latitanza di Provenzano dopo quell'arresto "concordato". Ma se sulla cattura di Totò Riina esistono già atti ufficiali d'indagine che smontano la versione dei carabinieri, le altre rivelazioni del rampollo di don Vito svelano tanto altro di Palermo. Dalla fine degli anni '70 sino all'estate del '92. É la sua verità, ereditata per bocca del padre. La storia di alcuni delitti eccellenti, il sequestro di Aldo Moro, la strage di Ustica, i rapporti di Vito Ciancimino con l'Alto Commissario antimafia Emanuele De Francesco e il suo successore Domenico Sica. É l'impasto fra Stato e mafia che ha governato per vent'anni la Sicilia.
Il covo del capo dei capi. Massimo Ciancimino conferma il patto fra Bernardo Provenzano e i carabinieri del Ros, mediato da don Vito, per la cattura di Riina: "Una delle garanzie che mio padre chiese ai carabinieri, e che loro diedero a mio padre, era che nel momento in cui si arrestava Riina bisognava mettere al sicuro un patrimonio di documentazione che il boss custodiva nella sua villa". E ha aggiunto: "Provenzano riferì a mio padre che Totò Riina conservava carte e documenti di proposito con un obiettivo: se l'avessero arrestato avrebbero trovato tante di quelle cose, di quelle carte, che avrebbero fatto crollare l'Italia. Mio padre commentò con me il fatto dicendo che quello era un atteggiamento tipico di Riina. Secondo lui, conoscendo bene molti di questi documenti, sarebbero stati conservati apposta dal Riina con il solo fine di rovinare tante persone in caso di un suo arresto, visto che solo una spiata poteva far finire la sua latitanza".
La trattativa fra le stragi del 1992. Il negoziato con Cosa Nostra iniziò dopo l'uccisione di Falcone. Da una parte Totò Riina. Dall'altra il vice comandante dei Ros Mario Mori, il capitano Giuseppe De Donno e "il signor Franco", un agente dei servizi segreti legato all'Alto commissariato antimafia. E in mezzo Vito Ciancimino. Se in un primo momento Totò Riina è stato un terminale della trattativa per fermare le bombe, dopo la strage Borsellino "è diventato l'obiettivo della trattativa". Racconta ancora il figlio dell'ex sindaco: "Della trattativa erano informati i ministri Virginio Rognoni e Nicola Mancino, questo a mio padre l'ha detto il signor Franco e gliel'hanno confermato il colonnello Mori e il capitano De Donno".
La trattativa dopo le stragi. Nel 1993, un anno dopo Capaci e via D'Amelio, la trattativa mafiosa è andata avanti. E al posto di Vito Ciancimino ormai in carcere, sarebbe stato Marcello Dell'Utri a sostituirlo nel ruolo di mediatore: "Mio padre sosteneva che era l'unico a poter gestire una situazione simile... ha gestito soldi che appartenevano a Stefano Bontate e a persone a lui legate". L'omicidio Mattarella. Il Presidente della Regione siciliana, ucciso il 6 gennaio del 1980, per Vito Ciancimino fu "un omicidio anomalo". Spiega suo figlio: "Dopo il delitto, mio padre chiese spiegazioni ai servizi segreti... un poliziotto poi gli disse che c'era la mano dei servizi nella morte di Mattarella. Ci fu uno scambio di favori su quell'omicidio.. ".
Il sequestro Moro. Il figlio di don Vito dice che suo padre è sempre stato legato all'intelligence fin dal sequestro di Moro. "La prima volta che mio padre mi ha raccontato di contatti di Cosa Nostra con apparati dello Stato risale al sequestro. E mi ha detto che era stato pregato, e per ben due volte, di non dare seguito alle richieste per fare pressioni su Provenzano perché si attivasse per aiutare lo Stato nelle ricerche del rifugio di Aldo Moro".
Don Vito e Gladio. "Mio padre faceva parte di Gladio", ha rivelato Massimo. E ha spiegato: "Mi disse che all'origine c'era mio nonno Giovanni che, all'epoca dello sbarco degli Alleati in Sicilia, era stato assoldato come interprete". Il figlio di don Vito ricorda poi che il padre aveva costituito le prime società di import export "insieme a un colonnello americano" e che ha partecipato "a diversi incontri" organizzati dalla struttura militare segreta.
L'uccisione del prefetto dalla Chiesa. É la parte più "omissata" dei verbali di Ciancimino. Suo padre gli aveva parlato dell'uccisione di Carlo Alberto dalla Chiesa e dell'omicidio del giornalista Mino Pecorelli "che sono legate", poi il verbale è ancora tutto coperto dal segreto.
La strage di Ustica. Nei racconti del figlio dell'ex sindaco c'è il ricordo dell'aereo precipitato in mare il 27 giugno del 1980: "Quella notte mio padre fu chiamato dal ministro della Difesa Attilio Ruffini che gli disse che era successo un casino: fece chiamare anche l'onorevole Lima. Si seppe subito che era stato un aereo francese che aveva abbattuto per sbaglio il Dc 9, ma bisognava attivare un'operazione di copertura perché questa informazione non venisse fuori".
Gli autisti senatori. Massimo Ciancimino, ricordando di un "pizzino" inviato da Provenzano a suo padre dove si faceva riferimento "a un amico senatore e al nuovo Presidente per l'amnistia", ha confermato che i due erano Marcello Dell'Utri e Totò Cuffaro. Poi ha spiegato dove ha conosciuto l'ex governatore: "L'ho incontrato nel 2001 a una festa dell'ex ministro Aristide Gunnella, credevo di non averlo mai visto prima. Si è presentato e mi ha baciato. Poi, l'ho raccontato a mio padre che mi ha detto: 'Ma come, non te lo ricordi, che faceva l'autista al ministro Mannino? Anche lui aspettava in macchina, fuori, come te che accompagnavi me ... Poi ho collegato... perché quando accompagnavo mio padre dall'onorevole Lima fuori dalla macchina aspettava pure, con me, Cuffaro e anche Renato Schifani che faceva l'autista al senatore La Loggia. Diciamo, che i tre autisti eravamo questi... andavamo a prendere cose al bar per passare tempo.. Ovviamente, loro due, Cuffaro e Schifani, hanno fatto altre carriere: c'è chi è più fortunato nella vita e chi meno... ma tutti e tre una volta eravamo autisti".

(La Repubblica, 13 gennaio 2010)

martedì 12 gennaio 2010

Sicilia, un lavoratore su tre è in nero

di Giorgio Petta
«E' una piaga, ma l'eccessivo costo della manodopera e degli oneri danneggia le aziende». Palermo. Tra l'incudine e il martello. Da un lato, la crisi economica; dall'altro, l'intermediazione parassitaria, come dimostra la protesta dei produttori agricoli che si sono incatenati al mercato ortofrutticolo di Vittoria. In mezzo la concorrenza sleale di chi utilizza e sfrutta il lavoro in nero, compreso quello degli immigrati regolari e clandestini. Non c'è speranza per chi in Sicilia vuole occuparsi di agricoltura nella trasparenza e nella legalità. Perché tutto diventa enormemente complesso mentre i margini di sopravvivenza aziendale si riducono – complici le esposizioni bancarie e previdenziali, i danni del maltempo in attesa di risarcimento, i ritardi delle erogazioni comunitarie – con una progressività inarrestabile.
Il «caso Rosarno» ha fatto esplodere il bubbone. Da Nord a Sud è cominciata la conta – pressoché impossibile – degli immigrati clandestini occupati in agricoltura. E tuttavia c'è un dato, sulla base delle ricerche e delle analisi dei sindacati, davvero indicativo e che divide ancora una volta l'Italia in due: nell'area centro-settentrionale le condizioni degli immigrati sono progressivamente migliorate fino a ridurre la forbice degli stipendi al 2% rispetto agli italiani. Non solo, ma il 26,3% delle imprese, più o meno 7 mila aziende, sono a conduzione extracomunitaria. Indicativo – anche se riguarda un'altra fascia di lavoratori – il numero dei voucher, i buoni-lavoro, venduti. Nel periodo compreso tra l'1 agosto 2008 e il 13 agosto 2009 (dati Inps) sono stati il Veneto (309.254), l'Emilia Romagna (181.080), il Piemonte (159.412), la Toscana (122.536) e la Lombardia (100.301) ad avere acquistato il maggior numero dei circa due milioni di buoni-lavoro venduti e di cui il 51,9% è stato utilizzato nel settore agricolo. Sul fronte opposto, è la Sicilia ad avere il primato, con 12.718 voucher, rispetto alle restanti regioni meridionali e insulari: Puglia (9.145), Sardegna (8.549), Campania (6.438), Basilicata (5.024), Calabria (1.393), Molise (1.120). Ma i controlli svolti nelle province dell'Isola, nei primi quattro mesi del 2009, dagli ispettori del lavoro e dai carabinieri del Nil, offrono dati sconfortanti: nel settore agricolo un lavoratore su tre è in nero.
Le cose potrebbero andare in meglio se il mercato sviluppasse le proprie dinamiche in modo corretto e non condizionato dall'intermediazione. Proprio quella che all'agrumicoltore paga le arance appena 7 centesimi al chilo e il consumatore 1,5 euro, quando per produrle ne sono stati necessari 22-23 e quindi dovrebbero essere vendute a 25-30 per coprire almeno i costi. Perché alla fine, per mandare avanti l'azienda, per chi retribuisce i raccoglitori secondo legge, non bastano i contributi dell'Ue ed è una mazzata l'eliminazione dell'Iva di compensazione per i contributi Inps. Dai prezzi falsati nei mercati ortofrutticoli all'intermediazione che strangola i produttori, al caporalato e al lavoro nero, tutto – nonostante le denunce dei sindacati e delle associazioni di categoria – si svolge alla luce del sole e nell'indifferenza di chi dovrebbe combatterlo. Basterà, in queste condizioni, il “bollino etico” proposto dal ministro Luca Zaia a garanzia dei prodotti agricoli? «Gli immigrati - sostiene Alfredo Mulé, presidente di Coldiretti Sicilia - sono una risorsa importante per il lavoro in agricoltura e il loro sfruttamento va combattuto senza tregua perché umilia non solo chi lo subisce, ma anche le migliaia di aziende sane che operano nella legalità e nel rispetto di tutte le regole. Pagare pochi euro ore ed ore di lavoro determina delle distorsioni aziendali che vanno a discapito di tutti».
«Il ricorso alla manodopea irregolare e al caporalato, una piaga che lo Stato non è riuscito a debellare nel Sud - dice Angela Sciortino, vicepresidente regionale della Cia - è lesivo della leale concorrenza. Il rischio che si corre è che in assenza di riduzione dei contributi agricoli per le zone più marginali e svantaggiate, sarà sempre più difficile avere un lavoro regolare. Oggi le aziende agricole non riescono a competere per l'eccessivo costo della manodopera e degli oneri connessi, oltre che per deficienze strutturali e marginalità geografica». Posizioni condivise da Gerardo Diana, presidente di Confagricoltura Sicilia: «Il lavoro sommerso, senza distinzione di cittadinanza - afferma - rappresenta un problema per lo Stato ma principalmente per le imprese agricole in regola. Il fenomeno creare concorrenza sleale e incide negativamente sui lavoratori dipendenti non denunciati, perché privi di coperture assistenziali ed antinfortunistiche. Sul fronte del lavoro agricolo occasionale, per rimuovere qualsiasi ingiustificata resistenza alla regolarizzazione delle assunzioni - aggiunge Diana - bisognerebbe snellire le procedure per le autorizzazioni al lavoro, specialmente per i cittadini extracomunitari, tra cui il permesso di soggiorno stagionale pluriennale; la proroga, fermo restando il limite di 9 mesi, della durata dell'autorizzazione al lavoro stagionale già concessa, in caso di lavoro nella stessa azienda o in un'altra; la presentazione delle richieste di autorizzazione al lavoro all'inizio dell'anno di riferimento, a prescindere dall'emanazione del decreto sui flussi d'ingresso».
La Sicilia, 12 gennaio 2010

lunedì 11 gennaio 2010

LA SCHEDA. Con i Romeo, "l'impero" Alizoo.

Un macello moderno con un allevamento di galline ovaiole ed una produzione di uova e carne distribuita in tutta la provincia. È questa la società Alizoo di contrada Torre dei Fiori, che sorge al centro del triangolo Corleone-San Giuseppe Jato-Monreale. Un’area considerata “sensibile” dagli investigatori. In piena attività la struttura è capace di lavorare 500 bovini, 800 suini e 2.500 ovini al mese. All’interno dell’azienda Alizoo vi sono diversi capannoni con 7.500 galline ovaiole, ai quali sono collegati un impianto di selezione e confezionamento delle uova ed un allevamento per l’ingrasso di bovini, suini ed ovini, dato in gestione ad un allevatore di San Giuseppe Iato e ad un commerciate di Palermo Complessivamente sono trenta gli addetti ai lavori dell’azienda, tra operai, tecnici ed impiegati. Collegata all’Alizoo è la società BioRoMan (Biologica Romeo Mangimi), che ha sede a Termini Imerese. Dai “pizzini” trovati nel covo di Montagna dei Cavalli, dove l’11 aprile 2006 venne arrestato dalla Polizia il superboss Bernardo Provenzano, è emerso che la società pagava il pizzo a Cosa Nostra. Pare che i Romeo si fossero rivolti ad uno dei nipoti dell’altro superboss corleonese Salvatore Riina, per chiedere uno “sconto”, negato con decisione da Provenzano. Fino al mese di dicembre del 2007 il comune di Corleone era convenzionato con Alizoo per agevolare gli allevatori ed i macellai del paese. Costo dell’operazione per le casse comunali circa 70 mila euro l’anno. La convenzione saltò dopo l’opposizione in consiglio comunale dei consiglieri del PD, che chiesero l’applicazione del protocollo di legalità “Carlo Alberto Dalla Chiesa”, che vieta di “intrattenere” rapporti contrattuali con imprese che pagano il pizzo. Dopo la denuncia, il sindaco Nino Iannazzo, che già aveva rinnovato per due volte la convenzione, decise di procedere alla revoca.
FOTO. I carabinieri hanno lavorato fino a notte per i rilievi sul luogo dell'omicidio Romeo.

L'omicidio di Nicolò Romeo nelle campagne di Corleone. Fucilate per rompere la tregua

Gli ultimi omicidi di Cosa nostra nella zona, il feudo dei boss corleonesi, risalgono a oltre 10 anni fa. Le vittime portano i nomi di Giuseppe e Giovanna Giammona e del marito Francesco Saporito, uccisi nel ‘95 dal primogenito di Totò Riina. Giovanni, al suo debutto da killer, e di Giuseppe La Franca e Emanuele Di Maggio, fratello del pentito Balduccio, assassinati nel ‘97 e nel ‘98. Una lunga tregua, quella che ha regnato nelle terre di Riina e Bernardo Provenzano, interrotta questo pomeriggio da un delitto che gli inquirenti definiscono di chiara matrice mafiosa. A colpi di fucile è stato ammazzato Nicolò Romeo, 72 anni, imprenditore originario di Altofonte, residente a Palermo, che gestiva, assieme al fratello Salvatore, un grosso mangimificio. I killer l’hanno affiancato mentre stava raggiungendo uno degli stabilimenti della ditta, a bordo della sua jeep. A distanza ravvicinata hanno fatto fuoco colpendolo al volto, totalmente devastato dai proiettili. Romeo ha sbandato e si è schiantato contro un palo della Telecom. L’auto ha terminato la sua corsa contro il muro di una casa rurale della zona. La tecnica dell’agguato non lascia dubbi sulla ”paternita”’ del delitto. La vittima era incensurata - l’unico precedente a suo carico è relativo a un’omessa denuncia di un’arma e risale al ‘98 -, ma i nomi di due dei fratelli di Romeo vengono fuori in inchieste di mafia. Pietro fu fatto sparire col metodo della lupara bianca nel 1997. Anche lui lavorava nel mangimificio, l’attività di famiglia. Il nome di Salvatore, invece, compare in uno dei pizzini sequestrati nel covo in cui venne arrestato Provenzano. Nel bigliettino il capomafia Nino Rotolo chiedeva al padrino di Corleone uno sconto sul pizzo che l’imprenditore avrebbe dovuto pagare. ”La ditta in questione – scriveva Rotolo – ha dei silos al vostro paese e lui fa sapere che fino ad ora non aveva avuto mai problemi di richieste di denaro, adesso Mario gli ha chiesto 30.000 euro. E per questo il mio paesano e quindi anch’io vi chiediamo un intervento”. Ma l’intercessione non ebbe buon esito e Provenzano, pur ribadendo la sua disponibilità ad aiutare in futuro Romeo, sul ”prezzo” non fece sconti. Se sulla mano mafiosa del delitto non ci sono dubbi, diversi sono gli scenari in cui l’omicidio potrebbe collocarsi. Dal pizzo non pagato, a una resa di conti tra le famiglie che controllano la zona. Pietro Romeo, il fratello scomparso della vittima, secondo gli inquirenti, sarebbe stato uomo d’onore della famiglia mafiosa di Altofonte recentemente rimasta priva della sua storica leadership. L’arresto del boss Mimmo Raccuglia ha infatti decapitato la cosca e aperto una nuova corsa al comando. Scenari su cui si interrogano i carabinieri del Gruppo di Monreale, coordinati dal pm della Dda Marzia Sabella, che domani interrogheranno i familiari della vittima.
Da Livesicilia.it
unedì 11 gennaio 2010

FOTO. Dall'alto: Nicolò Romeo; la macchina di Romeo addossata al casolare

domenica 10 gennaio 2010

Guglielmo Epifani, segretario generale della Cgil: «A Rosarno non deve morire il sogno di un'Italia giusta»

di Rinaldo Gianola
A Rosarno gli italiani sparano contro i lavoratori stranieri. È una tragedia non solo per chi vive direttamente questi fatti, ma per il Paese: perdiamo la capacità di vivere insieme, di comprendere i problemi degli altri, di rispettare le diversità, i diritti, i nostri valori. Guglielmo Epifani, leader della Cgil, commenta amaramente le notizie che arrivano dalla Calabria.

Si aspettava questa esplosione di violenza?
«Purtroppo è la conferma di una situazione molto grave che noi avevamo denunciato. Questo dramma è la somma di più elementi. Primo: un insostenibile assetto legislativo, la Bossi-Fini, in cui oggi è più facile restare clandestino che essere regolarizzati. Secondo: le condizioni di vita insostenibili in cui sono costretti i lavoratori migranti nelle campagne del Sud, questo è schiavismo. Terzo: il caso di Rosarno dimostra l’assenza di una volontà politica di risolvere i problemi,si lasciano scoppiare piuttosto che affrontarli quando sarebbe più facile».

Il ministro Maroni parla di eccessiva tolleranza verso i clandestini.
«È un’affermazione infelice e disumana. La sua analisi è sbagliata. A Rosarno è la criminalità che favorisce la clandestinità, non il contrario. Sono zone ad altissima densità mafiosa, dove il governo del mercato del lavoro è esercitato con metodi malavitosi. Non si può intervenire solo come si fa oggi spostando i lavoratori da un’altra parte senza distiguere tra chi è clandestino, chi ha il permesso di soggiorno e chi non ce l’ha perchè ha perso il lavoro».

Ma c’è un problema di ordine pubblico, di sicurezza dei cittadini.
«Non sono un buonista: la lotta alla criminalità e la sicurezza dei cittadini sono sacrosante. Ma spostare qualche centinaio di immigrati non risolve il problema, domani si ricomincia se non si cambia. Perchè chi prende 20 euro al giorno, 600 euro al mese quando va bene ed è costretto a vivere senza casa, in emergenza igienico-sanitaria, senza diritti, sentirà prima o poi la necessità di ribellarsi. Tali tensioni generano rivalse, ritorsioni tra la popolazione, spesso alimentate e governate da interessi malavitosi».

La rivolta di Rosarno è coincisa con le quote Gelmini del 30% degli studenti stranieri nelle classi. Una coincidenza curiosa, almeno.
«Non è casuale. È il segno del degrado della vita civile, del governo, della cultura. C’è un unico filo che lega il giudizio di Maroni sugli immigrati, le quote della Gelmini e le parole del leghista Cota. L’immigrazione e il lavoro devono essere affrontati in una dimensione morale, non ideologica. Gli immigrati sono sfruttati in condizioni disumane e quando non servono più si buttano via e si massacrano per strada, così non va».

Come se ne esce?
«Vedo solo una risposta: se ne esce con l’umanità e la razionalità, affrontando i problemi, garantendo un minimo di diritti a chi viene qui a lavorare e viene sfruttato ogni giorno. Vogliamo iniziare a risolvere questi drammi? Decidiamo che ai lavoratori dei campi sia garantito un minimo retributivo e contributivo, rendiamo trasparente il mercato del lavoro in agricoltura liberandolo dai caporali e dalla malavita».

Perchè questo governo non ascolta almeno la Chiesa?
«Il governo ha un atteggiamento schizofrenico: in alcuni campi, penso alle questioni bioetiche, segue la linea della Chiesa, mentre su altri problemi, come la difesa del lavoro e i diritti degli immigrati, fa l’opposto. La verità è che il governo rispeccia il deterioramento dei valori, favorisce una società che tende a richiudersi e a dividersi. In più è forte l’egemonia leghista che impone la chiusura di ogni spazio di tolleranza verso gli immigrati. Gli attacchi della Lega alla Chiesa, al cardinale Tettamanzi non sono casuali».

La sensazione, all’inizio del 2010, è che l’Italia viva un decadimento culturale, di valori, un clima in cui prevalgono l’individualismo e l’aspirazione all’arricchimento.
«Questa è la realtà. Ma dobbiamo reagire al decadimento, non dobbiamo rassegnarci. Viviamo i riflessi del declino del Paese e dei suoi gravi problemi economici e sociali, abbiamo perso il nostro ruolo in Europa e nel contesto internazionale. Nella società cresce l’egoismo, i più ricchi sono tutelati mentre c’è l’abbandono dei più poveri. Parole come solidarietà, diritti, uguaglianza sono vissute come una minaccia da alcuni. Lo avvertiamo anche nel sindacato: c’è il rischio di corporativismo tra chi ha il posto e chi lo perde, tra italiani e immigrati».

Quali rischi vede oggi?
«Mi rammarica e mi fa paura le perdita della memoria. In questi giorni è stato pubblicato un volume che ricorda l’eccidio di otto lavoratori italiani in Francia, nell’Ottocento, quando noi eravamo stranieri. Possibile che ci siamo dimenticati tutto: chi siamo, da dove veniamo, i sacrifici e le lotte dei nostri padri? Ci vorrebbe un soprassalto ideale, morale delle forze politiche, trovare un metodo unitario per guardare in faccia i problemi. Possibile che non si parli più di povertà? Non sono questioni solo del sindacato. L’Italia è davanti a prospettive molto dure: la crisi cambierà l’impresa manifatturiera, sconvolgerà il destino di molte comunità, scompariranno attività e lavori. Stiamo già vedendo la desertificazione industriale del Sud: il distretto del divano, Termini Imerese, Alcoa...».

L’agenda di Berlusconi prevede giustizia, fisco, riforme istituzionali.
«Berlusconi si occupa di molte cose, ma non delle questioni sociali prioritarie. E anche sul fisco vuole fare un po’ di propaganda, alzare il polverone in vista delle elezioni per garantire un certo blocco sociale. Se ne parla e non si fa nulla, se fosse ridotto il peso del fisco su salari e pensioni noi saremmo i primi a condividere. Invece lavoratori e pensionati sono quelli che pagano di più».

Come giudica l’opposizione?
«Il pd è ancora in fase di riorganizzazione, ha evidenti difficoltà. Non sono stati risolti i problemi gravi aperti con la caduta del governo Prodi. C’è una grande debolezza e una profonda divisione, prevale l’attenzione al particolare invece che al generale, continua la frantumazione in gruppi, con un gusto per la divisione sempre più forte. La vicenda delle candidature alle elezioni regionali è la spia di questo malessere»

Bersani?
«Bersani tiene bene il profilo del partito sulle questioni sociali e sulle riforme, ma ci sono troppi sospetti e divisioni anche tra chi gli è vicino. Ha detto parole giuste e coraggiose sull’immigrazione. La democrazia del Paese ha bisogno di un’opposizione forte, decisa, che faccia valere il suo punto di vista. La strada è lunga e difficile».

Nel Lazio si affrontano due donne, cosa ne pensa?
«Se saranno confermate le candidature della Bonino e della Polverini sarà una bella novità, un duello emblematico. Dico subito che ci sono cose che mi dividono da Emma Bonino, ma è una candidata straordinaria, che rappresenta la miglior tradizione del movimento radicale, dei diritti civili, con un forte radicamento in Europa. Potrebbe fare un bel lavoro sulla sanità, la trasparenza, la lotta alla corruzione, nelle politiche ambientali e dell’accoglienza.».

E la Polverini?
«Ha fatto cose importanti in un sindacato che era solo una costola della destra. È una persona capace. Potrei, se mi è consentito, suggerirle di stare attenta a una parte delle sue compagnie perchè c’è chi ha contribuito allo sfascio della sanità nel Lazio, e a qualche figura dell’ultradestra. Attorno alla Polverini vedo già molti pronti ad arraffare quote di potere».

Epifani, lei ha una formazione socialista. Cosa pensa delle polemiche attorno alla figura di Craxi?
«Pensavo che dopo dieci anni si potesse discutere serenamente anche su Craxi. Mi sbagliavo, è ancora troppo presto. Certo mi sorprende che in questo Paese nessuno muova un dito se Brunetta dichiara di voler abolire il primo articolo della Costituzione e invece si scateni un putiferio su un personaggio politico scomparso dieci anni fa».

Allora dica cosa pensa lei di Craxi.
«Craxi è stato un grande leader politico nella storia italiana del Novecento. Ma è stato tante cose: discepolo di Nenni, difensore dell’autonomia socialista, della socialdemocrazia quando erano in pochi a farlo, è stato l’uomo che ha rinsaldato la cultura socialista sul ceppo garibaldino-mazziniano. Ha sempre cercato di liberarsi dal dualismo tra dc e pci, usando tanti mezzi, anche illeciti e spregiudicati, porta pure lui la responsabilità di non aver agito per modificare quel sistema. Mi rimane il dubbio se si sia arricchito personalmente. Craxi è stato un protagonista delle occasioni mancate. Forse nel dialogo a sinistra, col pci, poteva fare di più, ma erano anni difficili, lo scontro era duro. Il mancato incontro tra quelle culture politiche, tuttavia, lo stiamo pagando ancora oggi».
L’Unità, 10 gennaio 2010

Rosarno, l'omelia del parroco don Pino Varrà: "I cristiani aiutano chi sbaglia"

dal nostro inviato DANIELE MASTROGIACOMO
Nel Duomo molti più fedeli del solito e il sacerdote sottolinea che mancano gli immigrati. "Erano come voi, con la pelle più scura, venivano dall'Africa. Non ci sono perché li hanno cacciati". "Se siamo pronti alle violenze nei confronti dei più deboli, allora non veniamo più in chiesa"

ROSARNO - E' domenica, giorno di festa ma anche di preghiera. E di riflessione. La città si sveglia un po' stordita, confusa e incerta. Le violenze dei giorni scorsi, la caccia all'emigrante che è proseguita ancora nella notte hanno lasciato il segno. Nella parte bassa di Rosarno, le ruspe dei vigili del fuoco sono già al lavoro. Smantellano con i loro lunghi bracci dentati le mura fatiscenti di Rognetta, il piccolo campo dove vivevano trecento immigrati africani. Nella parte alta, davanti al palazzo del Comune, spicca il Duomo. Sono le 10 e per la prima volta, dopo tante settimane, la chiesa torna a riempirsi di fedeli. I bambini, a decine, nelle prime file. Gli adulti, molti anziani, dietro. Sulla sinistra c'è ancora il presepe, la grotta, Giuseppe e Maria piegati su Gesù, il bue e l'asino. Sui nastri rossi che l'avvolgono ci sono parole che in queste ore acquistano ancora più valore. Solidarietà, tolleranza, rispetto, pace, uguaglianza.

Don Pino Varrà, parroco di Rosarno, parte da lontano. Afffronta la parabola del Vangelo dedicata al battesimo. La nascita, il riconoscimento ufficiale, l'eguaglianza di tutti i bambini di fronte a Dio. Parla ai più piccoli che gli siedono davanti. Parte da loro per arrivare agli altri. Che lo ascoltano, che intuiscono, che si aspettano qualcosa. Nelle ultime file sostano gli uomini del paese. Molti, in questi giorni, hanno partecipato alle violenze, hanno brandito bastoni e catene. Hanno dato man forte ai blocchi sulla statale per Gioia Tauro. Giù alla vecchia fabbrica di Rognetta e poi più in là, verso l'altro campo dei dannati, all'ex oleificio trasformato in un campo di disperati. Adesso sono qui. Cercano conforto e comprensione.

"Bisogna aiutare i fratelli che sbagliano", spiega il sacerdote. "E in questi giorni che stiamo vivendo qualcuno ha sbagliato. Ma questo non ci autorizza a colpirlo, a inseguirlo, a ucciderlo, a cacciarlo. Ci obbliga a capire, a fermarci. Per non sbagliare più. Questo dobbiamo fare se vogliamo essere dei cristiani". Il parroco lascia l'altare, scende tra la gente. Parla a braccio, stringe con le mani il microfono. "Se ho un fratello in famiglia non posso picchiarlo o cacciarlo di casa perché ha rotto un vaso. Devo andargli incontro, sostenerlo, capire cosa è accaduto". Allarga le braccia, sorride: "Vedo finalmente questa chiesa piena, sono contento che moltissimi tra voi sono tornati. Ma vedo anche che manca qualcuno". Don Pino sospira, si rivolge ai bambini. "Lo vedete anche voi. Non c'è John. Vi ricordate di lui? Veniva ogni domenica". I bambini annuiscono. I genitori, dietro, restano in silenzio. Tesi e consapevoli. "Mancano anche Christian, Luarent. E Didou, il piccolo Didou. Mancano i suoi genitori. Erano come voi, con la pelle più scura, venivano dall'Africa. Non ci sono perché li hanno cacciati".

E' il culmine dell'omelia. E' il momento dell'appello. E del rimprovero: "Mi rivolgo ai più grandi, ai genitori. Perché loro hanno un ruolo importante, formativo. A voi dico: non vi fate trascinare verso ragionamenti e reazioni che non sono da cristiani. E' facile dire: abbiamo ragione noi. Quando siete nati, Dio è stato chiaro: questo è mio figlio. Lo siamo tutti. Tutti abbiamo diritto alla vita, una vita dignitosa, che non ci umili. Anche quelli di un altro colore, anche quelli che sbagliano sempre. Se vogliamo essere cristiani noi non possiamo avere sentimenti di odio e di disprezzo".

Il parroco adesso è al centro della navata. Si rivolge al suo gregge che appare ancora più smarrito. Alza la voce, come un tuono: "Possiamo anche dire che abbiamo sbagliato. Che i miei fratelli, bianchi e neri hanno sbagliato. Ma lo dobbiamo dire sempre. Non solo quando qualcuno ci sfascia la macchina. Lo dobbiamo sostenere con forza anche quando altri fanno delle cose ancora più gravi. Cose terribili. Dobbiamo avere il coraggio di gridare e denunciare". Il sacerdote indica il presepe: "Non avrebbe senso aver allestito questa opera. Non avrebbe senso festeggiare il Natale. Meglio distruggerlo e metterlo sotto i piedi. Dobbiamo celebrarlo convinti dei valori che lo rappresentano. Perché crediamo nella misericordia e nella solidarietà. Se invece non abbiamo la forza di ribbellarci ai soprusi e alle ingiustizie e siamo pronti alle violenze nei confronti dei più deboli, allora non veniamo più in chiesa. Dio saprà giudicare. Saprà chi sono i suoi figli".

Il Duomo è avvolto da un silenzio pesante. Molti muovono nervosi le gambe. Don Pino è stato chiarissimo. Ha colpito nel segno. E' riuscito a scavare nell'animo della Rosarno ferita e confusa. "Non mi ero preparato alcuna omelia. Ho detto queste cose perché le sentivo. Perché mi sono state suggerite. Non da qualcuno tra voi. Ma da Dio. Potrò sembrarvi presuntuoso. Ma Dio, che ha assistito alle violenze di questi giorni, mi ha chiesto di dirle ai suoi figli. Figli come voi. Figli che hanno sbagliato e che vanno aiutati a non sbagliare più".
La Repubblica, 10 gennaio 2010

sabato 9 gennaio 2010

La vita infame dei «neri» nella terra dei caporali

di Marco Rovelli
La rivolta di Rosarno non desta alcuna sorpresa. È una conseguenza naturale entro una catena di eventi. Una presa di parola di esseri muti e invisibili, naturale e giusta. I braccianti in rivolta a Rosarno sono i soggetti più sfruttati, vero e proprio sottoproletariato moderno, e si rivoltano contro condizioni di vita intollerabili e vessazioni continue – e quando la rabbia esplode, allora non c'è più spazio per la gentilezza.
Occorrerebbe pensarci prima: ma nessuno ha voluto vedere, anche se tutto era già evidente. Sono stato a Rosarno tre anni fa, avevo parlato con molti di quei braccianti, ero entrato nei luoghi dove dormono – se si può dire “entrare” in relazione a capannoni semi-diroccati e con coperture precarie. Mi raccontarono di italiani che entravano nel piazzale della vecchia cartiera di via Spinoza a pistole spianate, e sparavano colpi in aria o ad altezza d'uomo. Racconti di brccianti africani rapinati dei loro pochi averi, o lasciati come morti sui bordi della strada, aggressioni diurne e notturne, sia in paese che fuori. «Noi rispettiamo gli italiani ma loro ci trattano come animali», dice uno di loro in un video che si trova su youtube, girato in quella cartiera, spettrale terra desolata, all'indomani dell'incendio della scorsa estate. Anni di vessazioni finalizzate a tenerli al loro posto – che poi è il posto dei servi. Si trattava, dunque, di vedere quale sarebbe stata la scintilla nella polveriera. E la scintilla è arrivata. Nei braccianti della piana di Gioia Tauro mi si è reso visibile, incarnato, il doppio ruolo del migrante: da una parte macchina produttiva sfruttabile in quanto ricattabile (e la maggior parte di loro sono clandestini, dunque l'apice della ricattabilità), dall'altra capro espiatorio da perseguitare, su cui scaricare le tensioni irrisolte della società. A Rosarno i braccianti subsahariani sono l'ultimo anello di una catena di sfruttamento, che su di loro si riversa. 25 euro a giornata, con 5 euro da dare al caporale: è così anche per esteuropei e maghrebini, ma i subsahariani sono quelli – per la loro nerezza – meno voluti, quindi sono i primi a soffrire la crisi e fanno più fatica a trovare il lavoro a giornata. Braccia macchinali senza diritti né identità, che all'ennesimo sparo decidono di prendersi le strade, e uscire dal margine – con la furia di chi deve vivere nascosto e ha sempre gli occhi bassi e la schiena china sulla terra. Senza di loro, arance e mandarini marcirebbero sulle terre di piccoli agricoltori e latifondisti, devastando una terra già devastata dal dominio criminale. A Rosarno ci sono una ventina di 'ndrine, è cosa nota, com'è noto che la famiglia Pesce, la cosca più potente, ha pagato l'impianto di condizionamento della chiesa parrocchiale. Le cosche si sono arricchite col traffico di droga e armi, hanno reinvestito in attività immobiliari e finanza, e sono diventate i nuovi baroni, comprando terre a prezzi imposti grazie alla forza e alle minacce, e gestendo il mercato degli agrumi. Questo predominio ha determinato una crisi economica generalizzata sul territorio, e perciò si rende necessaria una manodopera servile e sottopagata come quella dei braccianti africani. Come il liberiano Michael, che avevo incontrato anche nelle campagne foggiane: sì, perché la grande maggioranza di questi ragazzi africani non risiede a Rosarno, ma dimora lì solo per il tempo della raccolta. Per il resto, si muove nel circuito degli stagionali, e dunque i pomodori in Puglia, le patate in Sicilia, e la base in Campania (dove Castelvolturno è la capitale residenziale, per così dire). Alcuni cittadini di Rosarno dicono che non vogliono più immigrati, adesso. Non si interrogano però su quello che gli immigrati hanno fatto servilmente per l'economia della loro zona in tutti questi anni, che si è sostenuta sulle loro spalle, le loro schiene, le loro braccia, la loro miseria. (Del resto ce ne serviamo tutti di quel sudore, visto che il prezzo basso delle arance che compriamoè dovuto proprio alla manodopera servile). E viene da chiedersi come mai quei rosarnesi non alzino invece la voce contro la 'ndrangheta, e non dicano che è la 'ndrangheta la rovina della loro terra, e che è la 'ndrangheta a dover sparire. Sono vittime anche loro, certo: ma allora perché prendersela con altre vittime ancora più vittime? Ecco, forse dovrebbero prendere esempio proprio dai braccianti immigrati, che – come a Castelvolturno - hanno avuto il coraggio di scendere in strada e far sentire a tutti che non ci stanno a subire ancora.
L’Unità, 09 gennaio 2010

Paolo Beni e Filippo Miraglia (Arci): "In Calabria clandestino è lo Stato"

La dichiarazione di Paolo Beni, presidente nazionale Arci e Filippo Miraglia, responsabile immigrazione:
«Quello che è successo e sta accadendo a Rosarno in queste ore desta una grande preoccupazione. Bisogna adoperarsi perché la prevedibile ribellione di centinaia di esseri umani costretti a vivere nel degrado più estremo e a lavorare in condizioni di schiavitù non degeneri in atti di violenza che mettano a rischio l’incolumità fisica degli immigrati e degli abitanti di Rosarno. Le autorità locali e nazionali, le organizzazioni che lavorano a fianco dei migranti devono intervenire innanzitutto per riportare la calma, ripristinando le condizioni per l’apertura di un confronto con e tra tutti coloro che nella cittadina vivono, italiani e stranieri. Il ministro Maroni ha dichiarato che quanto è successo è frutto dell’eccessivo lassismo verso i clandestini. Noi pensiamo che clandestino in quella regione sia lo Stato, che ha consegnato lì, come in tante altre parti d’Italia, il territorio alle mafie, lasciando sole le comunità locali. Le mafie impongono così le loro regole, lucrando sulla pelle di lavoratori che le scelte di questo governo hanno privato dei più elementari diritti umani e civili. Migliaia di “non persone”, esposte all’arbitrio, alla violenza razzista, alla discriminazione sancita per legge, a brutali intimidazioni come quella di ieri.
La legge Bossi-Fini e poi il Pacchetto sicurezza, impedendo gli ingressi regolari, si stanno dimostrando i migliori alleati degli interessi della criminalità organizzata, che controlla il traffico di esseri umani, dispone di una quantità di manodopera in nero, senza tutele, costretta all’irregolarità e dunque impossibilitata a denunciare gli aguzzini. Il governo fa finta di non vedere, non stanzia risorse per politiche di integrazione e intanto nell’Italia del G8 c’è chi vive in ghetti degradati, espropriato della sua dignità. E’ necessario che finalmente le istituzioni ai vari livelli intervengano, intanto con misure che permettano di risolvere subito l’emergenza abitativa, garantendo condizioni di vita dignitose. Il governo deve impegnarsi perché vengano concessi permessi di soggiorno per motivi umanitari. Sarebbe davvero inaccettabile se l’esito di quel che è successo fosse una deportazione di massa di quanti non sono in regola col permesso di soggiorno. Bisogna poi pianificare un intervento sul territorio in grado di ricostruire le condizioni di una pacifica convivenza, prevedendo percorsi di integrazione anche individualizzati che mettano queste persone nelle condizioni di costruirsi un futuro dignitoso nel nostro paese».

venerdì 8 gennaio 2010

Fiat, mercoledì sciopero e corteo, l'ha deciso il consiglio di fabbrica. Scajola apre alla cordata siciliana

Gli operai della Fiat di Termini Imerese sciopereranno mercoledì prossimo. La decisione è stata presa dal consiglio di fabbrica. Prevista, nello stesso giorno, una manifestazione a Palermo, davanti Palazzo dei Normanni, sede dell'Assemblea regionale. La mobilitazione è stata organizzata per sollecitare la Regione a intervenire con «provvedimenti concreti» in difesa dello stabilimento del Palermitano, dove in base al piano del Lingotto a partire dal 2012 si fermerà la produzione delle auto. Durante il consiglio di fabbrica si è discusso anche di sostegno al reddito per i lavoratori metalmeccanici, i cui salari risentono dei lunghi periodi di cassa integrazione e degli scioperi. L'ipotesi è quella di creare un apposito conto corrente in cui far confluire le integrazioni ai salari. Lunedì, infine, è in programma l'assemblea dei dipendenti Fiat. Di Pietro. «Se la Fiat intende disimpegnarsi da Termini Imerese, venda impianti, terreni e autorizzazioni dello stabilimento alla Regione siciliana al prezzo simbolico di un euro affinché la pubblica amministrazione promuova una gara internazionale per cedere il pacchetto a un grande produttore automobilistico straniero». È la proposta di Italia dei valori, illustrata questa mattina a Palermo dal leader del partito assieme a Maurizio Zipponi, responsabile lavoro di Idv. «Non è una proposta campata in aria, né una provocazione politica - dice Di Pietro - Sappiamo che c'è un grosso produttore internazionale interessato e abbiamo il concreto timore che ci sia un'operazione di speculazione finanziaria di quell'area industriale da parte di qualche pseudo imprenditore del nord, che si ritroverebbe ad avere valore aggiunto da un'area acquistata con quattro soli. Non possiamo accettare - aggiunge - che la Fiat continui a prendere finanziamenti buttando nel cesso quello che non le serve più e mandando nella discarica migliaia di posti di lavoro. Il Lingotto lasci fare ad altri quello che non vuole fare più a Termini Imerese. Presenteremo la nostra proposta lunedì alla presidenza del Consiglio dei ministri». Scajola. «La notizia dell'esistenza di una cordata per Termini Imerese è interessante». Lo ha dichiarato il ministro dello Sviluppo economico Claudio Scajola al quotidiano "Mf-Milano finanza" sottolineando che è «ovviamente da verificare e approfondire». Il riferimento è alla cordata guidata da Simone Cimino, imprenditore milanese di origine siciliana, gestore e presidente del fondo di private equity Cape che vorrebbe riconvertire l'impianto alla produzione di auto a propulsione ecologica. Dice il ministro: «Il fatto che sorgano cordate di imprenditori disposte a impegnarsi in progetti seri di produzione di veicoli ecologici mi sembra un segnale positivo». Scajola spiega che il tavolo su Termini Imerese con azienda, sindacati e Regione siciliana deciso nella riunione di Palazzo Chigi del 22 dicembre sarà «la sede per cominciare a valutare questo ed eventuali altri progetti». Nel ricordare che «il governo e la Regione siciliana hanno già destinato circa 400 milioni all'infrastrutturazione e al sostegno della ristrutturazione di Termini Imerese», Scajola precisa poi che «sono risorse disponibili per sostenere il progetto o i progetti destinati al mantenimento e al rilancio del polo industriale siciliano».
(La Repubblica, 08 gennaio 2010)

mercoledì 6 gennaio 2010

Qualche riflessione sul passato, sul presente e sul futuro del nostro territorio...

di DINO PATERNOSTRO
Sono stati oltre 160 mila gli accessi a Città Nuove nel 2009. Un numero di contatti ragguardevole per un sito “fatto in casa”, in autonomia, con mezzi poveri e senza “sponsor”. I lettori ci hanno seguito (e speriamo che continuino a farlo sempre di più) perché ci sforziamo di informare e di esprimere con onestà intellettuale un nostro punto di vista su quello che accade (o non accade) in un lembo di terra difficile come quella di Corleone e della zona. I “riflettori” accesi sulla nostra terra ci hanno aiutato e ci aiutano a non “smarrire” la rotta, ci danno più coraggio nell’informare e più forza nel portare avanti la lotta per la legalità e lo sviluppo democratico. Ci consentono di resistere, nonostante tutto.
Nonostante la nuova sequenza di querele per diffamazione intentateci da Lucia Riina e Vincenzo Bellomo, figlia e genero di “don” Totò Riina, e da Carmelo Gariffo, primo cugino e omonimo del nipote prediletto di “don” Binnu Provenzano. Una volta ci querelavano i politici, adesso pare che ci sia un cambio di strategia. Ma un fatto è certo: a Corleone e in Sicilia ormai non si può più tornare indietro. Questo dovrebbero saperlo bene i “querelanti”.I giovani e la società civile hanno imparato che “mafia è brutto” e non perdono occasione per gridarlo. Le cooperative sociali che gestiscono i terreni confiscati alla mafia ormai costituiscono un esempio concreto e visibile di come “l’antimafia conviene”, di come è possibile avere lavoro e prodotti “puliti” anche in una terra dove fino a pochi anni fa scorazzavano indisturbati boss mafiosi di prima grandezza. Si consolida di anno in anno il nostro “ponte ideale” con la Toscana e con altre regioni d’Italia. I campi di lavoro antimafia vedono ogni anno (e ormai da 5 anni!) centinaia di ragazze e ragazzi impegnati nel coltivare i terreni confiscati alla mafia, al fianco dei soci lavoratori a Corleone, a S. Giuseppe, a Canicattì. Non è solo solidarietà, ma condivisione, consapevolezza che la lotta alla mafia è una lotta che riguarda tutti gli italiani e non solo quelli che abitano in Sicilia, in Calabria, in Campania o in Puglia.
Questo impegno a fianco dell’antimafia sociale è condiviso da tante amministrazioni comunali, a cominciare da quella di Corleone. Se Nino Iannazzo e la sua giunta riuscissero a superare la schizofrenia che li vede impegnati da un lato al fianco delle cooperative antimafia nella pratica di percorsi di legalità e dall’altro al fianco della peggiore politica nella pratica di clientelismo selvaggio dall’altra, allora a Corleone potrebbe affermarsi una nuova classe dirigente, capace di guardare agli interessi generali e non al proprio interesse personale o di gruppo.
Per crescere e fare il salto di qualità, Corleone ha bisogno di sviluppo vero, di sviluppo nella legalità, di lavoro duraturo e “pulito”. E quindi dovrebbe trovare il modo di attivare il caseificio di contrada “Noce” e il mercato ortofrutticolo di contrada “Santa Lucia”. Dovrebbe fare in modo che decolli la grande viabilità, attraverso una “bretella” di collegamento con la “veloce” Palermo-Sciacca e il completamento dell’ammodernmento della SS 118 nel tratto Corleone-Marineo-Bolognetta. Dovrebbe battersi per servizi sociali di qualità, per servizi sanitari diffusi nel territorio, contrastando con forza (e senza “furbizie” da vecchia politica) ogni tentativo di ridimensionamento del Presidio Ospedaliero “Dei Bianchi”. Come, purtroppo, sta avvenendo con la soppressione della “Ginecologia” e con l’Ostetricia trasformata in solo “Punto Nascite”. Per fare ciò è necessario costruire una larga unità d’intenti tra le forze vive del territorio. Solo così si costruirà futuro. Vogliamo provarci?

La Cgil: "Ma la nuova rifunzionalizzazione della rete Ospedaliera riuscirà a garantire il diritto alla salute dei cittadini del Corleonese?"

Pubblichiamo la lettera che la segreteria aziendale del Presidio Ospedaliero "Dei Bianchi" di Corleone ha inviato al Direttore Generale e al Direttore Sanitario dell'ASP di Palermo, all’Assessore Regionale alla Sanità, al Presidente della Conferenza dei Sindaci della provincia di Palermo e al Direttore Sanitario del Distretto Ospedialiero 1 di Partinico.
"La CGIL e i Lavoratori del presidio Ospedaliero “Dei Bianchi” di Corleone si sono riuniti in Assemblea per esaminare congiuntamente la proposta approvata con deliberazione della Direzione Generale n. 166 del 18/12/2009 sul riordino, la rifunzionalizzazione e la riconversione della rete ospedaliera dell’Azienda Provinciale di Palermo e le condizioni in cui versano i servizi del Presidio Ospedaliero. Preliminarmente, hanno rilevato con piacere che è stata accolta la proposta, avanzata il 10 settembre 2009, di contestualità tra la chiusura della Geriatria e l’apertura della Lungodegenza, Medicina Riabilitativa ed RSA. Esprimono una valutazione positiva sull’istituzione dei servizi di Oculistica ed Oncologia medica e per la possibilità di attivazione di consulenze con equipe mediche specialistiche presenti negli ospedali della città di Palermo.

A) A fronte di ciò, dall’assemblea è emersa però una forte preoccupazione per la previsione della chiusura dell’U.O.C. di Ostetricia e Ginecologia e del mantenimento a Corleone del solo Punto Nascita. Infatti, in un prossimo futuro, per la cronica carenza di personale medico e considerato che lo stesso dovrà assicurare la guardia attiva per 24 ore a Partinico e per 12 ore a Corleone (non si capisce perché questa differenza di trattamento!), anche il Punto Nascita potrà rischiare la chiusura, come incredibilmente e nel silenzio di tutti è stato già deciso e deliberato per la Ginecologia.
B) Al riguardo si chiede il mantenimento dell’U.O.C. di Ostetricia e Ginecologia (e comunque la possibilità concreta che a Corleone si possa continuare a nascere e a curare le patologie ginecologiche!), considerato anche la viabilità e le distanze con gli altri Presidi Ospedalieri in atto attivi nel territorio di Palermo e provincia, e che il P.O. di Corleone in atto è l’unico Presidio Ospedaliero rimasto attivo lungo la direttrice Palermo-Agrigento. Questa richiesta è motivata anche dai dati statistici relativi ai parti registrati nel P.O. di Corleone (circa 250), che si equivalgono con quelli registrati presso il P.O. di Partinico, nonostante quest’ultimo abbia un potenziale bacino d’utenza notevolmente superiore.
B) Contestualmente alla sopraccitata richiesta risulta necessario il mantenimento dell’U.O.S. di Pediatria con l’attuale dotazione di posti letto, ancora non attivi per carenza di personale medico ed infermieristico,
di cui si chiede il reperimento.
C) Per l’U.O.C di Geriatria mantenerla provvisoriamente al fine di valutare successivamente l’appropriatezza dei ricoveri, fatto salvo comunque la permanenza dell’U.O. C. di Geriatria fino all’attivazione del modulo (20 posti) di RSA, del sottomodulo (16 posti) di Medicina fisica e Riabilitativa,del sottomodulo (16 posti) di Lungodegenza.
D) La ricollocazione tra le U.O.C. dei servizi di Anestesia, Patologia Clinica, Farmacia e Radiologia, e, per dare pari dignità ai Presidi Ospedialieri all’interno del Distretto Ospedaliero n.1 (Partinico-Corleone-Palazzo Adriano) il mantenimento di almeno due di esse nel P.O. di Corleone.
E) La Cgil e i lavoratori del P.O. chiedono, inoltre, il funzionamento della TAC G. E. multi-slide sempre e non a singhiozzo sia per gli utenti interni sia per quelli esterni, offrendo così un nuovo servizio al bacino del Corleonese.
F) Sottolineano che l’Eco-cardio non funziona da circa 11 mesi, a causa di un guasto della sonda, il gastroscopio e il coloscopio sono guasti da circa un anno e mezzo, l’intensificatore di brillanza è guasto da 2 anni.
G) Permane una notevole carenza di personale Medico in tutti i servizi e nelle U.O., una carenza di Autisti delle Ambulanze, costretti ad eseguire una turnazione che non consente un recupero psico-fisico adeguato con alto rischio dell’operatore e del Paziente trasportato. Al riguardo, si chiede il reperimento del personale necessario.
H) La Cgil e i lavoratori chiedono, infine, la realizzazione di tutte le opere cantierabili con progetto esecutivo, relative alla ristrutturazione e al completamento dell'Ospedale dei Bianchi di Corleone, compresa la nuova ala struttura rimasta incompleta, dove si prevede di realizzare il Pronto Soccorso e la gestione dell'Emergenza.
Il segretario CGIL Comparto del P.O.
(Leoluca Cuppuleri)
NELLA FOTO: il direttore generale dell'ASP di Palermo, Salvatore Cirignotta.

martedì 5 gennaio 2010

Colajanni denuncia: “Paura di restare soli”

di Gianni Parlatore
Dopo gli ultimi episodi di cronaca legati ad intimidazioni, minacce ed incendi dolosi, da più parti si torna a parlare di recrudescenza del fenomeno estorsivo. Gli uomini del “pizzo” sono tornati a colpire con continuità ed in maniera diffusa, non limitandosi più alla sola colla nei lucchetti:
a Palermo e a Gela due attività commerciali sono state devastate dalle fiamme, mentre a Porto Empedocle si è addirittura sparato contro la saracinesca di un bar. Secondo i magistrati antimafia di Palermo sono ancora, invece, pochi i commercianti e gli imprenditori che denunciano, preferendo, per paura o per sfiducia, pagare piuttosto che collaborare con le istituzioni. Di questo ed altro Livesicilia ha parlato con Enrico Colajanni, presidente di Libero futuro e storico promotore dell’associazione “Addiopizzo”, impegnata da sempre nella lotta al racket dell’estorsione.
Colajanni, il nuovo anno è iniziato così come era finito quello precedente: incendi, intimidazioni e, secondo i magistrati della procura palermitana, ancora poche denunce e tanta paura….“Questa è l’interpretazione più pessimista, rispetto alla quale non siamo del tutto d’accordo. E’, però, innegabile che ci sia una certa resistenza ed una scarsa disponibilità a collaborare in parte per timore, in parte per sfiducia nelle istituzioni. Gli imprenditori hanno paura di restare soli. Registriamo una diffusa tendenza a non pagare e non denunciare, ma anche la non-denuncia è un atto di debolezza. Finché ci sarà un imprenditore che non denuncia ci sarà un mafioso che impone il “pizzo” o che incendia e minaccia”.
Sembra proprio che in concomitanza del periodo festivo vi sia stata un’impennata degli episodi relativi al fenomeno estorsivo, con attentati e pressioni in varie parti della Sicilia. Quali sono le sue riflessioni a tal proposito?“Sicuramente durante le festività natalizie abbiamo registrato numerosi eventi di questo tipo, segno della forte presenza della mafia sul territorio in risposta soprattutto agli ultimi arresti. L’organizzazione mafiosa ha messo in piedi una sorta di marketing pressante volto a far sentire la presenza forte sull’economia della nostra regione”.
A Brancaccio, tra le zone della città più esposte alla morsa del “pizzo” e quartiere dove avete svolto negli anni passati numerose manifestazioni ed attività anti-racket, la situazione è cambiata?“In questo quartiere la situazione è assai critica, estrema. Gli imprenditori che denunciano si contano sulle dita di una mano, tuttavia speriamo in un allentamento delle pressioni e delle richieste ed in una presa di coragilia, gio dei soggetti economici. Non bastano poche denunce, servono delle vere e proprie denunce collettive”.
Addiopizzo e Libero futuro, nonostante le difficoltà e qualche indifferenza, continuano la loro battaglia contro il racket delle estorsioni: quali sono, in tal senso, le prossime iniziative in cantiere?“Organizzeremo un’azione massicccia, con iniziative in particolare in alcune zone della città, da San Lorenzo a Strasburgo e corso Calatafimi, tanto per citarne alcune, e rinnoveremo gli appelli a denunciare ed a fidarsi delle istituzioni che già in passato abbiamo lanciato”.
Livesicilia, 4 gennaio 2010

domenica 3 gennaio 2010

Lombardo punta sul Partito democratico. "All'Ars, grazie a loro avremo sessanta voti"

di Massimo Lorello
PALERMO - Raffaele Lombardo scommette sul Pd. Confida, il governatore, nel supporto che all'Assemblea regionale dovrebbe ricevere dai deputati democratici.
«Abbiamo fiducia nel Pd - dice Lombardo - Possiamo contare sulla sua disponibilità perché è alla base di questo governo. Così, una volta per tutte, smentiamo la storia dei numeri insufficienti. In aula non saremo trenta ma circa sessanta, considerando i deputati del Partito democratico».Come si svilupperà concretamente il rapporto con i democratici? Lombardo spiega: «Quando il governo regionale elaborerà un disegno di legge si preoccuperà di trovare preliminarmente, assieme al Pd, un punto di sintesi». Poi però aggiunge: «Mi prefiggo di incontrare anche gli altri capigruppo e i singoli deputati che vogliono partecipare alle riforme». Insomma, priorità al Pd ma chi vuole collaborare si accomodi pure. Certo è difficile pensare a un aiuto del Pdl lealista (cioè l'area Alfano-Schifani) o dell'Udc usciti entrambi dal governo dopo avere fatto parte della maggioranza che ha portato Lombardo a Palazzo d'Orleans.Di questi cambiamenti in corso d'opera ha parlato nell'omelia di Capodanno, il vescovo di Palermo Paolo Romeo. E non lo ha fatto certo per complimentarsi con Lombardo, criticato pure a proposito della vertenza Fiat di Termini Imerese. Il governatore ribatte. «Sulla Fiat, sappia monsignor Romeo che è l´azienda torinese a permettersi di dribblare il ministro delle Attività produttive. Quanto all´amministrazione siciliana sappia che non c´è stato alcun ribaltone. Anzi, abbiamo fatto sì che il Pdl si comportasse con coerenza tra aula e giunta. Come non ricordare il documento di programmazione economica e finanziaria approvato dagli assessori lealisti e bocciato dai deputati della stessa area?».Sulle riforme, dopo aver promesso che la riorganizzazione della burocrazia regionale, già diventata legge, verrà completata nel minor tempo possibile, Lombardo detta le linee guida del nuovo piano rifiuti: «Punteremo sulla raccolta differenziata. Quello che resterà dell'immondizia dopo tutti i cicli di trattamento potrà essere bruciato. Come fare ce lo dirà la commissione che abbiamo costituto per occuparsi del problema e che ha appena ultimato la sua relazione. Io brucerei il minimo indispensabile, evitando di costruire un grande termovalorizzatore. Meglio alcuni piccoli impianti. Quanti? Lo stabiliremo con tutti coloro che avranno un ruolo nella riforma. Elaborato il disegno di legge, mi aspetto un dibattito aperto e approfondito all´Ars con le correzioni e le integrazioni che l´assemblea riterrà opportune».Infine i nuovi assessori: «Ogni componente del nuovo governo - dice Lombardo - rappresenta se stesso e la sua competenza. Non ci sono differenze, da questo punto di vista, tra i sei assessori tecnici e i sei politici. E sulle deleghe non ci sono stati malumori».
(La Repubblica, 03 gennaio 2010)

sabato 2 gennaio 2010

Intervista a Giuseppe Lupo, segretario regionale del Pd in Sicilia:«Non avalleremo galleggiamenti: senza fatti concreti la nostra linea sarà rivista»

di Lillo Miceli
Palermo. «Abbiamo accettato la scommessa di sostenere un governo delle riforme, ma non avalleremo alcun galleggiamento. Se non ci saranno fatti concreti, la nostra posizione sarà rivista».
Per il segretario regionale del Pd, Giuseppe Lupo, non possono esserci tentennamenti: «I siciliani chiedono alla politica di affrontare l'emergenza economica e sociale della nostra regione. A questa richiesta il Partito democratico vuole dare risposta e per questo ha deciso di impegnarsi per realizzare alcune riforme legislative».Però la nomina degli assessori Mario Centorrino e Massimo Russo viene interpretata come un coinvolgimento politico del Pd nel "Lombardo ter".«Il Partito democratico non ha propri rappresentanti nella giunta di governo e voterà soltanto le leggi che condividerà nell'interesse della Sicilia, esercitando un ruolo propositivo ma anche critico e opponendosi alle scelte non condivisibili del governo Lombardo». Non pensa che tra la decisione di appoggiare il governo Lombardo sulle riforme e la linea di opposizione dura uscita dal congresso regionale, solo un mese e mezzo fa, vi sia un abisso?«Rispetto al congresso, la situazione politica in Sicilia è cambiata notevolmente. C'è stato il naufragio del secondo governo Lombardo con la spaccatura definitiva del Pdl, che non ha votato il Dpef; non c'è stato alcun intervento da parte di Berlusconi. Durante la crisi ho consultato sindacati e forze sociali: tutti si sono dichiarati contrari ad elezioni anticipate, sollecitando invece le necessarie riforme».Non teme che queste sacrosante riforme possano trasformarsi nella classica foglia di fico? Il 31 marzo, come lei ben sa, scade l'esercizio provvisorio e bisognerà approvare il Bilancio 2010 che, per definizione, è l'atto più importante e qualificante, politicamente, di un governo. «Dipende dal tipo di Bilancio che ci sarà proposto. Certamente, non potremmo votare un bilancio politico di centrodestra, ma dovremmo valutare se votare un bilancio necessario per realizzare le riforme. La decisione spetta comunque agli organi di partito. In ogni caso, prima dell'avvio della discussione del Bilancio va fatta una verifica sui primi due mesi di attività del nuovo governo sul piano delle riforme. Ci sono disegni di legge come quello sul "Piano casa" o la riforma della burocrazia che sono a costo zero e sui quali le commissioni parlamentari possono lavorare per mandarli in Aula. Si può approvare un Bilancio snello, per le spese necessarie. Per i provvedimenti che prevedono spesa si potrà ricorrere, successivamente, a leggi di settore».Il presidente della Regione ha anticipato che con il Bilancio intende creare un fondo di 20 milioni di euro da destinare alle emergenze sociali.«Noi ovviamente non possiamo che condividere il progetto, purché venga regolamentato per legge, come in Toscana, e non per via amministrativa e discrezionale».Finora, hanno tenuto banco le polemiche politiche. Non sembra vi sia già un programma prestabilito di lavoro.«In effetti, in questi giorni si è parlato troppo di assetti di governo ma poco delle cose da fare. Tra i temi da affrontare con urgenza vi sono certamente quelli dello sviluppo e del lavoro. Per questo ho detto al presidente Lombardo che vogliamo che si approvi quanto prima una legge sul credito d'imposta per l'occupazione, per incentivare le assunzioni, riconoscendo un bonus fiscale alle imprese che assumono. Una previsione normativa introdotta dal governo Prodi per il Sud e alla quale il governo Berlusconi ha azzerato i fondi. Ho anche detto al presidente della Regione che vogliamo una legge per realizzare almeno una zona frana urbana nelle aree più sottosviluppate di ogni provincia, dove le imprese che investono e assumono non dovrebbero pagare imposte per un certo numero di anni. E' una proposta concreta di fiscalità di vantaggio che, grazie all'autonomia statutaria della Sicilia, possiamo realizzare con l'autorizzazione dell'Unione Europea. Respingeremmo così la scelta del governo nazionale di depotenziare le zone franche urbane volute dall'ultimo governo Prodi. Provvedimenti come credito d'imposta per l'occupazione e zone franche urbane di esenzione fiscale, assieme al credito d'imposta per gli investimenti e all'utilizzo dei fondi europei e per le aree sottoutilizzate, sono misure che possono contrastare la terribile crisi economica ed occupazionale che colpisce tutti i settori produttivi della Sicilia».Ma ci sono anche emergenze come quella dei rifiuti e dell'occupazione.«E' urgente intervenire sul riordino del sistema di smaltimento dei rifiuti. Noi pensiamo che bisogna investire sulla raccolta differenziata e limitare al massimo l'impatto ambientale dei termovalorizzatori che fossero strettamente necessari. Bisogna agire anche sui settori dell'acqua e dell'energia. Il "Piano casa" può essere approvato rapidamente per rispondere alle attese dei cittadini e per sostenere lo sviluppo e il lavoro nell'edilizia. Altro grande tema è la formazione professionale, che ha bisogno della riforma ma anche di interventi urgenti. Penso che la prima cosa da fare, per il nuovo anno, è obbligare gli Enti di formazione ad attingere dalle graduatorie dei lavoratori "precari" della scuola, vittime della riforma Gelmini, perché possano lavorare nei corsi dell'obbligo formativo».Qual è il tempo massimo per valutare se ne è valsa la pena appoggiare il "Lombardo ter", rischiando anche di provocare una insanabile fratture nel Pd?«Il rischio che stiamo correndo è alto. La gente non capisce, anche a causa delle strumentalizzazioni. Se a giugno dovessimo accorgerci che siamo ancora nel pantano…».
La Sicilia, 2.1.2010
NELLA FOTO: Giuseppe Lupo

venerdì 1 gennaio 2010

Palermo. Auguri in tv dai consiglieri comunali: lo spot costa mille euro al minuto

di Sara Scarafia
PALERMO - Uno spot di 15 minuti per augurare buon anno ai palermitani. Protagonisti i 50 consiglieri di Sala delle Lapidi. Costo 15 mila euro, mille euro a minuto.
Al Comune, si sa, è tempo di vacche magre. Ma nonostante la crisi tre sere fa la giunta comunale ha approvato una delibera da 15 mila euro per finanziare il progetto "La speranza non si spera, si organizza". A proporlo Francesco Panasci, direttore e conduttore del format televisivo, trasmesso sulle reti locali, "I Vespri". Una trasmissione che ha più volte accolto i consiglieri comunali e che l´Ufficio di staff del Consiglio comunale ha deciso di "premiare" per l´ospitalità. Ma a che serve lo spot? «Ad annunciare ai palermitani - si legge nel progetto - un unico e inequivoco messaggio di pace». Ai consiglieri, «di tutti i gruppi» precisa Panasci, sarà chiesto di fare un augurio ai cittadini per il 2010. La spesa, secondo il ragioniere generale che lo ha messo nero su bianco nella delibera, non è «congrua»: 15 mila euro, per un messaggio di 15 minuti che verrà trasmesso sulle reti che ospitano "I Vespri", sono troppi. Ma la delibera, più di tutti, farà infuriare il sindaco Diego Cammarata che aveva giurato eterna guerra alla trasmissione: come perdonare a Panasci l´intervista di un paio di mesi fa al deputato Franco Mineo, fedelissimo di Micciché, che lo attaccava a tutto campo? La delibera è arrivata in giunta "scortata" dal presidente del Consiglio comunale Alberto Campagna che ha partecipato ai lavori per assicurarsi che andasse a buon fine l´atto che autorizzava la spesa di 55 mila euro per il concerto del primo gennaio a piazza Politeama. Campagna non era solo: in giunta, la guidava l´assessore Francesca Grisafi in assenza del vicesindaco Francesco Scoma, anche il consigliere Pdl Giuseppe Milazzo e il funzionario dei Grandi Eventi Gaspere Simeti. Gli "ospiti" hanno scatenato le polemiche tra gli assessori: in molti, una volta rimasti soli, si sono lamentati delle presenze indiscrete. La giunta ha approvato la delibera del concerto di Capodanno di ieri sera, voluto da Scoma: un atto da 140 mila euro, finanziato con i fondi dell´ufficio di staff del Consiglio comunale, che ha però il parere negativo del ragioniere generale Paolo Basile: «Il capitolo scelto non è pertinente», scrive Basile. Ma ecco il dettaglio delle spese presentate da Agave srl, la società che cura la serata: il cachet di tutti gli artisti, da Daniele Magro a Massimo Minutella, è di 38 mila euro. E tutto il resto? Per alberghi, voli e catering per gli artisti la spesa è di 6.300 euro. Il palco e l´intero impianto costeranno 20 mila euro, le scenografie anni Settanta 4 mila 800 euro, luci e amplificazione 9 mila e 500, allestimento del palco 6 mila 600 euro, servizio hostess 5 mila 266, otto stand 3 mila e 600, gli spot su Radio Time e Studio Sicar 6 mila 600 euro, la spesa per la segreteria organizzativa sarà di 16 mila euro: 116 mila euro, 140 compreso di Iva. Con un altra atto la giunta ha approvato anche il consuntivo delle spese dello scorso Festino: 796 mila euro (388 mila a carico del Comune, 318 mila dai fondi Por): alla società Palermo Teatro Festival di Alfio Scuderi andranno, per pagare l´intero evento, 538 mila euro. Alla parrocchia della cattedrale 25 mila. Infine spesi 30 mila euro per associare il Comune all´associazione Asael, che rappresenta gli amministratori locali, e 9 mila per l´Unione degli assessorati comunali e provinciali.
(La Repubblica, 01 gennaio 2010)