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domenica 11 novembre 2007

Sedici anni dopo l'omicidio di Libero Grassi, a Palermo si respira un'aria diversa

L'ANALISI. Così la città muta e complice ha deciso di rialzare la testa. Se non c'è più estorsione non c'è controllo del territorio, non c'è più la mafia

di ATTILIO BOLZONI

SONO passati tre anni ma è come se ne fossero passati trenta o trecento. È stata la prima volta di Palermo. È vero che "sta cambiando solo l'aria". E' vero che in questi giorni hanno trovato altri cinquecento nomi di commercianti nel libro mastro del boss Salvatore Lo Piccolo e neanche uno di loro ha ancora confessato in questura o in procura che era costretto a pagare. Ma a Palermo "l'aria" conta più che in ogni altro luogo d'Italia. Prima, i signori del pizzo controllavano anche quella. Solo un palermitano - un palermitano e non un siciliano qualunque - può capire fino in fondo cosa è accaduto ieri, sabato 10 novembre 2007, in quel bellissimo teatro davanti al mercato della Vucciria. È stato l'inizio di una rivolta. È Palermo che sta provando a non morire soffocata dalla sua mafia. Una mafia che si sta velocemente trasformando, che è padrona quando può essere padrona ma non è più padrona sempre e ovunque. È soltanto il principio di una guerra che si combatterà non solo a colpi di indagini e denunce, di blitz polizieschi, di microspie e di telecamere che filmano in diretta gli esattori del racket. Un principio che sembrava sempre lontano in quella città che era muta o complice, serva o piegata dalla paura. Palermo lentamente, faticosamente sta rialzando la testa. Quasi tre anni fa avevano disertato tutti al teatro Biondo. Non si era presentato il presidente della Confcommercio Roberto Helg (che in verità non è stato visto neppure ieri), non c'erano gli uomini politici più rappresentativi della Regione, in prima fila era vuota la poltrona del governatore Totò Cuffaro che pure qualche settimana prima aveva difeso l'"onore" dell'isola contro "lo sciacallaggio mediatico ai danni dell'intero sistema produttivo siciliano". Un reportage di RaiTre sul crimine. Proprio sul racket delle estorsioni.
È stata probabilmente l'ultima volta che Palermo si è voltata dall'altra parte. Qualche mese dopo la città si è risvegliata con i muri coperti da manifesti, da lenzuola che pendevano dai cavalcavia. Tutti con la stessa scritta: "Un popolo che paga il pizzo è un popolo senza dignità". Erano stati alcuni ragazzi di "Addiopizzo", un'associazione allora sconosciuta. Sembrava solo una provocazione. Oggi "Addiopizzo" ha raccolto intorno a sé 209 imprenditori e commercianti che non pagano. Ci sono 9.105 palermitani che li sostengono. E che non fanno la spesa in tutte quelle botteghe dove si vendono prodotti made in mafia. Non comprano il caffè nelle torrefazioni dei boss, non comprano i loro cannoli di ricotta, la loro frutta e la loro carne. La grande partita di Palermo si giocherà nei prossimi mesi sul "pizzo". È quella "messa a posto" di qualche centinaio o di qualche migliaio di euro al mese che segna il confine fra libertà e schiavitù. È sulla mesata che il capo di una "famiglia" o di un "mandamento" può perdere per sempre la faccia e il potere. L'estorsione è la prima attività mafiosa, quella essenziale per la sopravvivenza dell'organizzazione criminale. Se non c'è più estorsione non c'è più controllo del territorio, se salta quel sistema non c'è più mafia. È il momento giusto. L'ha compreso anche Tano Grasso, l'ex commerciante di scarpe di Capo d'Orlando che è diventato bandiera per le sue battaglie contro il racket. Ha aspettato sedici lunghi anni per far nascere anche a Palermo un'associazione contro i boss del pizzo. Era commosso, ieri, in quel teatro palermitano dei primi del Novecento. Come era commosso l'altro Grasso, Pietro, il procuratore nazionale antimafia che per primo ha voluto conoscere nel 2005 i ragazzi di Addiopizzo. L'hanno compreso gli imprenditori siciliani, in tanti. Quelli di Catania come Andrea Vecchio, che in quattro giorni d'estate ha sentito le bombe devastare per quattro volte i suoi cantieri. E quelli di Caltanissetta, di Agrigento, di Siracusa. Nuove generazioni di imprenditori che non sono più disposti a "calare le corna", che probabilmente non ce la fanno nemmeno più a sostenere le richieste di una nuova mafia sempre più aggressiva. Hanno deciso di non sopportare più. Senza sfida. Ma anche senza paura. È però a Palermo, più che altrove in Sicilia, che si vince o si perde tutto. Nella Palermo dove 16 anni fa uccisero Libero Grassi, l'industriale tessile che si scagliò contro i Madonia della Piana dei Colli e i Galatolo dell'Acquasanta mentre il presidente degli industriali di allora raccomandava i colleghi "di pagare tutti per pagare meno". E dileggiò Libero pubblicamente. Gli disse: "Le buone famiglie tendono a tacere". Libero Grassi era diventato un obiettivo "politico" dei boss. E poi militare. Era solo. E uno da solo non può ribellarsi a Cosa Nostra. Sarà l'inizio della fine di un'epoca il grande raduno al teatro Biondo? Quella dei libri mastri, dei contabili dei mafiosi che con maniacale precisione custodiscono il registro delle entrate e delle uscite, che concedono pagamenti a rate ai commercianti in difficoltà, che fanno sconti in caso di lutto in famiglia? Sarà l'inizio della fine per le sanguisughe di Palermo?

(La Repubblica, 11 novembre 2007)

giovedì 8 novembre 2007

Dalla Sicilia. Album di famiglia (mafiosa)

PALERMO - Un album con una trentina di fotografie a colori con le immagini di Salvatore e Sandro Lo Piccolo ritratti con l'intera famiglia sullo sfondo di un giardino fiorito, è stato sequestrato dagli inquirenti durante il blitz che lunedì scorso ha portato all'arresto dei boss di San Lorenzo in una villetta di Giardinello (Palermo). Le immagini, a quanto pare, risalirebbero a non più di 2 anni fa.Si tratta degli scatti di un intero rullino, foto molto simili tra loro, dove compaiono sempre le stesse persone. Il capofamiglia Salvatore Lo Piccolo, all'epoca ritenuto tra i più pericolosi latitanti di mafia, posa sorridente, in abiti estivi, accanto alla moglie Rosalia Di Trapani, al figlio Sandro, anche lui in quel momento latitante, al figlio minore Claudio, alla di lui consorte Maria Grazia Di Maggio e a una bambina di pochi anni, figlia di Claudio, l'unica nipote del boss. Proprio in base all'età di questa bimba, che oggi ha circa quattro anni, gli investigatori sono riusciti a datare le fotografie, scoprendo che durante la latitanza i Lo Piccolo, padre e figlio, incontravano regolarmente la famiglia, partecipando a pranzi e gite, al sicuro in qualche villetta della provincia palermitana, opportunamente "bonificata" dai guardaspalle dei capimafia.Intanto sono ancora in corso le ricerche del covo dove avrebbero alloggiato i due boss. Sono condotte dagli investigatori della squadra mobile di Palermo nella zona tra Giardinello e Partinico, dove lunedì mattina i due sono stati arrestati insieme ad altri due boss latitanti, Andrea Adamo e Gaspare Pulizzi.La villetta dove è avvenuto il blitz, di proprietà dell'allevatore Filippo Piffero, sarebbe stata utilizzata solo per il summit, mentre in un'altra villa, individuata dalla polizia a circa 200 metri di distanza, padre e figlio avrebbero solo trascorso la notte, in vista dell'incontro fissato per il giorno successivo.Gli investigatori stanno setacciando la zona, perché sono convinti che il rifugio dei Lo Piccolo non dovrebbe essere molto lontano. In particolare viene utilizzato un telecomando, sequestrato al boss, che potrebbe aprire un cancello automatico. La Sicilia, 08/11/2007

Ecco il decalogo del "perfetto" mafioso

PALERMO - Il decalogo del "perfetto mafioso", ritrovato tra i documenti sequestrati al boss Salvatore Lo Piccolo, è scritto a macchina in caratteri tutti maiuscoli e ha addirittura un titolo che ricorda la Costituzione: "Diritti e doveri". Seguono i dieci comandamenti che il soldato di Cosa nostra non può mai trasgredire. Il primo comandamento recita testualmente: "Non ci si può presentare da soli ad un altro amico nostro, se non è un terzo a farlo". Il secondo:"Non si guardano mogli di amici nostri". Il terzo: "Non si fanno comparati con gli sbirri". Quarto comandamento: "Non si frequentano né taverne e né circoli". Quinto: "Si ha il dovere in qualsiasi momento di essere disponibile a cosa nostra. Anche se c'è la moglie che sta per partorire". Sesto: "Si rispettano in maniera categorica gli appuntamenti". Settimo: "Si deve portare rispetto alla moglie". Ottavo: "Quando si è chiamati a sapere qualcosa si dovrà dire la verità". Nono: "Non ci si può appropriare di soldi che sono di altri e di altre famiglie". Il decimo comandamento è il più articolato e fornisce indicazioni precise sulle affiliazioni, ovvero su "chi non può entrare a far parte di cosa nostra". L'organizzazione pone un veto su "chi ha un parente stretto nelle varie forze dell'ordine", su "chi ha tradimenti sentimentali in famiglia", e infine su "chi ha un comportamento pessimo e che non tiene ai valori morali".
Con i fogli del decalogo, gli investigatori hanno sequestrato un'immaginetta sacra con la formula rituale di affiliazione: "Giuro di essere fedele a cosa nostra. Se dovessi tradire le mie carni devono bruciare come brucia questa immagine".
(Repubblica, 7 novembre 2007)

martedì 6 novembre 2007

Mafia, partita ancora aperta

di GIUSEPPE D'AVANZO

Cosa Nostra non è invincibile. Se ci appare ciclicamente inattaccabile nel nucleo centrale del proprio sstema di potere e del network di relazioni che la protegge, lo si deve soltanto alla ciclica debolezza dello Stato e della società siciliana; alle molteplici linee di frattura che hanno impedito di chiudere la forbice tra repressione giudiziario-poliziesca e rinnovamento politico ed economico. L'arresto di Salvatore Lo Piccolo - l'uomo capace per "autorevolezza" di tenere insieme una Cosa Nostra indebolita - è una buona opportunità per ridurre l'invasivo peso sociale della mafia, per sradicarne la patologia criminale. Lo Piccolo è a Palermo l'ultimo anello della catena di comando di Bernardo Provenzano (l'altro Matteo Messina Denaro non è palermitano, è trapanese). E' il solo riconosciuto "capo" ancora in grado di "amministrare" il doppio modello organizzativo di Cosa Nostra nell'area nevralgica di Palermo: da un lato, la protezione e l'estorsione nelle borgate della città, quindi la raccolta violenta delle risorse destinate ai "picciotti", alle loro famiglie, alle spese legali, al sostentamento delle famiglie degli arrestati; dall'altro, gli affari che - orizzontalmente - coinvolgono le cosche e i capitali di tutti i mandamenti regionali. Se il primo modulo (l'estorsione) non è stato mai un problema per Cosa Nostra, il secondo (gli affari) è stato mortificato nel tempo dall'arcaicità dei Corleonesi di Riina e Provenzano che hanno cancellato il protagonismo della mafia siciliana sulla scena internazionale. A questa arretratezza Lo Piccolo lavora con pazienza e mano forte, coltivando un programma ambizioso e agevole come un uovo di Colombo. Se vedono giusto indagini lunghe e accurate, egli pretende che Cosa Nostra si risvegli dal suo torpore tornando come sempre "all'antico". Il mafioso arrestato a Carini scorge soltanto una possibilità per restituire a Cosa Nostra "centralità" e influenza, quindi il potere economico di un tempo. Occorre concedere agli "sconfitti" della guerra di mafia degli Anni Ottanta (gli Inzerillo di Passo di Rigano, gli Spatola dell'Uditore, i Di Maggio di Torretta, i Gambino del New Jersey) di rientrare a Palermo, di essere "ponte" tra l'Isola e gli Stati Uniti, dove gli esiliati sono cresciuti, per restituire all'organizzazione siciliana una rispettata e riconosciuta funzione di broker nel mercato mondiale legale/illegale. L'arresto di Lo Piccolo interrompe ora il disegno in una congiuntura molto favorevole alla legalità. Non ci sono più a Palermo (non ci sono ancora) leader mafiosi che siano stimati così affidabili e carismatici per un piano tanto ambizioso da imporre alle "famiglie" una fiducia reciproca, l'abbandono di antichi rancori, l'oblio dei lutti che i Corleonesi hanno distribuito a piene mani. Può essere allora l'occasione per assestare un colpo formidabile alla mafia siciliana a condizione che le ruote di politica, economia, istituzioni e società non girino divaricate; che si sappia - per una volta - avvertire il momento storico e lavorare finalmente insieme accompagnando la crisi mafiosa con il rinnovamento di metodi, strategie, élites. Da questo punto di vista, si osserva qualche lama di luce e ancora troppi coni d'ombra. Ci si può fare soltanto degli auguri, con controllato ottimismo. Ci si può augurare che il governo, che finora ha avuto soltanto un approccio moraleggiante alla sfiducia e alla passività dell'Isola, sappia offrire risposte più coerenti alle difficoltà siciliane, precisando obiettivi condivisi di sviluppo più soddisfacenti e dinamici delle proposte offerte dal sistema affaristico-mafioso. Ci si può augurare che i procuratori di Palermo non trasformino questo successo che viene da lontano - da un'altra stagione giudiziaria - in un pretesto per nascondere sotto il tappeto le divergenze che attardano l'ufficio, per occultare l'imbarazzante conflitto che, prima che tecnico-giudiziario, è culturale, "ideologico". Può essere la magistratura, e soltanto la magistratura, la protagonista del rinnovamento politico e sociale dell'Isola come qualcuno, con troppa autoreferenzialità e risentimento, sembra pensare a palazzo di Giustizia? Ci si può augurare che l'imprenditoria voglia liberarsi dell'antico giogo del "pizzo". Confindustria è impegnata a espellere chi paga il prezzo del ricatto, ma i commercianti? Con Lo Piccolo in carcere, ci si augura che sapranno trovare la forza per avere fiducia nelle capacità di prevenzione e protezione dello Stato. Infine, la politica. Soltanto il sottosegretario alla Giustizia Luigi Li Gotti ha avuto l'audacia di osservare, nel turbinio ipocrita delle facili lodi, quanto sia "schizofrenico" che ci siano partiti politici entusiasti dell'arresto di Lo Piccolo mentre nel contempo "non solo accettano comportamenti gravi di collusione di propri esponenti ma, con la loro inerzia, li avallano", li giustificano, quasi li esibiscono per soddisfare quella "richiesta di mafia" che attraversa periodicamente la società siciliana. Per uscire dal vago, non si può accettare senza battere ciglio che il governatore dell'Isola, Totò Cuffaro, contratti in un retrobottega il tariffario sanitario regionale con Michele Ajello, probabilmente un prestanome di Bernardo Provenzano, senza che nello schieramento politico che lo sostiene si levi un dubbio o una sola voce di dissenso. Non è buon segno che, mentre i pubblici ministeri chiedono in tribunale la sua condanna per favoreggiamento, l'imputato sia sommerso, nelle assemblee elettive, di abbracci solidali. Della mafia spesso si dice che "tutto sembra nuovo perché tutto viene dimenticato". Oggi vale la pena, nell'entusiasmo provocato dalla "caduta" di Lo Piccolo, di ricordare che Cosa Nostra è apparsa spegnersi anche in altre occasioni e sempre è riuscita a risorgere. Se ci riuscirà ancora una volta o se, consapevole degli straordinari successi degli ultimi tre lustri, Stato e società sapranno finalmente ridurre a fisiologia il crimine siciliano, è purtroppo una partita ancora incerta.
(La Repubblica, 6 novembre 2007)

Il grande vuoto di Cosa Nostra

di FRANCESCO LA LICATA
PALERMO - E adesso? Ora che Salvatore Lo Piccolo, «Totuccio», è finito in galera, e pure il figlio, Sandrino, l’ha seguito insieme con due pezzi grossi del «dopo Provenzano», ora che Palermo è di nuovo senza «testa dell’acqua», come finirà col problema degli scappati? C’è una generazione di Inzerillo - quelli di New York che hanno fatto i matrimoni incrociati coi Gambino e con gli Spatola - in attesa di riprendere il proprio posto dentro Cosa nostra. Sono i sopravvissuti della guerra di mafia degli Anni Ottanta, i superstiti della mattanza ordinata da Totò Riina, salvi solo dopo aver assicurato che avrebbero ubbidito all’ordinanza corleonese che li mandava in esilio negli Usa, con l’esplicita clausola che mai e poi mai sarebbero tornati a Palermo. Ma questo editto di recente era stato messo in discussione e capofila del partito del ritorno degli scappati era proprio Salvatore Lo Piccolo. Il vuoto totale Ovviamente c’era uno schieramento opposto, ma chi lo guidava - Nino Rotolo e il medico Antonino Cinà - non può più accampare diritti perché ha preso la via del carcere già da un anno e mezzo. Ecco, in questo vuoto totale, che ne sarà dei progetti di riannodamento dei fili coi paisà d’oltre Oceano? La domanda ha la sua importanza, anche se al procuratore antimafia, Piero Grasso, può sembrare addirittura riduttiva, perché - dice lui - «io mi chiederei: che ne sarà di Cosa nostra?». Già, non sta affatto bene la vecchia consorteria. Il procuratore vede un grande vuoto di potere: «Riina malato in carcere, come Provenzano. Quelli che avrebbero dovuto “continuare il lavoro”, Rotolo innanzitutto, immobilizzati dal carcere duro». E l’altro fronte non può certo sorridere perché da ieri ha perso l’uomo che sembrava capace di controllare il territorio ed imporsi come «naturale sbocco» (parole di Grasso) per il popolo di Cosa nostra, per gli affari e per le sinergie politiche. Il vertice trapanese Resiste il vertice trapanese, Matteo Messina Denaro, ma non è pensabile un «commissariamento» di Palermo sotto la tutela di Trapani. Il risultato è che la “sede sociale” è rimasta senza rappresentanza legale. E’ ovvio che, in un simile clima, il «problema americano» assume la sua importanza perché non può che aggravare lo stato di debilitazione di Cosa nostra. Nell’anno precedente, dentro la mafia, si era molto dibattuta la questione e la spaccatura non si era fatta attendere: favorevoli agli Inzerillo, contrari e possibilisti con la «benedizione» di Bernardo Provenzano, specialista della mediazione e quindi mai completamente favorevole e mai del tutto contrario. Le turbolenze erano arrivate ed erano ricomparse le armi, anche se in «operazioni chirurgiche» come quella che avevano portato all’eliminazione del vecchio Lino Spatola, il boss che era stato il capo di Salvatore Lo Piccolo. Ma lui, «Totuccio» (sempre affiancato dal suo Sandrino che ieri mattina, vedendolo in manette, gli ha urlato: «Papà ti amo»), sembrava abbastanza saldo e contribuiva a trasmettere sicurezza e fiducia nel futuro all’intera organizzazione. Chissà, se Lo Piccolo avesse scelto uno stile di vita più vicino alle scelte minimaliste di Provenzano, forse non sarebbe stato arrestato. E invece i Lo Piccolo hanno sempre ceduto all’esteriorità. Negli Anni Settanta, quando sparava per conto di Saro Riccobono, padrino della borgata di Partanna e Pallavicino, ogni omicidio commesso da lui era una vera e proprio firma, per la cura con cui veniva eseguito. Ma poi non spariva, «Totuccio». Anzi si faceva vedere, spendeva, esibiva, non riusciva a nascondere neppure lo «scandalo» di una relazione extraconiugale. Bon vivant anche il figlio Sandrino, gran frequentatore di locali pubblici. Eppure riuscivano a comandare, anche dopo esser saliti sul carro dei corleonesi, e forse credevano di essere al di sopra di tutto e di tutti. Ora sverneranno al 41 bis, con il non secondario cruccio di aver lasciato un’organizzazione allo sbando. Già, perché non è roseo lo scenario che si prefigura. Al di là della miccia degli scappati, problema rimasto irrisolto, ci sono altri «problemini» di non facile soluzione. «Con il boss catturato - avverte Piero Grasso - si chiude la lista dei componenti la "Commissione". Gli ultimi rimasti erano, come dicono gli stessi boss intercettati, Rotolo, Cinà e Lo Piccolo. C’è da chiedersi, dunque, chi prenderà le decisioni importanti?». Il Procuratore vede una destrutturazione di Cosa nostra dal basso e dall’alto. Già si era verificata una semplificazione della catena di comando con l’abolizione dei mandamenti, non più in grado di reggere all’assenza di quadri qualificati, e l’istituzione di «aree d’influenza» molto estese per poter far fronte alla carenza di dirigenti. Oggi, con le famiglie indebolite dalla repressione, si potrebbe arrivare a ipotizzare una sorta di ritorno alla mafia «ante Commissione», quando i dissidi interni non erano ammortizzati da nessun «organo centrale» e si risolvevano con la legge della lupara. Soldi e droga Oppure, per paradosso, proprio il benessere prodotto dall’eventualità dell’arrivo dei soldi degli americani e della droga potrebbe convincere quello che rimane degli schieramenti ad un accordo. D’altra parte la storia della mafia è piena di «improvvise pacificazioni» favorite dagli affari: «Il morto è morto, pensiamo ai vivi», è uno degli slogan più concreti e fortunati dentro Cosa nostra. C’è da sottolineare semmai, ricorda ancora Grasso, che una linea pacifista basata sui soldi potrebbe essere resa problematica dall’altro grande problema della mafia: i carcerati che non si sentono garantiti da chi sta fuori. Ce ne sono, dunque, di ipotesi inquietanti. Scenari favorevoli e positivi per un miglioramento dello stato della lotta alla mafia. Lo Piccolo, si sa, è stato soprattutto il signore del racket. Si deve a lui la ripresa in grande stile delle estorsioni e persino del «pizzo» imposto anche ai piccoli commercianti. Un’oppressione che aveva già provocato qualche accenno di ribellione degli imprenditori, proprio per la voracità delle richieste. Chissà, dopo la sua cattura, potrebbe essere giunto il momento per dare la spallata agli esattori di Cosa nostra. Questo auspica Piero Grasso.
La Stampa, 6 novembre 2007

Mafia, il blitz. Il boss che sfidò i corleonesi

di GIOVANNI BIANCONI
Sembrerà un paradosso, ma fino a ieri mattina sbirri e magistrati avevano fatto il suo gioco. Avevano arrestato Bernardo Provenzano, un anno e mezzo fa, aprendo la partita della successione al vertice di Cosa Nostra, e due mesi dopo gli hanno liberato il campo dagli avanzi corleonesi.
La cattura del «triumvirato» che governava Palermo — Nino Rotolo, Antonino Cinà e Francesco Bonura, i quali ancora considerano Totò Riina come una stella polare — con annessi «rappresentanti», aveva spianato la strada al trono mafioso per Salvatore Lo Piccolo, 65 anni compiuti il 20 luglio scorso: l'autista diventato boss, cresciuto alla scuola palermitana dei «perdenti», passato coi vincenti e poi schieratosi al fianco dell'ultimo padrino, Provenzano, pronto a mettersi contro i vecchi alleati, nuovamente avversari. Tolti di mezzo nel giugno 2006 dagli arresti della polizia, invece che col piombo. Tanto di guadagnato per il nuovo capomafia che per una volta, nelle foto di rito dopo la cattura non si presenta con l'aria contadina e spaesata, ma quella un po' da duro e un po' «colletto bianco», più simile ai personaggi di tante fiction che alla tradizione dei latitanti caduti in trappola. E con un figlio al fianco, Sandro, ricercato pure lui per omicidio, completo di Rolex al polso, capelli impomatati e catena d'oro al collo, oltre alla pistola pronta all'uso. Particolare pressoché inedito per dei latitanti, conseguenza dell'aria che tira a Palermo: chi ha deciso di sparare per farsi largo, seppure con operazioni chirurgiche anziché la guerra, s'aspetta che qualcuno possa tirare un colpo verso di lui.
Quindi meglio portarsi dietro i ferri per proteggersi. Su Sandro Lo Piccolo è circolata perfino una notizia confidenziale che lo vuole tra gli assassini di Nicola Ingarao, un uomo di Rotolo ammazzato nel quartiere della Noce nel giugno scorso, scarcerato pochi mesi prima. La voce vale poco o niente, ma che ci siano i Lo Piccolo dietro gli omicidi dell'ultimo anno a Palermo e dintorni — delitti d'assestamento del nuovo potere mafioso in città, quello che governa prima di tutto le estorsioni e gli appalti — ne dubitano in pochi. Soprattutto di coloro da poco usciti di galera, legati ai vecchi equilibri: tornati liberi potevano pensare di riprendere in mano il filo di qualche affare o del racket, e li hanno eliminati. Come Ingarao. E prima Lino Spatola, boss settantaduenne di Sferracavallo, vicino al quartiere di Tommaso Natale, culla e regno di Lo Piccolo. E' sparito dalla circolazione a settembre 2006, vittima della «lupara bianca». Come Giovanni Bonanno, mafioso di Resuttana chiamato a un appuntamento a gennaio dell'anno scorso; di lui è rimasto solo il motorino appoggiato a un muro. Per quell'omicidio senza cadavere gli inquirenti ritengono che esista una specie di confessione di Salvatore Lo Piccolo, scritta in un pizzino inviato a Provenzano appena un mese dopo la scomparsa di Bonanno, 10 febbraio 2006: « Per quanto riguarda quello che si chiamava come il suo paesano (il riferimento sarebbe a un tale Leoluca Bonanno, di Corleone, ndr) purtroppo non c'è stato modo di scegliere altre soluzioni, in quanto se ne andava di testa sua. Per non arrivare a brutte cose, ce ne sono stati fatti parecchi, anche mettendogli una persona accanto, ma non è servito a niente. E a questo punto abbiamo dovuto prendere questa amara decisione ». Perfino la sintassi per giustificare un omicidio, se sono vere le accuse, è più intercettati nel 2005 e 2006 nel casotto dove conduceva le riunioni di mafia —... Uno che doveva morire! Perché questo era il figlioccio di Saro Riccobono (capo della "famiglia" di Partanna Mondello, assassinato nella guerra di mafia, ndr) e se ne doveva andare! ». Quindi Lo Piccolo era una vittima predestinata, salito sul carro corleonese giusto in tempo per trasformarsi da morto che cammina in fedelissimo dei vincenti: «Ci ho parlato pure io, Pippo Calò, Mario Gambino, per risolvere questa situazione, per non farlo ammazzare», continuava Rotolo.
Ma dopo l'arresto di Riina, negli anni Novanta, s'è nuovamente distaccato da quelli che l'avevano risparmiato, sponsorizzando presso Provenzano il rientro in Italia degli «scappati » in America, di cui Riina e soci avevano deciso lo sterminio. Ne scrisse allo «zio Binnu» nello stesso pizzino del 10 febbraio 2006. Nel cifrario in cui Provenzano aveva catalogato i mafiosi lui era il numero 30, suo figlio Sandro il 31, Cinà il 164, Rotolo il 25. « C'è un particolare che ci fa dovere informarla, che riguarda il discorso dei fratelli Inzerillo. Mi ha aperto 164 (di punto in bianco) il discorso dicendomi non insistere più per farli rimanere quà, perché all'epoca fu deciso che se ne devono stare in America, e siccome fu stabilito dallo zio Totuccio R... Anche se è stato arrestato è sempre il capo commissione... Di quello che ho potuto capire questo discorso che mi fece 164 veniva anche da 25... Comunque io, in merito, mi sono limitato ad ascoltare ». Come un perfetto mafioso. Con i perdenti tornati dall'America e i loro eredi — gli Inzerillo ricomparsi in Sicilia — le ultime indagini stanno svelando che Lo Piccolo aveva affari in comune. Forse perfino nella gestione del Bingo «Las Vegas» sequestrato l'altra settimana.
E ci sono i contatti e le reciproche visite tra Palermo e New York del figlio Claudio (quello non latitante; un terzo, Calogero, è in carcere) con un «rampollo» della famiglia Gambino a lasciar immaginare nuovi traffici tra le due sponde dell'Oceano. Gestiti dal capomafia che per un anno e mezzo ha goduto dei benefici degli arresti dei rivali effettuati dalla squadra mobile di Palermo. Ora è come se gli stessi poliziotti che hanno arrestato lui, il figlio e due luogotenenti, gli avessero presentato il conto di tanta libertà d'azione. Adesso il giovanissimo killer vicino alla tradizione corleonese Giovanni Nicchi potrà forse tirare fuori la testa dai rifugi in cui s'è presumibilmente nascosto, per sfuggire alle forze dell'ordine e ai sicari di Lo Piccolo, e rientrare in azione. E Matteo Messina Denaro e Mimmo Raccuglia, gli altri due capimafia coi titoli necessari a conquistare lo spazio lasciato libero da Lo Piccolo, potranno muovere le loro pedine, da Trapani e dalla provincia. Per capire come, bisogna aspettare. I prossimi spari, o prossimi arresti.
Giovanni Bianconi
Il Corriere della sera, 06 novembre 2007

lunedì 8 ottobre 2007

La mafia soffre in silenzio. Non tutti condividono la strategia del silenzio e dell'invisibilità

PALERMO - Lirio Abbate, giornalista palermitano "scomodo" già minacciato da Cosa Nostra e recentemente smentito da Leoluca Bagarella in merito alla presunta alleanza tra lui e Santapaola, non esita ad indicare inquietante l'interesse della criminalità nei cronfonti della stampa. La strategia dell'invisibilità e del "silenzio" portata avanti da Cosa nostra, sta mostrando un limite. All'interno dell'organizzazione non tutti la condividono: va bene per chi è in libertà e continua a fare affari, ma non per chi ha un ergastolo definitivo da scontare. La linea della "sommersione", voluta da Bernardo Provenzano, non attenua infatti i rigori del 41 bis. Per questo adesso nelle carceri c'è fermento.I Padrini detenuti, fino ad ora, hanno sempre mantenuto la consegna di non parlare davanti ai giudici. E quando vengono interrogati si avvalgono della facoltà di non rispondere. È raro, dunque, che un capomafia possa prendere la parola in aula; se lo fa è il frutto di una precisa strategia. E secondo le risultanze delle più recenti inchieste giudiziarie ci sarebbe una spaccatura fra i boss in cella e i latitanti rimasti sul territorio. Quest'ultimi non si occuperebbero più delle famiglie dei carcerati e degli interessi dei capimafia condannati all'ergastolo.L'uscita pubblica dei giorni scorsi di Leoluca Bagarella, per smentire lo scambio di anelli in carcere con il capomafia catanese Nitto Santapaola, svela nuovi scenari. La notizia, confermata da fonti qualificate, ha provocato una dura reazione del cognato di Riina, che da anni assisteva ai suoi processi chiuso in un ostinato mutismo. L'ultimo suo intervento "pubblico" risale al luglio del 2002, quando davanti ai giudici trapanesi pronuncio un "proclama di Cosa nostra" contro il 41 bis. Se Bagarella torna a parlare è segno che la tensione interna a Cosa nostra sta salendo e che la strategia dell'organizzazione punta a condizionare in qualche modo l'informazione. Non è una novità: dalle intercettazioni ambientali nel salotto di un capomafia è emerso che le cosche volevano orchestrare una campagna di stampa contro il 41 bis e l'ergastolo, influenzando l'opinione pubblica attraverso giornali e televisione. Nel mirino di Cosa Nostra, dunque, ci sarebbero nuovamente i giornalisti. Del resto non bisogna dimenticare che in Sicilia sono ben otto i cronisti "scomodi", uccisi dalla mafia per avere svelato i collegamenti fra la mafia e il blocco di potere politico-economico. Lo ha spiegato bene Leonardo Sciascia. È l'effetto del dito puntato. Se il giornalista colpisce come un sasso lo stagno, il punto da cui partono i cerchi concentrici è l'obiettivo: basta puntare il dito. Intanto, grazie anche all'informazione, qualcosa in Sicilia sta cambiando: lo dimostra il numero crescente di imprenditori che ha deciso di ribellarsi al racket, sia a Catania che a Palermo. Una "rivolta" che sta cominciando a preoccupare i boss, anche perchè ha fatto accendere nuovamente i riflettori dei media nazionali sul fenomeno del pizzo. Gli inquirenti inquadrano in questo contesto l'uccisione di Angelo Santapaola, nipote del boss Nitto, assassinato nei giorni scorsi insieme al suo guardaspalle. Secondo gli investigatori il giovane Santapaola potrebbe essere il mandante della raffica di attentati incendiari contro il leader dei costruttori catanesi, Andrea Vecchio, che aveva denunciato pubblicamente di non volersi piegare alle imposizioni del racket. Gli attentati avrebbero però causato anche la reazione dei capi delle cosche catanesi, irritati nei confronti del nipote di Don Nitto per il clamore suscitato dalla vicenda. Il "silenzio", insomma, continua ad essere di gran lunga la strategia preferita dai boss in libertà.

La Sicilia, 08/10/2007

sabato 6 ottobre 2007

Per quattro ore: la vergogna della Calabria

Giovedì sera, per quattro ore consecutive, sia la Rai e sia Italia Uno ha trasmesso in diretta LA VERGOGNA DELA CALABRIA!
Alle 9 tutti gli occhi erano puntati sulla trasmissione “AnnoZero” sul caso De Magistris in diretta dall’Auditorium catanzarese “Casalinuovo”. Poco dopo su Italia Uno, nel programma “Le Iene” viene mandato in onda un servizio sugli stipendi dei consiglieri calabresi comparati a quelli delle altre regioni (fonte “Il Giornale”). “Almeno in questo siamo i primi”, ripeteva la Iena Giulio Golia. I nostri consiglieri guadagnano 8.500 Euro al mese, lo stipendio più alto rispetto alle medie nazionali. I consiglieri toscani guadagnano meno della metà, “solo” (ma conviene dire “giustamente”) 3.200 Euro, nonostante la Regione Toscana risulti la più produttiva, con 51 leggi approvate nel 2006. Cosa importa, allora, essere agli ultimi posti per il numero di disoccupati, nella lotta contro la criminalità e in tutte quelle situazioni che stanno facendo della Calabria un mare sporco in cui è difficile non morire annegati? Cosa sono per i 54 consiglieri calabresi 459.000,00 Euro mensili in meno dalle casse della Regione? Cosa sono più di 10 miliardi del vecchio conio spesi all’anno per pagare i consiglieri regionali?.
Sveglia Calabria: Siamo la regione dei lavoratori precari, della sanità che va a rotoli, dell’economia in ginocchio, della legalità calpestata sotto i piedi, della disoccupazione, dei morti ammazzati che restano senza giustizia, dei magistrati che vengono trasferiti se solo si avvicinano agli intoccabili.
Il solo possibile riscatto viene da noi e da noi soltanto
I consiglieri hanno parlato di “superficialità” dei dati, che quegli 8.500 Euro mensili sono soldi “benedetti”. Soldi benedetti che noi paghiamo. Ma li pagheremmo ben volentieri se dessero azioni concrete, programmi di intervento e che non servissero solo per pagare le auto blu dove chi ci sale – sempre mostrato da Le Iene – lo fa “per caso”. Possiamo davvero continuare a vivere così? Come possiamo parlare di voler creare equilibrio a livello sociale, quando sono i nostri stessi amministratori ad erigere i muri della disuguaglianza. Abbiamo diritto ad essere cittadini, ma soprattutto ad essere trattati da cittadini. Quella che è andata in onda giovedì sera dalle 21 alla 24, sulla rete nazionale e su Mediaset, è la VERGOGNA DELLA CALABRIA. In un paese democratico dove il lavoro dovrebbe nobilitare l’uomo, alla domanda: “Cosa significa per voi il lavoro?” rivolta ad una calabrese dal giornalista della Rai Santoro, la signora risponde “E’ la nostra schiavitù”. Non dobbiamo lasciarci soggiogare, ma fare di tutto per uscire da questa vergogna e mettere a tacere chi getta questa macchia nera sulla Calabria. Ragazzi, adulti, anziani, tutti noi dobbiamo organizzarci in un unico grande movimento che è quello per la giustizia non della Calabria, ma per la nostra giustizia. Noi che investiamo nel lavoro le nostre energie in maniera pulita a dispetto di chi pensa solo ad intascare ed a fare i soldi. Dobbiamo ricordarci che essere cittadini non significa solo far numero in periodi di campagna elettorale. Questa Regione è la nostra casa e, come in casa propria, dobbiamo pretendere la trasparenza, la correttezza, i rispetto delle regole e l’impegno concreto di chi entra ed esce passando per la porta del potere.
Associazione Ra-Gi / Catanzaro

giovedì 4 ottobre 2007

Mafia, il boss mafioso Leoluca Bagarella dice la sua sul "giallo" della fede nuziale in carcere

PALERMO - "Voglio smentire una notizia data dall'Ansa di Palermo e ripresa dalle emittenti siciliane e italiane che dice che mi sono scambiato la fede di nozze con un tale Santapaola che non conosco". Lo ha detto il boss Leoluca Bagarella collegato in videoconferenza dal carcere di Parma per l'omicidio di Enzo Giuseppe Caravà, che si svolge davanti ai giudici della prima Corte d'assise presieduta da Salvatore Di Vitale.Bagarella è imputato con Giuseppe Agrigento e Giovanni Brusca dell'omicidio. Anche questi ultimi due imputati erano collegati con l'aula in videoconferenza. Il presidente Di Vitale quando ha fatto riferimento all'Ansa ha subito interrotto Bagarella ed il boss ha replicato: "Vorrei che lei non prendesse iniziative". Di Vitale lo ha zittito dicendo: "Io sono qui per questo". Il Pm Del Bene ha ribadito: "Qui non siamo in Cosa nostra". Enzo Giuseppe Caravà è stato assassinato a S. Cipirello il 12 aprile 1976. Nei mesi scorsi, dopo che Bagarella era stato trasferito in un altro carcere di massima sicurezza, per scambiare la cella con il boss catanese Nitto Santapaola, gli agenti della polizia penitenziaria avevano scoperto che in entrambe le celle i capimafia avevano lasciato le proprie fedi nuziali. Tornando alle dichiarazioni di Bagarella si registra la dura presa di posizione del segretario dell'Assostampa, Enrico Bellavia: "Il riferimento fatto in aula dal boss Leoluca Bagarella è un minaccioso messaggio da respingere con fermezza, perché diretto a colpire un collega, Lirio Abbate, già bersaglio di ripetute intimidazioni. Sembra essere il suggello del padrino ad una strategia volta ad isolare e ad additare come nemico "il giornalista". Non si illuda Bagarella - aggiunge Bellavia - nè i suoi scagnozzi, nè i suoi riferimenti ai piani alti del sistema, che questo avverrà mai. C'è da chiedersi, poi, di quale circuito informativo disponga un detenuto al 41 bis per ricostruire la genesi di una notizia, a partire dal giornalista che l'ha lanciata e dall'agenzia che l'ha battuta. Occorre che chi ha il compito di indagare vada a fondo su come Bagarella sia venuto in possesso di queste informazioni".
La Sicilia, 04/10/2007

venerdì 21 settembre 2007

Calabria, cadavere riesumato: potrebbe essere quello del giornalista Mauro De Mauro

Nuove rivelazioni sul giornalista de l'Ora di Palermo scomparso nel 1970. Sospetti degli investigatori sulla vera identità di un corpo sepolto nel Lametino. Aperta nel cimitero di Conflenti la tomba del pregiudicato Salvatore Belvedere. Il corpo venne ritrovato in avanzato stato di decomposizione e fu identificato dal figlio

CATANZARO - Potrebbe essere di Mauro De Mauro, il giornalista de l'Ora di Palermo scomparso nel 1970, il cadavere di una persona sepolta nel cimitero di Conflenti, nel Lametino. È l'ipotesi che la Dda di Catanzaro sta verificando sulla base della segnalazione di una fonte definita attendibile.Il cadavere, la cui sepoltura risale al 1971, fu identificato all'epoca per quello di Salvatore Belvedere, trovato in avanzato stato di decomposizione in una buca scavata in una zona di campagna. Il riconoscimento venne fatto da uno dei figli di Belvedere, che riconobbe nella cintura indossata dalla vittima quella del padre. La rivelazioni della fonte, la cui identità non è stata svelata dagli investigatori, hanno indotto il sostituto procuratore della Dda, Gerardo Dominijanni, a disporre la riesumazione del cadavere e l'effettuazione dell'esame del Dna. La riesumazione è avvenuta intorno alle 10 di questa mattina. Le operazioni si sono concluse intorno alle 12 con i resti mortali che sono stati rinchiusi in una cassa di zinco e trasportati per ulteriori accertamenti tecnico-scientifico presso l'Istituto di medicina legale dell'Università Magna Grecia di Catanzaro a disposizione della Dda competente e del medico legale che riceverà l'incarico tra il pomeriggio di oggi e la mattinata di domani. Dopodiché ci vorranno presumibilmente almeno 60 giorni prima che si possa risalire con esattezza all'identità dell'uomo."Non so nulla. Di questa storia nessuno ci ha mai comunicato ufficialmente nulla". Ha spiegato il sostituto procuratore Antonio Ingroia, pm nel processo per l'omicidio del giornalista Mauro De Mauro, commentando la notizia."A noi non è arrivata alcuna comunicazione dalla Procura di Catanzaro - ha spiegato il procuratore di Palermo, Francesco Messineo -. Abbiamo saputo della riesumazione di un cadavere ieri sera tramite l'avvocato di parte civile Crescimanno che ci ha informato. Stiamo intraprendendo necessari contatti per valutare se e quanto il fatto sia di rilievo nel processo di Palermo"."Ieri sera ho ricevuto una nota della famiglia De Mauro che m'informava di avere ricevuto un avviso di accertamenti tecnici da parte della procura di Catanzaro e mi avvertiva della riesumazione, prevista per il 22 settembre del cadavere di Salvatore Belvedere per prelevare materiale genetico e procedere al confronto con quello dei suoi familiari. Se non coincidesse, la stessa operazione sarà fatta con i familiari di De Mauro". Ha detto Francesco Crescimanno, legale di parte civile della famiglia del giornalista Mauro De Mauro. "Questo pomeriggio incontrerò - aggiunge - la figlia di De Mauro, Franca, e decideremo cosa fare".

Un enigma lungo 37 anni

PALERMO - C'è vento di scirocco a Palermo la sera del 16 settembre del 1970. Mauro De Mauro, giornalista di razza del quotidiano 'L'Ora' sta tornando dalla redazione a casa a bordo della sua Bmw nera, ma prima decide di fermarsi in un bar per comprare una bottiglia di vino rosso. Il suo preferito. Davanti alla sua abitazione, in via delle Magnolie, ci sono la figlia Franca con il fidanzato. La ragazza, che si deve sposare tra pochi giorni, lo vuole aspettare, ma si accorge che sull'auto ci sono degli uomini. Uno, prima di salire, sbatte lo sportello e dice con tono imperioso: "Amuninni" (andiamocene ndr). Da allora il nulla. Sono trascorsi esattamente 37 anni e di Mauro De Mauro non si hanno più notizie. Il mistero potrebbe essere svelato proprio adesso con il corpo che verrà riesumato sabato prossimo in Calabria, come disposto dalla Dda di Catanzaro per verificare se si tratta davvero cadavere del boss della 'ndrangheta Salvatore Belvedere, come c'è scritto sulla tomba, oppure di De Mauro. Un mistero fitto, fittissimo. Diversi collaboratori di giustizia hanno affermato che è stato un omicidio di Cosa nostra, qualcun altro parla invece di piste diverse. Ci sono voluti 36 anni per l'apertura del processo per l'omicidio del giornalista. Alla sbarra c'è un solo imputato: il boss mafioso Salvatore Riina, considerato dall'accusa uno dei mandanti dell'assassinio di De Mauro. Insieme con il triumvirato che allora reggeva Cosa nostra a Palermo: Tano Badalamenti e Stefano Bontade, ma questi ultimi sono morti da tempo. Così l'unico imputato resta il boss Riina. L'unico collaboratore di giustizia a raccontare con dovizie di particolari la morte di Mauro De Mauro è Francesco Marino Mannoia. "De Mauro - aveva detto in aula - è stato ucciso dalla mafia dopo essere stato 'interrogatò sulla natura delle notizie che aveva scoperto. Il corpo venne seppellito sul greto del fiume Oreto", il corso d'acqua che attraversa il territorio dov'è sorta la circonvallazione di Palermo. "ll corpo - aveva aggiunto - fu spostato, insieme con altri cadaveri seppelliti nelle vicinanze, perchè Cosa nostra temeva che potessero essere trovati nel corso dei lavori che di lì a poco sarebbero iniziati. Tutti furono sciolti nell'acido, ecco perchè non è stato mai trovato nulla". Mannoia aveva indicato anche il posto dove la mafia aveva improvvisato un cimitero clandestino: "Sotto la Circonvallazione, nei pressi del bar Baby Luna". E la riesumazione sarebbe stata seguita dallo stesso pentito, allora luogotenente del boss Stefano Bontade. Ad uccidere De Mauro, soffocandolo, sarebbero stati in tre: Mimmo Teresi, Emanuele D'Agostino e Stefano Giaconia, tutti 'picciottì del mandamento di Santa Maria di Gesù, a Palermo. Tutti uccisi nella guerra di mafia degli anni Ottanta. L'inchiesta sulla morte di De Mauro è rimasta un mistero fitto fino al 1992, quando dopo le stragi di mafia alcuni pentiti di mafia iniziarono a parlare della morte di De Mauro. Il primo era stato Gaspare Mutolo, pentito storico, che fece i nomi di Stefano Giaconia ed Emanuele D'Agostino. In seguito, ne parlò anche Tommaso Buscetta, altro collaboratore storico, ma anche Antonino Calderone, Francesco Marino Mannoia e Gaetano Grado. E poi Francesco Di Carlo. Sempre secondo i racconti dei pentiti di mafia, la sera del 16 settembre De Mauro sarebbe stato trascinato in un casolare per essere "interrogato" per tirargli fuori quello che sapeva su una notizia che avrebbe voluto scrivere da lì a poco. Poi lo avrebbero ucciso, strangolato. Ma non c'è solo la pista mafiosa. De Mauro, prima di morire, aveva appreso dalle sue fonti che il principe Junio Valerio Borghese stava preparando un golpe e che Cosa nostra complottava con i generali. Adesso, a distanza di 37 anni dalla sua sparizione, il mistero è ancora fitto.

In un libro di Badolati il mistero dello scambio

Il libro del giornalista Arcangelo Badolati. È un intero capitolo quello che Arcangelo Badolati dedica nel suo libro al mistero dei resti su cui oggi si è aperta una nuovo scenario. Badolati scrive che in una sala riservata della Questura di Catanzaro, nell'agosto del 1971, si legge del ritrovamento e del riconoscimento di resti umani, identificati come appartenenti ad un pregiudicato di Sambiase (oggi Lamezia Terme) di cui gli investigatori indicano nome e cognome: Salvatore Belvedere, nato il 18 gennaio del 1914. Il corpo dell'uomo fu ritrovato in una buca scavata sulle montagne di Conflenti (Catanzaro).Il latitante Belvedere e i dubbi dell Questura di Catanzaro. L'anno prima del rinvenimento, esattamente la notte tra il 2 e il 3 giugno del 1970, Belvedere, all'epoca cinquantaseienne, era evaso dal carcere di Lamezia insieme con tre pregiudicati: Michele Montalto, 23 anni, di Siderno; Carmelo Filleti, 28, di Sinopoli, e Giuseppe Scriva, di 24, di Rosarno. Un componente del quartetto aveva finto, in piena notte, un attacco di cuore in cella determinando l'immediato intervento di una guardia e dell'appuntato responsabile del braccio carcerario. I due poliziotti penitenziari erano stati subito presi prigionieri, legati e imbavagliati. Scriva, Filleti, Montalto e Belvedere avevano aperto, usando le chiavi delle guardie, i cancelli e, dopo aver scavalcato il muro di cinta interno, si erano avventurati sul tetto della vicina chiesa di San Francesco da dove, usando delle lenzuola annodate, si erano poi calati nel cortile della canonica guadagnando così la libertà.Il cadavere ritrovato, l'anno successivo, sfigurato e ormai quasi scheletrito tra i boschi di Conflenti, venne riconosciuto - prosegue il giornalista calabrese nel suo libro - da Federico Belvedere, figlio di Salvatore. L'evaso fu identificato perchè aveva un alluce sovrapposto alle altre dita del piede destro. Il 7 aprile del 1978, però, la Procura generale catanzarese inviò alle Questure di tutta Italia una comunicazione che avanzava dubbi sull'affidabilità di quella identificazione, accompagnata da una foto segnaletica del ricercato. E ripartì così la caccia a Belvedere, ufficialmente morto ma, di fatto, ancora latitante. L'uomo, comunicarono i giudici, "deve scontare una condanna definitiva per sequestro di persona".Le rivelazioni del boss Antonio De Sensi. Ancora qualche anno ed ecco - scrive Badolati - la bomba. Un boss della 'ndrangheta, probabilmente Antonio De Sensi, poi ucciso a Lamezia Terme nel 1984, rivelò ad un investigatore che il corpo ritrovato a Conflenti, contrariamente a quanto risultava dagli atti, non era quello dello 'ndranghetista lametino ma, invece, quello del giornalista palermitano Mauro De Mauro. La sostituzione del cadavere - secondo il confidente - aveva avuto una doppia finalità: da una parte era stata sfruttata dal fuggiasco per confondere le acque e rifugiarsi tranquillamente all'estero, dall'altra aveva risolto il problema della definitiva sparizione del corpo di De Mauro. Una doppia operazione decisa dai vertici di 'ndrangheta e Cosa nostra. Una tesi tutt'altro che campata in aria se è vero che nel 1995 è stata addirittura accreditata dalla Squadra mobile di Catanzaro, con una nota ufficiale inviata alla magistratura.

La Sicilia, 20/09/2007

La Bibbia del boss Bernardo Provenzano, un «codice» per i mafiosi

PALERMO — Il mistero religioso di Bernardo Provenzano è tutt'altro che sciolto. Resta intatto l'enigma composto e alimentato da frasi, sottolineature e bigliettini raccolti nell'ormai famosa Bibbia sequestrata nel covo di Montagna dei Cavalli, dove il padrino di Corleone fu arrestato l'11 aprile 2006. E' un testo delle edizioni Paoline, anno di stampa 1968, 1.425 pagine compresa l'introduzione. Su quei fogli ingialliti, che per la prima volta si possono vedere, il capomafia pluriergastolano ha studiato, ragionato, scritto con la sua calligrafia malferma e ortografia infantile, preso appunti, copiato interi brani. A quale scopo? Mistero insoluto. Due relazioni «investigative» del Servizio centrale operativo della polizia e dell'Fbi statunitense hanno concluso che non c'erano indicazioni su codici cifrati. Ma ora sulle scrivanie dei pubblici ministeri Pignatone, Prestipino e Sabella è arrivata l'analisi di un sacerdote, teologo, studioso di testi sacri, secondo il quale c'è ancora molto da scavare nei segreti del volume così a lungo «lavorato» da Provenzano. E che «esclude un utilizzo unicamente personale» del libro: «Le segnature, in genere a matita, analogie, correlazioni, rimandi, cancellature pure leggibili, rendono evidente la volontà di trasmettere messaggi», ha comunicato il religioso al termine delle sue «osservazioni preliminari » sulla Bibbia del Corleonese. Secondo questa analisi, il boss «ha voluto conferire a segni e segnature una precisa connotazione: ciò indica un lungo e affinato lavoro e messa a punto di un sistema». E avanza un'ipotesi: «Che il soggetto (cioè Provenzano, ndr) utilizzasse tale strumento attraverso il linguaggio biblico-simbolico. Tale modalità comunicativa si rivolgerebbe però ad affiliati privilegiati all'interno di un gruppo ristretto e selettivo». Non sembra sbagliato insomma, per il sacerdote nominato ausiliario di polizia giudiziaria, «ritenere che il soggetto abbia semplicemente adottato il linguaggio biblicosimbolico formando un suo codice personalizzato, senza riferimenti a complicati codici preesistenti». Lo studio della Bibbia da parte di Provenzano sarebbe quindi stato necessario al Padrino per imbastire messaggi o comunicazioni attraverso i riferimenti a specifici brani del testo. Una modalità che sembra perfino esplicitata in un biglietto dattiloscritto trovato all'interno del libro che il boss aveva con sé, e che ha chiesto di poter tenere dopo l'arresto. Richiesta negata. «In qualsiasi posto o parte del mondo mi trovo — si legge in quella sorta di "pizzino" — in qualsiasi Ora io abbia a comunicare con T... Sia parole, Opinione, fatti scritti. Chiedere a Dio il sugerimento, la sua guida, la sua esistenza affinche con il suo volere Possano giungere Ordine per lui eseguirlo affin di Bene». Una specie di promemoria — secondo l'ipotesi della relazione — per stabilire (e comunicare) che dovunque (anche nella cella di un carcere) si può ricorrere a risposte desunte dalla Sacra Scrittura, che diventa «lo strumento più immediato ed inequivocabile per suggerimenti, guida e assistenza». La Bibbia di Montagna dei Cavalli risulta sottolineata in vario modo— a volte con linee unite, altre con piccoli tratti sotto ogni parola — per il 90 per cento del testo. Quasi tutta. Ma solo in alcune parti compaiono dei frammenti di post-it gialli, ritagliati con cura, divisi a scacchi e arricchiti da frecce colorate. Altre frecce, quasi sempre a gruppi di tre, sono disegnate in rosso su alcune pagine. E di tanto in tanto ci sono annotazioni scritte a matita dal Padrino, a indicare la sintesi di un pensiero, o perfino un destinatario. Come si capisce da un biglietto trovato a pagina 502, con l'annotazione «Esdra, pg 503 Per mio figlio Angelo»; le ultime due parole sono cancellate ma ugualmente leggibili. A pagine 503, tra tante parole del libro di Esdra sottolineato o evidenziate con un adesivo azzurro, la frase di apertura recita: «anzi, i capi e i magistrati sono stati i primi a compiere questa trasgressione». Un altro brano indicato con le freccette parla più direttamente di «figli e figlie», e l'indicazione di «Angelo» compare anche in cima a un passaggio del libro di Tobia. Su una pagina delle profezie di Isaia, invece, in cima alla pagina 862, l'annotazione di Provenzano dice: «47 v 13 ogni mese»; sottolineato, nel testo, il versetto 13 del capitolo 47 nella parte: «Si levino ora a salvarti quelli che misurano il cielo, che osservano le stelle e ti fanno sapere ogni mese quello che accadrà». Le ultime parole sono cerchiate una dopo l'altra, come se la cosa più importante del brano fosse il riferimento alla scadenza mensile, che potrebbe avere un senso preciso all'interno di una comunicazione. E il versetto 7 del capitolo 24 del Deuteronomio è evidenziato sia dalle sottolineature che dai post-it con le freccette. Si citano rapiti trattati da schiavi e rapitori che devono morire; sopra, Provenzano ha scritto «E Guiseppe», probabile errore ortografico per «Giuseppe». Può essere una mera suggestione, ma il figlio del pentito di mafia Santino Di Matteo, rapito e assassinato a 14 anni da futuri pentiti che hanno avuto forti sconti di pena, si chiamava Giuseppe. Si riferiva a quella vicenda, il capomafia? Alcune frasi scritte a mano dal boss di Corleone ora rinchiuso nel carcere di Novara sembrano commenti personalizzati. Oppure giudizi riportati da altri, come si legge nel biglietto applicato alla fine del libro di Giobbe: « TT. a detto a M. che nella Bibbia c'è scritto prostituirsi none Peccato ». E in testa al capitolo 59 del libro di Isaia, intitolato «I peccati ostacolano la salvezza », Provenzano ha annotato: «Copiare fino al v. 8»; si parla di «mani imbrattate di sangue» e di «dita macchiate d'iniquità», situazioni che ricorrevano spesso nell'ambiente in cui il boss ha vissuto e comandato fino all'aprile del 2006. Chissà se quelle frasi erano destinate a qualche uomo d'onore. Magari uno di quelli che gli scrivevano i «pizzini» in cui chiedevano lumi o davano spiegazioni su estorsioni e omicidi. Come fece il latitante Salvatore Lo Piccolo, che scriveva al religiosissimo Padrino per dargli conto dei motivi per i quali aveva dovuto ammazzare una persona, probabilmente Giovanni Bonanno, mafioso di Resuttana, vittima di «lupara bianca» appena tre mesi prima dell'arresto di Provenzano. Il boss di Corleone inviava e riceveva messaggi come questi, che trattavano di ricatti e di morte, mentre della Bibbia sottolineava quasi ogni pagina. Anche l'introduzione dove si spiega che i testi sacri sono «utili per insegnare, per convincere, per correggere, per educare alla giustizia, affinché l'uomo sia perfetto».
Giovanni Bianconi
Il Corriere della Sera, 20 settembre 2007

martedì 18 settembre 2007

Angelo Provenzano alla BBC: “Mio padre ha potuto sbagliare, ma resta sempre mio padre…”

Pubblichiamo un altro stralcio dell’intervista esclusiva della BBC ai figli del boss di Cosa Nostra, Bernardo Provenzano. Il network inglese ha realizzato un servizio di circa un’ora, dove ricostruisce la lunga attività criminale di “Don” Binnu, la sua latitanza e il suo arresto, avvenuto l’11 aprile 2006, nel casolare di Montagna dei Cavalli, a due chilometri da Corleone.

BBC: Credete che vostro padre sia il mandante di delitti, di stragi?

Angelo Provenzano: Io non credo, non voglio credere nulla, nel senso che… è mio padre, ed è anche un uomo… Ha potuto sbagliare, ha potuto fare delle scelte che io non conosco, che io non so… Sono fondamentalmente cose sue, sue scelte. Per me resta sempre mio padre…

Francesco Paolo Provenzano: A tutti quelli che dicono che mio padre è il Padrino di Cosa Nostra, io dico che ci sono tanti Padrini. Tolto uno ne spunta un altro… arrestato uno ne spunta un altro. Questa è la mia opinione…

lunedì 17 settembre 2007

La BBC è riuscita ad intervistare Angelo e Francesco Paolo Provenzano, figli di don "Binnu"

Clamoroso scoop della BBC, che è riuscita ad intervistare Angelo e Francesco Paolo Provenzano, figli dell'ex "Capo dei Capi" di Cosa Nostra. Il servizio televisivo, andato in onda ieri, ha la durata di circa un'ora e ricostruisce la carriera criminale di Provenzano, la sua lunga latitanza e la sua cattura, attraverso immagini ed interviste ai poliziotti e ai magistrati. I giornalisti sono riusciti ad ottenere in esclusiva l'intervista dei figli del boss.


Ecco la trascrizione dell'intervista:

BBC: Come vivevate prima del 1992?
Angelo Provenzano: Quasi come agli arresti domiciliari...

BBC: Dove eravate stati? Chi vi ha protetti?
Angelo Provenzano: Sono domande che da parte mia non avranno mai risposte...

BBC: Non ci sarà mai una risposta?
Angelo Provenzano: No, mai.

BBC: Quali sono i consigli di vostro padre che apprezzavate di più?
Angelo Provenzano: Alzarsi presto la mattina... non fare agli altri ciò che non vorresti che fosse fatto a te... Sono piccole frasi, che però ti danno la percezione della vita.
Francesco Paolo Provenzano: Io non posso dire di avere dei ricordi che corrispondono a quello che è stato detto dai giornali e dalle forze dell'ordine...

(Guarda il video)

This World tells the tale of how Bernardo Provenzano, the boss of the Sicilian mafia, was finally captured after one of the world's longest manhunts.
17 Sep 2007


martedì 28 agosto 2007

Bagarella e Santapaola, le fedi dei boss “dimenticate” in cella. Forse un'alleanza?

CATANIA - Potrebbe essere nata un'alleanza fra i boss mafiosi Benedetto "Nitto" Santapaola e Leoluca Bagarella, entrambi trasferiti nei giorni scorsi dal carcere in cui erano detenuti al 41 bis. È l'analisi degli inquirenti dopo che i capimafia, che avrebbero dovuto andare ad occupare la cella dell'altro, nell'ambito di uno scambio incrociato disposto dal Dipartimento amministrazione penitenziaria, una volta giunti a destinazione, hanno entrambi denunciato alla polizia penitenziaria di aver dimenticato nella vecchia cella la propria fede nuziale. Una strana coincidenza che ha subito portato il Dap a destinare Santapaola nel carcere di Tolmezzo, anzichè in quello de L'Aquila in cui è stato detenuto per molti anni Bagarella.Il rapporto tra Totò Riina e Nitto Santapaola si è incrinato dopo la stagione delle stragi del 1992. Il boss catanese preferiva tenere al riparo dai riflettori la sua città. Quando, nell'estate del 1992, Riina ordinò di uccidere l'ex presidente della Regione Rino Nicolosi (Dc), Santapaola prese le distanze, non ubbidì. Riina reagì stabilendo un rapporto preferenziale e segreto con l'altro capomafia etneo Santo Mazzei, amico fidatissimo di suo cognato Leoluca Bagarella. Primo incarico dei corleonesi a Mazzei: "fai pulizia all'interno di Catania". Da allora cessarono i rapporti fra Santapaola e il gruppo stragista composto da Riina e Bagarella.Adesso la strana coincidenza che i due capimafia hanno dimenticato nella cella che avrebbero dovuto occupare, la propria fede nuziale, dalla quale lo stesso Bagarella, come hanno sempre spiegato i pentiti non si sarebbe mai staccato dopo la morte della moglie, fa emergere per gli inquirenti l'ipotesi che i due boss possono aver suggellato "un matrimonio" fra gruppi criminali.
La Sicilia, 28/08/2007

NELLA FOTO: Leoluca Bagarella in manette

domenica 15 luglio 2007

Villabate. Il boss riceveva nell'ufficio del sindaco

PALERMO - Quando l'ex sindaco di Villabate Giuseppe Navetta, eletto nella lista di Forza Italia, era assente, nella stanza in municipio il boss Antonino Mandalà era solito ricevere amici e cittadini in cerca di favori. Il particolare è stato rivelato dal maresciallo Sigismondo Caldareri, ex comandante della stazione dei carabinieri di Villabate, che oggi ha deposto al processo a sette persone accusate, a vario titolo, di associazione mafiosa e corruzione, in corso davanti alla quinta sezione del tribunale di Palermo. "Abbiamo accertato - ha detto il sottufficiale - che quando il primo cittadino non era in Municipio, Mandalà occupava il suo ufficio per ricevere persone".Il maresciallo ha poi ricostruito in aula le fasi della collaborazione con la giustizia di Francesco Campanella, ex presidente del Consiglio Comunale di Villabate e dipendente del Credito Siciliano, che procurò al capomafia Bernardo Provenzano la falsa carta di identità usata dal boss nel 2003 per i due viaggi a Marsiglia. "Campanella - ha detto - mi disse che voleva parlarmi. Aveva da poco ricevuto l'avviso di garanzia in cui la procura lo accusava di concorso in associazione mafiosa. Ci incontrammo l'1 aprile del 2005. Mi annunciò che voleva liberarsi l'anima da diverse malefatte, io comunicai la cosa ai magistrati e venne avviato il programma di protezione".Campanella, dopo alcuni giorni, raccontò agli investigatori che Nicola Mandalà, figlio del boss Antonino, tra gli organizzatori del viaggio in Francia di Provenzano, gli aveva chiesto di procurargli tre schede per i cellulari. "Campanella - ha aggiunto - seppe che erano ricollegabili al trasferimento del padrino di Corleone a Marsiglia". Infine il pentito fornì ai carabinieri copia del documento di identità di Giovanni Nicchi, capomafia di Porta Nuova, attualmente latitante, che Mandalà gli aveva presentato per fargli aprire un conto corrente al Credito Siciliano. "Campanella - ha concluso il maresciallo - aveva incontrato Nicchi nel 2004 e nel 2005, allora lui aveva solo 23 anni, ma il rispetto che i Mandalà gli tributavano aveva fatto comprendere al collaboratore che si trattava di una persona importante in Cosa nostra". Nicchi, sfuggito al blitz denominato Gotha, che a giugno del 2006 ha portato all'arresto di decine di boss e gregari, è ritenuto tra i capimafia più potenti di Palermo. Il processo è stato rinviato al 20 settembre. Il 2 ottobre, nell'aula bunker di Firenze, verrà invece sentito Campanella.
la Sicilia, 12/07/2007

venerdì 13 luglio 2007

Il Procuratore Piero Grasso: "La mafia ha già fatto l'accordo sugli affari italo-americani"

La riscoperta dell'America nuovo fronte di Cosa Nostra. Tornano in Sicilia i figli dei boss scappati negli Usa per sfuggire ai Corleonesi. E si riprendono il potere perduto

di Attolio Bolzoni e Giuseppe D'Avanzo
PALERMO - Chi è Frank Calì, e perché tutti lo cercano? Quel nome - il nome di un siculo-americano - ritorna ossessivamente nelle "parlate" degli uomini di Cosa Nostra. Lo fanno a Palermo, lo ripetono nel New Jersey, lo bisbigliano a Corleone. Di Frank sentiremo ancora parlare, giurateci. Eppure, al Dipartimento di Giustizia, Calì non appare mai nei report sulle cinque "grandi famiglie" di New York, i Gambino, i Bonanno, i Lucchese, i Genovese e i Colombo. Soltanto poche, quasi distratte, righe in un dossier dell'Fbi. Più o meno un "signor nessuno" che deve avere però un potere invisibile o ancora sconosciuto, se negli ultimi tre anni per lo meno una mezza dozzina di "delegazioni" di mafiosi siciliani lo hanno raggiunto dall'altra parte dell'Oceano per discutere di "affari". Ma di quali affari? E, soprattutto, di quale portata e per quali progetti? Questa è la storia, o meglio il primo paragrafo di una storia che soltanto il tempo potrà scrivere. Vi si rintracciano indizi di un prepotente risveglio di Cosa Nostra dopo un muto decennio di ibernazione. La mafia sembra volersi liberare dall'arcaicità violenta dei Corleonesi per ritrovare dalla Sicilia - come in un passato glorioso - ruolo e protagonismo sulla scena internazionale. Nelle loro casseforti ci vogliono mettere soldi, molti soldi. Non vogliono più cadaveri per le strade o "picciotti" nelle galere. A che cosa sono serviti il sangue, le bombe contro lo Stato, gli ergastoli che hanno umiliato le famiglie? A niente. Ecco perché adesso tutti cercano Frank Calì. Del "signor nessuno" si può dire subito - per quel pochissimo che se ne sa - che è un uomo di rispetto della Famiglia Gambino designato per trattare, con i Siciliani, la nuova avventura. Se sono buone le intuizioni degli investigatori, i mafiosi vogliono ritornare ad essere brokers nel mercato illegale/legale mondiale. Frank Calì serve a tutto questo. È "l'ambasciatore" americano. Frank Calì ufficialmente è un imprenditore della Italian Food Distribution a New York. Da almeno tre anni, gli agenti dell'Fbi lo vedono intrattenersi con vecchi trafficanti della "Pizza Connection". E con giovani rampolli delle Famiglie palermitane, nati però negli Stati Uniti. E con gli emissari di Bernardo Provenzano e Totò Riina, i Corleonesi. Un'agenda di incontri che mette insieme amici e nemici di antiche guerre e di mai dimenticati stermini, tutti a far la fila da Frank Calì. L'elenco è lungo. Da lui vanno in più occasioni Nicola Mandalà e Nicola Notaro della Famiglia di Villabate, Gianni Nicchi della Famiglia di Pagliarelli, Vincenzo Brusca della Famiglia di Torretta. Ma forse la traccia più rilevante per capire che cosa sta accadendo è nelle triangolazioni telefoniche tra le utenze di Calì e i cellulari degli uomini di Salvatore Lo Piccolo, ricercato da 27 anni, oggi al primo posto della lista dei latitanti dopo la cattura di Bernardo Provenzano. Il suo "scacchiere diplomatico" non è stretto alla Sicilia. Un rapporto congiunto dell'Fbi e della Royal Canadian Mounted Police svela "i legami tra Frank Calì, Pietro Inzerillo e i membri del cartello criminale "Siderno" della 'ndrangheta". Alla sua corte ci sono proprio tutti, dunque. È la circostanza che spinge Fbi e Polizia criminale italiana a lavorare insieme, a scambiarsi informazioni e analisi come negli Anni Ottanta, quando Giovanni Falcone faceva squadra con il procuratore distrettuale Rudolph Giuliani. Si preparano a fronteggiare il nuovo piano di Cosa Nostra: la riscoperta dell'America. Con inaspettati protagonisti. Con nomi che, soltanto fino a qualche anno fa, a Palermo non si potevano nemmeno pronunciare.
Sono tornati gli Inzerillo. Erano stati massacrati dall'aprile del 1981 all'ottobre del 1983 dai Corleonesi. "Di questi qua - disse Totò Riina - non deve rimanere sulla faccia della terra nemmeno il seme". Morì Totuccio, il rispettato capo di Passo Rigano, e poi morì suo figlio Giuseppe. Morirono in ventuno. Fratelli e zii e nipoti e cugini. Molti scomparvero afferrati dalla "lupara bianca", un impero di 27 società di riciclaggio rimase senza padroni. La scia di sangue si interruppe soltanto con l'intercessione dei parenti di Cherry Hill. Uomini potenti. Allora i più potenti d'America come Charles Gambino. Trattarono una resa senza onore. La Commissione siciliana pretese che gli Inzerillo avrebbero avuta salva la vita a condizione che non tornassero più nell'Isola. Mai più. E' la regola che dettò la Cosa Nostra di Totò Riina. Allora fu nominato, e lo è ancora oggi, un "responsabile" del rispetto di quel patto. Si chiama Saruzzo Naimo. Ma le regole, in Cosa Nostra, esistono per essere violate e interpretate per gli amici e applicate per i nemici. Così alla spicciolata gli Inzerillo sono rientrati a Palermo. Abitano tutti nella loro borgata di nascita, a Passo di Rigano. E' tornato Francesco Inzerillo, figlio di quel Pietro che l'Fbi e la polizia canadese "vedono" sempre con Frank Calì. E poi Tommaso Inzerillo, cugino di Totuccio e cognato di John Gambino, il figlio del vecchio Charles. E un altro Francesco, fratello di Totuccio. Espulso come "indesiderato" dagli Stati Uniti è tornato Rosario, un altro fratello di Totuccio. E' rientrato Giuseppe, figlio di Santo, ucciso e dissolto nell'acido solforico. Soprattutto è tornato l'unico figlio ancora vivo di Totuccio, Giovanni, nato a New York nel 1972, cittadino americano. A lui è toccato riaprire dopo venticinque anni la casa di via Castellana 346. Insieme a loro, sono riapparsi in città gli Spatola dell'Uditore, i Di Maggio di Torretta, i Bosco, i Di Maio, qualche Gambino. Insomma, quell'aristocrazia mafiosa che i contadini di Corleone avevano spazzato via con "tragedie", tradimenti, agguati. A Palermo gli Inzerillo hanno ricostituito la loro Famiglia. Con quale "autorizzazione"? Con quali appoggi? Con quali garanzie e impegni? Se la questione è un enigma per gli investigatori, impensierisce ancora di più alcuni alleati palermitani dei Corleonesi che erano stati in prima fila, nella strage degli Inzerillo. La preoccupazione diventa apprensione quando, nei viaggi in America, scoprono che accanto a Frank Calì c'è sempre un Inzerillo. A New York come a Palermo, per uscire dall'isolamento e pensare finalmente alla grande, bisogna fare necessariamente i conti con "quelli là" e le loro influenti parentele d'Oltreoceano.
Nelle ultime intercettazioni ambientali - una vera miniera di inaspettate informazioni - "il discorso dell'America" è un tormentone tra i mafiosi. Riserva un punto di vista inedito su Cosa Nostra. Liquida ogni lettura convenzionale. Cosa Nostra non è il quieto monolite governato con i "pizzini" dalla furbizia contadina del vecchio Provenzano né è attraversata, come pure si è sostenuto, da una frattura territoriale e culturale. Da un lato, i contadini e i paesi di campagna. Dall'altra, i cittadini, la grande città, le borgate. E' invece un mondo smarrito e, al tempo stesso, eccitato dalle nuove opportunità. Ora, come per un riflesso condizionato, tentato di mettere mano alla pistola per eliminare ogni irritante contraddizione; ora convinto di dover cercare, senza sparare un colpo, compromessi per far valere la sola ragione che tutti può entusiasmare: fare i piccioli. Fare i soldi. Gli esiti della contesa sono del tutto imprevedibili. Nei prossimi mesi, la guerra ha la stessa possibilità di scoppiare quanto la pace. Chi lavora, con ostinazione paranoide, a una nuova contrapposizione si chiama Antonino Rotolo. E' il capomandamento di Pagliarelli. Basta ascoltare quali erano i suoi argomenti qualche giorno prima di finire in galera. "Questi Inzerillo - dice Rotolo ai suoi - erano bambini e poi sono cresciuti, questi ora hanno trent'anni. Come possiamo, noi, stare sereni... Se ne devono andare. E poi uno, e poi l'altro e poi l'altro ancora... Devono starsene in America. Si devono rivolgere a Saruzzo (Naimo) e se vengono in Italia li ammazziamo tutti. Come possiamo stare, noi, sereni quando io per esempio - l'ho detto e lo ripeto - so di un tizio che dice a uno dei figli di Inzerillo: "Non ti preoccupare tempo e buon tempo non dura sempre un tempo"... Noialtri non è che possiamo dormire a sonno pieno perché nel momento che noi ci addormentiamo a sonno pieno, può essere pure che non ci risvegliamo più. Alzando la testa questi, le prime revolverate sono per noi. Vero è... Picciotti, non è finito niente. Gli Inzerillo, i morti, li hanno sempre davanti. Ci sono sempre le ricorrenze. Si siedono a tavola e manca questo e manca quello. Queste cose non le possiamo scordare. Questi se ne devono andare, punto e basta, non c'è Dio che li può aiutare... Ce ne dobbiamo liberare e così ci leviamo il pensiero... Per il bene di tutti, noi questo dobbiamo fare. L'avete capito o no che quello, Lo Piccolo, li utilizza già gli Inzerillo? Questa storia non finisce, non finirà mai...". Antonino Rotolo affronta con Alessandro Mannino, nipote prediletto di Totuccio Inzerillo, "il discorso dell'America". Senza giri di parole, in modo brusco. Gli dice: "Tu sei il nipote di Totuccio Inzerillo il quale, con altri, senza ragione alcuna sono venuti a cercarci per ammazzarci, ma a loro nessuno gli aveva fatto niente. Ci hanno cercato e ci hanno trovato. Peggio per loro. Non siamo stati noi a cercarli. Così si è creata questa situazione di lutti e di carceri. La responsabilità è di tuo zio e compagni, se ci sono morti e se ci sono carcerati. Quindi io ti dico che non c'è differenza tra voi, che avete i morti, e le famiglie che hanno la gente in galera per sempre, perché sono morti vivi. Quindi, i tuoi parenti devono rimanere all'America, devono rimanere sempre reperibili. Ai tuoi parenti garanzie non ne può dare nessuno. I tuoi parenti se ne devono andare e ci devono fare solo sapere dove vanno perché noi li dobbiamo tenere sempre sotto controllo".
Anche Antonino Rotolo ha spedito a New York il suo fidato "messaggero", Gianni Nicchi, giovane e "sperto". Al rientro dalla missione, si fa raccontare e quel che ascolta non gli piace. Rotolo, se sono sincere le sue parole, non si fida delle promesse di Frank Calì. Crede che siano soltanto "chiacchiere" per restituire Palermo agli Inzerillo. I suoi sospetti lo isolano dentro Cosa Nostra. Salvatore Lo Piccolo - il suo competitore nelle borgate - ha già chiuso l'accordo con gli Americani. L'ago della bilancia è Provenzano. Però anche a Provenzano fa gola riallacciare i rapporti con i suoi antichi nemici e ritrovarseli dopo un quarto di secolo al suo fianco. Negli ultimi mesi della sua latitanza, finita l'11 aprile del 2006, mette in moto tutta la sua sapienza ambigua. In un rosario di "pizzini" inviati ai suoi, finge di non sapere che gli Inzerillo sono già tutti a Palermo. Minimizza la rilevanza di quel ritorno. Quando gli capita, consiglia di accoglierli "se vogliono passare il Natale con i loro parenti" o se devono scontare scampoli di pena in Italia, una volta espulsi dagli Stati Uniti. E' l'abituale inganno "corleonese". In realtà, il lavorio di mediazione con gli Americani è l'ultima grande fatica del Padrino di Corleone. Da due anni, "il vecchio" si adopera per il recupero totale alle fortune di Cosa Nostra degli Inzerillo, soprattutto dei loro legami con la mafia americana. Nicola Mandalà è l'uomo più fidato dell'inner circle di Bernardo Provenzano. Lo aiuta a farsi operare alla prostata in una clinica di Marsiglia. Fa due viaggi a New York per incontrare Frank Calì e Pietro Inzerillo. E' possibile che Mandalà, generosamente finanziato con 40 mila dollari a trasferta, abbia fatto tutto questo senza un mandato di Provenzano? Un altro "contadino" di Corleone va in America. E' quel Bernardo Riina che sarà poi arrestato come "ultimo anello" che conduce i poliziotti nel rifugio di Montagna dei Cavalli. Bernardo Riina costituisce una società a New York insieme a suo figlio nel gennaio del 2006. Appena cento giorni prima della cattura del suo Padrino. E' il ponte lanciato dalla Sicilia all'America. E' un capovolgimento di schemi e di logiche dove i Corleonesi - dati per spacciati dopo l'arresto dei suoi rappresentanti più famosi - non solo non stanno abbandonando i posti di comando di Cosa Nostra ma, al contrario, provano a penetrare un altro mondo: gli Stati Uniti. Il personaggio chiave è, dunque, il nostro misteriosissimo Frank Calì che distribuisce Italian Food su tutta la costa atlantica. Ancora più misteriose, al momento, sono le occasioni economiche e finanziarie che le due mafie prevedono di cogliere insieme. Tempo e buon tempo non dura sempre un tempo. Cosa Nostra si prepara alla sua nuova stagione.
La Repubblica, 13 luglio 2007

FOTO. Il Procuratore nazionale antimafia, Piero Grasso