lunedì 22 marzo 2010

Ecco perché siamo stati a Milano

“Legami di legalità, legami di responsabilità” sono quelli che uniscono i tanti studenti, amministratori, rappresentanti del mondo della scuola, della politica, del sindacato, giovani e adulti che anche quest’anno si sono dati appuntamento per la “Giornata della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime delle mafie”. Legami che saldano il fondamentale lavoro dei magistrati e delle forze di polizia all’impegno culturale e sociale, altrettanto necessario: i progetti sui beni confiscati, i percorsi nelle scuole, l’informazione approfondita, la testimonianza dei famigliari delle vittime. Legami che avvicinano il Nord al Sud in una dimensione sempre più ampia di consapevolezza e corresponsabilità.

Siamo stati a Milano, il 20 marzo, per ribadire che le mafie e le tante forme d’illegalità, corruzione e abuso non sono un problema circoscritto, ma un furto di bene comune che ci colpisce tutti e al quale tutti possiamo e dobbiamo ribellarci.
Ad accoglierci c’è stata la Milano motore economico del Paese, ma anche una città che ha dimostrato di saper sviluppare gli anticorpi alla criminalità e alla corruzione, offrendo testimonianze di coraggio e generosità. Il primo nome che viene in mente è quello di Giorgio Ambrosoli, fedele alla giustizia al punto di sacrificare la vita ai suoi principi, principi che traggono forza solo dalla nostra coerenza, responsabilità e adesione vera. E certo non possono essere dimenticate le vittime innocenti delle bombe mafiose del 27 luglio 1993, in via Palestro. Tre vigili del fuoco, Carlo Lacatena, Stefano Picerno e Sergio Pasotto e un vigile urbano, Alessandro Ferrari, accorsi sul luogo dell’attentato per fare il proprio dovere, e il cittadino marocchino Driss Mussafir, colpito dalle bombe mentre sostava in strada su un giaciglio di fortuna. Venuto in Italia in cerca di dignità e lavoro, Driss ha trovato la morte così come tanti altri immigrati trovano l’emarginazione, il rifiuto, lo sfruttamento.

Anche per loro siamo stati a Milano, perché nella sua essenza la lotta alle mafie è lotta per i diritti, per una giustizia fondata sulla prossimità. Questo ci chiedono le vittime delle mafie, un impegno che anche in Lombardia trova espressioni vere e trasversali: accanto alle numerose associazioni, ai gruppi di volontariato, c’è il lavoro di tanti bravi e onesti amministratori, esponenti del mondo della scuola, della cultura, del sindacato. C’è una Chiesa davvero attenta alla storia delle persone e pronta, per voce del suo Vescovo, a denunciare la deriva dal sociale al “penale”, richiamare una sicurezza che sappia coniugare regole e accoglienza. E con lei la voce di altre Chiese, ugualmente impegnate a saldare solidarietà e giustizia, dimensione spirituale e impegno civile. Come non manca, a Milano, la sensibilità inquieta della città aperta alla dimensione internazionale. Sono state numerose, il 20 marzo, le persone arrivate da paesi di tutta Europa e dall’America Latina: associazioni, famigliari delle vittime, giornalisti della carta stampata e delle televisioni. A testimonianza di una consapevolezza che cresce e va sostenuta e alimentata, di un impegno che deve attraversare i confini, valorizzare le differenze e superare le “diffidenze”, nel segno dei diritti, della corresponsabilità, del comune desiderio di giustizia.
Da LiberaInformazione.it

XV Giornata della Memoria e dell'Impegno: Nessuno tocchi il 21 marzo!

di Norma Ferrara
21 marzo, politica ascolti voce dei familiari delle vittime. Primo giorno di primvera: una data riconfermata per 15 anni nel Paese
"Nessuno tocchi il 21 marzo". Così Don Luigi Ciotti, presidente di Libera, nella XV Giornata della Memoria e dell'impegno. L'aveva dichiarato il giorno prima durante il "grande abbraccio" con i familiari a San Fedele, a pochi passi dal Duomo. "Questa data è stata scelta negli anni dagli stessi familiari di vittime delle mafie, che con il loro dolore ma anche il loro impegno, hanno voluto che il 21 marzo, primo giorno di primavera, fosse la giornata nazionale in cui si ricordano tutte ma proprio tutte le vittime delle mafie". Quella in cui, i nomi più noti, vengono letti accanto a quelli meno noti, a quelli dimenticati e persino a quelli che ancora non possiamo pronunciare, perché non li conosciamo. "Questa data - commenta Ciotti - ha uno spessore etico, culturale, politico, ed è la giornata in cui ciascuno dei familiari è uscito allo scoperto, ha ritrovato il coraggio di partecipare, di condividere con gli altri e di raccontare".

Tutto nasce da una proposta di Legge, primi firmatari Giuseppe Giulietti e Fabio Granata, che chiedeva al Parlamento di istituire il 21 marzo come Giornata Nazionale della Memoria e dell'Impegno. Dopo alcuni mesi la politica, una parte, ha iniziato a proporre altre date, perchè questa giornata è stata sin ora organizzata da Libera e a Libera è riconducibile. Così sono partite varie proposte, dal 23 maggio, data della strage di Capaci, al 30 aprile, l'ultima in ordine di tempo, data dell'uccisione di Pio La Torre a Rosario Di Salvo. Ma è lo stesso Franco La Torre, figlio di Pio, a ribadire per primo il suo no a Milano "per una scelta che non comprendo e non condivido". Lo fanno a seguire anche gli altri familiari in questa due giorni di Milano. "Il 21 marzo - dichiara Stefania Grasso, referente per il settore Memoria di Libera - è il primo giorno in cui ci siamo ritrovati, in cui non ci siamo più sentiti soli, dopo la morte dei nostri cari. Questa è la data che ci rappresenta". Un appello condiviso dai tanti familiari giunti a Milano e riuniti nell'abbraccio collettivo il 20 marzo nel corteo colorato dei tanti giovani giunti nel capoluogo. E un monito, alle voci che sulla stampa, danno notizia di questa ennesima divisione in atto in Parlamento in tema di cultura antimafia, arriva anche dal primo firmatario della legge.

"Raccolgo e faccio mio - l'appello di Libera, di Franco La Torre e dei tanti familiari che ogni anno si ritrovano nel primo giorno di primavera, a non cambiare la data della Giornata nazionale della Memoria e dell'Impegno. Una giornata che ha il patrocinio della presidenza della Repubblica, che ha il sostegno e la partecipazione di tantissimi giovani, associazioni, e singoli cittadini da tutta Italia. Quella sulla data - commenta Giulietti, deputato e portavoce di Articolo21 - è solo un tentativo di dividere e confondere. Da qui invece l'appello a rispettare la volontà già espressa con la partecipazione in questi 15 anni e a approvare rapidissimamente questa proposta di legge. Mi permetto inoltre - aggiunge Giulietti - di dire ai politici che su questa data si stanno dividendo e stanno creando rallentamenti, di vedere le immagini, i video, e i volti, di questi familiari prima di scegliere".

Anche Don Luigi Ciotti invita i politici a "guardare in faccia" questi familiari di vittime delle mafie. Di ascoltarli, più spesso. Di conoscerli". Un invito a non scegliere "a tavolino" ma a prendere decisioni così' come la politica dovrebbe fare: ascoltando le persone e rispettando la loro volontà". Gli appelli da Milano sono partiti diretti al Parlamento e a chi, ancora nonostante 150 mila persone, non sa. Non vede. O non vuole capire. Ma una cosa è certa, per l'Italia che era in piedi, in marcia, da porta Venezia a Piazza Duomo, a Milano, il 21 marzo è la giornata che hanno scelto, ben prima della politica. E se non ci sarà altra scelta, anche senza la politica.
Milano, 21.03.2010 / Da: LiberaInformazione.it

giovedì 18 marzo 2010

Corleone. La frana di contrada Caputo. Marcus Salemi, uno degli sfrattati: "Aiutatemi!"

MARCUS SALEMI
Mi chiamo Marcus Salemi, abito a Corleone, ho 40 anni, una splendida moglie e due figli eccezionali, Simone e Gabriele. Da un mese circa vivo la stessa situazione dei terremotati dell’Aquila o dei conterranei della frazione di Messina.
La mia casa giorno dopo giorno sta venendo giù a causa di una frana e di un compluvio di acque fuori controllo. Dal 3 marzo ci è stata notificata l’ordinanza sindacale di sgombero, che in un primo momento ho ignorato, ma dopo l’ennesima pioggia torrenziale (che sta di fatto piegando l’edificio su un lato) ho dovuto accettare alzando mestamente bandiera bianca. Anche se con un grosso nodo in gola, riconosco che lo sgombero, piaccia o meno, e un atto di tutela della nostra incolumità, e devo pur riconoscere che l’amministrazione comunale non è rimasta insensibile alla nostra vicenda, anzi. Ci ha subito trovato una sistemazione in albergo nell’attesa di trovare una soluzione magari con la stipula di un contratto d’affitto per un nuovo appartamento. La mia disperazione nasce dal fatto che a tutt’oggi non c’è una soluzione definitiva al problema e per questo mi sto ritrovando materialmente con un pugno di mosche in mano perché nel giro di un paio di settimane quello che per me era una certezza di un tetto sopra la testa, è svanito nel giro di pochi giorni. In famiglia lavoro solo io, per di più facendo il pendolare da Palermo, e dopo circa 20 anni di sacrifici si stava realizzando l’agognato sogno, la casa. La disperazione ed il senso di impotenza stanno avendo la meglio su tutto, sulla voglia di ricominciare, anche perché non sai nemmeno da dove ricominciare. I nostri figli che hanno 13 e 14 anni nel loro piccolo stanno vivendo lo stesso dramma e non capiscono perché ci stia capitando tutto ciò.
Mi sento deluso, sconfitto, impotente è anche arrabbiato, costretto ad accettare una situazione a cui non posso porre rimedio mio malgrado. Tanta è la disperazione che sarei disposto a vendere anche un RENE, se questo potesse servire a qualcosa. Mi sento sconfitto come uomo, come marito e come padre e non sono disposto ad accettare passivamente un evento che sta sconvolgendo la mia vita, nessuno parla di questa vicenda, che non trova spazi da nessuna parte, forse perché non è suffragata dai grandi numeri di una catastrofe. Ecco perché fiducioso nella vostra sensibilità vi chiedo un piccolo aiuto, ovvero pubblicare questa mia missiva nei vostri organi d’informazione sia per mettere a conoscenza i vostri lettori dei problemi che anche Corleone ed il suo comprensorio stanno vivendo, sia per mantenere viva l’attenzione sulla drammaticità dei fatti al fine di non vederla pian piano morire insieme ai miei sogni ed alla felicità della mia famiglia.
FOTO: La frana in contrada Caputo (Ph. Gino Di Leo - da "Corleone-Dialogos")

Speriamo che qualcuno nei "Palazzi" ascolti la voce disperata di questo giovane padre di famiglia. Speriamo che qualcuno, dopo avere ascoltato, si faccia carico di casi come questo, che sono drammatici anche se interessano poche persone. Il sindaco, intanto, se non l'ha fatto, farebbe bene a chiedere l'intervento della Regione anche per ridare una casa a chi la sta perdendo. (d.p.)

lunedì 15 marzo 2010

Gli affari, i politici, la legalità negata. Report alza il velo sui Fondi Fas

Fondi Fas, ecco chi e come li spende. Una radiografia impietosa quella portata alla luce da Report, la trasmissione di Raitre dedicata ieri agli affari di Sicilia. Una puntata dedicata ad una cassaforte di oltre 50 miliardi di euro. A tanto ammonta il Fas, fondo per le aree sottoutilizzate. Il Governo l’aveva creato con una legge ad hoc nel 2002 con lo scopo di destinare finanziamenti per le zone più in difficoltà del nostro Paese, l’85% va al sud il resto al centro nord. Con l’avvento della crisi però, il governo ha cominciato a usare questa cassaforte come un bancomat e ha destinato fondi, oltre che per le ricostruzioni dopo il terremoto in Abruzzo, Marche e Molise, anche per tappare i buchi di bilancio delle amministrazioni di Roma, Catania e Palermo, pagare gli ammortizzatori sociali, l’emergenza rifiuti e la proroga della rottamazione dei frigoriferi, le multe delle quote latte, e soprattutto sono stati destinati per il G8 al centro delle cronache per l’inchiesta “Grandi Appalti”. Anche il ponte sullo stretto, benché il governo abbia detto che non costerà nulla allo Stato, sarà destinatario del Fas: un miliardo e trecento milioni sono stati appena destinati per le opere propedeutiche. Inoltre altri 4 miliardi finiranno in Sicilia nei prossimi anni. Per evitare che finiscano nelle mani della criminalità organizzata la legge ha istituito il protocollo di legalità. Ma non tutto ha funzionato e sta funzionando per il verso giusto. L’inchiesta, firmata da Sigfrido Ranucci, si snoda lungo l’asse Palermo-Catania. Vediamo come.
Catania-Siracusa. Report ha scoperto che alcuni lotti dell’autostrada appena inaugurata e costata 750 milioni di euro sono stati subappaltati dalla Pizzarotti di Parma alla Unical Calcestruzzi che, a sua volta, ha acquistato materiali dalla Copp, azienda catanese amministrata da Vincenzo Ercolano, figlio di Giuseppe, già condannato per associazione mafiosa e fratello di Aldo, attualmente in regime di 41 bis e accusato, tra l’altro, di essere uno dei mandanti dell’omicidio di Giuseppe Fava.
Rimed. Il centro d’eccellenza finanziato con 330 milioni di fondi fas è presieduto dall’ex ambasciatore Paolo Pucci di Benisichi. In consiglio d’amministrazione siedeva sino a qualche giorno fa anche l’ex governatore Totò Cuffaro, condannato in appello per rivelazione di segreti con l’aggravante di aver favorito Cosa Nostra. All’indomani dell’inchiesta di Report, il Rimed ha fatto sapere che Cuffaro si è autonomamente dimesso dal Cda.
Circumetnea di Catania. E’ la metropolitana di superficie di Catania, foraggiata ogni anno dallo Stato per un ammontare di 26 milioni di euro. Il commissario governativo è Gaetano Tafuri, già assessore al Bilancio del comune di Catania e uomo di Raffaele Lombardo. Nel servizio di Report l’ex presidente della Circumetnea Mario Spampinato rivela che Tafuri avrebbe fatto assumere circa 60 persone per chiamata diretta (tra queste molti familiari di politici, poliziotti, finanzieri e funzionari della prefettura) e firmato almeno 25 consulenze “con gente che non si è mai vista nei nostri uffici”. Il ministro Renato Brunetta ha fatto sapere di aver ordinato un’ispezione.
Palermo-Messina. Un blocco dell’inchiesta è stato dedicato all’autostrada inaugurata in pompa magna nel dicembre del 2004. A far da cicerone all’inviato della trasmissione di Milena Gabanelli è stata l’ex presidente del Consorzio autostrade Patrizia Valenti, più volte destinataria di minacce prima di essere sollevata dall’incarico. La Valenti ha raccontato pure di come abbia bloccato il pagamento di una somma di 10 mila euro all’anno destinata all’affitto di un terreno sul quale sarebbe dovuto sorgere un palo di circa 40 centimetri. Il terreno – ha denunciato la Valenti – era di proprietà di un dipendente del Consorzio. Si è parlato anche di come ampi tratti dei muri di contenimento dell’autostrada siano stati rivestiti con pietra di Mistretta proveniente da una cava riconducibile ai boss Santapaola e Frasconà, quest’ultimo più volte intercettato con il parlamentare messinese Dino Germanà che, intervistato da Report, ha ammesso: “La prossima volta starò più attento nello scegliere i miei elettori”.
Gli affari di Bevilacqua. L’ultima parte dell’inchiesta è stata dedicata agli innumerevoli incarichi dell’ingegner Nino Bevilacqua, presidente dell’autorità portuale di Palermo e grande amico del sottosegretario con delega Cipe Gianfranco Miccichè. Bevilacqua ha fimato, tra gli altri, la progettazione di 9 lotti della Palermo-Messina, di due della Siracusa-Gela, dell’Agrigento-Caltanissetta, della Circumetnea, dell’Aeroporto di Agrigento, della Salerno-Reggio Calabria, del porto di Ortigia, del passante ferroviario di Palermo, adesso del Ponte sullo Stretto, tutte opere finanziate con i fondi Fas. E’ anche presidente della società Torrazza Srl che è proprietaria di una sessantina di immobili nel centro storico. Sotto la lente d’ingrandimento anche un imponente immobile che questa società avrebbe acquistato per poi rivenderlo a prezzo notevolmente maggiorato ad un’azienda riconducibile a Banca Nuova. In un fuori onda registrato col governatore siciliano, Raffaele Lombardo, conversando con l’inviato di Report dice: “L’ingegnere Bevilacqua è il braccio destro di Miccichè, ora con Zapparrata (Mario Zapparrata, attuale commissario del Cas, ndr)vedrete che lavori a Bevilacuqa non gliene darà più”.
LiveSicilia.it, lunedì 15 marzo 2010
(Il link della trasmissione di Rai3 REPORT)

Tutti gli amici di Matteo (Messina Denaro). C’è anche il fratello Salvatore

Un’operazione finalizzata a smantellare la rete di favoreggiatori del superboss latitante Matteo Messina Denaro, indicato come il nuovo capo di Cosa Nostra, è stata realizzata in provincia di Trapani. Gli investigatori della Polizia di Stato appartenenti al Servizio Centrale Operativo ed alle Squadre Mobili di Trapani e Palermo, hanno eseguito 19 fermi emessi dalla Procura Distrettuale Antimafia di Palermo. Gli indagati devono rispondere, a vario titolo, di associazione mafiosa, estorsione, danneggiamenti e trasferimento fraudolento di società e valori. Secondo l’accusa farebbero parte della struttura trapanese di Cosa Nostra; alcuni di loro sono legati anche da vincoli di parentela con il boss latitante attorno al quale gli investigatori hanno fatto ormai ”terra bruciata”. Contestualmente all’esecuzione dei provvedimenti di fermo, gli investigatori della Polizia, con il supporto dei Reparti Prevenzione Crimine, hanno eseguito 40 perquisizioni, in diverse regioni italiane nelle province di Trapani, Palermo, Caltanissetta, Torino, Como, Milano, Imperia, Lucca e Siena.
In cella il fratello del superlatitante
Dall’inchiesta Golem 2 che ha portato al fermo di 19 presunti fiancheggiatori del boss latitante Matteo Messina Denaro emerge che il capomafia si serviva di fiancheggiatori insospettabili incaricati di gestirne la latitanza e di occuparsi degli affari della famiglia. Tra i fermati anche il fratello del padrino, Salvatore Messina Denaro (nella foto).
La rete di favoreggiatori
Le indagini della polizia sono state coordinate dal Procuratore di Palermo Francesco Messineo, dall’aggiunto Teresa Principato e dai Pm Marzia Sabella e Paolo Guido. L’operazione è stata denominata in codice Golem 2. Gli arresti costituiscono infatti il seguito dell’operazione Golem 1 del giugno scorso, condotta da uno speciale team investigativo, con l’obiettivo di disarticolare la rete di complicità che avrebbe favorito la latitanza di Matteo Messina Denaro. Tra i destinatari dei provvedimenti restrittivi figurano infatti alcuni fedelissimi del padrino trapanese che avrebbero svolto il ruolo di ”postini” per recapitare la corrispondenza del boss contenente ordini e disposizioni. Gli investigatori sono riusciti a ”intercettare” alcuni pizzini attribuiti a Messina Denaro, che in passato aveva avuto un fitto scambio epistolare con Bernardo Provenzano e i boss Lo Piccolo. In cella sono finiti anche alcuni elementi di spicco di Cosa Nostra trapanese, tra cui i reggenti delle famiglie mafiose di Castelvetrano, Campobello di Mazara, Partanna e Marsala che avrebbero svolto un ruolo di raccordo tra Messina Denaro e i suoi affiliati nonché con i vertici delle cosche palermitane.
I fermati
Queste le persone destinatarie del provvedimento di fermo emesso nell’ambito dell’operazione antimafia Golem 2, condotta dallo Sco e dalla Mobile di Trapani e coordinata dai pm della dda di Palermo Paolo Guido, Marzia Sabella e dall’aggiunto Teresa Principato: Maurizio Arimondi, Raffaele Arimondi, Calogero Cangemi, Lorenzo Catalanotto, Tonino Catania, Andrea Craparotta, Giovanni Filardo, Matteo Filardo, Leonardo Ippolito, Marco Manzo, Antonino Marotta, Matteo Messina Denaro (che resta latitante), Salvatore Messina Denaro, Nicolò Nicolosi, Vincenzo Panicola, Giovanni Risalvato, Filippo Sammartano, Salvatore Sciacca e Giovanni Stallone. Alcuni degli indagati sono detenuti e il fermo è stato notificato loro in carcere.
GUARDA LE FOTO DEGLI ARRESTATI
LiveSicilia.it, lunedì 15 marzo 2010

domenica 14 marzo 2010

Sport / Rally. Primo successo di Vintaloro jr (Mitsubishi) nella nuova "Ronde dello Jato"

In coppia con l’esperto Pai Riggio ha messo in scia la Subaru di Lunardi, vincitrice di tre prove speciali e lo sfortunato Trupiano. La Golf di Ospedale la più veloce tra le Autostoriche. San Cipirello (PA), 14 marzo 2010 – Nella prima edizione della Ronde dello Jato, prima gara della stagione rallistica siciliana, è finalmente giunto il primo successo per Franco Vintaloro jr, il giovane driver corleonese che già lo scorso aveva più volte sfiorato e meritato la vittoria. Con una Mitsubishi Lancer Evo 10 preparata da Terrosi e con a fianco l’esperto Pai Riggio (nona vittoria per lui), Vintaloro è partito ad handicap “stallonando” una gomma nel primo dei quattro passaggi sulla prova speciale di Roccamena. Poi è passato al comando scavalcando il primo leader Lunardi ed approfittando dei 10” di penalità “pagati” dallo scatenato Trupiano, vincitore di una prova. “Finalmente ce l’ho fatta e non posso che dedicare questo agognato successo a mio padre – ha detto commosso il vincitore – valido pilota degli anni ’80 ed ideatore del Rally Conca d’Oro. Ora mi concentrerò proprio su questa gara che ai primi di aprile sarà valida per il Trofeo Rally Terra”.
Pur vincendo tre prove il trapanese Lunardi, navigato dalla termitana Simona Palmisano, si è dovuto accontentare della piazza d’onore, mentre la palma della sfortuna spetta a Trupiano, vincitore lo scorso anno ed autore del miglior tempo complessivo sul quale hanno poi “pesato” i 10” di penalità iniziali, che l’hanno fatto scivolare sul gradino più basso del podio. Quarto posto al regolare Filippo Vara, mentre sul filo di lana il messinese Molica Franco (Clio S1600) ha strappato la quinta piazza al saccense Sicilia (Clio R3), che a sua volta ha messo in fila la sorprendente Peugeot 106 di Faija, Lo Porto, Brusca ed Accardo. Disputata su un percorso reso scivoloso dalle piogge degli ultimi giorni, la Ronde dello Jato ha visto al via 49 equipaggi. Tra i ritirati l’Opel Corsa S1600 di Nucita, secondo in avvio di gara. Tra le 7 Autostoriche iscritte la più lesta è risultata la VW Golf GTi dell’alcamese Ospedale, vincitore del 3° Raggruppamento, davanti alla Porsche di Cutrone, primo nel 2° raggruppamento, ed alla Fulvia di Basile.
La Ronde dello Jato, organizzata dall’Associazione Sportiva Aquila Onlus di Alcamo, e patrocinata dalle amministrazioni comunali di San Cipirello e Roccamena con il sostegno dell’Assessorato Regionale Sport, Turismo e Spettacolo, della Provincia Regionale di Palermo, e della Banca di Credito Cooperativo Don Rizzo, si è disputata su un percorso lungo 191,77 km, 41,20 costituiti dalle quattro prove speciali.
La classifica: 1. Vintaloro-Riggio (Mitsubishi Lancer Evo 10) in 17’31”8 ; 2. Lunardi-Palmisano (Subaru Impreza STi) a 1”3; 3. Trupiano-D’Amico (Renault Clio R3) a 8”8; 4. Vara-Rappa (Renault Clio R3) a 33”3; 5. Molica Franco-Calvano (Renault Clio S1600) a 44”8; 6. Sicilia-Cambria (Renault Clio R3) a 47”0; 7. Faija-Grassagliata (Peugeot 106) a 53”0; 8. Lo Porto-Spedale (Renaul Clio R3) a 59”7; 9. Brusca-Midulla (Peugeot 106 Rally) a 1’04”2; 10. Cannino-Di Leonardo (Citroen Saxo VTS) a 1’07”0.
Gianfranco Mavaro

FOTO. La coppia vincitrice del Rally Vintaloro-Riggio

L'EDITORIALE. Peggio del McCarthy di sessanta anni fa

di EUGENIO SCALFARI
Tralascio per ora le consuete e querule lamentazioni del nostro pseudo san Sebastiano nazionale trafitto dalle frecce dei magistrati comunisti. Mi sembra più interessante cominciare questo articolo con un'osservazione sul comune sentire dei centristi. I centristi, quelli che non amano prender posizione neppure nei momenti in cui schierarsi sarebbe inevitabile, si rifugiano nella tecnica di mandare la palla in tribuna anziché tenerla in campo. Gli argomenti usati e ormai consueti sono: descrivere le manifestazioni di popolo come stanchi riti vissuti con annoiata indifferenza perfino da chi vi partecipa; sottolineare che "i veri problemi" non sono quelli di schieramento ma i programmi delle Regioni nelle quali si voterà il 28 marzo; infine sottolineare l'importanza di un'astensione di massa dal voto come segnale idoneo a ricondurre la casta politica sulla retta via dell'amministrazione. Questa saggezza centrista non mi pare che colga la realtà per quanto riguarda i fatti e mi sembra alquanto sconsiderata nelle sue proposte. La piazza del Popolo di ieri pomeriggio era gremita e ribollente di passione, di senso di responsabilità e insieme di rabbiosa indignazione: niente a che vedere con l'indifferenza di un rito stanco. La proposta dell'astensione rivolta al centrosinistra mostra la corda: l'astensione sarebbe soltanto un favore alla maggioranza che ci sgoverna e non metterebbe affatto il governo sulla retta via della buona amministrazione. Il governo sarebbe ben felice di un'astensione a sinistra che compensasse la vasta astensione che si delinea a destra. Se è vero - e gli stessi centristi lo dicono ormai a chiare note - che il governo non riesce ad esprimere una politica ma mette in opera tutti i mezzi leciti e illeciti per puntellare il suo potere annullando controlli e garanzie, lo strumento elettivo è il solo capace di punirlo affinché cambi registro o se ne vada. Gli elettori di destra in buona fede si astengano invece di turarsi il naso di fronte al pessimo odore che anch'essi ormai percepiscono; quelli di sinistra votino senza esitazioni perché è il solo modo per far rinsavire un Paese frastornato e licenziare la cricca che fa man bassa delle istituzioni. I problemi concreti, la disoccupazione, la caduta del reddito, l'immigrazione, la sanità, il Mezzogiorno, sono tanti e gravi, ma il problema dei problemi è appunto la cricca e il boss della cricca. Se non si risolve preliminarmente quello, tutti gli altri continueranno a marcire.
Ne abbiamo l'ennesima conferma dalle ultime notizie che arrivano dalla Procura di Trani e che sono su tutti i giornali di ieri. Il presidente del Consiglio ha preteso che l'Autorità garante del pluralismo nei "media" azzerasse la trasmissione Annozero, ha dato più volte indicazioni a Minzolini di come condurre il Tg1, ha imposto al direttore generale della Rai di bloccare le trasmissioni sgradite. È possibile che questi comportamenti non configurino reati gravi, ma certo raccontano una politica di sopraffazione indecente contro il pluralismo e la libertà di stampa. Per un leader di partito e soprattutto per il presidente del Consiglio e capo del potere esecutivo, questi reiterati interventi dovrebbero portarlo alle dimissioni immediate e irrevocabili. E i primi a reclamarle dovrebbero essere i suoi collaboratori, ivi compreso il cofondatore del Pdl, Gianfranco Fini.

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Il progetto costituzionale di Silvio Berlusconi è molto chiaro: vuole riscrivere la Costituzione. Non modificarne alcuni punti ma riscriverla stravolgendone lo spirito, mettendo al vertice una sorta di "conducator" eletto direttamente dal popolo insieme alla maggioranza parlamentare da lui stesso indicata e subordinando alla sua volontà non solo il potere esecutivo e quello legislativo ma anche i magistrati del pubblico ministero, la Corte costituzionale e le autorità di controllo e di garanzia. Questo progetto non è nato oggi ma è nella sua mente fin dal 2001, quando ebbe inizio la legislatura che durò fino al 2006 e si svolse durante il settennato al Quirinale di Carlo Azeglio Ciampi. Le divergenze tra il presidente della Repubblica e il presidente del Consiglio furono numerose e ebbero come oggetto soprattutto quel tema; non potendo cambiare la Costituzione nel modo da lui desiderato Berlusconi tentò di modificarla nei fatti contestando sistematicamente le attribuzioni del capo dello Stato e i poteri che gli derivano. Il capo dello Stato rappresenta il coronamento istituzionale della democrazia parlamentare così come la configura la nostra Costituzione ed è, proprio per questo il maggior ostacolo ai progetti di Berlusconi. Non è dunque un caso che i suoi bersagli costanti siano stati Scalfaro, Ciampi, Napolitano: tre uomini estremamente diversi tra loro, con diversi caratteri e diverse origini culturali, ma con identica dedizione ai loro doveri costituzionali. E proprio per questo sono stati tutti e tre nel mirino di Berlusconi fin da quando salì per la prima volta alla presidenza del Consiglio avendo in animo di governare da solo, senza ostacoli di sorta che controllassero la legalità delle sue azioni e ne limitassero la discrezionalità che egli vuole piena e assoluta. Gli attriti con Ciampi furono, come ho ricordato, numerosi. Due di essi in particolare avvennero in circostanze di estrema tensione. Il primo in occasione della nomina di tre giudici della Corte costituzionale, il secondo nel momento della promulgazione della legge Gasparri sul sistema televisivo nazionale. Ho avuto la ventura di esser legato a Ciampi da un'amicizia che dura ormai da quarant'anni, sicché ebbi da lui un lungo racconto di quei due episodi poco tempo dopo il loro svolgimento. Non ho mai rivelato quel racconto, del quale ho conservato gli appunti nel mio diario quotidiano. Spero che il presidente Ciampi mi perdonerà se oggi ne faccio cenno, poiché la riservatezza che finora ho rispettato non ha più ragion d'essere al punto in cui è arrivata la situazione politica italiana. L'episodio concernente la nomina dei tre giudici della Consulta nella quota che la Costituzione riserva al Presidente della Repubblica, avvenne nella sala della Vetrata del Quirinale. Erano presenti il segretario generale del Quirinale, Gifuni e il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Gianni Letta. I temi da discutere erano due: i rapporti con la Commissione europea di Bruxelles dove il premier doveva recarsi per risolvere alcuni importanti problemi e la nomina dei tre giudici. Esaurito il primo argomento Ciampi estrasse da una cartella i tre provvedimenti di nomina e comunicò a Berlusconi i nomi da lui prescelti. Berlusconi obiettò che voleva pensarci e chiese tempo per riflettere e formulare una rosa di nomi alternativa. Ciampi gli rispose che la scelta, a termini di Costituzione, era di sua esclusiva spettanza e che la firma del presidente del Consiglio era un atto dovuto che serviva semplicemente a certificare in forma notarile che la firma del Capo dello Stato era autentica e avvenuta in sua presenza. Ciò detto e senza ulteriori indugi Ciampi prese la penna e firmò passando i tre documenti a Berlusconi per la controfirma. A quel punto il premier si alzò e con tono infuriato disse che non avrebbe mai firmato non perché avesse antipatia per i nomi dei giudici ma perché nessuno poteva obbligarlo a sottoporsi ad una scelta che non derivava da lui, fonte unica di sovranità perché derivante dal popolo sovrano.
La risposta di Ciampi fu gelida: "I documenti ti verranno trasmessi tra un'ora a Palazzo Chigi. Li ho firmati in tua presenza e in presenza di due testimoni qualificati. Se non li riavrò immediatamente indietro da te controfirmati sarò costretto a sollevare un conflitto di attribuzione dinanzi alla Corte costituzionale. "Ti saluto" rispose altrettanto gelidamente Berlusconi e uscì dalla Vetrata seguito da Letta. In serata i tre atti di nomina tornarono a Ciampi debitamente controfirmati. Il secondo episodio avvenne nel corso di una colazione al Quirinale, sempre alla presenza di Gifuni e di Letta. Il Parlamento aveva votato la legge Gasparri e l'aveva trasmessa a Ciampi per la firma di promulgazione. Presentava, agli occhi del Capo dello Stato, svariati e seri motivi di incostituzionalità e mortificava quel pluralismo dell'informazione che è un requisito essenziale in una democrazia e sul quale, appena qualche mese prima, Ciampi aveva inviato al Parlamento un suo messaggio. La colazione era da poco iniziata quando Ciampi informò il suo ospite del suo proposito di rinviare la legge alle Camere, come la Costituzione lo autorizza a fare motivando le ragioni del rinvio e i punti della legge da modificare. Berlusconi non si aspettava quel rinvio. Si alzò con impeto e alzò la voce dicendo che quella era una vera e propria pugnalata alla schiena. Ciampi (così il suo racconto) restò seduto continuando a mangiare ma ripeté che avrebbe rinviato la legge al Parlamento. L'altro gli gridò che la legge sarebbe stata comunque approvata tal quale e rinviata al Quirinale e aggiunse: "Ti rendi conto che tu stai danneggiando Mediaset e che Mediaset è una cosa mia? Tu stai danneggiando una cosa mia". A quel punto si alzò anche Ciampi e gli disse: "Questo che hai appena detto è molto grave. Stai confessando che Mediaset è cosa tua, cioè stai sottolineando a me un conflitto di interessi plateale. Se avessi avuto un dubbio a rinviare la legge, adesso ne ho addirittura l'obbligo". "Allora tra noi sarà guerra e sei tu che l'hai voluta. Non metterò più piede in questo palazzo". Uscì con il fido Letta. Ciampi rinviò la legge. Il premier per sei mesi non mise più piedi al Quirinale.

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Venerdì scorso ho rivisto su Sky un bellissimo film prodotto da George Clooney. Si intitola "Good Night and Good Luck", Buona notte e buona fortuna, e racconta di una società televisiva che guidò la protesta dei democratici americani contro la campagna di intimidazione con la quale il senatore McCarthy, presidente d'una commissione di inchiesta del Senato, aveva intimidito e colpito giornalisti, docenti universitari, produttori ed attori, uomini d'affari, sindacalisti, scienziati e tutta la classe dirigente con l'accusa di essere comunisti o loro fiancheggiatori. Quella società televisiva, guidata da un giornalista coraggioso, mise McCarthy sotto accusa, ne documentò la faziosità e suscitò un tale movimento di opinione pubblica che il Senato aprì un'indagine e destituì McCarthy da tutti i suoi incarichi. Sky l'ha rimesso in onda l'altro ieri ed ha fatto a mio avviso un'ottima scelta: la sua attualità è stupefacente. Citerò le parole con le quali il protagonista conclude: "La televisione è uno strumento che può e deve contribuire a rendere le persone più consapevoli, più responsabili e più libere. Se mancano questi presupposti e questi obiettivi la televisione è soltanto una scatola piena di fili elettrici e di valvole". Aggiungo io: una scatola, ma a volte molto pericolosa se qualcuno se ne impadronisce e la controlla a proprio uso e consumo. Good Night, and Good Luck.
La Repubblica, 14.03.2010

La politica che guarda al futuro della città. Davide Faraone (Pd) candidato a sindaco?

Michele Russotto
Ninni Terminelli, coordinatore cittadino del Pd, rimane il più lungimirante esponente del suo partito. Continua infatti a guardare in prospettiva, sul filo dell'oltransismo anti Cammarata che le sue radici orlandiane, gli impongono. Così l'altro ieri è tornato a lanciare un categorico e anticipatore messaggio: "Il nostro impegno deve essere rivolto a costruire, nel tempo che ci separa dalle nuove elezioni, una piena alternativa al centrodestra per tornare a vincere a Palermo". Già, non è che tempo ce ne sia poi tanto. Appena due anni. Che sono parecchi per chi il parterre dei candidati a sindaco lo ha già affollato, leggi centrodestra, ma non molti per una coalizione come il centrosinistra che, al momento delle scelte decisive è storicamente incapace di sintesi finali e rischia sempre di scivolare nel candidato buono per tutte le stagioni, alias Leoluca Orlando, che non può rappresentare più una novità, avendo col tempo esaurita tutta la sua carica rivoluzionaria e che il dipietrismo non sta rinverdendo. Del resto, che i cavalli di ritorno, in politica, non sono vincenti lo sanno tutti e Orlando lo ha già sperimentato sulla sua pelle ben otto anni fa, quando fu sconfitto da Cammarata. Che da questo punto di vista il centrosinistra abbia bisogno di voltare pagina sembra ormai evidente. Bisogna capire come. Ma chi dice che non potrebbe essere l'onorevole Davide Faraone il candidato a sindaco del centrosinistra alle prossime amministrative? Chi meglio di lui, sul piano soprattutto della costante presenza, in questa lunga stagione del dopo Orlando, ha guidato l'opposizione al centro destra a Palazzo delle Aquile? Domande nient'affatto provocatorie, bensì supportate dall'esperienza vissuta in questi anni. Essa ci dice che per l'impegno quotidiano profuso, con grande professionalità da autentico stacanovista della politica, per la conoscenza diretta e capillare di tutto ciò che ruota attorno a Palazzo delle Aquile, indipendentemente dalle valutazioni positive o negative che si possono fare, non c'è dubbio che proprio Davide Faraone sarebbe il candidato naturale a sindaco del centrosinistra. Un riconoscimento che gli spetterebbe di diritto, anche se sappiamo che per certe scelte contano ben altri titoli. In politica sono i giochi interni, le alchimie delle appartenenze che hanno sempre il sopravvento rispetto alle esperienze maturate in prima linea, com'è il caso di Faraone, che neanche l'elezione a Sala d'Ercole ha distolto, più di tanto, dalle vicende comunali. E' come se egli in questi anni stesse studiando proprio per diventare sindaco. Una giusta ambizione, del resto, che ci sembra nessun politico sarebbe disposto a negare. Certo, i maligni o i non pochi guastafeste del tradizionale bizantinismo di questa città qualche insinuazione potranno anche farla su un percorso politico che, di tanto in tanto, qualche strizzatina d'occhio alla maggioranza, in diverse occasioni, l'ha pure data. Ma chi dice che tentare un dialogo con l'avversario sia un male? E' l'aberrante contrapposizione di oggi che ha fatto dimenticare che la mediazione è uno degli assi portanti della politica. E allora Davide Faraone candidato a sindaco per il centrosinistra? Chissà. Noi azzardiamo il pronostico. A due anni di distanza dalle elezioni possiamo anche rischiare di essere smentiti.
La Sicilia, 14 marzo 2010
NELLA FOTO: Davide Faraone

sabato 13 marzo 2010

Il Video della manifestazione per ricordare Placido Rizzotto

10 MARZO 2010: CORLEONE RICORDA PLACIDO RIZZOTTO – Video 1

(Fonte: Corleone-Dialogos)

10 MARZO 2010: CORLEONE RICORDA PLACIDO RIZZOTTO – Video 2

(Fonte: Corleone-Dialogos)

Grande manifestazione a Roma di tutte le opposizioni. I leader compattano il centrosinistra

Gli interventi dal palco di piazza del Popolo a Roma. Niente attacchi al Colle e richiami all'unità. E la prima volta della Bonino. Apre Emma, poi Tonino e Bersani
ROMA - Berlusconi la chiama "ammucchiata". Ma gli interventi dal palco di piazza del Popolo, dal quale non si è attaccato Napolitano, nè si è abusato di "radicalismo" o "giustizialismo", ricompattano il centrosinistra. A metà giornata i timori della vigilia erano già svaniti. Nell'opposizione nessuna nuova divisione. L'obiettivo è e sarà sconfiggere Berlusconi. Non sé stessi. Così, in vista del voto, la manifestazione è un successo, numerico e politico. A partire dall'esordio, delicato, con la Bonino. Emma parla a una piazza non sua. Non tradizionalmente almeno. Ma è la prima a salire sul palco, a Roma, nel capoluogo della regione che sta cercando di conquistare. L'esponente radicale è più a suo agio di quanto ci si poteva attendere. Chiede un "nuovo inizio", una "riscossa democratica e civile". "Penso che potremo vincere qui e in altre regioni - dice -, ma per riuscirsi ognuno di voi deve essere militante e sentire che io sono vicina a voi e non il contrario". E ancora: "Vogliamo e dobbiamo essere l'alternativa al vecchio, a questo regime da basso impero, prepotente perchè si sente moribondo. Infine Emma avverte la piazza già piena: "Mancano pochi giorni alla scadenza elettorale, è probabile che ci siano altre trappole e noi dobbiamo saperle evitare".
Poi tocca a Bonelli, dei Verdi, e a Nichi Vendola. Il candidato in Puglia, con un discorso appassionato, scalda la piazza senza lanciarsi in facili ottimismi: "Se è vero che il racconto berlusconiano è finito, noi non possiamo stare seduti sulla sponda del fiume. Il racconto del Cavaliere non funziona più, ma noi non ne abbiamo ancora uno alternativo: oggi qui ricomincia il cantiere dell'alternativa". "Ricominciamo - conclude Vendola - da dove Berlusconi ha inferto l'ultimo colpo. Ricominciamo con un discorso chiaro: o faremo questo o falliremo. Hanno portato l'Italia in un angolo, abbiamo il dovere di risollevarla in piedi".
Sul palco gli succede Ferrero, il comunista con cui ebbe disputa congressuale feroce. Poi arriva Di Pietro, e tanti applausi, e la sensazione che stavolta non ci saranno da gestire le solite polemiche del giorno dopo. E infatti Tonino non attacca Napolitano, anzi. Dice chiaro e tondo: "Oggi, e da oggi in poi, parleremo solo di come mandare via Berlusconi". Il discorso è comunque duro, alla sua maniera: "Via il despota fascista e piduista". Ma al di là degli attacchi al Cavaliere l'ex pm lancia più di un appello all'unità delle opposizioni: "Ci vuole da parte di tutti coraggio e umiltà, un atto di responsabilità per fare squadra, per dare vita all'alternativa. Dobbiamo stare uniti".
Quando sale sul palco Bersani si è già capito che è andata come doveva andare. Pur tra le differenze dei toni e degli argomenti, il "sabato delle regole" non sarà anche il sabato dell'imbarazzo col Quirinale. Il leader Pd può allora fare quello che aveva preannunciato alla vigilia. Vale a dire chiudere la manifestazione con un discorso da campagna elettorale a tutto tondo.
"Non è una lista in più che ci preoccupa, perché vinciamo lista o non lista. E' la legalità che ci preoccupa", spiega all'inizio. Poi lancia l'attacco al governo: "L'agenda è in mano a uno solo che le occupa con leggi per sè e i suoi. Berlusconi fa il capopopolo, il capopartito, il caporedattore del Tg1... fa tutto tranne il suo mestiere". E ancora: "Da Berlusconi vengono solo chiacchiere, mentre la sala macchine del governo fa solo gli affari suoi"
Da questa piazza "che è l'inizio dell'alternativa", continua il leader democratico, "deve partire un messaggio concreto sui problemi concreti dei cittadini". Perché "democrazia e lavoro sono parole gemelle che si danno la mano, e lo dice la prima pagina della nostra Costituzione, la più bella del mondo". Lavoro, lavoro, e ancora lavoro. Il segretario del Pd lo ripete molte volte: "Un'altra Italia è possibile. Noi combatteremo Berlusconi ma non ci rispecchieremo in Berlusconi perchè lui non è il futuro del nostro Paese. E invece noi parliamo al futuro del Paese". Anche se la strada è lunga e ricca di pericoli. "Il Cavaliere al tramonto è pericoloso per le istituzioni: per questo lo combatteremo".
(La Repubblica, 13 marzo 2010)

Gianfranco Miccichè lancia il Partito del Sud: "Sono disposto a dire addio al Pdl"

"Abbiamo un'occasione storica. Non fare il Partito del Sud sarebbe criminale. Per crearlo sono disposto a uscire dal Pdl. Non si può stare con un piede in due scarpe. Se il Partito del Sud lo facesse il Pdl sarei felice, ma non sarà così". Gianfranco Miccichè ha rotto gli indugi. Dopo l'ultimo appello lanciatogli dal governatore siciliano Raffaele Lombardo (Mpa), il sottosegretario e fondatore del Pdl Sicilia ha annunciato che sarà della partita. Lo ha fatto al convegno organizzato dal Mpa all'hotel Villa Igiea di Palermo su "Regioni, riforme e autonomie". "Deve essere pronto per le prossime politiche - ha aggiunto Miccichè - questo è l'importante. Dobbiamo partire con il piede giusto e in Sicilia dobbiamo ottenere il 40%". Quanto ai rapporti con il Pd, finora uno degli scogli più difficili da superare, ha sottolineato: "Per fare il Partito del Sud posso sopportare anche Lumia e Cracolici". Adesso, ha concluso, "tocca a Lombardo: dobbiamo puntare alla qualità con una classe dirigente straordinaria. Facciamo la rivoluzione".
In mattinata, proprio Lombardo aveva detto: "La formazione del Partito del Sud non dipende solo da me, sentiamo cosa ne pensa Miccichè". E il governatore è stato accontentato. Ma incassato l'ok del sottosegretario alla Presidenza, Lombardo ha rilanciato chiedendo di accelerare i tempi. "Non possiamo più ritardare il nostro percorso politico del Partito del Sud", ha affermato Lombardo. "In questi giorni - ha aggiunto - abbiamo quasi ufficializzato la nascita di questo forte soggetto politico. Dobbiamo scendere presto in campo, anche prima delle politiche. Per impedire, per esempio, l'approvazione dei decreti attuativi del federalismo fiscale voluta dalla Lega. Ci dobbiamo sbrigare".
Schifani. "Personalmente sono sempre stato e continuo a essere convinto che il sud vada tutelato attraverso l'impegno dei parlamentari del Mezzogiorno, di qualunque area politica essi siano. Esiste il Parlamento, esiste un governo con ministri del sud che quotidianamente si possono impegnare per tutelare il Mezzogiorno". Così, il presidente del Senato Renato Schifani, ha bocciato l'idea del Partito del Sud.
Lumia. "Se il Partito del Sud servirà a spezzare i vecchi schemi della politica nel suo ruolo di intermediatore burocratico clientelare e a dare vita a una nuova classe dirigente che sappia costruire legalità e sviluppo, potrà essere l'occasione per intraprendere insieme con il Pd un percorso politico comune", ha affermato il senatore del Pd Giuseppe Lumia. "Oggi siamo di fronte a un'unità d'Italia sbagliata - ha aggiunto - con un Nord che investe e cresce e un Sud che consuma e si organizza in modo assistenziale. Il Partito del Sud ha senso solo se servirà a spezzare il sistema clientelare e spesso affaristico mafioso alla base di questo divario".
(La Repubblica, 13 marzo 2010)

venerdì 12 marzo 2010

Grande evento via col vento

di Lirio Abbate
L'esordio del metodo Bertolaso: 100 milioni per l'America's Cup 2005. Con la supervisione di D'Alì: il padre di Protezione civile spa ora indagato per mafia
Sembrano legati da un filo invisibile, ma anche da amicizie e passioni comuni. Come i 'grandi eventi'. Sono Guido Bertolaso e il senatore del Pdl Antonio D'Alì entrambi coinvolti adesso in inchieste giudiziarie. Le loro strade si sono incrociate per la prima volta sei anni fa, quando il parlamentare era sottosegretario all'Interno e all'epoca fu attivissimo nel convincere Ernesto Bertarelli patron di Alinghi, a portare nel 2005 la Louis Vuitton Acts, la fase preparatoria della Coppa America, nella sua Trapani. Per questo evento vennero messi a disposizione da enti pubblici 100 milioni di euro per realizzare le nuove opere portuali. Si doveva fare tutto in fretta, in deroga a normative ambientali, prima dello sparo di cannone che dava il via alle regate. E così venne inventato il metodo Bertolaso: su proposta di D'Alì, il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi colse al volo l'occasione per decretare la manifestazione come 'grande evento', nominando il capo della Protezione civile quale commissario delegato. Un sistema che permetteva di affidare i contratti senza gara: un modo di operare diverso dagli appalti pubblici dove vince chi offre il ribasso maggiore, qui invece è premiata l'offerta che piace di più. Un'operazione che è stata poi replicata per i lavori del G8 de La Maddalena e per la ricostruzione del dopo terremoto a l'Aquila.Ma se il 3 settembre 2004 il consiglio dei ministri dichiarava che la Louis Vuitton Cup Acts era un 'grande evento' e dunque si poteva procedere in emergenza con la Protezione civile, adesso sulla stessa manifestazione che si deve svolgere alla Maddalena la Corte dei conti "dubita". Per i magistrati contabili la regata non può essere "riconducibile alla categoria dei 'grandi eventi rientranti nella competenza del dipartimento della Protezione civile'". Il motivo è che i 'grandi eventi', "quand'anche non si sostanzino in calamità o catastrofi, dovrebbero pur sempre riferirsi a situazioni di emergenza che mettano a grave rischio l'integrità della vita, dei beni, degli insediamenti e dell'ambiente". Nulla di tutto ciò, scrive nella sua istruttoria il magistrato Rocco Di Passio, "sembra possibile ravvisare nel 'grande evento' della regata velica Louis Vuitton il cui assoggettamento al decreto della presidenza del consiglio del 30 dicembre 2009 appare dunque fuori luogo". Sei anni fa tutto invece sembrava passare sotto silenzio. Ma in Sicilia un affare da 100 milioni di euro non sfugge ai boss. Un imprenditore, Antonino Birrittella, arrestato per mafia e adesso collaboratore di giustizia, ha raccontato ai magistrati che le imprese vicine ai clan avevano saputo già in anticipo chi si sarebbe aggiudicato i cantieri dell'America's Cup. E le ditte che avrebbero fornito i materiali. Per questo motivo Birrittella sostiene che per prepararsi all'evento aveva iniziato ad acquistare i mezzi meccanici necessari per essere pronto a cominciare, già alcuni mesi prima dell'aggiudicazione dei lavori. La previsione, sostiene il pentito, fu rispettata. Su questo grande affare indagò cinque anni fa la Commissione parlamentare antimafia, che nella relazione di minoranza parla proprio di 'condizionamento degli appalti della manifestazione' prospettando 'l'ipotesi di una ingerenza dell'organizzazione mafiosa'.Fra le imprese che si aggiudicano i lavori di completamento delle opere foranee nel porto di Trapani vi è anche la Coling Costruzioni generali che fa capo alla famiglia Morici, indicati dagli inquirenti molto vicini al senatore D'Alì.Gli affari trapanesi protetti dallo scudo emergenziale della Protezione civile che ruotano attorno all'America's Cup vengono sfiorati subito dalle inchieste su mafia e pubblica amministrazione che nell'ottobre 2004 portano in carcere il capo del Settore Urbanistica del Comune di Trapani, l'ingegnere Filippo Messina, accusato di corruzione, falso e turbativa d'asta. È il vaso di Pandora per gli investigatori: i contatti del tecnico comunale portano a imprenditori, politici e mafiosi. Indagando sul funzionario arrestato, la polizia scopre anche un collegamento con le opere dell'America's Cup. L'uomo, per motivi che non sono stati mai chiariti, si recava al ministero dell'Interno nel periodo in cui D'Alì era sottosegretario. Messina arrivava al Viminale in occasione di riunioni che si tenevano prima dello svolgimento delle gare veliche. All'epoca a condurre quell'istruttoria furono i pm Andrea Tarondo e Giuseppina Mione. Ora la Mione è a Firenze e sta coordinando insieme agli altri colleghi della procura l'inchiesta sui grandi eventi in cui è coinvolto Guido Bertolaso, accusato di corruzione, insieme alla 'cricca' di Angelo Balducci, l'ex presidente del Consiglio del lavori pubblici.
Il senatore Antonio D'Alì dopo aver perso la carica di sottosegretario è stato eletto presidente della Provincia di Trapani e oggi è a capo della commissione Territorio Ambiente del Senato. I magistrati di Palermo, secondo quanto confermato a 'L'espresso', lo hanno iscritto nel registro degli indagati per concorso esterno in associazione mafiosa. L'accusa si basa su dichiarazioni di collaboratori di giustizia fra i quali Antonino Birrittella e Francesco Geraci. Quest'ultimo racconta dei rapporti che vi sarebbero stati fino agli anni Novanta fra il parlamentare e il boss latitante Matteo Messina Denaro. In particolare, la famiglia del capomafia accusato della strage di via dei Georgofili a Firenze è stata in passato al servizio dei D'Alì nelle loro tenute trapanesi. Ma nel fascicolo sono inserite anche intercettazioni in cui mafiosi parlano tra loro facendo riferimento all'ex sottosegretario. L'inchiesta va avanti già da due anni e i termini previsti dalla legge sono praticamente scaduti: la procura starebbe valutando l'ipotesi di chiederne l'archiviazione, per poi riaprirla nel momento in cui emergano ulteriori elementi d'accusa. Resta il fatto che il presidente della commissione Ambiente è ancora indagato per concorso esterno in associazione mafiosa. Anche nell'inchiesta di Firenze sui grandi eventi, i carabinieri del Ros registrano conversazioni in cui si fa riferimento a D'Alì. È il 2008 quando l'imprenditore Riccardo Fusi, il patron della Btp parla al telefono con il suo amico Alessandro Biagetti e quest'ultimo si augura che al ministero delle Infrastrutture vada a fare il vice ministro un suo amico, che potrebbe favorirli in alcuni affari. E cita 'Tonino', com'è chiamato dagli amici il senatore D'Alì. Erano i giorni in cui si discuteva della nuova squadra di governo. E delle nomine dei vice ministri. Poche settimane dopo la prima intercettazione, sempre Biagetti parla con Fusi e continua a sostenere che uno dei vice ministri di Matteoli potrebbe essere "il mio amico Tonino D'Alì, senatore di Trapani, tieni conto che lui è mio fratello".Per il parlamentare trapanese non ci sarà alcun posto nell'esecutivo di Berlusconi. Ma gli viene riservata la presidenza della commissione Territorio, Ambiente al Senato, la cui attività si incrocerà spesso con quella portata avanti dal capo della Protezione civile, Guido Bertolaso. Il senatore è impegnato nel controllo dell'operazione pulizia condotta in Campania da Bertolaso come commissario dei rifiuti. E il filo che lega D'Alì a Bertolaso si allunga anche sulla tragedia dell'Abruzzo. Il parlamentare indagato per mafia è il relatore del disegno di legge per gli interventi urgenti in favore della popolazione colpita dal terremoto nell'aprile 2009. Ma soprattutto è sempre D'Alì ad andare in soccorso di Bertolaso e del governo facendo da relatore in Senato del progetto di legge per trasformare la Protezione civile in società per azioni. Un progetto accantonato solo dopo la retata dei magistrati fiorentini. L'intervento degli inquirenti però non è piaciuto al senatore, che in aula lo ha criticato apertamente: "Il Parlamento è stato condizionato nelle sue decisioni da alcuni fattori esterni che non dovrebbero mai condizionare le scelte politiche". Forse il filo con Bertolaso non è ancora spezzato.
(L’Espresso, 11 marzo 2010)

Il senatore D’Alì: “Non sono indagato per associazione mafiosa”
"Non sono indagato per concorso esterno in associazione mafiosa". E' quanto afferma in una nota il senatore del Pdl, Antonio D'Alì, dicendo di aver letto sul sito dell'Espresso "un articolo del giornalista Lirio Abbate che mi indicherebbe in tal senso da due anni e comunque in fase di archiviazione.
Vengono riportati fatti per i quali l'Unità e la giornalista Sandra Amurri - ricorda - sono stati già condannati per diffamazione nei miei confronti con sentenza passata in giudicato e legati ad episodi su cui stata fatta già abbondante chiarezza". "Sono fiero e orgoglioso - prosegue D'Alì - di far parte della maggioranza del Governo Berlusconi, di averne sostenuto come relatore la proposta normativa sulla legge della Protezione Civile della quale nessuno ha voluto capire il vero significato, che non era quello di privatizzazione della stessa, e per questo evidentemente oggi si cerca di attaccare la mia integrità. Ho dato mandato ai miei legali - annuncia quindi il senatore - di procedere contro l'Espresso e contro il giornalista Lirio Abbate che sembrerebbe divenuto depositario e suggeritore dei provvedimenti della magistratura palermitana".

mercoledì 10 marzo 2010

Corleone democratica ha ricordato Rizzotto partigiano e dirigente del movimento contadino

Cosmo Di Carlo
Corleone - La CGIL con Maurizio Calà e Dino Paternostro ed i familiari, tornano a chiedere con forza che si faccia ogni sforzo per ritrovare i resti del sindacalista partigiano Placido Rizzotto, nel 62° anniversario della sua morte. Ad organizzare le celebrazioni la CGIL, l’ANPI, il comune di Corleone, Libera ed i circoli di giovani corleonesi aderenti all’Arci. Dell’omicidio di Placido Rizzotto furono accusati Luciano Leggio detto Liggio, Pasquale Criscione e Vincenzo Collura, tutti assolti con la formula dell’insufficienza di prove nei tre gradi di giudizio. Le indagini furono svolte dall’allora capitano dei carabinieri Carlo Alberto Dalla Chiesa. A sostituire Placido Rizzotto fu mandato nel maggio del 1948 alla Camera del lavoro di Corleone un giovanissimo dirigente sindacale: Pio La Torre, anch’egli assassinato dalla mafia il 30 aprile 1982. Il 3 settembre dello stesso anno identico destino sarebbe toccato al prefetto Carlo Alberto Dalla Chiesa. Un omicidio politico–reazionario e mafioso quello di Placido Rizzotto, che avvenne alla vigilia delle elezioni che avrebbero avuto luogo il 18 aprile 1948, e con il quale i proprietari terrieri, spalleggiati dai gabelloti mafiosi, tentarono di ricacciare indietro il movimento dei contadini che reclamava l’assegnazione delle terre incolte. Dalla profonda fenditura della “Scala dei Cardi”, sul versante sud di Monte Busambra, il 13 dicembre del 1949 furono recuperati i resti di tre cadaveri. Tra i reperti furono riconosciuti dai familiari: un paio di scarponi di tipo americano con suole e tacchi di gomma, alcuni lembi di stoffa, ed una cordicella elastica usata da Placido per sostenere le calze, qualche lembo di stoffa. Tutto è stato “smarrito” però nell’archivio del palazzo di giustizia di Roma e, ad oggi, i familiari non hanno una tomba su cui piangere. Ieri nel 62° anniversario della scomparsa Rizzotto è stato ricordato anche come partigiano delle “Brigate Garibaldi”, che operarono in Carnia contro i nazi-fascisti. Nel dibattito, tenutosi presso l’aula consiliare, sono intervenuti il segretario della Camera del Lavoro, Dino Paternostro, Ivano Artioli, dell’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia, Andrea Gianfagna, coordinatore della Fondazione Di Vittorio, Ottavio Terranova, segretario provinciale ANPI, il sindaco di Corleone, Nino Iannazzo, Ennio Li Greci e Rosario Faraone, della Cgil di Palermo, Giuseppe Crapisi di “Corleone Dialogos”. Prima degli interventi, gli alunni della Scuola elementare hanno letto delle commoventi poesie dedicate a Rizzotto. Erano presenti delegazioni di studenti di tutte le scuole cittadine ed i soci lavoratori delle cooperative che operano sui terreni confiscati alla mafia. Due corone d’alloro, una dell’amministrazione comunale ed una della CGIL, sono state deposte davanti al busto di Placido Rizzotto, in Piazza Garibaldi. (*co.di*)
NELLA FOTO: Ottavio Terranova (Anpi Palermo), Nino Iannazzo (sindaco di Corleone), Ivano Artioli (Anpi nazionale), Andrea Gianfagna (coordinatore Fondazione Di Vittorio), Dino Paternostro (segretario della CdL Corleone), davanti al busto di Rizzotto in piazza Garibaldi.

Blitz fra Palermo, New York e Miami. Catturati i nuovi boss di Cosa nostra

di Salvo Palazzolo
Un blitz antimafia è scattato in contemporanea a Palermo, New York e Miami (guarda il video). Venti persone sono state arrestate in Sicilia, sette negli Stati Uniti. La polizia italiana e l'Fbi ritengono di avere bloccato alcuni dei nuovi vertici di Cosa nostra palermitana e delle famiglie americane dei Gambino e dei Colombo.
Le indagini coordinate dalla Procura del capoluogo siciliano hanno svelato che da mesi, ormai, è intervenuto un profondo cambiamento negli equilibri dell'organizzazione mafiosa: nei posti chiave di Cosa nostra sarebbero tornati vecchi cognomi legati allo schieramento dei cosiddetti "perdenti" della guerra di mafia di inizio anni Ottanta. A tessere il nuovo asse criminale Palermo-New York c'era un fidato ambasciatore delle cosche siciliane: Roberto Settineri, 41 anni, ufficialmente solo un imprenditore siciliano del settore vinicolo che dal 1998 si è ormai trasferito fra New York e Miami. Tornava spesso nella sua Palermo, soprattutto per presiedere riunioni d'affari. Gli investigatori della sezione Criminalità organizzata della squadra mobile, guidati da Nino De Santis, e i colleghi del Sco di Roma hanno pedinato e intercettato a lungo Settineri. Così sono emersi i progetti imprenditoriali dei nuovi mafiosi, fra Palermo e New York. In Sicilia, i boss e i loro prestanome erano tornati ad investire nel cemento. Negli Stati Uniti, puntavano sulla grande distribuzione.
Settineri è stato arrestato negli Stati Uniti. A Palermo sono finiti in manette: Leonardo Algeri, Giovanni Burgarello, Andrea Casamento, Gaetano e Massimiliano Castelluccio, Massimiliano Modiglione, Gianpaolo e Gioacchino Corso, Gaetano Di Giulio, Giuseppe Di Maio, Umberto Di Cara, Claudio Faldetta, Francesco Guercio, Giuseppe Lo Bocchiaro, Salvatore Luisi, Massimo Mancino, Pietro Pilo, Girolamo Rao, Giovanni Lo Verde e Pietro Gandolfo. Sono accusati, a vario titolo, di associazione mafiosa, traffico di droga ed estorsioni. Con i nomi dei 20 inizia il provvedimento di fermo firmato dai sostituti procuratori della Dda di Palermo Francesca Mazzocco e Roberta Buzzolani nonché dal procuratore aggiunto Ignazio De Francisci. In 470 pagine ci sono le ultime mosse dei mafiosi che stavano cercando di riprendersi Palermo dopo i duri colpi inferti da magistratura e forze dell'ordine all'organizzazione che si riconosceva in Totò Riina e Bernardo Provenzano. Da Santa Maria di Gesù alla Guadagna, da Villagrazia a Brancaccio, un agguerrito fronte di nomi noti e meno noti era tornato a controllare la parte orientale della città. Già nel febbraio 2008 un'altra operazione congiunta di polizia ed Fbi aveva messo in evidenza le prime avvisaglie del ritorno di alcuni "perdenti" della guerra di mafia, gli Inzerillo. Quella volta, il contatto fra i siciliani e gli americani era un altro uomo del clan Gambino, Frank Calì. All'epoca, Settineri era già attivo per conto di Cosa nostra siciliana e americana, ma era stato più prudente e così era riuscito a sfuggire al primo blitz di polizia ed Fbi. Lui si vantava di essere un brillante imprenditore e soprattutto un grande ambasciatore del Made in Italy: in realtà, secondo gli investigatori, sarebbe stato uno dei faccendieri più accreditati nella famiglia Gambino di New York. L'Fbi l'ha seguito mentre accompagna alcuni mafiosi palermitani in viaggio d'affari negli Stati Uniti. Non si tirava mai indietro Roberto Settineri, e con i suoi concittadini si vantava: "Peccato che la settimana prossima non sarai qui, perché se no vedevi un pezzo di storia". Ovvero, alcuni dei più importanti capi di Cosa nostra americana. Il cuore della riorganizzazione mafiosa a Palermo era nel mandamento mafioso di Santa Maria di Gesù, un tempo governato da Stefano Bontade, il primo ad essere eliminato da Riina e Provenzano nella guerra di mafia del 1981. Per anni, Santa Maria di Gesù è rimasta ai margini di Cosa nostra. Ora, finiti Riina e Provenzano in carcere, il nuovo corso mafioso riparte proprio da questa parte di Palermo. Ironia della sorte, il padrino al centro delle ultime indagini si chiama Corso, Gioacchino Corso, che era già finito in carcere con l'accusa di aver favorito la latitanza di Pietro Aglieri, il figlioccio di Provenzano. Per gli investigatori è una conferma importante ai sospetti già maturati da tempo: c'è l'ombra di Bernardo Provenzano e della sua "fazione" per molti versi ancora misteriosa dietro il ritorno delle vecchie gerarchie mafiose.

NELLA FOTO: Roberto Settineri (a sinistra) e Giampaolo Corso si incontrano a Mondello, nell’agosto 2010. Fotografati dai poliziotti della squadra mobile

domenica 7 marzo 2010

Il Programma della manifestazione per ricordare Placido Rizzotto

Programma manifestazione 62° anniversario dell’assassinio di Placido Rizzotto (Corleone, 10 marzo 2010), promossa da Cgil, Anpi, Arci, Libera, col patrocinio del Comune di Corleone, e con le adesioni delle cooperative sociali che lavorano sui terreni confiscati alla mafia “Lavoro e non solo”, Placido Rizzotto” e “Pio La Torre”.

- ore 9.00 - Piazza Garibaldi
Deposizione delle corone di fiori davanti al busto di Placido Rizzotto;

- 0re 9.30 – Piazza Garibaldi
Lettura di poesie degli alunni della scuola elementare
e della scuola media dedicate a Placido Rizzotto;

- Ore 10.00 – Sala consiliare
Incontro sul tema: “Placido Rizzotto partigiano e dirigente contadino”.
Intervengono:
- Ivano Artioli, Consiglio nazionale ANPI;
- Andrea Gianfagna, coordinatore Fondazione Di Vittorio

- Ore 12.30 – Casa Caponnetto Incontro con le cooperative sociali che lavorano sui terreni confiscati alla mafia.
Intervengono:
- Calogero Parisi, presidente coop “Lavoro e non solo”;
- Gianluca Faraone, presidente coop “Placido Rizzotto”
- Salvo Gibiino, presidente coop “Pio La Torre”;
- Ivano Artioli, Consiglio nazionale ANPI;
- Andrea Gianfagna, coordinatore Fondazione Di Vittorio;

- Ore 14.00 – Casa Caponnetto Degustazione dei prodotti con la vitamina “L” provenienti dalle terre confiscate alla mafia.

Memoria & Impegno. «Milano, io ci sono»

di Norma Ferrara
Presentata a Roma la XV giornata della Memoria e dell'Impegno in ricordo delle vittime delle mafie. Le ragioni di ieri, quelle di oggi e quelle di domani.

A Milano, il prossimo 20 marzo. Cittiadini, magistrati, giornalisti, appartenenti alla forze dell'ordine, sacerdoti, imprenditori, sindacalisti, esponenti politici e amministratori locali. Vittime innocenti delle mafie. I loro nomi saranno letti durtante il corteo che ogni anno ricorda le vittime della violenza mafiosa e che quest'anno si svolgerà a Milano. "Andiamo a Milano, da tutta Italia, per dare un grande abbraccio - dichiara il presidente di Libera, Don Luigi Ciotti - ai familiari delle vittime, di tutte ma proprio tutte, le vittime della criminalità organizzata in questo Paese".Da 15 anni è ormai una realtà che attraversa il Paese e ricorda nel primo giorno di primavera (quest'anno anticipato a sabato 20 marzo, per facilitare la partecipazione di tutti) il sacrificio delle vittime e soprattutto rilancia un impegno concreto e continuo che dura 365 giorni all'anno. Scuole, associazioni, singoli cittadini, enti locali, tutti quest'anno porteranno in quella che è la capitale economico - finanziaria del Paese, il loro impegno contro le mafie e illegalità. "Legami di legalità, legami di responsabilità" è lo slogan scelto per accompagnare questa giornata, durante la quale si incontreranno a Milano circa 500 familiari (italiani e stranieri) delle vittime delle mafie in rappresentanza di un coordinamento di oltre 3000 familari.

INSIEME A MILANO

"Saranno presenti rappresentati delle Ong di circa 30 paesi europei - ricorda Tonio dell'Olio, dell'ufficio di presidenza di Libera - per una globalizzazione dell'antimafia responsabile". Presentato oggi alla sede Rai di Roma anche lo spot che lancerà sul servizio pubblico, per il decimo anno consecutivo, il giorno della memoria e dell'impegno. Lo spot, patrocinato da Pubblicità Progresso con il supporto del segretarato sociale della Rai, verrà ttrasmesso sulle reti pubbliche nei giorni antecedenti alla manifestazione. Come ogni anno a realizzarlo, nell'ambito delle attività didattiche del Marano Ragazzi Spot Festival, i ragazzi che aderiscono al progetto, con la preziosa supervisione di Rosario Duonno, animatore di questo percorso che da molti anni racconta questa giornata, con un linguaggio innovativo, diretto e incisivo. La comunicazione che appartiene ai ragazzi, molti dei quali giunti in conferenza stampa a raccontare questa avventura formativa che li porterà a Milano. "Io ci sono", urla nello spot della XV giornata, un bambino sull'uscio della sua casa, mentre fuori da più parti altri ragazzi accorrono sul luogo di una manifestazione. "Quest'anno il percorso è partito da una riflessione sulla parola "insieme" - dichiara Rosario Duonno durante la conferenza stampa - e tutto lo spot è un invito esplicito alla partecipazione, ad esserci, ad impegnarci in prima persona e non rimanere lontanti, indifferenti, distratti.

LE RAGIONI DI IERI

"Perchè abbiamo scelto quest'anno la Lombardia? - sottolinea Ciotti - perchè quella città custodisce un bagaglio prezioso di esperienze positive, culturali, civili che è importante valorizzare. E' una regione che ha dato molto anche nella lotta alle mafie. C'è davvero tanta ricchezza di persone, di giovani e di memoria che il 20 marzo nel suo capoluogo non potrà che essere l'occasione per tirarle fuori, ricordarle tutte". Milano è la città di persone come Giorgio Ambrosoli, ricorda Ciotti nel suo intervento, che l'11 luglio del 1979 venne uccuso da un killer della mafia italo americana per il suo coraggio e l'inflessibilità. Sono passati trent'anni da quel tragico evento ma la lezione che proviene dal scarificio di Ambrosoli è ancora oggi vivo e valido. Milano è la città anche di altre vittime di mafia, morte in Lombardia o causa del loro impegno profuso nel resto del Paese. Fra gli altri, Alssandro Ferrari, Carlo La Catena, Sergio Pasotto, Stefano Picerno, e Driss Moussafir, vittime dell'attentato di via Palestro, avvenuto nella stagione della cosiddetta "trattativa" tra Stato e Cosa nostra.

MEMORIA, IMPEGNO E CONDIVISIONE

A dare loro voce oggi alla conferenza stampa le testimonianze di Franco La Torre e di Stefania Grasso. "Chi ha avuto questo tipo di lutto - commenta La Torre - sa quanto sia difficile l'elaborazione; molti di noi solo dopo hanno trovato una strada. E' quella della condivisione con le persone che sono state, come noi, hanno perso i loro cari, e la condivisione con tutti coloro che vorranno conoscere queste storie, quelle vite, questo dolore che oggi è diventato impegno quotidiano". " 20 marzo è anche importanza delle parole - dichiara Stefania Grasso, responsabile del settore Memoria per Libera - quest'anno lo slogan richiama la parola "legami". Sono per noi, quelli che si sono interrotti quando i nostri cari sono stati uccisi. Avevamo con loro un legame e qualcuno l'ha interrotto per sempre". Oggi quei legami - ricorda Stefania, diventano, in un ribaltamento di fronti, legami di responsabilità e memoria.

LE RAGIONI DI OGGI

Così attraverso la Memoria si arriva all'oggi, all'impegno, a ciò che c'è da fare nella città in cui ebbe origine il più grosso scandalo economico - politico, Tangentopoli - che portò all'uscita di scena di una intera calsse poltica, in quegli anni, travolta da molte inchieste sulla corruzione del pool "Mani pulite". "Proprio le inchieste sulla corruzione evidenziano - dichiarano da Libera - come il sistema mafioso prosperi grazie al costante rapporto con la politica e istituzionei unite dala medesima distorta visione di un potere che non sia al servizio della collettività". Tante le ragioni per esserci a Milano, le sottolinea anche il vice - presidente di Avviso Pubblico, Giovanni De Martino. che ricorda "l'importanza di esserci in un percorso di formazione continua, che chiama soprattutto gli enti locali e le amministrazioni ad intensificare l'opera di contrasto alle mafie,al sud come al nord. "Nell'ultima relazione dei servizi segreti al Parlamento - dichiara Ciotti - viene confermato quello che purtroppo diciamo da tempo. E' necessario non abbassare la guardia, perchè Cosa nostra sta ricominciando, dopo l'inabbissamento, la sua risalita. La minaccia mafiosa in Italia - scrivono nella relazione - si sta sempre più radicando al centro nord. La Lombardia è i cima alla lista delle regioni in cui il fenomeno mafioso si manifesta".

Programma del 20 marzo

Memoria & Impegno. «Milano, io ci sono»

di Norma Ferrara
«Milano, io ci sono». Presentata a Roma la XV giornata della Memoria e dell'Impegno in ricordo delle vittime delle mafie. Le ragioni di ieri, quelle di oggi e quelle di domani. A Milano, il prossimo 20 marzo. Cittiadini, magistrati, giornalisti, appartenenti alla forze dell'ordine, sacerdoti, imprenditori, sindacalisti, esponenti politici e amministratori locali. Vittime innocenti delle mafie. I loro nomi saranno letti durtante il corteo che ogni anno ricorda le vittime della violenza mafiosa e che quest'anno si svolgerà a Milano. "Andiamo a Milano, da tutta Italia, per dare un grande abbraccio - dichiara il presidente di Libera, Don Luigi Ciotti - ai familiari delle vittime, di tutte ma proprio tutte, le vittime della criminalità organizzata in questo Paese".Da 15 anni è ormai una realtà che attraversa il Paese e ricorda nel primo giorno di primavera (quest'anno anticipato a sabato 20 marzo, per facilitare la partecipazione di tutti) il sacrificio delle vittime e soprattutto rilancia un impegno concreto e continuo che dura 365 giorni all'anno. Scuole, associazioni, singoli cittadini, enti locali, tutti quest'anno porteranno in quella che è la capitale economico - finanziaria del Paese, il loro impegno contro le mafie e illegalità. "Legami di legalità, legami di responsabilità" è lo slogan scelto per accompagnare questa giornata, durante la quale si incontreranno a Milano circa 500 familiari (italiani e stranieri) delle vittime delle mafie in rappresentanza di un coordinamento di oltre 3000 familari.

INSIEME A MILANO

"Saranno presenti rappresentati delle Ong di circa 30 paesi europei - ricorda Tonio dell'Olio, dell'ufficio di presidenza di Libera - per una globalizzazione dell'antimafia responsabile". Presentato oggi alla sede Rai di Roma anche lo spot che lancerà sul servizio pubblico, per il decimo anno consecutivo, il giorno della memoria e dell'impegno. Lo spot, patrocinato da Pubblicità Progresso con il supporto del segretarato sociale della Rai, verrà ttrasmesso sulle reti pubbliche nei giorni antecedenti alla manifestazione. Come ogni anno a realizzarlo, nell'ambito delle attività didattiche del Marano Ragazzi Spot Festival, i ragazzi che aderiscono al progetto, con la preziosa supervisione di Rosario Duonno, animatore di questo percorso che da molti anni racconta questa giornata, con un linguaggio innovativo, diretto e incisivo. La comunicazione che appartiene ai ragazzi, molti dei quali giunti in conferenza stampa a raccontare questa avventura formativa che li porterà a Milano. "Io ci sono", urla nello spot della XV giornata, un bambino sull'uscio della sua casa, mentre fuori da più parti altri ragazzi accorrono sul luogo di una manifestazione. "Quest'anno il percorso è partito da una riflessione sulla parola "insieme" - dichiara Rosario Duonno durante la conferenza stampa - e tutto lo spot è un invito esplicito alla partecipazione, ad esserci, ad impegnarci in prima persona e non rimanere lontanti, indifferenti, distratti.

LE RAGIONI DI IERI

"Perchè abbiamo scelto quest'anno la Lombardia? - sottolinea Ciotti - perchè quella città custodisce un bagaglio prezioso di esperienze positive, culturali, civili che è importante valorizzare. E' una regione che ha dato molto anche nella lotta alle mafie. C'è davvero tanta ricchezza di persone, di giovani e di memoria che il 20 marzo nel suo capoluogo non potrà che essere l'occasione per tirarle fuori, ricordarle tutte". Milano è la città di persone come Giorgio Ambrosoli, ricorda Ciotti nel suo intervento, che l'11 luglio del 1979 venne uccuso da un killer della mafia italo americana per il suo coraggio e l'inflessibilità. Sono passati trent'anni da quel tragico evento ma la lezione che proviene dal scarificio di Ambrosoli è ancora oggi vivo e valido. Milano è la città anche di altre vittime di mafia, morte in Lombardia o causa del loro impegno profuso nel resto del Paese. Fra gli altri, Alssandro Ferrari, Carlo La Catena, Sergio Pasotto, Stefano Picerno, e Driss Moussafir, vittime dell'attentato di via Palestro, avvenuto nella stagione della cosiddetta "trattativa" tra Stato e Cosa nostra.

MEMORIA, IMPEGNO E CONDIVISIONE

A dare loro voce oggi alla conferenza stampa le testimonianze di Franco La Torre e di Stefania Grasso. "Chi ha avuto questo tipo di lutto - commenta La Torre - sa quanto sia difficile l'elaborazione; molti di noi solo dopo hanno trovato una strada. E' quella della condivisione con le persone che sono state, come noi, hanno perso i loro cari, e la condivisione con tutti coloro che vorranno conoscere queste storie, quelle vite, questo dolore che oggi è diventato impegno quotidiano". " 20 marzo è anche importanza delle parole - dichiara Stefania Grasso, responsabile del settore Memoria per Libera - quest'anno lo slogan richiama la parola "legami". Sono per noi, quelli che si sono interrotti quando i nostri cari sono stati uccisi. Avevamo con loro un legame e qualcuno l'ha interrotto per sempre". Oggi quei legami - ricorda Stefania, diventano, in un ribaltamento di fronti, legami di responsabilità e memoria.

LE RAGIONI DI OGGI

Così attraverso la Memoria si arriva all'oggi, all'impegno, a ciò che c'è da fare nella città in cui ebbe origine il più grosso scandalo economico - politico, Tangentopoli - che portò all'uscita di scena di una intera calsse poltica, in quegli anni, travolta da molte inchieste sulla corruzione del pool "Mani pulite". "Proprio le inchieste sulla corruzione evidenziano - dichiarano da Libera - come il sistema mafioso prosperi grazie al costante rapporto con la politica e istituzionei unite dala medesima distorta visione di un potere che non sia al servizio della collettività". Tante le ragioni per esserci a Milano, le sottolinea anche il vice - presidente di Avviso Pubblico, Giovanni De Martino. che ricorda "l'importanza di esserci in un percorso di formazione continua, che chiama soprattutto gli enti locali e le amministrazioni ad intensificare l'opera di contrasto alle mafie,al sud come al nord. "Nell'ultima relazione dei servizi segreti al Parlamento - dichiara Ciotti - viene confermato quello che purtroppo diciamo da tempo. E' necessario non abbassare la guardia, perchè Cosa nostra sta ricominciando, dopo l'inabbissamento, la sua risalita. La minaccia mafiosa in Italia - scrivono nella relazione - si sta sempre più radicando al centro nord. La Lombardia è i cima alla lista delle regioni in cui il fenomeno mafioso si manifesta". Roma, 04.03.2010
Programma del 20 marzo

mercoledì 3 marzo 2010

Qual è il vero spirito della riforma “Gelmini”?

di ROSETTA FARAGI
Lo spirito della riforma “Gelmini” non è quello di razionalizzare la scuola, cosa che può trovare anche noi d’accordo, ma è quello di tagliare fondi dalla scuola pubblica per dirottarli, in parte, verso la scuola confessionale e privata. L’esperienza della Lombardia rappresenta, per questo governo, il modello da esportare in tutte le altre regioni. In questa regione abbiamo assistito a un taglio drastico delle risorse alla scuola pubblica, a tutto vantaggio delle scuole private.
In altre parole, le scuole pubbliche si sono ridotte ad essere trasformate in centri, dove scaricare tutte le tensioni sociali ed economiche, per permettere alla scuola privata di portare avanti un progetto culturale e sociale di tipo elitario. In parole povere, mentre nella scuola pubblica vengono dirottati i bambini immigrati, i bambini difficili, i bambini disagiati, nella scuola privata vanno i figli della ricca borghesia lombarda, la cui retta, in parte, viene pagata con i fondi pubblici. Si assiste, inoltre, a delle situazioni quanto meno discutibili, quando, in molte di queste scuole, in dispregio allo spirito solidaristico che dovrebbe animarle, non vengono accolti i bambini portatori di handicap.
Negli ultimi dieci anni abbiamo assistito a tagli drastici che hanno profondamente impoverito la qualità didattica dell’istruzione pubblica e che hanno portato l’Italia agli ultimi posti nelle classifiche sulla qualità dell’istruzione. Mentre si parla tanto, ma non solo in Sicilia, di bisogno di cultura della legalità, nei fatti, la riforma “Gelmini”, disattendendo del tutto le raccomandazioni degli Organi dell’Unione Europea, riduce, e in alcuni casi, abolisce del tutto lo studio del diritto. Riducendo le ore alle discipline e riducendo l’obbligo scolastico a 15 anni non miglioreremo certo il livello culturale di base degli studenti, mentre faremo, di certo, un regalo agli industriali del nord che potranno avere a disposizione tanti giovani sedicenni come manovalanza a costo zero, anzi con agevolazioni fiscali. E in Sicilia? Francamente non sappiamo dove questi ragazzi potranno completare tale obbligo scolastico, visto che le poche industrie esistenti stanno chiudendo. Diminuiscono le ore di scienze, di geografia, di diritto, mentre rimangono immutate le ore, anche se facoltative, di religione! Si mette in discussione la teoria darwiniana sulla evoluzione umana e ritorna di nuovo in auge la teoria creazionista che sembrava ormai relegata nell’oscurantismo del passato.
C’è da chiedersi, se dietro questa riforma, ci siano motivi puramente economici o soprattutto “ideologici”. Se, con tale “riforma”, prospereranno tutta una serie di scuole “diplomificio ” , dove, pagando, si potrà ottenere il diploma, dopo un solo anno di frequenza scolastica. In altre parole: “paghi uno, prendi cinque”, in perfetta sintonia con lo spirito mercantile che anima questo governo! E poi non meravigliamoci, se in alcuni concorsi pubblici, di cui di recente si è occupata la stampa, nessun concorrente abbia superato la prova scritta per troppi errori grammaticali. Inoltre, dando sempre più potere ai dirigenti scolastici, si rischia di creare degli indirizzi scolastici che rispondono alle esigenze personalistiche e non alle vocazioni del territorio, in parole povere, si ricreeranno delle cattedrali nel deserto, totalmente slegate dal territorio. Intanto, nonostante la “pseudoriforma ” nasca con tante contraddizioni, il governo, disattendendo tutte le richieste di proroga, procede imperterrito a metterla in pratica già dal prossimo anno scolastico! Perché tanta fretta? Pensare male è un peccato, ma spesso, si va vicini alla realtà. Non vorremmo che tanti genitori di fronte a tanto caos e incertezze decidano di iscrivere i propri figli alla scuola privata.

Dibattito a Prizzi. Cosa ne sarà della scuola pubblica dopo la riforma Gelmini?

di MAURA TUZZOLINO
Domenica sera presso la sala consiliare del comune di Prizzi, si è svolto un incontro-dibattito per discutere su ciò che succederà alla scuola pubblica dopo la riforma Gelmini. L’incontro moderato dal consigliere comunale Giuseppe Canzoneri, ha visto la partecipazione del vice sindaco prof. Girolamo Cannariato in veste di dirigente scolastico, di Rosa Faragi docente di diritto presso l’I.T.C.G. di Prizzi e della coordinatrice di circolo del P.D. Anna Lia Leone. Il problema è: la riforma Gelmini rovina veramente la nostra scuola pubblica? Aumentare le ore destinate allo studio della lingua inglese e di altre discipline più tecniche, riducendo quelle dedicate allo studio di materie come il diritto, la scienza, è veramente la cosa più giusta? Intanto i tagli stabiliti dal governo per la scuola pubblica ammontano a 8 miliardi di euro, con il risultato di 83.341 docenti e 44.500 A.T.A. che in tre anni si son ritrovati senza lavoro. Quello che il partito democratico chiede e vuole è: di fermare l’abolizione delle compresenze e della riduzione dell’orario scolastico, creare una scuola più sicura e qualificata per tutti con adeguate risorse finanziarie, con la stabilizzazione dei rapporti di lavoro, prendersi cura degli studenti diversamente abili e svantaggiati e delle piena integrazione dei bambini immigrati, valorizzare il tempo pieno e del modulo a 30 ore nella scuola elementare, reintrodurre l’obbligo scolastico fino a 16 anni. Questi i temi discussi nell’incontro di ieri sera, il quale ha visto la partecipazione e l’intervento di altri docenti di scuole primarie e secondarie.
La situazione che ormai si presenta ai nostri occhi è di una scuola pubblica in cui troviamo soprattutto al nord, i figli degli immigrati e i figli della classe operaia, mentre nelle scuole private troviamo i figli degli imprenditori e di tutti i “ricchi”, la cui retta viene in gran parte pagata con i soldi destinati alla scuola pubblica. Scopo della riforma è quindi togliere soldi alla scuola pubblica per destinarli a quella privata, formando così nel nostro paese studenti di serie A e studenti di serie B. Secondo il prof. Cannariato una riforma ci vuole, è utile per eliminare alcune esperienze non produttive, soprattutto a livello economico e formativo «ma non ha senso – dice - equiparare lo studio della lingua inglese a quella italiana, perché noi essendo italiani pensiamo e ci esprimiamo nella nostra lingua, ecco perché i giovani d’oggi non sanno più parlare e scrivere, ma soprattutto non sanno più comprendere determinati vocaboli della lingua italiana. Scopo della scuola deve essere quello di garantire a tutti i giovani più istruzione e più formazione, per riuscire a difendersi e confrontarsi adeguatamente con gli studenti esteri». Altra novità che prevede la riforma è quella della valutazione degli insegnanti, anche se non si è ancora capito in base a quali parametri saranno valutati. L’incontro è stato chiuso dal sindaco il dott. Antonino Garofalo, aggiungendo che bisogna parlare sempre di più di questi problemi, invitando il moderatore dell’incontro ad organizzarne altri.

lunedì 1 marzo 2010

Palermo, in mostra "L´Ora" degli anni ruggenti

di Antonella Romano
Esposte allo Steri le copertine del piccolo grande giornale di Nisticò . I titoloni forti e centrati, le immagini choc, le edizioni straordinarie per dare conto degli ultimissimi fatti, le grandi inchieste. Sono i vent´anni in cui la fabbrica di notizie del giornale L´Ora, sotto la direzione di Vittorio Nisticò, non smette di sfornare prime pagine che segnano la storia civile di Palermo. Articoli e inchieste che dal 1955 al 1975 danno alla voce del piccolo grande giornale di frontiera, in quegli anni schierato dichiaratamente a sinistra, con la forza di diventare il centro del dibattito politico, culturale, economico e di dare impulso, con le inchieste dei cronisti sulla mafia, alle indagini dei magistrati e a quelle della commissione parlamentare antimafia. I titoli attraverso i quali si è snodata la storia del giornale fanno parte della mostra che si potrà ammirare lunedì allo Steri (dalle 9,30 alle 19) in occasione della giornata di studi su L´Ora di Nisticò, organizzata dall´Istituto Gramsci, dall´Ordine dei giornalisti, dall´Università e dalla Biblioteca centrale della Regione. Venti anni di battaglie per la Sicilia, la libertà e la giustizia, una carrellata di 55 pagine in versione integrale dello storico giornale sistemate in 25 pannelli a due facciate. C´è la prima pagina del 15 gennaio 1964 presa a simbolo del convegno, col titolo "La mafia ci minaccia, l´inchiesta continua" e i resoconti dell´attentato al tritolo contro la sede dell´Ora. «Fu quest´attentato a mettere in moto l´antimafia - ricorda l´ex senatore Michele Figurelli, presidente dell´Istituto Gramsci - Nisticò fu sentito dalla commissione antimafia e consegnò un suo memoriale». Il 22 settembre del 1970 il giornale lancia un appello dal titolo in prima pagina "Aiutateci". È l´invito a contribuire alle ricerche del giornalista Mauro de Mauro, scomparso da cinque giorni. «Partecipate alle nostre ricerche - invocano i giornalisti - anche un minimo indizio è prezioso». Il 29 ottobre del 1972 "Assassinato perché cercava la verità" è il titolo per la morte di un altro cronista del quotidiano Giovanni Spampinato, il corrispondente da Ragusa, ucciso a soli 25 anni. Molte le pagine scelte per i legami con l´attualità. In un pannello c´è il reportage di Giuliana Saladino "Ho visto nascere la 500 siciliana" sullo stabilimento Fiat di Termini Imerese. È l´8 marzo del 1972. Nell´articolo "Dalla zappa alla catena di montaggio" la Saladino racconta le speranze degli ex contadini diventati operai.

Il titolo "Pericoloso!" spicca sopra la foto di Luciano Liggio. Il reportage, firmato da Felice Chilanti, ripercorre la sanguinosa carriera di Liggio, boss emergente di Corleone, all´interno di un´inchiesta pubblicata nel 1973. Ci sono le prime pagine sulla strage di Ciaculli, sull´assassinio del sindacalista di Sciara Salvatore Carnevale, sull´8 luglio 1960 di Palermo, con i tre morti e i 130 feriti. Dalle faide di mafia alla politica: il 7 dicembre 1970 la cronaca politica dà conto delle dimissioni del sindaco, il titolo è "Ciancimino se ne va".

Tra le collaborazioni di intellettuali, era di casa Leonardo Sciascia, protagonista per due volte di due importanti appelli sul giornale che fanno scalpore in tutta Italia: uno firmato da 900 intellettuali contro il malgoverno, e l´altro contro l´abolizione del divorzio.
(27 febbraio 2010)