martedì 6 gennaio 2009

FACEBOOK. "O noi o loro", in migliaia contro i gruppi pro-Riina che mitizzano il boss

di SALVO PALAZZOLO
Mobilitazione sul web contro le pagine che mitizzano i boss mafiosi. La polemica investe il social network, che ha escluso ogni censura. E scende in campo anche la politica
Il popolo di Facebook si mobilita contro le pagine (in aumento) che mitizzano i mafiosi siciliani Riina e Provenzano. Dal quartier generale del social network, a Palo Alto, California, hanno fatto già sapere che non scatterà alcuna censura. Ma dopo le polemiche dei giorni scorsi, soprattutto dopo la decisione dei vertici di Facebook di rimuovere le foto che ritraggono donne mentre allattano al seno, la protesta si è organizzata. Sono già cinquantamila gli utenti che hanno raccolto l'appello di pagine come "O noi o loro, 100mila firme contro la mafia on line", "Fuori la mafia da Facebook", "No alla mafia sui social network" oppure "A noi la mafia fa schifo". E' in Rete anche una petizione rivolta al presidente della commissione parlamentare antimafia Beppe Pisanu: "Non possiamo accettare che vi sia chi alimenti un fenomeno devastante e chi inneggi alle gesta dei carnefici degli uomini dello Stato". Un'altra petizione è per il ministro delle Telecomunicazioni: "Non si può lasciare i social network senza una corretta gestione, altrimenti chiediamo anche la loro chiusura per complicità in apologia di reato, punibile secondo il nostro codice penale". Scende in campo anche la politica: "Facebook è una risorsa, ma nella lotta alle cosche sono in gioco valori importantissimi - dice il senatore Giuseppe Lumia, ex presidente della commissione parlamentare Antimafia - i padrini delle stragi potrebbero approfittarne per recuperare la loro credibilità perduta". Il presidente dei senatori dell'Udc Gianpiero D'Alia, che è anche membro dell'Antimafia, lancia una proposta: "Se i responsabili del social network continueranno a permettere un simile scempio dovranno essere per primi i politici a dare un segnale, cancellandosi da Facebook e chiedendo ai loro contatti di fare lo stesso".
Salvatore Borsellino, il fratello del giudice assassinato per ordine di Riina e Provenzano, ha un'idea ben precisa su quanto sta accadendo. Dalle pagine di Repubblica.it ha lanciato un allarme: "E' in atto una campagna di disinformazione per delegittimare i magistrati, ma anche tutti coloro che cercano la verità sui misteri di Riina e Provenzano. Ci sono messaggi - spiega Borsellino, animatore del sito http://www.19luglio1992.com/ - che tentano di mettere in discussione sentenze già passate in giudicato. Non dimentichiamo che uno dei progetti principali dei padrini è ormai da anni quello di ottenere la revisione dei processi. Credo che su Facebook stiano operando agenzie ben precise di disinformazione. Agiscono dietro le foto e le identità di giovanissimi, ma non sono tali". La protesta antimafia su Facebook prosegue. In centinaia si sono già iscritti alle pagine dedicate ai boss. E hanno postato i loro messaggi. C'è chi scrive soltanto "Onore a Falcone e Borsellino". E chi mette addirittura in rete pagine di libri e sentenze, per spiegare chi sono stati veramente Riina e Provenzano. Rita Borsellino, la sorella di Paolo, rilancia la protesta: " Verrebbe la tentazione di dire, mi tiro fuori dal social network, invece bisogna occuparlo per fare in modo che chi ha cattive intenzioni non trovi spazio e sia costretto a confrontarsi con chi invece ne fa un uso corretto. Sono loro che devono andarsene, non noi".
(La Repubblica, 5 gennaio 2009)

Bagheria, la vergogna dello stadio col nome del fratello del boss Michelangelo Alfano

Il consiglio comunale ha deliberato che il campo sportivo del paese porterà il nome di Pasquale Alfano, fratello di Michelangelo. Polemica dell'antiracket: "Intitoliamolo a Ninì Cassarà"
BAGHERIA (PALERMO) - Il Consiglio comunale di Bagheria ha approvato all'unanimità la proposta di intitolare lo stadio a Pasquale Alfano, fratello di Michelangelo, capomafia, morto suicida nel 2005 a Messina. L'atto d'indirizzo votato da maggioranza e opposizione in Consiglio comunale vuole dare allo stadio il nome di Pasquale Alfano, imprenditore edile, morto alla fine degli anni Ottanta, che fu assessore, consigliere comunale e presidente del Bagheria Calcio negli anni Settanta, prima che la società venisse rilevata da Michele Aiello, il manager della sanità privata, condannato per associazione mafiosa. Allora vice presidente di Aiello era un altro boss, Pietro Lo Iacono. Pasquale Alfano era socio in affari di suo fratello Michelangelo. Lo stadio è in parte inagibile, in attesa di ristrutturazione.Polemica dell'antiracket. L'associazione antiracket del comprensorio bagherese, si oppone alla scelta e in una nota chiede invece che l'impianto sportivo venga intitolato a Ninni Cassarà, il vice questore della polizia di Stato ucciso dalla mafia. "Bagheria sta attraversando una fase estremamente delicata della sua storia - si legge nella nota - da una parte la mafia bagherese continua ad avere un forte radicamento nel territorio ma anche un ruolo nell'ambito dei vertici di Cosa nostra partecipando attivamente al tentativo di ricostruzione della commissione provinciale, come dimostra l'ultima operazione Perseo. Di contro si registrano alcuni tentativi incoraggianti di contrasto alla cultura dell'accondiscendenza al sistema di potere che la mafia ha creato nel tempo". "In questo scenario - prosegue - le istituzioni locali hanno il dovere d'incoraggiare questo percorso con scelte politiche chiare e con conseguenti atti simbolici, come l'intitolazione dello stadio comunale di Bagheria a personalità che hanno dedicato la loro vita, in alcuni casi fino all'estremo sacrificio, per liberare la nostra terra dalla mafia".
05/01/2009

domenica 4 gennaio 2009

Ma “chissenefrega” di un primato come questo?

di DINO PATERNOSTRO
Ancora oggi non si capisce perché l’amministrazione Iannazzo ha “fortissimamente” voluto l’approvazione del bilancio comunale proprio il 31 dicembre. Non “entro” il 31 dicembre, ma proprio quel giorno, l’ultimo giorno dell’anno, la vigilia di Capodanno. Pensa in questo modo di essere entrato nel guinnes dei primati? Di potersi spacciare per “primo della classe”? Ma “chissenefrega” di un primato come questo? Che lui sia primo di “questa” classe? Il suo è apparso più come il capriccio di un bamboccione viziato, che un obiettivo politico-amministrativo raggiunto. Il bilancio è stato approvato, ma non c’è stato nessun confronto con le forze sociali e con le forze politiche, sugli obiettivi di sviluppo da raggiungere. Il sindaco/assessore al bilancio, infatti, non ha preventivamente convocato le organizzazioni sindacali e professionali per illustrare lo schema di bilancio ed avere suggerimenti sulle scelte economico-sociali da perseguire. Ed in consiglio ha preferito scatenare la rissa con l’opposizione, pur di sfuggire al confronto di merito sulle cose da fare. Quindi, non ci è dato di sapere cosa intende fare l’amministrazione comunale dei suoi beni patrimoniali. Cioè come (e se) intendere mettere a produzioni i terreni e i fabbricati di sua proprietà. Non ci è dato di sapere se ha uno straccio di idea per mettere in funzione il caseificio, oppure intende trasformarlo in un maxi-garage per autovetture. Non ci è dato di sapere se intende utilizzare il mercato ortofrutticolo per sostenere le attività produttive dei nostri contadini, oppure per l’esposizione “del niente”, com’è avvenuto in queste sere. Non ci è dato di sapere che fine faranno i lotti dell’area artigianale di contrada “Frattina”, la cui urbanizzazione è costata milioni di euro. E come intende operare per gli alloggi popolari di contrada “S. Marco”, in parte vuoti, in parte con inquilini che non pagano la pigione, e gestiti con i peggiori metodi clientelari. E che fine ha fatto il “parco sul fiume” e i suoi lavori infiniti. E il complesso architettonico dell’ex convento di Sant’Agostino, i cui lavori sono nuovamente bloccati. Ecco cosa è costato avere soffocato il confronto con le forze politiche e sociali. Tutto sacrificato per soddisfare l’ego capriccioso e narcisista del primo cittadino… Auguri, Corleone! (d.p.)

E se anche le nostre scuole cominciassero a dare una mano per combattere il "Pizzo"?

L'esempio dell'Istituto madonita si potrebbe estendere alle nostre Scuole. Ma anche ai Comuni, all'Ospedale, al Distretto e agli Enti Pubblici...
È davvero una bella notizia quella che ci arriva dalle Madonie. L'Istituto Superiore «Pietro Domina» (comprende il Magistrale di Petralia Sottana, l'Agraria di Castellana Sicula, l'Industriale di Petralia Soprana e il Geometra di Polizzi Generosa) ha voluto chiudere le porte alle aziende che pagano il pizzo. Il dirigente scolastico Pietro Attinasi, infatti, applicando la circolare del direttore generale dell'Ufficio scolastico regionale, Guido Di Stefano, ha voluto promuovere la proposta del comitato “Addiopizzo” per una «economia etica» nell'ambito delle scuole. E, con una lettera inviata a tutte le imprese iscritte nell'albo fornitori dell'istituto superiore, ha invitato tutte le aziende a dichiarare solennemente di non soggiacere al pagamento del pizzo e di denunciare qualsiasi tentativo di estorsione, intimidazione o condizionamento di natura criminale. Chi non accetterà queste condizioni o le violerà verrà escluso dall'elenco dei fornitori e non potrà ricevere ordini o incarichi da parte della scuola.E se anche le scuole di ogni ordine e grado della zona del Corleonese seguissero l’esempio dell’Istituto «Pietro Domina»? Sarebbe un segnale importante, specie perché verrebbe da un territorio “evocativo” come il nostro. E allora, forza! Suggeriamo ai dirigenti scolastici di riunire i propri organi collegiali, avanzare la proposta, approvarla e darle immediata applicazione. E se la stessa scelta la facessero immediatamente tutti i comuni della zona, Corleone in testa? E tutti gli altri Enti Pubblici, che hanno un proprio elenco di fornitori di fiducia (per esempio, l’Ospedale e il Distretto sanitario) Sarebbe un segnale concreto di contrasto alla mafia e di affermazione della cultura della legalità. Sindaci, consigli comunali, Direttori sanitari, forza!

Facebook rifiuta di censurare i gruppi di sostegno all'ex capo di Cosa Nostra Totò Riina

di SALVO PALAZZOLO
Stop alle foto delle donne che allattano, ma non ai filomafiosi. E in Sicilia scoppia la polemica politica

"Su Facebook vengono rimosse le foto di donne che allattano al seno", ribadisce da Palo Alto (California) il portavoce del social network più famoso di Internet, Barry Schnitt. Ma è ormai polemica mondiale. "E invece perché nessuna censura nei confronti di chi inneggia su Facebook al capomafia Totò Riina?", ribatte un autorevole commentatore del quotidiano inglese Times. "Davvero una strana morale - scrive Daisy Goodwin - quella che sostiene la necessità che il social network sia un ambiente sicuro anche per i ragazzini che frequentano Internet e poi non eccepisce nulla sui 2000 e più utenti, la gran parte giovanissimi, che inneggiano a un uomo che sta scontando molti ergastoli. Per Natale, i suoi fan gli hanno mandato persino gli auguri attraverso Facebook". Nei giorni scorsi, quelle pagine su Riina e tanti altri mafiosi avevano fatto indignare la sorella del giudice Giovanni Falcone, Maria: "Purtroppo, il male esercita ancora fascino sui nostri giovani - aveva detto dalle pagine di Repubblica - bisogna impegnarsi perché ciò non accada. Certi messaggi su Internet, certi film non aiutano". Su Facebook, invece, qualcuno continua a chiedere addirittura la beatificazione del compare di Riina, Bernardo Provenzano: all'appello "Santo subito" hanno già risposto in 152. Con accorate adesioni: "Grande padrino", "Sei il numero uno". E' preoccupato Salvatore Borsellino, il fratello del giudice Paolo, anche lui vittima di Riina e Provenzano, per il proliferare di pagine Facebook che inneggiano ai padrini. "Credo che sia in corso una campagna ben precisa di disinformazione - dice - per delegittimare i magistrati, ma anche tutti coloro che cercano la verità sui misteri di Riina e Provenzano". Borsellino, che è ingegnere e grande esperto della Rete, ha trovato in quelle pagine non solo messaggi deliranti, ma anche dell'altro: "Ci sono messaggi che tentano di mettere in discussione sentenze già passate in giudicato. Non dimentichiamo - dice - che uno dei progetti principali dei padrini è ormai da anni quello di ottenere la revisione dei processi. Credo che su Facebook stiano operando agenzie ben precise di disinformazione. Agiscono dietro le foto e le identità di giovanissimi, ma non sono tali. Come fanno a sapere così tante cose sulle inchieste che hanno riguardato Riina e soprattutto i suoi complici già in galera? Uno soprattutto, il funzionario dei servizi segreti Bruno Contrada". Intanto, su Facebook, sono già 34 i Bernardo Provenzano nella lista degli utenti del sociale network. E 14 i Totò Riina: al boss che volle l'avvio della stagione delle bombe, per eliminare i giudici Falcone e Borsellino, è dedicato uno dei più grandi fan club di Facebook, con oltre duemila iscritti. Ma dal quartier generale di Palo Alto non arriva alcun annuncio di censura. Il problema restano le foto "esplicite", come le chiamano, in cui le mamme che allattano mostrano in maniera "troppo evidente" il seno. Il portavoce del social network tiene a precisare: "Allattare al seno è un atto naturale e meraviglioso. Siamo felici di sapere che numerose donne abbiano deciso di condividere questa esperienza su Facebook. Non agiremo nei confronti delle foto di allattamento che seguono i termini del regolamento". Tutte le altre rientrano nelle rigide regole di Facebook contro la nudità. "Assurdo", sentenzia il Times. E il dibattito corre anche sui blog siciliani. Commenta con amarezza Giovanna Maggiani Chelli, dell'associazione dei familiari delle vittime di via dei Georgofili, dove i corleonesi Riina e Provenzano ordinarono una strage, nel 1993. "Davanti a tanta indifferenza e a tanto isolamento creato attorno a noi che cerchiamo ancora la verità, è più che giusto che i commentatori di Facebook scrivano che Riina è un grande o che cerchino il sosia di Bernardo Provenzano. In fondo loro hanno vinto".
(La Repubblica, 4 gennaio 2009)

Provincia di Palermo: un’isola di felicità su cui regna il presidente Giovanni Avanti

di MICHELE RUSSOTTO
Fra Palazzo Comitini, dove il presidente ha tenuto per sé le deleghe che contano, e Palazzo delle Aquile c’è una stretta sinergia, a differenza del passato. Il Consiglio stenta ad entrare a regime


La Provincia regionale di Palermo? Un’isola felice. Così è se vi pare. Un’isola felice, sia politicamente che amministrativamente. Niente contrasti all’interno della maggioranza, come avviene al Comune, perché l’Mpa è regolarmente in giunta e rimangono comunque nell’ambito fisiologico quelli tra centrodestra e centrosinistra. Al Comune non c’è una lira per festeggiare in piazza l’arrivo del nuovo anno? Ci pensa la Provincia che ha le casse piene e non sa come spendere i soldi. Come sembrano lontani i tempi in cui sindaco e presidente di Provincia si facevano la guerra. Su tutto. Sul tram, sulla metropolitana, sulla sponsorizzazione del Palermo, sull’Ato idrico. Guerra senza esclusione di colpi, prima tra Orlando e Musotto, esponenti di schieramenti opposti e poi addirittura tra quest’ultimo e Cammarata, entrambi di Fi. Ma adesso è cambiato tutto, perché il presidente Avanti e il sindaco Cammarata, politicamente, sembrano due anime in un corpo. Il patto di ferro rinnovato a Villa Niscemi qualche mese fa tra i cuffariani dell’Udc e i forzisti di Schifani, sancisce anche che Comune e Provincia si muovano all’unisono per condurre le loro battaglie. Proprio in quell’occasione Giovanni Avanti tenne a sottolineare la sua rottura col passato musottiano. E battaglie comuni, con Cammarata, ha portato avanti sulle vicende Ato rifiuti e salvaguardia dell’aeroporto di Punta Raisi. Poco importa che gli equilibri politici nei due enti, al momento, siano diversi. Ma l’anomalia che un pezzo della maggioranza (Mpa) al Comune non sia rappresentata in giunta, incide poco o niente sulla strategia complessiva di muoversi sempre e comunque sulla stessa lunghezza d’onda. Vero è che su questo fronte Avanti ha rotto con il passato. Ha, però, saputo ereditare dal suo predecessore, anche se con toni e sfumature diverse, tutto il protagonismo. Se sino a qualche mese fa la Provincia si identificava con Musotto, adesso si identifica con Avanti. Il quale, intanto ha tenuto per se tutte le deleghe che contano (Ato rifiuti, Ato idrico, cultura, turismo, spettacolo, politiche comunitarie, informatizzazione, comunicazione) e ha chiuso ogni visibilità esterna ai dodici componenti la sua squadra. In questi sei mesi di amministrazione Avanti, chi ha mai visto o sentito un assessore provinciale? Insomma, la personalizzazione dell’ente con il presidente è identica a quella della gestione Musotto.
Il consiglio provinciale, invece, è come se non ci fosse o quasi. Basta scorrere quello che ha fatto, o non ha fatto, in questi suoi primi sei mesi di vita. Grosso modo, la stessa produzione della precedente assemblea nei primi cinque mesi dell’anno. L’unica deliberazione, diciamo così, fuori dall’ordinario, è stata, niente meno, quella relativa al regolamento per la gestione degli esami di autotrasportatore approvata nella seduta del 16 dicembre scorso. Per il resto, in quest’ultimo semestre ha tenuto 18 sedute, approvando due debiti fuori bilancio per 45 mila euro, sette ordini del giorno, una mozione e le delibere relative agli equilibri e alle variazioni di bilancio e al rendiconto del 2007. Non si può certo dire che questo consiglio provinciale si muova in controtendenza rispetto a chi sostiene l’inutilità dell’ente o di chi lo considera addirittura un esempio di sperpero di denaro pubblico.
La Sicilia, 4 gennaio 2009

La guerra e l'etica della morte e della vita

di EUGENIO SCALFARI
La guerra di Gaza sta drammaticamente aumentando la sua intensità di ora in ora: è iniziato l'attacco di terra, sono state bombardate le moschee, Israele ha richiamato migliaia di riservisti e messo in stato d'allerta il nord del paese in previsione di possibili ostilità anche con Siria e Libano. L'incendio divampa su tutta la "Striscia" con ripercussioni anche in Cisgiordania dove ci sono i primi segnali di una terza "Intifada", nei Paesi Arabi e nella diaspora palestinese in Europa e negli Stati Uniti. Intanto gli arabi israeliani si sentono sempre meno cittadini di Israele e solidarizzano con manifestazioni di piazza in favore dei "fratelli" palestinesi. Il risultato di queste varie dinamiche è un isolamento di Israele di fronte alla comunità internazionale. In Italia, a Roma e a Milano, i palestinesi immigrati nel nostro paese hanno anche bruciato le bandiere di Israele provocando contestazioni all'interno dello schieramento politico italiano. Contestazioni certamente valide in punto di diritto internazionale ma poco rilevanti di fronte alla sproporzione evidente della reazione israeliana a Gaza. Il dato di fatto oggettivamente osservabile è l'isolamento del governo di Gerusalemme di fronte all'opinione pubblica europea e araba. Per rompere questa sorta di accerchiamento politico il solo sbocco possibile è quello del negoziato. L'alternativa è quella d'una lotta senza quartiere, l'invasione di Gaza e lo sterminio di Hamas, non più centinaia ma migliaia di morti civili, la fine di ogni opzione pacifica. Molto dipende dall'Europa, da Obama, da Putin. Con una valutazione dei costi e dei benefici che andrebbe ben oltre lo scacchiere medio-orientale riportando in prima fila l'Onu come unico tavolo di confronto mondiale.

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Le tensioni religiose della guerra di Gaza non sono da sottovalutare. L'influenza del messaggio cristiano è stata finora pressoché nulla. L'interpretazione bellicista del Corano ha fatto altri passi avanti. Quanto a Israele, il Dio biblico non è tanto quello di Abramo e di Salomone quanto il Dio degli eserciti di Saul e di David, il Dio vendicatore e vendicativo. Sotto la spinta di questi fatti la Chiesa di Roma ha compiuto un passo avanti. Poco influente, come abbiamo già detto, sull'atteggiamento dei belligeranti, ma molto importante per quanto riguarda il tema della non violenza e della pace. Quella della non violenza e del pacifismo è relativamente recente nella Chiesa di Roma, non si risale molto più indietro di Pio XI e di Benedetto XV, ma si trattava ancora di tracce labili. I passi più risoluti si ebbero con papa Roncalli e con il Vaticano II. Wojtyla stabilizzò quella scelta. Papa Ratzinger l'ha recentemente accentuata. L'indisponibilità della vita è ormai - così sembra - una scelta irreversibile della gerarchia ecclesiastica. E tuttavia, come sempre accade, dalla soluzione d'un problema altri ne scaturiscono. Così sta accadendo che l'indisponibilità della vita abbia rafforzato il principio dell'indisponibilità della morte. Ne deriva un'intransigenza sempre più ferma nel campo della bioetica dove si discutono i temi eticamente sensibili della modernità: la vita e la morte, il dogma e la libertà di coscienza, l'etica e la scienza, la politica e la teologia. La discussione su questi temi si svolge in tutto l'Occidente ma in particolare in Italia, nel giardino del papa cattolico. Perciò noi italiani ne siamo particolarmente coinvolti.

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Proprio in questi giorni il tema è stato riproposto dal caso Englaro e da altri consimili dando luogo all'ennesimo conflitto tra la gerarchia ecclesiastica e il pensiero laico. Il Vaticano, partendo dalla sua scelta sull'indisponibilità della vita, ne ha dedotto una serie di conseguenze estremamente rigide sull'intera gamma della bioetica, con l'intento di restringere i confini della libertà individuale. I "media" non hanno dato molto spazio alla discussione registrando quasi senza commento le posizioni vaticane. Ha fatto eccezione "Repubblica": in meno di una settimana il nostro giornale ha pubblicato un articolo di Aldo Schiavone, uno dei Cavalli Sforza (padre e figlio), un altro di Marco Politi su un'indagine effettuata sui giovani del Triveneto, uno (di ieri) di Miriam Mafai. Il nostro è un giornale molto attento alle questioni religiose e ai confini tra la gerarchia ecclesiastica, la laicità dello Stato, l'autonomia della coscienza individuale, l'etica privata e l'etica pubblica. Perciò non può meravigliare se il dibattito si svolge intensamente sulle nostre pagine. Stupisce tuttavia il silenzio pressoché completo della stampa nazionale, quasi che il tema meriti d'esser registrato ma non dibattuto. Questa assenza non può che stimolarci ad offrire spazio e respiro ad un confronto essenziale su temi essenziali. Per quanto mi riguarda prenderò come riferimento l'articolo di Aldo Schiavone del 31 dicembre scorso perché è quello che a mio avviso affronta la questione in tutta la sua complessità.

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Scrive Schiavone che c'è nel nostro tempo una grande richiesta di etica: nella società pubblica e nei comportamenti privati, nella scienza e nella tecnologia, insomma in tutto il vissuto della modernità. Forse è vero che ve ne sia bisogno, ma che ve ne sia vera richiesta a me non pare. Tutt'al più c'è una richiesta retorica, cioè una simulazione di richiesta che vale soprattutto per gli altri ma quasi mai per se stessi. Dalla richiesta di etica Schiavone fa discendere la necessità di rivolgersi alla Chiesa che sarebbe "il principale deposito di etica nell'Occidente cristiano". Qui è necessario distinguere. La predicazione di Gesù di Nazareth, come ci è stata tramandata dai Vangeli (non soltanto i quattro canonici), dalle lettere di Paolo, dagli Atti degli apostoli, contiene certamente un messaggio etico di formidabile e duratura intensità. Questo messaggio la Chiesa l'ha tramandato, sia pure con notevoli aggiustamenti, ma quasi mai praticato. C'è stata, nei suoi duemila anni di storia, un'ala che ha non soltanto predicato ma praticato il messaggio evangelico: un'ala minoritaria, da Benedetto a Francesco, da Antonio a Bernardo, a Saverio, a Ignazio (non parlo dei mistici che sono altra cosa). Quest'ala è stata tollerata e utilizzata dalla gerarchia che ha però seguito e praticato la strada opposta. Il deposito etico della gerarchia è stato contraddittorio e pressoché nullo, come avviene in tutte le strutture di potere. Le chiese cristiane, e quella cattolica in particolare, sono state e sono tuttora strutture di potere. L'etica può riverberare su di esse una parte dei suoi contenuti e precetti ma esse non ne sono in nessun caso la fonte sorgiva "per la contraddizion che nol consente". Infine: Schiavone lamenta che la cultura laica, di fronte al fiorire di quella cattolica, sia muta, assente, dispersa e comunque impari al bisogno che ce ne sarebbe. Impari forse. Dispersa può darsi perché i laici non sono una struttura e non hanno un Papa che parli per tutti. Ma muta e assente non direi. I laici hanno molti punti di riferimento, convinzioni radicate e comuni e una comune storia di pensiero evolutivo. All'origine ci sono gli stoici e Socrate e poi via via Epitteto, Epicuro, Montaigne, Descartes, Pascal, Spinoza, Diderot, Voltaire, Kant. Anche il pensiero laico ha una storia plurimillenaria che arriva fino a noi contemporanei. Non dobbiamo inorgoglircene ma tanto meno dimenticarcene. Qui finiscono alcuni miei dissensi con l'amico Schiavone, con il quale invece consento pienamente sulla diagnosi che riguarda il rapporto tra scienza e tecnica da un lato, libertà e autonomia individuale dall'altro.

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La vita e la morte sono sempre più fenomeni artificiali oltre che naturali a causa del progredire della ricerca scientifica e delle sue applicazioni tecniche. Fenomeni artificiali perché la tecnica è sempre più in grado di supplire alle carenze naturali. Consente la procreazione anche a chi non può ottenerla secondo natura; prolunga la vita e sconfigge la morte prevenendo e vincendo la malattia. Fenomeni artificiali e perciò culturali che hanno bisogno di normative giuridiche capaci di conciliare i desideri dei singoli con gli interessi della collettività. Scienza e tecnica continuano e continueranno ad evolversi, a sperimentare, a consentire opzioni sempre migliori, ma non vogliono né possono sostituire la natura. Se non altro per il fatto che l'umanità, la specie e gli individui che ne sono parte, è una delle innumerevoli forme della natura. Scienza e tecnica sono prodotti mentali dell'uomo e quindi protesi della natura. In questo stadio dell'evoluzione esistono zone grigie dove le protesi consentono risultati al prezzo di sofferenze e/o limitazioni a volte sopportabili, a volte radicali. Di fronte ad esse l'individuo rivendica legittimamente libertà di scelta: se accettare le soluzioni o rifiutarle. Piena libertà ai depositari di fedi religiose di indicare e raccomandare soluzioni conformi all'etica da essi predicata senza però che quelle soluzioni possano essere imposte a chi (fosse uno soltanto) non condivide quelle raccomandazioni. Questo è il limite di uno Stato laico, pluralista e non teocratico. Non sembra che la Chiesa la pensi così. Sembra invece che pretenda che le sue indicazioni nel campo della bioetica divengano norme giuridiche imperative. Ebbene, va ripetuto alto e forte che questo passo non potrà mai esser compiuto poiché segnerebbe la scomparsa della laicità a favore d'un fondamentalismo che l'Occidente ha storicamente archiviato da 250 anni. Un salto all'indietro di questa portata, esso sì, segnerebbe il ritorno ad un oscuro Medioevo e la scomparsa dei valori della nostra civiltà, inclusi quelli della predicazione cristiana.
(La Repubblica, 4 gennaio 2009)

Lavoro, un precario su tre è al Sud In cinque anni aumentati del 17%

L'esercito degli "atipici" è arrivato quasi a quota 3 milioni, il 12% del totale degli occupati. Damiano (Pd): "È emergenza, servono più risorse per gli ammortizzatori". Nel Mezzogiorno molti impiegati pubblici oltre ai contratti stagionali
di LUISA GRION
ROMA - Un lavoratore su otto, in Italia, è precario: oggi ha un posto domani non lo sa, oggi guadagna, fra qualche mese non è detto. Un fenomeno ampio e in costante crescita: il lavoro atipico è più frequente nel Meridione, ma avanza anche nelle regioni del Nord. Tant'è che qualsiasi politica di sostegno al reddito non può non tener conto della tendenza e lo stesso ministro del Welfare Sacconi propone di estendere gli ammortizzatori sociali anche a questo "popolo dell'incertezza". A mettere il pianeta in cifre ci ha pensato la Cgia di Mestre scoprendo che di lavoratori precari in Italia ce ne sono ben 2.812.700 (dato aggiornato al mese di settembre): il 12 per cento degli occupati (quasi 20 milioni). In grande maggioranza operano nel Sud (il 33,4 per cento) ma la tipologia è in netto aumento anche nel Settentrione. Negli ultimi cinque anni, infatti, il lavoro precario in Italia è aumentato quasi del 17 per cento, ma nel solo Nord-Est del 24,6. Nello stesso lasso di tempo il lavoro a tempo indeterminato è aumentato del 3,1 per cento appena. Secondo la Cgia di Mestre la predominanza numerica del Meridione si spiega con la maggiore concentrazione di attività stagionali: dall'agricoltura all'industria di conservazione, dalla ristorazione agli alberghi. Ma Giuseppe Bortolussi, responsabile della Cgia di Mestre, fa notare come "una buona parte dei precari del Mezzogiorno sia assunto nel settore pubblico". Un dato che ha molto colpito il ministro-ombra del Welfare Cesare Damiano, Pd: "Lo studio della Cgia di Mestre conferma l'emergenza e noi intendiamo favorire l'estensione degli ammortizzatori anche usando risorse aggiuntive" ha detto. Ma per quanto riguarda il settore statale "la decisione del ministro Brunetta di cancellare la normativa del governo Prodi tesa a superare la precarietà nel pubblico impiego è stata negativa. Questa scelta aggiungerà nuova disoccupazione a quella già esistente e trasformerà quei lavoratori in neo assistiti, con grave danno per il funzionamento della pubblica amministrazione". Lo studio della Cgia prende in considerazione anche l'ammontare delle ore lavorate: un co. co. pro fa mediamente 31 ore alla settimana, un prestatore d'opera occasionale ne lavora 23 contro le 37 medie di un operaio a tempo determinato (35 per l'impiegato). Ciò vuol dire - spiega Bortolossi - che "almeno in linea teorica ci sono le condizioni, per alcuni settori, per ragionare sulla settimana corta in funzione anti-crisi".
(La Repubblica, 4 gennaio 2009)

I sindaci di Ustica, Favignana e Pantelleria: "Siamo isolati per colpa dei tagli"

I sindaci di Ustica, Favignana e Pantelleria hanno occupato la motonave della Siremar in partenza da Palermo. A bordo sono saliti consiglieri comunali e rappresentanti dei sindacati. Leoluca Orlando: "Un'altra umiliazione per la Sicilia". Aldo Messina: "Questa è una battaglia di civiltà"
PALERMO - I sindaci di Ustica, Favignana e Pantelleria hanno occupato, questa mattina, la motonave "Antonello da Messina" della Siremar (gruppo Tirrenia) nel molo Piave del porto di Palermo, impedendo la partenza. La protesta, alla quale stanno aderendo anche i sindacati dei lavoratori, è contro i "tagli" nei collegamenti da e per le isole minori a partire dalla metà di gennaio. "La nostra lotta - spiega il sindaco di Ustica, Aldo Messina - non è contro la Siremar, che è vittima della politica dei trasporti e di un gioco a livello europeo". Messina avverte che "ci saranno altre iniziative e andremo avanti, compatti, fino a quando non si arriverà a un accordo definitivo, e non temporaneo, sui collegamenti tra il Continente e le nostre isole". Sulla motonave, ormeggiata nel porto di Palermo, ci sono anche molti consiglieri comunali e rappresentanti dei cittadini isolani. "Questa è una battaglia di civiltà - prosegue Messina - che va al di là degli schieramenti politici e non ha bandiere di partito". In contemporanea alla protesta dei sindaci delle isole minori contro i tagli nei collegamenti marittimi, in una delle sale si è riunito il Consiglio comunale di Ustica, che ha esaminato la situazione di crisi che secondo la Fit/Cisl mette a rischio 500 posti di lavoro tra i marittimi in organico nella compagnia di navigazione. "Il piano industriale della compagnia di navigazione non è stato ancora approvato - dice il segretario regionale della Fit/Cisl marittimi Franco Lo Bocchiaro - anche se è parzialmente operativo, in particolare per gli aspetti che riguardano le linee fuori convenzione gestite dai privati. E' ora che il governo nazionale intervenga. Non abbiamo nulla in contrario rispetto alla possibile privatizzazione, ma il punto fondamentale resta la salvaguardia dei livelli occupazionali e dei servizi per i cittadini"."Ancora un'umiliazione per la Sicilia, ancora un'azione di isolamento che suona come disprezzo per i siciliani da parte del governo nazionale e di quello regionale che sta a guardare. È sacrosanta la protesta di quei sindaci che denunciano il taglio dei collegamenti tra le isole ed il resto del territorio". Lo dice il portavoce nazionale dell'Idv, Leoluca Orlando, che annuncia un'interrogazione urgente ai ministri Matteoli e Scaiola alla riapertura dei lavori parlamentari. "Italia dei valori - aggiunge Orlando - manifesta tutta la propria solidarietà ai sindaci delle isole che hanno avviato variegate forme di protesta nei confronti della miopia gestionale dei trasporti promossa ed avallata sia al livello nazionale che regionale. Un ennesimo schiaffo per l'economia e il turismo siciliano". Orlando prosegue il suo affondo e prende di mira la Regione: "Raffaele Lombardo faccia e dica qualcosa di siciliano; più che preoccuparsi di servire la cattiva volontà del governo nazionale serva realmente gli interessi dei siciliani".

Dieci anni fa volava via Fabrizio De Andrè. A Palermo un concerto-tributo al Metropolitan

L'11 gennaio 1999 volava via uno dei più amati cantautori e poeti che l’Italia ricordi. A dieci anni dalla scomparsa di Fabrizio De Andrè la Sicilia lo ricorda con un tributo musicale dal titolo "Parole in gennaio" al teatro Metropolitan di Palermo giovedì 8 gennaio alle 21. L’evento, alla sua seconda edizione, è nato da un’idea di Francesco Guadagna e Francesco Giunta è prodotto da Francesco Guadagna per Laboratorio Faber con il coordinamento di Mario Tarsilla e il patrocinio morale della Fondazione De Andrè presieduta da Dori Ghezzi. Sul palco si esibiranno più di trenta artisti dell’Isola che in tempi e modi diversi hanno incrociato la poetica del cantautore genovese e l’hanno abbracciata e reinterpretata: Mario Incudine & Terra, Francesco Giunta, Guido Politi, Sudd mm, Le Papole, Kajorda e - veri e propri padrini dell’evento - i cantanti e musicisti del Laboratorio Faber (Massimo Provenzano, Gaspare Perricone, Francesco Bega, Elena Tumminelli, Claudia Lo Castro, Davide Greco, Giacomo Lucchese, Giuseppe Sinforini, Francesco Rera). Un lavoro artistico, quello di quest’ultima formazione, che rientra nel progetto culturale più ampio dell’associazione Laboratorio Faber che si propone di diffondere in Sicilia le canzoni e il messaggio di De Andrè attraverso cicli di conferenze e concerti, con particolare attenzione ai giovanissimi e ai portatori di disabilità. Alfieri delle tradizioni isolane, i cantautori Mario Incudine e Francesco Giunta proporranno al pubblico le loro traduzioni-interpretazioni di testi deandreiani in lingua siciliana: Incudine presenterà la sua vulcanica Vuccuzza di ciuri e Giunta Il ritorno di Giuseppe, Il sogno di Maria e Ave Maria, tratti dall’album “La Buona novella” che verrà interamente tradotto in siciliano e pubblicato in un disco dallo stesso cantautore palermitano.
La serata sarà condotta dal giornalista Rai Mario Azzolini.

Biglietto 10 euro, prevendita 2 euro.
Per info e prenotazioni rivolgersi al teatro Metropolitan
(viale Strasburgo 356, Palermo, tel. 091.6887513 e 091.6888583)
Botteghino aperto tutti i giorni (tranne il sabato e domenica mattina)
dalle 9.30 alle 13 e dalle 16.30 alle 20.
www.teatrometropolitan.it.

sabato 3 gennaio 2009

Zoomafia, tre miliardi di euro sfruttando e uccidendo animali

Il mondo delle corse vale un miliardo di euro, cresce il business dei cuccioli dall'est Europa, in calo i combattimenti fra cani
ROMA - Un giro d’affari stimato in circa 3 miliardi di euro: questa l'enorme cifra che emerge dal «Rapporto Zoomafia 2008» realizzato da Ciro Troiano, responsabile dell’Osservatorio Zoomafia della Lav, che analizza lo sfruttamento illegale di animali ad opera della criminalità organizzata nel 2007.
Il mondo dei cavalli al primo posto
Le corse clandestine di cavalli e le infiltrazioni criminali nel settore dell’ippica si confermano, secondo l’associazione animalista, i campi in cui la criminalità organizzata - anche di primo livello come i Casalesi, i Labate, i Santapaola - sembra concentrare sempre più il suo interesse: un «settore», quello delle corse, che da solo produce un business stimato in circa 1 miliardo di euro.Nel 2007 sono state bloccate dalle forze di polizia 8 corse illegali, sequestrati 114 cavalli, denunciate 231 persone e 30 arrestate. Le inchieste hanno portato anche al sequestro di un ippodromo, di un maneggio, due stalle e oltre mille confezioni di farmaci e sostanze vietate usate per dopare gli animali coinvolti, drogati e costretti a correre su improvvisati e pericolosi circuiti stradali urbani.
La «Cupola del bestiame»
Altro capitolo che desta sempre più preoccupazione è il fenomeno della cosiddetta «Cupola del bestiame» e dei reati ad essa connessi, che vanno dalle truffe ai danni dell’erario, dell’Ue e dello Stato, al traffico illegale di medicinali, dal furto di animali da allevamento, alla falsificazione di documenti sanitari, fino al gravissimo reato di diffusione di malattie infettive, attraverso la commercializzazione di carni e derivati, provenienti da animali malati. Un business con un fatturato annuo di almeno 400 milioni di euro, che in alcune regioni ha fatto emergere un vero e proprio mercato parallelo di carni e prodotti derivati da animali, ma anche la complicità di venditori disonesti e veterinari collusi. Altro settore di interesse della «Cupola», secondo la Lav, è quello delle sofisticazioni alimentari. Dalle mozzarelle ottenute con cagliate importate dall’estero alle fiorentine di falsa chinina, dai suini infetti alle pecore alla diossina al latte contaminato, ai falsi prosciutti di Parma, agli animali trattati con anabolizzanti e antibiotici. In altri casi gli interessi della criminalità organizzata si manifestano sull'intero ciclo di produzione della mozzarella di bufala, sul quale si impernia un sistema economico di rilevante valore: dall’approvvigionamento dei foraggi alla produzione del latte, dall’attività casearia alla distribuzione ed esportazione del prodotto finito, all’imposizione di vendita per punti vendita e ristoranti.
Traffici di fauna esotica protetta
Molto fiorente il traffico illecito di fauna esotica protetta, che interessa - secondo la Lav - circa un terzo di quello legale, con un business quantificabile in circa 500 milioni di euro l’anno: avorio, pappagalli, tartarughe, ma anche caviale e farmaci cinesi contenti sostanze derivanti da animali protetti. Scimmie, gazzelle e altri animali morti, talvolta già in avanzato stato di decomposizione. In questo contesto Internet è divenuto un importante strumento di vendita: per evitare controlli, i trafficanti effettuano le spedizioni per posta, direttamente a casa. In un sola operazione la Forestale ha sequestrato a Linate più di 100 chili di corallo proveniente dalla Germania e diretto nel napoletano. In un'altra operazione il Corpo forestale ha sequestrato due caimani, 21 varani, 40 scorpioni giganti, due boa, un pitone albino, una ventina di tartarughe e una dozzina di ragni velenosi, parte del bottino di una banda di trafficanti di rettili colta con le mani nel sacco. In un altro sequestro sono stati sottratti oltre 800 cerotti contenenti ingredienti a base di leopardo e di musco (un piccolo cerbiatto che vive nelle zone montane del Nepal e del Pakistan), impiegati nella medicina tradizionale cinese, è il risultato di un’altra operazione del Corpo forestale.
Cresce il traffico di cani importati dall'Est
Secondo quanto emerge del rapporto Zoomafia 2008 cresce, inoltre, il traffico di cani importati dai Paesi dell’Est. Circa 500 mila cuccioli vengono importati illegalmente ogni anno in Italia. Stabile ma sempre allarmante il business legato alla gestione di canili «lager« (strutture spesso sovraffollate e inadeguate sotto l’aspetto igienico sanitario e strutturale) e il business sui randagi che, secondo la Lav, garantisce agli sfruttatori di questi animali introiti stimati intorno ai 500 milioni di euro l’anno, grazie a convenzioni con le amministrazioni locali per la gestione dei canili. In calo i combattimenti fra cani
Rispetto ad alcuni anni fa il fenomeno della cinomachia sembra ridimensionato, almeno per quanto riguarda le denunce presentate e le operazioni di polizia effettuate, dato che troverebbe conferma anche dalla diminuzione delle segnalazioni giunte alla Lav: meno di 15 (e di scarso rilievo investigativo) quelle ricevute nel 2007. Di contro, si sono registrate segnalazioni in zone nuove, nelle quali non si aveva notizia di simili casi. Non mancano, però, aspetti peculiari: un boss che combatte con un pit bull per dimostrare il suo valore.
La razzia dei mari
Il mare, saccheggiato dalle organizzazioni criminali, secondo il rapporto della Lav, muove un giro di affari annuo di circa 300 milioni di euro attraverso il traffico di datteri di mare, o di ricci, destinato al mercato clandestino di ristoratori compiacenti, all’uso delle «spadare« (reti lunghe anche 20 chilometri, al bando dal 2002, che fanno strage di pescespada e di specie protette come delfini, tartarughe, capodogli, usate ancora a centinaia): nel 2007 sono state sequestrate più di 800 chilometri di reti spadare (pari alla distanza tra Milano e Napoli). Senza sosta la «guerra« che si combatte nella laguna veneta tra «caparozzolanti« (pescatori di vongole) e forze dell’ordine, si tratta di un giro d’affari che frutta a una sola barca circa 500 euro a notte.

Sicilia, tagli ai collegamenti con le isole minori: i sindaci di Ustica, Favignana, Pantelleria e Lipari in rivolta

«Isolani è bello. Isolati è ingiusto». È questo lo slogan della protesta organizzata sabato dai sindaci di Ustica, Favignana, Pantelleria e Lipari contro i tagli disposti a partire dalla metà di gennaio dalla società di trasporti marittimi Siremar (gruppo Tirrenia) nei collegamenti da e per le isole minori della Sicilia, successivi alla procedura di infrazione della Comunità europea contro l'Italia per gli aiuti di stato alla Tirrenia e alle società controllate, e conseguente cessazione della convenzione tra Stato e Tirrenia (scaduta il 31 dicembre). I primi cittadini delle rinomate mete turistiche siciliane hanno occupato una motonave nel porto di Palermo, la “Antonello da Messina” (della Siremar), impedendone la partenza. La protesta, a cui hanno aderito tutti gli amministratori locali delle isole, prevede l’occupazione di altri traghetti – per la festa dell’Epifania, la motonave “Filippo Lippi” -, consigli comunali a bordo dei mezzi Siremar, duemila telegrammi (già inviati) indirizzati al ministro delle Infrastrutture Matteoli, centinaia di sms per gli abitanti e i villeggianti delle isole. Infine, la minaccia di uno sciopero generale e di una «marcia» su Roma, dove i sindaci potrebbero incatenarsi davanti Montecitorio. Secondo il sindaco di Ustica, Aldo Messina, i tagli peggiorano una situazione già critica, «dopo la disastrosa sospensione della linea di collegamento dell'aliscafo Napoli-Ustica-Favignana, che già dall'estate scorsa ha ridotto notevolmente le presenze turistiche sull'isola palermitana». Mentre il sindaco di Favignana, Lucio Antinoro, ha annunciato che comincerà un digiuno «che si protrarrà fino a quando non arriveranno novità positive». Alla simbolica occupazione della motonave “Antonello da Messina” hanno partecipato, a fianco dei sindaci e dei consiglieri comunali, anche alcuni rappresentanti sindacali, che temono ripercussioni per il personale a causa del mancato rinnovo della convenzione tra lo Stato e la Tirrenia, scaduta il 31 dicembre. Secondo la Fit-Cisl, a rischio sono almeno 500 posti di lavoro tra i marittimi in organico nella compagnia di navigazione.«Il piano industriale della compagnia di navigazione non è stato ancora approvato - dice il segretario regionale della Fit-Cisl marittimi, Franco Lo Bocchiaro - anche se è parzialmente operativo, in particolare per gli aspetti che riguardano le linee fuori convenzione gestite dai privati. Non abbiamo nulla in contrario rispetto alla possibile privatizzazione ma il punto fondamentale resta la salvaguardia dei livelli occupazionali e dei servizi per i cittadini».
03 gennaio 2009

Trasporti: Russo (Pd), Tremonti si assuma responsabilità, subito tavolo di confronto
"La riduzione del 50 per cento dei servizi di collegamento delle isole minori è la logica conseguenza dei tagli indiscriminati operati dal Ministro Tremonti e dal governo Berlusconi". Lo dice Tonino Russo, parlamentare nazionale e vicesegretario regionale del Pd siciliano. "Avevamo già avuto modo di denunciare l’irresponsabilità delle scelte del Governo volte a liberarsi, più in fretta possibile, della Tirrenia e delle società regionali che assicurano i collegamenti marittimi. Il Ministro Tremonti sperava di chiudere la vicenda entro il 31 dicembre 2009 e ha operato forzature tanto improbabili quanto dannose. Oggi - sottolinea Russo - appare evidente la superficialità e l´approssimazione contenute in quei provvedimenti che dal 14 gennaio dimezzano di fatto le linee di collegamento marittimo con grave disagio per le popolazioni e in prospettiva per i turisti che nella stagione estiva affollano le nostre isole. Noi siamo convinti che bisogna tornare all´impostazione del precedente governo Prodi che prevedeva il rinnovo della convenzione con la Siremar fino al 31 dicembre 2012 cosi come previsto al comma 998 dell´art. 1 della Legge n. 296 del 27/12/2006 (Legge finanziaria), in modo tale da programmare adeguatamente un percorso serio, responsabile ed efficiente. Nell´immediato - conclude Russo - è necessario convocare un tavolo di concertazione tra le amministrazioni centrali, regionali e locali che possa valutare i servizi oggetto di convenzione e l´intero percorso da istruire. A questo tavolo, ovviamente, non può mancare il Ministro dell´Economia che ha il dovere di assumersi fino in fondo le proprie responsabilità".
Palermo, 3 gennaio 2009

Il deputato Pino Apprendi (Pd) vuole sapere chi va in missione, la Presidenza dell’Ars oppone un rifiuto, violerebbe la privacy

L’onorevole Pino Apprendi, ex DS oggi PD, di mestiere vigile del fuoco, ha assunto una iniziativa inconsueta: ha chiesto al Presidente dell’Assemblea regionale siciliana informazioni sui colleghi parlamentari che hanno usufruito del trattamento di missione nei loro viaggi. L’ufficio di gabinetto del Presidente dell’Assemblea regionale, secondo quanto riferisce Repubblica, ha risposto picche. Motivo: non è permesso mettere in piazza notizie di tal fatta.
Non rispetterebbe la privacy degli interessati. Apprendi non ha preteso di sapere dove si siano recati i suoi colleghi per i fatti loro nel 2008, quanti viaggi di piacere abbiano scelto di fare, né di quali mezzi si siano serviti a tale scopo, né se abbiano viaggiato da soli o in compagnia. Apprendi era mosso unicamente dall’intenzione di conoscere le buone cause che hanno richiesto il trattamento speciale che concede il rimborso delle spese fatte con una diaria giornaliera, una indennità di missione piuttosto congrua e il diritto di assentarsi dalle sedute dell’Assemblea, per le quali è prevista la perdita di una indennità in caso di assenza. In definitiva non era affatto interessato a sapere dove fosse andato il parlamentare per il weekend con i familiari o gli amici, ma i suoi movimenti ufficiali e formali, attinenti ad un incarico politico. Al fine di accertarne l’utilità, infatti, la missione viene autorizzata dal Presidente dell’Assemblea regionale e istruita dall’ufficio di gabinetto. Secondo Repubblica, l’ufficio di gabinetto avrebbe negato al deputato il diritto di sapere dove vanno i suoi colleghi con i soldi dell’Assemblea. Avrebbe voluto verificare quanti suoi colleghi utilizzano bene il denaro dell’Assemblea ed esprimere magari un punto di vista in ordine all’opportunità di svolgere le missioni. Il diniego non ammette dubbi, non so può raccontare ai quattro venti quello che i deputati fanno anche quando sono in missione e sono ben pagati per questa ragione. Apprendi, come ogni deputato, svolge un’attività di controllo oltre che di iniziativa legislativa. I parlamentari, infatti, dividono il loro lavoro – come in ogni assemblea legislativa – fra attività ispettiva e attività di proposizione legislativa. Se vuole avere notizia di qualcosa dal governo usa gli strumenti dell’attività ispettiva, interrogazioni e interpellanza. Quando l’attività di controllo del deputato prende di mira il “suo” Parlamento le cose si complicano, perché il Parlamento si è provvisto di una cintura “sanitaria". La regola è di fare sapere meno possibile, meglio niente. Quando è stato costretto – è avvenuto di recente – a darsi un regolamento dell’accesso agli atti, ne ha approfittato per redigerne uno sull’inaccessibilità piuttosto che sull’accesso. In più da qualche tempo a questa parte invece che sviluppare una tendenza alla informazione ha streto ancora di più la griglia con misure che nel medioevo avrebbero fatto gridare allo scandalo. I paletti del riserbo hanno aggiunto al tradizionale silenzio anche un atteggiamento di particolare severità sulle richieste d’informazione. Sicché accade che un deputato regionale possa pretendere risposte dal governo e ottenerle e incontrare ostacoli quando le richieste all’Assemblea. Apprendi ha annunciato una interrogazione dopo il diniego alle informazioni richieste, la qualcosa è singolare. Le interrogazioni sono dirette al Presidente della Regione, non al Presidente dell’Ars. Perché è lui il responsabile di tutto ciò che riguarda la Regione ed è lui che “passa” i quattrini al Parlamento per farlo funzionare. E allora? Il Parlamento regionale gode della cosiddetta autodichia, una totale autonomia amministrativa. Può spendere come e quando vuole e nessuno deve metterci naso. E questo nell’interesse della categoria, non dell’istituzione. Generalmente le iniziative singole, come quella di Apprendi, hanno breve durata, sono condannate ad un flop prevedibile. Perché? Chi volete che stia dalla parte di Apprendi, ammesso che Apprendi stia dalla sua parte fino alla fine? Ogni tanto capita che qualche deputato esterni la sua irritazione per il modo in cui viene speso il denaro pubblico, ma non bisogna entusiasmarsi, è fuoco di paglia, non succede assolutamente nulla. Vogliamo scommettere che anche in questa circostanza la consuetudine sia rispettata?

venerdì 2 gennaio 2009

Lettera da Gaza ad un mondo che non sa ascoltare

di Mustafa Barghouthi
con Francesca Borri
E leggerò domani, sui vostri giornali, che a Gaza è finita la tregua. Non era un assedio dunque, ma una forma di pace, quel campo di concentramento falciato dalla fame e dalla sete. E da cosa dipende la differenza tra la pace e la guerra? Dalla ragioneria dei morti? E i bambini consumati dalla malnutrizione, a quale conto si addebitano? Muore di guerra o di pace, chi muore perché manca l’elettricità in sala operatoria? Si chiama pace quando mancano i missili - ma come si chiama, quando manca tutto il resto?
E leggerò sui vostri giornali, domani, che tutto questo è solo un attacco preventivo, solo legittimo, inviolabile diritto di autodifesa. La quarta potenza militare al mondo, i suoi muscoli nucleari contro razzi di latta, e cartapesta e disperazione. E mi sarà precisato naturalmente, che no, questo non è un attacco contro i civili - e d’altra parte, ma come potrebbe mai esserlo, se tre uomini che chiacchierano di Palestina, qui all’angolo della strada, sono per le leggi israeliane un nucleo di resistenza, e dunque un gruppo illegale, una forza combattente? - se nei documenti ufficiali siamo marchiati come entità nemica, e senza più il minimo argine etico, il cancro di Israele? Se l’obiettivo è sradicare Hamas - tutto questo rafforza Hamas. Arrivate a bordo dei caccia a esportare la retorica della democrazia, a bordo dei caccia tornate poi a strangolare l’esercizio della democrazia - ma quale altra opzione rimane? Non lasciate che vi esploda addosso improvvisa. Non è il fondamentalismo, a essere bombardato in questo momento, ma tutto quello che qui si oppone al fondamentalismo. Tutto quello che a questa ferocia indistinta non restituisce gratuito un odio uguale e contrario, ma una parola scalza di dialogo, la lucidità di ragionare il coraggio di disertare - non è un attacco contro il terrorismo, questo, ma contro l’altra Palestina, terza e diversa, mentre schiva missili stretta tra la complicità di Fatah e la miopia di Hamas. Stava per assassinarmi per autodifesa, ho dovuto assassinarlo per autodifesa - la racconteranno così, un giorno i sopravvissuti.
E leggerò sui vostri giornali, domani, che è impossibile qualsiasi processo di pace, gli israeliani, purtroppo, non hanno qualcuno con cui parlare. E effettivamente - e ma come potrebbero mai averlo, trincerati dietro otto metri di cemento di Muro? E soprattutto - perché mai dovrebbero averlo, se la Road Map è solo l’ennesima arma di distrazione di massa per l’opinione pubblica internazionale? Quattro pagine in cui a noi per esempio, si chiede di fermare gli attacchi terroristici, e in cambio, si dice, Israele non intraprenderà alcuna azione che possa minare la fiducia tra le parti, come - testuale - gli attacchi contro i civili. Assassinare civili non mina la fiducia, mina il diritto, è un crimine di guerra non una questione di cortesia. E se Annapolis è un processo di pace, mentre l’unica mappa che procede sono qui intanto le terre confiscate, gli ulivi spianati le case demolite, gli insediamenti allargati - perché allora non è processo di pace la proposta saudita? La fine dell’occupazione, in cambio del riconoscimento da parte di tutti gli stati arabi. Possiamo avere se non altro un segno di reazione? Qualcuno, lì, per caso ascolta, dall’altro lato del Muro?
Ma sto qui a raccontarvi vento. Perché leggerò solo un rigo domani, sui vostri giornali e solo domani, poi leggerò solo, ancora, l’indifferenza. Ed è solo questo che sento, mentre gli F16 sorvolano la mia solitudine, verso centinaia di danni collaterali che io conosco nome a nome, vita a vita - solo una vertigine di infinito abbandono e smarrimento. Europei, americani e anche gli arabi - perché dove è finita la sovranità egiziana, al varco di Rafah, la morale egiziana, al sigillo di Rafah? - siamo semplicemente soli. Sfilate qui, delegazione dopo delegazione - e parlando, avrebbe detto Garcia Lorca, le parole restano nell’aria, come sugheri sull’acqua. Offrite aiuti umanitari, ma non siamo mendicanti, vogliamo dignità libertà, frontiere aperte, non chiediamo favori, rivendichiamo diritti. E invece arrivate, indignati e partecipi, domandate cosa potete fare per noi. Una scuola?, una clinica forse? delle borse di studio? E tentiamo ogni volta di convincervi - no, non la generosa solidarietà, insegnava Bobbio, solo la severa giustizia - sanzioni, sanzioni contro Israele. Ma rispondete - e neutrali ogni volta, e dunque partecipi dello squilibrio, partigiani dei vincitori - no, sarebbe antisemita. Ma chi è più antisemita, chi ha viziato Israele passo a passo per sessant’anni, fino a sfigurarlo nel paese più pericoloso al mondo per gli ebrei, o chi lo avverte che un Muro marca un ghetto da entrambi i lati? Rileggere Hannah Arendt è forse antisemita, oggi che siamo noi palestinesi la sua schiuma della terra, è antisemita tornare a illuminare le sue pagine sul potere e la violenza, sull’ultima razza soggetta al colonialismo britannico, che sarebbero stati infine gli inglesi stessi? No, non è antisemitismo, ma l’esatto opposto, sostenere i tanti israeliani che tentano di scampare a una nakbah chiamata sionismo. Perché non è un attacco contro il terrorismo, questo, ma contro l’altro Israele, terzo e diverso, mentre schiva il pensiero unico stretto tra la complicità della sinistra e la miopia della destra.
So quello che leggerò, domani, sui vostri giornali. Ma nessuna autodifesa, nessuna esigenza di sicurezza. Tutto questo si chiama solo apartheid - e genocidio. Perché non importa che le politiche israeliane, tecnicamente, calzino oppure no al millimetro le definizioni delicatamente cesellate dal diritto internazionale, il suo aristocratico formalismo, la sua pretesa oggettività non sono che l’ennesimo collateralismo, qui, che asseconda e moltiplica la forza dei vincitori. La benzina di questi aerei è la vostra neutralità, è il vostro silenzio, il suono di queste esplosioni. Qualcuno si sentì berlinese, davanti a un altro Muro. Quanti altri morti, per sentirvi cittadini di Gaza?
Ramallah, 27 dicembre 2008

giovedì 1 gennaio 2009

L'anno che se n'è andato, l'anno che verrà...

di DINO PATERNOSTRO
Qualche considerazione sul 2008, che se n’è appena andato, e su questo 2009 appena arrivato, partendo dal nostro microcosmo corleonese. Ovviamente, Corleone e i comuni della zona non sono repubbliche indipendenti e stanno risentendo della crisi economico-finaziaria internazionale. Anche da noi molte famiglie stentano ad arrivare a fine mese; molti giovani emigrano al nord o all’estero per provare a trovare un lavoro; altri sono costretti a lavoricchiare in nero o – bene che vada - con qualche contratto part-time e a tempo determinato, elemosinandolo al “potente” di turno, che poi vuole “l’anima”. Abbiamo ancora servizi da Terzo Mondo: quartieri sporchi, raccolta differenziata dei rifiuti quasi sconosciuta, strade tutte buche, quartieri dove ancora finisce la luce (un esempio? Piazza S. Orsola, vicolo Firmatari, via Caduti in Guerra…), scuole dell’obbligo dove piove dentro, servizi agli anziani e agli handicappati “superclientelizzati”, importanti opere pubbliche bloccate (S. Agostino, Parco sul fiume…), vere e proprie “cattedrali nel deserto” inutilizzate (caseificio, mercato ortofrutticolo, centro multimediale S. Lucia), strade di collegamento da Paesi sottosviluppati (la Corleone-S.Cipirello-Partinico) o destinate ad essere l’Incompiuta del Terzo Millennio (la Corleone-Marineo-Bolognetta, di cui si sta realizzando il solo - inutile - 3° lotto).
Molti (anche a sinistra) pensavano che un’amministrazione comunale giovane, a prescindere dal colore politico, potesse avere una marcia in più nella soluzione dei problemi di Corleone. Invece, la delusione è stata cocente: Iannazzo & C. hanno perso un anno in attesa degli esiti del ricorso elettorale e, ad esito favorevole acquisito, hanno pensato solamente a crogiolarsi nel piccolo miserabile potere municipale, senza mettere in campo uno straccio di idea per la soluzione dei gravi problemi cittadini. Non progettano, non si collegano con Palermo, con Roma e con Bruxelles, non si sforzano di pensare il futuro. Smanettano fino a notte fonda su Internet (chissà che siti visitano…), fanno gli iper-presenzialisti in ogni piccola o piccolissima manifestazione laica o religiosa, a volte sgomitando tra assessori o facendo fare semplice tappezzeria al presidente del consiglio comunale. Le divisioni della campagna elettorale tra iannazziani e nicolosiani erano una finzione. O una pura guerra di potere. Lo dimostra la velocità con cui tanti ex nicolosiani si sono fiondati sul carro di Iannazzo e la grande disponibilità con cui sono stati accolti. La cultura politica (?) di fondo che li cementa è la stessa: una straordinaria e spregiudicata voglia (bramosia?) di gestione del potere.
C’è una novità nel centrodestra corleonese, che fino a qualche anno fa sarebbe stata inimmaginabile. Il sindaco Nino Iannazzo, più di tutti, sta facendo professione di fede antimafiosa. Una novità di rilievo, rispetto ai decenni precedenti, quando i sindaci Dc non vedevano la mafia, o ai primi anni ’90, quando i consiglieri di centrodestra (alcuni sono ancora in questo consiglio comunale) dissero alla presidente della Commissione nazionale antimafia, Tiziana Parenti, che ormai a Corleone non c’era più mafia e che l’allora sindaco di sinistra Pippo Cipriani faceva il “professionista” dell’antimafia. Ovviamente, praticare l’antimafia non può significare fare qualche dichiarazione (meritoria) contro Totò Riiina e i suoi rampolli, ma percorrere quotidianamente la difficile strada della giustizia e della legalità, abbandonando pratiche clientelari e atteggiamenti arroganti e prevaricatori. E qui l’attuale sindaco zoppica vistosamente, come dimostrano le vicende quotidianamente documentate da questo giornale. Non a caso, Iannazzo lo chiama “giornaletto” (il suo predecessore, Nicolò Nicolosi, di cui lui è stato vice-sindaco quattro anni, lo chiamava “foglietto locale”).
D’altra parte, al di là delle schermaglie paesane, la mafia a Corleone continua ad esistere e ad essere forte, nonostante tutto. In questi anni, gli arresti di Totò Riina, Leoluca Bagarella, Bernardo Provenzano e (ultimo) Rosario Lo Bue hanno in qualche modo creato grandi difficoltà a Cosa Nostra. Ma la sua capacità di riprodursi - attraverso i consueti canali “familistici” e attraverso cooptazioni “esterne” – resta inalterata. Basta guardarsi intorno per capirlo e per vedere gli “affari” e gli “intrecci”.
La speranza per il 2009? A Corleone, come in Italia e nel Mondo, può venire solo dai cittadini (giovani, lavoratori, donne) che non si rassegnano a vivere in un mondo (o in un micro-mondo) senz’anima. Può venire solo da persone libere o disposte a liberarsi per lottare contro il “Pensiero Unico”. Da giovani, uomini e donne, capaci – dal basso – di costruire città e mondi nuovi, fondati sulla solidarietà, sulla giustizia sociale e sulla libertà. Capaci, dal basso, di praticare antimafia sociale, come le cooperative di “Libera Terra”, e di costruire la solidarietà e la condisione etico-politica attorno ad esse, come fanno - da Nord a Sud - “Arci” e “Libera”, Legacoop e Cgil. Nel suo piccolo, “Città Nuove”, forte del crescente consenso dei lettori (a Capodanno il record delle visite in una sola giornata: 1.218!), continuerà a dare voce ai fermenti nuovi, ai “piccoli fuochi” della società civile, che cominciano ad intravedersi, con la speranza che possano crescere, fino a diventare veri e propri “incendi”.

Corleone. Professione di "omertà" del sindaco, che non spiega il perchè di una seduta proprio il 31 dicembre. E l'opposizione abbandona l'aula...

Si, l’hanno fatta lo scorso 31 dicembre la seduta consiliare per l’approvazione del bilancio 2009. E il sindaco Nino Iannazzo, “omertoso” fino alla fine, non ha spiegato perché proprio il 31 dicembre. E il bilancio l’hanno pure approvato. Ma senza la presenza in aula dei consiglieri del gruppo del Pd e di due consiglieri del Mpa, che hanno abbandonato l’aula per protesta contro l’arroganza del centrodestra, che ha snobbato ogni richiesta dell’opposizione di spiegare la necessità di tenere una seduta consiliare proprio per San Silvestro. Da parte loro, i consiglieri di opposizione hanno invece spiegato chiaramente perché non era ancora opportuno approvare il bilancio. A parte le ragioni di buon senso (per San Silvestro a Corleone è la ricorrenza della “Befana”, una festa molto sentita da grandi e piccini e, per tutti, è la vigilia di Capodanno), ancora lo Stato non ha comunicato ai comuni l’ammontare dei trasferimenti, così come non l’ha comunicato ai comuni siciliani la Regione, che ancora non ha approvato nemmeno il suo bilancio. Senza conoscere l’ammontare esatto di questi trasferimenti, che costituiscono oltre l’80% delle somme in entrata, come si può avere un bilancio comunale preciso e veritiero? Per forza di cose, bisogna iscrivere in entrata le stesse somme dell’anno scorso, ma si sa che quest’anno sia lo Stato che la Regione effettueranno tagli consistenti ai trasferimenti agli enti locali. E allora? Il suggerimento l’ha dato - fin dal 9 dicembre scorso - il ministro dell’interno Maroni, che ha varato un decreto con cui si autorizza lo slittamento al 31 marzo 2009 dei termini per l’approvazione dei bilanci. Al fine, scrive il ministro, di avere un quadro normativo e finanziario più certo.
Ma Iannazzo & C non hanno voluto intendere ragioni. Il sindaco, addirittura, che pure ha la delega al bilancio, non ha voluto spiegare le ragioni che l’avevano spinto a volere l’approvazione del bilancio entro il 31 dicembre. Seppur invitato ripetutamente, si è rifiutato di intervenire. Un perfetto stile omertoso, che a Corleone non è il massimo a cui si possa aspirare.
Alla fine, con i soli voti della maggioranza, il bilancio 2009 è stato approvato. Un bilancio non veritiero, con cifre approssimative, dove si prevedono solo i consueti piccoli rivoli di “contributivi” a pioggia, senza scelte strategiche di sviluppo. Il capogruppo dell’Udc Vincenzo Macaluso si è offeso perché questo giornale ha scritto che il centrodestra corleonese stava sfiorando il ridicolo. Per la verità, il ridicolo lo stava sfiorando una settimana fa, perchè ormai l’ha abbondantemente superato. (d.p.)
NELLA FOTO: Un momento della seduta consiliare del 31 dicembre

Una straordinaria intervista con Rita Levi Montalcini: "Le donne, l'Africa e la scienza..."

di CONCITA DE GREGORIO
Ho sempre saputo che non esistono le razze, il cervello degli uomini è lo stesso. Esistono i razzisti. Bisogna vincerli con le armi della sapienza.
L'anno che sta per cominciare dista un secolo da quello in cui è nata. Con Rita Levi Montalcini le intervista non scientifiche sono "conversazioni, perché dovrebbe avere la gentilezza di non chiedermi di parlare di cose di cui non so. Tutt'al più ne possiamo conversare".
I suoi "non so" hanno una densità formidabile e portano sempre lontanissimo. Esempi. La crisi dell'economia.
«Non saprei dirle con esattezza le differenze tra questa e quella del '29. Nel '29 avevo vent'anni e mi ricordo bene il senso di spaesamento, di sorpresa. Si ebbe la sensazione che si fosse all'improvviso rotto un meccanismo. Tutto quello che fino a un attimo prima c'era ed era facilmente accessibile non funzionava più, era scomparso. Come se un sistema apparentemente solido fosse in realtà evanescente. Le leggi dell'economia, mi chiesi allora, sono davvero leggi come le altre della scienza? Se sono fondate sull'osservazione, questo solo basta a dire che si ripetono senza tener conto del mutare degli uomini? Non so, si dovrebbe chiedere Krugman». Le vengono sempre in mente, come consulenti da chiamare al telefono, altri Nobel. Anche nei frammenti di memoria. «Certo che l'aereo è una grande conquista del secolo ma non la principale, non direi proprio. Ci si è sempre spostati comunque, l'aereo non ha fatto che accorciare i tempi. Lo definirei tutt'al più uno strumento utile. Nel '40 andai in America in nave e fu un viaggio bellissimo. Ero con Dulbecco. Ricordo con precisione le nostre lunghe conversazioni serali. Ne scaturì molto: certo per me, spero per entrambi. In aereo non sarebbe stato possibile, avremmo probabilmente scambiato qualche battuta e ci saremmo presto appisolati. Ma mi dica, cara signora: di che cosa vorrebbe conversare?».
Noi vorremmo, senatrice, che fosse lei a introdurci nell'anno del suo centenario. Che ci parlasse di quel che più l'ha sorpresa, amareggiata e rallegrata, di quello che più le resta nei pensieri del 2008 che abbiamo attraversato. Vorremmo parlare del passato e del futuro e intanto festeggiarla un poco, che compiere un secolo facendo progetti per il futuro non è cosa da tutti. Chi collabora con lei ci racconta che dorme pochissimo e lavora tutte le ore del giorno. Che trascorre il suo tempo nei laboratori e sui libri, che è impossibile sorprenderla in disordine: sempre indossa abiti e gioielli bellissimi.
«Non potendo cambiare me stessa cambio gli abiti. È un piccolo gesto quotidiano di rispetto verso chi incontro. Del sonno non sento il bisogno, alla mia età è frequente. Quanto all'anno che si è appena concluso spero di esserle utile ma per me il tempo ha una scansione più dilatata e più contratta insieme: un anno di cento è piccola cosa, capisce, rispetto a un anno di venti, o di quaranta. Tuttavia può anche essere un tempo lungo e prezioso, se penso per esempio che in questo anno le borse di studio per bambine e giovani donne africane della mia fondazione sono divenute 6700 e arriveremo a diecimila, spero, l'anno venturo».
Perché l'Africa, senatrice?
«Perché guardi che cosa abbiamo fatto in Africa, dagli anni del colonialismo in poi. Guardi come l'abbiamo violentata e usata. Distrutta. Una tragedia spaventosa. Abbiamo preso le loro ricchezze e speculato sulle debolezze che abbiamo contribuito a creare. Abbiamo molto da restituire, molto risarcimento da pagare. In istruzione, certo. L'unica salvezza possibile per le genti di ogni luogo è l'accesso alla cultura».
E perché le donne?
«Perché le donne hanno sempre dovuto lottare doppiamente. Hanno sempre dovuto portare due pesi, quello privato e quello sociale. Le donne sono la colonna vertebrale delle società. Pensi al nostro Occidente. Ho appena scritto un libro dedicato ai ragazzi, l'ho pubblicato con una casa editrice per giovani. Ne sono fiera. L'abbiamo intitolato "Le tue antenate". Parla di donne pioniere. Quelle che hanno dovuto lottare contro pregiudizio e maschilismo per entrare nei laboratori, che hanno rischiato di vedersi strappare le loro fondamentali scoperte attribuite agli uomini, che si sono fatte carico della famiglia e della ricerca. Lei conosce Emily Noether, la fondatrice dell'algebra moderna?»
C'era un teorema…
«Lei, quella del teorema. Nel '33 il nazismo la escluse dalle università in quanto ebrea, fu costretta a riparare negli Stati Uniti».
Anche lei da ragazza dovette restare chiusa in casa, nascondersi. Ne parlava nel suo incontro con Ingrid Betancourt: le vostre prigionìe.
«Ah sì ma c'è molta differenza. Ingrid Betancourt ha sofferto moltissimo e ha patito gravi stenti. Io sono sempre rimasta completamente indifferente al razzismo antiebraico, è vero che durante il fascismo dovetti restare a lungo nella mia stanza, che tuttavia era una stanza e non la giungla. È anche vero che molti fascisti venivano a trovarmi e che è stato lì, in quella stanza, che è nato il seme della mia ricerca. Ho sempre saputo che non esistono le razze, il cervello degli uomini è lo stesso. Esistono i razzisti. Bisogna vincerli con le armi della sapienza. Di Ingrid Betancourt ho apprezzato la dolcezza nella forza. La fragilità e la forza vanno spesso insieme, ha notato? Non si dà l'una senza l'altra».
Il cervello degli uomini, lei dice, è sempre lo stesso.
«Ma certo, si possono avere dubbi? Degli uomini e delle donne, è evidente. La differenza tra uomo e donna è epigenetica, ambientale. Il capitale cerebrale è lo stesso: in un caso è stato storicamente represso, nell'altro incoraggiato. Così pure tra popoli. È sempre un dato culturale. Per fortuna le donne stanno raggiungendo ciò che era stato loro precluso. Ha conosciuto Vandana Shiva? Una fisica teorica formidabile, indiana. Le ho dedicato l'ultimo capitolo delle pioniere. Le donne hanno incredibili potenzialità. Ha conosciuto Hillary Clinton?».
Solo in occasioni ufficiali.
«Che peccato. Una donna energica e molto competente. Certo questo non mi ha impedito di tifare per Obama alle primarie. Nella scelta fra un presidente donna e un nero di origine africana ma non c'era proprio dubbio, assolutamente nessun dubbio di cosa fosse da preferire per il progresso della civiltà. Certo dico a parità di competenze professionali. Obama è uno straordinario salto in avanti in un secolo in cui, lo ricordo bene, quando si sedeva in autobus accanto ad un nero si doveva alzarsi. A me è accaduto nel corso del mio primo viaggio negli Stati Uniti. Non riuscivo, sul momento, a comprendere il senso dell’invito».
Se lei avesse vent'anni a disposizione a quale nuovo studio si dedicherebbe?
«Se ne avessi due o cinquanta, è lo stesso. Al cervello, ovviamente. L'universo che è dentro ciascuno di noi. C'è forse un altro tema più interessante? Scoprire il funzionamento della mente. Se fossimo capaci di far rientrare in Italia i nostri giovani ricercatori, se questo paese sapesse investire sulle energie straordinarie dei suoi studiosi, quelli che abbiamo visto manifestare per strada contro i tagli alla ricerca, ecco. Questo sì che sarebbe un investimento. L'Italia ha sempre prodotto grandissimi risultati, ha menti eccelse. Cabibbo, lo conosce?, un uomo eccezionale. Che strano che non abbia avuto il Nobel, no? L'hanno dato a tre giapponesi, ho visto. Sapesse che meraviglia sono le ragazze, le giovani ricercatrici che lavorano nel mio centro».
Lo studio del cervello ci aiuta anche a decifrare i comportamenti collettivi? Lei per esempio cosa può dire alla luce delle sue ricerche del fondamentalismo, del terrorismo, delle dittature?
«Il cervello spiega tutto. Bisogna partire da qui. Il nostro modo di comportarci è più emotivo che cognitivo. Esiste un centro arcaico del cervello, limbico: non ha avuto nessuno sviluppo dall'australopiteco ad oggi, è identico. È la sede dell'aggressività. Il cervello limbico ha salvato l'uomo quando è sceso dagli alberi, gli ha consentito di difendersi e combattere. Oggi può essere la causa della sua estinzione».
L'aggressività ha sede in un cervello limbico collettivo?
«Il cervello è individuale. Ma è certo che i totalitarismi, le dittature, i fondamentalismi hanno sempre fatto appello alle pulsioni arcaiche dell'uomo. Hanno puntato sulla prevalenza del sistema arcaico su quello cognitivo. L'evoluzione culturale alimenta la neocorteccia. E' per questo che l'unico vero antidoto ai sistemi totalitari è la cultura. La conoscenza. I fondamentalismi si servono del cervello arcaico e lo strumentalizzamo. La neocorteccia, il cervello del linguaggio e della cognizione, deve prendere il comando sul cervello arcaico per controllare la fase emotiva e primitiva del comportamento».
Lei crede che nell'uomo in assenza di attività cerebrale possa esserci vita degna di questo nome?
«Certo che no. Quando il cervello non funziona la vita dell'uomo è finita. La povera Eluana Englaro ha diritto ad una fine con dignità, come chiede suo padre. La sua vita si è conclusa da molti anni».
Torniamo al sapere come antidoto delle dittature. Nell'Islam dei fondamentalisti alle donne è inibito lo studio. Le studentesse in molti Paesi sono minacciate e aggredite. Vede in questi comportamenti la conferma della sua teoria sulla "strumentalizzazione del cervello arcaico"?
«Le religioni sono materia delicatissima. Certo è che la disparità di trattamento fra uomo e donna è grande nelle culture in cui la religione inibisce alla donna l'accesso al sapere. Per me che sono di religione ebraica il sapere è stato un grande strumento di democrazia sostanziale. È dato a tutti allo stesso modo, cancella le differenze di sesso, di censo e di età. Come può verificare dai miei scritti ci sono donne straordinarie che hanno dato risultati eccezionali per il solo fatto di aver avuto accesso, nella loro epoca, alla conoscenza alle altre negata. Poi certo in altre epoche hanno avuto accesso allo studio solo le donne di classi sociali agiate. Avevano l’insegnamento a casa».
Lei legge romanzi? Conosce scrittori contemporanei?
«Il più grande scrittore del mio tempo è Primo Levi. Un monumento all'Homo sapiens. Dopo "Se questo è un uomo" è difficile trovare un testo di altrettanto spessore. Fu sua sorella Anna Maria, che ho conosciuto a casa di amici nel ‘47, a regalarmelo. Primo aveva la capacità che nei libri della mia infanzia erano attribuiti ai talismani delle fate. Lui non trasformava serpenti in agnelli, faceva di più: sapeva far rivivere la realtà vissuta e sofferta con milioni di altri nei lager nazisti senza suscitare nel lettore una totale sfiducia nel genere umano. Ci sono poi altri libri che amo e spesso rileggo. Uno è "Il medioevo prossimo venturo" di Roberto Vacca».
Se avesse potuto frequentare più assiduamente un uomo del suo tempo su chi avrebbe fatto cadere la scelta?
«Ma non c’è dubbio. Albert Einstein. Il segreto della creatività risiede nella curiosità, nella mente che rimane bambina, diceva. Un grande insegnamento. Restare bambini. Oltretutto (ride) anche Einstein appartiene alla cosiddetta razza inferiore...come me».
Qual è stata a suo parere la più grande invenzione o scoperta del secolo? Un farmaco? Uno strumento di diagnosi?
«Ma no, è stata senza dubbio Internet. L’informatica. I nuovi Magellano dell’era digitale. La comunicazione globale. Ma come mai mi chiede questo, lei non usa Internet?»
L’Unità, 30 dicembre 2008

Giorgio Napolitano: "Uscire migliori dalla crisi"

Ecco il testo integrale del messaggio di fine d'anno del Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, letto a reti unificate.
"Questa vigilia del nuovo anno è dominata, nell'animo di ciascuno di noi, dallo sgomento per le notizie e le immagini che ci giungono dal cuore del Medio Oriente. Si è riaccesa in quella terra una tragica spirale di violenza e di guerra. Una spirale che va fermata. Lo chiedono l'Italia, l'Unione Europea, le Nazioni Unite, il Pontefice : sentiamo oggi, mentre vi parlo, che questo è il nostro primo dovere, riaprire la strada della pace in una regione tormentata da così lungo tempo". "Parto di qui per rivolgere il mio tradizionale messaggio di auguri a voi tutti, italiani di ogni generazione e di ogni condizione sociale, residenti nel nostro paese e all'estero - ai servitori dello Stato, ai civili ed ai religiosi operanti per il bene della comunità, alle forze dell'ordine e alle Forze Armate, e con speciale calore e riconoscenza ai nostri militari impegnati in missioni difficili e rischiose per garantire la pace e sradicare il terrorismo nelle regioni più critiche". "Nel rivolgervi questo augurio, non ignoro la forte preoccupazione che ci accomuna nel guardare all'anno che sta per iniziare. Un anno che si preannuncia più difficile, e che ci impegna a prove più ardue, rispetto alle esperienze vissute da molto tempo a questa parte". "Nel corso del 2008 è scoppiata negli Stati Uniti d'America una sconvolgente crisi finanziaria, che ha investito molti altri paesi, anche in Europa, e che sta colpendo l'intera economia mondiale. Dobbiamo guardare in faccia ai pericoli cui è esposta la società italiana, senza sottovalutarne la gravità: ma senza lasciarcene impaurire. L'unica cosa di cui aver paura è la paura stessa. Vorrei in sostanza parlare questa sera con voi il linguaggio della verità, che non induce al pessimismo ma sollecita a reagire con coraggio e lungimiranza". "Sono convinto che possiamo limitare le conseguenze economiche e sociali della crisi mondiale per l'Italia, e creare anzi le premesse di un migliore futuro, se facciamo leva sui punti di forza e sulle più vive energie di cui disponiamo. A condizione che non esitiamo ad affrontare decisamente le debolezze del nostro sistema, le insufficienze e i problemi che ci portiamo dietro da troppo tempo. Facciamo della crisi un'occasione per liberarcene, guardando innanzitutto all'assetto delle nostre istituzioni, al modo di essere della pubblica amministrazione, al modo di operare dell'amministrazione della giustizia". "C'è ragione di essere seriamente preoccupati per l'occupazione, per le condizioni di chi lavora e di chi cerca lavoro, e per le famiglie più bisognose. E c'è da esserne preoccupati in special modo guardando al Mezzogiorno, che non ha fatto i passi avanti necessari e rischia di essere più di altre parti del paese colpito dalla crisi, se non vi si dedica l'impegno che ho di recente sollecitato con forza". "L'occupazione in Italia è, da diversi anni, cresciuta. Ma ora è a rischio. Mi sento perciò vicino ai lavoratori che temono per la sorte delle loro aziende e che potranno tutt'al più contare sulla Cassa Integrazione, così come ai giovani precari che vedono con allarme avvicinarsi la scadenza dei loro contratti, temendo di restare privi di ogni tutela. Parti sociali, governo e Parlamento dovranno farsi carico di questa drammatica urgenza, con misure efficaci, ispirate a equità e solidarietà". "Mi sento, egualmente, vicino alle famiglie, specie a quelle numerose, o che comunque fanno affidamento su un solo reddito, sulle quali pesa la difficoltà per le donne di trovare lavoro, e che non hanno abbastanza per soddisfare bisogni fondamentali : e quelli che ne soffrono di più sono i bambini". "Hanno fatto scalpore nei giorni scorsi le statistiche ufficiali sulla povertà in Italia : ed è parola che esitiamo a pronunciare, è realtà non semplice da definire e da misurare. Sono comunque troppe le persone e le famiglie che stanno male, e bisogna evitare che l'anno prossimo siano ancora di più o stiano ancora peggio". "Dalla crisi deve, e può, uscire un'Italia più giusta. Facciamo della crisi un'occasione per impegnarci a ridurre le sempre più acute disparità che si sono determinate nei redditi e nelle condizioni di vita ; per riformare un sistema di protezione sociale squilibrato e carente ; per elevare, a favore dei figli delle famiglie più modeste, le possibilità di istruzione fin dai primi anni e di ascesa nella scala sociale". "Ci sono stati in questi mesi dibattito e confronto in Europa e in Italia sui temi del clima e dell'energia, sui temi dell'innovazione necessaria e possibile. Lo sforzo che in questo momento va compiuto per sostenere le imprese - grandi, medie e piccole - che sono in difficoltà pur essendosi mostrate capaci di ristrutturarsi e di competere, non può essere separato dall'impegno a promuovere indirizzi nuovi per lo sviluppo futuro dell'attività produttiva in Italia. Vanno in particolare colte le opportunità offerte dalle tecnologie più avanzate per l'energia e per l'ambiente. Facciamo della crisi l'occasione per rinnovare la nostra economia, e insieme con essa anche stili di vita diffusi, poco sensibili a valori di sobrietà e lungimiranza". "Ho, nel corso di quest'anno, levato più volte la mia voce per sollecitare attenzione verso le esigenze del sistema formativo, del mondo della ricerca, e delle Università che ne rappresentano un presidio fondamentale. E' indispensabile, per il nostro futuro, un forte impegno in questa direzione, operando le scelte di razionalizzazione e di riforma che s'impongono sia per ottenere risultati di qualità sia per impiegare in modo produttivo le risorse pubbliche. A ciò deve tendere un confronto aperto e costruttivo, al quale può venire un valido apporto anche dalle rappresentanze studentesche, come ho avuto modo di constatare in diverse città universitarie, da Roma a Milano a Padova. Facciamo della crisi un'occasione perché l'Italia cresca come società basata sulla conoscenza, sulla piena valorizzazione del nostro patrimonio culturale e del nostro capitale umano". "Spero di aver dato, almeno per qualche aspetto, il senso dell'atteggiamento da tenere dinanzi alla pesante crisi che si farà sentire anche in Italia nell'anno che ora inizia". "Non spetta a me indicare quali decisioni vadano prese in via immediata. Il governo è intervenuto innanzitutto per porre il nostro sistema bancario, che pure è apparso meno esposto, al riparo da rischi gravi, e si sta confrontando con ulteriori esigenze di intervento, sul versante economico e sul versante sociale. In seno al Parlamento - la cui capacità di giudizio e di proposta resta fondamentale nel nostro sistema democratico - tocca a ognuno fare la sua parte, in un clima di reciproco ascolto e senza pregiudiziali chiusure". "Nel far fronte alla crisi, l'Italia non agisce da sola. Agisce come parte di quella Europa unita che si conferma come non mai un punto di riferimento essenziale: e siamo orgogliosi di avere concorso con tenacia e coerenza a costruirla. Tuttavia, l'Italia è condizionata nelle sue scelte dal peso dell'ingente debito pubblico accumulato nel passato, e nessuno può dimenticarsene nell'affrontare qualsiasi problema. Dobbiamo considerare la crisi come grande prova e occasione per aprire al paese nuove prospettive di sviluppo, ristabilendo trasparenza e rigore nell'uso del danaro pubblico". "E' una grande prova e occasione non solo per l'Italia. La portata della crisi è tale da richiedere imperiosamente il massimo sforzo di concertazione tra i protagonisti dell'economia mondiale, per definire nuove regole capaci di assicurare uno sviluppo sostenibile, ponendo fine alla frenesia finanziaria che ha provocato stravolgimenti e conseguenze così gravi. Il mondo in cui viviamo è uno, e come tale va governato". "Per l'Italia, la prova più alta - in cui si riassumono tutte le altre - è quella della nostra capacità di unire le forze, di ritrovare quel senso di un comune destino e quello slancio di coesione nazionale che in altri momenti cruciali della nostra storia abbiamo saputo esprimere. Ci riuscimmo quando dovemmo fare i conti con la terribile eredità della seconda guerra mondiale : potemmo così ricostruire il paese, far rinascere la democrazia, stipulare concordemente quel patto costituzionale che è ancora vivo e operante sessant'anni dopo, creare le condizioni di quella lunga stagione di sviluppo economico e civile che ha trasformato l'Italia. E ci riuscimmo ancora quando più tardi sconfiggemmo il terrorismo". "Dobbiamo riuscirci anche ora, a partire dall'anno carico di incognite che ci attende. Ed è una prova non solo per le forze politiche, anche se è essenziale che queste escano da una logica di scontro sempre più sterile. Esse possono guadagnare fiducia solo mostrandosi aperte all'esigenza di un impegno comune, ed esprimendo un nuovo costume, ispirato davvero e solo all'interesse pubblico. E' una crisi senza precedenti come quella attuale che chiama ormai a un serio sforzo di corresponsabilità tra maggioranza e opposizione in Parlamento, per giungere alle riforme che già sono all'ordine del giorno e che vanno condivise". "Tutto ciò è importante e tuttavia non basta. Sono chiamate alla prova tutte le componenti della nostra società, l'insieme dei cittadini che ne animano il movimento, in una parola l'intera collettività nazionale. Questo è lecito attendersi dalle generazioni che oggi ne costituiscono la spina dorsale : un'autentica reazione vitale come negli anni più critici per il paese". "Lo spirito del mio messaggio - italiane e italiani - corrisponde alla missione che i padri della Costituzione vollero affidare al Presidente della Repubblica: unire gli italiani, tenendosi fuori dalla competizione tra le opposte parti politiche, rappresentando, col massimo scrupolo d'imparzialità e indipendenza, i valori in cui possono riconoscersi tutti i cittadini. I valori costituzionali, nella loro essenza ideale e morale. Il valore, sopra ogni altro, dell'unità nazionale. I valori della libertà, dell'uguaglianza di diritti, della solidarietà in tutte le necessarie forme ed espressioni, del rispetto dei ruoli e delle garanzie che regolano la vita delle istituzioni". "Sento che questo è il mio dovere, questa è la mia responsabilità. E vi ringrazio per le manifestazioni di simpatia e di fiducia, per gli schietti e significativi messaggi che mi giungono da tanti di voi : mi confortano e mi spronano". "A voi che mi ascoltate, a tutti gli italiani, a tutti coloro che venendo da lontano operano in Italia nel rispetto delle regole e meritano il pieno rispetto dei loro diritti, un augurio più che mai caloroso e forte per l'anno che nasce. Per difficile che possa essere, lo vivremo con animo solidale, fermo, fiducioso".
(La Repubblica, 31 dicembre 2008)