giovedì 10 luglio 2008

Accordo Unipol Banca e Unifidi Sicilia: nasce un fondo da cinque milioni per sostenere le coop che gestiscono beni confiscati alla mafia

Un fondo da cinque milioni di euro per le cooperative che gestiscono patrimoni confiscati alla mafia. L’iniziativa è frutto dell’accordo fra Unipol Banca e Unifidi Sicilia, che con il sostengo di CNA Sicilia e Legacoop Sicilia intendono agevolare in questo modo le iniziative imprenditoriali impegnate a riportare nella legalità i beni confiscati. Le coop che gestiscono patrimoni sottratti alla mafia, infatti, spesso non sono nelle condizioni di fornire le garanzie necessarie ad ottenere prestiti dalle banche.
Di questa iniziativa si è discusso oggi a Palermo ad un convegno dal titolo “Il credito alle cooperative e i finanziamenti per le coop che gestiscono i patrimoni confiscati”.
“Abbiamo pensato ad una base di investimento di cinque milioni di euro – ha detto il presidente Unipol Pierluigi Stefanini, oggi a Palermo – per dar vita ad una strada concreta e tangibile per far crescere in Sicilia un mercato libero e pulito. E’ importante sostenere cooperative di giovani, specie se impegnate nella ‘conversione’ di beni che prima erano della criminalità”.
“L’esigenza di far nascere questo fondo – ha aggiunto Mario Filippello, segretario CNA Sicilia – nasce dal fatto che le coop non possono fornire le necessarie garanzie quando chiedono aiuto alle banche perché non sono proprietarie dei beni, che hanno solo in affidamento e che rimangono di proprietà dello Stato”.
Unifidi Imprese Sicilia, il consorzio di garanzia fidi creato dalla CNA che raccoglie circa 8.500 imprese nella nostra regione, servirà dunque da ‘collettore’ fra le imprese e gli istituti bancari convenzionati (Unipol Banca e Banca Etica) per fornire le garanzie necessarie per l’accesso al credito. L’ammontare massimo di garanzia concessa sarà pari all’80% del finanziamento erogato.
"I consorzi di garanzia fidi hanno un ruolo sempre più incisivo nella vita di un’impresa – ha detto Giancarlo Scollo, direttore Unifidi Sicilia – perché le richieste di garanzia da parte degli istituti sono in costante aumento”.
Per Emanuele Sanfilippo, presidente Legacoop Sicilia, “questa iniziativa è un modo concreto per permettere alle coop che gestiscono beni confiscati di competere a tutti gli effetti sul mercato”.
Al convegno hanno partecipato, fra gli altri, Giuseppe Montalbano, presidente CNA Sicilia, Gianluca Faraone, presidente cooperativa Placido Rizzotto, Benedetto Mineo, direttore dipartimento credito e finanza Regione siciliana
Palermo, mercoledì 9 luglio 2008

Prizzi. Presentato il libro "La Sicilia delle stragi"

PRIZZI - «Le stragi e la strategia della violenza hanno segnato i passaggi più significativi della storia siciliana, fin dall’unità», ha detto martedì sera a Prizzi il prof. Giuseppe Carlo Marino, intervenendo alla presente del volume “La Sicilia delle stragi”, che contiene alcuni saggi scritti da studiosi ed esperti da lui coordinati. Ed ha aggiunto: «Basti pensare alla madre di tutte stragi, alla strage di Portella della Ginestra del 1° maggio 1947, dove hanno avuto un ruolo la mafia, certe frange politiche, forze neofasciste e probabilmente anche servizi segreti stranieri». «Comunque, si ha l’impressione – ha concluso lo storico siciliano - che la Cosa Nostra che abbiamo conosciuto fino all’arresto di Bernardo Provenzano sia destinata a scomparire. Ma sta per essere sostituita da un’organizzazione internazionale, alla quale interesserà meno il controllo del territorio e molto di più la capacità di inserirsi nei sancta sanctorum della finanza».
L’iniziativa è stata organizzata dall’amministrazione comunale di Prizzi, in collaborazione con la Cna di Palermo. «Sulla legalità – ha detto il sindaco Nino Garofalo, portando il suo saluto – vogliamo impegnarci con forza, contribuendo a formare le giovani generazioni». Un concetto condiviso da Rosetta Faragi, vulcanica assessore alla cultura e alla pubblica istruzione, che è stata la vera e propria anima dell’iniziativa. «Come educatrice – ha detto la prof.ssa Faragi – ritengo un dovere fornire ai giovani gli strumenti per acquisire i valori di libertà e giustizia sociale, indispensabili per praticare la vera legalità». A coordinare il dibattito è stato chiamato Nuccio Canzoneri, segretario provinciale della Cna. Alla presentazione del libro erano presenti anche due dei coautori dei testi, Salvatore Vaiana, che ha scritto della terribile strage di Canicattì del 21 dicembre 1947 («un anno terribile», ha sottolineato lo studioso originario di Prizzi), e Dino Paternostro, autore del capitolo “La lunga strage dei contadini” («dal 1944 al 1965 – ha sottolineato – in Sicilia furono assassinati 50 dirigenti e militanti del movimento contadino. Una strage, una “lunga” strage, che ha cambiato il volto della Sicilia»).

Cosa nostra ora è anche agenzia di collocamento

Caltanissetta: la cosca nissena dei Cammarata avrebbe imposto l'assunzione di operai all'azienda agricola Zonin con minacce e intimidazioni, quattro gli ordini di custodia cautelare
CALTANISSETTA - La cosca mafiosa dei Cammarata di Riesi (Caltanissetta) avrebbe costretto, con minacce e intimidazioni, l'assunzione di operai da parte di un'azienda agricola della famiglia Zonin in Sicilia. Un modo per imporre il pagamento del pizzo da parte degli imprenditori alla mafia. Per questo motivo i carabinieri hanno eseguito quattro ordini di custodia cautelare emessi dal gip del tribunale di Caltanissetta. I provvedimenti sono stati eseguiti dai militari del reparto operativo di Caltanissetta, oltre che nel capoluogo anche a Novara e Riesi. L'inchiesta è stata coordinata dal procuratore Sergio Lari e dal sostituto della Dda, Nicolò Marino, i quali hanno chiesto e ottenuto dal gip, Giovanbattista Tona, le ordinanze.L'indagine scaturisce da una escalation di intimidazioni, al chiaro fine estorsivo, che, dal dicembre 2007, hanno visto nuovamente vittima la proprietà dell'Azienda Feudo Principi di Butera Srl, che fa capo alla famiglia Zonin. Già in passato l'azienda era stata vittime di imposizione da parte delle cosche.I carabinieri, attraverso intercettazioni e accertamenti, sono riusciti a individuare alcuni dei responsabili delle estorsioni che sono riconducibili a vario titolo al clan mafioso Cammarata.
09/07/2008

Archeologo. Isler lascia gli scavi di Monte Jato

Il professore svizzero va in pensione dopo 40 anni di lavoro nel sito
Dopo 40 anni di lavoro come direttore degli scavi archeologici di Monte Jato, Hans Peter Isler, docente di archeologia dell'Università di Zurigo, va in pensione e lascia il sito che il professore ha contribuito in maniera determinante a far conoscere in tutto il mondo. Prima del suo ritorno in Svizzera, l'omaggio della Provincia regionale di Palermo. «Al professore Isler – ha detto il capo dell'amministrazione di palazzo Comitini, Giovanni Avanti – va la nostra gratitudine per l'immenso patrimonio di conoscenze, di passione e di amore per il nostro territorio che ci lascia oggi. Grazie al suo impegno e alla sua dedizione Monte Jato è diventato un punto di riferimento per la comunità scientifica internazionale, un libro di memorie che racconta la storia del Mediterraneo e una risorsa importante per lo sviluppo del turismo». La campagna di scavi a partire dal 1971 ha permesso di riportare alla luce il teatro della capienza di circa 3000 persone. Nella zona sud della città antica sorgeva l'agorà circondata da portici con la sala del Consiglio a ovest. Nella parte residenziale, oltre al tempio di Afrodite è emersa una dimora signorile del periodo greco con cortile a peristilio.All'archeologo, Avanti ha donato lo stemma della Provincia realizzato a mano in ceramica e incastonato nel legno. Alla cerimonia sono intervenuti l'assessore regionale ai Beni culturali, Antonello Antinoro; la soprintendente regionale Adele Mormino; la dirigente responsabile del servizio Beni archeologici, Francesca Spatafora; il critico d'arte Francesco Gallo. Per Isler anche il tributo speciale dell'installazione dell'artista jatino Piero Maniscalco, realizzata nell'agone del teatro greco: un cerchio di sette metri di diametro realizzato con parte del materiale rinvenuto negli scavi e concepito come rappresentazione della «land art». L'opera resterà in allestimento fino al 22 dicembre.

mercoledì 9 luglio 2008

Omicidio di Corleone. Arrestati dalla polizia Rosario Oliveri e il padre Leoluca

Corleone (*codi*) Sono stati arrestati dagli agenti della Polizia di Stato di Corleone e ristretti nel carcere dei Cavallacci di Termini Imerese: Rosario Oliveri 32 anni ed il padre Leoluca di 70. I due sono accusati dell’uccisione di Giuseppe Palazzo, l’operaio forestale di 38 anni, che la mattina del sette luglio stava arando un terreno confinante con un podere degli Oliveri quando, sceso dal suo mezzo agricolo, è stato raggiunto da diversi colpi di arma da fuoco. L’accusa per Rosario e Leoluca Oliveri è di “omicidio volontario in concorso e porto abusivo di arma da fuoco”. Rosario Oliveri, infatti, era in possesso di un porto d’armi per “uso sportivo” che consente soltanto il trasporto delle armi smontate dalla residenza ad un poligono. La scorsa notte gli uomini della Polizia di Stato, coordinati dal vice questore Filippo Calì, hanno perquisito l’abitazione degli Oliveri alla ricerca di ulteriori armi e munizioni e sentito diversi soggetti ritenuti a conoscenza dei fatti. Valutate le fonti di prova e dopo gli interrogatori condotti dal p.m. Marco Formentin della Procura della Repubblica presso il Tribunale di Termini Imerese, i poliziotti hanno condotto in carcere Rosario e Leoluca Oliveri. I due indagati hanno nominato loro difensore l’avvocato Gaetano La Venuta. L’autopsia effettuata ieri pomeriggio dai professori Paolo Procaccianti e Carla Ippolito, presso l’Istituto di Medicina Legale del Policlinico Universitario di Palermo, ha accertato che contro Giuseppe Palazzo sono stati sparati più colpi, che l’uomo è deceduto per arresto cardiaco procurato da lesioni di arma da fuoco. Dal corpo, infatti, sono stati estratti numerosi pallettoni e frammenti delle borre delle cartucce calibro 12' che sono stai repertati e sequestrati dalla Polizia. Esaminati, verranno trasmessi all’autorità giudiziaria. La presenza delle borre all’interno del cadavere prova che i colpi sono stati sparati da distanza ravvicinata. All’autopsia ha assistito l’avvocato Antonio Di Lorenzo che assiste i familiari di Giuseppe Palazzo ed il dottore Massimiliano Franco nominato dalla famiglia che ha intenzione di costituirsi parte civile. Nei prossimi giorni nell’ufficio del Gip di Termini Imerese l’udienza per la convalida degli arresti. La salma ieri sera è stata restituita alla famiglia .I funerali saranno celebrati oggi alle 16,30 nella Chiesa Madre.
Cosmo Di Carlo

Omicidio di Corleone. Arrestati dalla polizia Rosario Oliveri e il padre Leoluca

Corleone (*codi*) Sono stati arrestati dagli agenti della Polizia di Stato di Corleone e ristretti nel carcere dei Cavallacci di Termini Imerese: Rosario Oliveri 32 anni ed il padre Leoluca di 70. I due sono accusati dell’uccisione di Giuseppe Palazzo, l’operaio forestale di 38 anni, che la mattina del sette luglio stava arando un terreno confinante con un podere degli Oliveri quando, sceso dal suo mezzo agricolo, è stato raggiunto da diversi colpi di arma da fuoco. L’accusa per Rosario e Leoluca Oliveri è di “omicidio volontario in concorso e porto abusivo di arma da fuoco”. Rosario Oliveri, infatti, era in possesso di un porto d’armi per “uso sportivo” che consente soltanto il trasporto delle armi smontate dalla residenza ad un poligono. La scorsa notte gli uomini della Polizia di Stato, coordinati dal vice questore Filippo Calì, hanno perquisito l’abitazione degli Oliveri alla ricerca di ulteriori armi e munizioni e sentito diversi soggetti ritenuti a conoscenza dei fatti. Valutate le fonti di prova e dopo gli interrogatori condotti dal p.m. Marco Formentin della Procura della Repubblica presso il Tribunale di Termini Imerese, i poliziotti hanno condotto in carcere Rosario e Leoluca Oliveri. I due indagati hanno nominato loro difensore l’avvocato Gaetano La Venuta. L’autopsia effettuata ieri pomeriggio dai professori Paolo Procaccianti e Carla Ippolito, presso l’Istituto di Medicina Legale del Policlinico Universitario di Palermo, ha accertato che contro Giuseppe Palazzo sono stati sparati più colpi, che l’uomo è deceduto per arresto cardiaco procurato da lesioni di arma da fuoco. Dal corpo, infatti, sono stati estratti numerosi pallettoni e frammenti delle borre delle cartucce calibro 12' che sono stai repertati e sequestrati dalla Polizia. Esaminati, verranno trasmessi all’autorità giudiziaria. La presenza delle borre all’interno del cadavere prova che i colpi sono stati sparati da distanza ravvicinata. All’autopsia ha assistito l’avvocato Antonio Di Lorenzo che assiste i familiari di Giuseppe Palazzo ed il dottore Massimiliano Franco nominato dalla famiglia che ha intenzione di costituirsi parte civile. Nei prossimi giorni nell’ufficio del Gip di Termini Imerese l’udienza per la convalida degli arresti. La salma ieri sera è stata restituita alla famiglia .I funerali saranno celebrati oggi alle 16,30 nella Chiesa Madre.
Cosmo Di Carlo

I volontari corleonesi alla Festa della Cgil a Pistoia. E adesso sulla via del ritorno...

A scrivere il diario della giornata oggi non sono i ragazzi, in questo momento stanno affrontando il viaggio di ritorno Firenze – Palermo in treno, ma io, Libero.
La mattina comincia presto sveglia alle 8,00 colazione e pulizie generali dell’alloggio . I ragazzi divisi in gruppi puliscono, piegano le brande, riportano sedie e tavoli nei vari circoli arci.
Una mattinata di duro lavoro per lasciare tutto come abbiamo trovato. Alla fine stanchi e affamati verso le 13,30 tutti a pranzo al circolo Bugiani per poi passare il pomeriggio a giro per Pistoia.
Si parte con la mia macchina ed il pulmino alle 19,00 alla volta di Firenze stazione Campo di Marte. I ragazzi pieni di bagagli portano con loro lo striscione della CGIL Toscana che ci ha accompagnati per tutto il campo; un lettore dvd regalato alla foresteria “Antonino Caponnetto” dalle Compagne e Compagni del Comitato ARCI di Pistoia e 4 pacchi di viveri frutto del loro lavoro mattutino durante il campo. Pacchi che saranno consegnati alla cooperativa Lavoro e non solo che nei prossimi mesi ospiterà decine di ragazzi. Gli altri viveri raccolti (diverse scatole) scenderanno con i prossimi volontari.
Ci salutiamo alla stazione, il treno parte, le emozioni, i pensieri passano nella nostra mente, ma l’importante è di essere consapevoli che …il sogno continua …”ragazzi, godetevi la vita, innamoratevi, siate felici ma diventate partigiani di questa nuova resistenza, la resistenza dei valori, la resistenza degli ideali. Non abbiate mai paura di pensare,di denunciare e di agire da uomini liberi e consapevoli.” Antonino Caponnetto
Il 2° campo antimafia a Pistoia si è concluso, un grazie di cuore ai ragazzi siciliani che hanno affrontato con allegria, serietà, consapevolezza questi giorni trascorsi insieme. Giorni intensi tra incontri, video, banchini, servizi alla festa e raccolta viveri. Un campo nel quale abbiamo cercato di stimolare i ragazzi, ora sta a loro trasformare il loro entusiasmo in un impegno concreto nel proprio territorio. Perché la mafia è anche cosa nostra, il titolo del campo che rispecchia in pieno il nostro impegno di antimafia sociale. Crediamo fortemente che combattere la mafia sia un dovere di ognuno di noi.

Un grazie a Calogero e a tutta la cooperativa Lavoro e non solo che hanno reso concreta un antimafia in un territorio difficile come Corleone e che ogni anno organizzano i campi lavoro dove partecipano decine di ragazzi. Oggi più che mai la vostra lotta il vostro impegno ha il nostro pieno appoggio. Grazie alla CGIL di Pistoia, alla Sezione soci coop di Pistoia, alla Provincia ed al Comune di Pistoia. A tutte le compagne e compagni dell ‘ARCI di Pistoia per l’impegno nel realizzare il campo. Un ringraziamento particolare a Marco, Maria , Alfredo e Matteo che hanno seguito il campo giorno dopo giorno per far si che riuscisse nel migliore dei modi.
Al lavoro e alla lotta
Libero
Arci Pistoia
7 luglio 2008ù

FOTO. In partenza alla stazione di Firenze - Campo di marte.

I volontari corleonesi alla festa della Cgil di Pistoia: un'esperienza entusiasmante...

E così anche l’ultimo giorno è presto arrivato (troppo presto). Tra poche ore diremo un grande “ARRIVEDERCI” (non è un addio) a questa grande e bella esperienza qui a Pistoia. Forse voi non ci credete ma questi 15 giorni sono passati velocemente, forse perché ogni giorno c’era qualcosa di nuovo da scoprire e un misto di divertimento e serio impegno. La mattina si è presto conclusa, infatti svegliatici non troppo presto, siamo partiti subito per Sant’Anna di Stazzema. Arrivati un po’ in ritardo, visto che Marco non voleva seguire le indicazioni del navigatore satellitare, abbiamo organizzato un fantastico pic nic, dove noi ragazzi, i coordinatori del campo, e alcuni collaboratori abbiamo scherzato e mangiato in allegria; poi tutti abbiamo ascoltato il racconto di Renzo Corsini(ANPI Pistoia) e Alberto Magli (partigiano combattente presidente ANPI Pistoia), che con un ancora vivo sentimento patriottico ci hanno raccontato in breve la storia di quel periodo e il tragico evento che lì a Sant’Anna si era consumato.
Siamo rimasti particolarmente colpiti da alcuni eventi, come ad esempio il massacro di 560 persone e la successiva distruzione dei loro cadaveri, che furono bruciati dai nazifascisti; ma anche di alcuni piccoli episodi significativi come la dimostrazione del vero istinto materno che di fronte al pericolo si fa sempre più vivo nei confronti di un figlio. Esaustiva la visita al museo dove abbiamo potuto vedere non solo molti degli oggetti semi distrutti ritrovati dopo il massacro ma anche stralci della vita di quegli uomini morti tragicamente, e ingiustamente, stralci di interviste, lettere qualcosa comunque a dimostrazione di quello che c’è stato, di quello che non deve essere dimenticato perché, “se muore la vita in un paese… se muore…si perde anche la memoria”, ma la memoria non deve essere perduta, perché la storia non si deve ripetere, perché tutto questo deve servirci da insegnamento, perché non dobbiamo permettere che l’esempio dei nostri antenati si perda, non possiamo tollerare che l’uomo gretto e ignorante faccia sparire nell’oblio il grande significato della loro, nonché nostra, storia.
Dopo il museo siamo presto partiti per Serravalle, per l’ultima grande sera di lavoro, l’ultima in cui abbiamo potuto dimostrare il nostro desiderio di metterci alla prova e di renderci utili, prima di tornare a Corleone dove ci aspetta un duro lavoro, di sensibilizzazione, e di costruzione di una nuova entità culturale, quale è il circolo ARCI.
E così, mentre si sta concludendo l’ultima sera, non potendo passare così inosservati, abbiamo coinvolto i volontari del ristorante, della pizzeria e del bar in un brindisi molto particolare, che il primo giorno Libero (uno dei nostri coordinatori, a cui ci siamo affezionati) ci aveva insegnato. Questa sera tra le altre cose ha partecipato alla festa della CGIL anche Epifani, segretario nazionale della CGIL, con cui ci siamo fatti scattare l’ennesima (una delle ultime) foto. A questo piccolo ma significativo evento è seguita l’ultima “tavola rotonda” del gruppo in cui ognuno ha potuto esprimere i sentimenti e le emozioni provate durante questi 15 giorni di campo. E così la nostra avventura a Pistoia è finita qui, piccola ma intensa, bella e impegnativa. Un esperienza che non andrà perduta ma che porteremo in Sicilia.
06/07/08
FOTO. Con Guglielmo Epifani, segretario generale della Cgil.

Omicidio nelle campagne di Corleone: due fermati

Corleone (*codi*) Un banale dissidio per motivi di confine, sarebbe alla base dell’omicidio di Giuseppe Palazzo, l’operaio forestale di 38 anni raggiunto da uno o più colpi di fucile al petto sparati presumibilmente da Rosario Oliveri 32 anni, allevatore e proprietario di un fondo confinante con la proprietà della vittima. Ancora non chiara la dinamica esatta dei fatti che gli uomini del commissariato di Polizia di Stato diretti dal dottor Filippo Calì stanno cercando di ricostruire. Erano le 11,15 di ieri mattina quando un fuoristrada di proprietà della famiglia Oliveri alla cui guida era Leoluca Oliveri 70 anni, pensionato e padre di Rosario Oliveri è giunta al pronto soccorso dell’Ospedale dei Bianchi. Dietro nel vano posteriore della macchina vi era disteso Giuseppe Palazzo agonizzante ed in preda ad una forte emorragia ed un suo familiare. Dalla jepp è sceso imbracciando ancora il fucile Rosario Oliveri e, mentre il personale medico di guardia trasportava all’interno del nosocomio il ferito e si prodigava nel tentativo di rianimarlo, l’uomo armato si è piazzato davanti alla porta della sala di pronto soccorso. Ad uno dei soccorritori che lo invitava ad uscire pare che Rosario Oliveri abbia detto di non aver intenzione di andare via. E’ stata chiamata la Polizia che immediatamente sul posto è arrivata in ospedale. Uno degli agenti ha affrontato Rosario Oliveri e gli ha chiesto con coraggio e calma di consegnargli il fucile. L’uomo non ha opposto resistenza ha consegnato il fucile automatico da caccia ancora carico al poliziotto e, porgendogli un tesserino, pare abbia detto: “questo è il mio porto d’armi”. E’ stato subito condotto nella camera di sicurezza del Commissariato di Polizia di Stato dove sono stati portati anche Leoluca Oliveri ed il parente della vittima per essere interrogati. Vani sono stati i tentativi dei medici di rianimare Giuseppe Palazzo, la vittima aveva l’emitorace sinistro devastato dai pallettoni che sono fuoriusciti dalla schiena. Sul posto sono arrivate altre volanti della polizia. Strazianti le scene dei familiari della vittima accorsi in ospedale. Giuseppe Palazzo lascia la moglie Giuseppina Cortimiglia e due figlie una di dodici e l’altra di sette anni. Operaio della forestale con contratto da 101 giornate attualmente era in servizio nel turno pomeridiano. Ieri mattina libero aveva deciso di andare ad arare il terreno di contrada Rubina, contava di ritornare a casa a mezzogiorno per poi raggiungere il suo posto di lavoro nella squadra antincendio del Corpo Forestale dello Stato. In contrada Rubina sul fondo dove stava lavorando Giuseppe Palazzo è intervenuta la Polizia Scientifica che ha effettuato i rilievi di rito. Sulla scena del crimine il trattore della vittima è su un crinale in leggero declivio con l’erpice ancora infisso nella terra. Giuseppe Palazzo è caduto ad una ventina di metri dal suo mezzo agricolo in mezzo alla paglia del campo di grano di proprietà degli Oliveri. Una scena d’altri tempi con la paglia macchiata di sangue. Il p.m. Marco Formentin della Procura della Repubblica presso il Tribunale di Termini Imerese, che coordina le indagini ha disposto l’autopsia della salma, che in serata è stata trasportata presso l’istituto di medicina legale del policlinico universitario di Palermo. Mentre scriviamo sono ancora in corso gli interrogatori dei testimoni e del presunto autore dell’omicidio.
Cosmo Di Carlo
FOTO. Dall'alto: Giuseppe Palazzo, la vittima; la polizia in contrada "Rubina", durante i rilievi sul luogo dell'omicidio.

venerdì 4 luglio 2008

Clandestini


di Pietro Barbera


Approdano, talvolta.

Nel cuore i compagni perduti

gli affetti spezzati,

nella mente l'ignoto,

negli occhi una strascicata speranza.

Nude mani

come artigli sulla vita,

sottratta alla furia delle onde

alla barbarie

alla fame,

scavano fosse di libertà.

Clandestini sull'arida terra

occultati sotto pietre di silenzio

annegati negli abissi dell'indifferenza.

Spargono tracce di sangue lungo il cammino

inghiottite dalle acque, sorbite dalle zolle,

volatilizzate verso il rosso sole.

Fantasmi…

Impalpabili….

Clandestini….

Come la nostra solidarietà.

Alziamo solo barricate

contro l'uomo.

Il tempo ha sempre sbriciolato

muraglie e civiltà, depennato confini,

stendendo spesse coltri di pietà

sopra ogni odio.

giovedì 3 luglio 2008

LIBERA! Ingrid Betancourt torna a casa

di Guido Piccoli
Ingrid Betancourt libera. Pochi mesi fa non ci credeva più nessuno. Sembrava che stesse morendo, che avesse finito la riserva di speranza. Ed era anche prigioniera di un destino che sembrava fatale. Era stata condannata a stare ancora nella selva a pagare colpe non sue, per un conflitto diventato senza regole. Intanto nel mondo era diventata famosa, compatita, ammirata, trasformata in icona. Ma anche assurta ad una fama che avrebbe potuto ammazzarla. Ingrid era infatti il vero jolly nelle mani delle Farc, mentre gli altri sequestrati e i prigionieri di guerra erano importanti soltanto per i loro familiari.
E subito dopo Ingrid, gli assi nella manica erano i tre agenti statunitensi, abbattuti col loro aereo-spia cinque anni fa. Proprio i tre liberati ieri, insieme con lei - e acon altri 11 ostaggi colombinai. Dopo tante preghiere e tanti inviti, le Farc (che hanno rischiato che morisse di malattia, ma soprattutto d'inedia, nelle loro mani) hanno perso il loro jolly, senza ottenere nemmeno un po' di considerazione in più nel mondo. Probabilmente - le notizie da Bogotà sono ancora incerte - sono stati presi in giro. I media colombiani parlano di una falsa operazione umanitaria, in cui l'esercito sarebbe riuscito a convocare il gruppo guerrigliero che custodiva gli ostaggi nella jungla meridionale del Guaviare. ma invece del nuovo capo delle Farc, Alfonso Cano, all'appuntamento si sarebbe presentato un elicottero militare, che avrebbe catturato i guerriglieri e liberato gli ostaggi.
Fino a pochi mesi fa le Farc erano state dure, forse più del necessario, con Betancourt. Non le avevano concesso nemmeno l'agognato dizionario enciclopedico (come ricordò nella celebre e toccante lettera alla madre Yolanda). Poi, qualcosa è cambiato. Fino alla fine di marzo scorso erano comandate da Manuel marulanda «Tirofijo», vecchio e inflessibile capo della guerriglia comunista più forte del mondo. Poi, Tirofijo morì d'infarto nella selva e, dopo una lunga e difficile discussione, fu sostituito da Alfonso Cano, l'unico membro del Secretariado ribelle ad essere cresciuto a Bogotà, in una famiglia medio-borghese, prima di entrare in clandestinità in montagna. I gossip, che non hanno confini e frontiere, parlarono persino di una love-stroy proprio tra Cano e la stessa Betancourt. Una stupidaggine, come tante altre, come l'altra love-story inventata tra Chavez e Naomi Campbell. Fatto sta che negli ultimi mesi, qualcosa tra i dipartimenti del Meta e Guaviare, nella selva pre-amazzonica colombiana, si è mosso nella direzione giusta. E magari anche a Caracas, dove Hugo Chavez, generando sorpresa generale e anche sconcerto tra il popolo di sinistra latinoamericano, chiese alle Farc di liberare tutti i sequestrati «in cambio di niente».
E così, improvvisamente, Ingrid è tornata libera. Potrà abbracciare i suoi figli, diventati maturi chiedendo in ogni capitale del mondo la liberazione della loro «mamà», la madre Yolanda che non ha avuto timore a scontrarsi duramente con la logica bellicista del presidente Alvaro Uribe, il suo ex marito diplomatico e l'uomo che le era compagno di vita al momento del suo sequestro, che insieme hanno fatto l'impossibile per rivederla libera. Ma appena si sarà ripresa, rimessa in forze, c'è da scommettere che tornerà a rischiare la vita per il suo paese. Ingrid è la candidata ideale per sconfiggere nel 2010 Alvaro Uribe al suo terzo tentativo di insediarsi a Palacio Nariño. E per far uscire la sua Colombia dalla guerra senza fine. I sei anni trascorsi nella selva l'hanno indebolita fisicamente, ma certamente rafforzata nelle convinzioni che ha sempre avuto: la violenza non porta a nulla, né ad impedire un cambiamento, né ad attuarlo. I colombiani da oggi hanno una speranza in più che li accompagna.
da Il Manifesto

"Un'altra storia" per Rita

La Borsellino mette la sua associazione al servizio dei partiti e punta a recuperare il dialogo con i cittadini: "Anche l'antipolitica ha bisogno di una sua progettualità".
ROMA - È già nata in Sicilia qualche tempo fa, dal movimento che sostenne la sua candidatura alla regione Sicilia, ma ora Rita Borsellino vuole far diventare la sua associazione politica "Un'altra storia" un soggetto plurale federato e federativo che non sia contro i partiti, ma a loro vantaggio, visto che l'obiettivo è quello di "offrire dei luoghi della politica" per recuperare quel rapporto con i cittadini-elettori ridotto ormai ai minimi termini ("Come dimostra anche l'alto tasso di astensionismo delle ultime elezioni").L'antipolitica, spiega la Borsellino in una conferenza stampa affollatissima alla quale hanno preso parte, tra gli altri, il leader dell'Idv Antonio Di Pietro, il capogruppo del Pd al Senato Anna Finocchiaro e Carlo Leoni della Sd, "ha bisogno di una sua progettualità".La protesta sterile fine a se stessa, teorizza la sorella del magistrato ucciso dalla mafia, non porta da nessuna parte. Bisogna tornare a parlare con la gente, ad ascoltare quelli che sono i veri interessi dei cittadini ("e tra questi non c'è certo il Lodo Alfano...") ricreando degli spazi di dialogo e progetto che dovrebbero poi essere utilizzati dai partiti del centrosinistra per recuperare una propria identità.L'idea di questa associazione, che ha già mosso i primi passi in Sicilia e che ora punta a 'sbarcare' in altre regioni italiane attraverso un progetto federativo, nasce dagli oltre 200 "cantieri"che si costituirono per sostenere la candidatura della Borsellino in Sicilia: luoghi di lavoro e di incontro nei quali venne scritto "un vero e proprio programma politico".I valori di riferimento, sostiene la fondatrice di 'Un'altra storia', sono quelli del centrosinistra ("anche se ora come ora sono diventati difficili da individuare...") a cominciare dalla cultura della legalità. 'Un'altra storia', insomma, vuole essere una critica all'attuale governo e al modello politico che si è creato negli ultimi anni ("grazie anche a questa legge elettorale.."), ma anche una mano tesa ai partiti del centrosinistra per restituirgli credibilità e per rimettere al centro della loro agenda politica questioni come: antimafia e legalità; cultura delle differenze, della pace e della non-violenza; giustizia sociale.Il centrosinistra, infatti, si legge nel programma dell'associazione "ha perso le elezioni perchè sta perdendo il Paese, perchè non è stato in grado di rappresentare un'alternativa credibile al berlusconismo, perchè sta mancando di interpretare un modello culturale e morale prima ancora che politico".All'associazione, che punta a creare luoghi di incontro e confronto tra comuni cittadini, hanno aderito finora quasi tutte le celebrità del centrosinistra: da Paolo Flores D'Arcais a Carla Fracci, da Moni Ovadia a Dario Fo e Franca Rame, da Carlo Lucarelli a Dacia Maraini,da Gustavo Zagrebelsky a Mariangela Melato a Roberto Benigni.
03/07/2008

Valle dei templi ai privati. Il Pd attacca: "Che orrore"

Grandi polemiche sulla proposta dell'assessore regionale ai Beni culturali della Sicilia, Antonello Antinoro, che punta a "rendere il più possibile redditizia la gestione dei principali siti dell'Isola". Durissima l'opposizione: "Dopo il presente, vogliono toglierci pure il passato".
AGRIGENTO - Privatizzare la Valle dei Templi. L'idea è dell'assessore regionale ai Beni culturali della Sicilia, Antonello Antinoro, secondo il quale per "rendere il più possibile redditizia la gestione dei beni culturali nell'Isola dobbiamo affidare a un privato di qualità il pacchetto completo di un sito turistico per trent'anni. Penso ad esempio alla Valle dei Templi o al Teatro greco di Siracusa". L'esponente dell'Esecutivo regionale ha anticipato il suo piano: "In cambio i privati dovranno garantirci un canone fisso e alcune opere da realizzare nell'indotto. Penso alle strade o a un certo numero di alberghi. Nel caso della Valle dei Templi potremmo chiedere ai privati di migliorare la Palermo-Agrigento e un eliporto". L'idea sarà contenuta in una relazione che l'esponente dell'Udc proporrà alla giunta Lombardo. "L'elenco di siti dovrà essere concordato con l'assessorato regionale al Turismo - aggiunge - ma sicuramente potrebbero essere inseriti il Teatro antico di Taormina, Selinunte o la Cappella Palatina. Ma non solo: potremmo affidare anche gruppi di opere in cambio della realizzazione di un museo per ospitarle in Sicilia". Il concessionario-tipo, per il titolare dei Beni culturali nel governo Lombardo, è "un'istituzione culturale di livello internazionale. Un soggetto da scegliere con un'attenta ricerca di mercato. Alla fin fine - specifica Antinoro - sarebbe solo un passo in più rispetto a quello che si fa oggi: già adesso nei nostri siti principali ci sono già privati che offrono servizi".Sull'idea dell'assessore sono immediatamente piovute le critiche del Pd: "E' un paradosso che nella regione che ha il più altro numero di dipendenti, si pensi di affidare i beni pubblici a soggetti privati", dice Filippo Panarello, vicepresidente della quinta commissione Beni culturali dell'Ars. "Prima di lanciare ipotesi falsamente innovatrici - prosegue Panarello - Antinoro farebbe bene a spiegare come viene utilizzato il personale attualmente in carico alla Regione: oltre ai dipendenti di ruolo vi sono, infatti, articolisti, lsu, e dipendenti della società mista 'Arte e Vita'". "Non basta che ci stanno togliendo il presente e stanno pesantemente ipotecando il nostro stesso futuro - dice Mario Bonomo, deputato regionale siracusano del Partito democratico -. Adesso vogliono anche toglierci il passato, la storia della civiltà millenaria di una Terra che, oggi come oggi, meriterebbe certamente ben altra classe dirigente. Quest'idea di provare a fare cassa in tutti i modi, di trasformare in business anche la nostra stessa memoria mi fa semplicemente inorridire. E non faccio del moralismo spicciolo".
03/07/2008

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Fai: "Privatizzare sarebbe una sconfitta per lo Stato"
ROMA - Deciso no anche dal Fai, il Fondo italiano per l'ambiente presieduto da Giulia Mozzoni Crespi, all'ipotesi di privatizzazione della Valle dei Templi. Beni di tale importanza "sono e devono restare pubblici in virtù del loro valore simbolico", fa notare l'associazione ambientalista alla quale il neo sindaco di Salemi Vittorio Sgarbi ha proposto di affidare il progetto messo in campo dall'assessore regionale ai beni culturali della sicilia Antonello Antinoro (Udc).Un invito al quale l'associazione risponde con la richiesta a Stato e Regione Sicilia a "non rinunciare al proprio compito istituzionale".Cedere la gestione e la valorizzazione dell'intero parco di Agrigento - la più vasta area archeologica greca in Italia, singolare integrazione di arte e natura -, fa notare il Fai, "apparirebbe come una rinuncia definitiva dell'Ente Pubblico a uno dei suoi compiti primari".La Valle dei Templi, così come altri siti archeologici come Pompei o monumenti come il Colosseo, ribadiscono i responsabili della associazione, "per la loro vastità e il loro immenso valore culturale, non possono essere ceduti a privati perchè necessitano di una gestione che va ben oltre le logiche del profitto, inevitabili e corrette per un soggetto privato". Si tratta di tesori straordinari, proseguono, "che richiedono una continua attenzione culturale e scientifica che solo lo Stato con le proprie svariate strutture e competenze può garantire".Il Fai si augura quindi "che lo Stato non rinunci ai propri doveri, difendendo un bene che appartiene a tutti i cittadini italiani e che è anche patrimonio dell'umanità" e chiede 'di agire con fermezza per mantenere inalterata la bellezza del paesaggio, proteggendolo dalla speculazione edilizia, intervenendo sulla viabilità, per esempio con la chiusura al traffico della strada che attraversa la Valle e incrementando il turismo, con strutture non invasive e rispettose dell'ambiente".
03/07/2008

A Palermo, nel quartiere dello Zen, pizzo anche su acqua e luce

Nel quartiere popolare di Palermo gli affiliati al clan Lo Piccolo chiedevano soldi ai residenti con la minaccia di interrompere l'erogazione dei servizi fondamentali. Venti gli ordini di custodia cautelare
PALERMO - La polizia di Stato ha eseguito a Palermo 20 ordini di custodia cautelare in carcere nell'ambito di una inchiesta sulle estorsioni a commercianti della città.I provvedimenti sono stati eseguiti dai poliziotti della Sezione criminalità organizzata, e riguardano appartenenti a Cosa nostra, accusati di estorsione aggravata e continuata nei confronti di commercianti e imprenditori.L'operazione è stata denominata "Addio pizzo 3" e si è avvalsa anche della collaborazione degli imprenditori estorti. Tra gli episodi estorsivi, gli investigatori si sono imbattuti anche nelle richieste formulate dagli affiliati al clan Lo Piccolo nei confronti dei residenti di alcuni padiglioni del periferico quartiere Zen sotto la minaccia di interrompere l'irrogazione di acqua e luce."Siamo davanti a un mutato clima culturale - dice il pm della Dda di Palermo Nico Gozzo, che ha coordinato l'inchiesta insieme ai colleghi Gaetano Paci, Francesco Del Bene e Anna Maria Picozzi - A differenza di quanto accadeva nel recente passato, molte vittime non si trincerano dietro il silenzio e non negano più le richieste estorsive".Oltre 30 i taglieggiamenti accertati dagli investigatori e contestati agli indagati, tra i quali ci sono anche i capimafia di San Lorenzo Salvatore e Sandro Lo Piccolo, arrestati a novembre scorso.Dall'inchiesta è emerso, inoltre, che nel quartiere Zen di Palermo la cosca continua a farsi dare denaro dai cittadini minacciandoli di interrompere l'erogazione di acqua e luce. Il particolare era stato accertato già in passato dagli inquirenti. Incaricato di riscuotere, fino al 2005, era Antonino Lo Brano. Dopo il suo arresto i Lo Piccolo incaricarono Michele Catalano.Sono tre le persone arrestate nel blitz antimafia denominato "Addio Pizzo 3" condotto dalla polizia, a Palermo: Gioacchino Rosario Pensabene, 58 anni; Francesco Di Blasi, 66 anni e Antonino Ciminello, 48 anni. Le altre 17 persone coinvolte nell'inchiesta erano già detenute e la misura cautelare è stata notificata loro in carcere.Si tratta di Piero Alamia, 40 anni; Michele Catalano, 49 anni; Domenico Ciaramitaro, 34 anni; Antonino Cumbo, 42 anni; Giovanni Cusimano, 67 anni; Salvatore Davì, 60 anni; Salvatore Genova, 50 anni; Giovanni Battista Giacalone, 35 anni; Andrea Gioè, 39 anni; Antonino Lo Brano, 40 anni; Salvatore Giovanni Lo Piccolo, 65 anni; Sandro Lo Piccolo, 33 anni; Antonino Mancuso, 47 anni; Francesco Palumeri, 48 anni; Carmelo Giancarlo Seidita, 33 anni; Domenico Serio, 31 anni; Massimo Giuseppe Troia, 32 anni.
02/07/2008

Prem Rawat al consiglio comunale di Corleone: «Oggi i cittadini americani guardano da un lato e l’amministrazione Bush dall’altro».

di DINO PATERNOSTRO
Quella di ieri è una giornata importante per la città di Corleone. Da qualunque prospettiva lo si guardi, il tema della pace è uno di quelli che sta sicuramente a cuore a tutte le donne e a tutti gli uomini di buona volontà. Prem Rawat ne ha parlato a lungo, con serietà e competenza, tanto da farsi ascoltare da tutti con grande interesse. Mister Rawat ha onorato della sua presenza anche il consiglio comunale, dove è stato ricevuto nel corso di una seduta straordinaria, con cui si è voluto sottolineare l’importanza dell’evento. Il sindaco, il presidente del consiglio e i consiglieri che ne hanno sentito il bisogno sono intervenuti per ringraziare Prem Rawat della sua presenza a Corleone, nella storica sala consiliare dedicata a Bernardino Verro, martire dell’antimafia, e per rivolgergli qualche domanda.
Anch’io ho fatto un breve intervento di saluto, sottolineando l’importanza della pace sia come ricerca interiore (su cui Rawat, citando Socrate, insiste molto), sia come costruzione di una società dove vi siano giustizia sociale, libertà e democrazia. Ho detto che la pace non è solo assenza di guerra guerreggiata, quella che si fa con le armi in pugno, ma la possibilità di vivere in un mondo degno di essere vissuto, dove venga tutelata e promossa la dignità umana in tutti i suoi aspetti materiali e spirituali. In Afghanistan, in Iraq e in tante altre regioni della Terra non c’è pace. Questo è facile da capire. Ma non c’è pace nemmeno nel quartiere napoletano di Scampia, dove spadroneggiano i boss della camorra e i cittadini non sono liberi di scegliere il loro futuro. Non c’è pace in Sicilia e a Corleone, strette nella morsa della mafia e della cattiva politica, che privano i cittadini di tante libertà, di lavoro e di futuro.
D’accordo, quindi, con la ricerca interiore della pace, ma qualcosa di concreto, sul piano economico, sociale e politico, bisogna pur farlo per rendere più vicina una prospettiva di pace. «I “potenti” della terra, in particolare l’amministrazione americana, si stanno adoperando per questo?», ho chiesto a Prem Rawat. Una domanda provocatoria, alla quale Rawat non si è sottratto. «Oggi – ha detto – i cittadini americani guardano da un lato e l’amministrazione dall’altro lato». Più chiaro di così non poteva essere nel sottolineare la scollatura oggi esistente tra il popolo americano e l’amministrazione Bush.
d.p.

Corleone ha accolto con gioia Prem Rawat e il suo messaggio di pace



Nel pomeriggio di ieri 2 luglio Prem Rawat è stato a Corleone, dove alle ore 18.00 è stato ricevuto dal Consiglio Comunale per ricevere la cittadinanza onoraria. alle 19.00 ha poi tenuto la sua conferenza in piazza Falcone e Borsellino. Per questa particolare occasione sono giunti i messaggi del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, e del presidente del Senato, Renato Schifani. Ha scritto il Presidente Giorgio Napolitano: «Ho appreso con sincero compiacimento che la manifestazione "Pace un messaggio senza confini" ha suscitato interesse in Sicilia. Merita vivo apprezzamento la sensibilità mostrata dalla Ammininistrazione Comunale per una iniziativa volta a promuovere la sensibilità e l'impegno di ogni persona verso il grande tema della pace, e favorire un coerente impegno verso i valori della libertà e della dignità dell'uomo. Rivolgo pertanto il sincero augurio di un nuovo e meritato successo».
Ha scritto Schifani: «Mi preme esprimere tutto il mio apprezzamento per la vostra iniziativa. Consapevole di quando sia importante porre l'attenzione di tutti noi sui temi della pace, della solidarietà e del dialogo tra i popoli, e per aver dato vita all'associazione Percorsi, con l'obiettivo di promuovere la cultura della pace attraverso momenti di approfondimento e confronto in varie città Italiane. Rammaricandomi di non poter essere presente , auguro pieno successo all'iniziativa e invio a tutti gli intervenuti i miei più cordiali saluti.
Prem Rawat, conosciuto anche con il titolo onorifico di Maharaji, ha detto: «È necessario che la pace si manifesti nella vita di ogni persona. Fra tutte le cose che abbiamo provato in questo mondo, ce n'è una alla quale non abbiamo mai dato alcuna possibilità, ed è la pace. Se davvero vogliamo sperare in qualcosa, allora, nel nostro cuore, magari possiamo sperare che nella nostra vita ci sia pace. La pace che stiamo cercando è dentro di noi. È nel cuore, sta aspettando solo di essere sentita. Non è il mondo che ha bisogno di pace, ma le persone». Prem Rawat ha presentato il suo messaggio a più di 9 milioni di persone, in oltre 250 città di 50 nazioni nel mondo.
Ha costituito la Fondazione che porta il suo nome, promuovendo numerosissime attività a favore della pace e delle azioni umanitarie, intervenendo, tra l’altro, in India, Filippine, Indonesia, Africa, Pakistan e per aiutare le vittime dello Tsunami.
“Percorsi” è un’associazione italiana senza scopo di lucro, costituita nel 2004 da parlamentari, ex parlamentari, rappresentanti delle istituzioni, della società civile e della cultura con l’intento di portare l’attenzione sul tema della pace e della dignità umana nelle sedi istituzionali e culturali del paese. Pace vista non soltanto come condizione politica tra le nazioni ma anche e soprattutto come bisogno e responsabilità individuali.
FOTO. Dall'alto: Prem Rawat parla in consiglio comunale; il discorso in piazza Falcone e Borsellino; il sindaco Iannazzo gli consegna la pergamena della cittadinanza onoraria.

mercoledì 2 luglio 2008

Prem Rawat, il guru della pace, nella capitale di Cosa Nostra

Prem Rawat riceve oggi la cittadinanza onoraria di Corleone. Carovana di pullman da Palermo per seguire l´evento.
di CLAUDIA BRUNETTO
Corleone sarà per un giorno capitale della pace. Questa volta Prem Rawat, guru indiano conosciuto con il titolo onorifico di Maharaji, porterà il suo messaggio nel luogo noto a livello internazionale per fatti di mafia. Dopo il grande successo al Teatro Massimo di Palermo lunedì sera, oggi pomeriggio sarà accolto dal sindaco del paese che alle 18, nella sala del Consiglio Comunale, gli consegnerà la cittadinanza onoraria. «Rawat - dice Antonio Iannazzo - che conosce le vicende di questo posto, ha accettato con gioia il nostro invito. Un maestro come lui, può parlare ai cuori della gente di Corleone. E può rappresentare un incentivo per quel processo di rinascita e di rivalutazione che tentiamo di portare avanti». Anche all´interno del Consiglio Comunale c´è chi lo segue da tempo: «Quattro anni fa - racconta Giuseppe Cardella, consigliere comunale - ho avuto la fortuna di incontrarlo. Mi ha colpito subito per la prospettiva fresca e trasversale del suo concetto di pace. Un´idea che si rivolge all´interiorità dell´individuo per cominciare poi un cambiamento della società». Secondo Rawat, infatti, il sogno della pace non è impossibile e ciascun individuo può fare molto per realizzarlo: «Se davvero vogliamo sperare in qualcosa - dice Rawat - possiamo sperare che nella nostra vita ci sia pace. La pace che stiamo cercando è dentro di noi. È nel cuore, sta aspettando solo di essere sentita. Non è il mondo che ha bisogno di pace, ma le persone».Alle 19, si sposterà alla Villa comunale di Corleone, per tenere la sua conferenza dal titolo "Pace, un messaggio senza confini". «I cittadini - continua Iannazzo - sono in trepidazione. Abbiamo organizzato l´incontro in un luogo all´aperto per accogliere più persone possibili. Sarà una giornata da ricordare». Sono attese centinaia di persone da Palermo e da tutta la Sicilia. Per l´occasione, dalle 16, partiranno alcuni autobus alle spalle del Teatro Politeama (biglietto 10 euro).Un bilancio molto positivo per l´associazione Percorsi che ha organizzato il viaggio di Rawat in Sicilia: «La gente - dice Pietro Scutari, responsabile dell´associazione - ha risposto in modo eccezionale all´iniziativa. Abbiamo registrato un pubblico molto numeroso e il pieno sostegno delle istituzioni. Abbiamo intenzione, infatti, di riproporre ogni anno questo incontro con Rawat». Le conferenze organizzate a Palermo e a Corleone saranno al centro di un documentario prodotto prossimamente dalla Fondazione "Prem Rawat".
La Repubblica, 2 luglio 2008

martedì 1 luglio 2008

"ç'ex Presidente della Regione Sicilia Totò Cuffaro fece un accordo criminoso con Borzacchelli"

Depositate le motivazioni della sentenza del processo alle talpe alla Dda. Secondo i giudici, l'ex governatore "non è stato un mero e passivo recettore di notizie, ma l'autore consapevole di un accordo con Borzacchelli finalizzato al disvelamento sistematico di notizie segrete su indagini in corso da parte dell'autorità giudiziaria".
PALERMO - "Cuffaro non è stato per nulla un mero e passivo recettore di notizie, ma l'autore consapevole di un accordo criminoso con Borzacchelli (ex sottufficiale dei carabinieri condannato per concussione in un altro processo e coinvolto nella stessa inchiesta n.d.r.) finalizzato al disvelamento sistematico di notizie segrete su indagini in corso da parte dell'autorità giudiziaria ed il beneficiario di un sistema privato di intelligence finalizzato alla tutela ed alla impunità sua e del suo sistema di potere".È uno dei passaggi delle motivazioni della sentenza del cosiddetto processo alle talpe alla Dda, che vedeva imputati, tra gli altri, anche l'ex governatore siciliano Salvatore Cuffaro, depositate ieri dai giudici della III sezione del tribunale di Palermo. L'ex presidente fu condannato a 5 anni per favoreggiamento e rivelazione di notizie riservate. I giudici esclusero, però, l'aggravante dell'avere agevolato Cosa nostra, contestata dai pm.Nella sentenza si fa riferimento esplicito alle fughe di notizie su inchieste in corso di cui Cuffaro fu responsabile come quella, che risale al 2001, relativa alla presenza di microspie a casa del boss Giuseppe Guttadauro. Per i giudici è stata raggiunta la prova della responsabilità dell'ex governatore che apprese della "cimice" proprio da Borzacchelli."Pur di realizzare l'accordo criminoso stretto con Borzacchelli e di tutelare i suoi interessi Cuffaro è stato disposto a fare eleggere al parlamento regionale a tutti i costi (anche creando una lista appositamente a tal fine) un soggetto che non era un 'candidato appetibile', come sostenuto improvvidamente dalla difesa, ma uno squallido ricattatore ed un traditore dell'Arma dei carabinieri e delle istituzioni per brama di potere e di denaro".Lo scrivono i giudici della III sezione del tribunale nelle motivazioni della sentenza del processo alle cosiddette talpe della dda di Palermo in cui era imputato, tra gli altri, l'ex governatore siciliano Salvatore Cuffaro, condannato a 5 anni per favoreggiamento e rivelazione di segreto istruttorio. I giudici fanno riferimento all'ex maresciallo dei carabinieri Antonio Borzacchelli, eletto deputato regionale nel 2001 e condannato nell'ambito della stessa inchiesta che rivelò al governatore informazioni riservate su inchieste di mafia in corso.I giudici ritengono "certo" il passaggio di numerose notizie da Borzacchelli a Cuffaro, tra le quali: quella, del 2001, relativa alle intercettazioni in casa del capomafia di Brancaccio Guttadauro, realizzata nell'interesse dell' ex assessore comunale dell'Udc, "delfino" del governatore, Mimmo Miceli, condannato poi per mafia e abituale frequentatore della csa del boss. Provata, per il collegio, anche la fuga di notizie "sulle indagini in corso a carico di Francesco Campanella (all'epoca amico e collaboratore del Cuffaro), (poi pentito n.d.r.), in relazione ai suoi rapporti con i Mandalà, uomini d'onore della famiglia mafiosa di Villabate"."Estremamente probabile" - secondo il tribunale - la rivelazione delle informazioni sull'iscrizione nel registro degli indagati dei marescialli Ciuro e Riolo, coinvolti e condannati nella stessa inchiesta, che Cuffaro, ha girato "al suo amico Michele Aiello", ex manager della sanità privata condannato nello stesso processo a 14 anni per associazione mafiosa. "Risulta, pertanto, logico, conseguente e conforme alle prove emerse - concludono - ritenere che Cuffaro, avendo stipulato un simile accordo criminoso con Borzacchelli, avesse un personale interesse al raggiungimento di un risultato comune".
01/07/2008

I giudici: "Michele Aiello era organico a Cosa Nostra"

PALERMO - "Michele Aiello era un imprenditore di fatto organico all'organizzazione mafiosa all'attività di imprenditore organico a Cosa nostra e costituiva per Provenzano una pedina fondamentale del suo sistema di potere". È uno dei passi dedicati dai giudici della III sezione del tribunale di Palermo che hanno celebrato il processo alle cosiddette talpe alla dda di Palermo, all'ex manager della sanità privata Michele Aiello, condannato a 14 anni di carcere per associazione mafiosa."Aiello, dunque, - scrivono i magistrati - per la mafia non era un socio di fatto o un mero prestanome ma un punto di riferimento nel settore economico-imprenditoriale, tanto da divenire, con espressione usata dallo stesso Giuffrè (collaboratore di giustizia n.d.r.), il 'fiore all'occhiellò di Provenzano e dei mafiosi di Bagheria".Quanto al fatto che l'imprenditore era soggetto alla richiesta di pizzo - argomento usato dalla difesa per definire Aiello 'vittimà di Cosa nostra - la sentenza scrive: "Fatti salvi i casi eccezionali, non poteva essere sistematicamente dispensato dal versamento della 'messa a postò, in quanto, come è noto, a tale pratica erano soggetti tutti gli imprenditori anche quelli formalmente affiliati all'organizzazione.Ma poteva essere segnalato e 'seguitò per evitargli ogni altra possibile imposizione delle varie famiglie mafiose locali a titolo di forniture di materiali, di noleggio di macchinari ed attrezzature, di piccoli sub-appalti quali il movimento terra e gli scavi ed, infine, di assunzione di personale"."L'imputato - concludono i magistrati - ha dato chiara prova di riuscire ad avvicinare e 'tenere buonì pressocchè tutti i soggetti che, in qualche modo ed a qualsiasi livello, avessero un ruolo nello svolgimento della sua attività imprenditoriale".
01/07/2008

SCUOLA & GIOVANI. "Grembiule in classe? Perchè no". Gelmini: stop alla gara delle griffe

Il ministro dell'Istruzione possibilista: "E' una proposta interessante. "Gli pisocologi concordano: "Cancella la competizione sugli abiti firmati".
"Grembiule in classe? Perchè no"Gelmini: stop alla gara delle griffe
ROMA - Di nuovo scolari con il grembiule? "Perchè no", risponde il ministro all'Istruzione. E' possibilista il ministro Mariastella Gelmini. I grembiulini sono pratici e ugualitari. Allontanano dai bambini più piccoli il timore di sporcarsi ma, soprattutto, cancellano l'insana competizione sulle griffe. Sotto un grembiule nero spariscono le disparità sociali e si sviluppa "il senso di appartenza e l'orgoglio di andare a scuola", spiegano gli specialisti. "Una proposta interessante". La proposta l'ha lanciata Gabriella Giammanco, ex giornalista del Tg4, oggi deputata del Pdl. "Dare pari condizioni di partenza - ha detto il ministro dell'Istruzione - può essere una proposta interessante". Se ne parla da tempo a Montecitorio; la proposta rimbalza sui tavoli del governo ad ogni cambio dell'esecutivo. Questa volta però, il giovane ministro - proprio oggi ha compiuto 35 anni - sembra deciso ad affrontare il problema. Lo scandalo dell'ombelico scoperto. La divisa fece il suo ingresso nelle aule delle scuole italiane alla fine dell'Ottocento sulla scia della Francia che per primo la impose pur non diventando mai nel nostro Paese un obbligo sancito dalla legge. Come nel Regio Decreto del '25 si parla genericamente di obbligo morale ad un abbigliamento consono alle aule scolastiche, anche nelle recenti normative si invita al rispetto formale per l'istituto, senza però mai far cenno ai grembiuli. Tocca ai presidi richiamare gli allievi in caso di abbigliamento non "congeniale", come capitò anni fa nei confronti di alcune scolari di Rimini che entravano in aula con l'ombelico scoperto, o in provincia di Imperia dove gli scolari si presentarono davanti ai professori in bermuda.
L'esperto: "Attenti alla competizione". Gli psicologi sembrano convinti che la reintroduzione dei grembiuli tra i banchi di scuola non sarebbe che una scelta positiva: eviterebbe la competizione tra compagni di classe sui vestiti e restituirebbe libertà di movimento ai bambini. Anna Oliverio Ferraris, docente di psicologia dello sviluppo all'università della Sapienza è convinta che il problema dei grembiulini è "dei genitori più che degli alunni. Comprare per i bambini oggetti costosi e preziosi risponde solo a una forma di gratificazione narcisistica degli adulti. I figli sono usati come status symbol. La corsa alla felpa firmata, che inizia già a 4-5 anni, porta ad una competizione tra compagni che non è sana, è un confronto continuo, si crea una discriminazione tra chi ha e chi non ha. Inoltre, essendo facilmente lavabili, i grembiuli permetterebbero agli scolari di giocare tranquillamente senza paura di sporcarsi". (1 luglio 2008)