lunedì 30 novembre 2009

"Figlio mio, lascia questo Paese"

di PIER LUIGI CELLI
SCUOLA & GIOVANI. LA LETTERA. Il direttore generale della Luiss: "Avremmo voluto che l'Italia fosse diversa e abbiamo fallito". Riproponiamo ai lettori questa lettera di Pier Luigi Celli, uscita su "La Repubblica", che tanti padri (onesti) sarebbero tentati di scrivere ai loro figli

Figlio mio, stai per finire la tua Università; sei stato bravo. Non ho rimproveri da farti. Finisci in tempo e bene: molto più di quello che tua madre e io ci aspettassimo. È per questo che ti parlo con amarezza, pensando a quello che ora ti aspetta. Questo Paese, il tuo Paese, non è più un posto in cui sia possibile stare con orgoglio. Puoi solo immaginare la sofferenza con cui ti dico queste cose e la preoccupazione per un futuro che finirà con lo spezzare le dolci consuetudini del nostro vivere uniti, come è avvenuto per tutti questi lunghi anni. Ma non posso, onestamente, nascondere quello che ho lungamente meditato. Ti conosco abbastanza per sapere quanto sia forte il tuo senso di giustizia, la voglia di arrivare ai risultati, il sentimento degli amici da tenere insieme, buoni e meno buoni che siano. E, ancora, l'idea che lo studio duro sia la sola strada per renderti credibile e affidabile nel lavoro che incontrerai. Ecco, guardati attorno. Quello che puoi vedere è che tutto questo ha sempre meno valore in una Società divisa, rissosa, fortemente individualista, pronta a svendere i minimi valori di solidarietà e di onestà, in cambio di un riconoscimento degli interessi personali, di prebende discutibili; di carriere feroci fatte su meriti inesistenti. A meno che non sia un merito l'affiliazione, politica, di clan, familistica: poco fa la differenza. Questo è un Paese in cui, se ti va bene, comincerai guadagnando un decimo di un portaborse qualunque; un centesimo di una velina o di un tronista; forse poco più di un millesimo di un grande manager che ha all'attivo disavventure e fallimenti che non pagherà mai. E' anche un Paese in cui, per viaggiare, devi augurarti che l'Alitalia non si metta in testa di fare l'azienda seria chiedendo ai suoi dipendenti il rispetto dell'orario, perché allora ti potrebbe capitare di vederti annullare ogni volo per giorni interi, passando il tuo tempo in attesa di una informazione (o di una scusa) che non arriverà. E d'altra parte, come potrebbe essere diversamente, se questo è l'unico Paese in cui una compagnia aerea di Stato, tecnicamente fallita per non aver saputo stare sul mercato, è stata privatizzata regalandole il Monopolio, e così costringendo i suoi vertici alla paralisi di fronte a dipendenti che non crederanno mai più di essere a rischio.
Credimi, se ti guardi intorno e se giri un po', non troverai molte ragioni per rincuorarti. Incapperai nei destini gloriosi di chi, avendo fatto magari il taxista, si vede premiato - per ragioni intuibili - con un Consiglio di Amministrazione, o non sapendo nulla di elettricità, gas ed energie varie, accede imperterrito al vertice di una Multiutility. Non varrà nulla avere la fedina immacolata, se ci sono ragioni sufficienti che lavorano su altri terreni, in grado di spingerti a incarichi delicati, magari critici per i destini industriali del Paese. Questo è un Paese in cui nessuno sembra destinato a pagare per gli errori fatti; figurarsi se si vorrà tirare indietro pensando che non gli tocchi un posto superiore, una volta officiato, per raccomandazione, a qualsiasi incarico. Potrei continuare all'infinito, annoiandoti e deprimendomi. Per questo, col cuore che soffre più che mai, il mio consiglio è che tu, finiti i tuoi studi, prenda la strada dell'estero. Scegli di andare dove ha ancora un valore la lealtà, il rispetto, il riconoscimento del merito e dei risultati. Probabilmente non sarà tutto oro, questo no. Capiterà anche che, spesso, ti prenderà la nostalgia del tuo Paese e, mi auguro, anche dei tuoi vecchi. E tu cercherai di venirci a patti, per fare quello per cui ti sei preparato per anni. Dammi retta, questo è un Paese che non ti merita. Avremmo voluto che fosse diverso e abbiamo fallito. Anche noi. Tu hai diritto di vivere diversamente, senza chiederti, ad esempio, se quello che dici o scrivi può disturbare qualcuno di questi mediocri che contano, col rischio di essere messo nel mirino, magari subdolamente, e trovarti emarginato senza capire perché. Adesso che ti ho detto quanto avrei voluto evitare con tutte le mie forze, io lo so, lo prevedo, quello che vorresti rispondermi. Ti conosco e ti voglio bene anche per questo. Mi dirai che è tutto vero, che le cose stanno proprio così, che anche a te fanno schifo, ma che tu, proprio per questo, non gliela darai vinta. Tutto qui. E non so, credimi, se preoccuparmi di più per questa tua ostinazione, o rallegrarmi per aver trovato il modo di non deludermi, assecondando le mie amarezze. Preparati comunque a soffrire. Con affetto, tuo padre
(La Repubblica, 30 novembre 2009)

L'autore è stato direttore generale della Rai. Attualmente è direttore generale della Libera Università internazionale degli studi sociali, Luiss Guido Carli.

Sicilia. "L'assessore agevola i privati. I sindacati accusano l'assessore Massimo Russo

Palermo - È rottura tra l'assessore regionale alla Sanità, Massimo Russo, e i sindacati. Cgil, Cisl e Uil ma anche Anaao, Cimo, Emsped, Anpo, Fials e Fvm accusano l'ex pm «di andare avanti nell'attuazione della riforma sanitaria a colpi di decreti, senza tenere conto dei contratti di lavoro e della concertazione». In più, l'assessore starebbe «smantellando il settore pubblico agevolando i privati». Questi i contenuti dell'assemblea generale che si è svolta nell'aula magna dell'ospedale Cervello.Lunga la lista delle accuse all'assessore, la più recente riguarda il decreto che offre alle strutture private la possibilità di avviare prevenzione e screening dei tumori, grazie a un finanziamento aggiuntivo di 28,5 milioni di euro. «Russo taglia al pubblico, riducendo i posti letto senza avviare quanto previsto dalla riforma, cioè la realizzazione dei presidi territoriali, e nello stesso tempo continua a sostenere i privati che non solo hanno avuto congelato il taglio dei posti letto, che in realtà sarà solo una rimodulazione, ma adesso hanno anche nuove fonti», attacca il segretario regionale della Cisl medici, Massimo Farinella.Anche la Cgil, che ha sostenuto a lungo il lavoro dell'assessore Russo, è sul piede di guerra: «La riforma va bene, noi da sempre siamo stati d'accordo, ma la sua applicazione ci lascia a dir poco perplessi», afferma il segretario regionale dei medici Renato Costa. La Cgil si oppone alla dismissione dell'ospedale oncologico Maurizio Ascoli che, «come ha confermato il direttore sanitario, sta per essere accorpato a una struttura privata, quella Villa Santa Teresa già dell'ingegnere Michele Aiello», osserva Costa. «Una scelta - aggiunge - che ci pare folle e che agevola ancora i privati che sono rimasti soci di questa struttura». Altri privati che saranno agevolati, secondo la Cgil, «sono quelli dell'Ismett, che avrà in dote la cardiochirurgia del Civico». Il sindacato contesta anche il fatto che «l'assessore sta spingendo molto per l'accorpamento dei piccoli laboratori privati, a vantaggio dei grandi». «Russo è un uomo solo al comando che non si confronta con alcun soggetto sia esso politico, sociale o sindacale», attacca Angelo Collodoro della Fials. I sindacati sono preoccupati per il futuro di diverse strutture pubbliche, che stanno per essere accorpate o ridimensionate. A partire dell'ospedale Cervello, che ha ospitato l'assemblea, dove ci sono 30 contratti di medici e infermieri in scadenza.All'assemblea erano presenti numerosi politici di partiti differenti: Antonello Antinoro e Nino Dina dell'Udc, l'ex direttore dell'Ausl 6 oggi eurodeputato del Pdl Salvatore Iacolino e per il Pd il segretario regionale Giuseppe Lupo e il deputato dell'Ars Pino Apprendi.
Da "La Repubblica" - Palermo

venerdì 27 novembre 2009

Mafia, perché i pentiti accusano Berlusconi?

di ATTILIO BOLZONI e GIUSEPPE D'AVANZO
Ad una svolta l'indagine di Firenze sulle stragi del 1993. Il nome del presidente del Consiglio nei verbali degli uomini della cosca di Brancaccio
NELL'INCHIESTA sui mandanti delle stragi del 1993 estranei a Cosa Nostra entrano Autore 1 e Autore 2. Gli ultimi interrogatori della procura di Firenze hanno una particolarità. Tecnica, ma comprensibilissima. I primi testimoni sono stati ascoltati in un'inchiesta a "modello 44", "notizie di reato relative a ignoti". Gli ultimi, a "modello 21", dunque "a carico di noti". I pubblici ministeri, nei documenti, non svelano i nomi dei nuovi indagati. Chi sono Autore 1 e 2? Secondo le indiscrezioni pubblicate già nei giorni scorsi dai quotidiani vicini al governo, sono Silvio Berlusconi e Marcello Dell'Utri, la cui posizione era stata già archiviata il 3 maggio del 2002. Se così fosse, l'atto è dovuto. Non è un mistero (un migliaio di pagine sono state depositate, tre giorni fa, al processo di appello a Dell'Utri che si celebra a Palermo) che un nuovo testimone dell'accusa - Gaspare Spatuzza - indica nel presidente del consiglio e nel suo braccio destro i suggeritori della campagna stragista di sedici anni fa. Queste sono le "nuove" dai palazzi di giustizia, ma quel che si scorge è molto altro. L'intero fronte mafioso è minacciosamente in movimento. "La Cosa Nostra siciliana" si prepara a chiedere il conto a un Berlusconi che appare, a ragione, in tensione e sicuro che il peggio debba ancora venire. Accade che, nella convinzione di "essere stata venduta" dopo "le trattative" degli anni Novanta, la famiglia di Brancaccio ha deciso di aggredire - in pubblico e servendosi di un processo - chi "non ha mantenuto gli impegni". Ci sono anche i messaggi di morte. Al presidente del Senato, Renato Schifani, siciliano di Palermo. O, come raccontano le "voci di dentro" di Cosa Nostra, avvertimenti che sarebbero piovuti su Marcello Dell'Utri. Un'intimidazione che ha - pare - molto impaurito il senatore e patron di Publitalia. Sono sintomi che devono essere considerati oggi un corollario della resa dei conti tra Cosa Nostra e il capo del governo. È il modo più semplice per dirlo. Perché di questo si tratta, del rendiconto finale e traumatico tra chi (Berlusconi) ha avuto troppo e chi (Cosa Nostra) ritiene di avere nelle mani soltanto polvere dopo molte promesse e infinita pazienza. Questo scorcio di 2009 finisce così per avere molti punti di contatto con il 1993 quando la Penisola è stata insanguinata dalle stragi: Roma, via Fauro (14 maggio); Firenze, via Georgofili (27 maggio); Milano, via Palestro (27 luglio); Roma, S. Giorgio al Velabro e S. Giovanni in Laterano (28 luglio); Roma, stadio Olimpico (23 gennaio 1994), attentato per fortuna fallito. Nel nostro tempo, non c'è tritolo e devastazione, ma l'annuncio di una "verità" che può essere più distruttiva di una bomba. Per lo Stato, per chi governa il Paese.
Per capire quel che accade, bisogna sapere un paio di cose. La famiglia mafiosa dei fratelli Giuseppe e Filippo Graviano di Brancaccio a Palermo è il nocciolo irriducibile - con i Corleonesi di Riina e Bagarella, con i Trapanesi di Matteo Messina Denaro (latitante) - di una Cosa nostra siciliana che oggi ha il suo "stato maggiore" in carcere e in libertà soltanto mischini senza risorse, senza influenza, senza affari, incapace anche di concludere uno sbarco di cocaina perché priva del denaro per acquistare un gommone. La seconda cosa che occorre ricordare è che gli "uomini d'onore" non hanno mai ammesso di essere un'"associazione" (Giovanni Bontate che, in un'aula di tribunale, usò con leggerezza il noi fu fatto secco appena libero). I mafiosi non hanno mai accettato di discutere i fatti loro, anche soltanto di prendere in considerazione l'ipotesi di lasciar entrare uno sguardo estraneo negli affari della casa, figurarsi poi se gli occhi erano di magistrato. Apprezzati questi due requisiti "storici", si può comprendere meglio l'originalità di quanto accade, ora in questo momento, dentro Cosa Nostra. Tra Cosa Nostra e lo Stato (i pubblici ministeri). Tra Cosa Nostra e gli uomini (Berlusconi, Dell'Utri) che - a diritto o a torto, è tutto da dimostrare - i mafiosi hanno considerato, dal 1992/1993 e per quindici anni, gli interlocutori di un progetto che, dopo le stragi, avrebbe rimesso le cose a posto: i piccioli, il denaro, al sicuro; i "carcerati" o fuori o dentro, ma in condizioni di tenere il filo del loro business; mediocri e distratte politiche della sicurezza; lavoro giudiziario indebolito per legge; ceto politico disponibile, come nel passato, al dialogo e al compromesso con gli interessi mafiosi. Sono novità che preparano una stagione nuova, incubano conflitti dolorosi e pericolosi. La campana suona per Silvio Berlusconi perché, nelle tortuosità che sempre accompagnano le cose di mafia, è evidente che il 4 dicembre - quando Gaspare Spatuzza, mafioso di Brancaccio, testimonierà nel processo di appello contro Marcello Dell'Utri - avrà inizio la resa dei conti della famiglia dei fratelli Graviano contro il capo del governo che, in agosto, ha detto di voler "passare alla storia come il presidente del Consiglio che ha sconfitto la mafia". È un fatto sorprendente che i mafiosi abbiano deciso di parlare con i pubblici ministeri di quattro procure (Firenze, Caltanissetta, Palermo, Milano). Vogliono contribuire "alla verità". Lo dice, con le opportune prudenze, anche Giuseppe Graviano, "muto" da quindici anni. Quattro uomini della famiglia offrono una collaborazione piena. Sono Gaspare Spatuzza, Pietro Romeo, Giuseppe Ciaramitaro, Salvatore Grigoli. Spiegano, ricordano. Chiariscono come nacque, e da chi, l'idea delle stragi che non "avevano il dna di Cosa Nostra" e che "si portarono dietro quei morti innocenti". Indicano l'"accordo politico" che le giustificò e le rese necessarie "per il bene della Cosa Nostra". I nomi di Berlusconi e Dell'Utri saltano fuori in questo snodo. Gaspare Spatuzza, 18 giugno 2009, ricostruisce la vigilia dell'attentato all'Olimpico: "Giuseppe Graviano mi ha detto "che tutto si è chiuso bene, abbiamo ottenuto quello che cercavamo; le persone che hanno portato avanti la cosa non sono come quei quattro crasti dei socialisti che prima ci hanno chiesto i voti e poi ci hanno venduti. Si tratta di persone affidabili". A quel punto mi fa il nome di Berlusconi e mi conferma, a mia domanda, che si tratta di quello di Canale 5; poi mi dice che c'è anche un paesano nostro e mi fa il nome di Dell'Utri (...) Giuseppe Graviano mi dice [ancora] che comunque bisogna fare l'attentato all'Olimpico perché serve a dare il "colpo di grazia" e afferma: ormai "abbiamo il Paese nelle mani"". Pietro Romeo, 30 settembre 2009: "... In quel momento stavamo parlando di armi e di altri argomenti seri. [Fu chiesto a Spatuzza] se il politico dietro le stragi fosse Andreotti o Berlusconi. Spatuzza rispose: Berlusconi. La motivazione stragista di Cosa Nostra era quella di far togliere il 41 bis. Non ho mai saputo quali motivazioni ci fossero nella parte politica. Noi eravamo [soltanto degli] esecutori". Salvatore Grigoli, interrogatorio 5 novembre 2009: "Dalle informazioni datemi (...), le stragi erano fatte per costringere lo Stato a scendere a patti (...) Dell'Utri è il nome da me conosciuto (...), quale contatto politico dei Graviano (...) Quello di Dell'Utri, per me, in quel momento era un nome conosciuto ma neppure particolarmente importante. Quel che è certo è [che me ne parlarono] come [del nostro] contatto politico". E' una scena che trova conferme anche in parole già dette, nel tempo. I ricordi di Giuseppe Ciaramitaro li si può scovare in un verbale d'interrogatorio del 23 luglio 1996: "Mi [fu] detto che bisognava portare questo attacco allo Stato e che c'era un politico che indicava gli obiettivi, quando questo politico avrebbe vinto le elezioni, si sarebbe quindi interessato a far abolire il 41 bis (...). Quando Berlusconi [è] stato presidente del Consiglio per la prima volta, nell'organizzazione erano tutti contenti, perché si stava muovendo nel senso desiderato e [si disse] che la proroga del 41 bis era stata solo per 'fintà in modo da eliminarlo del tutto alla scadenza". Ci sarà, certo, chi dirà che non c'è nulla di nuovo. "Pentiti di mafia" che confermano testimonianza di altri "pentiti di mafia" ci sono stati ieri, ci sono oggi. La differenza, in questo caso, è come questi uomini che hanno saltato il fosso sono trattati dagli altri, da chi - in apparenza - resta ben saldo nelle sue convinzioni di mafioso, nel suo giuramento d'omertà. Li rispettano, sorprendentemente. Non era mai capitato. Non li considerano degli "infami". Accettano il dialogo con loro. Anche i più ostinati come Cosimo Lo Nigro e Vittorio Tutino. Cosimo Lo Nigro, il 10 settembre del 2009, è seduto di fronte a Gaspare Spatuzza. Spatuzza gli dice che "ha gioito - oggi me ne vergogno - , ma ho gioito per Capaci perché quello [Falcone] rappresentava un nemico per Cosa Nostra... ma il nostro malessere inizia nel momento in cui ci spingiamo oltre (...) su Firenze, Roma, Milano...". Lo Nigro lo ascolta, senza contraddirlo. Spatuzza ricostruisce come andarono le cose durante la preparazione della strage all'Olimpico. Lo Nigro lo lascia concludere e gli dice: "Rispetto le tue scelte, ma ancora ti chiedo: sei sicuro di ciò che dici e delle tue scelte?". Vittorio Tutino accetta di essere interrogato dai Pm di Caltanissetta. Non fa scena muta. Parla. Il suo verbale d'interrogatorio deve essere interessante perché viene secretato. Già queste mosse annunciano la nuova stagione, ma la dirompente novità è nei cauti passi dei due boss di Brancaccio, i fratelli Filippo e Giuseppe Graviano. Sono i più vicini a Salvatore Riina. Hanno guidato con mano ferma la loro "batteria" fino a progettare la strage - per fortuna evitata per un inghippo nell'innesco dell'esplosivo - di un centinaio di carabinieri all'Olimpico il 23 gennaio del 1994. Sono in galera da quindici anni. Hanno studiato (economia, matematica) in carcere. Dal carcere si sono curati dell'educazione dei loro figli affidati ai migliori collegi di Roma e di Palermo e ora sembrano stufi, stanchi di attendere quel che per troppo tempo hanno atteso. Spatuzza racconta che, alla fine del 2004, Filippo Graviano, 48 anni, sbottò: "Bisogna far sapere a mio fratello Giuseppe che se non arriva niente da dove deve arrivare, è bene che anche noi cominciamo a parlare con i magistrati". La frase è eloquente. C'è un accordo. Chi lo ha sottoscritto, non ha rispettato l'impegno. Per cavarsi dall'angolo, c'è un solo modo: dissociarsi, collaborare con la giustizia, svelare le responsabilità di chi - estraneo all'organizzazione - si è tirato indietro. Accusarlo può essere considerato "un'infamia"? Filippo Graviano, il 20 agosto 2009, accetta il confronto con Gaspare Spatuzza. C'è una sola questione da discutere. Quella frase. Ha detto che "se non arriva niente da dove deve arrivare, è bene che anche noi cominciamo a parlare con i magistrati"? La smentita di Filippo Graviano è ambigua. In Sicilia dicono: a entri ed esci. Dice Filippo a Gaspare: "Io non ho mai parlato con ostilità nei tuoi riguardi. I discorsi che facevamo erano per migliorare noi stessi. Già noi avevamo allora un atteggiamento diverso, già volevamo agire nella legalità. Noi parlavamo di un nostro futuro in un'altra parte d'Italia". La premessa è utile al boss per negare ma con garbo: "Mi dispiace contraddire Spatuzza, ma devo dire che non mi aspetto niente adesso e nemmeno nel passato, nel 2004. Mi sembra molto remoto che possa avere detto una frase simile perché, come ho detto, non mi aspetto niente da nessuno. Avrei cercato un magistrato in tutti questi anni, se qualcuno non avesse onorato un presunto impegno". Filippo non ha timore di pronunciare per un boss parole tradizionalmente vietate, "legalità", "cercare magistrati". Si spinge anche a pronunciarne una, indicibile: "dissociazione". Dice, il 28 luglio 2009: "Da parte mia è una dissociazione verso le scelte del passato (...). Oggi sono una persona diversa. Faccio un esempio. Nel mio passato, al primo posto, c'era il denaro. Oggi c'è la cultura, la conoscenza. (...) Io non rifarei le scelte che ho fatto". Anche Giuseppe Graviano, 46 anni, il più duro, il più autorevole (i suoi lo chiamano "Madre natura" o "Mio padre"), incontra i magistrati, il 28 luglio 2008. E' la prima volta che risponde a una domanda dal tempo del suo arresto, il 27 gennaio 1993. Dice: "Io sono disposto a fare i confronti, con coloro che indico io e che ritengo sappiano la verità. Sono disposto a un confronto con Spatuzza ma cosa volete che sappia Spatuzza che non sa niente, faceva l'imbianchino, sarà ricattato da qualcuno". Sembra che alzi un muro e che il muro sia insuperabile, ma non è così. Quando gli tocca parlare delle stragi del 1993, ragiona: "Perché non mi avete fatto fare il confronto con i pentiti in aula, quando l'ho chiesto? Così una versione io, una versione loro e poi c'è il magistrato [che giudica]: voi ascoltavate e potevate decidere chi stava dicendo la verità. La verità, [soltanto] la verità di come sono andati i fatti.. . io vi volevo portare alla verità. E speriamo che esca la verità veramente. Ve ne accorgerete del danno che avete fatto. Se noi dobbiamo scoprire [la verità], io posso dare una mano d'aiuto. Io dico che uscirà fuori la verità delle cose. Trovate i veri colpevoli, i veri colpevoli. Si parla sempre di colletti bianchi, colletti grigi, colletti e sono sempre innocenti [questi, mentre] i poveri disgraziati...". Gli chiedono i magistrati: "Lei sa che ci sono colletti bianchi implicati in queste storie?". Risponde: "Io non lo so. Poi stiamo a vedere se... qualcuno ha il desiderio di dirlo che lo sa benissimo... Ma io non posso dire la mia verità così. Perché non serve a niente. Invece, ve la faccio dire, io, [da] chi sa la verità". Ora bisogna mettere in ordine quel che si intuisce nelle mosse di Cosa Nostra. I "pentiti" non sono maledetti da chi, in teoria, stanno tradendo. Al contrario, ricevono attestati di solidarietà, segnali di rispetto, addirittura cenni di condivisione per una scelta che alcuni non hanno ancora la forza di decidere. E' più che un'impressione: è come se chi offre piena collaborazione alla magistratura (Spatuzza, Romeo, Grigoli) abbia l'approvazione di chi governa la famiglia (Giuseppe e Filippo Graviano) e ancora oggi può essere considerato al vertice di un'organizzazione che, in carcere, custodisce l'intera memoria della sua storia, delle sue connessioni, degli intrecci indicibili e finora non detti, degli interessi segreti e protetti. In una formula, il peso di un ricatto che viene offerto con le parole e i ricordi delle "seconde file" in attesa che le "prime" possano valutare quel che accade, chi e come si muove. Ecco perché ha paura Berlusconi. Quegli uomini della mafia non conoscono soltanto "la verità" delle stragi (che sarà molto arduo rappresentare in un racconto processuale ben motivato), ma soprattutto le origini oscure della sua avventura imprenditoriale, già emerse e documentate dal processo di primo grado contro Marcello Dell'Utri (condannato a 9 anni per concorso esterno in associazione mafiosa). Di denaro, di piccioli minacciano allora di parlare i Graviano e gli uomini della famiglia di Brancaccio. Dice Spatuzza: "I Graviano sono ricchissimi e il loro patrimonio non è stato intaccato di un centesimo. Hanno investito al Nord e in Sardegna e solo così mi spiego perché durante la latitanza sono stati a Milano e non a Brancaccio. È anomalo, anomalissimo". Se a Milano - dice il testimone - Filippo e Giuseppe si sentivano più protetti che nella loro borgata di Palermo vuol dire che chi li proteggeva a Milano era più potente e affidabile della famiglia.
(La Repubblica, 27 novembre 2009)

giovedì 26 novembre 2009

C'era una volta... e c'è ancora adesso!

di MIRIAM DI PERI
C'era una volta Bernardino Verro, sindaco di Corleone nei primi '900, che organizzò i contadini perché riteneva che fosse un'ingiustizia che loro dovessero solamente coltivare le terre dei grandi latifondisti mafiosi in cambio di un tozzo di pane. Con quei contadini, Bernardino Verro costruì la prima casa del popolo di Corleone. Ogni notte ciascuno di loro trasportava un balatòne, col mulo. Quella diventò la sede della prima cooperativa agricola corleonese. Bernardino Verro fu ucciso a Corleone il 3 novembre 1915.
C'era una volta Placido Rizzotto. Tornò dalla guerra e pensò che le lotte per la terra fossero una buona causa per spendere la propria vita. Aveva 34 anni quando venne ucciso barbaramente e buttato in una foiba a Roccabusambra. Era il 10 marzo del 1948.
C'era una volta Pio La Torre. Ebbe una buona intuizione. E capì che sequestrare i beni ai mafiosi poteva essere uno di quegli strumenti concreti dei quali lo Stato avrebbe potuto dotarsi nella lotta alla criminalità organizzata. Anche lui fu fatto fuori. Il 30 aprile 1982.
C'era una volta Carlo Alberto Dalla Chiesa. Non era siciliano. Non glielo portava nessuno. Non era affare suo. Fu necessario che ammazzassero anche lui, il 3 settembre 1982, perché la legge sulla confisca dei beni ai mafiosi, la Rognoni-La Torre, fosse votata in Parlamento da lor signori deputati a rappresentarci.
C'erano una volta Falcone e Borsellino. Era il 1995 quando è nata l'associazione Libera. C'era una volta una buona intuizione. Che raccolse un milione di consensi e portò, nel 1996 a una legge d'iniziativa popolare sul riutilizzo sociale dei beni confiscati ai mafiosi. Qualche anno dopo, c'è stato un buon sindaco, uno di quelli che lasciano il segno. Si chiama Pippo Cipriani. Lui per primo ebbe il coraggio di prendere la casa di Totò Riina a Corleone. La consegnò agli studenti dell'istituto agrario del paese, che non avevano una sede per la loro scuola. Li fece studiare lì. Perché quei mattoni erano intrisi del sangue di Bernardino Verro, di Placido Rizzotto, di Pio La Torre, di Carlo Alberto Dalla Chiesa, di Falcone e Borsellino. E quel gesto rendeva meno vane le loro morti.
Nel 2000 Pippo Cipriani assegnò il primo ettaro di terra confiscata alla cooperativa Lavoro e non solo. I contadini corleonesi che per primi portarono le loro mietitrebbie su quelle terre, si misero contro mezzo paese. Da quella prima esperienza, oggi esistono 4 cooperative che gestiscono i beni confiscati alle mafie nell'alto belice corleonese. Da quella prima esperienza, migliaia di giovani, ogni anno, siamo stati accanto ai contadini corleonesi, con la schiena curva, a raccogliere il pomodoro che diventerà passata. L'uva che diventerà vino. Il grano che diventerà pasta.Oggi Corleone è l'unico comune a non avere più beni confiscati da assegnare. Sono tutti stati restituiti alla società civile. E sono tutti riutilizzati. Danno lavoro, costruiscono futuro.
GIU' LE MANI DALLA LEGGE SULLA CONFISCA DEI BENI ALLA MAFIA.

mercoledì 25 novembre 2009

Sicilia. La rivolta dei sindaci, delle associazioni e dei cittadini per l'acqua pubblica

PALERMO - Sindaci, assessori e consiglieri comunali in rappresentanza di circa 100 comuni siciliani hanno manifestato di fronte l'Assemblea regionale siciliana per dire "no" alla privatizzazione delle reti idriche. Insieme a loro anche i rappresentanti di alcuni comitati cittadini. Tutti chiedono l'approvazione di un disegno di legge all'Ars per la "ripubblicizzazione" delle reti, e chiedono al presidente della Regione di ricorrere contro il decreto Ronchi, recentemente approvato dal Parlamento nazionale, che di fatto facilita la privatizzazione dell'acqua, permettendo di conferire a ditte esterne tutti i servizi pubblici locali. Il prossimo 4 dicembre i consigli comunali delle amministrazioni che si oppongono alla privatizzazione delle reti idriche si riuniranno in contemporanea per avviare la procedura di presentazione di un disegno di legge di iniziativa popolare all'Ars, che prevede il ritorno alla gestione pubblica delle reti idriche in Sicilia.
LA LEGGE E' FERMA ALL'ARS. Attualmente all'Ars è depositato un disegno di legge che chiede il ritorno alla gestione pubblica delle risorse. Il ddl, che su iniziativa delle amministrazioni comunali dovrebbe essere 'trasformato' in testo di iniziativa popolare, parte dal presupposto che sebbene l'acqua continui ad essere considerata bene pubblico, "la privatizzazione della gestione e delle reti idriche, di fatto, la trasforma in una risorsa sulla quale i privati possono lucrare". Altra questione di attualità è legata alla recente approvazione da parte del parlamento nazionale del 'decreto Ronchi', che prevede la liberalizzazione dei servizi pubblici locali da parte dei comuni, fra questi anche l'acqua. Chi si oppone alla privatizzazione chiede che la Regione, forte oltretutto della propria autonomia legislativa, debba ricorrere presso la Corte Costituzionale contro il decreto, come hanno già annunciato altre regioni.
IL PRETE CON LA PISTOLA. In prima linea nella lotta contro la privatizzazione dell'acqua anche padre Saverio Catanzaro, parroco della Chiesa Madre a Menfi che ha sfilato con una pistola ad acqua. "Lo dice il Vangelo, non è giusto fare affari sulla povera gente: fedeli, cittadini, munitevi di una pistola ad acqua e resistete a questo sopruso". "La pistola ad acqua è una provocazione - prosegue - ma anche un simbolo per chi vuol resistere pacificamente di fronte ad una ingiustizia. L'acqua è un bene per la vita e sulla vita nessuno deve metter le mani. La privatizzazione, dove c'è stata, ha portato arricchimento per pochi e disagi per tanti. Qualcuno dice che è l'affare del secolo, forse è vero. Io ascolto la gente, e la gente è contraria alla privatizzazione". Quando al comune di Menfi, nei mesi scorsi, è arrivata la richiesta di consegna delle reti idriche, le campane della Chiesa Madre hanno suonato a morte. "Era la morte della democrazia", conclude padre Catanzaro.
I SINDACI. "Il nostro obiettivo - dice Rosario Gallo, sindaco di Palma di Montechiaro (Ag) - è fare arrivare al parlamento regionale un testo forte, supportato da una decisa e chiara volontà popolare. Serve l'approvazione di almeno 40 consigli comunali che rappresentino una popolazione di 400 mila persone. Ma parallelamente intendiamo avviare anche la raccolta di firme, servono 10 mila adesioni".Il disegno di legge, intanto, è già stato depositato all'Ars dal deputato regionale del Pd Giovanni Panepinto, che è anche sindaco di Bivona. "In questo modo - aggiunge Gallo - abbiamo anticipato i tempi". "Portiamo avanti questa battaglia - dice Michele Botta, sindaco di Menfi - perché ce lo chiedono i cittadini. Basta andare nei comuni vicini, dove il servizio è già stato privatizzato, per rendersi conto che la realtà è sconfortante. Le tariffe sono aumentate e i servizi sono peggiorati, se c'è un guasto gli interventi sono effettuati in media dopo 10 o 15 giorni".
La Sicilia, 25.11.2009

Chiusa Sclafani (Palermo). Preside non espone il crocifisso e il sindaco è pronto a multarla

di Salvo Intravaia
Palermo - Cinquecento euro di multa perché manca il crocifisso nel suo ufficio. E´ quello che rischia la preside dell´istituto comprensivo Reina di Chiusa Sclafani, dopo il blitz della polizia municipale di ieri mattina. Tutto inizia venerdì scorso, quando il sindaco del paese Francesco Di Giorgio (Pdl) fa notificare alla preside dell´istituto, Francesca Accardo, un insolito provvedimento in netta contrapposizione con la recente sentenza della Corte suprema di Strasburgo.
Il sindaco ordina di «mantenere il crocifisso nelle aule scolastiche e negli uffici pubblici del comune di Chiusa Sclafani, come espressione dei fondamentali valori civili e culturali dello Stato italiano». «Il personale della polizia municipale - continua l´ordinanza - controllerà entro 15 giorni l´osservanza dell´ordinanza» e «ai trasgressori sarà applicata la sanzione di 500 euro». Ieri mattina, parecchi giorni prima dei 15 ipotizzati nel provvedimento, al portone della scuola si presentano due vigili urbani. «Avrei anche potuto non farli entrare - dichiara la preside - ma come rappresentante delle istituzioni ho pensato che non fosse corretto». I due hanno fatto un rapido sopralluogo in tutte le classi e negli uffici amministrativi trovando il crocifisso al proprio posto.«Ma quando sono entrati nella mia stanza mi hanno fatto notare che il crocifisso mancava», spiega la Accardo, che non riesce a darsi pace per «l´assurda ordinanza» e la celerità della visita. «Non riesco a spiegarmi - continua - i motivi del provvedimento e penso che adesso possano anche farmi la multa: nessuno ha toccato i crocifissi nelle aule e nelle altre stanze e, francamente, non mi ero neppure accorta che nel mio ufficio mancava». Il capo d´istituto è letteralmente furibonda mentre racconta una storia che ha del surreale. «Penso di vivere in un paese democratico, non in una dittatura: vorrei continuare a lavorare serenamente come ho fatto in questi anni», conclude. E non intende darsi per vinta. Denuncerà l´accaduto al ministro dell´Istruzione Mariastella Gelmini e al direttore dell´Ufficio scolastico regionale, Guido Di Stefano, sperando che prendano le sue difese. Intanto, si sta consultando con un legale. L´istituto del piccolo paese in provincia di Palermo ospita 284 alunni di scuola dell´infanzia, primaria e secondaria di primo grado, trovandosi a fare i conti giornalmente con un bilancio sempre più magro. Anche perché dal Comune non arrivano i fondi che tutti gli enti locali dovrebbero erogare alle scuole: da due anni, il Comune non provvede ad erogare i fondi per il funzionamento e la manutenzione.
(La Repubblica, 25 novembre 2009)

L'Assessorato alla Famiglia ha approvato il Piano di zona del Distretto D40 di Corleone: il primo in Sicilia

di Cosmo Di Carlo
Approvato dall’assessorato regionale della Famiglia il Piano di Zona del Distretto socio-sanitario D40 per il triennio 2010-2012. Saranno realizzati 4 progetti per una spesa complessiva di 200.000 euro., Del Distretto fanno parte oltre a Corleone i comuni di Bisacquino, Campofiorito, Chiusa Sclafani, Contessa Entellina, Giuliana e Roccamena.
«E’ il primo Piano di Zona approvato in Sicilia - afferma con grande soddisfazione Pio Siragusa presidente del Comitato dei Sindaci -. Ci siamo adoperati affinché questo strumento di programmazione possa dare risposte concrete alle fasce sociali più deboli; puntando non soltanto a garantire i servizi di base (assistenza a domicilio agli anziani e ai disabili, servizi in favore dei minori), ma anche all’integrazione delle persone che vivono situazioni di marginalità sociale (disoccupati, vedove, ragazze madri, ex detenuti). Presto sarà anche attivato lo sportello unico di accesso ai servizi sociali. E’ un percorso complesso, ma lo realizzeremo. Il personale addetto al settore ha acquisito competenza e professionalità in tutti i comuni del distretto ed ha saputo creare un clima di fattiva sinergia tra i sindaci e gli assessori dei comuni. Questo è uno dei fattori che ci ha consentito di raggiungere questo importante risultato». “Quello approvato – afferma Caterina Chinnici, assessore regionale della Famiglia, delle Politiche sociali e delle Autonomie locali – è il primo Piano in Sicilia relativo alla programmazione 2010-2012. Uno strumento che, se usato in maniera virtuosa, potrà dare risposte concrete alle categorie sociali più deboli e bisognose». Compiacimento esprime anche il sindaco Nino Iannazzo: «Le politiche sociali costituiscono un settore chiave di un’attenta e mirata azione amministrativa. Non ci può essere sviluppo economico se non c’è quello sociale. L’integrazione delle politiche sociali con quelle sanitarie, del lavoro, della scuola e la collaborazione di tutti gli attori coinvolti nella gestione dei servizi sociali, sono strumenti indispensabili nella costruzione del welfare delle nostre comunità». Sono 4 i progetti che partiranno dal prossimo primo gennaio e per i quali è stata stanziata la cifra di 200mila euro. Saranno rivolti a vedove, ragazze madri disoccupate e con figli a carico, anziani, diversamente abili e persone che necessitano, per condizioni socio-economiche, dell’assegno per il servizio civico. I bandi si possono consultare sul sito Internet del Comune http://www.comune.corleone.pa.it/. (*co.di*)
NELLA FOTO: L'assessore Caterina Chinnici

Corleone. La Fondazione "Angelo Badami" ha consegnato 10 borse di studio ad alunni meritevoli

di Cosmo Di Carlo
Consegnate dieci borse di studio intitolate ad Angelo Badami, che morendo nel 1998 ha lasciato 560.000 euro, un miliardo delle vecchie lire, per costituire una fondazione che ha come finalità quella di dare sostegno economico ai ragazzi corleonesi meritevoli che vogliono progredire negli studi. Era il 28 novembre del 1998 quando il cuore di Angelo Badami smise di battere ponendo fine alla sua parentesi terrena.
Angelo (nella foto in basso) era nato a Corleone il 23 maggio del 1923. La madre Vincenzina Inganni era casalinga, il padre Leonardo Badami era maestro delle elementari. Oltre ad Angelo la famiglia era composta da tre sorelle: Lucia, Angelina, e Maria e dal fratello Vincenzo. La loro abitazione è ancora in Via Misericordia al civico numero 9, in pieno centro storico nel quartiere di Sant’Elena. Angelo visse qui la sua fanciullezza. Frequentò il liceo classico Guido Baccelli conseguendo il diploma di maturità con il massimo dei voti. Il suo sogno era quello di laurearsi in medicina ma, dopo il primo anno dovette rinunciare agli studi a seguito della morte del padre. Era l’ottobre del 1944. Angelo, che aveva superato tutti gli esami del primo anno del corso di laurea, fu costretto per motivi economici a lasciare medicina dove la frequenza era obbligatoria, e si iscrisse a giurisprudenza. Con l’aiuto di alcuni amici che gli prestavano i testi universitari, anche allora molto costosi, riuscì a conseguire la laurea in quattro anni e con il massimo dei voti. Superò il concorso per procuratore delle imposte ed ebbe il primo incarico a Salò dove rimase per due anni. Ma Angelo continuò a studiare per progredire nella carriera. Superò il concorso per funzionario al Ministero delle Finanze classificandosi sesto su cinquemila concorrenti provenienti da tutte le regioni d’Italia. A Roma rimarrà 18 anni ricoprendo il ruolo di Ispettore Generale di Divisione, lavorò per anni fianco a fianco con i vari Ministri delle Finanze che si succedettero nel tempo. Uomo dal carattere mite, sobrio e sincero, Angelo amava molto la lettura, l’arte, la musica. Alla morte prematura del fratello Vincenzo fece ritorno a Corleone per stare vicino alle sorelle. Mamma Enza e papà Leonardo erano infatti mancati anche loro nel tempo . E così Angelo all’apice della carriera e nonostante i pressanti inviti del Ministro delle Finanze, rassegnò le dimissioni dal prestigioso incarico e fece ritorno a Corleone per stare vicino alle sorelle. Ad Angelina, Maria e Lucia manifestò l’intenzione di destinare parte del suo patrimonio a sostegno dei ragazzi di Corleone appartenenti alle fasce più deboli della società per sostenerli negli studi. Nasce così la Fondazione Angelo Badami che ogni anno eroga 10 borse di studio agli studenti corleonesi più meritevoli per sostenerli negli studi. Quest’anno sono state assegnate a: Maria Orlando, Calogero Profita,Marilena Saporito, Maria Elisa Cortimiglia, Veronica Virga, Melania La Macchia, Giovanna Piranio, Gina Di Puma, Giuseppina Badami, Salvatore Gagliano (nella foto in alto). Il grande cuore del loro Angelo non si è fermato il 28 novembre del 1998, ma continua a pulsare e ad incoraggiare i ragazzi corleonesi ad intraprendere le vie del sapere e della cultura; le stesse vie che portarono negli anni 60 un giovane corleonese a Roma per raggiungere in pochi anni i vertici dirigenziali del Ministero delle Finanze

martedì 24 novembre 2009

CI SCRIVONO. Biagio Cutropia: "Corleone è sofferente...agonizzante..."

Io non conosco il contenuto della relazione semestrale (annuale) del sindacoIannazzo, ma sicuramente contiene cose buone e belle, come è normale facciano gli amministratori. Si è mai letta una relazione di attuazione di un programma politico che dica che non è stato fatto nulla o poco o male? No!Allora il problema non è la relazione, nè Iannazzo, nè Corleone. Il problema, secondo me, sta nella indifferenza dei Cittadini, di Corleone e della Sicilia in genere. Non vi è dubbio che lo stato delle cose a Corleone è preoccupante. Vi è probabilmente una normale gestione amministrativa dell'ordinario, molto vicina al moto di inerzia. Ma tutto il resto non c'è. Non c'è progetto politico (sia della maggioranza che dell'opposizione),non c'è coinvolgimento dei settori produttivi,professionali ed intellettuali. Diciamo che Corleone vista dalla platea dei comuni Cittadini è sofferente, e forse agonizzante. Ma del resto se nessuno si lamenta, nessuno(forze politiche)propone qualcosa che non sia interessa di bottega e/o personale e/o clientelare,vuol dire che le cose vanno bene. In realtà così non è. Non c'è vitalità, non c'è progetto,non c'è partecipazione,non c'è politica. Ci sono soltanto gestioni del potere (per quello che c'è e per quello che vale),prevaricazioni più o meno forti, clientelismi più o meno intensi, pressapochismo ed assenza di progetto. Pur non essendo un tifoso dell'attuale amministrazione,non può essere considerata immune da colpe l'opposizione,incapace anch'essa di qualunqueproposta politica. Credo che il governo di una città sia nelle mani di una buona amministrazione e di una buona opposizione. A Corleone (e non solo) mancano l'una e l'altra. Ma il fatto è poco importante.
Biagio Cutropia

lunedì 23 novembre 2009

CI SCRIVONO. Il Presidente dell'Avis: "Dal mese di aprile il Policlinico non ci paga i rimborsi. Così saremo costretti a sospendere l'attività"

di GIUSEPPE COPPOLA*
In qualità di Presidente Provinciale dell’Avis di Palermo, mi corre l’obbligo, dopo la sollecitazione (pubblicata dalla carta stampata e dai social network), della sezione Avis comunale di Corleone alla raccolta di sangue, dal tema “io dono, tu doni, noi salviamo” in favore di Antonino Gendusa coinvolto in un grave incidente stradale, di fornire, seppur brevemente, i risultati dell’attività svolta.
I dati della raccolta sono significativi: nr. 39 unità conferite e nr. 22 richieste di adesione in qualità di socio, alla struttura associativa, tramite l’esame di pre-donazione. Tale risultato di solidarietà verso il prossimo bisognoso è stato ottenuto grazie all’infaticabile lavoro dello staff dirigenziale locale, dalla preziosa ed insostituibile presenza del personale sanitario, ma, fondamentalmente, dalla incondizionata disponibilità dei donatori, i quali pazientemente hanno aspettato il momento per compiere il nobile gesto di altruismo. Con semplicità esprimo a tutti il mio più vivo, sentito e sincero ringraziamento.
A questo punto, mi corre un altro obbligo quello di evidenziare che, alla data odierna, il Policlinico Universitario “P. Giaccone” di Palermo, struttura presso la quale convogliamo la quasi totalità delle unità prelevate, non provvede alla retrocessione dei rimborsi, dal mese di aprile, delle unità donate, secondo quanto disposto dallo schema di convenzione stipulato tra le parti in data 02 gennaio 2009. L’inosservanza di tale accordo, da parte della struttura predetta, sta provocando evidenti e notevoli difficoltà nella gestione ordinaria dell’Avis Provinciale di Palermo. Sono proventi che vanno distribuiti alle maestranze tecnico/amministrative, al personale sanitario ed ai fornitori aziendali. Del resto sono loro i reali ed unici soggetti penalizzati! Occorre, necessariamente, dare risposte alle famiglie dei collaboratori associativi! E’ vero che si fa volontariato, ma occorre, inevitabilmente, coprire i costi di gestione! Non di minore importanza, seppure annoverati per ultimo, vanno ricordate le sezioni di base alle prese con le dovute e pertinenti difficoltà del caso; nonostante le innumerevoli problematicità economiche, certamente non causate dalla struttura superiore, puntualmente ed incessantemente, organizzano i momenti inerenti le raccolte. La conseguenza naturale delle predette inadempienze, da parte della struttura sanitaria, indurrà la nostra associazione a sospendere, improrogabilmente ed illimitatamente, ogni attività di raccolta programmata, in tutta la provincia di Palermo, a far data del 01 dicembre coran, per mancanza delle imprescindibili risorse economiche legittimamente spettanti, ad oggi regolarmente richieste e non retrocesse.
Nel caso in specie si è presa una posizione molto "seria", debitamente comunicata alle Autorità competenti, che si rende necessaria, affinché non vengano mortificate le opere messe in atto in favore di coloro che soffrono; molto spesso questi sfortunati servono da paravento per alcuni personaggi che si fregiano di nobili ed encomiabili principi, ma che, in effetti, tirano dritto per la propria strada. Rimango fiducioso e speranzoso che qualcosa di buono possa nascere nell'interesse di tutti, con l’augurio che si auspici non rimangano solo parole.
* presidente provinciale Avis di Palermo (nella foto)

Da gennaio, in Sicilia, la più grande fabbrica di pannelli fotovoltaici in thin film di silicio

Palermo, 23 novembre 2009 – Sarà inaugurata a gennaio a Campofranco, in provincia di Agrigento, la prima e più grande fabbrica italiana di pannelli fotovoltaici in thin film di silicio, e la terza in Europa, realizzata senza contributi pubblici dal gruppo Moncada Energy di Agrigento.
Produrrà i pannelli, da 6 metri quadri ciascuno, per le centrali fotovoltaiche progettate dalla Moncada in Sicilia. Sotto gli impianti saranno ospitati allevamenti biologici di polli, dal cui concime sarà ricavata altra energia. Uno di questi impianti, da 7 Mw, sta già sorgendo a livello sperimentale, all’interno di una delle fattorie eoliche del gruppo siciliano. Il principale ruolo del sito produttivo ipertecnologico sarà, nell’ambito del mercato delle energie alternative, quello di rendere nel tempo il fotovoltaico più conveniente rispetto all’eolico.
Infatti, questa tecnologia, che non impiega celle al silicio, ma il gas silano, rende indipendenti dalle speculazioni sulle materie prime e già oggi abbatte notevolmente i costi di produzione rispetto ai pannelli tradizionali. Grazie alla ricerca che sarà sviluppata dalla Moncada, entro il 2010 la combinazione fra raddoppio dell’efficienza dei pannelli e della loro produzione (obiettivo a regime è installare 100 Mw all’anno) farà raggiungere l’ambizioso traguardo della possibilità di produrre energie alternative ricavando utili anche senza incentivi. La fabbrica di Campofranco, estesa 25 mila metri quadri, è costata 85 milioni di euro (24 investiti dall’azienda, 5 dal gruppo Mps quale socio di minoranza e il resto dal gruppo Intesa Sanpaolo assistito dalla Sace). Contiene il massimo della tecnologia disponibile ad oggi al mondo, ma anche un centro di ricerca. L’iniziativa genera l’occupazione diretta di 130 fra ingegneri e tecnici e di 70 addetti dell’indotto, oltre a 40 di una ditta che produce le strutture di supporto dei pannelli: si aggiungono ai 220 dipendenti delle altre linee della Moncada (eolico, geotermico e biomasse).
Il gruppo Moncada negli ultimi due anni è passato da un fatturato di 40 milioni di euro agli attuali 80, e il traguardo per il 2010 è di 180 milioni. Si sta, infatti, completando l’ingente sforzo finanziario che ha messo in campo fattorie eoliche che a regime produrranno 350 Mw, generatori a biomasse per 44 Mw, impianti di produzione di olio vegetale, centrali fotovoltaiche e geotermiche: impianti e progetti che riguardano l’Italia, la Bulgaria, l’Albania, la Tunisia, gli Usa e il Mozambico, oltre ad una nuova fabbrica di turbine eoliche a Porto Empedocle e una distilleria a Sciacca. “Noi siamo fra i pochi in linea con l’indicazione del Piano energetico regionale – dice l’amministratore del gruppo, Salvatore Moncada – che stabilisce iter agevolati per le autorizzazioni a quegli impianti progettati da aziende dotate in Sicilia della ‘filiera’ completa. Infatti, noi progettiamo, costruiamo e installiamo direttamente le nostre centrali, producendo tutto in proprio. Eppure, a noi la Regione non riconosce questo iter agevolato, che invece riconosce ad altri operatori, che hanno solo annunciato un protocollo e che non hanno ancora realizzato la filiera”. “Chiederò al governatore Raffaele Lombardo – conclude Moncada – cosa ho sbagliato. E se la Regione continuerà a ritardare le autorizzazioni, installerò questi pannelli negli altri Paesi dove operiamo. Per la Sicilia sarebbe l’ennesima occasione perduta”.

L'INTERVISTA. Vendere i beni? Un errore. Andrebbe perso il valore simbolico del riscatto

di Stefano Fantino
Carlo Lucarelli, scrittore, da anni impegnato a divulgare sul grande schermo le tematiche riguardanti la mafia in Italia, ci concede una intervista sul tema caldo di questi giorni: i beni confiscati, che un emendamento alla finanziaria, già passato in Senato, mette a rischio. La possibile vendita sarebbe infatti la fine di una legge, la 109/96, che prevede il riuso sociale dei beni immobili confiscati alla mafia facendone un simbolo di rinascita per tutto un territorio.

Cosa pensa dell'emendamento votato al Senato?
Penso che sia sbagliato, naturalmente. Penso che con tutta la buona fede possibile, fatto così sia un errore e i motivi sono lampanti per tutti.
Cerchiamo di rivederli insieme...
I motivi sono essenzialmente questi: se uno mette in vendita, dall'alto, pur con controlli elevati, un bene della mafia, il primo problema è che la mafia, quel bene, se lo può ricomprare. Perché la mafia ha due cose in abbondanza: uno una disponibilità infinita di soldi liquidi, che derivano dalle attività illecite e questo significa soldi senza interesse, soldi che non sono stati prestati dalle banche, che non hanno i “problemi” che hanno i soldi dei normali imprenditori. In secondo luogo la mafia ha a disposizione un esercito di colletti bianchi e prestanomi che riescono facilmente ad eludere dei semplici controlli. Da un lato la mafia si ricompra il bene, cosa negativa che da, se vogliamo, un messaggio ancora peggiore che viene ben compreso da chi vive in territori “occupati”: la mafia non solo tiene testa allo Stato dal punto di vista militare, cioè non facendosi arrestare e controllando il territorio, ma anche dal punto di vista economico.
Come ne escono da questo scenario la legge Rognoni La Torre e la legge 109/96 ?
Non bene. Quando si parla di mafia non si parla solo di soldi, ma anche del fatto che i beni confiscati potessero produrre ricchezza in un altro modo.
Uno dei motivi alla base dell'emendamento è quello di fornire più soldi alla sicurezza, cosa ne pensa?
Da un punto di vista squisitamente di principio, i soldi servono; so benissimo che servono soldi per la benzina delle auto di polizia e magistrati, ma attenzione non è che dobbiamo fare un danno più grosso. Una volta si diceva che la lotta alla mafia costava 10 mila miliardi, dando 5 mila miliardi alla mafia si risolveva il problema. Era una provocazione assurda, speriamo che non sia così: vendiamo i beni, che vengono ricomprati dalla mafia, così avremo i soldi per dare la benzina ai carabinieri per arrestare i mafiosi. Così non funziona. C'è un altro modo di agire, oltre ai beni che devono diventare produttivi, ci sono anche i soldi liquidi.
Sono questi i soldi che, con un appello lanciato lo scorso anno, lei e la Casa della Cultura del Comune di Casalecchio, volevate riservare a una rinascita culturale del Paese?
Si, certamente. Non sono un esperto, ci saranno molte difficoltà e bisogna stare molto attenti, ma penso che i soldi liquidi debbano andare dentro le macchine dei carabinieri e dentro le attività culturali. Bisogna trattare la liquidità perchè di soldi bloccati nei conti correnti e sequestrati ce ne sono tanti. Prendiamoli lì piuttosto che vendere una calcestruzzi in Sicilia che verrebbe comprata dalla mafia. Per loro sarebbe come dire: eccoci, siamo tornati, abbiamo ricomprato.
Eppure Maroni aveva parlato di costituzione di un agenzia dei beni confiscati...
Da fuori sicuramente c'è la percezione di un qualcosa di contraddittorio. Una sensazione però riservata a chi se ne intende un po' di queste cose; è chiaro che per la gente non è facile mettere in relazione lo scudo fiscale con la lotta alla mafia. Tutti gli arresti effettuati in questi mesi si notano e sono frutto di una attività antimafia che una volta non vedevamo. Benissimo. Ma è anche vero che molti di questi arresti sono ai danni delle cosche perdenti, e servono fino a un certo punto. Non dobbiamo cantare vittoria, bisogna guardare anche al peso dei latitanti che non sono tutti “uguali”. Quando leggiamo arresti nel clan dei Nuvoletta, sarebbe ben diverso leggere dell'arresto di Zagaria.
Libera sta organizzando una raccolta firma e alcune iniziative prima che l'emendamento passi alla Camera, cosa ne pensa?
La battaglia sarà dura anche se qualcuno in questo governo ha orecchie sensibili a questo argomento. Non sarà una battaglia partitica anche se chi muove contro è comunque presente, perchè la criminalità organizzata ha i suoi referenti politici. A me pare che queste tematiche siano un po' uscite ultimamente, credo che dobbiamo continuare, con questa battaglia di Libera e con iniziative che spieghino il valore dei beni, anche alla presenza di persone trasversali che nel governo portano l'interesse per queste tematiche.
Che valore ha il bene confiscato e come spiegarlo alle persone che magari non ne hanno percezione?
Il valore è duplice: da un lato il valore simbolico, dall'altro il valore materiale ed economico. Il valore simbolico è quello di un pezzo di territorio che era proprietà della mafia che ce l'aveva rubato ed è ritornato di proprietà degli italiani. Il valore è ance materiale: se in un luogo non c'è lavoro e i ragazzi stanno seduti tutto il giorno in piazza, ora con il bene confiscato abbiamo una possibilità lavorativa anche per quei ragazzi: il bene produce lavoro che prima non produceva, era solo un attività per fare altri soldi per portarci via un altro pezzo d'Italia. Ora a gente disoccupata, onesta, pulita è permesso di lavorare e produrre ricchezza. Così facendo dimostri alla gente che c'è una alternativa a lavorare per la mafia, lavorare per se stessi. Al Sud come al Nord.
Andiamo al Nord, recentemente lei ha parlato della situazione dell'Emilia Romagna, anche in riferimento ai beni confiscati a Parma, la sua città natale...
Ormai è una realtà palese il fatto che la mafia sia un problema italiano e non meridionale. La mafia si è estesa lungo tutta la penisola da tempo, soprattutto se partiamo dall'idea che il controllo militare del territorio sia affiancato da un ragionamento di tipo economico. Molto più normale che la mafia investa al Nord e ne abbiamo la dimostrazione lampante. Si continua dire che al Settentrione la mafia non esiste, anche alla luce di indagini giudiziarie. I beni al Nord sono molti, anche un pezzettino di Nord era in mano della mafia. Lupo, nel suo ultimo libro, parla di mafiosi che a Milano trattano stupefacenti con gli Usa già nel 1940, settantanni fa. Un problema italiano. Da sempre.
LiberaInformazione, 23.11.2009

domenica 22 novembre 2009

Dalla CGIL netta contrarietà all'emendamento che consente la vendita dei beni confiscati alle mafie

La maggioranza di Governo ha approvato al Senato un emendamento alla Legge Finanziaria che rende possibile la vendita dei beni sequestrati alle mafie, che fino ad oggi potevano essere utilizzati solo a fini sociali. Questa modifica della Legge Rognoni-La Torre e della legge 109/96, l'unica legge antimafia d'iniziativa popolare e approvata alla unanimità dal Parlamento nel 1996, mette in discussione profondamente la scelta e lo spirito della legge 109/96, sui beni sequestrati alle mafie, che completava la legge Rognoni-La Torre, e impediva alle mafie di tornare in possesso dei beni a loro confiscati, assegnandoli a Enti locali e cooperative per fini sociali e non di lucro, con l'intento di avere un forte impatto sulle popolazioni e di costruire un circuito di una economia legale, fortemente alternativa a quella illegale mafiosa. Decidere oggi la vendita dei beni confiscati, se entro 90 giorni non verranno assegnati, significa non avere nessuna certezza che i beni non torneranno alle mafie, basterà avere un prestanome incensurato che acquisti oggi, per poi gestire per nome e per conto della mafia il bene o rivenderlo senza alcun controllo dopo qualche tempo. La CGIL aveva da tempo richiesto la costituzione di una autonoma Agenzia di gestione dei beni confiscati e di una banca che certamente avrebbero accelerato la assegnazione e gestione a fini sociali e produttivi dei beni confiscati, ma questo non si è fatto, nemmeno nel pacchetto sicurezza, e oggi con la impellente necessità di reperire risorse per la Giustizia e la Sicurezza, a cui si sceglie di assegnare le risorse ricavate, si propone la vendita dei beni confiscati alle mafie.Senza l'Agenzia per i beni confiscati, e la gestione e le eventuali vendite nelle mani del Demanio, i tempi di assegnazione rimangono lentissimi, e molto superiori ai 90 giorni previsti, e si arriverà perciò sicuramente alla vendita di tutti i beni. Con questo ulteriore provvedimento, dopo lo scudo fiscale che già consente a mafiosi e narcotrafficanti di ripulire nell'anonimato i propri capitali all'estero, si conferma la linea ambigua e bivalente, di questo Governo che da una parte vuole affievolire sempre più la lotta alla azione economica e finanziaria delle mafie, mentre, con le catture dei boss latitanti, celebra successi innegabili e di grande impatto mediatico ed emotivo, contro l'azione mafiosa militare e di controllo del territorio. Per questi successi anche la CGIL esprime il proprio indiscusso apprezzamento per le forze di Polizia e della magistratura. La CGIL chiede che la Camera dei Deputati riesca a far ritirare del tutto l'emendamento del Governo, e lanci l'approvazione di una legge per la istituzione di una Autonoma Agenzia per la gestione e l'assegnazione dei beni confiscati.
NELLA FOTO: Villa Riina a Palermo

La «meglio gioventù» contro Cosa nostra

di Norma Ferrara
A Calatafimi i ragazzi sostengono la polizia e insultano il boss Mimmo Raccuglia
"Altri latitanti mafiosi, in passato, si sono nascosti nelle campagne limitrofe al nostro paese e, in verità, non hanno fatto scalpore.
Oggi, sapere che un latitante te lo puoi trovare vicino di casa, ci turba, incute una certa paura”. Così Giuliana Doria, ventiduenne volontaria del presidio di Libera a Calatafimi, racconta quello che è avvenuto dopo la cattura del boss Raccuglia, a Calatafimi Segesta, il 15 novembre scorso. Il boss numero due di Cosa nostra era li a pochi passi dalle loro case, vicino al centro storico, coperto dal silenzio e dalla complicità dei coniugi Calamusa. Hanno gli occhi lucidi di gioia e di rabbia di fronte al passaggio delle auto blu delle forze dell'ordine, i ragazzi del presidio di Libera, nato solo un anno fa e dedicato al politico e giornalista Peppino Impastato. Accanto a loro molti coetanei si sono radunati e hanno rivolto frasi pesanti al boss di Altofonte e a sostegno delle forze dell'ordine che hanno ottenuto un altro importante risultato sul territorio trapanese. Questi giovani hanno detto spontaneamente e in maniera chiara da che parte stanno; lo hanno fatto senza paura, a volto scoperto, con i flash dei fotografi e le telecamere dei giornalisti di tutta Italia, puntati contro. Sono adolescenti, studenti universitari, lavoratori, animatori di battaglie silenziose e quotidiane su territori in cui un tempo comandavano solo i boss, anche sui giovani. Anche Giuliana è una di loro, fa l'impiegata e partecipa da un anno al lavoro di Libera sul territorio, crede nello Stato e dichiara "non credo che sia finita qui, penso che nei prossimi tempi, voi giornalisti, avrete ancora molto da scrivere in merito ad arresti e a latitanti..."Molti anni fa in Sicilia gli arresti dei latitanti avvenivano nel silenzio generale dei cittadini e dei giovani che non osavano inveire contro il mafioso di turno, persino ammanettato. Adesso le carte in tavola sono decisamente cambiate. Quello che si percepisce, ascoltandoli, è il più totale disprezzo per la mafia, per i suoi fiancheggiatori e per chi rimane impassibile di fronte a quello che accade. Dietro le mani alzate ad applaudire questo risultato dello Stato, non c'è solo una reazione emotiva condivisibile e comprensibile, c'è progetto che dura tutto l'anno: nelle scuole, nei dibattiti pubblici, nelle iniziative concrete dai beni confiscati alla richiesta di maggiore attenzione ai diritti delle persone. Quella folla spontanea ha scritto una pagina senza precedenti, lo ha sottolineato anche il questore di Trapani, Giuseppe Gualtieri. "Gli uomini delle forze dell'ordine sono per noi sono "eroi dentro" - commenta Giuliana Doria - e a loro abbiamo voluto fare sentire che non sono soli. Alla fine abbiamo gridato un "grazie" e che "la mafia deve solo morire" mentre tutt'intorno un lungo appaluso li accompagnava via. L'arresto è un risultato importante nella lotta a Cosa nostra. Domenico Raccuglia è condannato a tre ergastoli, di cui uno anche per l'omicidio del piccolo Giuseppe Di Matteo, e a 20 anni di reclusione per altri reati connessi all'associazione mafiosa. Gestiva racket e affari nel territorio che va da Palermo a Trapani. Anche il coordinamento di Libera Trapani ha inviato una nota per esprimere la sua vicinanza al lavoro delle forze dell'ordine molti dei quali, si verrà a sapere nei giorni successivi, "hanno anticipato di tasca loro i costi economici, straordinari compresi, di questa missione". Il coordinamento sottolinea come a questa reazione dei giovani sul territorio debba seguire al più presto una risposta chiara da parte della politica. "La politica dovrebbe essere la prima agenzia sociale e dare l’esempio applicando al proprio interno il codice etico - si legge nella nota. Oggi la gente si raduna davanti ai covi per festeggiare la cattura dei mafiosi, i giovani siciliani urlano di gioia ad ogni arresto - continuano nella nota. La politica deve rendere conto anche a loro delle scelte dei candidati e degli amministratori sia a livello locale che nazionale!" Sulla strada fra Trapani e Calatafimi stavolta sono i mafiosi a trovarsi disarmati da questi giovani che rappresentano oggi una buona parte della "meglio gioventù" contro Cosa nostra.
Libera Informazione, 20.11.2009

venerdì 20 novembre 2009

Corleone-Dialogos fa un appello contro la svendita dei beni confiscati alle mafie

Corleone, da simbolo della mafia, in questi anni è diventata simbolo e modello del riutilizzo dei beni confiscati alla mafia. Consorzio Sviluppo e Legalità, Cooperative di giovani del territorio, enti locali e tanti altri soggetti hanno creato un vero e proprio distretto virtuoso, che ha dato un colpo decisivo all’organizzazione criminale di “Cosa Nostra”. Tutto ciò è stato possibile grazie proprio alla legge di iniziativa popolare qual è la 109/1996, che ha segnato la via per il riutilizzo sociale dei beni confiscati alla mafia. Da Corleone si è iniziato a raccogliere le firme per questa legge, dal corleonese è partita l’esperienza delle cooperative, delle associazioni che riutilizzano i beni confiscati alla mafia. Oggi non è più una realtà di nicchia, ma esistono realtà in tutta Italia. Parlo da testimone di eventi, perché ho vissuto e sono cresciuto con quest’esperienza, parlo da cittadino che ha visto il cambiamento culturale di Corleone, che da città Far West, nel periodo anni 60, transita a città invasa pacificamente dai volontari, che da tutta Italia vengono per dare una mano ai ragazzi delle cooperative. Parlo da uomo impegnato da sette anni in questa lotta di oppressione che la mia città porta avanti, parlo da Presidente di un Presidio di Libera e responsabile dell’informazione di Libera Palermo. Oggi Corleone è unita contro l’emendamento approvato dal Senato che permetterebbe la vendita dei beni confiscati alla mafia. Lo è perché il Sindaco di Corleone Antonino Iannazzo ha formalmente espresso il suo dissenso, scrivendo al Presidente della Camera Fini, lo è perché il Consigliere Comunale di opposizione, del PD, Dino Paternostro ha presentato un ordine del giorno in merito, lo è perché Corleone Dialogos è contraria come molte altre realtà corleonesi. Come ho detto sempre la lotta alla mafia si vince se contemporaneamente si colpisce la mafia con la repressione, con l’aggressione dei patrimoni, con il cambiamento culturale e con lo sviluppo economico. Con l’emendamento si tornerebbe indietro proprio sull’attacco ai patrimoni acquisiti illecitamente. Siamo contrari perché ci poniamo una domanda: chi comprerebbe la casa di un mafioso? Crediamo che difficilmente troverà un’acquirente, mentre la mafia attraverso prestanomi potrebbe riacquisirla. Sarebbe una doppia sconfitta per lo stato e una svendita alla mafia. Infine siamo contrari anche perché questi beni sono stati tolti a noi e non possono e non devono servire per rimpinguare le casse dello Stato centrale. Non lo accettiamo e anzi chiediamo modifiche alla normativa affinché il patrimonio finanziario confiscato alle mafie sia reinvestito per il riutilizzo dei beni confiscati alla mafia. Non possiamo permetterci di tornare indietro. Per questo il Presidio di Libera Corleone Dialogos chiede a tutte le forze politiche presenti nel Parlamento Italiano di ascoltare le voci della mobilitazione nazionale, portata avanti da Libera, da Avviso pubblico, da enti locali, da associazioni e da singoli cittadini che sono contrari alla possibilità di vendere i beni confiscati alla mafia. Corleone Dialogos utilizzerà tutti i propri mezzi per sostenere l’iniziativa di Libera e il 28 Novembre saremo alla "Bottega dei Sapori e dei Saperi della Legalità" a P.zza Castelnuovo 13 a Palermo dove "Libera Palermo" organizzerà “un'asta simbolica” dove "verranno svenduti" alcuni beni confiscati alla presenza di personalità del mondo della cultura e dell'informazione.
20 nov. 09
Il Presidente di Corleone-Dialogos
Giuseppe Crapisi
NELLA FOTO: Villa Riina a Palermo

giovedì 19 novembre 2009

L'ordine del giorno presentato nei consigli comunali di Corleone e di Palermo

Ordine del giorno

IL CONSIGLIO COMUNALE

Vista la legge 7 marzo 1996, n. 109, ”Disposizioni in materia di gestione di beni sequestrati o confiscati” e l’Articolo 2-undecies – Comma 2 della Legge 575/65 in materia di “Disposizioni contro la mafia”, che escludono la possibilità di vendita dei beni confiscati prevedendone l’esclusivo utilizzo a fini sociali direttamente da parte dello Stato o di soggetti del terzo settore;
VISTA la proposta di modifica n. 2.3000 testo 3 al DDL 1790 per la finanziaria 2010, approvato dal Senato il 13 novembre 2009;
VISTO, in particolare, l’Articolo 2, comma 18-sexiesvicies, che prevede l’introduzione della possibilità di vendita dei beni confiscati alle mafie;
VISTO l’elevato rischio che in tutti i territori ad alta infiltrazione mafiosa la vendita di un bene confiscato possa significare una nuova possibilità di acquisto da parte dei procedenti proprietari mafiosi;
VISTA la necessità di incrementare gli sforzi nella lotta alla criminalità organizzata e alle mafie che operano nel territorio del nostro paese;
VISTA l’importanza di sottrarre in maniera definitiva e certa alle organizzazioni criminali gli ingenti patrimoni accumulati grazie alle attività illecite;
ESPRIME la propria preoccupazione per l’introduzione di tale norma, che diventerebbe fonte di assoluta incertezza nell’utilizzo dei beni confiscati ed essere quindi un elemento di indebolimento nella lotta alla criminalità organizzata;
CONDIVIDE la richiesta dell’associazione Libera, di Avviso Pubblico, dell’Arci e dei famigliari delle vittime delle mafie di normative efficaci e scelte concrete, capaci di potenziare l’attività di coloro che quotidianamente sono impegnati nella lotta alle mafie.
ESPRIME quindi il proprio auspicio perché il Parlamento sappia trovare le modalità con cui sostenere e facilitare la trasformazione dei beni confiscati in segni tangibili di legalità e giustizia, come sta avvenendo faticosamente oggi, grazie all’applicazione della legge 109/96;
CHIEDE al Parlamento e, in particolare, alla Camera dei Deputati di ritirare il suddetto emendamento, che verrebbe a compromettere in maniera rilevante e irreparabile l’impianto legislativo di contrasto alla mafia che ha nella confisca dei beni, nella loro inalienabilità e nel loro utilizzo per finalità sociali uno degli strumenti più efficaci di lotta alla criminalità organizzata;
CHIEDE, altresì, di potenziare l’applicazione della legge 109/96, istituendo l’agenzia per i beni confiscati;
CHIEDE al Presidente del Consiglio Comunale di trasmettere il testo dell’Ordine del Giorno approvato al Presidente della Repubblica, al Presidente del Senato, al Presidente della Camera e al Presidente del Consiglio dei Ministri.

Dino Paternostro e Salvatore Orlando (Pd), consiglieri comunali di Corleone e Palermo: “No alla vendita dei beni confiscati alle mafie!"

I consigli comunali di Corleone e Palermo, insieme, per chiedere di fermare la scelta del governo nazionale di vendere i beni confiscati alle mafie. L’iniziativa è di due esponenti del Partito Democratico Salvatore Orlando, consigliere comunale a Palermo e Dino Paternostro, consigliere comunale a Corleone, che hanno presentato nelle rispettive assemblee elettive un ordine del giorno con cui si esprime “la forte preoccupazione per l’introduzione di questa norma, che diventerebbe fonte di assoluta incertezza nell’utilizzo dei beni confiscati, ed elemento di indebolimento nella lotta alla criminalità organizzata”. “Se questa norma entrasse in vigore si esporrebbero i sindaci a possibili pressioni mafiose per non assegnare i beni e metterli in vendita. E – aggiungono - le mafie hanno denaro sporco da ripulire, che utilizzerebbero per rientrare in possesso delle terre, delle case e delle aziende confiscate dalla magistratura e dalle forze dell’ordine”. Con l’ordine del giorno, si chiede inoltre “al governo e al parlamento di ritirare la norma, che comprometterebbe in maniera rilevante e irreparabile l’impianto legislativo di contrasto alla mafia, che ha nella confisca dei beni, nella loro inalienabilità e nel loro utilizzo per finalità sociali uno degli strumenti più efficaci di lotta alla criminalità organizzata”. “Nel 1996, proprio da Corleone e da Palermo partì la raccolta di un milione di firme per la legge di iniziativa popolare sull’uso sociale dei beni confiscati alla mafia, che divenne la Legge n. 109/96 – dicono Paternostro e Orlando -. È importante che ancora una volta queste due città facciano sentire la loro voce”. “Auspichiamo – concludono i due rappresentanti del PD – che anche negli altri comuni siciliani vi siano iniziative di questo genere, e confidiamo in una ampia convergenza capace di andare oltre le logiche degli schieramenti politici”
19 novembre 2009
FOTO: Dall'alto: Dino Paternostro, Salvatore Orlando.

Indagine esplosiva

di LIRIO ABBATE
I pm pronti a riaprire l'inchiesta sul premier per le stragi. Mentre altri boss potrebbero parlare. E provocare un terremoto politico
Le rivelazioni del mafioso Gaspare Spatuzza possono portare ad una nuova inchiesta di mafia a Firenze e Caltanissetta che coinvolgerebbe il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi e il suo amico Marcello Dell'Utri. Il neo pentito racconta pure nuovi risvolti giudiziari su un alto esponente politico del Pdl che in passato avrebbe incontrato i boss Giuseppe e Filippo Graviano, perché accompagnava alcuni imprenditori che erano loro prestanome. Pesano le affermazioni di Spatuzza su mafia e politica e i riscontri investigativi rischiano di condizionare il panorama politico italiano.Ma la grande paura di Berlusconi è nascosta dietro le facce dei Graviano, due capi mafia non ancora cinquantenni, che in cella indossano golfini di cachemire e leggono quotidiani di economia e finanza. Sono detenuti da 15 anni e sul ruolino del carcere è segnato: fine pena mai. Hanno un ergastolo definitivo per aver organizzato le stragi del 1993. Ma custodiscono segreti che se fossero svelati ai magistrati potrebbero provocare uno tsunami istituzionale. I loro contatti e i loro affari sono stati delineati ai pm dal collaboratori di giustizia Spatuzza, che era il loro uomo di fiducia, e poi da Salvatore Grigoli e Leonardo Messina. Pentiti che parlano di retroscena politico-mafioso fra il 1993 e il 1994: gli anni delle bombe e della nascita di Forza Italia. Le nuove rivelazioni hanno portato i magistrati di Caltanissetta e Firenze a valutare la possibilità di riaprire le inchieste su Berlusconi e Dell'Utri. Indagini che farebbero ripiombare sul presidente del Consiglio l'accusa di concorso esterno in associazione mafiosa, mentre per il suo amico e cofondatore di Forza Italia quella di concorso in strage aggravata da finalità mafiose e di terrorismo.Il premier lo scorso settembre pensava proprio a questa ipotesi, dopo che sono iniziati a circolare i primi boatos scaturiti dalle rivelazioni di Spatuzza, quando ha attaccato i magistrati di Firenze, Palermo e Milano. Affermava che si trattava di «follia pura» ricominciare «a guardare i fatti del '93 e del '92 e del '94. Mi fa male che queste persone pagate dal pubblico facciano queste cose cospirando contro di noi che lavoriamo per il bene del Paese». L'inchiesta è sui presunti complici a volto coperto di Cosa nostra nelle stragi di Roma, Firenze e Milano, in cui il premier e l'ex numero uno di Publitalia sono stati coinvolti dieci anni fa e la loro posizione è stata archiviata dal gip. In quel decreto, firmato il 16 novembre 1998, veniva spiegato che «l'ipotesi di indagine (su Berlusconi e Dell'Utri) aveva mantenuto e semmai incrementato la sua plausibilità». Ma in due anni di lavoro, non era stata trovata «la conferma alle chiamate de relato» di Giovanni Ciaramitaro e Pietro Romeo, due componenti del commando mafioso in azione nel nord Italia, diventati collaboratori di giustizia. Dopo 24 mesi il gip di Firenze ha archiviato tutto per decorrenza dei termini, scrivendo però che «gli elementi raccolti» dalla procura non erano pochi: era convinto che i due indagati avessero «intrattenuto rapporti non meramente episodici con i soggetti criminali cui è riferibile il programma stragista realizzato». Pensava che «tali rapporti» fossero «compatibili con il fine perseguito dal progetto» della mafia: cioè la ricerca di una nuova forza politica che si facesse carico delle istanze di Cosa nostra. Ma tutti quegli indizi non erano «idonei a sostenere l'accusa in giudizio». Per cui «solo l'emergere di nuovi elementi» avrebbe a quel punto portato alla riapertura dell'inchiesta.
È quello che potrebbe essere fatto adesso. Oggi sappiamo dal neo pentito Spatuzza che Giuseppe Graviano, già nel gennaio '94, sosteneva di aver raggiunto una sorta di accordo politico con Berlusconi, e raggiante ripeteva: «Ci siamo messi il Paese nelle mani». Ma dopo Spatuzza c'è chi ritiene si possano registrare altre defezioni di rango tra le fila dei mandanti ed esecutori delle stragi: nuove collaborazioni che diano ancora più peso alle accuse. Magari a partire proprio da Filippo Graviano. Era stato proprio lui, nel 2004, a comunicare in carcere a Spatuzza che «se non arriva niente da dove deve arrivare, è bene che anche noi cominciamo a parlare con i magistrati». Erano trascorsi dieci anni da quando suo fratello Giuseppe sosteneva di aver agganciato Berlusconi tramite Dell'Utri, e secondo il pentito la trattativa fra Stato e mafia proseguiva ancora.
Ma i detenuti, stanchi di attendere una soluzione politica a lungo promessa, ma non ancora completamente realizzata, adesso minacciano di vendicarsi raccontando cosa è davvero successo nel 1993-94. Quello che dice ai pm Spatuzza si collega ad alcuni retroscena dell'indagine della procura di Napoli sul sottosegretario Nicola Cosentino di cui è stato chiesto l'arresto per concorso esterno in associazione camorristica. Sembrano apparentemente due mondi lontani, ma a metterli in contatto sono alcuni esponenti di Forza Italia che si rivolgono fra il '94 e il '96 a boss di mafia e camorra promettendo, in caso di vittoria elettorale, «un alleggerimento nei loro confronti».E da questi discorsi emerge il progetto della dissociazione, cioè l'ammissione delle proprie responsabilità in cambio di sconti di pena, senza accusare altre persone. Spatuzza, parlando della trattativa con lo Stato, che sarebbe proseguita fino al 2004, spiega che durante la detenzione «Filippo Graviano mi dice che in quel periodo si sta parlando di dissociazione, quindi a noi interessa la dissociazione ». E dello stesso argomento aveva discusso il casalese Dario De Simone, con l'onorevole Cosentino.Adesso il premier ha paura di quegli spettri che 16 anni fa lo avrebbero accompagnato nella sua discesa in politica. Ma lo spaventa anche la ricostruzione di tutti gli spostamenti dei Graviano nel 1993. Perché gli investigatori sono in grado di accertare le persone con le quali sono stati in contatto. I tabulati di alcuni vecchi cellulari utilizzati dai fratelli stragisti sono stati analizzati dagli investigatori con l'aiuto di Spatuzza. E grazie a questi documenti è possibile dimostrare con chi hanno parlato.Su questi fatti vi sono due indagini. Una coordinata dal procuratore di Firenze Giuseppe Quattrocchi con i suoi sostituti Giuseppe Nicolosi e Alessandro Crini; l'altra condotta dal capo della Dda di Caltanissetta Sergio Lari con l'aggiunto Domenico Gozzo e i pm Nicolò Marino e Stefano Luciani.Lari ha riaperto da mesi i fascicoli sui mandanti occulti delle stragi e la scorsa estate Totò Riina ha fatto arrivare un lungo messaggio attraverso il suo avvocato. Riuscendo a bucare il carcere duro imposto dal 41 bis. Per il capo di Cosa nostra la responsabilità della morte di Borsellino era da addebitare a «istituzioni deviate». Un messaggio torbido. E così Lari e i suoi pm sono andati a interrogarlo. Nello stesso periodo, i pm di Firenze interrogavano Giuseppe Graviano.È lo stesso stragista a rivelarlo durante una deposizione a difesa dell'ex senatore Vincenzo Inzerillo nel processo d'appello di Palermo in cui è imputato di mafia. Graviano dice: «È venuta la procura di Firenze. Mi hanno detto solamente: "Siamo venuti a interrogarla per i colletti bianchi". Gli ho detto: "Mi faccia leggere i verbali" (riferendosi alle dichiarazioni di Spatuzza, ndr) e aspetto ancora...».La coincidenza vuole che poche settimane dopo questi due episodi, il deputato Renato Farina (Pdl), alias "agente betulla", entra nel carcere di Opera, nell'ambito dell'iniziativa promossa dai Radicali. L'ex informatore dei servizi segreti si ferma a parlare con Totò Riina. Poi il deputato prosegue il giro "cella per cella" degli 82 reclusi sottoposti al 41bis. Casualità vuole che in questo istituto è detenuto pure Giuseppe Graviano. I boss lanciano messaggi, e i politici che comprendono il loro linguaggio sanno come rispondere. Ma adesso un mafioso pentito è pronto a decifrare questo codice segreto.
(L’Espresso, 19 novembre 2009)

mercoledì 18 novembre 2009

Termini, operai Fiat occupano il Comune. "Intervengano Scajola e Miccichè"

Le tute blu siciliane, nuovamente in cassa integrazione, protestano a Termini Imerese: "Vogliamo incontrare Miccichè". Il Comune: "Abbiamo già scritto al ministro Scajola"
TERMINI IMERSE (PALERMO) —
Sono circa 200 gli operai della Fiat di Termini Imerese che hanno occupato il municipio e la stanza del sindaco Salvatore Burrafato. Le tute blu sono di nuovo in cassa integrazione e temono che l'azienda possa smantellare il sito dove attualmente si produce la Lancia Y. «La nostra - spiega Roberto Mastrosimone della Fiom - è un'azione simbolica per chiedere attenzione sulla vertenza in atto. Siamo qui perché vogliamo incontrare il vicesindaco, cioè il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, con delega al Cipe, Gianfranco Miccichè».Gli operai hanno «eletto» un proprio sindaco tra le tute blu che hanno occupano la stanza del primo cittadino Burrafato. L'operaio ha indossato la striscia tricolore. «Se le istituzioni non prendono in considerazione i nostri problemi - dicono gli occupanti - cercheremo di fare da soli». Gli operai insistono affinché il visesindaco Miccichè vada in Comune per parlare con loro e chiedono di fissare un incontro con il ministro dello Sviluppo economico, Claudio Scajola, prima che la Fiat presenti ufficialmente il piano industriale. Senza questi due passaggi «staremo qui ad oltranza», annunciano.
Il sindaco. «Gli operai hanno espresso la volontà di mantenere il presidio fino a quando il ministro Scajola, al quale ho già scritto una lettera, non fisserà un incontro per discutere sul futuro dello stabilimento», afferma il primo cittadino, Salvatore Burrafato. «Ho fatto presente al ministro - aggiunge - che non si possono erogare ecoincentivi a un'azienda che chiude una fabbrica e ho rivolto un invito ai parlamentari, non solo siciliani, a votare contro il provvedimento. Vogliamo parlare col governo prima che il Lingotto presenti il suo piano».
Il ministro. «La situazione dello stabilimento non va drammatizzata: la Fiat ha infatti garantito il mantenimento dell'attività produttiva dell'impianto, anche se dopo il 2011 la produzione di auto potrebbe essere sostituita con quella di altri prodotti, sempre nel settore automotive», afferma il ministro dello Sviluppo economico Claudio Scajola. «In ogni caso - aggiunge - l'occupazione sarà salvaguardata e il governo, assieme alla Regione siciliana, è pronto a sostenere con un contratto di programma l'eventuale riconversione produttiva».
La Regione. «Al tavolo di verifica con la presidenza del Consiglio, il 21 dicembre, Fiat auto porterà un piano industriale che prevede il rilancio della produzione nello stabilimento di Termini Imerese - si legge in una nota di Palazzo d'Orleans - E' questo l'impegno del governo nazionale, concordato tra il ministro Claudio Scajola, il presidente della Regione, Raffaele Lombardo, e l'assessore all'Industria, Marco Venturi». La Regione comunque «dovrà fare la sua parte, formalizzando iniziative che garantiscano: la realizzazione nell'area di Termini di nuove infrastrutture per la intermodalità, il reperimento delle aree necessarie all'espansione dello stabilimento, la disponibilità delle risorse dell'accordo di programma quadro sulla ricerca, che potranno finanziare gli studi attivati da St e Fiat per lo sviluppo dell'auto elettrica».
Il Pd. «La scelta di chiudere la produzione di automobili a Termini Imerese dal 2012 - dice il senatore del Pd Giuseppe Lumia - stride con la strategia di espansione e apertura ai mercati internazionali. Lo stabilimento, infatti, si trova in una posizione geografica strategica nell'area di libero scambio del Mediterraneo». Secondo il deputato nazionale Tonino Russo «non si può continuare a stare con le mani in mano. Scajola ascolti l'appello delle tute blu e dimostri che la politica di Palazzo Chigi non è nordista. Purtroppo in questi mesi - sottolinea Russo - non sono arrivati segnali incoraggianti e nessuno del governo, nemmeno il sottosegretario Miccichè che è anche vicesindaco di Termini, ha lavorato per fermare il piano dell'azienda».
(La Repubblica, 18 novembre 2009)

martedì 17 novembre 2009

Paolo Beni, presidente dell'Arci: "La vendita all’asta dei beni confiscati alle mafie rischia di vanificare gli effetti della legge 109"

L'emendamento alla Finanziaria approvato in Senato, con cui si consente la vendita all'asta dei beni immobili confiscati alle mafie, rappresenta un colpo durissimo inferto alle attività di opposizione sociale e culturale alla criminalità organizzata. Si vuole calare il sipario su una stagione autenticamente rivoluzionaria della resistenza alle mafie nel nostro paese: quella avviatasi nella prima metà degli anni novanta grazie alla partecipazione democratica, al risveglio delle coscienze, all'entusiasmo e alla passione civile di tanti cittadini e cittadine, soprattutto giovani. Una stagione che ha avuto un passaggio decisivo nella mobilitazione popolare che portò all'approvazione della legge 109/96 sul riutilizzo sociale dei beni confiscati alle criminalità organizzate.Se l'emendamento votato al Senato dovesse essere confermato nel testo definitivo della Finanziaria, non solo si rischierebbe di far tornare sottobanco nelle mani delle mafie quello che è stato loro confiscato, non solo si depotenzierebbe e si svuoterebbe di significato lo strumento della confisca (uno strumento che ha consentito di colpire le criminalità organizzate là dove sono più sensibili, vale a dire nei loro interessi economici), ma verrebbe tradito il valore simbolico e culturale della legge 109: l'idea per cui la collettività si riappropria del "maltolto". Il riutilizzo sociale dei beni confiscati ha infatti finora consentito di costruire pratiche di protagonismo democratico nell'azione di contrasto alle mafie da parte del mondo dell'associazionismo, dei territori, della società civile. Quelle buone pratiche rappresentano gli anticorpi sociali all'infiltrazione e al radicamento dei poteri malavitosi nelle nostre comunità. Interrompere questo percorso significa indebolire la tela tessuta in tutti questi anni, che ha legato in una grande storia di resistenza civile cittadini, enti locali, associazioni, istituzioni. Se l'intento è quello di recuperare risorse finanziarie da mettere a disposizione delle politiche per la sicurezza, si faccia ricorso allora ad altri strumenti, come il "Fondo Unico Giustizia", alimentato dalle liquidità confiscate alle attività criminali.Auspichiamo che nel passaggio alla Camera venga ritirato questo provvedimento pericoloso e devastante, un vero e proprio tradimento nei confronti di chi si sforza, nel quotidiano, di gettare semi di speranza, di giustizia e di legalità.
Roma, 16 novembre 2009
FOTO: La masseria di contrada "Drago" confiscata a Riina e assegnata alla coop "Pio La Torre" per realizzarvi un agriturismo.

Il denaro "pesa" più dell'acqua!

di ALEX ZANOTELLI
E’ stato uno shock per me sentire che il Senato , il 4 novembre scorso, ha sancito la privatizzazione dell’acqua. Il voto in Senato è la conclusione di un iter parlamentare che dura da due anni. Infatti il governo Berlusconi, con l’articolo 23 bis della Legge 133/2008, aveva provveduto a regolamentare la gestione del servizio idrico integrato che prevedeva, in via ordinaria, il conferimento della gestione dei servizi pubblici locali a imprenditori o società , mediante il rinvio a gara , entro il 31 dicembre 2010. Quella Legge è stata approvata il 6 agosto 2008, mentre l’Italia era in vacanza. Un anno dopo, precisamente il 9 settembre 2009, il Consiglio dei ministri ha approvato un decreto legge (l’accordo Fitto- Calderoli), il cui articolo 15, modificando l’articolo 23 bis, muove passi ancora più decisivi verso la privatizzazione dei servizi idrici, prevedendo:
a) L’affidamento della gestione dei servizi idrici a favore di imprenditori o di società, anche a partecipazione mista (pubblico-privata) , con capitale privato non inferiore al 40%;
b) Cessazione degli affidamenti ‘in house’ a società totalmente pubbliche, controllate dai comuni alla data del 31 dicembre 2011.
Questo decreto è passato in Senato per essere trasformato in legge. Il PD , che è sempre stato piuttosto favorevole alla privatizzazione dell’acqua, ha proposto nella persona del senatore Bubbico, un emendamento-compromesso:l’acqua potrebbe essere gestita dai privati, ma la proprietà resterebbe pubblica. Questa proposta , fatta solo per salvarsi la faccia , passa con un voto bipartisan! Ma la maggioranza vota per la privatizzazione dell’acqua. L’opposizione (PD e IDV), vota contro il decreto-legge.
E così il Senato vota la privatizzazione dell’acqua, bene supremo oggi insieme all’aria! E’ la capitolazione del potere politico ai potentati economico-finanziari. La politica è finita!E’ il trionfo del Mercato, del profitto. E’ la fine della democrazia.
”Se la Camera dei Deputati- ha detto correttamente il Forum dei movimenti dell’acqua –non ribalterà il misfatto del Senato, si sarà celebrata la delegittimazione delle Istituzioni.”
Per questo dobbiamo denunciare con forza:
- il governo Berlusconi che , con questo voto al Senato, ora privatizza tutti i rubinetti d’Italia. “Questo decreto segna un passaggio cruciale per la cultura civile del nostro paese e per la sua Costituzione- scrivono Molinari e Lembo del Contratto Mondiale dell’Acqua. I Comuni e le Regioni vengono espropriati da funzioni proprie con un vero attentato alla democrazia.”
- il partito di opposizione , il PD, che continua a nicchiare sulla privatizzazione dell’acqua (sappiamo che il nuovo segretario Bersani è stato sempre a favore della privatizzazione).
- ed infine tutta l’opposizione, per non aver portato un problema così grave all’attenzione dell’opinione pubblica.
Per questo rivolgiamo un appello a tutti i partiti perché ritirino questo decreto o tolgano l’acqua dal decreto.
E questo devono farlo adesso che il decreto legge passa alla discussione nella Camera dei Deputati. Si parla che il decreto potrebbe essere votato il 16 novembre.
E ai partiti di opposizione chiediamo che dichiarino ufficialmente la loro posizione tramite il loro segretario nazionale e diano mandato al partito di mobilitarsi su tutto il territorio nazionale.
E chiediamo altresì , ai partiti di opposizione di riportare in aula la Legge di iniziativa popolare che ha ottenuto nel 2007 400.000 firme ed ora dorme nella Commissione Ambiente della Camera.
Chiediamo alle Regioni di:
- impugnare la costituzionalità dell’articolo 15 del decreto Fitto-Calderoli;
- varare leggi regionali sulla gestione pubblica del servizio idrico.
Chiediamo ai Comuni di:
- Indire Consigli Comunali monotematici sull’acqua;
- dichiarare l’acqua bene di non rilevanza economica;
- fare la scelta dell’Azienda Pubblica speciale per la gestione delle proprie acque. Questa opzione ,a detta di molti avvocati e giuristi, è possibile anche con l’attuale legislazione . Si tratta praticamente di ritornare alle vecchie municipalizzate.
Chiediamo ai sindacati di :
- pronunciarsi sulla privatizzazione dell’acqua tramite i propri segretari nazionali;
- mobilitarsi e mobilitare i cittadini contro la mercificazione dell’acqua.
Chiediamo infine alla Conferenza Episcopale Italiana(CEI) di :
- proclamare l’acqua un diritto fondamentale umano , come ha fatto il Papa Benedetto XVI nell’enciclica Caritas in veritate dove parla “dell’accesso all’acqua come diritto universale di tutti gli esseri umani, senza distinzioni né discriminazioni”(n.27);
- protestare , in nome della vita, come afferma il Papa nell’enciclica,contro la legge che privatizza l’acqua;
- chiedere alle comunità parrocchiali di organizzarsi sia per informarsi sia per fare pressione a tutti i livelli, perché l’acqua non diventi merce.
Infatti l’acqua è sacra, l’acqua è vita, l’acqua è un diritto fondamentale umano. Questo bisogna ripeterlo ancora di più, in un momento così grave in cui con il surriscaldamento del pianeta, rischiamo di perdere i ghiacciai e i nevai, e quindi buona parte delle nostre fonti idriche. E lo ripetiamo con forza alla vigilia della conferenza internazionale di Copenhagen, dove l’acqua deve essere discussa come argomento fondamentale legato al clima. Per questo chiediamo a tutti, al di là di fedi o di ideologie perché ‘sorella acqua’ , fonte della vita, venga riconosciuta da tutti come diritto fondamentale umano e non sottoposta alla legge del mercato.
Si tratta di vita o di morte per le classi deboli dei paesi ricchi , ma soprattutto per i poveri del Sud del mondo che la pagheranno con milioni di morti per sete.
Alex Zanotelli

domenica 15 novembre 2009

LEONARDO SCIASCIA E IL PCI

di Agostino Spataro
1.. Il 20° anniversario della morte di Leonardo Sciascia rischia di passare quasi inosservato. Il 2009 doveva essere l’anno sciasciano, specie in Sicilia. La visita del presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, alla tomba dello scrittore, a Racalmuto, lasciava ben sperare.
Purtroppo, così non è stato per ragioni che ai più restano ignote.Anche per novembre, il mese della ricorrenza, non si annunciano eventi importanti. Questo passa il convento, anzi il governo. C’è da sperare che qualcuno non pensi di scaricarne la colpa sulla concomitanza con un altro, memorabile ventennale: quello del crollo del muro di Berlino che cade 11 giorni prima della morte di Sciascia. Come dire, oltre al danno, la beffa irriverente della morte che si è preso lo scrittore a 68 anni e per giunta 9 giorni dopo lo storico crollo. D’altra parte, nessuno può decidere né quando nascere né quando, e come, morire. Solo ai suicidi è concesso il secondo, tragico “privilegio”.

2.. Ma lasciamo questo infausto preambolo e andiamo ad alcune cose, che ancora ricordo, riguardanti il rapporto di Leonardo Sciascia con il Pci che, prima del partito radicale, fu per lui la forza politica di riferimento. Con questo partito, specie a livello siciliano, lo scrittore ebbe, una relazione lunga e intermittente che si romperà nella seconda metà degli anni ’70 quando, nel volgere di quattro anni, (1975-79) passò da consigliere comunale di Palermo eletto nelle liste del Pci a deputato radicale. Discutendo con lui, a più riprese, ho cercato di indagarne i motivi, almeno quelli più connessi con taluni passaggi importanti della vita del Pci isolano. Nei miei appunti non c’è molto, perciò scrivo quel che rammento (magari rischiando qualche imprecisione e omissione), prima che il ricordo svanisca fra le nebbie della memoria. Può darsi che qualcuno non apprezzerà o se ne lagnerà. Pazienza. Posso, comunque, assicurare che questo ricordo corrisponde alla realtà dei fatti vissuti o raccontatemi; in ogni caso non è esaustivo del rapporto più complesso fra Sciascia e il Pci che, forse, andrebbe meglio indagato. L’anniversario potrebbe essere l’occasione per stimolare gli studiosi ad avviare la ricerca anche su questo versante della personalità dello scrittore che resta poco conosciuto, specialmente dalle nuove generazioni.

3.. Premetto anche che non sono stato “amico” di Sciascia nel senso che con lui non ebbi mai un’intimità, una frequentazione intensa sul piano personale. L’ho incontrato in qualche convegno. Una sola volta lo andai a trovare alla “Noce”, nella sua casa di campagna, a Racalmuto e un’altra volta lo vidi a Porta di Ponte, ad Agrigento, mentre, con la busta della spesa in mano, usciva dalla Standa con a fianco la moglie. Prendemmo un caffè al bar Milano. Di più mi è capitato d’incontrarlo alla Camera dove, di tanto in tanto, veniva quando era deputato radicale. Nelle lunghe attese si rifugiava nella sala dei giornali. Sebbene fossimo colleghi, lo salutavo con un rispettoso “professù” come lo chiamavano i compagni di Racalmuto. Incontri casuali, dunque, (per me molto graditi) come possono avvenire fra due compaesani che si ritrovano in una piazza di una città lontana.Un caffè alla buvette e poi quattro chiacchiere, avanti e indietro, nel corridoio dei “passi perduti”. Sciascia, talvolta, si appoggiava al bastone anche se apparentemente sembrava non averne bisogno.

4.. Prima che politico, il mio approccio con lo scrittore era quello del lettore, dell’estimatore del suo stile letterario, del suo scrivere conciso ed efficace nella rappresentazione e nell’intuizione. Tuttavia, quasi mai parlammo dei suoi libri e di letteratura in genere. Eravamo nel tempio della politica ed era giocoforza parlare di cose politiche sulle quali, per altro, non sempre si era d’accordo. Del resto, eravamo deputati di due partiti diversi e sovente in polemica. Tuttavia, ero molto interessato a conoscere il suo punto di vista di scrittore su determinate questioni politiche.
L’elezione a deputato non gli aveva fatto superare del tutto il disagio verso la politica attiva. Nei suoi scritti Sciascia aveva mostrato un buon fiuto politico, ma non riusciva ad adattarsi al ruolo di parlamentare. O, forse, non desiderava adattarvisi. Credo che sia venuto in Parlamento solo per far parte della Commissione d’inchiesta sul sequestro e l’assassinio di Aldo Moro.

5.. Leonardo Sciascia, pur essendo nativo di Racalmuto, centro minerario dell’agrigentino a cui rimase legato per tutta la vita, non ebbe molte frequentazioni col Partito e i dirigenti della provincia di Agrigento. Di più frequentò alcuni dirigenti e intellettuali comunisti di Caltanissetta (Giuseppe Granata, Emanuele Macaluso, Calogero Roxas, Gino Cortese, ecc) dove studiò e visse per un certo tempo. Tuttavia, per quanto a me risulta, la Federazione comunista di Agrigento lo interpellò per averlo candidato, anche per il Senato. Sciascia, pur dichiarando una certa affinità d’idee col Pci, rifiutò dicendo che desiderava continuare a scrivere senza essere distratto dall’attività politica verso la quale non si sentiva portato.

6.. La sua “discesa in campo” avvenne nel 1974, in occasione della campagna per il referendum per l’abolizione della legge sul divorzio. Una battaglia importante per i diritti civili e di libertà molto cari allo scrittore il quale decise d’impegnarsi in prima persona nel fronte del “No” (pro-divorzio) che in Sicilia non era, sulla carta, maggioritario. Ad Agrigento eravamo ancor più preoccupati poiché in questa provincia periferica era forte l’influenza politica e culturale della Dc e della Chiesa cattolica. Sciascia non si limitò a firmare qualche appello, ma diede una mano in concreto, partecipando a conferenze e incontri pubblici che, credo, in altre circostanze avrebbe evitato. Ad Agrigento tenne un’affollata conferenza al cinema Astor. Ricordo che nella città dei Templi gli eventi più rimarchevoli di quella campagna referendaria furono la citata conferenza di Sciascia e la memorabile manifestazione popolare con Enrico Berlinguer. Per la cronaca, nell’agrigentino il “No” vinse alla grande. L’impegno di Sciascia, di Renato Guttuso e di altri intellettuali di sinistra e progressisti fu decisivo per scuotere il mondo della cultura, dell’Università e della scuola in genere che, per la prima volta, dopo il 1968, si schierava a difesa di una conquista laica, di civiltà, che rischiava di essere travolta.

7.. Dopo la vittoria, per noi si pose il problema di assicurare continuità a questa battaglia di progresso estendendola ad altri campi della condizione civile e sociale siciliana e soprattutto di non disperdere il grande patrimonio di forze intellettuali, anche di tendenza moderata, che sull’onda della vittoria referendaria potevano spostarsi a sinistra. Per altro, il referendum trovò il partito siciliano nel vivo di un confronto interno, a tratti anche duro, per il rinnovamento dei gruppi dirigenti e del modo di fare politica. Anche la vecchia struttura, prevalentemente, contadina del Pci siciliano stava facendo i conti col ’68. Non quello importato da Milano o da Roma, ma quello più fecondo esploso, anche per tutto il ’69, nelle università e nelle scuole siciliane. A quel tempo, (dal 1973) segretario regionale del Pci era Achille Occhetto (inviato in Sicilia da Longo nel 1970, per “punizione” dicevano le malelingue) il quale s’intestò la battaglia del rinnovamento che in alcune federazioni era già iniziata qualche tempo prima e con successo. Significativa quella che abbiamo combattuto, e vinto, ad Agrigento che culminò nel congresso provinciale del febbraio 1972. Subito dopo quel congresso, fu sciolto il Parlamento e quindi fummo costretti a correre per preparare le liste e la campagna elettorale. Per dare un chiaro segnale di rinnovamento anche della nostra rappresentanza parlamentare ponemmo il problema di non ricandidare due compagni di grande prestigio, ma avanti con le legislature: il senatore Francesco Renda e l’on. Salvatore Di Benedetto. Iniziò la ricerca di nomi alternativi. Per il collegio del Senato formulammo una rosa ristretta fra cui Leonardo Sciascia che, interpellato, declinò l’invito.

8.. Dopo la campagna elettorale del 1972, Achille Occhetto subentrò ad Emanuele Macaluso alla segreteria regionale. Il cambio si caratterizzò all’insegna del rinnovamento generazionale e del “nuovo modo di fare politica” in Sicilia. Sotto accusa andò il cosiddetto “notabilato rosso” ossia una serie di personalità carismatiche, di capipopolo, affermatisi durante le lotte del dopoguerra, che il tempo aveva logorato. Per altro, Occhetto chiamò in segreteria e alla guida di alcune federazioni provinciali alcuni compagni esterni, suoi collaboratori ai tempi della Federazione giovanile comunista italiana. L’intento era quello d’innestare nel gruppo dirigente siciliano, già in fase di rinnovamento, un gruppo di giovani provenienti dal Nord. Una folata di “vento del nord” per modernizzare, cambiare gli assetti dirigente del Partito in terra di mafia e di predominio della Democrazia cristiana. E così, oltre a Michele Figurelli già in loco, giunsero, fra gli altri, Valerio Veltroni (fratello di Walter) che dalla segretaria regionale sarà catapultato a Trapani, e i toscani Giulio Quercini segretario a Catania e Alessandro Vigni segretario a Enna. Qualcuno parlò di “colonizzazione” del partito siciliano. Leonardo Sciascia, invece- mi dirà alla Camera- la vide di buon occhio, anzi la ritenne necessaria. Occhetto fece leva su questo suo interesse per avviare, tramite Figurelli e V. Veltroni, un contatto piuttosto intenso con lo scrittore. Sciascia, dunque, approvò la “calata” in Sicilia di questi giovani dirigenti del nord, anche se rimase restio verso l’adesione a un partito-chiesa come un po’ gli appariva il Pci, verso il quale, per altro,
aveva accumulato alcune perplessità riferite a fatti antichi (la contrastata esperienza del milazzismo) e più recenti riconducibili alla segreteria di Macaluso.

9.. Occhetto e i suoi inviati del Nord garantirono a Sciascia che quel tempo era finito, per sempre.
Ora a dirigere il Partito c’erano loro, forze nuove, fresche formatesi in altri contesti, nell’alveo delle lotte per la pace e del movimento studentesco e affermatisi in Sicilia dopo una lotta durissima proprio contro i personaggi verso i quali lui aveva riserve. L’idea che si voleva accreditare era quella che nel partito siciliano e negli organismi collaterali fosse in atto una sorta di “rivoluzione culturale” che stava liquidando ogni residua mentalità compromissoria e aperto il Partito alla società civile, agli intellettuali progressisti, agli imprenditori onesti. Insomma, a Sciascia fu prospettato un mondo nuovo, una sorta di rivoluzione copernicana della politica siciliana. Lo scrittore- ammetterà- che un po’ si lasciò sedurre dai discorsi di questi giovani “colonizzatori” i quali, provenendo dal nord, erano immuni dai difetti mostrati dai dirigenti siciliani.

10.. Perciò ruppe gli indugi e nel 1974 partecipò attivamente alla campagna referendaria e l’anno successivo accettò la candidatura, come indipendente, a consigliere comunale di Palermo nella lista del Pci. Un bel colpo per Occhetto che era riuscito dove tanti avevano fallito. Quello stesso Sciascia che aveva rifiutato le profferte del Pci per un seggio nel Parlamento nazionale ora accettava di candidarsi per un posto al consiglio comunale di Palermo, insieme a Renato Guttuso e allo stesso Occhetto, capolista. Ovviamente, sarà eletto. Si parlò di svolta per Palermo, ma nel nuovo consiglio i numeri non promettevano facili cambiamenti. Nonostante la discreta avanzata del Pci, la Dc e il centro-sinistra (di allora) conservavano una solida maggioranza. Per di più, Sciascia a ogni riunione del consiglio comunale era costretto a bighellonare per ore fra i banchi di Sala delle Lapidi, impacciato e nervoso, in attesa che s’iniziassero quelle interminabili, e spesso inconcludenti, sedute notturne. Una situazione frustrante che lo porterà, a pochi mesi dall’insediamento, alle dimissioni dal consiglio comunale di Palermo. Lo scrittore, che mesi dopo sarà seguito da Guttuso, motivò la sua inattesa decisione con i lunghi ritardi sui tempi d’inizio delle sedute e in generale col confuso andamento dei lavori d’aula. Tutto ciò era vero, ma oltre quelle motivazioni c’era un disagio politico che l’inquietava. Probabilmente, Sciascia, in quei pochi mesi d’impegno attivo nel gruppo consiliare del Pci, cominciò ad avvertire una certa delusione rispetto alle attese e alle promesse di cambiamento annunciate da Occhetto e dai suoi inviati.

11.. Ne parlammo in quelle chiacchierate a Montecitorio. Mi fece capire che presto si accorse che il cambiamento dato per avvenuto in realtà era in gran parte di facciata, anzi di facce. Insomma, un po’ millantato dai dirigenti del nord per indurlo ad entrare in lista a Palermo. E - aggiungo io- per fare di Sciascia un bel fiore all’occhiello da esibire nelle riunioni romane e nei salotti buoni dell’intellighenzia di sinistra. Lo scrittore riteneva (e diversi fra noi) che Emanuele Macaluso, anche da Roma, continuasse a influire sul partito siciliano, soprattutto sul gruppo parlamentare all’Ars dove operava Michelangelo Russo, uomo di sua stretta fiducia. A parte l’amarezza per l’esperienza del milazzismo, citava in particolare l’episodio, verificatosi ai primissimi anni ’70, della fusione tra Realmonte-Sali (società dell’Ente minerario siciliano) e la Sams dell’avvocato Francesco Morgante, potente imprenditore del sale e intimo dell’ex presidente dc della regione on. Giuseppe La Loggia.
Sciascia conosceva bene la vicenda perché edotto dal prof. Antonio Lauricella, sindaco dc di Grotte e comproprietario di una miniera di salgemma in territorio di Petralia minacciata dal piano Ems-Sams. Lauricella non sapendo più dove sbattere la testa (gli amici democristiani gli avevano chiuso la porta in faccia) si rivolse all’uomo di cultura di sinistra, quasi compaesano, che sapeva sensibile ai temi della trasparenza e della moralità pubblica. Consegnò a Sciascia un dettagliato memoriale dal quale si evidenziava la supervalutazione degli apporti privati (Sams) e i comportamenti quantomeno distratti dei partiti politici di maggioranza e d’opposizione.

12.. Anche molti fra noi consideravano quella fusione un inganno che avrebbe fruttato miliardi alla Sams di Morgante e soci e non avrebbe dato corso ai programmi di sfruttamento dei grandi giacimenti di salgemma esistenti e di quelli scoperti, di recente, lungo la costa agrigentina, da Realmonte a Ribera. Così è stato. Sciascia prese a cuore la questione e la girò ai suoi amici del Pci, facendone una sorta di banco di prova per verificare la loro coerenza politica. Vista la sordità dei suoi interlocutori, inviò il memoriale alla segreteria nazionale del Pci, accompagnato da una sua lettera in cui chiedeva un intervento di Roma sul partito siciliano. Non ebbe risposta. La fusione si fece, con la benedizione anche dei vertici regionali del Pci. Non cercai riscontri su ciò che Sciascia mi disse anche perché avendo seguito, da responsabile economico del Pci agrigentino, quella vicenda e i comportamenti dei vari protagonisti, fui incline a crederlo per vero. Per altro quella chiacchierata fusione finirà in tribunale. Chi ne avesse voglia potrà consultare le carte del processo, soprattutto, consiglio, le relazioni del prof. Piga, perito della pubblica accusa.

13.. Ma torniamo al percorso politico di Leonardo Sciascia che nel 1979 è pluri - capolista alla Camera per i radicali. Sarà eletto in più collegi con una valanga di voti di preferenza. Il grande scrittore arriva, dunque, alla Camera nella veste di deputato radicale, accompagnato dalla stima generale anche da parte di tanti esponenti siciliani di quella Democrazia cristiana che lui accusava di contiguità con la mafia e col malaffare. Confesso che vedere lo scrittore tra i banchi radicali mi procurava un certo rammarico. Ero convinto che se ci fosse stata più correttezza l’avremmo potuto portare noi in Parlamento, anche se- vedendolo all’opera - mi persuasi che quella radicale fosse la casacca a lui più appropriata. Politicamente, Sciascia era un libertario. Mai sarebbe diventato un comunista, anche se anticomunista non fu mai. Nemmeno dopo l’increscioso episodio delle presunte “rivelazioni” che Enrico Berlinguer gli avrebbe fatto sui collegamenti delle Brigate Rosse con i servizi di Praga. Sciascia mi raccontò questa vicenda un paio di volte, in Transatlantico, una prima su mia richiesta e una seconda in uno sfogo contro Guttuso.

14.. Cos’era successo? Secondo Sciascia, in un incontro informale e alla presenza di Guttuso, Berlinguer gli avrebbe confidato che, da informazioni in suo possesso, risultava che settori della Brigate Rosse erano in collegamento con i servizi di Praga, fra i più fedeli al Kgb. La qualcosa, detta dal segretario generale del Pci, avvalorava la tesi, da taluni sostenuta durante il sequestro Moro, di un interesse di Mosca a eliminare il presidente della Dc per impedire l’attuazione del progetto del “compromesso storico” che avrebbe aperto al Pci le porte del governo. Com’è noto, tale progetto era stato propugnato da Berlinguer e non condiviso dalle alte sfere del Pcus che temevano un distacco, una deriva “revisionista” del Pci e di altri partiti comunisti europei (Pcf e Pce), impegnati nella svolta dell’eurocomunismo. Sciascia, troppo preso della vicenda umana e politica di Aldo Moro, sulla quale scrisse un pamphlet controcorrente (“L’affaire Moro”), svelò la confidenza fattagli da Berlinguer creando scandalo nell’opinione pubblica e gravissimo imbarazzo nel gruppo dirigente del Pci. Berlinguer smentì su tutta la linea e minacciò querela. Sciascia, invece, confermò e chiamò Guttuso a testimone. Quest’ultimo si venne a trovare in una situazione davvero drammatica giacché doveva scegliere di confermare la parola del segretario del Partito, del cui Comitato centrale era membro prestigioso, o quella del suo amico scrittore, siciliano come lui e compagno di tante battaglie. Guttuso diede ragione a Berlinguer. Non sapremo mai se scelse la verità o l’onorabilità del suo segretario generale. Mentre raccontava queste cose, Sciascia più che indignato mi parve amareggiato. Credo che, in cuor suo, se ne fosse fatta una ragione. Fra i due capiva di più Berlinguer che certo non poteva ammettere d’aver detto quelle cose. Le conseguenze sarebbero state davvero disastrose, incalcolabili. Lo ferì di più la testimonianza sfavorevole del suo amico Guttuso, che, da artista, aveva il dovere della verità facendola prevalere sull’appartenenza politica.

15.. Ricordo che in quel periodo il suo chiodo fisso era la drammatica condizione della Dc dopo i delitti Moro e Mattarella. Una domenica, (19 settembre 1982) andai a trovarlo alla Noce, pochi giorni dopo l’assassinio del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa. Gli portai una copia del mio libro “Per la Sicilia”. Lo trovai fisicamente un po’ giù. Mi elencò quattro - cinque malattie di cui soffriva. Soprattutto si lamentò di una fastidiosa cervicale. Ovviamente, parlammo del fatto di Dalla Chiesa e del suo articolo, apparso sul “Corriere della Sera” quella mattina, in cui sosteneva la tesi, un po’ ardita, della mafia come fenomeno eversivo. Una mafia che, avendo perduto la protezione della Dc e quindi dello Stato, uccide tutti quelli che incontra sulla sua strada. Gli feci osservare che questi delitti potevano essere letti anche come la sfida tracotante di una mafia che aspirava al predominio sulla Sicilia. Anche la strage di via Carini poteva essere interpretata come una dimostrazione di forza attuata come da prassi. Quando cioè fu chiaro a tutti che il generale-prefetto era stato un po’ abbandonato dallo Stato in una condizione di solitudine e diffusa ostilità, (non solo mafiosa) e senza i poteri speciali promessi. Gli riferii le “difficoltà”, soprattutto di carattere giuridico, prospettatemi dal ministro dell’interno, on. Virginio Rognoni, a proposito dei poteri non attribuiti a Dalla Chiesa e le “preoccupazioni” circolanti a Montecitorio, prima dell’assassinio, a proposito dei trascorsi piduisti di Dalla Chiesa e di certe riserve provenienti dagli uffici giudiziari di Milano. Sciascia ascoltò, ma restò fermo nella sua posizione. Secondo lui, la Dc, a differenza dei tempi di Portella della Ginestra, oggi vorrebbe distaccarsi dalla mafia. Molti democristiani vivono nel terrore d’essere uccisi. Perciò, non capiva il motivo di tanto accanimento contro la Dc quando, invece, bisognerebbe incoraggiarla in quest’opera di distacco. Accennò a un colloquio avuto, di recente, con l’on. Calogero Mannino.

16.. Si passò, infine, all’argomento che più mi premeva conoscere: il suo futuro politico.
Sciascia fu chiarissimo e conciso. Mi ribadì l’intenzione di dimettersi da deputato a conclusione della commissione d’inchiesta sul delitto Moro e di non volersi ripresentare alle prossime elezioni. Smentì anche la voce secondo la quale potrebbe ricandidarsi col Psi di Craxi. Mi rispose: “Se dovessi rifare questa “pazzia” mi ripresenterei coi radicali”. Nel PR si era trovato bene, giacché il regime interno gli consentiva la più ampia libertà, anche se era destinato a dissolversi. In ultimo, il discorso ri-cadde sul suo impegno nelle liste del Pci a Palermo. Sciascia scosse la testa e chiuse con un laconico “Si è sbagliato da entrambe le parti”.
(novembre 2009)

* Agostino Spataro è stato dirigente e parlamentare nazionale del Pci. E’ direttore di “Informazioni dal Mediterraneo” (www.infomedi.it) e collaboratore di “La Repubblica”.

La scalata al potere del "Veterinario"

Ecco chi è Domenico Raccuglia,il boss preso oggi nel Trapanese
TRAPANI - Il boss Domenico Raccuglia, arrestato oggi dalla squadra mobile di Palermo a Calatafimi (Trapani) è nato il 27 ottobre 1964 ed è ricercato dal 1996 per omicidi, mafia, rapina, estorsione. È stato condannato a tre ergastoli, tra cui quello del piccolo Giuseppe Di Matteo, figlio del pentito Santino, rapito per far ritrattare il padre e poi strangolato e sciolto nell’acido. Il nome di Raccuglia e la sua foto sbiadita, scattata parecchi anni fa, sono inseriti nell’elenco dei 25 latitanti di "massima pericolosità" che fanno parte del programma speciale di ricerca del ministero dell’ Interno. In meno di 20 anni il mafioso è riuscito a salire i gradini della scala gerarchica di Cosa nostra allargando il suo potere da Altofonte fino a Partinico passando per San Giuseppe Jato, il feudo del suo padrino Giovani Brusca. Soprannominato il "veterinario", per la sua passione per gli animali, o il "dottore", Raccuglia potrebbe essere la cerniera di collegamento per Cosa nostra di quel vasto territorio che da Palermo arriva a Trapani. Il suo arresto a Calatafimi, territorio del latitante numero uno di Cosa nostra, Matteo Messina Denaro, darà certamente il via a nuove ipotesi investigative sulle spartizioni territoriali della mafia. Ricercatissimo da polizia e carabinieri che seguivano anche i suoi familiari (un fratello, Salvatore, è stato condannato per mafia) Raccuglia è riuscito a sfuggire alla cattura nonostante, ad esempio, i magistrati sapessero che da oltre dieci anni, agli inizi di giugno, in genere tre giorni dopo la chiusura delle scuole, la moglie partisse da Altofonte per andare a trascorrere le vacanze estive col marito latitante. Nonostante i servizi di osservazione potenziati la donna è riuscita sempre a sfuggire agli investigatori: tornava nel suo paese a settembre, poco prima che i figli, una ragazza e un bambino, tornassero a scuola. Poco più di un mese fa il pm della Dda Francesco Del Bene ha emesso l’avviso di conclusione delle indagini nei confronti di Raccuglia che sarebbe, secondo gli inquirenti, il mandante dell’uccisione del mafioso di Altofonte Pietro Romeo, eliminato col metodo della lupara bianca il 13 marzo ’97. Le accuse e i processi per il mafioso arrestato oggi pomeriggio non sono quindi terminati.
La Stampa, 15.11.2009
FOTO: Una vecchia foto segnaletica di Raccuglia

Mafia in Sicilia. Arrestato il boss latitante Domenico Raccuglia

Il ministro degli Interni Maroni: «È il numero due di Cosa Nostra». Latitante da 15 anni, è considerato uno dei successori di Riina. Grasso: «Successo investigativo importantissimo»
MILANO - Era ricercato da 15 anni Domenico Raccuglia, boss mafioso di Altofonte (Palermo) arrestato dalla polizia a Calatafimi, nel Trapanese. È a tutti gli effetti il numero due di Cosa Nostra, dopo Matteo Messina Denaro, ed era inserito nell'elenco dei latitanti più pericolosi.
HA TENTATO LA FUGA - Raccuglia, 45 anni, detto "il veterinario", è stato arrestato dagli agenti della sezione catturandi della mobile di Palermo. Si nascondeva in un appartamento di via del Cabbasino, in periferia di Calatafimi. Al momento dell'irruzione era solo: ha tentato di fuggire dal terrazzo, ma è stato bloccato dai poliziotti che avevano circondato l'edificio. Nell'appartamento, che aveva scelto come covo solo da pochi giorni, sono state trovate diverse pistole. In serata il capomafia è arrivato nella questura di Palermo accompagnato da una decina di auto della polizia. Gli agenti che hanno partecipato al blitz sono stati accolti dagli applausi dei ragazzi del comitato antiracket Addiopizzo. Dalle finestre della squadra mobile, gli agenti della catturandi, col volto coperto dal passamontagna, hanno fatto il segno della vittoria.
DELFINO DI BRUSCA - Già "delfino" del boss di San Giuseppe Jato - oggi pentito - Giovanni Brusca, "il veterinario" è stato condannato a tre ergastoli (uno per l'omicidio del piccolo Giuseppe Di Matteo), a 20 anni di reclusione per tentato omicidio e ad altre pene per associazione mafiosa. Durante la sua latitanza, nonostante il continuo controllo nei confronti della moglie, Raccuglia è riuscito a diventare padre per la seconda volta. Da tempo era considerato uno degli aspiranti al vertice della mafia palermitana come successore di Totò Riina, essendo il capo incontrastato delle cosche a Partinico, grosso centro fra il capoluogo e Trapani.
MARONI: ERA IL NUMERO DUE - «L'arresto di Raccuglia è uno dei colpi più duri inferti alle organizzazioni mafiose negli ultimi anni perché era di fatto il numero due di Cosa Nostra» ha commentato il ministro dell'interno Roberto Maroni, che ha telefonato al capo della Polizia Antonio Manganelli per congratularsi dell'operazione. A Maroni sono arrivate invece le congratulazioni del presidenti del Senato Schifani e della Camera Fini. «L'arresto del boss Raccuglia - si legge in una nota di Palazzo Madama - rappresenta un evento importantissimo e un'ulteriore vittoria dello Stato sulla criminalità organizzata». Fini parla di «un successo dello Stato e della democrazia che testimonia l'importanza di proseguire con determinazione nella lotta alla mafia e a ogni forma di criminalità organizzata».
GRASSO: SUCCESSO IMPORTANTE - Per il procuratore nazionale antimafia Piero Grasso si tratta di un «successo investigativo importantissimo». «Ho fatto le mie congratulazioni al ministro Maroni, al questore di Palermo e ai ragazzi della sezione catturandi della mobile - ha detto -. Quando ho sentito il questore era insieme ad alcuni degli agenti della sezione catturandi, ragazzi che conosco bene e con cui ho lavorato quando ero procuratore a Palermo. Ho potuto complimentarmi anche con loro». «Raccuglia - spiega Grasso - è considerato il numero due, per peso criminale, nella lista dei ricercati di Cosa Nostra dopo Matteo Messina Denaro. In questi anni ha esteso il suo dominio da Altofonte fino al confine con la provincia di Trapani, come conferma il fatto che si nascondeva proprio nel Trapanese».
INGROIA: UN CAPO ASSOLUTO - Anche il procuratore aggiunto di Palermo Antonio Ingroia parla di un arresto di straordinaria importanza. «Abbiamo preso uno dei capi assoluti di Cosa Nostra ancora in circolazione in un momento di ascesa all'interno delle gerarchie mafiose - spiega -. È stata un'indagine molto difficile perché Raccuglia si è dimostrato attento e accorto nella gestione della sua latitanza e lo dimostra il fatto che l’arresto è avvenuto fuori dalla sua zona, in un'area più tranquilla». Secondo Ingroia, all'interno di Cosa Nostra «si crea adesso un ulteriore vuoto dove i latitanti di spicco sono sempre meno. Adesso assumono maggiore importanza Nicchi a Palermo e Messina Denaro a Trapani. Raccuglia era l'uomo cuscinetto che controllava i territori fra Palermo città e la provincia di Trapani».
Corriere della sera, 15 novembre 2009
FOTO. A sinistra, la vecchia foto segnaletica; a destra Raccuglia com'è oggi

Telejato: la premiazione delle eccellenze

sabato 14 novembre 2009

Al Liceo classico e scientifico "Giovanni Colletto" di Corleone si premiano le "eccellenze"

di COSMO DI CARLO
Corleone - Premiati con Decreto Ministeriale due studenti del Liceo Scientifico Don Giovanni Colletto. Laura Picardo, 20 anni, studia alla Bocconi di Milano Economia Aziendale; Salvatore Milazzo, 20 anni, fa giurisprudenza alla LUMSA (Libera Università Maria Santissima Assunta) di Palermo.
Maturati nell’anno scolastico 2007 – 2008 con cento e lode, hanno ricevuto mille euro ciascuno. Per la preside professoressa Maria Rafti: “L’eccellenza premia anche i docenti e l’offerta formativa dell’Istituto che è in crescita costante”. Presente il professore Giuseppe Simplicio, che fu presidente della commissione esaminatrice agli esami di maturità dell’anno scolastico 2007.2008. “La preparazione degli studenti del Liceo Colletto era certamente di livello alto – spiega Giuseppe Simplicio – Ricordo però con piacere l’esame di Laura Picardo, che ci ha favorevolmente colpiti e per la preparazione e per la chiarezza dell’esposizione.. L’esame, brillante fugò i dubbi e le incertezze della vigilia. Sono felice di essere stato invitato dalla preside signora Maria Rafti, a questa che è una festa per tutta la scuola italiana”. Nell’aula magna gremita da amici, genitori, parenti e studenti è stato consegnato ai due giovani un assegno da mille euro ciascuno. Presente il vice sindaco di Corleone Pio Siragusa, che ha annunciato che a dicembre 25 studenti dei licei corleonesi avranno la possibilità di recarsi a Bruxelles per visitare la sede del Parlamento Europeo. Salvatore Milazzo dal canto suo si è maturato al Classico. Per diversi anni sua docente di latino e greco è stata la vice preside professoressa Natalia Scalisi. “Salvatore Milazzo – dice - ci stupiva per la grande capacità di apprendimento, di sintesi e di esposizione – l’eccellenza è stata meritata per la costanza nello studio di tutte le materie. Il riconoscimento odierno premia il suo impegno negli studi”.
Nella foto (Di Carlo) da sinistra: i professori Natalia Scalisi, Giuseppe Simplicio, Salvatore Milazzo, la preside Maria Rafti e Laura Picardo.

venerdì 13 novembre 2009

Sicilia. Il Pd tra demonizzazione e adulazione

di Agostino Spataro
L’immondizia dilaga in centri grandi e piccoli del palermitano e assedia la stessa Palermo, capitale di questo centro-destra rissoso e includente che aggrava i problemi invece che risolverli. L’altra sera all’Ars se ne avuta un’ulteriore dimostrazione col voto contro il Pdf che segna la sconfitta del governo Lombardo ed appone il sigillo parlamentare sopra una rottura che appare insanabile.
Questa è la sostanza delle cose. E nulla cambia se il regolamento (dei conti) ha preso le mosse da un oculato documento del Pd che, semmai, dimostra d’aver raggiunto un certo grado di coesione interna, non scontata fino al giorno prima. Insomma, la sconfitta dello schieramento governativo di minoranza (MpA e Pdl-Sicilia) era ampiamente prevedibile. Eppure nulla si è fatto per evitarla. Addirittura, oggi, è accettata con nonchalance anche da chi l’ha subita. Tutto ciò è strano, molto strano. Come se la sconfitta fosse registrata in due verbali contrastanti: quello ufficiale del parlamento cha la sancisce e quello del governatore che quasi l’esalta. Insomma, in questa confusa vicenda si va avanti (o indietro?) di stranezza in stranezza, fra ossimori ed eccentricità mai visti in precedenza. I responsabili della maggioranza, che dovrebbe assicurare un governo alla regione, procedono a tentoni, fuori di ogni canone e sulla base di logiche e dinamiche talmente originali da apparire stravaganti. Di questo passo- è certo- si corre verso la paralisi amministrativa e il caos politico. L’anomalia più evidente è che il centro-destra, spaccato in tanti rivoli, non cerca al suo interno la soluzione della crisi, ma all’esterno. Segnatamente, nel concorso strumentale e sottobanco di un Pd, da mesi strattonato da tutte le parti, che quasi aveva abboccato al gioco ingannevole. Altra bizzarria! Adulato e tentato da ogni fazione, il Pd, dopo il voto sul Dpf, viene indicato dalle stesse come la pietra dello scandalo che inquina o incrina la fedeltà delle parti contrapposte della maggioranza. In questa fin troppo scoperta finzione vediamo i seguaci di Micciché accusare i loro confratelli separati di Castiglione di flirtare, e di votare, con il Pd e viceversa. E così dicasi per i gemelli rivali di Udc e del Mpa. Tutto ciò, quando si sa che, sotto sotto, tutti lo cercano (il Pd) per farne una stampella, per utilizzarlo nelle loro oscure manovre. Insomma, confusione su confusione, tanto che la gente non capisce più nulla e si chiede: ma se il Pd è il male perché tutti continuano a fargli la corte? Compreso Lombardo che, mentre invoca l’intervento di Berlusconi per mettere in fila i due PdL e ricostituire il centro-destra, annuncia una trattativa anche col Pd che- come tutti i suoi esponenti hanno giurato- sembra deciso a restare all’opposizione del centro-destra attuale o di quello che si vorrebbe ricostituire. E nemmeno convince la prosaica proposta di “gross koalition” affacciata dall’assessore Venturi. Qui non siamo in Germania, ma nel regno delle tante Sicilie l’una contro l’altra armata. Il contesto è molto diverso. E poi in queste grandi ammucchiate lo scotto lo paga sempre la sinistra. Com’è accaduto, di recente, con la Spd che ha pagato, sull’altare della grosskoalition della signora Merkel, un prezzo elettorale altissimo per avere offuscato la sua carica alternativa. La questione del PD siciliano si pone, oggi, sotto una nuova luce. A parte le preferenze politiche di ciascuno, salvare l’autonomia del Partito democratico oggi vuol dire salvaguardare il nucleo centrale di una possibile aggregazione alternativa all’attuale andazzo “autonomistico”. Pur con tutte le riserve che nutriamo, oggi questo Pd, che sembra aver ritrovato l’intesa unitaria e il senso vero della sua missione, rappresenta la speranza, l’unica speranza, dei siciliani per il cambiamento. Non a caso si voleva, e si vuole ancora, irretire per distruggerne ogni potenzialità alternativa in vista delle elezioni che prima o poi verranno. E in questa prospettiva, credo che la “solitudine” del Pd all’Ars non è isolamento, anzi è un modo degno d’entrare in sintonia con la società; un valore prezioso da proporre a quanti desiderano un’alternativa di governo alla regione. La nuova dirigenza deve essere più consapevole di tale ingente, e tremenda, responsabilità e cogliere la crisi del centro-destra come occasione irripetibile per sconquassarlo e avviare un processo di vero cambiamento. Il problema attuale della Sicilia non è, infatti, quello di intubare un governo morente per farlo sopravvivere per qualche mese o un anno, ma quello di realizzare, col concorso più ampio, una svolta radicale che riformi la regione dalla testa ai piedi e la rilanci nel novero delle grandi regioni europee e mediterranee che faranno il futuro in questo nuovo secolo.
Agostino Spataro
13 novembre 2009

Giustizia & Processi. Effetto colpo di spugna

di Lirio Abbate
Giusto accelerare i tempi, ma senza serie riforme e più risorse sono a rischio processi importanti: da Eternit a Thyssen. Parla il procuratore di Torino. Colloquio con Giancarlo Caselli
Il procuratore della Repubblica di Torino, Giancarlo Caselli, è d'accordo nel celebrare processi nel più breve tempo possibile, ma suggerisce di "calarsi" nel quotidiano della giustizia prima di fare nuove mosse. La norma è stata chiesta da Silvio Berlusconi per abbreviare i dibattimenti e concluderli entro sei anni. Superato questo termine il processo sarà dichiarato estinto. Per il capo dei pm torinesi potrebbe provocare negli uffici giudiziari l'azzeramento di migliaia di processi.
Procuratore Caselli, Niccolò Ghedini, consigliere giuridico e avvocato difensore del premier, ha pensato a nuove regole per accorciare i processi, che dovrebbero essere applicate a procedimenti già in dibattimento di primo grado. Cosa ne pensa?
"Chiedere ad un operatore di giustizia se sia a favore del "processo breve" è come chiedere ad un medico se sia a favore dell'abolizione del cancro. Domanda retorica per eccellenza. Se si vogliono valutare gli effetti di una riforma processuale si deve por mente agli effetti reali che quella riforma avrà non su questo o quel processo ma sulla generalità dei processi. Altrimenti si rischia di fare la figura di quei giacobini napoletani del 1799 di cui narra Vincenzo Cuoco: con le note conseguenze della loro "astrattezza di patrioti". Ed il paragone è, a ben vedere, molto benevolo".
Ipotizzando che le nuove regole sul processo penale breve prevedono una durata massima di sei anni, con fasi massime di due per indagini preliminari, primo grado e appello, e alla fine l'estinzione se il calendario non viene rispettato, che ripercussioni potrebbero esserci?
"L'ipotesi, in base a queste coordinate, non potendo ancora leggere un testo definitivo della norma, potrebbe mettere a rischio, a Torino, il processo "Eternit" (morti da amianto, ndr) e forse persino quello della Thyssen. Potrebbero saltare anche i processi sui produttori e sull'ente certificatore delle valvole brasiliane usate in cardiochirurgia alle Molinette di Torino. Per fare un altro esempio, c'è un processo con una decina di imputati per usura ed estorsione, la cui inchiesta avviata nel 2005, si è chiusa a luglio 2007 ma siamo ancora oggi in pieno dibattimento e la fine non appare prossima. Aggiungerei poi fra i processi che potrebbero saltare anche quelli per bancarotta, che per definizione, a causa della loro complessità, sono sempre lunghissimi".
Le sentenze della Corte di giustizia Ue sostengono che i nostri processi sono troppo lunghi. Cosa si potrebbe fare per accorciare i tempi senza creare danni alle inchieste?
"Se si vogliono ridurre i tempi del processo, come giustamente l'Europa ci chiede, perché non prevedere, come avviene in tutti i paesi europei, dei seri filtri per il giudizio di appello? Perché non ritoccare il principio del divieto di reformatio in pejus: per cui, in caso di appello da parte del solo imputato condannato, la sua sentenza può essere riformata soltanto in suo favore e mai ritoccata in negativo. Neppure se, ad esempio, l'imputato è confesso, ha avuto in primo grado una pena quasi minima e ciononostante chiede l'appello?".
Il ddl di iniziativa parlamentare frutto d'intesa tra il premier e il presidente della Camera, Gianfranco Fini, potrebbe dare un'accelerata ai tempi della giustizia?
"Ho letto la lettera che l'onorevole Giulia Bongiorno ha inviato al "Corriere della sera" il 9 novembre, e sono d'accordo con lei. Scrive che per "valutare nuove leggi dirette a ridurre i tempi della prescrizione... è importante calare l'astratta previsione legislativa nella concreta realtà quotidiana". E, più avanti, invita a chiedersi quali conseguenze "questa riduzione dei tempi di prescrizione] può avere se prima non si mette il sistema in condizione di celebrare i processi in tempi brevi". Ebbene. La "concreta realtà quotidiana" ci dice che, mentre invochiamo le rose, quel che ogni giorno manca è il pane. Mancano i cancellieri. Mancano i soldi per i loro straordinari: per cui, in una sede come Torino, è impossibile tenere udienze pomeridiane, cosa che, si noti, accadeva normalmente negli anni Ottanta e Novanta".
Oltre a pensare di accorciare i tempi di "alcuni" processi si dovrebbero trovare adeguati stanziamenti finanziari per la giustizia?
"Mancano i soldi per interpreti e periti: che vengono pagati poco e con vergognosi ritardi, a volte di anni. Tanto che, ormai, i migliori tra loro non accettano più incarichi. E per comprendere quanto gli interpreti siano oggi indispensabili per la giustizia del quotidiano basta entrare in un'aula in cui ogni giorno si celebrano le direttissime: e scoprire che, in una grande città del Nord, l'85 per cento degli arrestati di strada sono stranieri. Mancano i cancellieri, non si pagano gli interpreti e allo stesso tempo si vogliono ridurre i tempi di durata del processo: è come se si facesse cessare il vento e poi si imponesse ad una barca a vela di doppiare la boa a gran velocità".
Giulia Bongiorno aveva anticipato la posizione del presidente della Camera, Gianfranco Fini, il quale ha reso noto che in Finanziaria saranno stanziate più risorse per il settore giustizia.
"Dice Giulia Bongiorno: per una giustizia più veloce ci vogliono più risorse, umane e finanziarie. Ovvio. Ma neppure queste basteranno se non si deciderà di "aggiornare la disciplina del codice di procedura penale". Mantenendo e casomai rinsaldando le reali garanzie dell'imputato. Ed invece sfoltendo quei formalismi che creano soltanto appesantimenti e lungaggini. Sarebbe questo un bel terreno di confronto e di riflessione tra politica, avvocatura e magistrati: una scommessa che varrebbe davvero la pena di essere giocata".
Quanta responsabilità hanno i magistrati in questa giustizia lenta?
"Non si deve mai dimenticare che il processo è un'attività complicata e ci vuole tempo. Spesso lavorare in fretta significa lavorare male, con decisioni che possono essere annullate. Di qui la necessità di un sistema che dia a ogni processo il tempo occorrente, pur facendosi carico delle necessità di accelerare le procedure. Va pure detto che anche i magistrati hanno una parte di responsabilità. A lungo la cultura dell'organizzazione e dell'efficienza è rimasta loro sostanzialmente estranea, ma da una decina d'anni ormai questa mentalità è cambiata e si stanno facendo passi importanti nella direzione giusta".
Un mese fa aveva detto che le riforme della giustizia sono più complesse di quanto certi disinvolti riformatori vorrebbero farci credere. È ancora di questo avviso?
"C'è la tendenza a burocratizzare il ruolo dei magistrati. Negare che l'essenza del lavoro dei magistrati sia l'interpretazione delle leggi è negare l'ovvio. Tutte le forze politiche devono saper rinunciare all'insofferenza verso i controlli su di loro. Occorre comprendere che l'assetto istituzionale della magistratura e la sua indipendenza sono un patrimonio per tutti i cittadini. Il funzionamento della giustizia è un po' più complesso di come la vorrebbero far comprendere alcuni riformatori. Se adesso si vuole spingere sull'acceleratore per concludere i processi in sei anni sarebbe anche il caso di controllare bene le condizioni della pista sulla quale si vuole correre, per evitare incidenti di percorso".
(L’Espresso, 12 novembre 2009)

Sicilia, hanno perso la testa. Il Partito Democratico e le spaccature congressuali

di Francesco Palazzo
Hanno perso la testa. Vedendo in rete alcuni spezzoni dell'assemblea regionale dei democratici, consumatasi, in tutti i sensi, domenica 8 novembre, non si può dire che questo. L'hanno persa, e alla grande, i vincitori e i vinti. Nel PCI e nella DC, che sono, grosso modo, i contenitori di provenienza degli iscritti al partito, mai sarebbe accaduta una cosa del genere. Almeno nella misura in cui è avvenuta questa spaccatura verticale, con un'intera mozione che lascia il campo e con il parapiglia che ne è conseguito. Insomma, se il Partito Democratico in Sicilia voleva trovare il modo migliore per farsi del male, c´è perfettamente riuscito. E ciò avrà senza dubbio conseguenze negli enti locali. Per fare un solo esempio, al comune di Palermo, dove l'opposizione nell'ultimo periodo ha fatto un buon lavoro, dopo questa vicenda sono già volate parole grosse tra chi ora si trova arroccato su fronti contrapposti. Sì, il partito ha un segretario, ma il partito c'è ancora? Crediamo che la domanda sia del tutto legittima. Soprattutto perché, dopo la nascita del PDL Sicilia, si parla del possibile varo del PD regionale. Non ci facciamo mai mancare niente. A livello nazionale, lo abbiamo visto, sabato 7 novembre sono riusciti a salvare, pur nel permanere di aspre e profonde contrapposizioni, la forma e, forse, pure la sostanza. In Sicilia, e pensiamo sia l'unico caso tra quelli in cui era previsto il ballottaggio, è andato in onda uno psicodramma che potrebbe pure fare ridere se non facesse solo piangere. Forma e sostanza sono andate a farsi benedire. Sembrava il congresso di un pezzo minoritario della più estrema sinistra, o destra se volete, e non la celebrazione di un momento fondamentale del secondo partito italiano. Facce paonazze, parole lanciate come clave, accuse da una parte e dell'altra che neanche i più acerrimi nemici usano rivolgersi. Non è neanche tanto importante capire i dettagli della lite, c'importa davvero poco pesare torti e ragioni. Non è questo il nostro compito. Anche perché in questa storia non pare ci siano state ragioni e ragionevolezza. Dobbiamo solo dire che non si doveva, e non si poteva, arrivare a tanto. Segno che l´elezione con il metodo delle primarie, giubilata in ogni dove, che in Sicilia ha portato dentro i gazebo a votare quasi duecentomila persone, non può essere una messa cantata per l'occhio delle telecamere, se poi è esclusivamente l´antefatto di uno scontro che non riguarda tanto il partito ma le persone. O, per meglio dire, i gruppi contrapposti di tifosi, possiamo ben dirlo, scesi nell´arena per darsele di santa ragione. Accecati dall'ira e non condotti dal ragionamento politico, dal rispetto di regole democratiche che senz'altro disciplinano tutto il percorso delle primarie. Ora la domanda è una sola. Diretta e brutale, se volete. Ma al momento non ce ne vengono di più interessanti. Cosa può farsene la politica siciliana, in un momento in cui anche dal centrodestra giungono forti segnali di ingovernabilità, di una formazione politica siffatta? Davvero molto poco. Eppure le premesse per scrivere una storia diversa c´erano tutte. Bastava vedere le file interminabili di uomini e donne che il 25 ottobre cercavano, imbucando le loro schede dentro le urne, un nuovo partito di cui fidarsi e su cui puntare per fare in modo che la politica dell´alternanza non sia nella nostra regione solo teoria, ma pratica da potere applicare. Altro che infiltrati di altri partiti del centrodestra, come si temeva, che avrebbero tirato la corsa a questo o a quel candidato. Qui il problema stava e sta altrove. E coincide nell´incapacità, per usare un pietoso eufemismo, di un´intera classe dirigente, di un pur grande partito, nel non sapersi porre nella lunghezza d´onda dei drammatici problemi che vive questa terra. Spiace dirlo. Ma un partito, che a quindici giorni da una giornata di democrazia partecipata e serena, non riesce a organizzare tra centoottanta delegati una semplice assemblea e un ballottaggio tra i due primi arrivati, è una collettività politica in cui non si salva proprio nessuno. Ora si cercherà di mettere una pezza a quanto accaduto. I pontieri, da una parte e dall'altra, proveranno a ricucire e a minimizzare. Temiamo però che la pezza sarà più visibile e dannosa del guaio procurato. Servirebbe personale politico autorevole, gente in grado di farsi capire da un partito che ancora non c'è. Oggi più di ieri. Ma all'orizzonte non si intravede niente di tutto ciò.
Da CENTONOVE
Settimanale di politica, cultura, economia
n. 43 del 13/11/09

giovedì 12 novembre 2009

La Croce nelle mani di Gasparri e Calderoli?

di Raniero La Valle
Vorrei dire il mio sentimento riguardo alla sentenza della Corte europea sul crocefisso nelle scuole. La sentenza è ineccepibile: una volta investita del caso, la Corte non poteva che decidere così; infatti in discussione non c’era l’utilità, l’opportunità, il significato, religioso o civile, del crocefisso, la percezione positiva o negativa che dei minori, per lo più ignari del cristianesimo, possono avere di un uomo “appeso nudo alla croce” e, così umiliato e ucciso, esposto alla vista di tutti.
Non su questo verteva il giudizio e non su questo dovrebbe svilupparsi il dibattito sulla sentenza, in odio alle ragioni degli uni o degli altri, come ho visto fare anche in giornali amici. Il giudizio verteva sull’obbligo, imposto dallo Stato, di mettere il crocefisso nelle aule scolastiche; come dice la Corte di Strasburgo “sull’esposizione obbligatoria di un simbolo di una data confessione religiosa” nel contesto di una funzione pubblica gestita dal governo. È evidente che a quest’obbligo, derivante da decreti reali e da circolari fasciste che imponevano insieme al crocefisso il ritratto del re, si oppongono tutti i principi del moderno Stato di diritto, le norme della Costituzione, la Convenzione europea e forse anche la Dichiarazione conciliare “Dignitatis humane” sulla libertà religiosa.
Nondimeno vorrei dire il mio sentimento di dolore per ciò che è accaduto e ancor più per ciò che può accadere. Inzitutto mi dispiace che ad attivare il procedimento nelle sue diverse fasi, con innegabile tenacia, sia stata una madre di due bambini che è anche socia dell’Unione Atei e Agnostici Razionalisti (UAAR), il che fa pensare che oltre alla difesa dei due figli da indesiderate interferenze religiose, tra i motivi del ricorso ci fosse un più generale interesse ideologico.
Mi dispiace anche che la giurisdizione amministrativa italiana e il governo siano stati così miopi, sia nella sostanza che nelle motivazioni, nel respingere le ragioni della ricorrente (mentre per darle ragione sarebbe bastata la Costituzione), da provocare l’appello alla Corte di Strasburgo e da chiamare perciò in causa addirittura la Convenzione dei diritti dell’uomo; testo normativo certo pertinente, ma alquanto sproporzionato se si pensa a quali e quanti diritti umani sono impunemente e atrocemente violati in tutto il mondo, e alla compressione vicino allo zero che per contro la presenza del crocefisso nelle aule scolastiche infligge ai diritti umani dei fanciulli che sono costretti a vederlo. Inoltre mi dispiace che l’Italia, in una sede significativa come la Corte di Strasburgo, abbia mostrato il grado infimo a cui la considerazione del diritto è arrivata nel governo del nostro Paese, mettendo tra le motivazione della sua memoria difensiva “la necessità di trovare un compromesso con i partiti di ispirazione cristiana”, che nella migliore delle ipotesi è una ragione inerente alla politica politicante, cioè al potere, e non al diritto.
Ma soprattutto mi dispiace che, riconoscendosi da parte di tutti che non c’è più una religione di Stato, e che non si può imporre a tutti la rappresentazione simbolica di una sola confessione, ci sia una gara per dire che il crocefisso andrebbe mantenuto perché avrebbe cessato di essere un
simbolo religioso, e sarebbe invece “un simbolo dello Stato italiano”, “un simbolo della storia e
della cultura italiane”, un segno “dell’identità italiana”, “una bandiera della Chiesa cattolica, l’unica – ha osservato il tribunale amministrativo di Venezia – a essere nominata nella Costituzione italiana”; anzi, secondo il Consiglio di Stato, la croce sarebbe diventata un valore laico della Costituzione e rappresenterebbe i valori della vita civile. Come dice giustamente un terzo intervenuto nel giudizio di Strasburgo (un’organizzazione per l’attuazione dei principi di Helsinki), questa posizione “è offensiva per la Chiesa”.
Questa posizione è infatti atea, ma è devota, e tende a lucrare i benefici della religione come
religione civile. E io dico la verità: se il Crocefisso diventasse la bandiera di un’identità, di un
nazionalismo, di un razzismo, di una lotta religiosa, e se la sua difesa dovesse essere messa nelle
mani di Gasparri, di Calderoli o di Pera, della Lega o di Villa Certosa, e cessasse di essere la
memoria di un Dio che si è fatto uomo, per rendere gli uomini divini, e che “avendo amato i suoi
fino alla fine” ha accettato dai suoi carnefici la sorte delle vittime, e continua a salire su tutti i
patiboli innalzati dal potere, dal danaro e dalla guerra, allora io non vorrei più vedere un crocefisso in vita mia.
E mi dispiace infine che questa controversia abbia preso il via da una regolamentazione giudiziaria, norma contro norma, obbligazione contro abolizione. Il diritto non può che operare così, e quello che era obbligatorio prima può rendere illegittimo oggi. Ma io penso che non c’è solo il diritto scritto; ci sono le consuetudini, c’è una cultura comune, che pian piano muta, che ieri era
“cristiana”, oggi è agnostica, domani sarà laica; si possono far crescere i processi, senza
imposizioni e senza strozzature, accompagnando col variare delle proposte educative, dei mondi
vitali, delle culture diffuse, delle etnie compresenti, il variare delle forme e dei simboli mediante i
quali una società rappresenta se stessa. E non è detto che tutto il cambiamento debba avvenire
tutto in una volta e in tutto il Paese, come quando a un solo segnale vennero rovesciati i ritratti del re e i simboli del fascismo.
Non credo che quello che oggi manca in Italia sia il riaccendersi di un conflitto religioso, di una
guerra ideologica. Certo al governo piacerebbe, perché sarebbe ancora un altro modo per dirottare l’attenzione, per restare esente dal giudizio sul disastro prodotto dalle sue politiche reali.
Se dovessi dire come procedere, direi che lo Stato smetta di imporre alle scuole il crocefisso, e non impugni Strasburgo; che la Chiesa non ne rivendichi l’obbligo, tanto meno come simbolo d’identità e di radici, piuttosto che come simbolo di salvezza, e per ottenerlo non corra nelle braccia del governo; e che con buon senso, secondo le tradizioni e le esigenze dei luoghi, si trovi un consenso tra genitori, alunni e maestri, sul lasciare o togliere la croce. L’ultima cosa che vorrebbe quel Dio schiavo che vi si trova appeso, è di portare l’inquietudine, l’inimicizia e lo scontro nei luoghi dove una generazione sta scegliendo, e forse solo subendo, il suo futuro.

Raniero La Valle ha diretto, a soli 30 anni, L’Avvenire d’Italia, il più importante giornale cattolico
nel quale ha seguito e raccontato le novità e le aperture del Concilio Vaticano II. Se ne va dopo il
Concilio (1967) quando inizia la normalizzazione che emargina le tendenze progressiste del
cardinale Lercaro. La Valle gira il mondo per la Rai, reportages e documentari, sempre impegnato sui temi della pace: Vietnam, Cambogia, America Latina. Con Linda Bimbi scrive un libro straordinario, vita e assassinio di Marianela Garcia Villas (“Marianela e i suoi fratelli”), avvocato salvadoregno che provava a tutelare i diritti umani violati dalle squadre della morte. Prima al mondo, aveva denunciato le bombe al fosforo, regalo del governo Reagan alla dittatura militare: bruciavano i contadini che pretendevano una normale giustizia sociale. Nel 1976 La Valle entra in parlamento con Sinistra Indipendente; si occupa della riforma della legge sull’obiezione di coscienza. Altri libri “Dalla parte di Abele”, “Pacem in Terris, l’enciclica della liberazione”, “Prima che l’anno finisca”, “Agonia e vocazione dell’Occidente”. Nel 2008 ha pubblicato “Se questo è un Dio”. Nel 2008 è stato promotore del “Manifesto per la sinistra cristiana” nel quale propone il rilancio della partecipazione politica e dei valori del patto costituzionale del ’48 e la critica della democrazia maggioritaria.

La Carovana Antimafia in viaggio per la Lombardia. Le tappe di Lodi e Pavia

Martedì 10 novembre: sole! Il pulmino fila sull’autostrada, direzione Lodi: dopo il casello ci infiliamo in un banco di nebbia, si rallenta. Scorro il fitto programma della giornata, la carovana entra nel vivo. Prima tappa, Liceo Gandini, incontro con i gruppi che nel corso dell’anno hanno approfondito temi impegnativi su mafia e dintorni. Nell’Aula Magna, tante facce attente, facile e naturale qui parlare di legalità come progetto di vita, un impegno che contiene un cuore di futuro- proprio per loro. Si vede che il tema sta sedimentando nei loro pensieri. Persino più sorprendente l’incontro all’Arci “Primo Maggio” di Lodivecchio con una classe di terza media. Molta timidezza iniziale, ma riusciamo a superare il muro e fioccano le domande: “ma lei non ha paura a stare su un pulmino antimafia? Ha mai incontrato un mafioso? “ Capiscono bene che la mafia fa quel che fa perché è sostenuta dalla cultura della prevaricazione, dello sfruttamento, dell’illegalità generale .
Molto intenso l’incontro al carcere, una tappa consueta di Carovana a Lodi. Qui si sente lo sforzo di non mortificare la dignità della persona nell’esperienza carceraria, proprio perché il carcere è il luogo dove viene ristabilito il ruolo della legalità e la giustizia fa il suo corso. Colpisce una grande fotografia della casa di Peppino Impastato… ma come, se all’esterno, nel mondo degli uomini “liberi”, qualche solerte amministratore cerca di cancellarne persino il nome … Viene da chiedersi se non siano fuori i veri carcerati, chiusi in gabbie mentali da cui difficilmente si sfugge.
Conclude il pomeriggio un incontro al Comune tenuto da “Avviso pubblico”, con i sindaci del lodigiano allertati sulle infiltrazioni criminali e una bella mostra alla Coop di una Sicilia fatta di volti onesti, sorrisi, case, campi e vigneti sorti sui terreni confiscati. Poi, un salto a Pavia, Aula Magna dell’Università per la conferenza “No ecomafia Tour “di Legambiente.
E’ tardi, le stelle son già tutte fuori per la notte, noi torniamo a casa stanchi e appagati.
Angela Lanzi

mercoledì 11 novembre 2009

Contessa Entellina. "Tombarolo" di Paternò "in trasferta" arrestato dai carabinieri sul sito archeologico di Rocca d'Entella

Domenica notte i Carabinieri della Stazione di Contessa Entellina, coadiuvati dal Nucleo Operativo e Radiomobile e della Stazioni di Giuliana e Campofiorito, hanno tratto in arresto il “tombarolo” Alfio Asero, 35enne di Paternò (CT), con l’accusa di tentato furto aggravato. L’uomo è stato fermato in flagranza mentre effettuava degli scavi archeologici clandestini alla ricerca di reperti storici. Asero ha tentato di scappare, ma è stato bloccato dai militari dell’Arma proprio sul sito archeologico, a pochi metri dalle buche poco prima realizzate. I Carabinieri della Stazione di Contessa Entellina negli ultimi giorni avevano infatti ricevuto diverse segnalazioni di tentati trafugamenti da parte dell’ente che gestisce la riserva naturale, ed hanno quindi predisposto un mirato servizio per cogliere in flagranza i “tombaroli” e mettere fine ai loro scempi. Così intorno all’una di notte, dopo un breve appostamento, hanno fermato Asero nei pressi degli scavi. I militari hanno rinvenuto diversi attrezzi da scavo e anche un sofisticatissimo metal detector, che ha convinto i Carabinieri che l’uomo, in trasferta da Paternò, era un professionista di quell’attività illecita e non un semplice avventuriero in cerca di fortuna. Inoltre è stata sequestrata anche un’autovettura con la quale il “tombarolo” si era recato sull’importante sito archeologico, risalente al 400 a.C. L’arrestato, ultimate le formalità di rito, è stato tradotto presso la casa circondariale di Termini Imerese, a disposizione dell’Autorità Giudiziaria, e ieri pomeriggio è stato giudicato con rito direttissimo, riportando una condanna ad un anno di reclusione. Con l’odierno arresto, salgono a 9 le persone arrestate in poco meno di un anno sul sito archeologico di “Rocca d’Entella”. I primi 5 fermati risalgono infatti al 17 novembre del 2008. Anche loro erano tutti originari di Paternò e anche loro furono trovati in possesso di oggetti da scavo e metal detector. Mentre altre 3 persone sono state arrestate a febbraio di quest’anno, ma quella volta erano tutti originari di Contessa Entellina. In tutte le operazioni i Carabinieri hanno potuto contare sul prezioso e puntuale contributo degli operatori dei CAI Sicilia, impegnati in prima linea nella tutela della riserva naturale integrale “Grotta di Entella” e del sito archeologico, che hanno ormai istaurato ottimi rapporti di collaborazione con i militari dell’Arma, consentendo così di ottenere eccellenti risultati.

martedì 10 novembre 2009

Monsignor Mariano Crociata, segretario della CEI: "I mafiosi sono fuori dalla Chiesa, non c'è bisogno di scomuniche esplicite"

Dal nostro inviato ORAZIO LA ROCCA
ASSISI - "E' già scomunicato" chi commette atti criminali come mafiosi, camorristi e affiliati alla 'ndrangheta e non c'è quindi bisogno di ulteriori atti ufficiali della Chiesa.
L'anatema arriva dall'arcivescovo Mariano Crociata, segretario generale della Cei, che ha illustrato oggi il documento sul Mezzogiorno discusso dall'Assemblea della Conferenza episcopale italiana in corso ad Assisi. L'arcivescovo ha anche reso noto il "clima" che si respira all'interno delle assise episcopali dove si stanno confrontando, rigorosamente a porte chuse, i 260 presuli in rappresentanza delle diocesi italiane. Un "clima" - ha riferito - "vivace, nuovo, espressione di una Chiesa che vuole essere sempre più vicina ai problemi della gente comune con sollecitudine pastorale, attenta alle esigenze dei singoli, specialmente dei più poveri e dei più bisognosi". In questo contesto si inserisce il nuovo documento su Chiesa e Mezzogiorno che ha nella severa ed ennesima condanna alla criminalità organizzata uno dei suoi punti fermi. Una nota ha spiegato monsignor Crociata - "in perfetta linea con la condanna ai mafiosi lanciata ai mafiosi dal Giovanni Paolo II nella storica prolusione alla Valle dei Templi di Agrigento quando ricorda agli autori di crimini e di violenze che per loro ci sarà sempre il castigo di Dio. Nei confronti dei mafiosi e degli appartenenti alla criminalità organizzata - ha spiegato Crociata - ''non c'è bisogno di comminare esplicite scomuniche'', perché ''chi vive in queste realta''' e fa parte di ''queste organizzazioni'', ''già automaticamente è fuori dalla comunione e dalla Chiesa, anche se si ammanta di religiosita''', senza bisogno di ulteriori ''pronunciamenti''. Il tema della criminalità organizzata è ''ben presente nel documento in discussione all'assemblea episcopale'', ha precisato il presule. Il fatto che la situazione della criminalità organizzata in alcune zone sia ''drammatica'', ha proseguito, ''non vuol dire però che sia disperata e insuperabile'' e che "riguardi solo le regioni meridionali". ''Siamo consapevoli quanto sia lungo cammino su questo campo'', ha sostenuto ancora monsignor Crociata, ''il nostro punto di riferimento è il grido di Giovanni Paolo II ad Agrigento".
OAS_RICH('Middle');Mons. Crociata ha sottolineato poi che il problema della criminalità organizzata ''si risolve attraverso l'impegno di tutti'', dalla Chiesa a istituzioni come ''magistratura, polizia e carabinieri''. Ma, ha aggiunto il presule, ''ci vuole anche l'impegno di altre istituzioni educative, e di tutti i cittadini''. Il segretario dei vescovi ha ricordato che anche nel Meridione ci sono ''espressioni di una reazione positiva della società civile, dei giovani, degli imprenditori, di associazioni varie''. ''Ma - ha concluso - veramente ci vuole un impegno corale, anche nella Chiesa, in uno sforzo educativo. Non è solo necessaria la repressione e l'azione della magistratura, ma è una questione di mentalità, di educazione dei giovani, su cui dobbiamo investire tutti, Chiesa, scuola e adulti''.
La Repubblica, 10.11.2009

domenica 8 novembre 2009

La mafia non è una favola

di Giorgio Bocca
Sono stato additato come nemico della patria per aver scritto che tra Stato e criminalità organizzata si sono create zone di tolleranza se non di coesistenza. Ma ho solo cercato di capire cosa stava accadendo in Italia

Mi è capitato di recente di incorrere nelle ire e nei sarcasmi della maggioranza di destra al potere per aver scritto che fra lo Stato e la criminalità organizzata delle mafie si erano create, di fatto, zone di tolleranza se non di coesistenza. E la stampa della maggioranza scrisse che ero un nemico della patria o vittima del sonno della ragione, cioè uno che delirava. Il più educato, Fabrizio Cicchitto, disse che: "Da saggista che era, Bocca si è trasformato in romanziere, inventa collusioni fra la mafia e lo Stato". Ma romanziere non lo sono mai stato, ho solo cercato di capire che cosa stesse accadendo in questa strana società che è l'italiana. Cominciai nell'anno Settanta con un'inchiesta sulla mafia dei giardini, cioè sul rifornimento idrico della campagna palermitana controllata dalla mafia. Andai per prima cosa alla caserma dei carabinieri e incontrai l'allora maggiore Carlo Alberto Dalla Chiesa, uomo serio, concreto ma non privo d'ironia. Mi disse: "Ma davvero vuole sapere cosa è la mafia dei giardini? Ma crede davvero che ci sia la mafia?". Lui sapeva benissimo che la mafia c'era, e prevedeva persino che dalla mafia sarebbe stato ucciso, voleva solo mettermi in guardia dalla grande menzogna del potere in Italia che da sempre nasconde i suoi rapporti con la criminalità organizzata dicendo che non esistono. La stessa cosa, in linguaggio mafioso, la diceva in quei giorni il boss Gerlando Alberti al giudice che lo interrogava: "La mafia? Ma cosa è questa mafia di cui lei mi parla, una marca di formaggio?". Quando Totò Riina, il boss dei boss, venne arrestato, mi chiesi, come tutti in Italia, come mai avesse potuto abitare con la famiglia e dirigere l'Onorata Società stando in una villetta di Palermo. E quando seppi che sua moglie aveva partorito due volte nel maggiore ospedale di Palermo chiesi sul giornale come mai il primario non sapesse chi era, dato che a Palermo e a Corleone lo sapevano tutti. Per risposta mi arrivò una telefonata di un medico dell'ospedale con minaccia di morte. Mi chiesi anche in quei tempi lontani perché mai la riserva di caccia di Michele Greco, grande boss mafioso a Bagheria, fosse frequentata da poliziotti e funzionari dello Stato, e poi in quasi mezzo secolo di giornalismo le molte altre domande senza risposta, non solo su Andreotti amico e protettore di Salvo Lima, un amico degli amici, ma anche sui socialisti e liberali e persino i radicali che avevano cercato e gradito i voti della mafia sino a recenti elezioni regionali, dove in 61 circoscrizioni su 61 hanno vinto gli amici dei mafiosi, come il 30 per cento degli eletti nel consiglio regionale. Insomma, cercai di capire, di raccontare che la mafia non era una brutta favola inventata dai cattivi nordisti, ma un'organizzazione con un giro d'affari ogni anno di 100 mila miliardi di vecchie lire, oggi più che triplicato se si aggiungono i buoni affari della 'ndrangheta e della camorra. Senza aggiungere che oggi non è più necessario, come facevo io con la mia Topolino Fiat, scendere da Milano a Palermo, Calabria compresa quando non c'era ancora l'autostrada, basta andare in un sobborgo milanese, nord o sud Milano non fa differenza, o nei ristoranti con specialità di pesce per trovare i capi e i picciotti che minacciano, ricattano e uccidono. E speriamo che nessuno riproponga una bella inchiesta parlamentare sulla mafia. Ce n'è già stata una e Leonardo Sciascia che era un intenditore scrisse: "La mafia si è permessa una commissione parlamentare d'inchiesta", per dire che era destinata al fallimento in un paese dove la mafia è complice se non padrona.
(L'Espresso, 05 novembre 2009)

Antimafia sociale. Continua il viaggio del progetto "Liberarci dalle spine"

Nei prossimi due mesi sono molte le attività programmate. Con questa comunicazione cercherò di elencarle in modo dettagliato.
1) Carovana Antimafie
In Toscana è prevista dal 10 al 19 dicembre. Con noi saranno sempre presenti Salvatore, Bernardo e Mario della Cooperativa Lavoro e Non Solo e in alcune tappe anche Calogero. Tra gli invitati in alcune tappe Rita Borsellino, Pippo Cipriani, Alfio Foti e Dino Paternostro. In carovana ci saranno anche altri ospiti dell'Arci, di Libera , di Avviso Pubblico e della Cgil. In questo caso siamo alla ricerca di 2 volontari che facciano con me l'intera carovana oltra alla disponibilità di 4 volontari per ogni tappa locale.
2) Scatola dei vini "Sorsi di Libertà"
La Cooperativa Lavoro e Non Solo ha prodotto una scatola con i tre vini, Genos, Naca e Limpiu. L'obiettivo è di promuovere e vendere 1000 scatole entro il 28 febbraio. Il confezionamento avverrà a Firenze presso il Circolo Arci di Porta Romana. Siamo alla ricerca di 5 volontari
3) Gruppi locali attivi
Fino al 28 novembre ci sono 4 gruppi locali attivi nella promozione e vendita dei prodotti provenienti dai terreni confiscati alle mafie della Cooperativa Lavoro e Non Solo. L'attività è coordinata ad Arezzo dall'Arci di Arezzo, a Serravalle Pistoiese dell'Arci di Pistoia, ad Empoli dall'Arci Empolese Valdelsa, a Vicarello e Cascina dal Gruppo Giovanile Arci/Cgil di Pisa. Siamo alla ricerca di 3 volontari per ogni gruppo locale.
4) Gruppi locali nei negozi Unicoop Tirreno
L'Unicoop Tirreno farà nei prossimi mesi un attività promozionale e di vendita dei prodotti della Cooperativa Lavoro e Non Solo all'interno dei negozi di Carrara, Massa, Viareggio, Livorno, Rosignano, Cecina, Donoratico, Piombino, Follonica, Gavorrano, Grosseto, Orbetello, Portoferraio in Toscana, oltre ai negozi presenti in Umbria, Lazio (compreso Roma) e la Campania. Oltre ai prodotti singoli vi sarà anche una bellissima e significativa scatola. In questo caso necessitano 4 volontari per collaborare con ogni Sezione Soci Coop locale.
Come vedete 4 iniziative per ben 139 volontari. E' un obiettivo molto rilevante ma siamo sicuri che ce la potremo fare. Ognuno di voi può fare un bel gesto individuale acquistando o facendo acquistare un prodotto della Cooperativa Lavoro e Non Solo di Corleone. Inoltre vi invitiamo a visitare il nuovo sito web http://www.lavoroenonsolo.org e fateci pervenire le vostre osservazioni, critiche e proposte. Ne terremo conto. Il viaggio del Progetto "Liberarci dalle Spine" continua.
Maurizio Pascucci
Coordinatore Progetto Liberarci dalle Spine

Sicilia. Giuseppe Lupo segretario regionale del Pd

Il neo eletto (mozione Franceschini) ha ottenuto al ballottaggio 122 voti su 123. L'altro candidato, Beppe Lumia, ha abbandonato i lavori per protesta: "Volevano un congresso pilotato". La replica: "Non ci vuole molto a vedere che non è così"
PALERMO - Giuseppe Lupo, della mozione Franceschini, è stato eletto segretario regionale del Pd in Sicilia. Ha ottenuto 122 voti su 123 votanti: uno è andato al senatore Giuseppe Lumia, l'altro candidato al ballottaggio, che però aveva abbandonato per protesta i lavori.Dei 180 delegati (71 della mozione Franceschini, 53 della Bersani e 53 di Lumia, candidato autonomo) erano presenti 175, prima che i sostenitori di Lumia abbandonassero i lavori. I delegati della mozione Bersani, già all'indomani delle primarie, avevano dichiarato di sostenere la candidatura di Lupo.Il neo segretario, subito dopo la proclamazione, ha chiesto al capogruppo del Pd all'Assemblea regionale, Antonello Cracolici, di rimettere il mandato a disposizione del partito "com'è stato fatto nel parlamento nazionale"."Si voleva fare un congresso pilotato, senza dibattito, senza progetto, col solo obiettivo di ratificare un organigramma delle poltrone già chiuso: nuovo capogruppo all'Ars Bernardo Mattarella e così via per la presidenza e la vice segreteria regionale", afferma in una nota Lumia. "Per questo - aggiunge - abbiamo deciso di abbandonare i lavori, per non diventare complici di un gioco di potere che vuole stritolare la vera essenza della democrazia e che con il Partito democratico non ha nulla a che vedere"."La presidenza dell'Assemblea - aggiunge Lumia - ha stravolto il programma dei lavori dando a Bernardo Mattarella, escluso dalla competizione, la possibilità di intervenire alla stregua di un candidato al ballottaggio e, allo stesso tempo, impedendo che si aprisse un confronto tra i delegati. Di fronte a questo non potevamo stare al gioco di un preambolo, quello dell'accordo Lupo-Matarella, funzionale alla ricomposizione del centrodestra e al ritorno del cuffarismo. Non è un caso se sia Mattarella che Lupo nei loro interventi non hanno parlato di programma, ma hanno posto come priorità le dimissioni di Antonello Cracolici da capogruppo, con cui hanno condiviso la linea di innovazione del Pd all'Ars"."Il nostro progetto - conclude Lumia - comunque continuerà e metterà al centro la formazione all'interno del Partito, un contrasto netto alla privatizzazione dell'acqua e alla mala gestione del servizio di raccolta e smaltimento dei rifiuti e un grande investimento sulla scuola"."Da domani comincerò a lavorare per un confronto e un dialogo dentro il Pd siciliano, in una prospettiva unitaria, partendo da un punto fermo: un'opposizione franca e seria all'Ars. Non sarà il Pd a tenere in piedi il governo Lombardo e a sostituire pezzi di maggioranza. Faremo quello che fa una vera opposizione", ha detto, dal canto suo, il neo segrettario Lupo. Rispondendo a Giuseppe Lumia, Lupo afferma che "non ci vuole molto a vedere che non è così: abbiamo fatto quello che a livello nazionale ha fatto Bersani, chiedendo a chi ha cariche nelle assemblee elettive di rimetterle a disposizione del partito. Mi sembra un naturale atto di disponibilità nei confronti delle 190 mila persone che hanno votato alle primarie chiedendo un rinnovamento".Alla domanda se il Pd abbia commesso errori rispetto al confronto con il centrodestra, Lupo ha risposto spiegando che è rimasto "sorpreso dai toni del dibattito congressuale di Lumia, che ha marcato la differenza tra i governi Cuffaro e Lombardo. Per me sono due giunte di centrodestra ed entrambe hanno governato male. L'idea che l'autonomismo possa annullare le differenze tra destra e riformismo è sbagliata".
08/11/2009

giovedì 5 novembre 2009

Massimo Ciancimino: "Provenzano tradì Riina"

Nuova rivelazione di Massimo Ciancimino, interrogato dai magistrati sui retroscena della trattativa tra mafia e Stato. Secondo il figlio dell'ex sindaco di Palermo, "Binnu" indicò ai carabinieri la zona esatta del nascondiglio in cui trascorse l'ultima parte della latitanza l'altro boss. Consegnati alla procura ulteriori documenti
PALERMO - "Il boss Bernardo Provenzano indicò ai carabinieri la zona esatta del nascondiglio in cui trascorse l'ultima parte della latitanza Totò Riina". È l'ultima rivelazione di Massimo Ciancimino, figlio dell'ex sindaco mafioso di Palermo, Vito, che sta svelando ai magistrati i retroscena della trattativa tra mafia e Stato. Secondo Ciancimino, dunque, Provenzano avrebbe "venduto" il boss corleonese Riina, consentendone la cattura. Una circostanza che confermerebbe che, a una prima fase della trattativa, che ebbe come protagonista mafioso Riina, sarebbe seguita una seconda fase con un nuovo interlocutore in cosa nostra: Bernardo Provenzano. Ciancimino, nel ricostruire il ruolo di Provenzano nella cattura di Riina, ha raccontato che nel periodo delle stragi mafiose del '92, l'allora capitano del Ros Giuseppe De Donno gli consegnò delle mappe di Palermo, chiedendogli di darle a suo padre e sperando di avere un contributo utile per l'arresto del boss latitante. Secondo quanto raccontato da Ciancimino ai magistrati, don Vito avrebbe trattenuto una copia delle mappe e un'altra l'avrebbe affidata al figlio perché la consegnasse a un uomo di fiducia del geometra Lo Verde, il nome con cui l'ex sindaco indicava Provenzano. L'uomo del capomafia avrebbe, poi, restituito a Ciancimino la mappa con un cerchio proprio sopra la zona del quartiere Uditore in cui si nascondeva Riina. La cartina venne poi fatta avere ai carabinieri e Riina nel gennaio '93 finì in manette. Massimo Ciancimino ha consegnato, questa mattina, nuovi documenti alla procura del capoluogo siciliano. "Si tratta di una serie di carte - ha specificato prima di entrare nell'aula bunker del carcere per rendere dichiarazioni spontanee al processo in cui è indagato per riciclaggio - inerenti al periodo che i magistrati vanno esaminando. Saranno loro a stabilire se si tratta di documenti utili". Ciancimino ha precisato di avere consegnato solo materiale cartaceo. "Ho poi - ha aggiunto - tutta una serie di nastri, ma devo capire di cosa si tratti. Mio padre era solito registrare eventi importanti, ma non ho avuto ancora contezza personale di cosa sia impresso nelle bobine in mio possesso". Secondo quanto riferito da Ciancimino agli inquirenti, nelle scorse settimane, oltre agli appunti vocali per la redazione di un libro, l'ex sindaco avrebbe registrato anche alcuni colloqui avuti con i carabinieri del Ros, tra i quali l'allora colonnello Mario Mori. Nell'inchiesta sulla cosiddetta trattativa al momento sarebbero indagati, oltre a Provenzano i boss Riina e Antonino Cinà. La procura ipotizza il reato di minaccia a corpo politico dello Stato.
05/11/2009

mercoledì 4 novembre 2009

Il Procuratore antimafia Grasso: "Oltre alla mano di Cosa nostra, potrebbe esserci anche l'apporto di "elementi esterni"

Nell'omicidio di Pio La Torre, (avvenuto a Palermo il 30 aprile 1982) parlamentare del Pci, e padre della legge che ha introdotto il reato di mafia e il sequestro dei beni mafiosi firmata insieme all'allora ministro Dc Virgilio Rognoni, oltre alla mano di 'Cosa nostra' potrebbe esserci anche l'apporto di "elementi esterni" non estranei al sistema del potere politico dominante in Sicilia all'epoca. Lo ha detto il procuratore nazionale antimafia Piero Grasso intervenendo alla presentazione - nella sede della Rai di viale Mazzini - della puntata di 'La Storia siamo noi' che andrà in onda su Rai Storia la prossima domenica e che è dedicata alla figura di Pio La Torre. Grasso ha fatto riferimento alle parole del pentito Marino Mannoia. In particolare Grasso ha ricordato che Mannoia, a proposito dell'uccisione di Pio La Torre nel quale, venne colpito a morte anche il suo autista Rosario Di Salvo, disse, in sostanza, che l'esponente del Pci fu ucciso per la sua azione politica di contrasto e non fu ucciso in quanto uomo politico. "Se tutti quelli che fanno politica dovessero essere ammazzati - ha detto Grasso riferendo le parole di Mannoia - allora dovremmo sterminare l'umanità". Grasso ha spiegato queste affermazioni del pentito dicendo che, in questo modo, Mannoia "ammetteva la possibilità che ci fossero elementi esterni nella decisione di uccidere La Torre, ma non ne aveva le prove. Non dobbiamo dimenticare che i vertici assoluti di Cosa nostra, i quali potrebbero fornire informazioni importanti sulla stagione dei cosiddetti delitti politici della mafia, non hanno fatto la scelta di collaborare con lo stato". Grasso non è voluto tornare sul tema della trattativa stato mafia, sul quale è stato interpellato ieri sera durante un' audizione secretata davanti alla Commissione Antimafia, ma ha detto - rispondendo ad una domanda di Minoli - che certamente con l'arresto di Vito Ciancimino, uno degli intermediari della trattativa che riferiva a Totò Riina, si interrompe questo 'flusso' per riprendere la trattativa avevano individuato me come capro espiatorio: uccidermi con un attentato. "Da sempre l'invito, da parte di noi familiari di Pio La Torre, alla magistratura è quello di approfondire le indagini sui mandanti verso livelli superiori e diversi rispetto alle responsabilità già individuate in capo ai componenti della 'Cupola' di Cosa Nostra. Occorre andare a scavare meglio, come ha indicato anche la testimonianza resa oggi dal procuratore nazionale antimafia Piero Grasso". Lo hanno detto Filippo e Franco La Torre, i due figli del parlamentare del Pci ucciso nel 1982 a Palermo dalla mafia insieme all'autista Rosario Di Salvo, intervenendo alla puntata di 'La storia siamo noi' di Giovanni Minoli che andrà in onda la prossima domenica su Rai Storia, alla presentazione della sede Rai di viale Mazzini. Franco e Filippo La Torre hanno giudicato "inquietante" la testimonianza di Giulio Andreotti che a proposito del delitto di Salvo Lima ha detto - nell' intervista rilasciata per la puntata su Pio La Torre - che "si é trattato dell' omicidio di un poveruomo che non ha mai commesso illegalità". A proposito del diniego dell'ex procuratore capo di Palermo Pietro Giammanco che non ha voluto rilasciare interviste, per questa puntata dedicata a Pio La Torre, Filippo e Franco hanno ricordato che "da sempre Giammanco ha fatto la scelta di tacere". Nella puntata su Pio La Torre si ricorda che Giammanco eluse la richiesta di Giovanni Falcone di prendere contatti con i magistrati romani che indagavano su 'Gladio' per verificare se vi fosse anche una responsabilità dei servizi segreti deviati nel delitto La Torre. La puntata a lui dedicata ricorda che per quasi tutta la sua vita l' esponente siciliano del Pci - padre della legge che ha introdotto il reato di mafia e il sequestro dei beni dei boss, firmata insieme all'ex ministro Dc Virginio Rognoni, e della battaglia contro l' installazione degli euromissili nella base siciliana di Comiso - fu pedinato costantemente dai servizi segreti con il sospetto di essere una spia di Mosca.

"Pdl-Sicilia". Un oscuro oggetto di pressione?

di Agostino Spataro
Ora che il “passo decisivo” è stato compiuto, l’on. Gianfranco Micciché dovrebbe spiegare meglio il senso vero, più autentico (o più recondito?) della fondazione del suo “Pdl-Sicilia”. Si sperava nella conferenza di presentazione, ma da lì non sono venuti idee e programmi nuovi, solo giri di parole e propositi di lealtà a Berlusconi. Perciò, in attesa di un chiarimento esaustivo, non resta che tentar di capire dove il sottosegretario vorrebbe andare a parare, partendo da alcune domande che la gente si pone.
Cosa è questa nuova creatura uscita dal cilindro di Micciché? Un oscuro oggetto di destabilizzazione o una vera svolta politica? Quali conseguenze potrà determinare sulla confusa situazione politica siciliana e sul Lombardo-bis? Interrogativi pesanti che meritano risposte puntuali e precise, chiarendo quali sono gli obiettivi al presente e le conseguenze per il futuro. Il dilemma si potrebbe liquidare osservando che un fatto politico che abbisogna di essere molto spiegato è, di per se, poco convincente. Per cercare di scoprirne la natura e le finalità seguiremo la via indiretta, cominciando cioè a vedere cosa non è il Pdl-Sicilia o come lo chiameranno. Tutti convengono che non è il minacciato “partito del sud” di alcuni mesi addietro. Non è una scissione poiché Miccichè e i suoi seguaci dichiarano di restare dentro il PDL del quale, con quest'atto, vorrebbero restaurarne i valori più autentici. Non è uno scisma. Anche se il termine più si addice alle fratture di carattere religioso, applicato a questo caso ne vien fuori che i miccichiani (sic!) non sono scismatici poiché non si separano per divergenze dottrinarie e comunque restano fedeli al “dio unico”, alias Silvio Berlusconi. Non è una secessione giacché - a sentire i promotori - non è una ribellione contro il potere costituito e neanche una defezione, un tradimento verso una linea politica, anzi – come sostiene Micciché - è il suo esatto contrario, ossia una reazione sacrosanta al tradimento perpetrato dai cosiddetti “lealisti”.
Ma se tutto questo non è, allora cos’è il Pdl- Sicilia? Per cercare la risposta siamo andati alla fonte, al blog dello stesso Micciché dove si definisce lo strappo un “detonante shock politico”. Ma anche questa definizione non calza. La nuova formazione politica (a proposito come definirla: partito, movimento, gruppo parlamentare o che cosa?) è molto di più di uno shock, poiché nasce da una spaccatura verticale e violenta all’interno del Pdl isolano. Per stimolare un corpo intorpidito non si spezza in due, col rischio di ammazzarlo. Ritorna, dunque, inevasa, la fatidica domanda: che cosa è la nuova creatura? In attesa che Micciché dia una risposta convincente, vediamo di capire dentro quale contesto il PdL Sicilia nasce e dovrà muoversi. In campo nazionale, la rottura è stata osteggiata apertamente solo da La Russa e Gasparri, il duo ex An divenuti più berlusconiani di Berlusconi. Il resto del partito tace o acconsente. Al massimo consiglia prudenza. Dell’Utri invoca la perduta “armonia” ma da il lasciapassare a Micciché. Fini l’ha benedetta e autorizzato i suoi a farne parte. Ufficialmente, Berlusconi non l’ha disapprovata e quindi - si ritiene - potrebbe sotto sotto appoggiarla. Se così fosse - come pare sia - registriamo una strana concordanza tra Fini e Berlusconi, in Sicilia.

Lombardo assediato cerca rinforzi
Insomma, cosa sta succedendo intorno a questo misterioso soggetto politico? Si è aperta una partita complessa dagli esiti incerti e contrapposti che va ben oltre i confini del’Isola. Anche perché i “lealisti”, che conservano la maggioranza del gruppo all’Ars e della delegazione parlamentare a Roma, sono qui in buona compagnia ossia con personalità di riferimento, come il ministro Alfano e il presidente del Senato, Schifani, che non possono essere associati ad “una gestione del partito ribelle perché antitetica a quei valori …che Berlusconi portò con se”, come Micciché descrive nel suo blog i seguaci di Castiglione e Nania. Vedremo come andrà finire. Tuttavia, il nuovo gruppo all’Ars sancirà la separazione con quello, maggioritario, dei lealisti che potrebbero perfino passare all’opposizione ed aprire, così, per la regione una fase davvero imprevedibile. A cominciare dal destino del governo Lombardo, il quale approva la rottura, ma non spiega come, e fino a quando, potrà governare con una minoranza parlamentare (30 deputati), assediato da un’opposizione che ne conta il doppio. Logica vorrebbe che stia correndo incontro alla disfatta. Tranne che, nottetempo, non arriveranno i rinforzi. Ma quali? Non quelli dei “lealisti” e nemmeno quelli dell’Udc di Cuffaro che esclude un ritorno in maggioranza. Resterebbero quelli del Pd, divenuto il gruppo più numeroso all’Ars (29), ma appare altamente improbabile, specie dopo le primarie, che possa aderire, almeno in toto, ad un progetto così confuso al quale farebbe da stampella. A meno ché il vero gioco non si stia svolgendo nei meandri oscuri del sottosuolo della politica siciliana e romana.
Agostino Spataro
* pubblicato, con altro titolo, in La Repubblica del 4/11/09

martedì 3 novembre 2009

Corleone. Tragico incidente stradale: perde la vita un giovane, altri due restano feriti

di Cosmo Di Carlo
Tragico incidente stradale ieri mattina nella campagne di Corleone. A perdere la vita, schiacciato nella cabina di un autocarro su cui viaggiava con due altri operai, un giovane nativo di Corleone: Giovanni Puccio, 27 anni, scapolo.
I tre a bordo del mezzo sono precipitati, dopo aver divelto la spalletta di un ponte sulla S:P 59, che collega Corleone con Campofiorito e Roccamena, all’altezza del Km.6,200. In quel tratto vi è un ponte sul fiume “Batticano”. L’automezzo si è ribaltato, precipitando con le ruote in aria da un’altezza di circa 10 metri. Nell’impatto l’abitacolo dell’automezzo si è schiacciato sulle rocce del greto del fiume intrappolando i tre giovani. L’allarme al 113 è stato dato da un automobilista di passaggio, che si è prodigato ad estrarre due dei tre operai incastrati tra le lamiere. Giovanni Puccio, invece, è morto sul colpo ed è stato adagiato su un prato accanto alla sponda del fiume, coperto da un lenzuolo. Sul posto si sono portati immediatamente una volante del locale commissariato, un’ambulanza del 118, di stanza a Corleone, ed i Vigili del Fuoco del locale distaccamento. In considerazione del grave trauma riportato da Antonino Gennusa, si chiedeva l’intervento di un elicottero del 118, che atterrava in prossimità del luogo del sinistro. I medici, constatavano il decesso del Puccio e prestavano i primi soccorsi ad Antonino Gennusa ed al terzo operaio Gaetano Madonia, che è stato ricoverato presso l’ospedale dei Bianchi di Corleone. Secondo i primi accertamenti, era lui alla guida dell’autocarro. Diverse e più gravi sono apparse ai sanitari, le condizioni di Antonino Gennusa, che veniva trasportato con l’elicottero del 118, atterrato sul luogo dell’incidente, all’ospedale Civico di Palermo. Per lui, ricoverato in rianimazione, con fratture multiple ed un grave trauma cranico, i medici hanno espresso la riserva sulla vita. Le sue condizioni sono leggermente migliorate in serata. Sulla dinamica dell’incidente indagano gli uomini del Commissariato di Polizia di Corleone e gli agenti della Polizia Stradale del distaccamento di Lercara Friddi, che hanno effettuato i rilievi di rito. L’autocarro è stato posto sotto sequestro per disposizione dell’Autorità Giudiziaria. Da una prima ricostruzione della dinamica del sinistro, pare che il conducente per evitare una profonda buca sul manto stradale all’ingresso del ponte, abbia sterzato perdendo il controllo dell’automezzo, che pattinava sul fango che copriva per almeno 20 centimetri il manto stradale. Il camion andava ad impattare e rompere la spalletta del ponte. e precipitava nel vuoto. Il corpo senza vita di Giovanni Puccio, dopo la perizia medico legale, veniva trasportata prima all’obitorio del cimitero comunale di contrada San Vito e quindi consegnata ai familiari. La notizia della morte di Giovanni Puccio si è diffusa subito in città provocando dolore, commozione e sgomento. Il giovane operaio, infatti, era molto conosciuto per il suo carattere allegro e gioviale ed i suoi amici lo hanno ricordato con numerosi messaggi affettuosi su Facebook. (*Co.Di.*)
FOTO. Dall'alto: il luogo del tragico incidente; Giovanni Puccio, il giovane deceduto.

lunedì 2 novembre 2009

Antiracket a Bagheria. Cipriani: «Sono stati fatti passi importanti, ma molto resta ancora da fare»

Bagheria. Senza dubbio, si sono fatti passi avanti nella lotta al racket. E' emblematico l'episodio di quel commerciante che l'altro giorno in municipio, conclusa l'intervista rilasciata dal rappresentante della Confcommercio alla televisione locale, ha voluto dire anche la sua sulla questione antiracket. Impensabile qualche anno fa. Diciamo però di assistere ad un alternarsi di luci e di ombre. Pippo Cipriani, presidente dell'associazione antiracket e antiusura, nell'annunciare la prossima costituzione di parte civile nel processo contro i 94 presunti mafiosi arrestati l'anno scorso (fra i quali il bagherese Pino Scaduto) nell'ambito dell'operazione "Perseo", definisce "fatto eclatante" che alcuni imprenditori abbiano collaborato ammettendo di aver pagato il pizzo. «Non succedeva - dice - dal processo 'Grande Mandamento'. E aggiunge: «Oggi, con il recente arresto di due estortori della cosca di Scaduto e grazie alla collaborazione di alcuni imprenditori siamo tornati alla fase positiva in cui all'azione dello Stato corrisponde la risposta degli imprenditori. Dalla paura di ieri si è passati alla speranza». Italo Fragale, responsabile di Confcommercio, alla nostra obiezione sul bla-bla di certi simposi, risponde: «Il lavoro delle associazioni di categoria è servito a smuovere il terreno. Vent'anni fa le riunioni rimanevano deserte e si faceva fatica a chiamare a raccolta qualche persona, oggi invece si registra una larga affluenza di gente che sa di essere tutelata grazie alla nostra attività. I convegni, la costituzione di parte civile e quant'altro sono serviti e servono a dare quel coraggio che prima mancava». Giusi Maggiore, responsabile della Confesercenti, non risparmia critiche all'amministrazione comunale che non starebbe dalla parte degli imprenditori. «E' grave - sottolinea - che il Comune non si sia ancora dotato di un piano commerciale, con la conseguenza che ci ritroviamo attività commerciali asfittiche costrette ad operare entro i limiti dei canonici 300 metri quadrati mentre altrove, a Brancaccio, a Carini, a Villabate, a Cefalù si sviluppano grossi centri commerciali. Il piccolo imprenditore soffre. Dalla Camera di commercio apprendiamo che tantissime aziende chiudono e tanti imprenditori ricorrono all'usura». ianluca Maggiore, responsabile della Cna, dichiara di avere colto nei suoi associati la consapevolezza di quanto sia importante per le imprese restare unite: «si è passati da una fase in cui ogni impresa stava per conto suo a quella dello stare insieme». Poi aggiunge: «Poco o niente ha fatto la P.A. che è stata anzi capace di perdere parecchi fondi destinati a creare le zone artigianali. Si è rivelata incapace di fare attecchire legalità e sviluppo economico che impedirebbero alla mafia di mettere radici». Padre Francesco Michele Stabile, parroco di una chiesa di frontiera, che ogni giorno tocca con mano i drammi della emarginazione e della povertà, definisce "carente il messaggio sociale". E aggiunge: «Le iniziative che si sono fatte toccano una minoranza, manca ancora una coscienza di popolo, non è coinvolta la totalità delle persone. Bisogna recuperare alla legalità tanta gente che sta ai margini della vita sociale. Per farlo sono necessarie alcune garanzie quali il lavoro, la casa, ecc. Non mi illudo che questo possa risolvere da solo il problema mafia, però può alleggerire, forse eliminare, quel clima di illegalità per cui tutto è giustificato proprio perché viviamo in questa temperie». Intanto Bagheria, da quando è stato chiuso alle auto il corso Umberto dove non è più frequente il transito delle forze dell'ordine, deve fare i conti anche con la recrudescenza della criminalità ordinaria. Un punto dolente toccato da Giusi Maggiore, perennemente a contato con le difficoltà che hanno molte aziende costrette ad affrontare il problema dei «furti notturni nei due corsi (corso Umberto e corso Butera, ndr) assolutamente insicuri». «Si tratta - precisa Maggiore - di microcriminalità, non organizzata ma da non prendere sottogamba. Non è giusto che il commerciante che lavora per tutto il santo giorno debba vedersi costretto ad installare a sue spese delle videocamere per tutelare la sicurezza del proprio negozio. Sarebbe l'ora che l'amministrazione comunale prendesse in considerazione il problema. Si sono fatti passi avanti nella lotta alla criminalità organizzata e paradossalmente si va indietro con la piccola criminalità».Italo Fragale, dando man forte alla collega, osserva: «Non basta parlare di antiusura e antiracket scordandoci dei problemi di un'attività commerciale o artigianale». E aggiunge: «Sembra paradossale, eppure un imprenditore, oberato da problemi enormi che hanno origine da quello che la politica si scorda di fare, si contenta di pagare ai malavitosi mille euro che per lui sono il minor danno rispetto ai mille guai che è costretto a passare. Bisogna creare le condizioni perché le imprese rinascano veramente. Allora sì che l'imprenditore potrà alzare la voce e dire a chi gli fa la proposta indecente: 'Va' a quel paese, i mille euro non te li debbo!'».
Giuseppe Fumia
La Sicilia, 1.11.2009