domenica 31 maggio 2009

Corleone, il paese dove i Santi... corrono

(d.p.) Corleone è forse l’unica città al mondo dove vi sono santi che corrono. Da oltre 150 anni, infatti, l’ultima domenica di maggio, con partenza dal Piano del Borgo (oggi piazza Falcone e Borsellino) e arrivo a Santo Lucuzza, ha inizio un’originale corsa che vede protagoniste le statue di San Leoluca e Sant’Antonio. Spinti dalle rispettive confraternite, al ritmo incalzante di una marcetta suonata dalla banda del paese, con centinaia di fedeli al seguito, i due santi ingaggiano una corsa, lungo il percorso di circa un chilometro. È “il modo” con cui i corleonesi ogni anno ringraziano il loro santo protettore, che il 27 maggio 1860, li salvò miracolosamente dal saccheggio dell’esercito borbonico. Il fatto storico ha una spiegazione diversa, ma questo alla gente interessa poco. Quest’anno la tradizionale “corsa” si è svolta domenica 31 maggio, ma i festeggiamenti sono iniziati sabato con la messa celebrata nella chiesetta Sopra la Rocca e con lo spettacolo in villa comunale del cabarettista Gianni Nanfa. Domenica mattina, invece, alle 9.30 ha avuto inizio la “Sagra della Ricotta”, mentre alle 10.30 si è esibita la Fanfara dei Bersaglieri. Alle 19.30, infine, la tanto attesa corsa di San Leoluca e Sant’Antonio, conclusa dai giochi d’artificio. Una due-giorni di fede e di festa, dunque, “disturbata” da una inopportuna Sagra della Ricotta, voluta dall’Amministrazione comunale (e subita dal Comitato per la festa), che non è servita a valorizzare un prodotto locale (fra qualche settimana - e fino ad ottobre - le pecore non produrranno più latte), ma solo a sprecare quel denaro pubblico, che “mamma” Regione (auspice l’ex assessore Antinoro) così generosamente ha elargito al Comune di Corleone. Denaro che si sarebbe potuto impiegare più utilmente finanziando, per esempio, il progetto di restauro della chiesetta di S. Antonio, che rappresenta un piccolo gioiello di architettura povera. È la chiesetta dove, secondo la leggenda locale, si trovava il santo, che faceva il ciabattino, quando fu invitato da S. Leoluca ad andare con lui per fermare l’esercito borbonico.
FOTO. Dall'alto: il manifesto che annuncia la Sagra; la chiesetta di Sant'Antonio semidiroccata

Rifiuti a Palermo. Non passa la delibera della giunta sull'aumento del 35% della tarsu

Sfiorata la rissa in aula. In 400 protestano in piazza Pretoria. Fuori presidio dei lavoratori dell'Amia
PALERMO - Momenti di tensione tra maggioranza e opposizione nell'aula del consiglio comunale a Palermo dove è in corso la seduta straordinaria con all'ordine del giorno la delibera della giunta di Diego Cammarata sull'aumento del 35% della tassa per i rifiuti (tarsu).
QUASI RISSA - Tra alcuni consiglieri si è sfiorata la rissa dopo che la maggioranza ha proposto di far svolgere la seduta a porte aperte. Davanti al palazzo, in piazza Pretoria, ci sono circa 400 persone, tra operatori dell'Amia (azienda per i rifiuti), dipendenti di società collegate e raccoglitori di ferro e cartone. In piazza è stata sistemata una bancarella che vende aranciate e limoncello. Il municipio è blindato. Ci sono presidi di polizia in tenuta antisommossa, carabinieri e guardia di finanza. Uomini della Digos sono mischiati ai manifestanti per evitare che la tensione aumenti.
NIENTE AUMENTO - Ma alla ripresa dei lavori, è stato scongiurato l'aumento della tarsu. Di fronte all'ostruzionismo dell'opposizione, che non ha accolto la richiesta della maggioranza di centrodestra di ritirare i circa 1.200 emendamenti alla delibera della giunta di Diego Cammarata, il presidente del consiglio comunale, Alberto Campagna, ha chiuso i lavori, in seduta straordinaria, in accordo con i capigruppo. La delibera doveva essere approvata entro domenica, in quanto a mezzanotte scadono i termini per l'approvazione del bilancio di previsione, per cui non non c'è più tempo per una modifica del regolamento sulla tarsu.
"La nostra battaglia ha impedito l´aumento delle tasse ai palermitani, che Cammarata e il centrodestra volevano imporre. I cittadini non avrebbero accettato questo scippo specie in un momento di crisi come quello attuale. Oltretutto le carte sui "viaggi d´oro" di Galioto hanno dimostrato a cosa servivano i soldi che adesso si volevano chiedere alla città", dice Davide Faraone, deputato regionale e capogruppo del Pd al Consiglio Comunale di Palermo. "Adesso - aggiunge Faraone - bisogna impegnarsi per il rilancio dell´azienda attraverso un nuovo piano industriale, per garantire servizi efficienti e il futuro dei lavoratori".
domenica 31 maggio 2009

venerdì 29 maggio 2009

Arrestata alla periferia di Napoli una donna accusata di rapine con narcotici nel Corleonese

di Cosmo Di Carlo
Corleone - E’ finita alle 20,00 di ieri sera a Sant’Antimo un popoloso paese alla periferia nord di Napoli la latitanza di Giuseppa Taormina. La donna, 29 anni, nativa di Partinico (PA), è accusata di rapina con narcotici ai danni di alcuni anziani di Roccamena e di altri paesi del palermitano, ed è stata arrestata dai carabinieri della compagnia di Corleone,
che hanno fatto irruzione con i militari dell’Arma della tenenza di Sant’Antimo in un appartamento della cittadina dove Giuseppa Taormina è stata sorpresa in compagnia di Giuseppe Barretta, un pregiudicato del luogo che è stato tratto in arresto per favoreggiamento personale. La latitanza della donna era iniziata il 9 aprile scorso , quando la Taormina si era allontanata dagli arresti domiciliari che stava trascorrendo in una casa famiglia di Sciacca. Taormina Giuseppa era stata tratta in arresto dai Carabinieri del Nucleo Operativo e Radiomobile di Corleone nel febbraio di quest’anno, insieme ad Ignazio Mulè di Camporeale e Vito Barone di Roccamena, perché ritenuta responsabile in concorso di diverse rapine aggravate e furti commessi tra il 2007 e il 2008 nel corleonese. Le rapine venivano perpetrate di solito ai danni di anziani uomini ai quali la donna si proponeva di offrire prestazioni sessuali, ma poi narcotizzava le sue vittime e sottraeva loro denaro, preziosi e valori con l’aiuto dei suoi complici. Vittima di una delle rapine anche una coppia di anziani di Roccamena. In quell’occasione la donna ed uno dei suoi complici erano riusciti a farsi ricevere nell’alloggio dell’anziana coppia, riuscendo poi a rapinarli dopo aver versato del sonnifero nel caffè. Nel corso della indagini i Carabinieri di Corleone avevano raccolto numerose testimonianze che confermavano le risultanze delle attività d’intercettazione ed inchiodavano i tre indagati. Per la banda di rapinatori scattavano le manette: era il mese di febbraio 2009. Giuseppa Taormina era stata quindi sottoposta agli arresti domiciliari presso una comunità alloggio di Sciacca il 6 febbraio scorso, ma ne era evasa il 9 aprile successivo, rendendosi irreperibile. Grazie all’aiuto di Giuseppe Barretta, secondo le indagini dei carabinieri, era riuscita a raggiungere la provincia di Napoli e qui si nascondeva. Ieri sera, dopo tutta una serie di intercettazioni e pedinamenti svolti dai militari dell’Arma con discrezione, è stato individuato il covo nell’abitato di Sant’Antimo ed è scattato quindi il blitz. I due sono stati sorpresi mentre si apprestavano a consumare la cena. Alla vista dei carabinieri, che hanno fatto irruzione nell’appartamento, la Taormina ed il Barretta, che non erano in possesso di armi, non hanno opposto resistenza e sono stati rinchiusi dopo le formalità di rito rispettivamente presso le case circondariali di Pozzuoli e di Napoli Poggioreale a disposizione dell’autorità giudiziaria.
NELLA FOTO: Giuseppa Taormina

giovedì 28 maggio 2009

La zia di Noemi: "Così Berlusconi è entrato nella nostra famiglia"


di GIUSEPPE D'AVANZO
e CONCHITA SANNINO
Gino Flaminio è un ragazzo coraggioso, ha detto com'è andata. Da tre mesi si sapeva che il presidente sarebbe venuto alla festa dei 18 anni. Ho visto antiche amicizie nate dalla notte al giorno, eventi dolorosi usati per sostenere nuove versioni"
NAPOLI - Signora Francesca D. F., che grado di parentela ha con i genitori di Noemi?

"Sono la zia, moglie del fratello di Anna Palumbo, la madre di Noemi".

Ha precedenti penali, signora? Sa, dobbiamo chiederglielo perché, per alcuni, il testimone non va valutato per quel che dice, ma per quel che è.

"Non ho precedenti penali".

Qualcuno nella sua famiglia ne ha?

"No".

Ha motivo di risentimento nei confronti di sua cognata o della sua famiglia, o della ragazza?

"Assolutamente no. Ho ottimi rapporti con Anna, con i genitori di Anna e con i suoi fratelli. Anzi, ho condiviso finora con altri membri della famiglia l'imbarazzo, il disagio e la sofferenza che questa situazione non del tutto limpida, sta provocando. Ci sono troppe bugie. Circostanze che contrastano con quello che abbiamo sentito e visto in famiglia".

Gino Flaminio fa parte delle bugie o della realtà vissuta in casa Letizia?

"Gino è stato il fidanzato di Noemi esattamente per il periodo da lui descritto al vostro giornale. Gino fa parte della realtà della famiglia Letizia e tutti noi lo abbiamo conosciuto e soprattutto apprezzato fino a quando i rapporti tra loro si sono deteriorati. È un bravo ragazzo. Amava davvero Noemi e Noemi gli era molto legata".

Vi incontravate anche con Gino?

"Certo, è accaduto più di una volta. Con l'andar del tempo, è nato un legame tra questo ragazzo e la nostra famiglia. Non mi pento di averlo avuto in casa".

Lei sa che il padre di Noemi ha minacciato querela per quello che Gino ha ricordato?

"Sì, purtroppo l'ho sentito ai tg, e ancora mi chiedo come sia stato possibile questo. Gino ha avuto parole di assoluto rispetto per tutti, per Noemi, per i suoi genitori, per noi. E anche per Berlusconi. Qual è la sua colpa? E perché accanirsi contro un ragazzo senza alcuna difesa?".

Lei sa che Gino nel 2005 è stato condannato per rapina?

"Quando lo abbiamo conosciuto era già un operaio. Ma sapevamo che c'era una macchia nel suo passato. E in ogni caso, il suo errore, quale che sia stato, non ha mai costituito un ostacolo al loro affetto, né all'amicizia che il ragazzo ha dimostrato ad Anna e ad Elio, peraltro venendone ricambiato".

Lei ha letto la testimonianza di Gino?

"Certo, e mi ha provocato una grande emozione. Perché ho visto per la prima volta, in questa storia di bugie, una persona dire le cose come stanno, con un coraggio che nessuno finora nella mia famiglia ha avuto".

E lei perché solo adesso ha deciso di offrire la sua testimonianza?

"E ancora avrei voluto tacere. Ma dopo aver visto la violenza della discussione a Ballarò, ho deciso di farmi viva. Ho visto troppe cose che non vanno. "Antiche amicizie" nate dalla notte al giorno. Fidanzati comparsi dal nulla. Dolorosi eventi che hanno afflitto la famiglia, utilizzati per sostenere nuove versioni dei fatti che hanno coinvolto mia nipote Noemi: come il riferimento a una lettera di cordoglio. E' con molto strazio che mi sono decisa ora a parlare. Mi sono tormentata in queste settimane".

Perché lo fa?

"Se devo dire la verità, lo faccio per i miei figli perché devono poter credere che esiste il vero e il falso, il buono e il cattivo. Voglio che sia chiaro che, per quanto mi riguarda, in questa storia non c'entra nulla la politica, nulla i complotti, ma solo la necessità di non vergognarsi quando ci si guarda allo specchio perché si è dovuto avallare una storia che, se non fosse così dolorosa, in famiglia sarebbe una barzelletta di cui ridere".

Lei, quando ha sentito per la prima volta di Berlusconi in famiglia?

"Alla fine del 2008, tra novembre e dicembre, ho visto per la prima volta durante un pranzo familiare Noemi alzarsi da tavolo allo squillo del suo cellulare, e l'ho ascoltata dire papi. Non avevo assolutamente idea, all'epoca, chi potesse essere. Ho pensato a un gioco tra ragazze. Notai soltanto che intorno a lei ci si dava da fare per evitare ogni curiosità".

Quando ha sentito per la prima volta indicare Berlusconi come una presenza familiare?

"Posso dirlo con certezza. L'11 gennaio 2009, il giorno del compleanno di mio figlio. Io organizzai una piccola festicciola. E seppi, quella sera, che si stavano preparando grandi festeggiamenti per i diciotto anni di Noemi. E che alla festa avrebbe partecipato, a meno di impegni improvvisi, anche Silvio Berlusconi".

Addirittura tre mesi prima, si contava sulle presenza a quel tavolo del presidente del Consiglio?

"A me fu detto che dovevamo "prepararci" per quello. La conferma della presenza del capo del governo sarebbe arrivata solo a Pasqua".

E poi?

"Mi fu detto che Berlusconi chiese espressamente a Noemi di essere invitato e pretese di ricevere dalle sue mani l'invito. Non so se poi Noemi lo abbia raggiunto a Roma e come siano andate le cose. In ogni caso, nella nostra riunione di famiglia al pranzo di Pasqua, ci fu confermato ancora di "prepararci" perché avremmo conosciuto il presidente il 26 aprile, alla festa organizzata nel ristorante di Casoria".

Che idea si è fatta della conoscenza tra Berlusconi e Noemi?

"So soltanto quel che mi ha raccontato Anna, mia cognata, la madre di Noemi. Anna sosteneva che il presidente del Consiglio aveva per mia nipote l'affetto di un padre. Ricordo l'espressione: "l'ha presa a cuore". Io non ne dubitai. Noemi è sempre stata una brava ragazza, dolce, buona. Con un grande sogno: fare la ballerina, l'attrice o la showgirl. Ricordo che in famiglia si diceva: "Magari così, Noemi entrerà dalla porta principale". Si intendeva dalla porta principale nel mondo dello spettacolo. E d'altronde la stessa Noemi - ho letto - lo ha già detto in un'intervista. Come peraltro Anna. Nelle primissime interviste, mia nipote e mia cognata sono state sincere e hanno raccontato in pubblico ciò che dicevano a noi in privato. E stato dopo che ho visto troppe cose confondersi".

Vuole darci la sua opinione su questa storia?

Sono molto preoccupata per la mia famiglia. Se mi espongo così, lo faccio perché siamo una famiglia di gente semplice e per bene. Parlo dei fratelli di Anna, dei suoi genitori, degli altri cognati, dei nostri figli e nipoti, tutti ragazzi sani. Tutti trascinati, dalla mancanza di chiarezza e sincerità, in una situazione che ci imbarazza moltissimo".
(La Repubblica, 28 maggio 2009)

mercoledì 27 maggio 2009

Contessa Entellina. XVI° Rassegna Culturale Folkloristica per la valorizzazione delle minoranze etniche – 30 maggio 2009

L’Istituto Comprensivo “F. Di Martino” di Contessa Entellina con il gruppo folkloristico “Brinjat” dal 2005 partecipa alla “Rassegna culturale folkloristica per la valorizzazione delle Minorane Etniche”, arrivata ormai alla XVI° edizione e che si svolge ogni anno in Calabria. L’istituto comprensivo di Caraffa (CZ) è il promotore di questa iniziativa. La manifestazione è riservata agli studenti delle scuole appartenenti a comunità contraddistinte da minoranza storica, etnico-linguistica presenti nel territorio nazionale. La rassegna consta di tre momenti fondamentali: una ricerca concorso, un convegno di studi, una manifestazione folkloristica. Quest’anno, il 30 maggio prossimo, grazie all’intervento di alcuni consiglieri comunali, nonché di Papas Nicolò Cuccia, del preside Nicolò Monte e di altri studiosi e amanti della cultura e tradizioni arbëreshë, la rassegna avrà luogo a Contessa Entellina. Sponsor ufficiale della manifestazione è l’Unione dei Comuni “BESA”.

Hanno già manifestato l’interesse ad aderire 12 scuole, tra cui una del Piemonte e una del Friuli.
La giornata si articolerà in varie fasi, dall’accoglienza mattutina delle scuole partecipanti con dolci appositamente realizzati dai genitori degli allievi, alla visita delle chiese e dell’antiquarium, alla sfilata dei gruppi in costume per le vie del paese, fino all’esibizione finale sul palco. Ogni gruppo partecipante dovrà esibirsi cantando canzoni nella propria lingua alloglotta con i tipici costumi tradizionali. La giuria sarà composta da sindaci o loro delegati in rappresentanza delle comunità partecipanti. A conclusione della serata verranno consegnati i premi.
In merito alla ricerca – concorso il tema di quest’anno è “La donna nella cultura minoritaria tra tradizione e innovazione”. A tale scopo l’Istituto “F. Di Martino” di Contessa ha realizzato un opuscolo bilingue (italiano-albanese) in cui è stato effettuato uno studio sulla Donna a Contessa Entellina, corredato da foto storiche. La premiazione della ricerca-concorso si svolgerà il 23 maggio presso il comune di Caraffa.
Per noi contessioti, tutti quanti, questa giornata sarà certamente un evento festivo che coinvolgerà tutta la cittadinanza, pieno di colori, musica, allegria, ma sarà principalmente un momento di riflessione sulla valenza culturale della nostra etnia, un punto nuovo di partenza per la ricostruzione e ricerca della nostra identità, un rilancio delle nostre tradizioni, usi, costumi, lingua, che ci contraddistinguono dai paesi limitrofi e che ci fanno sentire orgogliosamente Arbëreshë. La rassegna nel nostro comune servirà, dunque, a dare un futuro al passato della nostra storia.
Invitiamo tutti quanti a voler partecipare.
Anna Fucarino

lunedì 25 maggio 2009

Azzerata la giunta Lombardo. Leoluca Orlando: "Troppe promesse non mantenute"

di Alberto Bonanno
Il Pd saluta l’azzeramento della giunta Lombardo come un gesto positivo e non rifiuta a priori la possibilità di collaborare con il governatore siciliano, come accaduto all’Assemblea regionale per la riforma della sanità. “Siamo di fronte al giusto epilogo dell'esperienza fallimentare del centrodestra in Sicilia”, dice Antonello Cracolici, presidente del gruppo Pd dell'Ars. “In un anno - aggiunge Cracolici - questo centrodestra ha pensato solo a litigare, ignorando le emergenze e i problemi della Sicilia”.
“ Finalmente, dopo risse e guerre fra bande, la maggioranza è esplosa - dice il deputato sicliano del Pd Sergio D'Antoni - ora occorre verificare quale sarà il comportamento di Lombardo nei confronti del governo nazionale e rispetto alle vicende politiche siciliane. Il Pd deve tenere ferma - dice D'Antoni - la sua posizione nell'interesse della Sicilia e contro un governo nazionale antimeridionale e antisiciliano. Se però si dovessero aprire prospettive vere sulla vicenda siciliana, noi saremo pronti a portare avanti una riflessione seria per vedere quale possa essere il nostro contributo per un reale sviluppo della Regione. Quel che di certo non serve alla Sicilia sono i pasticci e le strumentalizzazioni”. “La coalizione di Lombardo è ormai implosa, sopraffatta dalle troppe promesse non mantenute, dai troppi interessi affaristici e dall'eccesso di consensi ottenuti pagando, estorcendo e mettondosi sotto la protezione dei boss mafiosi” commenta Leoluca Orlando, portavoce di Italia dei Valori, che si schiera apertamente contro la possibilità di partecipare a un “governo istituzionale”: “Di fronte ai soliti balletti meschini, come sempre a danno dei siciliani - sottolinea Orlando - non c’è spazio per nascondere la gravità della questione morale e l'inefficienza per un governo istituzionale che servirebbe a confermare la subalternità del Pd al Pdl” E se il governatore in persona esclude attualmente l’ipotesi di un “ governo istituzionale”, per i suoi fedelissimi non è così: “Oggi diciamo basta. Facciamo questa compagna elettorale. Poi sarà l'ora di un governo istituzionale e dopo si vedrà”, dice Lino leanza, segretario regionale dell’Mpa, il partito fondato da Lombardo. Con chi sarà fatto questo nuovo governo? “Governo istituzionale - risponde - vuol dire coinvolgere figure di alto spessore, fare un governo per la Sicilia, con l'aiuto di uomini di buona volontà che daranno il loro contributo. La decisione del presidente Lombardo è condivisa da tutto l'Mpa e dai siciliani che hanno bisogno di fatti, di vedere governata questa terra senza i ricatti romani e i freni di coloro che sono asserviti a Roma”. Ma nel centrodestra si fa spazio anche la richiesta di un chiarimento politico. “La decisione del presidente Lombardo, inedita e senza precedenti, pone sul tavolo politico elementi complessi e delicati. Per questo motivo il Pdl deve riunire con urgenza i suo vertici politici a livello regionale, o almeno i coordinatori insieme ai parlamentari poichè la posta in gioco è altissima” dice il parlamentare siracusano del Pdl Fabio Granata, vice presidente della Commissione antimafia. E dopo le scaramucce iniziali, ora anche l’Udc non chiude la porta in faccia al governatore: “Avevamo rappresentato al Presidente della Regione la necessità di affrontare, prima della composizione della giunta, due temi prioritari: cosa fare e con chi. Lasciamo all'onorevole Lombardo, intera, la responsabilità della sua proposta politica che ci riserviamo di valutare al momento opportuno” dice Saverio Romano, segretario dell’Udc siciliana. Una dichiarazione distensiva che sottolinea il momento di difficoltà vissuto dallo Scudo crociato in Sicilia, messo all’angolo prima dalle dimissioni dell’ex presidente Cuffaro, condannato a cinque anni per favoreggiamento aggravato alla mafia, e ora da alcune inchieste giudiziarie che coinvolgono due noti esponenti del partito siciliano, l’assessore ai Beni culturali Antonello Antinoro e il deputato regionale Nino Dina.
(La Repubblica, 25 maggio 2009)

Sicilia, il Presidente Lombardo azzera la giunta. "Via tutti, programma da riscrivere"

L'annuncio del presidente della Regione, dopo un periodo di conflittualità nella maggioranza. "Questa casa va rasa al suolo e ricostruita". Ipotesi governo istituzionale. "Sentirò Berlusconi, ma il premier è consigliato male"
PALERMO - "Quarantotto ore e avremo una giunta in grado di operare". Il presidente della Regione siciliana Raffaele Lombardo ha azzerato la sua Giunta. E' l'epilogo di scontri durissimi all'interno della maggioranza di centrodestra, tra il governatore e, soprattutto, il Pdl che, con l'Udc, non ha mai nascosto la crescente insofferenza nei confronti dell'esponente autonomista. Lombardo ha comunque assicurato che "non ribalterà le alleanze" e non farà allenze con il Pd, ma ha manifestato la ferma intenzione di "riscrivere il programma". Alle elezioni europee Lombardo si presenta con la lista dell'autonomia e cerca di raggiungere il quorum insieme ai pensionati, alla Destra di Storace e all'Unione di Centro. A Palermo parla di un "programma essenziale che va sottoscritto da chi ci sta, qui, a Roma come a Bruxelles e se serve anche all'Onu". Se la prende con chi "qua dice una cosa e poi fuori spara a zero contro la Giunta, si lamenta a Roma, all'Assemblea regionale siciliana fa ostruzionismo, non si va da nessuna parte". E avverte gli assessori: "Invito tutti loro a presentare le loro brave dimissioni. Sei o sette lo hanno già fatto, gli altri lo faranno a breve, spero. Si riparte da capo con un governo per l'autonomia e lo sviluppo". "Non c'è dubbio - prosegue Lombardo - questa casa va rasa al suolo e ricostruita. Riscriveremo un nuovo programma che dovrà essere sottoscritto da chi starà in giunta ma che dovrà essere rispettato anche in Aula da chi fa parte di questa maggioranza. Radiamo al suolo per ricostruire". Alla domanda se alcuni degli assessori potranno tornare, il governatore risponde ponendo le sue condizioni: "Potranno anche tornare tutti, ma dovrà essere firmata una 'cambiale' perché ci sia una coerenza assoluta. L'unico caso in cui potranno contestarmi sarà se non avrò fatto l'interesse del popolo siciliano. In quel caso hanno il diritto di saltarmi addosso. Per il resto, ho il dovere di pretendere coerenza, sintonia, collaborazione". Infine un messaggio al premier: "Mi dispiace che in questo momento ci sia tanta gente che lo consiglia male". Le reazioni. "L'azzeramento della Giunta regionale siciliana è la prova concreta che Lombardo ha perso la testa", taglia corto Alessandro Pagano del Pdl Mentre Leoluca Orlando del'Idv dice "no ad ogni ipotesi di governo istituzionale". "Oggi diciamo basta. Facciamo questa compagna elettorale. Poi sarà l'ora di un governo istituzionale e dopo si vedrà - spiega Lino Leanza, il segretario regionale dell'Mpa di Lombardo, - governo istituzionale vuol dire coinvolgere figure di alto spessore, fare un governo per la Sicilia, con l'aiuto di uomini di buona volontà che daranno il loro contributo". Cauta l'Udc: "Lasciamo a Lombardo la responsabilità della sua proposta politica che ci riserviamo di valutare al momento opportuno" dice Saverio Romano, segretario siciliano.
(La Repubblica, 25 maggio 2009)

domenica 24 maggio 2009

"Così papi Berlusconi entrò nella vita di Noemi"

di GIUSEPPE D'AVANZO e CONCHITA SANNINO
L'INCHIESTA. Parla Gino, l'ex fidanzato della ragazza di Portici. La prima telefonata del Cavaliere: "Sono colpito dal tuo viso angelico"
NAPOLI - Il 14 maggio Repubblica ha rivolto al presidente del consiglio dieci domande che apparivano necessarie dinanzi alle incoerenze di un "caso politico". Veronica Lario, infatti, ha proposto all'opinione pubblica e alle élites dirigenti del Paese due affermazioni e una domanda che hanno rimosso dal discreto perimetro privato un "affare di famiglia" per farne "affare pubblico". Le due, allarmanti certezze della moglie del premier - lo ricordiamo - descrivono i comportamenti del presidente del Consiglio: "Mio marito frequenta minorenni"; "Mio marito non sta bene". Al contrario, la domanda posta dalla signora Lario - se ne può convenire - è crudamente politica e mostra le pratiche del "potere" di Silvio Berlusconi, pericolosamente degradate quando a rappresentare la sovranità popolare vengono chiamate "veline" senza altro merito che un bell'aspetto e l'amicizia con il premier, legami nati non si sa quando, non si sa come. "Ciarpame politico" dice la moglie del premier. Silvio Berlusconi non ha ritenuto di rispondere ad alcuna delle domande di Repubblica. E, dopo dieci giorni, Repubblica prova qui a offrire qualche traccia e testimonianza per risolvere almeno alcuni dei quesiti proposti. Per farlo bisogna raggiungere Napoli, una piccola fabbrica di corso San Giovanni e poi un appartamento, allegramente affollato di amici, nel popolare quartiere del Vasto a ridosso dei grattacieli del Centro Direzionale. Sono i luoghi di vita e di lavoro di Gino Flaminio.
OAS_RICH('Middle');Gino, 22 anni, operaio, una passione per la kickboxing, è stato per sedici mesi (dal 28 agosto del 2007 al 10 gennaio del 2009) l'"amore" di Noemi Letizia, la minorenne di cui il premier ha voluto festeggiare il diciottesimo anno in un ristorante di Casoria, il 26 aprile. Gino e Noemi si sono divisi, per quel breve, intenso, felice periodo le ore, i sogni, il fiato, le promesse. "Quando non dormivo da lei a Portici - è capitato una ventina di volte - o quando lei non dormiva qui da me, il sabato che non lavoravo mi tiravo su alle sei del mattino per portarle la colazione a letto; poi l'accompagnavo a scuola e ci tornavo poi per riportarla indietro con la mia Yamaha. Lei qualche volta veniva a prendermi in fabbrica, la sera, quando poteva". Gino Flaminio è in grado di dire quando e come Silvio Berlusconi è entrato nella vita di Noemi. Come quel "miracolo" (così Gino definisce l'inatteso irrompere del premier) ha cambiato - di Noemi - la vita, i desideri, le ambizioni e più tangibilmente anche il corpo, il volto, le labbra, gli zigomi; in una parola, dice Gino, "i valori". Il ragazzo può raccontare come quell'ospite inaspettato dal nome così importante che faceva paura anche soltanto a pronunciarlo nel piccolo mondo di gente che duramente si fatica la giornata e un piatto caldo, ha deviato anche la sua di vita. Quieto come chi si è ormai pacificato con quanto è avvenuto, Gino ricorda: "Mi è stato quasi subito chiaro che tra me e la mia memi non poteva andare avanti. Era come pretendere che Britney Spears stesse con il macellaio giù all'angolo...". È utile ricordare, a questo punto, che il primo degli enigmi del "caso politico" è proprio questo: come Berlusconi ha conosciuto Noemi, la sua famiglia, il padre Benedetto "Elio" Letizia, la madre Anna Palumbo? A Berlusconi è capitato di essere inequivocabile con la Stampa (4 maggio): "Io sono amico del padre, punto e basta. Lo giuro!". Con France2 (6 maggio), il capo del governo è stato ancora più definitivo. Ricordando l'antica amicizia di natura politica con il padre Elio, Berlusconi chiarisce: "Ho avuto l'occasione di conoscere [Noemi] tramite i suoi genitori. Questo è tutto". Un affetto che il presidente del consiglio ha ripetuto ancor più recentemente quando ha presentato Noemi "in società", per così dire, durante la cena che il governo ha offerto alle "grandi firme" del made in Italy a Villa Madama, il 19 novembre 2008: "È la figlia di miei cari amici di Napoli, è qui a Roma per uno stage" (Repubblica, 21 maggio). All'antico vincolo politico, accenna anche la madre di Noemi, Anna: "[Berlusconi] ha conosciuto mio marito ai tempi del partito socialista". Berlusconi, qualche giorno dopo (e prima di essere smentito da Bobo Craxi), conferma. "[Elio] lo conosco da anni, è un vecchio socialista ed era l'autista di Craxi". (Ansa, 29 aprile, ore 16,34). Più evasiva Noemi: "[Di come è nato il contatto familiare] non ricordo i particolari, queste cose ai miei genitori non le ho chieste". (Repubblica, 29 aprile). Decisamente inafferrabile e chiuso come un riccio, il padre Elio (ha rifiutato di prendere visione di quest'ultima ricostruzione di Repubblica). Chiedono a Letizia: ci spiega come ha conosciuto Berlusconi? "Non ho alcuna intenzione di farlo" (Oggi, 13 maggio). Gino ascolta questa noiosa tiritera con un sorriso storto sulle labbra, che non si sa se definire avvilito o sardonico. C'è un attimo di silenzio nella stanza al Vasto, un silenzio lungo, pesante come d'ovatta, rispettato dagli amici che gli stanno accanto; dalla sorella Arianna; dal padre Antonio; dalla madre Anna. È un silenzio che si fa opprimente in quella cucina, fino a un attimo prima rumorosa di risate e grida. La madre, Anna, si incarica di spezzarlo: "Quando un giorno Gino tornò a casa e mi disse che Noemi aveva conosciuto Berlusconi, lo presi in giro, non volli chiedergli nemmeno perché e per come. Mi sembrava ridicolo. Berlusconi dalle nostre parti? E che ci faceva, Berlusconi qui? Ripetevo a Gino: Berlusconi, Berlusconi! (gonfia le guance con sarcasmo). Un po' ne ridevo, mi sembrava una buffonata di ragazzi". Gino la guarda, l'ascolta paziente e finalmente si decide a raccontare: "I genitori di Noemi non c'entrano niente. Il legame era proprio con lei. È nato tra Berlusconi e Noemi. Mai Noemi mi ha detto che lui, papi Silvio parlava di politica con suo padre, Elio. Non mi risulta proprio. Mai, assolutamente. Vi dico come è cominciata questa storia e dovete sapere che almeno per l'inizio - perché poi quattro, cinque volte ho ascoltato anch'io le telefonate - vi dirò quel che mi ha raccontato Noemi. Il rapporto tra Noemi e il presidente comincia più o meno intorno all'ottobre 2008. Noemi mi ha raccontato di aver fatto alcune foto per un "book" di moda. Lo aveva consegnato a un'agenzia romana, importante - no, il nome non me lo ricordo - di quelle che fanno lavorare le modelle, le ballerine, insomma le agenzie a cui si devono rivolgere le ragazze che vogliono fare spettacolo. Noemi mi dice che, in quell'agenzia di Roma, va Emilio Fede e si porta via questi "book", mica soltanto quello di Noemi. Non lo so, forse gli servono per i casting delle meteorine. Il fatto è - ripeto, è quello che mi dice Noemi - che, proprio quel giorno, Emilio Fede è a pranzo o a cena - non me lo ricordo - da Berlusconi. Finisce che Fede dimentica quelle foto sul tavolo del presidente. È così che Berlusconi chiama Noemi. Quattro, cinque mesi dopo che il "book" era nelle mani dell'agenzia, dice Noemi. È stato un miracolo, dico sempre. Dunque, dice Noemi che Berlusconi la chiama al telefono. Proprio lui, direttamente. Nessuna segretaria. Nessun centralino. Lui, direttamente. Era pomeriggio, le cinque o le sei del pomeriggio, Noemi stava studiando. Berlusconi le dice che ha visto le foto; le dice che è stato colpito dal suo "viso angelico", dalla sua "purezza"; le dice che deve conservarsi così com'è, "pura". Questa fu la prima telefonata, io non c'ero e vi sto dicendo quel che poi mi riferì Noemi, ma le credo. Le cose andarono così perché in altre occasioni io c'ero e Noemi, così per gioco o per convincermi che davvero parlava con Berlusconi, m'allungava il cellulare all'orecchio e anch'io sentii dalla sua voce quella cosa della "purezza", della "faccia d'angelo". E poi, una volta, ha aggiunto un'altra cosa del tipo: "Sei una ragazza divina". Berlusconi, all'inizio, non ha detto a Noemi chi era. In quella prima telefonata, le ha fatto tante domande: quanti anni hai, cosa ti piacerebbe fare, che cosa fanno tua madre e tuo padre? Studi? Che scuola fai? Una lunga telefonata. Ma normale, tranquilla. E poi, quando Noemi si è decisa a chiedergli: "Scusi, ma con tutte queste domande, lei chi è?", lui prima le ha risposto: "Se te lo dico, non ci credi". E poi: "Ma non si sente chi sono?". Quando Noemi me lo raccontò, vi dico la verità, io non ci credevo. Poi, quando ho sentito le altre telefonate e ho potuto ascoltare la sua voce, proprio la sua, di Berlusconi, come potevo non crederci? Noemi mi diceva che era sempre il presidente a chiamarla. Poi, non so se chiamava anche di suo, non me lo diceva e io non lo so. Lei al telefono lo chiamava papi tranquillamente. Anche davanti a me. Magari stavamo insieme, Noemi rispondeva, diceva papi e io capivo che si trattava del presidente. Quando ho assistito ad alcune telefonate tra Berlusconi e Noemi, ho pensato che fosse un rapporto come tra padre e figlia. Una sera, Emilio Fede e Berlusconi - insieme - hanno chiamato Noemi. Lo so perché ero accanto a lei, in auto. Ora non saprei dire perché il presidente le ha passato Emilio Fede, non lo so. Pensai che Fede dovesse preparare dei "provini" per le meteorine, quelle robe lì". (Ieri, a tarda sera, durante Studio Aperto, Fede ha affermato di aver conosciuto la nonna di Noemi. Repubblica ha chiesto a Gino se, in qualche occasione, Noemi avesse fatto cenno a questa circostanza. "Mai, assolutamente", è stata la risposta del ragazzo). "Comunque, quella sera, sentii prima la voce del presidente e poi quella di Emilio Fede - continua Gino - Non voglio essere frainteso o creare confusione in questa tarantella, da cui voglio star lontano. Nelle telefonate che ho sentito io, Berlusconi aveva con Noemi un atteggiamento paterno. Le chiedeva come era andata a scuola, se studiava con impegno, questa roba qui. Io però ho cominciato a fuggire da questa situazione. Non mi piaceva. Non mi piaceva più tutto l'andazzo. Non vedevo più le cose alla luce del giorno, come piacevano a me. Mi sentivo il macellaio giù all'angolo che si era fidanzato con Britney Spears. Come potevo pensare di farcela? Gliel'ho detto a Noemi: questo mondo non mi piace, non credo che da quelle parti ci sia una grande pulizia o rispetto. Mi dispiaceva dirglielo perché io so che Noemi è una ragazza sana, ancora infantile che non si separa mai dal suo orsacchiotto, piccolo, blu, con una croce al collo, "il suo teddy". Una ragazza tranquilla, semplice, con dei valori. Con i miei stessi valori, almeno fino a un certo punto della nostra storia". Intorno a Gino, questo racconto devono averlo già sentito più d'una volta perché ora che il ragazzo ha deciso di raccontare a degli estranei la storia, la tensione è caduta come se la famiglia, i vicini di casa, gli amici già l'avessero sentita in altre occasioni o magari a spizzichi e bocconi. C'è chi si distrae, chi parlotta d'altro, chi parla al telefono, chi si prepara a uscire per il venerdì notte. Gino sembra non accorgersene. Non perde il filo e a tratti pare ricordare, ancora una volta, a se stesso come sono andate le cose. "Ho cominciato a distaccarmi da Noemi già a dicembre. Però la cosa che proprio non ho mandato giù è stata la lunga vacanza di Capodanno in Sardegna, nella villa di lui. Noemi me lo disse a dicembre che papi l'aveva invitata là. Mi disse: "Posso portare un'amica, un'amica qualunque, non gli importa. Ci saranno altre ragazze". E lei si è portata Roberta. E poi è rimasta con Roberta per tutto il periodo. Io le ho fatto capire che non mi faceva piacere, ma lei da quell'orecchio non ci sentiva. Così è partita verso il 26-27 dicembre ed è ritornata verso il 4-5 gennaio. Quando è tornata mi ha raccontato tante cose. Che Berlusconi l'aveva trattata bene, a lei e alle amiche. Hanno scherzato, hanno riso... C'erano tante ragazze. Tra trenta e quaranta. Le ragazze alloggiavano in questi bungalow che stavano nel parco. E nel bungalow di Noemi erano in quattro: oltre a lei e a Roberta, c'erano le "gemelline", ma voi sapete chi sono queste "gemelline"? Penso anche che lei mi abbia detto tante bugie. Lei dice che Berlusconi era stato con loro solo la notte di Capodanno. Vi dico la verità, io non ci credo. Sono successe cose troppo strane. Io chiamavo Noemi sul cellulare e non mi rispondeva mai. Provavo e riprovavo, poi alla fine mi arrendevo e chiamavo Roberta, la sua amica, e diventavo pazzo quando Roberta mi diceva: no, non te la posso passare, è di là - di là dove? - o sta mangiando: e allora?, dicevo io, ma non c'era risposta. Per quella vacanza di fine anno, i genitori accompagnarono Noemi a Roma. Noemi e Roberta si fermarono prima in una villa lì, come mi dissero poi, e fecero in tempo a vedere davanti a quella villa tanta gente - giornalisti, fotografi? - , poi le misero sull'aereo privato del presidente insieme alle altre ragazze, per quello che mi ha detto Noemi... Al ritorno, Noemi non è stata più la mia Noemi, la mia alicella (acciuga, ndr), la ragazza semplice che amavo, la ragazza che non si vergognava di venirmi a prendere alla sera al capannone. A gennaio ci siamo lasciati. Eravamo andati insieme, prima di Natale, a prenotare per la sua festa di compleanno il ristorante "Villa Santa Chiara" a Casoria, la "sala Miami" - lo avevo suggerito io - e già ci si aspettava una "sorpresa" di Berlusconi, ma nessuno credeva che la sorpresa fosse proprio lui, Berlusconi in carne e ossa. Ci siamo lasciati a gennaio e alla festa non ci sono andato. L'ho incontrata qualche altra volta, per riprendermi un oggetto di poco prezzo ma, per me, di gran valore che era rimasto nelle sue mani. Abbiamo avuto il tempo, un'altra volta, di avere un colloquio un po' brusco. Le ho restituito quasi tutte le lettere e le foto. Le ho restituito tutto - ho conservato poche cose, questa lettera che mi scrisse prima di Natale, qualche foto - perché non volevo che lei e la sua famiglia pensassero che, diventata Noemi Sophia Loren, io potessi sputtanarla. Oggi ho la mia vita, la mia Manuela, il mio lavoro, mille euro al mese e va bene così ché non mi manca niente. Certo, leggo di questo nuovo fidanzato di Noemi, come si chiama?, che non s'era mai visto da nessuna parte anche se dice di conoscerla da due anni e penso che Noemi stia dicendo un sacco di bugie. Quante bugie mi avrà detto sui viaggi. A me diceva che andava a Roma sempre con la madre. Per dire, per quella cena del 19 novembre 2008 a Villa Madama mi raccontò: "Siamo stati a cena con il presidente, io, papà e mamma allo stesso tavolo". Non c'erano i genitori seduti a quel tavolo? Allora mi ha detto un'altra balla. Quella sera le sono stati regalati una collana e un bracciale, ma non di grosso valore. E il presidente ha fatto un regalo anche a sua madre. Sento tante bugie, sì, e comunque sono fatti di Noemi, dei suoi genitori, di Berlusconi, io che c'entro?". Le parole di Gino Flaminio appaiono genuine, confortate dalle foto, dalla memoria degli amici (che hanno le immagini di Noemi e Gino sui loro computer), da qualche lettera, dai ricordi dei vicini e dei genitori, ma soprattutto dall'ostinazione con cui il ragazzo per settimane si è nascosto diventando una presenza invisibile nella vita di Noemi. Repubblica lo ha rintracciato con fatica, molta pazienza e tanta fortuna nella fabbrica di corso San Giovanni dove tutti i suoi compagni di lavoro conoscono Noemi, la storia dell'amore perduto di Gino. Compagni di lavoro che - fino alla fine - hanno provato a proteggerlo: "Gino? E chi è 'sto Gino Flaminio?" e Gino se ne stava nascosto dietro un muro. La testimonianza del ragazzo consente di liquidare almeno cinque domande dalla lista di dieci che abbiamo proposto al capo del governo. La ricostruzione di Gino permette di giungere a un primo esito: Silvio Berlusconi ha mentito all'opinione pubblica in ogni passaggio delle sue interviste. Nei giorni scorsi, come quando disse a France2 di aver "avuto l'occasione di conoscere [Noemi] tramite i suoi genitori". O ancora ieri a Radio Montecarlo dove ha sostenuto di essersi addirittura "divertito a dire alla famiglia, di cui sono amico da molti anni, che non desse risposte su quella che è stata la nostra frequentazione in questi anni". Come di cartapesta è la scena - del tutto artefatta - disegnata dalle testate (Chi) della berlusconiana Mondadori. Il fatto è che Berlusconi non ha mai conosciuto Elio Letizia né negli "anni passati", né negli "ambienti socialisti". Mai Berlusconi ha discusso con Elio Letizia di politica e tantomeno delle candidature delle Europee (Porta a porta, 5 maggio). Berlusconi ha conosciuto Noemi. Le ha telefonato direttamente, dopo averne ammirato le foto e aver letto il numero di cellulare su un "book" lasciatogli da Emilio Fede. Poi, nel corso del tempo, l'ha invitata a Roma, in Sardegna, a Milano. Le evidenti falsità, diffuse dal premier, gli sarebbero costate nel mondo anglosassone, se non una richiesta di impeachment, concrete difficoltà politiche e istituzionali. Nell'Italia assuefatta di oggi, quella menzogna gli vale un'altra domanda: perché è stato costretto a mentire? Che cosa lo costringe a negare ciò che è evidente? È vero, come sostiene Noemi, che Berlusconi ha promesso o le ha lasciato credere di poter favorire la sua carriera nello spettacolo o, in alternativa, l'accesso alla scena politica (Corriere del Mezzogiorno, 28 aprile)? Dieci giorni dopo, ci sono altre ragionevoli certezze. È confermato quel che Veronica Lario ha rivelato a Repubblica (3 maggio): il premier "frequenta minorenni". Noemi, nell'ottobre del 2008, quando riceve la prima, improvvisa telefonata di Berlusconi ha diciassette anni, come Roberta, l'amica che l'ha accompagnata a Villa Certosa. La circostanza rinnova l'ultima domanda: quali sono le condizioni di salute del presidente del Consiglio?
(La Repubblica, 24 maggio 2009)

sabato 23 maggio 2009

Palermo si commuove nel ricordo di Falcone

PALERMO - E' il giorno del 17esimo anniversario della strage di Capaci in cui morirono Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e gli uomini della scorta. Palermo e la Sicilia non dimenticano quel drammatico attentato. Il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, accolto dall'applauso di centinaia di studenti, è arrivato nel'aula bunker del carcere Ucciardone di Palermo dove si commemora la strage. Ad attendere il Capo dello stato i ministri della giustizia Angelino Alfano, dell'Interno Roberto Maroni e della Pubblica istruzione, Mariastella Gelmini, oltre al procuratore nazionale antimafia Piero Grasso e al presidente della Regione, Raffaele Lombardo.
LO SBARCO DELLA NAVE DELLA LEGALITA'. Gli ambasciatori di pace e legalità, gli studenti di tutte le scuole italiane che sono sbarcati questa mattina al porto di Palermo dalla nave della legalità salpata ieri da Napoli sono stati accolti in un caldo abbraccio dai ragazzi siciliani che una volta abbassato il portellone della nave hanno liberato nel cielo chiaro migliaia di palloncini tricolori. I ragazzi hanno danzato sulle note della canzone di Federico Moro 'Pensà, che è stata la colonna sonora alla manifestazione in ricordo della strage di Capaci ormai da tre anni. Anche gli studenti del Teatro "Bellini" di Catania hanno danzato nelle loro magliette verdi con la scritta: "L'arte contro la mafia" mentre piccoli e più grandi continuano a scendere dalla nave al grido ritmato dai tamburi "Palermo è nostra e non di Cosa Nostra". Gli scout, le maestre e i professori - i più appassionati e commossi - a ritmare gli slogan dei loro alunni. Hanno ascoltato le parole di accoglienza della sorella del giudice ucciso, Maria Falcone, dell'arcivescovo di Palermo, mons. Pennisi e si sono diretti all'aula bunker dell'Ucciardone per cominciare la loro lunga giornata in favore della legalità.
IL COMMOSSO OMAGGIO DI NAPOLITANO. Il capo dello Stato ha cominciato la sua seconda giornata nella sua visita in Sicilia rendendo omaggio alle vittime dell'attentato di Capaci; poi si è recato alla caserma Lungaro della polizia e dopo avere deposto una corona di fiori ha incontrato i familiari di alcune delle vittime della mafia. Erano presenti il presidente del Senato, Renato Schifani ed il ministro dell'Interno, Roberto Maroni. Alla cerimonia hanno partecipato anche, tra gli altri, il capo della polizia, Antonio Manganelli, il procuratore nazionale antimafia, Pietro Grasso, il presidente della Regione, Raffaele Lombardo ed il sindaco di Palermo, Diego Cammarata.
MARIA FALCONE: "I GIOVANI MI DANNO SPERANZA". "Ogni anno coltivo maggiore speranza. E questo grazie ai tantissimi ragazzi che arrivano a Palermo per non dimenticare la strage di Capaci". Lo ha detto, nell'aula bunker dell'Ucciardone, Maria Falcone, sorella del giudice Giovanni. Maria Falcone ha ricordato la "ribellione degli imprenditori che hanno deciso di dire no al racket" e ha "ringraziato il presidente della Repubblica e i ministri presenti" alla manifestazione, auspicando "l'affermazione tra i giovani di un modello culturale che preveda più senso dello Stato e maggiore rispetto della persona".
EMMA MARCEGAGLIA: "IMPRENDITORI CONTRO LA MAFIA". "Siamo qui a testimoniare la volontà e l'impegno di fare una battaglia vera contro la mafia". Il presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia, ha ribadito la scelta degli imprenditori parlando nell'aula bunker dell'Ucciardone. Alla domanda se sia opportuno inserire nel disegno di legge sulla sicurezza anche una norma che impone alle vittime l'obbligo di denuncia delle estorsioni, Marcegaglia ha risposto: "Abbiamo insistito perché ci fossero norme più restrittive nei confronti di chi rischia di essere colluso con la mafia. Su questi temi ormai gli imprenditori, anche quelli siciliani, hanno fatto scelte definitive".

Svolta nel delitto Rostagno, ordini custodia per il killer Vito Mazzara e il mandante Vincenzo Virga

La decisione presa dal boss Vincenzo Virga. A premere il grilletto Vito Mazzara. Le continue denunce contro la mafia all'orgine dell'assassinio
PALERMO - Svolta nel delitto di Mauro Rostagno. La squadra mobile di Trapani ha eseguito due ordini di custodia cautelare per l'omicidio del giornalista e sociologo assassinato nel settembre del 1988. Mandante dell'omicidio, secondo i magistrati, il boss trapanese Vincenzo Virga, mentre l'esecutore materiale sarebbe Vito Mazzara, noto esponente mafioso di Trapani. Entrambi sono già detenuti per altri reati. A dare impulso alle indagini è stata una perizia sui tre bossoli e tre cartucce inesplose provenienti dal delitto Rostagno. Reperti che sono stati messi a paragone con i dati di altri fatti di sangue avvenuti in provincia di Trapani. Identiche le modalità, in particolare l'impiego di un fucile semiautomatico calibro 12 e di un revolver calibro 38. Un filo rosso lega il delitto Rostagno con altri assassini: il duplice omicidio di Giuseppe Piazza e Rosario Sciacca, avvenuto l'11 giugno 1990 nel comune di Partanna; l'omicidio di Antonino Monteleone, commesso in contrada Marausa (Trapani) il 7 dicembre 1990; l'omicidio dell'agente di custodia Giuseppe Montalto, avvenuto il 23 dicembre 1995 a Palma, altra frazione del capoluogo di provincia. Tre omicidi con un solo colpevole: Vito Mazzara. Che adesso dovrà pagare anche per la morte di Rostagno. A costare la vita al giornalista è stata la continua attività di denuncia che svolgeva attraverso la piccola televisione trapanese "Radio Tele Cine". Accuse continue che hanno scatenato la reazione della mafia. L'omicidio di Rostagno, infatti, sarebbe stato quindi deliberato in seno a Cosa Nostra: "L'ordine di ucciderlo - sottolineano gli inquirenti - è stato dato dall'allora rappresentante provinciale Francesco Messina Denaro (morto ormai da anni, ndr) e il mandato per l'organizzazione e la materiale esecuzione è stato conferito a Vicenzo Virga". Si arrivò così al 26 settembre 1988, quando Rostagno venne freddato in un agguato in contrada Lenzi, davanti l'ingresso della comunità terapeutica Saman in cui Mauro Rostagno operava e alloggiava. E verso la quale ci concentrarono i siospetti dopo l'omicidio. Una pista poi completamente abbandonata. Oggi autori e mandanti hanno un nome.
La Repubblica, 23 maggio 2009

venerdì 22 maggio 2009

Strage di Capaci, 17 anni dopo: Giorgio Napolitano ed Emma Marcegaglia a Palermo

di Accursio Sabella
Il capo dello Stato, Giorgio Napolitano, il premio Nobel per la pace, Muhammad Yunus, il presidente di Confindustria Emma Marcegaglia, il ministro per la Giustizia Angelino Alfano, quello per l’Istruzione Mariastella Gelmini:
sono alcune delle personalità che parteciperanno il prossimo 23 maggio a Palermo alle celebrazioni per il diciannovesimo anniversario della strage di Capaci in cui persero la vita Giovanni Falcone, Francesca Morvillo e gli agenti della scorta. Alle otto è previsto l’arrivo al porto della nave della legalità. Alle 9.30, le iniziative nell’aula bunker. Parteciperanno anche il presidente di Confindustria Sicilia, Ivan Lo Bello, e Antonello Montante,delegato nazionale di Confindustria per i rapporti con le istituzioni preposte al controllo del territorio. Alle 13 in programma la consegna delle borse di studio “Giovanni Falcone ePaolo Borsellino”. Alle 16, la partenza del corteo della memoria che da via d’Amelio raggiungerà l’Albero Falcone. Alle 16.30 un altro corteo partirà dall’aula bunker diretto all’albero-simbolo di via Notabartolo. Alle 17.58 il silenzio suonato dalla polizia di Stato per ricordare la strage.
“Per sconfiggere Cosa Nostra, diceva Giovanni Falcone, bisogna agire seguendo tre direttive - ricorda Maria Falcone, la sorella del magistrato ucciso dalla mafia -: la prima e sicuramente la piùimportante, e’ la repressione. Tale azione portata avanti dalla magistratura e dalle forze dell’ordine deve essere costante, forte e supportata soprattutto da una legislazione adeguata che pur garantendo le libertà fondamentali dell’individuo permetta ai magistrati di svolgere al meglio la funzione investigativa. La seconda fondamentale nel lungo periodo deve essere l’educazione alla legalità delle nuove generazioni, al fine di contrastare quelli che sono i disvalori della mafiosità. Riuscire a sconfiggere l’omertà e l’indifferenza significa anche togliere alla mafia la possibilità di affermare il proprio dominio sul territorio. La terza e sicuramente non meno importante - aggiunge Maria Falcone - consiste nel creare uno sviluppo economico non inquinato dalle pressioni della criminalità che ubbidisca soltanto alle leggi di mercato. Appunto per questo, la Fondazione Giovanni e Francesca Falcone ha voluto fare, quest’anno, una riflessione più approfondita sui problemi che spesso un’impresa che agisce nel meridione d’Italia deve affrontare discutendo principalmente sulle possibili soluzioni istituzionali e sui comportamenti individuali da adottare. Mi auguro che il dibattito in aula possa far capire ai giovani quanto sia importante creare imprese che vivono ed agiscono nella legalità, solo così potremo prospettare un futuro di lavoro alle nuove generazioni”.
Da LiveSicilia

martedì 19 maggio 2009

Fabrizio Miccoli: "Se mi daranno la cittadinanza onoraria di Corleone, la prendo subito!"

lunedì 18 maggio 2009

Corleone. Nuova interrogazione sui beni immobili del Comune di Corleone...

di DINO PATERNOSTRO
Se è vero che non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire, allora il sindaco di Corleone, Nino Iannazzo, è davvero duro, molto duro di comprendonio. Con un’interrogazione dello scorso 10 febbraio, presentata con Salvatore Schillaci, avevamo chiesto al primo cittadino in che modo sta utilizzando e valorizzando alcuni beni immobili comunali. In particolare, la pescheria comunale, la pesa pubblica, la scuola elementare di Ficuzza chiusa da anni, l’ex mattatoio comunale, l’ex Stazione Servizi di via S. Lucia, l’officina comunale, un terreno agricolo di contrada “Spinuso”, l’ex Casa del fanciullo, gli ex caselli ferroviari, il caseificio, il mercato ortofrutticolo, l’orinatoio pubblico di via Trapani, il Centro diurno per anziani di contrada S. Lucia, la Scuola materna di contrada Punzonotto, il Circolo di via Roma e ben 27 beni confiscati alla mafia. Nonostante per legge avrebbe dovuto rispondere entro 20 giorni, Iannazzo si è degnato di farfugliare qualcosa solo lo scorso 15 maggio. E la montagna ha partorito il classico topolino. In aula, ci ha raccontato tante “favole” per bambini scemi. Per iscritto, ha usato meno di otto righe per non dire niente: “è in corso di redazione apposito elenco…”, stiamo valutando “la possibilità di procedere alla valorizzazione mediante la utilizzazione diretta o l’affidamento a terzi ovvero la dismissione…”. Purtroppo per i cittadini Corleone, in base all’art. 58, comma 2, del D.L. 25.06.2008, n. 112 (non della Legge 6 agosto 2008, n. 133, come erroneamente ha scritto il sindaco…), detto elenco avrebbe dovuto essere allegato al bilancio di previsione 2009. Invece, allegato al bilancio non c’era niente. E l’amministrazione comunale continua a permettersi di non utilizzare, di sotto utilizzare, di “regalare” o di lasciare nell’assoluto abbandono importanti beni immobili comunali, come quelli da noi citati. Si tratta di un atteggiamento – in parte e nella migliore delle ipotesi – irresponsabile. La peggiore delle ipotesi (specie per alcuni beni) la lasciare immaginare ai nostri lettori…
Intanto, abbiamo ripresentato l’interrogazione, chiedendo una risposta per iscritto, «entro i termini prescritti dal regolamento (20 giorni), e dettagliatamente per ciascun cespite, senza ometterne alcuno».

domenica 17 maggio 2009

La tragedia della mafia è più forte delle fiction

di Francesco Palazzo
in una fiction ci avessero raccontato di armi nascoste in una delle ville più conosciute di Palermo - come accade nel grande parco di Villa Malfitano - certamente avremmo detto che potevano inventarne una migliore. Lo pensavo conoscendo i particolari legati agli ultimi arresti e apprendendo, nello stesso giorno, che Rita Borsellino chiede al presidente della Regione Raffaele Lombardo un intervento duro contro le fiction sulla mafia girate in Sicilia. Tali ricostruzioni denigrerebbero la Sicilia, veicolando un´immagine falsa che non esiste più. Le questioni sono due. La prima. La politica già influenza abbondantemente quanto passa dalle televisioni. La valutazione va lasciata agli spettatori, che col telecomando decidono cosa vedere. In democrazia, i giudizi di un presidente di Regione, di un capo di governo, dello stesso presidente della Repubblica, devono valere quanto quello di qualsiasi altra persona anonima. E non avere finalità prescrittive di alcun tipo. Non abbiamo bisogno di chi gestisce le nostre serate davanti al piccolo schermo, ma di gente che sappia ben governare. Qualsiasi intervento sui prodotti artistici da parte di chi ricopre un´importante carica istituzionale non potrebbe che rivestire un carattere censorio. Meglio lasciar perdere. Ci vuol poco a debordare. Ironicamente, ma non troppo visto il caso Agrodolce, potremmo ipotizzare una convocazione degli sceneggiatori per capire cosa diamine stanno scrivendo. Con una matita di quelle a doppio colore, si procederebbe a segnare gli errori gravi, da eliminare subito, e quelli meno evidenti, su cui discutere. Chi non ottenesse l´approvazione, dovrebbe mettersi il cuore in pace. Ma non tutti accetterebbero la sentenza. Immaginiamo gommoni, con scafisti d´ordinanza, che nelle notti di mare buono tenterebbero di sbarcare sulle nostre coste protagonisti e comparse, registi e costumisti, cineprese e cavalletti, coppole e lupare. Veniamo al secondo punto. Le fiction veicolerebbero un´immagine deformata della Sicilia, screditandola agli occhi di quanti non vivono nella nostra isola. È un´opinione diffusa. Alla quale si aggiunge la convinzione che negli spettatori si creerebbe una sorta di emulazione per i mafiosi. Disegnati come eroi, quindi facilmente oggetto di imitazioni da parte di giovani e sprovveduti. Che sia chi racconta pezzi di storia recente, o fatti inventati partendo da «libere ricostruzioni» a fare del male alla Sicilia, e non i fatti stessi per come si sono verificati e si susseguono, è davvero un aspetto così controverso che non capiamo come si possa porre. Le operazioni di polizia sui clan mafiosi - sceglietene una a caso tra le ultime - ci mostrano ripetutamente risvolti criminali e politici che neanche le fiction più surreali riescono a riprodurre. Per chiudere il discorso basterebbe solo dire che il mezzo televisivo è cominciato a entrare nelle nostre case nel 1954. Dal 1861, data di nascita convenzionale della mafia siciliana, era già trascorso quasi un secolo. Nel corso del quale di mafia si era parlato a iosa fuori dalla Sicilia. Come avranno fatto gli altri a conoscerla, a farsi varie opinioni su di essa, e sulla Sicilia, molte senz´altro distorte, senza fiction che pompavano falsità? In quanto al discorso dell´emulazione, forse si pensa di avere davanti telespettatori da educare e non individui che guardano e sanno capire con gli strumenti culturali che si ritrovano. Sono cresciuto a Brancaccio. Da ragazzo, durante la seconda guerra di mafia, mentre cominciavano a trasmettere le piovre televisive, accusate di disonorare la Sicilia, vedevo in diretta cos´era la mafia. I morti che lasciava sulle strade. Quelle piovre che uscivano dal piccolo schermo erano acqua fresca. Se proprio avessi voluto imitare i boss, non avrei avuto bisogno di lavorare molto con le fantasie indotte dal mezzo televisivo. Le piovre le ho dimenticate, quel terrore ancora no. Insomma, lasciamo a chi vuole la possibilità di cimentarsi liberamente con le fiction sulla mafia. Quando soggettivamente le troveremo belle, le loderemo, quando personalmente ci parranno brutte, lo segnaleremo. Ricordandoci però, sia nell´uno che nell´altro caso, che sono i fatti, quelli reali, a pesarci sul cuore e sulle coscienze. E a dire agli altri come siamo.
La Repubblica, 16.05.2009

SICILIA: FINE DEI PARTITI?

di Agostino Spataro
Chi avrebbe mai pensato che la corsa per le europee avrebbe provocato nel centro destra siciliano una sorta di guerra civile che mette a dura prova perfino la tenuta del governo regionale? Ovviamente, in questa terribile contesa l’Europa non c’entra nulla. C’entra invece la volontà di contarsi, anche all’interno dei singoli partiti, per verificare il peso elettorale specifico di ciascuno in vista di un rimpasto o anche di manovre più ampie che potrebbero sconvolgere l’attuale quadro politico. Il clima creatosi lascia presagire un’escalation conflittuale esasperata, dai toni ruggenti, imbastita da pentimenti tardivi e propositi vendicativi. Continuano, infatti, a volare parole grosse, accuse pesanti lanciate dai massimi esponenti dell’Udc e del Pdl nei confronti del governatore Lombardo il quale, invece di prendere atto e provvedere, si è difeso con risposte inviperite e vagamente minacciose. Così come non si ferma il passaggio di deputati eletti nelle liste del Mpa di Lombardo verso il gruppo misto divenuto una sorta di anticamera obbligata per i voltagabbana (quasi una quarantena) che decidono di passare con altro gruppo.
Insomma, questi ed altri elementi evidenziano una gravissima crisi di fiducia fra alleati che promettevano di governare la Sicilia, in perfetta concordia, da qui all’eternità. Non è passato un anno è siamo alla guerra fratricida in nome di un’Europa dalla quale la Sicilia sempre più s’allontana, anche per colpa di politiche e comportamenti così fuorvianti ed avvilenti.
Una guerra senza esclusione di colpi esportata nella gran parte dei comuni che il 6-7 giugno andranno alle urne anche per il rinnovo delle amministrazioni locali.
Insomma, se le apparenze non ingannano (e in Sicilia sovente si sono dimostrate ingannevoli!), questa campagna elettorale rischia di essere caratterizzata da un durissimo scontro interno al centro-destra, fino all’ultimo voto di lista e di preferenza.
Uno scontro in cui l’appartenenza politica, gli stessi partiti contano sempre meno per lasciar posto alle consorterie locali.

Propaganda ingannevole o c’è del vero?
Ovviamente, in questa litigiosità c’è molta “propaganda ingannevole”, un gioco di rimandi, per suffragare l’idea di una diversità (posticcia) fra i contendenti che hanno dato vita ad un’alleanza solo di cartello, anomala rispetto al quadro di governo nazionale.
Ma credo ci sia anche un disagio reale che nasce dall’incertezza per i futuri scenari politici e quindi dai ruoli che vi potranno esercitare ciascun partito, i singoli esponenti.
Se il conflitto non è solo un trucco per accaparrarsi voti, qualcosa dovrebbe pur succedere in Sicilia. A sentire il presidente dell’Ars, Cascio del Pdl, c’è d’attendersi una virulente crisi del governo regionale da mesi in affanno e da qualche giorno in angustie per l’avviso di garanzia notificato ad un assessore Udc per voto di scambio con esponenti di cosche mafiose di Palermo.
Tuttavia, già oggi la situazione politica isolana appare piuttosto confusa e attraversata da manovre che potrebbero portare ad una scomposizione del bipolarismo imperfetto ed accendere dinamiche inedite dagli esiti imprevedibili. Per eccesso di crescita del centro-destra che, stando ai primi sondaggi, sembra aumentare in voti a discapito delle diverse formazioni del centro-sinistra che ambiscono a rappresentare il polo unitario e alternativo. Spiace rilevarlo, ma questa ambizione, almeno in Sicilia, appare molto sfumata, impercettibile agli occhi degli elettori.
Dopo il 7 giugno, potremo avere un centro sinistra più debole e diviso e un centro destra più forte e diviso. Insomma, le scelte per le candidature, le bizzarre alleanze elettorali, gli scontri intestini sembrano accentuare la crisi, già grave, dei partiti siciliani che rischiano di uscire da questa consultazione lacerati, irriconoscibili. Cercheremo di capire meglio.
Speriamo di sbagliarci, ma in Sicilia sembra di vivere una sorta di antivigilia del crollo dei partiti così come li abbiamo conosciuti dal dopoguerra in poi.

Il “ piano B” del governatore Lombardo
Il denominatore comune ai due poli è la divisione che però agisce in maniera opposta:
nel centro destra come moltiplicatore di voti, nel centro sinistra come fattore smobilitante e di alienazione delle simpatie popolari.E così, il centro destra, grazie alla sua spregiudicatezza e al suo formidabile sistema clientelare, potrebbe crescere oltremisura. Paradossalmente, però, una crescita eccessiva potrebbe provocare una rottura decisiva al suo interno e quindi una nuova deriva delle forze centriste. Come dire: il centro destra siciliano potrebbe scoppiare per un eccesso di salute. Potrebbero nascere nuove alleanze, magari fagocitando settori delusi provenienti dalle formazioni sconfitte o accordandosi direttamente col Pd. Si parla, con insistenza, di un “piano B” di Lombardo per estromettere dal governo le recalcitranti componenti maggioritarie del Pdl e cooptare al loro posto il Pd, secondo la logica delle “geometrie variabili” sperimentate con successo all’Ars in più occasioni. In attesa di smentite o di conferme che non verranno prima del voto, è prematuro trarre conclusioni, anche perché molto dipenderà dai risultati di questa corsa ad ostacoli nelle quale non bisogna superare siepi ma alte soglie di sbarramento. Ad ogni modo, un’eventuale evoluzione di questo tipo sarebbe un segnale anche per altri contesti, regionali e nazionale. Un nuovo esperimento politico? Vedremo di nuovo la Sicilia salire per l’Italia, come la palma di sciasciana memoria? Può darsi. Oggi, tutto è in movimento nel nostro Paese: c’è chi sale e c’è chi scende per la penisola. Sempre più spesso vediamo anche il ricco Nord scendere verso il Sud e la Sicilia per fare affari e/o alleanze elettorali.
Politicamente parlando, Italia e Sicilia ormai si attraversano agevolmente, s’incrociano e si alimentano reciprocamente. Chissà se, finalmente, non diventeremo una nazione, magari incontrandoci ai livelli più bassi delle nostre aspirazioni.
Agostino Spataro
“La Repubblica/Pa” del 15 maggio 2009

New York. Il Circolo di S. Margherita Belice tiene ancora viva le tradizione della festa del Crocifisso

Il Circolo di Santa Margherita Belice fondato nel lontano 1913 dal Signor Campisi, divenuto il primo presidente del sodalizio, ogni anno come tradizione organizza diversi eventi rimasti nella memoria a tanti oriundi margheritesi. Uno di questi eventi e’ “la festa del Crocifisso”, una ricorrenza sentita nel paese d’origine. Ogni prima domenica di maggio è sempre festa in questa comunità siciliana trapiantata a New York.
Quest’anno i festeggiamenti sono iniziati con la celebrazione di una solenne messa celebrata dal parroco della chiesa di San Matthias di Ridgewood, nella zona di Queens, da Mons. Edward Scharfenberger e dal Rev. Al Barozzi, dinanzi a una folla di fedeli che ha riempito la chiesa. Alla messa hanno aderito non solo i devoti margheritesi, ma centinaia di fedeli quasi tutti italiani. Durante la cerimonia religiosa, il Rev. Al Barozzi ha elogiato l’amministrazione del Circolo per mantenere sempre viva questa tradizione. “E’ nell’interesse di tutta la comunità – ha detto fra l’altro – che le nostre tradizioni italiane vengano vissute e tramandate affinché possano continuare nel futuro. Esse ci servono per mantenerci sempre più uniti”.
Dopo la messa era stata programmata la processione con accompagnamento di una tipica banda musicale, ma i piani sono stati cambiati a causa delle pioggia . La statua del Crocifisso, dopo pochi miunuti fuori la chiesa, è stata fatta rientrare e i festeggiamenti son continuati nel grande Auditorium della chiesa stessa, ove l’Amministrazione del Circolo ha offerto un ricevimento a tutti coloro che erano intervenuti alla cerimonia religiosa. Il signor Pietro Tumminello, presidente del Circolo ed il chairman della festa, il dottor Calogero Tumminello, hanno ringraziato i paesani per il supporto che ogni anno hanno dato a queste iniziative margheritesi. “E’ dovere di tutti – ha detto il presidente – affinché queste nostre tradizioni continuino con la partecipazione di tutta la famiglia e sopratutto con i bambini e vengano tramandate”.
La festività si e’ conclusa il giorno dopo presso il Forest Park Golf Course di Glendale, con un torneo di Golf, a cui hanno partecipato un folto numero di membri e simpatizzanti. I ricavati del torneo sono stati devoluti a varie organizzazioni pubbliche bisognose. La comunità di Santa Margherita Belice di New York vanta di aver generato un largo numero di giudici, medici , avvocati e farmacisti.
Sal Palmeri
NELLA FOTO: La festa del Crocifisso

venerdì 15 maggio 2009

Viaggio in Svizzera. Lettera aperta al Sindaco e alla “folta” schiera di turisti “istituzionali” ...

Signor Sindaco, Gentili Signore (2) e Egregi Signori (15). Da emigrato Corleoense in Svizzera, ma anche in qualità di ex presidente della Associazione `Famiglia Siciliana di Pratteln´, di ex presidente della Unione dei Siciliani in Svizzera (USS), di ex presidente delle Confederazioni delle Federazioni e Associazioni Regionali in Svizzera (UFARS), mi permetto di darVi un consiglio: non copritevi di ridicolo e rinunciate alla `gita turistica´ in Svizzera a spese dei contribuenti. Corleone e gli emigrati non hanno bisogno di questo tipo di `scampagnate amministrative´. Una delegazione per una visita amministrativa come quella progettata è generalmente composta da 5 persone: Sindaco, Assessore con delega emigrazione, Presidente del consiglio, Consigliere di maggioranza e Consigliere di minoranza´. Nel 1995, l´allora Amministrazione Cipriani fece una visita agli Emigrati Corleonesi in Svizzera con una delegazione di 3 persone (Sindaco e 2 Assessori), che furono ospitati privatamente!! Purtroppo anche quella visita, malgardo le lodevoli intenzioni favorevoli, non diede i frutti auspicati: venne a mancare sia continuità e sia la volontà a livello locale di cambiare `mentalità´. L´unica concretizzazione di proposte scaturite da da quella visita, fu la creazione dell´attuale CIDMA.Qualora si volesse progettare SERIAMENTE per il futuro di Corleone e coinvolgere l´emigrazione corleonese (sarebbe un autogol non farlo), allora ci vuole più progettualità e continuità. Ad esempio, una visita in Svizzera DOVEVA essere programmata in base anche alla possibilità di poter trovare un partner svizzero per mettere in funzione il caseificio `abbandonato´ di Corleone. Oppure per fare marketing `istituzionale´ ai prodotti delle terre confiscate alla mafia, come fu fatto nel 2004 con la venuta a Basilea della Cooperativa Placido Rizzotto.. Anche i nquesto caso, purtroppo, è mancata la continuità, non ultimo per la mancanza di una struttura d´appoggio a livello comunale. Se si vuole coinvolgere l´emigrazione, allora bisogna sapere a livello centrale (in seno al Comune): dove sono, cosa fanno, , disponibilità a commerciare `prodotti `made a Corleone´ e/o a investire a Corleone. Ma un obiettivo simile non lo si raggiunge con una visita di 4 giorni di `folta´ delegazione. Senza voler apparire presuntuoso, una bozza di progetto in questo senso lo avevo presentato in occasione delle ultime elezioni comunali. Ma come succede spesso in occasioni simili, malgrado l´accettanza, non se ne fa più alcunché...perché presentato dal `nemico politico´.Signor Sindaco, dopo la mia lettera aperta contro la `gita´ in Brasile, Lei, lodevolmente, mi aveva risposto, condividendo l´idea dei Corleonesi nel mondo come risorsa socio-economico-culturale e facendomi capire che la Sua Amministrazione intendesse adoperarsi in questo senso. Lei, giustamente, faceva appello per una collaborazione a 360 gradi, che io avevo condiviso nella mia lettera di risposta. La `gita´ in Svizzera, signor Sindaco, va completamente nella direzione opposta.Pertanto La invito a non invitarmi a partecipare!
Un CORdiaLEONESE saluto dalla Svizzera
Leoluca Criscione
NELLA FOTO: Leoluca Criscione

mercoledì 13 maggio 2009

Corleone: guida in stato di ebbbrezza e provoca due incidenti in dieci minuti

di Cosmo Di Carlo
CORLEONE - In stato di ebbrezza, provoca due incidenti in dieci minuti, sulla S.P. 4 che collega Corleone con Roccamena e San Cipirrello. S. M. di 63 anni, corleonese, è stato trovato positivo al test dell’etilometro dai carabinieri del Nucleo Operativo e Radio Mobile della compagnia cittadina e denunciato all’autorità giudiziaria per guida in stato di ebbrezza e lesioni gravissime.
Nel secondo incidente, il più grave, l’uomo, che era alla guida di un Suv Vw. Touareg, si è scontrato all’altezza del Km 22 con una Renault Clio guidata da Giovanni Provenzano, 33 anni, anch’egli residente a Corleone, che nello scontro ha riportato fratture multiple e un grave trauma cranico. Dopo essere stato estratto dalle lamiere della sua auto dai Vigili del Fuoco, è stato trasportato con l’elisoccorso nel reparto di rianimazione dell’Ospedale Villa Sofia di Palermo. I medici hanno espresso per lui la riserva sulla vita. L’allarme al 118 è scattato alle 18,30 di ieri, quando è stato segnalato lo scontro tra due auto quattro chilometri a valle di Corleone in contrada Rubina. Agghiacciante la scena che si è presentata ai primi soccorritori. Giovanni Provengano, che era alla guida della Renault Clio sbalzata nell’urto sulla scarpata a monte della strada, giaceva immobile intrappolato tra le lamiere dell’auto, in stato di shock, insanguinato in mezzo agli air-bags esplosi nell’urto. Sul luogo dell’incidente, oltre all’ambulanza del 118, si sono immediatamente portate due radio mobili dei carabinieri della compagnia di Corleone ed una squadra dei Vigili del Fuoco del distaccamento cittadino, che con i martinetti idraulici hanno consentito di liberare dalle lamiere il giovane. Drammatiche le successive fasi del soccorso. L’elicottero del 118, chiamato per l’emergenza, ha provato ad atterrare, in un primo tempo, nello spiazzo antistante la caserma dei Vigili del Fuoco, in contrada Santa Lucia, a soli tre chilometri dal luogo del sinistro, ma il pilota ha poi desistito, scegliendo l’eliporto di contrada Sant’Elena, a monte del centro abitato. I militari dell’Arma poi verificavano che il conduttore del Suv VW Touareg, M.S. di 63 anni di Corleone, era “in evidente stato di ebbrezza alcolica”, per cui veniva invitato a sottoporsi al test dell’etilometro. Mentre i Carabinieri intervenuti svolgevano i necessari accertamenti, arrivava alla centrale operativa della Compagnia Carabinieri di Corleone la segnalazione di un altro incidente stradale verificatosi poco prima sulla strada tra Corleone e Roccamena e per fortuna conclusosi solo con danni alle autovetture. I carabinieri accertavano che a provocare l’incidente era stata la stessa autovettura VW Tuareg, sempre condotta da M.S., che inizialmente fermatosi dopo l’urto si era poi dato alla fuga. M.S., che nel secondo incidente aveva riportato anche lui ferite al volto, veniva prontamente trasportato al Pronto Soccorso dell’ospedale di Corleone per le cure del caso, ma per lui scattava anche la denuncia alla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Termini Imerese per i reati di guida in stato di ebbrezza e lesioni personali gravissime. La Strada Provinciale 4 è rimasta interrotta sino alle 20,00 per consentire i soccorsi ai feriti. Il traffico è tornato regolare in tarda serata. (*co.di*)
di Cosmo Di Carlo
CORLEONE - In stato di ebbrezza, provoca due incidenti in dieci minuti, sulla S.P. 4 che collega Corleone con Roccamena e San Cipirrello. S. M. di 63 anni, corleonese, è stato trovato positivo al test dell’etilometro dai carabinieri del Nucleo Operativo e Radio Mobile della compagnia cittadina e denunciato all’autorità giudiziaria per guida in stato di ebbrezza e lesioni gravissime. Nel secondo incidente, il più grave, l’uomo, che era alla guida di un Suv Vw. Touareg, si è scontrato all’altezza del Km 22 con una Renault Clio guidata da Giovanni Provenzano, 33 anni, anch’egli residente a Corleone, che nello scontro ha riportato fratture multiple e un grave trauma cranico. Dopo essere stato estratto dalle lamiere della sua auto dai Vigili del Fuoco, è stato trasportato con l’elisoccorso nel reparto di rianimazione dell’Ospedale Villa Sofia di Palermo. I medici hanno espresso per lui la riserva sulla vita. L’allarme al 118 è scattato alle 18,30 di ieri, quando è stato segnalato lo scontro tra due auto quattro chilometri a valle di Corleone in contrada Rubina. Agghiacciante la scena che si è presentata ai primi soccorritori. Giovanni Provengano, che era alla guida della Renault Clio sbalzata nell’urto sulla scarpata a monte della strada, giaceva immobile intrappolato tra le lamiere dell’auto, in stato di shock, insanguinato in mezzo agli air-bags esplosi nell’urto. Sul luogo dell’incidente, oltre all’ambulanza del 118, si sono immediatamente portate due radio mobili dei carabinieri della compagnia di Corleone ed una squadra dei Vigili del Fuoco del distaccamento cittadino, che con i martinetti idraulici hanno consentito di liberare dalle lamiere il giovane. Drammatiche le successive fasi del soccorso. L’elicottero del 118, chiamato per l’emergenza, ha provato ad atterrare, in un primo tempo, nello spiazzo antistante la caserma dei Vigili del Fuoco, in contrada Santa Lucia, a soli tre chilometri dal luogo del sinistro, ma il pilota ha poi desistito, scegliendo l’eliporto di contrada Sant’Elena, a monte del centro abitato. I militari dell’Arma poi verificavano che il conduttore del Suv VW Touareg, M.S. di 63 anni di Corleone, era “in evidente stato di ebbrezza alcolica”, per cui veniva invitato a sottoporsi al test dell’etilometro. Mentre i Carabinieri intervenuti svolgevano i necessari accertamenti, arrivava alla centrale operativa della Compagnia Carabinieri di Corleone la segnalazione di un altro incidente stradale verificatosi poco prima sulla strada tra Corleone e Roccamena e per fortuna conclusosi solo con danni alle autovetture. I carabinieri accertavano che a provocare l’incidente era stata la stessa autovettura VW Tuareg, sempre condotta da M.S., che inizialmente fermatosi dopo l’urto si era poi dato alla fuga. M.S., che nel secondo incidente aveva riportato anche lui ferite al volto, veniva prontamente trasportato al Pronto Soccorso dell’ospedale di Corleone per le cure del caso, ma per lui scattava anche la denuncia alla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Termini Imerese per i reati di guida in stato di ebbrezza e lesioni personali gravissime. La Strada Provinciale 4 è rimasta interrotta sino alle 20,00 per consentire i soccorsi ai feriti. Il traffico è tornato regolare in tarda serata. (*co.di*)

Sicilia, "una canzone per l'Abruzzo". Si raccolgono fondi per i terremotati

di SAL PALMERI
L’Associazione Culturale Italiana di New York, venendo a conoscenza della tragica notizia del terremoto che ha colpito l’Abruzzo, si e’ fatta promotrice, con la collaborazione dei Comites di NY e Conn ed il patrocinio del Consolato Generale d’Italia a New York, di manifestazioni di raccolta fondi a favore dei terremotati. Ha immediatamente organizzato una tournee di beneficenza a New York con il cast di “Menopause” The Musical, uno spettacolo già di successo in Italia: Fiordaliso, Marisa Laurito, Fioretta Mari e Manuela Metri ed ha aperto una sottoscrizione pro Abruzzo.
Successivamente si e’ aggregata alla fondazione “Specchio dei tempi“ della Stampa di Torino con a capo la famiglia Agnelli per la costruzione di 45 case prefabbricate in uno dei paesi Abruzzesi colpiti duramente, Villa Sant’Angelo. Una settimana prima degli spettacoli a New York, una delegazione dell’Associazione Culturale, composta da Filippo Barone, Sal De Castro, Luigi Caliendo e guidata dal chairman Tony Di Piazza, dal presidente Tony Mulè, da Quintino Cianfaglione presidente dei Comites, nonché da tutto il cast degli artisti del musical Menopause, si sono recati nei luoghi colpiti dal sisma. A Villa Sant’Angelo sono stati ricevuti dal sindaco Pierluigi Biondi., il quale ha fatto visitare le zone terremotate e ha mostrato dove saranno trasportate le 45 case prefabbricate. Sabato sera 9 Maggio, dopo il debutto della sera precedente alla Garfield High School di Garfield, Fiordaliso, Marisa Laurito, Fioretta Mari , Manuela Metri, I Caleps e Stefania Tschantret si sono esibiti nello spettacolo “Una Canzone per l’Abruzzo“dinanzi a un pubblico di circa 700 persone presso la New Utrecht High School di Brooklyn. La tournee degli artisti si è conclusa domenica 10 maggio presso il bellissimo auditorium del Christ the King High School di Middle Village Queens. Sal Palmeri, il presentatore delle 3 serate, dopo aver dato il benvenuto alle 900 persone intervenute, al Console Generale d’Italia a New York Francesco Maria Talò, al sindaco di Villa Sant’Angelo Pierluigi Biondi e all’ex senatore statale Serph Maltese, ha presentato lo spettacolo “Una Canzone per l’Abruzzo”, a cui hanno partecipato gli artisti dall’Italia e Angelo Venuto, noto cantante italo-americano, famoso interprete della versione club de “l’Italiano” di Toto Cutugno, la bella Stefania Tschantret, che ha interpretato in modo eccezionale il celebre brano di Lucio Dalla “Caruso”, Angelo the italian cow boy, Sandra Di Ganci. Il coro dei bambini che frequentano i corsi d’italiano ha cantato gli inni nazionali. Durante lo spettacolo Sal Palmeri ha recitato un drammatico monologo con cui ha voluto ricordare le mamme abruzzesi che sono decedute durante il terremoto. Con Tony Mulè ed altri membri dell’Associazione Culturale, Tony Di Piazza ha voluto ringraziare tutte le persone in sala, tutti gli artisti e tutti i sostenitori di questa manifestazione di solidarietà. Nella sola serata al Christ the King, l’Associazione ha raccolto la bella somma di 84 mila dollari.
Sal Palmeri

Sicilia. La parentopoli dei contributi: i deputati pagano sé stessi

Chi c’è dentro gli enti che l’Ars voleva finanziare
di Emanuele Lauria
Non erano del tutto disinteressati i padri del contributo selvaggio, i deputati che hanno dato il “la” alla più grande erogazione di contributi a enti e associazioni che la storia recente di Sala d’Ercole abbia conosciuto. E dopo l’impugnativa del commissario dello Stato, che in alcuni casi ha faticato a trovare persino le sedi della miriade di organismi premiati dall’Ars con la spesa record di 78 milioni, viene alla luce un vasto intreccio di legami, diretti o familiari, fra i parlamentari sponsor e i destinatari dei sussidi.Uno dei protagonisti della manovra, ma anche uno dei pochi ad essersi assunto pubblicamente le proprie responsabilità, è l’a ssessore alle Finanze Michele Cimino, che non ha mai fatto mistero di avere spinto per inserire in bilancio un contributo complessivo di 250 mila euro (200 ad Agrigento e 50 a Palermo) all’Unione giuristi cattolici. Alla quale Cimino non è solo, come dice, «vicino nei sentimenti». Dell’associazione, infatti, l’assessore è anche il delegato in Sicilia. Piccolo conflitto d’interessi? Macché, a sentire lui: «Nell’Unione giuristi cattolici ho un ruolo poco più che simbolico, non tengo mica la contabilità...».Il presidente dell’Ars Francesco Cascio dopo l’impugnativa si è scagliato contro il commissario dello Stato, spingendosi ad invocarne l’abolizione. Ma facendo anche sorgere in qualche collega malizioso il sospetto che dietro questa veemenza ci sia la bocciatura, fra gli altri, di un contributo da 150 mila euro alla Palermo rugby presieduta dal cognato Fabio Rubino. Cascio giura di «aver saputo del finanziamento solo quando già era stato inserito in bilancio». E Rubino difende la sua società, «che domenica potrebbe essere promossa in serie B, che fa proselitismo nelle scuole a rischio, che ha tesserato 350 ragazzini e che in passato ha ricevuto solo 1.500 euro dalla Regione. Noi — dice Rubino — ci siamo mossi a 360 gradi, a destra come a sinistra, per avere un sostegno. Mio cognato? Non gli abbiamo chiesto nulla».
Nel Pdl, a Palermo, un ruolo non da comparsa l’hanno interpretato due deputati alla prima legislatura. Giovanni Greco ha piazzato un colpo da 100 mila euro: soldi per la cooperativa Corim di Marineo, presieduta fino a qualche tempo fa dal nipote Antonino (che l’anno scorso fu pure candidato alla carica di sindaco del paese) e guidata, dal 7 febbraio 2008, da un altro Greco, Benedetto. I suoi rapporti con l’associazione Caput Mundi, beneficiaria di un contributo da 100 mila euro, il deputato Franco Mineo li chiarì subito dopo le Regionali: «Lavoro nel quartiere Arenella da molti anni, ho un centro sociale che si chiama Caput Mundi, qui tutti mi conoscono. In queste elezioni ho dimostrato che sono il candidato che ottiene più voti nei quartieri popolari ».Da un versante all’altro della Sicilia, poco cambia. La ragnatela degli interessi dei deputati è fitta. E avvolge, in un’unica trama, iniziative più o meno meritevoli. L’Accademia degli zelanti e dei dafnici di Acireale (130 mila euro il contributo) ha una storia antica che parte dalla fine del ’600, gestisce una pinacoteca, vanta molti apprezzamenti. Ma ha anche il suo bravo sponsor all’A rs: il deputato dell’Mpa Nicola D’Agostino che, come fa notare il segretario del Pd catanese Luca Spataro, è il figlio di Salvo D’A gostino, socio dell’Accademia.Sono spuntati dal nulla, invece, i sussidi che d’un tratto hanno sommerso la piccola cittadina di Acicatena, 28.539 abitanti e ben tre associazioni premiate: centro studi Acicatena, La svolta e Cine Nostrum. Solo un caso che il sindaco, Raffaele Nicotra, sia anche un deputato del Pdl? Solo un caso che il suo vice, Francesco Petralia, sia anche il segretario del centro studi?
(La Repubblica, 12 maggio 2009)

Palermo, permesso di soggiorno ai due eroi della stazione, che hanno bloccato l'uomo del martello

di Romina Marcega
Permesso di soggiorno per un anno. La questura lo rilascerà nel giro di pochi giorni ai due nigeriani clandestini che lunedì hanno permesso l´arresto di Fabio Conti Tozzo, l´uomo che a colpi di martello, in un raptus di follia, ha ridotto in fin di vita una coppia di anziani alla stazione centrale. John Paul, 18 anni, e Kennedy Anetor, 25 anni, sono stati testimoni della brutale aggressione ad Antonino Raccuglia e alla moglie Marianna Ruvolo e sono intervenuti per fermare lo squilibrato alto quasi due metri.Lo hanno bloccato abbracciandolo e buttandolo a terra tra gli applausi dei passanti.
«Un gesto - spiega il funzionario della Polfer, Maurizio Ficarra - che denota un grande senso di civiltà e che merita un riconoscimento adeguato. Il nostro reparto ha già proposto al questore il rilascio del permesso di soggiorno rivolto a chi collabora con la giustizia». Il documento permetterà ai due immigrati di essere presenti durante il processo a Tozzo come testimoni. C´è anche la proposta di un riconoscimento per i due poliziotti, Alessandro Gambina e Sebastiano Arcieri, che hanno arrestato Tozzo. L´uomo si trova in isolamento nel carcere Ucciardone.Il gip oggi dovrebbe convalidare l´arresto e interrogarlo. Non è escluso che il giudice chieda anche una perizia psichiatrica sull´accusato. Intanto emergono nuovi particolari sull´assurda vicenda di lunedì. Tozzo ha già precedenti per aggressione. Anni fa si era scagliato contro l´autista di un autobus che gli aveva chiesto di esibire il biglietto obliterato e su di lui pende anche una condanna per guida in stato di ebbrezza. Le immagini riprese dalle telecamere poste sotto i portici della stazione sono al vaglio degli investigatori della Polfer. Tozzo, si vede chiaramente, ha scelto tra la folla i due anziani. Erano da poco trascorse le 10 di lunedì. Alla fermata del 101, su piazza Giulio Cesare, c´erano almeno una cinquantina di persone.
Altrettante sotto i portici della stazione, tra pendolari, studenti e lavoratori. Le telecamere hanno ripreso l´uomo che arriva dalla strada e scavalca un passeggino in corsa, estrae il martello dalla cintola e inizia a colpire le sue vittime tra la folla. Cosa ha spinto Tozzo a quel gesto folle e soprattutto perché si è scagliato contro la coppia? Gli inquirenti non hanno, in queste ore, avuto contezza di una relazione pregressa alla mattina di lunedì tra Tozzo e la coppia.Nessun alterco per strada o una conoscenza antica. È stata proprio Marianna Ruvolo, 66 anni, dal suo letto di ospedale del Civico a raccontare ai poliziotti con voce flebile: «Non mi so spiegare il motivo di tanta ferocia, non conosciamo quell´uomo. Non sappiamo chi sia. È stato terribile». La coppia, lunedì, era stata dal medico curante: Raccuglia aveva ancora tra le mani la ricetta medica ritirata quando è caduto a terra in una pozza di sangue. Gli investigatori per tutto il giorno di ieri hanno anche sentito diversi amici e parenti di entrambe le famiglie alla ricerca di un possibile collegamento. Anche le abitazioni dei protagonisti di questa vicenda sono molto distanti: Tozzo abitava con la famiglia a Romagnolo, mentre i Raccuglia hanno un appartamento a pochi passi dal Policlinico.Il martello, come ha confermato il padre di Tozzo, è stato sicuramente rubato. Peggiorano, intanto, le condizioni di Antonino Raccuglia. L´anziano, 68 anni, è in coma profondo per due gravi traumi alla testa. I medici della Rianimazione dell´ospedale di Villa Sofia, dove l´anziano è stato trasportato dopo avere subito un intervento alla testa, hanno rilevato un grosso edema cerebrale e un trauma occipitale. Le prossime ore sono decisive.
(La Repubblica, 13 maggio 2009)

domenica 10 maggio 2009

Storie di mafia e antimafia. Telejato e la vita spericolata di Pino Maniaci

di Salvatore Parlagreco
Pino Maniaci, proprietario di una piccola emittente di Partinico, è diventato “il caso Maniaci” quando è stato picchiato dal figlio minorenne di un boss mafioso dopo una lite per il parcheggio di un’autovettura. L’incendio di una delle auto dell’emittente, attribuito a una volontà mafiosa, ha consegnato alla cronaca regionale TeleJato.
La rappresentazione dell’emittente su You tube e sulla rete l’ha incoronata come “una sorta di Cnn amatoriale e in miniatura, che fa del giornalismo d’inchiesta e di denuncia la propria bandiera”. Ma a differenza della Cnn, si legge nel sito di Telejato, l’emittente di Paretinico trasmette “il telegiornale più lungo del mondo, due ore di servizi dalle 14.30 alle 16.30 seguiti da quasi tutto il suo bacino di utenza, le 150mila persone in venticinque comuni della provincia di Palermo raggiunte dal segnale della tv di Partinico”.
Una città, quest’ultima che ha ospitato (e ospita) boss di prima e seconda grandezza dando gran daffare alle forze dell’ordine ed alla magistratura. Il caso Maniaci, per queste ragioni, ha attraversato lo Stretto ed è diventato nazionale, in Sicilia si trova nelle pagine dei giornali e sulla rete un giorno sì ed uno no, per le minacce subite (e denunciate) da Pino Maniaci, e per un procedimento giudiziario per esercizio abusivo della professione giornalistica a carico dello stesso Maniaci. A riprova della considerazione guadagnata da Telejato, un articolo recente del quotidiano Terra, che riferisce di altre minacce e “dell'ordine di zittire Maniaci venuto dal territorio di Cinisi”. Le armi della mafia, a quanto pare, hanno fatto cilecca. All’indomani di ogni minaccia subita e denunciata, il proprietario di Telejato, fa prontamente sapere di essere “molto tranquillo”.
Coraggio, passione civile? Probabilmente tutte e due le cose. “Facendo informazione antimafia avevo messo in conto anche una reazione del genere”, spiega Pino Maniaci. E avverte: “Non mi lascerò condizionare dal mio lavoro perché ho fiducia nell'azione delle forze dell'ordine". Possiamo stare sicuri, dunque, Telejato non si piegherà mai al dispotismo mafioso, Pino Maniaci sarà una trincea antimafia. Ma il nostro campione dell’antimafia ha dovuto affrontare altri problemi accanto a quelli di una convivenza forzata con i boss nella sua città difficile. Il più grave di questi problemi è dovuto al fatto che Pino Maniaci non è un giornalista: né un giornalista professionista, né un giornalista pubblicista. Informa senza avere l’autorizzazione ad esercitare la professione. Perché possa esercitarla, al pari di ogni altra professione, ha bisogno di essere abilitato (se giornalista professionista) o autorizzato (se pubblicista). Maniaci non è né abilitato né autorizzato. Un guaio, perché l’informazione antimafia di Partinico, a quanto pare, non può fare a meno di lui. Chiunque ne venga a conoscenza, in Alaska o Sud Africa, a Voghera o a Catania, di questa vicenda, non può che chiedersi perché mai un uomo così coraggioso ed un professionista così tenace debba subire a causa delle “solite scartoffie” un procedimento penale per esercizio abusivo della professione. Invece che tutelarlo e premiarlo, lo Stato e l’Ordine dei giornalisti gli rendono la vita difficile? Oltre che con i boss deve vedersela con giudici e giornalisti? L'infaticabile attività antimafia della piccola Cnn siciliana correrebbe il rischio di chiudere battenti per ragioni burocratiche. Solo burocratiche o c’è qualcosa sotto? Essendoci di mezzo la mafia, tutto è possibile. È questa l’opinione prevalente. Il “caso Maniaci” perciò fa vibrare di passione civile, obbligando più d’uno a sospettare che si voglia impedire all’antimafia di Telejato di informare sulle malefatte dei mafiosi, e lasciare il povero Pino Maniaci nelle grinfie di Cosa nostra, facendone una vittima dei boss. Ben sette giornalisti in Sicilia ci hanno lasciato la pelle, adoperarsi perché Pino Maniaci sia autorizzato a informare costituirebbe una concreta manifestazione di solidarietà ed uno schiaffo ai mafiosi. Le carte per ottenere l’autorizzazione sono state mandate al consiglio dell’Ordine affinché si pronunci; in considerazione del rilievo assunto dall’episodio, in più, un autorevole rappresentante dell’Ordine nazionale dei giornalisti, Enzo Iacopino, è venuto a Partinico. Un modo per confermare la solidarietà a Maniaci. Il Consiglio si è riunito giovedì e ha però deciso di ascoltare Pino Maniaci e di chiedere il certificato dei carichi pendenti.
Perché mai? La legge dell’Ordine pretende che un giornalista abbia una condotta irreprensibile, il documento tuttavia non viene chiesto frequentemente, di conseguenza la richiesta avvalorerebbe il sospetto che il Consiglio stia trattando malamente un campione dell’antimafia. Se non ci si trovasse in Sicilia, nessuno avrebbe alcunché da obiettare ma qui è diverso, la cautela diventa sospetta se a subirla è un professionista che si è guadagnato la fama di un nemico della mafia. Il 26 giugno prossimo, a Partinico, Maniaci sarà processato per esercizio abusivo della professione e potrebbe subire la condanna a meno che non arrivi l’attesa iscrizione all’albo dei giornalisti pubblicisti. Non si può che tifare per lui. Ma chi ha in gran considerazione la legalità, il rispetto delle leggi e la verità dei fatti, ha l’obbligo di capire che cosa stia succedendo. Il caso Maniaci ha “inquinato” l’immagine dell’Ordine dei giornalisti. Perché? I giornalisti, ed il loro Ordine, sono generalmente pronti a esprimere solidarietà a chiunque, anche quando non sarebbe necessario, e invece stanno mettendo il bastone fra le ruote al proprietario di Telejato? Nei giorni scorsi si è addirittura sparsa la voce che l’Ordine potesse costituirsi parte civile nel processo contro Piano Maniaci, una eventualità che ha fatto vibrare d’indignazione quelli che già vibravano di passione civile. Benzina sul fuoco. La zona grigia si allarga agli operatori dell’informazione?“Abbiamo ritenuto doveroso schierarci al fianco di Pino Maniaci” – ha detto Iacopino, segretario nazionale dell’Ordine – “Da anni conduce un lavoro preziosissimo nella lotta alla criminalità. Il suo importante contributo stride con l’incomprensibile silenzio dell’organismo regionale di rappresentanza della nostra categoria. Il lavoro antimafia che svolge Telejato – ha aggiunto il segretario nazionale – è sotto gli occhi di tutti, così come sono sotto gli occhi di tutti i tanti discorsi dei professionisti dell’antimafia parolaia”.
Una difesa appassionata e non solo, una riflessione durissima su come va il mondo dell’antimafia. “Mi riferisco a coloro i quali ritengono che sia sufficiente scrivere un libro o partecipare a una trasmissione televisiva per fare la lotta alla criminalità. L’Ordine nazionale è accanto a Pino Maniaci non per un atto di affetto, non per un gesto di solidarietà, ma per un dovere morale nei confronti di chi, con o senza tesserino, è testimone di una battaglia di riscatto sociale di una terra tormentata”. L’Ordine nazionale, non quello regionale. Una vistosa lacerazione, forse senza precedenti, sul terreno minato dell’antimafia. L’episodio merita di essere analizzato con grande cautela. Abbiamo fatto, dunque, ciò che chiunque fa in queste circostanze, cercare qualcosa che ci faccia capire. Abbiamo trovato senza troppa fatica (nonostante il riserbo del Consiglio dell’Ordine, che sulla questione tace) notizie documentate su episodi che fanni di Pino Maniaci, il protagonista, per usare un eufemismo, di una vita spericolata: per ben venti anni, dal 1982 al 2002, Pino Maniaci non ha combattuto contro la mafia, ma contro giudici e polizia. Ha collezionato una sfilza di condanne penali (tutte passate in giudicato): emissione di assegni a vuoto, furti, abuso d’ufficio, truffa, ricettazione. Le vicissitudini giudiziarie hanno costretto Pino Maniaci a subire una pena detentiva e a svolgere servizio civile (come pena alternativa) in affidamento. Nella maggior parte dei casi non ha pagato i suoi debiti con la giustizia, avendo usufruito di indulto, amnistia e pene alternative, anche di carattere pecuniario. Fosse finito sui giornali per un banale fatto di cronaca – come capita a tanta gente comune – accanto al nome e cognome avrebbero aggiunto “pregiudicato”, abitudine incivile del giornalismo di casa nostra. Ma è diventato protagonista dell’informazione antimafia, e la sua sorte è diventata altra. I suoi venti anni difficili non possono essere cancellati con il bianchetto perché ha scelto di informare e di ingaggiare una battaglia per ottenere l’autorizzazione di informare. È diventato un caso di cronaca.
L’Ordine regionale, nel mirino di quello nazionale, vuole ora sapere come si è comportato Pino Maniaci dopo il 2002. Ha fatto male? Non amiamo gli ordini professionali e riteniamo che la professione di giornalista debba essere svolta per scelta di chi la decida, avendo i requisiti idonei, e non debba invece essere decisa dagli editori. È bene comunque che chi informa, non abbia una fedina penale lunga tre pagine. Crediamo altresì che anche chi ha avuto una vita difficile ed abbia fatto errori, possa cambiare vita e svolgere ruoli sociali importanti ed utili, ed esercitare la professione di giornalista se si è lasciato alle spalle il passato. Ciò che è insopportabile, in questa storia – e lascia l’amaro in bocca - è la superficialità con la quale si affrontano i fatti, tanto più quanto riguardano proprio i giornalisti. La superficialità e l’ignoranza sono la causa di pregiudizi e rendono un pessimo servizio alla convivenza civile, figuriamoci alla lotta contro la mafia, che è una cosa terribilmente seria. La superficialità e l’ignoranza sono incompatibili, dunque, con un'onesta informazione.
SiciliaInformazioni, 09 maggio 2009

Il segretario nazionale dell'Irdine dei Giornalisti spiega perchè sta con Pino Maniaci

Il segretario nazionale dell'Ordine dei giornalisti, Enzo Iacopino, con una lettera inviata alla redazione di SiciliaInformazioni, torna sul caso che ha come protagonista Pino Maniaci, volto noto dell'emittente partinicese Telejato. Il cronista, che il prossimo 26 giugno sarà processato con il rito abbreviato per esercizio abusivo della professione giornalistica, ha recentemente presentato all'Ordine regionale la richiesta di iscrizione all'Albo.

Caro Direttore,
mi costituisco. Sono Enzo Iacopino, iscritto all’Ordine dei giornalisti con tessera n. 52279, elenco professionisti dal 1976. Nei cinque anni precedenti ho avuto quella dei pubblicisti. Sono, ahimè, recidivo, come vede. Ho letto quanto scrive, pur non trovandomi “in Alaska o Sud Africa, a Voghera o a Catania”, ma a Roma, gli interrogativi che lei si pone e che in gran parte condivido.
Non capisco. E non mi adeguo. Ho già detto che non è la tessera dell’Ordine a fare di una persona un giornalista. Ho ripetuto, fino alla noia, credo, che la competenza, la prima competenza a deliberare sulla richiesta di iscrizione di Pino Maniaci è dell’Odg della Sicilia. Senza se e senza ma. I colleghi siciliani hanno, all’interno del loro Consiglio, risorse culturali adeguate a valutare se i demeriti (mi perdoni, l’ultimo di Maniaci è del 1994 – vado a memoria – data del reato e non del 2002, anno della sentenza) dell’interessato sono superiori ai meriti che ha guadagnato con la sua attività in prima linea, mentre altri – nei loro salotti, in Sicilia, in terraferma o nel Continente – pontificavano su quel che occorre per combattere la mafia. Senza bisogno di “badanti” a livello nazionale, con fini scarsamente comprensibili, l’Ordine della Sicilia ha le risorse economiche per farsi consigliare da un legale. Ad esempio, quelle stesse che aveva in un primo tempo deliberato di investire – leggo – in una costituzione di parte civile contro Maniaci per esercizio abusivo della professione. Un’ipotesi rientrata – ne sono lieto – anche perché, presentata la domanda di iscrizione era evidente che l’attività precedente di Maniaci rispondeva agli obblighi che la legge detta per poter essere iscritto all’Ordine. Poteva l’Ordine regionale non sapere che la legge impone che la domanda può essere presentata solo dopo che siano decorsi “almeno due anni” di attività giornalistica? No, non poteva. E, francamente, avrebbe dovuto saperlo lo stesso magistrato che, avuta la notizia della presentazione della domanda avrebbe ben potuto chiedere l’archiviazione del procedimento, e non la unificazione con altro contenente ben diversa ipotesi di reato, cancellando così un capo di incolpazione che fa riferimento ad un esame di abilitazione professionale al quale gli aspiranti pubblicisti non sono tenuti dalla legge.
Non so se, come lei ipotizza, ci siano, trascrivo, difficoltà “solo burocratiche o c’è qualcosa sotto? Essendoci di mezzo la mafia, tutto è possibile. È questa l’opinione prevalente”. Ad essere sinceri, penso che molto più banalmente ci sia la preoccupazione di evitare che una decisione immediata (?: dopo quasi due anni da una pubblica manifestazione di solidarietà a Telejato) appaia come un favoritismo inaccettabile, soprattutto per i professorini dell’antimafia parolaia che non mancano tra i giornalisti. E, si sa (senza scomodare Nostro Signore) c’è sempre un Giuda che ti bacia in pubblico, ti sussurra parole affettuose all’orecchio e poi tenta di accoltellarti o ostacolarti lontano dai riflettori. E, a volte, ce n’è più d’uno.
Tifo, con lei direttore, per il Maniaci di oggi. Sono stato con lui due giorni. L’ho conosciuto di persona pochi minuti prima di accompagnarlo, con il consigliere Giacomo Clemenzi, a presentare la domanda di iscrizione, il 4 maggio. Mi è bastato chiederglielo, senza che ci conoscessimo, per telefono la sera del 30 aprile. Sì, è bastata una telefonata. Ricorda la pubblicità? Beh, in questo caso, una telefonata tutela la dignità dell’Ordine (al quale mi spiace lei non creda). E’ bastato non restare in attesa che accadesse l’irreparabile, per lui e per l’Ordine (prima di tutto per quello della Sicilia) di una condanna di Maniaci per esercizio abusivo della professione, magari ottenuta anche grazie alla costituzione di parte civile da parte dell’Ordine regionale. E’ questo che sarebbe stato “scandaloso”, non – come qualcuno ha detto – la mia presenza a Partinico, accanto al cittadino Maniaci, per testimoniare non una solidarietà parolaia, ma qualcosa di più profondo che o lo si capisce, se si hanno dentro sentimenti, oppure non vale la pena di spiegare. Questa, come lei scrive, è una “vistosa lacerazione, forse senza precedenti, sul terreno minato dell’antimafia” con l’Ordine della Sicilia? Non lo credo. Non lo voglio. Spenderò energie per evitare che così venga interpretato. E comincio da qui, approfittando per altre due righe di lei. Lasciamo lavorare i colleghi del Consiglio della Sicilia. Con serenità e con scrupolo sapranno dare, confido, la risposta che in tanti attendono. A cominciare dal cittadino Pino Maniaci. La ringrazio, direttore. Di cuore.
Enzo Iacopino
segretario del Consiglio nazionale dell'Ordine dei giornalisti
SiciliaInformazioni, 09 maggio 2009

Regione Siciliana. Fondi regionali a pioggia, il commissario dello Stato blocca tutto

di Emanuele Lauria
Bande musicali, associazioni di rugbisti e di specialisti del “tiro dinamico” e musei del giocattolo: erano saliti tutti, sulla giostra del contributo siciliano

Alla fine anche il commissario dello Stato, il prefetto che controlla le leggi approvate in Sicilia, ha dovuto prendere atto che l’antico parlamento di Palermo aveva proprio esagerato. E ha bocciato, in un sol colpo, la pioggia di contributi a 253 fra enti, associazioni, centri studi, per una spesa record di 78 milioni. C’e ra davvero di tutto, nella legge che - secondo il commissario Alberto Di Pace - «compromette il principio costituzionale del buon andamento della pubblica amministrazione». Anche perché, segnala ancora il prefetto, almeno 47 sussidi non consentono neppure “«l’i ndividuazione certa dei destinatari della provvidenza pubblica». L’A rs ha dato soldi a enti che neppure figurano su Internet. Bande musicali, associazioni di rugbisti e di specialisti del “ tiro dinamico” e musei del giocattolo: erano saliti tutti, sulla giostra del contributo siciliano. Non aveva badato a spese, la sempre prodiga Assemblea regionale siciliana. Passando sopra la crisi e il risanamento annunciato con i tagli alla sanità. Buone intenzioni che avevano ceduto il passo a una manovra pre-elettorale che aveva fatto impallidire i blitz del passato. Come quello di Benito Paolone, l´ex deputato di An che nel gennaio del 2007 sbucò a Palazzo dei Normanni e si fece approvare un contributo da 500 mila euro per l´Amatori Catania di rugby. Nel capoluogo non hanno retto all´invidia e quest´anno è spuntato, nella rubrica del turismo, un finanziamento per la «Palermo rugby»: 200 mila euro. Nella foga, la mano anonima di un deputato dell´Mpa ha piazzato il suo contributo da 50 mila euro per il Combat club Gela: può la Regione non incoraggiare la giovane arte del «tiro dinamico», disciplina che consiste nello sparare a bersagli mobili in un set costruito con finte porte e finestre? Non può.
Per carità: la lista contiene molte iniziative meritevoli. Ma non c´è un criterio di scelta. E ogni organismo finanziato ha, naturalmente, un preciso sostenitore politico. La parte del leone, in Sicilia, la fa il mondo cattolico, cui vengono indirizzati finanziamenti per 5,5 milioni: fra le new entries quest’anno i «Legionari di Cristo» che ricevono un contributo da 100 mila euro. Nella lunga lista dei beneficiari c’è l´Osservatorio dell´autonomia (50 mila euro) che evidentemente sta a cuore a un presidente autonomista, l´Accademia degli zelanti e dei dafnici con sede ad Acireale (130 mila euro), i giuristi cattolici di Agrigento che fanno il pieno con 200 mila euro. E i musei, anche i più piccoli, noti o poco frequentati: dal museo del giocattolo di Catania a quello sulla pena e sulla tortura con sede a Bronte. La Regione Siciliana pensa ai presepi: soldi per quello di Custonaci, ed è una conferma, ma pure per quello di Agira. Per lo più “aiutini” da 50 mila euro, nella sagra dei contributi a pioggia. Quando le cifre sono maggiori, finiscono per essere premiati enti che, per la cattiva gestione, faticano a risollevarsi dal tracollo finanziario: un milione va alla fondazione Federico II, il cui ex direttore generale Alberto Acierno è accusato dall’attuale consiglio d’amministrazione di aver fatto viaggi alle Maldive e shopping a Madrid con la carta di credito aziendale. Insomma, un mare magnum dove annega ogni giudizio di valore. Alla fine, a pagare dazio potrebbe essere solo (o quasi) il Centro studi filologici e linguistici siciliani, una delle maggiori istituzioni internazionali di questa disciplina, che ha visto dimezzato il contributo della Regione. E che grida allo scandalo in un documento firmato da decine di studiosi fra i quali Tullio De Mauro e il presidente dell’accademia della Crusca Francesco Sabatini: «Con tutto il rispetto, siamo trattati come il circolo culturale di un paese delle Madonie». Ma il commissario dello Stato, stamattina, ha bloccato tutto. Bloccando 78 milioni di contributi a pioggia erogati malgrado una crisi finanziaria che aveva costretto il governo Lombardo a chiedere un nuovo mutuo per 650 milioni.
(La Repubblica, 09 maggio 2009)

venerdì 8 maggio 2009

Il racconto. Tra le reduci del Pinar: meglio morire che tornare lì. "Voi italiani siete buoni, come potete fare una cosa del genere?"

"Li avete mandati al massacroin quei lager stupri e torture". Le lacrime di Hope e Florence per i disperati riportati in Libia: i nostri mesi all'inferno
dal nostro inviato
FRANCESCO VIVIANO

LAMPEDUSA - "Li hanno mandati al massacro. Li uccideranno, uccideranno anche i loro bambini. Gli italiani non devono permettere tutto questo. In Libia ci hanno torturate, picchiate, stuprate, trattate come schiave per mesi. Meglio finire in fondo al mare. Morire nel deserto. Ma in Libia no". Hanno le lacrime agli occhi le donne nigeriane, etiopi, somale, le "fortunate" che sono arrivate a Lampedusa nelle settimane scorse e quelle reduci dal mercantile turco Pinar. Hanno saputo che oltre 200 disgraziati come loro sono stati raccolti in mare dalle motovedette italiane e rispediti "nell'inferno libico", dove sono sbarcati ieri mattina. Tra di loro anche 41 donne. Alcuni hanno gravi ustioni, altri sintomi di disidratazione. Ma la malattia più grave, è quella di essere stati riportati in Libia. Da dove "erano fuggite dopo essere state violentati e torturati. Non solo le donne, ma anche gli uomini". I visi di chi invece si è salvato, ed è a Lampedusa raccontano una tragedia universale. La raccontano le ferite che hanno sul corpo, le tracce sigarette spente sulle braccia o sulla faccia dai trafficanti di essere umani. Storie terribili che non dimenticheranno mai. Come quella che racconta Florence, nigeriana, arrivata a Lampedusa qualche mese fa con una bambina di pochissimi giorni. L'ha battezzata nella chiesa di Lampedusa e l'ha chiamata "Sharon", ma quel giorno i suoi occhi, nerissimi, e splendenti come due cocci di ossidiana, erano tristi. Quella bambina non aveva un padre e non l'avrà mai. "Mi hanno violentata ripetutamente in tre o quattro, anche se ero sfinita e gridavo pietà loro continuavano e sono rimasta incinta. Non so chi sia il padre di Sharon, voglio soltanto dimenticare e chiedo a Dio di farla vivere in pace". Accanto a Florence, c'è una ragazza somala. Anche lei ha subito le pene dell'inferno. "Quando ho lasciato il mio villaggio ho impiegato quattro mesi per arrivare al confine libico, e lì ci hanno vendute ai trafficanti e ai poliziotti libici. Ci hanno messo dentro dei container, la sera venivano a prenderci, una ad una e ci violentavano. Non potevamo fare nulla, soltanto pregare perché quell'incubo finisse". Raccontano il loro peregrinare nel deserto in balia di poliziotti e trafficanti. "Ci chiedevano sempre denaro, ma non avevamo più nulla. Ma loro continuavano, ci tenevano legate per giorni e giorni, sperando di ottenere altro denaro".
OAS_RICH('Middle');Il racconto s'interrompe spesso, le donne piangono ricordando quei giorni, quei mesi, dentro i capannoni nel deserto. Vicino alle spiagge nella speranza che un giorno o l'altro potessero partire. E ricordano un loro cugino, un ragazzo di 17 anni, che è diventato matto per le sevizie che ha subito e per i colpi di bastone che i poliziotti libici gli avevano sferrato sulla testa. "È ancora lì, in Libia, è diventato pazzo. Lo trattano come uno schiavo, gli fanno fare i lavori più umilianti. Gira per le strade come un fantasma. La sua colpa era quella di essere nero, di chiamarsi Abramo e di essere "israelita". Lo hanno picchiato a sangue sulla testa, lo hanno anche stuprato. Quel ragazzo non ha più vita, gli hanno tolto anche l'anima. Preghiamo per lui. Non perché viva, ma perché muoia presto, perché, finalmente, possa trovare la pace". Le settimane, i mesi, trascorsi nelle "prigioni" libiche allestite vicino alla costa di Zuwara, non le dimenticheranno mai. "Molte di noi rimanevano incinte, ma anche in quelle condizioni ci violentavamo, non ci davano pace. Molti hanno tentato di suicidarsi, aspettavano la notte per non farsi vedere, poi prendevano una corda, un lenzuolo, qualunque cosa per potersi impiccare. Non so se era meglio essere vivi o morti. Adesso che siamo in Italia siamo più tranquille, ma non posso non stare male pensando che molte altre donne e uomini nelle nostre stesse condizioni siano state salvate in mare e poi rispedite in quell'inferno, non è giusto, non è umano, non si può dormire pensando ad una cosa del genere. Perché lo avete fatto?". "Noi eravamo sole, ma c'erano anche coppie. Spesso gli uomini morivano per le sevizie e le torture che subivano. Le loro mogli imploravano di essere uccise con loro. La rabbia, il dolore, l'impotenza, cambiavano i loro volti, i loro occhi, diventavano esseri senza anima e senza corpo. Aiutateci, aiutateli. Voi italiani non siete cattivi. Non possiamo rischiare di morire nel deserto, in mare, per poi essere rispediti come carne da macello a subire quello che cerchiamo inutilmente di dimenticare". Hope, 22 anni, nigeriana è una delle sopravvissute ad una terribile traversata. Con lei in barca c'era anche un'amica con il compagno. Viaggiavano insieme ai loro due figlioletti. Morirono per gli stenti delle fame e della sete, i corpi buttati in mare. "Come possiamo dimenticare queste cose?". Anche loro erano in Libia, anche loro avevano subito torture e sevizie, non ci davano acqua, non ci davano da mangiare, ci trattavano come animali. Ci avevano rubati tutti i soldi. Per mesi e mesi ci hanno fatto lavorare nelle loro case, nelle loro aziende, come schiavi, per dieci, venti dollari al mese. Ma non dovevamo camminare per strada perché ci trattavano come degli appestati. Schiavi, prigionieri in quei terribili capannoni dove finiranno quelli che l'Italia ha rispedito indietro. Nessuno saprà mai che fine faranno, se riusciranno a sopravvivere oppure no e quelli che sopravviveranno saranno rispediti indietro, in Somalia, in Nigeria, in Sudan, in Etiopia. Se dovesse accadere questo prego Dio che li faccia morire subito".
(La Repubblica, 8 maggio 2009)

Clandestini e legge sugli immigrati. Vaticano: "Violati i diritti dei rifugiati"

La protesta del segretario del Pontificio Consiglio per i Migrantimonsignor Marchetto: "Si criminalizzano gli emigranti irregolari". L'Osservatore Romano: "L'Italia preoccupa, dare aiuto a chi ha bisognoè priorità". La Cei: "Reato di immigrazione clandestina da rivedere"
CITTA' DEL VATICANO - L'Italia che respinge in Libia i migranti intercettati in mare "preoccupa", perché dare aiuto a chi si trova in condizioni gravi è una priorità. La dura presa di posizione arriva dall'Osservatore Romano, dopo che contro il rimpatrio dei clandestini in Libia, che "ha violato le norme internazionali sui diritti dei rifugiati", aveva protestato già il segretario del Pontificio Consiglio per i Migranti e gli Itineranti, monsignor Agostino Marchetto. E la Cei si lancia contro il nuovo pacchetto sicurezza del governo, per l'introduzione del reato di immigrazione clandestina, che allarma i vescovi perché mette a rischio diritti fondamentali. Una norma che la Cei invita a rivedere. Osservatore Romano: "Garantire assistenza e diritti umani". Il quotidiano della Santa Sede sottolinea "la priorità del dovere di soccorso nei confronti di chi si trova in gravi condizioni di bisogno. I migranti devono poi essere ricoverati presso strutture - si conclude - che possano fornire adeguate garanzie di assistenza e di rispetto dei diritti umani''. Vaticano e Cei: Pacchetto sicurezza contro i diritti umani degli immigrati. Secondo il Vaticano, anche alcune norme del pacchetto sicurezza, come quella sulla denuncia obbligatoria dei medici, preludono a "gravi difficoltà" per la realizzazione dei diritti umani dei migranti in Italia. "La normativa internazionale, alla quale si è appellata anche l'Onu - ha ricordato poi monsignor Agostino Marchetto - prevede che i possibili richiedenti asilo non siano respinti, e che, fino a che non ci sia modo di accertarlo, tutti i migranti siano considerati 'rifugiati presunti". "Capisco che gli attuali flussi misti complicano le cose anche per i governi - ha aggiunto - ma c'è bisogno comunque di rendere operative le norme concordate e riaffermate più volte nelle sedi internazionali".
OAS_RICH('Middle');Monsignor Marchetto ha poi espresso la convinzione, già espressa più volte ma non sottoscritta dalle massime autorità ecclesiastiche, che la legislazione italiana in materia migratoria sia macchiata da un "peccato originale", rappresentato dalla volontà di "criminalizzare gli emigranti irregolari", una realtà di fronte alla quale "i cittadini sono posti e devono giudicare". "Ciascuno si assumerà le proprie responsabilità. Per quanto mi riguarda - ha concluso - cerco solo di rappresentare la dottrina sociale della Chiesa che, nel valutare la soluzione ad un problema impone di verificare non solo se è efficace, ma se è giusta". Anche il direttore dell'Ufficio per la pastorale degli immigrati della Cei, padre Gianromano Gnesotto, sottolinea che le norme contenute nel nuovo pacchetto sicurezza del governo mettono a repentaglio i diritti umani degli immigrati, e in pericolo, più in generale, il riconoscimento dei diritti "fondamentali" alla salute e all'istruzione di tutti i cittadini. Si rischia in questo modo di creare dei cittadini di serie B, ammonisce Gnesotto, e di fare degli immigrati delle "non persone". La Cei lancia quindi un invito a rivedere il reato di clandestinità, e trovare, se possibile, "una via di mezzo".

LA STORIA . Silvio, Veronica e le altre. Bugie e domande senza risposta

di GIUSEPPE D'AVANZO
C'È IN giro una semplificata idea di democrazia. "Le regole del gioco in una democrazia decente sono chiare: ciascuno dice la sua". Memorabile e coerente perché è appunto questo che abbiamo nelle orecchie, a proposito di Silvio, Veronica e le altre.

Slogan demagogici (tra moglie e marito...); frasi fatte (i panni sporchi si lavano in famiglia); chiacchiericcio (la vicenda è privata). Dire democrazia, questo frastuono, pare un azzardo. E' rumore che ogni cosa confonde. E' un dispositivo che distrugge la realtà nell'immagine riflessa del contenitore vuoto dei media. L'operazione non è senza conseguenze perché "il falso indiscutibile" prima cancella l'opinione pubblica che diventa incapace di farsi sentire; poi anche solo di formarsi. C'è chi in questo andazzo ci sta come il topo nel formaggio o perché ha già conquistato il suo posticino a corte o perché spera di conquistarlo al prossimo turno o perché, più umanamente, non ha voglia di darsi il coraggio necessario per chiedere di non essere preso per il naso, almeno. Sarà anche legittimo non farselo piacere l'andazzo, no? Sarà ancora legittimo credere ancora che la realtà esista o che la rimozione non aiuta a guarire le nevrosi - siano esse di un individuo o di una società. E' ancora legittima, per questa destra nichilista, l'esistenza di chi crede che negare la verità significa sempre negare dei fatti e quindi concedergli di conoscerli? Si potrà forse acconsentire che un principio della cultura dominante (Leitkultur) dell'Occidente europeo e liberale è l'"uso pubblico della ragione". Allora, diciamo che è in nome della ragione o, senza esagerare, di una mediocre ragionevolezza che si può chiedere a Silvio Berlusconi, presidente del Consiglio, di inventare meglio la frottola perché così come ce la offre è troppo taroccata per crederla vera. Dovunque la sfiori, suona falsa. E' in cerca di risposta qualche domanda: Berlusconi "frequenta minorenni", come sostiene Veronica Lario quando si convince a divorziare? Che rapporto, negli anni, Berlusconi ha intrattenuto con Noemi Letizia, 18 anni il 26 di aprile? In quale clima psichico vive il premier? "Ha bisogno di aiuto perché non sta bene", come sostiene preoccupata sua moglie? La febbre o l'inclinazione psicopatologica che lo accalda può definirsi, come hanno scritto il Riformista e l'Unità senza ricevere smentite, un'impotente satiriasi o sexual addiction sfogata in "spettacolini" affollati di escort e "farfalline" tra materassi extralarge in quel palazzo Grazioli, impernacchiato di tricolore, dove si decidono le politiche del Paese? E, per ultimo ma non ultimo - perché questione politica per eccellenza - può essere, per dirla con le parole di Veronica Lario, "il divertimento dell'imperatore", questo "ciarpame senza pudore in nome del potere", a selezionare le classe dirigenti, a decidere della rappresentanza politica? Non emerge oggi "attraverso il paravento delle curve e della bellezza femminile (ancora la Lario) la sfrontatezza e la mancanza di ritegno del potere che offende la credibilità di tutte le donne soprattutto di quelle che sono state sempre in prima linea e che ancora lo sono, a tutela dei loro diritti"? Abituato a scriversi in solitudine l'agenda dell'attenzione pubblica, assuefatto a dettare il menabò dell'informazione scritta e televisiva, Berlusconi barcolla quando lo assale l'imprevisto e non ha il copione scritto. Bersaglio delle critiche al "velinismo in politica" di Sofia Ventura, politologa di Fare Futuro, sorpreso a festeggiare a Casoria, Napoli, una diciottenne, Berlusconi da Varsavia improvvisa e sbaglia le sue mosse. Dice che non ha mai pensato a sistemare "veline" (escluse a sorpresa e in gran fretta, una miss Veneto, una "meteorina" di Retequattro lo smentiscono mentre tacciono deluse una "rossa" del Grande Fratello, una valletta Mediaset, un star di "Incantesimo", un'"Elisa di Rivombrosa"). Dice che Noemi è soltanto "la figlia di un vecchio amico, ex autista di Craxi" (lo smentiscono Bobo Craxi e Giulio Di Donato, vicesegretario del Psi e per di più un napoletano che dovrebbe conoscere l'autista napoletano del segretario). Dice che si tratta di un "tranello mediatico" in cui è caduta anche "la signora", cioè sua moglie. Trappola di chi? Di Fare Futuro, think tank di Gianfranco Fini? La teoria del complotto non fa molta strada, è buona soltanto per babbei e turiferari. Muore lì. Tornato in Italia da Varsavia, Berlusconi guadagna qualche ora per rimettere insieme e meglio i cocci della sua storia. Che, sulla scena gregaria di Porta a Porta, diventa questa. "E' una menzogna che frequento minorenni. Il padre della ragazza mi ha chiamato perché voleva un appuntamento con me per parlarmi delle candidature nel sud di Franco Malvano e Flavio Martusciello. E' stata soltanto Repubblica a sottendere la frequentazione della ragazza". La favola è scritta male, può contare - per essere accettata - soltanto su una pulsione servile. E' stata Noemi, che lo chiama "papi", a raccontare come sono andate le cose in questi anni. "Papi mi ha allevata. Non mi ha fatto mai mancare le sue attenzioni. Un anno, ricordo, mi ha regalato un diamantino; un'altra volta, una collanina. Domenica, una collana d'oro con un ciondolo. Lo adoro. Gli faccio compagnia. Lui mi chiama, mi dice che ha qualche momento libero e io lo raggiungo a Milano, a Roma. Resto ad ascoltarlo. E' questo che lui desidera da me. Poi cantiamo assieme. No, non mi candiderò alle prossime regionali. Preferisco candidarmi alla Camera. Ci penserà papi Silvio". Di questi incontri e promesse, Berlusconi non parla. Lascia pubblicare a un periodico della Casa le foto della festa di Casoria. E che c'entrano? Mica Veronica Lario lo ha accusato di atti osceni in luogo pubblico? La strategia di Berlusconi è nota, e le foto la confermano. Non confuta, ma distrae. Non offre alcun certo punto di riferimento per orientarsi nella polemica, ma disintegra nel rumore quel che poco che si sa nella convinzione che, presto, affiorerà la consueta "indifferenza per come stanno davvero le cose". La fanfaluca ("non frequento minorenni") non regge nemmeno se la si verifica, diciamo così, dal lato del padre di Noemi, Benedetto Letizia. E' lui, Benedetto, il "contatto" tutto politico di Berlusconi? L'uomo, commesso in municipio, dovrebbe essere un influente esponente del Popolo della Libertà meridionale se il presidente del Consiglio discute con lui, proprio con lui e solo con lui senza intermediari, le candidature europee. Purtroppo nel Popolo della Libertà nessuno conosce Benedetto Letizia. Ignorano chi sia Benedetto anche Franco Malvano e Flavio Martusciello. Il primo è stato questore di Napoli e, investito da Berlusconi, candidato sindaco di Napoli. Il secondo è il fratello di Antonio Martusciello, dirigente di Publitalia prima di entrare nella task force di Marcello Dell'Utri che creò Forza Italia, diventato parlamentare e anche viceministro dei Beni culturali. Un buon veicolo, il fratello, per raggiungere il Capo. E' ragionevole credere che se i due avessero voluto discutere delle loro candidature si sarebbero rivolti direttamente a Berlusconi e non ai buoni uffici di un commesso del Comune che nel PdL non si è mai visto. Berlusconi ammette di aver incontrato la ragazza in qualche occasione, ma sempre alla presenza dei genitori. Né la madre né il padre di Noemi hanno mai parlato di incontri a Milano o a Roma con Berlusconi. Si può scommettere qualche euro che lo faranno nei prossimi giorni. Se si sbriciolano tutti gli argomenti preparati per smentire gli incontri con una minorenne (tre regali, tre compleanni vuol dire che Noemi incontra Berlusconi da quando aveva sedici anni e lo ha conosciuto quindicenne), è più assennato credere alle parole inquiete di Veronica Lario: è vero, il presidente del Consiglio frequenta minorenni che "magari" fossero sue figlie segrete. Trascuriamo le ricostruzioni degli "spettacolini" e gli "accappatoi di un bianco che quasi abbaglia" e il vigore ritrovato con un misterioso "farmaco che si inietta", assunto ormai "fuori da ogni controllo medico". Abbandoniamo queste scene tra le cose dette e mai contraddette perché è ben più critico (o molto coerente) che la questione politica, sollevata all'inizio di questa storia da due donne, Sofia Ventura e Veronica Lario, sia stata affrontata soltanto da altre donne (Aspesi, Bindi, Bonino, Spinelli, Dominijanni) nel raggelante silenzio dell'élite nazionale come se questa "valorizzazione" delle donne non riducesse "la loro libertà a libertà di mostrarsi in tv e offrirsi come gadget al circuito del potere" o a un dominio proprietario e "spettacolare". Sembra che soltanto le donne abbiano capito che quest'ambigua, violenta atmosfera che consente di ridicolizzare le loro storie e il loro destino, tra sghignazzi, ironie e magari qualche "palpatina di classe", educa "la gente per bene ad abituarsi ad ascoltare cose che, nel passato, sarebbe stata orripilata di pensare e alle quali non sarebbe stata concessa pubblica espressione". O alcun "uso pubblico della ragione".
(La Repubblica, 8 maggio 2009)

giovedì 7 maggio 2009

LA FINE INGLORIOSA DEI FONDI EUROPEI

di Francesco Palazzo
"L´ultima occasione". Leggendo di sfuggita e da lontano mi ero prefigurato due possibilità. L´offerta pubblicitaria di qualche prodotto che qualcuno m´invitava a acquistare oppure il messaggio elettorale di un candidato alle europee. Il messaggio del manifesto, che poi ho rivisto affisso ovunque, parla invece di tutt´altro. In alto la scritta Sud a tre colori molto vivaci, in basso un´agenda che fa vedere il 2007 e il 2013. Senza altre specificazioni, sembra un appello per iniziati di un gruppo esoterico. Quell´agenda, in effetti, rimanda solo per gli addetti ai lavori a un´altra agenda famosa in ristretti circuiti, cui da anni è associato il numero 2000. Dunque il riferimento è ai fondi strutturali europei. Il manifesto riguardava l´incontro di lunedì al Teatro Massimo. Ma qual è questa inquietante ultima occasione? Il riferimento è ai nuovi fondi europei che coprono il periodo 2007-2013, miranti a ridurre i divari tra le regioni. In particolare, l´Obiettivo 1 promuove lo sviluppo delle aree che presentano forti ritardi. La Sicilia è ancora - e per qualcuno è motivo di contentezza - tra le regioni deboli. Per l´ultima volta, come recita lo slogan. Perché l´allargamento dell´Ue farà convergere i futuri aiuti verso territori ancora più malmessi. Parliamo di miliardi di euro che in altri luoghi hanno stimolato crescita e ricchezza. Prima di esprimersi sul futuro occorre tuttavia dire del presente. Com´è andata Agenda 2000 in Sicilia? C´è chi sostiene che la Regione non ha lasciato un euro, c´è chi afferma che si è perso tanto di quello che era stato assegnato. Numeri di dubbia utilità, a dire il vero, che spesso descrivono la forma e non entrano nella sostanza. Che è quella che più c´interessa. Non ha senso dire quanto si spende, piuttosto occorre vedere la qualità della spesa. Se essa ha prodotto, trattandosi di fondi strutturali, passi avanti decisivi su questioni strategiche. Vi pare che con Agenda 2000 la nostra regione sia progredita? La realtà è sotto gli occhi di tutti. Una risposta autorevole la fornisce l´Europa. Che, facendoci rimanere nell´area Obiettivo 1, certifica al di là di ogni ragionevole dubbio, che siamo rimasti al palo. Ora abbiamo quest´ultima chance. Un altro consistente flusso di miliardi di euro bagnerà la nostra regione. Riusciremo, stavolta, a fare il salto di qualità? Oppure alla fine, con una Sicilia che presenterà la stessa sbiadita fotografia, la lite sarà nuovamente intorno alla quantità di spesa? In questo momento è molto difficile ipotizzare che, cambiati i musicanti, ammesso che alla regione si possa registrare qualche novità politica in positivo, cambierà pure la musica. Ciò che sappiamo è che tutte le discussioni sui tali fondi sono passate sulla testa dei siciliani. Tolti, ovviamente, i pochissimi che hanno avuto interessi personali su questo fiume di moneta sonante. Dovrebbe essere ormai chiaro che non sono i soldi a palate le precondizioni dello sviluppo. Posso avere poco, spenderlo nella giusta direzione, e andare avanti. Posso, al contrario, ottenere per decenni, com´è accaduto alla Sicilia, mezzi economici rilevanti e rimanere fermo o quasi. Vedremo se la prossima agenda avrà pagine più liete.
LA REPUBBLICA, 07 MAGGIO 2009

mercoledì 6 maggio 2009

Corleone. I Carabinieri trovano due fucili nascosti nell'ex Ospedale dei Bianchi

CORLEONE – L’altro ieri, i Carabinieri di Corleone hanno trovato due fucili a canne mozze nel cantiere edile per la messa in sicurezza dell'ex Ospedale dei Bianchi. Le armi, in pessimo stato di conservazione, erano nascoste nell'interno di un contro-soffitto, tra il primo e il secondo piano dell'edificio. Da una prima valutazione, sembrerebbero risalirebbero a più di 50 anni fa. Ad allertare i militari sono stati gli operai impegnati nei lavori di ristrutturazione del vecchio edificio ospedaliero. Le armi sono state immediatamente inviate ai laboratori del Ris (reparto investigazioni scientifiche) di Messina per gli accertamenti balistici. Le indagini dei Carabinieri puntano a verificare se quelle armi possano essere state utilizzate per omicidi di mafia negli anni ‘40-‘50. Proprio in quegli anni, infatti, direttore sanitario dell'ex ospedale dei Bianchi era il dottor Michele Navarra, capomafia di Corleone. Il medico-boss venne assassinato dal suo “fido” luogotenente Luciano Liggio il 2 agosto del 1958, mentre percorreva la strada tra Prizzi e Corleone a bordo della sua Fiat 1100. La morte di Navarra e la “guerra di mafia” che ne seguì avrebbero aperto la strada per la scalata ai vertici di Cosa nostra a Luciano Liggio e ai suoi due “picciotti”, Totò Riina e Bernardo Provenzano.
Nel 1947 fu ricoverato per poche ore in quell’ospedale il cavalier Rossi, mentre veniva trasportato nel carcere dell’Ucciardone, con l’accusa di essere uno dei mandanti dell’assassinio di Accursio Miraglia, segretario della Camera del lavoro di Sciacca. E il dott. Navarra gli rilasciò subito un certificato medico che gli evitò il carcere. Nel 1948, in questo famigerato ospedale, qualche giorno dopo il sequestro e l’assassinio di Placido Rizzotto, segretario della Cgil di Corleone, venne ricoverato il giovane pastore Giuseppe Letizia, in preda a febbre alta e delirio. Diceva di aver visto gli assassini di Rizzotto. E Navarra lo fece tacere per sempre con una iniezione letale.
Durante una delle più cruente battaglie della guerra tra “liggiani” e “navarriani”, quella del 6 settembre 1958, proprio nell’Ospedale dei Bianchi ricevette i primi soccorsi il “liggiano” Bernardo Provenzano, ferito di striscio alla testa nella sparatoria di via San Rocco. Dopo la medicazione, il futuro boss ringraziò e fece perdere le sue tracce. Meno fortunati di lui furono invece i “navarriani” Pietro Maiuri e i fratelli Giovanni e Marco Marino. Quella sera furono portati pure in ospedale. I sanitari provarono a tamponare le ferite, ma per loro non ci fu nulla da fare.
Negli anni ’60 e negli anni ’70 era voce abbastanza diffusa a Corleone che nei locali abbandonati dell’ex Ospedale dei Bianchi si potessero nascondere latitanti di mafia. C’era addirittura chi giurava di aver visto di sera tardi e di notte finestre che si aprivano e si chiudevano. I fucile ritrovati martedì scorso potrebbero essere appartenuti a qualcuno di questi.
Dino Paternostro
NELLA FOTO: I Carabinieri di Corleone mostrano i due fucili rinvenuti nell'ex Ospedale dei Bianchi

Mafia: Cipriani (ass. antiracket Bagheria), no alla cancellazione dei risarcimenti per enti che si costituiscono parte civile

“La previsione del governo nazionale di svuotare il peso della costituzione parte civile degli enti locali, anche nei processi per mafia, sarebbe un duro colpo alle amministrazioni che si battono contro ogni forma di condizionamento criminale”. Lo dice Pippo Cipriani presidente dell’Associazione Antiracket e Antiusura di Bagheria (Pa) a proposito della norma (art. 37) inserita nel ‘pacchetto sicurezza’ del governo Berlusconi che prevede, di fatto, che gli enti che si costituiscono parte civile, in caso di riconoscimento del danno potranno ottenere esclusivamente il rimborso delle spese processuali e non potranno più accedere al Fondo per le vittime della mafia per eventuali risarcimenti.
“In questo modo – aggiunge Cipriani – la costituzione parte civile si ridurrebbe ad una partecipazione puramente simbolica da parte degli enti locali. In questi anni i risarcimenti si sono dimostrati molto utili per l’azione di contrasto alla criminalità da parte delle amministrazioni locali, anche dal punto di vista sociale. Bisogna poi considerare che il fenomeno del racket dimostra di non arretrare, nonostante i duri colpi inferti dalla magistratura e dalle forze dell’ordine.
Nella sola città di Bagheria anche dopo la recente operazione ‘Perseo’, che ha decapitato le cosche che gestivano il racket a livello locale, si sono verificati: sei incendi di autovetture; tre incendi ad attività imprenditoriali; tre danneggiamenti, un furto e segnali di minacce in cantieri edili; tre lucchetti bloccati con il ‘classico metodo dell’Attack’. Questo -aggiunge Cipriani – è il ‘bollettino’ dei soli ultimi quattro mesi, e dà l’idea della drammatica tenacia della morsa del racket, anche dopo importanti affermazioni della presenza dello Stato”.
Il Pd ha presentato un emendamento per modificare la norma del ddl sulla sicurezza del governo che riguarda proprio la costituzione parte civile. “La proposta del PD – conclude Cipriani – tiene conto della necessità di risarcire le persone fisiche, ma anche dell’importanza dell’impegno per la legalità da parte degli enti locali, prevedendo per questi l’utilizzo del 20% del Fondo per le vittime della mafia”.
mercoledì 6 maggio 2009

martedì 5 maggio 2009

Sulla Sicilia arriva un'Onda Libera...

A Palermo, il 9 maggio, concerto acustico la mattina alla Bottega dei Sapori e dei Saperi della Legalità e gran finale, la sera a Cinisi, in ricordo di Peppino Impastato
E’ partita la carovana, guidata dai Modena City Ramblers, con musica, teatro di strada, giocoleria, poesia e gastronomia "resistente" sui beni confiscati alle mafie e riutilizzati grazie al lavoro di Libera. Associazioni, nomi e numeri contro le mafie. Itinerante dal 25 aprile al 9 maggio: dalla giornata dedicata alla Resistenza alla giornata in cui perse la vita Peppino Impastato; un viaggio per ripercorrere i valori che congiungono il sacrificio dei partigiani al sacrificio di chi oggi in Italia combatte ogni giorno contro le mafie. In queste due settimane di viaggio i Modena City Ramblers porteranno la loro musica ed il loro nuovo album "Onda Libera" (in uscita il 10 Aprile su etichetta Mescal e distribuito da Sony), in una serie di luoghi ove i beni confiscati alla mafia si sono trasformati in realtà oneste e produttive. Il titolo del nuovo album non è un caso, come non lo è quello del primo singolo: Libera Terra! Oltre alla musica dei MCR, in questi luoghi si svolgeranno incontri; saranno coinvolte band locali; gruppi teatrali; di giocoleria e molto altro. La voglia di stare insieme e di festeggiare queste vittorie sulla mafia, si concretizzerà nell'allestimento di giornate nelle quali il bene confiscato sarà il grande protagonista, pronto ad accogliere la cittadinanza, le famiglie delle vittime di mafia e tutti coloro che vorranno dare il loro contributo artistico. A ogni tappa un'esibizione diversa rispetto al solito assetto rock: niente orari canonici da concerto, palco adattato alla situazione, luci quanto basta. Per ogni data ci saranno collegamenti via radio e web, con report in tempo reale su http://www.onda.libera.it. A Palermo, nella giornata conclusiva, l'appuntamento è doppio, con il concerto acustico la mattina (ore 11) alla Bottega dei Sapori e dei Saperi della Legalità di LIBERA Palermo in piazza Castelnuovo 13, e la sera a Cinisi alle 21 per il Forum sociale antimafia "Felicia e Peppino Impastato" 2009.

TOUR CAROVANA LIBERA: Tour della Legalità contro le mafie sulle terre d´Italia!
Le tappe in Sicilia
07-05 Belpasso (CT) : In mezzo agli agrumeti ove sorgerà una nuova cooperativa Libera Terra.
08-05 Trapani : c/o la Cava di cemento dell'impresa confiscata Calcestruzzi Ericina.
09-05 Mattina in Bottega a Palermo, sera a Cinisi (PA) : Per Peppino Impastato.

Divisi dalla maglietta di "Don Corleone"

La senatrice Burani Procaccini lancia la proposta di vietare la vendita di gadget che richiamano a Cosa nostra: "Modelli pericolosi per i giovani". Contrario il fotografo Oliviero Toscani che ha brevettato il marchio "Mafia": "Il problema dell'Italia è la tv e il Grande Fratello"
PALERMO - Magliette e accendini, tazze e bandane, con la faccia ammiccante di Don Vito Corleone, protagonista del romanzo di Mario Puzo "Il Padrino" e dell'omonimo film di Francis Ford Coppola, o con la scritta Cosa nostra, imperversano nella bancarelle non solo siciliane di souvenir. Periodicamente divampano le polemiche sull'opportunità di riprodurre sui gadget motti o immagini dell'immaginario mafioso. Oggi ritornano."Non è concepibile che si vendano magliette e accendini con la fotografia di don Vito Corleone, con immagini e frasi del linguaggio mafioso: si tratta di un'impostazione altamente negativa per la pedagogia e induce molti nostri ragazzi a identificarsi in personaggi e situazioni che rappresentano il crimine e l'anti Stato" commenta la senatrice Maria Burani Procaccini, ex presidente della commissione bicamerale per l'Infanzia."Non amo molto i divieti - dice Burani Procaccini - ma penso, per esempio, alla pubblicità di una famosissima bibita molto in voga fra i giovani in cui si vede un uomo buttato nel mare e si sente una voce siciliana inequivocabile"."Si tratta di modelli pericolosi che legittimano inconsciamente la mafia - aggiunge - e che vanno respinti con forza e con sdegno. Chiedo che ci sia una levata di scudi per comprendere la negatività di messaggi che, invece, passano nell'indifferenza generale come se fossero semplici provocazioni culturali"."Se vietano la vendita delle magliette con il Padrino o con la scritta mafia dovrebbero vietare anche la vendita dei crocefissi. La polemica sui gadget che richimano al Padrino o alla mafia mi sembra una pura follia. Chi la pensa così dovrebbe vietarsi di parlare" risponde il creativo-fotografo e assessore di Salemi, Oliviero Toscani. "Il vero problema dell'Italia è la televisione - ha detto - Questo è il guaio. Non sono diseducative le magliette o le tazze con immagini dell'iconografia mafiosa. È molto più diseducativo il Grande Fratello. Finchè non capiremo questo non andremo da nessuna parte".Toscani ha anche depositato il brevetto con il marchio 'M.a.f.i.a' (Mediterranean association for international affair). "Non mi interessa speculare sul marchio Mafia - conclude - mi piaceva l'idea di brevettarlo".Di parere opposto il sindaco di Gela Rosario Crocetta, che da sempre lotta e sfida la mafia nel suo paese. "È un'oscenità. Fare business sfruttando la parola mafia o le immagini del Padrino è una delle cose più volgari che siano mai state pensate. Non si può scherzare su un fenomeno come quello della criminalità organizzata"."Non credo che da parte delle giovani generazioni ci sia pericolo di emulazione - ha ribadito Crocetta - ma in ogni caso il fenomeno è diseducativo. Da una parte parte spinge verso l'aggressività dall'altra fanno apparire la mafia come qualcosa di folcloristico, da portare a casa come un souvenir. Sono assolutamente a favore del divieto di vendere questo tipo di oggetti. Si potrebbe parlare di apologia della mafia: penso che questo tipo di reato dovrebbe essere previsto".
04/05/2009

domenica 3 maggio 2009

Il comunicato stampa dell’Associazione Culturale Peppino Impastato

Anche quest’anno, in occasione del trentunesimo anniversario della morte di Peppino Impastato, vogliamo rinfrescare la memoria ad un paese come l’Italia che troppo spesso tende ad ignorare e a dimenticare. Ricorderemo Peppino con la sua ribellione contro l’oppressione mafiosa, partendo dalla sua stessa famiglia, e la madre Felicia, con la sua determinazione che l’ha spinta a non mollare mai nell’impegno in difesa della verità. Come sempre,però, il ricordo non sarà l’unica prerogativa del forum, ma il fine sarà quello di creare un’occasione in cui si possa far circolare liberamente le informazioni riguardo le reali condizioni politiche, sociali ed economiche del nostro paese e costruire collettivamente percorsi alternativi per la partecipazione democratica e la sua crescita civile.Peppino resta per noi, e non solo, il punto di partenza, per la sua lucida analisi del fenomeno mafioso e le strategie innovative che ha sperimentato nel fronteggiarlo, che sono ancora attuali.La tre giorni che avrà luogo a Cinisi dall’8 al 10 maggio 2009 affronterà tematiche quanto mai urgenti, come le speculazioni mafiose che mettono in pericolo gli equilibri ambientali, favorite da politiche di governo compiacenti come il ritorno all’energia nucleare e la costruzione del ponte sullo Stretto; i nuovi equilibri tra il sistema politico ed economico e il potere mafioso; la sempre più pericolosa deriva fascista delle istituzioni nazionali e locali che comporta la limitazione delle libertà e dei diritti, arrivando a ledere quelli fondamentali come il diritto allo sciopero, al lavoro sicuro, alla libertà di espressione, all’uguaglianza.Non mancherà la musica con il suo importante ruolo di aggregazione e di comunicazione, con il progetto che unirà virtualmente Casa Cervi a Casa Memoria Impastato con l’esibizione dei Modena City Ramblers, per unire la resistenza civile antifascista a quella antimafia.Persistono per noi, purtroppo, le difficoltà economiche che ci costringono a fare di nuovo appello agli amici, ai compagni, a tutti coloro che si riconoscono negli ideali di Peppino, che sono anche i nostri, e che vogliano manifestare la loro vicinanza con un contributo, anche minimo, per coprire le spese di organizzazione del forum.Certamente sarà difficile raggiungere il livello di partecipazione dello scorso anno, in occasione del trentennale. In quella circostanza abbiamo potuto usufruire di un contributo di 35.000 euro del Ministero della Pubblica Istruzione, che ci ha consentito di far fronte alle spese di organizzazione. Quest’anno il contributo non è stato, sino a questo momento, rinnovato e molto probabilmente non lo sarà più. Per questo, come al solito, siamo senza una lira.Pur rendendoci conto che, in questo momento esistono altre priorità, come quella in Abruzzo, chiediamo un contributo economico anche minimo per ricordare Peppino e per potere ancora andare avanti nella lotta per una Sicilia libera dalla mafia.Chi vuole partecipare può fare riferimento al conto corrente postale 26951889 intestato all’ Associazione Culturale Peppino Impastato - Casa Memoria, Corso Umberto I, 220 - 90045 Cinisi.IBAN IT24 K076 0104 6000 0002 6951 889 - CIN K - ABI 07601

Programma del Forum Sociale Antimafia 2009

7 maggio
Ore 15.00 Casa Memoria Impastato: “I cento passi”, gara podistica con i bambini delle scuole da Casa Impastato a Casa Badalamenti.

8 maggio
Ore 15.00 Salone Comunale: Forum ambiente
Interverranno: Gino Sturniolo, Rete No Ponte; Vincenzo Miliucci, Confederazione Cobas Nazionale; Gioacchino Genchi, dirigente chimico Regione Sicilia; Alfonso di Stefano, promotore campagna “Smilitarizzazione di Sigonella”. Coordina Carlo Bommarito.
Ore 21.00 Salone Comunale: Anteprima nazionale del nuovo video di Fulvio Grimaldi: “Araba fenice, il tuo nome è Gaza”.

9 maggio
Ore 9.30 Salone Comunale: Forum Mafia e Antimafia
Interverranno: Franca Imbergamo, magistrato; Pia Blandano, preside Istituto Comprensivo Antonio Ugo – Palermo. Introduce e coordina Umberto Santino.
Presentazione libro di Giovanni Impastato a cura di Franco Vassia “Resistere a Mafiopoli. La storia di mio fratello Peppino Impastato”.
Ore 12.30 Presentazione fumetto di Marco Rizzo e Lelio Bonaccorso sulla vita di Peppino Impastato, interverrà Salvo Vitale. Il pittore Gaetano Porcasi omaggerà Casa Memoria Impastato con un quadro dedicato a Peppino e Felicia.
Ore 16.30 Concentramento presso Radio Aut (Terrasini)
Ore 17.00 Partenza del corteo da Radio Aut (Terrasini) a Casa Memoria Impastato (Cinisi)
Ore 21.00 Piazza Vittorio Emanuele Orlando: Concerto con i Modena City Ramblers, Fabrizio Varchetta, Zen.it Posse.

10 maggio
Ore 9.30 Salone Comunale: Forum sul lavoro e diritto allo sciopero
Interverranno: Renato Franzitta, Confederazione Cobas; Riccardo Faranda, BIN Italia. Coordina Salvo Vitale.
Ore 16.00 Salone Comunale: Forum Neofascismi e resistenze sociali
Interverranno: Graziella Bertozzo, No Vat; Antonella De Blasio, ricercatrice Università di Bologna; Simona Cusimano, Collettivo Malefimmine – Palermo.
Ore 18.00 Casa Memoria Impastato: estemporanea di pittura a cura dell’Accademia di belle arti di Palermo

Il programma non è definitivo e può subire variazioni.

Come ogni anno faremo di tutto per realizzare al meglio il Forum sociale antimafia dal 7 al 10 maggio: il programma prevede una serie di forum su temi scottanti d’attualità e interventi di artisti che si esibiranno gratuitamente, ma per i quali è necessario almeno il rimborso spese. Non è nostra intenzione trasformare la ricorrenza in un momento ludico, ma alternare “musica e cultura”, nel ricordo di Peppino. Tuttavia rischiamo di non potere realizzare alcune attività a causa delle scarse risorse economiche Non disponiamo di particolari contributi e cerchiamo di mantenere la nostra indipendenza e la nostra libertà di pensiero.
Tocca a voi, alla vostra volontà e alla vostra fiducia. Chiediamo, non solo ai singoli compagni, ma ad enti e associazioni che si occupano di antimafia, un contributo anche minimo, attraverso una sottoscrizione, a livello nazionale, sul conto corrente postale della nostra Associazione.
E' necessario che questo messaggio abbia la massima diffusione:possiamo contare soltanto sull'impegno dal basso di ognuno di voi: le adesioni formali vanno traformate in contributi sostanziali, oltre che in collaborazione nella gestione dei vari momenti del Forum.
Il 9 maggio invitiamo tutti a scendere in piazza non solo in ricordo di Peppino, ma per contribuire a cambiare il percorso della nostra democrazia.
Associazione Culturale Peppino Impastato Corso Umberto 220 Cinisi

sabato 2 maggio 2009

Parla ancora Massimo Ciancimino: "Così Provenzanospuntava a casa mia"

Nuove rivelazioni di Ciancimino jr nell'aula bunker di Milano: "Dopo le stragi il super boss aveva una missione e si muoveva liberamente in Italia e all'estero, veniva spesso a trovare mio padre a Roma. Si presentò pure Riina". E il padrino di Corleone per la prima volta rinuncia al collegamento video
MILANO - "Mio padre era certo che ci fosse uno pseudo-accordo che riguardava Provenzano sul suo modo tranquillo e libero di muoversi, in Italia e all'estero. Provenzano aveva quasi una missione, un ruolo ben preciso dopo le stragi, e mio padre era sicuro che la presa del timone di Cosa nostra da parte sua fosse la cosa migliore". Così Massimo Ciancimino ha ricordato gli incontri fra suo padre Vito, morto nel 2002, e il vecchio padrino di Corleone, adombrando accordi dopo le stragi. Il dichiarante lo ha detto davanti ai giudici di Palermo deponendo nel processo nell'aula bunker di Milano, in trasferta per motivi di sicurezza, in cui sono imputati, fra gli altri, Bernardo Provenzano e l'ex deputato regionale Giovanni Mercadante. Rispondendo alle domande del pm Nino Di Matteo, Ciancimino ha detto che nel tempo il padre e il boss di Corleone si erano incontrati più volte: "Ricordo la presenza a casa mia di Provenzano, che mio padre chiamava ingegnere Lo Verde, fin da quando avevo nove anni; mio padre lo riceveva nella sua stanza da letto. Questi incontri riservati sono proseguiti fino a poco prima che mio padre morisse a Roma. Ma vennero a casa anche Totò Riina, Franco Bonura, i fratelli o cugini Buscemi, Pino Lipari, Tommaso Cannella. Prima che venisse arrestato, cosa che avvenne alla fine del 1984, mio padre aveva quattro linee telefoniche e una sola era quella riservata sulla quale riceveva le chiamate solo di quattro persone, una era l'ingegnere Lo Verde, alias Provenzano". Fra il 1999 e il 2002, ha aggiunto Ciancimino jr, "mio padre, che era agli arresti domiciliari a Roma, incontrò diverse volte Bernardo Provenzano". Il figlio dell'ex sindaco di Palermo ha sostenuto che del super boss suo padre "aveva grande stima", rivelando che il capomafia "non aveva grandi problemi a muoversi in Italia e all'estero. Mio padre si preoccupava di essere un elemento a rischio per Provenzano per via del fatto che era agli arresti domiciliari e poteva subire controlli. Ma nonostante ciò Provenzano arrivava a Roma". L'appartamento in cui avvenivano gli incontri era in via San Sebastianello, a pochi passi da piazza di Spagna. Il teste ha parlato anche di incontri con Totò Riina, del quale però Vito Ciancimino "non aveva grande stima". Massimo Ciancimino ha anche riferito ai giudici del tribunale di Palermo di avere ricevuto minacce. Ha fatto riferimento a proiettili e messaggi intimidatori che sono stati lasciati davanti alla sua abitazione dieci giorni fa. Già in passato era stato oggetto di altri episodi intimidatori, che si erano verificati a Palermo e che erano stati denunciati. Infine Ciancimino ha spiegato che il suo rapporto di collaborazione con la giustizia "nasce con il dottor Falcone. Ma adesso la mia volontà a rendere dichiarazioni è arrivata solo dopo aver rilasciato un'intervista, in seguito alla quale sono stato chiamato dai magistrati". Provenzano ha rinunciato, per la prima volta da quando è stato aperto il dibattimento, a presenziare al processo in video collegamento. Il vecchio padrino di Corleone, amico del padre del teste, ha preferito restare in cella e non ascoltare i retroscena descritti da Ciancimino. L'esame del teste, sentito come imputato di reato connesso, assistito dall'avvocato Francesca Russo, è durato quasi quattro ore, durante le quali ha risposto alle domande del pm Nino Di Matteo. Breve è stato il controesame della difesa: l'unico a far domande è stato l'avvocato Leo Mercurio, difensore del medico Giovanni Mercadante. Il dibattimento è stato chiuso e rinviato al 7 maggio a Palermo.
02/05/2009

Sicilia, i democristiani crescono...

di Agostino Spataro*
La vorace metamorfosi di “Forza Italia” siciliana
Per quanto ovattato da un certo contegno, non c’è dubbio che nel Pdl siciliano si è svolto uno scontro durissimo per le candidature alle europee e per la nomina de coordinatori regionali.
Alla fine, un armistizio è stato raggiunto, a Roma, (chissà perché mai a Palermo), ma si teme che la guerra ri-esploderà, violenta, fra candidati, correnti e componenti per le preferenze.
E’ noto infatti che la coperta del Pdl è troppo stretta per coprire tutte le aspirazioni in corsa.
Con la confluenza di An sono, infatti, cresciute le componenti mentre il numero dei seggi attribuibili al Pdl potrebbe rimanere invariato. Vedremo. Per intanto, un dato politico emerge, inequivocabile, dal pentolone del PdL siciliano: l’ulteriore emarginazione, il sostanziale isolamento di Gianfranco Miccichè. Il tipo di lista e la nomina a coordinatore di Giuseppe Castiglione, del gruppo Alfano- Schifani, (anche se in combine col sen. Nania) esaltano e rendono più pressante il senso di questa emarginazione politica che un po’ colpisce, se non altro per il fatto che Miccichè è stato il fondatore di “Forza Italia” siciliana. Colpa del destino cinico e baro? Il fato, ovviamente, non c’entra nulla. C’entrano, e molto, la natura orgiastica della creatura (in senso dionisiaco, s’intende) e l’eccessiva spinta concorrenziale delle sue componenti e personalità. Dalla fondazione ad oggi, questo partito ha subito una vera e propria metamorfosi: è cresciuto troppo in fretta e a dismisura, inglobando e divorando tutto quello che gli si è parato davanti. Una voracità sfrenata che oggi fa temere anche per il suo fondatore.

I frutti amari della vigna dell’on. Micciché
Forse, nell’intraprendere l’opera di fondazione, l’ex dirigente di Pubblitalia non tenne conto della metafora della vigna nuova che ogni contadino conosce a menadito: per impiantare un nuovo vigneto su uno vecchio bisogna arare il terreno in profondità (in gergo si chiama “scasso”) fino ad estirpare l’intero apparato radicale preesistente.Un’aratura superficiale, infatti, rischia di compromettere l’attecchimento dei nuovi vitigni che potrebbero essere addirittura soffocati dalle radici della vigna vecchia che conservano una forte capacità di germinazione, talvolta perfino soverchiante. Qualcosa del genere è accaduto con la fondazione del partito di Miccichè il quale, forse, non si è accorto di avere impiantato la sua vigna sopra un’altra molto più antica e radicata qual era, in Sicilia, la Democrazia cristiana. Basta guardarsi intorno, scorrere i nomi dei suoi più accesi concorrenti per accorgersi che egli si ritrova circondato, assediato, avviluppato da (ex) democristiani vecchi e soprattutto giovani, allevati in ottime scuole di formazione clientelare, che hanno tanta voglia di affermarsi senza troppo andare per il sottile. Insomma, i “berluscones” doc sono stati, in gran parte, estromessi dai più importanti ruoli di gestione del potere da un sedicente “nuovo personale politico” che ha costruito dentro l’involucro berlusconiano una macchina del consenso quasi perfetta che nel suo vortice stritola chiunque tenti di fermarla. Nulla di diabolico, per carità. Solo un mix fra la rodata efficienza elettorale democristiana e la gioiosa impudenza berlusconiana. Il PdL in Sicilia è la risultante di questi due elementi costituenti, con l’aggiunta, recente, del fervore, un po’ infantile, degli apprendisti di An che, volendo imitare i loro sodali, sono portati all’esagerazione. Come l’assessore regionale Incardona il quale, in sol colpo, voleva aumentare di oltre un centinaio gli enti della cosiddetta “formazione professionale” convenzionati con la regione.

Dove andrà a parare la diaspora democristiana?
Ma al di là di tali, discutibili comportamenti, il punto politico è un altro e riguarda l’incidenza di questa metamorfosi sul complesso della realtà politica siciliana. Pertanto, appare utile avviare una riflessione per capire dove potrebbe andare a parare. Le conseguenze di questa metamorfosi, che oggi sta pagando Miccichè in termini d’isolamento, domani potrebbero scaricarsi sull’intera situazione politica siciliana, attivando processi e dinamiche che potrebbero modificarla radicalmente. In Sicilia, infatti, il peso e il ruolo dei diversi gruppi che, in vario modo, si richiamano alla tradizione della Democrazia Cristiana stanno divenendo davvero preponderanti. Forse più di prima. Anche perché prima c’era la sinistra che li contrastava oggi quasi nessuno. Sotto sotto, tutti paventano la soverchiante influenza democristiana nel PdL, il peso di due forti partiti Udc e Mpa, entrambi d’emanazione e cultura democristiane, e – perché no- anche quello della componente “ex Margherita” presente nel PD. Provate a fare una somma e avrete un potenziale elettorale mai visto prima, nemmeno ai tempi d’oro della Dc. A ben guardare, vi sono più democristiani oggi che la Dc è morta che di quando era in vita. Certo, molte cose sono cambiate e le somme non sono facili a farsi. Tuttavia, le varie componenti della diaspora democristiana mostrano ancora forti affinità politiche e culturali e talvolta un malcelato orgoglio frammisto al disagio di doversi camuffare per sopravvivere. E come la storia insegna, il desiderio insopprimibile dei gruppi appartenenti a qualsiasi diaspora è quello di ritornare nella casa avita, specie quando- come nel nostro caso- c’è di mezzo la gestione del potere al cui richiamo i democristiani sono molto sensibili.

L’inizio della fine del berlusconismo
D’altra parte, in questa interminabile fase di transizione, nulla si può escludere a priori.
Sotto la scorza di ostentate certezze circolano, insistenti, un paio di domande, angoscianti o speranzose (secondo il punto di vista): che cosa ne sarà del PdL qualora il suo leader dovesse abbandonare “il campo” ? Chi potrà riempire quel vuoto enorme?
Credo che la galassia democristiana abbia le migliori chances. Tutto ciò è un bene o è un male?
In ogni caso, bisogna mettere nel conto un’eventualità del genere, senza strapparsi i capelli.
Nell’Isola potrebbe aprirsi una fase molto difficile per il berlusconismo che sembra aver raggiunto il punto critico della sua ascesa nel quale coincidono l’apice del successo e l’inizio del declino.
Vedremo. Comunque andranno le cose, notiamo che qui si stanno incubando diversi elementi e fattori che mettono in discussione l’asse di ferro esistente, da un ventennio a questa parte, fra Berlusconi e le forze fondamentali siciliane. La virata nordista e leghista e- perché no- “personalista” del Cavaliere, che pure attinge a piene mani nell’elettorato siciliano e meridionale, non piace a molti che cominciano a mordere il freno verso un’alleanza determinata più dalle circostanze che dalle convenienze. Perciò, visto come stanno andando le cose in Sicilia e in Italia, una ricomposizione del polo democristiano potrebbe risultare auspicabile, perfino desiderabile. Purché a competere vi sia una sinistra rinnovata, unitaria e motivata da una forte volontà di cambiamento. In fondo, un ri-assetto di questo tipo, a livello nazionale, potrebbe aiutare l’Italia a rimettersi in sintonia con l’Europa e con il mondo e con la sua più autentica tradizione democratica, popolare e antifascista.
Agostino Spataro
* giornalista, collaboratore “La Repubblica” Palermo