venerdì 27 febbraio 2009

Alla Cgil di Corleone, presentato il libro "La Bestia" del giornalista campano Raffaele Sardo

Macina profitti, devasta città e campagne, corrompe i poteri. Lasciando dietro di sé una striscia di sangue che non si asciuga mai. Parliamo della Camorra, di cui il libro di Raffaele Sardo, che giovedì sera è stato presentato nel saloncino della Cgil di Corleone, ci consegna un ritratto sconvolgente della sua violenza, delle impunità e anche delle complicità quotidiane di cui gode. A parlarne con gli studenti, alcuni insegnanti, i soci lavoratori della coop “lavoro e non solo” e un gruppo di operai, è stato lo stesso Raffaele Sardo. «Qualche mese fa, a Casal di Principe – ha raccontato Sardo – eravamo in un ristorante con don Luigi Ciotti ed un gruppo di ragazzi di Libera del Piemonte. Ad un certo punto, sono entrati i carabinieri e ci hanno detto di andare via perché non erano in grado di garantire la nostra incolumità…». «Siamo andati via – ha aggiunto Sardo – e abbiamo accompagnato i ragazzi, che piangevano dalla rabbia, fino all’imbocco dell’autostrada…». Il racconto sconvolgente di uno Stato che in Campania non riesce ancora a controllare il territorio, di una criminalità organizzata più forte delle Istituzioni. Ma il racconto e il libro di sardo ci hanno offerto al tempo stesso un affresco denso di pietas del mondo delle vittime: tanti nomi e cognomi ingiustamente dimenticati. Uomini uccisi per punire, per intimidire o semplicemente per sbaglio. Come don Peppe Diana, sacerdote, Salvatore Nuvoletta, carabiniere, Federico Del Prete, sindacalista, Franco Imposimato, impiegato, Attilio Romanò, informatico, Alberto Varone, commerciante, Domenico Noviello, imprenditore. Sono questi i nomi simbolici a partire dai quali l’Autore ha raccontato la Camorra dell’ultimo quarto di secolo, la crescita del “Sistema” o più propriamente della “Bestia”. Un ritratto sconvolgente ma non rassegnato. Perché anche nella “Gomorra” assatanata di soldi e di potere arriva una sentenza giusta emessa “in nome del popolo italiano”; c´è qualcuno, un insegnante, un giornalista, una studentessa, un prete, che difende a testa alta i valori dell´Italia civile.
E il prossimo 21 marzo l’appuntamento dell’Italia civile è proprio a Napoli, dove si terrà la giornata nazionale della memoria e dell’impegno, per non dimenticare le vittime innocenti, per resistere alla criminalità mafiosa, per costruire le condizioni per batterla.Raffaele Sardo, giornalista, laureato in scienze della comunicazione, vive e lavora in provincia di Caserta. Attualmente collabora con il quotidiano la Repubblica. Ha pubblicato “Nogaro. Un vescovo di frontiera” (Alfredo Guida Editore, 1997) ed “È marzo la primavera sta per arrivare. Don Peppino Diana ucciso per amore del suo popolo” (Edizioni Università per la legalità e lo sviluppo di Casal di Principe, 2004).

giovedì 26 febbraio 2009

Istat, la popolazione in Italia oltre il traguardo dei 60 milioni. La crescita grazie agli immigrati

Le stime anticipatorie dell'istituto sui principali indicatori demografici del 2008. La crescita grazie agli immigrati, ma ricompare anche la voglia di maternità tra le italiane. La speranza di vita diventa più alta. Aumentano i decessi ma anche le nascite: 12mila bambini in più rispetto al 2007
ROMA - Nel 2008, per la prima volta la popolazione residente in Italia potrebbe aver superato i 60 milioni. E' quanto rilevano le stime anticipatorie dell'Istat sui principali indicatori demografici relativi all'anno 2008. Un traguardo raggiunto soprattutto grazie agli immigrati. L'istituto statistico segnala che va avanti l'invecchiamento della popolazione, mano a mano che migliorano le speranza di vita. E se da un lato aumentano i decessi, dall'altro arrivano più "cicogne": nel 2008, infatti, sono nati 12mila bambini in più rispetto al 2007. E a fare figli non sono solo le immigrate: anche tra le italiane ricompare la voglia di maternità, soprattutto al Centro-nord. Italia più popolosa. Lo scorso anno la popolazione residente sul territorio nazionale sarebbe cresciuta di oltre 434mila unità, con un tasso pari a 7,3 per mille abitanti. La crescita, data dalla somma delle componenti del saldo naturale (-0,1 per mille) e del saldo migratorio (+7,3 per mille), è stimata positiva anche per il 2008 e "dipende per intero dalla dinamica migratoria", scrive l'istituto. L'Istat segnala che ci sono voluti 50 anni (dal 1959) per passare da 50 a 60 milioni di abitanti, mentre ne sono serviti solo 33 per fare il salto da 40 a 50 milioni, che si realizzò tra il 1926 e il 1959. Inoltre, a differenza delle epoche storiche precedenti, in cui la popolazione si incrementava soprattutto per effetto della dinamica naturale positiva, oggi lo scatto è avvenuto grazie agli stranieri. A conferma che da "Paese di emigrazione" siamo ormai diventati "Paese di immigrazione". Gli stranieri. Il loro numero aumenta: al primo gennaio 2009 ha raggiunto quota 3 milioni e 900mila circa. Un incremento di 462 mila unità, il 12,6% in più rispetto al primo gennaio 2008. La fetta degli stranieri corrisponde al 6,5% del totale della torta: un lieve aumento dal 2007, quando era del 5,8%. Nella classifica dei cittadini non italiani prevalgono i romeni (772 mila), seguiti dagli albanesi (438 mila) e marocchini (401 mila), che insieme costituiscono il 40% delle presenze. Difforme la distribuzione degli stranieri sul territorio nazionale. Le regioni del Nord sono più "multiculturali": lì risiede il 62% degli stranieri, il 23% nella sola Lombardia, contro il 25% di residenti del Centro e il 12% del Mezzogiorno.
OAS_RICH('Middle');Le nascite. La stima dell'Istat è pari a 576 mila unità, con un tasso di natalità pari a 9,6 per mille residenti. Sono, appunto, circa 12 mila nascite in più rispetto al 2007. Un trend positivo, quindi, e che non si vedeva da più di un decennio: per ritrovare una cifra analoga nel recente passato bisogna risalire al 1992. Due i fattori che hanno determinato l'aumento della natalità. Il primo - e più prevedibile - è il contributo, sempre più importante, dato dalle madri straniere: nel 2008 sono circa 88mila le nascite stimate (il 15,3% del totale, nel 1999 erano il 5,4%). Il 3,4% di loro ha un figlio da un partner italiano, il restante 11,9% da uno straniero. Il secondo fattore è la maggior propensione delle donne italiane ad avere figli. "Il fenomeno viene sostenuto in maniera sempre più significativa da madri residenti al Centro-nord", rileva l'istituto statistico. I decessi. In questo caso la stima sfiora le 580 mila unità, per un tasso di mortalità pari al 9,7 per mille. L'Istat osserva che "si tratta di una cifra ragguardevole tenuto conto che, non considerando il dato 'anomalo' del 2003 (586mila decessi per via delle avverse condizioni meteo invernali ed estive), ci si trova di fronte al più alto livello mai registrato dal secondo dopoguerra". La "dinamica naturale". Ad aumentare è stata anche la dinamica naturale, cioè la differenza tra nascite e morti, che registra un saldo negativo di 3mila 700 unità. Un dato preceduto dal segno meno, ma che sta comunque virando in positivo rispetto al 2007, quando era a meno 6mila 800 unità. Anche se la cifra è peggiore di quella del 2006,quando il saldo era positivo (2mila 100 unità). Più figli al Nord-est. Le regioni del Mezzogiorno mantengono il ruolo di serbatoio naturale del Paese perché hanno un saldo positivo (+0,7 per mille abitanti), mentre è negativo quello del Centro (-0,5%) e del Nord (-0,4%). Ma il Mezzogiorno perde il primato della natalità che va a vantaggio delle regioni del Nord e, in particolare, del Nord-est (9,8 per mille) dove, rispetto agli anni scorsi, più forte è stato il recupero di natalità delle donne italiane e più alta è l'incidenza delle nascite da madre straniera (oltre 1 su 5). Aumenta la speranza di vita. Cresce la vita media della popolazione italiana: la stima dell'Istat è pari a 78,8 anni per gli uomini, a 84,1 anni per le donne. Rispetto al 2006, l'ultimo dato osservato, la crescita è rispettivamente di 0,4 e 0,1 anni. Intanto continua ad assottigliarsi la differenza tra i generi: gli uomini si avvicinano alle donne, che invece in questo senso rallentano. I più longevi. L'istat rileva che, diversamente dal passato, la distribuzione dei più o meno longevi appare "a macchia di leopardo". Ovvero, non ci sono regioni in cui si ha un marcato record di vita. E' comunque possibile stilare una classifica: gli uomini vivono di più nelle Marche (79,6 Anni), nella provincia autonoma di Trento (79,4) e in Toscana (79,4); le donne nella provincia autonoma di Bolzano (85,2 anni), nelle Marche (85,1) e in Abruzzo-Molise (84,8). Su livelli minimi si trova, per entrambi i sessi, la Campania (rispettivamente 77,4 e 82,8 anni).
(La Repubblica, 26 febbraio 2009)

mercoledì 25 febbraio 2009

L'appello del prof. Ignazio Marino: "Bisogna difendere il nostro diritto costituzionale alla libertà di cura"

Carissima/o,
grazie per la tua adesione all'appello per il diritto alla libertà di curasul sito http//www.appellotestamentobiologico.it/, e grazie perché, anche con iltuo contributo, abbiamo già raggiunto quasi 100.000 firme! Ti scrivo per chiederti un ulteriore sforzo per questa importantissima causa. Nelle prossime settimane il testamento biologico sarà al centro del dibattito in Parlamento, e la maggioranza intende approvare una legge che limita la libertà di scelta del cittadino imponendo alcune terapie, come l'idratazione e l'alimentazione artificiale. Le dichiarazioni anticipate di trattamento non saranno vincolanti: spetterà sempre al medico l'ultima parola. Qual è allora l'utilità di questa legge, se non si garantisce al cittadino che la sua volontà sia rispettata? La verità è che il ddl della destra è stato scritto per rendere inapplicabile il ricorso al testamento biologico. Oltretutto, la dichiarazione dovrà essere stipulata davanti ad unnotaio, e rinnovata con cadenza triennale: vi immaginate cosa significa andare ogni tre anni davanti a un notaio accompagnati dal proprio medico di famiglia? Al contrario d ella nostra proposta poi, non è presente nemmeno un cenno alle cure palliative, all'assistenza ai disabili, alla terapia deldolore.Ti chiedo dunque di diffondere il più possibile l'appello, invitando tutti i tuoi contatti a sottoscriverlo: dobbiamo mobilitarci immediatamente per raccogliere centinaia di migliaia di adesioni e difendere il nostro diritto costituzionale alla libertà di cura. Se saremo tanti, il Parlamento non ci potrà ignorare. Nel prossimo dibattito in Senato il mio impegno personale è quello di dar voce alla vostra opinione, che credo coincida con quella della maggioranza degli italiani. Che vogliano utilizzare ogni risorsa della medicina o che intendano accettare la fine naturale della vita, i cittadini vogliono essere liberi di scegliere.Ti ringrazio infinitamente e conto su di te per far circolare il più possibile l'appello.
Ignazio Marino

martedì 24 febbraio 2009

“An Offer We Can’t Refuse”

By Aaron Schwindt
University of Southern California
On February 11, 2009 Syracuse University was honored to host the Consul General for the US in Florence, Mary Ellen Countryman, and the Vice President of the region of Tuscany, Federico Gelli, both here for Gelli’s discussion of his recent book, La legge e il sorriso. In addition, SUF director Barbara Deiming spoke briefly on the “Seeds of Legality” program, which allows students to volunteer in the fields of Corleone, Sicily as SUF continues to share this long commitment to addressing the issue of legality.

The American youth is commonly stereotyped around the world for being both ignorant and apathetic in regards to international issues. Countless Syracuse University students who attended the February 11th lecture admitted this foreign ignorance, citing American films such as Francis Ford Coppola’s The Godfather as their sole source of information in regards to the Mafia. Yet, as Gelli stressed, the issue of the Mafia is far from the mere entertainment that Hollywood depicts. In reality, the Mafia, along with Italy’s other large crime organizations (the Camorra in Napoli, the ‘Ndrangheta in Calabria and the Sacra Corona Unita in Puglia) have caused several “mafia wars” and helped strengthen a corrupt political system, which has plagued Italy’s culture throughout the 21st century.

Although La legge e il sorriso is not Gelli’s first and only published piece, he notes that the fight for legality is his main passion. Gelli argues that in Italy, many adults are disillusioned by the issue of legality, as they have witnessed a century of little respect for the rule of law. Many of them have watched as criminals continue to rise to power in public office and influence policy. This is partly why one of Gelli’s main goals is to energize the youth in regards to these issues, as they have comparably less pessimism than older generations. More importantly though, it is the youth that can really enact change and alter the national sentiment.

Another issue Gelli raised during his lecture was that of “otherness.” Italy currently faces a national debate in regards to immigration. This issue has lead to intense racism against non-Italian citizens and remains one issue to which SUF students can more closely relate. Nevertheless, this is the main issue that Italy will be forced to address in the near future. Hopefully, Italians will listen to the advice of Gelli and will be able to find a compromise between legality and solidarity, while also accommodating those who are different.

On the 50th Anniversary of Syracuse University in Firenze (1959-2009), the responsibility of students has never been greater. Finally, the United States has a President that the international community respects and admires. In addition, the abundance of resources made available by SUF, such as the “Seeds of Legality” program, makes it easy for students to learn and become immersed in the culture. Yet, merely becoming immersed and shedding our own ignorance is not enough. SUF students now have a larger responsibility to expand the influences of their experiences and educate friends and colleagues upon returning to the US. With this opportunity, there is no better time to help reform the image of Americans from ignorant and naive to aware and impassioned.

“Un’offerta che non possiamo rifiutare”

di Aaron Schwindt
University of Southern California
L’11 Febbraio 2009, la Syracuse University è stata onorata di ospitare il console generale degli Stati Uniti a Firenze, Mary Ellen Countryman, e il vice presidente della Regione Toscana, Federico Gelli, entrambi in occasione della presentazione del recente libro di Gelli, La legge e il sorriso. Inoltre, la direttrice della Syracuse University di Firenze, Barbara Deiming, ha parlato brevemente del programma “Seeds of Legality”, che permette agli studenti di fare del volontariato nei campi di Corleone, in Sicilia, permettendo all’università di esprimere il suo impegno per la legalità.

I giovani americani vengono spesso considerati all’estero secondo lo stereotipo che li vede ignoranti e apatici riguardo ai problemi internazionali. Numerosi studenti della Syracuse University che erano presenti all’evento dell’11 Febbraio hanno ammesso questa ignoranza riguardo agli affari internazionali citando, come uniche fonti di informazioni riguardo alla mafia, film americani come Il Padrino di Francis Ford Coppola. Certamente, come ha evidenziato Gelli, il significato del fenomeno mafia è molto lontano dal semplice intrattenimento che Hollywood propone. In realtà la mafia, così come le altre grandi forme di criminalità organizzata in Italia (la Camorra a Napoli, la ‘Ndrangheta in Calabria e la Sacra Corona Unita in Puglia) ha causato diverse “guerre mafiose” e aiutato a rafforzare un sistema politico corrotto, che ha afflitto la cultura italiana durante tutto il ventunesimo secolo.

La legge e il sorriso non è la prima né l’unica pubblicazione di Gelli, ciononostante egli fa notare come la lotta per la legalità rappresenti la sua principale passione. Gelli sottolinea come in Italia molti adulti siano disillusi rispetto al tema della legalità, essendo stati testimoni di un secolo che ha dimostrato ben poco rispetto per il ruolo della legge. Molti di loro hanno osservato criminali continuare a salire al potere in posizioni pubbliche e influenzare la politica. Questa è una delle ragioni che spingono Gelli a stimolare i giovani riguardo a queste problematiche, in quanto essi vedono le cose con meno pessimismo rispetto alle generazioni precedenti. Ciò che risulta essere ancora più importante è che la possibilità del reale cambiamento e di un nuovo sentimento nazionale risiede appunto nei giovani.

Un’altra questione sollevata da Gelli durante la sua presentazione è stata quella riguardante l’“alterità”. In Italia è attualmente in corso un dibattito nazionale sull’immigrazione. Questo argomento ha portato a un intenso razzismo contro coloro che non sono cittadini italiani ed è un fatto che gli studenti della Syracuse University possono sperimentare da vicino. Ciononostante, questo è il problema principale che l’Italia sarà costretta ad affrontare in un futuro non lontano. Si spera che gli italiani ascoltino il consiglio di Gelli e siano capaci di trovare un buon compromesso tra legalità e solidarietà, trovando spazio anche per coloro che sono diversi da loro.

Nel cinquantesimo anniversario della Syracuse University a Firenze (1959-2009), la responsabilità degli studenti non è mai stata più grande. Finalmente gli Stati Uniti hanno un presidente che la comunità internazionale rispetta e ammira. Inoltre, l’abbondanza di risorse rese disponibili dalla Syracuse University, come ad esempio il programma “Seeds of Legality”, rende facile agli studenti imparare immergendosi nella cultura del luogo. Comunque immergersi e sbarazzarsi della nostra ignoranza non è sufficiente. Gli studenti della Syracuse adesso hanno una maggiore responsabilità, quanto all’espandere l’influenza delle loro esperienze ed istruire amici e colleghi, una volta di ritorno negli U.S.A. Grazie a questa opportunità, non c’è momento migliore per lavorare alla trasformazione dell’immagine degli americani da ignoranti e infantili a consapevoli e appassionati.

lunedì 23 febbraio 2009

Ora ai mafiosi si dedicano targhe in chiesa

di Dora Quaranta
Palermo. Sta giustamente destando polemiche la presenza di una targa su un confessionale nella chiesa Regina Pacis di Palermo. "Dono di fede e d’amore di Giuseppa Puma e dei figli – recita la targa - in perpetua benedizione e memoria di Ignazio Salvo. Ad maiorem dei gloriam. 24 giugno 2004". Trattasi di un confessionale donato alla chiesa dalla famiglia Salvo che ricorda il nome di uno degli uomini più potenti della Sicilia condannato per mafia ed ucciso dai killer di Totò Riina il 17 settembre 1992. Piuttosto tiepida la posizione del parroco Aldo Nuvola: "La famiglia Salvo sostiene che il proprio congiunto fu vittima di una persecuzione giudiziaria. Cosa possiamo dire noi? La nostra posizione deve essere sempre equanime. Che fastidio può fare quella targhetta? Ormai Ignazio Salvo è morto". Il fastidio che quella targa genera ai cittadini onesti è presto detto: Ignazio Salvo fu arrestato insieme al cugino nel 1984, fu condannato per associazione mafiosa in primo grado ad una pena di sette anni, poi ridotta in appello a tre anni confermata dalla Cassazione. A ricordare poi la levatura criminale del personaggio è quanto scrisse il giudice Giovanni Falcone nella sentenza-ordinanza del maxiprocesso: "I Salvo si sono avvalsi della mafia per raggiungere posizioni di potere di assoluto rilievo e hanno costituito uno dei fattori maggiormente inquinanti delle istituzioni della Sicilia". Sui cugini Salvo ebbe ad esprimersi il pentito Buscetta quando disse: "Sono uomini d’onore della famiglia di Salemi, come tali mi sono stati presentati da Stefano Bontade". Altri pentiti su Ignazio Salvo hanno detto: "Era un altro dei politici legati a Cosa Nostra e anzi di lei facente parte che non era riuscito ad aggiustare il maxiprocesso". Quanto la magistratura italiana ha con dovizia accertato costituisce motivo fondante per la rimozione immediata del nome di Ignazio Salvo da una targa esposta in un luogo sacro.

Antimafia 2000, 11 settembre 2008

domenica 22 febbraio 2009

Corleone, il convegno sui tumori. Adele Traina: "A Corleone non si muore di più che in altri paesi della Provincia"

Dal convegno su tumori e malattie infettive, svoltosi venerdì mattina nel salone S. Chiara di Corleone, è arrivata una notizia, che tranquillizzerà un po’ tutti i corleonesi. A Corleone non c’è una maggiore incidenza tumorale nella popolazione rispetto ad altri paesi e ad altre città della Sicilia. L’ha sottolineato, dati alla mano, Adele Traina, responsabile del Registro tumori di Palermo e Provincia, sottolineando anzi che a Corleone si muore meno di tumore che a Palermo. Certo, quella per tumore è al secondo posto tra le cause di morte, ma questo è un dato allarmante che riguarda la Sicilia e l’intera Nazione.
Il convegno scientifico, organizzato dal Distretto Socio-Sanitario D40 e dall’Unione dei Comuni del corleonese, verteva su conoscenza, prevenzione formazione. Gli interventi sui diversi temi, coordinati da Cosmo Di Carlo, ha visto la partecipazione di tanti prestigiosi relatori. La responsabile del registro tumori di Palermo e Provincia, Adele Traina, ha posto l’accento sull’alimentazione e lo stile di vita quali fattori di rischio che influenzano l’insorgenza tumorale in maniera rilevante. Anna Barbera, presidente dell’associazione Arlenika, e Lisa Prosa, membro della direzione Centro Amazzone Palermo”, hanno posto l’attenzione sugli aspetti culturali e sociali della prevenzione globale, mettendo in risalto l’esperienza del progetto Amazzone, che, oltre ad evidenziare l’importanza della prevenzione del carcinoma alla mammella e quindi il sostegno della donna nella malattia, risalta anche l’importanza dello “spazio di cultura scientifica” e di “teatro-studio” (per eventuali informazioni consultare il sito http://www.progettoamazzone.it/). Il prof. Giuseppe Carrubba, direttore di Oncologia Sperimentale del Dipartimento Oncologico dell’ospedale M. Ascoli -Civico di Palermo, ha coinvolto tutta l’aula trattando il tema del rapporto tra l’ambiente, i geni e i tumori, con un’interessante successione di “slide” riguardanti principalmente le modificazioni genetiche cellulari spontanee e l’interazione dell’ambiente con le cellule già modificate ed evoluzione verso la cellula neoplastica matura. Infine, il prof. Biagio Agostara, direttore del Dipartimento di Oncologia Medica del Civico di Palermo, ha parlato del ruolo centrale della diagnosi precoce nella sconfitta del cancro, ponendo l’accento sulla diversità di diagnosi e di cura tra tumori diversi ed anche riguardo lo stesso tumore da persona a persona, avallando la tesi che bisogna personalizzare le cure e non basarsi, come si faceva agli inizi degli studi oncologici, su protocolli generali. Il prof. Agostara ha volto anche uno sguardo al futuro, trattando l’argomento “farmaci biologici” e quindi lo studio di nuove molecole, sconosciute prima, molto più efficaci e specifiche per la lotta al cancro, ed anche della grande efficacia e riuscita dei trattamenti chemioterapici.
Durante il convegno sono state rivolte delle domande agli addetti ai lavori sulla “salubrità” del ripetitore-centrale telefonica, posto dietro le scuole elementari, alle quali, purtroppo, per mancanza di tempo, non si è avuta una risposta. Comunque, una notizia che tranquillizzerà un po’ tutti i corleonesi è arrivata: a Corleone non c’è una maggiore incidenza tumorale nella popolazione rispetto ad altre città. L’ha sottolineato Adele Traina, responsabile del registro tumori di Palermo e Provincia, sottolineando anzi che a Corleone si muore meno di tumore che a Palermo. L’augurio è che convegni come questi possano essere più frequenti a Corleone, perché l’informazione e la prevenzione sono importanti per cercare di cambiare positivamente le nostre abitudini e la nostra mentalità.
Andrea Di Nino

Pantelleria, l’isola abbandonata

di Malcom Pagani
Uno scenario apocalittico. Un deserto di speranze che piove come un temporale eterno suoi abitanti di Pantelleria. L'isola che non c'è eppure esiste. Seimila abitanti, meraviglie naturali conosciute in tutto il mondo, paesaggi lunari. In abbandono. A Pantelleria manca l'essenziale. Nel piccolo porto le navi non attraccano, l'ospedale rischia di chiudere, i beni di prima necessità di non arrivare.
E' arrabbiata la comunità pantesca. Indignata per il silenzio del governo centrale, per le promesse di quello regionale. Concessioni prima elargite e poi scomparse. Davanti un orizzonte che non promette nulla di buono. Hanno protestato gli isolani. Hanno viaggiato verso Roma, si sono incatenati davanti al ministero, urlando una solitudine oggettiva. Hanno fatto finta di ascoltarli ma in realtà nulla sta cambiando. Marco Cirinesi è un ragazzo di Milano. Va verso i quaranta e da sei, vive sull'isola. “Una scelta di vita. Piena di cose buone e lati oscuri”. Chiedergli di illuminarli è come aprire un rubinetto con la chiusura difettosa. Scorrono concetti, immagini, lamentele. La descrizione di un'esperienza surreale. Sconcertante. “Stiamo pensando di chiedere l'indipendenza”. Non scherza, Cirinesi. “Sono serissimo. La situazione è grave. La condizione dei trasporti ricorda quella di cinquanta anni fa. Le navi della Siremar, abituata ad operare in regime di sostanziale monopolio, sono vecchie. Pericolose. Sporche. Inadeguate. A dicembre, da Trapani, saranno arrivate tre volte in tutto. I vertici della compagni addebitano i mancati attracchi alle condizioni del porto ma è una scusa. La realtà è che al primo soffio di vento, per timore delle possibili conseguenze, rimangono in banchina. Tanto se viaggia o non viaggia, guadagna ugualmente. L'altra compagnia, la Cassira, con un comprensibile gap rispetto alla concorrente, fa quello che può. Però gettare le gomene in porto o meno, è una voce di bilancio. I soldi entrano solo se Cassira arriva e questa, è una differenza non di secondo piano”.
Lo sfogo è senza argini. “Quest'amministrazione (nata come lista civica di centrosinistra e poi allargatasi a contributi trasversali ndr) si sta battendo per ottenere ascolto dal Ministro Matteoli e dal governatore siciliano Lombardo. Fonti governative avevano promesso, solo per l'ordinaria amministrazione dell'anno in corso, quarantasei milioni di euro. Al momento di sbloccare i fondi però, qualcosa si è bloccato. Hanno dichiarato che gli emolumenti sono stand-by”. Formula anglofila che non promette nulla di buono. Da quarantasei a zero. “Siamo preoccupati perchè qui, giorno dopo giorno, l'esistente peggiora”. Cirinesi non è ottimista. “Siamo isolati in tutto e per tutto.La continuità territoriale non viene garantita. Se dobbiamo sottostare allo statuto speciale, dobbiamo sapere il perchè”. Il sindaco, Salvatore Gabriele, ha rimbalzato tra i dammusi e la capitale un infinità di volte. Respinto, per ora. “Il sindaco è in gamba ma non si può pensare che su una sola persona poggino contraddizioni ataviche e inevase. Solo ora, la comunità capisce che per sperare di ottenere qualcosa c'è bisogno di unione. I giovani purtroppo, senza prospettive, cercano la fuga. Gli abitanti stanno diminuendo a vista d'occhio”. Hanno invaso Facebook, cercando di piegare gli strumenti della modernità a richieste primarie. D'inverno fa freddo anche a Pantelleria. “Andiamo avanti con i condizionatori” e d'estate, la doccia è un miraggio. Presto, temono, divenga tale anche l'ospedale. “So che sembra pazzesco ma è così. La status in cui devono operare i medici è agghiacciante. Sono professionisti straordinari, innamorati del proprio mestiere ma molti macchinari sono rotti, a iniziare dalla Tac. Se ne hai bisogno, devi emigrare a Trapani”. La regalò Giorgio Armani in persona. Ora è in disuso. “Abbiamo segnalato la cosa mille volte, è fuori uso da mesi”. Ricevendo in cambio, uno stizzito silenzio. “Una certa rassegnazione è endemica. Gli anziani dicono: “Se dobbiamo morire, moriremo”. In certe circostanze è difficile anche compiere esami semplici. Analisi banali”. La questione ospedaliera accomuna Pantelleria ad altre isole italiane. “Sognamo di essere una nuova malta”. Staccarsi per non morire. Dividersi per tornare a respirare.
L'Unità, 22.2.2009
FOTO. Il porto di Pantelleria

venerdì 20 febbraio 2009

Corleone, i Carabinieri scoprono una discarica abusiva in contrada San Marco

Cosmo Di Carlo
Corleone - Scoperta dai Carabinieri della Stazione di Corleone,una discarica abusiva con amianto, sfabbricidi, materiale plastico, rifiuti speciali ferrosi in prossimità della Chiesa di San Marco uno dei monumenti storici ed architettonici più belli e degradati della città.
La discarica è stata individuata dai militari dell’Arma nell’ambito di specifici servizi di controllo del territorio disposti dal Comando Provinciale di Palermo, finalizzati a prevenire e reprimere reati contro il degrado ed a tutela dell’ambiente. L’area interessata al sequestro si estende per un centinaio di metri quadrati e sorge alla periferia sud della città a poche centinaia di metri dagli edifici delle case popolari di contrada: “Poggio” dove abitano oltre 200 nuclei familiari. L’area individuata ieri dai carabinieri è di pertinenza della Regione. Nei mesi passati l’amministrazione comunale aveva provveduto a recintare la parte confinante con le mura perimetrali della Chiesa di San Marco in parte crollati. Nel sito i militari dell’Arma hanno riscontrato la presenza di lastre e tubi di amianto. L’area, è stata circoscritta e sottoposta a sequestro ed è quindi scattata la segnalazione alle autorità competenti affinché provvedano alla immediata rimozione. Apprezzamento per l’operazione dei carabinieri è stato espresso dal sindaco Nino Iannazzo, che già nei giorni scorsi aveva adottato un provvedimento per la dichiarazione dello stato di emergenza igienico sanitaria. “Proprio il sito oggetto del sequestro era stato segnalato nei giorni scorsi alla società che gestisce la raccolta dei rifiuti solidi urbani a Corleone – spiega il primo cittadino – ed era stato effettuato un primo intervento di bonifica con la rimozione di suppellettili, materassi, lavatrici. Nei prossimi giorni effettueremo la bonifica definitiva dei sito con la rimozione dell’amianto e degli sfabbricidi”.

mercoledì 18 febbraio 2009

Interrogazione sul canone di depurazione

Al Signor Presidente del Consiglio comunale
Al Signor Sindaco del Comune di Corleone
L O R O S E D I


Il sottoscritto consigliere comunale

- PREMESSO CHE la quota relativa alla depurazione, richiesta finora a tutti gli utenti del servizio idrico del Comune di Corleone, non si configura come una tassa ma come il corrispettivo per un servizio reso;
- CONSIDERATO CHE, come stabilito da una recente sentenza della Corte costituzionale, se detto servizio non viene reso ai cittadini, perchè manca l’impianto di depurazione o non è funzionante, il corrispettivo non deve essere pagato e la richiesta di pagamento è illegittima;

S’INTERROGA LA S.V. PER SAPERE

1. Se tutti gli scarichi fognari del Comune di Corleone sono collegati al depuratore comunale;
2. Se anche agli utenti di eventuali scarichi fognari non collegati al depuratore è stata fatta pagare la quota relativa alla depurazione;
3. Nel caso di risposta affermativa, se e quando l’amministrazione intende provvedere al rimborso delle somme illegittimamente riscosse.

Si prega di rispondere nella prossima seduta del Consiglio comunale.

Corleone, 18 febbraio 2009
F I R M A
Dino Paternostro

Interrogazione sui parcheggi nel centro storico

Al signor Sindaco del Comune di Corleone
All’Assessore al Ramo
Al Presidente del Consiglio Comunale
S E D E

OGGETTO: Interrogazione sui parcheggi nel centro storico.
I sottoscritti consiglieri comunali
- PREMESSO CHE da anni questo comune dibatte sulla necessità di dotarsi di un piano-parcheggi, specie nel centro storico, senza nessun risultato apprezzabile;
- CONSIDERATO CHE il problema parcheggi si è ulteriormente aggravato da quando una parte dell’Ufficio Tecnico comunale è stato riportato nei locali di piazza Garibaldi e che si aggraverà ulteriormente non appena saranno consegnati i locali del complesso Sant’Agostino;
- RITENUTO CHE appare sempre più urgente fare delle scelte che consentano, se non di risolvere, almeno di alleviare il problema;
Interrogano le SS.LL. per sapere:
1. Se l’Amministrazione comunale e gli Uffici abbiano provveduto ad elaborare un organico piano-parcheggi, con particolare riferimento all’area del centro storico;
2. Se l’Amministrazione comunale intenda prendere in considerazione l’ipotesi di istituire dei parcheggi a pagamento nella zona nevralgica del centro storico (piazza Garibaldi, via Bentivegna, via S. Martino, via B. Verro e vie limitrofe), come richiesto dagli operatori del commercio e da tanti cittadini, con una petizione consegnata recentemente;
3. Se, anche in via sperimentale, non pensa di valutare la possibilità di una parziale chiusura al traffico del centro storico.

Si prega di rispondere nella prossima seduta del consiglio comunale.
Corleone, 6 febbraio 2009
I Consiglieri Comunali
Dino Paternostro
Salvatore Schillaci
Franco di Giorgio
Calogero Di Miceli
Leo Colletto

L'interrogazione sulla crisi dei rapporti con i vertici burocratici

Al signor Sindaco del Comune di Corleone
Al Presidente del Consiglio Comunale
S E D E

OGGETTO: Interrogazione sui vertici burocratici del Comune.

I sottoscritti consiglieri comunali
Interrogano la S.V. per sapere:
1. Se risponde a verità la notizia che un Caposervizio del Comune di Corleone sia stato rimosso dall’incarico e denunciato alla Procura della Repubblica e, nel caso quanto sopra rispondesse a verità, quali sono i motivi che hanno portato ad una simile gravissima decisione;
2. Se risponde a verità che un Caposettore del Comune di Corleone sia stato rimosso dall’incarico e, nel caso fosse vero, quali sono le motivazioni che hanno portato ad una simile gravissima decisione;
3. Se risponde al vero che altri Capisettore siano stati diffidati dall’Amministrazione comunale e, qualora fosse vero, quali sono i motivi che hanno portato ad una simile decisione;
4. Nel caso fossero vere le notizie di cui sopra, se non ritiene allarmante dal punto di vista etico-istituzionale il crollo del rapporto di fiducia tra l’amministrazione comunale e i vertici burocratici del Comune.
Si prega di rispondere per iscritto e nella prossima seduta del consiglio comunale.
Corleone, 6 febbraio 2009
I Consiglieri Comunali
Dino Paternostro
Salvatore Schillaci
Franco di Giorgio
Calogero Di Miceli
Leo Colletto

Da Tavarnelle Val di Pesa un carrello per la coop sociale “Lavoro e non solo” di Corleone

Non è mai facile parlare di Legalità; di certo non è mai scontato. Ancora più difficile è lottare perché questa parola possa ancora avere un significato. E’ fondamentale parlarne, conoscere la realtà. Per questo qualche anno fa ci siamo avvicinati al Progetto Liberarci dalle Spine. In particolare con l'ARCI e la Sinistra Giovanile di Tavarnelle V.P. abbiamo aderito alla campagna “LET'Sgo” incentrata sulla discussione sul tema della Legalità e che aveva come obiettivo l’acquisto di una trattore per la cooperativa “Lavoro e non solo”. Fino ad allora la parola Legalità ci suonava fredda e forse troppo autoritaria…non ne capivamo il vero significato. Non conoscevamo le storie di ha lottato o lotta ancora per difenderlo questo significato. Poco sapevamo di chi ha sacrificato la vita per permettere che la parola Legalità avesse un senso. Con i nostri piccoli mezzi abbiamo deciso di aderire alla campagna per l’acquisto del trattore per la cooperativa “Lavoro e non solo”; questa cooperativa, di cui nulla conoscevamo in modo diretto ci era sembrata un emblema di quello che è lavorare per un idea.

Col tempo ci siamo convinti che il nostro paese, sull’onda del grande impegno toscano, doveva continuare a dare il suo contributo. Il trattore era appena stato acquistato e da Tavarnelle ci siamo impegnati per l’acquisto di un carrello agricolo. La raccolta fondi è stata lunga ed ha richiesto il lavoro di molti volontari ed, alla fine, è stato molto bello vedere tanta gente interessarsi al nostro lavoro. La cultura della Legalità si fonda sull’impegno e la nostra attività ha voluto percorrere (con tutti i limiti del caso) questa strada. Arrivare ad acquistare il carrello è stata per noi la soddisfazione di raggiungere un obiettivo ambizioso. Speriamo che questo vada a dare un aiuto concreto alla cooperativa anche se sappiamo che le difficoltà da affrontare restano tante. Fondamentale è che tutti facciano qualcosa per promuovere il significato ed il valore della Legalità come strumento di emancipazione per una società diversa. A Tavarnelle la sensibilità è stata certamente stimolata, tant’è che il prossimo primo Maggio una nutrita delegazione partirà alla volta di Corleone per visitare i luoghi della cooperativa assieme ai rappresentanti istituzionali del comune. Sarà il modo di vedere e magari capire più a fondo ciò che significa lavorare per un’idea. Saranno con noi il Sindaco di Tavarnelle Val di Pesa Stefano Fusi e l'Assessore David Baroncelli. Crediamo infatti che sia dovere nostro e delle nostre istituzioni promuovere verso tutta la collettività la cultura e i valori della legalità e, dove questa è oggi in crisi, come nel caso delle terre soggette alla piaga mafiosa, sviluppare politiche perché nessuno sia solo nell'affrontare questa battaglia. Questo vuol dire per noi impegnarsi a fondo anche localmente mettendo in atto politiche di informazione e formazione della cultura della legalità e impegnarsi attivamente assieme alle nostre istituzioni nell'essere vicini a coloro che ogni giorno lottano contro il fenomeno mafioso.
Un gruppo di giovani di Tavarnelle Val di Pesa

IN SIILIA, LA MODERNA SCHIAVITU’

di Agostino Spataro
Seguendo i giornali, i telegiornali e le truculente dichiarazioni dei rappresentanti del governo, sembra che lo stupro sia divenuto la prima emergenza nazionale. Più degli effetti della crisi economica e morale, delle efferatezze della criminalità organizzata. L’allarme, seguito da severi provvedimenti, scattano soprattutto quando lo stupro è commesso da giovani immigrati. Se commesso da un connazionale al massimo diventa bullismo, disadattamento o cosucce del genere.
Con ciò non si vuol negare la necessità di misure adeguate di prevenzione e di repressione per scoraggiare e punire gli autori di tali episodi obbrobriosi, ma rilevare l’enfasi eccessiva che si è voluto dare a questi episodi che, per altro, porta a trascurare fenomeni ben più gravi e diffusi. Qual è la riduzione in schiavitù che, anche in Italia, tormenta l’esistenza di decine di migliaia di donne e di bambini. L’ultimo caso, l’altro giorno, ad Alcamo: una ragazza rumena, con l’aiuto della polizia, è riuscita a liberarsi, speriamo per sempre, dalle grinfie dei suoi aguzzini i quali per costringerla a prostituirsi la tenevano praticamente in condizioni di vera e propria schiavitù. Eppure, consumata la notizia, non è successo nulla. Nessuno ha proposto un decreto contro gli schiavisti italiani e stranieri che controllano un traffico enorme di uomini e donne. Non è scattata nemmeno quell’indignazione istintiva che è (era?) la controprova della sanità morale di un popolo, di una nazione che, per altro, si professa cattolicissima e devota. Come se in queste nostre società “opulente” anche il sentimento della pietà umana si stia spegnendo nelle nostre menti alienate e terrorizzate da certa propaganda, a contatto con l’arido deserto creato intorno a noi da egoismi sfrenati e devastanti. E questo un’altro aspetto, forse il più inquietante, di questo nuovo ciclo mondiale delle migrazioni che, oltre a creare nuovi dissesti sociali e morali nelle società d’origine e di destinazione, produce forme diverse di schiavitù che, abolita ufficialmente dalla convenzione di Ginevra del 1926, oggi ritorna e si afferma anche nelle nostre civilissime contrade.
Chi pensava che fosse definitivamente scomparsa deve ricredersi alla luce di quanto avviene nei mercati del lavoro e dell’emigrazione clandestina che è una variante tragica del primo. Secondo tali meccanismi, gli individui, soprattutto i più emarginati e discriminati, non sono più esseri umani, ma merce da acquistare e da vendere per pochi euro, bestie da sfruttare e spedire su camion piombati, da traghettare su battelli precari verso i paesi di questo Occidente immemore ed ipocrita. Una condizione drammatica che i nostri occhi non vedono forse perché abbagliati dal luccichio che promana il dio-mercato che sta stravolgendo il sistema delle relazioni umane e portando il mondo sull’orlo della catastrofe. Una logica folle che - nel migliore dei casi- considera le persone “capitale umano”, “risorsa umana”. Una fraseologia “moderna” che, in realtà, serve per edulcorare una concezione abietta che giunge a giustificare, a tollerare, anche la tratta, su vasta scala, di uomini, donne e bambini. Un commercio turpe, lucroso e criminale che non potrebbe continuare a svolgersi senza la complicità di settori importanti preposti ai controlli e il beneplacito dei grandi utilizzatori finali della “merce”. Una moderna schiavitù che si diffonde in barba alle leggi nazionali e alle convenzioni internazionali e in aperto spregio dei valori umanitari e di libertà che stanno alla base delle nostre Costituzioni e società. Tutti lo sanno, ma nessuno fa nulla, sul serio. Lo sa anche il Parlamento italiano che, negli anni scorsi, ha promosso un’interessante indagine sulla “Tratta degli esseri umani” che documenta l’estensione e l’abiezione del fenomeno e contribuisce a ridefinire il concetto stesso di schiavitù alla luce della citata Convenzione di Ginevra e della più recente normativa europea: “La schiavitù è il possesso in un uomo e l’esercizio da parte di questo, sopra un altro uomo, di tutti o di alcuni degli attributi della proprietà. In tal modo, dunque, la schiavitù è identificata come l’espressione suprema della reificazione umana.”
Non so quanti dei nostri parlamentari, ministri, alti funzionari, imprenditori, amministratori locali, operatori del diritto, giusvaloristi, abbiano letto le risultanze di questa indagine. Non molti, visto che non ha avuto alcun seguito. Tuttavia, il documento parla chiaro e nessuno può chiamarsi fuori. La tratta, infatti, esiste e colpisce diverse categorie di persone ridotte in stato di schiavitù. In Italia, in Europa non nella repubblica centro-africana di Bokassa! A cominciare dal mercato del sesso, per l’appunto, che - secondo le stime dell’Interpol - solo in Italia supera le 50.000 unità “tutte trattate come schiave.” In Europa, sono almeno mezzo milione le donne, di diversa nazionalità, avviate al mercato della prostituzione che (cito dal documento conclusivo) “si traduce in un vero e proprio business del valore oscillante fra i 5-7 miliardi di dollari l’anno e ciascuna donna “trattata” vale 120-150 mila dollari l’anno. Questo denaro- continua il citato documento- nelle mani della criminalità organizzata, alimenta la corruzione e consente- ed allo stesso tempo impone- una capillare gestione di questo mercato”.
Il triste fenomeno non riguarda soltanto decine di migliaia di donne immigrate (africane, asiatiche, sudamericane ed anche europee) in gran parte minorenni, ma anche migliaia di schiavi-bambini costretti ad elemosinare, a rubare, quando non sottoposti all’espianto di organi da trapiantare. Queste ed altre pratiche rientrano perfettamente nella tipologia della schiavitù come definita dalle leggi e dalle convenzioni internazionali vigenti. Eppure nessuno si scandalizza, interviene adeguatamente. Quasi per il (falso) pudore di dover ammettere di convivere con una realtà così tragica che invece di affrontare si preferisce occultare, rimuovere. Esattamente il contrario di quanto avviene per i casi di stupro enfatizzati al massimo per deviare contro gli immigrati l’esasperazione dei cittadini e la violenza indiscriminata di gruppi di giustizieri metropolitani.
Agostino Spataro

martedì 17 febbraio 2009

Trapani, le mani dei boss sull'eolico: otto arresti, anche politici e imprenditori

Inchiesta della Procura antimafia sul business dell'energia pulita in Sicilia. Un "affaire" che coinvolge i fedelissimi del superlatitante Matteo Messina Denaro. Un impresario campano, uno trentino e persone legate alla famiglia mafiosa di Mazara del Vallo. Gli indagati accusati di aver consentito a Cosa nostra il controllo di autorizzazioni e appalti
TRAPANI - Le mani della mafia sul business dell'energia pulita. E' quanto emerge dall'inchiesta che stamattina all'alba ha portato all'arresto di otto tra imprenditori e politici, accusati di speculare sulla realizzazione dei "parchi eolici" in Sicilia per conto di Cosa nostra. Un intreccio che coinvolge burocrati locali della provincia di Trapani, ma anche impresari campani e trentini. Sullo sfondo, il boss latitante Matteo Messina Denaro. Le otto ordinanze di custodia cautelare sono state emesse dal gip di Palermo su richiesta della Procura antimafia. Tra le persone finite in manette nell'operazione "Eolo", che ha coinvolto più di cento carabinieri e agenti di polizia, ci sono: il consigliere ed ex assessore comunale di Mazara del Vallo, Vito Martino (Pdl); Giovan Battista Agate, pregiudicato di Mazara e fratello del boss Mariano Agate; Giuseppe Sucameli, attualmente detenuto per associazione mafiosa; Melchiorre Saladino, imprenditore ritenuto vicino a Messina Denaro. Secondo i pm era attraverso Saladino che il capomafia controllava il business "verde". L'indagine, partita dalla provincia di Trapani (Mazara del Vallo, Marsala, Trapani e Castelvetrano), si è estesa anche alla provincia di Salerno, dove è stato arrestato l'imprenditore Antonio Aquara, e a quella di Trento, dove è finito in manette un altro imprenditore, Luigi Franzinelli, socio della Sud Wind e accusato di corruzione aggravata per aver favorito la mafia nella realizzazione delle centrali eoliche. La Sud Wind, secondo quanto emerge dall'inchiesta, era costantemente favorita negli appalti grazie ai maneggi dell'imprenditore Saladino, di Martino e di altri pubblici ufficiali al momento non identificati. Gli indagati sono accusati, a vario titolo, di aver consentito a Cosa nostra, e in particolare alla famiglia mafiosa di Mazara del Vallo, il controllo di attività economiche, di autorizzazioni, appalti e servizi pubblici nel settore della produzione di energia eolica. A loro è contestato anche lo scambio di voti politico-mafioso.
Nei mesi passati Vittorio Sgarbi - sindaco di Salemi, nel Trapanese, e fermo oppositore delle "pale" per via del loro impatto ambientale - aveva paventato l'esistenza di interessi di Cosa nostra nella gestione dell'eolico. Un'ipotesi ripetuta anche la scorsa settimana durante un incontro con il procuratore di Marsala, Alberto Di Pisa. E' un allarme condiviso anche dalla Coldiretti, preoccupata degli abusi legati a questo tipo di energia pulita. Un settore, afferma l'organizzazione, che è "terreno fertile" per la criminalità, attirata dai "forti incentivi economici e dalla mancanza di corrette procedure di individuazione dei territori e di assegnazione dei finanziamenti". Mimmo Fontana, presidente di Legambiente Sicilia, osserva che "l'interesse della mafia per questo settore non stupisce": "A rendere il gioco più facile in Sicilia - spiega Fontana - è il contesto particolarmente privo di regole, legato in massima parte alla discrezionalità degli amministratori".
(17 febbraio 2009)

L'antimafia sociale di "Liberarci delle spine" viaggia nelle scuole

Stamattina ho partecipato ad un incontro nella scuola media Granacci di Bagno a Ripoli (FI) in cui erano presenti, oltre a me, la Nonna Betta (vedova Caponnetto) che noi tutti conosciamo, il Giudice Squillace ed un rappresentante della Fondazione Caponnetto. L’incontro verteva sulla legalità, all’interno di un progetto che i ragazzi della scuola stanno facendo in classe, per cercare di far capire loro che la cultura della legalità, da applicare ogni giorno nella vita, significa prima di tutto rispetto delle regole, rispetto per gli altri, non essere omertosi, avere valori forti come quelli di dignità e giustizia, e per ribadire loro che anche i gesti quotidiani sono importanti, che anche noi, nel nostro piccolo, possiamo fare molto.
La Nonna Betta ha raccontato di Nonno Nino, e ha parlato della sua convinzione dell’importanza dei giovani nel nostro presente e nel nostro futuro per creare quell’importante rete sociale di antimafia e legalità con cui possiamo sperare di diffondere una coscienza diffusa di giustizia; Squillace, con la sua esperienza di magistrato, ha parlato del pool, del lavoro che affrontano ogni giorno i giudici, ma ha battuto molto sui problemi correlati alla mafia che abbiamo tutt’oggi ed anche nelle nostre regioni ( lavoro nero, lavoro minorile, usura, riciclaggio, omertà etc), spronando i ragazzi ad essere sempre integri ed a seguire la propria morale..
Io ero andata per portare la mia testimonianza della mia esperienza sui Campi di Lavoro a Corleone e nella Carovana antimafie, come esempio dell’aiuto e dell’azione concreta che si può fare nella lotta alla mafia, alle mafie, sia in loco che da “lontano”, ed ho puntato sulla mia convinzione dell’importanza del sostegno che la nostra presenza a Corleone (all’interno del progetto Liberarci dalle Spine) dà ai ragazzi della Cooperativa.. perché legittima il loro lavoro, li rende più forti, fa vedere che esiste una rete sociale dietro di loro che li appoggia, che li supporta e che crede in ciò che fanno.. ho parlato della bellezza dell’esperienza, della soddisfazione che dà il lavoro nei campi, dei colori della Sicilia che ti riempiono gli occhi.. ma ho parlato anche dei problemi che abbiamo qui, in Toscana, vicino casa nostra, e che spesso ci vengono taciuti..
Insomma, è stata una bella mattinata, credo molto utile per l’obiettivo di arrivare capillarmente a più giovani possibile.. ed ho avuto la conferma di quanto sia importante sia per il progetto che per i ragazzi stessi la TESTIMONIANZA di giovani come loro che hanno fatto un’esperienza del genere.
Elisa Bolognini
16 Febbraio 2009
FOTO: Un momento dell'incontro

Polizia al verde, ferme 140 macchine. Corleone controlla il territorio con una sola volante

di Romina Marceca
Centoquaranta auto della polizia guaste e ferme in garage. Le riparazioni non si possono fare, mancano i fondi. È la conseguenza del taglio dei fondi sulla sicurezza deciso dal governo. Il questore corre ai ripari con una sorta di Risiko delle volanti, spostando dieci auto da un ufficio all'altro
Centoquaranta auto della polizia guaste e ferme in garage. Le riparazioni non si possono fare, mancano i fondi. I commissariati sono al collasso, con una sola volante a disposizione. A rischio è la sicurezza dei cittadini. Alcuni poliziotti anticipano di tasca propria i soldi per piccole riparazioni alle vetture, pur di evitare di doverle lasciare in officina. Il questore corre ai ripari con una sorta di Risiko delle volanti, spostando dieci auto da un ufficio all´altro. Ma non basta. È la conseguenza del taglio dei fondi sulla sicurezza deciso dal governo. Il ministero dell´Interno ha bloccato la riparazione degli automezzi della polizia, e gli stanziamenti previsti per il 2009 bastano appena per il carburante. «È una situazione che abbiamo denunciato oltre sei mesi fa, quando il governo Berlusconi tagliò tre milioni di euro sul comparto difesa e sicurezza», dice Vittorio Costantini, segretario generale del Siulp.
Dopo l´inchiesta di Repubblica su Roma e Napoli (500 auto ferme in garage), il Siulp ieri ha avviato un´indagine conoscitiva sul parco auto di Palermo. Il dato è allarmante: su 530 tra autovetture e moto assegnate alla questura, 140 sono ferme alla caserma Lungaro, nella sezione Motorizzazione. Dal guasto di pochi euro per una frizione fuori uso si passa anche a spese da mille euro per motori sui quali gravano migliaia di chilometri.Le maggiori ripercussioni hanno investito i commissariati, che in media dovrebbero disporre di sette-dieci auto, a seconda dell´importanza dell´ufficio. Invece il 60 per cento delle macchine sono ferme. «L´altro 40 per cento è inefficiente per un adeguato servizio a causa dell´alto chilometraggio», denuncia Costantini.Il 13 febbraio il questore Alessandro Marangoni ha prelevato dieci Fiat Marea dall´ufficio Prevenzione generale per smistarle ai commissariati in emergenza. «È un provvedimento tampone apprezzabile, che non può però risolvere il problema», dice il Siulp. E allora? «Il governo deve stanziare al più presto i soldi per l´acquisto di nuove autovetture, per la loro riparazione e manutenzione e per il rinnovo del contratto e riordino delle carriere».
Nel frattempo, a ogni turno dai commissariati esce sempre la stessa auto, con il risultato che i mezzi fuori uso alla Lungaro sono destinati ad aumentare, perché «tenere per mesi auto ferme - sottolinea Costantini - comporta ulteriori guasti». L´esempio più eclatante è quello di Mondello: su sette auto in commissariato solo due sono funzionanti, una delle quali usata come volante. Al commissariato Politeama ci sono una volante e altre tre auto per vari servizi. Porta Nuova ha una sola volante e un´altra auto di supporto, ma senza l´autoradio. Al commissariato San Lorenzo, che opera su un territorio ad alto tasso di delinquenza, c´è una sola volante per l´intero quartiere, oltre a due Fiat Tipo utilizzate per altri servizi ma già dichiarate fuori uso dal ministero dell´Interno. A Brancaccio, su quattro macchine in dotazione, solo una è efficiente.
Altri esempi sconfortanti arrivano dalla provincia. A Cefalù, solo a seguito del provvedimento del questore, è stata assegnata un´auto in prestito. Termini Imerese sembrerebbe messo bene con le sue tre Marea, ma a una manca la chiusura centralizzata, a una la sirena e a un´altra le luci d´emergenza, senza dimenticare che tutte e tre hanno già macinato oltre 200 mila chilometri. Corleone controlla il territorio con una sola volante. Anche al reparto scorte non c´è da stare allegri: su ventidue autoblindo dieci sono in officina, e su tredici auto non blindate sette sono ferme.
(La repubblica, 17 febbraio 2009)

Pass, scontro fra consiglieri e sindaco a Palermo. Sì alla mozione: "Nessun divieto per gli eletti"

di Sara Scarafia
Il pass per circolare nelle corsie preferenziali campeggerà sul cruscotto delle auto private di consiglieri comunali e provinciali, deputati nazionali e regionali. Ma anche di presidenti e vice presidenti delle otto circoscrizioni.
Il Consiglio comunale non ha perso tempo e mercoledì notte ha approvato la mozione che impegna l´amministrazione a rinnovare i tagliandi «alle cariche elettive». Dopo l´inchiesta di Repubblica sullo scandalo pass che svelò i nomi dei mille "furbetti del traffico", il sindaco Diego Cammarata bloccò il rinnovo dei lasciapassare che consentono di circolare contromano lungo le corsie preferenziali, di ignorare i divieti antismog e di posteggiare gratis nelle zone blu. Una decisione che ha scatenato la protesta degli inquilini di Sala delle Lapidi, i quali sono passati al contrattacco presentando una mozione, primo firmatario il capogruppo di Forza Italia Giulio Tantillo, che impegna il sindaco a ridare i permessi a consiglieri e deputati, considerato che «nell´adempimento delle proprie funzioni istituzionali - si legge nell´atto - svolgono funzioni di pubblico servizio e di pubblica utilità». La mozione è passata con il voto favorevole del centrodestra e con l´astensione del centrosinistra. Sono usciti dall´aula, al momento del voto, i consiglieri di Italia dei valori e Ninni Terminelli del Pd. Critico soprattutto il dipietrista Elio Bonfanti, che ha definito «vergognoso» un Consiglio comunale che vota un atto per se stesso «ignorando i veri problemi della città». Ma per la maggioranza la mozione era di importanza fondamentale. Troppe le multe prese per aver parcheggiato sulle strisce blu senza alcun tagliando, come ha raccontato un avvilito Pietro Vallone, di Forza Italia, e troppi i disagi per chi si è ritrovato costretto a dover rispettare l´ordinanza sulle targhe alterne. «Forse non si doveva arrivare a votare una mozione - dice Tantillo - ma, in attesa che si approvi un regolamento, era fondamentale restituire il pass alle cariche elettive che ne hanno necessità».
Con la mozione sono stati approvati anche alcuni emendamenti. Uno, presentato dal consigliere di An Leopoldo Piampiano, ha esteso il privilegio del permesso anche a presidenti e vice delle circoscrizioni. Un altro, di Rosario Filoramo del Pd, impegna l´aula ad approvare il regolamento entro sessanta giorni. Uno del gruppo udc, identico a un altro presentato da Nadia Spallitta di Un´Altra storia, chiede il rinnovo dei tagliandi anche per le associazioni che trasportano disabili. Il dirigente dell´ufficio Traffico, Renato Di Matteo, precisa però che, mozione o no, potrà rilasciare i tagliandi solo se lo avrà autorizzato il sindaco. Cammarata, come trapela dal suo staff, è rimasto non poco sorpreso e infastidito dal fatto che Sala delle Lapidi, che avrebbe tante questioni più urgenti di cui occuparsi, abbia deciso di impiegare il suo tempo discutendo una mozione che tutto era fuorché urgente. Toccherà al sindaco l´ultima parola. Su una questione che però almeno lui non ritiene affatto prioritaria. Oltre alla mozione, il Consiglio comunale ha approvato anche un ordine del giorno, presentato da Spallitta e Pellegrino, sulla pedonalizzazione delle piazze storiche e una modifica al regolamento sugli asili nido. Poi spazio al dibattito, chiesto dal centrosinistra, sul caso Amia. In aula il presidente Marcello Caruso, il direttore Orazio Colimberti e l´assessore alle Aziende e al Bilancio, Sebastiano Bavetta. I consiglieri Pellegrino, Bonfanti, Scavone e Spallitta, hanno sollevato tutti i nodi che hanno portato la società sull´orlo del crac, ma hanno solo incassato la disponibilità di Caruso ad avviare un nuovo corso: dal taglio degli sprechi allo stop dello scambio di posti tra padri e figli.
(La Repubblica, 13 febbraio 2009)

domenica 15 febbraio 2009

Palermo. Un posto all'Amia? La carica dei 3.900

di Michele Guccione
Il caso. Valanga di curricula, coop dietro la porta, pressioni politiche per assunzioni. E il presidente si oppone
Forse complice il cambio di guardia al vertice dell'Amia, in vista delle Europee le segreterie politiche hanno sponsorizzato la consegna in pochi giorni agli uffici aziendali di ben 900 curricula di persone che chiedono l'assunzione per chiamata diretta. Sempre i partiti starebbero pressando a favore di alcune coop che si occupano di ambiente, con circa 3.000 addetti, affinchè sia affidato loro il servizio di raccolta differenziata «porta a porta». La notizia ha del clamoroso. L'Amia è appena stata salvata dalla bancarotta da un intervento finanziario dello Stato e il Comune non ha i soldi per garantirne l'attività ordinaria. É evidente che la politica continua a considerare l'Amia un bacino di assunzioni clientelari e di voti, e che è disposta a prosciugarne il bilancio un'altra volta. Con la pretesa che i «buchi» siano sempre coperti dal governo Berlusconi.Il neo-presidente dell'Amia, Marcello Caruso, alza le braccia: «Non siamo nelle condizioni di fare una sola assunzione. Anzi dobbiamo tagliare le spese per cercare di fare funzionare l'azienda al meglio con le poche finanze che ci sono. Dovremo garantire il servizio valorizzando le risorse professionali interne, finora sottoutilizzate». La sortita dei partiti ha irritato i sindacati: «Siamo fortemente preoccupati per questa situazione – dice Dionisio Giordano della Fit-Cisl – e sarà uno degli argomenti della riunione di lunedì (domani per chi legge, ndr) con il Cda sul nuovo piano industriale». Infatti, questa valanga di pressioni arriva nel momento in cui l'azienda ha preparato il nuovo piano industriale che taglia le spese e armonizza il contratto di servizio con le nuove missioni di rilancio. Ma il piano dovrà passare dalle forche caudine del Consiglio comunale. Lo stesso Consiglio che decise la stabilizzazione in Amia di 900 Lsu senza assegnare i soldi per gli stipendi e che nell'ultimo bilancio ha tagliato circa 10 milioni dal capitolo dell'azienda, quando era sul punto di collassare. Forse i partiti puntano ad una trattativa fra l'esame del piano e le assunzioni. Ma non solo. Caruso ha accertato debiti per 140 milioni. L'unico modo per pagarli è che il Comune aumenti il contratto di servizio e che questa cifra, che si impegna a trasferire un giorno all'Amia, faccia da garanzia ad un mutuo trentennale destinato ai creditori. Solo così i trasferimenti mensili potranno servire per attività ordinaria e investimenti. Altrimenti si chiude. O si privatizza.
La Sicilia, 15.2.09
FOTO. Il presidente dell'Amia, Marcello Caruso

sabato 14 febbraio 2009

Sicilia. Guerra senza quartiere all'Ars

di Agostino Spataro
Nella storia della Regione siciliana mai si era giunti ad un degrado come quello in atto che ha visto consumarsi, in meno di 24 ore e all’insegna della rappresaglia, due fatti politici gravissimi all'interno del centro-destra.
Com’è noto, i fatti si sono svolti in una successione stucchevole: Udc e Pdl approvano, con 8 voti contro i 7 di Mpa e Pd, il “prelievo” dell’articolo-cardine del loro ddl sul riordino della sanità, per tutta risposta Lombardo da corso all’approvazione (con 4 assessori in fuga dalla seduta di giunta) delle minacciate nomine dei direttori generali. Segue la ritorsione di Udc e Pdl che, a tamburo battente, varano il “loro” progetto sulla sanità, mandando a quel paese Lombardo e, soprattutto, il suo assessore Russo. Quindi tutti volano a Roma, chi da Berlusconi, chi da Cuffaro, a cercare conforto e soprattutto una soluzione al brutto pasticciaccio combinato a Palermo. Sperando che con qualche assegnazione compensativa si possa sanare un conflitto che appare insanabile. Tutto ciò accade- se ci fate caso- a meno di un anno della strepitosa, facile, vittoria elettorale. E’ lecito domandarsi: come faranno a convivere, a co-governare, per altri quattro anni? Si tirerà a campare, ma fino a quando? Lombardo e soci non vogliono prendere atto che quest'alleanza è nata male e sta evolvendo al peggio. La coalizione di centro-destra, infatti, è stata assemblata in un clima di grave disorientamento, di panico persino, nell’urgenza di parare l’enorme falla che le dimissioni di Cuffaro avevano aperto nel blocco di potere dominante. Il risultato è stato un accordo ambiguo, raffazzonato, meramente elettorale e di potere, perché oltre tali orizzonti questi signori non sanno vedere. E lo dimostrano le furibonde risse di questi giorni per un direttore o per una Asl in più o in meno. Ma questo è solo l’aspetto esteriore di una guerriglia sorda, senza regole, combattuta fra consolidati gruppi di potere che si contendono, tramite i partiti, quanto resta delle risorse della regione. Quando di parla o si scrive di certe pittoresche rivalità fra Catania e Palermo o fra le due Sicilie si omette o s’ignora che in realtà lo scontro è fra due sistemi di potere simili per natura, ma diversi per strutturazione, dinamiche operative e oltre che per dislocazione territoriale. Non ci riferiamo alle “due Sicilie” della storia, formula bizzarra inventata dai regnanti di Napoli per risarcire con una facezia l’orgoglio ferito della nobiltà siciliana per il mancato insediamento della corte a Palermo, ma a quelle che, grosso modo, oggi s’identificano con la fascia orientale e occidentale dell’Isola. Il declino del sistema palermitano, stantio e più parassitario, ha indotto il gruppo di potere catanese e siculo-orientale a puntare sull’elezione di Raffaele Lombardo per tentare un riequilibrio a suo favore. Insomma, una sorta di “guerra di guerriglia” spietata che si combatte assessorato per assessorato, Asl per Asl, Ato per Ato, ecc. Credo che questo sia il filone da seguire per capire un po’ meglio quello che sta accadendo alla Regione. Non c’è dubbio che, in tale contesto, il partito che maggiormente può ostacolare questo disegno è l’Udc di Cuffaro insediata nei gangli vitali dell’amministrazione. Non a caso la scure di Lombardo si è accanita di più contro i rappresentanti di tale formazione. In gergo, la chiamano “decuffarizzazione”, ma per far cosa? Nel fare le nomine il governatore avrà avuto tante buone ragioni per escludere o far ruotare gli uomini di Cuffaro, tuttavia i neo-nominati non sono di vero cambiamento, ma di mera sostituzione. In sostanza, le scelte operate non fuoriescono dalla vecchia logica di potere clientelare, semmai denotano la necessità di esercitare un controllo diretto dei flussi di spesa. Soprattutto, in vista dei tagli prefigurati con il federalismo fiscale varato dal governo Berlusconi e, in generale, con le diverse misure di riduzione dei trasferimenti verso la regione e gli enti locali, molti dei quali, fra cui il comune di Palermo, sono con l’acqua alla gola. Insomma, mentre si offusca la prospettiva di sviluppo dell’Isola, questi signori si azzuffano per una poltrona di direttore, per una consulenza, per un appalto, per una fornitura, per un contributo per foraggiare feste e festini e sedicenti centri di studio, false accademie, sodalizi sportivi e quant’altro produce la fantasia malata degli architetti del sottogoverno diffuso. Uno scontro forsennato, tutto interno al centrodestra, che ha trasformato la politica in una giungla infernale, nella quale non si capisce cosa ci faccia il Partito democratico. Anche questo è un segno evidente di una crisi di fondo che, certo, non può essere risolta con ammiccamenti e sterili furbizie. La politica siciliana è come impazzita. Sarà il panico o la paura di non farcela, fatto sta che gira a vuoto mentre la tempesta s’annuncia, terribile, all’orizzonte prossimo venturo. In realtà, sotto la scorza di tale impazzimento si cela l’incapacità delle forze politiche (di governo e non solo) di progettare un nuovo futuro per i siciliani. Paralizzati dalle loro stesse incapacità, i partiti guardano con terrore alla crisi e alle scadenze elettorali imminenti (europee ed enti locali) e perciò ripiegano sulla spartizione dell’esistente. Questa non è strada che spunta. Bisogna cambiare seriamente metodi e indirizzo politico e programmatico. A cominciare da Lombardo che dovrebbe prendere atto della crisi del suo governo e della maggioranza che lo dovrebbe sostenere e trarne le dovute conseguenze. Per molto meno, Renato Soru si è dimesso da presidente della giunta di centro-sinistra sarda.
Ma in Sicilia l’istituto delle dimissioni sembra sia stato abolito. Per superare il problema, basta la benedizione di Berlusconi e la promessa di un nuovo accordo elettorale. Alla faccia della sbandierata Autonomia!
Agostino Spataro
14 febbraio 2009

La parola dei lavoratori

Una tramontana gelata non ha fermato i manifestanti chiamati a raccolta dalla Cgil da tutta Italia. 700.000 persone hanno invaso Roma, sciamando dalle tre stazioni più importanti della Capitale, per paralizzarla pacificamente, invadendone le arterie principali. A piazza dei Partigiani, davanti alla stazione Ostiense, migliaia di persone sventolano le loro bandiere aspettando, disciplinati e festanti, il momento di mettersi in marcia. C’è tutto il nord. C’è il Piemonte, l’Emilia Romagna, il Veneto e il Friuli. Metalmeccanici a braccetto con i colletti bianchi, una strana coppia soltanto ad uno sguardo superficiale, “perché le aziende private e il pubblico impiego sono interdipendenti le une dall’altro, soprattutto in un periodo di crisi come quello che stiamo vivendo”, ci racconta Domenico, custode al museo estense di Modena. Un anziano pensionato di Biella, metalmeccanico su nell’alto piemontese da una vita, il volto rosso e scavato, la pelle dura, la barba ispida, fuma nel freddo intenso di questa limpida mattina romana e mi chiede, sorridendo, se qui fa sempre così freddo. Mi parla del treno delle undici, del lungo viaggio scandito da thermos di caffè bollente e sigarette fumate di fretta al finestrino, un occhio al controllore. Mi racconta di una vita in fabbrica, con gli occhi chiari e orgogliosi dei vecchi operai disorientati. Quello che mi colpisce è la consapevolezza delle persone che incontro. Snocciolano sicure le cifre che perderanno con l’accordo separato. Mi parlano di lievi aumenti nominali che sono soltanto specchietti per le allodole. Conoscono gli studi che il sindacato ha pubblicato a fine gennaio e che denunciano una forte perdita d’acquisto dei salari post-accordo. E non vedono l’ora di poter esprimere il proprio voto contrario in un referendum. Far sentire la loro voce. Ma soprattutto, in tanti mi chiedono, stupiti: “Come si fa a parlare di accordo separato? Tra chi? Cisl e Uil? Quanti lavoratori rappresenteranno mai?”. E’ difficile non credergli. Basta girare gli occhi o leggere le cifre dell’adesione allo sciopero. Regione per regione. Fabbrica per fabbrica. Per rendersi conto che oggi, più che mai, la Cgil rappresenta i lavoratori e le loro istanze. San Giovanni è lì a testimoniarlo. Con quel mare di bandiere rosse e quel concerto di dialetti. “Una splendida giornata di lotta – la definisce Marigia Maulucci –. Molti lavoratori. La giusta reazione a una politica sbagliata di governo. Una giusta scelta portare la protesta in piazza”. Cosa succede con l’accordo separato? “I lavoratori perderanno dei soldi, perché il contratto nazionale non tutela il potere d’acquisto e la contrattazione articolata non aumenta. Per cui è giusto protestare contro questo accordo”. Incontro un Carlo Podda, segretario della funzione pubblica Cgil, raggiante, che ha appena terminato il suo intervento dal palco. E’ uno dei due grandi protagonisti di questa manifestazione. Una giornata riuscita? “Direi di sì. E’ sotto gli occhi di tutti. Vediamo se riesce soprattutto a smuovere la posizione del governo, delle imprese. Ma rimane, comunque, una bella giornata, che aumenta la capacità di coesione della Sinistra. I compagni di Sinistra Democratica voglio dire: meglio sarebbe fare polemica con gli altri che tra noi. Il giorno in cui tutta la Sinistra torna in piazza, come ho detto nel comizio, è meglio tenerlo come patrimonio il fatto che si sia tornati tutti insieme e dare valore a quello che sta tornando a unirci piuttosto che a quello che ci ha separato o che potrebbe separarci”. – Anche se Veltroni ha scelto di non partecipare, anche solo a titolo individuale, a questa manifestazione e il Pd si mostra, ancora una volta, diviso –. Gianni Rinaldini, segretario Fiom, attacca dal palco Cisl e Uil: “Se i lavoratori e le lavoratrici ci diranno che quell’accordo gli va bene, anche contro il parere del sindacato, noi quell’accordo lo firmiamo, perché abbiamo un unico vincolo e siamo legittimati in un solo modo: la legittimazione deriva dal voto democratico di chi vogliamo rappresentare. Se un sindacalista si siede al tavolo di una trattativa da chi viene legittimato? Ci sono due possibilità: o la legittimazione che io ho a quel tavolo me la danno i lavoratori e le lavoratrici oppure, attenzione, che la legittimazione è quella che ti dà la controparte”. Al termine della giornata, Guglielmo Epifani ha dichiarato, rafforzando le speranze di tutti: “Sono convinto che sciopero dopo sciopero riusciremo a far cambiare politica economica a questo governo, che deve rispondere al Paese".

venerdì 13 febbraio 2009

La strana morte (per suicidio?) di un medico siciliano. Se questa non è mafia...

di Norma Ferrara
Cinque anni dopo “il suicidio” Manca i retroscena della latitanza di Provenzano nel messinese e lo stato delle indagini sulla morte del medico siciliano
«Se questa non è mafia, allora diteci cos’è». . Così Angelina Manca, madre dell’urologo Attilio Manca ha commentato lo scorso 11 febbraio, in un dibattito pubblico a Barcellona Pozzo di Gotto (Me) la situazione nella quale vive un’intera provincia soggiogata dal sistema politico mafioso. Sistema che i coniugi Manca ritengono responsabile della morte del figlio Attilio trovato senza vita nella sua abitazione di Viterbo la notte di cinque anni fa, ufficialmente suicida. Secondo i genitori pesanti indizi legano questo inscenato suicidio con la latitanza del boss di Cosa nostra Bernardo Provenzano. Attilio Manca, medico urologo, sarebbe stato «ingaggiato» dalla mafia barcellonese (da sempre operativa sulle latitanze dei grandi boss siciliani) per visitare e operare il finto «Gaspare Troia» nella clinica di Marsiglia nell’ottobre del 2003. Attilio Manca era l’unico medico in Italia capace di operare tumori alla prostata in laparoscopia. Un fiore all’occhiello della medicina italiana, un giovane che si era fatto da se e dopo anni di specializzazione aveva raggiunto questo livello di eccellenza (unico in Europa, insieme ad un collega francese). Una carriera brillante, un presente sereno e molti progetti in cantiere, fra i quali una partenza verso l’estero. Nonostante tutto questo, secondo le prime indagini portate avanti dalla procura di Viterbo, questo giovane medico all’apice della sua carriera, una sera sarebbe tornato a casa dopo una giornata di lavoro, avrebbe preparato due siringhe con dentro un cocktail di droghe e sdraiatosi sul letto, avrebbe deciso di farla finita iniettandosi per ben due volte con la mano sinistra nel polso sinistro (ricordiamo solo che Attilio era mancino) questo mix di sostanze. Non si sa bene, inoltre, come il medico si sia procurato da solo dei lividi al volto (per gli inquirenti cadendo su un telecomando, che però verrà ritrovato lontano dal viso dell’uomo).
LO STATO DELLE INDAGINI
«Le prime indagini sono state sbrigative, imprecise e traballati» ha ricordato nell’incontro del 11 febbraio a Barcellona Pozzo di Gotto, il legale della famiglia Manca, Fabio Repici. « Molte – dichiara Repici – sono le inerzie, le incongruenze e se vogliamo le incompetenze, che si sono riscontrate nelle indagini della procura sul caso Manca». A partire dall’omissione di alcune telefonate che invece risulteranno nei tabulati telefonici (compiute da e verso il cellulare del giovane medico) sino al dissequestro frettoloso dell’appartamento di Viterbo nel quale solo oggi dopo due archiviazioni, sono state effettuate le rilevazioni delle impronte digitali. Proprio l’incidente probatorio in corso, infatti, ha permesso di accertare alcune circostanze. La sera in cui il giovane medico avrebbe deciso di farla finita non era solo in casa. La scientifica ha rintracciato 19 impronte digitali: 14 risultano di Attilio Manca, 5 sono invece di altre persone ignote. Solo una di queste impronte si è potuta attribuire con certezza ad un parente del medico, il cugino Ugo Manca (imputato per traffico di droga nel processo Mare nostrum). Il cugino ha sempre fatto risalire la sua presenza nella casa del medico ad una visita compiuta due mesi prima della sua morte. Le ultime consulenze di periti però ritengono incompatibile le condizioni ambientali dell’ abitazione con la permanenza delle impronte e datano invece in un tempo successivo la presenza di «ignoti» nell’appartamento. Molte inoltre risultano le impronte che sembrerebbero essere state cancellate: come si fa dopo un delitto nel tentativo di togliere le tracce. Perché una procura ha fretta di chiudere un caso che di mafia, per lo meno nelle prime settimane, non sembrava parlare? perché una procura così lontana (almeno cinque anni fa) da fatti di mafia sul proprio territorio, agisce con molto fastidio – come commenta la madre Angelina Manca – «laddove il legale chiede i normali riscontri» sul caso?
BERNARDO PROVENZANO A MESSINA
La risposta a questa domanda la danno i pentiti, le carte giudiziarie, e le indagini che in questi ultimi anni stanno ricostruendo pezzo per pezzo la rete di connivenze e appoggi che ha garantito al boss numero uno di Cosa nostra una latitanza dorata per 43 lunghissimi anni. «Prima di Montagna dei cavalli (il luogo nel quale è stato ritrovato Provenzano) – dichiara l’avvocato Repici - abbiamo modo di credere che Provenzano sia stato latitante qui a Barcellona Pozzo di Gotto, il che non è una novità per questa provincia ». A sostegno di questa che ormai è più di una ipotesi alcuni fatti, per i quali l’avvocato Repici ha già ricevuto querele e non poche difficoltà. «Ci sono dei fatti circostanziati che da soli non accusano nessuno ma che sono organici a latitanze di questo calibro; a Barcellona per esempio c’è un convento che ospita dei frati; fra questi in un periodo ben preciso c’è stato frate Ferro, membro della famiglia che risulta essere stata organica alla latitanza di Bernardo Provenzano». Inoltre, alcune intercettazioni telefoniche fra boss locali confermerebbero la presenza del boss nel messinese ("ragione avevano i Manca a dire che “iddru” è stato qui" si legge nell'ordinanza dell'operazione Vivaio). Se non bastasse altri fatti: gli ultimi, recentissimi, arrivano dalle deposizioni dei boss Francesco Franzese e Gaspare Pastoia che confermerebbero con due diversi elementi la presenza del capo di Cosa nostra nei dintorni di Barcellona Pozzo di Gotto.
ISOLAMENTI E SILENZI
Riscontri più che sufficienti per riaprire il caso Manca e riprendere ad indagare su questa morte per la quale i genitori chiedono, nell’ isolamento pubblico della città, giustizia. « Non mi fermerò - ha concluso ieri Angelina Manca – non mi fermerete mai sinché non saprò chi e perché ha deciso che mio figlio doveva morire». «Me l’hanno ucciso due volte; da un lato la mafia – ha continuato - dall’altro il silenzio che su questo caso è calato, l’unico giornalista ad occuparsene, pensate un po’, è stato un giornalista spagnolo che ha scritto sul caso il libro “L’Enigma del caso Manca”. La casa editrice ha ricevuto già tante querele, il libro sta incontrando in Italia, censure e oscuramenti». E mentre al dibattito in memoria di Attilio Manca prendono la parola, Sonia Alfano, Biagio Parmaliana, Beppe Lumia, Felice Lima e altri relatori c’è anche chi trova il modo per dire che «parlare di queste cose in città vuol dire gettare fango sul paese». Una precisa regia, una tecnica vecchia gestisce questi interventi in favore dello status quo; (intervento identico infatti avvenne solo alcune settimane fa durante l’ incontro in memoria del cronista Beppe Alfano, ucciso dalla mafia a Barcellona Pozzo di Gotto nel 1993). Solo una constatazione: per un giovane che qualche tempo fa ad Agrigento aveva osato urlare dinnanzi ad un pregiudicato « viva il pool antimafia, viva Caselli »sono scattate sei ore di interrogatorio in una stanza delle forze dell’ordine, mentre chi denigra familiari di vittime e magistrati, dall’altra parte della Sicilia non accade nulla. Se la gestione di appalti pubblici, la richiesta di pizzo, gli omicidi, la corruzione, i reati di ecomafie e la gestione delle discariche delle provincia, non sono mafia. «Allora – come commenta la madre di Attilio Manca - diteci cos’è ». Cos’è questa «cosa» che da queste parti non si può ancora chiamare con il nome «mafia».
Liberainformazione, 13.02.2009
FOTO: Attilio Manca

Casapesenna, tredici consiglieri comunali si dimettono con atto notarile

di Pietro Nardiello
Quando la magistratura bussa alle porte della politica l’imbarazzo, prima, e lo scompiglio, poi, iniziano a farla da padrona. Interrogativi, però, bisognerebbe porseli anche quando nessun uomo della procura si presenta all’anticamera della stessa. Siamo in terra di camorra, non dimentichiamolo e la zona grigia, dove si preferisce concludere gli affari, si allarga, senza controllo, proprio come se fosse una macchia d’olio. In queste ore nel comune di Casapesenna, uno dei tre che il fascismo raggruppò in quel di Albanova, gli altri erano Casal di Principe e San Cipriano D’Aversa, il consiglio comunale è stato sciolto perché tredici consiglieri su sedici hanno rassegnato le proprie dimissioni dalla carica dopo aver stipulato un atto pubblico sottoscritto presso uno studio notarile di Casal di Principe senza indicare, a quanto pare, una motivazione causando così la caduta della giunta guidata da Giovanni Zara.
Riavvolgiamo il nastro ritornando indietro di dieci mesi, all’elezioni dello scorso anno che hanno visto concorrere solo una lista di centro destra, “Democrazia e Libertà”, guidata dal futuro primo cittadino Giovanni Zara, e che annoverava tra le fila anche il sindaco uscente Fortunato Zagaria, all’epoca già al secondo mandato, ed altri volti noti di quelle aule riconfermati dallo spoglio delle urne che assegnò, agli unici partecipanti, i 16 seggi a fronte di 3.466 preferenze. Nessuna lista a contendersi la giuda della Casa Comunale, solo una coalizione e nessuna sorpresa, chissà poi perché. Questo è il terzo scioglimento anticipato in soli dieci anni, senza contare, poi, i due per infiltrazione camorristica. A Casapesenna, dunque, nonostante ci si trovi in un Comune che fa parte del Consorzio “Agrorinasce”, presieduto dalla Prefettura con la dott.ssa Immacolata Fedele, e del quale fanno parte anche i centri di Casal di Principe, San Marcellino, San Cipriano d’Acersa, Santa Maria la Fossa e Villa Literno, è difficile che la politica possa svolgere serenamente e senza pressioni la propria azione. Questo Giovanni Zara lo avrebbe dovuto sapere visto che in passato, per due anni e mezzo, è stato vice sindaco nella giunta guidata da Fortunato Zagaria. La politica però, spesso si regge con formule matematiche che si traducono nel semplice dare ed avere, spese, costi e ricavi, cioè potere. In questi dieci mesi Zara avebbe voluto avviare un nuovo percorso, a partire dal riutilizzo dei beni confiscati che, stranamente, proprio in questo comune che fa parte di Agrorinasce, o restano inutilizzati o impiegati per rimpinguare le casse comunali. Qui l’unica banca del paese paga l’affitto al Comune perché ospitata nella fabbricato confiscato a Michele Zagaria senza che nessuno si chieda, ancora una volta, e nemmeno dalla Prefettura, il perché di questa forzatura della legge. Adesso ci si avvierà verso nuove elezioni e chissà se sei ai nastri di partenza della prossima tornata elettorale l’avversario non sarà nuovamente e soltanto il quorum. L’attenzione degli inquirenti, però, non dovrebbe mancare anche in caso di lotta politica tra più liste. Sono i fatti che ci inducono a pensare che la democrazia in questo centro, così come in altri, non sia ancora un fatto compiuto.
Liberainformazione, 13.02.2009

mercoledì 11 febbraio 2009

Storia e Tradizioni. L'antico culto di San Biagio a Corleone

I festeggiamenti in onore a san Biagio, che si svolgono nella chiesa madre di San Martino, vengono menzionati a partire dagli inizi del 1600. In data anteriore questo santo era titolare di una chiesetta ubicata presso la contrada di “portella del vento”, che sicuramente dovette essere molto antica trovandosene legati a partire dal 1400. L’antica chiesa di campagna, probabilmente per incuria, o forse per qualche movimento tellurico, andò in rovina, la dichiarazione di morte fu decretata dal Cardinale Torres nel corso della sacra visita del 1581: “Per la chiesa di san Biagio, si disponga che tutti gli oggetti e i legati di essa, vengano trasferiti alla chiesa di San Martino, nel sito dove trovasi la chiesa venga posta una croce, e il resto venga venduto e con il ricavato si facci una buona sistemazione nella chiesa parrocchiale di S. Martino".
La secentesca statua, di pregevole fattura, si conserva all’interno della chiesa madre, dove venne sistemata agli inizi del XVII secolo, essendo che la chiesa al santo dedicata, ancor prima andò in rovina. Qui, inizialmente, venne collocata sul lato sinistro dell’entrata del portone principale, in una cappella pressappoco situata ove adesso trovasi la porta collaterale al portone centrale, essendo che nella cappella del fianco destro eravi la gigantesca statua di santa Oliva, proveniente dall’omonima chiesa. Lo storico Costantino Bruno, nella sua relazione scritta del 1787, ci dona ulteriori elementi di chiarezza: “La statua di San Biagio fu trasferita nel mese di marzo p.p. alla chiesa di S. Rosalia per cura del signor D. Carmelo Marullo devoto di questo santo, perche la chiesa si stava demolendo per la nuova fabbrica. L’antica chiesa di S. Biagio era alla portella del vento ed ancor oggi se ne distinguono gli avanzi.”
Il trasferimento della statua alla chiesa di S. Rosalia e dovuto ai grandi lavori di ristrutturazioni che si sono fatti alla chiesa di S. Martino nella seconda metà del XVIII secolo.
La committenza per la realizzazione della preziosa opera, è stata di recente portata alla luce dal Dott. Bruno De Marco Spata, risultando la statua commissionata, da tali Giovanni Filippo Renda, mastro Domenico Rocchetto (o Zucchetto) e mastro Vincenzo De Renda; allo scultore Nicola Milazzo da Corleone, che si obbligò a realizzare la statua: “facere et sculpire inmaginem divi Martiris Blasij”con quattro angeli per “cantonera e lo “scannello”. Il prezzo fu pattuito in16 onze, con atto pubblico redatto il 12 febbraio 1603, presso il notaio Giovanni Pietro Giudice, ( archiv. di stato di Palermo vol.1445, c. 3).
E noto pure, chi ne realizzò la tintura e la doratura, grazie alla committenza portata alla luce dallo storico Antonino G. Marchese, che nella sua opera “tra i Gagini e i Ferraro” così riporta:
Lo Monaco Filippo,1609, febbraio 08 ,Corleone. Si obbliga con Mastro Domenico Zucchetto di Corleone “ut dicitur deorare et graffiare bene et magistribiliter ut decet immagine Sancti Blasij et dittam deoraturam ponerebeneet magistribiliter videndas pm.ros(sic) in similibus expertos illamque compilere ad altius per totum mensem iunij… (A.S.PA, notaio Ottaviano Barbara, stanza V, I numerazione, vol. 1222, c.306rv).
Sul finire del XVII secolo, il simulacro trovò definitiva collocazione all’interno della cappella ove attualmente si trova. Fu dotata di un legato di tarì tredici annuali ad opera, come riferisce Costantino Bruno nella sua relazione, di Domenico Rocchetto che altro non è che il surriferito committente Domenico Zucchetto. Il simulacro, anche se non aveva una confraternita propria, partecipava alla famosa processione del Corpus Domini,dove sfilavano circa ottanta statue. .

Quest’anno, la festività di san Biagio assume un significato particolare, grazie all’impegno dell’arciprete decano mons. Vincenzo Pizzitola che ha disposto il restauro della statua (eseguito dal maestro Concetto Mazzaglia ), e grazie alla ditta Cipolla di Corleone che, con certosino lavoro e sapiente maestria ci restituisce la cappella nel suo antico splendore. Ancor più meritoria l’opera di ristrutturazione dei fratelli Cipolla, se si pensa che la prestazione d’opera , a titolo gratuito, è il coronamento della fede che gli stessi nutrono per san Biagio.
Questo restauro è l’ultimo episodio in ordine di tempo, di un risveglio culturale di cui si sta rendendo protagonista la comunità corleonese, una presa di coscienza dell’importanza che riveste il patrimonio artistico conservato dentro queste mura cittadine, una sorta di rinascimento nostrano che sembra aver innescato una gara fra singoli cittadini, associazioni, enti pubblici, istituzioni ecclesiastiche che, attraverso l’impiego di risorse economiche spesso consistenti, consegnano all’antico splendore opere d’arte che altrimenti rischierebbero di cadere nell’oblio, e consumarsi per effetto dell’usura del tempo.
Diverse risultano le tele recuperate in questi ultimi anni, fra queste ricordiamo il san Domenico opera seicentesca di Filippo Paladino, la crocifissione di Filippo Randazzo, la discesa dello spirito santo sugli apostoli di Carmelo Salpietra nostro concittadino, e altre ancora.
Anche in campo scultoreo si è fatto tanto, visto che si è proceduto al restauro di pregevoli opere quali, san Francesco di Paola, La Madonna Dell’Itria, la Madonna della Neve, la madonna del Carmelo, san Filippo e san Sebastiano, e quel san Ludovico, opera di notevolissima fattura, per interessamento della liceale III E del 1972.
In corso di restauro sono inoltre le seguenti statue: santi Cosmo e Damiano, l’ Addolorata, san Giovanni Battista. Un’importante cantiere è aperto e certamente non mancherà di dare ancora tanti bei risultati.
Francesco Marsalisi

VITA DI SAN BIAGIO
San Biagio visse tra il III e il IV secolo d.C. in Turchia. Nato da famiglia nobile ed educato al cristianesimo divenne, si racconta, esperto nell’arte della medicina, che mise al servizio del suo popolo; considerato uomo retto e probo, rivestì la carica di vescovo di Sebaste, l'odierna città di Sivas, nella Turchia orientale che al tempo di San Biagio fu provincia romana chiamata Armenia Minor. Sebaste (o Megalopolis), capitale della Armenia bizantina.. A quel tempo in Oriente la persecuzione fu molto più severa rispetto alle regioni occidentali dell'impero.
Molte testimonianze dell'epoca ci descrivono la barbarie dei carnefici e il coraggio delle vittime. Quando cominciò la persecuzione di Licinio, prima larvata, poi sempre più violenta, egli fuggì dalla città, rifugiandosi in una grotta sui monti e vivendo da eremita.
Secondo la leggenda guariva con il segno della croce ed anche in prigione, dove dimorò per un certo periodo, continuò ad operare guarigioni sugli ammalati. Il santo subì il martirio per decapitazione, dopo orrende torture. L'iconografia popolare lo rappresenta a figura intera o a mezzobusto, con le insegne vescovili e l"elemento che lo identifica, il pettine, che è lo strumento col quale venne torturato.
Uno dei suoi miracoli più noti risale a quando salvò un bambino che stava rischiando di morire soffocato a causa di una lisca di pesce conficcataglisi in gola. Questo miracolo ha dato origine al suo patrocinio speciale contro le malattie della gola.
Le leggendarie gesta del santo hanno determinato una larga diffusione del suo culto, che si esprime in una serie di atti devozionali caratteristici della sua festa. Nella cultura contadina il santo è molto amato perché protegge la semina. Infatti, anticamente, prima della semina, si usava andare in chiesa con un sacchetto di cereali affinché fossero benedetti dal parroco. Per la festa di san Biagio, che viene celebrata il 3 febbraio in chiesa, vi è l"usanza di preparare dei pani votivi.per poi distribuirli, benedetti, ai devoti. Si tratta, in questo caso, della prima festa dei pani, con cui si apre un ciclo di ricorrenze che copre l"intero arco dell"anno. E un antico rito di origine pagana, dall’evidente significato propiziatorio, entrato successivamente a far parte del culto cristiano, sempre rinnovandosi nei secoli.
Questa usanza, collegata alla tradizione del santo protettore dei mali che affliggono la gola, consiste nella preparazione di due forme tipiche di pani: li cudduredda, la cui forma rappresenta la gola; e a forma di mano, la manu di san Brasi, portante un bastone fiorito , simbolo di fertilità.
F.M.
Corleone 11.02.2009

Trapani, città del sole, della vela e... del cemento "pulito"

di Rino Giacalone
Non è una legalità tanto per dire, fatta a parole, di quella che in giro ce ne è tanta. E’ un percorso di legalità intriso di risultati, positivi; dentro questo tragitto assieme alla rivolta di un gruppo di operai contro i mafiosi che li volevano o asserviti o disoccupati, c’è il lavoro e la tutela dell’ambiente, che non sono poca cosa in un momento in cui l’occupazione è in costante pericolo, per colpa di un sistema di mercato che è già criminale di suo quanto è perverso, e poi l’ambiente che non vive di tanti riguardi. Un’azienda di Trapani confiscata alla mafia, la Calcestruzzi Ericina è tornata così sul mercato con più di una sfida. È la prima in Italia tra quelle confiscate che esce dalla gestione straordinaria. Resta proprietà dello Stato, ma sarà affidata dal Demanio a una «coop» costituita dagli operai della precedente azienda: quella nuova, la Calcestruzzi Ericina Libera, produrrà sempre cemento, «della legalità» precisano, facendo però da sé le materie prime, trasformando gli inerti, sfabbrici, i rifiuti non pericolosi.

Trapani, da oggi anche città del cemento pulito

Una idea don Luigi Ciotti a proposito di parole e antimafia, l’ha lanciata con chiarezza, lunedì 9 febbraio 2009 in occasione dell’inaugurazione del nuovo impianto, quasi una sfida dietro un suggerimento rivolto al sindaco della città: «Arrivando a Trapani – ha detto – ho visto un cartello che presenta la città legando il nome al sale e alla vela, io adesso aggiungerei anche città della Calcestruzzi Ericina Libera e del calcestruzzo pulito». Perché questa proposta? «Perchè la prima mafia da combattere è quella delle parole, sono i fatti che contano. La lotta alla si fa anche dando lavoro, dando alla gente la garanzia dell’occupazione, restituendo dignità a chi lavora, come abbiamo fatto qui a Trapani». «Questa è la vittoria della buona economia contro gli interessi della mafia. Da un bene confiscato alla criminalità organizzata nasce un’impresa che trasforma i rifiuti in risorsa» ha detto Enrico Fontana dell’osservatorio «Ambiente e legalità» di Legambiente. Pensate ciò che farà questo impianto (che ha il nome, al plurale, di un fiore, Rose, ossia Recupero omogeneizzato scarti edilizi): finisce l’era dello scriteriato abbandono di rifiuti edili, in discariche abusive.

La legalità che crea sviluppo per l'economia

In tutto il Sud questa «industria» non ha eguali. È frutto di un investimento di due milioni di euro, vi ha concorso un finanziamento Por Sicilia, un mutuo con la Unipol Banca, un intervento dell’Agenzia del Demanio, di Anpar e Legacoop, e la partecipazione tratta dal bilancio della Calcestruzzi Ericina. «Un grande risultato - prosegue Fontana - in Sicilia deve essere data concretezza a quelle norme europee che prevedono l’obbligo, negli appalti pubblici, dell’utilizzo di materiale che deriva dal riciclaggio degli inerti».Determinante è stato il mutuo di 700 mila euro “liquidato” da Unipol Banca. Quando non c’erano molte garanzie di quelle solite che cercano le banche. «Sono garanzie formidabili – ha detto Pierluigi Stefanini il presidente di Unipol Banca (la “nuova Unipol” ha sottolineato don Ciotti) – quelle di don Ciotti e di Libera, ma la verità è un’altra, il nostro approccio verso i progetti da finanziare si basa maggiormente sulle garanzie fornite a proposito di lavoro e legalità, noi al fianco dei mafiosi non saremo mai».

Confindustria Sicilia

Da Palermo si è fatto sentire il presidente di Confindustria Sicilia Ivan Lo Bello: «Il caso Trapani – ha detto – è una conferma delle novità positive di una Sicilia che cambia pelle e dove risulta sempre più incisivo il ruolo di don Ciotti e Libera». E c’è anche in questa storia la dimostrazione che la lotta alla mafia riesce quando ci sono le sinergie, come quelle tra magistratura, forze dell’ordine e società civile rappresentata anche dalle banche. Era l’azienda, la Calcestruzzi Ericina, che apparteneva al capo mafia di Trapani Vincenzo Virga, che dopo la confisca la mafia voleva riprendersi o fare fallire. Non accadde niente di tutto questo per l’opera dell’allora prefetto Fulvio Sodano che nello stesso periodo aveva smosso le acque delle confische, non trovando al suo arrivo nel 2001 a Trapani un solo bene assegnato, mentre i mafiosi restavano nei loro possedimenti. Per la gestione dei beni confiscati si rivolse a Libera e a don Ciotti e da allora si è andato avanti, sino a ieri con la inaugurazione del nuovo impianto della «Calcestruzzi Ericina Libera», Sodano nel frattempo non è più a Trapani, trasferito dal Governo d’improvviso nel luglio 2003 ad Agrigento (oggi ammalato è a disposizione) senza uno straccio di ringraziamento per l’opera compiuta e non solo a favore della Calcestruzzi Ericina. Anzi un sottosegretario dell’epoca, Antonio D’Alì, secondo il racconto fatto ai magistrati da Sodano, gli chiese conto di quello che “stava combinando”.

Un prefetto scomodo e la sua battaglia

I mafiosi intercettati sono stati ascoltati auspicare questa “cacciata”, lui, Sodano, era “cosa tinta” per essersi messo di traverso rispetto agli intendimenti dei boss. Ai magistrati che perciò indagano sul suo trasferimento, il prefetto ha consegnato alcune considerazioni e ricostruzioni: "Non appena assunte le funzioni di prefetto di Trapani mi resi conto che la situazione dell'amministrazione dei beni confiscati alla mafia era estremamente grave, nel senso che erano numerosissimi i beni confiscati ma mai assegnati e che molti di tali beni erano ancora nella materiale disponibilità dei soggetti mafiosi cui erano stati confiscati. Immediatamente mi attivai per promuovere incontri con tutti gli enti interessati per tentare di fare attivare le procedure burocratiche di assegnazione incontrando difficoltà ed inerzie, per asserita mancanza di personale"…..."Ho avuto conoscenza del mio trasferimento nel tardo pomeriggio del giorno precedente la seduta del Consiglio dei Ministri. Mi telefonò il capo di gabinetto del ministro facendomi presente che l'indomani sarei stato nominato prefetto di Agrigento. Alle mie rimostranze basate sul mio momento non facile di salute, noto al ministero, e per il quale avevo chiesto di rimanere a Trapani almeno altri sei mesi, ebbe a dirmi che la distanza che rispetto ad Agrigento c'era con Palermo era identica a quella con Trapani, mi invitò a prendere servizio ad Agrigento perché l'amministrazione mi sarebbe stata vicina. Tutto questo avveniva mentre non molto tempo prima aveva avuto garanzia che per un po' di tempo non sarei stato trasferito. All'epoca di quel mio trasferimento molti altri colleghi che avevano raggiunto le loro sedi in concomitanza con la mia assegnazione a Trapani erano ancora in quelle stessi sedi".Storia «pesante» quella della Calcestruzzi Ericina, ma come si è arrivati a questo risultato? «La mafia qui – risponde il pm Andrea Tarondo – ha cercato di strangolare questa impresa, impedendo la vendita di cemento, esercitando pressioni, la mafia ha fatto di tutto, ha messo in campo il suo peso, questo (dice indicando l’area dell’impianto messo a nuovo) è stato un campo di battaglia dove lo Stato ha vinto cancellando quella che era il simbolo del controllo mafioso sull’imprenditoria, qui che era casa del boss Virga e dei suoi figli Franco e Pietro, si pagava il pizzo, adesso vedo qui sventolare la bandiera italiana, giusto, su questo terreno è stata riconquistata la dignità dello Stato, grazie alla figura del prefetto Sodano che è riuscito, su una linea del Piave, di riappropriarsi del bene, quella resistenza è stata da stimolo a tanti altri». Si dice ci sono i mafiosi ma non c’è più la mafia, è vero?

La mafia a Trapani oggi

«La mafia – risponde il magistrato – si è trasformata si è evoluta e tenta di adattarsi ai tempi ed è più pericolosa. Oggi tenta di selezionare fra le sue attività quelle meno rischiose dal punto di vista penale e più redditizie. In provincia di Trapani sta raggiungendo massima espressione, è più avanti nel fare credere che non ci sia più, che sia in regressione. Nessuno deve illudersi che sia finita qui, la mafia cerca nuove strade per svuotare di contenuti il lavoro che si sta facendo».Il prefetto Sodano invitato non c’era all’inaugurazione della nuova Calcestruzzi Ericina Libera, non ha possibilità di muoversi, ha perduto la voce, vive su una sedia a rotelle attrezzata per permettergli di ricevere ossigeno e alimenti, la malattia che lo ha colpito si è aggravata forse anche da quel trasferimento, per la situazione di tensione che si è determinata, ma anche perché ad un certo punto si è ritrovato da solo all’interno del proprio apparato ministeriale. Ha però mandato un suo scritto: «Quando lo Stato fa pienamente il suo dovere con tutte le sue istituzioni non c’è spazio per l’antistato». Ha chiesto di immaginarlo con indosso la tuta blu: «Per un giorno non sono stati gli uomini con la toga a scrivere pagine di giustizia, oggi sono stati altri uomini, quelli che indossano la tuta blu di chi va in cantiere, in fabbrica, a dirci che la mafia si può sconfiggere».

La voce dei lavoratori

All’interno del nuovo impianto della Calcestruzzi Ericina Libera, un gruppo di imprenditori edili, portavoce se ne è fatto il presidente dell’Api (associazione piccole imprese) Ninni D’Aguanno, ha voluto dedicare una statua in bronzo a colui il quale si battè per impedire che l’azienda fosse riacquistata da Cosa Nostra, il prefetto Fulvio Sodano: «In questo luogo lo Stato, rappresentato da un uomo solo, si affermò», si legge sulla base del monumento costituito da tre finestre, due aperte, dalle quali escono delle colombe. «Oggi è un giorno di festa – ha detto il commissario del Governo per i beni confiscati prefetto Antonio Maruccia – suscita ottimismo e dimostra la capacità che si ha di togliere i beni ai mafiosi. Quello di oggi è un esempio ma in Italia ce ne sono tanti altri, ma molti altri restano da assegnare, serve una legge per velocizzare le procedure, c’è un impegno del Parlamento e del Governo per dare effettività a quello che è un diritto dei cittadini a riavere questi beni».Una realtà emersa quella che non è agevole il percorso per la fruizione dei beni confiscati. «Ce ne sono tanti, 1700– dice don Ciotti – che non possono essere assegnati per le ipoteche, allora diciamo alle banche di fare un gesto chiaro, trasparente, un segnale forte al paese cancelliamo le ipoteche e mettiamo in grado Comuni e associazioni di occupare questi beni, di gestirli, creando servizi. la vera festa la faremo quando avremo dinanzi la grande corresponsabilità del nostro Paese, ognuno di noi deve concorrere per creare situazioni di libertà, ce lo dicono gli operai della Calcestruzzi Ericina Libera».

La storia, giudiziaria, si diceva.

I beni confiscati non venivano assegnati e la magistratura ha dovuto aprire a Trapani più di una indagine per scoprire come questo accadeva. Un funzionario del Demanio oggi è sotto processo. I mafiosi intercettati a Trapani, si legge sugli atti processuali, quelli che hanno portato alla condanna del “padrino” Francesco Pace, dicevano che la legge sulle confische andava cambiata, ma a loro favore. «Intercettati ridevano – ricorda don Ciotti – sostenevano che non sarebbe stato possibile tutto quello che oggi invece succede a loro sfavore e non solo in Sicilia. In Italia ci sono botteghe dove si vendono i prodotti che vengono dai terreni confiscati. Allora è possibile, è possibile affermarsi, ci vuole si una legge più incisiva, più efficace, lo Stato quando vuole dà segnali di grande valore, ieri come oggi, poi ci sono le aree grigie, troppe persone hanno depenalizzato i reati nella loro coscienza e quindi questo ritorno di colletti bianchi, di corruzione, ci inquieta molto. Uniamo allora le forze, l’energia, usiamo la testa, diamo una bella graffiata alla realtà». A proposito del boss Francesco Pace. Il caso ha voluto che mentre si inaugurava la nuova «Calcestruzzi Ericina Libera», compariva davanti ai giudici del Tribunale di Trapani Francesco Pace, il «padrino» erede di Vincenzo Virga, che la voleva far comprare ai suoi «amici», per poi pensare di farla fallire quando il tentativo non riuscì anche per l’opposizione alla vendita condotta dal prefetto dell’epoca Fulvio Sodano. Il boss Francesco Pace da ieri è imputato in nuovo processo (in un altro è stato condannato a 20 anni), scaturito da una indagine della Dia – denominata operazione «Betòn» – su intrecci malavitosi tra le “famiglie” di Paceco e Castellammare, anche in questo caso di mezzo cementi e gestione di impianti «in odor di mafia». Ma il nome di «don» Ciccio Pace è riecheggiato anche per altro durante l’inaugurazione della nuova azienda. Tra le proprietà che gli sono state tolte anche una cascina con giardino molto lontano da Trapani, a Moncalvo d’Asti, trasformata in centro di accoglienza per donne vittime di violenza sessuale. La struttura sarà gestita dall’associazione Onlus «Rinascita » di Asti. È stato il presidente di Libera, don Luigi Ciotti, ad annunciarlo: «C’è, dunque, un sottile filo conduttore tra il Piemonte e la bella Sicilia».Ma di fili conduttori ce ne sono altri. Un ficus, che ricorda l’albero Falcone di Palermo, è stato piantata all’interno dell’area della nuova azienda. L’iniziativa è dell’ordine degli Architetti della provincia di Trapani: «Ne pianteremo uno per ogni nuovo iscritto» ha detto il presidente Vito Corte.

La nuova Calcestruzzi Ericina Libera

A guidare il cammino della nuova azienda gli amministratori giudiziari, Luigi Miserendino e Carmelo Castelli, presidente della coop è stato nominato l’ex ragioniere della Ericina Giacomo Messina: «Quando scattò il sequestro – ricorda Messina – è stato un incubo, impressionante vedere posti dalla Polizia i sigilli nei nostri impianti, per noi la paura di aver perso il lavoro, vedevamo lo Stato come nemico, l’approccio per noi è stato del genere che quell’azione era brutale, contro di noi, ma ci sbagliavamo, se non c’era lo Stato oggi nessuno poteva essere qui. Oggi l’incubo è finito, ci siamo svegliati da quel brutto sogno, la realtà è risultata essere diversa da come sembrava dovesse essere. Continuiamo a lavorare e a dare lavoro, grazie ad una persona che è diventato nostro collega in forma “onoraria”, il prefetto Sodano, lui è un nostro collega, non finiremo mai di ringraziarlo». Luigi Miserendino, commercialista, palermitano, è l’amministratore giudiziario che con l’avv. Carmelo Castelli ha guidato la “ripresa” della Calcestruzzi Ericina. Con lui ci siamo trovati a chiederci se tutto quello che oggi accade non doveva avvenire molto tempo prima. «Meglio tardi che mai – risponde – l’importante è che sia riuscito il nostro progetto, abbiamo superato difficoltà enormi ma non ci voglio più pensare, oggi interessa il lavoro, oggi c’è il grazie alle istituzioni, a tanti uomini, che hanno permesso questo risultato. E’ stato raggiunto l’obiettivo perché questi operai una volta dipendenti dal mafioso Virga oggi da imprenditori possano avere un futuro».Ricorda il primo giorno in cui mise piede qui da amministratore giudiziario? «Ho conosciuto tutti i dipendenti, ho cercato di capire cosa stavano facendo per conoscere i loro problemi, già erano chiare le avvisaglie, il calo delle commesse, il rischio della chiusura dell’impianto, abbiamo avuto diversi periodi di cassa integrazione, grazie al prefetto Sodano siamo riusciti a riprendere quota nel mercato. Oggi c’è grande soddisfazione, penso che per Trapani sia una cosa importante, si comprende, e lo comprendono soprattutto gli imprenditori, che stare dalla parte della legalità contiene una grande convenienza, oggi gli imprenditori non hanno più qualcuno che dica loro dove comprare il cemento, gli imprenditori possono fare una scelta e non subire imposizioni». Oggi gli operai-imprenditori della Calcestruzzi Ericina offrono grandi sorrisi. Don Luigi Ciotti li ricorda quando incontrandoli non nascondevano i loro lacrimoni. «La Calcestruzzi Ericina non è più “cosa loro”, ma è “cosa nostra” – dice don Ciotti - un “noi” importante nel contrasto all’illegalità, ce lo dicono i meravigliosi operai e amministratori di questa azienda. Qui si è affermata la nostra Costituzione, gli articoli 1 e 4, quelli che riguardano il lavoro e la dignità del lavoro. Oggi qui c’è la dignità del lavoro, c’è la libertà di tante persone, è “cosa nostra” perché tutto questo è stato restituito alla gente onesta, agli operai, alle loro famiglie, qui col ciclo di recupero degli inerti c’è un nuovo lavoro, una nuova dignità, piccoli segni bisogna essere realisti rispetto al grande bisogno che c’è nel Paese. Ma i mafiosi debbono sapere che debbono restituire tutto quello che hanno guadagnato con la violenza, col sangue, ai mafiosi diciamo che è lo Stato che vince, vince il bene rispetto al male. Gli operai li ho visti piangere per l’insicurezza rispetto a quello che sarebbe successo, ma dalla loro parte hanno avuto la testardaggine di un bravo prefetto che si è opposto a tutte le manovre per fa fallire la Calcestruzzi Ericina, non ha mollato e insieme si è costruito, ecco perché il “noi” importante, è importante perché si sia tutti in gioco anche come singoli cittadini, no alla rassegnazione, no alla delega, finiamola di dire che non cambia niente, tiriamo fuori le unghie, mettiamo forza e passione cominciando dalle piccole cose, così si può voltare pagina». E però non tutto è risolto. A pochi chilometri dalla nuova Calcestruzzi Ericina Libera, su terreni confiscati alla mafia nelle campagne tra Paceco e Trapani ci sono i giovani della cooperativa Placido Rizzotto di Corleone a coltivare meloni, aglio e grano. Ma manca la manodopera locale, forse il passaparola dei mafiosi ancora funziona.
Trapani, 11.02.2009

Monsignor Giuseppe Casale, vescovo emerito di Foggia: «Io dico che Eluana ha finito di soffrire»

di Roberto Monteforte
«Escludo che per Eluana si possa parlare di omicidio. Rifiuto questa lettura perché, come molti altri, ritengo che quando c’è la dichiarazione di volontà di rifiutare l’accanimento terapeutico, si rifiuta un intervento tecnico e si lascia che la natura faccia il suo corso. Come si può parlare in questo caso di eutanasia in questo caso?».
È lineare il ragionamento di monsignor Giuseppe Casale, vescovo emerito di Foggia. Con serenità ribadisce il suo punto di vista sul caso Englaro. Un punto di vista molto diverso da quello di altre voci anche autorevoli della Chiesa, per le quali non vi sarebbe dubbio, quello di Eluana è stato omicidio, eutanasia.
Eppure nella Chiesa c’è chi si dice sicuro che la sospensione di alimentazione e idratazione sia eutanasia...
«Molti medici ritengono che l’idratazione e l’alimentazione forzata siano un medicamento. Non si tratta di un dar da magiare o da bere, ma di nutrire medicalmente con un sondino, con una miscela o altro che servono a tenere il corpo in vita. È alimentazione articificiale. Se uno la rifiuta, lasciando che la propria vita vada avanti secondo quello che è il pensiero di Dio, la sua volontà e la natura, allora quello che rifiuta è l’accanimento terapeuetico. Nel caso in cui non ci siano più prospettive o possibilità di una vita nuova, perchè ormai la lunga degenza esclude questa ipotesi, si tratta di affidarsi al corso della natura. Non è assolutamente eutanasia. Affermarlo è forzare le cose. È dare seguito ad interpretazioni politiche esasperate e unilaterali, forzate con questo vizio d’origine. Ci rifacciamo tanto alla natura e alle sue leggi e in questo caso ritieniamo che le sue leggi debbano essere violate? Diciamo che ci vogliono gli interventi tecnologici o biotecnici?».
Eppure la polemica monta nel paese. Non le pare che ci sia il rischio di una lacerazione profonda nella società?
«Dobbiamo lavorare perché si crei una nuova mentalità. Davanti alla morte di questa giovane creatura dobbiamo essere indotti a riflettere. A liberarci dai pregiudizi e dagli interessi di parte. Se dovessi dire il mio pensiero chiederi al Signore di tenermi in vita finché è possibile. Mi affiderei alla sua bontà. Aspettando che mi chiami. Non rinuncerei a seguire le cure che i medici mi consigliano, ma non vorrei trovarmi nella condizione di essere affidato a delle tecniche che prolungano artificiosamente la vita. Vorrei viverla ricca almeno di un rapporto con gli altri. Ho assistito molti ammalati terminali. Sino al momento in cui vi è possibilità di comunicazione con lo sguardo, con un canto, con un tocco della mano allora sì che c’è una comunicazione, che c’è la vita. Ma non è questo il caso che stiamo esaminando...».
Il mondo cattolico protesta vivacemente...
«C’è stata tutta questa mobilitazione. Io che sono uomo libero rifiuto di farmi mobilitare».
Lei è una voce fuori dal coro...
«No. Sono nel coro che è la Chiesa cattolica. Sarò forse un solista. E i solisti mettono in evidenza alcuni aspetti della partitura. In questo coro io ho voluto mettere in evidenza un’aspetto: quello della libertà della persona, quello della vita che è vita quando è fatta di relazioni, quello del rispetto della volontà anche quando non è espressa con un atto formale, come è stato per questa giovane donna che lunedì sera ha concluso il suo cammino. Rifiuto qualsiasi forma di “intruppamento”, di mobilitazione, di crociata. Perché le crociate hanno lasciato brutti segni nella storia della Chiesa».
Come costruire il “dopo Eluana”?
«Evitando di cadere nel tranello dei marpioni della politica sempre pronti a tirare l’acqua al loro mulino. Non è giusto usare strumentalmente un caso così drammatico per fini che non sono neanche politici, ma di rivincita di un gruppo sull’altro. Dobbiamo avere la dignità di uno sguardo nuovo della politica che rispetti le persone, che vada nella direzione della “polis”, la città al cui servizio noi siamo».
Come arrivare ad una legge sul testamente biologico che aiuti a definire il “fine vita”?
«Attraverso un confronto che rispetti le etiche diverse e la libertà delle opinioni. In un regime democratico la libertà va costruita nel rispetto reciproco e nell’accoglienza delle varie esperienze. Soprattutto nel rispetto delle persone che soffrono. E non credo che Bettino Englaro abbia fatto quello che ha fatto senza passare attraverso una grossa sofferenza. Abbiamo il dovere di rispettarlo e lui ha il diritto al nostro rispetto e alla nostra amicizia».
L'Unità, 11 febbraio 2009

Donne di mafia

di WALTER MOLINO
"Quello su Giusy Vitale non è un libro sulla mafia. E' un libro sulle donne di mafia. Una storia che, pur arrivando agli anni '90 è una perfetta rappresentazione del medio evo siciliano". Così Francesco La Licata, cronista de La Stampa e memoria storica della mafia, ha aperto la presentazione di "Ero cosa loro", ieri pomeriggio alla Feltrinelli della Galleria Alberto Sordi a Roma. Insieme all'autrice Camilla Costanzo c'era anche il Procuratore nazionale Antimafia Piero Grasso, il primo magistrato a raccogliere le confessioni della boss di Partinico: "Sono qui perché penso da tempo che le donne possono avere un ruolo dirompente nel processo di ripudio sociale di Cosa nostra - ha spiegato -. Il caso di Giusy Vitale è emblematico. E’ una donna cresciuta nella mafia e tra i mafiosi, che ordinava omicidi e procurava le armi, ma appena ha avuto la prima occasione per una vita diversa, per sé e per i figli, ha rotto con il passato denunciando anche i suoi fratelli". Camilla Costanzo, che non presenterà il libro a Partinico per una promessa fatta a Giusy Vitale, ha spiegato che oggi la collaboratrice di giustizia "è una donna sola ma con una forza straordinaria".

Secondo Francesco La Licata quello di Giusy Vitale è un libro importante: “Perché racconta da dentro la mafia vista con gli occhi di una donna. E racconta una Sicilia medievale, in particolare nel rapporto con i fratelli. Quei maschi di famiglia di fronte ai quali, anche da sposata, Giusy Vitale si toglieva il rossetto prima di parlare, per una questione di rispetto. E penso che se i fratelli non fossero stati in carcere per lei sarebbe stato molto difficile fare questo passo, non l'avrebbero lasciata in pace. Lo ammette lei stessa quando dice, nel libro, che questo giogo mortale dei fratelli può essere vinto solo con l'aiuto dello Stato”. In merito alle polemiche suscitate dall’operazione editoriale, La Licata ha invitato ad “abbandonare l’idea sbagliata che la collaborazione con la Giustizia preveda necessariamente un pentimento morale. Quel che conta ai fini giudiziari è la capacità del collaboratore di mettersi dalla parte dello Stato. E il bilancio del fenomeno del pentitismo mafioso è in attivo, lo Stato ci ha guadagnato, a partire da tutti i crimini che sono stati evitati”.

A Camilla Costanzo abbiamo chiesto cosa ne pensa della cattiva accoglienza del libro a Partinico. “La madre di Giusy Vitale ci ha fatto sapere che a Partinico il libro è già andato esaurito più volte, ma a parte questo credo che un certo fastidio da parte dei parenti delle vittime di mafia sia comprensibile. Quel che posso dire è che nel libro non c’è alcuna giustificazione, nessuna assoluzione. E’ solo un tentativo di capire. Io e Giusy Vitale siamo coetanee: quando io discutevo la mia tesi di laurea, lei era capo mandamento a Partinico. Col mio lavoro ho cercato di raccontare come si finisce in quel vortice, come si cresce, da donna, in mezzo alla mafia. Penso sia importante, pure, che chi ha commesso degli errori ne capisca il senso, e condivida con gli altri il proprio percorso”. Ma che donna è, oggi, Giusy Vitale? "Una donna sola. Ma con un'energia incredibile. Penso che se l'avesse messa al servizio del bene, anzichè della mafia, avrebbe smosso perfino le montagne. Penso che si possa sempre scegliere da che parte stare, anche a Partinico. Lei, cresciuta in mezzo alla mafia, mi ha detto che quando è finita in carcere, per la prima volta nella sua vita, si è sentita libera".
"Far parte di Cosa nostra non è come fare parte di una qualunque banda criminale: è una scelta di vita fondamentalista - ha aggiunto Piero Grasso -. Molti mafiosi sono votati all'obbedienza tanto da non conoscere spesso neppure i motivi per cui hanno ucciso, come un esercito di kamikaze usato da chi, dietro le quinte, regge i fili. Per questo, quando un mafioso decide di collaborare è importante usare il massimo della cautela, verificare tutte le possibilità. Nel caso di Giusy Vitale siamo di fronte a una persona che ha deciso di stare dalla parte dello Stato, dopo aver retto un mandamento mafioso, aver procurato armi per commettere omicidi. Eppure, quando ha avuto la possibilità, ha abbandonato tutto ed ha avuto il coraggio di denunciare persino i suoi fratelli". Riguardo al ruolo dei pentiti mafiosi, Grasso ha ricordato che "grazie a loro sono stati messi in crisi due pilastri di Cosa nostra come l'omertà e la solidarietà tra gli affiliati. Giovanni Brusca racconta che nel suo ultimo periodo di latitanza, quando i colpi dello Stato e le rivelazioni dei collaboratori stavano mettendo in ginocchio l'organizzazione criminale, i killer giungevano incappucciati agli appuntamenti prima di commettere un omicidio, tanta era la paura che gli stessi complici, un giorno, potessero accusarli".
Camilla Costanzo presenterà il suo libro in Sicilia nelle prossime settimane, nell'ambito della nuova edizione di Libera Mente Media lab, i laboratori sulla storia della mafia promossi dal Consorzio Sviluppo e legalità dell'Alto Belice corleonese, che quest'anno si svolgeranno a Palermo, Corleone, Monreale, San Giuseppe Jato e Altofonte, con la partecipazione di magistrati, storici e giornalisti. "Ma non a Partinico - ha precisato- così mi ha chiesto Giusy Vitale".

Libera Mente – 10 Febbraio, 2009 – 23:27

martedì 10 febbraio 2009

Tecnica del colpo di stato

RICCARDO ORIOLES
Ci sono due tipi di persone completamente differenti, in questi giorni, che appaiono confuse fra loro ma non hanno, come esseri umani, assolutamente nulla in comune. Quelli che in buona fede "difendono la vita" e la danno giustamente un valore superiore a ogni altra cosa. E quelli che difendono semplicemente un potere. I primi sbagliano solo, secondo me, su un elemento di fatto: un corpo che credono vivo (per come presentato dai media) e che in realtà non lo è. I secondi, lucidissimi, gestiscono il passaggio finale del Piano di Rinascita: l'abolizione dell'odiata democrazia (comunista, faziosa, antifascista, demagogica, senzadio, modernista e chi più ne ha più ne metta: sono tutte definizioni storicamente usate in un momento o nell'altro) e l'instaurazione del regime d'ordine, della dittatura dei pochi.Ai primi bisogna tributare più che mai rispetto, perché seguono una coscienza, e la diversità di opinioni non menoma la loro onestà di cittadini. E' ormai da generazioni che i cattolici, in Italia, hanno superato il loro esame civile. Non c'è stata battaglia sociale, dagli anni Settanta in poi, in cui credenti e non credenti si siano sostanzialmente differenziati. Il triste Vaticano di Ratzinger non è che un episodio passeggero e ha le sue radici in luoghi "laici" (neoconneries, razzismi, idolatrie dei consumi), non in una cultura cattolica diffusa.Non è il primo papa che "fa politica" e s'illude, facendola, di esercitare chissà quale funzione provvidenziale. Ma costruisce sull'acqua: la chiesa è papa Giovanni, non è lui. Due cose, dal sessantotto in poi, sono veramente cambiate nella società italiana: i cattolici e le donne. Chi vuol resuscitare i Pii dodici ha la stessa consistenza storica e la stessa probabilità di successo di una Carfagna che teorizzasse un ritorno ai poteri monarchici di qualche madame Pompadour.* * *E' vero invece che, su un terreno accuratamente scelto e con una programmazione evidentemente ben meditata, il regime sonda il colpo di stato. Alcune cose dette da Berlusconi in questi giorni sono da impeachment ai sensi dell'articolo 90 della Costituzione. Benissimo ha fatto il Presidente della Repubblica a fare - sostanzialmente - appello al popolo in questo caso. Garante della Repubblica e Capo delle forze armate, egli ha materialmente i poteri per fermare il putsch. Che non è fatto solo di propaganda e politica ma di risorse concrete (ultras, camorristi, squadristi organizzati) che potrebbero in un domani essere mobilitate, non per la prima volta, a sostegno di un golpe neanche tanto "legale".In questi giorni difficili, i più decisivi dalla fondazione della Repubblica in poi, manca però un protagonista fondamentale, la sinistra. Nella sua connotazione moderata come in quelle più radicali, essa sta dando una prova penosa di superficialità, leggerezza e disunione. Fra i "democratici", i grotteschi egocentrismi di Veltroni; fra i "rivoluzionari", cinque o sei partiti e aspiranti partiti ridicolissimi, non in grado nemmeno di fare una lista unica in un momento come questo; Di Pietro a condire il tutto con le tirate "rivoluzionarie" contro Napolitano.Tocca a noi "cittadini semplici", a quanto pare, tirarci fuori dai guai. Un esempio da seguire c'è, ed è quello del movimento antimafia degli anni Ottanta e Novanta. Che in momenti difficili, con i politici nel pallone e la Repubblica sotto il mirino dei potenti, ha pur saputo unirsi, fare Cln e fare rete, essere trasversale ma risoluto, attaccare. Certo è durato poco, ma forse allora, in quegli anni, ha impedito molte cose. E' ora di ristudiarlo con attenzione, capire i suoi punti di forza ed i suoi errori, rifarlo senza questi ultimi ma con la stessa decisione. E' l'unica via d'uscita, adesso, e in fondo è sempre la stessa e si potrebbe anche chiamare Resistenza.
La Catena di San Libero n. 38110 febbraio 2009

domenica 8 febbraio 2009

Palermo, parco della Favorita. Cani randagi attaccano chi fa attività fisica

di Antonio Fiasconaro
Il fenomeno del randagismo si sta diffondendo in città sempre più a macchia d'olio. Si fa davvero poco per debellarlo, anzi niente. Stavolta branchi di cani randagi hanno preso d'assalto nei giorni scorsi diversi appassionati che la mattina svolgono attività fisica tra i viali della Favorita. Sbucano all'improvviso dai cespugli senza farsi accorgere mentre i podisti stanno svolgendo la loro attività di «footing». Non sono mancati anche i «morsicamenti» e di cittadini che hanno dovuto fare ricorso alle cure mediche.Non sono mancate nemmeno le denunce e, in questo caso, le forze dell'ordine interpellate hanno dovuto fare «spallucce», come si dice in questi casi perchè il problema non è di competenza.Sembra, attraverso le testimonianze dei cittadini che da anni frequentano i viali della Favorita, attualmente nella Real Tenuta ci sarebbero almeno due-tre branchi di randagi che terrorizzano quanti corrono per sport o per tenersi in linea.La situazione è davvero preoccupante. I cani che «scodinzolano» tra i viali sono affamati e in cerca di cibo.E' pur vero che il fenomeno si allarga sempre più anche grazie agli stessi cittadini che «impietosendosi» alla vista dei randagi, fanno di tutto per aiutarli e quindi al loro sostentamento.«Non se ne può più – sottolinea Alessandro Vinci, appassionato podista e frequentatore della Favorita dal 1989 – da qualche tempo i randagi sbucano dalle aiuole che si trovano sia nei pressi del piazzale dei Matrimoni che da piazza Niscemi. Io finora non sono stato attaccato e quindi aggredito, ma so di altri colleghi che nei giorni scorsi hanno dovuto faticare non poco per avere ragione dei cani che puntualmente attaccano al passaggio dei podisti».Gli fa eco Vincenzo Lo Re, altro ex atleta oggi amatore e che partecipa a diverse manifestazioni che si svolgono in città ed in provincia che dal 1978 frequenta la quiete dei viali della Favorita per tenersi in forma.«Proprio l'altro ieri – racconta – un mio compagno che fa footing con me è stato attaccato da un branco di randagi ed uno di questi lo ha morsicato ad una coscia. L'ho dovuto accompagnare di corsa al vicino pronto soccorso di Villa Sofia dove è stato medicato».E le istituzioni? Fanno quel che possono. Si dovrebbe fare di più. Come al solito a vincere sono sempre i «branchi» che si moltiplicano, terrorizzando la gente.

sabato 7 febbraio 2009

Corleone. Sabato mattina i funerali di Giovanna Vasi, la donna morta di meningite

CORLEONE – Si sono svolti sabato mattina, alle 10.30, nella Chiesa Madre di Corleone, i funerali di Giovanna Vasi, la giovane donna di appena 31 anni, morta di meningite da pneumococco venerdì mattina all’Ospedale Civico di Palermo. Molti i cittadini presenti alla cerimonia funebre, che poi hanno accompagnato la bara in corteo fino al cimitero. La donna lascia il marito e un bambino di appena quattro anni, che frequenta la scuola materna. La sera dello scorso mercoledì, la donna era stata colta da febbre alta e lancinanti dolori alla testa e i familiari hanno chiamato il 118, che l’ha trasportata al pronto soccorso dell’Ospedale, dove era stata prontamente soccorsa dai medici. Ma, data la gravità del caso, ne hanno disposto il trasferimento all’Ospedale Civico di Palermo, dove le è stata diagnosticata una meningite da pneumococco. La notizia ha suscitato vivo allarme nella popolazione, specie tra le mamme con bambini in età scolare. Presi d’assalto gli ambulatori dei medici di base, i centralini dell’ospedale, del Distretto sanitario e dell’Ufficio di Igiene Pubblica di Corleone. Prese d’assalto anche le farmacie per l’acquisto dell’antibiotico specifico. Per tranquillizzare i genitori degli alunni e l’intera popolazione, nella tarda mattinata di venerdì è stato diffuso un comunicato dall’Ufficio di Igiene Pubblica, dal Distretto Sanitario e dall’Associazione dei Medici di famiglia. «In ordine al recente caso di meningite – c’era scritto - è stata già attuata in forma cautelativa la profilassi antibiotica nei confronti dei conviventi stretti dell’ammalata. La terapia non va somministrata a chi ha avuto contatti occasionali: parenti amici e conoscenti». Si ribadiva, in sostanza, che non esisteva nessun pericolo di epidemia e che le strutture sanitarie avevano già adottato tutte le misure del caso. Su disposizione del Comune di Corleone, ieri sono rimaste chiuse tutte le scuole e si è provveduto alla disinfestazione e all’igienizzazione dei locali. Lunedì, comunque, dovrebbero riprendere regolarmente le lezioni.
Dino Paternostro

venerdì 6 febbraio 2009

Corleone. Meningite da pneumococco la probabile causa della morte di una giovane

di Cosmo Di Carlo
Stupore, paura e grande emozione ha suscitato la morte causata probabilmente da una meningite da pneumococco di una giovane signora corleonese di 31 anni, Giovanna Vasi, sposata e madre di un bambino di 5 anni, che frequenta uno degli asili comunali.
La donna si era sentita male la sera di mercoledì scorso, quando aveva avvertito i primi sintomi della malattia: febbre alta e lancinanti dolori alla testa. I familiari hanno chiamato il 118 e con un’ambulanza la donna è stata portata al pronto soccorso dell’Ospedale dei Bianchi: Qui è stata prontamente soccorsa dai medici del nosocomio, che in considerazione della gravità del male ne hanno disposto il trasferimento presso l’unità di rianimazione e terapia intensiva dell’Ospedale Civico di Palermo. La notizia dell’evento ha suscitato allarme tra i cittadini e paura tra le mamme con bambini in età scolare. Presi d’assalto gli ambulatori dei medici di base, i centralini dell’ospedale, dei servizi territoriali e dell’Ufficio di Igiene Pubblica del distretto n° 5 di Corleone. Ieri mattina, per tranquillizzare i genitori degli alunni, il dottor Michele Musacchia, responsabile dell’Ufficio di Igiene Pubblica, ed il sindaco Nino Iannazzo hanno incontrato, con il dirigente scolastico Leoluca Sciortino, i familiari dei ragazzi per tranquillizzarli. “L’evento non è avvenuto in ambiente scolastico né in un ambiente di lavoro e si tratta di un caso sporadico – ha spiegato il dottor Michele Musacchia – tutti coloro che hanno avuto contatti diretti sono stati trattati secondo il protocollo previsto e non esiste nessun rischio per la popolazione”. Nella tarda mattinata è stato diffuso un comunicato dall’Ufficio di Igiene Pubblica nel quale si leggeva: “In ordine al recente caso di Meningite si comunica che è stata già attuata in forma cautelativa la profilassi antibiotica nei confronti dei conviventi stretti dell’ammalata e che la terapia non va somministrata a chi ha avuto contatti occasionali: parenti amici conoscenti”. Si ribadiva che non esisteva nessun allarme di epidemia e che le strutture sanitarie avevano già adottato tutte le misure del caso. Il comunicato è stato firmato dal vicedirettore del Distretto dottor Liborio Moscato, dal dottor Michele Musacchia, dalla dottoressa Giuseppina Calia e per i medici di base dal dottor Angelo Dragna. Mentre dal comune il sindaco rendeva noto di aver disposto la disinfestazione e l’igienizzazione di tutti i locali scolastici. La giovane donna è morta all’Ospedale Civico alle ore 9 di ieri mattina. Dai primi esami sembra che non si sia trattato di una meningite da meningococco di tipo “C”, ma da pneumococco. La salma della giovane è arrivata nella serata di ieri in città. I funerali si svolgeranno oggi alle 10,30 nella Chiesa Madre. (*CO:DI:*)

Il Cimitero di Piana degli Albanesi non può essere un grande affare speculativo

di Giancarlo Cuccia
La nostra proposta è semplice. Mantenere pubblico il cimitero, garantendo pari trattamento per tutti i cittadini. Storicamente la gestione pubblica del cimitero di Piana ha garantito pari dignità ai cittadini, annullando innanzi alla morte le differenze sociali ed economiche e ciò lo dimostra l'uniforme composizione strutturale e l'assenza di tombe gentilizie. In questi anni l'Amministrazione di centrodestra ha di proposito trascurato il Cimitero di Piana per motivare la cessione dello stesso ad un soggetto privato. Si sono ereditati dalla passata amministrazione oltre 400 loculi e in questi anni non si ha avuta l'accortezza di programmare la costruzione di nuovi loculi, ma si è cercato solo di tamponare il problema con costruzioni di blocchi da 40 loculi alla volta, che hanno causato numerosi disservizi. Infatti in questi ultimi due anni le salme sono state accantonate in maniera provvisoria nei loculi di proprietà della Società Agricola per poi essere spostate nei loculi manmano costruiti con notevoli disagi per i familiari. Pertanto l'emergenza delle salme accantonate è stata costruita ad arte dal Sindaco per giustificare il processo di privatizzazione.E in più le somme entrate dalla vendita dei loculi non sono state accantonate in capitoli di bilancio con la finalità di costruire altri loculi, ma sono stati sperperati in altre attività.Noi come Opposizione consiliare abbiamo proposto una soluzione semplice:La mortalità media nel nostro paese è di circa 80-90 persone all'anno.Per costruire 80-90 loculi servono circa 100.000 euro.Basterebbe:1. utilizzare la somma di 60.000 euro annui che il Comune vuole dare alla ditta privata per la gestione del Cimitero per la costruzione di nuovi loculi;2. adeguare il costo del loculo per i cittadini a 800-900 euro;3. accantonare i soldi derivati dalla vendita dei loculi in appositi capitoli di bilancio da utilizzare per la realizzazione di nuovi loculi;4. che si intervenga nella parte vecchia del cimitero, recuperando i loculi.E' assurdo che la nostra Amministrazione impieghi 66.000 euro per pagare due consulenti per il nostro Comune che ricoprono incarichi di competenza degli Assessori e dei Dirigenti del Comune, che già sono pagati per svolgere queste funzioni. Basterebbe impiegare questa somma riservata ai consulenti per avere un Cimitero efficiente, visto che un servizio come quello del cimitero è da considerare fondamentale e utile per la cittadinanza e non è semplicemente un costo di cui liberarsi come vuole fare credere la maggioranza di centrodestra.
"PROJECT FINANCING CIMITERO COMUNALE DI PIANA DEGLI ALBANESI

Ecco schematicamente cosa prevede: DURATA DELLA CONCESSIONE: 22 ANNI LOCULO PER I CITTADINI RESIDENTI; COSTO PREVISTO PER I PRIMI DUE ANNI: 1.100 euro(attualmente con la gestione pubblica costa 544,88 euro); COSTO PREVISTO A PARTIRE DAL TERZO ANNO: 1.540 euro con successivo adeguamento in base all'inflazione.
LOCULO PER I CITTADINI NON RESIDENTICOSTO PREVISTO PER I PRIMI DUE ANNI: 3.465 euro (attualmente con la gestione pubblica costa 1060,88 euro) COSTO PREVISTO A PARTIRE DAL TERZO ANNO: 4.180 euro con successivo adeguamento in base all'inflazione.COSTO PER ALLESTIMENTO DEI LOCULI (portafiori, portafoto, scritte e rifinitura)COSTO IMPOSTO DALLA DITTA IN REGIME DI MONOPOLIO 1044 euro più adeguamento in base all'inflazione. A fronte di un attuale regime di concorrenza che porta il prezzo di mercato attorno ai 600 euro.COSTO INSTALLAZIONE DELLL'ILLUMINAZIONE VOTIVACOSTO IMPOSTO DALLA DITTA 84 euro più adeguamento in base all'inflazione.A fronte di un attuale prezzo di 17 euro.IN PIU' L'AMMINISTRAZIONE DA UN COMPENSO DI 60.000 EURO ANNUI ALLA DITTA CHE GESTIRA' IL CIMITERO (PIU' L'ADEGUAMENTO IN BASE ALL'INFLAZIONE).IN PIU' IL COMUNE SI IMPEGNA A DEFINIRE A PROPRIE SPESE GLI ESPROPRI DELLE AREE, DI INDIVIDUARE E BONIFICARE CON DEMOLIZIONI, SISTEMAZIONE ESTERNA, ESTUMULAZIONE E SUCCESSIVE TUMULAZIONI, LE AREE DEL VECCHIO CIMITERO OGGETTO DI INTERVENTO ASSEGNANDOLI AL CONCESSIONARIO.IN PIU' LA CUSTODIA DEL CIMITERO RIMANE A CARICO DEL COMUNE.

DATI PRESI DALLA BOZZA DI CONVENZIONE

06 febbraio, 2009

mercoledì 4 febbraio 2009

Stretta sul carcere duro ai mafiosi. Voto bipartisan al Senato

A grande maggioranza passa la modifica che inasprisce l'isolamento ai boss. L'interpretazione permissiva finora applicata ha cancellato il 41bis a più di 500 detenuti
ROMA - Maggioranza e minoranza insieme per il carcere duro ai mafiosi. Con cinque soli voti contrari e 14 astenuti, il Senato ha approvato a larghissima maggioranza (249 favorevoli) il giro di vite sul 41bis contenuto nel ddl sicurezza. L'inasprimento della norma aumenta a quattro anni la durata dei provvedimenti restrittivi e corregge le disfunsioni di una legge che aveva costretto i magistrati di sorveglianza a cancellare a un numero sempre maggiore di carcerati i pesanti limiti previsti per i delinquenti affiliati alla malavita organizzata. Carlo Vizzini, presidente della Commissione affari costituzionali, è stato uno dei firmatari dell'emendamento: "Era indispensabile irrigidire il regime penitenziario: seppure al 41bis, i mafiosi continuavano a gestire il malaffare dall'interno del carcere". La modifica al progetto governativo sulla sicurezza era stata annunciata dal ministro alla Giustizia Angelino Alfano. "Bisogna risolvere le carenze dovute alle interpretazioni della legge che spesso hanno determinato la fine dell'applicazione per molti detenuti", aveva scritto in una nota ufficiale il Guardasigilli. L'allarme era stato lanciato da Repubblica. Nei primi sei mesi 2008, trentasette padrini hanno lasciato le celle del 41 bis: Giuseppe La Mattina, uno dei mafiosi che uccise il giudice Paolo Borsellino; Giuseppe Barranca e Gioacchino Calabrò, che si occuparono degli eccidi del 1993, fra Roma, Milano e Firenze; Antonino Madonia, il capofamiglia di Palermo Resuttana che in gioventù assassinò, fra tanti, il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa e il commissario Ninni Cassarà. A luglio 2008, sono tornati al ruolo di detenuti semplici, il 6,5 per cento dei detenuti sottoposti al 41bis, 566 reclusi distribuiti in 12 istituti penitenziari.
(La Repubblica, 4 febbraio 2009)

martedì 3 febbraio 2009

Piana degli Albanesi (Palermo). Bocconi avvelenati, ecatombe di animali

Da venerdì scorso il territorio comunale di Piana degli Albanesi è cosparso di bocconi avvelenati che già in cinque giorni hanno fatto numerose vittime tra i cani e i gatti randagi e padronali. La moria degli animali e lo spargimento a tappeto del veleno nella pubblica via, fenomeno diffuso in tutta la provincia di Palermo, in quest'ultimo caso ha assunto dimensioni allarmanti. Sono stati gli stessi cittadini di Piana a denunciare alla LAV l'incredibile ecatombe di animali ed a tutt'oggi il ritrovamento fin sull'uscio della propria casa di numerose carcasse di animali. Per alcune di queste sarà l'Istituto Zooprofilattico di Palermo, tramite esame autoptico, a stabilire il tipo di veleno usato. La LAV ha scritto al Sindaco di Piana degli Albanesi per chiedere dei provvedimenti urgenti che mettano in sicurezza gli animali, ma anche gli stessi cittadini, poiché è noto che i casi di avvelenamento di randagi non sono solo un esempio di intolleranza e maltrattamento di animali, perseguibile per legge, ma costituiscono anche un serio problema di sicurezza pubblica. Un tale spargimento di veleno, sia dentro che fuori il centro urbano, impone un intervento immediato come prescritto dall' Ordinanza Ministero del Lavoro, della Salute e delle Politiche Sociali del 18 dicembre 2008 "Norme sul divieto di utilizzo e di detenzione di esche o di bocconi avvelenati." Nell'Ordinanza, il Sindaco, in caso di episodi di avvelenamento anche solo sospetto, deve dare immediate disposizioni per l'apertura di una indagine, da effettuare in collaborazione con le altre Autorità competenti. Qualora venga accertata la presenza di bocconi o esche contenenti sostanze tossiche o nocive e/o la loro ingestione deve provvede ad attivare tutte le iniziative necessarie alla bonifica dell'area interessata. Entro 48 ore dall'accertamento della violazione deve provvedere ad individuare le modalità di bonifica del terreno e del luogo interessato dall'avvelenamento, prevedendone la segnalazione con apposita cartellonistica nonché a intensificare i controlli da parte delle Autorità preposte.
"Quanto successo a Piana è intollerabile e rende l'idea di come un atto grave come lo spargimento di veleni nella pubblica via sia diventata una pratica quasi quotidiana e purtroppo sottovalutata dalle Istituzioni. – dichiara Marcella Porpora, Coordinatrice regionale LAV Sicilia -. Oltre ad aver scritto al Sindaco di Piana degli Albanesi perché attivi gli immediati interventi previsti dall'Ordinanza Ministeriale, abbiamo scritto al Prefetto di Palermo affinché istituisca un Tavolo tecnico al fine di contrastare in maniera efficace ed organizzata il fenomeno dello spargimento di bocconi avvelenati e di mettere in sicurezza animali e persone." L' Ordinanza prevede, infatti, l'istituzione di un Tavolo tecnico di coordinamento presso la Prefettura per la gestione degli interventi da effettuare e per il monitoraggio del fenomeno. Il Tavolo tecnico, coordinato dal Prefetto o da un suo rappresentante, deve essere composto da un rappresentante della Provincia, dai Sindaci delle aree interessate e da rappresentanti dei Servizi Veterinari delle Aziende Sanitarie Locali, del Corpo Forestale dello Stato, degli Istituti Zooprofilattici Sperimentali competenti per territorio, delle Guardie zoofile e delle Forze di Polizia locali.
Palermo, 03.02.2009

PER UNA RELIGIONE CIVILE

di Francesco Palazzo
Recentemente si è avviato il dibattito su come i cattolici italiani possono contribuire alla realizzazione di una religione civile. Intesa, quest´ultima, come principio unificatore, non confessionale, di un popolo. Una sorta di etica pubblica condivisa. Parlare di cattolicesimo italiano, come se fosse un blocco monolitico, può essere fuorviante. Occorre guardare da vicino le singole realtà regionali per farsi un´idea meno approssimativa. Concentriamoci sulla Sicilia. Sul piano teorico si possono avanzare tante considerazioni. Può essere, però, utile riferirsi a due casi concreti e recenti. Ciò consente di allargare subito il campo dal cattolicesimo al cristianesimo e di comparare due modi diversi di porsi nei confronti della società dei due spezzoni fondamentali del cristianesimo: quello cattolico e quello protestante. Cominciamo dal primo. Abbiamo appreso che l´arcivescovo di Palermo, durante un incontro con il rettore dell´ateneo del capoluogo, svoltosi qualche giorno dopo l´epifania, ha chiesto, per gli universitari, l´apertura al culto della cappella di S. Giuseppe, che si trova presso la facoltà di giurisprudenza, e l´individuazione di un simile presidio di fede in viale delle Scienze, dove sorge il principale polo dell´università palermitana. Entriamo nel merito. Se la religione cattolica fosse minoritaria, agente in territorio nemico, povera, il suo massimo rappresentante in città avrebbe tutta la necessità nel chiedere siti dove esercitare il culto. Si da, però, il caso, evidente a chi conosca anche solo superficialmente il centro antico di Palermo, che la zona compresa tra la facoltà di giurisprudenza e viale delle Scienze è piena di chiese cattoliche. Peraltro, nella stessa area si trovano pure la cattedrale, la curia, il seminario e la facoltà teologica. Posti che, in quanto a spazi per riti liturgici o incontri di altro tipo, potrebbero semmai ospitare altri che ne fossero sprovvisti. C´è anche da valutare la laicità dei luoghi pubblici. L´università è il luogo del sapere. Funzione che dovrebbe contemplare l´universalità e non sposarsi con frammenti, seppure maggioritari, come la chiesa cattolica. Infine. Perché i cattolici hanno sempre questa impellenza di chiedere pur avendo e ricevendo già in sovrabbondanza? Ci pare, quella descritta, una strada che difficilmente può portare alla creazione di una religione civile. Perché mostra una chiesa più attenta ad aumentare la quantità dei riti, delle strutture per sé e non la qualità della sobria contaminazione con il tessuto sociale. Guardiamo il versante protestante. Nella prima domenica di ogni mese, i Valdesi celebrano la cena del Signore. Non ci sono trasformazioni di sostanze, il pane e il vino rimangono tali. E´ un memoriale, vuole sottolineare la presenza del Cristo e la comunione con lui. A noi importa il modo con cui la chiesa Valdese vive tale momento. Ci interessa perché indica un possibile percorso, tra i tanti, verso una religione civile. Le parole del pastore Giuseppe Ficara, durante la celebrazione del 4 gennaio, nel tempio che sorge nel centro di Palermo, sono state le seguenti. "La tavola è apparecchiata, questa non è la cena dei valdesi, dei credenti, di alcuni e alcune, ma la cena del Signore, aperta a tutti, è lui che ci invita, avvicinatevi". Si rimane colpiti nel profondo. Ci troviamo di fronte a una chiesa che dona e non chiede. Che accoglie e non discrimina. Che, pur essendo estremamente povera di mezzi, non ne domanda, ma estende a tutti quel poco che ha. Che pone, perciò, le basi per un discorso comune e non per ragionamenti di parte. In tal modo i Valdesi contribuiscono alla formazione di una cittadinanza responsabile, che potrebbe essere una traduzione della religione civile di cui parliamo. L´esortare tutti ad avvicinarsi per condividere qualcosa di cui nessuno è padrone, ma tutti responsabili e chiamati, stimola a una cittadinanza attiva e attenta nei confronti di quanti gestiscono la cosa pubblica. E ciò proprio perché insegna a non attendere passivi dal potere, religioso o civile che sia, un qualcosa che spetta in quanto esseri umani partecipanti liberamente a un´assemblea comune. Sono due esempi minimi. Ma a volte, partendo dal piccolo, si possono meglio osservare e capire i grandi processi.
Da "Centonove", 30.1.09

Al via il progetto formativo-culturale per comunicatori sociali "Giorgio Bonelli"

La comunicazione sociale e l’editoria del Terzo settore rappresentano realtà di interesse crescente. Contemporaneamente nei media si sta facendo strada una maggiore sensibilità verso i temi e le problematiche sociali. Sono nuove frontiere nelle quali tanti giovani si stanno sperimentando.Pensando a queste nuove sfide il Forum Permanente del Terzo Settore, parte sociale riconosciuta cui aderiscono le principali realtà del mondo del Volontariato, dell’Associazionismo, della Cooperazione Sociale, della Solidarietà Internazionale, della Finanza Etica e del Commercio Equo e Solidale, si è fatto promotore di un progetto dedicato alla formazione dei giovani che vogliono intraprendere la professione di “comunicatori sociali”. Il Progetto è intitolato a Giorgio Bonelli, per 40 anni capo ufficio stampa delle Acli, decano del giornalismo associativo, membro della Giunta esecutiva dell’Associazione Stampa Romana e tra i promotori della riforma dell’accesso alla professione giornalistica, scomparso nel dicembre 2003.Con questo Progetto formativo, il Forum Permanente del Terzo Settore intende valorizzare il patrimonio culturale e professionale di cui Giorgio Bonelli era portatore.

Obiettivi e ambiti di attività. Il progetto è finalizzato a favorire concrete occasioni formative a persone fortemente motivate ad una formazione specifica nel settore non profit e all’apprendimento di tecniche e di metodologie di lavoro nell’ambito della Comunicazione e Informazione del Terzo Settore. Gli ambiti di attività interessati sono:
1. Uffici stampa e strutture di comunicazione ed editoria di organizzazioni aderenti al Forum del Terzo Settore o coinvolte nel progetto;
2. Redazioni di testate di informazione sociale di organizzazioni aderenti al Forum del Terzo Settore o coinvolte nel progetto.

Destinatari. La IV edizione del Progetto “Giorgio Bonelli” prevede tre profili:
A. 2 stage di “aggiornamento sociale” per giornalisti pubblicisti o professionistiB. 8 stage formativi per giovani neo laureati (laurea di base, magistrale o vecchio ordinamento) di cui:
tre aperti a tutti i laureati;
cinque riservati ai laureati associati Arca-Enel;
C. 10 stage per studenti iscritti al corso di laurea magistrale che daranno diritto a crediti formativi, di cui:
cinque aperti unicamente agli studenti iscritti alle Facoltà e Corsi di Laurea di Scienze della Comunicazione dell’Università “Sapienza” di Roma, e delle Università degli studi di Bologna, Padova, Pisa e Sassari, del corso di Laurea in Comunicazione per le Istituzioni e le Imprese presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell'Università di Torino e dei Corsi di Laurea in Comunicazione pubblica e d'impresa e in Comunicazione politica e sociale dell’Università di Milano
cinque riservati agli studenti associati Arca-Enel, iscritti a qualunque Corso di Laurea, purchè con i requisiti previsti al capitolo Requisiti per il profilo C

Requisiti. Sono condizioni necessarie di partecipazione: Per il profilo A essere iscritto all’Ordine dei giornalisti alla data di pubblicazione del bando (10 dicembre 2008), senza limiti di età; Per il profilo B essere laureato (laurea di base, magistrale o vecchio ordinamento) alla data di pubblicazione del bando (9 dicembre 2008), avere meno di 28 anni alla data indicata del termine di partecipazione ed essere in possesso di una conoscenza informatica di base. Per il profilo C essere iscritti alla data di pubblicazione del bando (9 dicembre 2008) a uno dei corsi di laurea previsti al capitolo Destinatari, avere meno di 28 anni alla data indicata del termine di partecipazione ed essere in possesso di una conoscenza informatica di base. Non sono ammesse candidature di studenti iscritti al Vecchio Ordinamento. Nel caso in cui un candidato, iscrivendosi al profilo C, si laurei nel periodo precedente all’attivazione dello stage, non passerà di profilo.

Beneficiari ARCA (solo per i profili B e C). Sono ammessi a concorrere al bando i figli a carico e quelli non a carico (purché conviventi) dei soci ordinari, gli equiparati ai figli ai sensi di legge, gli orfani dei soci ordinari deceduti per cause di servizio, i figli dei soci ordinari cessati dal servizio per infortunio sul lavoro o malattia professionale, riconosciuti totalmente inabili a proficuo lavoro da parte del Fondo di Previdenza Elettrici, dell'INPDAP o INAIL. Domande di partecipazione


Per partecipare occorre:

- compilare il modulo pubblicato sul sito www.forumterzosettore.it/progettobonelli/ allegando un file con un dettagliato curriculum vitae ed eventualmente un file con una breve lettera di motivazione.E’ possibile presentare domanda per uno solo dei profili, pena la esclusione.Il candidato riceverà a mezzo posta elettronica conferma dell’avvenuta ricezione della domanda di partecipazione.
In caso di mancata ricezione entro 48 h. dalla compilazione del modulo sul sito si prega di contattare la Segreteria Organizzativa del Progetto (cfr. riferimenti in fondo al Bando).

Tutti i dati che verranno raccolti saranno utilizzati esclusivamente per le finalità previste dal presente Bando e con le modalità previste dal Dlgs 196/2003.

Durata e modalità. Gli stage prevedono un monte di 310 ore da svolgersi in tre mesi. Lo stage comprende una borsa di studio di 1.000,00 (mille) euro lordi per ciascun candidato ammesso per il profilo A e B; gli studenti del profilo C acquisiranno crediti formativi (per gli associati Arca-Enel è prevista l’erogazione della borsa di studio anche per il profilo C e crediti formativi a discrezione delle Università frequentate). L’erogazione della borsa di studio e dei crediti formativi avverrà al termine dello stage.Gli stage potranno prendere avvio a partire dal mese di aprile 2009. Tempi e modalità saranno stabiliti dall’organizzazione ospitante, l’inadempimento di questi termini comporterà l’interruzione dello stage e la perdita della borsa di studio e dei crediti formativi.I candidati selezionati, oltre a seguire la pratica quotidiana dell’attività degli uffici stampa e Comunicazione della Redazione in cui sono inseriti, saranno invitati a seguire le iniziative culturali attivate dal progetto stesso.A tutti i vincitori sarà anche consegnata una copia della nuova edizione completa dell’Agenda del Giornalista.


Ammissione. Una apposita commissione valuterà domande e curricula dei candidati.I candidati idonei potranno essere successivamente chiamati per un colloquio motivazionale per completare le informazioni relative alla selezione.I vincitori del bando saranno informati a mezzo telefonico e/o posta elettronica.


Termini di partecipazione. Le domande di partecipazione dovranno essere compilate entro e non oltre il 13 marzo 2009 secondo la modalità indicata nel sito www.forumterzosettore.it/progettobonelli

Rinuncia
Al candidato selezionato sarà proposta una sola sede dove svolgere lo stage, e qualora vi rinunciasse perderà, salvo seri e documentati motivi, il diritto allo stage e di conseguenza la borsa di studio e tutti i premi annessi.Luogo svolgimento stageNei limiti delle possibilità gli stage si svolgeranno nella regione di residenza o di domicilio indicata dai candidati all’interno della domanda o segnalata nel corso dei colloqui orientativi. Per informazioni
Segreteria Organizzativa "Progetto Bonelli”
tel 06 68.13.68.44 fax 06 68.59.522 (lunedì-venerdì h. 10:30-13:30)e-mail: progettobonelli@forumterzosettore.it

lunedì 2 febbraio 2009

La giornata della memoria promossa da Libera e da Avviso Pubblico. Verso il 21 marzo a Napoli

Le fatture sbagliate di "Acque Potabili Siciliane". "Pronti alle rettifiche"

Palermo, 2 febbraio 2009 – Acque potabili siciliane, società del gruppo Acque potabili Torino, gestore dell’Ato idrico Palermo 1, a seguito dell’approvazione della struttura tariffaria da parte della Conferenza dei sindaci, ha inviato nelle scorse settimane le prime 19 mila fatture a conguaglio ad altrettanti utenti dei 26 Comuni prima serviti dall’Eas, mentre a 9 mila utenti, i cui contatori sono risultati guasti, la fattura sarà inviata solo dopo un nuovo calcolo basato sui consumi medi per tipologia di consumo e si procederà a breve con la sostituzione del misuratore. Il 2% di queste 19 mila fatture, pari a circa 400 casi, ha evidenziato errori dovuti, nella maggior parte dei casi, a dati sbagliati comunicati dall’Eas ad Aps, relativi alle precedenti letture del triennio 2004-2006. Sono state riscontrate anche perdite a valle del contatore mai registrate prima o in altri casi vi è il sospetto che il contatore sia guasto. E’ anche vero che le verifiche hanno consentito di mettere in luce casi limite, come utenze registrate a suo tempo come residenze domestiche e allacciate invece a caseifici, oppure condomini con dieci appartamenti che indicano consumi pari a zero. L’area Clienti di Aps sta provvedendo alle necessarie verifiche e, laddove siano dimostrati errori imputabili alle passate comunicazioni dell’Eas, emetterà nuove fatture corrette. Qualora l’errore accertato dipendesse da guasto del contatore, l’apparecchio sarà sostituito a breve e il pregresso consumo sarà regolarizzato a transazione. Aps invita gli utenti che presumano di ritrovarsi in queste situazioni, a rivolgersi agli sportelli sul territorio per segnalare le presunte anomalie e a richiedere la verifica.

domenica 1 febbraio 2009

Sicilia, radiografia di due delitti di mafia, celati dal cono d’ombra. Intervista a Carlo Ruta.

di Gianluca Floridia
Attraverso una inedita investigazione dei delitti Tumino e Spampinato, lo storico, con Segreto di mafia, illumina gli scenari in ombra dell’est siciliano nei primi anni settanta, quando Catania costituiva, per numeri, la capitale del neofascismo italiano e l’isola tutta una sponda strategica del regime greco dei colonnelli.

È il caso di delineare anzitutto lo sfondo. Cosa rappresentava l’est siciliano negli ultimi anni sessanta e all’imbocco del decennio successivo?
Negli anni sessanta Catania veniva chiamata la Milano del sud. Siracusa e Ragusa venivano reputate le province più amene dell’isola. L’intera fascia ionica, da Messina agli Iblei, veniva considerata, per tradizione, priva di fenomeni mafiosi. In realtà, relativamente a quel decennio, la situazione era ben complessa. Dopo la chiusura del porto franco di Tangeri, nel 1960, la mafia siciliana aveva sottratto ai marsigliesi il predominio internazionale del contrabbando dei tabacchi lavorati. Malgrado i deficit di radicamento, aveva quindi dovuto rendere l’est della Sicilia un territorio pienamente operativo, per due ragioni: la maggiore vicinanza dalle nuove sedi di deposito, localizzate di massima lungo le coste iugoslave, albanesi e greche; la buona reputazione di cui godeva l’area, che rendeva le coste maggiormente permeabili, ai fini degli sbarchi.

Cosa costituiva l’area iblea per Cosa Nostra?
La provincia ragusana poté godere, per certi versi, di uno «statuto» a sé. Pur mancante infatti di una tradizione, di una organizzazione di affiliati, propriamente detta, divenne un’area di rilievo strategico, in virtù della sicurezza inusuale dei suoi litorali. Se le province di Siracusa e Messina, prive di famiglie organizzate, per ragioni di contiguità territoriale, vennero poste allora sotto l’autorità del boss catanese Giuseppe Calderone, il territorio ibleo, al pari di alcune aree campane, finì sotto la diretta «giurisdizione» dei boss contrabbandieri di Palermo, che ne fecero una sorta di enclave, amministrato localmente dal boss vittoriese Giuseppe Cirasa. E le presenze nell’Ippari, lungo gli anni settanta e ottanta, di personaggi come i Rimi di Trapani, i Greco di Palermo, i cugini Salvo di Salemi, il vice capo della commissione Girolamo Teresi, ne furono un significativo risvolto.

Fatta questa premessa, circa i caratteri del cono d’ombra, andiamo allo specifico dei due delitti del 1972. Da un'ampia sequela di indizi esposti in Segreto di mafia, emerge che l’uccisione dell’ingegnere Angelo Tumino, palazzinaro e viveur ragusano di una certa fama, potè essere originato da uno sgarro, sullo sfondo dei contatti che il medesimo, grosso collezionista d’arte, aveva stabilito con il mercato illegale, sotto l'egida dei boss contrabbandieri che operavano nell’area. Tumino era allora un colluso o una vittima?
Dai dati disponibili non emerge che l'ingegnere fosse un colluso: che fosse uso, per esempio, a ricevere regalie in cambio di favori. Né del resto era in condizione di farne, perché prese a interessarsi di cose d'arte negli ultimi tre-quattro anni della sua vita, quando non ricopriva cariche pubbliche, aveva ridotto notevolmente i propri impegni nell'edilizia residenziale, si era pressoché ritirato dalla vita mondana, recava infine un figlio da accudire, nato da una relazione occasionale. Tanti elementi fanno evincere piuttosto che Tumino, nel momento più gramo della sua carriera, si introdusse nel mercato illegale da privato, convinto che con la mafia si potessero fare affari senza rischi. E con buona probabilità, proprio la convinzione di avere a che fare con contraenti normali, tale da fargli sentire normale pure la vicinanza di un pluripregiudicato come Giovanni Cutrone, che si qualificava come esperto d’arte, gli fu fatale. L’ingegnere non dovette calcolare a sufficienza che l’insorgere di un qualsiasi contenzioso lo avrebbe esposto al rischio di vita. In definitiva, non doveva conoscere a fondo la mafia. E anche questo comprova che, per quanto disinvolto nel condurre i propri affari, non poteva esserne autenticamente colluso.

Come si pone in tale quadro la figura di Roberto Campria, figlio del presidente del tribunale di Ragusa e grande amico di Tumino? Fu un colluso o una vittima?
L'ipotesi che il giovane Campria fosse un colluso appare anch’essa inattendibile. Con buona probabilità, non lo fu in nessun passaggio della vicenda. Era un giovane problematico, recante una personalità fragile. Si ritrovò, verosimilmente, nella medesima condizione del Tumino, perché a questo si accompagnava, seguendone le movenze e gli stili. Di certo conosceva le cose del passato recente, per esserne stato testimone. Non poteva essere quindi all’oscuro delle ragioni per le quali il suo amico era stato ucciso. E già una cosa del genere, tenuto conto del carattere e soprattutto dello status del Campria, che non poteva essere appunto quello di un colluso, dovette bastare a mettere in allarme gli uccisori del palazzinaro. In definitiva, a prescindere da tutto, esistevano le condizioni perché il giovane fosse tenuto sotto osservazione. Ma numerosi fatti, dal 25 febbraio 1972 in avanti, testimoniano che la situazione dovette essere ben più complessa. Il figlio del magistrato non recava le movenze di chi conosce solo le esteriorità e gli antecedenti di una storia. Sin dai primi momenti si mosse goffamente, manifestando atteggiamenti che destarono sospetti. Circa gli spostamenti nel giorno del delitto, di cui diede testimonianza appena un giorno dopo, fu inoltre sconfessato clamorosamente da una testimone, Elisa Ilea, le cui parole, se meglio considerate, avrebbero potuto costituire il punto di svolta dell’intera inchiesta giudiziaria. Le movenze del Campria erano in sostanza quelle di chi interagisce con gli eventi in modo sincrono, muovendosi magari con difficoltà, ma con una forte cognizione delle cose.

Il figlio del giudice poté avere responsabilità dirette riguardo alla morte dell’ingegnere?
Il sospetto, emerso sin da subito, rimane fino a oggi privo di riscontri e manifesta delle incongruenze. È invece altamente verosimile che Campria fosse presente, quale testimone involontario, sulla scena dell’uccisione oppure ad eventi direttamente collegati al delitto. In tutti i casi, le conoscenze del medesimo, del presente più che delle cose passate, del delitto più che degli eventi scatenanti, dovettero creare non poca inquietudine negli uccisori di Tumino, tanto più dopo l’irruzione in scena del giornalista Giovanni Spampinato, appena due giorni dopo il delitto.

Perché gli uccisori non provvidero a eliminare subito Campria, se ravvisarono nella sua persona un testimone scomodo e pericoloso?
Gl’indizi passati al vaglio suggeriscono una ipotesi congrua. L’eliminazione fisica del Campria avrebbe potuto avere effetti devastanti. Attraverso una sequela di messaggi depistanti, il caso Tumino era stato ricondotto, tanto in sede istruttoria quanto nelle voci della città, lungo tre percorsi alternativi, tutti inconsistenti: il delitto passionale, il regolamento di conti nell’ambito del commercio antiquario, il delitto per rapina. Ebbene, se dopo quel 25 febbraio fosse stato ucciso il figlio del più alto magistrato di Ragusa, le tre piste sarebbero sfumate in un baleno. A quel punto, la pista della grande criminalità sarebbe emersa clamorosamente e senza indugio. Il cono d’ombra del sud-est ne sarebbe uscito interamente illuminato, dieci anni prima che Giuseppe Fava, con l’esperienza de «I Siciliani», e poi con la sua morte, ne mettesse a nudo l’essenza, i traffici, i potentati occulti. Le strategie dell’ordine pubblico ne sarebbero potute uscire quindi rivedute, gli organici delle caserme rafforzati. In definitiva, i traffici che si svolgevano nell’area, garantiti fino allora dal mito della Sicilia senza mafia, di fatto da una impenetrabile sordina, sarebbero potuti finire in discussione, con effetti imponderabili.

Quale significato ebbe la presenza in scena di Giovanni Spampinato?
Con il breve scoop del 28 febbraio, il giornalista de «L’Ora» e de «L’Unità» non puntò sul Campria solo perché aveva saputo dell’interrogatorio cui era stato sottoposto il giovane la sera del 26. Oggi si conosce l’esito di quel colloquio. Si sa con certezza che il figlio del giudice non era stato ascoltato nelle vesti di persona sospettata. Spampinato aveva raccolto bensì il sospetto da una fonte di prim’ordine, costituita Mario Tumino, fratello del palazzinaro ucciso. E solo forte di tale aggancio decise di incalzare il Campria. L’informatore del cronista di certo non era a conoscenza dei rapporti che aveva intessuto il fratello con certi ambienti, ma, come emerge dalle sue deposizioni, aveva il sentore di qualcosa, che gli venne facile associare con le condotte anomale del Campria, del passato e del presente. Dal canto suo, Spampinato mancava di troppi tasselli per potersi orientare con pienezza. Colse tuttavia quel sentore, elaborò quel sospetto sul giovane, corroborato appunto dalle movenze goffe e incoerenti del medesimo nei giorni successivi al delitto.

Come poté essere avvertito l’impegno di Spampinato dagli uccisori di Tumino?
Di certo il cronista era finito su una pista pericolosa. Come emerge dalla lettera che inviò alla collega de «L’Ora» Angela Fais il 28 febbraio, dalla memoria che il 5 aprile indirizzò alla federazione del PCI di Ragusa e da alcune inchieste sullo squadrismo in Sicilia che uscirono sul quotidiano da fine febbraio a maggio, andava convincendosi che l’uccisione di Tumino fosse maturata nell’ambito di una trama che riuniva trafficanti d’arte ed eversori neofascisti. Ebbene, sulla scorta dei dati che si possiedono, tale ipotesi appare caduca. Pur non potendo recare alcuna cognizione dei fatti, il giornalista era tuttavia nel perimetro della verità, partecipando, si direbbe per induzione, a quella di cui era custode Campria. Al di là dei propri convincimenti, più di ogni altro, quindi, era nelle condizioni di svelare il segreto dell’uccisione del 25 febbraio. E tanto più lo divenne quando ebbe modo di interloquire di persona con il figlio del magistrato. In definitiva, più preoccupante della parola di Spampinato, dovette risultare il gesto. Prova ne è che il giornalista venne ucciso dopo che aveva smesso da mesi di scrivere sul caso.

Le inchieste di Spampinato sul caso Tumino quale impatto recavano sugli ambienti che avevano determinato il delitto del 25 febbraio?
Di certo, gli articoli usciti su «L’Ora» recavano uno rilievo a prescindere. Il cronista andava necessariamente a tentoni, sollecitato tuttavia da un sentire divergente che gli consentiva di slargare il circolo delle supposizioni. Nei suoi scritti, se non poteva offrire quindi risposte, poneva numerose domande, che, seppure in modo necessariamente largo, evocavano poteri occulti e criminali. Il primo sulla vicenda usciva con il seguente titolo: Delitto Tumino. Una pista è la mafia. E non si trattava evidentemente di una pista seguita dagli inquirenti, ma di una intuizione, per certi versi di un suggerimento investigativo. Il 28 aprile Spampinato dava conto delle tattiche di depistaggio in corso, che evocavano menti molto sofisticate, mentre scartava l’ipotesi del delitto per rapina. Nell’articolo del 7 luglio, quando l’inchiesta giudiziaria non faceva alcun passo in direzione del delitto organizzato, si chiedeva: «Come mai il corpo appariva rivestito e sistemato con cura? Poteva un uomo solo spostare il cadavere dell'ingegnere, che pesava più di cento chili?». Nelle inchieste che il giornalista andava conducendo in quei mesi, sulle trame neofasciste, erano inoltre costanti i riferimenti alle attività di contrabbando nel sud-est.

Ecco, le inchieste di Spampinato sull’eversione nera in Sicilia, che rilievo avevano?
Tali approfondimenti dovevano destare non poca preoccupazione, soprattutto negli ambiti di mafia. Con le sue denunce il giornalista finiva infatti con l’orientare l’attenzione pubblica, non soltanto siciliana, su un’area che doveva rimanere in ombra, con possibili pregiudizi per gli affari che vi si conducevano.

Esistevano in quegli anni degli accordi, tattici o strategici, fra eversori neri e mafia?
Gli obiettivi e le metodologie operative erano del tutto differenti. Il neofascismo faceva in quegli anni un gran rumore. E anche nell’est siciliano le cose andavano così. A Catania, divenuta in quegli anni la maggiore roccaforte italiana della destra con il 30 per cento dei voti al partito di Almirante, si giunse alla distruzione della federazione provinciale del Pci. A Siracusa fu un succedersi di attentati, soprattutto alle sedi della CGIL. Ragusa conobbe numerosi atti di squadrismo. Le operazioni di sbarco e di transito dei tabacchi lavorati, gestite dalla mafia, necessitavano invece del massimo di sordina. Si può quindi escludere che potessero esistere accordi strategici, o solo tattici, fra i boss del contrabbando e i neofascisti, tanto più nel «quieto» sud-est.

Dinanzi agli azzardi del giornalista come si poterono porre gli uccisori di Tumino?
Evidentemente, l'uccisione in stile mafioso del giornalista che indagava sulla vicenda avrebbe fatto in Italia un gran rumore, con l'effetto di mettere a repentaglio gli equilibri e i silenzi su cui reggevano il contrabbando e le connessioni del sud-est. Va ricordato d’altronde che appena due anni prima il rapimento del redattore de «L’Ora» Mauro De Mauro aveva destato indignazione in tutto il paese e aveva attratto cronisti da ogni parte del mondo. Si avrebbe potuto avere beninteso buon gioco nel depistare l'attenzione generale e le indagini in direzione del neofascismo su cui indagava il giornalista, ma le cose non sarebbero cambiate di tanto. Il clamore si sarebbe avuto a prescindere. La pista della mafia sarebbe potuta emergere ugualmente, pure avvalorata da talune intuizioni dello stesso Spampinato. Campria, che costituiva il punto più permeabile della vicenda, sarebbe potuto finire poi stretto d'assedio, da segmenti dell'informazione, dalla magistratura, con il rischio fondatissimo di un definitivo crollo. La storia è andata tuttavia diversamente, perché l’uccisione del cronista, compiuta da Campria nella notte del 27 ottobre 1972, è stata registrata come l’epilogo di una storia privata.

Su Segreto di mafia viene tuttavia documentata, sulla scena dell’uccisione, la presenza di un misterioso individuo. È la prova che anche nel caso di Giovanni Spampinato si trattò di un delitto organizzato?
Tale presenza sul luogo e nel momento dell’uccisione, avvenuta appunto in piena notte, costituisce evidentemente un dato importante, che pone numerosi interrogativi, cui non è possibile, al momento, dare risposte definitive. I dati che sono stati documentati legittimano comunque una lettura del delitto ben distante da quella emersa nei vari gradi del processo.
“L’Isola Possibile”. Rivista supplemento mensile de “Il Manifesto”, 28 gennaio 2009.

Petizione per i parcheggi nel centro storico

I sottoscritti commercianti del centro storico, vista la grave situazione economica in cui versano e la oggettiva difficoltà di potere esercitare la propria attività a causa anche del problema di parcheggio, e i sottoscritti cittadini che lamentano la grande difficoltà di poter esercitare il loro diritto di fruire dei servizi degli uffici comunali, dell’ufficio postale e dell’agenzia delle entrate, a causa della mancanza di aree a parcheggio che il centro storico nel suo complesso presenta, desiderano sottoporre alla SS.LL. la seguente soluzione: Dotare tutta la via Bentivegna, piazza Garibaldi, piazza Sant’Orsola e altre zone limitrofe collegate (opportunamente scelte secondo un ordinato piano traffico) di colonnine parchimetro a pagamento con la possibilità di temporizzazione differenziata. Tale soluzione offrirebbe la possibilità di un guadagno per il comune e tempi di sosta differenziati con spesa differenziata secondo le esigenze dei cittadini. Si chiede pertanto un incontro in tempi brevi con le SS.LL. per questa o altre soluzioni da concordare.
PER FIRMARE QUESTA PETIZIONE CI SI PUO' RIVOLGERE AL BAR RUGGIRELLO (VIA BENTIVEGNA)