martedì 28 ottobre 2008

Voglio consegnarvi quattro considerazioni spurie. E grazie di r-esistere

Sono stata a Corleone, giorni fa, per assistere alla presentazione di un libro autobiografico di Nino Miceli, un commerciante di Gela che si è opposto al pizzo, in un’epoca in cui di gente come lui non se ne contava a palate (come del resto è ancora oggi, pur considerando i grandi passi avanti fatti in merito). Avevo già avuto l’opportunità di conoscerlo a Palermo, dove vivo. Ma l’idea che venisse a Corleone, e che parlasse della sua esperienza coi ragazzi della Cooperativa “Lavoro e non solo”, che opera su terreni confiscati alla mafia, mi gasava. All’incontro erano presenti anche un gruppo di ragazzi e ragazze provenienti da Avellino, accompagnati da due loro insegnanti, venuti appositamente per vivere una full immersion coi ragazzi della cooperativa corleonese, sia dal punto di vista della gestione della cooperativa, sia dal punto di vista del lavoro, alla lettera, “sul campo”. Già percorrendo il tragitto Palermo-Corleone mi sentivo, via via, sempre più elettrizzata. Sono corleonese anch’io e quanto si svolge a Corleone ha in me una risonanza particolare. Se la stessa situazione si fosse svolta, ad esempio, a Bagheria, mi avrebbe gasata, devo ammetterlo, molto meno. Manco da Corleone da oltre 30 anni ma, quando in qualche maniera ne sono stata coinvolta, ho sempre avuto a cuore il partecipare o anche solo l’assistere a certi eventi che si sono svolti in questo luogo che quindi, devo ammetterlo, mi è rimasto nel cuore anch’esso. Particolarissimo è stato per me, ad esempio, in tempi purtroppo andati, ritrovarmi assieme ai redattori de “Il Giornale del Corleonese” (diventato dopo “Città nuove”) che per me rappresentava soprattutto l’opportunità, unica, di conoscere quelle poche persone che, a Corleone e nei paesi del circondario, erano più disponibili a ritrovarsi attorno a un tavolo per discutere di una politica da intendersi in senso etimologico, e non degli “affari” con cui la si è stravolta.

Ritrovarmi quindi qualche giorno fa a Corleone, coi ragazzi della cooperativa, o anche i ragazzi e le ragazze ospiti di una struttura per affetti da disagio psichico (da me non previsti, e quindi immaginate la sorpresa a vedere là pure loro, e sapere che alcuni lavorano anch’essi nei campi confiscati ai mafiosi!), vedere alcuni miei coetanei, ex studenti del liceo dei miei tempi diventati intanto professori, rivedere Pino Governali, uguale a se stesso (lo dico come attestato a lui di coerenza) presente sempre dove c’è un alito di dibattito… insomma, sempre di meno stavo nella pelle. In quell’occasione Mimmo Cardella (ecco, un ex studente ora prof) m’invita ad assistere, l’indomani, alla proiezione di un video sulla mafia, fatto in collaborazione coi ragazzi dell’attuale liceo. Mi piacerebbe ma il “richiamo della foresta” (impegni familiari, di lavoro, di chiffàri che non mancano) mi faceva optare per l’andare via. Chiusa la casa a chiave, entro in auto, allaccio la cintura, metto in moto, mi avvio. Mi fermo. Mi dico che sono contenta di essere a Corleone, dell’incontro del pomeriggio, incuriosita di quello dell’indomani. Virata di bordo, decido di restare. L’indomani sono già sveglia prima dei galli del circondario, e prima delle 9 sono dietro il portone del liceo. I professori che hanno organizzato questo incontro mi spiegano che avrebbero potuto ideare una mega visione per tutti i licei e uscirsene così, in una mattinata, dall’incombenza di compiere il loro dovere antimafioso. Invece hanno preferito organizzare la visione per gruppi ristretti di un centinaio di studenti per volta perché in gruppi più piccoli ci si nasconde meno, la lingua si scioglie più facilmente, ci si sente più coinvolti, più indotti a partecipare. Una faticaccia per loro, non foss’altro per la ripetitività, ma come non condividere la loro scelta?

Il video si chiama “Il muro di carta”. Comincio a guardarlo con un minimo di scetticismo che via via si dipana. Mi era sembrato di intravedere un po’ la solita solfa che a Corleone non c’è mafia, medaglia antitetica ma non meno falsa di quella secondo cui, all’opposto, è tutta mafia.
La storia: un padre deve partire con la moglie, all’improvviso, per l’America, per un lungo periodo. Non sa a chi lasciare la figlia ragazzina, e ne parla concitato per telefono con una zia che si offre di ospitarla. Ma (ecco il busillis!) purtroppo gli zii abitano a Corleone, nome che riecheggia nella mente del padre della ragazza una vasta gamma di fantasmi, di facile intuizione. Basta, finisce che la ragazzina, evidentemente a corto di alternative, viene affidata agli zii e va a Corleone dove, come si evince da una mail che scrive ai genitori lontani, tutta ‘sta favola che Corleone è mafia le risulta essere una balla completa. Corleone, insospettabilmente, le pare un paese come altri. E anzi i suoi compagni di scuola, che stanno preparando una manifestazione contro la mafia in cui ergeranno un muro fatto di libri, portati da ciascuno di loro, le paiono una massa di perditempo. Per strada la ragazza vede spesso un pittore solitario, che le dicono essere un ex boss mafioso. Un giorno, fuori da scuola, lo vede entrare in una chiesa, e decide di entrarvi pure lei e sederglisi accanto. L’ex boss pare non aspettare altro, e nel giro di qualche secondo non gli pare vero di avere un possibile uditorio, lui che è sempre solo, e le racconta di sé, del suo passato, e di come ha cambiato rotta guardando un quadro esposto in quella chiesa, che lui attribuisce a Velasquez (ma che Pino Governali mi dice essere invece di un tale Velasco, da non confondere col molto più famoso “analogo” spagnolo). Durante il colloquio la ragazza dice di aver constatato, durante la sua permanenza a Corleone, che la mafia non esiste. L’ex boss la corregge e le fa un bignamino, a dire il vero politicamente corretto, sulla mafia, che esiste eccome, che non bisogna negarla, che travalica longitudini e latitudini, che permea ciascuno di noi, anche negli atteggiamenti minimi e quotidiani. E che solo la cultura può sconfiggere. Anche se trovo poco credibile la figura del boss illuminato sulla via di Damasco e ben disposto a elargire lezioni pret-à-porter sull’antimafia (avrei affidato questo ruolo a un altro personaggio, un artista solitario, un professore, un vecchio contadino…) la morale della favola mi pare comunque corretta nei contenuti. L’ex boss e la ragazza, facilmente persuasa dalle parole dell’ex boss, escono dalla chiesa e assieme (no, non mano nella mano, dai!) partecipano alla manifestazione, in programma per quella stessa mattina, e depongono anche loro i loro libri per contribuire a costruire un muro simbolico, quello della cultura, contro la mafia.

Il dibattito che segue è fitto e interessante, tanto che (alla faccia dei doveri) decido di restare anche per il secondo round, in cui, dopo le 11, il video sarà riproposto a un altro gruppo di studenti, che dibatteranno anch’essi. Diversi insegnanti prendono la parola. Mi dico che è bello vederli indaffarati su questi temi che, se l’esigenza non sorgesse da essi stessi, forse nessuno li indurrebbe a trattare. Un prof (che so essere di educazione fisica) parla di Bernardino Verro, dei Fasci siciliani… Chi glielo fa fare? mi chiedo retoricamente, compiaciuta del fatto che lo faccia. Quand’ero liceale io nessuno me ne parlò mai. Soltanto, fuori da scuola, un elemento spurio e malvisto come Nino Gennaro, la cui memoria mi porterebbe a scrivere ora un’altra storia, che al momento tralasceremo. Ma con cui ho avuto l’onore e il piacere di condividere mezza vita, metà dei 36 anni che avevo quando lui morì. Ma a parte Nino, allora, nessuno. Nessuno ci parlava del fatto che, se è vero che la mafia esiste, è vero anche che è sempre esistita un’antimafia, e che Corleone è stata uno degli epicentri delle lotte contadine di fine ‘800 e del II dopoguerra. Dopo Nino solo all’università, che frequentai da grande, ebbi modo di studiare questi pezzi di storia, importantissima e diventata (solo qualche decennio dopo!) così misconosciuta. Li appresi grazie a un vecchio, ora vecchissimo mio professore di storie varie, Francesco Renda. Oggi, in questa scuola, ne parla un prof di educazione fisica (e morale), pensavo, e non è bello?

Qualcuno dei ragazzi presenti dice, durante il dibattito, che sono i giovani di oggi, più scolarizzati di quelli di ieri, che possono ribellarsi alla mafia. Non poteva certo farlo una persona che magari oggi ha 75 anni (testuale), e che magari era cresciuto accanto a Totò Riina o altri suoi simili!
Ecco, penso, siamo ignoranti. E non lo dico per offendere nessuno, ma solo come constatazione di fatto delle nostre lacune. Quel giovane pensa che prima di ora ci sia stato solo il diluvio. Come me alla sua età, semplicemente ignora che i vecchi contadini, incolti, molto probabilmente analfabeti, molto prima e mooooolto più di ora, avevano praticato l’antimafia. Oltre cinquanta sindacalisti morti ammazzati, in Sicilia, nel biennio ’48-’50. Contadini, molti di loro alla fame, occupavano le terre dei latifondisti, pretendevano leggi che difendessero i loro diritti, e le ottenevano! Morivano, anche, di queste lotte. A decine di migliaia (non ho sbagliato a scrivere: a decine di migliaia), quasi tutti con le coppole in testa e qualcuno in groppa ai muli, andavano allo scontro diretto coi mafiosi. Con quei muli e quelle coppole, che oggi ripudiamo reputandoli, ignorantemente, solo simboli di mafiosità e di vecchiume, eradicati dai simboli moderni (e quindi innovativi?) di una moda massificata, sovrastata da marchi che ci fanno reputare, soprattutto i giovani, troppo giusti, troppo fighi. Troppo che?

La cultura per sconfiggere la mafia. Il muro di carta. Era il titolo del video ed è stato lo slogan più ribadito durante i due dibattiti. Lo sentivo anche oggi in tv, detto da don Ciotti, che riferiva parole, su questo stesso tema, di Nino Caponnetto, il “papà” di Falcone e Borsellino. Giusto, giustissimo. Mi trovo spesso a pensare che ne uccide più l’ignoranza che la spada, o tutt’e due. Ma attenzione: la cultura non è neutra. E’ come la scienza, come la politica, come la storia, come tutto. Le parole che usiamo, il nostro modo di vestirci, i libri che scegliamo, il nostro non leggere, il nostro modo di relazionarci agli altri… Niente è neutro. Essere colti non ci immunizza, per ciò stesso, dalla mafia. Come se la mafia fosse fatta solo di mammasantissima semianalfabeti, e non di schiere di avvocati, di politici da piccolo consiglio comunale come da aula di Montecitorio, capaci ognuno di spendere il proprio know-how a favore di cause mortifere, mafiose, di basso clientelismo locale, di familismo come di sfruttamento planetario. Capaci anch’essi, per parafrasare il famoso “adagio”, di agire localmente e pensare globalmente. La cultura non ci porta necessariamente da una parte. Può portarci nelle direzioni più opposte, a seconda del campo che scegliamo di percorrere. L’orgoglio di essere corleonesi. In contrasto con chi ci etichetta come “quelli della mafia” ecco che la retorica contrapposizionista ci fa dire ora di essere orgogliosi di essere siciliani, e corleonesi per giunta. A che serve, mi chiedo, questo campanilismo? Essere siciliani, e corleonesi, è solo frutto del caso, e non è motivo né di vergogna né di vanto. Scrissi questo diversi anni fa, a proposito della kermesse cittadina in cui il famoso fotografo Oliviero Toscani ritrasse alcuni giovani corleonesi per mostrare al mondo che erano uguali a quelli di ogni altra parte del mondo (del cosiddetto primo mondo, aggiungerei), specialmente se vestiti benetton. Scrissi anche quello che ho scritto poche righe fa a proposito di chi ha fatto le lotte contadine, scrissi della retorica su “i giovani i giovani i giovani” reputati, per ragioni anagrafiche (un po’ pochino, no?) il nuovo che avanza rispetto al vecchio che, finalmente, scompare. Sul giornale per cui scrivevo allora, “Città nuove”, si preferì pubblicare un pezzo in cui si vantava la bellezza e la biondezza dei ragazzi-anti-coppola-anti-mulo-e-uguali-agli-altri. Sarò ripetitiva ma, oggi come allora, mi viene di ripetere le stesse cose.
Dovrei essere, oggi, orgogliosa che un ministro della in-giustizia (siciliano, come me!) fra le primissime cose che ha fatto e a cui ha collegato onorabilmente il suo cognome, è stato quello di garantire la non punibilità per le quattro principali cariche dello Stato, non solo quindi immensamente più potenti di ciascuno di noi, ma anche immensamente più sottratte alle leggi rispetto a ciascuno di noi? Dovrei essere orgogliosa di avere avuto un presidente della Regione condannato per favoreggiamento alla mafia? Favoreggiamento semplice, però, non aggravato, in quanto ha favorito solo una parte della mafia, non la mafia nella sua interezza, per il semplice fatto di aver messo al corrente il boss di Brancaccio, il dott. Guttadauro (un medico, quindi una persona in qualche modo colta!) di essere sorvegliato tramite microspie. Ma neanche Riina o Provenzano avranno favorito la mafia nella sua interezza, penso, ma “solo” porzioni di essa! E dovrei essere orgogliosa del fatto che questo siciliano, reputato indegno di svolgere il ruolo di presidente della Regione siciliana, sia stato messo come capolista al senato, e siede ora in quegli scranni, da cui ha potere di legiferare? Quindi no, scusate, ma la retorica sicilianista non mi cala, e neanche quella corleonesista. Ma allora, come rispondi a chi ti dice che Corleone è mafia? Ammetti che è anche vero, e allìttrati per sapergli parlare anche dell’antimafia corleonese, che ha una storia antica quanto quella della mafia. Ma per saperlo dire agli altri devi saperlo prima tu, se no ti senti schiacciato da Corleone = mafia e per reazione uguale e contraria ti inorgoglisci, ma di che?
Durante il dibattito, uno dei ragazzi corleonesi chiede ai ragazzi di Avellino che cosa avevano provato venendo a Corleone, se l’intuibile pregiudizio riguardanti la nostra cittadina aveva colpito pure loro. Una ragazza avellinese dice che si, in verità, prima di venire a Corleone aveva un po’ paura, ma poi… Ecco, pensavo, il ragazzo corleonese si sente più “sud” del necessario, e la ragazza avellinese si sente “a nord” rispetto a lui, ma di che? La camorra non imperversa, forse, in Campania? Con uccisioni multiple e alla luce del sole compiute fino a qualche settimana fa? Con la sua fatwa a Saviano fresca fresca?
Nel video la ragazza affidata dai genitori agli zii che abitano a Corleone viene da… Catania! Anche qua, nella mente di chi ha ideato questa sceneggiatura, non è emerso che anche Catania ha i suoi boss Santapaola, i suoi morti ammazzati, i suoi famosi “cavalieri del lavoro”? Scambio qualche battuta con un ragazzo di Avellino che siede accanto a me. Gli chiedo che vuole fare da grande. Mi dice che vorrebbe fare il fisioterapista ma che, siccome in Campania si accede al corso coi sistemi che è facile intuire, lui andrà a fare il corso al nord. Dove? gli chiedo. “A Chieti”, mi risponde. Ecco, al nord, cioè a Chieti! C’è sempre qualcuno, quindi, che si sente più a sud degli altri: il corleonese rispetto al catanese e all’avellinese, e quest’ultimo rispetto a uno di Chieti, un abruzzese. Non possiamo imparare, a poco a poco, a sentirci a sud di nessun nord? E il nord, a nord di nessun sud?
Che si può fare per contrastare la mafia? Ce lo chiediamo in tanti. Forse anche “solo” piccoli grandi gesti, quotidiani, occasionali, periodici, di resistenza. Centinaia di ragazzi e ragazze, per lo più dalla Toscana, sono venuti a lavorare nei campi confiscati. E i ragazzi di Corleone? Per classi, per gruppi di amici, non potrebbero anch’essi dare un po’ del loro tempo e fare lo stesso? Non sarebbe un gesto concreto di aiuto e anche dal forte valore simbolico raccogliere pomodori, dissodare terreni, mietere frumento, togliere spine? Non sarebbe, come dice il nome stesso della cooperativa, un lavoro, ma non solo quello? Il nostro voto. Ma ci pensiamo? Ci pensiamo che prima si votava in base al censo? O che le donne non votavano? Tutto è stato conquistato palmo a palmo, il sistema democratico, il diritto dovere di voto per tutti, al di là di differenze di sesso, classe, religione. Per farne che? Per svendere il proprio prezioso voto al politico-prometti-qualcosa? Per votare per il parente o per l’amico o per il paesano, col solo criterio che è amico o parente o paesano, indipendentemente da quale sia la sua capacità di intendere la politica come servizio verso la comunità tutta e non solo verso la propria “cunfaffa”? O non votare? Trincerandoci dietro un “tanto sono tutti uguali”, ottimo alibi per non mettere a nudo la nostra ignoranza della politica?
Insomma, quattro considerazioni spurie che volevo consegnarvi, per farne ciò che volete. E grazie di r-esistere.
Maria Di Carlo
Palermo, 27.10.2008
FOTO. Dall'alto: il dibattito con Nino Miceli; Riina e Provenzano; Nino Gennaro; lotte contadine.

Palermo, occupata la facoltà di Scienze Politiche

di Claudia Brunetto
La protesta contro la riforma Gelmini fa la prima "vittima" a Palermo: il preside di Scienze politiche, Antonello Miranda, ha annunciato le sue dimissioni dopo che la sua facoltà - la prima a Palermo - è stata occupata dagli studenti.
E il grido contro i tagli alla scuola e all´istruzione previsti dal decreto del ministro della Pubblica istruzione si moltiplica in decine di iniziative promosse dalle scuole di ogni ordine e grado: manifestazioni, fiaccolate e lezioni in piazza. Si annuncia molto partecipata la fiaccolata di stasera alle 21 che prende il via da piazza Giovanni Paolo II davanti alla direzione didattica Alcide De Gasperi. Il comitato "Un esercito di maestri", nato spontaneamente per iniziativa di insegnanti, genitori e dirigenti scolastici, con questo corteo abbraccerà nel percorso tutte le scuole della zona: Collodi, Galileo Galilei, Antonino Pecoraro, Virgilio Marone, Trinacria e Vilfredo Pareto. Hanno aderito anche i quaranta bambini Rom che da anni frequentano regolarmente la scuola De Gasperi. Con le loro famiglie si muoveranno dal campo nomadi alle porte della Favorita con una candela accesa in mano. Ieri intanto la prima occupazione: gli studenti di Scienze politiche hanno occupato la sede della facoltà in via Maqueda. E il preside Antonello Miranda, che non ha dato seguito alla richiesta degli studenti di interrompere l´attività didattica, ha risposto con l´annuncio delle sue dimissioni: «Non riconosco più la mia facoltà e i miei studenti - dice Miranda - al primo consiglio di Facoltà utile, che io stesso chiederò di convocare, presenterò le mie dimissioni. Bloccare le attività didattiche non è una scelta democratica, fosse anche per uno solo degli studenti che vuole seguire le lezioni. Il diritto allo studio non può essere negato, soprattutto da un preside di Facoltà. E gli studenti di Scienze politiche dovrebbero sapere che l´occupazione è un atto illegittimo. Fino a questo momento ho dimostrato la mia totale disponibilità e quella del corpo docente concedendo le aule per i loro incontri e per le loro assemblee, ma l´occupazione è davvero troppo. Me ne tiro fuori. E non è una presa di posizione politica, dal momento che da quando ho compiuto diciotto anni ho la tessera del partito radicale».
E mentre Miranda si dimette, il preside di giurisprudenza Giuseppe Verde oggi alle 14 ha previsto una lezione aperta in piazza Pretoria. Anche in piazza Verdi, in piazza Politeama e nella piazzetta di via Generale Magliocco si svolgeranno simultaneamente, alle 15, le lezioni di altre facoltà: Ingegneria, Architettura, Agraria, Scienze, Lettere e Farmacia. Alla facoltà di Lettere e Filosofia in viale delle Scienze, invece, la protesta si trasforma in festa in nome dell´intercultura. Alle 18 è previsto un dibattito sulle classi di inserimento riservate agli alunni stranieri, a seguire danze e tradizioni della comunità dello Sri Lanka. Poi alle 19,30 un incontro sul romanzo "Senzaterra" di Evelina Santangelo e per concludere una cena con piatti della tradizione tamil, ivoriana e ghanese e uno spettacolo di capoeira del gruppo Zumbì. Ieri, con la facoltà di Scienze politiche occupata, Lorenzo Saltari, ricercatore di Diritto amministrativo, faceva lezione a un gruppo di studenti in un´aula del primo piano. «L´occupazione? È una forma di protesta datata - dice - io continuerò a fare lezione fin quando ci saranno studenti che me lo chiederanno». Nell´aula magna della Facoltà in cui si sono svolti cinque giorni di assemblea permanente c´è in bella mostra uno striscione "No alla 133" che i ragazzi affermano sia al di là di ogni schieramento politico. «Siamo stati i primi a occupare in città - dice Andrea Gattuso, iscritto al corso di laurea specialistica - Ma vogliamo un´occupazione costruttiva, con una didattica alternativa fino al 31 ottobre. Chiediamo ai professori lezioni su temi che spesso non si riescono a trattare in facoltà. Come la crisi economica mondiale, la globalizzazione, i movimenti studenteschi e ovviamente i decreti in discussione in questo momento. E anche seminari aperti sugli argomenti che più ci interessano. La nostra intenzione è quella di entrare in rete con le altre facoltà e gli altri corsi di laurea».
Nel corpo docente c´è anche chi la pensa come loro: «Da venticinque anni - dice Maximo Ghioldi, lettore di Lingua spagnola - insegno in questa facoltà. Questa volta la posta in gioco è troppo alta, bisogna andare fino in fondo. Questa generazione non ha futuro al di fuori della precarietà. Questa legge rappresenta la distruzione della cultura italiana. Io sono al fianco degli studenti». Già ieri pomeriggio in una nuova assemblea sono state decise le linea guida dell´occupazione. Per prima cosa stilare un regolamento di facoltà, poi calendarizzare le attività fino al 31 ottobre e stabilire un servizio d´ordine interno. «Faremo anche un cineforum - dice Giuseppe Pizzillo - in attesa di capire che fine farà questo decreto. Non abbiamo intenzione di arrenderci. Avevamo chiesto di sospendere le attività didattiche come è accaduto in altre facoltà, ma non ci è stato concesso. Così non abbiamo avuto altra scelta».
(La Repubblica, 28 ottobre 2008)

lunedì 27 ottobre 2008

Anche Famiglia Cristiana critica il ministro dell'Istruzione, la cattolica M. Stella Gelmini

«Non chiamiamo riforma un semplice taglio di spesa». È questo il titolo dell'editoriale d'apertura di Famiglia cristiana di questa settimana, nel quale si affronta il tema della scuola e del decreto Gelmini. «Nel mirino c'è una legge approvata di corsa, in piena estate», si legge nell'articolo, che sottolinea come «nonostante la dicitura sia roboante, "riforma della scuola", più prosaicamente», si dovrebbe parlare di «contenimento della spesa a colpi di decreti, senza dibattito e un progetto pedagogico condiviso da alunni e docenti. Non si garantisce così il diritto allo studio: prima si decide e poi, travolti dalle proteste, s'abbozza una farsa di dialogo». Il settimanale paolino sottolinea poi che «i tagli annunciati all'università sono pesanti e che nei prossimi cinque anni il fondo di finanziamento si ridurrà del 10 per cento». Come dire: «porte chiuse all'università per le nuove generazioni». «Studenti e professori - osserva la rivista, diffusa in tutte le parrocchie italiane - hanno seri motivi per protestare. E non per il voto in condotta o il grembiulino (che possono anche andar bene), ma per i tagli indiscriminati che "colpiscono il cuore pulsante di una nazione", come dice il filosofo Dario Antiseri». E di fronte alle proteste nelle scuole non «si potrà pensare di ricorrere a vie autoritarie o a forze di polizia. Un Paese che guarda al futuro investe nella scuola e nella formazione, razionalizzando la spesa, eliminando sprechi, privilegi e baronie, nonché le allegre e disinvolte gestioni». Per Famiglia cristiana, dunque, «il bene della scuola richiede la sospensione o il ritiro del decreto Gelmini, per senso di responsabilità». «Un Paese in crisi trova i soldi per Alitalia e banche: perchè non per la scuola? si richiedono sacrifici alle famiglie, ma costi e privilegi di onorevoli e senatori restano intatti. Quando una Finanziaria s'approva in nove minuti e mezzo, quando, furtivamente, si infilano emendamenti rilevanti tra le pieghe di decreti legge, il Parlamento si squalifica». Il giornale diretto da don Antonio Sciortino non è neppure contento delle false aperture al confronto del ministro Maria Stella Gelmini, che pure vanta più del curriculum da avvocato una sua militanza nelle fila dell'Azione Cattolica.
L’Unità, 27.10.08
FOTO: Il direttore di Famiglia Cristiana, padre Antonio Sciortino

Scuola, sale la tensione, proteste nelle piazze

ROMA - Si è aperta nelle scuole e nelle università una settimana con programma ancora denso di occupazioni, sit-in, agitazioni, in vista dell'approvazione al Senato (prevista mercoledì 29) del decreto Gelmini. "La mobilitazione percorre il paese come una grande “ola” e passerà per Roma nella più grande manifestazione per la scuola che la nostra memoria ricordi". La sintesi di quel che accadrà nei prossimi giorni è nelle parole del leader della Flc-Cgil, Mimmo Pantaleo. Una sola voce fra le mille che animano la protesta. E che si sono date appuntamento, a Roma, in occasione dello sciopero generale nazionale. Giovedì incroceranno le braccia gli aderenti alla Flc Cgil, Cisl e Uil Scuola, Snals Confsal e Gilda degli insegnanti. Il mondo universitario e della ricerca, in aggiunta, ha già attivato le procedure per una giornata di sciopero il 14 novembre. Un raro sciopero di quasi tutte le organizzazioni sindacali, ancora più irritate dalla decisione di provare a dare il via libera alla legge proprio il giorno prima, senza risposte alle ripetute richieste di confronto (in particolare il segretario della Cisl Bonanni ha ripetuto più volte di essere pronto a fermare l'astensione dal lavoro in presenza di una convocazione al ministero). Da nord a sud proseguono le manifestazioni di protesta che ovviamente interessano le principali città italiane. Roma, Milano e Napoli le piazze più calde, ma le contestazioni si fanno sentire anche in Sicilia.Cortei, sit-in e iniziative di protesta contro la legge 133 sono in corso in diversi punti di Palermo. Davanti la sede della Rai, in viale Strasburgo, un gruppo di studenti di scuole medie superiori sta effettuando un sit-in, mentre altri studenti dopo un presidio in piazza Politeama, davanti al teatro, hanno sfilato in corteo per via Libertà, creando seri problemi alla circolazione.In piazza Castelnuovo gli studenti della Facoltà di Scienze della Formazione dell'Università hanno partecipato ad una lezione all'aperto; altre lezioni delle facoltà di Ingegneria, Architettura, Medicina, Farmacia e Giurisprudenza sono in programma domani mattina.Intanto, un gruppo di studenti di Scienze politiche ha occupato la sede della facoltà, lo storico collegio del San Rocco in via Maqueda. Si tratta della prima occupazione di strutture universitarie a Palermo da quando è scattata la protesta contro i provvedimenti del ministro Gelmini.
27 ottobre 2008

domenica 26 ottobre 2008

Dino Paternostro alla Carovana antimafie in Toscana

Dino Paternostro, direttore di “Città Nuove” e segretario della Camera del lavoro di Corleone, è stato invitato a partecipare a due tappe della Carovana Antimafie, che ha già preso il via in Toscana. Ecco in dettaglio il calendario delle iniziative a cui parteciperà nei giorni 30 e 31 ottobre:

30 ottobre 2008. Ore 19:45, Casa del Popolo ARCI di Coiano (Prato) per ricordare l’episodio da cui scaturì la prima sentenza della Corte Costituzionale ad opera del Presidente del Circolo Enzo Catani e dei soci del Circolo. Protagonista fu l’allora giovane magistrato con funzioni di Pretore Antonino Caponnetto, il fautore della lotta alle mafie con il pool della Procura di Palermo, insieme a Falcone e Borsellino. Saranno presenti Elisabetta Baldi Caponnetto, Andrea Mazzoni (Assessore Cultura-Giovani Comune di Prato), Franco Di Martino (Presidente Legambiente Prato), Enzo Catani (già presidente Casa del popolo di Coiano), Mario Bensi (presidente Casa del popolo di Coiano), Mario Barbacci (presidente Com. Cultura Cir. Nord). Dino Paternostro, Segretario della Camera del Lavoro di Corleone.

Ore 20:30, Vaiano, dove il Consiglio Comunale accoglierà la Carovana. Interventi dei giovani dei Campi di lavoro Liberarci dalle Spine, della Consulta Giovani di Vaiano, dell’Associazione Eccetera, dei Circoli ARCI del Vaianese. Saranno presenti Annalisa Marchi (Sindaco di Vaiano), Paolo Bianchi (Presidente Arci Prato), Anna Buti (Segretaria SPI Prato), Dino Paternostro, Segretario della Camera del Lavoro di Corleone, Sandra Ottanelli e Roberta Pieri (Associazione Eccetera). Al termine cena a buffet presso la Sartoria di Vaiano, con Auser, Eccetera, CircoloARCI “Rossi” di Vaiano, Circolo ARCI La Spola d’Oro La Briglia.

31 ott 2008, Empoli. Alle ore 10:00 presso il Cinema La Perla: ”Le scuole superiori incontrano la “Carovana”Introdurranno: Ettore Squillace, Greco Magistrato, Pierpaolo Romani - Coordinatore nazionale di Avviso Pubblico. Saluto di: Dino Paternostro, Segretario della Camera del Lavoro di Corleone, Cecilia Pezza, volontaria del progetto Liberarci dalle Spine, Fabio Ceseri, Libera, Alessandro Cobianchi, Responsabile Nazionale Legalità Arci.

Alle ore 13:00 pranzo della legalità al Centro Cottura di Empoli insieme ai ragazzi delle scuole medie, agli insegnanti e agli operatori del Centro. Durante il pranzo piccoli interventi collegati ai Prodotti di “Libera Terra”
A Castelfiorentino alle ore 15:00 presso il CIAF: “La carovana incontra il Ciaf”, ragazzi, educatori, genitori, giocano con il “Gioco dell’oca della legalità”. Alle ore 17:30 presso il CIRCOLO Arci Puppino tavola rotonda su “lavoro e legalità” con la partecipazione di Sergio Marzocchi, Presidente Arci Empolese-Valdelsa, Dino Paternostro, Segretario Camera del lavoro Corleone, Mario Battistini, Camera del lavoro Empolese Valdelsa, Alessandro Cobianchi, Responsabile Nazionale Legalità Arci, Fabio Ceseri, Libera, Spi Cgil, Auser, forze dell’ordine. Alle ore 20:00 circolo Arci Puppino: Cena della legalità con le consuete modalità: Dino Paternostro, Segretario della Camera del Lavoro di Corleone, Andrea Campinoti, Presidente Nazionale Avviso Pubblico.
Alle ore 22:30 Circolo Arci La Romola proiezione Film “Alla Luce del Sole”.

Zoomafia, Palermo: i Carabinieri scoprono corsa clandestina di cavalli e maneggi abusivi

Plauso della LAV che rivolge un appello al Procuratore Antimafia Piero Grasso: "Indagini specifiche contro la recrudescenza della zoomafia in Sicilia"
Nuovo intervento dell’Arma dei Carabinieri di Palermo contro le corse clandestine di cavalli: la Compagnia di Terrasini stamani, con l’ausilio anche di un mezzo del Nucleo Elicotteri di Bocca di Falco, ha interrotto una gara tra due cavalli dopati, denunciando quasi venti persone; le ipotesi di reato vanno dal maltrattamento di animali alle scommesse clandestine, alla violenza privata nei confronti dei soggetti a cui era stato interdetto il passaggio sulla pubblica via per non disturbare la “competizione”. Assieme ai NAS, inoltre, sono state controllate 5 stalle portando al rinvenimento di un ingente quantitativo di farmaci in assenza delle prescritte autorizzazioni sanitarie. A Palermo, i Carabinieri della Compagnia di San Lorenzo hanno effettuato controlli su alcune scuderie cittadine per fronteggiare “il dilagante fenomeno delle corse clandestine, sempre più diffuso nel capoluogo siciliano”: scoperte stalle e maneggi abusivi, nei quali vengono allevati equini destinati alle corse o alla macellazione abusiva. Denunciato il titolare di un maneggio per detenzione illegale di farmaci dopanti, mentre a Ficarazzi (PA) i Carabinieri della Compagnia di Bagheria hanno contestato ad un anziano di avere attivato una stalla senza autorizzazione ed altre 12 violazioni amministrative, ponendo sotto sequestro 8 cavalli.

“Al Comando provinciale di Palermo dei Carabinieri, alle sue articolazioni di Palermo San Lorenzo, Terrasini e Bagheria, ai NAS ed agli altri militari coinvolti, esprimiamo vivo apprezzamento e plauso per la brillante operazione - dichiara Marcella Porpora, coordinatrice regionale LAV Sicilia -; va dato atto della grande capacità di intelligence e dell'importante operatività messa in atto ormai con operazioni costanti e frequenti contro le corse di cavalli, che rappresentano una formidabile azione di contrasto alla Zoomafia. Nelle ultime settimane, solo nelle province di Palermo e Catania, tutte le Forze dell’Ordine (dai Carabinieri alla Polizia alla Guardia di Finanza) hanno condotto blitz e sequestri contro gare ippiche abusive con risultati eccezionali ma, nonostante questa benemerita e validissima attenzione delle Forze di Polizia, quella delle corse clandestine pare un realtà criminale destinata a non avere mai tregua”.

“Come testimoniano le numerose operazioni di polizia, negli ultimi anni in Sicilia si registra una recrudescenza esponenziale del fenomeno dell’ippica clandestina e del relativo giro d’affari delle scommesse gestito da organizzazioni malavitose. Si tratta ormai di un fenomeno di ampie proporzioni - denuncia Ciro Troiano, responsabile dell’Osservatorio nazionale Zoomafia della LAV - diffuso in ogni provincia dell’Isola, una realtà criminale che si è sviluppata a causa del ferreo controllo mafioso del territorio. Per questi motivi la LAV chiede al Procuratore nazionale antimafia, Pietro Grasso, di avviare specifiche indagini ed inchieste contro gli interessi criminali nelle corse ippiche clandestine e, in generale, gli altri aspetti della zoomafia. A partire dalla corsa bloccata oggi a Terrasini, inoltre, è necessario ed opportuno che si inizi ad orientare le indagini affinché possano essere individuati quegli elementi che consentano di applicare a tutti gli individui coinvolti (staffette, giovani in motorino, sentinelle ecc.) gli estremi dell’associazione per delinquere. In questo modo le pesanti sanzioni penali previste comporterebbero un ottimo effetto deterrente e sarebbero maggiormente colpite le organizzazioni criminali”.
25.10.2008

Il rettore e lo scandalo parentopoli: "All´ateneo serve un codice etico"

Palermo, nuovo regolamento contro i nepotismi in facoltà. Un figlio può seguire le orme del padre, ma non nella stessa struttura. Presto una norma per impedire ai parenti di primo grado di lavorare insieme
di EMANUELE LAURIA
PALERMO - Un codice etico per l´Università di Palermo. Investito dalle polemiche ancora prima di insediarsi, il nuovo rettore dice che c´è bisogno di regole nuove nell´ateneo delle cento famiglie. Nel capoluogo siciliano le proteste contro la riforma Gelmini si sono mescolate ieri ai commenti sull´ultima parentopoli accademica denunciata da Repubblica. E Roberto Lagalla, 53 anni, docente di diagnostica per immagini alla facoltà di Medicina ed ex assessore regionale della giunta Cuffaro, si impegna ad adottare un regolamento che impedisca almeno la presenza di parenti stretti in uno stesso dipartimento.Professore Lagalla, rettore di Palermo dal primo novembre. Lei ne ha parenti all´Università?«La sfido a trovarne uno. Ci provi pure, non ci riuscirà».Ma il suo è un caso raro. Cento famiglie hanno residenza fissa in facoltà e dipartimenti dell´ateneo.«Guardi, io non sono pregiudizialmente contrario al fatto che un padre accademico abbia un figlio che ne segue le orme e diventa un docente universitario. Ci mancherebbe altro. Succede, d´altronde, in tutti gli atenei, in minore o maggiore misura».A Palermo succede in modo evidente. Nella sua facoltà, Medicina, abbiamo contato 24 ceppi familiari e 58 docenti imparentati fra loro.«I medici non sono diversi dai registi o dagli attori. Si respira l´aria della professione, in famiglia, e si cerca di seguire le orme di papà. D´altronde, a Medicina, che conta 450 docenti, è statisticamente più facile trovare parentele. Detto ciò, il punto è un altro. L´importante è che chi arriva all´insegnamento ne abbia i titoli. E che a tutti siano date le stesse opportunità».Marito, moglie e figli nello stesso dipartimento: sono tanti i casi. Nell´ateneo di Bari, dopo gli scandali, è stato adottato un codice etico per limitare la presenza di parenti nelle stesse strutture di ricerca. A Palermo no.«Il fenomeno denunciato da Repubblica è sotto gli occhi di tutti. Io credo che per un fatto di opportunità, bisognerebbe evitare la presenza di congiunti stretti nello stesso dipartimento. Nel mio programma per il rettorato ho previsto l´adozione di codici di autoregolamentazione per l´ateneo. Vorrei introdurre una norma per impedire ai parenti di primo grado di svolgere la loro attività nella medesima struttura. Altre università, d´altronde, hanno adottato misure di questo tipo, più o meno stringenti. Mettendo da parte la demagogia si può pensare a un modello come quello della magistratura, che non ammette parentele strette negli stessi settori». La parentopoli palermitana si è formata anche in seguito a concorsi che hanno visto i baroni dell´ateneo favorirsi reciprocamente per far nominare i propri rampolli. Forse anche quello è un sistema da riformare.«Quello della selezione degli accademici è un problema antico che riguarda tutte le università. La soluzione è il concorso di idoneità nazionale, al termine del quale gli atenei possono chiamare chi vogliono, assumendosi la piena responsabilità della scelta. Ma bisogna adottare anche un sistema di verifica periodica della risposta didattica e della capacità scientifica del docente. Perché ciò che manca oggi è un vero sistema che sanzioni o premi i professori universitari. Si può fare una riforma seria dell´università. A patto che non cominci tagliando le risorse».

17 GIUGNO 1945: ANTONIO CANEPA, DELITTO E BUGIE

Cent´anni fa nasceva il capo dell´esercito indipendentista una delle vittime della strage di Randazzo. Lo scontro con i carabinieri e il giallo del sopravvissuto nella Sicilia inquieta degli anni Quaranta
di LINO BUSCEMI

Qual è, dunque, l´antefatto che portò alla tragedia di Murazzu Ruttu? Tutto cominciò il 16 giugno 1945, allorché Antonio Canepa giunse alle sei del mattino in località Bolo, nella casa del farmacista Schifani di Cesarò. Lo accompagnava un drappello di giovani studenti universitari catanesi: Carmelo Rosano (22 anni), Giuseppe Amato detto Pippo (21 anni), Antonio Velis (21), Armando Romano detto Nando (21), Giuseppe Lo Giudice (il più giovane del gruppo, studente liceale di appena 18 anni). Duplice lo scopo della visita: si doveva prelevare un motocarro Guzzi e poi effettuare un´azione persuasiva nei confronti dell´allora sindaco di Cesarò, dottor Samperi, ostile agli indipendentisti. Il gruppetto, stanco, si addormentò e il sindaco ne approfittò per cambiare aria.L´indomani, 17 giugno (erano quasi le 8) si diressero verso Francavilla per andare a recuperare armi, nascoste nella proprietà della duchessa zia di Canepa. Pippo Amato (uno dei superstiti, deceduto a fine anni Novanta), si mise alla guida dell´autocarro, dove nel cassone vi erano le armi di scorta. Descrisse così i fatti: «Al bivio per Randazzo, scorgemmo tre carabinieri (maresciallo Salvatore Rizzotto di 54 anni, vice brigadiere Rosario Cicciò di 48 anni, carabiniere Carmelo Calabrese di 40 anni, ndr.), almeno tanti ne vedemmo. Pensai di rallentare, dando l´impressione di voler fermare. Superando il posto di blocco avrei ridato tutto il gas, in maniera da poter guadagnare la curva a destra per prendere le armi (ed aver facile ragione dei militi. Per quanto veloce fosse stata la manovra, uno dei militari ebbe il tempo di sparare un colpo alle ruote. Canepa gridava gesticolando: perché sparate? Che motivo c´è di sparare? A questo punto dietro di me si cominciò a sparare. Chi avesse cominciato - scrive Amato - non saprei dirlo. Il motocarro partì a razzo e raggiunse subito la curva. Allora mi voltai. Il sangue mi si gelò! Nel cassone, lunghi distesi, c´erano solo Canepa e Carmelo Rosano e gli altri non c´erano più. Rosano con un filo di voce, mi disse: portaci all´ospedale».
Di ben altro tenore, il rapporto stilato dalla Prefettura di Catania. Quando i carabinieri videro che il motocarro accelerò, uno di loro «esplose un colpo di moschetto in aria a scopo di intimidazione ed il motociclo si fermò». Gli evisti non si mossero, ma uno di loro «sorridendo faceva vedere un pugno di biglietti da mille ammiccando. Il maresciallo Rizzotto, ordinò ai militari di non sparare, ma non aveva fatto in tempo a dirlo che un colpo, sparato da una delle persone a bordo lo feriva, mentre altri colpi, una decina circa, partivano dal motomezzo, attingendo gli altri due carabinieri. Il professor Canepa fu colpito alla coscia sinistra con il conseguente scoppio di una bomba che lo stesso deteneva, evidentemente in tasca. Intanto il motofurgone si fermava e il conducente e l´altro giovane si dileguarono». Nel resoconto prefettizio non c´è alcun accenno a Pippo Amato e al fatto che questi avesse trasportato con il Guzzi i feriti in paese. L´avvocato Michele Papa, separatista di sinistra, negò che ci fosse stata una "soffiata" ai carabinieri. Ed ancora che «non ci fu nessun agguato della destra separatista per liberarsi del comunista Canepa e non tutti quelli del Mis lo piansero». Papa ipotizza, però, un agguato dei carabinieri e si spiega così il massacro. Per Sandro Attanasio autore del volume "Gli anni della rabbia" (editore Mursia), i movimenti di Canepa e dei suoi giovani compagni erano sotto controllo delle forze di polizia, il servizio predisposto dai carabinieri doveva portare alla loro cattura e non alla loro uccisione. L´avvocato Nino Varvaro, esponente di spicco del Mis nel 1971, davanti alla Commissione antimafia riferì che Canepa morì «in un agguato non occasionale, ma combinato quasi certamente dagli stessi indipendentisti di destra; lui, infatti, aveva pubblicato un volumetto, La Sicilia ai siciliani, e aveva detto: «Quando faremo la repubblica sociale in Sicilia i feudatari ci dovranno dare le loro terre se non vorranno darci le loro teste; e quella frase gli costò la vita». Una ridda di supposizioni e versioni più o meno attendibili. Insomma, un guazzabuglio. Persino i processi si conclusero con sentenze superficiali e sbrigative.Con i feriti a bordo, Pippo Amato decide di recarsi verso l´ospedale di Randazzo. Arrivato in paese affidò i suoi compagni ad alcune persone e si allontanò di corsa. Che fine fecero Lo Giudice, Velis e Armando Romano? Il primo morì quasi subito. Nino Velis, si dileguò nella campagna non prima diaver visto Canepa che sparava contro una mitragliatrice nascosta dietro un muro. Velis, illeso, si salvò e, come afferma Amato, «questa è una colpa che si porterà dietro tutta la vita, come me del resto». Armando Romano, ferito, fu trasportato sopra un mulo all´ospedale di Randazzo dove intanto si spensero, dissanguati, Canepa e il suo vice Carmelo Rosano, privi di assistenza medica. Piantonato, perché in stato di arresto, il Romano accusava grossi problemi al femore e svenne. A questo punto, suo malgrado, diventa involontario attore di un episodio che oscilla tra la farsa e ilgrottesco. I carabinieri, mostrano fretta. Intendono sbarazzarsi al più presto dei cadaveri di Canepa, Rosano e Lo Giudice. Nell´impellenza di compiere la traslazione delle salme, commettono una grave scorrettezza. In gran segreto, all´alba del lunedì 18 giugno 1945, Nando Romano, in stato diincoscienza «venne prelevato e trasportato con un camion militare, scortato, su una barella, assieme ai cadaveri dei suoi compagni al cimitero di Giarre, per essere seppelliti». Il giudice Salvatore Riggio Scaduto, sulla rivista dei Lions Club di Caltanissetta, sostenne che i defunti vennero, invece, sistemati in tre bare e nella quarta fu collocato, assopito, il Romano. Giunti a Giarre, i militari imposero al custode del cimitero, Isidoro Privitera, di chiudere i cancelli mentre venivano depositate le casse (o barelle). Il custode eccepì che mancavano i certificati di morte. I carabinieri si giustificarono dicendo che «si trattava di banditi morti in conflitto» da seppellire subito. Il Privitera, tergiversò e insistette almeno perché gli declinassero i nomi degli sfortunati. Fu in questo frangente che si accorse, per puro caso, che uno dei quattro non era morto ed anzi respirava e lo seguiva conlo sguardo. Il custode «credendo ad un fenomeno di rinvenimento da morte apparente», mise in salvo il "morto vivo" Romano, evitandogli di essere calato nella tomba. Oggi questi è un anziano signore di 84 anni che abita in un piccolo capoluogo di provincia. L´incredibile caso del vivo dato per morto, nel 1969, ad iniziativa del regista Giuseppe Ferrara, fu raccontato nel film "Il sasso in bocca". Chi ordinò il suo (e quello degli altri) frettoloso trasferimento nel lontano cimitero di Giarre anziché in quello locale di Randazzo? Per Romano, passato lo spavento, si aprirono le porte del carcere. Subì un processo, fu condannato e poi amnistiato. Preferì lasciare la Sicilia e si arruolò nella Legione straniera. Dopo alcuni anni rientrò in Italia e prestò servizio presso un ente regionale. Rimase sempre fedele all´ideale separatista. Oggi è un anziano pensionato che ha "rimosso" i fatti che lo coinvolsero. Preferisce, in coerenza con il suo conosciuto lungo silenzio, non parlare con nessuno. La strage di Randazzo segna, per l´indipendentismo siciliano, l´inizio del declino che si sarebbe concluso due anni dopo. Nel 1955, calmatesi le acque, i corpi di Canepa, Rosano e Lo Giudice sono stati trasferiti nel cimitero di Catania. A Murazzu Ruttu, i separatisti hanno eretto un cippo in memoria di coloro che «caddero per la Sicilia vittime del puro ideale di patria».
La Repubblica, SABATO, 25 OTTOBRE 2008
NELLA FOTO: Il capo separatista Antonio Canepa

sabato 25 ottobre 2008

L'Italia è migliore della destra che la governa

Discorso Integrale, di Walter Veltroni, Roma Circo Massimo 25 ottobre 2008.
Quella di oggi, diciamocelo con orgoglio, è la prima grande manifestazione di massa del riformismo italiano, finalmente unito. E lo è perché il Partito Democratico è il più grande partito riformista che la storia d’Italia abbia mai conosciuto. Un italiano su tre si riconosce, crede nel disegno di un riformismo moderno. E’ un fatto inedito nella lunga vicenda nazionale. E oggi, in questo luogo splendido e immenso, siamo qui, in tanti, perché vogliamo bene all’Italia, perché amiamo il nostro Paese.Con lo stesso amore, il 14 ottobre di un anno fa, il Partito Democratico nasceva da un grande evento di popolo.L’Italia è un Paese migliore della destra che lo governa in questo momento. Migliore della destra che nel tempo recente lo ha già governato, anche se qualcuno troppo spesso finge di dimenticarlo, per sette lunghi e improduttivi anni.L’Italia è un grande Paese democratico, è un Paese che ama la democrazia.Perché l’Italia non dimentica, non potrà mai dimenticare quanti hanno sofferto, quanti hanno dato la vita per la sua libertà.Lunedì scorso ci ha lasciati un grande amico, un padre della Repubblica, un maestro di vita per tutti noi. Aveva venticinque anni, Vittorio Foa, quando fu condannato e messo in galera: perché era antifascista, perché pensava diversamente da chi era al potere.E per chi crede che fino ad un certo punto ci sia stato un fascismo in fondo non troppo cattivo, va ricordato che era il 1935. Non era ancora arrivata la vergogna delle leggi razziali. Ma il regime aveva già fatto in tempo a sopprimere la libertà di stampa e quella di associazione, a chiudere partiti e sindacati, a calpestare il Parlamento e a incarcerare, mandare in esilio o uccidere chi non si piegava alla dittatura: Don Minzoni, Giacomo Matteotti, Piero Gobetti. E due anni dopo la stessa sorte sarebbe stara di Carlo e Nello Rosselli e di Antonio Gramsci.L’Italia, signor Presidente del Consiglio, è un Paese antifascista.A chi le chiedeva se anche lei potesse definirsi così, “antifascista”, lei ha risposto con fastidio che non ha tempo da perdere, che ha cose più importanti di cui occuparsi, rispetto all’antifascismo e alla Resistenza.Il presidente Sarkozy non avrebbe risposto così, non avrebbe detto questo della Resistenza animata dal generale De Gaulle, non avrebbe messo in dubbio che ogni francese è figlio orgoglioso della Parigi liberata dai nazisti.E né Barack Obama, né John McCain risponderebbero con un’alzata di spalle ad una domanda sulla decisione del presidente Roosevelt di mandare a combattere e a morire migliaia di ragazzi americani. Quei ragazzi americani che sono morti per noi, per restituirci la libertà e la democrazia.Nessuno avrebbe risposto come il nostro Presidente del Consiglio, perché non c’è nulla di più importante, per un grande Paese, della sua memoria storica. Un Paese senza memoria è un Paese senza identità. E chi non ha identità non ha futuro. E l’Italia ha bisogno di futuro.Coltivare la memoria dell’antifascismo non è solo un atto di riconoscenza. Come ci ha ricordato un altro grande italiano, un uomo mite e rigoroso come Leopoldo Elia, se la democrazia viene coltivata e vissuta ogni giorno, si espande e cresce. Se viene mortificata e offesa, deperisce e può anche morire.In tutti i Paesi del mondo ci sono i governi. Ma solo in quelli democratici c’è l’opposizione.Coltivare la democrazia, farla vivere e crescere ogni giorno, significa rispettare l’opposizione, riconoscere la sua funzione democratica: nelle aule del Parlamento, come nelle piazze del Paese.Se noi non svolgessimo fino in fondo il nostro ruolo all’opposizione, se non facessimo coesistere la durezza della denuncia e il coraggio della proposta, se non lo facessimo, tradiremmo il nostro mandato. E per colpa nostra, una colpa che sarebbe imperdonabile, la democrazia italiana diventerebbe più debole.E’ indice di una mentalità sottilmente e pericolosamente illiberale, pensare che in una democrazia non bisogna disturbare il manovratore e che tutto ciò che limita, regola, condiziona il suo potere è solo un fattore di disturbo.E’ un disturbo il Parlamento, perché vorrebbe e dovrebbe discutere le proposte di legge o i decreti del governo, prima di approvarli.E’ un disturbo la magistratura, perché esercita un controllo di legalità che non può e non deve risparmiare chi governa la cosa pubblica in nome e per conto della collettività.E’ un disturbo la Corte costituzionale, perché deve verificare la costituzionalità dei provvedimenti voluti dal governo e approvati dalla maggioranza in parlamento.E’ un disturbo l’opposizione. Perché spezza l’incantesimo del plebiscitario consenso al governo. Perché dimostra che c’è un altro modo di pensare, che potrebbe domani diventare maggioritario. Perché vuole, come noi vogliamo, una grande innovazione istituzionale, il dimezzamento del numero dei parlamentari, una sola Camera con funzioni legislative, una legge elettorale che restituisca lo scettro ai cittadini. A cominciare dalla battaglia parlamentare che faremo nei prossimi giorni per mantenere il voto di preferenza alle prossime europee. Una democrazia che decide, decide velocemente, decide dentro i principi della Costituzione, non con pericolose concentrazioni del potere. Una democrazia più moderna, alla quale abbiamo contribuito con le coraggiose decisioni dei mesi scorsi. Noi oggi interpretiamo la nostra funzione in un modo che è perfettamente coerente con quanto dicemmo già al Lingotto, affermando che il PD, svincolato finalmente dai vecchi ideologismi, sarebbe stato “libero dall’obbligo di essere, di volta in volta, moderato o estremista per legittimare o cancellare la propria storia”.Questo siamo: un partito libero, che non teme né di apparire moderato agli occhi di alcuni, né di sembrare estremista agli occhi di altri. Perché null’altro è che un grande partito riformista.Un grande partito riformista, che fa dell’opposizione, un’opposizione di popolo, il modo per incidere oggi sulla realtà del Paese e per essere domani, strette le alleanze che le idee e i programmi vorranno, nuova maggioranza e nuovo governo per l’Italia.Il PD avrà sempre, anche all’opposizione, una sola stella polare: gli interessi generali del Paese. Quel Paese che amiamo e il cui destino è la nostra ragione d’essere. Quel Paese che vogliamo unire, rifiutando l’odio e la contrapposizione ideologica.Questa manifestazione è un grande momento di democrazia, sereno e pacifico. E guai, davvero guai, a chi pensa di ridurre solo minimamente la libertà di avanzare critiche, la libertà di dissentire, la libertà di protestare civilmente contro decisioni e scelte che non condivide. La democrazia non è un consiglio d’amministrazione. La minaccia irresponsabile e pericolosa di intervenire “attraverso le forze dell’ordine” dentro quei templi del sapere, della conoscenza e del dialogo che sono le Università, è stata qualcosa di abnorme e di mai visto prima. Puntuale, ancora una volta, è poi arrivata la smentita del Presidente del Consiglio. “Sono i giornali che come al solito travisano la realtà”, ha detto da Pechino. Ora: cambiando il fuso orario si può anche cambiare idea, e in questo caso è un bene che ciò sia avvenuto. C’è però qualcosa su cui vale la pena riflettere. Perché un’alta carica istituzionale si può permettere sistematicamente di negare ciò che è evidente, ciò che per giorni le televisioni hanno ritrasmesso sbugiardando l’ennesima smentita? Perché il Presidente del Consiglio si sente autorizzato, nel pieno della tempesta finanziaria che stiamo vivendo, ad invitare i cittadini a comprare le azioni di questa o quella azienda? Perché può arrivare ad annunciare una decisione non presa come quella della chiusura dei mercati, facendosi smentire persino dalla Casa Bianca? Se l’avessero fatto Gordon Brown o Angela Merkel sarebbe successa una catastrofe. Siccome nel mondo sanno chi è, non è successo niente.Ma perché coltiva questa impunità delle parole? Questa strategia dell’inganno permanente nei confronti dei cittadini? La presunzione che si possa promettere di tagliare le tasse che poi non si tagliano, di fare delle mirabolanti opere infrastrutturali che poi non vengono nemmeno progettate? E’ l’idea del potere che non è tenuto a rispondere dei suoi comportamenti. E’ un’idea del potere inaccettabile. E’ la confusione tra governare e prendere il potere.Contro questi rischi l’opinione pubblica, la cultura, la coscienza critica del Paese, l’antico amore degli italiani per una democrazia viva e piena, devono farsi sentire.Voglio essere chiaro: noi non pensiamo che questo governo sia la causa di tutti i mali. Non saremo noi, a differenza di chi ci ha preceduto nel ruolo di opposizione, a gridare al regime. Il problema è che il governo Berlusconi è totalmente inadeguato a fronteggiare la gravissima crisi che stiamo vivendo. E lo è per una ragione semplice: perché non ha nel cuore l’Italia che produce e che lavora, l’Italia che soffre. E’ un governo che si occupa di rassicurare i potenti di questo Paese, piuttosto che di combattere la drammatica situazione di imprese e lavoratori.L’Italia può essere altro. L’Italia “è” altro.E’ però vero che la fotografia dell’Italia attuale sta sbiadendo, ha quasi del tutto perso i colori, e la ricchezza delle sfumature, della modernità. I volti degli italiani appaiono sgranati e in bianco e nero. Come le vecchie immagini di una volta, perché l’immobilismo che già ieri ci condannava ad una crescita stentata rischia oggi, dentro una crisi economica di questa gravità, di farci tornare drammaticamente indietro.Tornano indietro gli artigiani, gli operai. C’è stato un tempo in cui la fatica, i sacrifici e il talento, la specializzazione, davano dignità al lavoro e permettevano anche di metter su un laboratorio in proprio, e poi magari una piccola fabbrica. L’ascensore sociale funzionava, le condizioni di vita miglioravano. E comunque c’era la speranza che questo potesse accadere.Oggi come vive un operaio che fatica tutto il giorno, e che troppo spesso in questo Paese sul lavoro rischia la vita, per 1.200 euro al mese? Che speranza può avere di poter star meglio, se deve invece preoccuparsi di essere messo in cassa integrazione, di arrivare in fabbrica una mattina e di leggere nella bacheca di servizio che fra sei mesi si chiude perché la produzione si ferma? Tornano indietro le aziende, rischiano di tornare indietro i piccoli e medi imprenditori. Quelli che sanno mettere a punto nuove tecniche e creare nuovi prodotti, e che così hanno fatto crescere il Paese. E’ gente onesta, che esce di casa che è ancora buio e torna a casa che è già notte, e fatica a dormire per la paura di non farcela e di dover chiudere: perché l’affitto aumenta a rotta di collo, le bollette paiono impazzite, la burocrazia è soffocante, la pressione fiscale opprimente. Sognavano di crescere per poter competere meglio, ma devono fare i conti con una realtà opposta: difficoltà ad avere finanziamenti dalle banche, che anzi chiedono di rientrare rapidamente dal debito, ed esportazioni che calano perché i clienti americani, tedeschi e inglesi sono impegnati a ridurre al massimo i consumi. Qualche giorno fa, ad una azienda metalmeccanica del bresciano che ha cinquanta dipendenti ed è attiva da mezzo secolo, è stato chiesto di rientrare subito del fido e intanto hanno bloccato le carte di credito. “E’ una cosa umiliante”, ha detto il titolare. Ecco uno degli effetti di questa crisi: non conta la storia e la serietà di un’impresa, si guardano solo i numeri e i conti. Quelli della banca, non quelli dell’azienda.E tornano indietro, non possono proprio a guardare avanti, i giovani, i nostri ragazzi. Su un muro di Milano qualcuno ha scritto: non c’è più il futuro di una volta. E’ la cosa più grave. Ieri a vent’anni e a trenta si raccoglievano i frutti dello studio o già si lavorava, e comunque si pensava al domani convinti che sarebbe stato migliore rispetto alla vita vissuta dai dei propri genitori. Oggi i giovani italiani sono prigionieri della gabbia del precariato. Sono storie umilianti, e sono tantissime. La risposta ad un annuncio su Internet e l’invio di un curriculum, le cuffie in testa e il microfono per rispondere alle telefonate, i 1.200 euro lordi promessi dai selezionatori che diventano 800 e cioè 640 netti considerando i giorni effettivi di lavoro. Quattro euro l’ora. Una vita precaria e i sogni mortificati per quattro euro l’ora. Ma si accetta, perché con il contratto a scadenza si è sotto ricatto. E si accetta.E quella foto dell’Italia è in bianco e nero, purtroppo, anche a simboleggiare gli opposti, anche a dire dell’estrema ricchezza e dell’estrema povertà che dividono in due un paese ingiusto.Non siamo solo noi, non è la cattiva propaganda dell’opposizione ad affermarlo, lo ha detto la Banca d’Italia, lo dice l’Ocse: la nostra è una delle società più diseguali dell’Occidente, siamo uno dei paesi nei quali la forbice tra chi ha tanto e chi ha poco o niente si è fatta più larga. L’Italia ha urgente bisogno di crescere e per questo ci vuole, lo diciamo da mesi, un grande patto tra i produttori. Siamo nel pieno della terribile, drammatica crisi finanziaria internazionale, che sta producendo una grave recessione mondiale e che si è abbattuta anche sul nostro Paese. Una crisi che richiederebbe, da parte di chi governa, senso di responsabilità e moderazione. Parole sconosciute a Berlusconi.La crisi non va certo spiegata agli operai, alle imprese, ai ragazzi che cercano o perdono un lavoro. Lo sanno bene, lo sapete bene, lo vivete ogni giorno sulla vostra pelle. Lo sanno i pensionati, che prendono ogni mese la stessa pensione e intanto pagano di più per il pane, per la pasta, per le bollette della luce e del gas. Lo sanno le famiglie italiane, che faticano ad arrivare alla fine del mese. Lo sanno i sette milioni e mezzo di persone che vivono poco al di sopra della soglia di povertà, 500-600 euro al mese, vicinissimi a quegli altri sette milioni e mezzo che già stanno sotto. Fanno 15 milioni in totale. Non esagera, la Caritas Italiana, quando lancia l’allarme povertà.C’è la crisi. Ed è vero che ci arriva dagli Stati Uniti. Ma nessuno può farne un alibi o una scusa. Soprattutto non può farlo, non può chiamarsi fuori, una destra che per anni ha diffuso a piene mani tre tossine, culturali e politiche.La prima è un’idea monca della libertà, quella che considera ogni regola come un inciampo, che è figlia dell’ideologia del liberismo selvaggio e dell’individualismo sfrenato. E la disinvoltura con cui si fa una bella capriola e si diventa all’improvviso statalisti nasce dal fatto che l’unico vero sistema che piace alla destra è quello nel quale sia il mercato che lo Stato sono al servizio degli interessi dei più forti. La seconda tossina è la freddezza, lo scetticismo, l’ostilità perfino nei riguardi dell’Europa. Ed è ovvio: l’Europa è coesione sociale e crescita economica insieme, è un orizzonte che chiama a muoversi in un sistema di regole e responsabilità comuni. La terza tossina è il primato della finanza e di quella più creativa, più disinvolta e più cinica possibile, nei riguardi del lavoro e della produzione di beni e servizi. Vi farò tutti ricchi, perché il denaro da solo moltiplicherà il denaro, tutti avrete il vostro albero delle monete d’oro nel campo dei miracoli. L’impegno, la fatica, lo studio, la pazienza e la tenacia non servono più, sono avanzi del passato: tutto è facile, tutto è possibile, perché tutto è lecito.La crisi, ha detto un grande economista come Paul Samuelson, “è figlia di un insieme diabolico di avidità, indebitamento, speculazione, laissez-faire, e soprattutto un’infinita incoscienza”. C’è il ritratto della destra, dietro queste parole. Anche della destra italiana di questi ultimi quindici anni. L’intervento dello Stato è “un imperativo categorico”, ha detto Berlusconi fulminato sulla via di Damasco. Ma sicuramente un giorno arriverà una smentita anche di questa frase. Come quando, poche ore dopo averla fatta, ha corretto quell’affermazione destinata comunque a rimanere negli annali per la sua totale irrealtà: “la crisi non avrà effetti sull’economia reale”.E’ invece proprio l’economia reale l’emergenza vera di queste ore. Cosa ha fatto il Presidente del Consiglio per difendere le piccole e medie imprese o il potere d’acquisto dei salari e degli stipendi degli italiani? Nulla, assolutamente nulla. Cosa ha fatto, cosa sta facendo il governo per le famiglie? Ha tagliato del 32 per cento il Fondo a loro destinato, e lo ha fatto per coprire una parte dell’abolizione dell’Ici sulle abitazioni dei più ricchi. Così, come ha denunciato l’Associazione famiglie numerose, c’è un “signor Rossi” milionario, che ha 500 mila euro di reddito annuo, diverse case di proprietà e non ha figli, che non paga più l’Ici perché un “signor Rossi” che fa l’operaio, che ha 25 mila euro di reddito annuo e vive in una casa in affitto con moglie e quattro figli a carico, non riceve più i 330 euro che prima gli arrivavano dal Fondo per le famiglie. Insomma, dinanzi a una crisi che sta impoverendo ancora di più le famiglie italiane, il governo cosa fa? Spende le poche, preziose risorse per i più ricchi. E questi costosi regali li pagano tutti i contribuenti, perché hanno meno servizi, perché pagano più tasse e perché ricevono meno sostegni. Li pagano i Comuni, cuore del nostro Paese, costretti per questo a scelte socialmente dolorose. Li pagano gli italiani all’estero, anche loro cuore del Paese, anche loro colpiti anche dalle scelte di questo governo.Voglio dirlo chiaramente: il governo ha sbagliato tutte le previsioni economiche, il governo ha fatto una Finanziaria che immaginava una fase di crescita, il governo ha esplicitamente e drammaticamente sottovalutato le conseguenze durissime che la crisi sta avendo sulle famiglie e sulle imprese.Si sono riuniti anche di notte per garantire sostegno alle banche, quelle banche che devono restare indipendenti dalla politica. Ora si riuniscano anche di notte per fare invece un grande piano per i cittadini, per combattere la recessione e l’impoverimento della società italiana. Dalla crisi del ’29 si uscì con il New Deal. Ora nel nostro Paese è tempo di un Piano organico per la crescita e la lotta alla povertà e alla precarietà. L’Italia è un Paese migliore della destra che lo governa.Le misure per stabilizzare la crisi finanziaria, prese a livello europeo, sono giuste e necessarie. Ma non sono sufficienti. Ne servono altre, indispensabili: il sostegno con un fondo di garanzia alle micro e piccole imprese, un piano di investimenti in infrastrutture e soprattutto un intervento per aumentare i redditi da lavoro, i salari, gli stipendi, le pensioni degli italiani. Abbiamo presentato proposte per sostenere l’economia reale. Se queste priorità saranno riconosciute noi faremo, come sempre, la nostra parte. La faremo, come ho detto, per l’Italia, non certo per Berlusconi.Noi da questa piazza non insultiamo nessuno e non gridiamo al regime. La nostra sfida è chiara, ed è la stessa che lanciammo al Lingotto. Non conservare quello che c’è. Non assegnare al riformismo il compito di difendere anche importanti conquiste del passato. No, è il tempo della costruzione dell’Italia del nuovo secolo. E’ il tempo del coraggio riformista, non della pigrizia conservatrice.Le nostre proposte sono sul tavolo. Noi chiediamo di ridurre, a partire dalla prossima tredicesima, il peso delle tasse sui lavoratori dipendenti e sui pensionati. Proponiamo di destinare a questa misura sei miliardi di euro, in un insieme di interventi che valgono lo 0,5 per cento del Pil.E’ un intervento rilevante ma sostenibile per le nostre finanze pubbliche, risanate dall’azione di un uomo che quando governava pensava al Paese, e non a se stesso: Romano Prodi. E’ un intervento sostenibile, nel momento in cui si è introdotta una maggiore flessibilità dei parametri europei all’interno dei vincoli del Patto.La spesa pubblica, in Italia, deve essere ridotta. Senza esitazioni. La nostra linea, però, è “spendere meno e spendere meglio”. Non “spendere meno” e basta, senza preoccuparsi di cosa ne sarà delle scuole, degli ospedali, della sicurezza dei cittadini.Abbiamo sempre detto “pagare meno, pagare tutti”. E invece ora di pagare meno non c’è traccia e la lotta all’evasione fiscale è scomparsa dall’orizzonte. Il governo sta riproponendo la vecchia ricetta: aliquote alte, pochi controlli, evada chi può. Complimenti: è la strada maestra per andare tutti a fondo.E vorrei porre qui la domanda che si stanno facendo gli imprenditori e tutti gli italiani: dov’è finita la promessa di ridurre le tasse? Di portare la pressione fiscale sotto il 40 per cento? La verità è che le tasse le stanno aumentando Voglio ripeterlo: le tasse stanno aumentando. E questo proprio in una fase di recessione, quando si dovrebbe consentire a chi ha redditi medi e bassi di poter aumentare i propri consumi. E poi: abbiamo sempre detto che la pubblica amministrazione deve essere riformata. Dunque va bene la lotta ai veri fannulloni. Chi lavora nel settore pubblico, a cominciare dai dirigenti, deve metterci il doppio e non la metà dell’impegno di chi lavora nel settore privato.Ma la pubblica amministrazione è piena anche di persone straordinarie, che mettono al servizio della collettività sapere e competenza, in cambio di un reddito col quale faticano a vivere dignitosamente. Penso agli infermieri e ai medici ospedalieri. Penso agli agenti delle forze di polizia, che rischiano la vita e devono chiedere l’anticipo sulla liquidazione per tirare avanti. Penso alla scuola, alla ricerca, all’Università. Il governo ha fatto due errori. Il primo: le ha ridotte a voci da tagliare, dimenticando che sono un settore strategico per il futuro del Paese. Un settore da riformare, anche in profondità, ma per investirci maggiori e non minori risorse.Stupisce lo stupore per la protesta che sta dilagando in tutta Italia. E’ una protesta giusta, perché consapevole, responsabile e assolutamente non violenta. Come sempre dovrà essere, respingendo il tentativo di radicalizzare lo scontro portato avanti dal governo. E’ un movimento senza bandiere né di partito, né di sindacato. Una grande prova di autonomia della società civile. Le maestre insieme alle mamme, gli studenti insieme ai rettori. Questo movimento ama la scuola e la vuole cambiare, tanto che nelle piazze ci va anche per fare lezioni all’aperto di fisica o di filosofia.Il governo invece sta togliendo l’aria all’Università italiana, sta impedendo l’ingresso di nuove leve di ricercatori e docenti all’interno degli atenei, sta togliendo ogni prospettiva di poter continuare a lavorare nel nostro Paese a giovani scienziati che hanno fin qui fatto partecipare l’Italia a progetti come quelli del Cern di Ginevra o hanno garantito il monitoraggio di vulcani e terremoti in un Paese come il nostro. Giovani scienziati che si sono visti bloccare l’assunzione dal governo Berlusconi del 2002 e che si vedono arrivare il licenziamento dal governo Berlusconi del 2008.“Prenda nota, signor ministro Giulio Tremonti – non sono io a dirlo, ma è uno storico come Franco Cardini dalle colonne del “Secolo d’Italia” – ritirare l’appoggio alle Università è un modo di rubare ai poveri per dare ai ricchi. Un modo come infiniti altri. Ma è l’esatto contrario di quel che avrebbe voluto il ‘suo’ Robin Hood”. Il secondo errore è forse ancora più grave. Avete camuffato i tagli sotto le mentite spoglie di una “riformetta” che ha mortificato la dignità culturale e professionale dei docenti, la partecipazione dei genitori e degli studenti, la natura di comunità educante della scuola. Voglio essere chiaro: ogni posizione conservatrice sulla scuola e l’Università è sbagliata. Abbiamo bisogno della scuola dell’autonomia e del merito. Di una scuola che abbia fiducia nella capacità di scelta dei ragazzi. Di una scuola guidata da un progetto educativo moderno e capace di promuovere opportunità sociali e merito, in un contesto di permanente, indipendente, valutazione di qualità.I conservatori sono quelli che si preoccupano di sistemare piccoli particolari, come il grembiule e il ripristino dei voti. C’è bisogno invece di una radicale riforma. E voglio dire che se c’è una materia sulla quale il Paese dovrebbe proiettare se stesso oltre le divisioni, è proprio una scelta di fondo della scuola e dell’Università. Non si può ad ogni cambio di ministro stravolgere la vita di milioni di famiglie, di ragazzi, maestri e professori. E’ la sfida dell’innovazione della scuola, quella che ci interessa. La scuola elementare italiana, una delle migliori del mondo, è il frutto di decenni di elaborazione pedagogica, teorica e sul campo. Che cultura, che pensiero, che innovazione c’è dietro il ritorno al maestro unico o all’abolizione per via di fatto del tempo pieno?E davvero qualcuno pensa che il fenomeno del bullismo si possa risolvere con il voto in condotta? No. Non è così semplice, non è così banale. Dietro questi atteggiamenti c’è molto di più. Dietro il fatto che un bambino su cinque comincia a bere tra gli 11 e i 15 anni c’è davvero un vuoto più grande. C’è il degrado e sociale e il disagio familiare. C’è l’annoiarsi di fronte alla vita di chi forse è spinto a conoscere il prezzo ma certo non il valore delle cose.Quel vuoto a noi spaventa. Per voi è indifferente. Perché vi è congeniale. L’avete alimentato con la vostra cultura dell’individualismo e dell’egoismo. Con il vostro fastidio per ogni regola morale. Con la vostra idea che contano non lo studio e il lavoro, ma solo il successo facile. Quello che si raggiunge anche senza saper far niente, basta apparire in televisione. Quello che si può ottenere in ogni modo, anche prendendo le scorciatoie e passando sopra gli altri.Uno scrittore, che di mestiere fa anche il professore, ha raccontato così i pensieri di una sua studentessa, di una ragazza come tante della sua generazione: “Professore, ha presente il fascio di luce che d’improvviso avvolge l’ospite d’onore e lo separa dal buio? Quella chiazza bianca o gialla sul palcoscenico? Mi sono accorta – dice questa ragazza – che è piccola, un cerchio minimo. Tutti non ci possiamo entrare, e neanche parecchi. Lì c’è posto per pochissimi. Per gli altri c’è il buio, il niente, al massimo un posto in platea per applaudire chi ce l’ha fatta e crepare d’invidia. A me non piace stare da una parte ad applaudire agli altri. Oggi a nessuno piace. Ma non mi va nemmeno di uscire dal teatro e mettermi a battere chiodi o sudare per due lire come mio padre e mia madre. Io quella luce la voglio. Io li capisco quelli che bruciano le macchine a Parigi. Loro la luce se la fanno da soli, e il mondo li guarda, arrivano le telecamere e il buio non c’è più, non c’è più questo schifo di vita”.Questa cultura l’ha creata la destra. L’avete costruita voi. Non vi interessa la scuola perché la vostra scuola è la televisione. E la vostra diseducazione civile degli italiani rimbalza fin dentro le scuole. Fa rabbrividire la mozione della Lega sulle classi differenziate per i bambini stranieri. “Famiglia cristiana” l’ha definita “la prima mozione razziale approvata dal Parlamento italiano”.Che nella scuola dell’obbligo ci siano classi separate o test d’ammissione per distinguere un bambino dall’altro è un danno per tutti. E’ un danno per i bambini italiani, che considereranno quei loro amici diversi da loro, introiettando un concetto foriero di catastrofi. E’ un danno drammatico per i bambini immigrati, che si sentiranno messi ai margini e respinti, e coltiveranno un senso di separatezza che potrà essere molto rischioso in primo luogo per la sicurezza della nostra società.Quella mozione offende i bambini, umilia la scuola e il Parlamento. La questione dell’insegnamento dell’italiano ai bambini stranieri è una questione reale, che da anni la scuola elementare affronta con successo e che dovrà ancora di più saper affrontare, attraverso lo sviluppo dei corsi integrativi e non con la segregazione etnica.Si chiama interculturalità. Ed è un altro esempio di come l’Italia sia migliore, molto migliore della destra che la governa.E’ con l’Italia, allora, che dovete discutere e ragionare. Con la scuola e l’università, innanzitutto. E poi in Parlamento: aprendo quello spazio di confronto auspicato con la consueta saggezza dal Presidente Napolitano, cercando soluzioni condivise e perciò stesso durature, perché sottratte al conflitto politico immediato. Noi vi facciamo una proposta: il Governo ritiri o sospenda il decreto attualmente in discussione in Parlamento, modifichi con la Legge Finanziaria le scelte di bilancio fatte col decreto e avvii subito un confronto con tutti i soggetti interessati, giovani studenti, famiglie, docenti. Fissando un tempo al termine del quale è legittimo che le decisioni siano prese.E’ il tempo di dirsi chiaramente una cosa, anche autocriticamente: nella scuola e nell’Università italiana forse si spende male, ma certo si spende poco. E’ il cuore del futuro del Paese, e per questo voglio prendere un impegno: quando governeremo l’Italia, noi dovremo fare quello che in questi giorni ha detto il Presidente francese. E cioè un grande sforzo per l’istruzione, per la formazione dei giovani. Sarkozy ha annunciato che all’Università sarà progressivamente destinato il 50 per cento in più di risorse. E’ una assoluta priorità, che non si può non vedere e che non ha colore politico. Quando noi governeremo, faremo altrettanto.Se le cose cambiano, va cambiato anche il modo di guardarle. Alla parola “costi” si deve sostituire la parola “investire”.Vale, questo, per la grande frontiera dell’ambiente, per il gigantesco problema del surriscaldamento globale, per la strada indispensabile delle energie rinnovabili. Basta col pensare che tutto, quando si parla di questioni ambientali, sia solo un costo da sopportare. “Costi irragionevoli”, ha detto il Presidente del Consiglio di fronte ai nostri partner europei.L’ambiente e l’economia non sono nemici tra loro. Il Pil può salire mentre contemporaneamente aumenta la tutela della natura e migliora la qualità della vita. Anzi: il Pil sale solo se al centro dello sviluppo c’è la sostenibilità, c’è la riconversione dell’economia.Davvero non si capisce perché se la Germania è riuscita a creare, nel comparto delle fonti rinnovabili, duecentomila posti di lavoro negli ultimi dieci anni, da noi non possa avvenire qualcosa di simile. O perché non sia possibile seguire l’esempio della California, che puntando sull’efficienza energetica ne ha creati un milione e mezzo.E ad ogni modo: solo se gli impegni internazionali assunti dall’Italia saranno confermati, come è dovere di un grande paese europeo, sarà giusto studiare momenti di flessibilità per venire incontro alle esigenze delle imprese nell’attuale situazione. Il Partito Democratico vuole essere il grande partito dell’ecologismo moderno, fatto non di pregiudizi antiscientifici, ma dall’idea che sia proprio l’ambiente, scegliendo la via della “rottamazione” del petrolio, della fine della dipendenza dai combustibili fossili, degli investimenti sulle fonti rinnovabili, del potenziamento del trasporto pubblico, a poter garantire la nostra ricchezza di oggi e il domani dei nostri figli.Alle mie spalle, la vedete, c’è una bellissima frase di di Vittorio Foa: “pensare agli altri, oltre che a se stessi, e pensare al futuro, oltre che al presente”.Valgono, queste parole, per l’ambiente. E valgono per il drammatico corto circuito che nella nostra società si sta creando per colpa di un’equazione tanto ingiusta quanto sbagliata: più immigrazione uguale insicurezza, straniero uguale estraneo, diverso, “altro” da sé, minaccia per il proprio territorio, la propria casa, la propria incolumità. E quindi nemico da allontanare, da respingere, da cacciare.Non ci stancheremo mai di ripeterlo e mai di fare di tutto per rendere concreto questo principio: la sicurezza è un diritto fondamentale di ogni cittadino. Chiunque lo colpisce va perseguito, qualunque sia la sua nazionalità. E basta con la vergogna di troppi delinquenti, non importa se italiani o stranieri, arrestati dalla polizia e poi scarcerati dopo pochi giorni, o di condannati che evitano il carcere grazie a una serie infinita di premi e benefici.Però quell’equazione no, non si può fare. Non si può negare uno dei fondamenti della nostra civiltà: sono gli individui che commettono un crimine che vanno puniti. Mai i gruppi, mai le comunità etniche, sociali o religiose.La madre del razzismo è la paura. Il problema è che ad alimentarla c’è anche l’uso politico dell’immigrazione. Il massimo dell’ipocrisia in chi, come il governo, dovrebbe avere l’onestà di dire che da quando ci sono loro gli sbarchi sono raddoppiati, le espulsioni sono ferme e si sta creando una nuova bolla di clandestinità.La paura, ha detto bene Ilvo Diamanti, “paga”. In termini elettorali e di consenso, almeno nell’immediato. “Per contrastare il razzismo”, ha scritto ancora Diamanti, “si dovrebbe combattere la paura. Invece viene lasciata crescere in modo incontrollato. E molti, troppi, la coltivano, questa pianta dai frutti avvelenati che cresce nel giardino di casa nostra”.Molti, troppi episodi si sono verificati negli ultimi mesi, nelle ultime settimane. Di quasi tutti si è detto “il razzismo non c’entra”. Ma non è razzismo l’assassinio di Abdoul, ucciso per una scatola di biscotti al grido di “sporco negro”? Non ci sono l’ignoranza, l’estraneità e l’ostilità verso “l’altro” dietro l’aggressione di un ragazzo cinese alla fermata di un autobus? Non dobbiamo pensare che ci sia razzismo dietro il fermo violento da parte dei vigili e il pestaggio di Emanuel? Dietro quel negargli persino il cognome?E c’è un episodio che mi ha colpito particolarmente. In una scuola di una provincia italiana i bambini avevano disegnato, insieme alle loro maestre, delle sagome da mettere vicino alle strisce pedonali per dire agli automobilisti di rallentare. Queste sagome ritraevano loro. Erano bambini e bambine. Erano di colori diversi. Qualcuno deve aver pensato che c’era qualcosa di sbagliato nel fatto che ci fossero ritratti di bambini neri e di bambini bianchi insieme, e ha pensato di andare, di notte, a sbiancare con la vernice le sagome scure. Razzismo strisciante, vigliaccheria e pretesa di insegnare la propria aberrante idea di ciò che è giusto: il peggio del peggio riunito in un solo gesto. Ecco qualcosa di fronte al quale noi non siamo e non saremo mai indifferenti. Qualcosa che noi combattiamo e combatteremo sempre.L’Italia non è non sarà mai un Paese razzista. E domando: la libertà e la democrazia non sono diminuite e ferite quando si ripetono atti di odiosa e intollerabile omofobia, che allontanano le nostre possibilità di convivenza civile e allargano il discrimine che vive sulla propria pelle chi non gode di leggi di pari opportunità e non è adeguatamente tutelato contro i reati d’odio?L’Italia è un paese migliore della destra che la governa. La sua storia racconta un paese migliore.Un bravo giornalista lo ha detto bene. Nei decenni successivi alla guerra, i nostri dialetti erano lingue ben strutturate, che resistevano tenacemente alla penetrazione dell’italiano. Allora nessuna Lega pensò di differenziare i ragazzi. Nessun ministro italiano immaginò mai di separare i piemontesi dai calabresi, i lombardi dai siciliani, i veneti dagli abruzzesi. Eppure quella era un’Italia nettamente divisa in classi, piena non solo di differenze linguistiche ma di diseguaglianze sociali. Ma quell’Italia non fu mai razzista, non fu mai “differenziata”.L’Italia non può diventare questo proprio oggi, nel tempo che vede incrociarsi culture, popoli e persone. Noi non permetteremo che accada. Noi continueremo a credere che alla paura e anche alla sua percezione va data risposta, e che insieme va data risposta a chi arriva qui, lavora onestamente, e chiede integrazione, chiede diritti civili, chiede di poter votare, a cominciare dalle amministrative.L’Italia è un Paese migliore della destra che la governa. Moltiplicano l’ingiustizia in un Paese ingiusto.Scelgono l’immobilismo in un Paese fermo.Alimentano l’odio in un Paese diviso.Cavalcano la paura in un Paese spaventato.Ma l’Italia, nonostante tutto, resta migliore.Stanno facendo dell’Italia un deserto di valori e la chiamano sicurezza.Stanno cercando di creare un pensiero unico e lo chiamano gradimento, consenso.Stanno calpestando principi e regole della vita democratica e la chiamano decisione.Ma l’Italia, nonostante tutto, resta migliore.C’è l’Italia delle 250 mila persone che con una firma si sono strette attorno ad un ragazzo di ventotto anni che rischia ogni giorno la vita e che continua a combattere contro la camorra con le sole armi che possiede e vuole usare: la passione civile, il coraggio delle idee e la straordinaria forza della scrittura, che arriva lì dove la violenza e la stupidità di uomini che non valgono nulla non arriveranno mai. A Roberto Saviano va il grazie di tutti noi che oggi siamo qui in questa piazza. Lo stesso grazie va alle forze dell’ordine, ai magistrati, agli imprenditori coraggiosi e alle associazioni che ogni giorno contrastano l’illegalità, resistono alla sopraffazione, tengono viva la speranza. Ad ognuno di loro va il grazie di tutti gli italiani onesti e perbene, di tutti coloro che non si rassegnano a pensare che le cose continueranno ad andare così perché così è sempre stato e nulla può cambiare.Un’altra Italia è possibile. L’Italia della legalità, e non della furbizia. L’Italia della responsabilità, e non dell’esclusivo interesse personale. L’Italia del merito, e non dei favori. L’Italia della solidarietà, e non dell’egoismo. L’Italia dell’innovazione, e non della conservazione.Oggi da questo luogo meraviglioso noi vogliamo far arrivare agli italiani un messaggio di fiducia.Le cose possono cambiare. Le cose cambieranno. Non c’è rassegnazione che non possa cedere il passo alla speranza. Non c’è paura che non possa essere vinta dalla consapevolezza di sé e dall’apertura agli altri. Non c’è buio dopo il quale non venga la luce.E allora dell’Italia tornerà a vedersi tutto il meglio. La civiltà di un popolo che sa accogliere ed includere. La creatività e il talento di generazioni di donne e di uomini che hanno sempre cercato il nuovo. Il coraggio di chi ha traversato il mare, di chi ha lasciato la propria terra per lavorare e fare più ricco il Paese. La tenacia di chi ha rischiato per fare impresa e di chi si sacrifica per difendere legalità e sicurezza.E’ la nostra meravigliosa Italia. Quella che è stata e quella che può essere. Quella che sarà con il nostro lavoro, il nostro coraggio, la nostra voglia di futuro.Un’altra Italia è possibile. La faremo insieme.

venerdì 24 ottobre 2008

Gli studenti dell'Istituto Superiore "Giovanni Colletto" di Corleone: "Futuro, quo vadis?

La protesta che vogliamo portare avanti non si presta a nessuna strumentalizzazione politica: il nostro diritto allo studio non sta né a destra né a sinistra. Chiediamo una politica che tenga conto dei problemi reali: l’istruzione della futura classe dirigente è così importante che non ci si può perdere in discorsi di parte, tanto meno la si può affrontare in termini prettamente economici. I tagli ai fondi per la scuola manifestano una chiara mancanza di denaro nelle casse dello stato. Allora perché non frenare le spese interne riducendo il numero di coloro che approvano in un Parlamento strapieno o vacante (fate voi) decreti e disegni di legge ridicoli, inapprovabili e soprattutto destinati a impoverire la vera ricchezza delle risorse dello stato? Non abbiamo intenti di polemica fine a se stessa, ma intendiamo semplicemente manifestare il nostro punto di vista chiaro, diretto e soprattutto indipendente e apolitico. Abbiamo assistito in questi giorni a molteplici atti di protesta studentesca. Scuole intere dalle primarie alle università, sono scese in piazza per manifestare il proprio sdegno nei confronti di una brutale amministrazione delle “cose della scuola”. Questa riforma rischia di rovinare il presente e il futuro delle scuole italiane. La struttura della scuola primaria e secondaria subirà una modifica radicale. La scelta del maestro unico, apparentemente dettata da motivi pedagogici, è in realtà frutto di ragioni sostanzialmente economiche. La valutazione del comportamento degli studenti rischia di diventare uno strumento ideologico di ricatto se non se ne dà un’interpretazione pragmatica. La motivazione di risolvere il problema del bullismo può anzi creare docenti o dirigenti scolastici “bulli”, che fanno un uso dispotico della loro autorità. Lo studente ha diritto allo studio, uno studio che va tutelato. Una politica che vuole migliorare la scuola può proporre la riduzione dell’età dell’obbligo scolastico? Tutelare il diritto allo studio sembra l’ultima preoccupazione di questa riforma! Infine, il taglio delle risorse economiche destinate all’università pubblica può essere facilmente inteso come una lesione inferta al principio costituzionale che garantisce eguaglianza e pari dignità tra i cittadini. L’università diventerà una fondazione di diritto privato, aperta solo a chi può permettersela, creando uno studio d’èlite. E’ bene che i nostri cari politici ricordino che l’istruzione non si baratta né con la politica né tanto meno con i soldi.! Sembra quasi una politica di difesa: i despoti gelosi del loro potere non permettono la creazione di presenti menti pensanti e future menti politiche. Vuole veramente questo, Ministro Gelmini???
Marino Pasquale, Matteini Francesco, Palmeri Giuseppe, Marcellino Marika, Cannucio Giusy
Istituto Istruzione Secondaria Superiore “Don G. Colletto” Corleone

PARENTI DOCENTI. Palermo, Ecco le cento famiglie "in cattedra"...

di Attilio Bolzoni e Emanule Lauria
Una Cupola dotta si spartisce il sapere di Palermo. Sono cento le famiglie che hanno l´Università nelle loro mani, cento clan accademici fatti di figli che salgono in cattedra per diritto ereditario, fratelli e sorelle che succedono inevitabilmente ai loro padri e ai loro zii, nipoti e cugini immancabilmente primi al pubblico concorso.
Regnano in ogni facoltà. Si riproducono nell´omertà. Docenti parenti. Cinquantotto a Medicina. Ventuno a Giurisprudenza. Ventitré su appena centoventinove professori ad Agraria, la roccaforte dei patti di sangue.
Se l´Ateneo di Bari è diventato famoso in Italia per la compravendita di esami e per i test superati in cambio di sesso, quello di Palermo ha un primato assoluto che spiega come i «soliti noti» spadroneggino in ogni disciplina. Ordinari, associati, ricercatori: tutti legati uno all´altro da un intreccio parentale. In totale sono almeno 230. Cento famiglie.
Un altro record solo apparentemente innocuo di questa Università è per esempio il luogo di nascita dei suoi docenti: il 54,7 per cento sono palermitani. Più della metà sono di qui e due su tre vengono dalla provincia. Soltanto Napoli eguaglia la capitale della Sicilia in questa performance. Ma il numero che svela fino in fondo la Palermo cattedratica è quell´altro sui legami familiari. Sono piccoli grandi eserciti dislocati dipartimento dopo dipartimento, materia per materia. Somiglia tanto a un´occupazione militare, chi non fa parte di un clan resta quasi sempre fuori. E tutto nel rispetto della legge e delle procedure. La regola per conquistare un posto in università è solo una: non parlare. Qualcuno - è chiaro - si ritrova suo malgrado in questo elenco nonostante meriti e titoli. Per molti però quello che conta è solo il nome che portano.
Ci sono delle vere e proprie dinasty anche a Scienze, ad Architettura, a Economia. In ogni facoltà ci sono ceppi familiari dominanti, aule e laboratori di ricerca popolati solo da rampolli. Uno scandalo dopo l´altro soffocati nel silenzio.
A Medicina le famiglie che comandano sono 24. Si ramificano dappertutto. Una è la famiglia Cannizzaro. Il padre Giuseppe è ordinario di Scienze farmacologiche, nel suo dipartimento c´è anche il figlio Emanuele (ricercatore), la cognata Luisa Dusonchet (associata) e la figlia Carla che insegna a Farmacia. Ordinario di Scienze stomatologiche è Domenico Caradonna, i figli Carola e Luigi fanno i ricercatori nello stesso dipartimento. Ordinario di Scienze biochimiche è Giovanni Tesoriere, la moglie Renza Vento è a Biologia, la figlia Zeila è entrata in Architettura dove c´è anche suo marito Renzo Lecardane. Zeila è stata nominata a soli 37 anni come associata «per chiamata diretta», il marito - che da un anno era impiegato al Comune di Palermo dopo un´esperienza all´estero - ha conquistato un posto grazie alle norme sul «rientro dei cervelli». Altri nomi eccellenti di Medicina con parenti al seguito: i Salerno (Biopatologia), i Canziani (Neuropsichiatria infantile), i Ferrara (Otorinolaringoiatria), i Piccoli (Neuroscienze cliniche). Dopo i parenti ci sono naturalmente schiere di compari. Li piazzano per grazia ricevuta. A un favore fatto ne corrisponde sempre un altro. E´ una catena interminabile, un giro chiuso. Le carte sono sempre a posto, i concorsi a prova di codice penale, un altro discorso è la decenza.
Come a Economia, il reame dei Fazio. Il capostipite è Vincenzo, ordinario di Scienze economiche, aziendali e finanziarie. Nello stesso suo dipartimento ci sono altri due Fazio: i suoi figli, Gioacchino associato e Giorgio ricercatore. Insegnano la stessa materia di papà. Il preside di Economia si chiama Carlo Dominici, suo figlio Gandolfo è anche lui in facoltà per istruire gli studenti in Scienze economiche. Poi ci sono i due Bavetta, Sebastiano ordinario e Carlo associato, figli di Giuseppe che lì a Economia c´era fino a qualche tempo fa. Ora è in pensione. Un ultimo caso di padre e figli di quella facoltà: il docente di economia aziendale Carlo Sorci e sua figlia Elisabetta - ricercatrice - che insegna Diritto commerciale.
A Giurisprudenza i docenti sono 137 e i nuclei familiari che dettano legge 10. Alfredo Galasso è ordinario di Diritto privato, suo figlio Gianfranco insegna la stessa materia, nello stesso dipartimento c´è anche Giuseppina Palmeri che è la moglie del fratello di Gianfranco. Anche Savino Mazzamuto (Diritto privato, ora trasferito a Roma 3) ha lasciato un posto in eredità a suo figlio Pierluigi. La figlia di Aurelio Anselmo, Alice, ha trovato sistemazione all´Università di Trapani: ricercatrice di Diritto pubblico. Salvatore Raimondi, nome pesante, amministrativista di grido ingaggiato per i suoi «pareri» anche dalla Regione siciliana, ha nel suo dipartimento di Diritto pubblico il figlio Luigi. E Rosalba Alessi, ordinario di Diritto privato - e soprattutto potente commissario degli enti economici siciliani, una carica che vale come tre assessorati importanti - ha nello stesso suo dipartimento il nipote Enrico Camilleri.
Ad Architettura c´è una grande famiglia, quella dei Milone. Il preside Angelo è in compagnia del fratello Mario (che è anche vicesindaco di Palermo e - attenzione - assessore ai rapporti con l´Università) e due figli che sono ricercatori: Daniele e Manuela. A Lettere, i Carapezza sono 4. I fratelli Attilio e Marco, il primo che insegna Scienze delle Antichità e il secondo Filosofia e teoria dei linguaggi. Il loro cugino Paolo Emilio è ordinario di Musicologia, suo figlio Francesco è ricercatore nello stesso dipartimento di Attilio. Poi ci sono i Buttita. Nino, il vecchio, antropologo, è stato preside di Lettere. Il figlio Ignazio insegna all´Università di Sassari ma ha supplenze a Palermo. La moglie Elsa Guggino è ordinaria nella stessa facoltà.
L´elenco dei padri e dei figli continua a Ingegneria, 18 famiglie e 38 parenti. Filippo Sorbello e il figlio Rosario, Michele Inzerillo e la figlia Laura, Stefano Riva Sanseverino (cognato di Luca Orlando) e la figlia Eleonora. A Scienze Matematiche Fisiche e Naturali si contendono il numero dei parenti i Gianguzza e i Vetro. Mario Gianguzza, ordinario di Biopatologia a Medicina, a Scienze ha come colleghi i fratelli Antonio (Chimica inorganica) e Fabrizio (Biologia cellulare) e la figlia Paola (Ecologia). Uno dei loro nipoti, Salvatore Costa, è anche lui in Biologia cellulare. L´altra famiglia, i Vetro, è tutta appassionata di matematica. Pasquale Vetro, matematico. La moglie Cristina Di Bari, matematica. Il loro figlio Calogero, matematico.
La facoltà più piena di mogli e mariti e figli è però quella di Agraria. Su 129 docenti 23 sono parenti. Un quinto. Divisi in 11 nuclei familiari. Il preside Salvatore Tudisca ha lì dentro come associata sua moglie Anna Maria Di Trapani. L´ordinario Antonino Bacarella ha la figlia Simona e il nipote Luca Altamore. L´ordinario Giuseppe Chironi ha la figlia Stefania, l´ordinario in pensione Giuseppe Asciuto ha suo figlio Antonio, l´ordinario in pensione Carmelo Schifani ha il figlio Giorgio, l´ordinario Salvatore Ragusa ha il figlio Ernesto, l´ordinario Luigi Di Marco ha la moglie Antonietta Germanà, l´ordinario Vito Ferro ha la moglie Costanza Di Stefano, l´ordinario Antonio Motisi ha la moglie Maria Gabriella Barbagallo, l´ordinario Riccardo Sarno ha il figlio Mauro, l´ordinario Claudio Leto ha la moglie Teresa Tuttolomondo. Cento famiglie. Di queste ce ne sono sessanta con «residenza» fissa in uno stesso dipartimento. E´ praticamente casa loro.
da la Repubblica

COMPITO IN CLASSE. Il ministra Mariastella Gelmini sotto assedio al Senato

di CARMELO LO PAPA
Il compitino lo stava leggendo con una certa convinzione, emozionata appena, comunque mettendocela tutta, tra quegli schiamazzi dai banchi alla sua sinistra e l´eco degli slogan che gli studenti urlavano nei megafoni lì fuori Palazzo Madama.
La maestrina si era presentata in classe inappuntabile, tailleur grigio, consueti occhialini very intellectual. A rovinare tutto quello sbadato dello staff ministeriale, che le ha tirato il brutto scherzo di dimenticare di segnare pure gli accenti del discorso con cui la ministra Mariastella Gelmini avrebbe dovuto difendere la sua contestatissima riforma nell´aula del Senato, mentre per le strade stava divampando la protesta.
Lei che accusa l´opposizione di aver dimenticato il libro bianco «scritto sotto l´egìda... del governo Prodi». Proprio così, il ministro dell´Istruzione, l´egìda, con accento sulla "i". «Non sai neppure dove si mettono gli accenti», «torna a studiare» esplode mezzo emiciclo in un concerto di «boooh» e sonore risate. Le donne le più inviperite. Le democratiche Fiorenza Bassoli, Maria Fortuna Incostante, Mariapia Garavaglia. «Colleghi per cortesia» interviene il presidente del Senato Renato Schifani per consentire al ministro di riprendere. E riprendersi. «Scritto sotto l´ègida...», ecco, così va meglio. Ma è solo l´inizio della corrida, in un´aula di Palazzo Madama tornata «viva» per un giorno dopo i due anni al cardiopalma della passata legislatura.
Senato, ora di pranzo, il ministro più contestato del governo, quello che i ragazzi dei cortei vorrebbero di nuovo a scuola, nella migliore delle ipotesi, si alza, schiarisce la voce e replica con intervento scritto alle contestazioni di questi giorni. Le tocca chiudere la discussione generale sul suo decreto ormai pronto per l´approvazione della prossima settimana, proprio all´indomani dell´uscita berlusconiana sulle forze dell´ordine. In un clima già surriscaldato di suo. Lei, va da sé, ci ha messo del suo per accendere ancor più gli animi, mentre i colleghi Elio Vito e Sandro Bondi restano immobili al suo fianco. Legge cose del tipo: «Avrò la tenacia della goccia che scava la pietra della demagogia», oppure, «il voto in condotta serve a riscattare gli insegnanti umiliati, spero mi siano grati», fino all´accusa più impegnativa all´opposizione, «fuori dal Senato si è scatenata una campagna terroristica che ha diffuso false informazioni». Certo, poi cita Luigi Berlinguer e si dice disponibile a incontrare gli studenti. Ma ormai la frittata è fatta. Aula in subbuglio e lei: «Ben più delle vostre proteste - replica stizzita lei - mi preoccupano le falsificazioni che sono state messe alla base di queste proteste». Caos. «Ma di che falsificazioni parli?» le urla contro Luciana Sbarbati. E Luigi Lusi: «Abbia rispetto, ministro, abbia rispetto». Il più infervorato è Costantino Garraffa, vero capo ultrà degli scranni Pd: «Gelmini santa subito», «ma faccia il ministro, se ne è capace», «bugiarda, lei è una bugiarda». Perfino la glaciale capogruppo Pd Anna Finocchiaro a un certo punto sbotta. «Guardi che la politica non è un pranzo di gala e non si può ribattere alle critiche dicendo che sono tutte bugie. Di unti del signore ne basta e avanza uno». Dalla maggioranza ci provano pure a difendere la trentenne finita nella fossa dei leoni, con sonori applausi a ogni passaggio. Ma niente. Schifani ormai interviene e richiama all´ordine di continuo. In fin dei conti, è la conclusione della Gelmini, tutti gli altri ministri dell´Istruzione «prima di me sono stati contestati». E amen. Per i senatori Pdl e Lega vale un´ovazione, tra i fischi dell´opposizione. Giù il sipario. Nel frattempo, ora dopo ora Palazzo Madama finisce sotto l´assedio degli studenti, tappa finale di cortei più o meno organizzati. I senatori del Pd si danno il cambio in staffetta per incontrarli e calmarli. Finocchiaro, Garavaglia, Franco, Bastico, il dipietrista Pardi, il dalemiano La Torre che a un certo punto impugna un megafono per calmare i più focosi. Perché dai più agguerriti piovono fischi contro chiunque esca dal Palazzo, ce n´è anche per loro del Pd che spiegano come sta andando dentro.
Tutti gli altri senatori, la gran parte, preferiscono guardare da lontano, dietro le finestre, nelle pause dei lavori. «Siete voi, siete voi, la vergogna dell´Italia siete voi!» è il coro delle centinaia laggiù. «Vergogna è permettere a questi di arrivare fin qui» commenta un capannello di senatori della maggioranza dietro una tenda. Prima che passi la richiesta del Pd Zanda di sospendere l´esame del decreto e rinviarlo a martedì, c´è anche il tempo per il primo sequestro della tessera di un pianista in aula. Soliti senatori che votano per gli assenti. Dall´opposizione urlano e additano stavolta il colpevole. Il presidente Schifani spedisce i senatori questori a sequestrare. La tessera non viene fuori. «Se la non consegnate sospendo i lavori», alza insolitamente la voce il presidente. A quel punto Carlo Sarro, Pdl, viso piantato per terra, allunga il braccio e consegna ai commessi la tesserina del vicino di banco assente, Sergio Vetrella. I lavori riprendono. Ma che figura.

giovedì 23 ottobre 2008

Corleone, il Cidma cerca il rilancio con una ricerca e un master universitario

CORLEONE – Presso il Centro Internazionale di Documentazione sulle Mafie e il Movimento Antimafia (Cidma), inizierà nelle prossime settimane un progetto di ricerca sulla controversa tematica del “concorso esterno in associazione mafiosa”. E, nello stesso periodo, prenderà il via un master in “Scienze criminologiche”, in collaborazione con l'Università “La Sapienza” e l'Università della Calabria. Due progetti importanti, che hanno l'obiettivo di rilanciare il Cidma, dopo un lungo e tribolato periodo segnato dalle polemiche tra l'ex presidente on. Nicolò Nicolosi e l'attuale sindaco Antonino Iannazzo. Adesso, il dott. Marcello Barbaro, nuovo presidente del Cidma, vorrebbe cancellare ogni scoria negativa, per puntare sulla qualità delle iniziative. In questo compito è coadiuvato dal prof. Giorgio Chinnici, presidente del Comitato scientifico del Centro. L'esordio di ieri mattina, alla presenza di Antonio Baldassarre, presidente emerito della Corte Costituzionale, Francesco Bruno, ordinario di criminologia presso l'Università “La Sapienza” di Roma, Mario Caligiuri, dell'Università della Calabria, e Pietro Milio, avvocato. A fare gli onori di casa il dott. Barbaro, che ha spiegato il senso dell'iniziativa, che intende contribuire alla costruzione di Corleone “città della legalità”. “Con la ricerca – ha detto il prof. Chinnici – faremo una mappatura dei processi dove ricorre il reato di concorso esterno, rilevandone la quantità, la distribuzione territoriale, i soggetti coinvolti, l'eventuale appartenenza politica”. Baldassarre ha sottolineato che lo scandalo della giustizia italiana è rappresentato “dalla abnorme durata dei processi”. Mediamente 10 anni, a fronte di 1 anno o, al massimo, 4 anni e mezzo degli altri Paesi occidentali. Il criminologo Bruno ha detto che “la mafia non l'abbiamo ancora vinto” ed è importante approfondire il concetto di concorso esterno, “perchè bisogna colpire l'area grigia che la sostiene”. “E' giusto colpire l'area grigia – ha detto l'avv. Milio – ma bisogna fare le indagini in maniera seria ed approfondita”.
D.P.

SICILIA, DOCUMENTO DELLA DIREZIONE REGIONALE DEL PD SUL TEMA DELLA SANITA'

Dopo anni di sperperi, inefficienze, colpevoli sostegni al sistema affaristico e clientelare - ed a volte mafioso - i nodi sono venuti al pettine. La sanità siciliana va cambiata e non semplicemente tagliata. Le lacrime di coccodrillo di quanti hanno piegato gli interessi della salute dei cittadini alle proprie fortune sono l’ennesimo tentativo di una classe politica - che ha espresso il centrodestra in Sicilia - di confondere l’opinione pubblica cercando di sviluppare un copione in cui si recitano tutte le parti della commedia. La sanità dal 2001 ad oggi ha prodotto ingenti disavanzi senza crescere in termini di qualità diffusa. La Sicilia è oggi tra le Regioni con la più alta tassazione sia per i redditi fissi, salari e pensioni, che per il reddito d’impresa. Irap e Irpef sono con le più alte aliquote tra le regioni italiane. I ticket che dovevano ridurre la spesa sanitaria hanno soltanto reso più oneroso, per la gran parte dei cittadini, l’accesso alle prestazioni sanitarie. Desta, quindi, preoccupazione e allarme la condizione in cui versa la sanità in Sicilia segnata com’è da un gravissimo dissesto finanziario e da una gestione arbitraria, clientelare, incompetente, che rende il sistema sanitario regionale costoso, arretrato, poco efficiente.
In questo quadro urgono scelte coerenti e responsabili, bisogna cambiare in profondità il sistema: occorre cioè una vera riforma del servizio sanitario regionale, che coniughi la riduzione della spesa con la tutela del diritto alla salute. Per parte nostra, abbiamo sempre sostenuto che il Piano di rientro, per essere un’opportunità positiva, doveva offrire un complesso organico di criteri oggettivi e misure coerenti per il risanamento e la razionalizzazione della sanità siciliana, non un’arbitraria e irrazionale sfilza di tagli. Il centrodestra, al contrario, ha sempre cercato di coprire le proprie responsabilità nel disastro sanitario, sostenendo che i tagli li aveva voluti il governo nazionale di centrosinistra. Non è stato e non è così.
Il Piano di Rientro che era stato concordato dal Governo Regionale con il Governo Prodi prevedeva un taglio di 2.400 posti letto. Il Piano che adesso il Presidente Lombardo ha concordato con Berlusconi, senza alcun confronto con il Parlamento regionale, ne prevede più del doppio: 5.700! È evidente che calare la mannaia sulla medicina ospedaliera senza aver prima creato le strutture di medicina del territorio, significa determinare improbabili risparmi, privando i cittadini dei livelli essenziali di assistenza. Ecco perché abbiamo il dovere di denunziare limiti e contraddizioni di un piano, che fa pagare ai cittadini il conto dei disastri provocati da una gestione dissennata della sanità, chiamando tutti i siciliani ad una forte mobilitazione. La Direzione regionale del PD, in piena sintonia con la posizione espressa dal Gruppo parlamentare all'ARS, ritiene che il Piano di rientro cosi come modificato dal governo regionale è socialmente insostenibile sia per il numero di posti letto che si vorrebbero sopprimere, che per le conseguenze determinate dalla riduzione di ospedali in assenza di strutture alternative, specie nelle realtà territoriali più disagiate.
La proposta concreta che ne deriva è quella di limitare il taglio dei posti letto a quanto necessario per rispettare i limiti imposti dal Piano di rientro concordato con il precedente governo nazionale.
In riferimento al Piano di riordino delle ASL, la Direzione regionale del PD sostiene la proposta contenuta nel disegno di legge presentato nel luglio scorso dal gruppo parlamentare del PD, riconfermando la scelta di por mano a una razionalizzazione della rete delle aziende sanitarie e ospedaliere siciliane. La Direzione regionale del PD ritiene inoltre che il Piano di riordino approvato con risicata maggioranza dal governo regionale, appare astratto, inefficace, contraddittorio e che, pertanto, non potrà essere condiviso. Balza subito agli occhi come in esso nulla si dice sulla nomina dei manager e dei primari che continueranno, quindi, a rimanere subordinati al gradimento dei governanti di turno. Noi siamo convinti, viceversa, che occorra stabilire regole limpide e ferree perché manager e primari siano scelti per competenza e non per appartenenza politica. Esso lascia inoltre inevase questioni fondamentali per una efficace riforma della sanità: dal ruolo attribuito ai sindaci, massime autorità sanitarie locali, che appare ancora non ben definito, alle gravi carenze della medicina territoriale, chiamata a svolgere un ruolo per il quale non ha allo stato dotazioni sufficienti, alla irrazionale riproposizione di aziende territoriali coincidenti coi confini amministrativi delle province. Sulla base di queste valutazioni la Direzione regionale del PD sente il dovere di distinguere il proprio ruolo e le proprie determinazioni da quelle di coloro che nell'ultimo decennio hanno provocato un deficit disastroso e intende sostenere una linea di fermezza volta a favorire il contenimento della spesa pubblica e la riduzione delle aziende, ma soprattutto a difendere in ogni sede il diritto alla salute dei cittadini e a cacciare la politica dalla sanità.

Corleone, cittadinanza onoraria a Calogero Parisi, a Maurizio Pascucci e ai volontari toscani

Corleone (*codi*) Mille cittadinanze onorarie sono state conferite ieri dal sindaco Nino Iannazzo ai giovani Toscani che negli ultimi quattro anni hanno lavorato nei campi di lavoro, sui terreni confiscati ai boss di cosa nostra. Terreni una volta appartenuti a Salvatore Riina, Bernardo Provenzano, Giovanni Brusca, a loro parenti e prestanome, sono diventati negli anni, grazie a questi giovani, vigneti e campi coltivati a frutta ed ortaggi che, attraverso una filiera solidale ed amica composta dalle associazioni antimafia che fanno capo a Libera, Arci, Cgil, Legacoop, fanno arrivare i frutti che hanno la vitamina “L” della Legalità in tutta Italia. Ogni giovane che ha lavorato o che lavorerà in futuro sui terreni tolti alla mafia sarà cittadino onorario di Corleone e riceverà a casa nei prossimi giorni una pergamena con l’onorificenza. Unitamente ai mille giovani altre due cittadinanze sono state conferite a Maurizio Pascucci dell’Arci Toscana, animatore ed anima del movimento che ha organizzato negli anni i campi di lavoro a Corleone ed a Calogero Parisi presidente della cooperativa “Lavoro e non solo”. Alla cerimonia di consegna delle onorificenze erano presenti il sindaco Nino Iannazzo, il presidente del consiglio Mario Lanza, gli assessori Pio Siragusa, Pippo Cardella, e Renato Di Miceli, rappresentanti dei Carabinieri e della Polizia di Stato. “Abbiamo accolto con entusiasmo il suggerimento dei consiglieri comunali e del dottor Dino Paternostro – spiega il primo cittadino Nino Iannazzo - ritenendola un atto di concreta vicinanza e di ringraziamento ai ragazzi che ci aiutano a dissodare la terra confiscata ai boss di mafia e a far conoscere in Italia il nuovo volto di Corleone città che vogliamo libera dalla mafia e produttiva”. A ringraziare il sindaco anche la professoressa Maria Patrizia Peccianti che insegna diritto alla Scuola D’Arte: Duccio da Buoninsegna di Siena che, con i suoi studenti, ha concluso quest’anno il IV° campo di lavoro 2008. I giovani allievi dell’Istituto hanno portato in dono alla sede della cooperativa “Lavoro e non solo” dipinti e ceramiche da loro realizzate: “ E’ questa la miglior lezione di diritto che si possa fare”, ha detto. “Una cittadinanza che ci onora – ha detto Maurizio Pascucci, visibilmente commosso - e ci impegna a far si che Corleone sia in futuro sempre più capitale dell’antimafia”.
Cosmo Di Carlo

Nella foto (Di Carlo) un momento della consegna delle cittadinanze: da sinistra Maurizio Pascucci, Calogero Parisi, Maria Patrizia Peccianti, il sindaco Nino Iannazzo, ed il presidente del consiglio Mario Lanza.

mercoledì 22 ottobre 2008

Walter Veltroni, segretario del Pd: «Sabato in piazza contro il governo della paura»

INTERVISTA DI CONCITA DE GREGORIO
Dietro al palco, alla manifestazione di sabato, ci sarà un grande pannello con una frase di Vittorio Foa. «Pensare agli altri oltre che a se stessi, al futuro oltre che al presente». Perché Vittorio, dice il segretario del Partito democratico Walter Veltroni, «aveva voglia di modernità e paura del passato: il contrario di una certa classe dirigente di questo paese. Era agli antipodi di coloro a cui il Pd dà fastidio e sperano e lavorano perché si frantumi. Io sono molto ottimista, invece, come Vittorio lo era. Sento crescere il fastidio verso un governo neopopulista che baratta la libertà con la capacità di decidere, che alimenta e si alimenta dell'insicurezza sociale e delle paure individuali».
«Un governo che si scaglia contro una civile manifestazione di dissenso come la nostra dimenticando che nel 2006 gridava in piazza “Contro il regime, per la libertà”. Ecco. Io non credo ai sondaggi, non credo alla politica fatta di ciò che conviene. Credo alla capacità degli italiani di capire, di vedere, di reagire. Ne abbiamo abbastanza di quella politica stanca che parla solo di se stessa, delle dinamiche delle tattiche delle strategie trasformistiche, delle parole vuote che non dicono più niente a nessuno. Abbiamo bisogno di riappropriarci subito, adesso delle nostre vite e di occuparcene: di dire no al razzismo delle classi differenziali, alla precarietà e all’insicurezza, alla mortificazione di chi insegna e di chi studia, alla tutela dei forti e al disprezzo dei deboli. L’Italia è diversa da come vorrebbero disegnarla, da come la vorrebbero».

Veltroni, lei è al centro di un’offensiva che vuole il Partito democratico debole e incerto. Anche nel centrosinistra ogni volta che si tratta di decidere riemergono forze contrarie. Pensi a quel che succede ogni volta che c’è da decidere un candidato sindaco: a Bologna, a Firenze. La paura del rinnovamento sembra avere radici ovunque. Sente di combattere due battaglie, una contro la destra e una dentro il partito?

«Sono due battaglie, è vero, ma di segno e di intensità molto distinte. C’è un’offensiva contro il Pd che arriva da destra di cui i giornali, in larghissima parte, si fanno strumento. Esiste in Italia davvero il rischio di un pensiero unico, Berlusconi si atteggia verso il Pd come certa stampa: a sinistra basta un refolo che diventa un uragano, a destra si dà per scontato che i partiti siano a gestione monocratica. A me piace il rumore, non il silenzio. Però constato che quando Berlusconi parla attorno a lui c’è silenzio, da noi qualsiasi cosa uno dica si alimenta lo “spirito critico”. Che va benissimo, certo. Il tema non è libertà contro democrazia. Tuttavia c’è un momento in cui bisogna smettere di lamentarsi e passare alla proposta. All’opposizione e alla proposta. Noi facciamo le primarie, le secondarie e le terziarie. Loro no, mai, loro rispondono al capo. Allora dico: non possiamo spaventarci delle primarie per scegliere un candidato sindaco, davvero no. Facciamole. A Bologna, a Firenze, dove serve. Cofferati ha fatto una scelta che capisco e condivido. Guardiamo avanti, adesso. Non abdichiamo alla direzione politica dei processi, scegliamo quel che è più utile e poi facciamo le primarie se è il caso però subito dopo venga una scelta di sobrietà, abbassiamo i toni, pensiamo all’interesse generale. Inoltre: chi perde le primarie si mette al servizio degli altri. In America Hillary Clinton fa campagna e la chiude al fianco di Obama».


C’è per caso un difetto congenito anche tra i giovani del Pd? Si parla molto di primarie a gestione verticistica.

«Ho spinto i giovani a sentirsi più un movimento che un piccolo partito, ho consigliato loro di candidarsi senza bisogno di farlo “per liste”. Ho chiesto ai dirigenti locali di lasciarli fare, di non imbrigliare i movimenti giovanili del Pd in logiche da partito bonsai. Spero che accada. Conto sull’energia dei ragazzi perché accada».


Poi c’è Di Pietro, ormai alla sua sinistra, che attacca. Lei ha detto: è rottura.

«Io dico la stessa cosa da mesi solo che l’altro giorno era domenica e non c’era di meglio, si vede, per fare un titolo. Di Pietro ha stracciato l’impegno col Pd: ha detto cose di noi che io non mi permetterei di dire di lui. Che noi siamo “pappa e ciccia con Berlusconi” e che siamo indistinguibili dal Pdl. Con Di Pietro abbiamo fatto un’alleanza elettorale ma abbiamo due modi di fare opposizione diversi. Io non direi proprio che lui sia “più a sinistra”. Su molti temi, su quelli sociali e su quelli dell’immigrazione, non lo sento. Questo non vuol dire che dobbiamo diventare avversari. Convergeremo quando potremo. Lo abbiamo fatto in Trentino cerchiamo di farlo in Abruzzo: oggi ho fatto un appello per una coalizione larga. Sono sicuro che troveremo una soluzione».


Torniamo alla manifestazione di sabato. È solo contro questo governo o porta una proposta di governo?

«È tutte e due le cose, naturalmente. È contro un governo che considera le manifestazioni di piazza una provocazione. Berlusconi è l’uomo che non ha esitato ad abbandonare il Parlamento quando bisognava risanare i conti per entrare nell’euro, è un uomo che non conosce il principio di responsabilità politica. Il Pd, per loro, è una pericolosa anomalia. Perché vuole una politica diversa, vuole parlare alle persone comuni di quel che riguarda le loro vite: penso al mondo della scuola, ai piccoli e medi imprenditori che aspettavano le grandi opere e una politica fiscale che non è arrivata, a chi lavora nella sicurezza a ha votato a destra, ma oggi è deluso, ai clandestini cha aumentano, alla cultura ambientale che cola a picco, al disprezzo del nostro mondo, del mondo di tutti, ai diritti, alla laicità dei diritti. Torna il grande insegnamento di Foa: pensare agli altri, non lamentarsi, non avere paura. Sabato saremo a pochi giorni dalle elezioni americane: da lì verrà un segnale per il mondo. Vedremo se un’America impaurita e piegata dalla crisi avrà il coraggio di votare un nero di 46 anni o la destra della signora Palin».


È di nuovo un discorso generazionale.

«Guardi, io avevo 38 anni quando sono andato a dirigere l’Unità. Avevo l’età di mio padre quando morì. Favorire il ricambio è un obbligo. Il futuro è l’unico posto dove possiamo andare. Certo senza perdere la memoria, e difatti non è solo un discorso di generazioni, questo: parlo di culture, di idee. Parlo di chi, qualunque età abbia, è già espressione di una nuova cultura democratica: molti dirigenti della Margherita e dei Ds lo sono, moltissimi. I nostri elettori lo sono. Voglio tornare allo spirito delle elezioni del 14 aprile, ripartire da lì. Abbiamo vinto, non perso, una grande battaglia. Il Partito democratico è il più giovane di tutti: ha un anno. Deve consolidare le sue radici, ha bisogno dell’amore e della cura di tutti noi: di tutti. Nessuno può tirarsi indietro».


Quali saranno i simboli, in piazza?

«Avremo le nostre bandiere. I nostri slogan. Sarà una manifestazione civilissima, un esempio di civiltà. Abbiamo preparato poster coi volti di Vittorio Foa, di Ingrid Betancourt, di Obama e di Roberto Saviano. Da dove veniamo, chi siamo, dove andiamo. Noi e il mondo insieme, perché la politica non è quella del nostro ombelico. La politica è pensare agli altri oltre che a se stessi, al futuro oltre che al presente. Guardare fuori, guardare dentro. Stare con la gente, saperla ascoltare. La politica è non avere paura».
L'Unità, 22.10.08

martedì 21 ottobre 2008

Così la nostra solidarietà a Saviano

Anche oggi Marco ha preso il motorino, è uscito di casa e se n'è andato in cerca di notizie. Ha lavorato tutto il giorno e poi le ha mandate in internet a quelli che conosce. Fa anche un giornaletto (Catania Possibile) di cui finalmente anche i lettori hanno potuto vedere un numero (il primo solo i poliziotti incaricati di sequestrarlo in edicola) con relative inchieste. Non ci guadagna una lira e fa questo tipo di cose da una decina d'anni. Ha perso, per farle, la collaborazione all'Ansa, la possibilità di uno stipendio qualunque e persino di una paga precaria come scaricatore: anche qui, difatti, l'hanno licenziato in quanto "giornalista pacifista". Marco non ha paura (nè della fame sicura nè dei killer eventuali) ed è contento di quel che fa.Anche oggi Max è contento perché è riuscito a mandare in giro un altro numero della Periferica, il giornaletto che ha fondato con alcuni altri amici del quartiere. Il quartiere è Librino, il più disperato della Sicilia. Se ne parla in cronaca nera e nei pensosi dibattiti sulla miseria. Loro sono riusciti a mettere su una redazione, a organizzare non solo il giornale ma anche un buon doposcuola e dei gruppi locali. Non ci guadagnano niente e i mafiosi del quartiere hanno già fatto assalire una volta una sede. Max non ha paura, almeno non ufficialmente, ed è contento di quel che fa.Anche oggi Pino ha finito di mandare in onda il telegiornale. Lo prendono a qualche chilometro di distanza (la zona dello Jato, attorno a Partinico) e contiene tutti i nomi dei mafiosi, e amici dei mafiosi, del suo paese. Non ci guadagna niente (a parte la macchina bruciata o un carico di bastonate) ma lui continua lo stesso, ed è contento di quel che fa.Anche oggi Luca ha chiuso la porta della redazione, al vicolo Sanità. Il suo giornale, Napoli Monitor, esce da un po' più di due anni e dice le cose che i giornalisti grossi non hanno voglia di dire. E' da quando è ragazzo (ha iniziato presto) che fa un lavoro così. Non ci guadagna nulla, manco il caso di dirlo, e non è un momento facile da attraversare. Ma lui continua lo stesso, ed è contento di quel che fa.Ho messo i primi che mi sono venuti in mente, così per far scena. Ma, e Antonella di Censurati.it? Sta passando guai seri, a Pescara, per quell'inchiesta sui padri-padroni. E Fabio, a Catania? Fa il cameriere, per vivere, ed è giornalista (serio) da circa quindici anni. E ti sei dimenticato di Antonio, a Bologna? Vent'anni sono passati, da quando gli puntarono la pistola in faccia per via di quell'inchiesta sui clan Vassallo e gli affitti delle scuole. Eppure non ha cambiato idea. E Graziella? E Carlo Ruta, a Ragusa? E Nadia? E... Vabbè, lasciamo andare. Mi sembra che un'idea ve la siate fatta. C'è tutta una serie, in Italia, di piccoli giornali e siti, coi loro - seri e professionali - redattori. Ogni tanto ne fanno fuori qualcuno, o lo minacciano platealmente; e allora se ne parla un po'. Tutti gli altri giorni fanno il loro lavoro così, serenamente e soli, senza che a nessuno importi affatto - fra giornalisti "alti" e politici - se sono vivi o no. Eppure, almeno nel settore dell'antimafia, il novanta per cento delle notizie reali viene da loro.Saviano è uno di loro. Quasi tutti i capitoli di Gomorra sono usciti prima su un sito (un buon sito, Nazione Indiana) e nessuno, salvo chi di mafia s'interessava davvero, se l'è cagati. Poi è successa una cosa ottima, cioè che l'industria culturale, il mercato, ci ha messo (o ha creduto di metterci) le mani sopra. Ne è derivato qualche privilegio, ma pagato carissimo, per lui. Ma ne è derivato soprattutto che - poiché l'industria culturale è stupida: vorrebbe creare personaggi mediatici, da digerire, e finisce per mettere in circolo contenuti "sovversivi" - un sacco di gente ha potuto farsi delle idee chiarissime sulla vera realtà della camorra, che è un'imprenditoria un po' più armata delle altre ma rispettatissima e tollerata e, in quanto anche armata, vincente.

Ci sono tre cose precisissime che, in quanto antimafiosi militanti, dobbiamo a Saviano. Una, quella che abbiamo accennato sopra: la camorra non è la degenerazione di qualcosa ma la cosa in sè, il "sistema". Due, che il lato vulnerabile del sistema è la ribellione anche individuale, etica. Tre, che lo strumento giornalistico per combattere questo sistema non è solo la notizia classica, ma anche la sua narrazione "alta", "culturale"; non solo "giornalismo" ma anche, e contemporaneamente, "letteratura". (Quante virgolette bisogna usare in questa fase fondante, primordiale: fra una decina d'anni non occorreranno più). Dove "letteratura" non è l'abbellimento laterale e tutto sommato folklorico, alla Sciascia, ma il nucleo della stessa notizia che si fa militanza.Nessuna di queste cose è stata inventata da Saviano. Il concetto di "sistema", anziché di semplice (folkloristica) "camorra" è stato espresso contemporaneamente, e credo sempre su Nazione Indiana, da Sergio Nazzaro (non meno bravo di Saviano: e vive vendendo elettrodomestici); e forse prima ancora, sempre a Napoli, da Cirelli. L'aspetto fortemente etico-personale della lotta non alla "mafia" ma al complessivo sistema mafioso è egemone già nelle lotte degli studenti (siciliani ma non solo) dei tardi anni Ottanta. La simbiosi fra giornalismo e "letteratura", che è forse l'aspetto più "scandaloso" (e che più scandalizza; e non solo a destra) di Saviano è già forte e completa in Giuseppe Fava, e nella sua scuola.Le "scoperte" di Saviano sono dunque in realtà scoperte non di un singolo essere umano ma di una intera generazione, sedimentate a poco a poco, nell'estraneità e indifferenza dell'industria culturale, in tutta una filiera di giovani cervelli e cuori. Alla fine, maturando i tempi, è venuto uno che ha saputo (ed ha osato) sintetizzarle; e che ha avuto la "fortuna" di incontrare, esattamente nel momento-chiave, anche l'industria culturale. Che tuttavia non l'ha, nelle grandi linee, strumentalizzato ed è stata anzi (grazie allo spessore culturale di Saviano, ma soprattutto dell'humus da cui vien fuori) in un certo qual senso strumentalizzata essa stessa.* * *Questa è la nostra solidarietà con Saviano. Non siamo degli Umberto Eco o dei Veltroni, benevoli ma sostanzialmente estranei, che raccolgano firme e promuovano (in buona fede) questa o quella iniziativa. Siamo degli intellettuali organici, dei militanti ("siamo" qui ha un senso profondissimo, di collettivo) che hanno un lavoro da compiere, ed è lo stesso lavoro cui sta accudendo lui. Anche noi abbiamo avuto paura, spesso ne abbiamo, e sappiamo che in essa nessuno essere umano può attendersi altro conforto che da se stesso. Roberto, che è giovane, vedrà certo la fine di di questo orrendo "sistema" e avrà l'orgoglio di avervi contribuito: non - poveramente - da solo ma volando alto e insieme, con le più forti anime di tutta una generazione.

Riccardo Orioles
La Catena di San Libero n. 37322
Ottobre 2008

Addio Vittorio, un compagno che odiava il settarismo

Il suo passaggio da un partito all'altro, da cui non ha mai tratto un vantaggio personale testimoniava per lo meno una singolare irrequietezza intellettuale
di MIRIAM MAFAI
Da qualche anno Vittorio Foa si era rifugiato, con Sesa, a Formia dove lo raggiungevano spesso i suoi amici. Ricordo, qualche anno fa, un suo compleanno celebrato insieme. Occasione anche per discutere dell'ultimo libro. "Il silenzio dei comunisti" che portava la sua firma, assieme a quella di Alfredo Reichlin e della sottoscritta. In quella occasione gli avevamo portato dei regali ed egli sembrò apprezzare in modo particolare la lunga sciarpa, di un rosso che volgeva all'albicocca, che gli aveva offerto Roberta. La serata era tiepida, ma Vittorio, prima di uscire se ne avvolse le spalle. Per discutere del suo libro, la sezione dei Ds di Formia aveva convocato un'assemblea. La sala, quando arrivammo, era già piena. E noi rimanemmo stupiti, felicemente stupiti, del fatto che la maggioranza del pubblico fosse composta da giovani, ansiosi di prendere la parola e discutere con quel vecchio dirigente che avrebbe potuto essere il loro nonno o bisnonno. "Ma succede dovunque così, quando c'è Foa" mi spiegarono altri amici. "Ci sono sempre molti giovani, si tratti di una sezione, di partito, o di un liceo". Me ne sono chiesta la ragione. E ho pensato che forse la simpatia che lo circonda (o, più correttamente lo circondava) nascesse dal fatto che l'uomo era difficilmente classificabile. Uomo di sinistra, senz'altro. Ma di quale sinistra? Nel secolo tormentato che ci sta alle spalle, egli ha appartenuto a tutti i partiti che alla sinistra si sono richiamati, dal Partito d'Azione, di cui è stato dirigente nella Resistenza e nei primi anni della Repubblica, al Psi che per tre legislature ha rappresentato in Parlamento, allo Psiup nato anche per sua volontà da una scissione dei socialisti, fino allo Pdup e ad altre formazioni della estrema sinistra nei tumultuosi anni 70. Questi partiti egli li ha amati, li ha criticati, li ha abbandonati. In tempi di disciplina e conformismo, il suo passaggio da un partito all'altro - un passaggio dal quale Foa non ha mai tratto un vantaggio personale - testimoniava per lo meno una singolare irrequietezza intellettuale. Una volta, in polemica con le critiche di alcuni dirigenti comunisti, mi spiegò cosa dovesse intendersi per coerenza. "Vedi" mi disse "la coerenza dei comunisti è in primo luogo la fedeltà a un'organizzazione, una sorta di feticismo di partito. Il mio tipo di coerenza, o se vogliamo di fedeltà è quello della ricerca di un obiettivo, sempre lo stesso ma attraverso diversi percorsi. Io ho sempre cercato la verità in modo trasversale, al di là degli steccati". Così all'amico Carlo Ginzburg che una volta gli faceva notare come avesse cambiato idee importanti nel corso di pochi anni, rispondeva: "Le mie non sono contraddizioni ma compresenze di posizioni diverse". Aveva ragione. In un'epoca nella quale la fedeltà a un partito poteva tradursi in autosufficienza e chiusura alle ragioni degli altri, in un'epoca nella quale la militanza politica poteva spegnere ogni spirito critico ed umiliare le coscienze dei singoli, Vittorio Foa ha sempre coltivato le proprie contraddizioni o "compresenze di posizioni" come un antidoto al settarismo, quasi un gusto e sapore di libertà. Fu certamente uno degli uomini più liberi che io abbia conosciuto, disinteressato nei comportamenti e sempre appassionato e curioso delle ragioni degli altri. Dentro di lui convivevano spinte diverse: la tensione etica tipica degli azionisti, la passione del sindacalista (per più di venti anni era stato un dirigente di primo piano della Cgil), la capacità dello studioso di indagare sulla storia e le trasformazioni della società, e, infine la fiducia nella possibilità degli uomini di battersi con successo contro l'ingiustizia, le disuguaglianze, l'esclusione. I vecchi, sia nella vita privata che nella vita politica, di solito si rivolgono al passato con nostalgia, sono scettici o pessimisti sul presente. Vittorio Foa faceva eccezione a questa regola. Era un ottimista. Una volta venne accusato, da sinistra, di guardare con troppa ingenuità e fiducia alla proclamata trasformazione di An. "Ma lei si fida delle parole di Fini?" gli venne chiesto. "L'appartenenza politica" rispose Foa "è un dato culturale non genetico. Se uno dichiara di volersi liberare dal mito fascista, io sono contento. Se mi fido? Nella storia della sinistra italiana l'espressione non mi fido è stata una delle regole più perverse". Pensava che la sinistra, liberatasi dagli ideologismi del passato, avesse non solo il diritto ma il dovere di governare il nostro paese. A condizione di superare i suoi tradizionali feticci, a condizione di far leva sui nuovi ceti sociali emersi dalle trasformazioni economiche, a condizione di darsi nuove strutture unitarie. L'Ulivo, secondo lui, avrebbe dovuto essere non solo una somma di partiti, ma una forza nuova che andasse oltre i singoli alleati. Lo ha sperato, anche di fronte a sconfitte e delusioni. E ha continuato fino alla fine, a invitare gli uomini e le donne di sinistra a non rinchiudersi in se stessi, a "parlare agli altri, a quelli che hanno sbagliato scegliendo la destra di Berlusconi... Ma aprire gli occhi agli altri" ci ripeteva "vuol dire anche in qualche modo rispettarli, avere con loro un rapporto umano, cercare di capirli". E a chi gli chiedeva cosa dovesse fare la sinistra, quale dovesse essere il suo programma, rispondeva "E' una perdita di tempo e di senso cercare di definire una identità della sinistra. Bisogna fare quello che è giusto e necessario per il Paese, i posteri diranno se era di destra o di sinistra".
(La Repubblica, 21 ottobre 2008)

Una lezione di generosità

di GIORGIO BOCCA
Foa, il migliore e il più presente negli anni dei miei buoni maestri. L'ho conosciuto leggendolo nel gennaio del '44, appena arrivato nelle Langhe dalla Val Maira con la anabasi partigiana dalla montagna alle colline del vino. Una staffetta ci portò da Torino l'ultimo quaderno di Giustizia e Libertà. Aveva la copertina rossa e in nero la spada di Giustizia e Libertà. Era un articolo sulle alleanze orizzontali necessarie alla Resistenza, le alleanze ostiche alla nostra formazione elitaria, dei pochi ma buoni. Quella lezione di intelligenza e di modestia ci arrivò nel momento giusto, della euforia combattentistica e della superbia. Un quadro lucido della situazione, un richiamo alla realtà. Lo stesso modo di vedere il mondo, senza retorica ma senza rassegnazione degli altri maestri del liberal socialismo, da Gobetti a Bobbio, dai Galante Garrone ai Rosselli, dai Valiani ai Parri. Vittorio Foa ci è stato maestro di generosità e di fedeltà intellettuale, di antifascismo solidale e intransigente, il necessario ma sempre legato alla ragione. Ho avuto come compagni di viaggio nella politica e nella cultura due intellettuali di stampo giellista: Paolo Spriano e Vittorio Foa. Il primo era diventato lo storico del Partito comunista, il secondo il dirigente della Cgil legata al Partito comunista. Li ho seguiti per anni nella burrascosa vicenda delle fazioni e delle passioni politiche e la mia stima in loro è durata e cresciuta per la loro fedeltà alla ragione, per la capacità rara di restarle fedeli se occorreva con "l'astuzia dell'intelligenza". La prova migliore di Spriano fu la storia del Partito comunista dove tutto ciò che si doveva sapere fu indicato anche se non gridato e per Vittorio la visita del sindacato all'Unione Sovietica e la relazione critica che ne seguì, precisa anche se non gridata. Ciò che faceva di Vittorio una persona amata da tutti coloro che lo conoscevano era la sua curiosità disinteressata, la sua fedeltà a una ragione ragionevole. Nonostante la galera fascista e le faziosità di cui soffrì anche l'antifascismo non rinunciò mai a cercar di capire i diversi, non sacrificò i sentimenti e l'ironia al disprezzo e alla condanna. Fu sempre un amico, un padre, un compagno comprensivo. Mi incantarono i suoi ultimi libri, specie i ricordi di montagna, così come mi aveva colpito il suo saggio sul quaderno di GL, il suo saper restare uno che sa ridere, come quando della politica giovanile ricordava il fastidio di sua madre per quelle montagne di Courmayeur piene di neve e di antifascisti. Vittorio e la sua famiglia passavano le vacanze a La Salle in Valle d'Aosta. Vittorio non era più in grado di camminare ma si faceva portare in auto fino al Piccolo San Bernardo per le montagne in cui aveva camminato da ragazzo e che ricordava tutte perfettamente per nome. Anche quello un modo del suo essere fedelmente affettuoso.
(La Repubblica, 21 ottobre 2008)

lunedì 20 ottobre 2008

PAROLE E SILENZI. Quando i gesti sono simboli

di Domenico Valter Rizzo
Un magistrato, una donna, Anna Canepa, che torna in Sicilia dopo anni trascorsi al nord, avendo lasciato l’Isola a seguito di un attentato ai suoi danni ordito da Cosa nostra; un Papa che si reca in pellegrinaggio in terra di camorra, ma di camorra sceglie di non parlare. Due scelte compiute a poche ore di distanza in luoghi diversi e dettate da motivazioni assolutamente indipendenti. Entrambe le scelte hanno però un tratto comune ed è quello del loro valore simbolico.
E’ ovviamente chiaro che Joseph Ratzinger non è mosso da alcuna volontà di copertura o di avallo della camorra. Ci mancherebbe. E’ bene sgombrare subito il campo da ogni fraintendimento su questo punto. Il suo gesto è comunque un gesto che viene letto, interpretato, metabolizzato in una terra – la Campania – che, come la Sicilia, di simboli si nutre. Un gesto che elide la scelta diametralmente opposta fatta da Giovanni Paolo II sulla spianata dei Templi di Agrigento. Anche l’anatema di Wojtila era un atto simbolico, compiuto in prossimità della morte di don Pino Puglisi. Anche il Papa polacco, come l’attuale Pontefice, era giunto in quella terra per un pellegrinaggio di fede, ma ciò non gli impedì di svolgere il suo compito di Pastore e indicare la Via, spiegando una cosa semplicissima, ma al tempo stesso dirompente in quella regione martoriata: non si può essere contemporaneamente fedeli a Gesù Cristo e a Cosa nostra. Da qui l’invito ai “pagani della mafia” a convertirsi. Altro simbolo nella scelta del luogo: Agrigento, la città dove cosa nostra è nata, dove ha sede la più antica famiglia di mafia della Sicilia.
Ratzinger ha invece scelto il silenzio. I vertici Vaticani spiegano che si è trattato di un atto di rispetto verso i campani onesti che, ovviamente, sono la maggioranza. Non si comprende quale sarebbe stata l’offesa per i campani onesti se un Papa avesse detto chiaro e tondo che i camorristi non solo sono contro la Campania onesta, ma sono anche contro il messaggio di Cristo e del Vangelo. Quale sarebbe stato il vulnus arrecato alle persone per bene che vivono in quella terra? Non vi è alcun dubbio sulla buona fede del Pontefice, ma è altrettanto fuor di dubbio che allora la parola di Wojtila tolse consenso agli uomini di mafia, bollando come blasfemi i loro rituali, la loro finta fede e il loro ossequio al ritualismo cattolico, dal quale traevano prestigio e rispetto. Questo ha fatto la parola, il silenzio rischia invece di alimentare l’equivoco secondo il quale a far danno ad un territorio non sono le mafie che lo devastano, bensì il fatto che di questa piaga si parli. Se il Papa – seppur con le migliori intenzioni - tace in terra di camorra le donne e gli uomini che parlano, denunciano e agiscono contro di essa finiscono inevitabilmente per essere più soli. Diviene allora lecito il silenzio e il voltarsi sempre dall’altra parte. Una scelta che miglia di campani, calabresi e siciliani fanno ogni giorno, perché nessuno li aiuta a farne una diversa, nessuno li fa sentire meno soli, nessuno da loro un occasione. In questo silenzio il loro peccato di omissione si confonde in uno scenario ambiguo, in una palude di normalità.
Forse se il Papa avesse parlato a Pompei tanti parroci si sarebbero sentiti meno soli, tanti ragazzi impegnati nelle associazioni cattoliche sul territori avrebbero avuto un’iniezione di forza, tanti giovani avrebbero preso coraggio e magari avrebbero smesso di pensare che l’unica strada, se non vuoi fare il camorrista e neppure la fame, sia quella di scappare via dalla Campania piuttosto che dalla Sicilia o dalla Calabria.
Scappare o tornare? E qui veniamo al secondo messaggio di questi giorni. Anna Canepa nel 1992 era una giovane donna, entrata per passione in magistratura. Lavorava nella procura di Caltagirone, in un crocevia pericoloso dove si intrecciavano tre grandi organizzazioni criminali: La famiglia catanese di Cosa nostra, guidata da Nitto Santapola, la famiglia di Caltanissetta e Gela guidata da Piddu Madonna e la nuova mafia della Stidda a Niscemi. Lavorava bene, Anna Canepa e quelli che si fanno chiamare uomini d’onore avevano deciso di ammazzarla con un auto bomba, insieme ad un colonnello dei carabinieri. Si salvò solo perché un pentito raccontò ogni cosa e fece fallire il piano stragista. Si salvò dal tritolo, ma fu costretta ad andar via, a lasciare la Sicilia. In questi anni, Anna Canepa ha vissuto a Genova, ha lavorato alla direzione distrettuale antimafia e ha assestato colpi durissimi alla mafia e segnatamente alla cosca di Madonna, che sino a Genova aveva allungato le sue spire. Oggi la dottoressa Canepa torna a Gela e lo fa senza grandi clamori, anzi ci tiene a sottolineare che non si tratta di una scelta eroica. Una decisione normale. Tornare a Gela per indagare sui traffici della mafia che l’aveva condannata a morte può sembrare una scelta folle, eppure questa donna di 49 anni la descrive come una scelta di ordinaria amministrazione. Anche lei a suo modo lancia un messaggio ed è che la lotta alle mafie non è una cosa troppo complicata, qualcosa che possono fare solo supereroi: basta accettare di correre dei rischi, basta sapere che non si può avere la botte piena e la moglie ubriaca. Occorre avere la consapevolezza che non tutte le scelte sono uguali. Spesso sono opposte. Come quelle che ogni giorno si trovano a scegliere politici, magistrati, commercianti, imprenditori, professionisti. Scelte dirimenti.
Un avvocato qualche tempo fa mi raccontava che negli studi professionali di Catania si costituiscono molte società. Alcune di queste si occupano di sanità. Nello studio grande si firmano gli atti davanti agli avvocati e al notaio. Sulla carta ci sono le quote fittizie tra i soci; poi si va tutti nella stanza accanto per prendere il caffè e lì arriva un uomo a cui nessuno chiede il nome. Porta con se cinque o seicento mila euro se l’affare è piccolo. Denaro contante. Lì, in quella stanzetta, si regolano le quote reali. Di chi sono quei soldi? Chi sono i veri soci di quelle cliniche private che poi prenderanno le convenzioni con il servizio sanitario nazionale? Nessuno in quella stanza se lo chiede. Bene, anche lì basterebbe una scelta semplice: non accettare di fare da “consigliori” a questa gente. Chiamarsi fuori. Smetterla di voltarsi dall’altra parte e onorare la propria professione. Sarebbe una scelta di ordinaria amministrazione, come quella di Anna Canepa, magistrato della Repubblica italiana da oggi a Gela in servizio permanente effettivo.

domenica 19 ottobre 2008

ANTIMAFIA: CIDMA NON PAGA AFFITTO, COMUNE PALERMO LO SFRATTA

(ANSA) - PALERMO, 18 OTT - Il Centro internazionale di documentazione sulle mafie e del movimento antimafia (Cidma) e' stato sfrattato dal comune di Palermo per non avere mai pagato l'affitto. In totale, il Centro deve al comune 4.306,12 euro, l'equivalente di sei mensilita' (615,16 euro al mese) relative al periodo marzo-settembre 2008.Il Cidma, la cui sede principale e' a Corleone, aveva avuto in custodia dal settore immobiliare del comune lo scorso marzo due appartamenti all'interno di Palazzo Palagonia, edificio storico in via Alloro, di cui c'e' traccia in documenti del XVI secolo. Il centro avrebbe dovuto utilizzare i locali per attivita' antimafia, contro il terrorismo e a favore dell'integrazione degli immigrati.Prima di ottenere Palazzo Palagonia, il Cidma, all'epoca presieduto da Nicolo' Nicolosi (ex sindaco a Corleone), aveva rifiutato l'assegnazione di un bene confiscato al boss di Prizzi Tommaso Cannella, arrestato nel giugno 2007; si trattava di un appartamento di 136 metri quadrati piu' una cantina di sei metri quadrati, all'undicesimo piano di uno stabile in viale Francia, zona residenziale della citta' (valore 160.101 euro). Era stato proprio il Cidma a chiedere l'assegnazione di un bene confiscato alla criminalita' organizzata, con una lettera al comune del febbraio 2006. Nicolosi poi aveva dato disponibilita' 'a ristrutturare i locali assegnati' ma in seguito, con una nota trasmessa al servizio immobiliare del comune dopo avere avuto assegnato il bene, lo aveva rifiutato ritenendolo non idoneo al tipo di attivita'. La richiesta era di una struttura con non meno di 4 vani e fino a 8 stanze.La revoca dei locali affidati al Cidma, a far data 9 ottobre 2008, e' stata firmata dall'assessore comunale alle risorse immobiliari, Pippo Enea.
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ANTIMAFIA: CIDMA; ORLANDO (PD), VICENDA INCREDIBILE
(ANSA) - PALERMO, 18 OTT - 'La vicenda del Cidma e' grave e incredibile: non solo il Centro antimafia non ha mai pagato l'affitto al comune, ma i responsabili della struttura si sono permessi persino di rifiutare il bene confiscato alla mafia che l'amministrazione aveva assegnato loro, mentre ci sono famiglie senza casa che dormono in auto davanti al palazzo di citta''.Lo dice il consigliere comunale del Pd, Salvatore Orlando, che aggiunge: 'Bisognerebbe capire in che modo il Centro abbia utilizzato gli appartamenti di palazzo Palagonia, facendo quale tipo di attivita', dato che non c'e' stato eco di particolari iniziative svolte almeno negli ultimi mesi'.

Corleone, diario degli studenti della Syracuse University dopo il lavoro sui campi confiscati alla mafia

This last weekend students from the University of Syracuse traveled to Sicily to visit historical sites relating to each of our different classes, and to work in the fields that were once occupied by the mafia. We spent two nights in Corleone and half of a day working the tomato fields. There was about 30 students from the Syracuse University and around 20 Italian students from Napoli and we all worked together picking tomatoes. There was no obligation for any of us to do the hard labor of cultivating tomatoes, it was an optional decision that everyone chose to participate in. From 8 in the morning to 1 in the afternoon we harvested almost two full trucks of tomatoes and made many friends along the way. All of the people working with the cooperative were very friendly and everyone wanted to help each other. The Italian students got along great with all of the Americans and we made some friendships that will not be forgotten, all for the cause of giving back to a community that had so much taken from them. Our time in Sicily was unforgettable, and very rewarding and I hope the little that work we did can help, even if it is a small step.
Weston Scott
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Lo scorso fine settimana gli studenti della Syracuse University di Firenze hanno viaggiato verso la Sicilia per visitare luoghi storici, in relazione a ciascuna delle nostre diverse classi, e per lavorare nei campi che erano stati occupati dalla mafia. Siamo rimasti due notti e una mezza giornata a Corleone, lavorando nei campi di pomodori. C’erano 30 studenti dall'Università di Syracuse e 20 studenti italiani di Napoli e abbiamo lavorato insieme per raccogliere i pomodori. Non c’era obbligo per nessuno di raccogliere i pomodori, ma è stata una scelta che tutti hanno deciso liberamente. Dalle 8 della mattina all’una del pomeriggio abbiamo raccolto quasi due macchine di pomodori e ci siamo fatti molti amici in questo modo. Tutte le persone lavorando con la cooperativa erano molto gentili e tutti hanno voluto aiutare l’altro. Gli studenti italiani sono andati d’accordo con tutti gli americani e abbiamo fatto alcune amicizie che non saranno dimenticate, tutto per la causa di restituire a una comunità che ha avuto così molto portato via dalla mafia. Il nostro tempo in Sicilia sarà indimenticabile e molto ricompensato e spero che il lavoro che abbiamo fatto aiuterà, anche se è un piccolo passo.
Weston Scott

"Liberarci dalle Spine": diario 11/10/2008
Il sole splende luminoso oggi in Sicilia. Per uno studente americano come me, che studia qui in Italia per un semestre, ho capito che l'opportunità di lavorare in un posto come questo per una causa così bella non era qualcosa che mi sarei potuto lasciar sfuggire. Ci siamo svegliati presto per prendere l'autobus per i campi vicino Corleone. Il tempo era bello per lavorare fuori. Mentre il sole cresceva sopra le colline e la rugiada si scioglieva nei campi, ho guardato intorno il lavoro che stavamo facendo. Ho guardato i giovani, degli Stati Uniti e dell'Italia, lavorare insieme ed è diventato chiaro per me che quando le persone si uniscono per una buona causa, tutte le barriere possono essere superate. Ho avuto l'impressione che questa sarebbe stata un'esperienza unica nella vita, e ho avuto ragione. Sono sicuro che non dimenticherò mai questa esperienza. Dimenticavo: ho assaggiato alcuni pomodori mentre li stavamo raccogliendo. Erano squisiti.
Luke
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"Liberarci dalle Spine": diary 11/10/2008
The sun shines brightly today in Sicily. For an American student like me, studying in Italy for only one semester, I knew that the opportunity to work in a place like this for such a great cause wasn't something that I could pass up. We woke up bright and early to take the bus to the fields outside of Corleone. It was beautiful weather for working outside. While the sun rose higher over the hills, and the dew melted off the fields, I looked around at the work that we were doing. I watched young people, Americans and Italians, working together, and it became clear to me that when people come together for a good cause, all barriers can be overcome. I had a sense that this would be an experience of a lifetime, and I was right. I am sure that I will never forget this experience. Oh, and I almost forgot: I tasted some of the tomatoes while we were picking them. They were delicious.
Luke

sabato 18 ottobre 2008

Senzatetto, braccio di ferro sull´ospizio occupato da Ex-Carcere

I senzatetto vogliono ristrutturarlo. L´Unitalsi: "Lo avevano promesso a noi"
di Sara Scarafia
Hanno già speso 1.200 euro per cercare di rimettere a nuovo l´ex centro per anziani che occupano da quasi una settimana. Ma presto potrebbero trovarsi costretti a lasciarlo: la struttura di via Valverde, che i senzatetto hanno occupato dopo aver abbandonato la cattedrale, è già assegnata a un´altra associazione.Si tratta della Unitalsi, quella che organizza i viaggi a Lourdes, e che adesso la rivuole indietro. «La Regione ce l´ha assegnata un anno fa - dice il presidente, Giuseppe Andriolo - abbiamo pagato una cauzione e mesi di affitto anticipato. Non ci siamo ancora andati perché doveva essere risistemata, e i lavori erano già partiti a settembre. Siamo sotto sfratto e abbiamo bisogno di una sede. Sono umanamente vicino ai senzatetto, ma quella struttura è stata assegnata a noi». La Unitalsi non vuole entrare in polemica con gli occupanti: «È compito della Regione consegnarci l´edificio per tempo e in buono stato - continua - noi non faremo nulla». Dichiarazioni che spiazzano il consigliere comunale di Altra Palermo Fabrizio Ferrandelli e il gesuita padre Gianni Notari, che ieri avevano incontrato Andriolo: «Con noi aveva avuto un altro atteggiamento - dice Ferrandelli - ci ha detto che a lui serviva una struttura, ma non per forza quella. Non capisco cosa possa essere successo. Cercherò di contattarlo di nuovo». Padre Notari invita alla collaborazione: «Un´associazione come l´Unitalsi, che si occupa del prossimo, e i senzatetto non possono non dialogare tra di loro - dice il direttore del centro studi Pedro Arrupe - credo si possa trovare una soluzione che non distrugga i sogni delle famiglie e che non leda il diritto dell´Unitalsi ad avere una sede». I senzatetto vivono ore di angoscia. «Abbiamo già speso 1.200 euro per rimettere a nuovo l´edificio - dice Tony Pellicane, portavoce del Comitato lotta per la casa - e avevamo anche preparato e spedito la richiesta di assegnazione del bene per trasformarlo in un albergo cittadino per i senza casa. Non chiediamo nient´altro, nemmeno un aiuto economico. Solo la possibilità di trasformare questo posto in un rifugio per chi si ritrova in strada». Adesso però c´è il rischio che debbano lasciarlo.
«Chiediamo all´Unitalsi di venirci a trovare per confrontarci - conclude Pellicane - sorprende però che la Regione decida di assegnare a un´associazione una struttura che deve ancora essere rimessa a nuovo». Per Antonella Monastra, consigliere comunale di Un´Altra storia, l´edificio è troppo grande per un´associazione. «Da persone che si occupano di organizzare viaggi a Lourdes mi aspetto sensibilità sociale - dice - spero che si possa aprire un dialogo». Per il capogruppo del Pd, Davide Faraone, i senza casa devono puntare sul percorso avviato in prefettura: «Da un lato il bando pubblicato dal Comune per cercare alloggi da affittare - dice - dall´altro l´individuazione di una struttura confiscata per le emergenze».
(La Repubblica, 17 ottobre 2008)

L’ultima lettera di Adolfo Parmaliana

E' di quattro pagine fitte di dolore, rabbia e verità, la lettera che Adolfo Parmaliana ha scritto prima di suicidarsi lo scorso 2 ottobre. Dopo aver denunciato mafiosi e politici, il prof Parmaliana parla di un altro clan di fronte al quale ha voluto, fino in fondo, rivendicare le sue scelte di uomo libero. A seguire la lettera pubblicata da L'Espresso:La Magistratura barcellonese/messinese vorrebbe mettermi alla gogna vorrebbe umiliarmi, delegittimarmi, mi sta dando la caccia perché ho osato fare il mio dovere di cittadino denunciando il malaffare, la mafia, le connivenze, le coperture e le complicità di rappresentanti dello Stato corrotti e deviati. Non posso consentire a questi soggetti di offendere la mia dignità di uomo, di padre, di marito, di servitore dello Stato e docente universitario.Non posso consentire a questi soggetti di farsi gioco di me e di sporcare la mia immagine, non posso consentire che il mio nome appaia sul giornale alla stessa stregua di quello di un delinquente. Hanno deciso di schiacciarmi, di annientarmi.Non glielo consentirò, rivendico con forza la mia storia, il mio coraggio e la mia indipendenza. Sono un uomo libero che in maniera determinata si sottrae al massacro ed agli agguati che il sistema sopraindicato vorrebbe tendergli.Chiedete all'Avv.to Mariella Cicero le ragioni del mio gesto, il dramma che ho vissuto nelle ultime settimane, chiedetelo al senatore Beppe Lumia, chiedetelo al Maggiore Cristaldi, chiedetelo all'Avv.to Fabio Repici, chiedetelo a mio fratello Biagio. Loro hanno tutti gli elementi e tutti i documenti necessari per farvi conoscere questa storia: la genesi, le cause, gli accadimenti e le ritorsioni che sto subendo.Mi hanno tolto la serenità, la pace, la tranquillità, la forza fisica e mentale. Mi hanno tolto la gioia di vivere. Non riesco a pensare ad altro. Chiedo perdono a tutti per un gesto che non avrei pensato mai di dover compiere.Ai miei amati figli Gilda e Basilio, Gilduzza e Basy, luce ed orgoglio della mia vita, raccomando di essere uniti, forti, di non lasciarsi travolgere dai fatti negativi di non sconfortarsi, di studiare, di qualificarsi, di non arrendersi mai, di non essere troppo idealisti, di perdonarmi e di capire il mio stato d'animo: Vi guiderò con il pensiero, con tanto amore, pregherò per voi, gioirò e soffrirò con voi.Alla mia amatissima compagna di vita, alla mia Cettina, donna forte, coraggiosa, dolce, bella e comprensiva: ti chiedo di fare uno sforzo in più, di non piangere, di essere ancora più forte e di guidare i ns figli ancora con più amore, di essere più buona e più tenace di quanto non lo sia stato io.Ai miei fratelli, Biagio ed Emilio, chiedo di volersi sempre bene, di non dimenticarsi di me: vi ho voluto sempre bene, vi chiedo di assistere con cura e amore i ns genitori che ne hanno tanto bisogno. Alla mia bella mamma ed al mio straordinario papà: vi voglio tanto bene, vi mando un abbraccio forte, vi porto sempre nel mio cuore, siete una forza della natura, mi avete dato tanto di più di quanto meritavo. A tutti i miei parenti, ai miei cognati, ai miei zii, ai miei cugini, ai miei nipoti, a mia suocera: vi chiedo di stare vicini a Gilda, a Basilio ed a Cettina. Vi chiedo di sorreggerli.Ai miei amici sarò sempre grato per la loro vicinanza, per il loro affetto, per aver trascorso tante ore felici e spensierate. Alla mia università, ai miei studenti, ai miei collaboratori ed alle mie collaboratrici sarò sempre grato per la cura e la pazienza manifestatemi ogni giorno. Grazie. Quella era la 1° mia vita. Ho trascorso 30 anni bellissimi dentro l'università innamorato ed entusiasta della mia attività di docente universitario e di ricercatore.I progetti di ricerca, la ricerca del nuovo, erano la mia vita. Quanti giovani studenti ho condotto alla laurea. Quanti bei ricordi.Ora un clan mi ha voluto togliere le cose più belle: la felicità, la gioia di vivere, la mia famiglia, la voglia di fare, la forza per guardare avanti.Mi sento un uomo finito, distrutto. Vi prego di ricordarmi con un sorriso, con una preghiera, con un gesto di affetto, con un fiore. Se a qualcuno ho fatto del male chiedo umilmente di volermi perdonare.Ho avuto tanto dalla vita. Poi, a 50 anni, ho perso la serenità per scelta di una magistratura che ha deciso di gambizzarmi moralmente. Questo sistema l'ho combattuto in tutte le sedi istituzionali. Ora sono esausto, non ho più energie per farlo e me ne vado in silenzio. Alcuni dovranno avere qualche rimorso, evidentemente il rimorso di aver ingannato un uomo che ha creduto ciecamente, sbagliando, nelle istituzioni.Un abbraccio forte, forte da un uomo che fino ad alcuni mesi addietro sorrideva alla vita.

NEL CONTINENTE NERO. Totò e Mirello alla scoperta dell' Africa

di Alfio Sciacca
“La fatica pià grossa? Baciare. Da quelle parti non è come in Sicilia. Ad ogni bacio loro rispondono con altri tre e dunque era tutto moltiplicato. Non si finiva mai”. Totò “vasa-vasa” torna fiaccato dopo dieci giorni di campagna elettorale in Africa, per la precisione in Congo. Nel continente nero l'ex governatore siciliano è andato a sostenere “l'amico” Eugene Diomi Ndongata, leader della Démocratie chretienne congolaise (la Dc locale, attualmente all'opposizione) e lo ha fatto come sa fare lui. Baci e abbracci a non finire che “hanno messo a dura prova la mia resistenza fisica”. Una missione per conto del partito.
“Era previsto che ci andasse Casini, ma non se l'è sentita di sottoporsi alla profilassi antimalarica e così ha deciso di man dare me, anche perché ho una certa esperienza”. In che senso? “Nel senso che non sono nuovo dell'Africa. Sono stato più volte in Burundi, Tanzania, Burkina Faso ed ora ho più tempo e non mi dispiace rifare alcune esperienze giovanili. Per tanti che promettono di andare in Africa e non ci vanno mai, io ci sono stato e ci ritornerò. A breve andrò a inaugurare un ospedale realizzato con i fondi della Regione Sicilia”.
Nonostante abbia appena finito le dosi di chinino sembra ringalluzzito “Totò l'Africano”, come l'hanno ribattezzato i suoi fedelissimi. Non è che sta pensando ad un esilio lontano dalla politica e dalla Sicilia? “Niente affatto, anche se la giudico un'esperienza molto formativa. Dall'Africa si vedono meglio anche le cose italiane e siciliane. Ai miei nemici dico di andarci e restarci per sempre, ai miei amici consiglio di andarci per capire quel che abbiamo e non riusciamo ad apprezzare”. E le disavventure giudiziarie? Nessuna domanda imbarazzante? “Nulla. Sono stato accolto con grande calore e ho parlato a migliaia di persone che sanno tutto dell'Italia”. E' tanto entusiasta dell'esperienza africana da mostrare con orgoglio l'album di viaggio e soprattutto la foto che lo ritrae attorniato da bambini (“ne ho adottato a distanza oltre 20”). Ma a sorpresa in una foto compare anche l'inconfondibile sagoma di Mirello Crisafulli, ex deputato regionale ds e ora senatore del Pd. Ma che ci fa un esponente del partito di Veltroni nella campagna elettorale della Dc congolese? “Ma no, lui è venuto privatamente”. “E' chiaro – conferma Crisafulli – una sera ci siamo incontrati a cena e visto che non ero mai stato in Africa abbiamo deciso di andare assieme. Lui si è fatto la sua campagna elettorale e io sono andato in giro ad ammirare coccodrilli e scimmie”. Niente intese trasversali? “Magari – ride di gusto Crisafulli – Se Cuffaro e l'Udc venissero con noi non sarebbe una cosa da buttar via”.
dal Corriere della sera

Centrodestra in Sicilia: molti voti e poche idee

di AGOSTINO SPATARO
A diversi mesi dal suo insediamento, il governo di Raffaele Lombardo non riesce ad uscire dal suo faticoso rodaggio. Appare, infatti, imbrigliato in una situazione politica incerta, segnata da dissensi e scontri clamorosi su materie delicate e qualificanti come l’energia, la spesa sanitaria, il riordino dell’amministrazione e della pletora di enti e società attorno a cui ruotano interessi forti, elettorali ed affaristici. Non a caso, su taluni di questi problemi la giunta di governo è arrivata a spaccarsi esattamente a metà, con serie ripercussioni sulla coesione della stessa maggioranza all’Assemblea regionale.
Una condizione a dir poco precaria per un governo che dovrebbe guidare la regione in una fase altamente critica nella quale, oltre la pesante eredità del passato, bisognerà fronteggiare una serie di provvedimenti sfavorevoli, alcuni dei quali già all’ordine del giorno: i tagli indiscriminati del governo Berlusconi, gli effetti imprevedibili della crisi finanziaria internazionale, le ambiguità del progetto federalista di marca leghista. E altri che già si delineano all’orizzonte.
A fronte di tutto ciò, l’impressione che si ricava è quella di una coalizione poco consapevole delle impegnative sfide che l’attendono e di un governo non in grado di affrontarle con successo.
Questa Sicilia, che si appresta ad attraversare un fiume turbolento, si può affidare ad una guida così poco concentrata e per giunta litigiosa?
Questo è il punto politico da cui deve muovere ogni azione e valutazione. Invece, anche se l’intero edificio del potere regionale trema, comincia a mostrare vistose crepe, non succede nulla di ragguardevole sul terreno dei rapporti politici all’interno della maggioranza e fra questa e l’opposizione. Per meno, in tempi non lontani, i presidenti di regione avevano l’amabilità di portare la crisi in parlamento, anche perché gli assessori non hanno approvato non certo a titolo personale, ma su indicazione dei rispettivi partiti d’appartenenza. C’è, dunque, un serio problema politico che non può essere più celato dietro il velo d’ipocrite dichiarazioni rassicuranti o aggirato con espedienti più o meno abusati. Per tirare a campare. Ma fino a quando? E soprattutto quali conseguenze produrrà questo tira e molla? Con tale, aberrante filosofia della sopravvivenza non si va da nessuna parte.

…IL PD SI GODE LA SUA RENDITA DI (OP)POSIZIONE
Spiace che questa concezione e pratica della politica pare sedurre anche l’opposizione che invece dovrebbe armarsi di un credibile progetto alternativo e dar battaglia su tutti i fronti, chiamando alla mobilitazione le forze sociali e i cittadini visto che, per altro, si sta decidendo della loro salute e in generale del loro futuro. Ma questo oggi “passa il governo” (senza allusioni, per carità) e di ciò ci dobbiamo occupare. Una situazione confusa, dunque, che conferma alcune analisi, purtroppo rimaste inascoltate. Non c’era, infatti, bisogno d’essere profeti per capire che, in assenza di programmi di vero cambiamento, non bastano le maggioranze “bulgare” per garantire una fattiva governabilità. In Sicilia, il centro-destra siciliano ha molti voti, tanti clientes, ma poche idee e per giunta raffazzonate. Da qui si origina il malessere politico e la difficoltà di governare. Per rendersene conto, basta andare a guardare dentro i cosiddetti “palazzi del potere” regionale. A palazzo d’Orleans vedremo un governo diviso quasi su tutto che litiga per qualche Asl in più, per difendere quote di spesa pubblica per accontentare clientes e settori privati che non riescono ad immaginare il loro futuro senza continuare a succhiare alle mammelle di mamma regione.
A palazzo dei Normanni vedremo un parlamento frustrato, indispettito, con un Pd (unica opposizione) che sembra godersi la sua rendita di (op)posizione. Una situazione atipica, di monopolio della rappresentanza del centro-sinistra, asimmetrica rispetto alla maggioranza di centro-destra composta di ben tre partiti e, per giunta, fra loro in accesa concorrenza. E, come in altri campi, il monopolio prima o poi rischia d’evolvere in oggettivo privilegio. Anche perché frutto di una legge su misura che non consente di dare una degna rappresentanza al voto di mezzo milione di elettori siciliani (un quinto dell’elettorato effettivo), ma solo una sua indegna sepoltura. Insomma, i problemi sono tanti e ogni giorno se ne aggiungono altri. Primo fra tutti, forse il più esplosivo, quello dell’insostenibilità sociale, amministrativa delle grandi città siciliane quali Catania, Palermo, Agrigento e altri capoluoghi. Così perdurando le cose, è chiaro che la Sicilia rischia e di grosso. Si potranno mettere nuove tasse e balzelli, ma sarà poco credibile ogni discorso mirato ad attirare nuovi investimenti. Anche perché chi potrà mai pensare d’investire, per altro in fase di recessione, in una realtà così appesantita e governata da una coalizione rissosa e incurante dell’eccezionalità del momento?
Agostino Spataro
NELLA FOTO: Raffaele Lombardo

Cosentino, il sottosegretario in quota Casalesi

di Enrico Fierro
Silvio Berlusconi lo ha rassicurato. «Nicola vai avanti». Ma lui, Nicola, non è affatto tranquillo. Stiamo parlando dell’onorevole Nicola Cosentino, potentissimo sottosegretario all’Economia. La sua faccia occupa tutta intera la copertina de l’Espresso in edicola, gli articoli raccontano l’ultima (?) puntata di una storia di camorra e politica, casalesi e voti, affari e soldi del clan più potente e feroce della Campania. Parlano i pentiti, arrivati a cinque e sgranano il rosario dei legami dell’onorevole e della sua famiglia con Francesco Schiavone, Sandokan, Michele Zagaria, Francesco Bidognetti, Cicciotto ’e Mezzanotte. L’onorevole, dicevamo, non si sente affatto tranquillizzato dalle parole di Berlusconi o dalla solidarietà di maniera del ministro Gianfranco Rotondi, che paragona la sua vicenda a quella di Giulio Andreotti e del bacio con Riina. L’inchiesta c’è, i riscontri incrociati delle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia pure e l’onorevole sottosegretario è indagato dalla procura antimafia di Napoli. Ma a rabbuiare Cosentino è il clima di guerra per bande che si è scatenato all’interno del Pdl in Campania. Da una parte i «casertani», forti del ricco pacchetto di voti di Cosentino & soci, dall’altra la vecchia guardia, i fratelli Fulvio e Antonio Martusciello e soprattutto Alfredo Vito, ex mister centomila preferenze e attivissimo organizzatore di trame e veleni nella Commissione Telekom-Serbia. In palio c’è la conquista della Regione, data per sicura dal Pdl. Il sottosegretario ha il sospetto, e lo ha detto in alcune interviste, che qualcuno dentro il suo partito stia manovrando per affossarlo. «Da quando abbiamo in mano il partito», ha detto, «abbiamo vinto tutto, quando a comandare erano gli altri vinceva il centrosinistra». Gli «altri» sono Vito e i Martusciello brothers, messi ai margini ma alla ricerca di una rivincita.È Dario De Simone, una volta al vertice del clan dei casalesi, pentito dal 1998, a parlare di Cosentino. «Era a nostra disposizione». Dal 1995, quando l’ex giovanissimo consigliere comunale di Casal di Principe (allora promessa del Psdi), decise di fare il grande salto alla Regione sotto le bandiere di Berlusconi. «Tutta l’organizzazione si occupò dell’elezione di Cosentino. L’onorevole ci disse che la vittoria di Forza Italia avrebbe alleggerito la nostra posizione a livello processuale». Le solite promesse fatte, sempre in quegli anni, ad esponenti di Cosa Nostra e della ’ndrangheta: sconfiggere le «toghe rosse», cambiare il codice penale, devitalizzare le misure antimafia. L’onorevole indicava ai casalesi anche i nemici da cui guardarsi. Racconta De Simone: «Ci invitava a stare attenti all’onorevole Diana (Lorenzo, all’epoca parlamentare del Pds, vive sotto scorta da anni, ndr) e a Renato Natale (ex sindaco comunista di Casal Di Principe, i casalesi avevano deciso di ammazzarlo, ndr) perché erano legati a Violante e facevano pressione per far intervenire massicciamente la polizia nel nostro territorio». Dario De Simone è ritenuto un collaboratore attendibile dai magistrati, fra i testi più importanti del processo «Spartacus» ha pagato un prezzo altissimo per la sua collaborazione: i casalesi gli hanno ammazzato il fratello e uno zio.Affari e coperture, appoggi politici alle elezioni e business monnezza. Anche Gaetano Vassallo, mente e braccio finanziario della camorra, rivela i rapporti del clan con il sottosegretario Cosentino e la sua famiglia, una vera e propria holding milionaria, attiva nel campo immobiliare, dei petroli e dei rifiuti. Il quadro che sta emergendo dalle inchieste della procura distrettuale antimafia napoletana è allarmante. I casalesi non sono solo una banda criminale feroce, è mafia, e come la mafia il clan ha costruito solidissimi rapporti con il mondo politico. Il 4 febbraio 2008 parla il pentito Michele Froncillo: «Letizia Raffaele detto Lello, che era ed è esponente apicale del clan dei Casalesi per conto di Schiavone ed in particolare a Massimo Russo detto Paperino ed al fratello Giuseppe Russo anche durante il periodo di latitanza. Lo stesso ha rapporti con i politici come Coronella, Nicola Cosentino, Nicola Caputo, come vi ho riferito in precedente verbali; i contatti erano finalizzati a vincere le gare di importanti opere pubbliche». Il senatore Gennaro Coronella ha la tessera del partito di Gianfranco Fini e di Ignazio La Russa in tasca ed è coordinatore di Alleanza nazionale a Caserta. Ma i rapporti dei casalesi non si limitavano al solo centrodestra. Il pentito Luigi Diana ha indicato Mario Natale come uno dei «prestanome dei casalesi». Di professione imprenditore, Natale è stato arrestato il 30 settembre scorso e scarcerato pochi giorni fa. Il figlio è consigliere comunale del Pdl a Casal di Principe, mentre suo fratello Vincenzo è membro dell’assemblea regionale del Partito Democratico eletto nelle liste dei «coraggiosi» che fanno capo al presidente della provincia di Caserta De Franciscis. Suo figlio Massimiliano è assessore di area Pd a Santa Maria Capua Vetere. Non c’è che dire, quella dei casalesi è una camorra bipartisan.
L'Unità, 18.10.08
NELLA FOTO: Nicola Cosentino

L'Authority ai telegiornali: "Troppo spazio al governo di Silvio Berlusconi"

Superato il tetto del 33%. Nel mirino Mediaset e Tg2
di ALDO FONTANAROSA
ROMA - E' il governo a dominare la scena nell'informazione dei nostri telegiornali. Il predominio è più evidente nei notiziari Mediaset (incluso il Tg5 di Mimun). Ma anche il Tg2 non scherza. L'Autorità per le Comunicazioni chiede ora alle reti pubbliche e private di riequilibrare. L'Autorità scatta una fotografia che va da aprile a settembre 2008. E' un'istantanea rilevante perché descrive la situazione dalla nascita del nuovo esecutivo fino quasi ad oggi. Segnali di squilibrio si notano intanto nelle trasmissioni di approfondimento. Ma sono i telegiornali - scrive l'Autorità - a commettere i peccati più gravi. La disparità è doppia: il governo parla più delle opposizioni; alcune forze politiche (di maggioranza) parlano più, molto più di ogni altra. Per questo i telegiornali sono adesso invitati a un effettivo pluralismo. L'Autorità ammette che non siamo certo in periodo elettorale, quando le regole sulle "pari opportunità" sono rigide, severe. Ma la legge vuole che le redazioni rispettino i principi di "correttezza e parità di trattamento" in qualsiasi momento dell'anno, ogni giorno, ad ogni edizione di Tg. Una regola non scritta vuole che i telegiornali assegnino un terzo del tempo ai partiti della maggioranza, un terzo a quelli di minoranza e un terzo infine al governo in carica. Questa divisione è spesso elusa. Ecco alcuni esempi significativi. Prendiamo le edizioni principali dei telegiornali, quelle che richiamano il maggior numero di ascoltatori. E prendiamo anche il "tempo di antenna". Somma le parole del giornalista - che introduce un tema o un politico - alle parole del politico. A maggio, Studio Aperto dedica il 42,27% dello spazio al governo e un altro 18,22% al presidente del Consiglio. Al Tg5, il 28% è per Palazzo Chigi e un altro 15 per il premier. Il mese successivo - a giugno - Palazzo Chigi e premier superano quota 50%, sempre al Tg5.
Ancora a giugno 2008, il Tg2 assegna quasi il 32% all'esecutivo Berlusconi e un altro 14% a Berlusconi in persona. A luglio del 2008, il Tg4 non è poi così squilibrato con il governo, che ottiene uno spazio pari al 27%. Ma se poi sommiamo il 28,9 del Cavaliere, ecco superata la metà della torta disponibile. La musica non cambia se leggiamo i dati con un'altra lente. Siamo a settembre ed esaminiamo tutte le edizioni dei telegiornali (pranzo e cena, le più importanti, ma anche quelle del mattino presto e della sera tardi). Nell'insieme dei notiziari Mediaset (Tg4, Tg5, Studio Aperto e TgCom), la maggioranza, il governo e Silvio Berlusconi sono sopra il 70%, mentre le opposizioni arrancano al 16,77%. Impressiona il dato dei Radicali. Chissà che cosa saranno riusciti a dire nei 9 secondi che il Tg4 regala loro nell'intero mese di maggio, oppure nei 26 secondi di Studio Aperto. E chissà quali messaggi avrà veicolato quella sinistra che non ha più rappresentanti alle Camere. A maggio, l'intera batteria dei telegiornali della Rai concede 38 secondi - per fare solo un esempio - ai Verdi (38 secondi in 30 giorni). E mentre il Partito Socialista risulta a zero secondi (sempre a maggio, sempre in Rai), l'Udc di Casini potrà certo esultare per il secondo, uno solo, che ottiene al Tg3 nel mese di maggio, per i tre secondi di agosto, per i 5 di settembre.
(La Repubblica, 18 ottobre 2008)

giovedì 16 ottobre 2008

Corleone, la vertenza degli operai delle pulizie. Vi racconto… la democraticissima amministrazione comunale di Corleone

È normale che possa esplodere la rabbia degli operai della pulizia del Comune, se fino a ieri avevano un (povero) contratto di lavoro di 2 ore e mezza al giorno, che adesso è stato ridotto ad un (miserabile) contratto di lavoro di appena un’ora giornaliera. E che questa rabbia possa manifestarsi attraverso una simbolica occupazione del gabinetto del sindaco, sicuramente colpevole di avere ridotto da 150 mila a 75 mila euro l’anno lo stanziamento per l’espletamento del servizio, appare abbastanza comprensibile. Anche perché non chiedono che di avere nuovamente un contratto di 2 ore e mezza al giorno. Molto meno comprensibile è stata la reazione improntata ad un autoritarismo fuori luogo da parte del sindaco (l’esponente di An, Antonino Iannazzo), che ieri mattina ha chiamato polizia, carabinieri e vigili urbani, intimando loro di cacciare via gli operai. E ancora meno comprensibile è stato il suo successivo rifiuto di incontrare la Cgil, l’organizzazione sindacale a cui hanno aderito la quasi totalità degli operai. «Mi facciano la richiesta per iscritto!», è stata la spocchiosa risposta alla richiesta d’incontro, avanzata verbalmente da chi scrive tramite la sua segreteria. Inquietante è stata, infine, la disposizione data agli addetti alla portineria del municipio di provare ad impedire l’ingresso negli uffici comunali agli “estranei”, come se i normali cittadini per gli amministratori comunali fossero ormai degli estranei. «Chi è lei? Chi cerca? Con chi deve parlare? Prima la devo annunciare!», mi ha detto l’impiegato comunale, bloccandomi in portineria. Stessa sorte stava toccando ad un signore, che però faceva presente di essere un consigliere comunale. «Allora può entrare, se è un consigliere comunale può entrare», precisava, conciliante, l’addetto alla portineria ». «Ma anche il dott. Paternostro è un consigliere comunale!», l’informava una sua collega. Si, purtroppo per lui (e per il sindaco), ero (sono) anch’io un consigliere comunale, e allora mi riusciva di entrare in municipio per continuare a stare al fianco degli operai in lotta. «Mi scusi, non sapevo che anche lei fosse un consigliere comunale!», si giustificava in maniera poco credibile l’impiegato…
Senza una richiesta scritta, il sindaco non ha voluto ricevere la Cgil e gli operai (adesso la richiesta è stata già avanzata dalla segreteria provinciale della Cgil e si aspetta la convocazione!), ma un suo “solerte” assessore ha riunito “amichevolmente” in una stanza i soli operai, per redarguirli duramente e attaccare a testa bassa la Cgil e chi la rappresenta a Corleone. «Vi siete iscritti alla Cgil e adesso siete rovinati! Non vedrete nulla di buono. Paternostro vi porterà alla rovina!», pare abbia detto il “democraticissimo” assessore di “Corleone città della legalità”, invitandoli tutti a cancellarsi dal sindacato. Si tratta di una miserabile attività antisindacale, perseguibile per legge. Ma si tratta anche di una pesante “caduta di stile”, che dimostra tutto il nervosismo di un’amministrazione comunale che, dal 2003 ad oggi, ha portato da 9 a 26 gli operai addetti alle pulizie del comune e del tribunale, li ha “spremuti” in tutte le tornate elettorali e adesso li vuole “buttare” perché non servono più. La Cgil, che sta difendendo con nettezza il posto di lavoro di tutti gli operai, chiedendo l’aumento delle ore mediante l’utilizzo del ribasso d’asta, per il “potente” assessore (capace, a quanto si dice nei “pub”, di “patrocinare” assunzioni “eccellenti” anche in importanti aziende palermitane) e per i suoi colleghi “disturba”. Ma, si mettano il cuore in pace, perché – piaccia o no - continueremo sempre a “disturbare”… questi improvvidi manovratori, tanto presuntuosi e arroganti, quanto incapaci di affrontare e risolvere un problema che sia uno.
Dino Paternostro
17 ottobre 2008
FOTO: Il sindaco Iannazzo

Stangata record della Finanza sui redditi del patrimonio occulto del padre

Palermo, Ciancimino jr deve al fisco 42 milioni. Applicata la norma Bersani per tassare retroattivamente i proventi di reati

di GABRIELE ISMAN

Una maxi evasione fiscale da oltre 42 milioni di euro: 42.504.137,02 per chiama l´esattezza dei numeri. E l´evasore è davvero eccellente: MassimoCiancimino, figlio di don Vito, l´ex sindaco di Palermo. Ad accertarla èstato il comando provinciale della Guardia di finanza, guidato dal generaleCarlo Ricozzi, attraverso il gruppo Entrate. Secondo i finanzieri,Ciancimino jr avrebbe occultato redditi derivanti da proventi illeciti trail 2002 e il 2004, conseguiti per effetto della gestione e del riciclaggioda parte di prestanome, degli ingenti capitali riconducibili al cosiddetto"patrimonio occulto", accumulato dal padre. Nelle indagini certosine delleFiamme gialle sono finite le vendite a una società spagnola di azioni equote del Gruppo Gas e la gestione di un conto estero tenuto presso la AbnAmro Bank di Amsterdam. Il nome di quel conto era Powercase, proprio comel´azienda, vera e proprio cassaforte del tesoro dell´ex sindaco, che donVito e l´avvocato romano Giorgio Ghiron avevano creato con sede alle IsoleVergini. Nel 2005, nel garage dello studio dell´avvocato nel ricco quartieredel Parioli, a Roma, erano stati ritrovati 29 faldoni con tutto l´archiviofinanziario dei Ciancimino: una vera e propria miniera di informazioni pergli investigatori. La Powercase era stata sciolta soltanto nel 2003.La notifica del provvedimento della Guardia di finanza - sarà poi l´Agenziadelle entrate a quantificare quanto Ciancimino debba in termini direstituzione allo Stato - è dell´aprile scorso. Più o meno nello stessoperiodo il figlio dell´ex sindaco del sacco di Palermo - condannato a cinqueanni e otto mesi in primo grado per riciclaggio e tentata estorsione,nell´ambito della gestione del tesoro del padre - ha cominciato a parlarecon i magistrati della Dda di Palermo e Caltanissetta circa il famosopapello, l´elenco delle richieste di Cosa Nostra per lasciare la strategiadelle bombe nel 1992. Se quanto sta raccontando potrà risultare davveroutile è ancora tutto da capire: finora un solo verbale è stato reso pubbliconell´ambito del processo al generale Mario Mori. In quelle pagine Massimo Ciancimino ha smentito quanto detto dall´imputatoche aveva sempre raccontato di aver incontro don Vito (defunto l´11 novembredel 2002) dopo la strage di via D´Amelio. Più recentemente Ciancimino jraveva detto di temere per la propria la propria vita, ma poche settimane fail comitato provinciale per l´Ordine e la sicurezza non gli ha assegnato lascorta.Nel febbraio 2005, quando arrivarono i primi guai giudiziari, MassimoCiancimino disse: «Sono vittima del cognome che porto. Non ho mai riciclatonulla, ho sempre svolto la mia attività alla luce del sole, proprio perquello che è accaduto alla mia famiglia sono stato molto attento a tenermilontano da certi ambienti e ho sempre lavorato onestamente». I giudici diprimo grado non gli hanno creduto.Gli oltre 42 milioni di evasione accertata dalla Guardia di finanza diPalermo vanno ad aggiungersi ai 5 milioni di euro che già il giudice Falconeaveva scoperto e sequestrato a don Vito e agli altri 60, tra conti esocietà, sequestrati dalla Dda di Palermo ai suoi eredi. Quando gli furonosequestrati i soldi, don Vito, spavaldo, disse: «Nell´arco della mia vita hoguadagnato somme più del doppio di quelle che mi sono state sequestrate».Era il 18 maggio 1991, e nello stesso processo don Vito disse candidamente:«Non vi dico dov´è il resto del mio patrimonio altrimenti me losequestrereste». Il provvedimento delle Fiamme gialle palermitane è unadelle prime applicazioni della norma interpretativa firmata dall´alloraministro Bersani nel 2006. Se infatti la legge per la tassazione deiproventi derivanti da reato è del 1993, soltanto 13 anni dopo è arrivatal´interpretazione - tutti i proventi sono tassabili - che ne ha estesol´applicazione, anche con effetto retroattivo. Per Ciancimino jr - che nel2002 aveva dichiarato 43 mila euro e nel 2003 58 mila come propri redditi -il conto potrebbe essere davvero salatissimo.

GIOVEDÌ, 16 OTTOBRE 2008

CENTRODESTRA IN SICILIA, MOLTI VOTI E POCHE IDEE

A diversi mesi dal suo insediamento, il governo di Raffaele Lombardo non riesce ad uscire dal suo faticoso rodaggio. Appare, infatti, imbrigliato in una situazione politica incerta, segnata da dissensi e scontri clamorosi su materie delicate e qualificanti come l’energia, la spesa sanitaria, il riordino dell’amministrazione e della pletora di enti e società attorno a cui ruotano interessi forti, elettorali ed affaristici. Non a caso, su taluni di questi problemi la giunta di governo è arrivata a spaccarsi esattamente a metà, con serie ripercussioni sulla coesione della stessa maggioranza all’Assemblea regionale.
Una condizione a dir poco precaria per un governo che dovrebbe guidare la regione in una fase altamente critica nella quale, oltre la pesante eredità del passato, bisognerà fronteggiare una serie di provvedimenti sfavorevoli, alcuni dei quali già all’ordine del giorno: i tagli indiscriminati del governo Berlusconi, gli effetti imprevedibili della crisi finanziaria internazionale, le ambiguità del progetto federalista di marca leghista. E altri che già si delineano all’orizzonte.
A fronte di tutto ciò, l’impressione che si ricava è quella di una coalizione poco consapevole delle impegnative sfide che l’attendono e di un governo non in grado di affrontarle con successo.
Questa Sicilia, che si appresta ad attraversare un fiume turbolento, si può affidare ad una guida così poco concentrata e per giunta litigiosa? Questo è il punto politico da cui deve muovere ogni azione e valutazione. Invece, anche se l’intero edificio del potere regionale trema, comincia a mostrare vistose crepe, non succede nulla di ragguardevole sul terreno dei rapporti politici all’interno della maggioranza e fra questa e l’opposizione. Per meno, in tempi non lontani, i presidenti di regione avevano l’amabilità di portare la crisi in parlamento, anche perché gli assessori non hanno approvato non certo a titolo personale, ma su indicazione dei rispettivi partiti d’appartenenza. C’è, dunque, un serio problema politico che non può essere più celato dietro il velo d’ipocrite dichiarazioni rassicuranti o aggirato con espedienti più o meno abusati. Per tirare a campare. Ma fino a quando? E soprattutto quali conseguenze produrrà questo tira e molla? Con tale, aberrante filosofia della sopravvivenza non si va da nessuna parte.

…IL PD SI GODE LA SUA RENDITA DI (OP)POSIZIONE
Spiace che questa concezione e pratica della politica pare sedurre anche l’opposizione che invece dovrebbe armarsi di un credibile progetto alternativo e dar battaglia su tutti i fronti, chiamando alla mobilitazione le forze sociali e i cittadini visto che, per altro, si sta decidendo della loro salute e in generale del loro futuro.
Ma questo oggi “passa il governo” (senza allusioni, per carità) e di ciò ci dobbiamo occupare.
Una situazione confusa, dunque, che conferma alcune analisi, purtroppo rimaste inascoltate.
Non c’era, infatti, bisogno d’essere profeti per capire che, in assenza di programmi di vero cambiamento, non bastano le maggioranze “bulgare” per garantire una fattiva governabilità.
In Sicilia, il centro-destra siciliano ha molti voti, tanti clientes, ma poche idee e per giunta raffazzonate. Da qui si origina il malessere politico e la difficoltà di governare.
Per rendersene conto, basta andare a guardare dentro i cosiddetti “palazzi del potere” regionale.
A palazzo d’Orleans vedremo un governo diviso quasi su tutto che litiga per qualche Asl in più, per difendere quote di spesa pubblica per accontentare clientes e settori privati che non riescono ad immaginare il loro futuro senza continuare a succhiare alle mammelle di mamma regione.
A palazzo dei Normanni vedremo un parlamento frustrato, indispettito, con un Pd (unica opposizione) che sembra godersi la sua rendita di (op)posizione.
Una situazione atipica, di monopolio della rappresentanza del centro-sinistra, asimmetrica rispetto alla maggioranza di centro-destra composta di ben tre partiti e, per giunta, fra loro in accesa concorrenza. E, come in altri campi, il monopolio prima o poi rischia d’evolvere in oggettivo privilegio. Anche perché frutto di una legge su misura che non consente di dare una degna rappresentanza al voto di mezzo milione di elettori siciliani (un quinto dell’elettorato effettivo), ma solo una sua indegna sepoltura.
Insomma, i problemi sono tanti e ogni giorno se ne aggiungono altri. Primo fra tutti, forse il più esplosivo, quello dell’insostenibilità sociale, amministrativa delle grandi città siciliane quali Catania, Palermo, Agrigento e altri capoluoghi. Così perdurando le cose, è chiaro che la Sicilia rischia e di grosso. Si potranno mettere nuove tasse e balzelli, ma sarà poco credibile ogni discorso mirato ad attirare nuovi investimenti.
Anche perché chi potrà mai pensare d’investire, per altro in fase di recessione, in una realtà così appesantita e governata da una coalizione rissosa e incurante dell’eccezionalità del momento?Agostino Spataro
17 ottobre 2008

mercoledì 15 ottobre 2008

L´analisi. Lasciamo alle coop i beni confiscati

di GIOVANNI ABBAGNATO
Il dibattito regionale sugli strumenti istituzionali per il contrasto alla mafia aveva fatto emergere la necessità che, dopo le esperienze non entusiasmanti in altre legislature, la nuova Commissione regionale antimafia dovesse essere ispirata a una cultura politica diversa dal solito consociativismo dell´Ars: una cultura che ne esaltasse il rigore etico e l´efficacia nell´intervento. La recente composizione della commissione aveva lasciato qualche perplessità, che i primi atti confermano. A partire, per esempio, dall´assenza di qualsiasi commento per la presenza nella Commissione di un parlamentare come il deputato Salvino Caputo, già rinviato a giudizio per falsa testimonianza aggravata in un processo per fatti di mafia, e per il quale sono stati chiesti cinque anni di carcere e l´interdizione perpetua dai pubblici uffici. In un caso come questo come pensano di cavarsela il presidente Calogero Speziale e tutto il Parlamento, compresa la finora silente opposizione? Con il solito richiamo alla presunzione d´innocenza fino a sentenza definitiva? Si può tenere un atteggiamento di ignavia sulla Commissione antimafia per la quale dovrebbero essere applicate rigorosissime regole di opportunità politica e di tutela delle notizie riservate alle quali i suoi membri possono avere accesso? Ma purtroppo c´è dell´altro. Sulla proposta di modifica della legge nazionale circa il trasferimento alla Regione dei beni confiscati alla mafia forse la Commissione, prima di annunciare improvvide iniziative bipartisan, dovrebbe svolgere una più attenta valutazione dei fatti. Anche alla luce di una più attenta interpretazione dello spirito della legge 109 del 1996 che afferma la funzione sociale dei beni confiscati. Tali beni, da frutto di un´economia di rapina, devono diventare presidi concreti di culture e realizzazioni in campo sociale ed economico, alternativi alle mafie. Ogni bene confiscato acquisito dal patrimonio pubblico deve rappresentare la volontà delle istituzioni e della società civile organizzata di dimostrare che l´attacco ai patrimoni mafiosi può diventare un´alternativa sociale ed economica rispetto a ricatti e subculture mafiose. L´esperienza delle coop sociali sui terreni agricoli confiscati è da valorizzare e incrementare perché dimostra sul territorio, dove ancora dominano sistemi politico-affaristico e mafiosi, che la legalità democratica può diventare modello di sviluppo. Nel caso di imprese manifatturiere liberate da proprietà mafiose, è fondamentale che le istituzioni cooperino perché esse continuino le attività produttive impedendo che passi il messaggiodevastante di un´azione di repressione antimafia che toglie occupazione ai lavoratori onesti. È dimostrato che la mafia saccheggia le economie del Sud, ma agli studi devono seguire atti concreti nei quali la gente possa cogliere, oltre al valore etico dell´antimafia, la sua convenienza sul pianosociale. Da qui, sempre in ossequio allo spirito della legge109, la necessità di un impiego rapido del patrimonio immobiliare mafioso per affrontare le drammatiche emergenze sociali, per esempio come quella abitativa in città come Palermo. Questa è l´antimafia sociale che, tanto per parlare chiaro, non ha niente a che vedere con i buchi di bilancio che il presidente Lombardo vuole coprire con tutti i fondi reperibili, da quelli per lo sviluppo dei fondi strutturali dell´Ue, a quelli della confisca dei beni mafiosi che, se acquisiti senza vincoli al patrimonio regionale, sarebbero buttarti nel pozzo senza fondo del bilancio della Regione. Fa paura pensare, per esempio, che uno dei possibili utilizzi delle risorse potrebbe essere il patrimonio immobiliare della Regione, un bubbone sul quale sono state annunciate interventi di cassa con iniziative di «finanza creativa» mai chiarite fino in fondo. La Regione pensi a gestire e razionalizzare con fondi propri il suo patrimonio immobiliare e lasci i beni e le risorse confiscate alla mafia a iniziative sul territorio che abbiano una funzione sociale immediatamente riconoscibile e una precisa riconoscibilità di promozione etico-sociale.
LA REPUBBLICA, MERCOLEDÌ, 15 OTTOBRE 2008

A Palermo e Piana degli Albanesi, ricordando Giovanni Orcel e ragionando di futuro

La Sicilia (e l’Italia) oggi sarebbero sicuramente più sviluppate se la “questione agraria”, che si era posta con forza alla fine del 1800 e subito dopo le due guerre mondiali, fosse stata affrontata e risolta dal punto di vista del movimento contadino. Invece, il presidente del consiglio Francesco Crispi all’epoca dei Fasci (1892-94), i governi liberali durante il “biennio rosso” (1919-20) e i governi a guida Dc nel secondo dopoguerra (1948-50) preferirono stare dalla parte degli agrari assenteisti, che affidavano i loro feudi ai gabelloti mafiosi, tollerando (e a volte “promuovendo”) la sistematica repressione del movimento contadino e operaio meridionale, sfociata spesso in delitti e stragi.
Un delitto particolare fu quello consumato a Palermo la sera del 14 ottobre 1920. A cadere sotto i colpi di pugnale di un killer fu Giovanni Orcel, capo degli operai metallurgici, ma anche leader dell’ala intransigente del Partito socialista. Era noto l’astio nei suoi confronti dei "padroni" del Cantiere Navale, specie dopo la lunga occupazione del settembre 1920. «Con Orcel bisogna romperla», aveva detto qualche ora prima dell’assassinio l’amministratore della fabbrica palermitana, Berio. Giovanni Orcel aveva avuto intensi rapporti anche con i comuni della provincia di Palermo. In particolare, con i comuni contadini dell’interno come Prizzi e Corleone. Da questi rapporti era anche nato un solido rapporto umano e politico con Nicola Alongi, prizzese e leader del movimento contadino. Insieme, avevano maturato l’idea che, senza l’unità di classe tra contadini ed operai, non era possibile vincere la battaglia per la libertà e la democrazia in Sicilia. «Nacque così, per la prima volta in Sicilia, e forse in Italia, l’alleanza operai-contadini», sostiene lo storico Giuseppe Carlo Marino, anticipatrice di quella che sarebbe stata, qualche anno dopo, una delle più famose teorie di Antonio Gramsci. E fu l’elaborazione teorica più importante del "biennio rosso" nella nostra isola. Non a caso, l’offensiva reazionaria e mafiosa, che aveva l’obiettivo di fermare le lotte operaie e contadine, prese di mira, in rapida sequenza, proprio i due leader. Alongi venne assassinato a Prizzi la sera del 29 febbraio 1920, Orcel a Palermo la sera del 14 ottobre. Sempre a Palermo, domenica 23 gennaio 1921, alle 19,30, in via Lincoln, all’angolo con via Castrofilippo, un uomo cadde ucciso con una pugnalata alle spalle. Era don Silvestre "Sisì" Gristina, capomafia di Prizzi. Per la giustizia ufficiale questo delitto rimase un mistero. Solo nel 1971, grazie ad un reportage del giornalista de “L’Ora” Marcello Cimino, si scoprì che ad assassinarlo fu un gruppo ristretto di fidati compagni di Orcel ed Alongi. Una disperata quanto sommaria "giustizia proletaria", come reazione allo Stato di allora che aveva frettolosamente archiviato come ad opera di ignoti i delitti dei due dirigenti sindacali. Martedì 14 ottobre 2008, l’88° anniversario dell’assassinio di Orcel è stato ricordato con un convegno a Palermo (“Sviluppo, legalità, diritti”), al quale, tra gli altri, ha partecipato Susanna Camuso, e con una tavola rotonda a Piana degli Albanesi (“Le stragi nella storia repubblicana) con i segretari generali delle Camere del lavoro di Palermo (Maurizio Calà), Brescia (Marco Fenaroli), Firenze (Mauro Fuso) e Milano (Onorio Rosati), e con Italo Tripi, segretario generale Cgil Sicilia, e Carlo Grezzi, presidente della Fondazione “Di Vittorio”.
D.P.
FOTO: Da sx: Giovanni Orcel; i partecipanti alla tavola rotonda di Piana degli Albanesi.

martedì 14 ottobre 2008

Enzo Biagi intervista Carlo Alberto Dalla Chiesa (1981) e il boss mafioso Luciano Liggio (1989)

Enzo Biagi intervista Carlo Alberto Dalla Chiesa (1981) sulle indagini per il sequestro del sindacalista Placido Rizzotto e sul ruolo di mafiosi come Luciano Liggio




Enzo Biagi intervista il boss Mafioso di Corleone Luciano Liggio (1989)

Lotta alle mafie. E' partita la Carovana che sta percorrendo tutta l'Italia

È partita lunedì da Roma la dodicesima Carovana nazionale antimafie, promossa dalle associazioni Libera, Arci e Avviso Pubblico. Il viaggio, lungo due mesi, prevede cento tappe: un giro per l'Italia attraverso il quale riaffermare l'importanza della legalità e della lotta a tutte le mafie. In realtà le carovane sono due. Entrambe partiranno del centro Italia ma poi si separeranno. Una in direzione Nord, l'altra verso Sud, per poi ricongiungersi a Comiso in Sicilia, il 12 dicembre. La carovana è partita da un luogo già di per sé significativo: la Casa del jazz di Roma, ricavata in una villa sequestrata ad un componente della Banda della Magliana. Alla conferenza stampa di presentazione hanno partecipato Paolo Beni, presidente nazionale Arci, don Luigi Ciotti, presidente di Libera, Roberto Montà, vicepresidente di Avviso Pubblico e Roberto Morrione, presidente di Libera Informazione. All’incontro sono intervenuti anche due familiari di vittime di mafia. Quest’anno la carovana assume un significato particolare visto il 60esimo anniversario della Costituzione e della dichiarazione universale dei diritti dell'uomo. E scopo della Carovana sarà riaffermare i valori di questi due preziosi documenti e «ricordare che in Italia la vera emergenza sicurezza sono mafie e corruzione».
Paolo Beni, presidente nazionale dell’Arci ha lanciato l’allarme sull’espansione della mafie: «I poteri mafiosi allargano la loro influenza sulla società italiana, non sono più ristretti a un ambito regionale, e hanno anche differenziato le loro strategie». Beni ha sottolineato che la mafia «fa affidamento sul vuoto sociale» e dunque è essenziale «creare delle reti di solidarietà, impedire l'isolamento sociale, la devitalizzazione degli spazi democratici». Purtroppo al giorno d’oggi si sta andando in una direzione opposta: «La percezione che si ha è che i valori dominanti siano quelli della competizione e dell'egocentrismo» afferma Beni. Il presidente dell’Arci sottolinea che bisogna invertire la rotta e ricostruire quel «senso di comunità democratica toglie terreno alla cultura dell'illegalità». Don Luigi Ciotti, presidente di Libera, ha spronato all’azione: «Si uccide anche con il silenzio, anche con i nì. Bisogna dire no». Il sacerdote antimafia, dopo aver ricordato Falcone, cita Dalla Chiesa: «Lo Stato dia come diritto ciò che la mafia dà come favore». Il presidente di Libera ha attaccato anche la politica sottolineando che «le mafie non moriranno mai se non si cambia un certo modo di fare le politiche, se non si attuano politiche sociali sui territori». Anche Roberto Montà ha puntato il dito contro le responsabilità della politica evidenziando che «in Italia sono 180 i consigli comunali sciolti per infiltrazioni mafiose». Roberto Morrione ha invece attaccato il mondo del giornalismo sostenendo che «c'è una scarsa attenzione da parte della grande stampa nei confronti dell'espansione delle mafie». La carovana ha chiesto il riconoscimento ufficiale del 21 marzo come giornata della memoria e dell'impegno, dedicata alle vittime della mafia. Infine per i promotori, l’iniziativa non mira solo ad essere contro la mafia ma anche a proporre valori e politiche positive, dal sostegno alle famiglie delle vittime alla promozione della cultura della legalità.

L’affare tra sindaco e ’ndrangheta: «Lo svincolo della A3 va spostato»

di Enrico Fierro
Erano i sindaci della ‘ndrangheta. Uomini di paglia, politici del disonore al servizio dei boss. Come il sindaco di Gioia Tauro, 18 mila abitanti, sede di uno dei più importanti porti del Mediterraneo. Si chiama Giorgio Dal Torrione, ha 62 anni e milita nell’Udc di Pierferdinando Casini.
Per la procura di Reggio Calabria è il referente dei Piromalli, un uomo a disposizione. Per il gip Kate Tassone «uno dei più pericolosi tra quei tristi personaggi della politica che mettono il mandato del popolo a disposizione delle cosche mafiose».Le conseguenze di questo patto scellerato sono la morte della Calabria. La gip è impietosa nell’analisi: «Il loro atteggiamento perpetua quel perverso meccanismo che rende queste terre del meridione sempre schiave della criminalità mafiosa». Dal Torrione è finito in galera insieme al sindaco di Rosarno, Carlo Martelli di Forza Italia, in una inchiesta che è solo una parte dell’operazione che nel luglio scorso ha messo a nudo i rapporti tra le cosche della Piana, i loro referenti nel mondo affaristico e personaggi di primo livello della politica come Marcello Dell’Utri. Al centro di questa indagine un episodio già portato alla luce della Commissione parlamentare antimafia presieduta da Francesco Forgione.Una storia emblematica dei nuovi atteggiamenti «culturali» della mafia calabrese. Dal Torrione è un personaggio insidioso «perché ha tentato di mascherarsi da campione dell’antimafia a parole, osando persino avvicinarsi e sedere accanto a magistrati di questo ufficio, mentre nei fatti operava per il crimine organizzato». È l’antimafia dei convegni e degli applausi, quella che non costa nulla anche nella terra dove i sindaci invisi alle cosche vengono uccisi o fatti decadere.Significativi sono i favori che il sindaco fa alle cosche. Il suo comune e quello di Rosarno, in altra epoca politica, si era costituito parte civile nei processi contro i Piromalli. «Uno smacco per le cosche, una sorta di sconfessione pubblica della loro capacità di piegare la pubblica amministrazione agli interessi mafiosi», scrive il gip. Il 4 luglio 2007, Gioacchino Piromalli, 38 anni, rampollo della «famiglia», viene condannato al risarcimento di 10 milioni di euro a favore dei comuni di Gioia Tauro, Rosarno e San Ferdinando. Ma il giovane nipote di uno dei «casati» storici della ‘ndrangheta, padrona degli appalti, ben presente nei cartelli del narcotraffico mondiale, si dichiara nullatenente, povero in canna. Vuole certamente risarcire il danno, ma prestando la sua opera di avvocato. Insomma, lavorerà per quegli stessi comuni che la sua famiglia mafiosa ha gravemente danneggiato. «Il Tribunale di sorveglianza - si legge negli atti della Commissione antimafia - come se nulla fosse e come se non conoscesse la reale identità del soggetto, gira la richiesta alle amministrazioni comunali interessate». Che accettano, non vedendo e truccando gli atti. È Dal Torrione che spinge perché si concretizzi la disponibilità dell’ «avvocato» Piromalli, facendo anche pressioni sul suo segretario comunale. Che firma tutto e ammette: «Mi rendo conto che sono stato utilizzato come una marionetta». Convincere Martelli, sindaco berlusconiano di Rosarno, non è difficile. Si tratta, scrivono i magistrati, «di un sindaco voluto dalla cosca mafiosa dei Pesce, notoriamente legata a quella di Gioia Tauro, anzi con essa federata, eletto grazie all’appoggio fornitogli dal gruppo mafioso che controlla quel territorio». Fortunatamente, però, non tutto lo Stato in Calabria è compromesso. Appena ricevono la richiesta dei comuni di utilizzare il giovane Piromalli, gli uffici dell’Avvocatura di Reggio Calabria informano tempestivamente la procura di Reggio.Sono potentissimi i Piromalli e i loro alleati Molé in tutta la Piana, al punto di poter decidere di deviare il corso dell’autostrada. E’ il vecchio boss Gioacchino Piromalli, lo zio dell’«avvocato» a raccogliere le proteste di un gruppo di proprietari che rischiavano l’esproprio e ad imporre «la modifica dello svincolo dell'autostrada Salerno-Reggio all’altezza di Gioia Tauro».Il sindaco Del Torrione sentiva il fiato sul collo della procura e temeva lo scioglimento del Comune per infiltrazioni mafiosa. E così si incontra a Roma con l’onorevole Mario Tassone (Udc) membro della Commissione antimafia. Telefona anche all’onorevole Maria Grazia Laganà, la vedova di Francesco Fortugno, sua avversaria politica. Risponde un tale Fabio, l’accesso dei commissari prefettizi è stato rinviato. «Bisogna stare attenti - dice Fabio - e comunque si tratta di un dato positivo altrimenti avrebbero già chiuso il discorso». Commenta Dal Torrione: «Altrimenti ci avrebbero fatto un culo a cappello di prete».È un classico - scrive la gip Kate Tassone - «che risponde ad una logica che in Calabria non può non definirsi mafiosa, secondo la quale l’esponente politico che sia indagato per mafia, non può fare a meno di prendere contatti con i suoi referenti». «Ma fortunatamente - concludono i magistrati - la Storia non si scrive solo con le dichiarazioni di comodo di amministratori compiacenti, la Storia è fatta di episodi concreti: e quella giudiziaria, in particolare, di quei fatti concreti che prendono il nome di indagini, processi e sentenze».
L’Unità, 14.10.08

Le due anime della Chiesa: i banchieri e i francescani

di Augusto Cavadi
Che cosa prova "un cittadino europeo, sbarcato in un'isola piena di misteri, di contraddizioni, di cupezza" come la Sicilia? Marcelle Padovani, nota per aver firmato con Falcone Cose di Cosa nostra, risponde: " il dilemma tragico, ma fecondo: essere un vigliacco o un eroe in tutti i gesti della quotidianità". La risposta, contenuta nella sua presentazione al libro di Davide Romano La pagliuzza e la trave (La Zisa), dà una delle due chiavi di lettura principali. Perché la raccolta di articoli e interviste e brevi del giornalista palermitano non è solo una rivisitazione di alcuni protagonisti cattolici del "laboratorio" siciliano: come annunzia già il sottotitolo (Indagine sul cattolicesimo contemporaneo), essa intende presentarsi, più ambiziosamente, come un saggio di informazione laica sul cattolicesimo nazionale. E Dio solo sa quanto ce ne sarebbe bisogno in una fase storica in cui del cattolicesimo o parlano (quasi sempre apologeticamente) i cattolici o nessuno.
Ma che significa visitare il cattolicesimo con occhi laici? Leggendo queste pagine si intuisce che non si tratta di invertire il registro agiografico in prospettiva polemica: piuttosto di cercare di fotografare l'oggetto dello studio in maniera onesta, rispettando la varietà (talora persino contraddittoria) dei pezzi che costituiscono questo strano puzzle. Perché il cattolicesimo contemporaneo non è un blocco monolitico: è costituito da politici che in nome della religione tessono legami con i poteri forti (mafia non esclusa), ma anche da preti che in nome del vangelo denunziano quegli stessi poteri al punto da rimetterci la vita. E' costituito da monsignori che vivono, da diplomatici e da banchieri, tra diplomatici e banchieri; ma anche da uomini e donne, senza nessuna investitura ecclesiastica istituzionale, che per fedeltà al battesimo lavorano quotidianamente - in sincera solidarietà con uomini e donne del proprio tempo che non si riconoscono in nessuna confessione religiosa - per costruire una società meno ingiusta e meno infelice.
Questa poliedricità del cattolicesimo è già, in qualche modo, esemplificata in due testi che introducono al libro. E' il cattolicesimo di chi, come Anna la Rosa, ritiene appropriata l'espressione "Chiesa viva e giovane" per designare la chiesa, un po' azzoppata, che Giovanni Paolo II ha consegnato a Benedetto XVI dopo più di un ventennio di dura repressione del dissenso interno (anche a costo di perdere quasi tutte le firme più prestigiose della teologia del XX secolo); ed è il cattolicesimo di chi, come don Vitaliano La Scala, protesta accoratamente contro l'attuale gerarchia che "sa solo pronunciare i suoi eterni, anacronistici e indiscutibili 'no' di fronte a qualsiasi richiesta di apertura che viene dalla base", dando però l'impressione che per lui l'andazzo possa mutare anche senza rimettere in discussione il quadro teologico-dogmatico di fondo.
Uno sguardo laico sul cattolicesimo non censura nessuno di questi aspetti e scopre che persino nella stessa persona possono registrarsi mutamenti sorprendenti. "Al di sopra del papa resta comunque la coscienza di ciascuno, che deve essere obbedita prima di ogni altra cosa, se necessario anche contro le richieste dell'autorità ecclesiastica": chi attribuirebbe oggi questa frase del 1967 al suo vero autore, il perito conciliare tedesco Joseph Ratzinger?
Davide Romano è un giovane giornalista free - lance che vive ed opera a Palermo (cura alcuni uffici stampa e collabora con testate giornalistiche regionali e nazionali ). Questa raccolta di scritti (La pagliuzza e la trave. Indagine sul cattolicesimo tradizionale, La Zisa, pagine 152, euro 12) contiene, fra l'altro, un'intervista al cardinal Tonini, al vescovo di Trapani Micciché, a don Francesco Michele Stabile, nonchè il testo dell'orazione funebre pronunciata nel 1976 dal vescovo di Ragusa, mons. Angelo Rizzo, alle esequie di Calogero Volpe (deputato democristiano e suo "cugino di sangue").

(la Repubblica-Palermo)

Il Presidente di Banca Etica: "E' l'ora di cambiare le regole: si dia spazio alla finanza etica"

Parla il presidente di Banca Etica, l'istituto di credito popolare del Terzo Settore, Fabio Salviato: "Il nostro modello è trasparente e premia chi fa economia reale, ma siamo penalizzati". La crisi finanziaria ha mostrato la debolezza dell'attuale sistema: "Si torni ai principi di sana e prudente gestione, finanziando chi migliora la società"
di ROSARIA AMATO
ROMA - Per anni Banca Etica è cresciuta a dispetto di un sistema che classificava i suoi investimenti come BB-, "spazzatura", ricorda il presidente Fabio Salviato. Senonché poi si è scoperto che la spazzatura vera era altrove, immessa nel mercato con lusinghieri e rassicuranti rating 'tripla A'. "Siamo arrivati al paradosso per cui si è puniti se si sostiene l'economia reale e premiati se si specula, vengono disincentivati i finanziamenti all'economia sociale ma si permette la piena operatività sul mercato dei derivati perché non regolamentato", dice Salviato. E adesso, nel pieno della bufera finanziaria che ha bruciato miliardi in tutto il mondo, premiata dai risparmiatori che negli ultimi due mesi hanno fatto registrare un aumento del 100 per cento dell'apertura di conti correnti, Banca Etica ha deciso di cogliere l'occasione non per dire "siamo i più bravi", ma per chiedere una revisione delle regole che penalizzano una realtà economica sana e che hanno permesso a istituzioni finanziarie non altrettanto scrupolose e trasparenti di gettare i mercati nel panico e di costringere i governi a massicce iniezioni di liquidità per evitare una rovina analoga a quella del '29.
Voi lamentate come in tutti questi anni le imprese finanziate da Banca Etica siano state considerate estremamente rischiose, e per questo penalizzate.
"Noi rappresentiamo le imprese non profit , comprese le parrocchie, per esempio. Lei ha mai visto una parrocchia che fallisce? Le nostre imprese presentano un tasso di sofferenza del 0,3% lordo. Noi finanziamo gran parte di quelle imprese che vengono considerate nel sistema del Terzo settore: per questa ragione dalla regolamentazione italiana e internazionale i nostri investimenti vengono considerati a rischio massimo, e penalizzati da difficoltà indicibili nella concessione del credito. Le valutazioni fatte dagli analisti non tengono conto dei piani di sviluppo a medio e lungo termine delle imprese richiedenti, ma badano all'utile immediato senza dare peso al grande valore sociale intrinseco in certe produzioni o in scelte di posizionamento nella comunità locale. E allora bisogna che ci mettiamo d'accordo su queste regole: non è possibile che chi fa economia reale, crea posti di lavoro, milioni di ettari di agricoltura biologica che impiegano il doppio dei dipendenti della Fiat, sia considerato a rischio massimo, e gli altri no. Bisogna rivedere queste regole e privilegiare criteri come i nostri, che hanno dimostrato di essere una buona prassi. Le regole attuali sono quelle che hanno contribuito a portarci a questa catastrofe".
Quali regole in particolare andrebbero modificate secondo voi, e come?
"La normativa Ias (i principi contabili internazionale, ndr) considera le imprese ai valori di mercato, come se si dovesse vendere ora. Perché non torniamo alle origini, considerato che le banche sono nate in Italia proprio grazie a San Francesco? Torniano al principio della sana e prudente gestione. Oggi con questi criteri inoltre non abbiamo strumenti con i quali far fronte alle speculazioni. Le regole vanno riviste, in un'ottica di maggiore protezione. Devono essere applicate a tutti: in questo momento è come se avessimo le autoambulanze costrette a fermarsi ai semafori e le Ferrari che possono sfrecciare a 300 all'ora. Infatti le banche d'investimento americane tipo Lehman Brothers non sono assoggettate a nessuna regola: ricevevano la tripla A, emettavano le obbligazioni che valevano più dei titoli di Stato italiani".

E quindi, come dovrebbe cambiare il sistema finanziario?
"Intanto la banca deve ricominciare a fare la banca: negli ultimi venti anni le banche hanno smesso di fare il loro ruolo, che era quello di raccogliere risparmio e dare fiducia agli imprenditori o ai privati, e hanno fatto sempre più finanza, non credito, alimentando con danaro il mercato finanziario con percentuali sempre più alte, favorendo la diffusione di derivati e altri prodotti altamente speculativi. E invece la banca deve tornare ad essere un soggetto che va a finanziare l'economia reale, naturalmente a ragion veduta".
Il problema è anche la trasparenza.
"La percezione attuale che si ha del sistema bancario è che ci sia una sorta di opacità. Quando l'Fbi ha cercato di trovare gli speculatori che in America avevano scommesso al ribasso contro alcuni titoli, compreso American Airlines, cinque giorni prima dell'11 settembre, guadagnando un miliardo e 400 milioni di dollari, non c'è riuscita, perché i colpevoli si sono persi nei paradisi fiscali. La trasparenza deve essere uno degli elementi che ci caratterizza, anche, e non solo, per evitare il riciclaggio della malavita: i paradisi fiscali rappresentano elementi di opacità. La trasparenza significa anche che il risparmiatore deve capire come viene investito il proprio danaro".
Il risparmiatore italiano però ha una cultura finanziaria quasi inesistente, tende ad accettare qualunque cosa gli propongano banca e consulente finanziario, senza rendersi conto dei margini di rischio.
"E' vero che nostri cittadini spesso hanno un rapporto poco responsabile verso la finanza. Però questo atteggiamento deriva anche dal rapporto di fiducia che c'è sempre stato verso la banca. Da un lato serve maggior trasparenza da parte delle banche, ma dall'altra anche il risparmiatore-investitore deve pretendere di avere maggiori informazioni, e deve conoscere alcune regole fondamentali: se io investo in un prodotto finanziario che rende molto più della media, è evidente che sto rischiando di più. Fatte salve le responsabilità del sistema finanziario, anche il risparmiatore deve assumersi le sue responsabilità".
Anche se voi siete una banca sana, non avete investito in derivati o in altri prodotti a rischio, il crollo dei mercati vi ha comunque danneggiati?
"Noi comunque siamo dentro il mercato, e quindi ne viviamo anche le pertubazioni, ma avendo una politica secondo la quale la raccolta viene utilizzata per i finanziamenti, e il resto rimane in tesoreria, investito principalmente in titoli di Stato, siamo tranquilli. E siamo anche una banca molto liquida, con una raccolta diretta di 550 milioni e indiretta di 100 milioni e impieghi per 400 milioni. Una gestione che ci ha premiati: in questo periodo stiamo assistendo all'apertura di conti correnti 10 volte superiore rispetto a un mese fa. Anzi, siamo in controtendenza perché stiamo avviando una nuova importante iniziativa".
Di che si tratta?
"Stiamo per realizzare la prima banca etica europea con francesi e spagnoli, utilizzando un modello cooperativo, in base a una legge europea del 2003. Avrà sede in Italia, e sarà controllata dalla Banca d'Italia. Quindi tutto sommato, a modo nostro, tuteliamo anche l'italianità: il nostro modello cooperativo è stato riconosciuto come interessante da altri Paesi, nei quali era ormai scomparso. Come pure il sistema di premiare gli investimenti 'sostenibili', assicurando migliori condizioni di credito a chi migliora l'ambiente o fa investimenti di particolare valore sociale".
(La Repubblica, 14 ottobre 2008)

domenica 12 ottobre 2008

"Parla, Santapaola!", "Zitto tu, Fava!"

RICCARDO ORIOLES
"Io, Vincenzo Santapaola, vi dico...". Uno degli ultimi contenuti de La Sicilia di Catania, sotto forma di lettera, ma senza alcun intervento redazionale, è un vero e proprio editoriale di un boss mafioso. Contemporaneamente, e da oltre un anno, Ciancio vieta ai suoi cronisti di pubblicare dichiarazioni e notizie su Claudio Fava. Un episodio gravissimo, che segna un punto di non-ritorno. E la Magistratura? Ponzio. E l'Ordine dei Giornalisti? Pilato.

* * *
Il gravissimo episodio di Catania - un esponente mafioso che usa il giornale di Ciancio per mandare i suoi messaggi - non ha suscitato le risposte istituzionali che sarebbero state prontamente date in ogni altra città.

1) La Procura di Catania, che da poco ha sequestrato per inadempienze burocratiche un povero foglio locale ("Catania Possibile") di denuncia, non ha ritenuto di intervenire sul ricco e potente quotidiano che ha favoreggiato di fatto il clan Santapaola.
2) L'Ordine dei Giornalisti non ha incredibilmente preso alcun provvedimento disciplinare - e quando , allora? - nei confronti del favoreggiatore.
3) L'Associazione siciliana della Stampa, che non è mai intervenuta in difesa di nessuno degli otto giornalisti siciliani trucidati dai Santapaola e dagli altri mafiosi, non ha avuto il coraggio di prendere adeguatamente posizione.
4) Il CdR de La Sicilia non ha denunciato né ha contestato (com'era suo preciso dovere) l'operato del direttore.
4) Non se n'è dissociato, nemmeno con tempestive dimissioni, neanche il vicedirettore, che evidentemente giudica incidente veniale la presenza di un Santapaola nel suo giornale.
5) Le forze politiche locali hanno reagito con estrema fiacchezza all'episodio gravissimo, che ufficializza la contiguità fra poteri e mafia (già vista in numerosi episodi: caso Avola, censura dei necrologi Montana e Fava, scuse al boss Ercolano, ecc.) nel campo dell'informazione.
Non è affatto una vicenda catanese. E' nazionale. E' l'esempio più estremo, ma che non resterà insuperato, della catastrofe etica dell'informazione italiana. Saviano, parlando di giornali collusi, ha avuto torto solo nel limitare i suoi esempi alla Campania.

* * *
Facciamo appello ai siti liberi locali, ai giovani che li animano con tanta passione, a non lasciare impunita questa vergogna. A reagire apertamente e duramente, e soprattutto tutti insieme.
Avremo nelle prossime settimane (l'inizio del laboratorio di giornalismo) e nel prossimo mese ("Sbavaglio" numero tre) tempo e luogo per esaminare partitamente lo stato dell'informazione a Catania e in Sicilia, e per proporre i rimedi. Ma adesso quello che è urgente è la ripulsa istintiva, etica, morale, nei confronti di quel "giornalismo" che insulta gli Alfano, le Cutuli, i Mario Francese, i Giuseppe Fava.

Esprimiamo la nostra fraterna solidarietà a Claudio Fava, che i mafiosi intendevano uccidere, per la sua attività di giornalista libero, nello stesso luogo in cui avevano già ucciso suo padre; e nonostante questo, o forse proprio per questo, il suo nome oggi è tabù sullo stesso giornale che pubblica i comunicati dei Santapaola.

Faccio appello infine, personalmente e da vecchio giornalista che mai avrebbe immaginato un tale degrado della professione, ai colleghi Lorenzo Del Boca e Roberto Natale, Presidenti Nazionali del nostro Ordine e del Sindacato:. Intervenite con tutti i vostri poteri su Catania! Difendete la nostra professione! Non lasciate soli i giovani che, con immensa generosità e a dispetto di tutto, qui impegnano le loro vite a fare un giornalismo di cui non vi dobbiate vergognare.

La Catena di San Libero, 12 ottobre 2008 n. 372
[r.o.]

SCUOLA & GIOVANI. Spunta a sorpresa l'accorpamento degli istituti con meno di 50 alunni. Colpite le isole e i paesi montani

Nel decreto i tagli alle scuole: in un anno possono sparirne 4mila. La Gelmini tranquillizza: "Sono bugie della sinistra. Nessuna riduzione"
di SALVO INTRAVAIA
Le scuole nelle piccole isole e nei piccoli comuni montani potrebbero sparire già dal prossimo anno. In poche settimane, infatti, le Regioni dovranno predisporre i Piani di dimensionamento della rete scolastica. Il diktat del ministro dell'Istruzione, Mariastella Gelmini, alle autonomie locali arriva "nascosto" in un provvedimento che apparentemente non ha nulla a che vedere con la scuola: il decreto-legge 154 dal titolo "Disposizioni urgenti per il contenimento della spesa sanitaria e in materia di regolazioni contabili con le autonomie locali" ha l'intero articolo 3 dedicato alla riduzione delle istituzioni scolastiche sottodimensionate. Il tutto in linea con il Piano che detta le regole per tagliare in un triennio 132mila posti. Per effettuare i poderosi tagli imposti dal collega dell'Economia, Giulio Tremonti, sulla scuola occorre mettere mano alla rete scolastica. Infatti, accorpare due scuole con meno di 500 alunni consente di tagliare almeno un posto di dirigente scolastico e uno di direttore dei servizi amministrativi (l'ex segretario). Per ridisegnare la mappa delle istituzioni scolastiche il decreto dà tempo alle Regioni fino al 30 novembre prossimo. Ma non solo. Le amministrazioni che dovessero risultare inadempienti, dopo appena 15 giorni, verranno "sollevate dall'incarico". La Gelimini però tranquillizza puntando l'indice contro l'opposizione che dice "bugie": "Non ci saranno la paventata chiusura di 4000 istituti, né il taglio degli insegnanti di sostegno, né l'attacco all'autonomia degli enti locali. Sono falsità che la sinistra tenta di usare per fare disinformazione".
Dichiarazioni che non placano le polemiche. A partire dall'ex ministro dell'Istruzione Giuseppe Fioroni, Pd: "Hanno cominciato con le scuole sotto i 500 alunni, domani toccherà a quelle con meno di 300 finora coperte da deroga, per arrivare poi al taglio degli insegnanti di sostegno". Critico anche il presidente della regione Piemonte, Mercedes Bresso e l'assessore all'istruzione, Gianna Pentenero denunciano: "Così il governo ha deciso di tagliare 816 scuole solo in Piemonte". Gli fa eco l'assessore all'istruzione della regione Umbria Maria Prodi, preoccupata che così "la scuola sarà agonizzante, senza risorse, penalizzata da tagli imposti senza alcuna ragionevolezza". In tutto il territorio nazionale sono 4.200 i plessi con meno di 50 alunni. Rischiano di ritrovarsi senza scuola i bambini di tanti piccoli centri di montagna e delle piccole isole: Capri, Favignana e dell'arcipelago delle Eolie. Per chiarire meglio la questione è opportuno citare qualche dato. Il servizio scolastico statale, in Italia, è erogato da 10.760 istituzioni scolastiche che si articolano sul territorio in 41.862 scuola (plessi, sedi centrali e distaccate, succursali). Per ridurre la dotazione di dirigenti scolastici, dei segretari e del personale Ata basta smembrare e accorpare ad altri istituti le istituzioni scolastiche che, ai sensi di una norma del 1998, risultano sottodimensionate: con meno di 500 alunni. In tutta la Penisola, secondo i conti fatti da viale Trastevere, ce ne sarebbero quasi 2.600: il 24 per cento. La stessa norma consente ai soli istituti comprensivi (di scuola dell'infanzia, primaria e media) ubicati in piccole isole e zone di montagna di scendere fino a 300 alunni, ma non oltre. Attualmente, da Nord a Sud, ci sono sparse nei centri più arroccati o nelle isole più piccole del Paese oltre 600 istituzioni scolastiche con meno di 300 alunni, che le regioni dovrebbero cancellare. Per la verità, la stessa norma stabilisce che gli istituti con oltre 900 alunni andrebbero suddivisi in due (o in tre) per evitare situazioni di estrema complessità. Ma nel Piano della Gelmini degli oltre 2.600 istituti "over size" non si parla.

(La Repubblica, 11 ottobre 2008)

sabato 11 ottobre 2008

Corleone. Dopo un anno di amministrazione Iannazzo, nessuno dei grandi problemi della città è stato avviato a soluzione...

Più che le cose fatte (tutte di ordinaria amministrazione), sono emerse le cose non fatte dalla relazione annuale, che il sindaco di Corleone Nino Iannazzo ha illustrato nella seduta del consiglio comunale di mercoledì scorso. Con tutto il rispetto per il lavoro quotidiano che un amministratore comunale fa, appare (per esempio) piuttosto azzardato rivendicare dei meriti nell’aver realizzato i lavori di riqualificazione di un tratto di corso dei mille, già progettato, finanziato ed appaltato dalla precedente amministrazione comunale. Come appare eccessivo entusiasmarsi per la visita degli alunni della scuola elementare in consiglio comunale. Per Iannazzo e la sua giunta sarà stata la “prima volta”, ma Corleone momenti di esaltante partecipazione civica dei suoi cittadini (grandi e piccini) ne ha visti parecchi dagli inizi degli anni ’90 in poi…
Assordante, invece, è stato il silenzio sui “buchi” grandi come voragini dell’attività amministrativa. Il sindaco, infatti, non ha detto una-parola-una sull’attivazione del caseificio di contrada “Noce”. L’immobile e le attrezzature, costati parecchi miliardi delle vecchie lire, giacciono lì, vero monumento allo spreco, senza che gli amministratori comunali abbiano uno straccio d’idea su come farli funzionare.
Assordante è stato il silenzio sul mercato ortofrutticolo di contrada “S. Lucia”. È stato ultimato e collaudato, ma anche in questo caso non c’è un’idea sul modo in cui farlo funzionare. Ed anche questa struttura è costata parecchi soldi.
Sempre assordante è stato il silenzio sull’area per lo sviluppo artigianale di contrada “Frattina”. I primi 13 lotti sono stati completati ed assegnati, ma molte delle ditte assegnatarie dicono che non firmeranno il contratto perché non molto interessate o perché non in grado di affrontare l’investimento, o… o… I termini di scadenza del bando per l’affidamento di altri 30 lotti sono stati riparti ben due volte, si sta preparando la terza riapertura, ma solo 6 artigiani hanno presentato istanza. Si sta preparando un altro flop, ma l’amministrazione comunale non fa nulla per offrire ad aziende siciliane e/o nazionali una parte dei lotti di contrada “Frattina”.
Non parliamo (il sindaco quasi non ne ha parlato) della discarica che si sarebbe dovuto riaprire dal 2002, ma ancora giace lì, in contrada “Ponte Aranci”, mentre gli auto-compattatori dell’Ato Alto Belice Ambiente vanno a scaricare (a costi altissimi, che pagano i cittadini) i rifiuti a… Bellolampo. E non parliamo del fatto che a Corleone sostanzialmente non si fa raccolta differenziata dei rifiuti, nonostante gli obblighi di legge, la necessità di tutelare l’ambiente e i risparmi che ne potrebbero derivare.
E non parliamo del pauroso “buco” nel bilancio comunale: ben 2 milioni e 600 mila euro di debiti che dal 2005 ad oggi non si riescono a pagare, perché l’amministrazione comunale spende di più delle sue entrate e non riesce (non ha adottato nessun serio provvedimento) ad aumentare le entrate e a diminuire le spese. Insomma, salvo miracoli, siamo davanti ad un disastro annunciato…
d.p.
11 ottobre 2008

Corleone, l'odg del consiglio comunale per Pio La Torre

Nella seduta del 6 ottobre scorso, su proposta del gruppo consiliare del Pd, il consiglio comunale di Corleone ha approvato all'unanimità il seguente ordine del giorno:

IL CONSIGLIO COMUNALE DI CORLEONE

- DATO ATTO CHE l’on. Pio La Torre rappresenta uno splendido esempio di impegno politico e coerenza morale nella lotta contro la mafia e per la pace;
- CHE fin dagli anni ’40, ancora giovane studente universitario, ha profuso il suo impegno per organizzare i contadini poveri e guidarli nella lotta contro la mafia agraria, per il lavoro e lo sviluppo, sia nei quartieri di Palermo che a Corleone;
- CHE ha contribuito, con un apposito disegno di legge presentato al Parlamento nazionale, a far riconoscere come reato l’appartenere all’associazione mafiosa e a prevedere il sequestro e la confisca dei beni dei mafiosi di provenienza illecita;
- CHE nei primi anni ’80 ha costruito un ampio movimento di lotta per la pace e contro la base missilistica di Comiso, che ha visto insieme laici e cattolici, giovani e anziani, donne e uomini;
- CHE per questo suo impegno è stato assassinato dalla mafia, insieme al suo collaboratore Rosario Di Salvo, la mattina del 30 aprile 1982;
- CHE in segno di gratitudine il comune di Comiso (provincia di Ragusa) aveva provveduto l’anno scorso ad intitolare a Pio La Torre il nuovo aeroporto civile di quella città, sorto al posto dell’aeroporto militare “Vincenzo Magliocco”;
- CHE l’attuale amministrazione comunale di Comiso ha ingenerosamente “cancellato” il nome di Pio La Torre dall’aeroporto, intitolandolo nuovamente al generale Magliocco, morto nella guerra in Etiopia del 1936;
- CHE tutto ciò, oltre ad essere sbagliato e diseducativo, rischia di apparire come un segnale di ammiccamento a Cosa Nostra, che la Sicilia democratica e civile non può e non vuole permettersi;
FA VOTI AFFINCHE’

1. L’Amministrazione comunale di Comiso revochi l’atto di “cancellazione” del nome di Pio La Torre dall’aeroporto civile appena inaugurato;

2. La Presidenza della Regione Siciliana, comunque, intervenga per impedire che venga cancellata la memoria di Pio La Torre.

venerdì 10 ottobre 2008

Sanità, sì della giunta alla riduzione delle Ausl. Passa la riforma che accorpa anche gli ospedali, ma sei assessori non la votano

EMANUELE LAURIA
Nel passaggio politico più difficile dall´inizio della legislatura, il governo Lombardo vara la riforma della sanità. Maggioranza risicata, a Palazzo d´Orleans (sei assessori su dodici) per il voto che taglia i dipartimenti dell´assessorato (da 5 a 2) e riduce Ausl e aziende ospedaliere, il cui numero complessivo scende da 29 a 17.
A Palermo previsto l´accorpamento del Civico e dell´Ingrassia, a Catania l´unificazione di Garibaldi e Cannizzaro. La cifra delle aziende dovrebbe abbassarsi ancora sino a 14, con la fusione amministrativa fra i policlinici di Palermo, Catania e Messina e alcuni ospedali dei tre capoluoghi. Le Asp, nuovo acronimo che sta per aziende sanitarie provinciali, assicureranno l´assistenza attraverso le attività ospedaliere (con i presidi) e le attività territoriali (con i Pta, punti territoriali di assistenza) «per garantire - è scritto in una nota del governo - su tutto il territorio regionale la copertura di servizi sanitari, riducendo così l´incidenza di ricoveri ospedalieri impropri che sono la principale causa del deficit sanitario della Sicilia». Vengono previsti due bacini di riferimento, per la Sicilia occidentale e orientale. Il sistema di emergenza-urgenza avrà una centrale operativa del 118 all´interno di ciascuno dei due grandi bacini regionali. Vietate le consulenze esterne. Il disegno di legge viene inviato all´Ars in un´atmosfera rovente. Tre assessori non hanno votato la riforma (Giovanni La Via e gli udc Gianni e Antinoro), altri tre non erano presenti: gli esponenti del Pdl Scoma, Gentile e Bufardeci che in serata spiegherà il forfait semplicemente con «impegni istituzionali». Il capogruppo dell´Udc Rudy Maira illustra così la posizione del suo partito: «Non vogliamo ostacolare il percorso del riordino del sistema sanitario siciliano. Ma pretendiamo, per una materia così complessa e complicata, che ci sia un necessario approfondimento». Decisamente più duro il commento di Innocenzo Leontini, presidente del maxi-gruppo del Pdl all´Ars (34 deputati). Per lui ieri in giunta è stata operata «una forzatura non richiesta. Bastava limitarsi a fare solo il piano di rientro, così come richiesto dal governo centrale. Si è persa l´occasione per fare un disegno di legge unico di governo e maggioranza - afferma Leontini - Si è voluto imporre una soluzione che conferma il sistema precedente, con i suoi difetti e i suoi disavanzi. Rimane il nostro disegno di legge in commissione che - conclude - riduce maggiormente i costi e, togliendo gli ospedali dalle Asl, riforma veramente il sistema attuale. All´Ars - conclude il capogruppo del Pdl - saranno tutti i parlamentari protagonisti di tale riforma».Se, da un lato, Lombardo ha deciso di rinviare ancora lo spoils system dei dirigenti generali della Regione (altri 45 giorni di proroga, in attesa della riforma dei dipartimenti), dall´altro ha deciso di accelerare sulla sanità. Anche per rispettare le scadenze del piano di rientro inviato al ministero per l´approvazione. L´assessore alla Sanità Massimo Russo sa che l´attendono le forche caudine di Palazzo dei Normanni e si mostra aperto al confronto: «Si tratta di un testo aperto a tutti quegli apporti costruttivi che le forze parlamentari sapranno dare nell´interesse de Sicilia. È un progetto organico, razionale, che guarda all´efficienza delle prestazioni. Sono certo che l´Ars saprà trovare la giusta sintesi - conclude l´assessore - pur nel rispetto rigoroso dell´impianto, delineato dal testo approvato e che ci viene imposto dal piano di rientro».
La Repubblica, 9.10.08

La polemica. In ufficio familiari e figli di amici: Francesco Scoma è il re della Parentopoli siciliana. L´assessore alla famiglia, la sua

ATTILIO BOLZONI
EMANUELE LAURIA
Posti per sorella, cugino e cognata ecco l´assessore re di Parentopoli. Sicilia
, l´abbuffata di Scoma e le clientele degli altri big. Ironia della sorte: il recordman dei favoritismi ha la delega alla Famiglia. Anche Cimino, titolare del Bilancio, ha tre cugini nell´orbita pubblica. "Piazzati" due cugini del ministro Alfano. Tutti si difendono: assunti per i curriculum
Questo è il piccolo vizio di Francesco Scoma, figlio di Carmelo. Nella hit parade dell´intreccio politico-familistico di Palermo lui batte tutti. Li vuole tutti accanto a sé. Vicini, piazzati e sistemati, intruppati, mischiati fra il suo ufficio di gabinetto e gli altri staff, congiunti suoi e congiunti di altri potenti, tutti insieme come una grande famiglia all´assessorato alla Famiglia. In quella trama di complicità che è la Regione siciliana, nomina dopo nomina e incarico dopo incarico, l´onorevole del Popolo della Libertà - classe 1961, eletto per la quarta volta all´Assemblea - si sta rivelando il personaggio simbolo dei favoritismi che si ordiscono nel governo guidato del catanese Raffaele Lombardo. E´ in cima alla lista l´assessore Scoma, il number one. Anche per il nome che porta. Nel suo quartier generale, di Francesco Scoma non ce n´é uno ma ce ne sono due. L´altro è suo cugino. Preso da un altro ufficio regionale, remunerato con indennità aggiuntiva e sistemato alla Famiglia. Dove, esattamente? Al "controllo strategico" dell´assessorato. Un parente che controlla l´altro a spese del contribuente. Una sorella di Scoma, Antonella, è stata assunta nello staff dell´assessore alla Presidenza della Regione Giovanni Ilarda. Una cognata, Deborah Civello, ha trovato un posticino nello staff del presidente del parlamento Francesco Cascio. La signora era già scivolata un paio di anni fa in uno scandalo - 448 assunzioni senza concorso nelle municipalizzate di Palermo - che aveva provocato anche l´apertura di un´inchiesta giudiziaria. Deborah era entrata all´Amia, l´azienda ambientale. Ma nell´assessorato alla Famiglia Francesco Scoma non ha favorito soltanto suoi consanguinei. Ha messo dentro pure quelli di tutti i suoi amici ai quali probabilmente non può dire di no. A cominciare dal suo padrino politico, il presidente del Senato Renato Schifani. La sorella, Rosanna Schifani, il 6 giugno del 2008 è stata nominata per chiamata diretta «componente della segreteria tecnica» dell´assessore Francesco Scoma. Già dipendente regionale dal 1991 con qualifica di «istruttore direttivo», la signora Rosanna ha avuto in busta paga - nel passaggio allo staff di Scoma - un´indennità di 14 mila euro lordi l´anno. Ma deve rinunciare agli straordinari che prendeva prima. Intanto, nell´ufficio di gabinetto dell´assessore alla Famiglia, come "esterno", è entrato anche uno degli assistenti di Schifani. Si chiama Giuseppe Gelfo. E pure Danila Misuraca, sorella del parlamentare del Pdl Dore. E anche Stefano Mangano, a lungo segretario particolare del sindaco di Palermo Diego Cammarata. Una bella infornata di parenti in quella Regione dove Lombardo ha addirittura litigato con il predecessore Cuffaro sulle spese folli, ha promesso «interventi per rimuovere eventuali anomalie» e dichiarato guerra agli sprechi: 39 milioni di euro l´anno per mantenere gli uffici di gabinetto, 818 milioni per pagare i 21.104 dipendenti, 75 mila euro l´anno per liquidare lo stipendio di un dirigente «esterno». Cambiano i governi ma alla Regione si aggirano i soliti noti. Un altro campione della Parentopoli è l´assessore al Bilancio Michele Cimino. Un´altra storia di cugini: Rino Giglione è il suo capo di gabinetto. Un altro, Maurizio Cimino, è il direttore della Protezione civile di Agrigento. E un terzo, Simone Cimino, è alla testa di una società che - in partnership con la Regione - si occupa di fondi finanziari. «Non ci vedo nulla di strano, è giusto che in uno staff ci siano uomini di fiducia», garantisce l´assessore. E allora, per lui, nulla di strano che in quest´altra grande famiglia che si è ricomposta al Bilancio ci siano anche due uomini del sottosegretario alla Presidenza Micciché. Il primo è suo cognato Pietro Merra, il secondo il suo ex autista Ernesto Devola. La ragnatela delle parentele si spande dappertutto. Il figlio del sindaco Diego Cammarata - Piero - è dipendente a contratto della spa regionale e-Innovazione, il fratello dell´ex governatore Totò Cuffaro è vicedirettore dell´Agenzia dell´impiego, Francesco Judica che è il cognato del governatore Lombardo è manager all´Asl di Enna, l´assessore ai Beni Culturali Antonello Antinoro ha nel suo ufficio di gabinetto anche Antonella Chiaramonte (sorella del cognato), mentre l´assessore regionale ai Lavori Pubblici Luigi Gentile ha nominato suo cognato Carmelo Cantone segretario particolare. Un elenco infinito. Che continua con i parenti del ministro di Grazia e Giustizia. Angelino Alfano non ha soltanto la cugina Viviana Buscaglia nello staff dell´assessore all´Agricoltura, ma ha anche il cugino Giuseppe Sciumé vicedirettore generale all´Azienda Trasporti. Tutti sbandierano lunghi curriculum, ma chi lo toglie dalla testa a migliaia di disoccupati siciliani che siano miracolati per meriti di parentela? Come scrivevamo all´inizio di questo articolo l´emblema dello sconcio familistico alla Regione siciliana tocca però all´assessore alla Famiglia, quello che nella passata legislatura ha toccato un altro record: il numero delle missioni all´estero. Risultavano otto, nel settembre del 2007: 4 a Bruxelles, 2 in Spagna, 1 a Washington, 1 a Parigi. Nel governo Francesco Scoma è dal 2004, in politica da sempre. Suo padre Carmelo è stato sindaco di Palermo dal gennaio del 1976 all´ottobre del 1978, erano gli anni del dominio finale di Vito Ciancimino e anche lui - Scoma padre - fu coinvolto negli affari sui «grandi appalti» della città, quindici anni di spadroneggiamento sempre delle stesse imprese. Da assessore, Scoma figlio è diventato famoso per la sua spasmodica voglia di candidarsi ovunque. Alla vigilia delle ultime elezioni regionali era praticamente in corsa dappertutto. Alla Presidenza della Provincia (dove aveva promesso ad almeno una trentina di amici il posto di assessore), al parlamento, alla Presidenza dell´Assemblea. Quando è divampato nelle scorse settimane lo scandalo di Parentopoli, intervistato da "Viva Voce" di Radio 24 è caduto dalle nuvole: «Allora vogliamo dire che essere familiari di politici sia un reato?». L´altro giorno Scoma, che è anche assessore agli Enti Locali, ha preparato un disegno di legge contro i privilegi nei comuni. Tagli, gettoni di presenza al posto degli stipendi, stop al cumulo per sindaci e presidenti di Provincia con il doppio incarico di deputato. Insomma, un bel repulisti. Poi, all´articolo 15 del suo provvedimento, una piccola smagliatura: le ispezioni nei Comuni dalle gestioni allegre, d´ora in poi, potranno essere fatte anche da professionisti esterni alla Regione. E a spese degli enti controllati. Sarà naturalmente Scoma, in persona, a scegliere gli ispettori. Qualcuno sospetta che l´assessore alla Famiglia abbia qualche altro cugino.
La Repubblica, 9.10.2008

lunedì 6 ottobre 2008

Le critiche del Pd corleonese alla giunta Iannazzo

Nella piena consapevolezza del proprio ruolo di opposizione e nell’esercizio della conseguente funzione di controllo dell’attività amministrativa della Giunta Iannazzo, il PD Corlenese non può non denunciare le gravi e irresponsabili condotte perpetrate dagli attuali amministratori.
Infatti, palesemente, l’attività amministrativa non ha perseguito l’obiettivo di creare le opportunità di uno sviluppo socio – economico - culturale della nostra comunità ma è stata indirizzata dalla sola volontà di occupare potere. In primo luogo non può non rilevarsi come ad oggi nessun provvedimento significativo e importante è stato adottato per migliorare le condizioni di Corleone in particolare:
- nonostante gli innumerevoli e autorevoli referenti politici del Sindaco e dei suoi assessori, e le dichiarazioni di impegno assunte durante la campagna elettorale, la Giunta Comunale non è stata in grado di reperire nessun finanziamento per avviare progetti di miglioramento e/o di costruzione di opere vitali per la rinascita di Corleone. Infatti, sul tema della viabilità, dell’edilizia scolastica, della promozione e organizzazione di una rete che possa incentivare il turismo, di strutture e misure idonee ad sostenere le imprese locali e ad sollecitare interesse anche per imprese non locali, è TOTALE l’assenza dell’Amministrazione Iannazzo;
- irresponsabile risulta essere la gestione delle finanze comunali, mediante lo sperpero di denaro pubblico. Mentre si è sull’orlo di un dissesto economico dell’ente comunale, invece di stabilire una ragionevole distribuzione delle pochissime risorse finanziare, con preminenza al saldo degli oneri contratti con tante imprese e lavoratori che hanno reso servizi ed opere al comune, per evidenti fini di accaparramento di consenso, si provvede a regalare il denaro dei contribuenti per futili iniziative (festini e serate danzanti);
- sul piano fiscale, è stata mantenuta elevata la pressione fiscale, non riducendo la tassa sui rifiuti (TARSU), raddoppiando la tassa per l’occupazione di spazi e aree pubbliche (TOSAP), e relativamente all’ICI, tassando anche le unità immobiliari ( garage, posti auto, box etc..) che pur se non unite all’abitazione principale ne costituiscono pertinenze.
Invece di occuparsi delle difficoltà reali ed oggettive che affliggono i corleonesi, l’amministrazione del centro – destra ha solo dato prova di arroganza, con un rimpasto di Giunta che ha visti la sostituzione di due assessori e la nomina di un terzo, senza che si sia sentita l’esigenza di spiegare né al consiglio comunale né tanto meno alla collettività, quali sono stati i motivi che hanno giustificato tale scelta, la pertinenza della stessa con l’obbiettivo di una migliore gestione dell’amministrazione comunale e sulla base di quali competenze ed esperienze è stata operata la scelta dei i nuovi assessori.
A tal proposito, l’unico assessorato che richiedeva la nomina di un soggetto con alta professionalità, ossia, quello del bilancio è stato mantenuto dal Sindaco Iannazzo, il quale non ha minimamente pensato che forse invece di tre nuovi assessori, era necessario nominarne solo uno di alta competenza e che sapesse occuparsi dei gravi problemi finanziari del nostro Comune.
E’ evidente che la logica del rimpasto è stata determinata dall’insaziabile fame di potere che ha colto gli uomini del centro - destra corleonese, il quale è stato ancora più ingrassato dall’avere acquisito anche la maggioranza in consiglio comunale, per via dell’inqualificabile decisione di diversi consiglieri comunali, che senza alcuna coerenza e decenza politica, dopo essere stati eletti in liste diverse e opposte a quelle dell’attuale sindaco, hanno opportunisticamente cambiato casacca.
Altro emblematico segnale di poco rispetto per l’istituzione comunale e della comunità stessa, è stata la scelta di Iannazzo, di sostituire, nel logo del Comune l’ovvia dicitura “CITTA’ di CORLEONE” con quella “il Sindaco Antonino Iannazzo”. Il Sindaco forse dimentica di non essere il re di Corleone, ma di essere al servizio dei corleonesi, di non rappresentare se stesso ma un’intera collettività, e che le iniziative che riportano la scellerata modifica al logo comunale sono state finanziate con il denaro dei contribuenti e cittadini di Corleone.
Per tutti questi motivi, e per tutti gli altri che, per ragioni di spazio, non sono stati elencati, IL PARTITO DEMOCRATICO CORLEONESE, chiede il Vs consenso per contrastare e correggere il nefasto operato dell’attuale amministrazione, priva di progetti e di idee ed è umilmente aperto a tutti quei cittadini che non vogliono essere considerati sudditi ma indignati e partecipi protagonisti della loro città.

giovedì 2 ottobre 2008

UOMO AVVISATO... Pietro Milazzo, il sindacalista palermitano che rischia il confino

di Attilio Bolzoni
Di solito lo notificano agli amici dei boss, a quelli che fanno puzza di mafia. Lo chiamano «avviso orale». Ma l´altro giorno, negli uffici di un commissariato, l´ispettore di turno l´ha recapitato a un rompiscatole: un sindacalista della Cgil. L´ha convocato e gli ha fatto firmare un verbale ai sensi dell´articolo 4 della legge numero 1423 del '56.
È quella sul confino di polizia. Se in futuro non si comporterà bene, il sindacalista rischierà di diventare anche lui un sorvegliato speciale.Questa è una vicenda che vale la pena di raccontare soprattutto per dove è avvenuta. A Palermo, città dove tutto è segnale. Dove tutto si sviscera e tutto si decifra, dove anche il dettaglio non è mai solo un dettaglio. Cominciamo però dal protagonista, o meglio dalla vittima, il sindacalista dalla «condotta socialmente pericolosa» che venerdì mattina verso le 11 è stato invitato al commissariato "Libertà" per ricevere un´intimazione. L´avvertivano di stare attento, di non «delinquere» più. Lui si chiama Pietro Milazzo, ha 57 anni, è un dipendente della Biblioteca regionale e alla Cgil fa il responsabile siciliano degli Immigrati. È un personaggio noto in città. Anche per le sue battaglie per i senza tetto. Più di trent´anni fa, quando era sulle barricate delle rivolte studentesche era stato denunciato due volte - nel 1972 e nel 1974 - per rissa e lesioni. Due condanne. Poi una vita intera tutta dedicata agli altri. Cortei, proteste, lotte. Ma sempre pacifiche. E a volte seminate di manifestazioni «non autorizzate».Blocchi stradali, sit in, «disturbo della quiete pubblica». L´ultima il 14 luglio scorso, il Festino, il giorno che Palermo onora Santa Rosalia. Una cinquantina di senza casa contesta duramente il sindaco Diego Cammarata, che per l´ingorgo non sale sul carro dell´amatissima patrona. Fra di loro c´è pure Pietro Milazzo. Denunciato.Finita l´estate, la pratica della Questura sullo scalmanato sindacalista - qualche settimana prima, fra l´altro, Milazzo aveva presentato un esposto in Procura sui ritardi e sui pasticci intorno ai beni inutilizzati confiscati ai boss - è arrivata al capolinea. Vistata dal nuovo capo della polizia di Palermo, il questore Alessandro Marangoni. Venerdì scorso, la notifica. Ricorda lui: «Quando ho capito di che cosa si trattava sono rimasto frastornato». In pratica il questore sembra contestare al sindacalista della Cgil il comma terzo di quel famigerato articolo di legge di mezzo secolo fa. Quello che si applica «a coloro che, per il loro comportamento debbano ritenersi, sulla base di elementi di fatto, dediti alla commissione di reati che offendono o mettono in pericolo l´integrità fisica e morale, la serenità, la sicurezza o la tranquillità pubblica».Un «avviso» che - se il sindacalista insisterà in quella sua «condotta» - potrà far scattare l´applicazione delle misure di prevenzione. La sorveglianza speciale a Palermo. O il divieto di soggiorno in città e in provincia. O, nel caso più estremo, anche all´obbligo di soggiorno in un paese. Insomma, il vecchio confino.La diffida contro Pietro Milazzo è arrivata dopo «una decina di segnalazioni» che ha accumulato fra il 2005 il 2008 per interruzione di pubblico servizio, occupazione di edificio pubblico, organizzazione di corteo non autorizzato. Tutte denunce scattate - fanno sapere in ambienti della Questura - non «nella sua veste di sindacalista» ma di «manifestante». Si sfoga Milazzo: «Io di tutte quelle denunce non so nulla, non mi hanno mai formalmente contestato niente al di fuori dell´episodio del Festino».Il sindacalista adesso ha 60 giorni di tempo per ricorrere contro il provvedimento. Comunque andrà a finire l´«avviso orale» ce l´ha già e la linea seguita dalla Questura è tracciata. Una mossa veramente inaspettata quella della polizia palermitana - che negli ultimi 20 anni si è distinta per ben altro in materia di misure di prevenzione - e che ha già scatenato una rivolta in città. In quattrocento hanno firmato sul web a favore del sindacalista.Destra, sinistra, amici e avversari politici, intellettuali, naturalmente il segretario della Cgil Sicilia Italo Tripi, l´ex presidente della Provincia Francesco Musotto, Umberto Santino del "Centro Impastato", comitati, consiglieri comunali e parlamentari regionali. Una riserva sull´operato del neo questore arriva anche dal segretario nazionale dei poliziotti del Silp Federico Schillaci: «La via dell´avviso orale non porta da nessuna parte in una città come Palermo con tutti i suoi gravi problemi». Nell´appello per Pietro Milazzo c´è anche la firma di Rita Borsellino.
da la Repubblica
NELLA FOTO: Pietro Milazzo con i senza casa nella sala consiliare del comune di Palermo.

mercoledì 1 ottobre 2008

L'appello di solidarietà per Pietro Milazzo

Alcuni giorni fa Pietro Milazzo, attivista sociale ed esponente dei movimenti politici e sindacali, è stato raggiunto da un provvedimento della Questura di Palermo con cui lo si avvisa di “cambiare condotta, adeguare la stessa a norma di vita onesta e laboriosa e ad osservare le leggi”, intimandogli, di fatto, di porre fine al proprio percorso politico per non incorrere nel rischio di applicazione di misure cautelari riservate di norma ai sorvegliati speciali.
La gravità di questo provvedimento è evidente: questo 'avvertimento' lede Pietro così come l'intera vita democratica nella nostra città. Lede Pietro perché tratta la sua personale storia di impegno politico e sociale alla stregua della carriera di un criminale. Lede tutti noi perché intacca la libertà di espressione e di dissenso, l'agibilità politica e il diritto di manifestare.
In una città in cui la gestione della cosa pubblica è oramai palesemente articolata su diversi livelli di connivenza clientelare e criminale (e ne danno prova gli 'scandali' degli ultimi giorni), dove si progettano interventi speculativi finalizzati all'arricchimento di vecchi e nuovi comitati d'affari, ci appare paradossale e inquietante il tentativo di sanzionare un attivista sociale come se si trattasse di un soggetto altamente pericoloso, al punto da minacciare, sulla base di una valutazione di semplice “sospetto” la applicazione delle misure di sorveglianza che si rivolgono di solito a coloro che delinquono.
Pietro Milazzo ed i movimenti politici e sociali della città hanno gridato incessantemente il loro dissenso rispetto alle politiche guerrafondaie, all'oppressione neoliberista, alle leggi liberticide contro i migranti e hanno rivendicato giustizia sociale e rispetto dei diritti fondamentali, in primis quello dell'abitare. E proprio sulla 'questione casa', in questi anni si è sviluppata a Palermo una piattaforma composita e articolata, con proposte concrete, che hanno messo in luce le contraddizioni, le ambiguità e gli interessi illeciti nella gestione dell'emergenza abitativa, a partire dall’utilizzazione dei beni confiscati. Per questo denunciamo fermamente la natura intimidatoria del provvedimento a carico di Pietro e rivendichiamo al contempo la legittimità di un percorso politico collettivo svolto sempre alla luce del sole. Quanto sta accadendo non è una questione personale bensì è un atto politico che riguarda collettivamente tutti coloro che sono impegnati nelle lotte a difesa dei diritti dei più deboli e per la giustizia sociale.

Primi firmatari:
Fulvio Vassallo Paleologo - Università di Palermo
Umberto Santino - presidente Centro Peppino Impastato
Toni Pellicane – Comitato di Lotta per la casa 12 luglio
Nino Rocca – Comitato di Lotta per la casa 12 luglio
Tony Scardamaglia – Laici Comboniani
Totò Cavaleri – Laboratorio Zeta
Stefano Galieni - responsabile immigrazione Rifondazione Comunista Roma
Mimma Grillo
Pierluca Fara
Sandro Caracausi
Nando Grassi
Rina Anzaldi
Federico Lo Cascio
Cesare Casarino
Dorotea Passantino
Angela Giardina
Nino Termotto
Dario Riccobono
Erika Di Cara
Loriana Cavaleri
Maria Montana
Giuseppe D'Angelo
Antonia Cascio
Francesco Baiamonte
Finella Giordano
Vincenzo Pinello
Matteo Di Gesù - Università di Palermo
Mariella Tornago

Il racconto di Pietro Milazzo

Oggi, venerdì 26 settembre 2008, mi è stato notificato un avviso orale del Questore di Palermo ai sensi dell'articolo 1 della legge 1423 del 27/12/56. Si tratta della legge che regolamenta le misure di prevenzione nei confronti delle persone pericolose per la sicurezza e sulla base della quale si riscontra una condotta socialmente pericolosa. Nel provvedimento si fa riferimento ai miei precedenti penali risalenti all'attività politica e sociale svolta negli anni '70 e per la quale ho subito due sole condanne passate in giudicato circa 30 anni fa. A quei fatti vengono associati anche i più recenti eventi e si cita, tra l'altro, il reato di violazione delle disposizioni su riunioni in luogo pubblico, relativo alla protesta durante il Festino a Luglio e per il quale sono ancora in corso le fasi preliminari del procedimento giudiziario. L'avviso orale precede l'emissione di un provvedimento di prevenzione ai sensi dell'art.3 della predetta legge, che è la sorveglianza speciale della pubblica sicurezza...insomma, il provvedimento che si applica ai mafiosi!!
Agli ufficiali di ps che mi hanno notificato l'atto ho fatto presente di rivendicare in pieno e di essere orgoglioso di quanto ho fatto in questi anni, e di essere intenzionato a proseguire sulla mia strada anche facendo opposizione a quest'atto repressivo ed intimidatorio (non tanto e non solo nei miei confronti). Nessuna misura repressiva può fermare la mia scelta di vita, razionale e viscerale. Non sono e non voglio essere nè un eroe, nè un martire, sono solo un attivista sociale che, come tanti altri qui ed altrove, crede nelle battaglie che conduce e se ne assume tutte le responsabilità e conseguenze. Credo che denunciare queste porcherie sia parte di una battaglia collettiva, non tanto per difendere me e la mia libertà, ma i diritti, la dignità, la libertà di tutte/i.
Pietro Milazzo

Comune di Corleone. L'ultima bell'impresa del duo Iannazzo-Siragusa: dopo l'appalto dei servizi di pulizia, fuori 4 operai e meno ore per tutti

Non riescono a farne una buona. Dopo anni di affidamento diretto dei lavori di pulizia dei locali comunali alla cooperativa sociale “Spazio Libero” (e quelli del Tribunale alla coop “Life”), l’amministrazione comunale si è decisa ad indire due aste pubbliche, che dovrebbero garantire maggiore trasparenza. Ma comincia con lo sbagliare clamorosamente i tempi. L’ultima proroga contrattuale alle due coop (la prima occupa 17 operai, la seconda 9) scadeva il 30 settembre, ma le aste pubbliche vengono fissate per 26 settembre. Era pensabile che in 4 giorni si potessero completare le gare, pubblicare i verbali, stipulare i contratti e consentire alle ditte vincitrici di assumere gli operai e iniziare i servizi affidati senza soluzione di continuità? Ovviamente, no. Ed, infatti, oggi 1° ottobre, ufficialmente nessuno può fare le pulizie nei locali comunali e nei locali del Tribunale. E sarà così almeno per un’altra settimana. Ma siccome le pulizie sono indispensabili, “qualcuno” sta chiedendo agli operai “un favore”… Legalità, avanti tutta! Vero, signor sindaco?

Ma non è solo questo. La cooperativa sociale “Spazio Libero”, che espletava il servizio di pulizia dei locali comunali, occupava 17 operai. Inizialmente, 4 anni fa, erano 9 e ciascuno lavorava quasi a tempo pieno, guadagnando un salario dignitoso. Poi, giorno dopo giorno, elezioni dopo elezioni, sono diventati… 10, 11, 12, 13, 14, 15, 16… 17. In compenso, le ore lavorative giornaliere dimunivano vertiginosamente, fino ad arrivare ad appena 2 e mezza, con una retribuzione non più alta di 250-300 euro al mese. E i nostri “bravi” amministratori, capaci di fare concorrenza persino a Gesù Cristo nella moltiplicazione dei… pani e dei pesci, si sono fermati sol perché hanno “inventato” un altro appalto di pulizia, quello del Tribunale. Prima si assumevano solo 3 operai, con un’agenzia di lavoro interinale. Con la coop “Life” gli operai sono diventati… 9! Come al solito, scalando vertiginosamente le ore lavorate e la retribuzione mensile.

Cosa sia successo quando sono state preparate le due aste pubbliche non si sa. Certo è che l’amministrazione (adesso alcuni assessori dicono di non saperne niente, ed è grave anche se fosse vero!) ha ridotto notevolmente le somme a disposizione degli appalti, tanto che per le pulizie del comune si potranno assumere solo 14 operai (tre in meno rispetto ai 17 in servizio), per un totale annuo di 6.903 ore lavorative, mentre per la pulizia del Tribunale solo 8 operai (uno in meno rispetto ai 9 in servizio). In totale, una perdita secca di quattro unità lavorative. Una bell’impresa questa. E adesso chi non avrà più un contratto? Quelli che non hanno amici? Oppure i soci svantaggiati? O chi? La corsa alle raccomandazioni è cominciata…

Come segretario della Cgil di Corleone, il 30 settembre ho chiesto ed ottenuto un incontro con la Ecoservice, la ditta che si è aggiudicati entrambi gli appalti, con un ribasso del 27,35% (Comune) e del 23,50% (Tribunale). La ditta ha confermato che riassumerà gli operai delle coop sociali, ma sui numeri intende attenersi a quelli previsti in capitolato: 14 + 8, quindi 4 disoccupati in più. Un bel risultato. Vero, signor assessore Pio Siragusa? Vero, signor sindaco Nino Iannazzo? La Cgil, ovviamente, ha chiesto la riassunzione di tutti gli operai, senza nessuna discriminazione. L’ha chiesto alla ditta e al dirigente responsabile del IV settore, ing. Gennaro. Lo chiede anche all’amministrazione comunale. E non con la tecnica di “grattare” ore lavorative ai 14 per far lavorare anche i 3. E nemmeno agli 8 per far lavorare anche l’1. Ma integrando l’appalto, magari con servizi aggiuntivi ed utilizzando il ribasso d’asta, che è notevole. Anche perché, salvo errori, l’attuale monte ore a disposizione non consentirà di effettuare più di 10 ore settimanali a ciascun operaio, a fronte delle 12,30 ore che già effettuavano. Un bel guadagno! Anche in questo caso, un bel salto di qualità! Vero, “carissimi” amministratori?
d.p.
1° ottobre 2008
NELLE FOTO. da sx: l'assessore-vicesindaco Pio Siragusa, il sindaco Nino Iannazzo.